Forze israeliane uccidono il ventunenne Ezz al-Din Tamimi a Nabi Saleh

Redazione di MEE

Mercoledì 6 giugno 2018,  Middle East Eye

Mercoledì mattina soldati israeliani hanno sparato a distanza ravvicinata ed ucciso un ventunenne palestinese nel villaggio di Nabi Saleh, nella Cisgiordania occupata.

Ezz al-Din Abd al-Hafiz Tamimi è stato gravemente ferito quando soldati gli hanno sparato durante un’incursione nel villaggio, dove risiede la famiglia Tamimi, ed è molto conosciuto per la sua militanza contro l’occupazione israeliana.

Dopo che i soldati hanno fatto un’incursione nel villaggio alle 10 del mattino, gli abitanti hanno lanciato pietre contro le forze israeliane presenti sul posto.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto a Middle East Eye che Tamimi è stato ucciso dopo che avrebbe colpito un soldato con una pietra.

Il soldato raggiunto dalla pietra ha sparato verso il palestinese, che è rimasto ferito e curato dalle truppe dell’IDF (esercito israeliano) sul posto,” ha detto il portavoce.

Egli ha aggiunto che nessun soldato è stato ferito nell’incidente.

L’attivista israeliano filo-palestinese Jonathan Pollak, che era a Nabi Saleh, ha detto a MEE che Tamimi è stato colpito con pallottole vere almeno due volte, compreso un proiettile che lo ha raggiunto dietro al collo ed è uscito dall’altra parte, mentre lui si trovava a 45 metri dai soldati.

Pollak partecipa alla campagna “Liberate i Tamimi”, a sostegno di Nabi Saleh e dei suoi abitanti.

Foto della maglietta insanguinata di Ezz al-Din Tamimi mostrano almeno due fori sul torace che sembrano confermare informazioni iniziali di testimoni oculari che sia stato colpito anche al petto.

Non è risultato subito chiaro se Tamimi sia morto sul posto o dopo che i soldati lo hanno portato via in un veicolo blindato.

Un video diffuso in streaming da un abitante di Nabi Saleh mostra una pozza di sangue nel luogo in cui Tamimi è stato colpito e circa una decina di soldati israeliani affollati intorno al giovane privo di sensi che in apparenza cercano di metterlo su una barella, mentre palestinesi li supplicano di portare Tamimi in ospedale per essere curato.

Riprese filmate da alcuni abitanti mostrano le forze israeliane sparare bombe assordanti approssimativamente in direzione della folla.

Il corpo di Tamimi è stato in seguito portato in un ospedale nella vicina città di Ramallah, da cui nel pomeriggio di mercoledì è partito un corteo funebre.

Bilal Tamimi, un abitante di Nabi Saleh, ha detto a MEE che molti nel villaggio credono che l’uccisione di Ezz al-Din sia stata “intenzionale”, in quanto per mesi l’esercito israeliano aveva cercato di catturare il giovane per la sua partecipazione alle manifestazioni e perché avrebbe tirato pietre.

Sono venuti varie volte a casa sua, hanno chiamato i suoi familiari, lo hanno minacciato e hanno detto loro: ‘Lo uccideremo come abbiamo ucciso Ahmed Jarrar [palestinese accusato di aver sparato a un colono, ndt.],” ha detto Bilal Tamimi.

Nabi Saleh è stato a lungo al centro dell’attenzione per le sue manifestazioni contro la politica israeliana nei territori palestinesi occupati e in seguito a ciò è stato sotto una crescente pressione da parte delle forze israeliane, che regolarmente conducono incursioni nella zona.

Il villaggio ha assunto ulteriore rilievo dopo gli arresti della diciassettenne Ahed Tamimi e di sua madre, Nariman, che sono state condannate a otto mesi di carcere nelle prigioni israeliane dopo che Ahed ha schiaffeggiato un soldato israeliano e sua madre ha filmato e diffuso l’incidente.

In gennaio un altro membro della famiglia Tamimi, il sedicenne Musaab, è morto nel vicino villaggio di Deir Nidham dopo essere stato anche lui colpito dalle forze israeliane al collo.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Quello che i combattenti ebrei del 1948 dicono della Nakba

Quello che i combattenti ebrei del 1948 dicono della Nakba

Middle East Eye

 

Thomas Vescovi – 1 giugno 2018

 

Per gli israeliani il 1948 incarna l’ora della gloria del progetto sionista, il momento in cui gli ebrei ritornano nelle pagine della Storia come attori del loro destino e, soprattutto, riescono a realizzare l’utopia diffusa 50 anni prima da Theodor Herzl: la costruzione in Palestina di uno Stato come rifugio per il “popolo ebraico”.

Per i palestinesi, il 1948 simbolizza l’avvento del processo coloniale che li ha spogliati della loro terra e del loro diritto alla sovranità, la loro “Nakba” (catastrofe).

Le prime voci dissonanti

Con differenti modalità, alcuni israeliani, fin da subito dopo il 1948, hanno testimoniato sugli avvenimenti passati. Durante il conflitto alcuni quadri del movimento sionista chiamano in causa i dirigenti in merito al trattamento della popolazione araba di Palestina, che giudicano indegna dei valori che i combattenti ebrei sostengono di difendere. Altri prendono appunti nell’attesa di testimoniare quando ci sarà il cessate il fuoco.

Yosef Nahmani, ufficiale superiore dell’Haganah [principale milizia armata sionista, legata al partito Laburista, ndt.], la forza armata dell’Agenzia ebraica che diventerà l’esercito israeliano, così scrive nel suo diario, il 6 novembre 1948: “A Safsaf, dopo (…) che gli abitanti hanno sventolato bandiera bianca, (i soldati) hanno riunito separatamente gli uomini e le donne, legato le mani a cinquanta o sessanta contadini e li hanno giustiziati e sepolti tutti in una fossa comune. Hanno anche violentato molte donne del villaggio (…) Dove hanno imparato un comportamento così crudele, simile a quello dei nazisti? (…) Un ufficiale mi ha raccontato che i più spietati sono stati quelli che venivano dai campi [di concentramento].”

In realtà, dal momento in cui la guerra finisce, il racconto dei vincitori si impone e la società civile israeliana affronta numerose altre sfide, molto più urgenti della sorte dei rifugiati palestinesi. Quelli che vorrebbero testimoniare lo fanno attraverso la narrativa e la letteratura.

Così lo scrittore e uomo politico israeliano Yizhar Smilansky fin dal 1949 pubblica Khirbet Khizeh, dove evoca l’espulsione dall’omonimo villaggio arabo. Per l’autore, non c’è nessun bisogno di avere rimorsi su questa parte della storia, questo “lavoro sporco” era necessario per costruire il progetto sionista. La sua testimonianza riflette una sorta di espiazione del peccato: riconoscere i propri torti e svelarli per liberarsi di un peso.

Diventato un successo, il romanzo viene adattato a film per la televisione nel 1977, ma la sua diffusione suscita vivaci dibattiti perché rimette in discussione la versione israeliana di un popolo palestinese partito volontariamente dalle sue terre per non vivere accanto agli ebrei.

Altre opere vengono pubblicate, ma poche danno altrettanta prova di realismo della trilogia di Netiva Ben-Yehuda, pubblicata nel 1984, il cui titolo, tradotto dall’ebraico, è “Il cammino dei legami: romanzo su tre mesi del 1948”. Comandante del Palmach, l’unità d’elite dell’Haganah, evoca le atrocità e le vessazioni commesse contro la popolazione civile araba e fornisce degli elementi sul massacro di Ein Zeintoun, che avvenne intorno al 1^ maggio del 1948.

La focalizzazione su Deir Yassin

Il 4 aprile 1972 il colonnello Meir Pilavski, membro del Palmach, nelle pagine di Yediot Aharonot, uno dei tre principali quotidiani israeliani, si confida sul massacro di Deir Yassin, che ebbe luogo il 9 aprile 1948 e in cui quasi 120 civili persero la vita. Afferma che i suoi uomini si trovarono nei pressi degli avvenimenti, che venne loro consigliato di ritirarsi quando compresero che erano in azione i miliziani dell’Irgun e dello Stern, gruppi di estremisti che si erano separati dall’Haganah.

Da allora le discussioni si concentrano sugli avvenimenti di Deir Yassin, fino al punto di dimenticare le altre circa 70 stragi di civili arabi. La questione è importante per la sinistra sionista: attribuire la responsabilità dei massacri ai gruppi estremisti.

Nel 1987, quando appaiono le prime opere dei “nuovi storici” israeliani, quali quelle di Ilan Pappé, una parte consistente dei battaglioni ebrei del 1948 è messa in discussione. Per chi aveva taciuto durante gli ultimi decenni, è tempo di parlarne pubblicamente.

Anche una parte della società israeliana sembra pronta a capire. Nel contesto della prima Intifada palestinese e dei negoziati che hanno preceduto [gli accordi di pace di] Oslo, gli ambienti pacifisti hanno intenzione di interrogare la loro società sul rapporto con l’Altro e sulla storia nazionale.

Questi spazi di dibattito si chiudono brutalmente con lo scoppio della seconda Intifada, più militarizzata e che si inserisce in un contesto di fallimento dei colloqui di Camp David e di rottura dei negoziati israelo-palestinesi. Il caso Teddy Katz incarna questo cambiamento di contesto.

Il “caso” Teddy Katz

Membro sessantenne di un kibbutz, nel 1985 Teddy Katz decide di riprendere i suoi studi e segue un percorso di ricerca storica all’università di Haifa sotto la direzione di Ilan Pappé. Intende chiarire gli avvenimenti che si sono svolti in cinque villaggi palestinesi, spopolati nel 1948. Realizza 135 interviste a combattenti ebrei, di cui 65 riguardanti la tragedia che avrebbe avuto luogo nel villaggio di Tantura, svuotato dei suoi 1.200 abitanti il 23 maggio 1948 da un battaglione del Palmach.

Dopo due anni di ricerca, nei suoi lavori Katz afferma che da 85 a 110 uomini vennero uccisi a sangue freddo sulla spiaggia di Tantura, dopo aver scavato la propria fossa. La strage continuò in seguito nel villaggio, casa per casa. Una caccia all’uomo si svolse anche nelle strade. Il massacro terminò con l’intervento degli abitanti ebrei del villaggio vicino di Zikhron Yaakov. Alla fine furono uccise più di 230 persone.

Nel gennaio del 2000 un giornalista di Maariv [uno dei principali quotidiani israeliani, considerato indipendente, ndtr.] decide di tornare a visitare alcuni dei testimoni di cui parla Katz. Il principale testimone, Bentzion Fridan, comandante del battaglione del Palmach che ha operato a Tantura, nega tutto e, con altri ufficiali, presenta denuncia contro Katz. Questi deve affrontare una decina di avvocati decisi a difendere l’onore degli “eroi” della Nazione.

Sotto pressione mediatica – che parla di lui come di un “collaborazionista” che racconta la versione del nemico – e giudiziaria, accetta di firmare un documento in cui riconosce di aver falsificato le testimonianze. Benché qualche ora dopo decida di ritrattare e una commissione accademica sia intervenuta in suo favore, la procedura giudiziaria viene chiusa.

Tra il tracollo di Oslo, il ritorno al potere del Likud, il fallimento dei negoziati di Camp David e di Taba, la seconda Intifada e gli attentati kamikaze, la versione palestinese del 1948 non interessa più ai pacifisti israeliani, troppo impegnati per lo più a rientrare nei ranghi per non subire la condanna di una società ripiegata su se stessa.

Testimoniare per i posteri

Nel 2005 il regista Eyal Sivan e l’Ong israeliana Zochrot lavorano al progetto “Towards a Common Archive” [Verso un Archivio Comune], inteso a raccogliere le testimonianze di combattenti ebrei del 1948. Circa una trentina accetta di testimoniare, senza remore o quasi, su quello che ha fatto e visto durante questo periodo ricco di avvenimenti e in cui le narrazioni si scontrano.

Perché qualche anno dopo dei combattenti accettano di testimoniare? Per Pappé, direttore scientifico del progetto, ci sono tre ragioni. In primo luogo la maggior parte è arrivata alla fine della propria vita e quindi non ha più paura di parlare.

In secondo luogo, questi ex-combattenti ritengono di essersi battuti per un ideale che vedono degradarsi con l’ascesa in Israele degli ambienti religiosi, d’estrema destra e dello choc neoliberista imposto da Netanyahu durante i suoi successivi governi. Infine, si sono convinti che prima o poi le giovani generazioni verranno a conoscenza dell’origine dei rifugiati palestinesi e pensano che la trasmissione di questa storia imbarazzante faccia parte della loro responsabilità.

Le testimonianze di questi combattenti non sono omogenee. Alcuni si lasciano andare apertamente, mentre altri non desiderano affrontare certi argomenti. Tuttavia se tutti concordano sulla necessità, nel 1948, di espellere le popolazioni arabe per costruire lo Stato di Israele, le loro opinioni a volte si scontrano sull’utilità di sparare sui civili.

Tutti affermano di aver ricevuto ordini precisi relativi alla distruzione delle case arabe per impedire ogni volontà di ritorno della popolazione esiliata.

La “pulizia” dei villaggi veniva fatta in modo metodico: mentre si avvicinavano al posto, i soldati tiravano o lanciavano delle granate per spaventare la popolazione. Nella maggior parte dei casi questi atti erano sufficienti a far scappare gli abitanti. A volte, era necessario far saltare in aria una o due case all’entrata del villaggio per obbligare a fuggire i pochi che si ostinavano a non scappare.

Riguardo ai massacri, per alcuni questi atti facevano parte delle operazioni di “pulizia”, dato che la direzione del movimento sionista le aveva autorizzate, in certi casi, ad andare oltre questo limite. Il “limite”, appunto, veniva superato sistematicamente quando la popolazione si rifiutava di andarsene, oppure si trincerava per resistere e combattere.

A Lod più di un centinaio di abitanti si rifugiò così nella moschea, credendo alle voci secondo cui i combattenti ebrei non attaccavano i luoghi di culto. Un tiro di lanciarazzi distrusse il loro rifugio, che crollò su di loro. In seguito i corpi vennero bruciati.

Secondo altri, i dirigenti Yigal Allon, capo del Palmach, e David Ben Gurion, capo dell’Agenzia Ebraica, si sarebbero opposti a sparare contro i civili, dando l’ordine di lasciarli andare e poi di distruggere le case.

I combattenti testimoniano anche di un atteggiamento contraddittorio dei palestinesi. Nella maggior parte dei casi sembravano “terrorizzati” e completamente sconcertati dagli avvenimenti, il che accelerava il flusso dei rifugiati. Secondo queste testimonianze, alcuni arabi supplicavano i soldati di non far loro “come a Deir Yassin”.

Altri sembravano convinti di poter tornare a casa loro alla fine dei combattimenti, tanto che un testimone afferma che alcuni abitanti del villaggio di Bayt Naqquba lasciarono ai loro vicini ebrei del kibbutz di Kiryat-Avanim, con cui avevano buoni rapporti, le chiavi delle loro case in modo che potessero controllare che niente venisse saccheggiato.

Questi buoni rapporti tra ebrei e arabi ritornano regolarmente, e sono rare le testimonianze che parlano di astio prima dell’inizio della guerra. Durante un’espulsione presso Beersheba, dei contadini palestinesi andarono a chiedere aiuto agli abitanti del vicino kibbutz, che non esitarono a intervenire e a denunciare le azioni dei soldati sionisti.

Più di 60 anni dopo gli eventi, i combattenti non si dimostrano, o lo sono poco, pentiti.  Secondo loro era necessario liberare lo spazio del territorio promesso dall’ONU per fondarvi lo Stato ebraico e far sparire gli arabi dalla scena.

– Thomas Vescovi è docente e ricercatore di storia contemporanea. È autore di “Bienvenue en Palestine” [Benvenuti in Palestina] (Kairos, 2014) e di “La Mémoire de la Nakba en Israël” [La memoria della Nakba in Israele] (L’Harmattan, 2015).

Le opinioni esposte nell’articolo impegnano solo l’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Come i media negano l’umanità dei palestinesi

Gregory Shupak

giovedì 31 maggio 2018, Middle East Eye

A partire dall’inizio delle manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” il 30 marzo, Israele ha ucciso a Gaza almeno 116 palestinesi e ne ha feriti altre migliaia, sparando contro manifestanti disarmati.

Secondo “Medici senza frontiere” Israele ha utilizzato proiettili che provocano “ferite insolitamente gravi alle estremità inferiori…(e) un livello estremo di distruzione di ossa e tessuti molli”. Gli attacchi più pesanti di Israele contro dimostranti disarmati sono avvenuti il 14 maggio, quando le sue forze hanno ucciso 62 palestinesi.

Tuttavia nell’informazione sul massacro del 14 maggio, e più in generale sulle manifestazioni, i media hanno accuratamente disumanizzato i palestinesi e reso invisibili i loro diritti.

Rifiuto di criticare Israele

Se gli editorialisti vedessero i palestinesi come esseri umani, avrebbero condannato senza ambiguità il recente massacro di massa. Invece sul “New York Times” Shmuel Rosner ha apertamente appoggiato il massacro, scrivendo: “È cosa abituale adottare un tono apologetico quando vengono uccise decine di persone, come è successo questa settimana a Gaza. Ma eviterò questo istinto ipocrita e dichiarerò freddamente: Israele aveva un chiaro obiettivo quando ha sparato, a volte per uccidere… Quell’obiettivo è stato raggiunto.”

Nello stesso giornale Thomas Friedman si è rifiutato di criticare Israele, condannando Hamas che avrebbe “favorito le morti tragiche e inutili di circa 60 gazawi incoraggiando la loro manifestazione.”

Possiamo concluderne che questo tipo di appoggio agli squadroni della morte di Israele si estende persino all’uccisione da parte loro di bambini e disabili, dato che i summenzionati giornalisti non hanno niente da ridire in merito.

La più dura critica a Israele da parte di David Brooks del “Times” arriva quando dice che lui “non assolve i palestinesi dalla responsabilità delle loro scelte”, ma “non perdona neppure gli israeliani per la loro incapacità di affrontare in modo corretto l’estremismo.” Con un colpo della sua penna magica, l’uccisione di decine di manifestanti disarmati si trasforma nell’ ”incapacità di affrontare in modo corretto l’estremismo.”

Egli sostiene che quello che è successo durante la “Grande Marcia del Ritorno” è che i palestinesi hanno cercato “di creare una messa in scena del martirio che avrebbe mostrato al mondo quanto (i palestinesi) siano oppressi.” Allo stesso modo Max Boot del “Washington Post” descrive il massacro da parte di Israele come un “possibile errore tattico di valutazione” che “in nessun modo elimina la responsabilità fondamentale di Hamas per questo orrore.”

Uno “spettacolo grottesco”

Invece Bret Stephens del “Times” lamenta: “Ora il mondo chiede che Gerusalemme renda conto di ogni proiettile sparato contro i dimostranti, senza offrire una sola alternativa concreta per affrontare la crisi.” Suggerisce che i palestinesi attribuiscono un’indebita responsabilità a Israele per essere stati colpiti circa 3.500 volte da pallottole israeliane letali. L’idea che i palestinesi siano del tutto umani confonde talmente Stephens che si dimentica ciò che è più assurdamente ovvio: l’alternativa a sparare contro manifestanti palestinesi disarmati è non sparargli.

Per questi giornalisti i palestinesi non sono umani, ma piuttosto spiriti demoniaci di un culto della morte in grado di impossessarsi degli israeliani e fare in modo che sparino ai palestinesi. Gli esseri umani hanno diritti, ma per questi editorialisti i palestinesi non sono umani – per cui i loro diritti vengono trasformati in minacce per Israele.

Rosner dichiara che “proteggere il confine era più importante che evitare di uccidere, e proteggere il confine è quello che Israele ha fatto con successo.” Boot disumanizza i palestinesi dipingendoli come orde minacciose: “Israele è intrappolato in una situazione senza via d’uscita: non può consentire che il suo confine venga superato – nessuno Stato può farlo -, ma se cerca di difendere il proprio territorio corre il serio pericolo di una tragedia umana e di un incubo nelle pubbliche relazioni.”

Brooks descrive la “Grande Marcia del Ritorno” come “una massiccia invasione del confine” di Israele. Stephens scrive di quello che chiama “il grottesco spettacolo lungo in confine di Gaza durante le scorse settimane, in cui migliaia di palestinesi hanno tentato di violare la recinzione ed entrare a forza in Israele, spesso a costo della propria vita.”

Secondo le idiozie razziste di Stephens, le proteste simbolizzano una “cultura della vittimizzazione, violenza e fanatismo” da cui “non può emergere alcuna società palestinese rispettabile.”

Il diritto al ritorno

Quello che chiamano il “grottesco spettacolo” e “l’attraversamento” di un “confine” è in realtà il fatto che i palestinesi hanno coraggiosamente attirato l’attenzione sulle incredibili ingiustizie che gli sono state fatte ed hanno tentato di esercitare – forse solo simbolicamente – il diritto al ritorno nella loro patria, a lungo negato e previsto dalle leggi, attraversando una linea coloniale di armistizio che nessuna istituzione con una qualche legittimazione riconosce come un “confine” internazionale che Israele abbia il diritto di “proteggere”.

Per i giornalisti di cui ho parlato, gli israeliani sono umani, per cui hanno dei diritti, ma ciò non vale per i palestinesi. Il titolo dell’articolo di Rosner è “Israele deve proteggere i suoi confini. Con qualunque mezzo necessario.” Friedman scrive: “Capisco perché Israele non ha altra scelta che difendere il suo confine con Gaza con la forza bruta.”

Boot dice dell’assedio spietato di Israele contro Gaza: “Per proteggersi, Israele ha posto rigidi controlli di sicurezza attorno a Gaza, ma Hamas usa tunnel per far entrare di contrabbando missili e altri armamenti dall’Egitto.” Stephens sostiene che c’è uno schema in cui i palestinesi si fanno del male da soli e incolpano Israele, e che questo presunto andamento “meriterebbe di essere messo in luce in mezzo al torrente di critiche moralmente cieche e storicamente ignoranti a cui gli israeliani sono soggetti ogni volta che si difendono da un violento attacco palestinese.”

Questi commentatori insistono su quello che vedono come Israele che esercita i propri diritti alla “sicurezza” e all’”autodifesa”, ma, dato che vedono i palestinesi come non umani, è possibile ignorare il diritto dei palestinesi a difendersi da decenni di violenza israeliana arbitraria e far credere che i palestinesi non abbiano il diritto di liberarsi – un diritto che è protetto dalle leggi internazionali e include la lotta armata.

Per gli editorialisti, Israele e il suo protettore, gli USA, hanno il diritto di usare infiniti livelli di violenza per conservare l’occupazione e l’apartheid, ma i palestinesi non hanno diritti – solo l’obbligo di sottomettersi alla propria uccisione, spoliazione e oppressione.

Greg Shupak scrive fiction e analisi politiche e insegna “Studi sui media” all’università di Guelph-Humber [università canadese, ndt.]. Il suo libro, “The Wrong Story: Palestine, Israel, and the Media” [“La storia sbagliata: Palestina, Israele e i media], può essere ordinato da OR Books [casa editrice di New York, ndt.]

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il massacro della Grande Marcia del Ritorno di Gaza: un punto di svolta?

Nada Elia

29 maggio 2018, Middle East Eye

I palestinesi si devono mobilitare e avere una strategia per fare in modo che il più recente attacco di Israele sia l’ultimo.

L’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme il 14 maggio ha sparso sale su ferite aperte.

Mentre la “consigliera del presidente” Ivanka Trump se ne stava allegramente vicino a un trionfante Benjamin Netanyahu nel cuore della città illegalmente annessa, Israele era impegnato nell’ennesimo massacro a meno di 100 km a sud-est. Decine di persone sono state uccise e migliaia ferite a Gaza nelle sei settimane della “Grande Marcia del Ritorno”, tra il “Giorno della Terra” e quello della “Nakba”, e molti dei feriti languiscono ancora negli ospedali mal equipaggiati di Gaza.

L’assedio di Gaza, la cui popolazione comprende in buona parte profughi, continua a strangolare la regione in quello che è stato descritto come un “genocidio progressivo” [definizione dello storico israeliano Ilan Pappe, ndt.].

Nakba continua

Questo è ciò che intendono i palestinesi quando dicono che la Nakba sta continuando. Le ingiustizie contro di noi non sono state perpetrate solo una volta, nel 1948, continuano fino ai giorni nostri, con sempre più espulsioni, furti di terra e uccisioni di massa.

Come è successo ormai da qualche anno dopo ogni massacro, sono scoppiate proteste in tutto il mondo, mentre un crescente numero di persone di coscienza ha denunciato pubblicamente le azioni di Israele e annunciato il proprio sostegno alla campagna di solidarietà per il Boicottaggio, Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Le proteste sono eventi necessari per esprimere solidarietà con i palestinesi e per mostrare ai politici che l’opinione pubblica non approva quest’ultima aggressione. Le denunce pubbliche della criminalità di Israele da parte di artisti sono benvenute e attese da tempo per dichiarare che Israele è uno Stato da emarginare piuttosto che un’attraente destinazione per la cultura e il turismo.

Come la co-fondatrice di Electronic Intifada Laurie King ed io abbiamo chiesto in un editoriale del 2011: perché dovrebbero essere da criticare artisti come Beyoncé, Usher e Mariah Carey – tutti e tre hanno fatto esibizioni private per la famiglia Gheddafi – mentre non si dice niente di gente come Madonna e Lady Gaga che si accompagnano con Netanyahu e a volte si avvolgono letteralmente nella bandiera israeliana, mentre molti altri difendono Israele quando pratica apertamente l’apartheid e la pulizia etnica?

Ma oggi, con le spudorate dichiarazioni di politici israeliani che non ci sono manifestanti innocenti a Gaza e che ogni dimostrante è un bersaglio legittimo e con i cittadini israeliani che dichiarano ripetutamente il proprio appoggio all’uccisione di palestinesi, stiamo finalmente vedendo crepe nella maschera di Israele, nella facciata democratica con cui ha preso in giro buona parte dell’Occidente.

Vecchio ordine imperiale

Tuttavia non possiamo rilassarci proprio adesso. Al contrario dobbiamo continuare a mettere sotto i riflettori Israele, in modo che non si riprenda dalle critiche del momento, come ha fatto in continuazione dopo precedenti massacri e dopo le proteste che li hanno seguiti.

Il massacro del “Giorno della Nakba” e l’inaugurazione della nuova ambasciata USA non costituiscono un’aberrazione. Gli analisti che sostengono che lo spostamento dell’ambasciata USA è la continuazione della sua politica di lunga data in Medio Oriente, a cominciare dal 1967, piuttosto che un allontanamento da essa, hanno ragione.

Aggiungerei che non è solo una continuazione della politica USA, ma di un più antico ordine imperialista – anzi, il vecchio ordine imperialista che ha dato vita agli USA. Il secolo scorso della storia palestinese è stato un doloroso ciclo di estrema ingiustizia imposta a una popolazione indigena, seguita da insurrezioni, a loro volta violentemente represse, finché la gente non si è di nuovo ribellata chiedendo giustizia.

Le rivolte, compresa l’insurrezione del 1936-39 contro il Mandato britannico e le Intifada iniziate nel 1987 e nel 2000, hanno assunto molte forme, dalla ribellione armata alle proteste pacifiche. Sono state invariabilmente affrontate con una violenza sproporzionata da parte dell’oppressore coloniale, a cominciare dall’Inghilterra, che per prima impose la legge marziale e forgiò molte delle misure che Israele utilizza ancora oggi per discriminare i palestinesi, fino ai veri e propri massacri che Israele adesso commette sistematicamente.

Oggi questi massacri sono resi possibili dagli USA, che forniscono ad Israele il necessario appoggio economico e diplomatico per agire con impunità. Nelle conclusioni al suo rivoluzionario libro del 1978 “Orientalismo” Edward Said [intellettuale palestinese e docente universitario alla Columbia University, ndt.] scrisse che la tendenza degli USA a dominare il mondo li ha messi nella posizione che aveva una volta la Gran Bretagna, quando sosteneva in modo arrogante che “il sole non tramontava mai” [frase in realtà attribuita a Carlo V d’Asburgo nel XVI° secolo, ndt.] sull’impero britannico. L’ambasciata USA a Gerusalemme illustra il giudizio di Said, anni dopo la sua prematura morte.

Una prospettiva oltre le proteste

Negli ultimi anni si è evidenziata un’altra caratteristica ricorrente dei massacri, cioè la dichiarazione che “questo è un punto di svolta”. Più di recente, la “Grande Marcia del Ritorno” è stata paragonata all’attraversamento del ponte “Edmund Pettus” [marcia pacifica per i diritti civili dei neri tra Selma e Montgomery violentemente repressa, ndt.] nel Sud degli USA, mentre il massacro del “Giorno della Nakba” è stato descritto come la Sharpeville [manifestazione pacifica contro l’apartheid in Sudafrica contro cui la polizia sparò a bruciapelo, ndt.] palestinese.

Tuttavia la “Grande Marcia del Ritorno” sarà un punto di svolta solo se noi la renderemo tale. Se vogliamo che lo schema cambi dobbiamo organizzarci con una prospettiva oltre le proteste. Per ora la maggior parte delle proteste sono state rivolte spontanee contro l’ingiustizia, con una scarsa progettualità per quello che sarebbe venuto dopo che ci siamo riuniti agli angoli delle strade e nei parchi pubblici per gridare la nostra sofferenza, la nostra indignazione e la nostra solidarietà.

Mentre ci lasciamo alle spalle il centenario della dichiarazione Balfour e il 70^ anniversario della Nakba, tra la rinnovata arroganza degli attuali leader imperialisti, è urgente che ci concentriamo nella progettazione del futuro piuttosto che limitarci a protestare.

In ultima analisi non sono le dimensioni del massacro che determinano se si tratta di un punto di svolta. Semmai è come riusciamo a reggere la nostra mobilitazione e la nostra organizzazione, in modo che non sia solo un ennesimo episodio di una lunga serie di ingiustizie.

Sta a noi onorare la resistenza palestinese non solo leggendo i nomi dei morti, ma mobilitandoci, organizzandoci e ideando una strategia concreta per fare in modo che questo massacro non sia il più recente, ma l’ultimo.

Nada Elia è una scrittrice e commentatrice politica della diaspora palestinese, che attualmente lavora al suo secondo libro: “Who You Callin’ ‘Demographic Threat?’ Notes from the Global Intifada” [“Chi definisci ‘minaccia demografica?’ Note dall’intifada globale.”]. Docente (in pensione) di studi sul genere e globali, è membro del gruppo di orientamento della campagna USA per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (USACBI).

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La corte israeliana autorizza la demolizione del villaggio palestinese di Khan al-Ahmar

MEE e agenzie

giovedì 24 maggio 2018, Middle East Eye

Ignorando le richieste di governi europei e di importanti politici statunitensi, giovedì la Corte Suprema israeliana ha emesso una sentenza in favore della demolizione di un villaggio palestinese nella Cisgiordania occupata.

Gli attivisti hanno detto che l’udienza è stata l’ultimo ricorso concesso al villaggio di Khan al-Ahmar, situato sulla strada principale che conduce al Mar Morto, circondato da diverse colonie illegali israeliane ad est di Gerusalemme.

Non è stato chiarito quando avrà luogo la demolizione del villaggio, che ospita 180 abitanti.

Negli anni scorsi la comunità, costituita da circa 35 famiglie appartenenti alla tribù beduina Jahalin, ha subito diverse volte la demolizione delle sue precarie case e scuole, per lo più fatte di lamiera ondulata e legno, da parte dell’esercito israeliano.

Israele vuole demolire il villaggio come parte del cosiddetto piano E 1, che consiste nella costruzione di centinaia di insediamenti per collegare le colonie di Kfar Adumim e Ma’ale Adumim con Gerusalemme est nell’area C [sotto totale ma temporaneo controllo israeliano in base agli accordi di Oslo, ndt.] della Cisgiordania controllata da Israele.

L’anno scorso gli abitanti del villaggio hanno detto a Middle East Eye che avrebbero opposto resistenza ad ogni tentativo di cacciarli dalle loro case.

“L’area C è stata costruita intorno a noi e alle nostre case, non viceversa”, ha detto a MEE Eid Abu Khamis, il portavoce delle comunità beduine nel distretto di Gerusalemme e residente a Khan al-Ahmar.

“Siamo venuti qui dopo che loro (Israele) ci hanno buttato fuori dalle nostre terre durante la Nakba e adesso vogliono cacciarci da questa terra, dove abbiamo vissuto per più di 60 anni.”

Nella sua sentenza la Corte ha affermato di non aver trovato “nessuna ragione per intervenire sulla decisione del ministro della Difesa di applicare gli ordini di demolizione emessi contro le strutture illegali a Khan al-Ahamar.”

Gli abitanti verranno spostati altrove, ha aggiunto, con un metodo che i critici assimilano ad una deportazione. Secondo precedenti piani del governo israeliano, è molto probabile che la comunità verrà trasferita in una zona vicina alla discarica di Abu Dis, una zona periferica degradata cisgiordana di Gerusalemme est.

La Corte ha sentenziato che il villaggio era stato costruito senza i relativi permessi di edificazione.

Per i palestinesi nelle aree della Cisgiordania controllate da Israele è quasi impossibile ottenere questi permessi.

La presidenza palestinese ha denunciato la sentenza della Corte di giovedì, definendola un tentativo razzista di “sradicare i legittimi cittadini palestinesi dalla loro terra per assumerne il controllo e rimpiazzarli con coloni.”

“Questa politica di pulizia etnica è considerata la peggior forma di discriminazione razziale, che è diventata la caratteristica principale delle prassi e delle decisioni del governo israeliano e dei suoi diversi strumenti”, ha affermato in un comunicato.

L’anno scorso 10 senatori democratici USA, guidati da Bernie Sanders e Dianne Feinstein, hanno scongiurato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di bloccare i piani di demolizione dei villaggi palestinesi della Cisgiordania, compreso Khan al-Ahmar.

“Abbiamo a lungo sostenuto la soluzione dei due Stati come un’equa soluzione del conflitto israelo-palestinese”, hanno scritto i senatori.

“Tuttavia i tentativi del vostro governo di trasferire forzatamente intere comunità palestinesi ed espandere le colonie in tutta la Cisgiordania non solo compromettono direttamente una soluzione a due Stati, ma crediamo che mettano anche a rischio il futuro di Israele come democrazia ebraica.”

Anche l’UE ha duramente criticato i piani di espulsione degli abitanti di Khan al-Ahmar.

L’anno scorso, quando era ambasciatore dell’UE in Israele, Lars Faaborg-Andersen ha detto: “L’adozione di misure coercitive come i trasferimenti forzati, le espulsioni, le demolizioni e le confische di case e strutture umanitarie (comprese quelle finanziate dall’UE) e il divieto di fornire assistenza umanitaria violano gli obblighi di Israele in base al diritto internazionale.”

Israele demolisce regolarmente case e scuole palestinesi in Cisgiordania, sostenendo che sono state costruite senza permesso. Ma Human Rights Watch sottolinea che “l’esercito israeliano rifiuta di concedere i permessi alla maggior parte delle nuove costruzioni palestinesi nel 60% della Cisgiordania, dove detiene il controllo esclusivo sulla pianificazione e sull’edilizia, mentre favorisce la costruzione di colonie.”

Nel 2016 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione di condanna di “tutte le misure finalizzate ad alterare la composizione demografica, il carattere e lo status del territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est.”



(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Come Israele testa la sua tecnologia avanzata sui manifestanti palestinesi

Daniel Hilton

18 maggio 2018, Middle East Eye

I candelotti lacrimogeni lanciati dai droni israeliani hanno provocato il panico, causato molti feriti e seminato morte durante le manifestazioni di questa settimana a Gaza e in Cisgiordania.

Il divario tra i manifestanti palestinesi e le forze israeliane è stato spesso paragonato alla lotta di Davide contro Golia. Ormai Golia non ha nemmeno più bisogno di scendere sul campo di battaglia.

Grazie ad una nuova invenzione, l’esercito israeliano ha utilizzato piccoli droni per lanciare gas lacrimogeni sulle manifestazioni dei palestinesi lungo il confine della Striscia di Gaza con Israele e nella Cisgiordania occupata.

Visti per la prima volta all’inizio di marzo, quando la catena libanese Al-Mayadeen ha filmato un gruppo di manifestanti di Gaza presi di mira da uno di essi, i droni che trasportano gas sono stati ampiamente utilizzati nelle manifestazioni di lunedì e martedì nell’enclave costiera e nella Cisgiordania occupata.

Sembra che per lanciare gas vengano utilizzati tre tipi di droni.

Il primo, sviluppato dall’impresa israeliana ISPRA e conosciuto col nome “Cyclone Riot Control Drone System”, è un piccolo drone che trasporta una scatola contenente nove cartucce in alluminio leggero che esplodono dopo il lancio.

Tuttavia sembra che siano stati utilizzati da Israele altri due modelli, che secondo esperti interpellati da MEE non sono mai stati visti prima.

Uno è un drone che libera gas direttamente dall’apparecchio, come uno spray, spandendo una nube su coloro che vi si trovano sotto.

L’altro, un dispositivo potenzialmente molto più pericoloso, è un drone tipo elicottero che trasporta granate esplosive in gomma con delle spirali metalliche che cadendo disperdono il gas.

Secondo gli esperti interpellati da MEE, quando le manifestazioni della ‘Grande Marcia del Ritorno’ hanno raggiunto il loro culmine all’inizio di questa settimana, il terzo tipo di drone è diventato quello di gran lunga più utilizzato.

Esso non sembra essere uno strumento sofisticato.

«E’ più sofisticato (di un drone commerciale), non è qualcosa che si possa acquistare a buon prezzo su Amazon, ma penso che sia abbastanza simile», ha dichiarato a MEE Itay Mack, un avvocato per i diritti umani ed attivista israeliano che si occupa delle esportazioni militari di Israele.

Il drone sembra essere dotato di un supporto a molla, che si apre per lasciar cadere un certo numero di candelotti lacrimogeni.

«Penso che la sicura dei candelotti venga sganciata manualmente quando vengono fissati al supporto prima del decollo», ha dichiarato a MEE James Bevan, direttore esecutivo di ‘Conflict Armament Research’.

Il supporto viene quindi rilasciato una volta che il drone si trova sulla zona su cui chi lo manovra intende sganciare il gas.

«Può trattarsi di una cosa semplice come un perno retraibile attaccato a un servomotore, che è collegato ai circuiti del drone», spiega Bevan. «È ciò che lo “Stato islamico” ha utilizzato in Iraq e in Siria. »

Secondo Bevan, lo “Stato islamico” è l’unico gruppo per il quale esistono prove concrete di utilizzo di questi piccoli droni elicotteri in situazioni di combattimento, soprattutto a Mosul (Iraq) e a Tall Afar (Siria).

«Constatiamo l’utilizzo di droni in altri scenari, anche da parte di organizzazioni non statali, ma si tratta di droni militari ad ala fissa », ha spiegato.

Nuova gittata, nuovo pericolo

Le manifestazioni di lunedì a Gaza coincidevano con la cerimonia di inaugurazione ufficiale della nuova ambasciata statunitense a Gerusalemme, mentre quelle di martedì segnavano il 70^ anniversario della Nakba – o “Catastrofe” – durante la quale 700.000 palestinesi furono espulsi dalle loro case nel 1948.

Durante questi due giorni 62 palestinesi sono stati uccisi da proiettili veri o da gas lacrimogeni sparati dalle forze israeliane che cercavano di reprimere le manifestazioni.

Il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che almeno 980 palestinesi, tra cui molti minori, sono stati feriti dai gas lacrimogeni lanciati durante le manifestazioni di lunedì.

«Il problema dei candelotti lacrimogeni è che sono particolarmente pericolosi per i bambini e gli anziani.»

I droni hanno accresciuto il raggio d’azione delle forze israeliane. Prima i candelotti lacrimogeni venivano lanciati nella Striscia di Gaza da veicoli situati dal lato israeliano della linea di confine.

La grande barriera che separa l’enclave assediata da Israele limita la capacità dell’esercito israeliano di lanciare il gas dall’altro lato del confine, diversamente dalla Cisgiordania, dove i soldati sparano i candelotti con fucili appositamente attrezzati.

Le forze israeliane raramente fanno incursioni nella Striscia di Gaza, da cui si sono ritirate nel 2005, mentre mantengono una presenza significativa nella Cisgiordania occupata.

Questa nuova gittata consente agli israeliani di prendere di mira delle zone lontane dall’area di frontiera, quelle in cui è più probabile che vivano famiglie, minori e anziani.

Il gas, una minaccia per le persone vulnerabili

Il gas può essere mortale in due modi: asfissia e dose eccessiva, a seconda dei prodotti chimici utilizzati.

Negli ultimi anni la morte di parecchi palestinesi in Cisgiordania è stata legata all’inalazione di gas lacrimogeno. Nel 2015 un bimbo di otto mesi è morto nel villaggio di Beit Fajjar dopo che dei soldati hanno lanciato gas lacrimogeno sulla sua casa.

Nel 2014 anche il ministro palestinese Ziad Abu Ein è morto in seguito a complicanze legate all’inalazione di gas lacrimogeno, dopo aver partecipato ad una manifestazione vicino al villaggio di Turmusaya.

L’anno scorso un rapporto descriveva il campo profughi di Aida, nel sud della Cisgiordania, come «la comunità più esposta ai gas lacrimogeni al mondo.»

Durante le manifestazioni di questa settimana nella Striscia di Gaza, è stata uccisa dai gas lacrimogeni anche una neonata di otto mesi, Leila al-Ghandour. Sarebbe stata esposta al gas mentre si trovava in un luogo di proteste lontano dalla barriera di separazione israeliana, anche se, al momento in cui viene pubblicato questo articolo, MEE non ha potuto verificare in modo indipendente le circostanze della sua morte.

Proiettili sparati a caso

Anche se sono fatti di gomma, i candelotti lacrimogeni sganciati dai droni sono pesanti e il loro congegno a spirale è di metallo.

L’esercito israeliano è sottoposto a regolamenti che vietano di prendere di mira direttamente le persone con questi proiettili. I candelotti di gas sparati da fucili appositamente adattati sono particolarmente pericolosi a breve distanza.

Anche i lancia-granate a lunga gittata e di calibro 40 mm utilizzati da Israele sono considerati pericolosi in quanto la precisione dei loro tiri è ridotta.

Un portavoce dell’‘Omega Research Foundation’, un organismo che studia la fabbricazione, il commercio e l’utilizzo delle tecnologie militari, di polizia e di sicurezza, ha dichiarato a MEE che i droni potrebbero essere utilizzati per aumentare la precisione del rilascio dei gas lacrimogeni.

«Da un punto di vista meramente tecnico, i droni possono volare ad un’altezza che consente di lanciare in completa sicurezza i candelotti e di mirare alle persone che costituiscono una minaccia”, ha dichiarato il portavoce, che ha chiesto di restare anonimo.

Tuttavia, sequenze video delle proteste di questa settimana sembrano mostrare dei candelotti lanciati da grande altezza, il che riduce la precisione ed aumenta il rischio di ferite alla testa.

Una minaccia inesistente

Israele ha accusato a più riprese i manifestanti di Gaza di cercare di oltrepassare la barriera di confine e di piazzare degli esplosivi in territorio israeliano. Secondo Israele l’impiego di proiettili veri e di gas lacrimogeni è giustificato dalla minaccia che i manifestanti rappresenterebbero nel caso superassero la barriera.

I droni possono «sorvolare certe zone e sganciare lacrimogeni in settori dove non si vuole vi siano manifestanti», ha dichiarato all’AFP [Agenzia France Presse] Micky Rosenfeld, portavoce della polizia israeliana.

Tuttavia inviati di MEE presenti a Gaza e in Cisgiordania ed anche video diffusi online portano a pensare che le forze israeliane abbiano preso di mira aree lontane dalla zona di confine e persone che non sembravano costituire una minaccia.

Lunedì un giornalista di MEE e parecchi altri operatori dell’informazione sono stati colpiti dal gas lanciato da un drone. La zona presa di mira era chiaramente occupata da molti giornalisti e da veicoli che portavano una scritta “STAMPA” messa ben in evidenza.

In un’altra sequenza video un drone sgancia del gas su una tenda collettiva piena di donne e bambini, a quanto pare situata a più di 450 metri dal confine.

Sembra che in certe situazioni il lancio dei lacrimogeni dal cielo abbia seminato confusione e panico tra la gente invece di disperderla verso altri luoghi.

Martedì, durante una manifestazione vicino alla colonia israeliana illegale di Beit El, in Cisgiordania, almeno quattro droni hanno sganciato gas direttamente sui manifestanti.

Secondo un manifestante di 20 anni, che ha chiesto di parlare con MEE in forma anonima, « ne è derivato uno stato di panico» quando in cielo sono apparsi i droni.

«La gente correva in tutte le direzioni senza sapere dove andare, mentre i droni volavano sopra le nostre teste in attesa di sganciare i gas lacrimogeni», ha detto a MEE.

«Gli israeliani hanno cominciato ad utilizzare questi droni solo da qualche settimana. Agiscono in modo indiscriminato e sono spietati.”

Secondo Gabriel Avner, un consulente israeliano per la sicurezza, la politica condotta da Israele a Gaza si discosta dai metodi abituali di controllo delle masse.

«La situazione a Gaza in questo momento è completamente diversa da ciò che succede altrove (….). Loro [gli israeliani] vi vedono una zona di conflitto di grandi dimensioni», ha spiegato a MEE.

«C’è motivo di preoccuparsi in quanto le regole di ingaggio siano rigide » ha detto, prima di aggiungere che l’esercito israeliano avrebbe dovuto assicurarsi che i soldati fossero ben addestrati a comprendere le potenziali conseguenze dell’introduzione di questo tipo di nuove tecnologie.

Un «terrorismo degli aquiloni»

Tuttavia i droni non servono solo a lanciare gas lacrimogeni.

Alcuni palestinesi fanno volare degli aquiloni dall’altro lato del confine, spesso con lo scopo di appiccare incendi: questi aquiloni trasportano brace ardente per innescare incendi boschivi in territorio israeliano.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’esercito israeliano si è rivolto a piloti di droni da competizione per intercettare gli aquiloni servendosi delle eliche e dei ganci attaccati agli apparecchi per tagliarne il filo e farli deviare.

Haaretz ha riferito che i droni che intercettano gli aquiloni non sono pilotati da professionisti e possono raggiungere una velocità di 110 metri al secondo.

Secondo il quotidiano, si sospettava che uno degli aquiloni che ha raggiunto il lato israeliano della linea di separazione trasportasse una bomba telecomandata.

Benché il congegno non sia esploso – i pompieri dei servizi di polizia hanno affermato che forse si trattava di una bomba difettosa o finta – il quotidiano ha ipotizzato che questo episodio possa essere l’annuncio di una nuova fase di ciò che ha descritto come un “terrorismo degli aquiloni” lungo il confine.

Molti di questi aquiloni sono comunque inoffensivi, frequentemente utilizzati dai manifestanti per far sventolare la bandiera palestinese.

Se non vengono intercettati dai droni, sono spesso abbattuti da spari di proiettili veri.

Tecnologie in vendita

Israele è uno dei leader mondiali della tecnologia dei droni.

Il suo uso di aerei senza pilota risale alla fine degli anni ’70; all’epoca, erano utilizzati dall’esercito per operazioni di controllo nel sud del Libano, prima di essere impiegati ampiamente nel 1982 durante l’invasione di Israele del suo vicino settentrionale.

Secondo Itay Mack, l’avvocato dei diritti umani, Israele si è servito dei precedenti conflitti per mettere in mostra le sue armi al fine di venderle.

Israele vende i suoi armamenti e tecnologie a molti Paesi. Il mese scorso il ministero della Difesa tedesco ha annunciato l’intenzione di firmare un contratto di un miliardo di dollari con ‘Israel Aerospace Industries’ [“Industrie aerospaziali Israeliane”, impresa pubblica e principale produttrice di armi del Paese, ndtr.] per affittare degli aerei senza pilota.

Israele è stato oggetto di critiche per aver venduto armi a governi che hanno pessimi precedenti in tema di diritti umani, tra cui ultimamente la Birmania, che avrebbe acquistato apparecchiature militari israeliane nell’ambito della sua operazione contro la minoranza rohingya. L’attacco del governo birmano contro le comunità rohingya è stato ampiamente descritto come una pulizia etnica.

A dicembre anche la società israeliana “Global Group” ha venduto per parecchi milioni di dollari droni di sorveglianza al governo del Sud Sudan, sotto assedio e a corto di denaro.

Dopo lo scoppio della guerra civile nel Paese nel 2013 le forze governative del Sud Sudan sono state accusate dall’ONU di gravi violazioni dei diritti umani.

L’utilizzo di droni da parte dell’esercito israeliano per sganciare gas a Gaza e in Cisgiordania lascia intendere che i modelli venduti al Sud Sudan potrebbero anche essere adattati per lanciare gas lacrimogeni o altri ordigni.

«I droni commerciali di maggiore dimensione (…) sono ideati per trasportare un’intera gamma di carichi (grandi telecamere per gli eventi sportivi, dispositivi per irrorare le coltivazioni). Sono quindi concepiti per essere guidati a distanza a seconda delle funzioni dei diversi carichi. Sarebbe molto facile da impostare», ha detto James Bevan, di ‘Conflict Armament Research’.

Hanno contribuito a questo reportage Kaamil Ahmed, Tessa Fox e Hind Khoudary. 

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

 




I settant’anni di Israele: perché ora la democrazia è in declino

Eyal Chowers

mercoledì 18 aprile 2018, Middle East Eye

L’uso del potere in Israele è ora separato dalla responsabilità. I semi sono stati piantati nel 1948?

In un discorso alla “Globes”, Israel Business Conference [“Conferenza sull’economia di Israele”, il più importante incontro annuale sull’economia del Paese, ndt.] a gennaio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha esposto la sua visione del mondo riguardo alle fonti di potere in Israele.

Innanzitutto, ha detto, gli israeliani hanno imparato a difendersi, sviluppando competenze militari che sono sempre più basate su nuove tecnologie innovative e sull’esperienza in anni di lotta contro il terrorismo.

In secondo luogo, ha sostenuto, Israele ha una florida economia in crescita, con tasse ridotte, un fiorente settore privato e sta avviando un’intensa liberalizzazione. Netanyhau ha citato con orgoglio specifiche imprese come quelle per la sicurezza informatica, per la produzione di parti computerizzate di automobili, per i programmi di salute digitale e per le tecnologie idriche.

Ha previsto che in termini di PIL pro capite Israele presto supererà il Giappone. (Il PIL pro capite di Israele è di 38.000 dollari, la disoccupazione è scesa a circa il 4% e le disuguaglianze economiche, benché ancora significative, si stanno riducendo).

Ha detto che, sulla base dei suoi successi economici e in termini di sicurezza, la terza risorsa di potere di Israele è rappresentata dalla sua reputazione e dai suoi rapporti nella comunità internazionale, che derivano principalmente dall’interesse per la sua economia basata sulla conoscenza e dalle competenze e tecnologie militari innovative.

Infine Netanyahu ha fatto riferimento alla creatività culturale di Israele: l’affascinante dialogo che ha luogo tra un antico passato e un presente che accoglie la contemporaneità. È un dialogo che in effetti contribuisce a un contesto di sviluppo della letteratura, dell’industria cinematografica e televisiva, della musica, della danza, dell’insegnamento e di molti altri settori. E Netanyahu ha ragione: a settant’anni Israele è più forte che mai.

Tuttavia Netanyahu non ha citato la democrazia come una delle quattro risorse di potere di Israele. Probabilmente non si tratta di una dimenticanza: Netanyahu non è Pericle, il padre della democrazia. Gli piace gloriarsi del fatto che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, ma quando si guarda a tutta la sua carriera, sembra che per lui la democrazia sia più un mezzo per incrementare il potere della Nazione che un nobile ideale valido in assoluto.

Netanyahu è stato la figura chiave nella politica israeliana fin dal 1996, ma in quel periodo non ha mai pronunciato un discorso rilevante sul valore del libero autogoverno, dei diritti individuali, del pluralismo e della tolleranza. Mentre Israele ha effettivamente prosperato in molti aspetti durante gli ultimi decenni – soprattutto grazie al suo popolo dotato e dinamico – la sua democrazia è seriamente in pericolo.

Ma forse i semi della sua attuale tormentata vita politica sono stati presenti fin dall’inizio.

Scrivere il futuro di Israele

Al giurista Zvi Berenzon, un giuslavorista che in seguito diventò giudice della Corte Suprema, venne chiesto di scrivere una delle prime bozze della Dichiarazione di Indipendenza di Israele. All’inizio del maggio del 1948 [quando venne fondato lo Stato di Israele, ndt.] le giornate erano caotiche e la guerra imminente. Era difficile capire il peso che le parole avrebbero avuto poche generazioni dopo.

Eppure Berenzon, con un insieme di preveggenza e ingenuità, suggerì che la dichiarazione includesse quanto segue:

“Noi, il congresso del popolo…con il presente atto annunciamo la fondazione dello Stato ebraico, libero, indipendente e democratico in Eretz Israel (la Palestina), all’interno dei confini definiti dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.”

Benché alcune delle proposte di Berenzon siano state inserite nella bozza finale della dichiarazione, i suoi suggerimenti di introdurre la parola chiave “democratico” e di specificare i confini del futuro Stato vennero respinti dai suoi superiori e dai dirigenti politici, in particolare da Moshe Sharet e da Ben Gurion.

Mentre questa settimana lo Stato di Israele celebra i settant’anni di indipendenza, pare che il principale conflitto con se stesso sia sintetizzato dalla frase eliminata e da tempo dimenticata di Berenzon.

Dal 1948, e soprattutto dopo la guerra del 1967, la domanda è diventata: può Israele occupare tutto il territorio tra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano, sottomettere i palestinesi al governo militare e rimanere ancora democratico in modo significativo?

Dato che né la natura del governo né i confini internazionali furono chiaramente definiti dalla dichiarazione, emerse una pericolosa elasticità per mezzo della quale le istituzioni politiche, le leggi costituzionali e le norme democratiche poterono essere gradualmente adeguate per soddisfare l’interesse dell’espansione territoriale.

La direzione è chiara: ci sono circa 400.000 coloni ebrei in Cisgiordania (senza contare Gerusalemme). Politicamente ed ideologicamente, il loro potere sembra decuplicato. Ci si chiede se il grande slancio sionista verso l’antico passato ebraico e la scoperta di un lontano immaginario religioso non abbiano aperto il vaso di Pandora: dopotutto nella Bibbia Dio promette al suo popolo una terra santa, ma non cita, ahimé, la democrazia.

L’ironia sta nel fatto che ai giorni nostri l’ascesa del nazionalismo illiberale è diventata così pronunciata che la versione finale della dichiarazione – per quanto possa essere insoddisfacente – è diventata il principale punto di appoggio per quanti si impegnano a favore di una democrazia che rispetti l’universalità e l’uguaglianza dei diritti individuali e il ruolo di una minoranza nel plasmare le caratteristiche dello Stato.

La cultura politica israeliana non è basata sul linguaggio. Difficilmente ogni discorso, testo e proclama si radica nella memoria collettiva; piuttosto, il mondo israeliano è plasmato per lo più attraverso l’azione e la costruzione, non attraverso le parole, che sono spesso poco affidabili.

Ma forse la dichiarazione è un’eccezione a questa regola – o almeno ci sono quelli che, in mancanza di qualunque altro baluardo, la vedono come la migliore possibilità di difendere la propria visione relativamente liberale.

Dopo che Aharon Barak, l’ex-presidente della Corte Suprema – e forse la persona più rispettata tra i sionisti liberali – ha sostenuto che la dichiarazione rappresenta i fondamentali valori e fini dello Stato ebraico, in Israele si è sviluppato un dibattito molto acceso. La dichiarazione include un impegno a sostenere la libertà, la giustizia e la pace, così come diritti individuali, politici e sociali eguali per tutti. Esorta anche i cittadini palestinesi di Israele a partecipare alla costruzione dello Stato.

Barak ha affermato che, secondo le leggi e la tradizione giuridica israeliane, la dichiarazione, benché non considerata in sé un documento costituzionale, definisce il criterio più elevato in base al quale ogni legge deve essere valutata. Ciò include le “leggi fondamentali”, che sostituiscono una costituzione nazionale.

Tutti concordano,” ha detto Barak in un’intervista a Yediot Ahronot [il giornale israeliano più venduto, di tendenza centrista, ndt.] a febbraio, “che essa (la dichiarazione) definisce i criteri di base con cui dovrebbero essere interpretate le leggi e le leggi fondamentali.” Ha aggiunto che le leggi, comprese quelle fondamentali, devono essere studiate preventivamente in modo che siano coerenti con la dichiarazione.

La Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] è libera di determinare in una nuova legge fondamentale tutto quello che vuole o ci sono limitazioni costituzionali nel suo ragionare e nelle sue deliberazioni?” ha chiesto retoricamente Barak.

Sono in questione specificamente la proposta di una nuova legge sullo “Stato-Nazione ebraico” e la domanda se supererà la revisione giuridica della Corte Suprema.

Come la dichiarazione, che in parte potrebbe sostituire da un punto di vista costituzionale, la legge non menziona la democrazia come costitutiva dello Stato e dichiara il monopolio della nazione ebraica sulla sua natura e identità. Peggio ancora, non promette neppure pari diritti individuali a tutti i cittadini e consente di segregare comunità in base alla religione e/o alla nazionalità.

La Corte e la dichiarazione sotto attacco

Negli ultimi anni i cittadini palestinesi di Israele sono più sparsi sul territorio, e in alcune città vivono fianco a fianco con gli ebrei. Più cittadini palestinesi del Paese sono stati coinvolti nella vita generale di Israele, soprattutto nelle università e nei luoghi di lavoro.

Di fatto gli ultimi due governi di Netanyahu hanno aumentato i finanziamenti per il settore arabo, per esempio alle scuole. Eppure, come il governo incoraggia i cittadini palestinesi ad integrarsi completamente – soprattutto come produttori, lavoratori e consumatori in un’economia neoliberista in espansione – così cerca, allo stesso tempo, di indebolire i loro diritti di cittadinanza dal punto di vista politico e giuridico, per “metterli al loro posto” e ricordargli chi “possiede” lo Stato e le sue risorse.

Con la nuova legge i cittadini palestinesi e altre minoranze potrebbero avere minor accesso alla terra e alla casa, o a finanziamenti per promuovere la loro cultura.

Barak avverte che la legge sullo Stato-Nazione ebraico (se accolta) potrebbe avere profonde conseguenze per la situazione dei palestinesi cittadini di Israele e altrove, e limiterà in generale le sentenze “liberali” della Corte Suprema – un’istituzione spesso dipinta dai partiti di Destra come pericolosamente “antipatriottica”.

Molti anni fa mi è capitato di sedere vicino a Barak durante una cena: a un certo punto, durante la nostra conversazione, ha aperto il suo portafoglio, ha preso una copia della dichiarazione, l’ha aperta con cautela e mi ha spiegato il senso dei diritti promessi dal documento.

Sono rimasto colpito dalla sua sincerità. Era evidente che per lui, un sopravvissuto all’Olocausto che ricorda cosa significhi far parte di una minoranza indifesa, le parole della dichiarazione erano molto attuali e una promessa che Israele dovrebbe concretizzare.

Tuttavia oggi un genere molto diverso di persone governa il sistema giuridico israeliano. La ministra della Giustizia, Ayelet Shaked, per esempio, ha risposto a Barak dicendo che le sue affermazioni relative alla preminenza della dichiarazione sulla legge fondamentale proposta e il ruolo della Corte Suprema di garantire questa preminenza attraverso il controllo giurisdizionale, “demoliscono la democrazia, in quanto è la Knesset che deve definire cosa ha valore costituzionale e cosa non ce l’ha.”

Quindi per Shaked e per i partiti di destra la dichiarazione è diventata un documento “di sinistra”, nonostante la sua notevole enfasi sul legame tra la Nazione e la sua antica terra senza frontiere. Dato che la Corte Suprema fa (con molta cautela) uso della dichiarazione per criticare decisioni discutibili del governo e abolisce alcune delle leggi della Knesset (solo 18 dal 1995), un deputato del partito “Casa Ebraica” ha suggerito che la Corte dovrebbe essere demolita con un bulldozer D-9.

Shaked è di “Casa Ebraica”, un partito di destra dominato dai coloni, benché lei sia laica e viva a Tel Aviv. Ora, all’inizio dei 40 anni, Shaked è un’importante voce della nuova destra israeliana: assolutamente nazionalista, astuta nel far appello al centro laico israeliano e particolarmente desiderosa di utilizzare tutti i mezzi e le risorse del governo per promuovere la sua ideologia.

È un importante esponente di quanti a destra hanno come passatempo preferito attaccare la Corte Suprema perché difende il diritto di proprietà dei palestinesi in Cisgiordania, perché interviene in questioni relative alla sicurezza e ogni tanto critica le forze di sicurezza, e perché protegge, in qualche misura, i richiedenti asilo. Recentemente ha evidenziato che, per la Corte, “il sionismo è diventato lettera morta.”

Shaked cerca di rimodellare la Corte Suprema e i tribunali inferiori con nuove nomine di giudici che non sono “attivisti” e creativi nel loro approccio giuridico, più in consonanza con la legge ebraica e, soprattutto, meno liberali nella loro ideologia. Finora ha avuto una serie di successi.

Il leader del suo partito è Naftali Bennett, il ministro dell’Educazione, che sta introducendo contenuti religiosi ebraici nel curriculum delle scuole e che vorrebbe anche imporre ai professori dell’università un codice etico che garantisca che non possano portare nelle classi la loro “politica” potenzialmente critica. Shaked e Bennett insieme influenzano l’identità del futuro Israele più di qualunque altro ministro.

L’avvilimento degli altri

Fin dal suo inizio il sionismo ha sempre avuto un’ardente relazione con la “volontà” umana, un fondamentale concetto presente nei primi testi del sionismo fin dai tempi di Theodor Herzl, il fondatore del moderno sionismo politico. Era necessaria una grande quantità di tale volontà collettiva per creare un nuovo mondo per gli ebrei in Palestina, ma esso ha anche dovuto essere limitato e circoscritto per fondare istituzioni politiche stabili e democratiche in un dato territorio.

Tuttavia oggi per la maggior parte della destra la democrazia è diventata sinonimo di imporre la volontà della maggioranza, slegata da documenti fondativi, norme che rispettino gli individui in quanto tali e i diritti collettivi delle minoranze o persino dei tribunali. Chiedono l’abolizione del controllo giurisdizionale che Barak e altri giudici hanno introdotto nel 1995, o almeno una sua limitazione.

Proprio questa settimana per la prima volta Netanyahu si è unito a loro. Nei loro discorsi la Knesset è l’unica titolare della sovranità e solo essa rappresenterebbe la reale volontà del popolo. La volontà della maggioranza può quindi non essere controllata, dato che Israele ha una sola camera dei rappresentanti e un presidente senza potere di veto sulle leggi.

In qualunque circostanza questa sarebbe una visione pericolosa, ma lo è particolarmente quando si unisce ad un nazionalismo centrato sulla terra in cui i non-ebrei non giocano alcun ruolo, e in cui le istituzioni dello Stato sono sempre più orientate verso la legittimazione del completamento dell’espansione territoriale di Israele.

Di sicuro ci sono quelli per i quali c’è poca differenza tra individui come Aharon Barak e Ayelet Shaked e le diverse visioni di Israele che ognuno di loro rappresenta. Questi critici vedono Israele come uno Stato occupante, coloniale, nazionalista, militarista, persino illegittimo, alla radice; dopotutto, dicono correttamente, la Corte Suprema ha fatto ben poco per bloccare l’occupazione e l’oppressione di Israele sui palestinesi (anche se è intervenuta su questioni e casi singoli).

Ma per quanti vedono lo Stato ebraico come non meno legittimo di qualunque altro, e che ricordano le molte correnti nel, e la complessità del, movimento ebraico di rinascita nazionale e i suoi risultati senza precedenti (nonostante i suoi gravi difetti), la distanza tra i due Israele fa un’enorme differenza.

Sono tempi duri per la democrazia in tutto il mondo. Viktor Orban in Ungheria, Nicolas Maduro in Venezuela, Vladimir Putin in Russia e Recep Tayyip Erdogan in Turchia sono tra i leader e i Paesi che testimoniano che l’autoritarismo è in ascesa.

Nel contesto più vicino ad Israele, le Primavere Arabe sono fallite, come i processi di democratizzazione nell’Autorità Nazionale Palestinese. Molti libri sono stati dedicati a questo argomento, soprattutto dopo l’ascesa di Donald Trump (vedi per esempio “How Democracies Die” [“Come muoiono le democrazie”, ndt.] di Daniel Ziblatt e Steven Levitsky, come anche “Fascism: A Warning” [“Fascismo: un avvertimento”, ndt.] di Madeleine Albright). 

È inquietante, di fatto deprimente, vedere come in molti diversi contesti, la democrazia possa essere allontanata utilizzando le stesse tecniche poco originali eppure efficaci. Queste includono:

  • identificare nemici della Nazione reali o immaginari – interni o esterni

  • coltivare la paura e un senso di allarme

  • introdurre politiche polarizzanti e dipingere l’opposizione come illegittima

  • personalizzare i partiti e idolatrare un leader “forte”

  • creare un legame diretto tra il leader e le masse attraverso messaggi populisti

  • criticare le élite culturali e intellettuali come non patriottiche esaltando quella militare

  • manipolare e falsificare la legge a piacere

  • cercare di ottenere il controllo diretto o indiretto sui tribunali e sui media

  • tollerare intimidazioni o persino violenze contro cittadini “sleali” e organizzazioni dei diritti umani

Tutto ciò con l’obiettivo di aumentare e centralizzare il potere.

Come in Israele la democrazia è in declino

Israele non è uno Stato autoritario: per certi aspetti, data la sua scena politica caotica, è molto lontano dall’esserlo. Lo Stato di diritto esiste ancora. L’ex-primo ministro Ehud Olmert è appena uscito di prigione, come l’ex-presidente Moshe Katzav, e in febbraio la polizia ha raccomandato che Netanyahu venga sottoposto a processo per varie accuse di corruzione.

Partiti di tutto lo spettro ideologico competono in libere elezioni e il diritto di parola è – per lo più – rispettato. Il procuratore generale e altri garanti della democrazia non sono stati destituiti né si sentono minacciati, e l’apparato amministrativo non viene epurato per ragioni politiche. La democrazia non è in pericolo immediato.

Eppure, purtroppo, negli ultimi anni Israele “ha fatto progressi” in ognuno dei parametri delle democrazie in declino elencati in precedenza. Il capo della polizia Roni Alsheikh, lui stesso un colono, è stato ferocemente attaccato per aver consentito che l’inchiesta su Netanyahu andasse avanti. Al contempo gli scagnozzi del primo ministro stanno pescando nei codici di altri Paesi occidentali alla ricerca di sistemi “legittimi” per proteggere il primo ministro in carica.

Ascoltate un talk show radiofonico locale israeliano e potreste rimanere scioccati dal fanatismo come normale conversazione quotidiana. Se siete un artista, o una personalità dei media, è meglio che non diciate cose considerate antipatriottiche perché potreste perdere la vostra fonte di reddito. Spesso membri palestinesi della Knesset vengono aggrediti. La violenza dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania non è, per lo più, neppure raccontata. Potrei continuare all’infinito.

Le cose sono diventate così gravi che oggi è soprattutto Benny Begin, figlio di Menachem Begin [ex-capo del gruppo terrorista sionista “Irgun”, primo ministro di Destra e premio Nobel, ndt.] e membro della vecchia scuola del Likud, noto per la sua totale sfiducia nell’Autorità Nazionale Palestinese e negli accordi di pace di Oslo, che coerentemente e coraggiosamente lotta per conservare nel suo partito almeno qualche impegno per la cittadinanza universale e uguale, per i diritti di proprietà dei palestinesi in Cisgiordania, per la trasparenza delle inchieste della polizia e delle raccomandazioni giudiziarie – e per un generale senso di correttezza e umanità.

In ogni Paese in cui la democrazia è in declino ciò avviene per diverse ragioni: la difficoltà di affrontare un grande numero di migranti e rifugiati, la grave crisi economica e la disoccupazione, la sfiducia nelle istituzioni politiche, una situazione di emergenza e un crollo della sicurezza.

Tuttavia, come rilevato sopra, nessuno di questi fattori conta nel caso di Israele. Di fatto gli israeliani riferiscono costantemente di essere molto soddisfatti della propria vita privata. Israele è collocato all’11^ posto nel “Rapporto sulla Felicità nel Mondo” del 2017.

No, se la democrazia liberale è in declino in Israele è a causa di altre ragioni. L’occupazione della Cisgiordania – che sia attuata per ragioni religiose, di sicurezza o economiche – richiede l’indebolimento delle istituzioni israeliane e delle forze politiche che possono metterla in questione, che si tratti dei tribunali o di intellettuali delle università. Pone una nazione contro l’altra in un continuo conflitto, e quindi richiede di mettere a tacere ogni voce che sfidi il primato della nazione o dubiti dell’esercito israeliano e delle forze di sicurezza, persino quando il loro comportamento diventa molto discutibile, come attualmente sul confine con Gaza.

Cosa più preoccupante, l’occupazione porta troppi israeliani a svalutare gli altri come esseri umani inferiori per giustificare la loro sottomissione e l’usurpazione della loro terra. Dipinge come traditori quei cittadini che rifiutano questa degradazione come inumana e non-ebraica.

Infatti all’inizio di questo mese il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha detto che il partito progressista “Meretz”, il cui principale appoggio viene da elettori ebrei, “rappresenta gli interessi palestinesi nella Knesset israeliana.”

Di fatto l’occupazione israeliana della Cisgiordania – che a 51 anni è la più lunga della storia contemporanea – sta modellando la concezione che gli israeliani hanno del governo. Poiché le due popolazioni, di coloni israeliani e di palestinesi, vivono sempre più fianco a fianco in Cisgiordania nell’area C [in base agli accordi di Oslo, sotto totale controllo israeliano, ndt.], i due modelli di leggi e di sovranità esercitata sullo stesso territorio si influenzano sempre più a vicenda.

Le leggi penali israeliane, per esempio, sono gradualmente applicate nei tribunali militari, dato che la maggior parte dei giudici sono avvocati israeliani, civili che stanno facendo il servizio militare. In certa misura essi hanno esteso i diritti dei palestinesi nei tribunali.

Ma l’effetto di gran lunga maggiore dell’occupazione è stato in senso inverso: la penetrazione della logica militare di sovranità nella concezione del governo e del potere nello Stato israeliano. Sotto il potere militare non ci sono tre poteri di governo separati e indipendenti.

Al contrario, i tribunali sono sotto il controllo del comandante militare di zona, e questo comandante è anche il supremo legislatore e arbitro. Con questo modello molto efficace in mente, ben noto alla maggioranza degli israeliani attraverso il servizio militare, gli ultimi sviluppi hanno più senso.

Come il destino del Likud è legato ad un uomo

Ho già sottolineato in precedenza il tentativo di ridurre il potere della Corte Suprema e di indebolire l’idea di una democrazia costituzionale. Tuttavia la Knesset israeliana non se la passa molto meglio. A differenza dell’asserzione di Shaked secondo cui è sovrano, questo parlamento sta soccombendo al potere dell’esecutivo, perdendo la sua capacità di verificare e controllare quest’ultimo, così come di produrre leggi che siano in qualche modo indipendenti dal governo e non segnate da esigenze politiche pressanti.

In Israele le elezioni sono per i partiti, non per singoli candidati, e il governo è formato attraverso un’alleanza tra partiti. Dato che molti dei parlamentari sono o ministri o sottosegretari, la sovrapposizione tra potere esecutivo e legislativo è sempre stata un problema del sistema israeliano.

Ma negli ultimi anni è avvenuto uno sviluppo particolarmente inquietante: gli stessi partiti sono diventati meno democratici. Attualmente cinque partiti della Knesset (religiosi e laici, di destra e di centro) non svolgono elezioni interne. In tre di essi (compreso “Yesh Atid” [partito di centro, ndt.] di Yair Lapid, che è il principale candidato a sostituire il Likud come partito principale), è praticamente il capo del partito che designa da solo i candidati per la Knesset, e la loro carriera dipende totalmente da lui. In totale, 40 parlamentari sono stati eletti in questo modo – un terzo della Knesset.

Poiché questi specifici partiti fanno di solito parte di qualunque coalizione di governo, la loro influenza è particolarmente pronunciata.

Piuttosto che di parlamentari indipendenti, ognuno dei quali si forma la propria opinione sull’argomento in questione, rappresenti diversi interessi e visioni, eserciti il proprio pari diritto e responsabilità ad esprimere le proprie opinioni e agisca in base ad esse nello stesso parlamento che si suppone incarni questi valori, il numero reale di persone che prendono le decisioni è molto ridotto (anche in materia di leggi), garantendo che prevalga uno spirito servile. Partiti che al proprio interno eludono i principi democratici non possono difendere realmente questi principi nella vita pubblica in generale.

È in questo contesto politico che l’attuale capo dell’esecutivo, il primo ministro Benjamin Netanyahu, ha consolidato il proprio potere personale: è diventato l’incontestato leader del maggior partito nella coalizione di governo, il Likud.

Benché il partito sia democratico, vede il proprio destino inesorabilmente legato a quello del suo leader, a tal punto che, mentre si accumulano le prove che Netanyahu ha ricevuto regali in champagne e sigari pari a circa 330.000 dollari da “amici” e che potrebbe aver tentato di influenzare i media attraverso varie forme di corruzione indiretta, il suo sostegno popolare è aumentato.

Invece di dare le dimissioni, Netanyahu insiste di essere vittima di una caccia alle streghe, minando progressivamente gli standard etici dei suoi stessi sostenitori e la loro fiducia nelle istituzioni pubbliche. E una tale cecità etica, coltivata attraverso molti anni di occupazione, diventa funzionale per molti israeliani quando si tratta di avere a che fare con comportamenti eticamente scorretti dei loro dirigenti nella politica interna.

Qualcosa è già cambiato negli ultimi due anni, e Netanyahu è stato adulato in forme inimmaginabili nel passato. Recentemente, per esempio, in una riunione di governo convocata dopo che il primo ministro è tornato da una fortunata visita in India, la ministra della Cultura e dello Sport Miri Regev ha detto davanti alle telecamere:

Tu sei un grande leader, anche se qualcuno in questo Paese non ama dirlo o diffonderlo. Ma bisogna dire la verità…Ci hai reso un grande servizio, con molto orgoglio e dignità…sei stato trattato come il re dell’India. È commovente fino alle lacrime, molte grazie a te per quello che stai facendo per lo Stato di Israele.” (traduzione di Haaretz).

In Israele non ci sono limiti. Netanyahu è stato primo ministro per 12 degli ultimi 20 anni, anche se non consecutivi. Quando ha iniziato la sua carriera politica, Netanyahu aveva acerrimi rivali nel partito, che non solo lo hanno affrontato nelle elezioni interne, ma che hanno esercitato un’influenza politica con cui ha dovuto fare i conti.

Ma ormai da parecchi anni Netanyahu non ha dovuto affrontare sfidanti di rilievo all’interno del partito. Per qualche ragione i membri del partito Likud, condividendo una sorta di amnesia collettiva, sono arrivati a credere che “è nel loro DNA” essere leali al leader del proprio partito praticamente in qualunque circostanza.

Singoli che tentino di sfidare la posizione di comando di Netanyahu sanno che starebbero rischiando tutta la propria carriera politica. Netanyahu, da parte sua, fa tutto il possibile per indebolire i suoi potenziali rivali nel partito, rifiutando, per esempio, di nominare un ministro degli Esteri [attualmente Netanyahu ricopre anche la carica di ministro degli Esteri, ndt.], di cui c’è estremo bisogno, a quanto pare per il timore del potere e del prestigio che un simile ministro potrebbe guadagnare all’interno del partito.

Il partito di governo Likud non si è preoccupato di rendere pubblico un programma elettorale durante le ultime elezioni del 2015. Il suo leader, il primo ministro, ha concesso solo un discorso in tutta la campagna elettorale: al Congresso USA sul programma nucleare iraniano.

L’esercizio del potere si è quindi separato dalle parole e dalla responsabilità. Allora non è solo la Knesset che ora desidera non essere controllata, e Netanyahu ha già fatto ciò a un livello significativo: nessuna parola lo vincola, neppure la sua. E questo, forse, è il segno più inquietante per la democrazia israeliana.

– Eyal Chowers insegna teoria politica all’università di Tel Aviv. Il suo libro “The Political Philosophy of Zionism: Trading Jewish Words for a Hebraic Land” [La filosofia politica del sionismo: scambiare parole ebraiche per una terra ebraica”] è stato pubblicato da Cambridge UP nel 2012.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La verità dietro la corsa del Centro America per seguire lo spostamento dell’ambasciata USA

Maren Mantovani

giovedì 17 maggio 2018, Middle East Eye

Negli anni ’80 Israele fornì aiuto militare a brutali dittature latinoamericane. Il Guatemala è stato il primo a seguire lo spostamento dell’ambasciata USA. Honduras e Paraguay potrebbero presto essere i prossimi Paesi.

Mentre a Gaza – e in tutto il mondo – la gente stava ancora piangendo i 62 palestinesi uccisi, gli oltre 2.700 mutilati e feriti in un solo giorno in seguito a un altro massacro israeliano contro civili disarmati, il 16 maggio una seconda ambasciata stava tenendo la cerimonia di apertura a Gerusalemme.

Il Guatemala ha seguito le orme degli USA.

Israele ha dovuto promettere di pagare le spese dello spostamento. Il ministero degli Esteri israeliano ha coperto parte dei costi del trasferimento dell’ambasciata guatemalteca da Rishon LeZion [cittadina dell’area metropolitana di Tel Aviv, ndt.] a Gerusalemme, contribuendo con un totale di 300.000 dollari.

Jimmy Morales, il presidente di destra del Paese, a cui lo scorso mese gruppi delle società civile hanno chiesto di dimettersi in seguito ad accuse di corruzione, ha dovuto chiedere ai tribunali il permesso per suo fratello e suo figlio, entrambi sotto processo per corruzione, perché lo accompagnassero a Gerusalemme. Tuttavia i media guatemaltechi hanno già scoperto nella contabilità del loro governo voci di spesa sospette per la cerimonia di apertura dell’ambasciata.

Comunque sempre meno della grottesca esibizione offerta dalla cerimonia di apertura degli USA. Mentre Israele falciava manifestanti, armati solo della loro determinazione a tornare alle loro case piuttosto che soccombere in silenzio al brutale assedio di Gaza, Donald Trump ha annunciato in video che “stiamo veramente facendo grandi passi avanti” per un accordo tra Israele e i palestinesi.

Una realtà tragica e inumana

Se il riconoscimento da parte della Casa Bianca di Gerusalemme – che in base alle leggi internazionali non fa parte di Israele – come capitale di Israele e il conseguente spostamento dell’ambasciata USA non fosse parte di una realtà tragica e inumana imposta al popolo palestinese, lo si potrebbe definire surreale.

Settant’anni dopo l’inizio della Nakba – la pulizia etnica di massa del popolo palestinese – le politiche israeliane di espulsione, furto di terre e risorse, repressione e segregazione continuano giorno dopo giorno. La Grande Marcia del Ritorno, che rivendica il diritto, riconosciuto dall’ONU, al ritorno per i profughi che rappresentano più di metà del popolo palestinese, si è trasformata in un massacro.

Lo spostamento dell’ambasciata USA non è solo un attacco frontale ai diritti dei palestinesi a Gerusalemme, ma ha anche fornito una copertura diplomatica a Israele per un ulteriore massacro contro Gaza. Manda il messaggio che il regime israeliano può continuare con tutte le violazioni delle leggi internazionali e dei diritti umani fondamentali.

Ciò comprende l’attacco concreto non solo al loro diritto al ritorno, ma alle vite ed esistenze stesse dei rifugiati palestinesi a Gaza. Ciò può indurre all’impressione che Israele abbia raggiunto il massimo del suo potere, con un’impunità garantita.

Un’analisi più approfondita del potere globale che si gioca oggi sulla Palestina non cambia la conclusione secondo cui siamo arrivati ad un momento estremamente pericoloso e drammatico della storia – ma ciò fornisce qualche barlume di speranza.

A dicembre gli USA ed Israele erano profondamente isolati nel voto dell’assemblea generale dell’ONU sul riconoscimento USA di Gerusalemme come capitale di Israele. Solo altri cinque Paesi hanno votato con l’asse USA-Israele.

Stupidità politica

La legittimazione del riconoscimento USA di Gerusalemme – una città su cui in base alle leggi internazionali Israele non ha la sovranità – come capitale di Israele è un precedente che minaccia le fondamenta stesse delle relazioni internazionali. Se gli USA possono arbitrariamente decidere in materia di sovranità internazionale, verranno minacciati gli interessi di moltissimi Paesi.

Fondamentali controlli contro i capricci e la volontà del potere USA saranno eliminati. Accettarlo significherebbe la totale dipendenza dagli USA o la totale stupidità politica. Ciononostante, al momento, Israele ha previsto che oltre dieci Paesi potrebbero spostare le loro ambasciate. Oggi è in corso solo il trasloco di quella del Guatemala.

Israele spera che l’Honduras sia il prossimo a spostare la sua ambasciata.

Cosa c’è sotto il rapporto di Israele con questi Stati centroamericani, che li vede unirsi a un’iniziativa pericolosa, rifiutata dalla grande maggioranza della comunità internazionale?

I rapporti di Israele con Honduras e Guatemala divennero particolarmente stretti durante i giorni oscuri delle dittature centroamericane, quando Israele fornì generoso supporto militare ai generali guatemaltechi nel periodo del genocidio dei maya nei primi anni ’80. Addestrò le forze speciali honduregne accusate di torture e utilizzò il Paese come base per l’appoggio ai Contras [guerriglia finanziata dagli USA contro il governo sandinista, ndt.] in Nicaragua.

Oggi l’Honduras è nel bel mezzo di un ciclo di violente violazioni dei diritti umani da parte del governo di Juan Orlando Hernandez, arrivato al potere con un “colpo di Stato parlamentare”. Questo governo si è talmente macchiato di sangue che la presenza di Hernandez nel “Giorno dell’Indipendenza” di Israele ha dovuto essere annullata dopo le proteste che ha sollevato da parte israeliana.

Una prova del nove

Il presidente paraguayano, che a sua volta ha indicato l’intenzione di spostare l’ambasciata, è allo stesso modo arrivato al potere con un “colpo di Stato parlamentare”. Dato che lascerà il suo posto in agosto, pare dubbio che lo spostamento abbia effettivamente luogo.

Il tentativo della prima ministra rumena di iniziare il processo di spostamento è stato bloccato dal presidente del Paese, che per questa iniziativa ha chiesto le sue dimissioni.

La stessa cerimonia dell’ambasciata USA è stata la prova del nove senza possibilità di astensione – o gli invitati si sarebbero presentati o l’avrebbero boicottata. Persino alleati molto vicini agli USA come Australia, Canada e alcuni Stati dell’Europa occidentale hanno deciso di tenersi alla larga. Allo stesso modo, né l’India né alcuno dei principali Paesi dell’America latina hanno partecipato.

Tuttavia Israele sta facendo importanti progressi in Africa, e circa una dozzina di Paesi hanno preso parte all’iniziativa dell’ambasciata USA a Gerusalemme, tra cui Etiopia, Sud Sudan, Zambia, Kenya, Ruanda, Camerun, Repubblica del Congo, Angola, Costa d’Avorio, Tanzania e Repubblica Democratica del Congo.

Il Togo è stato l’unico Paese africano che ha votato con gli USA durante la votazione all’ONU di dicembre – ma lunedì non era presente.

La maggior parte delle ragioni per cui alcuni Paesi hanno scelto di partecipare ha poco a che fare con la Palestina. Come hanno esplicitamente ammesso commentatori dei Paesi latinoamericani coinvolti, le posizioni su Gerusalemme avevano più che altro a che vedere con la questione di garantirsi il favore degli USA, compresa l’assistenza per conservare il potere contro le loro stesse popolazioni.

Per altri si è trattato della logica prosecuzione di politiche xenofobe, di destra, suprematiste e autoritarie. Il governo dell’Austria è in larga misura emarginato in Europa per le sue politiche razziste e xenofobe, mentre Victor Orban, il primo ministro dell’Ungheria, è un noto xenofobo antisemita. Il presidente della Repubblica Ceca, Milos Zeman, è noto per la sua politica allarmistica sul terrorismo e per i suoi discorsi razzisti.

Anche la delegazione del Myanmar, che grazie all’appoggio militare di Israele dal 2015 ha intrapreso una pulizia etnica su vasta scala contro il popolo Rohingya, portando all’esilio di quasi 700.000 sopravvissuti, era tra gli ospiti.

Il fatto che Robert Jeffress, pastore evangelico USA e consigliere spirituale di Trump, universalmente accusato di sermoni antisemiti e razzisti, si sia rivolto a questa adunata pare semplicemente naturale.

L’alleanza tra Trump e Israele, sullo sfondo del massacro di Gaza, ha in effetti elevato l’appoggio all’apartheid, all’occupazione e al colonialismo di Israele a fulcro della nuova ondata di politici e partiti xenofobi, razzisti e antidemocratici arrivati al potere negli ultimi anni.

Un embargo militare contro Israele

Mentre Israele ha onorato Trump dando il suo nome a una piazza centrale di Gerusalemme, tutti quelli che sono fuori dal campo delle ideologie suprematiste, razziste ed autoritarie dovrebbero rabbrividire all’idea di esservi associati.

Per il bene della Palestina e dell’umanità, è il momento per la grande maggioranza della comunità internazionale, che non aderisce ai valori espressi nella cerimonia dell’ambasciata USA, di scrollarsi di dosso la riluttanza a prendere un’iniziativa concreta.

Resistere alle violazioni israeliane dei diritti umani e delle leggi internazionali oggi è diventata una difesa vitale dei più fondamentali valori di tolleranza, democrazia e rispetto. Siamo ancora in tempo.

Israele ha appena annunciato un’esportazione record nel 2017 di armamenti, che ha testato per decenni sul popolo palestinese. Un embargo militare contro Israele, come chiesto dal comitato nazionale del BDS palestinese e ripreso da organizzazioni dei diritti umani come Amnesty International, sarebbe un passo nella giusta direzione.

La maggior parte di queste esportazioni riguarda politiche contro i migranti ed è legata alle spese per la sicurezza dei confini dell’Unione Europea, mentre l’India da sola sta comprando il 50% delle esportazioni di armi israeliane.

L’aiuto militare USA continua ad aumentare e la cooperazione della polizia USA con Israele alimenta la discriminazione razziale e le violazioni dei diritti umani.

È tempo di ricordare lo slogan reso popolare dalla resistenza antifascista spagnola negli anni ’30 e poi ripreso da innumerevoli movimenti per la giustizia in tutto il mondo: “No pasarán!” Non passeranno.

– Maren Mantovani, coordinatrice dei rapporti internazionali per la “Campagna Palestinese dal Basso contro il Muro dell’Apartheid”.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Le accuse contro il termine “scontri”: disinformare sul massacro di Israele a Gaza

Belen Fernandez

Mercoledì 16 maggio 2018, Middle East Eye

La volontà dei principali media di veicolare la propaganda israeliana come informazione credibile evidenzia magnificamente la natura degenere dell’industria delle “notizie”.

Tutti hanno sentito il detto: “È come sparare ad un pesce in un barile” [che equivale all’italiano “Sfondare una porta aperta”, ndt.].

In questi giorni sembra che il modo di dire sia stato forse appositamente concepito per descrivere gli avvenimenti nella Striscia di Gaza, dove il 14 maggio l’esercito israeliano ha massacrato non meno di 60 palestinesi, tra cui infermieri, persone disabili e una neonata. L’occasione: le proteste palestinesi contro i 70 anni di enorme ingiustizia e di un costante contesto di brutale oppressione e blocco da parte di Israele, coronati dalla recente inaugurazione dell’ambasciata degli USA di Trump a Gerusalemme.

Attacco contro la logica

Ovviamente Israele ha attribuito la colpa agli stessi palestinesi – in quanto nessun buon attacco contro Gaza è completo senza un conseguente attacco contro la logica. Secondo l’account twitter del portavoce dell’esercito israeliano, l’episodio è avvenuto come segue: “Durante il giorno l’organizzazione terroristica Hamas ha guidato massicci e violenti attacchi, che le truppe dell’IDF hanno sventato.”

Non importa che non ci siano tracce di violenza nella foto che accompagna il tweet, che invece sembra rappresentare palestinesi giovani e vecchi in piedi e che camminano nell’incantevole paesaggio carcerario in cui Israele ha ridotto la Striscia di Gaza.

Il giornalista Sharif Abdel Kouddous, che ha informato delle proteste a Gaza per “Democracy Now” [programma statunitense di un’ora trasmesso via radio, tv e internet, ndt.], ha verificato il terribile armamento a disposizione dei palestinesi, comprese pietre, aquiloni e palloncini e qualche bottiglia molotov – nessuno dei quali, ha specificato, poteva raggiungere i soldati israeliani, “che stanno seduti dietro queste protezioni ed eliminano la gente con fucili di precisione.”

Oltre a “proiettili ad alta velocità per cecchini”, Abdel Kouddous ha notato che i medici di Gaza hanno anche rilevato l’uso da parte di Israele di pallottole a frammentazione, ed hanno “visto ferite con buchi delle dimensioni di un pugno nei fori d’uscita.” Nell’ assediata enclave costiera palestinese, che in precedenza ha ricevuto munizioni al fosforo bianco, missili e numerosi altri proiettili israeliani, sono entrati in scena anche nuovi ed entusiasmanti droni che lanciano gas lacrimogeni.

Indipendentemente dai fatti sul terreno, i principali media occidentali hanno sempre avuto la capacità di trasformare lo scenario da pesce nel barile in uno completamente diverso. Pensate a titoli come: “Pesce in barile si scontra con sparatore”, oppure “Pesce muore in un barile mentre uno sparatore reagisce contro un’aggressione.”

Oppure “Pesce attratto dalla superficie dell’acqua e nel centro di un tumulto sulla terra” – un possibile corrispettivo del titolo del New York Times sul mortale attacco aereo israeliano contro quattro ragazzini che giocavano a pallone nel 2014: “Ragazzi attratti sulla spiaggia di Gaza e nel bel mezzo del conflitto mediorientale.”

Propaganda israeliana

L’informazione sul massacro più recente è stata molto simile. Per esempio, la BBC ha prodotto il titolo d’apertura “Decine di morti mentre si profila l’apertura dell’ambasciata USA”, che di fatto trasforma la morte di molte persone in un misterioso fenomeno che casualmente è avvenuto in concomitanza con un avvenimento diplomatico.

La responsabilità è eliminata dall’equazione, e il lettore medio del titolo è in difficoltà nel dedurre il rapporto causale in questione – così come si trova in difficoltà a decifrare, per esempio, “Pesci muoiono in massa in vista di un essere più grande.” Il titolo della BBC è stato più tardi modificato con “Scontri a Gaza: 52 palestinesi uccisi nella giornata più letale dal 2014”, il cui testo sottolinea che “l’esercito israeliano afferma che 40.000 palestinesi hanno partecipato a “violenti disordini” in 13 luoghi lungo la barriera di sicurezza della Striscia di Gaza.”

Va bene, violenti disordini di massa sarebbero stati quanto meno comprensibili alla luce degli ultimi 70 anni di tentativi israeliani di distruggere la Palestina. Ma la volontà dei principali media di trasmettere la propaganda israeliana come un’informazione credibile evidenzia magnificamente la natura degenere dell’industria delle “notizie”, che, invece di dire la verità, dice falsità a favore del potere.

Da parte sua la NPR [National Public Radio, rete radiofonica nazionale USA, ndt.] ha titolato: “55 manifestanti palestinesi uccisi, secondo fonti ufficiali di Gaza, quando gli USA aprono l’ambasciata a Gerusalemme”, mentre i titoli del New York Times sono passati da “Almeno 16 palestinesi morti nelle proteste mentre gli USA si preparano ad aprire l’ambasciata a Gerusalemme”, a “Almeno 28 palestinesi morti nelle proteste mentre gli USA si preparano ad aprire l’ambasciata a Gerusalemme”, fino, finalmente, a “Israele uccide decine di persone sul confine di Gaza mentre gli USA si preparano ad aprire l’ambasciata a Gerusalemme.”

L’ultimo titolo è insolitamente chiaro per una pubblicazione che ci ha regalato “Ragazzi attratti sulla spiaggia di Gaza”, benché l’articolo in sé conservi tutto il tema degli “scontri”. Un altro articolo del Times è ancora in preparazione: “Mentre l’ambasciata USA si sposta, decine di morti a Gaza”, che evoca l’immagine di una missione diplomatica con magici poteri sismici.

Una fonte di ispirazione

Nel contempo il “Washington Times” si presenta con il più chiaramente sociopatico: “Le più mortali proteste palestinesi da anni rovinano la storica apertura dell’ambasciata a Gerusalemme”. Com’era altrettanto prevedibile, Fox News sceglie la seguente introduzione alla sua notizia del massacro: “Almeno tre dei 52 palestinesi che sarebbero stati uccisi…in scontri prima dell’apertura dell’ambasciata USA in Israele a Gerusalemme secondo l’esercito israeliano erano “terroristi armati” colti mentre cercavano di piazzare una bomba nei pressi della barriera sul confine di Gaza.”

Nessuno dei soliti media sospetti si è preoccupato di spiegare come sia possibile che il termine “scontri” possa mai essere utilizzato per una situazione in cui uomini, donne, bambini e anziani palestinesi – tutti intrappolati in un pezzetto di terra senza via d’uscita – sono attaccati da un esercito israeliano che possiede il monopolio della violenza e la tendenza a utilizzare la Striscia di Gaza come il proprio poligono di tiro privato.

Di certo i media servili hanno scelto molto tempo fa da che parte stare. Ma, mentre Israele continua le sue iniziative da pesce in un barile con il pretesto dell’“autodifesa”, una scomoda realtà è diventata sempre più chiara: gli esseri umani sono scomparsi con minor facilità.

E mentre i palestinesi commemorano ora settant’anni di resistenza alla pulizia etnica da parte di Israele, la loro resilienza di fronte alla depravazione totale è una rara fonte di ispirazione in un mondo impazzito.

– Belen Fernandez  è autrice di “The Imperial Messenger: Thomas Friedman at Work” [“Il messaggero dell’impero: Thomas Friedman [giornalista del NYT noto per le sue posizioni filoisraeliane] al lavoro] edito da Verso. È una collaboratrice della rivista “Jacobin” [“Giacobino”, rivista della sinistra radicale USA, ndt.].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




‘Bruciateli, sparategli, uccideteli’: gli israeliani esultano a Gerusalemme mentre i palestinesi vengono uccisi a Gaza

Hind Khoudary, Lubna Masarwa, Chloé Benoist

Lunedì 14 maggio 2018, Middle East Eye

Mentre gli Stati Uniti trasferivano ufficialmente la loro ambasciata a Gerusalemme, le forze israeliane uccidevano decine di manifestanti a Gaza

Lunedì il contrasto tra Gerusalemme e Gaza non poteva essere più stridente, anche se le separano solo 75 chilometri.

Mentre i dirigenti americani ed israeliani inauguravano il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme – una vittoria di Israele rispetto al rifiuto della comunità internazionale della sua pretesa di avere Gerusalemme come propria capitale – le forze armate israeliane sparavano sui manifestanti a Gaza, con un bilancio di morti che è cresciuto inesorabilmente nel corso della giornata.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha salutato con entusiasmo il trasferimento dell’ambasciata come un momento “storico”.

“Amici, che giorno di gloria, ricordatevi questo giorno”, ha detto il leader israeliano lunedì in un discorso trionfante. “Questa è storia. Signor Trump, riconoscendo la storia, voi avete fatto la storia. Tutti noi siamo profondamente commossi e grati. L’ambasciata della Nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America, è stata aperta qui.”

Il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, ha tenuto anch’egli un discorso durante la cerimonia, nel corso della quale ha ribadito il sostegno degli USA ad Israele, mettendo a quanto pare da parte le preoccupazioni riguardo alle azioni dell’esercito israeliano a Gaza che avvenivano in concomitanza con il suo discorso.

“Noi stiamo dalla parte di Israele perché entrambi noi crediamo nei diritti umani, nel fatto che la democrazia vada difesa e siamo convinti che questa sia la cosa giusta da fare”, ha detto Kushner.

Nel frattempo, proprio fuori dalla nuova ambasciata, i manifestanti palestinesi a Gerusalemme venivano brutalmente repressi dalle forze israeliane.

MEE è stato testimone di decine di palestinesi disarmati picchiati ed arrestati dalle forze di sicurezza israeliane fuori dalla ambasciata, suscitando gli applausi dei manifestanti israeliani venuti ad appoggiare l’apertura dell’ambasciata.

“Bruciateli”, “sparategli”, “uccideteli”, scandivano gli israeliani.

Intanto l’ex portavoce dell’esercito israeliano Peter Lerner si è lamentato sui social media, sottintendendo che le morti di palestinesi a Gaza erano un tentativo di rovinare la festa a Israele.

Ma a Gaza i palestinesi hanno manifestato la propria profonda rabbia e incredulità per i festeggiamenti che si tenevano a Gerusalemme mentre a centinaia venivano indiscriminatamente colpiti dalle forze israeliane.

Alle 19,30 ora locale erano stati uccisi dalle forze israeliane 52 palestinesi e feriti 2.410, l’epilogo sanguinoso delle 6 settimane della “Grande Marcia per il Ritorno” a Gaza, che era già costata 49 vite prima di lunedì.

Dal 30 marzo durante le manifestazioni a Gaza sono stati uccisi in totale 101 palestinesi.

Lo scenario a Gaza nella zona vicina alla barriera di separazione tra la piccola enclave palestinese ed Israele è stato di caos e sangue fin dal mattino, con numerosi dimostranti colpiti alla testa, al collo o al petto.

Molti corpi sono rimasti bloccati nei pressi della barriera, poiché il fuoco dell’esercito era troppo intenso perché le ambulanze potessero raggiungerli.

“Moltissimi palestinesi sono morti oggi in nome della protesta pacifica dei palestinesi e noi non rinunceremo a lottare per il sangue che hanno versato”, ha detto a Middle East Eye il cinquantaduenne Wadee Masri. “Sono venuto qui per partecipare alla marcia, per dimostrare che sono una persona che ha diritto a ritornare nella sua terra.

Gli odierni festeggiamenti a Gerusalemme mi rattristano per ciò che gli USA hanno fatto contro i palestinesi”, ha aggiunto. “Non c’è pace senza Gerusalemme. Noi vivremo e moriremo lottando per Gerusalemme.”

Associazioni internazionali hanno descritto la situazione a Gaza come un “bagno di sangue”.

Human Rights Watch ha dichiarato: “La politica delle autorità israeliane di aprire il fuoco contro i manifestanti palestinesi a Gaza, imprigionati da dieci anni e sotto occupazione da mezzo secolo, prescindendo dal fatto che vi sia una minaccia immediata alla vita, ha condotto ad un bagno di sangue che chiunque avrebbe potuto prevedere.”

Jamal Zahalka [deputato del parlamento israeliano del partito arabo israeliano di sinistra Balad, ndt.], un leader politico dei palestinesi cittadini di Israele, ha detto a MEE che Israele e gli USA sono i responsabili della violenza a Gaza.

“È una violazione del diritto internazionale. Trump e gli USA sono responsabili di tutto il sangue che è stato versato a partire dalla decisione degli Stati Uniti”, ha detto Zahalka.

“Quelli che oggi stanno festeggiando (l’inaugurazione dell’ambasciata USA) hanno le mani sporche di sangue.”

Ma nonostante il trauma della giornata più sanguinosa a Gaza dalla guerra del 2014, Samira Mohsen, una manifestante ventisettenne della zona est di Gaza, nonostante il pesante bilancio delle manifestazioni della giornata continua ad avere un atteggiamento di sfida.

“Un giorno festeggeremo a Gerusalemme, pregheremo là, nessuno ce lo impedirà”, ha detto a MEE. “Il mio sogno è di vedere Gerusalemme. Gerusalemme è la capitale della Palestina e Trump e gli USA non possono decidere di consegnare la nostra terra ai sionisti.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)