Regno Unito, la polizia arresta lo sceneggiatore di Ken Loach, Paul Laverty, per una maglietta contro il genocidio

Redazione di MEE

25 agosto 2025- Middle East Eye

Lo sceneggiatore di Io, Daniel Blake è stato arrestato perché indossava una maglietta con la scritta ‘Genocidio in Palestina, è ora di agire’

La polizia ha arrestato lo sceneggiatore di ‘Io, Daniel Blake’ Paul Laverty perché indossava una maglietta con la scritta “Genocidio in Palestina, è ora di agire”.
L’’arresto è avvenuto nella capitale della Scozia Edimburgo durante una protesta contro l’’appoggio del governo del Regno Unito ad Israele nel corso del genocidio a Gaza.
Lunedì scorso un annuncio su X a nome del regista di ‘Io, Daniel Blake’ Ken Loach e della sua società di produzione Sixteen Films, ha confermato l’’arresto di Laverty.
“Paul Laverty si trova attualmente trattenuto in custodia nella stazione di polizia di St. Leonard di Edimburgo…, presumibilmente a causa del sostegno a Palestine Action”, scrive la nota sulla piattaforma social.
Un portavoce della polizia scozzese ha dichiarato: “”In seguito ad una protesta di fronte alla stazione di polizia di St Leonard lunedì 25 agosto 2025 un uomo di 68 anni è stato arrestato in base al ‘Terrorism Act 2000’ per aver espresso sostegno ad un’’ organizzazione messa al bando. Le indagini proseguono”.”

A luglio il Regno Unito ha messo al bando l’’organizzazione Palestine Action, un gruppo di protesta che avrebbe presuntamente preso di mira fabbriche di armi e attrezzature militari in una serie di episodi di azione diretta.
Esprimere o sollecitare il sostegno a Palestine Action nel Regno Unito è un crimine punibile con la detenzione fino a 14 anni, in base al ‘Terrorism Act 2000’.
L’’11 agosto sono state arrestate più di 500 persone, in maggioranza sopra i 50 anni, per presunto sostegno all’’organizzazione mentre partecipavano ad una protesta che chiedeva al governo di togliere il bando. Decine di altre sono state arrestate in altre proteste nel Paese.
Volker Turk, alto commissario ONU per i diritti umani, a luglio ha detto che la decisione del Regno Unito di mettere al bando l’’associazione di attivisti in quanto organizzazione terrorista era “sproporzionata e non necessaria” ed ha chiesto che la definizione venisse revocata.
Ha affermato: ““La legislazione antiterrorismo interna al Regno Unito definisce gli atti terroristici così ampiamente da includere ‘”gravi danni alla proprietà’”.
““Ma, in base agli standard internazionali, gli atti di terrorismo dovrebbero essere circoscritti ad atti criminali finalizzati a provocare morte o gravi ferite o la presa di ostaggi, con lo scopo di intimidire una popolazione o costringere un governo ad intraprendere o meno una certa azione”.
“”Ȓ un travisamento della gravità e dell’’impatto del terrorismo ampliarne la definizione al di là di quei precisi limiti, per includere ulteriori condotte che costituiscono già un reato in base alla legge”.”

(Traduzione dall’’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele approva la colonizzazione del progetto E1 per “eliminare” lo Stato palestinese con “azioni e non con slogan”

Rayhan Uddin e Lubna Masarwa

20 agosto 2025 – Middle East Eye

La commissione per la colonizzazione autorizza 3.400 unità abitative che secondo il ministro delle Finanze lascerà “gli ipocriti dirigenti europei senza niente da riconoscere”

Con un’iniziativa che un ministro ha descritto come la “cancellazione” di uno Stato palestinese “non con slogan ma con azioni concrete”, Israele ha autorizzato la costruzione del progetto di colonizzazione E1 nella Cisgiordania occupata.

Mercoledì la sottocommissione per la colonizzazione dell’Amministrazione Civile [l’organismo militare che governa i territori palestinesi occupati, ndt.] ha approvato la costruzione di 3.400 nuove unità abitative sul territorio palestinese occupato.

La maggior parte di esse verrà costruita nei pressi della colonia già esistente di Maale Adumim, in una zona che intende collegare alcune colonie in Cisgiordania con Gerusalemme est occupata.

Il progetto include 342 unità in una nuova colonia ad Asael, nel sud della Cisgiordania. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato: “Oggi abbiamo definito una storica situazione di fatto. Con l’E1 abbiamo finalmente realizzato quello che è stato promesso da anni. È un momento fondamentale per la colonizzazione, per la sicurezza e per tutto lo Stato di Israele.”

Per la seconda volta negli scorsi giorni il ministro ha collegato direttamente il progetto con la fine della soluzione a due Stati.

“Lo Stato palestinese sta per essere tolto di mezzo non con degli slogan ma con i fatti. Ogni colonia, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa,” ha detto Smotrich.

Il ministro, che guida il partito Sionismo Religioso [dell’estrema destra nazionalista religiosa, ndt.], ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di “completare l’operazione mettendo in pratica la piena sovranità su Giudea e Samaria, qui e ora,” facendo riferimento all’annessione formale della Cisgiordania, che Israele ha occupato dal 1967 in violazione delle leggi internazionali.

Il progetto edilizio E1 risale alla fine degli anni ’90, ma la sua messa in pratica è stata rimandata a causa dell’opposizione internazionale.

Sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno messo in guardia i successivi governi israeliani dal portare avanti il progetto facendo riferimento al suo impatto sulla soluzione a due Stati.

I governanti europei non avranno niente da riconoscere”

L’accelerazione dei progetti sembra essere una risposta all’annuncio da parte di Francia, Gran Bretagna, Canada e Australia di aver intenzione di riconoscere lo Stato palestinese durante un incontro alle Nazioni Unite del mese prossimo.

La scorsa settimana Smotrich ha dichiarato che ogni Stato che “cerchi di riconoscere uno Stato palestinese riceverà da noi una risposta sul campo,” non nella forma di documenti o dichiarazioni, ma attraverso la costruzione di “case, quartieri (e) strade”.

Mercoledì ha ripetuto lo stesso concetto affermando: “É venuto il momento di lasciare per sempre nel dimenticatoio l’idea di dividere la terra e di garantire che entro settembre gli ipocriti politici europei non avranno niente da riconoscere.”

Il progetto E1 intende tagliare fuori le comunità palestinesi tra Gerusalemme e la Valle del Giordano, che include una zona storica nota come al-Bariyah o “Deserto di Giudea”, che la Palestina ha presentato alla lista provvisoria dell’Unesco per l’inclusione tra i siti patrimonio dell’umanità.

“Ciò significa anche che la principale strada storica da Gerico a Gerusalemme, esistita per più di 3.000 anni e percorsa da Gesù, verrà totalmente chiusa ai palestinesi,” ha detto la settimana scorsa a Middle East Eye Jamal Juma, coordinatore della campagna “Stop the Wall” [Fermare il Muro, movimento contro la costruzione del muro di separazione costruito da Israele in Cisgiordania, ndt.]

L’isolamento di Gerusalemme est da alcune parti della Cisgiordania obbligherà i palestinesi a fare lunghe deviazioni per viaggiare da varie città e centri urbani.

Il progetto è stato messo in relazione con la frammentazione della Palestina occupata in “bantustan”, un riferimento ai ghetti per soli neri creati nel Sudafrica dell’apartheid.

“Hebron e Betlemme diventeranno altre Gaza, una striscia isolata dalla Cisgiordania. Lo stesso succederà a Ramallah,” ha affermato Juma.

Strada dell’apartheid

A marzo il gabinetto israeliano per la sicurezza politica ha approvato una strada separata per i palestinesi a sud dell’Area E1 che colleghi il nord e il sud della Cisgiordania.

La strada è vista come un passo previo per l’estensione della costruzione di colonie nella zona. In base al progetto il transito dei palestinesi verrebbe deviato lontano dalla Route 1, la principale autostrada che collega Gerusalemme a Maale Adumim, riservandola principalmente per l’uso da parte di israeliani.

“Il governo israeliano sta annunciando apertamente l’apartheid,” sostiene Aviv Tatarsky, ricercatore dell’associazione israeliana per i diritti umani Ir Amim. “Afferma esplicitamente che i progetti dell’E1 sono stati approvati per “seppellire” la soluzione a due Stati e rafforzare la sovranità di fatto. Una conseguenza immediata potrebbe essere l’espulsione di oltre una decina di comunità palestinesi che vivono nell’Area E1.”

Circa 700.000 coloni israeliani vivono in approssimativamente 300 colonie illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme est, tutte costruite da quando Israele si è impossessato dei territori nella guerra del 1967.

In base alle leggi internazionali la costruzione di colonie su un territorio occupato è illegale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli alleati di Israele e la nave che affonda

Joseph Massad

14 agosto 2025 – Middle East Eye

Mentre a Gaza si moltiplicano le atrocità i paesi occidentali che sostengono Israele sono in preda al panico temendo possa fare la fine di altre imprese di colonizzazione di insediamento che sono fallite miseramente

Un panico improvviso ha travolto i sostenitori di Israele in tutto il mondo. I regimi neocoloniali occidentali, comprese le colonie di bianchi di Australia, Canada e Nuova Zelanda, sono particolarmente preoccupati per il destino dell’ultima colonia di insediamento europea in Asia.

Persino alcune organizzazioni ebraiche britanniche e statunitensi vicine a Israele si sono unite al crescente coro di voci preoccupate.

Pur difendendo pienamente i crimini commessi da Israele prima e dopo il 7 ottobre 2023 i suoi sostenitori occidentali hanno improvvisamente sviluppato scrupoli morali riguardo alla fase più recente del genocidio, in cui i continui bombardamenti e l’incenerimento di Gaza – un olocausto – sono ora aggravati dalla deliberata fame di massa inflitta ai sopravvissuti palestinesi.

A differenza delle organizzazioni ebraiche antisioniste e di altre formazioni ebraiche di sinistra, che hanno condannato e protestato contro il genocidio israeliano sin dal suo inizio, la maggioranza delle principali organizzazioni ebraiche filo-israeliane britanniche e americane ha mantenuto il pieno sostegno alle azioni di Israele.

La situazione è cambiata nelle ultime due settimane, con la comparsa di dichiarazioni apparentemente coordinate e simultanee di preoccupazione per la carestia a Gaza.

Immagini raccapriccianti di bambini scheletrici, folle disperate nei siti militarizzati di distribuzione degli aiuti e palestinesi affamati massacrati mentre cercavano di procurarsi del cibo hanno reso insostenibile per i governi e le istituzioni occidentali filo-israeliane continuare a giustificare i crimini di Israele o ignorare la portata della catastrofe umanitaria.

A parte il suo sponsor statunitense, sta diventando sempre più chiaro che pochi dei restanti alleati di Israele sono disposti a seguirlo fino in fondo nel perseguimento del genocidio e rioccupazione di Gaza, e alcuni potrebbero già prepararsi ad abbandonare la nave che affonda.

Preoccupazione tardiva

Preoccupati per il destino di Israele, i suoi sostenitori hanno recentemente attenuato il loro giubilo per la guerra con accenni simbolici all’umanitarismo, cercando di garantire che la sua campagna genocida continui senza ostacoli in mezzo alla crescente indignazione globale.

Il 27 luglio la filoisraeliana American Jewish Committee (AJC) ha rilasciato una dichiarazione a sostegno della “giustificata guerra di Israele per eliminare la minaccia rappresentata da Hamas e garantire il rilascio degli ostaggi rimasti”, ma esprimendo “immenso dolore per il grave tributo che questa guerra ha imposto ai civili palestinesi” e dichiarando di essere “profondamente preoccupati per il peggioramento dell’insicurezza alimentare a Gaza”.

L’AJC ha inoltre accolto con favore “l’annuncio da parte di Israele di una serie di ulteriori e significativi interventi per aumentare il flusso e la distribuzione di aiuti a Gaza”, esortando “Israele, la Gaza Humanitarian Foundation, le Nazioni Unite e tutti coloro che sono coinvolti nella distribuzione degli aiuti ad aumentare la cooperazione e il coordinamento al fine di garantire che gli aiuti umanitari raggiungano i civili palestinesi a Gaza”.

L’AJC non è l’unica a esprimere una tardiva preoccupazione per i palestinesi. Nella stessa settimana, anche l’Assemblea Rabbinica di New York, che rappresenta la denominazione conservatrice dell’ebraismo, ha espresso la sua preoccupazione “per il peggioramento della crisi umanitaria a Gaza”, chiedendo “un’azione urgente per alleviare le sofferenze dei civili e garantire la consegna degli aiuti”.

L’Assemblea ha auspicato “un futuro radicato nella giustizia, nella dignità e nella sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi” e ha esortato Israele a “fare tutto il possibile per garantire che gli aiuti umanitari raggiungano chi ne ha bisogno”. Facendo appello agli insegnamenti ebraici, ha affermato: “La tradizione ebraica ci impone di garantire la fornitura di cibo, acqua e medicinali come priorità assoluta”.

A loro si è unita l’Unione per il Giudaismo Riformato, la più grande organizzazione ebraica del Nord America, che si oppone con veemenza al sionismo fin dagli anni ’40.

In una dichiarazione rilasciata il 27 luglio il Movimento Riformista ha affermato: “Né l’intensificazione della pressione militare né la limitazione degli aiuti umanitari hanno avvicinato Israele a un accordo sul recupero degli ostaggi o sulla fine della guerra”. Ha aggiunto: “Israele non deve sacrificare la propria reputazione morale… Far morire di fame i civili di Gaza non fornirà a Israele quella ‘vittoria totale’ su Hamas che desidera, né può essere giustificato dai valori ebraici o dal diritto umanitario”.

Giorni dopo, una lettera firmata da 1.000 rabbini di varie denominazioni in tutto il mondo dichiarava di “non poter tollerare le uccisioni di massa di civili, tra cui un gran numero di donne, bambini e anziani, o l’uso della fame come strumento di guerra”. Hanno scritto: “In nome della reputazione morale non solo di Israele, ma dell’ebraismo stesso, l’ebraismo a cui sono consacrate le nostre vite”.

Controllo del danno

Dichiarazioni di preoccupazione per la condotta di Israele si sono diffuse oltre gli Stati Uniti.

Il 29 luglio la più grande organizzazione ebraica del Regno Unito, il Board of Deputies, ha chiesto un “rapido, incondizionato e sostenuto incremento degli aiuti attraverso tutti i canali disponibili” ai palestinesi di Gaza, appena un mese dopo aver sanzionato alcuni suoi membri per aver criticato i crimini commessi da Israele.

Proprio lo stesso giorno un gruppo di 31 eminenti israeliani ha esortato la comunità internazionale a imporre a Israele “stringenti sanzioni” per la fame imposta ai palestinesi. Questo appello è arrivato il giorno dopo che due organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e Medici israeliani per i diritti umani, si sono unite al resto del mondo nel definire le azioni di Israele come “genocidio”.

Persino il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe urlato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una recente telefonata di smettere di negare la carestia.

Ma non si creda che tutti la pensino così, perché non è vero: un recente sondaggio ha rilevato che il 79% degli ebrei israeliani è “poco turbato” o “per niente turbato” dalle notizie di carestia e sofferenza a Gaza.

Obiezioni alle politiche israeliane sono arrivate anche dalla maggior parte dei regimi occidentali, in particolare in merito al piano recentemente annunciato da Israele di rioccupare Gaza. Persino le voci più autorevoli sul quotidiano britannico filo-israeliano The Guardian erano in preda al panico, avvertendo che una simile mossa sarebbe dannosa per Israele, poiché “non garantirebbe una vittoria militare” e “intensificherebbe la lotta con Hamas senza alcuna possibilità di porvi fine”.

Anche i sostenitori occidentali di IsraeleGran Bretagna, Germania, Francia, Australia, Nuova Zelanda, Canada e altri – si sono dichiarati contrari alla rioccupazione.

Le loro proteste sono giunte nonostante Netanyahu abbia affermato che il suo obiettivo è semplicemente “liberare Gaza da Hamas e consentire l’insediamento di un governo pacifico”.

Il governo tedesco, fanaticamente filo-israeliano, che ha sostenuto ogni azione israeliana dall’ottobre 2023, ha ora dichiarato di voler vietare nuove vendite di armi allo Stato genocida che potrebbero essere utilizzate nell’olocausto palestinese in corso.

A ciò si aggiunge l’ultimo stratagemma occidentale di riconoscere un fantomatico Stato palestinese alle Nazioni Unite il mese prossimo, nel disperato tentativo di salvare la colonia di insediamento che è Israele da se stessa e di mascherare l’aperto e attivo sostegno occidentale al genocidio.

Perfino le dittature arabe sostenute dall’Occidente, le stesse che non hanno esitato a supportare materialmente, se non sempre ufficialmente, il genocidio di Israele sin dal suo inizio, stanno ora sponsorizzando queste misure.

Una nave che affonda

Di fronte al riconoscimento del massacro di Gaza come genocidio da parte di relatori indipendenti delle Nazioni Unite e di organizzazioni per i diritti umani, a cui si sono aggiunte, tardivamente, alcune israeliane, è diventato molto più difficile per i governi occidentali e i media tradizionali giustificare, negare o altrimenti mettere in dubbio la portata della distruzione e delle uccisioni a Gaza, poiché negli ultimi mesi tali narrazioni sono diventate meno sostenibili.

Inoltre, il totale fallimento di Israele nel vincere la guerra contro Hamas, per non parlare dell’Iran, e la sensazione che le sue capacità militari sembrino efficaci solo nell’uccisione di civili pur senza riuscire a costringerli alla sottomissione sono diventati importanti preoccupazioni per la sicurezza dei governi occidentali.

Senza la quotidiana assistenza militare, di intelligence, finanziaria e diplomatica dell’Occidente Israele non avrebbe potuto compiere il genocidio né difendersi dagli attacchi di coloro contro cui ha agito aggressivamente per decenni.

Il fatto che il governo di Israele, sostenuto dalla maggioranza dellelettorato ebraico israeliano, stia portando avanti politiche che hanno gravemente danneggiato limmagine del Paese presso lopinione pubblica occidentale ha rappresentato unulteriore umiliazione per i suoi sostenitori in Occidente.

A parte il suo sponsor e madrepatria adottiva, gli Stati Uniti, le recenti battute d’arresto di Israele hanno spinto molti dei suoi alleati a cercare scialuppe di salvataggio, forse riluttanti ad affondare con una nave che cola a picco.

Alla fine della guerra di liberazione in Algeria, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, l’opinione pubblica francese si era stancata della violenza barbara scatenata dai coloni francesi contro gli algerini nella loro patria e nella Francia continentale in un ultimo disperato tentativo di preservare la loro colonia di insediamento.

Osserviamo una tendenza simile nel caso israeliano. I sondaggi in tutto il mondo occidentale mostrano che la maggioranza dell’opinione pubblica condanna le atrocità israeliane, da destra a sinistra. Anche negli Stati Uniti, non solo la sinistra, ma anche la destra trumpista ha abbandonato la colonia di insediamento che è Israele e si oppone al sostegno fornitole dagli Stati Uniti.

La preoccupazione tra gli ostinati sostenitori occidentali di Israele è che il suo destino possa rispecchiare quello dell’Algeria francese. Il fatto che Netanyahu stesso si preoccupi da un decennio che Israele possa non sopravvivere fino al suo centesimo compleanno rafforza ulteriormente il timore che il Paese stia accelerando la propria fine.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’industria bellica di Israele prospera sul genocidio e il mondo continua a comprare

Antony Loewenstein

11 agosto 2025 – Middle East Eye

Dalla Germania all’Arabia Saudita gli Stati stanno alimentando l’economia di guerra israeliana comprando armi e sistemi di sorveglianza testati in guerra contro i palestinesi di Gaza

Mentre chiunque abbia un briciolo di umanità è indignato dalla campagna israeliana di privazione del cibo e morte di massa a Gaza, la Germania ha altre priorità. Recentemente ha accettato di comprare dalla principale impresa bellica israeliana, Elbit, per 260 milioni di dollari un sistema di difesa missilistica. Qui non c’è nulla di nuovo, i soliti affari con uno Stato che persino secondo le più importanti organizzazioni per i diritti umani israeliane sta commettendo un genocidio.

Le industrie israeliane delle armi e della sorveglianza stanno prosperando grazie alla sua violenza a Gaza, in Cisgiordania e altrove. È un importante punto di forza. L’occupazione è un grande affare. Le cifre del 2024, le più recenti a disposizione, mostrano vendite record per 14,8 miliardi di dollari.

I numeri del 2025 probabilmente saranno persino superiori, alimentate da una grande domanda internazionale di armi, droni, sistemi di sorveglianza e strumenti di IA che Israele sta schierando a Gaza.

Il genocidio non impedisce a Israele di presentarsi come la miglior società “testata in battaglia”. Troppi Stati democratici e autocratici stanno ascoltando, imparando e comprando. Le grandi industrie tecnologiche sono invischiate fino al collo con l’esercito israeliano, e sì, mi riferisco a voi Microsoft, Amazon e Google, tra le altre.

Ho passato più di un decennio a indagare sul complesso militare industriale di Israele. Mentre è esagerato sostenere che l’infinita occupazione e i crimini di guerra israeliani esistono solo per promuovere le vendite per la difesa, non ci sono dubbi che il denaro ricavato dall’economia bellica rafforzi significativamente il bilancio di Israele.

È un punto giustamente sottolineato da Francesca Albanese, la relatrice speciale dell’ONU per Cisgiordania e Gaza nel suo recente rapporto From Economy of Occupation to Economy of Genocide [dall’Economia dell’Occupazione all’Economia del Genocidio, PaperFirst, 2025] in cui mette alla gogna le imprese che traggono profitto dalle azioni di Israele (Albanese fa costante riferimento al mio ultimo libro, Laboratorio Palestina [Fazi editore], per spiegare la logica della posizione geopolitica di Israele).

Alleanza con l’India

Chi sta comprando tutte queste armi israeliane?

Un recente titolo nel quotidiano israeliano Haaretz dettaglia una relazione fondamentale per la strategia della difesa di Israele: “Perché il futuro della difesa israeliana si trova in India”. L’articolo spiega come molte imprese belliche indiane e israeliane ora abbiano stabilito una stretta collaborazione commerciale, e aziende israeliane abbiano aperto fabbriche in India.

Una fonte israeliana anonima ha detto al giornale: “L’industria israeliana delle armi è diventata, se non una succursale di quella indiana, quanto meno un suo socio a pieno titolo.”

Dal 7 ottobre droni prodotti in India sono stati utilizzati a Gaza e il governo Modi a New Delhi ha schierato droni israeliani nella sua breve guerra con il Pakistan di aprile.

La collaborazione tra India e Israele è alimentata dai soldi, ma è anche ideologica e sia il primo ministro indiano Narendra Modi che quello israeliano Benjamin Netanyahu aderiscono all’etnonazionalismo e perseguitano i musulmani.

È un matrimonio di convenienza, e razzista, tra il fondamentalismo indù e il suprematismo sionista.

Nel 2024 l’Europa è stata il principale acquirente delle armi israeliane, pari al 54% sulle esportazioni totali. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 ha spinto molte Nazioni europee verso i sistemi d’arma e la difesa missilistica di Israele. Questa dipendenza spiega in parte la riluttanza dell’Unione Europea a tagliare anche solo parzialmente i rapporti con Israele in quasi due anni di massacri a Gaza.

L’industria bellica israeliana è la polizza assicurativa decisiva per uno Stato ebraico suprematista che sa quanto molti altri dipendano da essa. Ha un’oscura storia di collaborazione con alcuni dei regimi più brutali dopo la Seconda Guerra Mondiale, compresi quelli che sono apertamente antisemiti. Ritengo che negli ultimi decenni Israele abbia venduto armi o sistemi di sorveglianza ad almeno 140 Paesi.

Complicità araba

È già abbastanza grave che molte Nazioni occidentali abbiano adottato il militarismo israeliano, ma troppi Stati arabi, compresi Bahrein, Marocco, gli EAU e l’Arabia Saudita, continuano a fare affari con Israele. Non c’è una vera solidarietà né un supporto tangibile per i loro simili arabi, i palestinesi. Al contrario molte élite arabe desiderano la “normalizzazione” con il governo di Tel Aviv.

Queste dittature arabe temono il loro stesso popolo, una Primavera Araba 2.0, e comprano la tecnologia di sorveglianza israeliana testata in guerra per rafforzare il proprio dominio.

Secondo un nuovo libro sul reggente saudita Mohammed bin Salman (MBS), la giornalista Karen Elliott House spiega: “Egli (MBS) ha una prospettiva in cui Israele e Arabia Saudita sono le due grandi potenze (regionali) che lavorano insieme. Non sarà facile finché non c’è una qualche soluzione a Gaza, ma i sauditi che lo conoscono bene ti diranno che non può permettere che gli interessi sauditi siano ritardati per sempre dai palestinesi.”

È illuminante sapere che uno dei più potenti autocrati musulmani al mondo veda nel migliore dei casi i palestinesi come un disturbo e nel peggiore come una piaga. Si pensi solo a cosa MBS potrebbe fare per loro se chiedesse che Israele ponga fine al genocidio di Gaza. Invece sembra desiderare che spariscano, un’opinione molto simile a quella israeliana.

Farla finita con il commercio

L’unico modo per fermare veramente la potenza bellica israeliana è che le Nazioni smettano di comprarla. Oltretutto, come esorta a fare il Gruppo dell’Aia [composto da Nazioni del Sud del mondo creato a sostegno delle sentenze della Corte internazionale di giustizia e della Corte Penale Internazionale sul conflitto israelo-palestinese, ndt.], di recente costituzione, i Paesi devono anche smettere di vendere armi a Israele.

L’industria della difesa è intrinsecamente corrotta e sporca e molti Stati vi partecipano.

Con Israele come ottavo maggior venditore di armi al mondo e la spesa globale in armamenti che nel 2024 ha raggiunto la cifra record di 2,72 trilioni di dollari, rifiutare il militarismo e le macchine di morte automatizzate è il minimo che un Paese civile possa fare.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di best-seller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [sito di giornalismo investigativo australiano, ndt.]. Ha scritto articoli per il Guardian, il New York Times, la New York Review of Books e molti altri. Il suo ultimo libro è Laboratorio Palestina. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo. Gli altri suoi libri includono Pills, Powder and Smoke, Disaster Capitalism e My Israel Question. I suoi documentari sono Disaster Capitalism e i film per Al Jazeera in inglese West Africa’s Opioid Crisis e Under the Cover of Covid. Ha anche vissuto a Gerusalemme est dal 2016 al 2020.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Anas al-Sharif è stato assassinato perché era la voce di Gaza

Soumaya Ghannoushi

11 agosto 2025Middle East Eye

Uccidendo cinque giornalisti di Al Jazeera Israele spera di nascondere il suo genocidio al mondo. Invece lo mette ancora più in luce

Lo hanno ucciso nel luogo in cui i feriti si aggrappano alla vita.

Fuori dall’ospedale al-Shifa di Gaza City, l’esercito israeliano ha assassinato i corrispondenti di Al Jazeera Anas al-Sharif e Mohammed Qreiqeh, insieme ai cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa, in un bombardamento diretto alla loro tenda di giornalisti.

Non si è trattato di un incidente di guerra. È stato un attacco di precisione: la deliberata cancellazione di giornalisti che non smettevano di dire la verità.

Sharif era un giovane palestinese di Jabalia, nel nord di Gaza. Aveva seguito la guerra per 22 mesi. Il suo unico “crimine” è stato quello di rifiutarsi di voltare le spalle, insistendo nel denunciare la realtà del genocidio: le uccisioni senza fine, la distruzione calcolata di ogni soffio di vita. Lavorava senza sosta.

Nato nel 1996, Sharif aveva tre anni quando iniziò la Seconda Intifada; ne aveva 10 quando Israele bloccò Gaza per la prima volta, 12 quando scoppiò la guerra di Gaza del 2008 [l’operazione militare israeliana Piombo Fuso, ndt.] e 18 durante l’attacco del 2014 [l’operazione Margine Protettivo, ndt.].

Ne aveva solo 28 quando domenica Israele infine lo ha ucciso. La sua vita è stata segnata da guerre, ognuna più mortale della precedente.

Per 22 mesi, i reportage di Sharif sono entrati in milioni di case in tutto il mondo arabo. Più che un giornalista, è diventato un testimone fidato. Il suo pubblico conosceva il suo dolore tanto quanto conosceva la sua voce: l’uccisione di suo padre da parte del fuoco israeliano e la separazione da sua madre, sua figlia Sham, suo figlio piccolo Salah – nato durante il genocidio – e sua moglie Bayan.

Lo abbiamo seguito sui fronti più feroci nel nord di Gaza, dove ha lavorato in mezzo ai bombardamenti e alla fame senza mai piegarsi, senza mai farsi zittire.

“Sei la nostra voce”

Sharif ha colmato il vuoto lasciato dai colleghi già assassinati, tra cui Ismail al-Ghoul di Al Jazeera, ucciso dal fuoco israeliano. Un altro collega, Wael Dahdouh, ha continuato a fare reportage dopo che sua moglie, i suoi figli e suo nipote erano stati massacrati, ma in seguito ha lasciato Gaza per curarsi dalle ferite di guerra.

Sharif ha ereditato la loro missione: raccontare la storia di Gaza mentre il mondo cerca di distogliere lo sguardo. Ora, con l’uccisione di Sharif e dei suoi quattro colleghi, Israele ha annientato l’intera troupe di Al Jazeera a Gaza City.

Ricordiamo il giorno in cui è scoppiato a piangere in diretta, con la voce tremante mentre guardava una donna crollare per la fame, e un passante gridare: “ Continua, Anas, sei la nostra voce”.

Ricordiamo il giorno di gennaio in cui in diretta si è tolto il gilet da giornalista per annunciare un cessate il fuoco, un breve respiro dopo un massacro senza sosta. Lo ricordiamo mentre a Gaza veniva sollevato sulle spalle dai palestinesi che gli erano grati, celebrato per il suo coraggio.

Per tutto questo è diventato il nemico giurato di uno Stato genocida. L’intelligence israeliana lo ha minacciato apertamente. Prima l’uccisione di suo padre, dopo che Sharif aveva dichiarato di aver ricevuto telefonate dall’esercito israeliano che lo avvertiva che sarebbe stato punito se non avesse interrotto la sua copertura mediatica. Era un avvertimento macchiato di sangue. Poi sono arrivate le uccisioni dei suoi colleghi.

Infine la minaccia è stata messa in atto: il suo corpo e quelli dei suoi quattro colleghi sono stati fatti a pezzi da un attacco di droni israeliani, come in migliaia di altri omicidi a Gaza, in Libano e in Siria.

Avichay Adraee, il portavoce più astioso di Israele, lo ha preso di mira per nome. Alla fine del mese scorso il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha avvertito: “Le ultime accuse infondate rappresentano il tentativo di creare consenso per l’uccisione di Al-Sharif”. Adraee è il nuovo Joseph Goebbels, armato di social media invece che di radio, che indica i bersagli da uccidere con un sorrisetto.

Sharif ha visto amici e colleghi uccisi a colpi d’arma da fuoco davanti ai suoi occhi. Ha trasportato le loro bare, poi è tornato al lavoro con la polvere della sepoltura ancora sulle mani. Ha tratto forza da Shireen Abu Akleh, uccisa da Israele a Jenin nel 2022. Lei era cristiana; lui era musulmano. Israele non fa distinzioni quando muove guerra alla verità.

Se Israele avesse voluto, avrebbe potuto arrestarlo. La posizione di Sharif era sempre nota. Non aveva armi. Lavorava spesso in vista dei posti di blocco israeliani. Ma non sono venuti per arrestarlo; sono venuti per ucciderlo.

C’è stata anche una preparazione. La guerra del Primo Ministro Benjamin Netanyahu contro Gaza si trascina da 22 mesi senza raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, se non l’uccisione di massa di civili e la distruzione delle fondamenta della vita. La sua coalizione si sta sfilacciando. Ora, con l’approvazione del governo, si sta mobilitando l’invasione finale di ciò che resta di Gaza: la fase culminante della pulizia etnica. Tale campagna sarà più facile se non ci saranno più giornalisti a testimoniare. Sharif e i suoi colleghi erano troppo pericolosi per la sua propaganda. La prossima fase, secondo le intenzioni del governo israeliano, si svolgerà nell’oscurità.

Massacri sotto gli occhi di tutti

A poche ore dall’uccisione di Sharif, l’esercito israeliano ha rilasciato una dichiarazione non di pentimento, ma di orgoglio, vantandosi dell’omicidio, diffamandolo come “terrorista” e producendo “prove” troppo comode da verificare.

È il trucco più antico dell’assassinio di Stato: uccidere il giornalista, poi assassinare il suo nome. E ancora ci viene chiesto di credere che un uomo che ha trascorso più di 670 giorni a fare il corrispondente in diretta per un’emittente internazionale di notizie stesse segretamente comandando una cellula militante, tra le riprese di ospedali bombardati e la sepoltura di bambini.

Alcuni media generalisti hanno ripetuto la diffamazione, proprio come avevano ripetuto le bugie di Netanyahu poche ore prima, negando la fame a Gaza e incolpando Hamas della distruzione fatta da Israele. Parole smentite dai reportage internazionali, eppure trasmesse senza vergogna.

Sharif sapeva che questo poteva essere il suo destino. Qualche mese fa ha scritto il suo addio: “Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce… Vi affido la Palestina, il gioiello della corona del mondo musulmano, il cuore pulsante di ogni persona libera in questo mondo. Vi affido il suo popolo, i suoi figli innocenti e oppressi che non hanno mai avuto il tempo di sognare o di vivere in sicurezza e pace. I loro corpi puri sono stati schiacciati sotto migliaia di tonnellate di bombe e missili israeliani, fatti a pezzi e scagliati sui muri”.

Uccidendo Sharif e i suoi colleghi l‘obiettivo di Israele non era solo quello di nascondere la verità sui massacri, ma di prenderlo di mira personalmente, di spezzare lo spirito dei palestinesi di Gaza, consapevole del loro attaccamento a lui, della loro fiducia in lui, del loro orgoglio per il suo coraggio.

Ma questo piano fallirà. La sua morte non spezzerà la volontà di Gaza. Renderà solo la sua gente più determinata a seguire la sua strada.

C’è un video di Sharif con la figlia Sham, seduti vicino, sorridenti mentre Anas le chiede: “[Il presidente degli Stati Uniti Donald] Trump vuole che lasciamo Gaza. Vuoi che ce ne andiamo? … In Qatar? In Giordania? In Egitto? In Turchia?”. Lei scuote la testa a ogni nome. “Perché?” chiede lui. La sua risposta è semplice: “Perché amo Gaza”. La stringe tra le braccia, con la tenerezza di un padre che sa che quella sua risposta è la stessa che batte nel suo cuore.

Lo hanno portato sulle spalle proprio come allora avevano portato Abu Akleh, mentre i soldati israeliani cercavano di buttare a terra la sua bara. Con quel gesto hanno giurato che sorgeranno migliaia di altri custodi di una verità che nessun proiettile può uccidere.

L’uccisione di Sharif non è la fine. È la cancellazione di un testimone prima che si alzi il sipario su ciò che verrà dopo: massacri pianificati sotto gli occhi di tutti, approvati da alleati stranieri, per cacciare gli ultimi sopravvissuti di Gaza dalla loro terra.

Il sangue di Sharif non è solo un fardello per Israele. Macchia le mani di ogni governo che ha distolto lo sguardo; di ogni redazione che ha fatto eco al copione dell’assassino; di ogni leader che ha armato la mano che ha mirato al suo cuore.

Scorre tra le dita di tutti coloro che hanno visto – più e più volte – Israele dare la caccia ai giornalisti di Gaza, e non hanno fatto altro che oscurare l’obiettivo.

Non si è trattato solo dell’uccisione di un uomo. È stata zittita una voce di cui il mondo aveva bisogno.

Ed è stato reso possibile da un coro di ciechi, da un mondo che ha permesso a Israele di massacrare un giornalista dopo l’altro e di cavarsela senza conseguenze.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice britannico-tunisina esperta di politica mediorientale. I suoi articoli giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Il Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti è disponibile su: soumayaghannoushi.com.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Moschea di Al-Aqsa: i palestinesi hanno ancora una volta ragione mentre Israele intensifica le violazioni

Abed Abou Shhadeh

5 agosto 2025 – Middle East Eye

Il governo di Netanyahu sta sfruttando l’impunità globale per riformulare demografia e geografia dal fiume al mare, inclusa la Moschea di Al-Aqsa.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui i diplomatici arabi e occidentali continuano a liquidare le dichiarazioni politiche israeliane come mera retorica.

Altrettanto sconcertante è la misura in cui i politici israeliani si sono dimostrati onesti ed espliciti riguardo alle loro intenzioni.

Ora, a 21 mesi dall’inizio del genocidio israeliano a Gaza, possiamo guardare indietro e vedere come Israele abbia, passo dopo passo, attuato quasi tutte le promesse fatte l’8 ottobre 2023, e il mondo è rimasto a guardare mentre intere città venivano cancellate dalla faccia della terra.

Con il passare del tempo il consenso globale si è spostato verso il riconoscimento che ciò che sta accadendo a Gaza è una campagna di sterminio anche per mezzo della fame, ma solo dopo che la catastrofe si è verificata.

Eppure mentre il mondo guarda questo orrore in corso Israele continua a insistere.

Azioni unilaterali

Per limitarci all’ultimo mese la Knesset israeliana ha approvato un disegno di legge simbolico ma politicamente significativo che approva di fatto l’annessione della Cisgiordania. In seguito a fine luglio il Ministero della Difesa ha trasferito il controllo amministrativo della Moschea Ibrahimi di Hebron, la seconda moschea più grande della Palestina, dal Waqf palestinese e dalle autorità locali al Consiglio religioso di Kiryat Arba.

A partire dal Protocollo di Hebron del 1997, parte degli Accordi di Oslo II, le autorità palestinesi, in particolare il Waqf islamico e il Comune di Hebron, erano responsabili delle questioni civili relative alla sezione musulmana della moschea, comprese le infrastrutture di sicurezza, l’elettricità, i servizi igienici e i sistemi di sorveglianza, mentre le forze israeliane controllavano la sicurezza e l’accesso degli ebrei.

Tuttavia, questi vincoli amministrativi e legali, che in precedenza avevano impedito alle autorità israeliane di modificare le strutture di gestione o apportare modifiche fisiche senza il consenso palestinese, sono stati aggirati o rimossi dall’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano. Questo cambiamento apre la strada a cambiamenti unilaterali, tra cui progetti di costruzione e controllo da parte dei coloni, ed è ampiamente condannato come una violazione del diritto internazionale e del consolidato accordo sullo status quo del sito.

Nel fine settimana coloni ebrei, sotto la stretta sorveglianza della polizia, hanno preso d’assalto il complesso della Moschea di Al-Aqsa in numero senza precedenti. Guidati dal Ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir che ha poi guidato riti di preghiera all’interno del complesso stesso.

Si è trattato dell’ottava incursione di questo tipo dall’inizio del genocidio e dell’undicesima dalla sua nomina, laddove in passato la polizia aveva limitato l’accesso dei visitatori ebrei alla piazza orientale e li aveva trattenuti dall’effettuare riti religiosi.

Sebbene secondo le autorità religiose ebraiche ufficiali vi sia il divieto di ingresso degli ebrei nel complesso della Moschea di Al-Aqsa e nonostante l’accordo di status quo instaurato dopo l’occupazione di Gerusalemme nel 1967 – che proibisce agli ebrei di pregare in quel luogo e ne lascia l’amministrazione nelle mani del Waqf islamico, consentendo solo ai musulmani di pregarvi – questa volta ai coloni ebrei è stato consentito l’accesso all’intero complesso e di pregare liberamente.

Ciò che ha reso questa visita ancora più significativa è stata la dichiarazione di Ben Gvir durante la sua marcia verso la moschea in occasione di Tisha B’Av, il giorno di lutto ebraico per la distruzione del Primo e del Secondo Tempio. Infatti ha dichiarato che quel giorno non avrebbe dovuto essere solo un giorno di dolore, ma di “costruzione” – la costruzione del Terzo Tempio.

Questa dichiarazione è arrivata solo pochi mesi dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva pubblicato un video dai tunnel scavati sotto la Moschea di Al-Aqsa, un progetto decennale che i palestinesi hanno ripetutamente avvertito minacciare le fondamenta strutturali della moschea: hanno collegato l’erosione e i danni visibili agli scavi israeliani in corso.

Avvertimenti palestinesi inascoltati

Ciò che è ancora più frustrante è la noncuranza internazionale e araba per ciò che i palestinesi dicono e paventano.

Più volte i palestinesi hanno messo in guardia dalle intenzioni israeliane, soprattutto riguardo alla Moschea di Al-Aqsa, e più volte i loro avvertimenti sono stati respinti come infondati.

E ora, come si evince dal comunicato stampa del Governatorato di Gerusalemme che afferma: “Oggi la divisione spaziale della Moschea di Al-Aqsa è apertamente e pericolosamente iniziata; mettiamo in guardia contro una guerra di religione nella regione”, i palestinesi avevano tragicamente ragione .

Per decenni i palestinesi hanno avvertito che Israele intendeva modificare lo status della moschea di Al-Aqsa. Oggi questo si sta verificando sotto i nostri occhi e siamo testimoni di questi cambiamenti.

Nonostante tutti questi sviluppi, negli ambienti diplomatici internazionali persiste un atteggiamento noncurante basato sul falso presupposto che le azioni di Israele siano esagerate o poco serie. Eppure ogni anno porta con sé un nuovo livello di trasgressione. Mentre un tempo la polizia proibiva la preghiera ebraica all’interno del complesso della moschea, oggi è il ministro responsabile della polizia a guidarla personalmente.

Il genocidio a Gaza ha dimostrato che Israele non solo è capace di atrocità di massa, ma è anche incoraggiato dall’impunità globale. Negli ultimi 21 mesi, Israele ha violato centinaia, se non migliaia, di leggi e convenzioni internazionali.

A parte gli Stati Uniti, a nessun altro Paese sarebbe permesso comportarsi come Israele. Persino la Russia, a causa dell’invasione dell’Ucraina, rimane sottoposta a pesanti sanzioni nonostante la sua importanza economica ed energetica per l’Europa.

Eppure Israele, nonostante le proteste globali e l’enorme indignazione pubblica, continua a godere del sostegno occidentale e arabo mentre prosegue il genocidio.

La brutalità ricompensata

I paesi occidentali continuano a fornire armi a Israele. I regimi arabi stanno sempre più esplorando la normalizzazione [dei rapporti con Israele, n.d.t.] in quella che può essere interpretata solo come una ricompensa per la brutalità di Israele.

Questa realtà richiede una ridefinizione della strategia dei palestinesi: che aspetto ha il potere nel XXI secolo e come possiamo affrontare un mondo in cui il genocidio non è punito ma incentivato?

Israele sta ora perseguendo un piano concepito da lungo tempo: il trasferimento di massa dei palestinesi da Gaza. L’unico elemento mancante è uno o più paesi ospitanti disponibili.

Dall’inizio della guerra Israele ha apertamente proposto questo piano e, dopo l’approvazione dell’idea da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la sua presidenza, ha investito risorse per realizzarlo.

La convinzione che Israele fallirà senza incontrare resistenza non è altro che un’illusione. L’inviato speciale di Trump in Medio Oriente, Steve Witkoff, ha visitato di recente Israele e Gaza e ha dichiarato che “non c’è carestia a Gaza”, nonostante soldati e operatori umanitari americani segnalino fallimenti catastrofici sul campo.

Lo stesso inviato continua a sostenere la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione controllata da Israele che gestisce i flussi umanitari, nonostante le prove schiaccianti della sua complicità.

Gli sviluppi sul campo non fanno che riaffermare che il popolo palestinese è solo in questa lotta: costretto a confrontarsi con uno Stato a cui non si applica il diritto internazionale, uno Stato capace di commettere genocidio anche mediante la fame con il sostegno dei governi occidentali

Israele sta ora sfruttando la situazione per modificare la demografia e la geografia del territorio dal fiume al mare e verosimilmente anche all’interno della moschea di Al-Aqsa.

È vero che Israele non è riuscito a raggiungere tutti i suoi obiettivi e continua a pagare un prezzo sotto forma di vite umane e instabilità sociale. Sono convinto che l’opinione pubblica internazionale finirà in futuro per tradurre la sua indignazione in azioni politiche. Ancora più importante, lo scopo di questo articolo non è dire “ve l’avevamo detto”, ma di avvertirvi: se il mondo continuerà a ignorare le dichiarazioni dei politici israeliani, questi non si fermeranno al genocidio di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti) 




Secondo i media israeliani Netanyahu si appresterebbe alla totale occupazione di Gaza

Redazione di MEE

5 agosto 2025  Middle East Eye

Fonti anonime vicine a Benjamin Netanyahu lunedì hanno riferito ai media locali che il primo ministro ora preme per la totale occupazione della Striscia di Gaza.

L’emittente Canale 12 ha citato le parole di “personaggi di spicco dell’ufficio del primo ministro: “La decisione è stata presa, Israele va verso l’occupazione della Striscia di Gaza.”

Il canale riferisce che i ministri che hanno parlato con Netanyahu – che è attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra – hanno affermato che ha deciso di ampliare l’offensiva militare a Gaza, che negli ultimi mesi è stata perlopiù ferma.

Secondo quanto riportato, ha usato esplicitamente il termine “occupazione della Striscia” nel corso di conversazioni con diversi membri del gabinetto.

Il sito web di notizie Ynet, citando anch’esso fonti vicine a Netanyahu, ha riferito analogamente che Israele si sta preparando alla “totale occupazione della Striscia di Gaza.”

Questo comporterebbe espandere le operazioni di terra in aree in cui si pensa siano tenuti gli ostaggi e in luoghi in cui le truppe israeliane non operano da oltre un anno, compresa la parte occidentale di Gaza City e i campi profughi al centro della striscia.

Le indiscrezioni che citano fonti vicine all’ufficio del primo ministro sono consuete nei media israeliani e spesso vengono interpretate come provenienti direttamente dallo stesso Netanyahu.

La scorsa settimana media israeliani hanno riferito che Netanyahu aveva affermato che il suo governo annetterà parti della Striscia di Gaza se non verrà raggiunto un accordo di cessate il fuoco con Hamas.

Middle East Eye non ha potuto verificare in modo indipendente la credibilità delle fonti citate dai media israeliani.

Stanchezza delle truppe

La simultanea fuga di notizie dello scorso lunedì giunge in un momento in cui si segnalano tensioni tra Netanyahu e il capo di stato maggiore dell’esercito di Israele, Eyal Zamir.

Secondo media israeliani Zamir è contrario all’ espansione dell’invasione di terra a Gaza, preoccupato per l’incolumità dei prigionieri israeliani e per la crescente stanchezza tra le truppe.

Secondo le fonti Zamir dovrebbe dimettersi se non fosse d’accordo con l’occupazione di Gaza.

Inoltre, Ynet ha riferito che Netanyahu ha deciso di ampliare l’aggressione a Gaza dopo il via libera da parte del presidente USA Donald Trump.

L’emittente pubblica di Israele Kan 11 ha riferito che Netanyahu ha convocato una riunione del gabinetto di sicurezza per discutere la possibile espansione della guerra.

L’emittente ha aggiunto che i vertici della sicurezza si oppongono all’incursione sul terreno in aree dove si trovano i prigionieri temendo di mettere a rischio la loro vita.

Canale 12 ha anche citato una fonte della sicurezza vicina ai negoziatori secondo cui Israele stava per raggiungere un accordo parziale con Hamas, ma “il governo si è affrettato a respingerlo.”

Lo scorso mese Israele e Hamas hanno tenuto una serie di colloqui indiretti per il cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri.

Tuttavia, sia Israele che il suo principale sostenitore, gli Stati Uniti, si sono improvvisamente ritirati dai colloqui, nonostante notizie che indicavano ci fossero stati dei progressi.

Dall’inizio della guerra 22 mesi fa le forze israeliane hanno ucciso più di 60.000 palestinesi, compresi almeno 18.000 bambini, in bombardamenti indiscriminati e continui.

La guerra è stata ampiamente descritta come genocidio, e Israele è stato accusato di prendere deliberatamente di mira i civili, di bombardare gli ospedali e di usare la fame come arma, oltre a molte altre presunte violazioni di diritti umani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Perché i protestanti evangelici odiano i palestinesi?

Joseph Massad

15 luglio 2025 MiddleEastEye

Nell’amministrazione Trump i sionisti cristiani perseguono una teologia imperialista plurisecolare che sacralizza la conquista, demonizza i palestinesi ed esige il sostegno a Israele.

Dall’aprile 2025 Mike Huckabee, americano bianco pastore evangelico protestante e battista, è l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele.

Fanatico religioso di destra ed ex candidato repubblicano alla presidenza, Huckabee è stato in precedenza governatore dell’Arkansas.

Crede, nel suo fanatismo protestante, che “i palestinesi non esistono” e che l’identità palestinese sia semplicemente “uno strumento politico per cercare di portare via la terra a Israele”.

Più recentemente, l’ambasciatore ha descritto i palestinesi di Gaza come “selvaggi malvagi e incivili”, in linea con una tradizione di missionari, coloni e altre forze “civilizzatrici”.

Huckabee si oppone alla creazione di uno Stato palestinese e liquida il colonialismo israeliano sui territori palestinesi come semplice sviluppo urbano.

Rifiutando persino le affermazioni israeliane secondo cui ciò che i coloni ebrei costruiscono su terre rubate siano “colonie”, Huckabee insiste che si tratti semplicemente di “comunità”, “quartieri” e “città”.

Fin da giovane Huckabee è religiosamente ossessionato da Israele e dagli ebrei e ha visitato il Paese più di 100 volte dal 1973.

Non è il solo. All’inizio di questo mese, i Cristiani Uniti per Israele (CUFI), che vanta oltre 10 milioni di membri ed è il più grande gruppo filo-israeliano negli Stati Uniti, ha tenuto il suo vertice annuale vicino a Washington, DC.

La conferenza richiama ogni anno importanti funzionari governativi e parlamentari ed è stata descritta come una “tre giorni di festa dell’amore” per Israele; culmina con un’attività di lobbying in Campidoglio.

Il CUFI ha applaudito la nomina di Huckabee e ha elogiato il Segretario di Stato Marco Rubio che ha promesso che questa sarebbe stata “forse l’amministrazione più filo-israeliana nella storia americana”.

Lungi dall’essere marginali, i Cristiani Uniti sono la corrente religiosa dominante che sta plasmando la politica statunitense su Israele, con radici teologiche e imperialiste che precedono di gran lunga lo Stato stesso.

I suoi sostenitori moderni, come Huckabee, discendono da una lunga stirpe di cristiani evangelici le cui origini risalgono alla Riforma protestante e al movimento millenarista che la Riforma generò nel XVI secolo.

Questo movimento sosteneva la “restaurazione” [il “ritorno”, ndt.] degli ebrei europei in Palestina e la loro conversione al protestantesimo, nella speranza di accelerare la cosiddetta Seconda Venuta di Gesù Cristo.

Fondamenta imperialiste

Il sionismo protestante evangelico precede di 300 anni il sionismo ebraico, e fu proprio il sionismo protestante a gettare le basi ideologiche della colonizzazione di insediamento ebraica che avrebbe fatto nascere Israele.

Un’ondata di zelo missionario protestante travolse l’Inghilterra alla fine del XVIII secolo, in coincidenza con l’emergere della questione orientale e della questione ebraica.

Si ripropose l’antico progetto delle Crociate, porre fine al controllo musulmano sulla “Terra Santa”. Analogamente presero forma i progetti millenaristi e “restaurazionisti” protestanti volti a convertire gli ebrei europei e a “riportarli” in Palestina. Questo fu anche il periodo di fioritura dell’imperialismo britannico.

Due società missionarie britanniche si interessarono alla Palestina e all’intera regione: la Church Missionary Society for Africa and the East, o CMS (fondata nel 1799), e la London Society for Promoting Christianity among the Jews [Società Londinese per la Promozione del Cristianesimo tra gli Ebrei], popolarmente nota come London Jews Society o LJS (fondata nel 1809).

Quest’ultima fu fondata da due ebrei tedeschi convertiti al protestantesimo. Fu istituita sotto gli auspici del gruppo evangelico anglicano British Bible Society, il braccio missionario della Clapham Sect, fondata da William Wilberforce [gruppo di riformatori sociali della chiesa d’Inghilterra attivo a Clapham agli inizi del XIX secolo, ndt.]

Nell’ambito della sua attività missionaria, la Clapham Sect invitò un ebreo tedesco convertito, Joseph Samuel Christian Frederick Frey (1748–1827), al secolo Joseph Samuel Levy, a trasferirsi da Berlino a Londra per fare proselitismo tra gli ebrei britannici, un compito che portò alla fondazione della LJS.

Sia la CMS che la LJS erano sponsorizzate dall’élite sociale e politica inglese, tra cui fra gli altri il Ministro degli Esteri britannico Lord Palmerston e il suo genero evangelico Lord Shaftesbury (precedentemente noto come Lord Ashley).

Palmerston si rivolse persino al Sultano ottomano per chiedergli di consentire il “ritorno” degli ebrei europei in Palestina.

Palmerston, che divenne Ministro degli Esteri britannico nel 1830, fu un convinto sostenitore della “restaurazione” ebraica in Palestina. La LJS convertì molti ebrei in Gran Bretagna, 250 dei quali divennero sacerdoti anglicani e di cui molti erano ex studiosi rabbinici.

Nel 1841 la carica di patrono della LJS fu conferita all’Arcivescovo di Canterbury, capo della Chiesa anglicana.

Crociati “pacifici”

Per tutto il XIX secolo americani, tedeschi, svedesi e altri fanatici evangelici si unirono a questa nuova “Crociata pacifica” per convertire gli ebrei e conquistare la Palestina.

All’inizio della Prima Guerra Mondiale tutti i leader britannici in carica – tra cui il Primo Ministro David Lloyd George e il Ministro degli Esteri Arthur Balfour – erano fanatici cristiani evangelici che sostenevano la “restaurazione” ebraica in Palestina, che nel 1917 assunse la forma della “Dichiarazione Balfour”.

Negli Stati Uniti il cristianesimo evangelico sionista si manifestò a metà del XIX secolo con la fondazione di diverse colonie in Palestina con l’obiettivo di convertire gli ebrei e accelerare la Seconda Venuta.

Questa corrente non si è indebolita nel XX secolo; al contrario, si è intensificata dopo la fondazione di Israele, e in particolare dopo la guerra del 1967.

Jerry Falwell e Pat Robertson [pastori evangelici, telepredicatori e politici conservatori, ndt.] furono tra i principali fanatici protestanti a sostenere Israele, così come i presidenti americani che vantavano un’educazione evangelica, in particolare Bill Clinton.

È a questa tradizione di fanatismo evangelico che aderisce l’ambasciatore in Israele del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Mandato divino

La convinzione di Huckabee che Dio sia dalla parte di Israele è una convinzione che condivide con la maggior parte dei cristiani evangelici.

Huckabee sostiene che gli israeliani non hanno vinto le loro guerre di conquista contro i palestinesi e i vicini arabi “perché avevano superiori capacità militari, di artiglieria o di aviazione”.

Niente affatto: “Le hanno vinte perché hanno combattuto come se sapessero che, se avessero perso, non avrebbero perso beni immobili”, ma piuttosto “la terra che Dio diede loro 3.500 anni fa. Poiché hanno avuto successo sono convinto che Dio stesso sia intervenuto a favore del Suo popolo nella Sua terra”, proclama.

Durante una cena offerta dalla Israel Heritage Foundation [gruppo lobbystico conservatore americano con sede a Washington, fondato nel 1973, ndt.], Huckabee ha dichiarato ai presenti che il suo sostegno a Israele è fondato sulla fede: “La nostra fede è di inginocchiarci davanti a Dio. Non siamo stati noi a crearLo; è stato Lui a creare noi. E siamo obbligati a seguire la Sua legge piuttosto che invitarlo a seguire una legge che abbiamo stupidamente creato per noi stessi”.

Il sostegno di Huckabee a Israele ha messo in imbarazzo persino molti dei suoi più convinti sostenitori negli Stati Uniti. Nel 2015, quando era candidato alla presidenza, rispose all’annuncio dell’allora presidente Barack Obama sull’accordo riguardo al nucleare iraniano accusandolo di aver mandato gli ebrei “alla porta del forno”. Persino l’Anti-Defamation League [la Lega Anti-diffamazione] (ADL), accanitamente filo-israeliana, e Ron Dermer, all’epoca ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, lo rimproverarono per quell’affermazione. Ma Huckabee continua imperterrito. Cita le Scritture che prescrivono ai credenti di benedire Israele per poter essere benedetti, affermando: “Chi maledice Israele sarà maledetto”.

I nuovi crociati

Huckabee non è l’unico fanatico protestante strumentalizzato dall’amministrazione Trump a sostegno di Israele.

Anche la Gaza Humanitarian Foundation [ong incaricata di distribuire aiuti alimentari a Gaza con il sostegno dell’esercito israeliano, ndt.], sostenuta dagli Stati Uniti e ora coinvolta nel genocidio in corso contro i palestinesi a Gaza, ha come presidente un fanatico evangelico: il Rev. Dr. Johnnie Moore, ex consigliere della Casa Bianca durante il primo mandato di Trump.

Moore sostiene la visione di Trump di una “riviera” a Gaza. Il suo “percorso personale ha incluso lo studio dei diari di Theodor Herzl e lo studio dei contributi cristiani meno noti al sionismo delle origini”.

Ex assistente di Falwell, Moore ha ricevuto numerosi premi da istituzioni sioniste in riconoscimento del suo incrollabile impegno per Israele. Personaggi come Moore, Huckabee e Rubio – l’ennesimo cristiano evangelico che oscilla tra cattolicesimo e protestantesimo evangelico – non sono aberrazioni. Rappresentano il volto contemporaneo di un sionismo evangelico profondamente radicato che oggi opera attraverso incarichi ufficiali, politiche statali e reti politiche ben finanziate.

Convergenza imperialista

L’ascesa del sionismo evangelico protestante tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, soprattutto in Gran Bretagna, coincise con l’ascesa dell’imperialismo europeo, in particolare britannico.

Non si trattò di una coincidenza: l’imperialismo britannico offrì ai fanatici protestanti un mondo ben più vasto da evangelizzare oltre i confini britannici.

In effetti questi missionari venivano spesso inviati prima della conquista, preparando il terreno per la successiva dominazione imperialista.

Che si trattasse di Kenya, Nuova Zelanda, Sierra Leone o Palestina, il ruolo del protestantesimo evangelico fu sempre complementare a quello dell’imperialismo britannico.

Nel caso della Palestina e degli ebrei, questa fusione ha assunto un significato particolare, dato che la Palestina è la terra in cui sono nati sia il cristianesimo che l’ebraismo.

Anche l’impennata di sostegno a Israele tra gli evangelici americani dopo il 1967, quando gli Stati Uniti ne divennero il principale sponsor imperialista, non è stata una coincidenza.

Il fanatismo religioso e lo sciovinismo filoamericano dei cristiani evangelici non prevedono solo il filo-sionismo, ma anche l’odio per i palestinesi, considerati nemici sia del “popolo eletto” degli evangelici che degli interessi imperialisti statunitensi in Medio Oriente.

Il fatto che il loro sostegno a uno Stato genocida derivi da convinzioni religiose – e non a dispetto di esse – è ciò che mantiene i cristiani evangelici americani fedeli sia al loro credo biblico che a quello nazionalista.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di Politica Araba Moderna e Storia Intellettuale alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri figurano Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la formazione dell’identità nazionale in Giordania], Desiring Arabs [Arabi Desideranti], The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi] e, più recentemente, Islam in Liberalism [L‘Islam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una dozzina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Gli Stati Uniti minacciano la CPI: abbandonare l’indagine sui crimini di guerra israeliani o “tutte le opzioni sul tavolo”

Imran Mulla

10 luglio 2025 – Middle East Eye

Un consulente legale del Dipartimento di Stato chiede alla Corte di abbandonare tutte le indagini e i mandati di arresto contro Israele minacciando in caso contrario conseguenze non specificate

Un alto consigliere legale del Dipartimento di Stato degli USA ha lanciato una minaccia clamorosa allorgano di vigilanza della Corte Penale Internazionale, avvertendo che tutte le opzioni sono sul tavolo” se la Corte non abbandonerà le indagini e i mandati di arresto contro gli Stati Uniti e Israele.

Reed Rubinstein ha sferrato la minaccia martedì durante una riunione dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), l’organo di controllo della CPI, a New York.

“Useremo tutti gli strumenti diplomatici, politici e giuridici appropriati ed efficaci per bloccare l’ingerenza della CPI”, ha avvertito il rappresentante statunitense.

“Le nostre nuove sanzioni del 5 giugno dovrebbero essere la prova della nostra determinazione”, ha aggiunto, riferendosi alla recente decisione degli Stati Uniti di sanzionare i quattro giudici della CPI che lo scorso novembre avevano emesso mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.

Rubinstein ha poi proseguito con le sue intimidazioni: “Per essere chiari, ci aspettiamo che tutte le azioni della CPI contro gli Stati Uniti e il nostro alleato Israele, vale a dire tutte le indagini e tutti i mandati di arresto, vengano interrotte”, ha affermato.

“In caso contrario, tutte le opzioni restano sul tavolo.”

La riunione dell’ASP era stata convocata per discutere un possibile emendamento allo Statuto di Roma, il trattato istitutivo della CPI, onde ampliare la giurisdizione della Corte sul “crimine di aggressione”.

La Corte ha giurisdizione nei 125 paesi che ne riconoscono l’autorità.

Tuttavia, l’emendamento la autorizzerebbe a perseguire il crimine di aggressione se commesso sul territorio di uno Stato membro della CPI, come già avviene per i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il genocidio.

Né gli Stati Uniti né Israele sono parti dello Statuto di Roma e da sempre respingono l’autorità della Corte. A Rubinstein è stato permesso di partecipare e parlare alla riunione in qualità di osservatore.

La Corte ha già indagato su presunti crimini di guerra commessi dalle forze americane di stanza in Afghanistan, Paese firmatario dello Statuto di Roma.

Rubinstein ha affermato che “la CPI ha intrapreso azioni illegittime e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele”.

Ha aggiunto che la CPI “ha abusato ingiustamente del suo potere e che la sua condotta ostile minaccia di violare la sovranità degli Stati Uniti e di minare il nostro fondamentale lavoro in materia di sicurezza nazionale e politica estera”.

E ha ricordato all’ASP le sanzioni finanziarie e sui visti che gli Stati Uniti hanno imposto al Procuratore Capo della CPI Karim Khan a febbraio.

Khan, cittadino britannico, si è visto revocare il visto americano e alla moglie e ai figli è stato vietato di viaggiare negli Stati Uniti. I suoi conti bancari nel Regno Unito sono stati congelati.

Rubistein, consigliere del Dipartimento di Stato, è stato ampiamente criticato negli Stati Uniti per aver affermato sui social media nel febbraio 2024 che l’amministrazione Biden aveva un “massiccio programma volto a rovesciare il governo israeliano”.

Contestato a marzo per la sua dichiarazione durante un’audizione al Senato sulle relazioni estere, Rubinstein ha dichiarato: “Durante l’amministrazione Obama, il Dipartimento di Stato gestiva fondi per finanziare un’operazione antigovernativa all’interno di Israele.

“Molte delle persone attive nel Dipartimento di Stato dell’amministrazione Obama hanno mantenuto il loro ruolo nel corso della presidenza Biden e, in base alle email che ho ottenuto tramite il Freedom of Information Act e che abbiamo letto, mi risulta che venisse portata avanti la stessa strategia.”

La senatrice Jeanne Shaheen, membro di grado più alto della commissione, ha definito le sue dichiarazioni una “teoria del complotto”.

Inasprimento delle sanzioni statunitensi

Il messaggio di Rubinstein all’ASP è arrivato un giorno prima che mercoledì l’amministrazione Trump annunciasse l’imposizione di sanzioni a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina.

Le sanzioni seguono al duro rapporto di Albanese del 30 giugno, in cui ha elencato i nomi di oltre 60 compagnie, tra cui importanti aziende tecnologiche statunitensi come Google, Amazon e Microsoft, che a suo dire sono coinvolte nella “trasformazione dell’economia di occupazione di Israele in un’economia di genocidio”.

Mercoledì sera il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che “la campagna di guerra politica ed economica di Albanese contro gli Stati Uniti e Israele non sarà più tollerata”.

Le sanzioni congeleranno tutti i beni che Albanese, cittadina italiana, detiene negli Stati Uniti e probabilmente limiteranno la sua possibilità di viaggiare in quella nazione.

Giovedì l’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Volker Türk, ha sollecitato la “rapida revoca” delle sanzioni contro Albanese. Ha affermato che “gli attacchi e le minacce contro i titolari di mandati di Procedure Speciali, così come contro istituzioni chiave come la Corte Penale Internazionale, devono cessare”.

La CPI è sempre più sotto assedio e molti esperti ritengono che la Corte stessa potrebbe presto essere presa di mira da sanzioni statunitensi se i mandati di arresto per Netanyahu e Gallant non verranno ritirati.

Khan, il procuratore capo britannico, è attualmente in congedo dopo il fallimento dei tentativi di sospenderlo, e in attesa di un’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse nei suoi confronti di violenza sessuale, da lui respinte.

Khan è andato in congedo a maggio mentre, a quanto pare, stava preparando nuovi mandati di arresto per i ministri israeliani di estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich a causa della loro promozione di [ulteriori] insediamenti coloniali israeliani illegali nella Cisgiordania occupata.

I mandati sono ora nelle mani di due procuratori aggiunti e la Corte ha recentemente ordinato che ulteriori mandati non vengano resi pubblici.

“Un avvertimento intimidatorio

L’8 giugno un importante avvocato difensore della CPI, Nicholas Kaufman, ha dichiarato in un podcast alla radio pubblica israeliana Kan che le recenti sanzioni statunitensi contro i quattro giudici della CPI erano “intese a incoraggiare l’annullamento dei mandati di arresto per il Primo Ministro Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Gallant”.

Kaufman ha aggiunto: “Di conseguenza, la maggior parte dei commentatori ritiene che [l’imposizione di sanzioni] sia un ulteriore avvertimento intimidatorio, se così posso esprimermi, prima dell’emissione di sanzioni ai procuratori aggiunti che hanno ora sostituito Karim Khan, il quale si è autoimposto un periodo di aspettativa a causa delle accuse di molestie sessuali”.

Il 16 giugno MEE ha rivelato che il governo britannico stava facendo pressioni sugli Stati Uniti affinché non giungessero a sanzionare la Corte.

Fonti diplomatiche hanno affermato che gli Stati Uniti hanno informato i propri alleati che, per evitare ulteriori sanzioni, la Corte dovrebbe chiudere definitivamente tutti i procedimenti contro gli Stati Uniti e Israele.

Gli Stati Uniti hanno inoltre affermato che la CPI deve impegnarsi a non prendere di mira cittadini statunitensi e di Paesi alleati degli Stati Uniti che non abbiano approvato l’autorità giurisdizionale della Corte.

Se gli Stati Uniti sanzionassero la Corte come istituzione, ciò impedirebbe a banche e aziende di software di interagire con essa, il che potrebbe rappresentare una minaccia esistenziale per la CPI, in quanto potrebbe comprometterne la capacità di funzionare.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto sui legami del Tony Blair Institute con il progetto che promuove la pulizia etnica di Gaza

Redazione di MEE

6 luglio 2025 – Middle East Eye

Alcuni documenti mostrano che alcuni dipendenti del centro di ricerca fondato dall’ex primo ministro del Regno Unito sono coinvolti nelle discussioni su un piano per Gaza condannato in quanto promuove la pulizia etnica.

Il Tony Blair Institute (TBI) è stato associato a un progetto condannato da più parti perché propone la pulizia etnica di Gaza seguita da una radicale ricostruzione post-bellica della Striscia assediata.

Secondo documenti visionati dal Financial Times e rivelati domenica, i progetti includono una “Riviera Trump” e infrastrutture che prenderebbero il nome da ricchi regnanti del Golfo.

Il piano, delineato in una presentazione intitolata “La Grande Speranza”, è stato creato da un gruppo di uomini d’affari israeliani con l’appoggio di consulenti del Boston Consulting Group (BCG) [affermato centro di consulenza statunitense, ndt.]. Il piano del BCG presuppone che almeno il 25% dei palestinesi se ne vada “volontariamente”, e che la maggior parte di essi non ritorni più. Resta indefinito se i palestinesi avrebbero la possibilità di scegliere, ma la proposta è stata ampiamente condannata in quanto equivarrebbe alla pulizia etnica della popolazione nativa del territorio.

Lo scopo del progetto sarebbe quello di trasformare l’enclave ridotta in macerie da Israele in un lucroso centro di investimenti. Per questa proposta sono fondamentali programmi commerciali basati sulle criptovalute, zone economiche speciali con tassazione ridotta e isole artificiali sul modello del litorale di Dubai.

Benché il TBI insista di non avere né sostenuto né redatto la presentazione, due membri del suo personale hanno partecipato alla discussione riguardante l’iniziativa.

Il Tony Blair Institute è stato fondato dall’ex-primo ministro britannico Tony Blair nel 2016, apparentemente per promuovere riforme politiche globali e combattere l’estremismo.

In un documento interno del TBI, intitolato “Progetto economico per Gaza”, che è stato fatto circolare all’interno del gruppo, si trovano ambiziose proposte economiche e infrastrutturali. Tra queste un porto in acque profonde che collegherebbe Gaza al corridoio India-Medio Oriente-Europa e progetti per isole artificiali al largo della costa.

Significativamente, a differenza della proposta degli imprenditori israeliani, il documento del TBI non suggerisce l’espulsione dei palestinesi, un progetto che ha il sostegno del presidente USA Donald Trump ma che è stato condannato internazionalmente in quanto equivarrebbe alla pulizia etnica della Striscia. Benché alcune idee coincidano, il Tony Blair Institute sostiene di non aver giocato alcun ruolo nella stesura e nell’approvazione della presentazione del BCG.

Inizialmente il TBI ha negato qualsiasi coinvolgimento e un portavoce ha dichiarato al FT: “Il vostro articolo è assolutamente sbagliato… Il TBI non è stato coinvolto nella preparazione del piano.” Tuttavia, dopo che il FT ha presentato le prove dello scambio di messaggi all’interno di un gruppo di 12 persone comprendente personale del TBI, consulenti del BCG e organizzatori israeliani, l’istituto ha riconosciuto che il suo personale era al corrente e presente durante le relative discussioni. “Non abbiamo mai detto che il TBI non sapeva niente di quello su cui questo gruppo stava lavorando,” ha chiarito il portavoce. Il TBI sostiene di essere stato in “modalità d’ascolto” e che questo documento interno era una delle molte analisi degli scenari post-bellici che venivano presi in considerazione.

Blair era in modalità di ascolto

Il gruppo che sta dietro alla proposta include importanti investitori israeliani nella tecnologia come Liran Tancman e il finanziere Michael Eisenberg. Entrambi avrebbero giocato un ruolo nella creazione della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) [l’organizzazione statunitense creata per sostituire l’ONU nella distribuzione di aiuti umanitari a Gaza in collaborazione con l’esercito israeliano, ndt.].

La credibilità della GHF è stata segnata da polemiche. Durante lo svolgimento caotico del progetto almeno 700 palestinesi sono stati uccisi e più di 4.000 feriti dalle forze israeliane mentre cercavano di aver accesso agli aiuti.

Phil Reilly, che, come riferito in precedenza da Middle East Eye, per otto anni è stato consulente del BCG e ha iniziato a discutere degli aiuti a Gaza con civili israeliani quando ricopriva ancora quel ruolo all’inizio del 2024, ha incontrato Tony Blair a Londra nei primi mesi di quest’anno.

Il TBI ha affermato che era stato Reilly a chiedere l’incontro e ha definitivo il coinvolgimento di Blair come limitato: “Il signor Blair ha solo ascoltato. Come sapete, il TBI non fa parte della GHF.”

Non è la prima volta che Blair e la sua fondazione devono affrontare polemiche. Blair è stato presidente onorario della sezione britannica del Jewish National Fund [Fondo Nazionale Ebraico] (JNF) israeliano, che ha ricevuto pesanti critiche per le sue attività, tra cui l’aver donato circa 1 milione 160.000 di euro a quella che ha definito come la “più grande milizia israeliana” e l’aver cancellato la Palestina dalle sue mappe ufficiali.

Il TBI ha anche ricevuto denaro da un truffatore finanziario legato alle illegali colonie israeliane e a una rete islamofoba statunitense.

Una fonte aveva detto in precedenza al Financial Times che la GHF ha ricevuto una garanzia di 100 milioni di dollari da un Paese sconosciuto.

La presentazione di 30 pagine, condivisa con funzionari statunitensi e altri attori regionali, propone di affidare i terreni pubblici di Gaza a un’amministrazione fiduciaria gestita sotto la supervisione israeliana finché il territorio sarà “demilitarizzato e deradicalizzato.”

Ai proprietari privati verrebbero offerte criptovalute in cambio dei loro terreni e la promessa di abitazioni permanenti.

La proposta elenca dieci “Mega Progetti”, comprese infrastrutture che prendano il nome da leader del Golfo, l’“Anello MBS [Mohammed Bin Salman, reggente dell’Arabia Saudita, ndt.]” e il “Centro MBZ [Mohamed bin Zayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti, ndt.], e intese ad attirare importanti aziende internazionali come Tesla, Amazon e IKEA. Secondo le proiezioni del BCG l’iniziativa potrebbe far salire il valore economico di Gaza dallo “0 di oggi” a 324 miliardi di dollari.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)