Il funzionario britannico EyeMark Smith, che si è dimesso, afferma che Israele sta perpetrando crimini di guerra alla luce del sole

Redazione

19 agosto 2024-Middle East Eye

Ex diplomatico afferma di aver sollevato preoccupazioni, anche con David Lammy, sulla complicità del Regno Unito ma di aver ricevuto una risposta “insoddisfacente”.

Il funzionario britannico che si è dimesso perché preoccupato del fatto che il governo sia complice di crimini di guerra a causa delle continue vendite di armi a Israele ha affermato lunedì che l’esercito israeliano sta commettendo atrocità “in modo flagrante, palese e sistematico”.

“Ciò a cui assistiamo sono spaventosi atti di violenza perpetrati contro i civili e contro le loro proprietà”, ha affermato Mark Smith, già autore principale della valutazione più importante che regola la legalità delle vendite di armi nel Regno Unito presso la direzione Medio Oriente e Nord Africa del Foreign Office [il ministero degli Esteri britannico, ndt.], in un’intervista a BBC Radio 4.

Smith afferma che questo disinteresse “è profondamente preoccupante. È mio dovere, in quanto dipendente pubblico, sollevare la questione”, e ha invitato altri funzionari “ad unirsi ai numerosi colleghi che hanno sollevato preoccupazioni su questo problema”.

Smith è il primo funzionario britannico di cui si è venuti a conoscenza a essersi dimesso a causa della guerra di Israele a Gaza. Ma dal 7 ottobre tra i dipendenti pubblici è cresciuta l’inquietudine per le continue vendite di armi del Regno Unito a Israele.

A maggio un ex funzionario pubblico che lavorava sulla politica degli aiuti internazionali ha riferito su Declassified UK [principale sito di analisi della politica estera e militare britannica, ndt.] che circa 300 dipendenti del Foreign Office avevano formalmente sollevato preoccupazioni sulla complicità della Gran Bretagna nei crimini di guerra israeliani a Gaza.

A luglio, il sindacato dei servizi pubblici e commerciali (PCS), che rappresenta i dipendenti pubblici britannici, ha richiesto un incontro con l’Ufficio di Gabinetto [dipartimento esecutivo del governo britannico, ndt.] in merito alla guerra a Gaza e alle sue implicazioni per i dipendenti pubblici.

Nel suo primo giorno in carica il ministro degli Esteri David Lammy ha dichiarato di aver richiesto una revisione completa del rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di Israele.

A luglio alcune fonti hanno riferito a MEE che il Regno Unito avrebbe probabilmente introdotto restrizioni sulle vendite di armi a Israele, ma successivi resoconti del Times e del Guardian hanno suggerito che la decisione è stata ritardata a causa di difficoltà legali nel definire le armi di fabbricazione britannica utilizzate da Israele nella sua guerra a Gaza e quelle utilizzate per la difesa.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Attacco sulle alture del Golan: rivendicazioni e contro-rivendicazioni dell’attacco a Majdal Shams

Redazione

29 luglio 20224-Middle East Eye

Israele afferma che nell’incidente è stato utilizzato un razzo di fabbricazione iraniana, ma Hezbollah insiste che responsabile è stato il lancio fallito di un missile Iron Dome.

Sabato un ordigno esplosivo si è schiantato su di un campo da calcio di Majdal Shams nelle alture del Golan uccidendo 12 bambini. L’evidente attacco ha fatto aumentare le tensioni tra Israele, che occupa il Golan, e Hezbollah in Libano, che ha iniziato a scontrarsi con l’esercito israeliano lungo il confine libanese a ottobre in solidarietà con Hamas e i palestinesi sotto attacco a Gaza.

Sebbene i bambini uccisi non fossero cittadini israeliani – i drusi che vivono nel territorio siriano occupato tendono a non prendere la cittadinanza israeliana – Israele ha incolpato Hezbollah e ha insistito sul fatto che avrebbe reagito in Libano. Hezbollah nega di essere responsabile, affermando che i bambini sono stati uccisi dal lancio fallito di un missile di difesa aerea israeliano Iron Dome. Middle East Eye analizza le affermazioni e le contro-affermazioni sull’incidente di Majdal Shams.

Ciò che sostiene Israele

Israele ha presentato quella che dice è la prova che dimostra essere stato un razzo di fabbricazione iraniana a colpire i bambini. L’Iran è un sostenitore chiave di Hezbollah, che è la più potente organizzazione militare non statale al mondo.

Domenica l’esercito israeliano ha pubblicato delle foto che mostrano delle schegge che sostiene essere state trovate sulla scena dell’attacco, e che corrispondono a un razzo Falaq-1 di fabbricazione iraniana.

Tuttavia nessuna delle immagini di schegge del presunto razzo sembra essere stata scattata in situ sul luogo dell’esplosione.

L’esercito israeliano ha anche pubblicato una mappa che mostra quella che diceva essere la traiettoria del razzo, sostenendo che era stato lanciato dall’area di Shebaa Farms nel Libano sud-orientale. Tuttavia, queste affermazioni sono state confutate da un anonimo paramedico israeliano, che ha detto ad al-Araby TV che dei testimoni gli avevano riferito che le schegge appartenevano a un missile israeliano Iron Dome.

Il paramedico, che secondo quanto riferito indossava una maglietta con la Stella di David, ha detto che sarebbe stato “imprigionato” se avesse documentato la sua testimonianza in diretta. Middle East Eye non è stato in grado di verificare in modo indipendente queste affermazioni.

Altri testimoni che hanno parlato con al-Araby a condizione di restare anonimi hanno dichiarato di aver visto il razzo partire dal monte Hermon, al confine tra Libano e Siria, e cadere verso il campo di calcio.

Al-Mayadeen, un’agenzia di stampa libanese con stretti legami con Hezbollah, ha pubblicato un articolo in cui afferma che il sito dell’esplosione a Majdal Shams non era compatibile con il tipo di esplosione previsto dall’impatto di un razzo Falaq-1 che, secondo l’agenzia, avrebbe causato un cratere più grande.

Sabato scorso Hezbollah aveva rivendicato la responsabilità di altri quattro attacchi prima che Majdal Shams venisse colpita.

Potrebbe essere stato un errore”

Il ministro degli Esteri libanese Abdallah Bouhabib ha dichiarato alla BBC che non pensa che Hezbollah abbia compiuto l’attacco.

“Non credo che Hezbollah lo farebbe… potrebbe essere un errore degli israeliani o di Hezbollah, non lo so”, ha detto.

Bouhabib ha osservato che il movimento di solito prende di mira le postazioni militari, non i civili.

“Stiamo parlando con Hezbollah perché le vittime sono druse e la comunità drusa qui [in Libano] si preoccupa molto per loro. Chiediamo a Hezbollah di non reagire in questo momento”, ha detto Bouhabib alla BBC.

Di seguito all’attacco di Majdal Shams il portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari ha identificato erroneamente le vittime come cittadini israeliani e si è sentito correggere da un giornalista presente all’incontro.

Majdal Shams è un villaggio situato nel Golan meridionale dove vivono circa 25.000 drusi di lingua araba. La maggior parte sono membri siriani della comunità drusa.

La cittadina è sotto occupazione israeliana dal 1967.

Netanyahu è stato accolto da proteste

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di organizzare un incontro con le famiglie delle vittime che hanno rifiutato, come ha riferito Haaretz.

Mentre Netanyahu visitava il sito lunedì è stata organizzata una protesta in cui si vedevano i dimostranti portare cartelli con la scritta: “Abbasso gli assassini dei bambini… una guerra criminale”, in riferimento alla guerra a Gaza.

Un video di domenica mostrava i drusi siriani di Majdal Shams impedire ai ministri israeliani di partecipare al funerale dei bambini uccisi nell’attacco. Una persona ha urlato: “Fuori di qui, criminali, non vi vogliamo nel Golan”.

Netanyahu ha promesso una risposta all’attacco e ha detto che Hezbollah “pagherà un prezzo salato”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Guerra contro Gaza: giornalista palestinese ucciso durante un attacco israeliano contro una tenda usata come ricovero per i giornalisti

Mohammed al-Hajjar

22 luglio 2024 – Middle East Eye

Lunedì l’esercito israeliano ha colpito una tenda usata come ricovero dei giornalisti presso l’ospedale dei Martiri di Al Aqsa, nella zona centrale di Gaza.

Almeno una persona, il giornalista Haydar Ibrahim al-Msaddar, è stata uccisa mentre molti altri sono stati colpiti e hanno subito gravi ferite.

Secondo le autorità locali, Msaddar era un ricercatore e uno specialista in questioni relative ai media.

Secondo il suo amico e collega, il giornalista Islam Bader, Msaddar, era specializzato nello studio della propaganda e della pubblica opinione.

Tutto quello che c’era nella tenda era equipaggiamento giornalistico,” ha detto a Middle East Eye Youssef al-Hindi, un soccorritore che si è presentato sulla scena dopo aver sentito l’esplosione.

Con in testa un elmetto da giornalista trovato sulla scena, Hindi ha detto di ritenere che la tenda dei giornalisti sia stata colpita intenzionalmente.

Khalil al-Dakran, un dottore dell’ospedale Martiri di Al-Aqsa, concorda. Afferma che è stata la seconda volta che una tenda è stata colpita nell’area dell’ospedale.

Questo dimostra che il genocidio e i massacri nella Striscia di Gaza continuano,” dice Dakran a Middle East Eye.

Questo è molto pericoloso in quanto gli ospedali stanno fornendo servizi sanitari mentre i cittadini vengono colpiti.”

Secondo l’ufficio stampa del governo dell’enclave palestinese Msaddar è il 163-esimo giornalista ad essere ucciso da Israele nella Striscia di Gaza dall’inizio della guerra il 7 ottobre,.

Mentre il Committee to Protect Journalists [Comitato di Protezione dei Giornalisti] (CPJ) da un bilancio inferiore, con un totale di 108 giornalisti vittime nella guerra (103 palestinesi, due israeliani e tre libanesi), esso afferma che la guerra contro Gaza è stato “uno dei periodi più mortali per i giornalisti da quando il comitato ha cominciato a raccogliere dati nel 1992.”

Secondo il ministero della Sanità dell’enclave da quando è cominciata la guerra di Israele contro Gaza oltre 39.000 palestinesi sono stati uccisi.

Gli ospedali sono stati ripetutamente colpiti dall’esercito israeliano, e quelli ancora funzionanti hanno una capacità limitata. Sono anche al collasso per il numero di persone uccise e ferite e stanno lottando per curare pazienti a causa dall’assedio israeliano a Gaza.

Dakran ha affermato che “l’ospedale sta attraversando una pessima situazione, dal momento che è impossibilitato ad accettare la quantità di feriti che sta ricevendo giornalmente, specialmente per la mancanza di medicine e di equipaggiamento medico.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Incolpare la lobby israeliana per le politiche del Medio Oriente occidentale è fuorviante

Joseph Massad

16 luglio 2024 – Middle East Eye

Sostenere che la lobby israeliana controlli la politica statunitense in Medio Oriente equivale ad assolvere gli Stati Uniti dalla responsabilità delle loro politiche imperialiste nel mondo arabo.

Nelle ultime settimane la lobby israeliana è stata sempre più presente sul piano mediatico nel contesto delle stagioni elettorali in corso nel Regno Unito, in Francia e negli Stati Uniti.

Proliferano articoli sugli ingenti fondi che la lobby israeliana del Regno Unito ha donato ai candidati alle recenti elezioni, sull’interferenza ministeriale israeliana nelle recenti elezioni francesi o sulla sconfitta del rappresentante [democratico, ndt.] del Congresso degli Stati Uniti Jamaal Bowman a causa del sostegno del suo avversario da parte dell’American Israel Public Affairs Committee (Aipac), la più influente lobby filo-israeliana negli Stati Uniti.

Ciò si aggiunge alla copertura mediatica del ruolo che la lobby ha svolto dal 7 ottobre nel mettere a tacere le critiche a Israele e al suo genocidio a Gaza.

Come ho sostenuto in precedenti occasioni, spesso un’intensa fibrillazione affligge molti sostenitori filo-palestinesi negli Stati Uniti e nel mondo arabo quando le macchinazioni della lobby israeliana vengono denunciate dalla stampa occidentale.

Questa si basa sulla loro percezione che, una volta consapevole del potere eccessivo di questa lobby, l’opinione pubblica statunitense e occidentale correggerà le aberrazioni della politica estera statunitense nei confronti dei palestinesi e del Medio Oriente causate, secondo loro, dallinterferenza della lobby.

Il presupposto comune tra questi americani e arabi filo-occidentali che sostengono i palestinesi è che senza la lobby israeliana il governo degli Stati Uniti e le altre potenze occidentali diventerebbero più amichevoli o, per lo meno, molto meno ostili nei confronti di arabi e palestinesi.

Il fascino di questa argomentazione si fonda sull’intrinseca assoluzione del governo americano da ogni responsabilità e senso di colpa che merita per le sue politiche nel mondo arabo.

[Tale teoria] cerca di spostare la colpa delle politiche statunitensi dagli Stati Uniti su Israele e sulla sua lobby americana e dà false speranze a molti arabi e palestinesi che desiderano che lAmerica sia dalla loro parte invece che dalla parte dei loro nemici.

Studi critici

Per almeno mezzo secolo il formidabile potere delle lobby nel decidere le elezioni nei paesi occidentali e la loro influenza sulle università, sulla stampa e sulle istituzioni culturali ed educative sono stati oggetto di numerosi libri e articoli.

Forse la prima argomentazione di questo tipo, anche se esprimeva lievi critiche nei confronti delle forze filo-israeliane negli Stati Uniti, fu un articolo che George Ball, sottosegretario di Stato nelle amministrazioni Johnson e Kennedy, pubblicò su Foreign Affairs nel 1977.

Ball e suo figlio pubblicarono successivamente in forma di libro uno studio completo sull’argomento.

Tra gli altri libri pubblicati nel decennio successivo, They Dare to Speak Out: People and Institutions Confront Israel’s Lobby [Hanno il coraggio di parlare: persone e istituzioni si confrontano con la lobby israeliana, ndt] di Paul Findley del 1985. Findley era un ex deputato repubblicano degli Stati Uniti la cui campagna di rielezione fu impedita dalla lobby israeliana nel 1982 dopo che egli era rimasto in carica per 11 mandati alla Camera dei Rappresentanti.

Un ex presidente dell’Aipac descrisse Findley come “un pericoloso nemico di Israele”, cosa che ha portato alla sua fine politica.

Un altro libro sullo stesso tema, The Lobby: Jewish Political Power and American Foreign Policy [Potere politico ebraico e politica estera americana, ndt.], dellex giornalista del Time Magazine Edward Tivnan, fu pubblicato nel 1987.

Tuttavia, è stato solo quando nel 2006 gli eminenti politologi John Mearsheimer e Stephen Walt pubblicarono un articolo sulla lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti, che hanno poi ampliato e pubblicato come libro nel 2008, che il suo ruolo nel plasmare la politica è diventato un argomento fondamentale di discussione nel mainstream statunitense, anche se solo per diffamare i suoi autori e difendere la lobby dalle loro convincenti argomentazioni.

Oltre alle valutazioni oggettive del ruolo della lobby israeliana, esiste una raccolta eterogenea di teorie cospirative antisemite e suprematiste bianche sulla presunta influenza degli “ebrei” nei Paesi occidentali e sul loro presunto controllo sul governo degli Stati Uniti.

Tuttavia i commentatori favorevoli alla lobby israeliana se ne servono come una clava da abbattere su coloro che avanzano critiche valide, che non hanno nulla a che fare con lantisemitismo – un trattamento riservato, tra gli altri, a Mearsheimer e Walt.

Discussioni sensate e ragionevoli sulla lobby israeliana spaziano tra coloro che sostengono che senza la formidabile influenza della lobby la politica statunitense nei confronti del Medio Oriente sarebbe meno ostile nei confronti dei palestinesi e coloro che credono che linfluenza della lobby non si estenda oltre un sostegno in grado di favorire il percorso dell’attuale politica statunitense verso una direzione già decisa.

La mia visione è sempre stata più vicina a questultima.

Un “nemico implacabile”

Sostenere che la lobby israeliana controlli la politica statunitense in Medio Oriente equivale ad assolvere gli Stati Uniti dalla responsabilità di tutte le loro politiche imperialiste nel mondo arabo e nel Medio Oriente in generale a partire dalla Seconda Guerra Mondiale.

Invece tale ipotesi afferma che Israele e la sua lobby avrebbero spinto gli Stati Uniti ad attuare politiche contrarie ai propri interessi nazionali e che portano benefici solo ad Israele.

Inoltre sottolinea che il fatto che il blocco degli Stati Uniti a tutto il sostegno internazionale e delle Nazioni Unite verso diritti dei palestinesi mentre armano e finanziano Israele nella sua guerra contro una popolazione civile e lo proteggono dalla collera della comunità globale, non dovrebbe essere imputato agli Stati Uniti e ai suoi alleati occidentali ma a Israele e alla sua lobby.

Ciò che questa linea di pensiero nasconde è il fatto che il governo degli Stati Uniti non ha mai sostenuto la liberazione nazionale nel Terzo Mondo.

Il primato degli Stati Uniti è quello di essere il nemico implacabile di tutti i gruppi di liberazione nazionale, compresi quelli europei, dalla Grecia allAmerica Latina, allAfrica e allAsia.

Il suo sostegno a gruppi come i mujaheddin afgani nella loro guerra contro il governo rivoluzionario afghano e lUnione Sovietica; Unita e Renamo, i principali alleati terroristici del Sudafrica dell’apartheid in Angola e Mozambico contro i rispettivi governi nazionali rivoluzionari anticoloniali; e i Contras contro il governo rivoluzionario sandinista in Nicaragua, sono tutti casi in cui gli Stati Uniti hanno sostenuto gruppi controrivoluzionari intenti a distruggere i governi rivoluzionari di liberazione nazionale.

Quindi il motivo per cui gli Stati Uniti se non fosse per la lobby israeliana sosterrebbero la liberazione nazionale palestinese è qualcosa che questa teoria non riesce a spiegare.

Quando ho avanzato queste argomentazioni per la prima volta ventanni fa nel corso di una conversazione, un accademico cristiano americano bianco filo-palestinese ha obiettato insistendo sul fatto che gli Stati Uniti hanno sostenuto il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser contro linvasione tripartita dellEgitto del 1956 da parte di Francia, Gran Bretagna e Israele.

Ma il sostegno degli Stati Uniti in questo sporadico caso, come gli ho ribattuto, era rivolto a tarpare le ali di Francia e Gran Bretagna. Questi ex imperi pensavano di poter ancora agire secondo uno stile imperiale dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando furono gli Stati Uniti a salvarli dallaggressione nazista.

Gli Stati Uniti si opposero inoltre alla decisione di Israele di coordinare la sua aggressione all’Egitto con questi ex imperi piuttosto che con il proprio governo.

Israele si rese presto conto che avrebbe potuto invece perseguire analoghe aggressioni contro i suoi vicini in coordinamento con gli Stati Uniti. Come previsto, gli Stati Uniti non si opposero affatto a nessuna delle successive invasioni israeliane (1967, 1978, 1981, 1982, 1985, ecc.) dei vicini Paesi arabi.

Interessi imperiali americani

Un argomento correlato secondo cui l’influenza della lobby israeliana sul governo degli Stati Uniti sarebbe ciò che ha portato all’invasione americana dell’Iraq è altrettanto poco convincente.

Questo non vuol dire che la lobby non abbia sostenuto attivamente lo sforzo bellico guidato dagli Stati Uniti (lo ha certamente fatto). Tuttavia stava semplicemente sollecitando una guerra già voluta e pianificata sulla base di interessi imperiali politici ed economici americani di importanza di gran lunga superiore.

Linvasione dellIraq segue una politica coerente degli Stati Uniti sin dalla Seconda Guerra Mondiale volta a rovesciare tutti i regimi del Terzo Mondo che insistono nel controllare le loro risorse nazionali, siano esse terra, petrolio o altri minerali preziosi.

Ciò si estende dallIran nel 1953 al Guatemala nel 1954, al resto dellAmerica Latina, fino agli attuali Venezuela e Iran.

Negli ultimi sessantanni in Africa così come nei Paesi asiatici è andata molto peggio.

Il rovesciamento di regimi tra cui quello di Jacobo Arbenz in Guatemala, di Joao Goulart in Brasile, di Mohammed Mossadegh in Iran, di Patrice Lumumba in Congo e di Salvador Allende in Cile, e i tentativi di rovesciare Hugo Chavez e Nicolas Maduro, sono esempi importanti, così come lo sono il rovesciamento di regimi nazionalisti come quello di Ahmad Sukarno in Indonesia e di Kwame Nkrumah in Ghana.

Il terrore scatenato contro le popolazioni che sfidavano i regimi imposti dagli Stati Uniti, da El Salvador e Nicaragua al Congo, e più tardi in Zaire, Cile Indonesia, ha provocato luccisione di centinaia di migliaia, se non milioni, in seguito alla repressione della polizia e dei militari addestrati a questi compiti importanti da parte degli Stati Uniti.

A ciò si aggiungono le invasioni dirette degli Stati Uniti dei Paesi del sud-est asiatico e dellAmerica centrale che nell’arco di decenni hanno ucciso milioni di persone.

Dato che la lobby israeliana non ha avuto alcun ruolo in tutte queste altre invasioni o interventi, perché allora gli Stati Uniti non avrebbero invaso lIraq (o lAfghanistan) o non avrebbero smesso di minacciare lIran autonomamente? Queste sono questioni politiche che i sostenitori della presunta presa mortale della lobby israeliana sul governo degli Stati Uniti non saranno mai in grado di spiegare.

Una simile linea di argomentazione sarebbe stata più convincente se la lobby israeliana avesse costretto il governo degli Stati Uniti a perseguire politiche in Medio Oriente incoerenti con le sue politiche globali altrove.

Ma la situazione è ben diversa.

Agende sovrapposte

Sebbene le politiche statunitensi in Medio Oriente possano spesso assumere un carattere più spietato rispetto alle loro politiche repressive e antidemocratiche in altre parti del mondo non mostrano delle incongruenze.

Si potrebbe facilmente sostenere che la forza della lobby israeliana è ciò che in realtà spiega questo carattere più spietato, ma anche questa affermazione non è del tutto convincente.

Ho spesso sostenuto che è proprio la centralità di Israele nella strategia statunitense in Medio Oriente a spiegare, in parte, la forza della lobby israeliana e non il contrario.

In effetti, alcuni citano come prova dello straordinario potere della lobby il ruolo dei membri filo-israeliani, e soprattutto pro-Likud, dellamministrazione Bush (o anche dellamministrazione Clinton), per non parlare di quelli di Obama, Trump o Biden, insieme ai miliardari americani filo-israeliani.

Tuttavia si potrebbe sostenere che sono stati questi politici e miliardari statunitensi che, a partire dagli anni 90, hanno spinto il Likud e altri partiti politici israeliani ad abbracciare unagenda più aggressiva. Istigazione che oggi persiste nel contesto della guerra genocida di Israele contro i palestinesi di Gaza.

Ciò non vuol dire che i leader della lobby israeliana non si vantino regolarmente della loro influenza cruciale sulla politica statunitense al Congresso e alla Casa Bianca.

Recentemente hanno celebrato il loro successo nello sconfiggere Bowman e si sono regolarmente vantati del loro ruolo dalla fine degli anni ’70.

Ma la lobby è potente negli Stati Uniti perché le sue principali rivendicazioni riguardano la promozione degli interessi statunitensi e il suo sostegno a Israele è contestualizzato nel sostegno al militarismo americano e alla sua strategia complessiva in Medio Oriente.

La lobby israeliana svolge oggi lo stesso ruolo che negli anni ’50 svolgeva nel caso della Cina a sostegno di Taiwan contro la Repubblica popolare cinese e che, riguardo Cuba, svolge ancora contro il governo rivoluzionario cubano e a sostegno degli esuli cubani controrivoluzionari.

Il fatto che la lobby israeliana sia più influente di qualsiasi altra lobby nella politica estera degli Stati Uniti non è perché disponga di un enorme potere tale da allontanare gli Stati Uniti dal suo interesse nazionale”. Semmai dimostra solo quanto sia importante Israele per la strategia globale degli Stati Uniti.

La lobby israeliana non potrebbe vendere il suo messaggio e non avrebbe alcuna influenza se Israele fosse un Paese comunista o antimperialista o se si opponesse alla politica statunitense in altre parti del mondo. In effetti, questa sarebbe un’ipotesi ridicola.

Approvazione araba

Alcuni sostengono che, per quanto comunque Israele faccia in modo di far coincidere i propri interessi con quelli degli Stati Uniti, la sua lobby ingannerebbe deliberatamente i politici statunitensi spostando la loro posizione da una valutazione obiettiva su quanto sarebbe realmente nel miglior interesse dell’America e quanto di Israele.

La tesi è che il sostegno degli Stati Uniti a Israele porterebbe i gruppi politici e militanti in Medio Oriente che si oppongono a Israele a diventare ostili agli stessi Stati Uniti e a prenderli di mira con attacchi.

Tale sostegno costerebbe agli Stati Uniti anche la perdita di una copertura mediatica amichevole nel mondo arabo, inciderebbe sul potenziale di investimento nei Paesi arabi e indebolirebbe i suoi alleati regionali arabi.

Ma nulla di tutto ciò è necessariamente vero.

Gli Stati Uniti sono stati in grado di essere il più grande sostenitore e finanziatore di Israele, nonché il suo più convinto difensore e fornitore di armi, pur mantenendo alleanze strategiche con la maggior parte, se non tutte, le dittature arabe, compresa lAutorità Nazionale Palestinese, sia sotto Yasser Arafat che con Mahmoud Abbas.

In effetti, più gli Stati Uniti sono intransigenti nel sostenere lattuale genocidio dei palestinesi da parte di Israele, più esso viene abbracciato dai governanti arabi fantoccio.

Inoltre le società e gli investimenti statunitensi hanno la più ampia presenza in tutto il mondo arabo, soprattutto, ma non esclusivamente, nel settore petrolifero.

Un intero esercito di giornali arabi, stazioni televisive private e statali e una miriade di stazioni televisive satellitari di proprietà dei principi arabi del Golfo, per non parlare degli enormi siti web e dei notiziari internet finanziati da ONG occidentali, sono schierati per promuovere il punto di vista degli Stati Uniti.

Celebrano la cultura americana, trasmettono i suoi programmi televisivi e tentano di vendere le posizioni statunitensi nel modo più efficace possibile, ostacolati solo dalle limitazioni poste dal buon senso in considerazione delle politiche statunitensi nella regione.

Anche la trasgressiva rete Al Jazeera si è fatta in quattro per accogliere il punto di vista degli Stati Uniti ma, ancora una volta, è spesso minata dalle attuali politiche statunitensi nella regione.

Sotto la tremenda pressione e la minaccia di bombardamento da parte degli Stati Uniti durante l’invasione dell’Iraq Al Jazeera ha smesso di riferirsi alle forze armate statunitensi in Iraq come “forze di occupazione”, optando per “forze della coalizione”.

Beneficio reciproco

Nelle loro argomentazioni finanziarie sullenorme influenza della lobby israeliana molti sottolineano la fantastica quantità di denaro che gli Stati Uniti danno” a Israele – un costo troppo esorbitante e sproporzionato rispetto a ciò che gli Stati Uniti ottengono in cambio.

In effetti, gli Stati Uniti spendono molto di più per le proprie basi militari nel mondo arabo, tra cui Qatar, Bahrein, Giordania, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti – per non parlare di quelle in Europa, Africa o Asia – rispetto a quanto spendano per Israele.

Tra il 7 ottobre 2023 e il gennaio 2024, gli Stati Uniti hanno speso 1,6 miliardi di dollari per il rafforzamento militare in Medio Oriente in funzione della difesa dei propri interessi imperiali. Tra il 2001 e il 2019, gli Stati Uniti hanno speso 6,4 trilioni di dollari solo nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Siria e Pakistan.

Israele è stato davvero molto efficace nel fornire servizi a buon prezzo al suo padrone americano, sia convogliando armi illegali verso le dittature centroamericane negli anni 70 e 80, sia aiutando regimi paria come Taiwan e il Sud Africa dellapartheid nello stesso periodo.

Ha inoltre sostenuto organizzazioni filo-americane, comprese quelle fasciste, allinterno del mondo arabo per indebolire i regimi arabi nazionalisti, dal Libano allIraq al Sudan.

È venuto in aiuto di regimi arabi conservatori filoamericani quando minacciati, come in Giordania nel 1970. E ha aggredito senza indugio regimi nazionalisti arabi: nel 1967 lEgitto e la Siria e nel 1981 lIraq quando distrusse il reattore nucleare del paese.

Mentre a metà degli anni 60 gli Stati Uniti erano riusciti a rovesciare Sukarno e Nkrumah con sanguinosi colpi di Stato, Nasser rimase saldo al potere finché Israele non lo neutralizzò definitivamente nella guerra del 1967.

È grazie a questo importante servizio che gli Stati Uniti hanno aumentato in modo esponenziale il loro sostegno a Israele.

Inoltre la neutralizzazione dellOLP da parte di Israele nel 1982 fu un servizio non trascurabile a molti regimi arabi e ai loro protettori statunitensi, che fino ad allora non erano riusciti a controllare completamente lorganizzazione.

Nessuna delle basi militari americane per le quali vengono spesi molti più miliardi può vantare un record così stellare.

Alcuni potrebbero ribattere col sostenere che se ciò fosse vero allora perché gli Stati Uniti avrebbero dovuto intervenire direttamente in Kuwait e Iraq?

In quei casi fu necessario lintervento diretto degli Stati Uniti non potendo essi fare affidamento su Israele per delicatezza, in quanto includerlo in una tale coalizione avrebbe messo in imbarazzo gli alleati arabi. Sebbene ciò possa aver mostrato un’inutilità di Israele come alleato strategico, gli Stati Uniti non potevano fare affidamento su nessuna delle sue basi militari per sferrare le invasioni e hanno dovuto inviare il proprio esercito per completare il lavoro.

Le basi americane nel Golfo hanno fornito un supporto essenziale, ma lo stesso ha fatto Israele.

È vero che l’operazione Alluvione al-Aqsa ha completamente ribaltato l’importanza militare strategica di Israele per gli Stati Uniti.

La sconfitta militare di Israele contro la resistenza palestinese continua a richiedere l’aiuto militare americano e britannico. Le sue richieste di sostegno occidentale sono iniziate già l8 ottobre al fine di puntellare la sua potenza militare, con ulteriori richieste di rinforzi in aprile.

Gli Stati Uniti, il Regno Unito e le basi statunitensi in Giordania hanno svolto la maggior parte del lavoro nella difesa di Israele dalle ritorsioni missilistiche iraniane in seguito al bombardamento israeliano del consolato iraniano a Damasco.

Tuttavia per gli Stati Uniti le evidenti debolezze di Israele non hanno alterato il ruolo che svolge nella regione. Ciò include la distruzione di ogni resistenza agli interessi statunitensi e di tutto ciò che potrebbe indebolire la sua strategia, compresa la posizione di Israele nel contesto.

Affermazioni esagerate

Essendo la forza più importante della lobby israeliana l’Aipac è davvero potente nella misura in cui incoraggia politiche che si accordino con gli interessi degli Stati Uniti e siano in sintonia con l’ideologia imperiale dominante degli Stati Uniti.

Gli ultimi nove mesi hanno ampiamente chiarito che il potere della lobby israeliana, sia a Washington che nei campus universitari, non si basa esclusivamente sulle sue capacità organizzative o sullomogeneità ideologica.

Affermazioni esagerate da parte della lobby – e dei suoi nemici – riguardo al suo reale potere agiscono non poco su inclinazioni antisemite proprie di leader del Congresso, decisori politici e amministratori universitari consolidando le loro convinzioni, con il risultato che essi si adeguano alla linea.

In un contesto del genere, non importa se la lobby abbia un potere reale o immaginario.

Finché leader di governo e, più in particolare, amministratori universitari crederanno che sia così sulla base dei loro pregiudizi antisemiti o di valutazioni oggettive, essa rimarrà efficace e potente.

Qualcuno potrebbe quindi chiedersi: senza tale influenza da parte di una potente lobby israeliana, cosa sarebbe cambiato nella politica statunitense in Medio Oriente?

La risposta, in breve, sta nei dettagli e nellintensità, ma non nella direzione, nel contenuto o nellimpatto di tali politiche.

Quindi la lobby israeliana è così tanto potente negli Stati Uniti?

Avendo affrontato tutto il peso del suo potere negli ultimi due decenni attraverso la sua enorme influenza sulla mia università e le intense campagne di pressione per farmi licenziare rispondo con un sì deciso.

È la lobby la principale responsabile delle politiche statunitensi nei confronti dei palestinesi e del mondo arabo? Assolutamente no.

Il mondo arabo, e soprattutto i palestinesi, si oppongono agli Stati Uniti a causa della loro storia di continue politiche ostili agli interessi della maggior parte delle persone in quei Paesi.

Il suo unico obiettivo è stato quello di salvaguardare i propri interessi e quelli della minoranza dei regimi che nella regione servono tali interessi, compreso Israele.

È solo con la fine di politiche dannose da parte degli Stati Uniti, e non della lobby che le sostiene, che il genocidio israeliano in corso contro i palestinesi potrebbe cessare.

Il governo degli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali sono quelli che hanno la piena responsabilità di favorire, incoraggiare e difendere il diritto di Israele a commettere un genocidio contro i palestinesi.

Gli sforzi della lobby israeliana per far sì che gli Stati Uniti sostengano Israele ancor più di quanto non facciano sono un atto di complicità nel genocidio in corso, ma certamente non sono la causa principale di questo mostruoso crimine.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Macron si è scontrato con Netanyahu riguardo all’‘inaccettabile’ interferenza nelle elezioni francesi

Redazione di Middle East Eye

10 luglio 2024 – Middle East Eye

Il presidente francese si è infuriato quando un ministro israeliano ha pubblicamente e ripetutamente lodato la leader dell’estrema destra Marine Le Pen.

Secondo un nuovo rapporto, il presidente francese Emmanuel Macron durante una telefonata si è lamentato con il primo ministro Benjamin Netanyahu riguardo all’“inaccettabile” interferenza nelle elezioni francesi.

Axios ha riferito che Macron era infuriato a causa del ripetuto apprezzamento pubblico per la candidata dell’estrema destra Marine Le Pen da parte dal ministro israeliano per la Diaspora Amichai Chikli [del Likud, partito di destra di Netanyahu, ndt.].

Chikli, che è anche responsabile per la lotta contro l’antisemitismo in Europa e nel resto della diaspora, ha ripetutamente lodato Le Pen e il suo Rassemblement National, nonostante il suo tradizionale antisemitismo.

In un’intervista rilasciata all’inizio di questo mese Chikli ha affermato che Le Pen sarebbe “eccellente per Israele” ed è stato anche fotografato con la leader dell’estrema destra. Chikli ha dichiarato che Netanyahu era “della stessa idea” riguardo a Le Pen.

Due fonti a conoscenza della telefonata hanno riferito ad Axios che durante la telefonata della scorsa settimana Macron ha detto a Netanyahu: “Questo è inaccettabile”, riferendosi ai commenti del ministro.

Domenica scorsa una difficile alleanza tra i partiti di sinistra e centristi francesi ha impedito la vittoria del partito di estrema destra di Marine Le Pen nelle elezioni parlamentari.

Nel primo turno delle elezioni una settimana fa il Rassemblement National è risultato il primo partito e puntava ad assicurarsi la maggioranza dei seggi nel parlamento francese. Tuttavia dopo un voto tattico nel secondo turno ha vinto il Nuovo Fronte Popolare di sinistra, spingendo il Rassemblement National al terzo posto, dopo i sostenitori di Macron.

Si dice che Netanyahu abbia garantito a Macron di aver detto ai suoi ministri di non commentare le elezioni parlamentari francesi, ma Chikli ha continuato ad esprimere supporto per il Rassemblement National.

Le Pen e il Rassemblement National hanno preso una posizione decisamente filo-israeliana riguardo agli affari esteri e negli ultimi anni sono stati accusati di aver preso una direzione islamofoba.

L’ex leader del partito e padre di Marine Le Pen, Jean-Marie Le Pen, è stato ripetutamente accusato di antisemitismo e si è riferito in modo tristemente noto alle camere a gas naziste come a “un dettaglio della storia”.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Perché bisogna leggere Lobbing for Zionism on Both Sides of the Atlantic (Lobbing a favore del sionismo su entrambe le sponde dell’Atlantico), il nuovo libro di Ilan Pappe sulla lobby israeliana

Peter Oborne

24 giugno 2024, MiddleEastEye

Nessuno è più qualificato a sfidare l’ortodossia ufficiale che soffoca qualsiasi discussione sull’argomento

Non è stata ancora pubblicata una recensione del nuovo, eccellente e appassionato libro del professor Ilan Pappe sulla lobby sionista. Questo silenzio non è una sorpresa. Anche un breve cenno sulla lobby rischia di scatenare accuse di antisemitismo e può distruggere una carriera.

Il mese scorso Faiza Shaheen è stata scaricata senza una parola come candidata laburista per i seggi londinesi di Chingford e Woodford Green. “Qualcuno si è lamentato per il suo like ad un tweet che si riferiva alla ‘lobby israeliana’ – ampiamente considerato uno stereotipo antisemita”, ha riferito Rachel Cunliffe, redattrice politica associata del New Statesman [rivista politica e culturale progressista britannica, ndt.]

In un’ormai famigerata apparizione a Newsnight [programma della BBC di notizie nazionali e internazionali, ndt.] in seguito alla sua defenestrazione, Shaheen in lacrime si è scusata per aver messo un like al tweet e ha ammesso che si trattasse di uno stereotipo.

Non aveva altra scelta. La Commissione per l’Uguaglianza e i Diritti Umani (EHRC) [ente pubblico britannico responsabile dell’applicazione delle leggi sull’uguaglianza e sulla non discriminazione, ndt.], l’ente regolatore statutario, concorda. Nel 2020 ha citato l’affermazione secondo cui dietro le denunce di antisemitismo ci fosse la “lobby israeliana” come prova di illegale persecuzione antisemita.

Pappe è entrato in un territorio pericoloso. Pochi sono più qualificati di lui a sfidare l’ortodossia ufficiale secondo cui è vietato discutere della lobby israeliana. Nessuno è più agguerrito nella battaglia.

Forse il più eminente dei “nuovi storici” che hanno raccontato la storia della fondazione di Israele, Pappe è stato denunciato alla Knesset dopo la pubblicazione nel 2006 del suo controverso libro La pulizia etnica della Palestina [ed. ital. Fazi 2008]. Il ministro israeliano dell’Istruzione ha invitato l’Università di Haifa a licenziarlo, e uno dei più diffusi giornali israeliani lo ha raffigurato al centro di un bersaglio accanto a cui un editorialista aveva scritto: “Non sto dicendo di uccidere questa persona, ma non mi sorprenderei se qualcuno lo facesse”.

Dopo una serie di minacce di morte, Pappe lasciò Israele e fu fortunato a trovare rifugio all’Università di Exeter. 

Colpire politici e giornalisti

Il famoso editore francese Fayard ha recentemente interrotto la distribuzione di La pulizia etnica della Palestina. Al suo arrivo negli Stati Uniti il mese scorso Pappe, che resta cittadino israeliano, è stato interrogato per due ore dagli agenti federali. Alla fine è stato fatto entrare, ma solo dopo che il contenuto del suo telefono era stato copiato. Questo genere di molestia, ha notato in seguito Pappe, non è nulla in confronto a ciò che i palestinesi affrontano quotidianamente.

Ha scritto un libro che deve essere letto e riletto da chiunque voglia comprendere il contesto internazionale della guerra a Gaza. Il libro descrive come la lobby israeliana abbia preso di mira sia politici che giornalisti.

Due politici britannici hanno perso il posto agli uffici esteri a causa delle pressioni della lobby per le loro simpatie filo-palestinesi: Alan Duncan nel 2016 e Christopher Mayhew nel 1964. Anche George Brown, ex ministro degli Esteri laburista, fu preso di mira negli anni ’60.

La lobby ha perseguitato giornalisti come Jeremy Bowen, costretto a sopportare una lunga indagine della BBC; l’ex corrispondente del Guardian da Gerusalemme Suzanne Goldenberg; l’ex redattore del Guardian Alan Rusbridger e il giornalista televisivo Jonathan Dimbleby. Il governo israeliano si è ripetutamente lamentato con la BBC che la corrispondente estera Orla Guerin fosse “antisemita” e mostrasse di “identificarsi totalmente con gli obiettivi e i metodi dei gruppi terroristici palestinesi”, addirittura collegando i suoi servizi dal Medio Oriente all’aumento dell’antisemitismo in Gran Bretagna – accuse tanto grottesche quanto false.

Altri nomi sono presenti in questa lunga lista.

Negli Stati Uniti è William Fulbright, il più longevo presidente della Commissione per le Relazioni Estere del Senato, il primo e più sconvolgente esempio. La tremenda storia della sua rovina nel 1974 è ben raccontata nel libro: “I soldi della lobby israeliana furono versati nelle casse elettorali del suo rivale, il governatore dell’Arkansas Dale Bumpers… Fino ad oggi la strada verso il Campidoglio è disseminata di candidati, appartenenti all’élite della politica americana, le cui carriere sono state analogamente stroncate”, scrive Pappe.

Il crimine di Fulbright è stato quello di sostenere che “invece di riarmare Israele, potremmo avere subito la pace in Medio Oriente se solo dicessimo a Tel Aviv di ritirarsi dietro i confini del 1967 e garantirli”.

“Niente li può toccare”

Questo spietato trattamento contro singole persone distingue la lobby filo-israeliana da altre lobby sia straniere che corporative. Michael Mates, ex membro del Comitato parlamentare per l’Intelligence e la Sicurezza, una volta mi disse (in una citazione ripresa nel libro di Pappe) che “nel nostro corpo politico la lobby filo-israeliana è la lobby politica più potente. Non c’è niente che li possa toccare”.

Pappe va molto indietro nella storia per tratteggiare le origini della mobilitazione per il ritorno del popolo ebraico in Palestina. La storia inizia due secoli fa con i cristiani evangelici, il che potrebbe spiegare l’utilizzo da parte di Pappe del termine “lobby sionista” piuttosto che del termine standard “lobby filo-israeliana”.

Tanto nel lontano passato come oggi questo tipo di sostegno a Israele è mosso dall’antisemitismo. Nel 1840 lo studioso delle religioni George Bush, un diretto antenato dei due presidenti degli Stati Uniti, invocò la rinascita di uno stato ebraico in Palestina, esprimendo la speranza che al popolo ebraico sarebbero stati offerti “gli stessi incentivi e attrattive per trasferirsi in Siria che ora li incoraggiano a emigrare in questo paese”.

Quei primi sostenitori cristiani di una Palestina ebraica, come i successivi sionisti cristiani, erano ignari della presenza palestinese in quella che vedevano come la Terra Santa. Per loro la Palestina era la stessa dei tempi di Gesù. Nelle parole di Pappe, ” fu in seguito immaginata come parte organica dell’Europa medievale, con la gente vestita di abiti medievali che vagava per una campagna europea”.

In Gran Bretagna Edwin Montagu, uno dei primi ebrei praticanti a partecipare ad un gabinetto britannico, descrisse il sionismo come un “credo politico problematico” – una frase che lo farebbe espellere dal partito laburista di Keir Starmer e mettere alla gogna dai media.

Montagu considerava antisemita la Dichiarazione Balfour e avvertiva che “quando agli ebrei verrà detto che la Palestina è la loro patria ogni paese cercherà immediatamente di sbarazzarsi dei suoi cittadini ebrei e in Palestina ci sarà una popolazione che caccerà i suoi attuali abitanti”.

Salvaguardare la legittimità di Israele

Dopo la fondazione di Israele, il compito principale della lobby è diventato quello di salvaguardare la legittimità dello Stato israeliano. Pappe dimostra che il partito laburista ne è stato un sostenitore più forte e affidabile rispetto ai conservatori, e mette in rilievo il ruolo di Poale Zion [movimento di lavoratori ebrei marxisti-sionisti fondato in varie città della Polonia, dell’Europa e dell’Impero russo all’inizio del XX secolo, ndt.], antecedente all’odierno Movimento Operaio Ebraico [importante parte del Partito Laburista, ndt.], che originariamente cercò di conciliare marxismo e sionismo e convinse i sindacati e i laburisti che Israele era un progetto socialista.

Pappe scrive che Poale Zion divenne “parte di una lobby intesa ad frenare qualsiasi potenziale orientamento anti-israeliano nel Partito laburista in Gran Bretagna e a rafforzare il rapporto tra il Partito laburista e i suoi elettori ebrei filo-israeliani”.

Secondo Pappe l’ex primo ministro Harold Wilson, che guidò il partito laburista dal 1963 al 1976, era “filo-israeliano fino al midollo”. Pappe ipotizza che l’ammirazione di Wilson per Israele, come quella di David Lloyd George nella generazione precedente, fosse il prodotto di un’educazione protestante dissidente. Il politico Roy Jenkins (1920-2003) disse che il libro di Wilson The Chariot of Israel era “uno dei trattati più profondamente sionisti mai scritti da un non ebreo”.

Alec Douglas-Home (1903-1995), ministro degli Esteri nel governo di Edward Heath succeduto all’amministrazione Wilson dopo le elezioni generali del 1970, era più amichevole con i palestinesi. Vecchio aristocratico di Eton, Douglas-Home è oggi liquidato come un inetto vecchio bacucco, un’aberrazione nella Gran Bretagna del dopoguerra.

Oggi le sue opinioni susciterebbero un cenno di approvazione da parte della Palestine Solidarity Campaign [organizzazione di attivisti dal 2004, “la più grande organizzazione europea per i diritti dei palestinesi” (Guardian), ndt.]. Secondo Pappe “fu l’unico ministro degli Esteri britannico a discutere apertamente del diritto al ritorno dei profughi palestinesi espulsi da Israele nel 1948” e, cosa ancora più notevole, “l’unico ministro degli Esteri britannico a sfidare la disonesta mediazione degli americani”.

Subito dopo la guerra del 1967, Douglas-Home insistette, con il sostegno di Heath, che la Gran Bretagna non poteva più ignorare le “aspirazioni politiche degli arabi palestinesi”. Al governo, fece infuriare Israele consentendo all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di aprire un ufficio a Londra.

Pappe afferma che Douglas-Home è stato l’unico politico britannico di alto livello, con l’importante eccezione dell’alcolista George Brown, a interpretare la risoluzione 242 delle Nazioni Unite come richiesta di ritiro incondizionato di Israele entro i confini del 5 giugno 1967. Durante la guerra del 1973, il governo Heath si rifiutò di consegnare armi a Israele – anche se, come nota Pappe, ciò era dovuto principalmente al timore di un embargo petrolifero arabo.

Gli anni di Corbyn

La prospettiva storica di Pappe mette la leadership di Jeremy Corbyn nel Partito Laburista sotto una nuova luce. “Le opinioni di Corbyn sulla Palestina erano praticamente identiche a quelle espresse dalla maggior parte dei diplomatici e politici britannici di alto livello sin dal 1967; come loro sosteneva la soluzione dei due Stati e riconosceva l’Autorità Palestinese”, scrive Pappe. In questo era più tradizionalista della Campagna di Solidarietà con la Palestina, che sosteneva la soluzione di uno Stato unico.

Alla luce di ciò Pappe ragionevolmente si chiede: “Perché la lobby lo ha visto come una minaccia”? E risponde: “Sospettavano, giustamente, che credesse sinceramente in una giusta soluzione a due Stati e che non avrebbe accettato le scuse di Israele per ostacolarla”.

In un passaggio che fa riflettere aggiunge: “Christopher Mayhew, George Brown e Jeremy Corbyn avevano molto in comune. Erano in posizioni di potere che potevano influenzare la politica britannica nei confronti di Israele. Erano tutti totalmente fedeli alla politica ufficiale britannica di sostegno dei due Stati come soluzione del ‘conflitto’. Nessuno di loro negava il diritto di Israele all’esistenza, nessuno di loro ha fatto alcuna osservazione antisemita in tutta la vita e non erano antisemiti in nessun senso della parola”.

Pappe ha parole dure anche nei confronti dell’inchiesta dell’EHRC sull’antisemitismo laburista. “In un mondo più ragionevole, o forse tra molti anni”, scrive, “se alla gente fosse chiesto che cosa un’importante istituzione per i diritti umani indagherebbe in relazione a Israele e Palestina, risponderebbe la violazione dei diritti umani dei palestinesi … [in questo rapporto] non vi era alcuna discussione seria su ciò che costituisce antisemitismo, né veniva fatto alcun tentativo di distinguere tra antisemitismo e antisionismo e critica a Israele”.

In una breve conclusione scritta dopo gli orrori del 7 ottobre Pappe scrive: “Molte persone nel XXI secolo non possono continuare ad accettare un progetto di colonizzazione che richiede un’occupazione militare e delle leggi discriminatorie per sostenersi. C’è un limite in cui la lobby non può più sostenere questa realtà brutale e continuare a essere vista come un’entità morale agli occhi del resto del mondo. Credo e spero che questo limite verrà raggiunto nel corso della nostra vita”.

Questo tempestivo libro di uno dei migliori storici dell’Israele contemporaneo merita di diventare oggetto di un urgente dibattito contemporaneo. Finora è stato ignorato in un ambiente politico e mediatico che, come illustra il recente caso di Faiza Shaheen, ha imposto un sistema di omertà intorno a qualsiasi discussione sulla lobby israeliana.

Lobbing for Zionism on Both Sides of the Atlantic è pubblicato da Oneworld.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Peter Oborne ha vinto il premio per il miglior commento/blog sia nel 2022 che nel 2017 ed è stato nominato Freelance dell’anno nel 2016 ai Drum Online Media Awards per gli articoli che ha scritto per Middle East Eye. È stato anche nominato editorialista dell’anno dei British Press Awards nel 2013. Si è dimesso da capo editorialista politico del Daily Telegraph nel 2015. Il suo ultimo libro è The Fate of Abraham: Why the West is Wrong about Islam, pubblicato a maggio da Simon & Schuster. Fra i suoi libri precedenti The Triumph of the Political Class, The Rise of Political Lying, Why the West is Wrong about Nuclear Iran e The Assault on Truth: Boris Johnson, Donald Trump and the Emergence of a New Moral Barbarism.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Guerra a Gaza: come Hamas ha attirato Israele in una trappola letale

David Hearst

4 luglio 2024 – Middle East Eye

La strategia di Hamas si è rivelata più efficace di quanto ritenuto possibile nove mesi fa. Israele ora ha tra le mani una vera guerra, e su tutti i fronti. Non può essere fermata facilmente.

Una delle domande principali sugli attacchi di Hamas del 7 ottobre rimane ancora senza risposta.

Cosa pensava Hamas che sarebbe successo con un attacco di tale portata a Israele?

Inizialmente ho dato credito alla teoria del caos. È andata così. Unoperazione limitata per colpire obiettivi militari israeliani e prendere degli ostaggi preziosi è andata fuori controllo grazie al cedimento inaspettato della Brigata Israeliana di Gaza. Hamas si aspettava che parte prevalente dei 1.400 combattenti inviati quel giorno oltre la recinzione sarebbe stata uccisa. La maggior parte di loro è tornata viva.

Quando Hamas e altri gruppi armati hanno esaurito gli obiettivi prestabiliti si sono sparpagliati e si sono imbattuti in un festival musicale di cui non sapevano l’esistenza. La susseguente carneficina è diventata, con le parole di un diplomatico del Golfo: “la madre di tutti gli errori di calcolo”.

Man mano che questa guerra va avanti, un mese dopo l’altro, sono sempre meno sicuro che questa teoria sia corretta.

In effetti, ha guadagnato terreno subito dopo lattacco di Hamas, poiché gli alleati di Hamas non sono riusciti a seguirne lesempio.

Il giorno in cui le sue forze hanno colpito, il comandante militare di Hamas, Mohamed Deif, ha invitato gli alleati dell'”asse della resistenza” a unirsi alla lotta: “Nostri fratelli nella resistenza islamica in Libano, Iran, Yemen, Iraq e Siria! Questo è il giorno in cui la vostra resistenza si unirà a quella del vostro popolo in Palestina”, ha detto in un messaggio audio preparato qualche tempo prima.

Ma Hezbollah, per esempio, era tuttaltro che entusiasta della prospettiva di partecipare ad una guerra che non rientrava nei suoi programmi o nelle sue scelte. Come la Brigata israeliana di Gaza, Hezbollah è stato colto di sorpresa.

I suoi combattenti non erano in allerta nemmeno nei villaggi vicino al confine con Israele: “Ci siamo svegliati con una guerra”, ha detto un comandante. Chiaramente, una risposta misurata da parte di Hezbollah non rientrava nel copione di Hamas.

Sono passate due settimane prima che Khaled Meshaal, a capo dellufficio di Hamas nella diaspora, ringraziasse Hezbollah per la sua risposta fino a quel momento, ma aggiungendo esplicitamente che la battaglia richiede di più”.

Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, ha mantenuto il silenzio per altre tre lunghe settimane prima di dichiarare che l’operazione di Hamas era “palestinese al 100% sia in termini di decisione che di esecuzione”, aggiungendo: “Questa operazione non ha un minimo legame con alcuna decisione o mossa che venga adottata da qualsiasi altra fazione all’interno dell’asse della resistenza”.

È stato ben chiaro lAyatollah Ali Khamenei nel dire a Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, che lIran non sarebbe intervenuto direttamente anche se avrebbe continuato a fornire all’organizzazione il suo sostegno politico e morale.

Ci si trovava ormai a metà novembre e la strategia di Hamas di dare inizio a quella che avrebbe chiaramente voluto che fosse una guerra regionale sembrava essere fallita.

La diga è crollata

Confrontiamo la situazione di novembre con le parole e le azioni attuali di Hezbollah e dellIran.

Quando Israele ha colpito preventivamente sempre più obiettivi di Hezbollah, la fazione libanese ha risposto a tono. Il movimento Ansarallah dello Yemen (gli Houthi) è entrato nella mischia a novembre con attacchi alle navi nel Mar Rosso.

Il momento della svolta è sopraggiunto ad aprile quando Israele ha colpito un complesso dell’ambasciata iraniana a Damasco uccidendo il generale di brigata Mohammad Reza Zahedi, l’ufficiale responsabile delle operazioni all’estero della forza Quds [componente del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, ndt.] e altre 15 persone, tra cui altri sette ufficiali del corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC).

LIran ha lanciato una risposta massiccia: 170 droni, 30 missili da crociera e ben 120 missili balistici pesanti direttamente contro obiettivi israeliani, molti dei quali hanno colpito basi militari.

Il Rubicone era stato oltrepassato e il terreno per una guerra regionale chiaramente preparato. Da quel momento in poi la questione è quando, non se.

Martedì il capo della Forza aerospaziale dellIRGC, il generale di brigata Amir Ali Hajizadeh, ha affermato che lIran non vedeva lora di avere unaltra analoga opportunità da sfruttare.

Oggi Hezbollah è sullorlo della guerra, con Nasrallah che avverte Israele che centinaia di migliaia di altri combattenti sarebbero disposti ad arruolarsi un aiuto di cui Hezbollah non ha per il momento bisogno. Ha addirittura minacciato di attaccare Cipro se avesse consentito agli aerei da guerra israeliani di utilizzare le sue basi.

Si è scoperto che Hamas dopo il 7 ottobre non ha dovuto far altro che aspettare, continuare a combattere e lasciare che la naturale aggressività e larroganza di Israele nei confronti dei suoi vicini lavorassero a suo favore.

La sua strategia sta funzionando. Ma questa strategia è stata messa insieme allindomani di un raid fallito, come tutti avevano pensato il 7 ottobre?

Apparentemente no. Ripercorriamo i discorsi di Yehya Sinwar, il leader di Hamas a Gaza.

Predire il futuro

Nel dicembre 2022, in occasione dell’anniversario della fondazione del gruppo islamista, Sinwar dichiarò: “Accrescere la resistenza in tutte le sue forme e far sì che l’ [autorità] occupante sconti le conseguenze dell’occupazione e dell’insediamento coloniale è l’unico mezzo per salvare il nostro popolo e realizzare i suoi obiettivi di liberazione e ritorno.

Chi non prende l’iniziativa oggi se ne pentirà domani. Il merito va a chi si fa avanti per primo e si dimostra sincero. Non permettete a nessuno di riportarvi indietro alle controversie, mitragliamenti e combattimenti interni. Non non abbiamo tempo per questo mentre la minaccia del fascismo incombe sulle nostre teste.”

Mesi dopo Sinwar tenne un discorso in cui predisse accuratamente il futuro.

“Fra alcuni mesi, e secondo le mie stime non passerà un anno, porremo [l’autorità] di occupazione davanti a due scelte: o la costringeremo ad attuare il diritto internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, [cioè] a ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare gli insediamenti coloniali, liberare i prigionieri e [consentire] il ritorno dei profughi

oppure metteremo questa occupazione in contraddizione con l’intera volontà internazionale, creando così nei suoi confronti un forte e vasto isolamento, e porremo fine al suo processo di assimilazione nella regione e nel mondo intero, [ribaltando] la situazione di forte indebolimento che ha caratterizzato la resistenza negli ultimi anni in tutti i fronti [della ribellione].”

Questo è esattamente quello che è successo. Israele è isolato a livello internazionale come mai prima dora. È sul banco degli imputati di due dei più alti tribunali internazionali e i suoi principali sostenitori, Stati Uniti e Regno Unito, stanno combattendo un’azione di retroguardia cercando di fermare il crescente numero di sanzioni internazionali.

Quando è emerso come leader politico a Gaza Sinwar aveva allinterno di Hamas degli oppositori. Il suo tentativo di riconciliazione con il suo ex compagno di scuola e di prigione, il leader di Fatah Mohammed Dahlan, è stato un fiasco totale.

Forti preoccupazioni sono state espresse anche riguardo al riavvicinamento di Hamas alla Siria dopo le aspre spaccature create dalla guerra civile. La fazione di Hamas strettamente alleata con la Turchia non ha gradito per niente il riavvicinamento con la Siria e lIran e non ha esitato a dirlo.

Ora si scopre che questo riavvicinamento era una componente vitale della strategia di Sinwar per attaccare Israele e iniziare una lunga guerra.

Ancora fratelli

Il riavvicinamento tra ex acerrimi nemici nella guerra civile siriana va ben oltre la disponibilità di Hezbollah a consentire ad Hamas di lanciare attacchi contro Israele nella sua area operativa nel sud del Libano, lungo il confine con Israele.

Al-Fajr è il braccio armato di Al-Jama’a al-Islamiya (JAI), i Fratelli Musulmani in Libano. Da molto tempo le sue forze sono numericamente insignificanti.

Oggi si ritiene che ammontino a soli circa 500 combattenti, ma la loro importanza va oltre il loro numero ed è cresciuta man mano che Israele ha moltiplicato i suoi attacchi contro gli alti comandanti di Hezbollah in seguito agli assalti del 7 ottobre.

La dichiarazione di cordoglio della JAI, rilasciata dopo che l’alto comandante di Hamas Saleh al-Arouri è stato ucciso in un attacco israeliano a gennaio, affermava che “il sangue libanese e palestinese si sono mescolati per completare insieme il processo di liberazione”.

Quando a giugno un comandante di alto profilo di Hezbollah, Talib Sami Abdallah, è stato ucciso in un attacco israeliano a Jwaya, una città nel sud del Libano, Nasrallah ha sottolineato nel suo tributo come questo combattente veterano fosse andato in aiuto dei musulmani sunniti in Bosnia.

“A proposito, poiché si parla di [divisioni] tra sciiti e sunniti, loro [i bosniaci] non sono sciiti, non risulta che ci fossero sciiti in Bosnia quando questo caro gruppo di fratelli lasciò la nostra organizzazione e i dirigenti e rimase lì per anni al freddo e alla neve lontano da casa”, ha detto Nasrallah.

Ci sono stati anche incontri di alto profilo, inimmaginabili solo pochi anni fa, tra ex nemici nella guerra civile siriana. Nasrallah ha incontrato il capo della JAI, Sheikh Mohammed Taqoush. Al Mayadeen, l’organo di informazione pro-Hezbollah, ha commentato: “È interessante rilevare che dall’8 ottobre 2023 diversi combattenti delle forze al-Fajr, l’ala militare del Gruppo islamico in Libano, sono stati martirizzati per la loro partecipazione ad operazioni contro obiettivi militari israeliani lungo il confine con la Palestina occupata.”

Il nuovo patto tra Hezbollah e i Fratelli Musulmani in Libano ha avuto conseguenze interne per la comunità sunnita, rimasta senza leader da quando lex primo ministro Saad Hariri ha lasciato la scena nel 2019.

La settimana scorsa, quando la Lega Araba ha rimosso Hezbollah dalla lista delle organizzazioni terroristiche, l’ex primo ministro libanese Fouad Siniora, un sunnita della leadership tradizionale, si è irritato. “È necessario smettere di fare regali gratuiti a Hezbollah”, ha detto ad Al Arabiya.

Un importante cambiamento regionale

La parziale ricomposizione della spaccatura settaria tra sciiti e sunniti sebbene non accolta da un segmento della popolazione sunnita che non perdonerà quanto accaduto in Siria rappresenta un importante cambiamento nel panorama regionale.

Israele ha sempre prosperato grazie ad una politica del divide et impera. Sapeva che se le forze sunnite e sciite fossero confluite, la capacità di manovra di Israele sarebbe stata limitata.

E’ ciò che sta accadendo ora con conseguenze concrete. Le operazioni militari in Cisgiordania sono passate in gran parte inosservate, ma Israele sta ora utilizzando aerei F16 per bombardare i campi profughi palestinesi. Lultima volta che lo ha fatto è stato durante la Seconda Intifada [dal 2000 al 2005, ndt.].

In risposta, i combattenti della resistenza hanno migliorato qualitativamente il loro livello operativo. Ora stanno attirando le truppe israeliane in trappole sofisticate e letali. Sono comparse lungo le strade bombe ad alta tecnologia, proprio come è successo contro gli americani in Iraq.

Un soldato israeliano è stato ucciso e altri gravemente feriti quando un veicolo blindato pesante è stato fatto saltare in aria da una bomba lungo una strada a Tulkarem.

L’attacco è stato filmato dalle Brigate Al Quds, che ne hanno rivendicato la paternità. Giorni prima a Jenin un soldato era stato ucciso e altri 16 feriti da esplosivi interrati in profondità sotto una strada.

Il bilancio delle vittime israeliane in Cisgiordania è aumentato in modo significativo. Secondo il ministero della Sanità palestinese dal 7 ottobre in Cisgiordania sono stati uccisi 540 palestinesi. Nello stesso periodo sono morti 25 israeliani, la maggior parte dei quali militari.

LAutorità Nazionale Palestinese ha apertamente avvertito Israele che la portata del contrabbando di armi e componenti sofisticati dalla Giordania alla Cisgiordania sta aumentando a un ritmo tale che i militanti riusciranno a costruire e lanciare razzi contro Israele entro un anno.

Una strategia messa in atto

Anche se Sinwar dovesse morire domani il leader di Hamas considererebbe realizzato il compito della sua vita.

Tutto è pronto per uninvasione israeliana del Libano e con essa una guerra regionale la cui fine potrebbe richiedere decenni.

Secondo 12 ex funzionari dell’amministrazione che si sono dimessi a causa della politica del presidente Biden la strategia americana di sostenere Israele fino in fondo dopo l’attacco di Hamas, e poi di tentare di trattenerlo in un “abbraccio dell’orso”, ha reso ogni militare americano che lavora nella regione un chiaro bersaglio.

Gli esperti di Medio Oriente del Dipartimento di Stato sono in aperta ribellione e questa settimana è comparsa una seconda lettera che mette in guardia sulla follia dell’operato di Joe Biden.

“La copertura diplomatica americana e il continuo flusso di armi verso Israele hanno assicurato la nostra innegabile complicità nelle uccisioni e nella carestia forzata della popolazione palestinese assediata a Gaza”, affermano gli ex funzionari nella dichiarazione.

Lopinione pubblica araba è in stragrande maggioranza antiamericana. L’ininterrotta operazione di Israele a Gaza ha causato così tanta rabbia e umiliazione nel mondo arabo che sta seppellendo le profonde spaccature tra le forze politiche nazionaliste e islamiste emerse dopo la Primavera Araba più di 13 anni fa.

Questo è un risultato.

Un sondaggio dopo laltro fa eco a questa tendenza. Nel novembre dello scorso anno il Washington Institute for Near Eastern Policy [Istituto di Washington per la Politica in Medio Oriente] ha rilevato che una media del 40% degli intervistati in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Palestina e Siria ha affermato che le azioni dellIran stavano avendo un impatto positivo sulla guerra.

L’Arab Barometer [rete di ricerca imparziale sugli atteggiamenti e sui valori sociali, politici ed economici dei cittadini del mondo arabo, ndt.] ha rilevato che il leader supremo dellIran ha superato lindice di gradimento del principe ereditario saudita o del presidente degli Emirati.

La stessa cosa è accaduta dopo linvasione israeliana del Libano nel 2006, ma la differenza oggi consiste nel grande rafforzamento degli armamenti in mano alla resistenza e nell’indebolimento militare degli stati arabi.

Il vero paradosso è che Israele sia caduto volontariamente in una trappola creata da Hamas.

Se Israele avesse ceduto alle pressioni di Biden e dell’ONU per porre fine alla guerra a Gaza senza smantellare Hamas avrebbe subito una sconfitta tattica che avrebbe fatto a pezzi la coalizione di destra.

Ma se, come in base alle aspettative di Hamas, continuasse la guerra a Gaza indipendentemente dal costo umano, ciò provocherebbe una guerra regionale che gli Stati Uniti non sarebbero in grado di contenere o fermare.

Questa è la strada che Israele ha ora intrapreso. Anche se si raggiungesse un accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, è ormai pienamente inteso che per Israele si tratterebbe di una tregua temporanea, unopportunità per i riservisti dellesercito di riprendersi prima dellinevitabile attacco al Libano.

Avigdor Lieberman, oppositore del primo ministro Benjamin Netanyahu e implacabile nemico dei suoi alleati religiosi sionisti di estrema destra, ha affermato che Hezbollah e Hamas possono essere sconfitti solo se lo sarà anche lIran.

Ha scritto su X: In questo confronto tra Israele e lAsse del Male, dobbiamo vincere, e senza sconfiggere lIran ed eliminare il suo programma nucleare né Hezbollah né Hamas potranno essere sconfitti.

Per fermare il programma nucleare iraniano, che è già nella fase della realizzazione degli armamenti, dobbiamo utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione. Dovrebbe essere chiaro che in questa fase non è possibile impedire [l’uso] di armi nucleari da parte dellIran con mezzi convenzionali”.

Negli ultimi nove mesi i palestinesi di Gaza hanno patito grandi sofferenze. La fame è una morte ancora più crudele dei bombardamenti a tappeto indiscriminati. Il costo di questa strategia è elevato.

Ma sotto unoccupazione sempre più brutale il cui unico scopo è costringere il maggior numero possibile di palestinesi ad andarsene la resistenza armata sotto una leadership militante che rifiuta di arrendersi o di scappare in esilio è diventata la scelta collettiva dei palestinesi ovunque vivano.

Si tratta di un cambiamento marcato nel disegno che Israele ha fatto nel corso dei decenni per sottomettere sia la popolazione palestinese che la regione su cui si è imposto.

Ma, qualunque cosa accada adesso, la strategia di Hamas è stata più efficace di quanto ritenuto possibile nove mesi fa. Israele ha ora tra le mani una vera guerra, e su tutti i fronti. Inoltre, è una guerra che non sarà facilmente fermata.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

David Hearst è cofondatore e redattore capo di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. E’ stato capo redattore per l’estero del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il più grande fondo pensioni della Norvegia vende il suo pacchetto di azioni Caterpillar a causa dell’espansione coloniale israeliana

Redazione di MEE

26 giugno 2024 – Middle East Eye

l maggior fondo pensioni della Norvegia ha revocato la propria partecipazione in Caterpillar Inc. a causa del suo coinvolgimento nelle violazioni dei diritti nei territori occupati palestinesi.

La KLP con sede a Oslo all’inizio di questo mese ha venduto le proprie azioni e obbligazioni della società per un valore di 728 milioni di corone norvegesi (69 milioni di dollari).

Kiran Aziz, capo del settore investimenti responsabili dell’azienda, ha detto che le attrezzature della società con sede in Texas vengono usate “per demolire case ed infrastrutture palestinesi per sgombrare il terreno alle colonie israeliane” ed ha anche fatto riferimento all’uso dell’equipaggiamento Caterpillar da parte dell’esercito israeliano.

Benché Caterpillar si sia mostrata disposta ad aprire un dialogo con KLP, le risposte della società non sono risultate credibili riguardo alla sua capacità di ridurre realmente il rischio di violazione dei diritti di persone in situazioni di guerra o conflitto, o di violazione del diritto internazionale”, ha detto Aziz secondo Bloomberg [compagnia leader globale nelle informazioni economiche e finanziarie, ndt.].

La società non è in grado di fornirci assicurazioni che non stia facendo niente del genere.”

Caterpillar è tra le società citate dall’Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i Diritti Umani che sarebbero a rischio di “complicità in gravi violazioni delle leggi internazionali sui diritti umani e del diritto umanitario internazionale” a causa delle sue forniture a Israele.

In marzo il governo norvegese ha emesso un avviso formale contro ogni attività commerciale o finanziaria con le colonie illegali israeliane nei territori palestinesi occupati.

Il Ministro degli Esteri norvegese ha affermato in una dichiarazione che l’avviso è stato emesso nel contesto della crescente espansione delle colonie e della “accresciuta violenza coloniale contro i palestinesi”.

KLP ha fatto riferimento all’avviso del governo norvegese nella sua decisione di disinvestimento.

Dal 7 ottobre, quando un attacco di combattenti di Hamas nel sud di Israele ha ucciso 1.140 persone, le aggressioni dei coloni in Cisgiordania sono sempre più frequenti.

Secondo l’ONU e le associazioni per i diritti, da allora centinaia di palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania dalle truppe israeliane e dai coloni.

Israele ha anche incrementato la costruzione di insediamenti illegali.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Giornalista palestinese a Gaza: potete anche togliermi il premio, non mi toglierete la voce

Maha Hussaini

20 giugno 2024 MiddleEastEye

 

Dopo aver seguito per mesi l’atroce genocidio di Gaza, mi è stato tolto il Premio Coraggio nel Giornalismo a seguito di una sistematica campagna diffamatoria da parte dei sostenitori di Israele.

Negli ultimi dieci anni da giornalista e reporter di guerra ho capito perché molti abbandonino questa professione, soprattutto in Palestina.

Oltre alle enormi sfide e ai continui attacchi fisici, ci sono sforzi continui, sistematici e ben organizzati da parte di organizzazioni filo-israeliane per intimidire e mettere a tacere i giornalisti palestinesi. Queste tattiche mirano a spingere i giornalisti ad abbandonare il proprio lavoro, che è fondamentale nel denunciare le flagranti violazioni dei diritti umani e arrivare a scoprire le responsabilità.

Nel corso della mia carriera giornalistica mi sono stati assegnati due premi, entrambi seguiti da estese campagne diffamatorie e appelli da parte di associazioni e singoli individui israeliani che esortavano le organizzazioni che erogavano i premi a revocarli.

Lo scorso giugno ho ricevuto il Premio Coraggio nel Giornalismo dalla International Women’s Media Foundation (IWMF) per i miei reportage sul campo da Gaza, sottoposta a un devastante assedio israeliano e un bombardamento implacabile da più di otto mesi.

Durante questo periodo sono stata sfollata con la forza tre volte, spostandomi da un rifugio all’altro. La mia casa è stata bombardata e ho sopportato mesi di fame, blackout e continui bombardamenti. A volte ho dovuto ricorrere all’uso di carta e penna per poi inviare i miei articoli come messaggi di testo dopo che Israele ha tagliato le forniture di carburante ed elettricità e ha bombardato le infrastrutture delle principali società di telecomunicazioni di Gaza.

Nonostante queste difficoltà mi considero fortunata di non far parte (finora) del conteggio dei circa 150 giornalisti palestinesi uccisi dall’esercito israeliano dal 7 ottobre 2023.

Solo pochi giorni dopo che l’IWMF aveva annunciato il mio premio, sui social media è stata lanciata una campagna diffamatoria da parte di Israele che ne chiedeva la revoca. Nel giro di 24 ore l’IWMF ha ottemperato alla richiesta annullando il premio, rimuovendo il mio profilo dal suo sito web e riducendo il numero dei premiati da quattro a tre.

Attacchi inarrestabili

“Nelle ultime 24 ore l’IWMF è venuta a conoscenza di alcuni commenti fatti da Maha Hussaini negli anni passati che contraddicono ai valori della nostra organizzazione”, ha affermato l’IWMF in una breve dichiarazione, senza fornire ulteriori dettagli.

Di conseguenza abbiamo revocato il Premio Coraggio nel Giornalismo che le era stato precedentemente assegnato. Sia il Premio Coraggio che la missione dell’IWMF si basano sull’integrità e sull’opposizione all’intolleranza. Non tollereremo e non sosterreremo né supporteremo opinioni o dichiarazioni che non aderiscano a tali principi”.

Sullo stesso sito, tuttavia, l’IWMF afferma: “Il Premio Coraggio nel Giornalismo dimostra al mondo che le giornaliste non si faranno da parte, non possono essere messe a tacere e meritano di essere riconosciute per la loro forza di fronte alle avversità. Il premio onora le giornaliste coraggiose che raccontano argomenti tabù, lavorano in ambienti ostili alle donne e condividono verità scabrose”.

Ogni anno i giornalisti palestinesi ricevono premi internazionali per i loro coraggiosi reportage sotto l’occupazione israeliana e in mezzo ad attacchi senza sosta. Questi riconoscimenti onorano il loro coraggio e la loro dedizione nel rivelare la verità.

Tuttavia tali riconoscimenti sono spesso seguiti da estese campagne diffamatorie e da un’intensa pressione sulle organizzazioni che indicono il premio da parte dei sostenitori dell’occupazione israeliana e della lobby sionista. Mentre alcune associazioni si attengono ai propri principi e sostengono i giornalisti, altri purtroppo cedono alle pressioni.

Non avrei vinto questo premio se non fossi stata sul campo a denunciare le flagranti violazioni israeliane in condizioni pericolose, il tutto mentre venivo sistematicamente attaccata da chi sosteneva gli autori del reato.

Vincere un premio per il “coraggio” significa essere soggetto ad attacchi e scegliere di continuare il proprio lavoro nonostante tutto. Purtroppo la stessa organizzazione che ha riconosciuto queste condizioni pericolose e mi ha assegnato il premio ha scelto di non essere coraggiosa.

Complicità globale

Nonostante tutto sono felice sia di aver vinto il premio sia che il suo successivo ritiro abbiano dimostrato chiaramente i sistematici attacchi fisici e morali che i giornalisti palestinesi subiscono nel corso della loro carriera. A dimostrazione anche di come i media globali e le organizzazioni internazionali possano essere ritenuti complici nel mettere a tacere i giornalisti palestinesi.

Le minacce e le diffamazioni mirano proprio a zittire le voci più rilevanti e a perpetuare pregiudizi di lunga data sui media globali. Non ho mai lavorato per ricevere premi, né ho mai fatto domanda per candidarmi.

Non ho scelto il giornalismo come professione. Sono diventata giornalista dopo aver visto fino a che punto il mondo ignora la sofferenza dei palestinesi e sceglie di conformarsi alle pressioni israeliane, soprattutto nel momento in cui Israele vieta ai giornalisti internazionali di entrare nella Striscia di Gaza per riferire in maniera oggettiva della guerra.

Invece di riconoscere le minacce che i giornalisti palestinesi affrontano e contribuire a proteggerli, ritirare i premi ai giornalisti palestinesi di Gaza, dove decine di giornalisti sono già stati uccisi dalle forze israeliane, rischia di renderli obiettivi ancora più visibili.

Non ho rimpianti per gli eventuali post o commenti passati che hanno portato alla revoca del mio premio e non smetterò mai di esprimere le mie opinioni. Prima di diventare giornalista ero una palestinese che viveva sotto l’occupazione militare e un blocco soffocante. Oggi a Gaza sto subendo un genocidio riconosciuto a livello internazionale.

I miei nonni furono espulsi da Gerusalemme al momento della creazione dello Stato di Israele e io sono stata espulsa da casa mia a Gaza durante questo genocidio.

Se per vincere un premio è necessario sopportare e testimoniare crimini di guerra rimanendo in silenzio, non mi ritengo onorata di ricevere alcun premio.

Sarò sempre obiettiva nei miei resoconti, ma non potrò mai essere neutrale. Indicherò sempre i colpevoli e sarò solidale con le vittime. Questo è vero giornalismo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Maha Hussaini è una giornalista pluripremiata e attivista per i diritti umani che risiede a Gaza. Maha ha iniziato la sua carriera giornalistica riferendo della campagna militare israeliana nella Striscia di Gaza del luglio 2014. Nel 2020 ha vinto il prestigioso Premio Martin Adler per il suo lavoro come giornalista freelance.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Report: Wikipedia dichiara l’Anti-Defamation League “inaffidabile” su Israele e antisemitismo

Redazione di MEE

18 giugno 2024 – Middle East Eye

La decisione inserisce l’organizzazione filo-israeliana in un elenco che comprende Newsmax, TMZ e il sito web cospirazionista Infowars

Secondo un rapporto della Jewish Telegraph Agency (JTA) [agenzia di stampa internazionale a cui fanno riferimento molti media della comunità ebraica, ndt.] gli editori di Wikipedia hanno deciso di dichiarare l’Anti-Defamation League [ONG della lobby filo-israeliana statunitense, ndt.] “generalmente inaffidabile” su Israele e Palestina, nonché sulla questione dell’antisemitismo, aggiungendo l’organizzazione a un elenco di fonti bandite.

Il rapporto afferma che una “stragrande maggioranza” degli editori di Wikipedia ha optato per definire inaffidabile l’organizzazione.

Middle East Eye ha contattato Wikipedia per un commento sul rapporto.

La decisione inserisce lorganizzazione filo-israeliana, che ha una lunga storia di demonizzazione dellattivismo filopalestinese, in un elenco che comprende National Inquirer, Newsmax, TMZ e il sito cospirazionista Infowars.

“L’ADL non sembra più aderire a una definizione di antisemitismo seria, condivisa e intellettualmente convincente, ma ha invece ceduto alla spudorata politicizzazione dello stesso argomento su cui originariamente si riteneva affidabile”, ha scritto un editore di Wikipedia noto con il nome diIskandar323, come riportato da JTA.

L’ADL ha affermato in un comunicato riportato dalla JTA che la decisione è frutto di una “campagna per delegittimare l’ADL” e che gli editori contrari al bando “hanno confutato punto per punto, basandosi su citazioni fattuali, ogni affermazione fatta, ma a quanto pare i fatti non contano più “.

“Si tratta di una scelta infelice per la ricerca e l’istruzione, ma l’ADL non si farà scoraggiare nella sua secolare lotta contro l’antisemitismo e tutte le forme di odio”, si legge nella dichiarazione.

Molti redattori dellenciclopedia online hanno affermato che lADL ha minato la sua credibilità come fonte affidabile di informazioni alterando il modo di classificare i comportamenti come antisemiti, con l’inclusione delle proteste filo-palestinesi.

I redattori hanno anche citato dichiarazioni discutibili del direttore dell’ADL Jonathan Greenblatt, il quale ha affermato che le proteste studentesche sarebbero state istigate dall’Iran e ha paragonato la kefiah palestinese alla svastica.

Hanno anche discusso dell’adozione da parte dell’ADL della controversa definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance [IHRA, organizzazione intergovernativa impegnata nella promozione dell’educazione sull’Olocausto, ndt.]

La definizione è stata formulata nel 2004 e pubblicata nel 2005 dallesperto di antisemitismo Kenneth Stern in collaborazione con altri accademici dellAmerican Jewish Committee, unorganizzazione di difesa ebraica filo-israeliana fondata allinizio del XX secolo e con sede a New York.

Chi la critica afferma che alcuni esempi confondono lantisemitismo con le critiche alle politiche attuali e storiche che hanno portato alla creazione dello Stato di Israele, oltre che alle continue violazioni dei diritti umani contro i palestinesi e alloccupazione delle loro terre da parte di Israele.

Le organizzazioni progressiste e gli attivisti palestinesi hanno sollevato per anni preoccupazioni riguardo allADL e ai suoi tentativi di indebolire i movimenti per la giustizia sociale negli Stati Uniti.

Nel 2020 più di 100 associazioni per i diritti umani hanno firmato una lettera aperta chiedendo alle organizzazioni progressiste di smettere di collaborare con lADL.

LADL ha anche una lunga storia di attacchi ai movimenti per i diritti dei palestinesi attraverso la loro designazione come antisemiti e ha precedentemente collaborato con le forze dellordine statunitensi per spiare le organizzazioni arabo-americane. Ha anche facilitato e finanziato viaggi di addestramento della polizia statunitense in Israele.

L’ADL ha anche denunciato le organizzazioni per i diritti dei neri, incluso il Movement for Black Lives (M4BL). Nel 2016, non molto tempo dopo la fondazione del movimento Black Lives Matter, Greenblatt ha pubblicato una lettera sulla New York Jewish Week [media redatto a cura della JTA, ndt.) in cui evidenziava e condannava il lavoro di solidarietà del movimento con gli attivisti palestinesi.

LADL ha inoltre consigliato alle forze di polizia di inserire agenti sotto copertura allinterno delle manifestazioni antirazziste per utilizzare filmati di sorveglianza al fine di perseguire i manifestanti.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)