Cos’è il “Consiglio per la Pace” di Trump e chi governerà Gaza?

Faisal Edroos

19 gennaio 2026 – Middle East Eye

Una potenziale alternativa alle Nazioni Unite guidata dagli Stati Uniti, il Consiglio e gli organismi che operano sotto di esso emarginano i palestinesi e rafforzano gli esponenti filo-israeliani.

In base ad una copia del suo Statuto visionata da Middle East Eye l’iniziativa “Consiglio per la Pace” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe competere con le Nazioni Unite e mediare in altri conflitti globali.

L’organismo è stato originariamente concepito come parte dell’iniziativa di Trump volta alla creazione di un nuovo quadro di governance per la Striscia di Gaza devastata dalla guerra sulla scia del genocidio israeliano in corso da due anni.

Ma il testo del suo Statuto, che non menziona l’enclave palestinese, evoca un “organismo internazionale per la costruzione di una pace più agile ed efficace”, suggerendo che il suo ambito di azione potrebbe essere molto più ampio.

“Il Consiglio per la Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”, afferma lo Statuto.

“Una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”, aggiunge.

Lo Statuto conferisce a Trump ampi poteri in qualità di presidente del Consiglio per la Pace, consentendogli di nominare e rimuovere gli Stati membri, una decisione che può essere annullata solo da una maggioranza di due terzi dei membri.

Vi si legge che i paesi che aderiscono al consiglio ricopriranno un mandato limitato di tre anni, a meno che non contribuiscano con oltre un miliardo di dollari entro il primo anno di attività.

Da quando è stato presentato sono stati invitati ad aderire diversi capi di Stato e di governo e, secondo fonti di MEE, il primo tra questi è stato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Il 18 gennaio Egitto, India, Pakistan e Arabia Saudita sono stati tra le decine di paesi che hanno dichiarato di essere stati invitati e di stare valutando la questione.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro se fosse stato invitato anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu [in realtà il 21 gennaio è stato comunicato il sì di Netanyahu all’adesione, ndt.].

Cos’è il comitato esecutivo costituente per Gaza?

Alla base della struttura gerarchica del Consiglio per la Pace si trova il comitato esecutivo costituente” per Gaza.

Il 16 gennaio la Casa Bianca ha presentato il comitato esecutivo costituente, un organismo che, a suo dire, guiderà la prossima fase di governance e ricostruzione nel territorio devastato dalla guerra.

La Casa Bianca ha affermato che il comitato esecutivo costituente, composto da sette membri, è formato da persone con “esperienza in diplomazia, sviluppo, infrastrutture e strategia economica”.

Ha specificato che ciascun membro del consiglio sarebbe stato responsabile di una serie di compiti fondamentali per la stabilizzazione di Gaza”, tra cui lo sviluppo delle capacità di governance, le relazioni regionali, la ricostruzione, l’attrazione di investimenti, i finanziamenti su larga scala e la mobilitazione di capitali”.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro chi sarebbe stato responsabile di quali priorità.

Nella sua dichiarazione la Casa Bianca ha anche annunciato la nomina di due controversi consiglieri senior che riferiranno al comitato e supervisioneranno “la strategia e le operazioni quotidiane”.

Ha inoltre nominato un Alto Rappresentante per Gaza, annunciato i membri di un Consiglio Esecutivo separato per Gaza e indicato il comandante della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), un organismo la cui composizione resta avvolta nell’incertezza da mesi.

Gli annunci hanno immediatamente attirato critiche da parte di analisti e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, che hanno sottolineato come nessuno dei suoi membri più importanti sia palestinese e come quasi tutti i componenti siano strettamente legati a Israele.

Non c’è stata alcuna risposta immediata da parte di Hamas, che in precedenza aveva dichiarato di essere pronta ad abbandonare i suoi compiti di governo nell’enclave, come delineato nel piano di Trump di ottobre.

Tuttavia la Jihad Islamica, la seconda organizzazione più rappresentativa a Gaza, ha criticato la composizione del consiglio, affermando che le nomine “sono in linea con le direttive israeliane” e servono gli interessi di Israele.

Chi sono i sette membri del consiglio esecutivo fondatore?

Marco Rubio

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio è stato indicato come primo membro del comitato esecutivo fondatore.

Da sempre sostenitore di Israele, Rubio si è ripetutamente opposto all’imposizione di vincoli agli aiuti militari statunitensi al Paese.

Come senatore, Rubio ha sponsorizzato il Combating BDS Act per contrastare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni che prendeva di mira Israele, sostenendo che boicottaggi e sanzioni discriminassero ingiustamente Israele e ne minassero la sicurezza e la posizione diplomatica.

All’indomani degli attacchi del 7 ottobre ha ripetutamente sostenuto gli attacchi israeliani a Gaza, definendo la guerra cruciale per la sicurezza di Israele.

Ha ripetutamente sostenuto che Hamas deve essere “sradicata” e ha respinto le indagini internazionali sulla condotta dell’esercito israeliano.

Dal momento della sua nomina a Segretario di Stato Rubio ha ribadito questa posizione, ma ha elogiato la prima fase dell’accordo di cessate il fuoco come il piano “migliore” e “unico”.

Jared Kushner

Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti, ha acquisito notorietà internazionale nel 2020 come uno degli artefici dell’ampiamente deriso “Accordo del Secolo” [piano di pace presentato da Donald Trump nel 2020 per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Proponeva uno Stato palestinese limitato, Gerusalemme come capitale indivisa di Israele e il mantenimento delle colonie israeliane in Cisgiordania, ndt.].

Nonostante non avesse alcuna esperienza pregressa in politiche di governo o relazioni internazionali il suo controverso piano prevedeva l’annessione di ampie zone della Cisgiordania occupata e della Valle del Giordano in cambio del riconoscimento di uno Stato palestinese disarticolato, senza alcun controllo sui propri confini o spazio aereo.

Kushner si è scagliato contro i palestinesi quando hanno respinto il piano, definendoli “stupidi” e persino consigliando loro di “farsi una doccia fredda” e di valutarlo più attentamente.

L’anno scorso il piano ampiamente screditato di Trump di espellere con la forza i palestinesi e trasformare Gaza in una “riviera” di proprietà degli Stati Uniti riecheggiava quasi parola per parola i progetti precedentemente prospettati da Kushner per l’enclave.

Kushner ha lanciato per primo l’idea nel 2024 durante un discorso all’Università di Harvard, affermando che avrebbe “fatto del suo meglio per far evacuare la popolazione e poi ripulire la zona”.

“La proprietà costiera di Gaza potrebbe essere molto preziosa… se le persone si concentrassero sulla creazione di mezzi di sostentamento”, affermò all’epoca.

Secondo il piano ai palestinesi sarebbero stati pagati 5.000 dollari per lasciare la loro terra e Gaza sarebbe stata trasformata con la creazione di resort di lusso e isole artificiali.

Steve Witkoff

Steve Witkoff, un miliardario imprenditore immobiliare ebreo-americano, non aveva alcuna formazione diplomatica ufficiale prima di essere nominato inviato di Trump in Medio Oriente. Ma il 68enne ha ricevuto ampi elogi per aver portato a termine l’accordo di cessate il fuoco di ottobre.

Durante un incontro con i leader di Hamas a Sharm el-Sheikh, Witkoff ha condiviso nel corso dei negoziati con Khalil al-Hayya, alto dirigente dell’organizzazione palestinese, il dolore per la perdita del figlio a causa di un’overdose [Witkoff ha ricordato l’episodio, avvenuto nel 2011, nel formulare le condoglianze a Khalil al-Hayya per la morte del figlio, rimasto ucciso da un raid delle forze armate israeliane a Doha, ndt.].

All’inizio di questo mese Witkoff ha annunciato l’inizio della seconda fase del piano di Trump per porre fine alla guerra a Gaza, aggiungendo di aspettarsi che Hamas “rispettassei pienamente i suoi obblighi” previsti dall’accordo, altrimenti avrebbe dovuto affrontare “gravi conseguenze”.

Tony Blair

L’ex Primo Ministro britannico Tony Blair era stato a lungo indicato come potenziale membro del comitato che avrebbe supervisionato la situazione di Gaza nel dopoguerra, nonostante avesse trascinato il suo Paese nella disastrosa invasione e occupazione dell’Iraq del 2003.

A parte il suo ruolo nella guerra in Iraq, il suo mandato come inviato di pace in Medio Oriente non è riuscito a raggiungere una soluzione di pace duratura per Israele-Palestina ed è stato ampiamente criticato da entrambe le parti.

Dopo aver lasciato la carica, l’organizzazione di consulenza di Blair, il Tony Blair Institute (TBI), è stata oggetto di ampie critiche per aver fornito assistenza a una serie di governi autocratici, tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

L’istituto ha smentito le notizie secondo cui Blair avrebbe fornito consulenza al Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi nel 2014, dopo che il generale aveva deposto il primo leader democraticamente eletto del Paese, Mohamed Morsi.

Il TBI ha anche ricevuto denaro da un truffatore finanziario legato agli insediamenti illegali israeliani e a una rete islamofoba americana.

Da quando ha lasciato l’incarico Blair è stato anche sponsor onorario della filiale britannica del Jewish National Fund (JNF) di Israele, che ha dovuto affrontare pesanti critiche per le sue attività, tra cui la donazione di 1 milione di sterline (1,15 milioni di euro) a quella che è descritta come “la più grande milizia di Israele”, e la cancellazione della Palestina dalle sue mappe ufficiali.

Il TBI è stato più recentemente associato a un piano postbellico per Gaza, ampiamente disapprovato, che prevedeva la trasformazione della Striscia in un centro commerciale e lo sfollamento forzato dei palestinesi dall’enclave devastata dalla guerra.

Ajay Banga

Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, è uno dei due esperti finanziari che entrano a far parte del comitato esecutivo costituente.

Dopo aver iniziato la sua carriera presso Nestlé India, ha poi svolto un ruolo decisivo nel lancio dei franchising di fast food di PepsiCo, Pizza Hut e KFC in India, durante la liberalizzazione dell’economia del paese.

In seguito ha svolto il ruolo di consulente per diversi politici statunitensi, tra cui l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, per essere poi nominato nel 2023 alla guida della Banca Mondiale dall’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Nel 2024 Banga ha elogiato il Primo Ministro indiano Narendra Modi per quella che ha definito la costruzione di un solido rapporto con gli Stati Uniti.

Anni prima Banga aveva ricevuto il Padma Shri, una delle più alte onorificenze indiane, precedentemente conferita dal governo indiano a Jawaharlal Nehru.

Marc Rowan

L’imprenditore miliardario Marc Rowan è l’altro esperto finanziario che entrerà a far parte del consiglio direttivo

In qualità di amministratore delegato di Apollo Global Management, la sua società di investimento privato, è fortemente impegnato in attività commerciali in Israele.

La sua società ha precedentemente collaborato con aziende come Phoenix Holdings, ora nota come Phoenix Financial, che, secondo i dati consultati da Middle East Eye, nel marzo 2025 deteneva azioni di società accusate dalle Nazioni Unite di operare in insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati.

In diverse interviste Rowan, 63 anni, si è definito un “orgoglioso sostenitore dello Stato di Israele” e ha definito Israele un “rifugio” per gli ebrei.

Attualmente è presidente del consiglio di amministrazione della UJA-Federation di New York, una delle più grandi organizzazioni filantropiche locali al mondo, che avrebbe inviato fondi a organizzazioni che sostengono le colonie israeliane.

Nell’ottobre 2023, diverse settimane dopo che la sua alma mater, l’Università della Pennsylvania, aveva organizzato un festival pro-palestinese, Rowan chiese le dimissioni del preside e del presidente del consiglio di amministrazione dell’università.

Nonostante l’evento si sia tenuto settimane prima degli attentati del 7 ottobre, entrambi i funzionari si sono poi dimessi.

Nel dicembre 2025, durante una raccolta fondi che raccolse circa 57 milioni di dollari per cause pro-Israele, Rowan ha accusato Zohran Mamdani, che si stava candidando a sindaco di New York, di essere un “nemico” degli ebrei .

Mamdani ha poi vinto la competizione con una vittoria schiacciante diventando sindaco di New York.

Robert Gabriel

Anche Robert Gabriel, relativamente sconosciuto, è stato nominato nel comitato esecutivo.

Gabriel è stato consulente politico nella prima campagna presidenziale di Trump e durante le rivolte del 6 gennaio scrisse un messaggio a una persona anonima, dicendo: “Sono sicuro che il POTUS [il Presidente degli Stati Uniti] sia entusiasta di questo“.

Secondo Politico Gabriel ha lavorato a stretto contatto con la responsabile dello staff Susie Wiles in qualità di “consigliere principale” e durante la campagna presidenziale del 2024 è stato il suo assistente.

Chi sono i consulenti senior nominati nel “Consiglio per la Pace“?

La Casa Bianca ha annunciato che sono stati nominati anche due consulenti senior per gestire la strategia e le operazioni quotidiane del Consiglio per la Pace: Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum.

Lightstone è stato consulente senior di David Friedman, un convinto difensore del movimento israeliano delle colonie illegali, quando questi era ambasciatore degli Stati Uniti in Israele tra il 2017 e il 2021.

È stato anche un ex direttore esecutivo di Shining Light, un’organizzazione statunitense per la raccolta fondi legata alla destra israeliana.

Secondo Haaretz Lightstone è stato anche profondamente coinvolto nella creazione della controversa Gaza Humanitarian Foundation.

Meno noto al grande pubblico è Gruenbaum, descritto dalla Casa Bianca come consulente senior responsabile del coordinamento operativo.

Tuttavia Gruenbaum è noto per aver collaborato con Kushner al piano “riviera” di Trump per Gaza.

Chi è l’Alto Rappresentante per Gaza?

La Casa Bianca ha anche annunciato che l’ex inviato delle Nazioni Unite Nikolay Mladenov è stato nominato Alto Rappresentante per Gaza e fungerà da collegamento chiave tra il Consiglio Esecutivo Costituente per Gaza e il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), un comitato tecnico composto da funzionari palestinesi che dovrebbe gestire l’enclave.

Mladenov, che risiede negli Emirati Arabi Uniti, ha stretto buoni rapporti con Kushner quando quest’ultimo stava negoziando gli Accordi di Abramo del 2020, che hanno visto Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan normalizzare i rapporti con Israele, come precedentemente riferito a MEE da funzionari arabi e occidentali.

Kushner ha dichiarato al New York Times che l’amministrazione Trump ha dato fiducia al diplomatico bulgaro durante i negoziati e ha tenuto conto dei suoi commenti costruttivi”.

Cos’è il Consiglio Esecutivo per Gaza?

La Casa Bianca ha anche nominato un “Consiglio Esecutivo per Gaza” composto da 11 membri, incaricato di garantire il coordinamento regionale e internazionale.

Non è chiaro quali responsabilità avrebbero il consiglio o i suoi membri.

Secondo l’elenco pubblicato dalla Casa Bianca il consiglio include Blair, Kushner, Rowan e Witkoff, molte delle stesse figure presenti nel consiglio esecutivo.

Il Consiglio Esecutivo per Gaza comprenderebbe anche alti funzionari degli Stati della regione, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, il funzionario dell’intelligence egiziana Hassan Rashad e il ministro degli Emirati Arabi Uniti Reem al-Hashimy.

Anche Sigrid Kaag, politica olandese e coordinatrice delle Nazioni Unite a Gaza, è stata nominata per un ruolo.

Il canale israeliano Channel 12 ha riferito che anche l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay, che ha avuto stretti legami con Blair e Kushner, avrebbe fatto parte del consiglio.

Cos’è il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza?

Istituito a ottobre nell’ambito del piano di pace in 20 punti di Trump per Gaza.

Annunciato formalmente il 15 gennaio, i suoi membri devono ancora essere confermati ufficialmente, ma, secondo un elenco visionato da MEE, il comitato sarà guidato da Ali Shaath, ex viceministro palestinese per la pianificazione.

Parlando ai giornalisti il ​​18 gennaio Shaath ha affermato che l’organismo cercherà di ripristinare i servizi essenziali a Gaza e di coltivare una società “radicata nella pace”.

“Sotto la guida del Consiglio per la Pace, presieduto dal Presidente Donald J. Trump, e con il supporto e l’assistenza dell’Alto Rappresentante per Gaza, la nostra missione è quella di ricostruire la Striscia di Gaza non solo nelle infrastrutture, ma anche nello spirito”, ha affermato Shaath.

Ha aggiunto che il NCAG si concentrerà sul rafforzamento della sicurezza nell’enclave, di cui poco meno della metà è controllata da Hamas.

In seguito all’accordo di cessate il fuoco di ottobre Israele controlla almeno il 53% di Gaza occupando il territorio a est di un confine invisibile e in continua espansione noto come “Linea Gialla”.

Secondo l’elenco visionato da MEE gli altri membri dell’NCAG includono Omar Shamali, che supervisionerà le comunicazioni, Abdul Karim Ashour, incaricato dell’agricoltura, Aed Yaghi, responsabile del malandato sistema sanitario dell’enclave, e Aed Abu Ramadan, che guiderà l’industria e l’economia.

L’elenco indica inoltre che Jabr al-Daour si occuperà delle questioni relative all’istruzione, Bashir al-Rayes delle finanze, Ali Barhoum dell’acqua e dei comuni, Hanaa Tarzi dei soccorsi e della solidarietà e Adnan Salem Abu Warda della magistratura.

Precisa inoltre che Rami Tawfiq Helles si occuperà delle dotazioni e degli affari religiosi, Osama Hassan al-Saadawi supervisionerà l’edilizia abitativa e i lavori pubblici, mentre Samira Helles si occuperà dell’energia e dei trasporti.

Infine Sami Nasman, alto funzionario della sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese in pensione e critico di lunga data di Hamas, diventerà ministro della sicurezza.

Nel 2015 un tribunale di Gaza aveva condannato Nasman in contumacia a 15 anni di carcere per aver istigato al “caos” e presumibilmente orchestrato tentativi di assassinio contro i leader di Hamas.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mentre a Gaza il genocidio continua la Cisgiordania è spinta verso una nuova Nakba

Penny Green

11 gennaio 2026 – Middle East Eye

La distruzione dei campi profughi di Jenin e Tulkarem da parte di Israele sta strappando le famiglie alle loro case, svuotando le comunità e accelerando la cancellazione dei palestinesi.

Il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele non si è mai limitato alla sola Gaza.

In nessun luogo ciò è così evidente come nei campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, devastati, sfregiati dalle bombe, spettrali, distrutti e svuotati da Israele come duro monito per i palestinesi sulle conseguenze della resistenza all’occupazione e al genocidio.

Questo progetto coloniale pluridecennale in Palestina presenta molteplici livelli di annientamento. Mentre il mondo, sebbene attraverso una lente distorta, si è concentrato sulla catastrofe che ha colpito Gaza, Israele ha fatto in modo che in Cisgiordania i suoi piani per l’eliminazione dei palestinesi procedessero rapidamente.

L’espansione degli insediamenti coloniali, gli attacchi dei coloni, protetti dalle forze israeliane, contro gli agricoltori, i furti sistematici di bestiame, la distruzione delle scuole e delle case dei villaggi e lo sradicamento forzato dei palestinesi nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a Gerusalemme Est costituiscono tentativi sistematici volti a distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese e il suo legame con la sua antica patria.

Durante una recente visita nella Cisgiordania settentrionale ho assistito alla distruzione fisica dei campi profughi e sono rimasta colpita da quanto le vite dei palestinesi rispecchino in quel luogo la devastazione affrontata dai profughi a Gaza.

È stato un chiaro richiamo al fatto che questo genocidio prende di mira tutti i palestinesi della Palestina storica.

Tra il 21 gennaio e il 9 febbraio 2025 Israele ha lanciato l’Operazione Muro di Ferro, prendendo di mira presunti “elementi terroristici” in tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale.

Il presidente del Comitato Pubblico di Nur Shams, Nihad Shawish, 52 anni, ci ha detto: “Proprio come a Gaza, stanno cercando di affermare che il campo profughi è un centro di terrorismo. Ma in realtà la resistenza è composta solo da poche persone in cerca di libertà”. E, proprio come a Gaza, tutti i palestinesi sono considerati da Israele “terroristi” e obiettivi da eliminare.

Nel corso dell’operazione, durata 19 giorni, circa 40.000 rifugiati provenienti dai campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati allontanati con la forza dalle loro case da forze speciali israeliane pesantemente armate, con l’uso veicoli blindati, droni e bulldozer.

L’Unrwa, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ha descritto l’offensiva israeliana come “la più prolungata ed estesa ondata di espulsioni dal 1967”. Si stima che il 43% dei campi profughi di Jenin, il 35% di Nur Shams e il 14% di quelli di Tulkarem siano stati distrutti o gravemente danneggiati.

Gli edifici su entrambi i lati dei vicoli nel campo di Nur Shams, che si estendeva dalla strada principale di collegamento tra Nur Shams e Tulkarem fino alla sommità del campo, sono stati bombardati o rasi al suolo per allargare i viottoli larghi due metri e trasformarli in strade larghe 12 metri accessibili ai carri armati. Tutti gli abitanti sono stati espulsi.

Viaggi dell’apartheid

Anche il viaggio verso questi campi devastati mette in luce, a ogni svolta, la brutale realtà dell’apartheid israeliano.

Attraversare la Cisgiordania è una sfida quotidiana di resistenza per i palestinesi. Un sistema stradale dell’apartheid significa che, mentre le illegali colonie israeliane sono collegate da scorrevoli autostrade per Gerusalemme e Tel Aviv, i palestinesi sono costretti a viaggiare su strade dissestate e tortuose e ad attraversare tunnel bloccati da infiniti posti di blocco e da imponenti barriere stradali gialle.

Un viaggio che richiederebbe 20 minuti sulle strade dei coloni per i palestinesi dura tre ore o più.

Durante il tragitto da Ramallah a Tulkarem ci siamo imbattuti in un nuovo spettacolo del suprematismo israeliano: enormi bandiere israeliane fiancheggiavano entrambi i lati dell’autostrada ogni 10 metri. Per gli osservatori esterni potrebbero riflettere una crescente insicurezza da parte di Israele, ma per i palestinesi sono semplicemente un’altra forma di intimidazione.

Abbiamo attraversato il bellissimo villaggio di Sinjal, ora circondato da recinzioni di filo spinato alte 30 metri. Tutti gli ingressi, tranne due, sono stati sigillati permanentemente da Israele, mentre i restanti due possono essere chiusi in qualsiasi momento a discrezione delle forze israeliane. Gli abitanti del villaggio non hanno alcuna spiegazione sul perché siano stati presi di mira in modo così feroce, se non che si tratti di “un altro atto di occupazione”.

Dalla mia ultima visita nel 2022 il progetto di insediamento coloniale si è ampliato notevolmente.

Incoraggiato dall’impunità internazionale e da un governo di estrema destra in cui i coloni detengono ministeri chiave, Israele ha approvato la legalizzazione o la costruzione di 69 nuovi insediamenti.

“Stiamo promuovendo una sovranità di fatto”, ha dichiarato il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich annunciando i piani per oltre 3.400 case nelle colonie nell’ambito del progetto E1, che collegherebbe vasti blocchi di insediamenti coloniali nella Gerusalemme Est occupata a Maale Adumim, isolando così fisicamente i palestinesi di Gerusalemme Est da quelli della Cisgiordania occupata.

Abbiamo attraversato il grande insediamento illegale di Eli, in continua espansione, arroccato su una collina, con le sue orribili case dai tetti rossi, esse stesse una dichiarazione di intenti genocidi, una minaccia al benessere degli abitanti palestinesi del villaggio, che hanno visto i loro ulivi sradicati e hanno subito violenti attacchi.

Eli è anche noto per la sua accademia pre-militare Bnei David, che addestra coloni per il grado di ufficiali in unità di combattimento d’élite.

Abbiamo attraversato stazioni di servizio che i palestinesi non possono utilizzare e nuovi avamposti coloniali che deturpano antichi terrazzamenti e uliveti. Questi orribili avamposti illegali inevitabilmente si trasformeranno in orribili insediamenti coloniali illegali.

Una strada vicina, visibile ma non percorribile, ci avrebbe portato a Tulkarem in meno della metà del tempo. Ma Israele l’ha vietata a tutti i palestinesi.

Invece abbiamo percorso strade dissestate, fermandoci a posti di blocco improvvisi dove giovani soldati minacciosi decidevano se il nostro viaggio sarebbe continuato o terminato. A un certo punto abbiamo preso una strada alternativa per evitare un ulteriore posto di blocco.

Questi continui atti di apartheid sono progettati per rendere la vita dei palestinesi così insopportabile da costringerli ad abbandonare la loro terra.

Gaza in Cisgiordania

Percorrendo una strada sterrata dissestata abbiamo finalmente raggiunto Tulkarem. Le rovine del campo profughi di Nur Shams, la cui intera popolazione era stata espulsa con la forza a gennaio, si trovavano alla nostra sinistra.

Il campo è ora una spettrale città fantasma, con circa un terzo dei suoi edifici completamente o in gran parte distrutti. Grandi aree vuote sono state scavate nel cuore di Nur Shams dalle ruspe israeliane. Centinaia e centinaia di case sono state demolite probabilmente per creare accessi per veicoli blindati e carri armati.

Una Stella di David blu è stata dipinta con vernice spray su quella che un tempo era la casa di un rifugiato palestinese, ora utilizzata come base militare. Non è rimasto nessuno. Mentre salivo su un tumulo per scattare una fotografia, due passanti mi hanno intimato con urgenza di scendere. “I cecchini sparano a chiunque e senza preavviso”, hanno gridato.

I rifugiati hanno raccontato che, non appena hanno invaso i campi, le forze israeliane hanno interrotto tutte le comunicazioni e i servizi. Internet, elettricità e acqua sono scomparsi all’istante. Questi rifugiati espulsi sono stati letteralmente gettati nel nulla. Alcuni hanno trovato parenti da cui stare, mentre molti altri hanno cercato rifugio in moschee, scuole abbandonate, sale per matrimoni e altri spazi pubblici. Ora vivono ai limiti della sopravvivenza.

È stato proprio come la Nakba, soprattutto perché non sapevamo dove stavamo andando… nessuno sapeva dove saremmo stati costretti a dirigerci”, ha detto Nihad.

I rifugiati che hanno trovato rifugio nella scuola rimasta in costruzione di El Muowahad nel villaggio di Thenaba, tra Nur Shams e Tulkarem, hanno descritto il terrore dei raid da parte di soldati armati fino ai denti, degli elicotteri d’attacco Apache che sorvolavano il campo, dei droni suicidi che esplodevano e della fuga frenetica dalle loro case con addosso solo i vestiti che indossavano.

“Il 26 gennaio hanno iniziato a far saltare in aria le nostre case e in sette giorni il campo è stato completamente svuotato”, ha ricordato Khaled, 50 anni, seduto esausto su una sedia di plastica nel corridoio della scuola in cui vive insieme a 21 famiglie del campo di Tulkarem.

“Nessuno se lo aspettava”, ha continuato. “Non ho portato via da casa nemmeno una maglietta. Ora è demolita.” Le case rimaste in piedi sono state date alle fiamme. Le espulsioni sono state violente. “Anche quando la Mezzaluna Rossa ci ha dato le medicine di cui avevamo bisogno i soldati ce le hanno strappate e le hanno gettate a terra”, ci ha raccontato Hakem, aggiungendo che più di 1.800 case nel campo di Tulkarem sono state distrutte.

Da quasi 12 mesi 122 rifugiati sfollati vivono nella scuola in costruzione condividendo locali angusti a gruppi di 10-12 persone. Le strutture sono poche o inesistenti,” ha spiegato Khaled.

“Quando siamo arrivati non c’era elettricità, quindi l’abbiamo collegata noi stessi.” A piano terra quattro bagni sono condivisi da uomini, donne e bambini. C’è una sola doccia. “Ci mettiamo tutti in fila come prigionieri”, ha aggiunto.

Una lavatrice serve tutte le famiglie. I vestiti sono appesi a ogni ringhiera mentre le persone cercano di aggrapparsi a piccoli rituali quotidiani mentre il loro campo giace in rovina a pochi metri di distanza.

“La vita nel campo era dura”, mi ha detto Nadia, 38 anni, “ma non quanto questa“.

Paesaggio distopico

A Tulkarem e Nur Shams le condizioni già disastrose per i rifugiati continuano a peggiorare. Inizialmente l’Unrwa forniva cibo e servizi, ma questo servizio è stato interrotto con l’entrata in vigore del divieto israeliano di operare nei territori palestinesi occupati.

“Il mio frigorifero è vuoto”, ci ha detto Hakem. “Lavoravamo tutti nelle città occupate, da Giaffa ad Haifa, da Gerusalemme a Tel Aviv. Ora viviamo sotto assedio senza possibilità di lavoro.”

Inoltre un ordine militare vieta loro di ricostruire le loro case distrutte. “Voglio solo tornare a vivere sulle macerie della mia casa”, ha aggiunto Hakem. “Cos’altro possiamo fare?”

Nadia mi ha mostrato un video girato da un vicino dopo che il campo era stato svuotato. Gli unici suoni in questo paesaggio distopico erano passi che scricchiolavano sui detriti e il suono spettrale del canto degli uccelli.

Hasan Khreisheh, un politico di Tulkarem che collaborava con le famiglie sfollate, ha descritto quanto accaduto nei campi della Cisgiordania settentrionale come qualcosa in linea con il progetto israeliano a Gaza, ma in una forma di “eliminazione silenziosa”.

Per il diciassettenne Ayhem, la cui istruzione è terminata quando la sua casa è stata demolita e la sua famiglia è stata costretta ad andarsene “è molto simile a quello che è successo a Gaza. Quando vedo Gaza in televisione, vedo esattamente quello che stiamo vivendo”. Dorme con nove membri della famiglia in una piccola aula scolastica. “Non ho vita sociale. I miei amici sono stati tutti costretti a trasferirsi in altre zone e il mio migliore amico è stato ucciso. Ho perso tutto.”

Vicino alla scuola si trova ciò che resta dell’ufficio del Comitato Pubblico di Nur Shams. Nonostante il trauma subito 10 volontari continuano a lavorare per sostenere le persone espulse dal campo. Dalla terrazza sul tetto osserviamo la devastazione di quelle che un tempo erano state le loro case.

“La mia casa è inabitabile”, dice Fatma, 70 anni, “ma sono pronta ad andare a vivere sopra le macerie. La dignità dell’essere umano è nella casa. Vedo la mia casa da qui, ma non posso raggiungerla.”

Nihad, il capo del Comitato, descrive la portata dell’assalto militare. La campagna israeliana all’interno dei sei quartieri di Nur Shams è iniziata il 9 gennaio. Centinaia di soldati, carri armati, veicoli militari e droni hanno preso d’assalto il campo costringendo tutti gli abitanti ad andarsene.

Chiunque si rifiutasse veniva ucciso fuori dalla propria abitazione per spingere le persone ad andarsene,” afferma. Le forze armate controllavano le vie che potevamo percorrere. Siamo stati costretti a metterci in fila e venivamo ripresi dai droni. Chiunque uscisse dalla fila veniva ucciso”.

“L’occupazione israeliana ha deciso di smantellare i campi”, continua. “A Nur Shams, con una popolazione di 13.000 abitanti, avevamo 400 edifici. Ogni edificio aveva più piani e unità abitative. Anche se una casa non è stata demolita con bulldozer ed esplosioni, le forze armate l’hanno incendiata per renderla inabitabile. Circa 2.300 famiglie sono state costrette ad andarsene e il 70% di loro vive in povertà.”

“All’interno dei campi non c’è acqua né elettricità. Mancano fognature e strade. L’intera infrastruttura è stata distrutta”, aggiunge Fatma.

Nihad lo dice senza mezzi termini: “Il campo è stato assassinato”.

Hanno anche preso di mira e distrutto il centro per i giovani, l’asilo, la sala matrimoni e il centro per disabili.

“Ritorno alle macerie”

Fatma, una leader molto rispettata della comunità di Nur Shams, descrive la sua esperienza la mattina dell’attacco: “Sono arrivati ​​alle 7 del mattino del 9 febbraio. Erano già dentro il campo. Hanno demolito metà della mia casa, ma noi siamo rimasti. Hanno usato uno dei nostri vicini come scudo umano. Sono venuti con i cani per perquisirci. Poi hanno preso possesso della nostra casa e l’hanno usata come caserma militare. Alla fine c’erano forse 100 soldati in casa mia”.

Fatma ha il cancro. I soldati hanno strappato i suoi certificati medici e distrutto la sua cisterna dell’acqua. “Hanno sparato al nostro piccolo televisore. Hanno distrutto la mia lavatrice e il mio frigorifero, che non avevo ancora finito di pagare.”

Mentre distruggevano case, mezzi di sussistenza e spazi comunitari, i soldati israeliani hanno commesso anche una serie di altri crimini, tra cui saccheggi palesi.

Hanno rubato le nostre cose davanti ai nostri occhi”, riferisce Fatma. “Mi hanno preso la borsa e rubato i 2.650 shekel che mi erano stati dati da una fondazione di Hebron per riparare la mia casa, oltre a due anelli d’oro, una collana, un braccialetto e una medaglia.”

Nonostante molti rifugiati affermino che torneranno alle macerie”, la realtà è desolante. La distruzione dei campi, l’espulsione dei loro abitanti e la più ampia campagna di Israele volta a rimuovere i palestinesi dalla loro terra rendono remote le loro possibilità di ritorno.

“‘Tornare alle macerie’ è solo uno slogan”, afferma Khaled. “Come possiamo tornare? Le forze israeliane sceglieranno chi può tornare, e chiunque abbia legami con i combattenti non potrà mai farlo. Ogni giorno c’è una nuova decisione che prende di mira le famiglie dei combattenti della resistenza. E ogni giorno vengono sottoposti a punizioni collettive”.

Khreisheh osserva che Israele ha recentemente annunciato che ad alcuni rifugiati potrebbe essere permesso di tornare, ad eccezione “delle famiglie dei martiri, dei feriti, dei prigionieri o dei militanti politici“. Questo, in pratica, escluderebbe quasi tutti.

Anche prendere in affitto un alloggio altrove in Cisgiordania è diventato sempre più difficile per i palestinesi sfollati. “Non abbiamo soldi e non abbiamo un posto dove andare”, dice Khaled. Ma la povertà è solo una parte del problema. I proprietari hanno paura di affittare ai rifugiati dei campi profughi

“Ogni volta che proviamo a prendere in affitto una casa”, spiega, “prima ci contano, poi ci chiedono da dove veniamo. Quando diciamo ‘Nur Shams’ o ‘campo di Tulkarem’, rispondono invariabilmente: ‘Non affitto casa a nessuno dei campi’. In un certo senso, lo capisco. Se un parente è in prigione, è un combattente o è stato ucciso, i proprietari temono incursioni. Quindi non ci concedono l’affitto.”

Tutti sono rifugiati

Tutti gli abitanti dei campi sono rifugiati, il loro status deriva dalle espulsioni di massa della Nakba del 1948 e dalla guerra israeliana del 1967.

Lo status di rifugiato, che giustamente si trasmette di generazione in generazionie, è inscindibile dal diritto al ritorno dei palestinesi. Attraverso il diritto internazionale e almeno cinque risoluzioni delle Nazioni Unite, tra cui l’articolo 11 della risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ai palestinesi è garantito il diritto al ritorno nelle terre da cui sono stati espulsi.

Un elemento centrale del progetto israeliano è sempre stato quello di impedire ai rifugiati del 1948 e ai loro discendenti di tornare alle proprie case.

Eppure tutti i rifugiati con cui ho parlato consideravano il loro status come la migliore garanzia per il ritorno.

In tutto il mondo vivono in esilio oltre sette milioni di rifugiati palestinesi. Per Israele la possibilità del loro ritorno è un incubo demografico e cerca di impedirlo a tutti i costi.

Khreisheh chiarisce che la distruzione dei campi profughi in Cisgiordania fa parte di un più ampio progetto genocida volto a eliminare l’idea stessa di campo profughi e lo status politico che conferisce. Molti altri hanno ribadito la stessa opinione.

I rifugiati e i loro discendenti sono gli unici testimoni della Nakba del 1948,” molti mi hanno detto, e ora Israele vuole far sparire i campi dei testimoni ed eliminare la questione palestinese”.

“Tutti coloro che sono fuggiti racconteranno una storia triste e dolorosa”, dice un rifugiato. “Case e terre rubate. Hanno replicato quanto accaduto nel 1948. La scena si sta ripetendo”.

“Stiamo passando da un dolore all’altro”, aggiunge un altro. “Questa occupazione vuole sradicare la gente da questa terra. Vogliono sbarazzarsi di tutti i testimoni dei crimini commessi fin dal 1948″.

La distruzione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem è un atto di genocidio calcolato. Distruggendo le comunità, smantellando l’Unrwa ed espellendo i rifugiati, Israele cerca non solo di espropriare i palestinesi delle loro case, ma di cancellare la loro storia, i loro diritti e le loro future rivendicazioni di giustizia, incluso il diritto al ritorno.

Come ha detto Nihad: “Vogliono porre fine allo status di rifugiato eliminando il campo, distruggendo la possibilità del diritto al ritorno e, per estensione, ogni possibilità di autodeterminazione palestinese”.

A Nur Shams il nostro obiettivo non è solo quello di tornare al campo, ma di tornare ai nostri villaggi d’origine. Questo è un nostro diritto storico. Non rinunceremo mai a questo diritto. Il campo è solo una tappa intermedia per noi. Tutti speriamo di poter tornare alle nostre terre d’origine”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede a Israele di porre fine al “sistema di apartheid” in Cisgiordania

Redazione MEE

8 gennaio 2026 – Middle East Eye

Il commento segue la pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite che documenta l’intensificarsi della “discriminazione” israeliana nei confronti dei palestinesi

Mercoledì, in un nuovo rapporto, le Nazioni Unite hanno affermato che Israele sta violando il diritto internazionale con l’attuazione di un sistema assimilabile all’apartheid e hanno avvertito che le pratiche discriminatorie hanno subito una forte accelerazione dalla fine del 2022, in un contesto di crescente violenza, repressione e impunità nella Cisgiordania occupata.

Nel rapporto, intitolato “Amministrazione discriminatoria da parte di Israele della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme Est”, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha sostenuto che la “discriminazione sistematica” multi-decennale contro i palestinesi si sta intensificando e ha invitato il Paese a porre fine al suo “sistema di apartheid”.

In una dichiarazione, l’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha affermato: “Esiste un sistematico soffocamento dei diritti dei palestinesi in Cisgiordania”.

Il rapporto di 42 pagine tratta i seguenti argomenti: uccisioni illegali di palestinesi; restrizioni discriminatorie alla libertà di movimento; aumento del numero di detenzioni di palestinesi e torture sui detenuti; espansione degli insediamenti e appropriazione delle risorse palestinesi; repressione della libertà di espressione; demolizione di abitazioni; trasferimenti forzati di palestinesi.

Si tratta di una forma particolarmente grave di discriminazione razziale e segregazione che ricorda il genere di sistema di apartheid già visto in passato, ha affermato Turk.

Sebbene molti esperti indipendenti affiliati alle Nazioni Unite abbiano descritto la situazione nella Cisgiordania occupata come “apartheid”, questa sarebbe la prima volta che un responsabile dell’ONU per i diritti umani utilizza questo termine. Si riferisce alla politica di segregazione razziale e discriminazione che il governo della minoranza bianca in Sudafrica ha applicato contro la popolazione a maggioranza non bianca del paese dal 1948 fino all’inizio degli anni ’90.

Il rapporto afferma che le autorità israeliane “trattano i coloni israeliani e i palestinesi residenti in Cisgiordania sulla base di due distinti corpi di leggi e politiche”.

“I palestinesi continuano a essere sottoposti a confische di terre su larga scala e alla privazione dell’accesso alle risorse”, si legge.

Il rapporto afferma che i palestinesi sono perseguiti dai tribunali militari, dove i diritti a un processo equo e a un giusto procedimento sono sistematicamente violati, mentre i coloni israeliani beneficianodel sistema, godendo degli stessi diritti di cui godono gli israeliani all’interno di Israele.

Turk ha chiesto a Israele di “abrogare tutte le leggi, le politiche e le pratiche che perpetuano la discriminazione sistemica contro i palestinesi basata su razza, religione o origine etnica”.

La missione israeliana a Ginevra ha respinto il rapporto definendolo assurdo e distortoe ha affermato che esso esemplifica la fissazione intrinsecamente politica dell’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite … nel diffamare Israele”.

Uccisione di palestinesi

Il rapporto rileva che il governo israeliano ha “ulteriormente ampliato” l’uso illegale della forza, le detenzioni arbitrarie e la tortura, la repressione della società civile e le indebite restrizioni alla libertà di stampa, le gravi restrizioni alla circolazione, l’espansione degli insediamenti coloniali e le relative violazioni nella Cisgiordania occupata dopo gli attacchi guidati da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza, che è stata riconosciuta come genocidio dalle Nazioni Unite, dalle organizzazioni per i diritti umani e dagli studiosi del genocidio.

Le Nazioni Unite hanno inoltre documentato una continuazione e unescalation della violenza dei coloni [israeliani], in molti casi con lacquiescenza, il sostegno e la partecipazione delle forze di sicurezza israeliane (ISF)”.

Il rapporto afferma che tra il 2005 e il 20 settembre 2025 l’esercito israeliano ha ucciso 2.321 palestinesi (1.760 uomini, 65 donne e 496 bambini) nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est occupata, e ne ha feriti migliaia, in molti casi causando ferite e disabilità permanenti.

Nello stesso periodo, sono stati uccisi 205 israeliani (148 uomini, 32 donne e 25 bambini). Più di un terzo di loro, 69, erano membri dell’esercito israeliano, e gli attacchi si sono verificati durante tensioni o in seguito ad attacchi da parte di singoli palestinesi.

Dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza, le truppe e i coloni israeliani hanno ucciso più di 1.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata, registrando un forte aumento.

Le Nazioni Unite hanno anche documentato un aumento delle esecuzioni extragiudiziali da parte dell’esercito israeliano, con “impunità quasi totale”, in Cisgiordania. Secondo il rapporto su oltre 1.500 uccisioni di palestinesi registrate tra gennaio 2017 e settembre scorso, le autorità israeliane hanno aperto solo 112 indagini, che hanno portato a una sola condanna.

La relazione menziona anche uccisioni gratuite con uso di forza letale. Nel novembre 2023 i soldati di un convoglio blindato si sono fermati per sparare alla nuca di Adam Samer Othman al-Ghoul, un bambino di otto anni che stava scappando, e per centrare due volte al petto Basil Suleiman Tawfiq Abu al-Wafa, quindicenne, mentre cercava di accendere un piccolo ordigno non identificato che, secondo il rapporto, non avrebbe rappresentato alcuna minaccia per un veicolo blindato”.

I soldati non hanno fornito assistenza medica ai ragazzi, lasciandoli incustoditi mentre morivano.

In Cisgiordania vivono circa 3,3 milioni di palestinesi, mentre circa 700.000 coloni israeliani risiedono in insediamenti illegali secondo il diritto internazionale.

Restrizioni alla circolazione

Dall’inizio della guerra israeliana a Gaza le autorità israeliane “hanno esteso e intensificato le restrizioni esistenti” alla circolazione dei palestinesi nei territori occupati.

L’ONU afferma che le restrizioni sembrano “perseguire illegalmente due obiettivi principali: frammentare ulteriormente il territorio e la società palestinese per facilitarne il controllo da parte dell’esercito israeliano e creare ed espandere aree riservate alle forze di sicurezza israeliane e ai coloni, comprese le strade, per garantire la ‘sicurezza’ dei coloni”.

Le restrizioni discriminatorie alla circolazione hanno avuto un impatto negativo sui diritti economici, sociali e culturali dei palestinesi, violando il loro diritto al lavoro e impedendo l’accesso alle loro terre, causando gravi difficoltà finanziarie e ostacolando il loro diritto a un adeguato tenore di vita.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha rilevato che al 31 gennaio 2024 le misure imposte dalle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata hanno causato la perdita di 306.000 posti di lavoro. Nel primo trimestre del 2025 il tasso di disoccupazione in Cisgiordania si attestava al 31,7% per gli uomini e al 33,7% per le donne.

Secondo il Global Education Cluster [coordinamento umanitario attivato dalle Nazioni Unite per garantire laccesso allistruzione in situazioni di emergenza, ndt.] l’aumento delle restrizioni alla circolazione, le operazioni militari israeliane e la violenza dei coloni hanno causato una riduzione dell’85% della mobilità in tutta la Cisgiordania occupata, colpendo almeno 782.000 studenti da ottobre 2023 ad agosto 2024 e causando la cancellazione delle lezioni e il ricorso all’apprendimento a distanza, non accessibile a tutti.

La chiusura di 12 scuole ONU nella Gerusalemme Est occupata e nei campi profughi nella Cisgiordania settentrionale ha avuto un impatto su 6.630 studenti palestinesi.

Donne e ragazze sono state colpite in modo sproporzionato, poiché le famiglie hanno smesso di mandare le bambine a scuola, soprattutto durante i periodi di violenza intensificata, temendo violenze di genere e umiliazioni durante le estese perquisizioni ai posti di blocco.

Detenzione

Le Nazioni Unite rilevano inoltre che le autorità israeliane hanno utilizzato la detenzione arbitraria come mezzo di controllo sulla popolazione palestinese.

È emerso che le autorità israeliane hanno deliberatamente sottoposto i palestinesi a condizioni disumane di detenzione, a maltrattamenti e torture, tra cui violenze sessuali e di genere su larga scala contro uomini e donne, come stupri e minacce di stupro; percosse sui genitali e altre torture a sfondo sessuale; ripetute, inutili e umilianti perquisizioni corporali; nudità forzata; e contatti fisici inappropriati.

Il rapporto cita il caso di due detenuti maschi rilasciati alla fine di settembre, i quali hanno riferito all’ONU di essere stati sottoposti, insieme ad altri detenuti, a uno stupro anale con un oggetto.

Il rapporto conclude di aver trovato motivi ragionevoli per ritenere che tale separazione, segregazione e subordinazione intendano essere permanenti… al fine di mantenere l’oppressione e il dominio sui palestinesi”.

L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha esortato Israele a porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati, smantellando tutti gli insediamenti ed allontanando tutti i coloni, e a rispettare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Genocidio dietro le sbarre: 32 palestinesi uccisi nelle carceri israeliane nel 2025

Mera Aladam

30 dicembre 2025 – Middle East Eye

Associazioni palestinesi per i diritti affermano che negli ultimi due anni in Cisgiordania e Gerusalemme sono stati registrati 21.000 arresti

Importanti associazioni palestinesi per i diritti dei prigionieri hanno accusato Israele di commettere un “genocidio sistematico” nei confronti dei detenuti, con almeno 32 decessi di prigionieri registrati nel 2025.

Secondo un rapporto annuale pubblicato dalla Commissione Palestinese per le Questioni dei Detenuti, dalla Società dei Prigionieri Palestinesi (PPS) e da Addameer, i prigionieri sono morti a causa di “sistematiche politiche gravemente disumane”.

Queste strutture sono state trasformate in luoghi di tortura, finalizzati a spezzare fisicamente e mentalmente i prigionieri attraverso sofferenze prolungate e deliberate e politiche di pene capitali al rallentatore”, afferma il rapporto.

Secondo informazioni rivelate da Israele, da ottobre 2023 sono stati documentati almeno 100 decessi di prigionieri. Le identità di 86 di loro sono state rese note, mentre il totale reale dei morti palestinesi nelle prigioni israeliane resta ignoto.

Il rapporto specifica che 94 corpi di palestinesi – 83 dei quali sono morti durante la guerra genocidaria di Israele a Gaza – continuano ad essere trattenuti dalle autorità israeliane.

Gli scorsi due anni hanno registrato “un livello senza precedenti di brutalità ed esecuzioni sistematiche di prigionieri”, affermano le associazioni per i diritti umani, aggiungendo che il totale dei decessi durante tale periodo equivale al numero di prigionieri uccisi sotto custodia israeliana negli ultimi 24 anni.

Questi fatti provano che ciò che sta accadendo ai prigionieri palestinesi è un sistematico genocidio”, sottolinea il rapporto.

I detenuti sono sottoposti a tortura, fame, negligenza medica, violenza sessuale, isolamento di massa e privazione di tutte le fondamentali esigenze umane.

Le istituzioni per i prigionieri affermano che l’intensità dei crimini e le brutalità documentate per due anni hanno oltrepassato tutti i limiti giudiziari, violando tutte le leggi, le norme e le convenzioni internazionali.”

Arresti di massa, esecuzioni sul campo

Inoltre il rapporto mette in luce arresti di massa in tutta la Cisgiordania occupata e a Gaza.

Da ottobre 2023 sono stati registrati oltre 21.000 arresti in Cisgiordania e a Gerusalemme, inclusi 1.655 arresti di minori e 650 di donne. Nel solo 2025 sono stati registrati 7.000 arresti.

La cifra non comprende gli arresti a Gaza o nelle comunità palestinesi che vivono in Israele.

Secondo il rapporto giornalisti palestinesi e personale medico sono tra i gruppi più pesantemente presi di mira.

Le associazioni aggiungono che questi continui arresti e interrogatori su larga scala sono accompagnati da sistematiche esecuzioni sul campo, pesanti pestaggi, estese distruzioni intenzionali, saccheggi di case, confische di veicoli, denaro e oro, uso di scudi umani, nonché da terrorismo organizzato e demolizioni di case appartenenti a parenti di detenuti palestinesi.

A dicembre 2025 più di 9.300 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, anche se la cifra reale è probabilmente più alta, poiché Israele non rilascia informazioni su centinaia di persone catturate a Gaza. Circa metà di loro (4.750) sono detenute senza processo né accuse.

Il rapporto sottolinea che da ottobre 2023 alle famiglie dei prigionieri catturati a Gaza è stata negata qualunque informazione ufficiale circa il luogo dove si trovano i loro cari.

L’impunità sistematica è cruciale per l’apparato di occupazione, rispecchiando la complicità giudiziaria nel coprire i crimini contro i prigionieri palestinesi e rafforzando le politiche di apartheid e persecuzione”, aggiunge il rapporto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La macchina propagandistica israeliana mette in pericolo ogni ebreo sul pianeta, me compreso

Antony Loewenstein

23 dicembre 2025 – Middle East Eye

Inquadrando gli orrori di Bondi come giustificazione delle sue azioni genocide questo governo si sta dibattendo per riconquistare la sua legittimità

Dopo poche ore dall’orribile attacco antisemita di Bondi Beach a Sidney di questo mese il governo israeliano e i suoi sostenitori hanno iniziato a fare pressioni su una Nazione in lutto con false narrazioni, sfacciate menzogne e razzismo

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e importanti ministri israeliani hanno accusato il governo australiano di “aver normalizzato il boicottaggio contro gli ebrei”, riconosciuto quest’anno lo Stato di Palestina e rifiutato di reprimere le manifestazioni a favore della Palestina.

L’ex-portavoce dell’esercito israeliano Eylon Levy ha postato su X (l’ex Twitter): “Gli ebrei di tutto il mondo vivono nella paura perché siamo braccati. Il 7 ottobre ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo e dato il via a una guerra globale contro gli ebrei.”

Non c’erano né logica né senso per questo attacco nel momento in cui a Bondi Beach i cadaveri erano ancora caldi. A quel punto, e ancora adesso, non c’è un’immagine chiara delle motivazioni del padre e del figlio accusati del massacro, soprattutto di ebrei che si erano riuniti per celebrare la prima notte di Hannukkah, benché sia stato preso in considerazione un rapporto con lo Stato Islamico.

È stato un intervento vergognoso da parte di uno sciagurato governo israeliano accusato di aver commesso un genocidio a Gaza, eppure ancora in troppi sui media australiani e internazionali hanno trattato Netanyahu e i suoi compari come commentatori credibili, affidandosi alla loro presunta saggezza.

Molti giornalisti ed editori, persino quelli che potrebbero essere in sintonia con un’opinione più scettica, in conseguenza della strage di Bondi Beach sono terrorizzati dall’idea di esprimersi, soprattutto di criticare il governo israeliano e la lobby filo-israeliana, per timore di venire accusati di antisemitismo. Il risultato sono il silenzio e l’acquiescenza.

Per il governo israeliano e per molti dei suoi sostenitori in tutto il mondo demonizzare i difensori pacifici della Palestina e vomitare odio contro i musulmani è diventato all’ordine del giorno nel momento in cui stanno perdendo la guerra di propaganda dopo più di due anni di stragi di massa a Gaza.

Fomentare paure

Un recente studio commissionato dal ministero degli Esteri israeliano ha scoperto che dal 7 ottobre 2023 l’immagine del Paese è stata pregiudicata e il suo consulente per le pubbliche relazioni ha proposto di combattere questo fatto fomentando la paura dell’Islam radicale e del “jihadismo”. La risposta israeliana al massacro di Bondi Beach si inserisce chiaramente in questo piano.

Quello che Israele e i suoi difensori continuano volontariamente a ignorare è che è difficile convincere un’opinione pubblica internazionale della giustezza della propria causa quando l’esercito israeliano continua la pulizia etnica dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Il problema non è un malfunzionamento nelle pubbliche relazioni, ma le politiche e azioni di odio contro i palestinesi. Ciononostante Israele sta intensificando la sua propaganda, prevedendo nel suo bilancio 2026 di spendere 2.35 miliardi di shekel (oltre 626.000 €) in campagne di sostegno.

Che cosa otterrà con questo? La comunità evangelica USA viene bombardata da contenuti filo-sionisti. Recentemente mille pastori statunitensi si sono recati in Israele per un viaggio pagato dal governo Netanyahu per addestrarli come ambasciatori del Paese. I cristiani palestinesi locali sono stati ignorati.

Israele sta tentando di rafforzare la sua base di appoggio all’interno della numerosissima comunità evangelica statunitense, tradizionalmente la sua maggior fonte di sostegno, perché i giovani evangelici stanno esprimendo uno scetticismo molto maggiore verso Israele e le sue politiche in Palestina.

Le mie fonti nella comunità evangelica mi dicono che il genocidio a Gaza ha avuto un profondo effetto sulle menti e sulle opinioni di molti giovani evangelici. In questi contesti religiosi preoccupazioni riguardo all’ingiustizia, in Palestina e altrove, stanno ricevendo il giusto spazio mediatico e Israele è preoccupato; da qui l’investimento di non si sa quanti milioni per diffondere propaganda a queste menti turbate.

Genocidio trasmesso in diretta

Israele deve affrontare un mondo che cambia, con il movimento MAGA di Trump sempre più diviso riguardo al suo, una volta solido, sostegno al sionismo. Gli ebrei progressisti negli USA e altrove sono largamente persi. L’estrema destra, dalla Svezia alla Francia, accoglie calorosamente Israele e la sua agenda etno-nazionalista.

Questo è l’effetto di anni di genocidio trasmesso dal vivo sulla reputazione di un Paese.

Il comportamento di Israele sta mettendo in pericolo direttamente ogni ebreo sul pianeta, me compreso. L’antisemitismo è reale e in crescita e ciò mi preoccupa profondamente in quanto ebreo. Ma l’Australia non è Berlino nel 1933, quando gli ebrei vennero improvvisamente trasformati in cittadini di seconda classe. È difficile prendere seriamente gli ebrei filoisraeliani che sostengono di sentirsi insicuri quando vedono un’anguria o sentono lo slogan “Palestina libera”.

Ma il desiderio di Tel Aviv di demonizzare il governo australiano non riguarda la protezione degli ebrei dall’antisemitismo: è un vergognoso tentativo di manipolare una discussione in cui i dirigenti israeliani non hanno un ruolo né importanza, in quanto si agitano per ristabilire la loro legittimità dopo anni di immagini quotidiane del massacro a Gaza.

Abbiamo bisogno di una classe giornalistica disposta a mettere in discussione le motivazioni di Netanyahu.

C’è una lunga storia di propaganda sionista, che risale a molto prima della nascita di Israele nel 1948, che intendeva spiegare e giustificare una presenza ebraica colonialista sulla terra.

Oggi gli strumenti di propaganda sono diffusi sulle reti sociali, e Israele sta scommettendo di poter riconquistare i sostenitori persi presentandosi come in prima linea nella “guerra al terrorismo” contro l’islamismo.

Consideratemi come profondamente scettico.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di bestseller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [sito di giornalismo investigativo, ndt.]. Ha scritto per The Guardian, the New York Times, the New York Review of Books e molti altri. Il suo ultimo libro è Laboratorio Palestina: come Israele Esporta la Tecnologia dell’Occupazione in Tutto il Mondo (Fazi Editore, 2024). Gli altri suoi libri includono Pills, Powder and Smoke [Pillole, Polvere e Fumo], Disaster Capitalism [Capitalismo del disastro] e My Israel Question [La mia domanda Israele]. I suoi documentari includono Disaster Capitalism e i film di Al Jazeera in inglese West Africa’s Opioid Crisis [La crisi degli oppioidi in Africa occidentale] e Under the Cover of Covid [Sotto la copertura del COVID]. Ha vissuto a Gerusalemme est dal 2016 al 2020.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La polizia arresta e aggredisce i medici che sostengono lo sciopero della fame di Palestine Action

Katherine Hearst

22 dicembre 2025 – Middle East Eye

I medici avevano chiesto un’ambulanza per una prigioniera di Palestine Action in sciopero della fame che accusava dolori al petto.

Una dottoressa del Servizio Sanitario Nazionale [britannico] afferma di essere stata “strangolata” dagli agenti di polizia durante una protesta fuori da una prigione britannica mentre chiedeva un’ambulanza per una prigioniera in condizioni critiche, legata a Palestine Action [gruppo britannico filo-palestinese autore di azioni non violente e inserito dal governo inglese nella lista dei gruppi terroristici, ndt.], in sciopero della fame.

Olivia Brandon, medico del pronto soccorso di un ospedale di Londra, ha raccontato a Middle East Eye di essere stata trascinata per il cappuccio del cappotto dagli agenti, cosa che le ha causato una compressione arteriosa che le ha fatto perdere conoscenza.

Ha anche riferito che un altro medico, Ayo Moiett, che aveva ripetutamente chiesto al carcere di Bronzefield di chiamare un’ambulanza per la prigioniera Qesser Zuhrah, è stato arrestato da due agenti di polizia con l’accusa di aver aggredito una guardia carceraria dopo essersi rifiutato di presentarsi a un “colloquio volontario”.

Entrambi i medici facevano parte di un gruppo di sostenitori che hanno atteso fuori dal carcere di Bronzefield tutta la notte del 17 dicembre chiedendo un’ambulanza per Zuhrah, in sciopero della fame da oltre 46 giorni.

Zuhrah è tra i sei prigionieri che hanno avviato uno sciopero della fame per protestare contro il trattamento riservato loro e contro la messa al bando del loro gruppo di azione diretta.

Il gesto di protesta è stato paragonato allo sciopero della fame del 1981 dei prigionieri repubblicani irlandesi guidati da Bobby Sands nell’Irlanda del Nord.

I prigionieri, tutti accusati di coinvolgimento con Palestine Action prima della sua messa al bando a luglio, quando verranno processati saranno stati in carcere per più di un anno. Chiedono la immediata libertà su cauzione.

Zuhrah ha dichiarato di soffrire di forti dolori al petto, alla parte bassa della schiena e nella zona dei reni dalle 17:00 circa di martedì.

Secondo i suoi amici, intorno alle 00:47 è finalmente arrivata un’infermiera a controllare le sue principali funzioni corporee e sottoporla a un ECG (elettrocardiogramma).

Brandon ha affermato che l’ospedale si è rifiutato di chiamare un’ambulanza perché i dati degli esami erano normali.

“Chiunque abbia forti dolori al petto deve recarsi immediatamente in ospedale”, ha detto Brandon a MEE.

Quando Brandon ha chiamato direttamente il South East Coast Ambulance Service, le è stato comunicato che non potevano inviare un’ambulanza perché la prigione aveva detto che l’avrebbero respinta.

La politica del Servizio Sanitario Nazionale stabilisce che i casi di dolore al petto “possono richiedere una valutazione rapida e/o un trasporto urgente” e prevede che il tempo di risposta dell’ambulanza “dovrebbe essere inferiore ai 19 minuti”.

In risposta a una richiesta di commento il South East Coast Ambulance Service ha dichiarato che “non inviano un’ambulanza in carcere su richiesta di terzi, ma collaborano con il team sanitario del carcere per stabilire se sia necessario un intervento”.

Un portavoce della prigione di Bronzefield ha dichiarato di non poter commentare i singoli casi.

“Un giorno finirete tutti in tribunale”

Brandon ha sottolineato che in caso di forte dolore toracico, dei risultati normali negli esami non escludono altre cause che possono includere un’embolia polmonare, un coagulo potenzialmente letale nei vasi che irrorano i polmoni, per cui Zuhrah è al momento ad alto rischio.

Brandon ha aggiunto che il forte dolore toracico che Zuhrah stava provando avrebbe potuto essere causato anche da polmonite.

“Se si sospetta una polmonite, è necessaria una radiografia del torace. Se si sospetta un coagulo, è necessaria una TAC urgente”, ha detto Brandon.

Secondo Brandon, nonostante l’infermiera si sia rifiutata di far vedere i risultati a Zuhrah, lei è riuscita a dare un’occhiata al monitor dell’elettrocardiogramma che rivelava una frequenza cardiaca di 127 battiti al minuto, molto elevata.

Secondo quanto riferito, l’infermiera ha anche avuto difficoltà a misurare la pressione sanguigna di Zuhrah, cosa che Brandon ha descritto come un “enorme campanello d’allarme”.

Ha spiegato che la combinazione di una frequenza cardiaca molto alta e di una pressione sanguigna bassa indica che la persona sta entrando in stato di shock.

In un filmato pubblicato su X si vede Brandon battere alla porta della prigione gridando: “Un giorno finirete tutti in tribunale”.

“Un forte dolore al petto comporta il trasferimento in ospedale… se prendessi nel mio ospedale le decisioni che state prendendo voi verrei licenziata, sarei processata e finirei in prigione”.

Mendicando un’ambulanza

James Smith, un altro medico del Servizio Sanitario Nazionale, è arrivato in prigione per sostenere Zuhrah intorno alle 9 di mercoledì mattina. A quell’ora una folla di circa 20 persone, tra cui la parlamentare Zarah Sultana, si era radunata fuori dal carcere. Smith ha raccontato che a un certo punto una delle guardie carcerarie ha aperto la porta di ingresso all’edificio e i manifestanti hanno seguito Sultana occupando la reception.

Il personale del carcere ha quindi chiamato le forze dell’ordine e, poco dopo, almeno 10 auto della polizia sono arrivate sul posto.

L’ambulanza è finalmente arrivata a prendere Zuhrah intorno alle 14:30, quindi il gruppo ha accettato di disperdersi e ripulire il luogo.

Smith ha raccontato che, mentre il gruppo se ne andava, due agenti di polizia si sono avvicinati a Moiett e gli hanno chiesto se poteva recarsi alla stazione di polizia per un “interrogatorio volontario”, poiché l’agente di polizia che aveva aperto la porta della reception del carcere aveva affermato di essere stata aggredita.

“Ho assistito a tutta la scena”, ha detto Smith. “Il dottor Moiett ha tenuto le mani alzate per tutto il tempo in cui sono entrati. Si è seduto per terra, è stato rispettoso, ha interagito con le guardie carcerarie e ha chiesto esplicitamente l’arrivo di un’ambulanza, prima di alzarsi e andarsene. Ero nell’atrio con loro. Non ha mai toccato un agente penitenziario o un agente di polizia.”

Secondo Smith, agli agenti che si sono avvicinati a Moiett è stato chiesto se fosse stato arrestato. Hanno risposto di no.

“È stato chiesto un parere legale ed è stato deciso che Ayo non sarebbe andato alla stazione di polizia, e a quel punto abbiamo iniziato a uscire insieme”, ha detto Smith.

Poi, i due agenti di polizia si sono avvicinati di nuovo a Moiett mentre il gruppo cercava di andarsene e uno degli agenti ha detto “non fatelo”.

“Mentre cercavamo di superarli, i due agenti lo hanno afferrato”, ha detto Smith.

“La situazione è degenerata molto rapidamente, altri agenti sono intervenuti di corsa… poi hanno trascinato Ayo verso una delle auto della polizia e lo hanno schiacciato con il petto contro l’auto e ammanettato con le mani dietro la schiena”, ha detto Smith a MEE.

Brandon ha detto di credere che Moiett fosse stato preso di mira perché è una persona di colore che “aveva fatto di tutto per far arrivare un’ambulanza per Qesser”.

Era rimasto in piedi davanti alle porte della prigione per ore e ore al gelo, scongiurando di chiamare un’ambulanza”, ha detto Brandon a MEE.

“Ho perso conoscenza”

Quando la polizia ha cercato di trasferire Moiett sul furgone, i manifestanti hanno iniziato a sedersi sulla strada, e quando il gruppo si è mosso per impedire al furgone di partire la polizia ha iniziato a trascinare le persone via dalla strada. Smith ha raccontato che lui e Brandon erano seduti sulla strada con le mani alla tracolla della borsa di lei quando la polizia li ha trascinati con la schiena sull’asfalto.

“Ho sentito i miei vestiti strapparsi e gli occhiali cadermi dal viso. La gente ha iniziato a gridare che la dottoressa Olivia veniva strangolata”, ha detto Smith, aggiungendo che unagente di polizia lo ha accusato di averla strangolata.

Il filmato dell’incidente mostra un agente di polizia che si avvicina a Brandon e la trascina per il cappuccio lungo la strada, mentre si sente lei che emette suoni di soffocamento.

“Mi hanno trascinata per diversi metri dall’altra parte della strada tirandomi per il cappuccio. Stavo per soffocare e poi ho perso conoscenza”, ha detto Brandon.

A seguito dell’incidente è stata portata in ospedale per una TAC.

In risposta a una richiesta di commento la polizia del Surrey ha dichiarato di non aver ricevuto una denuncia diretta relativa all’incidente, ma di aver deferito la questione per un esame all’Ufficio Indipendente per la Condotta della Polizia.

La polizia ha dichiarato in un comunicato che durante la manifestazione gli agenti hanno arrestato tre persone. Tra queste, un uomo di 29 anni accusato di aggressione con lesioni personali gravi, un uomo di 28 anni accusato di aggressione e una donna di 22 anni accusata di danneggiamento.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’espansione della ‘Linea Gialla’ da parte di Israele ingloba i distretti di Gaza e sradica le famiglie

Maha Hussaini, Gaza City, Palestina occupata

13 dicembre 2025 – Middle East Eye

Le famiglie palestinesi sono costrette ad andarsene dalle proprie case in silenzio mentre le forze israeliane sono sempre più vicine, nonostante il cessate il fuoco

Quando Ahmed Hamed è tornato a casa sua dopo il cessate il fuoco questa si trovava a circa 1,5 chilometri ad ovest della cosiddetta ‘Linea Gialla’ imposta da Israele.

Due mesi dopo quella distanza si è ridotta a circa 200 metri.

Prima della fine della guerra la nostra casa si trovava in una zona pericolosa ed era difficile per noi ritornarci”, ha detto a Middle East Eye il giornalista palestinese di 31 anni.

Abbiamo aspettato due settimane dopo il cessate il fuoco per essere certi che fosse sicura.”

Alla fine la famiglia è ritornata nella propria casa vicino al quartiere di Shujaiya nella parte orientale di Gaza City.

Quasi immediatamente il fragore della guerra l’ha nuovamente raggiunta.

Fin dal primo giorno in cui siamo tornati abbiamo sentito bombardamenti, demolizioni e spari”, dice Hamed.

Cominciavano al tramonto e proseguivano fino all’alba.”

All’inizio pensavano che le esplosioni fossero lontane, credendo che la Linea Gialla fosse ancora distante.

Ma ora Hamed può vedere i blocchi di cemento gialli piazzati dalle forze israeliane dalla sua finestra – cosa che non era possibile solo alcune settimane fa.

In tutta Gaza la linea provvisoria di demarcazione si è spostata, avvicinandosi ancor di più alle zone densamente popolate e alimentando il timore di nuovi sfollamenti e violenze da parte di Israele.

Fuggire in silenzio’

La Linea Gialla è un confine militare che è stato imposto e contrassegnato unilateralmente dalle forze israeliane all’interno della Striscia di Gaza dopo il cessate il fuoco mediato ad ottobre dagli USA.

Definita zona interdetta, impedisce ai palestinesi di entrare in ampie aree di terra a nord, sud ed est.

Dall’inizio del cessate il fuoco la linea è costantemente avanzata verso ovest, inglobando quartieri e occupando attualmente circa il 53% del territorio.

Ogni nuova progressione viene segnalata con blocchi di cemento gialli piazzati all’interno dei quartieri civili.

Secondo Hamed migliaia di case si trovano all’incirca entro un chilometro quadrato tra la posizione originaria della linea e quella attuale.

Dopo il cessate il fuoco molte famiglie sono tornate in queste case, cercando di riprendere la propria vita.

Le persone hanno installato dei generatori ed anche internet”, spiega.

Poi una notte sono stati svegliati da un’intensa sparatoria ed hanno trovato un blocco di cemento giallo in mezzo alla strada. Hanno raccolto le proprie cose e sono scappati sotto il fuoco in piena notte.”

Alcune famiglie sono rimaste intrappolate nelle loro case per ore a causa dei pesanti bombardamenti prima di poter uscire e scoprire che il confine si era già spostato.

Complessivamente la linea è avanzata di oltre un chilometro durante il cessate il fuoco, provocando silenziose ondate di sfollati che non hanno ricevuto quasi alcuna attenzione dai media.

C’è una potente ondata di abitanti in fuga e nessuno informa di questo”, dice Hamed.

Le famiglie scappano in silenzio. Durante la guerra si parlava della nostra sofferenza e questo leniva un poco il dolore. Adesso nessuno ne parla.

Immaginate l’angoscia: abbiamo ringraziato dio perché le nostre case hanno resistito a due anni di genocidio ed ora la gente le sta perdendo durante il cessate il fuoco.”

La casa della famiglia di Hamed adesso sta proprio di fronte alla Linea Gialla. Dalla sua finestra lui può vedere i carrarmati israeliani e i veicoli militari che pattugliano e sparano verso i quartieri al di là del confine.

La moglie di suo cugino, Samar Abu Waked, trentenne madre di tre figli, è stata uccisa all’ingresso della casa della sua famiglia da un proiettile in testa, evidentemente sparato da un soldato israeliano dalla Linea Gialla, secondo i suoi parenti.

Più di una volta ho dovuto strisciare con mia moglie e i bambini dalla stanza che affaccia sulla strada verso le stanze più interne, a causa delle intense sparatorie”, dice Hamed a MEE.

E’ come un fuoco che brucia in tutto il quartiere e ci aspettiamo che le fiamme ci raggiungano. Nessuno può fermare questa avanzata.”

Dall’inizio della guerra genocidaria ad ottobre 2023 Hamed è stato sfollato molte volte.

Nei primi sfollamenti ho impacchettato solo quel che ci serviva, sapendo che alla fine saremmo tornati”, dice il giovane padre.

Ma adesso, aggiunge, teme che lo sfollamento sarà permanente.

Quartieri ridotti in macerie

Quando le forze israeliane sono avanzate verso ovest hanno usato veicoli carichi di esplosivi per demolire edifici residenziali in un sol colpo a Gaza est, spianando aree e impedendo agli abitanti di tornare.

Domenica il capo dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, ha definito la Linea Gialla un “nuovo confine”.

In base al piano di cessate il fuoco appoggiato dagli USA la Linea Gialla è una linea di ripiegamento temporaneo per le forze israeliane, mentre ulteriori ripiegamenti verso la frontiera di Gaza sono previsti in successive fasi dell’accordo.

Tuttavia Zamir ha affermato che l’esercito mantiene “il controllo operativo su ampie parti della Striscia di Gaza” e rimarrà sulle posizioni lungo quelle linee difensive.

La Linea Gialla è un nuovo confine, utilizzato come linea difensiva avanzata per le nostre comunità e come linea di attività operative”, ha detto.

Il mese scorso l’abitante di Shujaiya Reem Mortaja è stata sfollata dalla sua casa per l’undicesima volta.

L’aspetto più demoralizzante è che in base all’accordo di cessate il fuoco ci è stato permesso di tornare solo per trovare le nostre case gravemente danneggiate”, ha detto a MEE la ventisettenne.

Eppure eravamo contenti che alcuni muri fossero ancora in piedi. Abbiamo comprato nuove cose e effettuato piccole riparazioni, avendo la sensazione di essere più stabili rispetto ai precedenti sfollamenti.”

Ma quella sensazione di stabilità è durata poco.

Tre settimane fa abbiamo dovuto nuovamente scappare e non abbiamo potuto portare molto con noi”, dice.

Una mattina la sua famiglia al risveglio ha trovato un blocco di cemento giallo piazzato a pochi metri dalla casa. Hanno afferrato quel che potevano e sono scappati.

Pochi giorni dopo che noi e i nostri vicini ce ne siamo andati hanno bombardato le nostre case e ridotto in macerie l’intero quartiere”, dice.

Il mondo pensa che il cessate il fuoco sia in vigore. Ma noi stiamo ancora attraversando fasi di guerra, mentre l’occupazione prosegue senza essere condannata poiché agisce silenziosamente e rapidamente.

Ogni giorno ci sono spostamenti in avanti, attacchi aerei e fuoco d’artiglieria. L’espulsione non si ferma mai, e tutto questo avviene nel silenzio totale.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Come il Jewish Chronicle usa l'”antisemitismo” come arma per alimentare il panico morale

Neve Gordon

4 dicembre 2025 – Middle East Eye

Alcuni articoli equiparano l’attivismo filopalestinese all’odio verso il popolo ebraico, seguendo il subdolo copione del governo israeliano.

Durante lo Yom Kippur [ricorrenza religiosa ebraica, ndt.] due ebrei britannici sono stati uccisi nella sinagoga della Congregazione Ebraica di Heaton Park a Manchester in un crudele atto di violenza antisemita. Uno dei due è stato colpito accidentalmente dalla polizia.

Più tardi, quella stessa settimana, mentre discutevamo di antisemitismo a tavola, mio ​​figlio adolescente, che frequenta un liceo a Hackney, Londra, ha preso il telefono e ha mostrato decine di reel antisemiti su Instagram.

Numerose clip generate dall’intelligenza artificiale mostravano ebrei ortodossi in diverse situazioni in cui apparivano ossessionati dal denaro, mentre altri reel negavano l’Olocausto, mettendo in discussione, ad esempio, la possibilità di preparare sei milioni di pizze in 20 forni. Alcuni dei suoi compagni di scuola hanno apprezzato i video, trovandoli divertenti.

L’antisemitismo è vivo e vegeto nel Regno Unito e in tutta Europa. È necessario che venga combattuto con decisione. Ma invece di concentrarsi su questo problema molto reale importanti organizzazioni ebraiche hanno seguito il governo israeliano strumentalizzando l’antisemitismo nel tentativo di criminalizzare e mettere a tacere i palestinesi e i loro sostenitori nella lotta per la liberazione e l’autodeterminazione.

La crudele ironia è che di fatto queste organizzazioni stanno drasticamente indebolendo la vera lotta contro l’antisemitismo.

Un esempio calzante è il Jewish Chronicle, il più antico quotidiano ebraico del mondo. Nel dicembre 2024 il Chronicle pubblicò un articolo della commentatrice Melanie Phillips, che scrisse: “La paura e l’odio squilibrati verso gli ebrei e l’obiettivo di sterminarli definiscono la causa palestinese… I governi di sinistra che sostengono ideologicamente la causa palestinese e si inchinano alle circoscrizioni elettorali musulmane in cui l’odio per gli ebrei è dilagante, riciclano in modo scandaloso le menzogne ​​su Israele”.

Affermando che i peggiori colpevoli sono stati “i governi di Gran Bretagna, Australia e Canada”, Phillips concludeva definendo tutti i sostenitori della causa palestinese come “facilitatori di un odio squilibrato e omicida verso gli ebrei”.

Svuotato di significato

Tre settimane dopo il Chronicle pubblicò un articolo intitolato: “Elon Musk ha davvero fatto il saluto nazista al comizio di Trump?” Il sottotitolo rassicurava i lettori che “le associazioni benefiche ebraiche negano che si trattasse di un riferimento nazista”, mentre l’Anti-Defamation League (Ong ebraica con sede negli USA, ndtr.) avrebbe affermato che il gesto di Musk era “imbarazzante”, ma non un saluto nazista.

L’accostamento di questi articoli uno che equipara l’attivismo filo-palestinese ad un antisemitismo omicida, e l’altro che minimizza i pericoli concreti dell’antisemitismo, come manifestato in un saluto nefasto da parte di una delle persone più potenti del mondo fornisce una porta d’accesso all’universo del Chronicle e alla sua aggressiva campagna contro qualsiasi dimostrazione di solidarietà con i palestinesi.

L’antisemitismo viene spesso privato del suo significato originario ovvero discriminazione contro gli ebrei in quanto ebrei e utilizzato invece come una “cupola di ferro” per difendere Israele dai suoi critici. Articoli come questi mi hanno spinto ad analizzare più attentamente il modo in cui il giornale ha storicamente inteso e utilizzato l’antisemitismo sulle proprie pagine un progetto di ricerca i cui risultati sono stati recentemente pubblicati.

Nell’esaminare la comparsa del termine “antisemitismo” in un periodo di 100 anni – dal 1925 al 2024 – ipotizzavo che la sua presenza fosse stata più marcata durante l’Olocausto, quando l’antisemitismo portò allo sterminio di sei milioni di ebrei.

Tuttavia i risultati hanno rivelato che nel 1938, al culmine della repressione nazista contro gli ebrei in Germania (che, a differenza della “soluzione finale”, non era avvolta nel segreto), l’antisemitismo era menzionato in 352 articoli. Sebbene questo dato fosse notevolmente superiore alla media, era comunque inferiore rispetto al numero di occorrenze registrato durante la campagna elettorale nazionale di Jeremy Corbyn nel 2019 e l’ultima guerra di Israele contro Gaza, quando il numero di articoli che invocavano l’antisemitismo era quasi doppio.

Sebbene il termine sia diventato più comune negli ultimi decenni, sorprendentemente, secondo il punto di vista espresso dal Chronicle, la minaccia dell’antisemitismo è percepita come più grave oggi rispetto alla fine degli anni ’30 e all’inizio degli anni ’40.

Fomentare la paura

Tra gennaio 2023 e giugno 2024 – un periodo che copre i nove mesi precedenti l’attacco del 7 ottobre e i nove successivi – il termine antisemitismo, che denota quasi sempre antisionismo e critica a Israele, è apparso in circa un articolo su cinque. Ciò suggerisce che il principale quotidiano ebraico del Regno Unito abbia strumentalizzato una nozione sionista di antisemitismo per generare panico morale tra i suoi lettori.

In altre parole il settimanale ebraico ha contribuito a fomentare paura e ansia equiparando falsamente l’antisemitismo all’antisionismo o alle critiche a Israele. Questa falsa e pericolosa commistione spiega il drammatico aumento della frequenza del termine e il motivo per cui sulle pagine del Chronicle Corbyn sembra essere molto più minaccioso per gli ebrei rispetto ad Hitler.

Ma affinché tali false accuse acquisiscano credibilità l’antisionismo e la critica a Israele devono essere interpretati come una minaccia imminente per i singoli ebrei in tutto il mondo. Ciò si ottiene, in parte, introducendo un’altra falsa equiparazione, questa volta tra la sensazione di “sentirsi a disagio” e quella di “non essere al sicuro“.

Ovviamente l’affermazione che Israele stia perpetrando un genocidio, o che costituisca un regime di insediamento coloniale e uno Stato di apartheid, potrebbe far “sentire a disagio” gli ebrei che si identificano emotivamente con Israele e il sionismo.

Ma il Chronicle presenta il loro disagio come di per sé lesivo, o come “non trovarsi al sicuro”. In definitiva, quindi, una fallace nozione di antisemitismo viene presentata come un pericolo per la sicurezza per evocare il timore dell’annientamento ebraico, e questo viene poi utilizzato come strumento di repressione delle rivolte per mettere a tacere gli attivisti palestinesi e filo-palestinesi che criticano l’apartheid israeliano e, più recentemente, la sua guerra genocida a Gaza.

Dato che l’antisemitismo autentico rimane una realtà fin troppo presente, il modo in cui il Chronicle ha utilizzato questo termine rischia di sminuire la minaccia dell’antisemitismo realmente esistente.

In effetti il più antico giornale ebraico ancora esistente sembra fermamente intenzionato a usare l’antisemitismo non tanto per combattere il razzismo, quanto per difendere un regime razzista e nascondere orribili violazioni. Abusando del termine antisemitismo il giornale sta danneggiando proprio gli ebrei che afferma di rappresentare, me compreso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Neve Gordon è l’autore di Israel’s Occupation [Ed. italiana: L’occupazione Israeliana, ed. Diabasis, ndt.]. Il suo ultimo libro, scritto in collaborazione con altri autori, è Human Shields: A History of People in the Line of Fire [Ed. italiana: Scudi umani. Una storia dei corpi sulla linea del fuoco, Laterza, ndt.]. Potete seguirlo su @nevegordon —

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il ministro israeliano Ben Gvir promuove il capo dell’unità coinvolta nell’esecuzione di due palestinesi

Mera Aladam

1 dicembre 2025 – Middle East Eye

Il ministro di estrema destra chiede anche la fine delle indagini sulle uccisioni di palestinesi

Il ministro della sicurezza nazionale di estrema destra israeliano ha promosso il comandante di un’unità sotto copertura responsabile dell’esecuzione a distanza ravvicinata di due palestinesi disarmati a Jenin, nella Cisgiordania occupata.
La decisione di Itamar Ben Gvir di far avanzare il comandante nella polizia di frontiera al grado di colonnello arriva giorni dopo che gli omicidi hanno avuto luogo nel quartiere di Abu Dhahir
.

L’incidente di giovedì è stato ripreso in video e mostra i due uomini che emergono da un edificio con le braccia alzate e le magliette sollevate, indicando chiaramente che erano disarmati, si stavano arrendendo e non rappresentavano alcuna minaccia per i soldati.
Il ministero della salute palestinese ha identificato le vittime come Al-Muntasir Abdullah, 26 anni, e Yousef Asasa, 37 anni.

Secondo quanto riferito una fonte all’interno della polizia israeliana ha affermato che la decisione di promuovere il comandante è stata presa due settimane fa dall’ispettore generale e dal comandante di polizia senior, aggiungendo che la decisione avrebbe richiesto l’approvazione di Ben Gvir.
L’esercito e la polizia israeliani, che operano congiuntamente nell’area, hanno ammesso la sparatoria e hanno affermato che sarebbe stata avviata un’indagine.

Secondo i media locali tre agenti della stessa unità sotto copertura sono stati indagati dal Dipartimento investigativo interno della polizia con l’accusa di omicidio e sparatoria illegale.

I tre militari hanno affermato di essersi sentiti “minacciati” dopo che i due palestinesi “non hanno risposto alle loro istruzioni e hanno fatto movimenti sospetti”.

Venerdì, le Nazioni Unite hanno descritto gli omicidi come una “esecuzione sommaria”. “Siamo sconvolti per la sfacciata uccisione ieri da parte della polizia di frontiera israeliana di due uomini palestinesi a Jenin”, ha detto venerdì ai giornalisti a Ginevra il portavoce dell’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani Jeremy Laurence.

Porre fine alle indagini sugli omicidi di palestinesi

Ben Gvir ha anche promesso di porre fine alle indagini sull’uccisione di palestinesi, da lui etichettati come “terroristi”.
In una dichiarazione video si può vedere Ben Gvir visitare la base militare dove era di stanza l’unità responsabile dell’uccisione dei due palestinesi, annunciando di essere “venuto qui ad abbracciare gli eroici combattenti”.

“Questa procedura distorta per la quale se un nostro combattente spara a un terrorista viene sottoposto immediatamente ad un’indagine, deve finire”, ha detto. “Stiamo combattendo nemici e assassini che vogliono stuprare donne e bruciare bambini”.
Le indagini militari interne israeliane sulle azioni dei soldati non portano quasi mai a un’azione penale.

Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha dichiarato venerdì che l’uso della tortura da parte dello stato israeliano è “organizzato e diffuso” ed è notevolmente aumentato dall’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre 2023.
Il rapporto ha osservato che Israele non ha una legislazione che criminalizzi la tortura e che le sue leggi consentono ai funzionari pubblici di essere esenti da responsabilità penale secondo il principio della “necessità”.

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha intensificato le sue già estese operazioni militari e presenza in Cisgiordania.
Negli ultimi due anni, le forze israeliane hanno ucciso più di 1.000 palestinesi e ne hanno arrestati migliaia in tutto il territorio occupato.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




B’Tselem: i coloni non vengono puniti per le 21 uccisioni durante la ‘pulizia etnica’ in Cisgiordania

 Mera Aladam

25 novembre 2025 – Middle East Eye

Con il bilancio dei morti in Cisgiordania salito a 1.000 dall’ottobre 2023, i palestinesi dicono che ‘la morte è inevitabile’.

I coloni israeliani non sono stati puniti per le 21 uccisioni di palestinesi nel corso degli ultimi due anni, in quella che B’Tselem descrive come una campagna di “pulizia etnica” nella Cisgiordania occupata. L’associazione [israeliana] per i diritti umani nota che dal 7 ottobre 2023 l’esercito ha messo in atto “regole d’ingaggio sempre più lassiste e scriteriate per l’uso delle armi da fuoco” nei territori palestinesi, compreso l’utilizzo di bombardamenti aerei.

L’esercito ha anche armato “migliaia di coloni” ignorando i loro sanguinosi attacchi quasi quotidiani contro i civili palestinesi.

Lunedì in un post sulle reti sociali B’Tselem ha affermato che dall’ottobre 2023 ci sono stati 21 casi di coloni che hanno ucciso palestinesi, ma “neppure uno dei responsabili è stato condannato.”

Secondo i calcoli di B’Tselem da allora le forze israeliane e i coloni hanno ucciso nel complesso più di 1.004 palestinesi in Cisgiordania, inclusi 217 minori.

Nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso circa 70.000 palestinesi, tra cui almeno 20.000 minori, mentre altre 10.000 persone sono disperse e presumibilmente morte.

“Stiamo assistendo all’abbandono totale della vita dei palestinesi,” ha affermato Yuli Novak, la direttrice esecutiva di B’Tselem.

“Giorno dopo giorno la situazione in Cisgiordania sta peggiorando e non potrà che peggiorare ulteriormente perché non c’è un meccanismo interno o esterno che limiti o blocchi la politica di continua pulizia etnica di Israele.” Ha invitato la comunità internazionale a porre fine all’ “impunità” di Israele.

Lunedì durante un’incursione nei pressi di Nablus le forze israeliane hanno colpito e ucciso Abdul Raouf Ishtayeh. Il giorno prima coloni e soldati israeliani hanno fatto irruzione nel villaggio di Deir Jarir, a est di Ramallah, e hanno aperto il fuoco contro palestinesi, uccidendo il ventenne Bara Khairy Ali Maali.

“Con questa totale impunità coloni armati attaccano quotidianamente i palestinesi, bruciano case, terreni agricoli e coltivazioni, saccheggiando proprietà e uccidendo abitanti,” afferma B’Tselem. “Benché ogni giorno avvengano decine di queste aggressioni, e molte siano riprese in video e ben documentate, raramente le autorità preposte all’applicazione della legge avviano indagini.”

Rimanere o rimanere”

Un’abitante di Tulkarem, che desidera rimanere anonima per problemi di sicurezza, ha detto a Middle East Eye che la situazione in Cisgiordania sta diventando sempre più difficile per i palestinesi, molti dei quali vivono nella paura e nell’angoscia.

Di recente la sua zona è stata colpita da un’ondata di restrizioni, arresti e incursioni violente da parte di Israele: “Negli ultimi due anni, dal 7 ottobre, il numero dei posti di blocco è salito a 707, ostacolando gravemente gli spostamenti dei cittadini” afferma, aggiungendo che agli ingressi e alle uscite di varie città palestinesi sono stati piazzati cancelli di ferro controllati dalle forze israeliane.

Nel contesto di continue violenze le truppe israeliane hanno anche occupato vari campi profughi, espellendone gli abitanti.

Le espulsioni sono state aggravate da quella che gli abitanti di Tulkarem descrivono come una “gravissima situazione economica” in seguito ai ritardi nel trasferimento delle imposte [da Israele] all’Autorità Palestinese. “In Cisgiordania ciò ha portato al mancato pagamento di stipendi ai dipendenti pubblici palestinesi, che stanno lottando per sopravvivere con il minimo indispensabile delle necessità fondamentali,” afferma. “Non hanno sicurezza né introiti stabili.”

Su come i locali si preparano agli imminenti attacchi l’abitante afferma che non ci sono “alternative” se non rimanere “saldi e risoluti” sulla loro terra.

“In termini palestinesi, la nostra sensazione è che la morte è inevitabile e possa dio accettare i martiri e concedere loro la pace,” sostiene. “Per i palestinesi non ci sono alternative: rimanere o rimanere.”

Aggiunge che le famiglie “non si possono permettere il lusso della tristezza o di prendere in considerazione alternative” quando piangono la morte di familiari o resistono alle difficoltà quotidiane sotto l’occupazione israeliana.

Violenza “frequente e organizzata” dei coloni

Ameer Dawood, della Colonization and Wall Resistance Commission [Commissione di Resistenza contro la Colonizzazione e il Muro] (CWRC), descrive l’incremento delle violenze dei coloni negli ultimi due anni come “sia allarmante sia senza precedenti per livello e intensità.”

Tra gli attacchi documentati dalle squadre della CWRC negli ultimi tempi ci sono incendi, aggressioni fisiche contro palestinesi, pestaggi di volontari internazionali e distruzione di coltivazioni e strutture agricole.

“Fanno parte di un modello costante di violenza in aumento che si è intensificato lo scorso anno,” dice a MEE Dawood, direttore generale per l’informazione e il monitoraggio del CWRC.

Aggiunge che il fatto che i coloni prendano di mira i contadini è “economicamente dannoso e psicologicamente devastante.”

“I coloni responsabili di questi attacchi agiscono sempre più con un esteso senso di impunità, spesso con la protezione o la presenza delle forze di sicurezza israeliane,” spiega.

Nel contempo, aggiunge, recenti cambiamenti politici hanno effettivamente dato ai gruppi guidati dai coloni più potere sulla sicurezza e sulla gestione della terra, rafforzando fazioni estremiste e consentendo che avvengano azioni violente senza conseguenze.

Dawood avverte che, senza un immediato intervento per imporre la legge o arginare il potere concesso ai gruppi di coloni estremisti, il “modello di violenza” probabilmente continuerà.

“Senza che siano chiamati a risponderne, gli attacchi probabilmente diventeranno più frequenti, più organizzati e più pericolosi, destabilizzando ulteriormente le comunità rurali e aggravando la crisi umanitaria e politica in Cisgiordania.”

E sottolinea che l’escalation non deve essere considerata come “spontanea”, ma piuttosto come il “risultato di decisioni strutturali che hanno consentito e normalizzato la violenza dei coloni.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)