Oltre 100.000 palestinesi probabilmente uccisi a Gaza, afferma un importante istituto tedesco

Redazione MEE

25 novembre 2025-Middle East Monitor

Il Max Planck Institute rileva che il bilancio delle vittime della guerra a Gaza è considerevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese

Almeno 100.000 palestinesi sono stati verosimilmente uccisi nella guerra israeliana a Gaza, secondo un nuovo studio pubblicato da uno dei principali istituti di ricerca tedeschi, il Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) [Istituto Max Plank per la ricerca demografica].

L’MPIDR ha pubblicato martedì un rapporto che stabilisce che il numero di persone uccise nella Striscia di Gaza è notevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese.

L’MPIDR è la seconda più grande istituzione europea per la ricerca demografica e una delle più grandi al mondo.

Lo studio stima che 78.318 persone siano state uccise a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024 come conseguenza diretta della guerra. In un’analisi successiva, gli autori hanno scoperto che il numero di morti provocate dal conflitto a Gaza aveva probabilmente superato le 100.000 unità entro il 6 ottobre 2025.

Secondo il Ministero della Salute palestinese a Gaza almeno 69.733 persone sono state uccise dalla guerra israeliana contro Gaza.

Il rapporto del MPIDR cita alcune delle fonti pubbliche utilizzate per la raccolta dei dati: il Ministero della Salute di Gaza, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati (B’Tselem), due enti delle Nazioni Unite, ovverosia l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari e il Gruppo Interagenzia per la Stima della Mortalità Infantile, e l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica.

Si legge nel documento che “L’aspettativa di vita a Gaza è diminuita del 44% nel 2023 e del 47% nel 2024 rispetto a quanto sarebbe stata senza la guerra, equivalenti a perdite rispettivamente di 34,4 e 36,4 anni”.

La guerra di Israele contro Gaza è iniziata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas al sud di Israele.

Genocidio

Nei due anni successivi Israele ha ridotto l’enclave in macerie con un attacco che le Nazioni Unite, esperti di diritti umani, studiosi del genocidio e decine di leader mondiali hanno concluso essere un genocidio.

Il recente rapporto pubblicato dalla conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo afferma che il bombardamento dell’enclave ha creato un “abisso creato dall’uomo”.

Sebbene il bilancio delle vittime dell’Istituto Max Planck sia molto più alto di quello registrato dal Ministero della Salute palestinese, lo studio si è astenuto dal pronunciarsi sulla questione se l’attacco di Israele costituisca un genocidio.

“Lo studio ha anche rilevato che la distribuzione per età e genere delle morti violente a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e il 31 dicembre 2024 assomigliava molto ai modelli demografici osservati in diversi genocidi documentati dal Gruppo inter-agenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile (UN IGME).”

“Poiché genocidio è un termine giuridico molto specifico devono essere soddisfatti alcuni criteri aggiuntivi affinché sia ​​applicabile. Questo non era l’obiettivo di questo studio”, si legge nel rapporto. Gli studiosi, tuttavia, hanno dettagliato il modello statistico utilizzato per determinare quella che hanno definito la “mortalità correlata al conflitto” a Gaza.

“Le nostre stime dell’impatto della guerra sull’aspettativa di vita a Gaza e in Palestina sono significative, ma probabilmente rappresentano solo un limite inferiore dell’effettivo carico di morti” ha affermato Ana C. Gomez-Ugarte, una delle autrici del rapporto. “La nostra analisi si concentra esclusivamente sulle morti dirette legate al conflitto. Gli effetti indiretti della guerra, spesso più gravi e duraturi, non vengono quantificati nelle nostre considerazioni”, ha aggiunto.

L’11 ottobre è iniziato un cessate il fuoco a Gaza, mediato dagli Stati Uniti. Tuttavia Israele ha continuato a colpire l’enclave, violando l’accordo.

Secondo le autorità di Gaza, almeno 339 palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani in quasi 500 violazioni del cessate il fuoco.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Testo integrale della risoluzione statunitense per Gaza approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Redazione di MEE

18 novembre 2025-Middle East Eye

La risoluzione 2803 delle Nazioni Unite affida a Donald Trump il controllo di Gaza e, usando un linguaggio vago, afferma che se determinati obiettivi saranno raggiunti, potrebbe aprirsi la strada alla creazione di uno Stato palestinese

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il piano in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza che sostiene la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione e un possibile “percorso verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese” se determinati obiettivi saranno raggiunti.

La risoluzione, approvata con 13 voti favorevoli e 0 contrari, con l’astensione di Cina e Russia, assegnerà a Donald Trump il controllo supremo di Gaza e vedrà il suo “consiglio di pace” supervisionare truppe multinazionali di mantenimento della pace, un comitato di tecnocrati palestinesi e una forza di polizia locale, per un periodo di due anni.

Non è chiaro chi altro farà parte del “consiglio per la pace”, ma Trump ha dichiarato sui social media che sarà “presieduto da me e includerà i leader più potenti e rispettati del mondo”.

La risoluzione afferma che le truppe di stabilizzazione contribuiranno a proteggere le aree di confine insieme a una forza di polizia palestinese addestrata e selezionata e che si coordinerà con altri paesi per garantire il flusso di aiuti umanitari a Gaza.

Afferma che questa forza dovrebbe consultarsi e cooperare strettamente con i vicini Egitto e Israele.

Chiede inoltre che essa garantisca “il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza” e “lo smantellamento permanente delle armi dei gruppi armati non statali”. La risoluzione autorizza la forza di stabilizzazione a “utilizzare tutte le misure necessarie per adempiere al suo mandato”.

Hamas, che non ha accettato il disarmo, ha respinto la risoluzione affermando che non soddisfa i diritti e le richieste dei palestinesi e cerca di imporre un’amministrazione fiduciaria internazionale sull’enclave a cui i palestinesi e le fazioni della resistenza si oppongono.

“Assegnare alla forza internazionale compiti e ruoli all’interno della Striscia di Gaza, incluso il disarmo della resistenza, la priva della sua neutralità e la trasforma in una parte del conflitto a favore dell’occupazione,” ha affermato il gruppo.

La risoluzione afferma che le forze israeliane si ritireranno da Gaza “sulla base di standard, traguardi e tempi legati alla smilitarizzazione” che saranno concordati dalla forza di stabilizzazione, dalle forze israeliane, dagli Stati Uniti e dai garanti del cessate il fuoco.

La risoluzione, utilizzando un linguaggio vago e non impegnativo, afferma inoltre che se l’Autorità Nazionale Palestinese si riformasse “fedelmente” e la ricostruzione di Gaza procedesse, “potrebbero esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”.

È possibile leggere la risoluzione integrale qui:

Risoluzione 2803 (2025)

Adottata dal Consiglio di Sicurezza nella sua 10046ª riunione, il 17 novembre 2025

Il Consiglio di Sicurezza,

Accogliendo con favore il Piano Globale per porre fine al conflitto di Gaza del 29 settembre 2025 (“Piano Globale”), e applaudendo gli Stati che lo hanno firmato, accettato o approvato e accogliendo inoltre con favore la storica Dichiarazione di Trump per una pace e una prosperità durature del 13 ottobre 2025 e il ruolo costruttivo svolto dagli Stati Uniti d’America, dallo Stato del Qatar, dalla Repubblica Araba d’Egitto e dalla Repubblica di Turchia, nell’aver facilitato il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza,

Accertando che la situazione nella Striscia di Gaza minaccia la pace regionale e la sicurezza degli Stati confinanti e prendendo atto delle precedenti risoluzioni in merito del Consiglio di Sicurezza relative alla situazione in Medio Oriente, inclusa la questione palestinese,

1. Approva il Piano globale, riconosce che le parti lo hanno accettato e le invita ad attuarlo nella sua interezza, compreso il mantenimento del cessate il fuoco, in buona fede e senza indugio;

2. Accoglie con favore l’istituzione del Board of Peace (BoP) come amministrazione transitoria dotata di personalità giuridica internazionale, che definirà il quadro e coordinerà i finanziamenti per la riqualificazione di Gaza, conformemente al Piano Globale e ai pertinenti principi giuridici internazionali, fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non avrà completato in modo soddisfacente il suo programma di riforme, come delineato in diverse proposte, tra cui il piano di pace del Presidente Trump del 2020 e la proposta franco-saudita, e potrà riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace. Dopo che il programma di riforma dell’ANP sarà stato fedelmente portato a termine e la riqualificazione di Gaza sarà progredita, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese. Gli Stati Uniti avvieranno un dialogo tra Israele e i palestinesi per concordare un orizzonte politico per una coesistenza pacifica e prospera;

3. Sottolinea l’importanza della piena ripresa degli aiuti umanitari in cooperazione con il BoP nella Striscia di Gaza, in modo coerente con i pertinenti principi giuridici internazionali e attraverso organizzazioni cooperanti, tra cui le Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa, e garantendo che tali aiuti siano utilizzati esclusivamente per scopi pacifici e non dirottati da gruppi armati;

4. Autorizza gli Stati membri che partecipano al BoP e il BoP a: (A) stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano globale, compresi quelli relativi ai privilegi e alle immunità del personale della forza stabiliti nel paragrafo 7 di seguito; (B) istituire entità operative dotate, se necessario, di personalità giuridica internazionale e autorità transazionali per l’esecuzione delle sue funzioni, tra cui: (1) l’attuazione di un’amministrazione di governance transitoria, compresa la supervisione e il supporto di un comitato tecnocratico palestinese apolitico di palestinesi competenti della Striscia, come sostenuto dalla Lega araba, che sarà responsabile delle operazioni quotidiane del servizio civile e dell’amministrazione di Gaza; (2) la ricostruzione di Gaza e dei programmi di ripresa economica; (3) il coordinamento, il supporto e la fornitura di servizi pubblici e assistenza umanitaria a Gaza; (4) qualsiasi misura per facilitare il movimento delle persone dentro e fuori Gaza, in modo coerente con il Piano globale; (5) qualsiasi compito aggiuntivo necessario per supportare e attuare il Piano globale;

5. Intende che le entità operative di cui al paragrafo 4 di cui sopra opereranno sotto l’autorità transitoria e la supervisione del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da parte di donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

6. Invita la Banca Mondiale e altre istituzioni finanziarie a facilitare e fornire risorse finanziarie per sostenere la ricostruzione e lo sviluppo di Gaza, anche attraverso l’istituzione di un fondo fiduciario dedicato a tale scopo e gestito dai donatori;

7. Autorizza gli Stati membri che collaborano con il BoP e il BoP a istituire una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) temporanea a Gaza da schierare sotto un comando unificato accettabile per il BoP, con forze fornite dagli Stati partecipanti, in stretta consultazione e cooperazione con la Repubblica Araba d’Egitto e lo Stato di Israele, e ad adottare tutte le misure necessarie per svolgere il suo mandato nel rispetto del diritto internazionale, incluso il diritto internazionale umanitario. L’ISF collaborerà con Israele ed Egitto, fatti salvi i loro accordi esistenti, insieme a una nuova forza di polizia palestinese, opportunamente addestrata e selezionata, per contribuire a proteggere le aree di confine; stabilizzare il contesto di sicurezza a Gaza assicurando il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza, inclusa la distruzione e l’impedimento della ricostruzione delle infrastrutture militari, terroristiche e offensive, nonché la dismissione permanente delle armi dei gruppi armati non statali; proteggere i civili, comprese le operazioni umanitarie; addestrare e fornire supporto a selezionate forze di polizia palestinesi; coordinarsi con gli Stati interessati per proteggere i corridoi umanitari; e intraprendere ulteriori compiti che possano essere necessari a supporto del Piano Globale. Man mano che la Forze Internazionali di Stabilizzazione (ISF) stabiliscono controllo e stabilità le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si ritireranno dalla Striscia di Gaza in base a standard, traguardi e tempistiche legate alla smilitarizzazione che saranno concordati tra le IDF, le ISF, i garanti e gli Stati Uniti, fatta eccezione per una presenza perimetrale di sicurezza che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica. Le ISF dovranno: (A) assistere il BoP nel monitoraggio dell’attuazione del cessate il fuoco a Gaza e stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano Globale; (B) operare sotto la guida strategica del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

8. Decide che il BoP e le presenze civili e di sicurezza internazionali autorizzate dalla presente risoluzione rimarranno autorizzate fino al 31 dicembre 2027, fatte salve ulteriori azioni da parte del Consiglio, e che qualsiasi ulteriore rinnovo dell’ autorizzazione dell’ISF avverrà in piena cooperazione e coordinamento con Egitto e Israele e con gli altri Stati membri che continueranno a collaborare con l’ISF;

9. Invita gli Stati membri e le organizzazioni internazionali a collaborare con il BoP per individuare opportunità di contribuire con personale, attrezzature e risorse finanziarie alle sue entità operative e all’ISF, a fornire assistenza tecnica alle sue entità operative e all’ISF e a dare pieno riconoscimento ai suoi atti e documenti;

10. Richiede al BoP di fornire ogni sei mesi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una relazione scritta sui progressi compiuti in relazione a quanto sopra;

11. Decide di conservare la propria competenza sulla questione.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




La controversia tra Trump e la BBC: il vero scandalo è la tendenziosità filo-israeliana riguardo a Gaza

Faisal Hanif

10 novembre 2025 – Middle East Eye

L’azienda si trova a un bivio: da una parte ci sono l’autocensura e scuse vuote; dall’altra l’opinione pubblica per la quale è stata creata

Mentre il direttore generale e la responsabile delle notizie della BBC si dimettono nel mezzo del putiferio per un discorso erroneamente modificato del presidente USA Donald Trump, la narrazione sembra accurata: un errore, le conseguenze e quindi ne pagano le conseguenze.

Ma quest’ultimo scandalo è stato provocato dalla polemica sbagliata.

Mentre i titoli continuano a concentrarsi su un singolo errore di editing, la vera crisi al cuore dell’emittente pubblica britannica ha radici molto più profonde, in particolare perché non ha informato con onestà e coraggio sulla guerra israeliana contro Gaza.

E l’ironia è crudele: la BBC è stata scossa da uno dei suoi peccati veniali mentre quello mortale, la sua distorsione della situazione dei palestinesi, non viene sanzionato.

La gravità di questo fallimento è misurabile. Uno sconcertante rapporto del Centro per il Monitoraggio dei Media, che ha analizzato più di 35.000 articoli della BBC pubblicati tra l’ottobre 2023 e il maggio 2025, mostra che la copertura di Gaza da parte dell’azienda ha costantemente privilegiato il punto di vista israeliano marginalizzando le voci palestinesi.

I dati sono devastanti. I morti palestinesi, che sarebbero stati più di 42.000 durante il periodo analizzato, hanno ricevuto 33 volte meno attenzione per ciascun evento rispetto a quelli israeliani. La BBC ha utilizzato parole come “assassinio” 220 volte per gli israeliani ma solo una volta per i palestinesi e “massacro” 18 volte più spesso per le vittime israeliane. Politici e commentatori israeliani sono stati intervistati con una frequenza più che doppia rispetto a quelli palestinesi.

Persino quando sono state raccontate le sofferenze della popolazione, i palestinesi sono stati descritti come vittime passive – sfollati, affamati, morenti – e raramente come persone con diritti, una storia o soggetti attivi. Solo lo 0,5% dei resoconti ha fatto riferimento alla pluridecennale occupazione israeliana e solo il 2% ha citato la parola “apartheid”, nonostante venga usata da parte delle principali organizzazioni per i diritti umani.

Tendenziosità istituzionalizzata

Come ha concluso il Centro per il Monitoraggio dei Media, la BBC ha ripetutamente adottato il linguaggio e il quadro di riferimento dello Stato di Israele, ignorando nel contempo le voci di quanti sono sotto occupazione. Questo non è giornalismo imparziale, è tendenziosità istituzionalizzata a favore di Israele presentata come “equilibrata”.

Eppure la manipolazione di destra e i tentativi di distorcere la realtà non sono cessati. Due anni fa ho scritto di come le lamentele di Israele contro l’informazione della BBC fossero state “cinicamente sfruttate in una guerra culturale interna.” Ogni accusa di tendenziosità è diventata un’arma dei politici e commentatori di destra britannici che vogliono intimidire la rete con costanti avvertimenti.

La BBC ha passato l’ultimo anno a fare solo questo: placare le voci più aggressive invece di rimanere al fianco dei propri giornalisti o di rispettare il proprio dovere di raccontare la verità.

Le dimissioni della responsabile delle notizie della BBC Deborah Turness e del direttore generale Tim Davies evidenziano questa contraddizione. Nel suo messaggio di addio Turness ha lodato la propria professionalità in redazione e ha insistito che “le recenti accuse secondo cui BBC News è istituzionalmente di parte sono false.”

Ma questa affermazione suona vuota quando viene confrontata con le testimonianze della sua stessa redazione. Nel novembre 2024 più di 100 dipendenti della BBC hanno firmato una lettera interna che accusava la rete di doppio standard, affermando che non ha considerato Israele responsabile delle proprie azioni.

Queste tensioni erano già emerse un anno prima. Nel novembre 2023 Turness avrebbe detto alla redazione in una riunione d’emergenza: “Dobbiamo ricordare a tutti che questo è iniziato il 7 ottobre.” Secondo un articolo di Drop Side [sito di giornalismo investigativo con sede negli USA, ndt.], invece di ristabilire l’ordine in mezzo a un’accesa discussione tra i giornalisti e i dirigenti questa affermazione aveva semplicemente accentuato la rabbia di quanti ritenevano che inquadrare la guerra solo attraverso le lenti dell’attacco di Hamas cancellava decenni di spoliazione dei palestinesi e occupazione israeliana.

Il giornalista Owen Jones ha affermato che il personale descriveva un’atmosfera di terrore: un contesto editoriale in cui sollevare preoccupazioni sulla tendenziosità antipalestinese avrebbe potuto porre fine a una carriera. Ai livelli dirigenziali le proteste interne erano ignorate o archiviate, affermavano.

Macchina del fango

Ogni volta che la BBC ha tentato di inquadrare con accuratezza le azioni di Israele, la macchina del fango si è scatenata, il governo è intervenuto pesantemente e i giornali scandalistici hanno ululato. L’emittente televisiva, già maltrattata da anni di interferenze politiche, si è ritirata in una posizione di neutralità difensiva.

Il clamore in merito al documentario su Trump non riguarda l’integrità giornalistica. È un gioco di potere: il disciplinamento di un’emittente pubblica che ancora risponde teoricamente all’opinione pubblica invece che a media di proprietà di miliardari. È una guerra sulle parole, in cui il vocabolario giornalistico in sé è utilizzato come un’arma.

La BBC è punita per una ragione sbagliata. Perde i suoi dirigenti per un errore editoriale, mentre sfugge al fatto di dover rendere conto dei suoi fallimenti editoriali su Gaza. Come agli immigrati sotto lo sguardo indiscreto dei media britannici di estrema destra, all’emittente non sono consentiti sfumature né errori, solo la sottomissione.

Le dimissioni non sono una resa dei conti, ma sacrifici. Ogni scandalo tranquillizza i giornali scandalistici per una settimana, mentre il vero problema incancrenisce: la deferenza istituzionale della BBC al potere politico.

Come ha osservato l’ex direttore del Sun [quotidiano popolare britannico di destra, ndt.] David Yelland, quanti hanno effettivamente architettato un colpo di stato contro la dirigenza della BBC se la prendono con ben di più che poche teste sul patibolo. Il prezzo finale sarà lo smantellamento della rete in sé, la maggiore vittoria dei nemici interni del giornalismo del servizio pubblico contro la destra della Gran Bretagna e la sua sempre più baldanzosa estrema destra.

La BBC si trova a un bivio. Da una parte ci sono l’autocensura, l’arrendevolezza e scuse vuote; dall’altra l’opinione pubblica per il quale è stata creata: spettatori che meritano reportage che riconoscano, tra le altre cose, che i palestinesi sono persone, non problemi.

Il documentario su Trump può essere stato montato in modo sbagliato, ma la storia di Gaza è stata raccontata in modo sbagliato per molto più tempo. Se la BBC crede ancora nel suo motto “La Nazione parlerà di pace alla Nazione”, allora la pace deve iniziare dall’onestà.

E l’onestà inizia col dire: abbiamo sbagliato, non nel montaggio di un filmato, ma in come abbiamo parlato, e continuiamo a parlare, della storia di un intero popolo.

Le opinioni espresso in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Faisal Hanif è uno studioso dei mezzi di comunicazione presso il Centro per il Monitoraggio dei Media e in precedenza ha lavorato come inviato e ricercatore al Times e alla BBC. Il suo ultimo rapporto analizza come i media britannici raccontano il terrorismo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Ci stanno obbligando a ingrassare”: a Gaza è consentito l’ingresso di certi cibi scelti mentre prodotti essenziali sono introvabili

Maha Hussaini da Gaza City, Palestina occupata

4 novembre 2025 – Middle East Eye

Alimenti voluttuari inondano gli scaffali di Gaza mentre cibi e medicine vitali continuano a scarseggiare o sono vietati

Nei supermercati che riaprono in tutta Gaza in seguito al cessate il fuoco che ha posto fine a due anni di guerra Monther al-Shrafi trova scaffali stracolmi di cioccolato, bibite gassate e sigarette, prodotti che durante la carestia sembravano “un sogno”.

Ma sostiene che, mentre questi beni di lusso sono tornati in abbondanza, quelli essenziali continuano a mancare, compresi cibi fondamentali come le uova o medicine salvavita come gli antibiotici.

“Ti rendi conto che a Gaza c’è il cioccolato mentre non ci sono antibiotici? O c’è la frutta ma non bendaggi e punti di sutura?” dice a Middle East Eye Shrafi, un abitante di Gaza City.

“Qui a Gaza c’è carenza, o persino quasi mancanza, di prodotti essenziali come carne, pollo, pesce e uova, di cui il corpo umano ha bisogno e che sono componenti fondamentali di una dieta sana.”

Dopo che il 10 ottobre è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Israele e Hamas le autorità israeliane hanno riaperto parzialmente il valico di Kerem Shalom nel sudest di Gaza.

Per la prima volta da quando l’esercito israeliano ha chiuso i valichi il 2 marzo, costringendo la Striscia in una situazione di carestia che è costata la vita a centinaia di palestinesi, è stato consentito l’ingresso di beni e aiuti internazionali.

Insieme a frutta e verdura, i prodotti ammessi includono carboidrati e farinacei come farina di grano, semolino, riso, pasta, mais in scatola e patate; prodotti zuccherati come cioccolato, caramelle e marmellata; grassi come burro, sottilette e panna in scatola e altri beni secondari, comprese sigarette e bibite gassate.

Tuttavia le proteine animali sono molto scarse. Le uova sono completamente assenti, i prodotti quotidiani sono per lo più introvabili e pollo e carne bovina congelati sono autorizzati solo in quantità molto ridotta, rendendo il loro prezzo inaccessibile alla stragrande maggioranza degli abitanti.

Per esempio, quando si riesce a trovarlo, un chilo di pollo congelato ora costa circa 80 shekel (circa 22 euro).

“Non mi pare che (dopo il cessate il fuoco) ci sia alcun miglioramento nella situazione alimentare, perché i prodotti che si riescono a trovare a Gaza non sono sani,” dice Shrafi.

“Cibi in scatola e liofilizzati non possono sostituire quelli naturali fondamentali come uova o carne fresca. Quindi non c’è un miglioramento rispetto alla carestia.”

Shrafi afferma che in svariate occasioni è andato da una farmacia all’altra in cerca di alcune medicine ma non è riuscito a trovarle.

“Mia figlia soffre di un’infezione all’alluce e non riesco neppure a trovare antidolorifici per alleviare il suo dolore,” aggiunge.

“Le pillole di antibiotico sono introvabili, e se si trovano vengono vendute a prezzi esorbitanti, molto oltre le possibilità dei comuni cittadini schiacciati da due anni di continuo sterminio. Farmacie, negozi di articoli sanitari e reparti ospedalieri a Gaza sono completamente privi di molti prodotti essenziali di cui hanno bisogno i pazienti.”

Una piccola quantità rispetto a ciò che serve”

Secondo il ministero della Salute di Gaza anche dopo l’accordo di cessate il fuoco le autorità israeliane impongono ancora pesanti restrizioni sull’ingresso di medicine, forniture e attrezzature mediche. “Queste costanti restrizioni hanno portato ad una carenza di farmaci che raggiunge il 56%, mentre la mancanza di materiale sanitario è al 68%, delle forniture di laboratorio al 67%,” afferma Zahir al- Wahidi, direttore dell’Unità di Informazione sulla Salute del ministero della Sanità di Gaza.

“La chirurgia ortopedica deve affrontare una carenza dell’83%, la chirurgia cardiaca del 100% e i servizi renali e i tutori per le ossa dell’80%. Le carenze più gravi sono nei servizi d’emergenza, negli anestetici, nelle cure intensive e nei farmaci per gli interventi chirurgici.”

Commercianti e organizzazioni internazionali che operano a Gaza devono ottenere il permesso delle autorità israeliane per quali prodotti possono far entrare nella Striscia assediata.

Le restrizioni sono imposte sia attraverso ordini diretti e liste di beni vietati o indirettamente lasciando in sospeso le richieste di importazione di alcuni beni o rifiutandole in blocco.

Di conseguenza molti prodotti essenziali sono introvabili da più di due anni, mentre altri inondano Gaza.

“Quello che è entrato l’anno scorso è solo una frazione del necessario, sei o sette piccoli convogli che non soddisfano le richieste di un grande numero di medicinali e beni di consumo, che dovrebbero alleviare due anni di privazioni,” aggiunge Wahidi.

Un aumento di peso “anomalo”

Nelle ultime tre settimane sono entrate a Gaza decine di camion riattivando per la prima volta da mesi i suoi mercati. Centinaia di venditori ora espongono sulla strada i vivaci colori di cioccolatini, vari tipi di caffè e alcuni frutti.

“La grande maggioranza dei prodotti consiste in carboidrati, zuccheri e farinacei,” dice a MEE Abdallah Sharshara, avvocato e ricercatore giuridico di Gaza.

“Includono farina e vari tipi di formaggi usati per i dolci e la pizza, oltre a derivati dello zucchero e della farina per la produzione dolciaria. È chiaro che l’attenzione nell’importazione di questi prodotti spinge indirettamente la gente a basarsi su di essi come principale fonte di alimento, obbligando nel contempo le organizzazioni umanitarie a concentrarsi sull’acquisto e la distribuzione di questi prodotti, in quanto sono gli unici che possono accedere al mercato locale.”

Sharshara spiega che le autorità israeliane hanno anche creato condizioni che “scoraggiano i commercianti” dall’importare prodotti ad alto rischio come le uova, che potrebbero andare a male durante le lunghe attese.

Nota che Israele sta deliberatamente consentendo [l’ingresso] a Gaza di alcuni cibi per “nascondere i segni visibili di dimagrimento visti tra la popolazione l’anno scorso.

“Ora c’è un anomalo aumento di peso della gente. Sembra che l’occupazione israeliana stia cercando di occultare il crimine di aver affamato i palestinesi creando un’immagine opposta, di rapido e innaturale aumento di peso,” afferma.

Sharshara racconta che lo scorso anno, durante il blocco israeliano di Gaza, lui stesso aveva perso circa 20 chili, ma ora ha preso rapidamente peso. “Lo scorso anno ero dimagrito a causa delle ridotte e ripetitive disponibilità del cibo di cui dovevamo alimentarci,” sostiene. “Ora mangio le stesse quantità che però portano a un aumento di peso perché sono obbligato a consumare carboidrati, sottilette e carne in scatola, che è quello che si trova. Ci obbligano sistematicamente a ingrassare.”

In vari post sulle reti sociali la gente di Gaza ha condiviso la stessa impressione, notando che si possono trovare diversi tipi di prodotti elaborati ma non quelli essenziali che sono mancati per circa due anni. “Israele sta creando l’impressione errata che il blocco contro il popolo palestinese sia stato tolto, come se ora la gente stesse mangiando un sacco di pizza e di dolci, dando l’immagine di benessere e abbondanza,” afferma Sharshara.

“Carne fresca e uova sono ancora esclusi dall’ingresso a Gaza e i pescatori possono pescare solo all’interno di un’area marina molto limitata. L’obiettivo nel consentire l’ingresso parziale dei prodotti è di impedire a chiunque di sostenere che Israele li stia bloccando completamente. Ma in realtà quando dividi questi beni per le reali necessità della popolazione la quantità per persona è molto ridotta. È per questo che diciamo che, anche se Israele consente l’ingresso di alcuni prodotti, essi non arrivano realmente alle persone.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In Israele lo stupro dei prigionieri palestinesi è ammesso. Far trapelare il filmato è tradimento

Lubna Masarwa

3 novembre 2025 – Middle East Eye

La diffusione di un video che mostra l’orrendo stupro a Sde Teiman ha scosso il Paese più del crimine stesso

Quando lo scorso anno è trapelato un video che mostrava soldati israeliani che stupravano un prigioniero palestinese, l’indignazione in Israele è stata immediata, ma non riguardo al crimine.

Al contrario, lo sdegno era rivolto alla fuga di notizie.

La settimana scorsa Yifat Tomer-Yerushalmi si è dimessa da avvocato dell’esercito israeliano dopo la conferma del suo coinvolgimento nella diffusione del filmato della televisione a circuito chiuso dall’interno del famigerato campo di detenzione di Sde Teiman durante la guerra genocida di Israele a Gaza.

Nel filmato si vedono soldati israeliani pesantemente armati afferrare e portare via un prigioniero palestinese bendato e poi circondarlo con scudi antisommossa per nascondere il loro stupro di gruppo.

Il palestinese che, secondo alcune informazioni, da allora è stato rimandato a Gaza, ha subito una ferita all’ano, un trauma intestinale, danni ai polmoni e costole rotte.

Dopo la diffusione del video Tomer-Yerushalmi, che ha speso tutta la sua carriera nella difesa dell’esercito israeliano, si è trovata ad essere perseguitata da politici di destra.

Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha criticato l’avvocatessa affermando che ha agito contro soldati israeliani e “con la fuga di notizie ha alimentato calunnie sanguinose contro lo Stato di Israele”.

Intanto i soldati accusati dello stupro hanno tenuto una conferenza stampa chiedendo un risarcimento per “il danno alla propria immagine”.

Resa dei conti morale

In un Paese che si vanta costantemente di rispettare lo stato di diritto, questo episodio avrebbe dovuto scatenare una rivalsa morale. Invece ha rivelato quanto profonda sia la disumanizzazione dei palestinesi e quanto siano diventate normali la violenza sessuale e la tortura all’interno delle strutture detentive israeliane.

Nella loro conferenza stampa davanti all’Alta Corte i quattro soldati accusati dello stupro di gruppo si sono vantati di essere ancora liberi.

Con indosso dei passamontagna, in un evidente tentativo di evitare di essere perseguiti presso la Corte Penale Internazionale, hanno dichiarato: “Vinceremo”.

Avete cercato di spezzarci, ma avete dimenticato una cosa: noi siamo la Forza 100”, hanno detto, riferendosi alla loro unità antiterrorismo.

Non si vergognavano, erano baldanzosi. Il messaggio era inequivocabile: in Israele ogni stupro può essere riproposto come gesto eroico quando la vittima è palestinese.

Intanto la leadership del Paese ha serrato i ranghi intorno agli esecutori.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rifiutato di denunciare l’aggressione. Ha invece definito la fuga di notizie “forse il più grave attacco propagandistico che lo Stato di Israele abbia subito dalla sua fondazione.”

La sua preoccupazione era per l’immagine di Israele, non per l’uomo brutalizzato sullo schermo.

Questa inversione morale non è una falla isolata. Un recente rapporto dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”,[vedi Zeitun,rdr] ha documentato gli stupri sistematici sui detenuti palestinesi durante la guerra di Israele nell’enclave (di Gaza).

Cinquantacinque ex prigionieri hanno descritto percosse, privazione del sonno e violenza sessuale. Fadi Baker, di 25 anni, ha raccontato che i soldati lo hanno bruciato con le sigarette e gli hanno messo ai genitali delle pinze a cui erano legati oggetti pesanti. Poi è stato lasciato nudo in una cella gelata per due giorni, con musica assordante.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha riferito la morte di decine di palestinesi sotto detenzione israeliana dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.

Sistema di impunità

Queste testimonianze descrivono il quadro di un sistema detentivo governato dall’impunità. Anche quando emergono le prove – come è successo l’anno scorso nel carcere di Sde Teiman, quando sono stati arrestati dei soldati per stupro – i politici si affrettano a difendere gli accusati.

Membri di estrema destra del parlamento hanno invaso infuriati le basi militari, minacciato gli accusatori ed accusato gli organi giuridici dell’esercito di “tradire” la nazione.

I social media sono stati sommersi da richieste di “bruciare” e “lapidare” i funzionari che indagano sui soldati.

Da quando Israele ha scatenato l’attacco a Gaza gli abusi sessuali e la tortura dei palestinesi sono diventati incontrollati in tutti i territori occupati, come hanno ripetutamente documentato le Nazioni Unite e le associazioni per i diritti umani.

La pretesa che l’esercito israeliano sia “un esercito morale” – se non l’ “esercito più morale del mondo” – si è rivelata essere solo un altro tentativo delle pubbliche relazioni di coprire i crimini di Israele contro il popolo palestinese.

In Israele la divulgazione del video ha scosso gli israeliani più del crimine stesso.

Ha mostrato quanto Israele abbia perso la sua capacità di sdegno morale quando le vittime sono palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lubna Masarwa è giornalista e capo dell’ufficio di Middle East Eye per Palestina e Israele. Vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele uccide più di 100 persone, inclusi 46 bambini, in una notte di bombardamento su Gaza

Mera Aladam

29 ottobre 2025 – Middle East Eye

Dopo 12 ore di devastanti attacchi aerei Israele dice che adesso sta “ripristinando” il cessate il fuoco

L’esercito israeliano ha ucciso 104 palestinesi, compresi 46 bambini, in attacchi aerei nella notte tra martedì e mercoledì in tutta la Striscia di Gaza, nell’ultima violazione del cessate il fuoco.

Gli attacchi aerei hanno colpito Gaza City, Khan Younis e i campi profughi al centro di Gaza, colpendo case, tende e il cortile di un ospedale.

I medici hanno detto che il conto delle vittime è destinato ad aumentare, poiché molti dei feriti versano in condizioni critiche e altri si pensa siano ancora sepolti sotto le macerie.

Il Ministero della Sanità palestinese ha affermato che sono state ferite altre 253 persone, compresi 78 bambini.

Secondo Al Jazeera il direttore dell’ospedale Al-Shifa di Gaza City ha dichiarato che la situazione sanitaria è “catastrofica”, in assenza di medicinali o forniture mediche per curare i feriti.

L’Organizzazione palestinese di Difesa Civile per la ricerca e il soccorso ha invocato un “immediato e totale cessate il fuoco”.

Dopo circa 12 ore di pesanti bombardamenti l’esercito israeliano ha annunciato il ripristino del cessate il fuoco dalle 10 ora locale.

Israele ha accusato Hamas della violazione del cessate il fuoco, citando un presunto attacco alle (sue) truppe a Rafah martedì che ha provocato la morte di un soldato e i ritardi nella consegna dei corpi degli ostaggi morti.

Hamas ha negato ogni coinvolgimento nella sparatoria di Rafah.

L’organizzazione ha anche detto che il ritardo nel consegnare i corpi era dovuto alla mancanza dell’attrezzatura necessaria al loro recupero – una difficoltà logistica, ha detto, che era nota sia a Israele che agli Stati Uniti prima dell’accordo sul cessate il fuoco all’inizio del mese.

Il presidente USA Donald Trump ha dato a Israele copertura politica per l’attacco, dicendo che aveva “il diritto di reagire” e avvisando che Hamas sarebbe stata “eliminata” se non avesse rispettato il cessate il fuoco.

Ha aggiunto che la tregua mediata dagli USA “non è a rischio”.

Secondo la Associated Press due anonimi funzionari USA hanno affermato che Israele ha avvertito Washington prima di lanciare gli ultimi attacchi sulla striscia assediata.

Il Fronte popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ha condannato gli ultimi attacchi, considerando l’amministrazione USA “pienamente responsabile per il terribile massacro”.

Le recenti dichiarazioni USA, soprattutto quelle di Trump che giustificano i crimini dell’occupazione col pretesto dell’ ‘autodifesa’ e usano il termine di ‘vendetta’ contro civili disarmati e bambini, costituiscono una copertura politica, di fatto una legittimazione, ed un assenso a continuare il massacro”, ha affermato.

Prendere di mira abitazioni civili e tende di rifugiati è una macchia sulla coscienza dell’umanità.”

Secondo l’Ufficio Comunicazioni del governo con sede a Gaza, fino a martedì mattina Israele ha commesso almeno 125 violazioni dell’accordo di cessate il fuoco a partire dall’11 ottobre.

Gli attacchi hanno ucciso almeno 211 persone e ne hanno ferite circa 600, secondo il Ministero della Sanità palestinese.

Israele inoltre ha continuato a limitare l’ingresso degli aiuti e ha mantenuto chiuso il confine di Rafah con l’Egitto, in violazione dei termini dell’accordo.

Complessivamente le forze israeliane dal 7 ottobre 2023 hanno ucciso almeno 68.643 palestinesi e feriti oltre 170.000.

Secondo i dati diffusi dall’esercito la maggioranza delle vittime sono civili.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Trump sta solo rimandando l’annessione israeliana

Joseph Massad

28 otttobre 2025 Middle East Eye

La guerra di Israele contro i palestinesi continua sotto il cosiddetto piano di pace di Trump, con Washington che finge di opporsi all’annessione e i suoi alleati arabi che fingono di crederci

Mentre Israele continua il genocidio dei palestinesi sotto la nuova etichetta del “piano di pace” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, gli americani stanno organizzando una campagna diplomatica che simula opposizione alle ultime mosse dei coloni ebraici per annettere la Cisgiordania.

Per assicurarsi il sostegno a un cessate il fuoco a Gaza – mentre da quando è entrato in vigore il 10 ottobre Israele ha ucciso almeno 88 palestinesi e ne ha feriti altri 315 – Trump ha promesso il mese scorso ai regimi dei suoi clienti arabi che non avrebbe permesso a Israele di procedere con l’annessione, una linea rossa che essi temevano avrebbe scatenato la rabbia dell’opinione pubblica e messo a repentaglio il più ampio progetto di normalizzazione di Washington nella regione.

Tuttavia il parlamento israeliano la scorsa settimana ha dato l’approvazione preliminare a due proposte di legge che chiedono l’annessione formale della Cisgiordania.

Il vicepresidente di Trump, J.D. Vance, che si trovava nel Paese per aiutare gli israeliani a coordinare la successiva fase del genocidio a Gaza, ha descritto il voto come “una trovata politica molto stupida” – e che lo “ha personalmente preso come una specie di insulto”.

Nel tentativo di salvare la faccia con i clienti arabi di Washington, Trump ha anche inviato il suo Segretario di Stato Marco Rubio a rimproverare gli israeliani per il loro voto inopportuno. Durante il viaggio verso Israele, Rubio ha lanciato l’avvertimento più severo dell’amministrazione affermando: “Non è qualcosa che possiamo sostenere in questo momento” – sottintendendo che gli americani l’avrebbero sostenuto in futuro.

La rivista Time ha riportato le insistenze di Trump sul fatto che questo non sia il momento giusto per l’annessione: “Non accadrà. Non accadrà. Non accadrà perché ho dato la mia parola ai paesi arabi. E non potete farlo ora… Israele perderebbe tutto il sostegno degli Stati Uniti se ciò accadesse”.

La parola chiave in queste dichiarazioni è “ora”. Ogni apparente controversia tra americani e israeliani riguarda solo i tempi e i metodi, non l’obiettivo in sé.

Espansionismo che avanza

Lungi dall’opporsi al programma espansionistico di Israele, l’amministrazione Trump è da tempo parte integrante della sua realizzazione.

Dopotutto, durante il suo primo mandato il piano “pace per la prosperità” di Trump elaborato dal genero Jared Kushner ha appoggiato i progetti israeliani di annettere il 30% della Cisgiordania.

In base a tale proposta il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele si sarebbe mosso immediatamente per annettere la Valle del Giordano e gli insediamenti in Cisgiordania, impegnandosi generosamente a rinviare di almeno quattro anni la costruzione di nuovi insediamenti nelle aree lasciate ai palestinesi.

L’allora ambasciatore statunitense in Israele David Friedman ha segnalato che Trump aveva dato il via libera all’annessione immediata, affermando che “Israele non deve assolutamente aspettare” e che “la riconosceremo”. Trump ha ribadito la sua posizione lo scorso febbraio, quando ha giustificato l’annessione osservando: “È un piccolo Paese… è un piccolo Paese in termini di territorio”.

Sarebbe assurdo pensare che i regimi arabi credano davvero alle promesse di Trump. Fingono solo, adulandolo e assecondandolo per il bene delle pubbliche relazioni nazionali.

In effetti, e a suo vanto, Trump aveva già riconosciuto l’annessione illegale delle alture del Golan siriane da parte di Israele nel 2019, così come aveva riconosciuto l’annessione illegale di Gerusalemme Est nel 2017.

Perché, allora, dovrebbe opporsi all’annessione della Cisgiordania piuttosto che rimandarla semplicemente a un momento più propizio?

In effetti gli israeliani stanno già pianificando di espandersi oltre la Cisgiordania, che, come Gerusalemme Est e le alture del Golan, considerano già un fatto compiuto. Ora cercano di strappare altro territorio agli altri vicini arabi.

Solo poche settimane fa Netanyahu ha dichiarato di essere impegnato in una “missione storica e spirituale” a favore del popolo ebraico, aggiungendo di sentirsi “molto legato alla visione della Terra Promessa e del Grande Israele”. Questa visione si estende all’intera Giordania così come ad altri territori siriani, libanesi, egiziani e iracheni.

I paesi arabi si sono affrettati a condannare la visione di Netanyahu che ambisce a far sì che i loro territori diventino future parti di Israele, proprio come condannano le recenti iniziative israeliane per l’annessione della Cisgiordania. Eppure questa è poco più che una manifestazione pro forma.

I regimi arabi, eseguendo gli ordini europei e americani, hanno di fatto acconsentito a ogni annessione israeliana dal 1948 e alcuni le hanno persino riconosciute de jure, come hanno fatto Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Sudan e Bahrein quando hanno riconosciuto i confini di Israele del 1949, che già comprendevano territori palestinesi annessi.

Legittimazione globale

Quando Israele fu fondato nel 1948 già comprendeva metà dell’area assegnata dalle Nazioni Unite a uno Stato palestinese, oltre a Gerusalemme Ovest che avrebbe dovuto rimanere sotto giurisdizione internazionale.

Mentre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, incluso il Regno Unito, inizialmente insisteva sul fatto che Israele sarebbe stato riconosciuto solo dopo il ritiro da questi territori in conformità con il Piano di Partizione delle Nazioni Unite del 1947, tra la fine del 1949 e il 1950 il Consiglio di Sicurezza e il Regno Unito riconobbero il paese con i suoi nuovi confini esattamente come ampliati dalle conquiste, ben oltre quelli previsti dal Piano di Partizione delle Nazioni Unite del 1947.

Inizialmente Israele accettò di negoziare con i suoi vicini arabi sui confini dello Stato, ma mantenne i territori occupati in violazione alle risoluzioni delle Nazioni Unite, in particolare quelli relativi all’annessione di Gerusalemme Ovest nel 1949. Vi trasferì i suoi uffici governativi e dichiarò la città capitale.

L’ONU, gli Stati Uniti e tutta l’Europa riconobbero le annessioni israeliane de facto se non de jure all’inizio degli anni ’50, e i paesi arabi desiderosi di normalizzazione seguirono l’esempio nei decenni successivi.

Dopotutto il presidente egiziano Anwar Sadat non ebbe problemi a rivolgersi al parlamento israeliano nell’annessa Gerusalemme Ovest durante la sua visita del 1977, senza una parola di protesta. Sebbene re Hussein di Giordania non abbia mai effettuato una visita ufficiale a Gerusalemme Ovest poiché le sue visite in Israele nel 1994 e nel 1996 riguardarono principalmente Tel Aviv e il lago di Tiberiade, visitò la Gerusalemme Ovest annessa nel 1995 per partecipare al funerale dell’allora primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e di nuovo nel 1997 per incontrare le famiglie israeliane che avevano perso i figli poiché un soldato giordano aveva aperto il fuoco su di loro.

Vale la pena ricordare che, ancor prima di firmare un trattato di pace con Israele nel 1993, Hussein aveva già ceduto la sovranità palestinese e araba non solo su Gerusalemme Ovest ma anche su Gerusalemme Est, insistendo sul fatto che “solo Dio ha diritto su Gerusalemme” – un’affermazione che avrebbe ribadito molte volte in seguito. Le ambasciate egiziana e giordana, come quelle della maggior parte dei paesi che non riconoscono Gerusalemme Ovest come capitale di Israele, rimangono a Tel Aviv.

Questo tuttavia non significa che quei paesi non riconoscano Gerusalemme Ovest come parte di Israele.

Eredità di conquista

Per evitare di pensare che la “visione” del Grande Israele, recentemente annunciata da Netanyahu, sia una sua esclusiva ossessione va ricordato che finora Netanyahu ha conquistato pochi territori arabi e non ne ha ancora annessi, a differenza dei suoi predecessori da David Ben-Gurion a Menachem Begin, che hanno annesso vaste terre palestinesi e siriane.

L’avidità di Israele per le terre altrui è sempre stata pubblicamente dichiarata ed esibita. Dopo l’invasione del 1956 e la prima occupazione di Gaza e della penisola del Sinai, il primo ministro fondatore di Israele, il laico David Ben-Gurion, usò un linguaggio biblico affermando che l’invasione del Sinai “è stata la più grande e gloriosa negli annali del nostro popolo”. La conquista, aggiunse, ha restituito “il patrimonio di Re Salomone dall’isola di Yotvat a sud fino alle pendici del Libano a nord”. “Yotvat”, il nome che gli israeliani avevano dato all’isola egiziana di Tiran, era “tornata a far parte del Terzo Regno di Israele”, proclamò Ben-Gurion.

Di fronte all’opposizione internazionale all’occupazione israeliana Ben-Gurion affermò: “Fino alla metà del VI secolo fu mantenuta l’indipendenza ebraica sull’isola di Yotvat… che è stata liberata ieri dall’esercito israeliano”. Dichiarò inoltre che la Striscia di Gaza era “parte integrante della nazione”. Evocando la profezia di Isaia, Ben-Gurion giurò: “Nessuna forza, di chiunque sia, costringerà Israele a evacuare il Sinai”.

Quando gli israeliani furono finalmente costretti a ritirarsi, aspettarono il momento opportuno e invasero e occuparono nuovamente quelle aree nel 1967. Nonostante il ritiro definitivo di Israele dal Sinai, di cui richiese la smilitarizzazione, oggi si parla di nuovo di invadere e colonizzare la penisola egiziana.

Dopo il 1948 gli israeliani proseguirono con l’intenzione di rubare tutto il territorio nella zona demilitarizzata (DMZ) lungo il confine siriano vicino alle alture del Golan. Nel 1967 avevano già preso il controllo dell’area prima di conquistare lo stesso Golan.

Nei primi 10 mesi di quest’anno Israele ha ampliato la sua acquisizione illegale di territori siriani con l’acquiescenza del nuovo regime siriano sostenuto dagli Stati Uniti, guidato dal riabilitato ex membro di al-Qaeda e dello Stato Islamico Ahmad al-Sharaa.

Gli israeliani hanno creato un’ulteriore “zona cuscinetto” in territorio siriano e, proprio come avevano fatto nella zona demilitarizzata tra il 1948 e il 1967, il mese scorso coloni ebrei israeliani sono entrati in territorio siriano per porre la prima pietra di un nuovo insediamento chiamato Neve Habashan, o “l’Oasi di Bashan”, nei territori siriani appena occupati vicino a Jabal al-Shaykh.

Appartengono al movimento israeliano Uri Tzafon “Risvegliate il Nord”, che mira a colonizzare la Siria e il Libano meridionale, accampando rivendicazioni religiose sulla “regione di Bashan” – il nome biblico che gli espansionisti ebrei danno a queste terre. L’anno scorso il movimento ha inviato migliaia di avvisi di sfratto ai residenti delle città libanesi utilizzando palloni aerostatici e droni.

Anche se l’esercito israeliano ha rimosso i coloni da Jabal al-Shaykh, è solo questione di tempo prima che vengano stabilite colonie ebraiche ufficiali, proprio come continuano a esserne costruite sulle alture del Golan occupate da Israele nel 1967 e annesse nel 1981, l’anno successivo all’annessione di Gerusalemme Est.

L’annessione continua

Nel 2002 Israele costruì il suo “muro di separazione” illegale di apartheid all’interno della Cisgiordania, annettendo di fatto il 10% del territorio e suscitando solo proteste pro forma da parte della comunità “internazionale”, inclusa la Corte Penale Internazionale.

Israele ha inoltre lavorato fin dal 1967 per annettere la Valle del Giordano al confine con la Giordania – un altro 10% della Cisgiordania –, una mossa approvata dal piano di “pace” di Trump del 2020.

L’accettazione, e in alcuni casi il sostegno, da parte di americani ed europei a tali espansioni territoriali non è diversa dal loro sostegno al più recente piano di Trump per Gaza, che prevede che Israele occupi direttamente e a tempo indeterminato più della metà del territorio di Gaza.

I regimi arabi, così come l’Europa e gli Stati Uniti, sanno benissimo che l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele procederà a ritmo serrato, anche se tatticamente ritardata. E questo avverrà con la benedizione della “comunità internazionale” – seppur accompagnata dalle solite proteste pro forma – con i regimi arabi (tranne la Giordania, per ragioni di sicurezza nazionale) in prima linea.

Rubio è stato esplicito su questo punto: “In questo momento è qualcosa che… pensiamo possa essere controproducente” e “potenzialmente minaccioso per l’accordo di pace” – ma chiaramente non in un secondo momento, quando potrebbe essere “produttivo” e “potenzialmente” favorevole alla pace.

In effetti l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha appena pubblicato un rapporto che documenta la complicità di decine di paesi – per lo più europei, ma anche arabi – nel genocidio in corso per mano di Israele. Il Washington Post ha inoltre rivelato che diversi Stati arabi hanno intensificato la loro cooperazione militare con Israele durante il genocidio, tra cui Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Quando i palestinesi vorranno opporsi a questo sostegno internazionale alla continua colonizzazione, insediamento, occupazione e annessione della loro patria da parte di Israele, tutti questi paesi fingeranno sorpresa, favorendo apertamente o segretamente la prossima fase del genocidio israeliano proprio come hanno fatto negli ultimi due anni. E come sempre lo faranno in nome del “diritto di Israele a difendersi”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di politica araba moderna e storia intellettuale alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri figurano Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan (Esiti coloniali: la formazione dell’identità nazionale in Giordania); Desidering Arabs (Arabi desiderosi); The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians (La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e sui palestinesi) e, più recentemente, Islam in Liberalism (L’Islam nel liberalismo). I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Nella denuncia per l’uccisione di Hind Rajab sono stati identificati decine di soldati israeliani

Redazione di MEE

21 ottobre 2025 – Middle East Eye

La Fondazione Hind Rajab ha rintracciato i presunti assassini della bambina palestinese e dei suoi familiari

Martedì la Hind Rajab Foundation [Fondazione Hind Rajab] (HRF) ha annunciato di aver identificato un’altra ventina di soldati israeliani che ha denunciato alla Corte Penale Internazionale (CPI) per il loro ruolo nell’uccisione di Hind Rajab.

L’HRF prende il nome dal Rajab, la bambina palestinese di 6 anni uccisa lo scorso anno da una raffica di proiettili israeliani a Gaza durante il genocidio di Israele contro il popolo palestinese.

Tra le persone identificate ci sono tre comandanti di alto grado di cui la fondazione ha fatto pubblicamente i nomi: il colonnello Beni Aharon, comandante della 401sima brigata corazzata, già oggetto di una denuncia presso la CPI; il tenente colonnello Daniel Ella, comandante del 52simo battaglione corazzato; il maggiore Sean Glass, comandante della compagnia Impero del Vampiro [che fa parte della 52sima brigata, ndt.].

Si ritiene che Ella e Glass siano stati i diretti responsabili dell’uccisione sul terreno.

Altri 22 soldati che operano nella compagnia Impero del Vampiro saranno citati per nome e cognome “progressivamente, in quanto le denunce a livello nazionale sono presentate in Paesi diversi,” ha affermato HRF in un comunicato.

Sulla scia del documentario di un’ora Ma Khafiya Aatham (La punta dell’iceberg) messo in onda su Al Jazeera in arabo insieme alla fondazione, la HRF ha affermato di aver presentato un documento di 120 pagine in base all’articolo 15, denunciando questi soldati alla CPI.

L’articolo 15 dello Statuto di Roma, che ha creato la CPI, stabilisce che il procuratore “deve iniziare indagini… sulla base di informazioni su crimini [commessi] all’interno della giurisdizione della Corte”, e “deve esaminare la fondatezza delle informazioni ricevute.”

Il documento “include prove digitali, satellitari e medico-legali esaustive che confermano che i carrarmati Merkava IV della Compagnia Impero del Vampiro hanno sparato ripetutamente contro la Kia Picanto nera in cui Hind e i suoi familiari erano intrappolati e in seguito hanno preso di mira l’ambulanza inviata per salvarla,” afferma la HRF.

“L’attacco è stato effettuato nella totale consapevolezza dello status di civili protetti delle vittime, in seguito a un precedente coordinamento [per concordare il salvataggio, ndt.] tra la Croce Rossa Palestinese e le autorità israeliana,” aggiunge.

“La squadra di avvocati della Fondazione conclude che, in base agli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto di Roma, queste azioni rappresentano crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.”

La HRF ha già in corso una causa penale in Argentina contro Itay Cukierkopf, un membro della squadra di carristi citata nella sua denuncia alla CPI.

Macchina della giustizia”

Per due anni i soldati israeliani hanno inviato post su TikTok, Instagram, YouTube e su altre reti sociali vantandosi delle loro operazioni a Gaza.

La HRF ha utilizzato queste stesse prove per dare seguito alle accuse di crimini di guerra contro di loro in tutto il mondo.

“Non puoi massacrare persone, filmarti mentre lo fai, vantartene in giro per il mondo, confessare le tue azioni e poi continuare come se niente fosse, sederti vicino a me in un caffè a Bruxelles,” aveva detto in precedenza a Middle East Eye Dyab Abou Jahjah, il presidente della HRF.

Stiamo dando la caccia ai criminali di guerra ovunque vadano.”

Abou Jahjah ha rivelato che all’inizio del 2025 la Fondazione aveva raccolto più di 8.000 prove riguardanti presunti crimini di guerra da parte di soldati israeliani a Gaza.

“Le prove sono là,” aveva detto. “La sfida è trasformarle in un processo giudiziario.”

Il lavoro della HRF si concentra su una condotta processuale aggressiva e su una duplice strategia per chiamare [gli imputati] a risponderne, prendendo di mira due categorie di soldati: israeliani che hanno la cittadinanza di un Paese in cui può essere avviata una causa giudiziaria e soldati che sono in viaggio e che non sono cittadini dei Paesi di destinazione. “Non ci consideriamo una ong, ma una macchina della giustizia,” ha detto a MEE Abou Jahjah.

La Hind Rajab Foundation prende il suo nome in onore della bambina palestinese di 6 anni la cui morte per mano di soldati israeliani il 29 gennaio 2024 è diventata il simbolo delle estesissime violazioni del diritto umanitario internazionale commesse dalle forze israeliane.

Nel giugno 2024 un’indagine ha rivelato che Rajab e cinque membri della sua famiglia erano stati colpiti dall’esercito israeliano con 335 proiettili mentre tentavano di scappare dal nord di Gaza nella loro auto.

Per tre ore Hind rimase l’unica sopravvissuta, intrappolata insieme ai suoi parenti uccisi. Alla disperata ricerca di aiuto chiamò i paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese, ma Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun vennero entrambi uccisi dalle forze israeliane prima che potessero salvarla.

Una straziante registrazione dell’ultima telefonata di Hind, resa pubblica dopo i fatti, ha conservato le sue agghiaccianti suppliche: “Ho paura del buio, venite a prendermi.”

Ora si prevede che il prossimo anno un lungometraggio sulla sua tragedia vincerà l’Oscar come miglior film in lingua straniera.

Oltre 67.000 palestinesi sono morti nella guerra contro Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ostaggi, detenuti, prigionieri: i mezzi di comunicazione occidentali privilegiano ancora le vite degli israeliani su quelle dei palestinesi

Mohamad Elmasry

14 ottobre 2025 – Middle East Eye

L’informazione mainstream sullo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas evidenzia la persistente tendenziosità filo-israeliana dei media occidentali, per cui gli israeliani vengono umanizzati mentre i palestinesi vengono cancellati dalla vista.

Lunedì Israele e Hamas hanno scambiato prigionieri come parte del piano di cessate il fuoco del presidente statunitense Donald Trump.

L’informazione dei principali mezzi di comunicazione occidentali ha riproposto gli stessi pregiudizi filo-israeliani che hanno a lungo caratterizzato i reportage su Israele e Palestina che danno la priorità alle vite degli israeliani su quelle dei palestinesi.

Le principali testate come la BBC, il New York Times, il Wall Street Journal, la CNN, l’Associated Press, il Washington Post, la Reuters, la Deutsche Welle e l’Agence France-Presse hanno messo in primo piano gli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre hanno in buona misura minimizzato quanto hanno subito i palestinesi.

Su giornali, reti televisive, siti web e reti sociali gli ostaggi israeliani e le loro famiglie hanno ricevuto molta più attenzione – e sono stati resi umani con dettagli personali e immagini emotive – rispetto ai palestinesi.

Per esempio sette su otto tweet dell’AFP sullo scambio si sono concentrati esclusivamente sui prigionieri israeliani. La Reuter ha pubblicato una serie di 36 foto, 26 delle quali ospitavano gli ostaggi israeliani, le loro famiglie o cittadini qualunque che festeggiavano, mentre solo 9 ritraevano palestinesi.

Anche se il sito della BBC ha presentato vari articoli sullo scambio, compresi alcuni sui prigionieri palestinesi e sulle loro famiglie, ha pubblicato anche un profilo dettagliato ed empatico dei 20 ostaggi israeliani rilasciati intitolato “Chi sono gli ostaggi rilasciati?”, senza una empatia simile per i palestinesi.

La CNN ha informato del rilascio di “prigionieri” palestinesi ed ha incluso alcuni dettagli che li rendevano umani, ma il titolo della sua notizia principale, “Le famiglie degli ostaggi riunite mentre Trump è acclamato nel parlamento israeliano”, ha menzionato solo gli israeliani.

Allo stesso modo la lista del Washington Post di sei “sviluppi chiave” inizia con il discorso di Trump, la guerra a Gaza e il summit di Sharm el-Sheikh. Il seguente elenco di punti si concentra sugli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre solo l’ultimo punto cita i palestinesi.

Il Post ha proposto un certo livello di umanizzazione dei palestinesi, ma lo sbilanciamento a favore di Israele rimane evidente.

Attenzione diseguale

Da quando due settimane fa Trump ha annunciato il suo piano l’informazione occidentale si è concentrata molto di più sulle richieste ad Hamas per la consegna dei resti dei 28 ostaggi israeliani morti. Molta meno attenzione è stata dedicata agli obblighi di Israele, in base al punto 5 del piano, di restituire i resti di 420 palestinesi che ha trattenuto a lungo.

Questo sbilanciamento è continuato lunedì. Ricerche sugli archivi di notizie mostrano un’ampia attenzione sui corpi degli israeliani e praticamente nessuna citazione dei resti di palestinesi.

Questo eclatante doppio standard riflette radicati problemi nell’informazione occidentale, che ignora e minimizza sistematicamente le violazioni israeliane dei diritti umani.

Secondo l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem Israele ha una “prassi consolidata” di trattenimento dei corpi dei palestinesi per utilizzarli come “merce di scambio” nei negoziati. Le leggi israeliane contro il terrorismo consentono al governo di tenere i cadaveri dei palestinesi e di impedirne i funerali. Più di 600 corpi di palestinesi sono attualmente trattenuti da Israele, una situazione di cui i mezzi di comunicazione occidentali raramente rendono nota.

Doppio standard linguistico

Praticamente tutti i mezzi di informazione occidentali fanno riferimento ai prigionieri israeliani come a “ostaggi”, un uso giustificabile in base al diritto internazionale, dato che quelli presi da Hamas rispondono alla classica definizione giuridica di presa di ostaggi. Tuttavia la domanda è perché i palestinesi presi prigionieri da Israele non vengono descritti allo stesso modo.

Dopo il 7 ottobre Israele ha arrestato più di 1.700 civili di Gaza, comprese molte donne e minori che non hanno avuto alcun ruolo nell’attacco. Sono stati imprigionati senza alcuna imputazione per circa due anni.

Data l’evidente intenzione israeliana di utilizzare quei detenuti come merce di scambio nei negoziati, in base alle leggi internazionali senza dubbio anche loro corrispondono alla definizione di ostaggi. Ciononostante i media occidentali continuano ad etichettarli solo come “detenuti” o “prigionieri”, riflettendo un persistente doppio standard linguistico che modella le percezioni di innocenza, colpa e sofferenza.

Ricerche accademiche hanno a lungo documentato questo modello in base al quale i mezzi di comunicazione occidentali riservano le descrizioni più crude alle azioni palestinesi mentre attenuano quelle riguardanti Israele. Decenni di studi dimostrano anche che l’informazione occidentale su Israele e Palestina spesso omette un contesto fondamentale, che riguarda soprattutto le violazioni da parte di Israele. L’informazione di lunedì sullo scambio di prigionieri non ha fatto eccezione.

La mia verifica ha scoperto poche citazioni dell’illegale occupazione israeliana della Cisgiordania, del continuo assedio a Gaza o delle accuse di genocidio contro Israele. Dove è stato inserito il contesto spesso si è concentrato sugli attacchi di Hamas il 7 ottobre.

Un’omissione particolarmente rivelatrice nell’informazione occidentale sullo scambio di prigionieri è il fatto che ai palestinesi è stato esplicitamente vietato di festeggiare il ritorno delle persone rilasciate. Mentre gli israeliani sono stati incoraggiati a fare festa per il ritorno degli ostaggi, i palestinesi presenti fuori dal carcere di Ofer, nella Cisgiordania occupata, sono stati accolti dalla polizia israeliana che ha sparato gas lacrimogeni contro le famiglie e i giornalisti. Il Guardian è stato tra i pochi giornali importanti ad aver evidenziato il divieto.

Tali momenti non sono dettagli secondari: il tentativo israeliano di controllare persino le manifestazioni emotive dei palestinesi evidenzia ulteriormente sia l’asimmetria di potere che la crudeltà della sua occupazione militare.

Ripensamento dei media

Il racconto dei mezzi di comunicazione occidentali dello scambio di prigionieri è andato oltre al fatto di privilegiare una parte, ha rafforzato una gerarchia di valore tra gli esseri umani in cui le vite degli israeliani sono intrinsecamente più importanti e degne di compassione di quelle dei palestinesi.

Ciò è in linea con una ricerca più ampia sul modo in cui i media hanno informato sulla guerra. Per esempio uno studio pubblicato lo scorso anno riguardo alle prime due settimane della guerra, quando erano stati uccisi circa 3.000 palestinesi e circa 1.200 israeliani, ha rilevato che i giornali presi a campione hanno pubblicato notizie quattro volte più emotive e personali sulle vittime israeliane che su quelle palestinesi.

Altri studi confermano la cronica fiducia eccessiva dei mezzi di comunicazione occidentali nelle fonti filo-israeliane. Ma su Israele e Palestina i lettori stanno cambiando, così come l’opinione pubblica. Negli ultimi due anni la simpatia per i palestinesi è nettamente aumentata tra le opinioni pubbliche occidentali, soprattutto tra i giovani e, mentre la fiducia nei principali mezzi di comunicazione declina, questi sono sottoposti a critiche sempre crescenti.

Alla luce di questo cambiamento non sorprende che molte persone, soprattutto giovani, si rivolgano invece a piattaforme di notizie indipendenti o alternative per informarsi su Israele e Palestina.

Anche nelle redazioni monta il dissenso. Sono scoppiate proteste dei giornalisti nei principali mezzi di informazione, tra cui il Los Angeles Times, il New York Times e la BBC, dove centinaia di giornalisti hanno manifestato rabbia contro le politiche editoriali palesemente filo-israeliane.

Quando le redazioni riconosceranno la gravità di questa crisi? Per il bene di lettori, giornalisti e palestinesi che soffrono, un ripensamento non arriverà mai troppo presto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Mohamad Elmasry is Professor of Media Studies at the Doha Institute for Graduate Studies.

Mohamad Elmasry è docente di Studi sui Media presso l’Istituto per gli Studi Superiori di Doha.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il New Yorker pubblica nuovi dettagli su come le accuse di abusi sessuali contro Karim Khan abbiano bloccato l’indagine della CPI

Imran Mulla

7 ottobre 2025 – Middle East Eye

L’articolo del New Yorker riprende alcuni interrogativi riguardanti le accuse di molestie sessuali contro il procuratore della CPI che in precedenza erano stati sollevati solo da MEE.

Dopo che il periodico New Yorker ha pubblicato nuove notizie a proposito della causa in corso sono emersi ulteriori dettagli sull’indagine riguardo a una denuncia per presunte molestie sessuali contro il procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan.

L’articolo riprende molti particolari precedentemente riportati da Middle East Eye.

Ma l’articolo del New Yorker, pubblicato in rete domenica e intitolato “L’Aia a processo”, dà conto di nuove informazioni sul ruolo di Thomas Lynch, assistente speciale di Khan, che egli aveva incaricato di mantenere i contatti con Israele sull’indagine della CPI riguardo alla Palestina.

L’articolo del New Yorker riporta “alcuni sospetti secondo cui Lynch stesso o qualcuno vicino a lui avrebbe giocato un ruolo” nel far filtrare ai media nell’ottobre 2024 la dichiarazione di quattro pagine dello stesso Lynch agli investigatori della CPI contro Khan riguardo alle accuse di molestie sessuali.

Secondo il New Yorker un “indirizzo mail anonimo” avrebbe fatto filtrare ai giornalisti rapporti di seconda mano su Khan in cui si sosteneva falsamente che Khan “come misura preventiva” aveva pubblicamente “accusato il Mossad israeliano di averlo minacciato e ricattato.”

Il New Yorker riporta anche che la mail “di seguito si pronunciava a favore del Mossad” e affermava che Khan lo aveva fatto “come manovra di copertura”.

La mail elencava anche nomi e numeri di telefono di Lynch, dell’accusatrice di Khan e di altri presso la CPI e conteneva la parola ebraica per “telefoni”, insieme ad alcuni numeri.

Il New Yorker riporta inoltre che registrazioni delle comunicazioni del giorno in cui è comparso un post di un account di X riguardo alle accuse dimostrano che Lynch “aveva incontrato l’accusatrice prima della telefonata durata un’ora di quest’ultima con Khan”, e che l’account di X è apparso per la prima volta 90 minuti dopo la chiamata.

[L’articolo] afferma che “la registrazione delle comunicazioni dimostra anche che Lynch ha manifestato sorpresa quando è emersa per la prima volta la fuga di notizie e ha detto agli inquirenti di non esserne il responsabile. La mail e l’account di X erano parte di un’operazione israeliana per influenzare [l’opinione pubblica] o i riferimenti al Mossad e le lettere in ebraico erano un goffo tentativo di depistaggio?”

Il pezzo del New Yorker racconta anche per la prima volta che la donna che accusa Khan di molestie sessuali, una funzionaria della CPI, “aveva sostenuto all’interno [della CPI] che egli avrebbe dovuto andare più lentamente nell’accusare i leader israeliani e non affrettarsi a rendere pubblici mandati di arresto ad alto livello.”

Ciò contraddice precedenti articoli del Wall Street Journal che ha riportato ripetutamente che la denunciante, le cui accuse sono state fatte alla fine dell’aprile 2024, appoggiava i mandati di cattura contro Netanyahu e Gallant.

A luglio la donna ha detto a MEE che non c’è alcun rapporto tra la sua denuncia e l’indagine di Khan su Israele e ha affermato di appoggiare ogni indagine sotto la giurisdizione della Corte. Khan si è messo in congedo a tempo indeterminato a maggio in attesa dei risultati di un’indagine indipendente dell’ONU sulla denuncia contro di lui.

Minacce e pressioni che hanno preso di mira il procuratore si sono manifestate nel corso degli ultimi due anni quando Khan ha cercato di raccogliere prove e istruire un processo contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e altri politici israeliani per la condotta della guerra contro Gaza e la sempre più rapida espansione delle colonie e delle violenze contro i palestinesi nella Cisgiordania illegalmente occupata.

Il New Yorker afferma che lo scandalo che riguarda Khan ha “già ostacolato il tentativo di chiamare Israele a rispondere del numero di morti a Gaza.” Il suo articolo arriva dopo un’inchiesta di MEE all’inizio di agosto che rivelava:

– Minacce e avvertimenti diretti contro Khan da parte di importanti politici, compresi l’allora ministro degli Esteri britannico David Cameron e il senatore statunitense Lindsey Graham;

– calunnie contro Khan da parte di colleghi e amici di famiglia;

– timori per la sicurezza di Khan suggeriti dalla presenza all’Aia, dove ha sede la CPI, di una squadra del Mossad;

– fughe di notizie sui mezzi di informazione riguardo alle accuse di molestie sessuali contro Khan.

L’amministrazione Trump ha sanzionato Khan in febbraio. Khan è andato in congedo a metà maggio, poco dopo che è fallito un tentativo di sospenderlo e nel bel mezzo dell’indagine in corso da parte dell’ONU riguardo alle accuse fatte dalla funzionaria della CPI.

L’articolo del New Yorker evidenzia come indiscrezioni riguardo alle denunce di molestie sessuali contro Khan abbiano contribuito a bloccare il perseguimento di governanti israeliani e che queste accuse sono state presentate come la ragione della sua causa contro Netanyahu e Gallant.

In un editoriale del 16 maggio il Wall Street Journal ha sostenuto che Khan aveva utilizzato i mandati di arresto per “distrarre dal suo comportamento”. Ha descritto come “viziata” la causa della CPI contro Netanyahu. Ma, come raccontato in precedenza da MEE, la decisione del procuratore di chiedere i mandati di arresto è stata presa sei settimane prima delle accuse contro di lui alla fine dell’aprile 2024.

Il New Yorker afferma che la pagina editoriale del WSJ “appoggia sistematicamente Netanyahu.”

Il New Yorker riporta che “nella corrispondenza che Khan ha fornito agli inquirenti (dell’ONU) la sua accusatrice sembra essere molto cordiale, incline a comunicare la sua vita e le sue battaglie personali, molto premurosa verso Khan e sua moglie e forse troppo sollecita.”

“Persino nel periodo immediatamente precedente e successivo alle sue lamentele rivolte ai colleghi (nella primavera del 2024), ha mandato messaggi a Khan, ha affermato di essere contenta di lavorare insieme a lui e suggerito un’opera artistica che lui e sua moglie avrebbero potuto comprare per la loro casa.”

Registrazione di telefonate

Il New Yorker informa che in uno scritto a Khan del maggio 2024 la donna “sembrava preoccupata che macchinazioni politiche potessero guidare l’indagine, dicendogli che lei si rifiutava di essere ‘una pedina in un gioco a cui non voglio giocare’”.

Riporta una telefonata registrata tra la donna e Khan il 17 ottobre 2024 in cui lei “non fa mai riferimento ad alcuna avance sessuale o altri comportamenti scorretti, ma lamenta varie volte il fatto di aver sentito pettegolezzi dei colleghi secondo cui lei era ‘ossessionata’ da lui o, peggio, una spia israeliana”.

Il New Yorker afferma: “Ogni tanto (Khan) sembrava sicuro di non essere colpevole di alcun comportamento scorretto, ricordandole ripetutamente che era una sua [di lei] scelta se voleva iniziare un’indagine più complessiva, anche su di lui. ‘La verità verrà fuori’, le assicurava.”

“Eppure, in altri momenti, è sembrato preoccupato che lei potesse presentare una denuncia contro di lui. Le ha detto che “voci su ciò” stavano ‘rinfocolando la faccenda’ e la sollecitava a chiarire formalmente che lei non aveva intenzione di accusarlo di comportamenti scorretti. ‘Allora sarebbe proprio finita,’ diceva, e la CPI avrebbe potuto porre fine al ‘carosello mediatico’ dicendo ai giornalisti: ‘Adesso andate a farvi fottere, lasciatela in pace’.”

Il New Yorker afferma che la donna ha detto falsamente a Khan che non stava registrando la telefonata. Cita anche messaggi di testo tra la donna e un amico all’inizio del 2024 che [il NY] afferma siano stati inclusi nella documentazione presentata agli inquirenti dell’ONU, in cui [il NY] sostiene che “lei ha descritto esplicitamente le avances sessuali da parte di Khan.”

“Lui vuole andare in vacanza o associarmi una missione fuori ufficio di qualche giorno. Sono bellissima, l’odore del mio collo,” ha scritto in un messaggio di testo quell’aprile, dicendo di aver inventato una scusa per liberarsi di lui. Il New Yorker aggiunge: “Una persona vicina a Khan ha detto che gli inquirenti dell’ONU non gli hanno chiesto di rispondere a nessuno di questi indizi.”

Alla fine di luglio MEE ha inviato alla denunciante una lunga lista di domande che trattavano argomenti riguardanti la sua denuncia contro Khan, la sua amicizia con Khan e sua moglie, commenti da lei fatti in messaggi e la telefonata a Khan.

Lei ha risposto: “In quanto funzionaria della Corte Penale Internazionale sono tenuta all’ obbligo di riservatezza e integrità professionale e quindi non posso occuparmi delle domande poste o correggere le inesattezze ivi contenute.”

Tuttavia ha aggiunto: “Rigetto in modo categorico le insinuazioni e le descrizioni selettive presentate, che sono assolutamente inesatte, diffamatorie e chiaramente intenzionate a screditarmi personalmente.”

Ha affermato di aver pienamente collaborato con gli inquirenti dell’ONU e di aver ottemperato a “ogni obbligo legale e istituzionale.”

Ha negato ogni rapporto tra la sua denuncia contro Khan e l’indagine del procuratore su Israele e ha detto di non essere affiliata a, o di agire a favore di, alcuno Stato o attore esterno.

Ha affermato: “Continuo ad appoggiare ogni indagine sotto giurisdizione della Corte, come ho sempre fatto. La mia denuncia non ha niente a che vedere con l’indagine della Corte sulla Palestina. Due cose possono essere vere allo stesso tempo, e una non ha assolutamente niente a che vedere con l’altra.” Ha affermato che i fatti dell’anno scorso sono stati “molto penosi e personalmente distruttivi” ed hanno influito in modo significativo sulla sua salute e sul suo benessere.

Cameron: i mandati di arresto “una bomba all’idrogeno”

L’articolo del New Yorker cita anche il fatto che note ufficiali che Khan ha presentato all’Office of Internal Oversight Services [Ufficio dei Servizi di Supervisione Interna] (OIOS) dell’ONU, che attualmente sta indagando sulle denunce di condotta scorretta contro il procuratore, affermano che nel 2024 il ministro degli Esteri britannico David Cameron ha detto a Khan che la richiesta di mandati di arresto contro politici israeliani sarebbe stata una “bomba all’idrogeno”.

A giugno MEE ha informato che un certo numero di fonti, compresi ex-funzionari dell’ufficio di Khan al corrente della conversazione e che hanno visto gli appunti dell’incontro, hanno detto che Cameron ha anche minacciato il ritiro della Gran Bretagna dalla CPI se la Corte fosse andata avanti con i mandati di arresto.

All’epoca Cameron non ha risposto alle richieste di commentare [queste affermazioni], mentre il ministero degli Esteri britannico ha rifiutato ogni commento.

Il New Yorker informa sul ruolo di Lynch, l’assistente speciale di Khan, che “era noto come scettico sull’emanazione di accuse gravi contro gli israeliani.”

In precedenza MEE aveva riportato che Lynch aveva giocato un ruolo chiave nel presentare accuse di condotta scorretta contro Khan. Tuttavia in privato Lynch ha manifestato alla moglie di Khan dubbi sulle accuse e detto che il tempismo è stato sospetto.

In risposta alle domande di MEE Lynch ha descritto le asserzioni presentate nell’articolo di MEE ad agosto come “false e fuorvianti”.

Ti distruggeranno”

Il New Yorker ha raccontato anche che le accuse della donna sono state più gravi nel momento in cui è iniziata, alla fine del 2024, un’indagine esterna dell’ONU di quanto erano state durante due precedenti inchieste interne della CPI, entrambe chiuse dopo che la donna non vi aveva collaborato.

L’articolo descrive il racconto di Khan di un incontro con l’avvocato anglo-israeliano presso la CPI Nicholas Kaufman, che “si è presentato come autorizzato a fare una proposta da parte di Netanyahu e Gallant.”

Secondo gli appunti di Khan “Kaufman ha detto che se Khan non avesse in qualche modo ritirato i mandati di arresto ‘loro – presumibilmente Israele e i suoi alleati americani – distruggeranno te e la Corte’.”

Come aveva in precedenza fatto con MEE, Kaufman ha negato al New Yorker “di aver mai fatto minacce o sostenuto di parlare per Netanyahu o Gallant, e ha detto che ogni riferimento a danni per la CPI riguardava sanzioni USA.”

Egli ha detto al New Yorker: “Sono andato da Khan da amico e lui mi ha dimostrato che i suoi amici per lui sono sacrificabili se ne ha bisogno per salvarsi la pelle.”

Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha sanzionato i giudici della CPI e i vice procuratori di Khan, che hanno preso il suo posto quando è andato in congedo a maggio.”

Ci sono crescenti timori che gli USA potrebbero presto sanzionare la stessa Corte, il che potrebbe mettere in dubbio la sua stessa esistenza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)