Il massacro di Nuseirat: per i media razzisti coloniali occidentali i palestinesi massacrati non esistono

Linah Alsaafin

10 giugno 2024 – Middle East Eye

Biden e Netanyahu stanno precipitando verso il baratro, e gli effetti del prolungamento di questo genocidio si ritorceranno prima o poi contro i loro interessi.

I particolari delloperazione militare congiunta USA-Israele che sabato ha ucciso e ferito quasi 1.000 palestinesi nel campo profughi di Nuseirat non evidenziano affatto leroismo tanto celebrato o la precisione che i titoli dei media occidentali hanno sbandierato in prima pagina.

Ma in un mondo distopico in cui luccisione di almeno 50.000 uomini, donne e bambini nellarco di otto mesi non fa batter ciglio ai vertici dellordine globale a guida occidentale, può essere giustificato ritenere che qualsiasi missione che distrugge centinaia di vite civili per recuperare quattro ostaggi sia motivo di festeggiamenti.

E’ ancora peggio quando i 274 palestinesi uccisi e i 698 feriti nel massacro del campo profughi di Nuseirat vengono deliberatamente eliminati dalla copertura giornalistica, o appena citati come un dettaglio insignificante in un titolo o di sfuggita in un sottotitolo.

La copertina domenicale del New York Times, un giornale che ha volontariamente distrutto le sue ultime vestigia di credibilità per agire come sfacciato stenografo della propaganda israeliana, mostrava con orgoglio il titolo “In una missione a Gaza l’esercito israeliano libera 4 ostaggi”.

La copertina era correlata da una foto di un ostaggio israeliano sorridente rilasciato (citato per nome) e circondato da soldati trionfanti. I palestinesi uccisi sono relegati in una nota a piè di pagina.

La BBC e la Reuters seguono una linea simile, scegliendo di aprire rispettivamente con “Quattro ostaggi israeliani liberati in un raid nel centro di Gaza” e “Secondo l’esercito le forze israeliane salvano quattro ostaggi vivi a Gaza”.

La CNN ha scelto di concentrarsi sulla logistica anziché sulle vittime della strage: “L’operazione israeliana per salvare 4 ostaggi ha richiesto settimane di preparazione”, ha scritto diligentemente.

Più schietto il tono del Washington Post: “Una rara giornata di gioia nel mezzo di un massacro con il salvataggio di 4 ostaggi”. Un secondo titolo iniziava ancora con “Recuperati quattro ostaggi israeliani vivi” e aggiungeva come post scriptum il numero provvisorio dei palestinesi uccisi: “Secondo dichiarazioni ufficiali almeno 210 persone uccise a Gaza”.

E poi c’è il Sunday Times, inequivocabile e sfacciato nei toni, scritto con una sorta di stile mozzafiato, come se descrivesse la trama ridondante di un film d’azione di Hollywood.

“Audace raid libera a Gaza la prigioniera della motocicletta” [Noa Argamani catturata il 7 ottobre da Hamas mentre si trovava sul sedile posteriore di una moto], esordiva il titolo, per poi proseguire nella pagina successiva con: “Un attacco chirurgico, un feroce scontro a fuoco e i festeggiamenti hanno rotto il silenzio del sabato”.

La carneficina che questo attacco chirurgico” ha lasciato dietro di sé, i corpi mutilati dei palestinesi che giacciono di traverso sulle strade del mercato, le decine di edifici e case distrutte vengono completamente omessi.

Dilagante disumanizzazione

C’è un che di macabro nel fatto che anche quando vengono menzionati i palestinesi ciò avviene in quella forma inerte che ormai siamo abituati ad aspettarci da questi mezzi di informazione, senza un contesto e senza alcun riferimento a chi sta facendo loro cosa.

Il Guardian spicca per il suo singolare modo di raccontare latroce assalto di sabato: Israele salva quattro ostaggi mentre degli attacchi nelle vicinanze uccidono 93 palestinesi”.

Il lettore rimane stupito di fronte all’evidente dissociazione e all’enorme buco nella trama. Quali attacchi? Condotti da chi? Cos’è importante da sapere riguardo a “nelle vicinanze”?

In fin dei conti questi titoli non sorprendono e sono il prodotto di decenni di dilagante disumanizzazione. La dichiarazione del Dipartimento di Stato americano sulloperazione non fa alcuna menzione dei palestinesi uccisi, perché i corpi neri e di pelle olivastra semplicemente non contano per gli interessi imperialisti.

Il fatto che loperazione di salvataggio di quattro israeliani sia avvenuta a scapito di alcune centinaia di palestinesi è, come afferma Maya Mikdashi, accademica e redattrice di Jadaliyya [rivista online indipendente dell’Arab Studies Institute, ndt.], puro razzismo coloniale”.

Non c’è motivo di gioire per il fatto che 274 palestinesi hanno dovuto essere brutalmente uccisi affinché questi quattro prigionieri israeliani – sani e in buona forma rispetto alle figure distrutte, malconce e scheletriche dei palestinesi liberati dalle carceri israeliane – possano tornare alle loro famiglie.

In ogni caso nessuno doveva essere ucciso, dato che Hamas lo scorso ottobre si era offerto di liberare i prigionieri civili in cambio del fatto che lesercito israeliano non invadesse la Striscia di Gaza.

Secondo il portavoce dell’ala militare di Hamas, Abu Obeida, l’operazione, che ha definito un “molteplice crimine di guerra”, ha ucciso anche altri prigionieri israeliani, ma non ha specificato le circostanze né il numero. “Il nemico è riuscito a recuperare alcuni ostaggi commettendo un terribile massacro, ma nel farlo ne ha uccisi alcuni altri”, ha detto.

Non c’è dubbio che luso della forza militare letale non sia la strada più efficace per liberare i prigionieri israeliani. Il rilascio della maggior parte degli ostaggi israeliani, 105, è avvenuto lo scorso novembre attraverso una tregua temporanea che ha visto anche la liberazione dei prigionieri palestinesi.

Gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza hanno ucciso un numero imprecisato di ostaggi israeliani, e quelli salvati” a febbraio sono stati solo due, a scapito della morte di 74 palestinesi.

Ma il primo ministro Benjamin Netanyahu, il fiero esecutore di questo genocidio, e i membri altrettanto violenti ed estremisti che compongono il suo governo, sono sempre stati franchi riguardo alle loro intenzioni. Non c’è mai stato un impegno per la liberazione dei prigionieri israeliani né per la sicurezza di Israele.

Devastare Gaza

L’importante è sempre stato devastare la Striscia di Gaza, ridurre la sua popolazione e sfollare con la forza i restanti palestinesi, in linea con la visione di una colonia di insediamento espansionista.

I dettagli su come questa presunta missione di salvataggio sia andata a buon fine, con il pieno sostegno e la partecipazione degli Stati Uniti, sono oltremodo ignobili.

I soldati hanno deciso di nascondersi all’interno di due veicoli, tra cui un camion di aiuti umanitari, un crimine contro i diritti umani e un palese atto di perfidia che l’Occidente ha ripetutamente accusato Hamas di aver compiuto senza presentare alcuna prova credibile.

Abdullah Jouda, uno studente di farmacia di 23 anni che è stato sfollato quattro volte, racconta come dopo aver sentito un trambusto in strada ha aperto la porta e si è trovato davanti il camion. Ha anche incrociato lo sguardo con un agente delle forze speciali.

“Sono uscite dal camion persone vestite di nero con fasce dei [miliziani delle brigate] Qassam avvolte intorno alla testa”, ha scritto su X. “Per un momento, mi sono sentito come se fossi in un film americano.”

Jouda ha chiuso la porta ed è corso di sopra dove si trovava la sua famiglia.

“Sembrava letteralmente che fossero iniziati gli orrori del giorno del giudizio”, afferma. La famiglia si è riparata in un angolo della casa mentre i proiettili piovevano intorno a loro ininterrottamente per 30 minuti. Il camion è rimasto al suo posto, prima che il fuoco di copertura lo colpisse con un missile lanciato da un F-16, mandando in frantumi le finestre di vetro della casa e ferendoli tutti.

“Poi siamo scesi in strada e siamo scappati. Quando siamo arrivati ​​alla fine della strada, hanno distrutto l’intero isolato, compresa la casa in cui ci trovavamo. Non dimenticherò mai i particolari di questo giorno cruciale“, conclude. “La cosa più importante è che siamo ancora vivi.”

Neppure la tempistica di questa operazione è stata casuale. Come a voler dimostrare lassoluta arroganza nel causare intenzionalmente il massimo delle vittime civili, per aprire la strada, una volta scoperte, alle forze israelo-americane gli aerei da guerra hanno colpito il mercato affollato durante il giorno.

Inoltre il camion degli aiuti era partito dal cosiddetto molo galleggiante degli aiuti americano, simbolo di un’occupazione non tanto abilmente camuffata, che sabato si è rivelata essere una struttura militare in collegamento con Israele, dando alla fine ragione agli scettici.

Tutto ciò non sorprende e conferma il fatto che, nonostante Israele abbia portato avanti questa brutale aggressione contro i palestinesi, esso rappresenta semplicemente la fanteria di quello che è sempre stato un genocidio rifornito, sostenuto e pagato dagli Stati Uniti.

Prolungare il genocidio

Il presidente Joe Biden, un sincero e ardente sionista, potrebbe porre fine a questo incubo per i 2,3 milioni di palestinesi della Striscia di Gaza con una semplice telefonata.

Ma negli ultimi otto mesi si è rifiutato di imporre alcuna conseguenza [per le proprie azioni] al governo israeliano. Al contrario, incoraggia attivamente la continuazione del genocidio, impiegando allo stesso tempo il doppio linguaggio degli appelli e delle proposte di cessate il fuoco. Ma la presenza stessa e il ruolo di Israele come risorsa imperiale valgono più di qualsiasi vita palestinese, se non di tutte.

Come ha affermato lex funzionario del Dipartimento di Stato Aaron David Miller, non c’è dubbio” che Biden non nutra per i palestinesi la stessa profondità di sentimenti ed empatia che riserva agli israeliani.

È per questo che le immagini raccapriccianti del cervello esposto di un ragazzo, il cui corpo inerte prende improvvisamente vita, non provoca nessuna commozione in coloro che stanno dietro il genocidio di Gaza.

È per questo che le strazianti testimonianze del massacro di Nuseirat da parte dei sopravvissuti che hanno visto le forze israelo-americane fare irruzione nelle loro case per giustiziare i loro familiari a sangue freddo si percepiscono a malapena nellapproccio degli Stati Uniti al proprio sistema di violenza e brutalità.

Ma questi continui omicidi e questa barbarie mai vista sono solo una vile facciata che nasconde ciò che è palesemente ovvio: Biden e Netanyahu stanno precipitando verso labisso, e gli effetti del protrarsi di questo genocidio si ritorceranno prima o poi contro i loro interessi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Linah Alsaafin è una giornalista palestinese che ha scritto per Al Jazeera, The Times Literary Supplement, Al Monitor, The News Internationalist, Open Democracy e Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gaza: la causa avviata dalla società civile presso la Corte Penale Internazionale contro Ursula von der Leyen alza la posta in gioco sulla complicità nel genocidio

Richard Falk

6 giugno 2024-Middle East Eye

Molti esperti sollecitano la Corte Penale Internazionale ad indagare la Presidente della Commissione Europea sul suo presunto sostegno all’assalto genocida di Israele contro il popolo palestinese

Nei quasi 80 anni di esistenza delle Nazioni Unite mai prima d’ora è stata intrapresa una tale gamma di strategie giudiziarie presso i tribunali internazionali nel tentativo, finora inutile, di fermare un genocidio che continua a devastare la vita di 2,3 milioni di palestinesi a Gaza.

Da gennaio non solo la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha emesso tre ordinanze provvisorie che impongono a Israele di fermare il suo “plausibile genocidio”, ma a quello Stato è stato anche ordinato di smettere di interferire con la fornitura di aiuti di emergenza ai palestinesi affamati.

Durante lo stesso periodo il procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI), Karim Khan, ha richiesto mandati di arresto contro i leader israeliani e di Hamas.

Questa impennata dell’attività giudiziaria internazionale arriva in mezzo alle frustrazioni delle Nazioni Unite per i tentativi falliti di imporre un cessate il fuoco mentre la guerra israeliana determina condizioni sempre più drammatiche a Gaza. Gli Stati Uniti hanno usato il veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per proteggere il loro alleato criminale dalle pressioni delle Nazioni Unite.

Israele ha reagito agli ultimi sviluppi con furia e atteggiamenti di sfida e ha goduto, seppur espresso in modo più discreto, del sostegno degli Stati Uniti.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ripetutamente sostenuto che, alla luce dell’Olocausto, Israele non potrà mai essere accusato del crimine di genocidio, che dal 7 ottobre Israele esercita il proprio diritto all’autodifesa contro un attacco terroristico di Hamas e che i mandati di arresto proposti dalla Corte Penale Internazionale, se emessi, minerebbero la capacità delle democrazie di difendersi in futuro.

Ha anche invitato, con un certo successo, il governo degli Stati Uniti e altre Nazioni che sostengono Israele a esercitare pressioni sulla Corte Penale Internazionale affinché respinga la richiesta dal procuratore.

Massimizzare la pressione

In mezzo a tutte queste controversie legali sta diventando evidente che a Israele importa moltissimo di essere marchiato come criminale da questi tribunali che deride in quanto non avrebbero competenza per accogliere denunce sul suo comportamento.

Questa apparente contraddizione suggerisce che Israele si rende conto che il suo rifiuto di conformarsi alle sentenze di questi tribunali internazionali non cancellerà la loro influenza sull‘opinione pubblica e questo rende vitale esercitare la massima pressione per scoraggiare tali valutazioni della CIG/CPI sul presunto comportamento criminale di Israele a Gaza, in particolare per quanto riguarda il genocidio, il crimine dei crimini.

In questo contesto, alla fine del mese scorso il Geneva International Peace Research Institute [Istituto Internazionale di Ricerca sulla pace di Ginevra] (GIPRI) ha aggiunto un’ulteriore dimensione di complessità giuridica invitando la Corte Penale Internazionale a indagare sulla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per presunta “complicità nei crimini di guerra e genocidio commessi da Israele”.

Lo Statuto di Roma del 2002, che stabilisce il quadro del trattato che modella il lavoro della CPI, conferisce alle ONG e ai singoli individui il diritto, ai sensi dell’articolo 15, di portare prove di atti criminali all’attenzione del procuratore, che può decidere se le prove presentate sono sufficientemente convincenti da giustificare un’indagine.

A differenza della CIG– che si occupa di risolvere controversie legali tra Stati sovrani, funzionando come il braccio giudiziario delle Nazioni Unite – la CPI ha l’autorità di indagare, arrestare, incriminare, perseguire e punire individui giudicati da un collegio di giudici di essere colpevoli di un crimine previsto dal diritto internazionale.

Tutti i membri delle Nazioni Unite aderiscono allo statuto che governa la CIG, mentre gli Stati devono dare la loro approvazione per diventare parti della CPI e non hanno alcun obbligo di farlo – sebbene 124 Stati lo abbiano fatto, comprese le democrazie dell’Europa occidentale e la Palestina (considerata a questo fine come Stato).

Di rilievo è il fatto che né Israele né gli Stati Uniti hanno aderito allo Statuto di Roma, né lo hanno fatto Russia, Cina, India e pochi altri. Gli Stati Uniti, tuttavia, non hanno esitato a spingere la Corte Penale Internazionale ad incriminare il presidente russo Vladimir Putin dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022, opponendosi nel medesimo tempo alla sua applicabilità a Israele per la situazione di Gaza sulla base del fatto che quest’ultima non ne fa parte. (Lo Statuto di Roma conferisce alla CPI l’autorità di agire contro individui che commettono crimini nel territorio di qualsiasi Stato che aderisce al trattato, in questo caso la Palestina).

Complicità e favoreggiamento

L’iniziativa del GIPRI è interessante perché riguarda la questione relativamente trascurata della complicità o del favoreggiamento nella commissione di un crimine internazionale. Questa questione si basa sul dovere legale, incorporato nella Convenzione sul Genocidio e nello Statuto di Roma, che rende perseguibile il favoreggiamento e la complicità nei crimini in violazione del diritto umanitario internazionale.

Il Nicaragua ha avviato una denuncia di questo tipo presso la CIG contro la Germania, chiedendo un ordine di emergenza per far cessare attività che potrebbero plausibilmente essere considerate come complicità con un genocidio. L’accusa principale contro la Germania era quella di aver fornito a Israele armamenti funzionali alla condotta genocida di Israele.

Ad aprile, l’ICJ ha respinto la richiesta del Nicaragua con un voto di 15-1, affermando che le circostanze non giustificavano un ordine di emergenza. Ma la corte ha anche bocciato il tentativo della Germania di respingere la denuncia del Nicaragua per complicità: il che significa che la Corte Internazionale di Giustizia a tempo debito esaminerà le argomentazioni di entrambe le parti sul merito fattuale della controversia e alla fine raggiungerà una decisione di merito.

Al contrario l’iniziativa del GIPRI è arrivata sotto forma di una dichiarazione approvata da vari esperti di diritto internazionale, compreso il sottoscritto, consegnata al procuratore della CPI a maggio.

Anche la dichiarazione del GIPRI si basa su una ipotesi di complicità penale e di favoreggiamento, ma il bersaglio è necessariamente un individuo, Von der Leyen, piuttosto che uno Stato. Il GIPRI sostiene che il sostegno della Commissione Europea “ha avuto un effetto sostanziale sulla commissione e sulla continuazione di crimini da parte di Israele, compreso il genocidio”.

La GIPRI fa notare che questo favoreggiamento è consistito nel sostegno politico, nel materiale militare e nella mancata adozione di misure ragionevoli per prevenire il genocidio.

Comunque vada a finire l’iniziativa del GIPRI, essa illustra l’ampiezza del potenziale della Corte Penale Internazionale e mostra un tentativo della società civile di ricorrere al diritto internazionale visto il fallimento delle Nazioni Unite o del sistema intergovernativo nel prevenire e punire un genocidio così evidente.

Insieme a iniziative di solidarietà come la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) e le proteste universitarie, soprattutto negli Stati Uniti, la società civile si sta rivelando un attore politico che persino Israele capisce di non poter ignorare se vuole avere qualche speranza di evitare nel lungo termine lo status di paria.

Qualunque sia la risposta della Corte Penale Internazionale a questa iniziativa del GIPRI, si tratta di un ulteriore segno che la società civile sta diventando un attore politico sulla scena globale.

Richard Falk è uno studioso di diritto internazionale e relazioni internazionali che ha insegnato all’Università di Princeton per quarant’anni. Nel 2008 è stato anche nominato dalle Nazioni Unite per un mandato di sei anni come relatore speciale sui diritti umani palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele aggiunto alla “lista nera” dell’ONU delle Nazioni che arrecano sofferenze ai minori durante i conflitti

Redazione di Middle East Eye

7 giugno 2024 – Middle East Eye

L’ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite è indignato per la notizia dell’ inserimento del Paese nella lista nera e sostiene che l’esercito israeliano è “il più morale al mondo”.

Le Nazioni Unite hanno inserito Israele in una lista nera di Paesi che hanno commesso violenze contro i minori dopo che le forze israeliane hanno ucciso migliaia di minori palestinesi nella guerra in corso contro Gaza.

L’inserimento di Israele è stato confermato dall’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Gilad Erdan, che ha dichiarato su X di aver ricevuto la notifica e di essere indignato per la decisione. Sulla piattaforma di social media ha anche condiviso la registrazione della telefonata in cui ha ricevuto la notizia da un funzionario delle Nazioni Unite.

È semplicemente scandaloso e sbagliato”, ha dichiarato Erdan.

“Ho risposto alla vergognosa decisione dicendo che il nostro esercito è il più morale al mondo. L’unico ad essere inserito nella lista nera dovrebbe essere il segretario generale che incentiva e incoraggia il terrorismo ed è motivato dall’odio verso Israele”.

Venerdì durante un incontro con la stampa Stephane Dujarric, portavoce del segretario generale dell’ONU, ha dichiarato che un funzionario dell’ONU ha chiamato l’ambasciatore israeliano per informarlo dell’inserimento nella lista come “una cortesia concessa ai Paesi che sono appena stati inseriti nella lista “all’interno del Rapporto annuale dell’ONU minori nei conflitti armati”

È stato fatto per avvertire quei Paesi ed evitare fughe di notizie”, ha detto Dujarric ai giornalisti.

Il rapporto sarà presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 14 giugno. Citando un funzionario delle Nazioni Unite la Reuters ha riferito che anche i gruppi palestinesi Hamas e Jihad Islamica sarebbero stati aggiunti alla lista.

Dujarric ha aggiunto che la pubblicazione della telefonata da parte di Erdan “è scioccante e inaccettabile – e francamente è qualcosa che non ho mai visto nei miei 24 anni di servizio in questa organizzazione”.

Il rapporto annuale delle Nazioni Unite sui minori nei conflitti armati elenca le “organizzazioni che commettono violazioni contro i minori”, e include uccisioni e mutilazioni documentate, oltre a violenze sessuali.

L’elenco comprende la Russia, la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia e la Siria. Include tra gli altri anche organizzazioni non statali come il gruppo dello Stato Islamico (IS), al-Shabaab, i Talebani e al-Qaeda.

Secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza durante questa guerra le forze israeliane hanno ucciso più di 15.571 minori palestinesi nell’enclave assediata.

Gruppi per i diritti [umani] e agenzie delle Nazioni Unite hanno denunciato l’effetto che la guerra di Israele ha avuto sulla popolazione civile palestinese, compreso il suo forte impatto sui minorenni.

Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) ha dichiarato che a Gaza nove minori palestinesi su 10 devono affrontare una “grave povertà alimentare infantile”, che secondo l’agenzia è “una delle percentuali più alte mai registrate”.

Diversi minori palestinesi sono morti per fame, sete e grave malnutrizione .
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato la scorsa settimana che quattro minori palestinesi su cinque a Gaza “non hanno mangiato per un giorno intero” per almeno uno degli ultimi tre giorni.

Alla fine del mese scorso, l’immagine di un bambino palestinese decapitato da un attacco aereo israeliano a Rafah è diventata virale sui social media, scatenando ulteriore indignazione nei confronti dell’esercito israeliano.

Traduzione di Carlo Tagliacozzo




“Storica decisione”: Hamtramck diventa la prima città USA che boicotta Israele

Pauline Ertel

30 maggio 2024 – Middle East Eye

La città del Michigan si è impegnata ad astenersi dall’acquisto di beni e servizi provenienti dalle imprese segnalate dalla campagna BDS

Giovedì la città di Hamtramck, nei dintorni di Detroit, Michigan, ha approvato una risoluzione di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), diventando la prima città degli USA a sostenere pienamente una campagna di boicottaggio a sostegno dei diritti dei palestinesi.

La risoluzione afferma che Hamtramck “farà tutto il possibile per astenersi dall’acquisto di beni e servizi provenienti da qualunque fornitore che sia oggetto di una campagna BDS”, come anche da investimenti nello Stato di Israele e in “imprese israeliane che sostengono l’apartheid israeliano.”

Inoltre incoraggia gli abitanti a partecipare al boicottaggio, appoggia l’attivismo studentesco nei campus universitari e sottolinea che il sostegno al BDS non è antisemita in quanto molti importanti sostenitori del BDS sono essi stessi ebrei.

Il movimento BDS a guida palestinese è un’iniziativa non violenta che cerca di contrastare l’occupazione israeliana e le violazioni dei diritti umani dei palestinesi attraverso boicottaggi economici, culturali ed accademici, analoghi alle campagne di boicottaggio contro l’apartheid sudafricano.

In una riunione registrata del consiglio comunale di Hamtramck nella notte di giovedì, i membri del consiglio hanno dichiarato che la decisione di appoggiare il BDS è stata presa “per mandare un significativo messaggio di sostegno al popolo palestinese e ai suoi sforzi di porre fine all’occupazione israeliana delle loro terre native.”

Dobbiamo adottare ogni possibile misura per aiutare i palestinesi”, ha detto un membro del consiglio comunale, aggiungendo che “dobbiamo chiaramente boicottare l’utilizzo dei loro prodotti e non possiamo usare il denaro dei nostri contribuenti per uccidere le persone.”

Dal 2013 Hamtramck è l’unica città a maggioranza musulmana negli Stati Uniti con una storia di attivismo.

A febbraio di quest’anno il consiglio comunale di Hamtramck ha approvato la Risoluzione 22-2024, “Spostare i soldi”, che chiede al Congresso e al presidente di stornare importanti fondi dal budget militare al finanziamento di programmi di servizi sociali essenziali.

Nell’ottobre dello scorso anno il consiglio comunale ha auspicato un cessate il fuoco e ha rinominato una delle sue strade principali “Corso Palestina”, come simbolica dimostrazione di solidarietà ai palestinesi di Gaza.

Un altro membro del consiglio comunale presente alla riunione di giovedì ha parlato della “storica decisione che sta per essere presa”.

A quanto pare la maggioranza degli americani è contro la guerra, ma il nostro governo ovviamente non ascolta le preoccupazioni della gente”, ha detto il sindaco di Hamtramck Amer Ghalib.

Diversi sondaggi hanno mostrato che la maggioranza degli americani appoggia un cessate il fuoco a Gaza.

Il ruolo del governo locale nel BDS

Due città della California, Hayward e Richmond, hanno votato il disinvestimento da imprese che fanno affari in Israele. Tuttavia le loro risoluzioni, approvate a gennaio e maggio di quest’anno, prendono di mira imprese specifiche da boicottare, mentre la risoluzione di Hamtramck sostiene l’intero movimento BDS.

La consigliera comunale di Richmond Soheila Bana, co-autrice della risoluzione, ha ringraziato il movimento studentesco dicendo che sono stati gli studenti a portare alla nostra attenzione il fatto che “l’unica cosa che possiamo fare attivamente è il disinvestimento.”

Il movimento BDS è nato nel 2005 con la missione di “porre fine all’appoggio internazionale all’oppressione israeliana sui palestinesi e fare pressione su Israele perché rispetti il diritto internazionale”, recita la sua dichiarazione di intenti.

Relativamente a questo obbiettivo gli enti governativi locali come i consigli comunali e regionali rivestono un ruolo chiave, in quanto spesso “hanno rapporti con imprese e istituzioni che aiutano Israele ad opprimere i palestinesi”, specifica inoltre il BDS.

Nel 2018 la capitale irlandese Dublino è diventata la prima capitale europea a sostenere il movimento BDS per i diritti dei palestinesi e ha chiesto l’espulsione dell’ambasciatore israeliano in Irlanda.

Una serie di città europee hanno preso simili iniziative, decidendo l’appoggio al BDS.

A settembre Barcellona ha annullato l’accordo di gemellaggio con Tel Aviv, anche se la decisione in seguito è stata ribaltata quando l’allora sindaca Ada Colau ha perso le elezioni.

Ad aprile 2023 la capitale della Norvegia Oslo ha annunciato che non avrebbe commerciato in beni e servizi prodotti in aree illegalmente occupate in violazione del diritto internazionale, come i territori occupati sulle Alture del Golan e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est.

Le imprese che direttamente o indirettamente contribuiscono all’impresa coloniale illegale di Israele saranno escluse dalla politica in materia di appalti della città, ha deciso il consiglio comunale di Oslo.

Da allora Irlanda, Norvegia e Spagna hanno riconosciuto lo Stato di Palestina.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gli israeliani celebrano il massacro di Rafah come il falò di una festa ebraica

Nadav Rapaport 

27 maggio 2024,Middle East Eye

I falò di Lag BaOmer festeggiano la luce spirituale. Quest’anno gli israeliani hanno usato questa occasione per deridere 45 uomini, donne e bambini palestinesi uccisi nell’attacco ad un campo di Gaza

Tel Aviv. Dopo l’attacco aereo israeliano che si è abbattuto domenica notte su un campo a Rafah, nel sud di Gaza, dilaniando i corpi di dozzine di uomini, donne e bambini palestinesi e scatenando un feroce incendio, le riprese video della situazione nel campo hanno suscitato orrore e condanna in tutto il mondo.

In Israele, invece, personaggi di spicco e pubblici funzionari hanno considerato il massacro e l’incendio il modo perfetto per celebrare una festa religiosa.

Domenica era Lag BaOmer, una festa ebraica in cui le persone in tutto Israele accendono falò come rappresentazione della luce spirituale portata da Shimon bar Yochai, un venerato rabbino del II secolo.

Di solito la celebrazione più importante della giornata si svolge sul Monte Meron, presso la tomba di Shimon bar Yochai, dove viene acceso un grande falò e decine di migliaia di fedeli si riuniscono per uno dei più grandi eventi di massa del mondo ebraico.

Ma questo fine settimana le preoccupazioni per la sicurezza hanno limitato la partecipazione a sole 30 persone, spingendo Yinon Magal, giornalista senior dell’emittente israeliana Channel 14, a pubblicare immagini del massacro di Gaza con la didascalia: “L’illuminazione dell’anno a Rafah”. Successivamente ha rimosso il post su X.

Un altro giornalista, Naveh Dromi di i24, ha ripubblicato il video dell’incendio con la didascalia “Buona Festa”. Anche questo post è stato successivamente rimosso.

Pure Yoav Eliasi, rapper e attivista di estrema destra conosciuto anche con il nome d’arte “The Shadow”, ha pubblicato su Telegram video dell’incendio di Rafah che presentavano l’incidente come un falò di Lag BaOmer.

Domenica sera e lunedì mattina i social media israeliani erano in fermento, condividendo battute e meme sbeffeggianti il massacro di Rafah.

Una delle immagini più scioccanti da Rafah riportate domenica sera era quella di un uomo che sorreggeva il corpo di un bambino senza testa. Un membro di un popolare gruppo Telegram israeliano di destra ha condiviso la foto dell’uomo che tiene in braccio il bambino morto deridendolo come pubblicità per vendere del pollo. “Pollo fresco 1 shekel al chilo”, diceva.

In molti hanno fatto paragoni con i falò di Lag BaOmer. “I nazisti si sono scottati”, ha scritto un israeliano su X. “Lag BaOmer – la versione di Rafah” ha scritto un altro condividendo il filmato dell’incidente in seguito ripubblicato da Dromi.

Almeno 45 palestinesi sono stati uccisi dall’attacco israeliano nell’area di Rafah che Israele aveva designato come “sicura” e in cui aveva detto agli sfollati di stabilirsi. Venerdì la Corte internazionale di giustizia aveva ordinato a Israele di fermare la sua offensiva su Rafah.

L’esercito israeliano ha affermato che l’attacco è stato “preciso” e ha preso di mira due alti funzionari di Hamas. L’alto funzionario di Hamas Sami Abu Zuhri ha affermato di ritenere gli Stati Uniti responsabili della fornitura di armi e assistenza finanziaria a Israele.

Numerose condanne sono arrivate dalle capitali europee e arabe. Il presidente francese Emmanuel Macron si è detto “indignato” per l’attacco. “Queste operazioni devono finire. Non ci sono aree sicure a Rafah per i civili palestinesi”, ha detto, aggiungendo che è necessario un cessate il fuoco immediato.

Da ottobre più di 36.000 palestinesi sono stati uccisi dalla guerra israeliana a Gaza, la stragrande maggioranza donne e bambini.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Colloqui segreti Iran-USA sulla guerra a Gaza compromessi dalla morte di Raisi

Corrispondente di MEE a Teheran

21 maggio 2024 – Middle East Eye

Fonti vicine ai mediatori in Oman dicono a MEE che le delegazioni avevano discusso della fine della guerra di Israele e del desiderio condiviso di un cambiamento nel governo israeliano

I colloqui segreti tra Iran e gli Stati Uniti in Oman stavano procedendo bene, ma ora sono stati messi a repentaglio dall’improvvisa morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi e del suo ministro degli Esteri.

Secondo tre fonti iraniane al corrente delle trattative, all’inizio di questo mese Brett McGurk, alto consigliere per il Medio Oriente del presidente USA Joe Biden, ha tenuto trattative indirette con Ali Bagheri Kani, uomo di punta dell’Iran per i negoziati con l’Occidente.

I colloqui, la prima tornata di discussioni fra USA e Iran da gennaio, si sono svolti a Muscat che dieci anni fa ospitò gli incontri segreti fra Teheran e Washington che portarono nel 2015 all’accordo sul nucleare con il piano di azione congiunto globale (PACG).

Una fonte vicina ai colloqui, che sono stati per la prima volta riferiti da Axios venerdì, ha detto a Middle East Eye che le discussioni fra Bagheri Kani e McGurk stavano procedendo bene e si era vicini a raggiungere una sorta di accordo.

In quei giorni Bagheri Kani era viceministro degli Esteri, ma ora, dopo la morte sabato di Hossein Amir-Abdollahian nello schianto dell’elicottero che ha ucciso Raisi, è stato nominato ministro degli Esteri.

I colloqui si sono concentrati su tre temi: il desiderio condiviso di cambiamento del governo in Israele, la fine della guerra israeliana a Gaza ed evitare che il conflitto si estenda anche in altre parti della regione.

Un analista vicino all’establishment al potere in Iran ha riferito a MEE che sembra che i colloqui siano serviti anche per arrivare a un cessate il fuoco fra gli USA, da un lato, e l’Iran e i suoi alleati dall’altro.

Dall’attacco guidato da Hamas contro Israele del 7 ottobre e dalla successiva guerra a Gaza gli alleati iraniani, come il movimento degli houthi yemeniti, ufficialmente noto come Ansar Allah, e i paramilitari iracheni hanno condotto attacchi contro bersagli statunitensi nella regione.

Droni e missili iraniani sono stati inoltre abbattuti dalle forze USA in aprile quando l’Iran ha effettuato un massiccio attacco contro Israele in risposta all’uccisione dei comandanti della Guardia Repubblicana nel consolato iraniano a Damasco.

L’analista crede che ci possano essere state anche discussioni sul programma nucleare iraniano e sull’allentamento delle sanzioni sul petrolio.

Il PACG, in base al quale l’Iran aveva rallentato il suo programma di sviluppo nucleare in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, si è interrotto dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti ad opera dell’amministrazione Trump nel 2018.

Comunque l’anno scorso Washington e Teheran avevano raggiunto un accordo per uno scambio di prigionieri che includeva la restituzione da parte USA di oltre 6 miliardi di dollari di rendite petrolifere confiscate.

I colloqui che avevano portato a quell’accordo ad agosto proponevano anche di ridurre il programma nucleare iraniano, suggerendo che c’era spazio per fare accordi più mirati invece del più ampio PACG.

Nessun colloquio fino a dopo le elezioni

Secondo le fonti prima dell’inizio dei colloqui a Muscat, McGurk aveva incontrato Saeid Iravani, l’inviato iraniano alle Nazioni Unite.

Nel corso dell’incontro, secondo una fonte, McGurk ha citato le parole di Biden: “Non negozierò con l’Iran su un accordo nucleare e globale fino a dopo le elezioni USA, perché gli iraniani non possono mantenere le loro promesse.”

McGurk ha detto che Biden si era lamentato di aver dovuto affrontare “eccessive pressioni e umiliazioni” da parte repubblicana quando nel 2022, dopo la sconfitta elettorale di Donald Trump, il governo di Raisi si era rifiutato di rilanciare il PACG.

Biden avrebbe detto: “Secondo me il PACG è morto e noi negozieremo dopo le elezioni, sempre che ci siano negoziati globali che vadano oltre il PACG, riguardanti anche problemi regionali.”

Middle East Eye ha chiesto un commento al Dipartimento di Stato USA.

Non si prevede a breve un’altra tornata di colloqui USA-Iran.

In seguito alla morte di Raisi l’Iran deve indire elezioni presidenziali entro 50 giorni ed è improbabile che si prendano tali importanti decisioni di politica estera durante questo periodo di incertezza. Le elezioni presidenziali USA sono previste per novembre.

“Data questa situazione dovremmo aspettarci interruzioni e una battuta di arresto nei negoziati con gli americani,” ha detto a MEE un analista che ha lavorato in precedenza con il governo.

Dato che sia il presidente che il ministro degli Esteri sono morti e che a breve ci saranno le elezioni, i negoziati saranno probabilmente rimandati come era successo durante la corsa alla presidenza del 2021, quando i colloqui erano stati sospesi fino a dopo il voto.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Analisi delle richieste di mandato d’arresto della CPI contro i leader israeliani e di Hamas

Sondos Shalaby

20 maggio 2024-Middle East Eye

MEE analizza le accuse e le prove utilizzate da Karim Khan nella sua richiesta di mandati di arresto contro Netanyahu, Gallant e i leader di Hamas

I leader israeliani e di Hamas affrontano una serie di accuse davanti alla Corte Penale Internazionale (CPI) per il loro ruolo in presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità durante la guerra di Israele a Gaza e l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre nel sud di Israele.

Lunedì il procuratore della CPI Karim Khan ha dichiarato di aver presentato una richiesta di mandato di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, nonché per i leader di Hamas Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh e Mohammed Deif.

La richiesta si basa sulle prove raccolte dal Procuratore durante la sua visita in Israele, a Ramallah nella Cisgiordania occupata e a Rafah in Egitto, al confine con Gaza. Ma Khan non potuto recarsi a Gaza poiché le sue richieste di entrare nell’enclave per indagini sono state rifiutate dal governo israeliano.

Le accuse contro entrambe le parti sono conformi agli articoli 7 sui crimini contro l’umanità e all’articolo 8 sui crimini di guerra dello Statuto di Roma che ha istituito la CPI, e tutti i sospettati sono identificati come “co-perpetratori” e comandanti” con responsabilità penale per i presunti crimini.

I crimini di guerra vengono commessi nel contesto di conflitti armati internazionali e non internazionali, mentre i crimini contro l’umanità possono essere perpetrati durante la guerra o in tempo di pace. Il pubblico ministero ha descritto la situazione in Palestina e Israele sia come un conflitto armato internazionale tra Israele e la Palestina come due stati, sia come un conflitto armato non internazionale tra Israele e Hamas come attore non statale.

Per poter provare un crimine contro l’umanità secondo l’articolo 7 esso deve essere commesso in modo diffuso o sistematico.

Accuse contro gli israeliani

Secondo il Procuratore, ci sono fondati motivi per ritenere che Netanyahu e Gallant abbiano responsabilità penali per i seguenti crimini:

  1. Affamare i civili come metodo di guerra costituisce crimine di guerra.

  2. Causare intenzionalmente grandi sofferenze, o gravi lesioni al corpo o alla salute, o trattamenti crudeli costituisce crimine di guerra

  3. Uccisione intenzionale o omicidio [non in combattimento, n.d.t.] costituisce crimine di guerra

  4. Dirigere intenzionalmente attacchi contro una popolazione civile costituisce crimine di guerra

  5. Sterminio e/o omicidio, anche mediante le morti per fame, costituisce crimine contro l’umanità

  6. La persecuzione costituisce crimine contro l’umanità

  7. Altri atti disumani costituiscono crimini contro l’umanità

Le prove utilizzate a sostegno delle indagini includono “interviste con sopravvissuti e testimoni oculari, materiale video, fotografico e audio autenticato, immagini satellitari e dichiarazioni del presunto gruppo autore del reato”.

Le accuse sono principalmente legate al crimine di guerra di affamare i civili come metodo di guerra. Ciò è collegato all’assedio totale imposto da Israele dal 7 ottobre alla Striscia di Gaza che ha comportato la chiusura dei valichi di frontiera e “la limitazione arbitraria del trasferimento di forniture essenziali – compresi cibo e medicine – attraverso i valichi di frontiera dopo la loro riapertura”.

Il Procuratore ha anche notato che Israele ha tagliato le forniture transfrontaliere di acqua pulita ai palestinesi di Gaza, ha bloccato gli aiuti umanitari e ha attaccato i civili in coda per ricevere cibo e operatori umanitari.

Khan ha affermato che le prove raccolte dal suo ufficio “dimostrano che Israele ha intenzionalmente e sistematicamente privato la popolazione civile in tutte le parti di Gaza di beni indispensabili alla sopravvivenza umana”.

Il pubblico ministero ha utilizzato le prove fornite dalle organizzazioni umanitarie internazionali secondo cui la carestia è presente in alcune aree della Striscia di Gaza mentre altre aree stanno affrontando una carestia imminente.

La tesi di Khan si basa su un rapporto di un gruppo di esperti di diritto internazionale incaricato dal pubblico ministero di valutare il mandato d’arresto. Secondo il rapporto tutte le accuse sembrano essere legate alla politica di assedio attuata da Israele dal 7 ottobre e alla privazione dei beni necessari alla sopravvivenza.

Tuttavia non includono l’uccisione in massa di civili o i risultati della campagna di bombardamenti che finora ha ucciso più di 35.000 palestinesi, per lo più donne e bambini, e ha distrutto gran parte delle infrastrutture di Gaza.

Inoltre non includono il reato di genocidio attualmente all’esame della Corte Internazionale di Giustizia in un caso presentato dal Sudafrica contro Israele a dicembre.

Tuttavia la Commissione e il Procuratore hanno riconosciuto che altri crimini e la campagna di bombardamenti in corso portata avanti da Israele sono attualmente oggetto di indagini da parte della CPI.

Accuse contro i palestinesi

L’annuncio del Procuratore nomina tre leader di Hamas che affrontano un mandato d’arresto: Sinwar, leader del movimento palestinese a Gaza, Mohammed Diab Ibrahim al-Masri, capo dell’ala militare del gruppo, meglio noto come Mohammed Deif, e il capo dell’ufficio politico Ismail Haniyeh.

Sulla base delle prove raccolte ed esaminate dall’ufficio della procura in relazione all’uccisione di centinaia di civili israeliani il 7 ottobre e alla presa di almeno 245 prigionieri elenca poi otto crimini perpetrati dai tre.

Il Procuratore ha affermato che i leader di Hamas sono responsabili penalmente dei seguenti crimini:

1. Lo sterminio come crimine contro l’umanità

2. L’omicidio come crimine contro l’umanità e come crimine di guerra

3. La presa di ostaggi come crimine di guerra

4. Stupro e altri atti di violenza sessuale come crimini contro l’umanità e anche come crimini di guerra durante la prigionia

5. La tortura come crimine contro l’umanità e anche come crimine di guerra durante la prigionia

6. Altri atti disumani durante la prigionia costituiscono un crimine contro l’umanità

7. Il trattamento crudele durante la prigionia costituisce crimine di guerra

8. Gli oltraggi alla dignità personale durante la prigionia costituiscono crimine di guerra.

Le prove utilizzate dalla Corte penale internazionale includono interviste con vittime e sopravvissuti, compresi ex prigionieri e testimoni oculari provenienti da sei principali località colpite nel sud di Israele: Kfar Aza, Holit, la sede del festival musicale Supernova, Beeri, Nir Oz e Nahal Oz.

Il Procuratore ha affermato che l’indagine si è basata anche su prove raccolte da filmati CCTV, materiale audio, fotografico e video verificato, dichiarazioni di membri di Hamas e prove di esperti.

Khan ha detto che il suo ufficio continua a indagare su sospetti crimini in Israele, Gaza e Cisgiordania e che ulteriori mandati di arresto potrebbero essere emessi in futuro: “se e quando considereremo che la soglia di una prospettiva realistica di condanna è stata raggiunta”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il college più ricco di Cambridge vota per disinvestire dalle società produttrici di armi

Imran Mulla

12 Maggio 2024Middle East Eye

Fonti vicine al sindacato studentesco del Trinity affermano che il consiglio universitario, responsabile di importanti decisioni finanziarie e di altro tipo, ha votato a marzo per revocare gli investimenti del Trinity nelle società produttrici di armi.

Middle East Eye è in grado di rivelare che il Consiglio universitario del college più ricco dell’Università di Cambridge, il Trinity College di Cambridge, ha votato per il disinvestimento da tutte le società produttrici di armi.

MEE ha appreso da tre fonti ben informate vicine al sindacato studentesco del Trinity che il consiglio universitario, responsabile di importanti decisioni finanziarie e di altro tipo, ha votato per revocare gli investimenti del Trinity dalle società di armi all’inizio di marzo.

Secondo le fonti il college ha deciso di non annunciare che avrebbe disinvestito dalle compagnie di armi dopo che all’interno del college, l’8 marzo, un attivista ha deturpato un ritratto del 1914 di Lord Arthur Balfour, autore della famigerata Dichiarazione Balfour.

L’incidente ha suscitato un’ampia copertura mediatica nel Regno Unito e la condanna da parte di parlamentari britannici, tra cui il vice primo ministro Oliver Dowden.

Secondo il verbale ufficiale dell’incontro del sindacato degli studenti del Trinity College di sabato 11 maggio, il presidente del comitato del sindacato studentesco ha affermato che l’organismo si era incontrato con gli studenti e il college sugli investimenti del Trinity nelle società produttrici di armi israeliane.

“L’ultimo aggiornamento è che il Trinity sarà ed è in procinto di disinvestire; tuttavia il college non rilascerà una dichiarazione pubblica sulla questione”; il Presidente ha dichiarato:

“Questo perché il college non vuole essere visto giustificare gli sfregi inferti (nell’ultimo semestre) al ritratto di Arthur Balfour” e sostiene che al sindacato studentesco è stato detto che il college avrà disinvestito da tutte le società produttrici di armi “entro l’estate “.

Un altro membro del comitato del sindacato studentesco ha aggiunto: “Ci è stato detto che il consiglio del college ha votato a favore del disinvestimento”.

Il Trinity è amministrato dal Consiglio del college.

Il Trinity College di Cambridge non ha confermato smentito che il voto abbia avuto luogo, ma ha detto a MEE che: “Il Trinity College continua a rivedere regolarmente i suoi investimenti”.

MEE ha rivelato a febbraio che Trinity aveva investito 61.735 sterline (78.089 dollari) nella più grande azienda di armi israeliana, Elbit Systems, che produce l’85% dei droni e delle attrezzature terrestri utilizzate dall’esercito israeliano.

MEE ha anche riferito che il college aveva milioni di dollari investiti in altre società che armavano, sostenevano e traevano profitto dalla guerra di Israele a Gaza.

In risposta all’inchiesta il 28 febbraio il Centro Internazionale di Giustizia per i Palestinesi (ICJP), un’associazione per i diritti umani con sede nel Regno Unito, ha emesso un avviso legale al Trinity College avvertendo che i suoi investimenti potrebbero renderlo potenzialmente complice dei crimini di guerra israeliani.

L’ICJP ha emesso un ulteriore avvertimento al Trinity il 30 aprile, ma non ha ancora ricevuto risposta dal college. Il 7 maggio l’associazione per i diritti umani ha presentato una denuncia formale alla Charity Commission [un organismo statale che controlla le organizzazioni di beneficienza, n.d.t.] chiedendo un’indagine sugli investimenti del Trinity.

MEE ha rivelato a febbraio che il college aveva anche investimenti per un valore di circa 3,2 milioni di dollari in Caterpillar, una società di macchinari pesanti con sede negli Stati Uniti che è stata a lungo bersaglio di campagne di boicottaggio per la vendita di bulldozer all’esercito israeliano, e in numerose altre società coinvolte nella guerra israeliana – tra cui General Electric, Toyota Corporation, Rolls-Royce, Barclays Bank e L3Harris Industries

Trinity non si è impegnato a disinvestire da tutte queste società.

Mira Naseer, responsabile legale dell’ICJP, ha rilasciato una dichiarazione in risposta alle ultime notizie:

“Questa è una vittoria importante per il movimento. Gli studenti di tutto il mondo hanno condotto una campagna instancabile per sollecitare le loro università a disinvestire dalle aziende produttrici di armi potenzialmente complici del genocidio di Israele e ora stiamo iniziando a vedere i risultati. Il fatto che il Trinity sia il college più ricco di Cambridge è una vera vittoria simbolica e altri college e università devono ora seguire l’esempio.

“Ma è importante ricordare che le aziende in cui Trinity investe non solo sono potenzialmente complici dell’ultimo attacco israeliano a Gaza, ma hanno anche una comprovata attività nella fornitura di attrezzature che sono state utilizzate nelle demolizioni di case, nell’illegale muro di separazione israeliano in Cisgiordania e intorno a Gerusalemme e altri strumenti dell’apartheid. È bello vedere che Trinity ha disinvestito dalle compagnie produttrici di armi, ma è solo il primo passo.”

Giovedì è stata pubblicata una lettera aperta scritta da accademici di Cambridge e firmata da oltre 1.700 dipendenti, ex studenti e studenti dell’università, in cui si esprime sostegno ai manifestanti che la scorsa settimana hanno allestito un accampamento di protesta che invita l’università a porre fine a qualsiasi potenziale complicità nella guerra di Israele a Gaza.

Lunedì circa un centinaio di studenti si sono riuniti sul prato fuori dal King’s College di Cambridge, dove hanno eretto delle tende e chiesto all’istituto di impegnarsi a disinvestire dalle società coinvolte nella guerra di Israele.

Si sono uniti agli studenti di oltre 100 università in tutto il mondo che hanno creato movimenti di protesta simili.

Gli organizzatori dell’accampamento hanno detto a MEE che chiedono che l’Università di Cambridge riveli tutti i suoi rapporti con aziende e istituzioni “complici nella pulizia etnica in corso in Palestina”.

Giovedì il Primo Ministro britannico Rishi Sunak ha convocato i vicerettori di 17 università per una “tavola rotonda sull’antisemitismo” a Downing Street e li ha esortati ad assumersi una “responsabilità personale” nella protezione degli studenti ebrei.

Lo stesso giorno il Trinity College di Dublino, la più prestigiosa università irlandese, dopo un sit-in di studenti che protestavano contro la guerra a Gaza ha annunciato che avrebbe disinvestito dalle società israeliane coinvolte nell’occupazione della Palestina.

Dagli eventi del 7 ottobre, quando un attacco guidato da Hamas al sud di Israele ha ucciso 1.171 persone e ne ha catturate e portate a Gaza prigioniere più di 200, l’enclave è stata sotto assedio totale e privata dei beni di prima necessità, mentre affrontava una devastante campagna di bombardamenti da parte di Israele.

Più di 35.000 palestinesi sono stati uccisi e circa 1,7 milioni sono stati sfollati in quello che la Corte Internazionale di Giustizia a gennaio ha descritto come un plausibile genocidio.

Secondo i funzionari sanitari sono rimaste ferite anche quasi 77.000 persone. Le cifre non includono decine di migliaia di morti che si ritiene siano sepolti tra le rovine di case, negozi, rifugi e altri edifici distrutti dalle bombe.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Guerra contro Gaza: politici israeliani preoccupati per ‘mandati d’arresto segreti da parte della Corte Penale Internazionale’

Redazione di Middle East Eye

30 aprile 2024 – Middle East Eye

Secondo alcune informazioni, alcuni legali dello Stato ebraico pensano che i mandati di arresto potrebbero essere annunciati solo dopo che i funzionari israeliani viaggiassero nei Paesi europei

Secondo un media israeliano, i legali per conto di Israele presso la Corte Penale Internazionale nella città olandese dell’Aia sono preoccupati che i mandati d’arresto contro funzionari israeliani possano essere stati emessi segretamente.

Un rapporto stilato da Ynet afferma che i legali sono preoccupati che i politici israeliani possano scoprire dei mandati senza preavviso dopo essere arrivati negli Stati europei.

Il rapporto afferma che le basi legali per tali mandati potrebbero essere le dichiarazioni fatte da molti leader israeliani durante la guerra in corso contro Gaza, nelle quali hanno avvertito i palestinesi nel territorio assediato che gli sarebbero stati negati cibo e aiuti.

Una fonte che ha parlato all’organo di stampa ha affermato che a quanto pare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sta usando tattiche “minacciose” contro il procuratore Karim Khan, paragonando il suo comportamento a quello di un “elefante in una cristalleria.”

Gli israeliani stanno anche cercando assicurazioni dal segretario di stato statunitense Antony Blinken che Washington interverrebbe per bloccare ogni azione intrapresa dalla Corte Penale Internazionale.

In precedenza il quotidiano israeliano Maariv aveva riferito che Netanyahu è “spaventato e inusualmente stressato” dalla possibilità di un imminente mandato d’arresto.

Washington ha già affermato che la Corte Penale Internazionale non ha alcuna autorità per perseguire i leader israeliani.

Supporto al Congresso statunitense

Israele sta già affrontando presso la Corte Internazionale di Giustizia altre accuse di genocidio riguardo il suo attacco militare in corso a Gaza dopo la denuncia presentata dal Sud Africa.

La guerra ha ucciso finora almeno 34.500 palestinesi a Gaza, la maggioranza dei quali donne e minori.

Alcuni politici presso il Congresso statunitense, dove Israele ha una grande influenza e supporto, hanno promesso di prendere misure punitive contro la Corte Penale Internazionale se perseguisse personalità pubbliche israeliane.

Il portavoce della Camera dei Deputati, Mike Johnson, ha avvertito che se si creasse un precedente con l’emissione di mandati di arresto per i leader israeliani, i politici americani potrebbero essere i prossimi.

Mentre Johnson è repubblicano, anche il suo avversario, il Partito Democratico, è massicciamente filo-israeliano e contrario a ogni azione della Corte Penale Internazionale.

Secondo Axios alcuni membri del Congresso stanno promuovendo una legge per sanzioni contro la Corte Penale Internazionale, mentre altri stanno discutendo se ritirarsi dallo Statuto di Roma in base al quale è stata creata la corte.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Le proteste nei campus: potrebbe essere il momento in cui Israele perde l’Occidente

David Hearst

29 aprile 2024 – Middle East Eye

Il movimento di protesta contro la guerra a Gaza ha rivitalizzato la causa nazionale palestinese e una nuova generazione di ebrei americani si sta opponendo all’identificazione con il sionismo.

Dal punto di vista militare l’offensiva del Tet, un attacco di sorpresa lanciato dai vietcong e dall’esercito nordvietnamita in Vietnam nel gennaio 1968, fu un fallimento.

Intendeva provocare un’insurrezione generale nel Vietnam del Sud che non scoppiò mai. Dopo la sorpresa iniziale l’esercito sudvietnamita e le forze USA si riorganizzarono e inflissero gravissime perdite alle migliori truppe vietcong.

Ma ebbe conseguenze molto importanti sulla guerra in Vietnam.

Il generale Tran Do, il comandante nordvietnamita della battaglia di Hue [una delle principali città del Paese e dove più duri furono i combattimenti, ndt.], ricordò: “Ad essere onesti, non raggiungemmo il nostro principale obiettivo, che era scatenare una rivolta in tutto il Sud. Eppure infliggemmo gravissime perdite agli americani e ai loro fantocci e questo fu un grande risultato per noi. Quanto ad avere un impatto sugli Stati Uniti, non era nelle nostre intenzioni, ma si dimostrò un risultato fortunato.”

L’offensiva del Tet si dimostrò un punto di svolta nell’appoggio dell’America alla guerra.

Il Pentagono venne sottoposto a critiche senza precedenti per le sue ottimistiche affermazioni sull’andamento della guerra e mentre i vietcong persero 30.000 soldati, l’anno seguente gli Usa subirono 11.780 caduti, dimostrando così le capacità di resistenza militare del Nord.

Si aprì un’ampia frattura nella credibilità tra l’allora presidente Lyndon B. Johnson (KBJ) e l’opinione pubblica. Lo stesso LBJ perse fiducia nei comandi militari e li sostituì.

Nel 1968 la Columbia University divenne uno degli epicentri delle proteste contro la guerra, spinte dai legami dell’università con l’industria bellica. Gli studenti occuparono cinque edifici e tennero in ostaggio per 36 ore Henry Coleman, il preside. C’è l’immagine iconica di uno studente che fuma un sigaro nel suo ufficio.

Venne fatta entrare la polizia. Ci furono centinaia di studenti arrestati, feriti, uno sciopero e poi le dimissioni del rettore della Columbia, Grayson Kirk. Le proteste contro la guerra raggiunsero l’apice fuori dalla Convenzione Nazionale Democratica di Chicago e in seguito vennero viste come una delle ragioni dell’elezione di Richard Nixon.

Nel contempo il movimento contro la guerra si era esteso come un incendio a tutto il mondo.

Ci fu un’enorme manifestazione a Berlino ovest. Il Vietnam fu una delle scintille che provocarono settimane di scontri di piazza nella rivolta di operai e studenti del maggio ’68 a Parigi e in tutta la Francia. Ancor oggi si possono vedere fori di proiettile nel Marais, [quartiere] di Parigi.

Il movimento di protesta del maggio ’68 ebbe politicamente vita breve. L’insurrezione di Parigi finì in dieci settimane, benché a un certo punto l’Eliseo arrivò talmente vicino a perdere il controllo della situazione che il presidente in carica, De Gaulle, scappò dal Paese.

Il presidente francese si rifugiò nel caldo abbraccio della Nato. Dove altro avrebbe potuto andare? Scappò nel quartier generale dell’esercito francese in Germania insieme agli alleati della Nato.

Il giorno dopo mezzo milione di lavoratori sfilarono a Parigi scandendo “De Gaulle addio”. De Gaulle riuscì a vincere le successive elezioni, ma lo shock della notizia fu profondo. Tutto questo in Francia cambiò un’intera generazione.

Il 1968 oggi

Sono molti i paralleli tra il movimento di protesta del ’68 contro la guerra del Vietnam e le attuali proteste globali contro la guerra a Gaza.

Come nell’offensiva del Tet, l’evasione di massa dalla prigione di Gaza organizzata dalle Brigate al-Qassam il 7 ottobre è andata fuori controllo in poche ore. Ciò è stato dovuto in parte all’inaspettatamente rapido collasso della brigata Gaza dell’esercito israeliano nel sud di Israele.

Un attacco contro obiettivi militari, in cui sono stati uccisi centinaia di soldati israeliani, si è trasformato in una serie di massacri contro civili, sia abitanti di kibbutz che spettatori di un festival musicale in cui si sono imbattuti Hamas e altri gruppi scatenati oltre il confine. Secondo le fonti ufficiali di uno Stato del Golfo, l’attacco del 7 ottobre è stato la madre di ogni errore di calcolo.

Ma la risposta israeliana, la distruzione sistematica di Gaza durata sette mesi, una campagna genocida contro ogni cittadino e famiglia nella Striscia indipendentemente dall’affiliazione, la distruzione delle loro case, ospedali, scuole, università, ha determinato un punto di svolta nell’opinione pubblica mondiale.

Ancora una volta l’appoggio a questa guerra è fornito da un presidente democratico USA in un anno elettorale. Ancora una volta la Columbia è stata al centro della rivolta, con un accampamento di protesta contro l’attacco israeliano che ha provocato un’ondata di azioni simili nei campus dei college in tutti gli USA.

Columbia, Yale e Harvard sono tutte nel mirino di questa rivolta studentesca a causa dei legami delle università con Israele.

Alla Columbia gli studenti chiedono che l’università ponga fine agli investimenti nei giganti della tecnologia Amazon e Google che hanno un contratto di 1.2 miliardi di dollari per una super cloud di dati con il governo di Tel Aviv.

A Yale gli studenti stanno chiedendo che l’università disinvesta da “ogni impresa di produzione bellica che contribuisce all’aggressione israeliana contro la Palestina”. Yale ha scambi di studenti con sette università israeliane. Harvard ha programmi con tre di queste università, mentre la Columbia ha rapporti con quattro di esse.

Come nel 1968 molte di queste proteste sono state represse con la forza. Il preside della Columbia Nemat Minouche Shafik ha ordinato alla polizia di New York di disperdere l’accampamento di 50 tende sul South Lawn [il prato che si trova nella parte sud del campus, ndt.], il che ha portato all’arresto di 100 studenti della Columbia e del Barnard College, compresa la figlia della parlamentare statunitense Ilhan Omar.

Gli studenti sono stati anche sospesi dalle lezioni ed è stato detto loro che non potranno terminare il semestre accademico. A Yale 50 manifestanti sono stati arrestati con l’accusa di “violazione aggravata di proprietà privata”. In Ohio i dimostranti sono stati picchiati e colpiti con i taser. Circa 900 manifestanti sono stati arrestati in tutto il Paese dal primo scontro alla Columbia, il 18 aprile.

Niente di tutto ciò è nuovo.

Nel 1970 la Guardia Nazionale dell’Ohio aprì il fuoco contro i manifestanti uccidendone quattro e ferendo nove studenti in quello che è noto come il massacro della [università] Kent State. Allora come adesso la brutalità della polizia contro gli studenti ha solo provocato la diffusione delle proteste.

Ore dopo che l’amministrazione aveva chiuso un accampamento a Princeton, centinaia di studenti hanno occupato un cortile interno portando libri, computer portatili e lavagne per organizzare una “università popolare per Gaza”. Alcuni docenti si sono uniti e hanno guidato dibattiti e discussioni.

La polizia è stata chiamata in 15 università in tutti gli USA e ci sono proteste in altre 22 università e college.

Le proteste negli USA si sono estese a università britanniche, anche se hanno ricevuto minore attenzione mediatica.

Al Trinity College, Cambridge, il ritratto di Lord Balfour, il ministro degli Esteri britannico responsabile della dichiarazione che riconosceva il diritto degli ebrei a una patria in Palestina, è stato imbrattato e sfregiato prima di essere tolto dall’università.

Londra ha appena assistito alla sua tredicesima manifestazione nazionale dall’inizio della guerra. Per la loro persistenza e le dimensioni le proteste contro la guerra a Gaza sono comparabili solo con la manifestazione di oltre un milione di persone contro la decisione di Tony Blair di invadere l’Iraq, che nel 2003 è stata la più grande di questo genere.

Il movimento di protesta sta avendo un profondo effetto sulla stessa Gaza perché per una volta il popolo palestinese che affronta questo massacro non si sente solo.

Il giornalista e creatore di contenuti Bisan Owda ha detto: “Continuate così, perché voi siete la nostra unica speranza. E vi promettiamo che terremo duro e vi diremo sempre la verità. E per favore non lasciate che la loro violenza vi spaventi. Non hanno nessun’altra opzione se non farvi tacere e terrorizzarvi perché state demolendo decenni di lavaggio del cervello.”

Il bersaglio è il sionismo

Owda ha ragione. Se i bersagli del movimento di protesta del 1968 erano il Pentagono o il paternalismo repressivo dello Stato gollista, oggi sono il sionismo e chi arma Israele negli USA, in GB e in Germania.

Questa è la lobby filo-israeliana che etichetta e calunnia i politici come antisemiti per il loro appoggio alla Palestina. Sono loro che fanno sì che università codarde e in preda al panico caccino docenti dal loro lavoro. Si vedono come democratiche ma mettono mano alla strumentazione fascista. Danneggiano lo stato di diritto, la libertà di parola e il diritto a protestare.

Alla testa della rivolta contro il sionismo c’è una nuova generazione di ebrei che partecipano in numero sempre crescente a queste proteste.

Uno studente della Columbia e due del Barnard hanno spiegato perché: “Abbiamo scelto di essere arrestati nel movimento per la liberazione dei palestinesi perché siamo ispirati dai nostri antenati ebrei che lottarono per la libertà 4.000 anni fa. Quando la polizia è entrata nel nostro accampamento abbiamo formato una catena e cantato canzoni dell’epoca dei diritti civili che molti nei nostri predecessori più recenti hanno cantato negli anni ’60. Veniamo da un passato di attivismo progressista ebraico che ha superato linee di razza, classe e religione per trasformare le nostre comunità.

L’arresto e la brutalizzazione di oltre 100 studenti filopalestinesi della Columbia è l’azione peggiore di violenza nel nostro campus da decenni. Nel momento in cui la Columbia ha chiesto alla polizia di arrestare centinaia di studenti che protestavano, la nostra università ha normalizzato una cultura in cui le differenze politiche sono accolte con violenza e ostilità… Mentre scriviamo questo, studenti israeliani che ci passano vicino ci chiamano ‘animali’ in ebraico perché pensano che nessuno di noi li capirà, ripetendo le affermazioni del ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant secondo cui i palestinesi di Gaza sono ‘animali umani’.”

La guerra a Gaza sta provocando un dibattito senza precedenti tra gli ebrei, con importanti intellettuali come la giornalista canadese Naomi Klein che afferma che il sionismo è un “falso idolo che ha preso l’idea della terra promessa e l’ha trasformata in un atto di compravendita a favore di uno Stato etnico militarista.”

Klein ha scritto: “Fin dall’inizio ha prodotto un orrendo genere di ‘libertà’ che vedeva i bambini palestinesi non come esseri umani ma come minacce demografiche, così come nel Libro dell’Esodo il faraone temeva la crescente popolazione israelita e quindi ordinò la morte dei loro figli.

Il sionismo ci ha portati all’ attuale catastrofe ed è tempo di dire chiaramente: ci ha sempre portati qui. È un falso idolo che ha guidato troppi del nostro popolo lungo un sentiero profondamente immorale che ora li fa giustificare il fatto di gettare via comandamenti fondamentali: non uccidere, non rubare, non desiderare i beni altrui.”

La Palestina è ovunque

Questi avvenimenti avranno delle conseguenze.

Nel futuro immediato il movimento contro la guerra a Gaza ha rivitalizzato la causa nazionale palestinese come non mai. Nei campi profughi in Libano sbiadite scritte sui muri che commemorano le battaglie di Fatah e dell’OLP sono state sostituite da nuovi e rilucenti simboli che celebrano l’attacco del 7 ottobre. Il triangolo invertito che rappresenta Hamas che attraversa in paracadute la barriera di Gaza è ovunque.

Ogni manifestazione in tutto il mondo è guidata dalla diaspora palestinese che ha reagito in modo opposto a quello che era stato immaginato da Israele e dai suoi sostenitori. Il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva pensato che se avesse ucciso gli anziani i loro figli e figlie avrebbero dimenticato la lotta.

Invece Netanyahu ha ricreato e rafforzato ovunque il legame dei palestinesi con la loro terra perduta. Se chiedi ai palestinesi del campo profughi giordano di Hitten dove sia la loro casa la risposta assolutamente maggioritaria è a Gaza o in Cisgiordania.

Questa ondata di solidarietà ha distrutto allo stesso modo anni di progetti per eliminare ogni legame tra la causa palestinese e il mondo arabo. Gli avvenimenti hanno contribuito. Le primavere arabe, la loro repressione e le guerre civili che ne sono seguite hanno soppiantato la Palestina come principale fonte di notizie per almeno un decennio.

Il tentativo israeliano di bypassare la causa nazionale palestinese tendendo direttamente la mano agli Stati del Golfo più ricchi stava per aver successo quando Hamas ha messo in atto il suo attacco.

Sette mesi dopo la Palestina è ovunque. Ogni sondaggio lo dimostra. Invece lo stesso Israele è sul banco degli imputati della giustizia internazionale, sotto indagine sia alla Corte Penale Internazionale, che sta per emettere mandati di arresto per Netanyahu e altri, e alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio.

Queste sono le conseguenze immediate, ma ce ne sono due a lungo termine che potrebbero essere ancora più importanti.

Il primo è che per la prima volta nella storia di questo conflitto Gaza, sia il suo popolo che i suoi combattenti, hanno evidenziato una determinazione a resistere e a lottare che l’OLP e Yasser Arafat non hanno mai dimostrato. Per la prima volta nella loro storia i palestinesi hanno una dirigenza che non rinuncerà alle sue principali richieste e che ispira rispetto.

La seconda conseguenza è che negli USA, l’unico Paese che può porre fine a questo conflitto ritirando il supporto militare, politico ed economico a Israele, sta crescendo una nuova generazione. È ancora oggi l’unica Nazione che Israele ascolta e che prende sul serio.

Tra loro gli ebrei sono orripilati da quello che si sta facendo nel loro nome. Orripilati da come la loro religione è stata trasformata in un’apologia della pulizia etnica. Orripilati da come la loro orgogliosa e sofferta eredità sia stata ridotta a una licenza di uccidere. Orripilati dal potere esercitato da Israele sul Congresso USA, sul parlamento britannico e su ogni importante partito in Europa.

Gli ebrei stanno sfidando l’affermazione secondo cui il sionismo è titolare della loro storia. Per questo sono in vario modo accusati di essere traditori, “kapo” (gli ebrei incaricati dalle SS naziste di controllare il lavoro forzato), odiatori di se stessi o semplicemente “animali”. Ma per me sono la principale fonte di speranza in questo paesaggio desolato. La guerra del Vietnam durò altri sette anni dopo l’offensiva del Tet. Neanche l’occupazione israeliana di Gaza avrà facilmente fine.

Ma potremmo aver raggiunto il punto di svolta nell’appoggio a Israele negli USA, in Gran Bretagna e in Europa, e ciò ha un significato storico.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore, esperto della regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato l’editorialista per l’estero del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e a Belfast. È arrivato al Guardian da The Scotsman [quotidiano britannico edito a Edimburgo, ndt.], dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)