L’avanzata dei gruppi paramilitari di coloni nella strategia israeliana per la Cisgiordania

Meron Rapoport da Tel Aviv, Israele

4 luglio 2025 – Middle East Eye

In Cisgiordania milizie composte da coloni e sostenute da leader politici israeliani stanno intensificando gli sforzi per espellere i palestinesi e impadronirsi delle terre.

La scorsa settimana, pochi giorni dopo l’uccisione di tre palestinesi da parte delle forze israeliane intervenute per proteggere dei coloni che assaltavano violentemente il villaggio palestinese di Kafr Malik nella Cisgiordania occupata, un’insolita ondata di condanna ha travolto la politica e i media israeliani.

Ma l’indignazione non era rivolta all’uccisione dei palestinesi. È scaturita solo dopo che i coloni si sono rivoltati contro i soldati israeliani.

Venerdì sera dei coloni, comunemente noti in Israele come “Giovani delle Colline”, hanno attaccato i soldati di stanza in un avamposto coloniale vicino a Kafr Malik, a nord-est di Ramallah. Il giorno seguente, lo stesso gruppo ha assaltato una base militare vicina.

Per un esercito da tempo abituato a scortare i coloni durante le incursioni nelle comunità palestinesi, l’aggressione da parte dei loro usuali alleati è stata inaspettata e inquietante.

Il termine “Giovani delle Colline” non potrebbe descrivere in modo più appropriato questa organizzazione. La loro struttura, le tattiche e la crescente sicurezza con cui agiscono indicano che ora agiscono più come una formazione paramilitare che come un insieme informale di giovani coloni radicalizzati.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Israel Katz ed esponenti di tutto lo spettro politico israeliano, tra cui membri sia della coalizione che dellopposizione, hanno immediatamente condannato gli attacchi contro i soldati.

Eppure le attività violente di questi gruppi di coloni contro i palestinesi continuano da anni senza apprezzabili conseguenze politiche o legali.

Violenza autorizzata dallo Stato

L’ascesa delle milizie di coloni non è un fenomeno nuovo.

Durante gli scontri del maggio 2021 tra ebrei e palestinesi, milizie di coloni condussero attacchi coordinati e simultanei contro villaggi palestinesi in tutta la Cisgiordania.

Queste milizie non agiscono in modo spontaneo, ma operano allinterno di una struttura organizzata che comprende diverse centinaia di uomini armati.

Ciò che è cambiato è la palese ufficializzazione delle loro operazioni sotto lattuale governo israeliano.

Da quando Bezalel Smotrich, che è anche ministro delle Finanze israeliano, ha assunto il controllo dell’Amministrazione Civile in Cisgiordania, queste milizie sembrano operare in stretta connessione con un obiettivo strategico più ampio: espandere il controllo israeliano sull’Area C [area dei territori occupati sotto totale controllo israeliano, ndt.], che costituisce circa il 60% della Cisgiordania, ostacolando di fatto la possibilità di istituire un futuro Stato palestinese.

Un elemento centrale di questa strategia è la proliferazione delle cosiddette “fattorie dei pastori”, un modello di insediamento che consente ai coloni di impossessarsi di vaste aree di terreno senza l’approvazione formale del governo e con scarsa, se non nessuna, resistenza militare. Queste fattorie nascono in genere con pochi coloni, a volte anche solo due o tre, ma si espandono rapidamente su vaste aree.

Attraverso questi avamposti piccoli gruppi di coloni, spesso collegati ai Giovani delle Colline, riescono ad affermare il controllo su ampie distese di terreno. I coloni che gestiscono queste fattorie minacciano ed espellono con la forza pastori e abitanti palestinesi, creando di fatto zone di esclusione senza annessione ufficiale.

Per i palestinesi che vivono in Cisgiordania la violenza e l’espropriazione inflitte da queste milizie non sono né nuove né sporadiche.

Ma i recenti attacchi ai soldati israeliani hanno improvvisamente attirato l’attenzione su questi gruppi, esponendo una realtà che i palestinesi subiscono da tempo: frange del movimento dei coloni si stanno evolvendo in forze organizzate e militarizzate che perseguono un programma di estorsioni territoriali con crescente impunità.

Strategia post-Smotrich

Sotto la guida di Smotrich molte di queste fattorie vengono ora legalizzate. Allo stesso tempo sono aumentati gli attacchi (esplicitamente intenzionali e coordinati) contro pastori palestinesi e comunità beduine a est della strada Alon [componente strategica del piano Alon, che dopo la guerra del 1967 prevedeva l’annessione di una striscia di terra lungo il confine orientale della Cisgiordania, inclusa appunto la strada Alon, ndt.] e in particolare nella Valle del Giordano.

Lo scopo di questi attacchi sembra essere chiaro: cacciare i palestinesi dalla zona.

Di recente le milizie di coloni hanno iniziato a spingersi ad ovest della Alon Road, avvicinandosi alle regioni di Nablus e Ramallah. Non è ancora chiaro se le milizie ricevano ordini diretti dallo stesso Smotrich, ma è evidente che i loro obiettivi collimano.

Entrambi lavorano per un obiettivo comune: consolidare il controllo israeliano sull’Area C e liberarla dai suoi abitanti palestinesi.

Un esempio di questa tacita cooperazione è emerso in seguito agli eventi di venerdì scorso.

Smotrich ha dichiarato che sparare agli ebrei costituisce una “linea rossa” che non deve essere oltrepassata, affermando in modo inequivocabile la proibizione di aprire il fuoco contro gli ebrei.

Inizialmente i coloni avevano affermato che un ragazzo [ebreo] di 14 anni era stato colpito dai soldati israeliani, sebbene in seguito sia emerso che il ragazzo era rimasto ferito mentre lanciava pietre contro i soldati in un luogo completamente diverso. Ciononostante Smotrich ha scelto di schierarsi con la versione dei fatti dei Giovani delle Colline.

L’attacco alla base militare del giorno successivo ha costretto il ministro delle Finanze a condannare pubblicamente le azioni dei coloni, ma gli interessi strategici condivisi dalle due parti rimangono intatti.

L’aumento negli ultimi tempi della frequenza degli attacchi contro i palestinesi potrebbe derivare dalla preoccupazione del ministro delle Finanze israeliano che il governo possa cadere o che lui possa non fare parte del prossimo esecutivo. Nella maggior parte dei sondaggi il Partito Sionista Religioso di Smotrich non supera la soglia di sbarramento.

Smotrich è uno dei politici più abili e scaltri d’Israele e possiede una profonda conoscenza storica.

L’aggressiva espansione delle milizie armate di coloni in Cisgiordania non consiste semplicemente in una serie di attacchi isolati; fa parte del più ampio sforzo di Smotrich per stabilire “fatti sul campo” irreversibili in caso di un cambio di governo.

Potrebbe benissimo aver ragione nei suoi calcoli. È altamente improbabile che un futuro governo israeliano intervenga per smantellare fattorie o avamposti di pastori in Cisgiordania, e ancora meno probabile che agisca per restituire ai palestinesi sfollati le terre da cui sono stati espulsi.

Smotrich potrebbe anche avere in mente la linea del piano per il Medio Oriente dell’amministrazione Trump, da lui pubblicamente criticato. Secondo tale piano, gran parte dell’Area C verrebbe annessa a Israele, mentre ci sarebbe uno Stato palestinese spezzettato sotto forma di enclavi separate sparse in tutta la Cisgiordania.

L’evidente obiettivo di Smotrich è garantire che le aree annesse siano il più possibile prive di palestinesi, riducendo il numero di palestinesi che potrebbero rivendicare la cittadinanza o pieni diritti all’interno dello Stato israeliano.

La guerra in corso a Gaza sta anche plasmando il pensiero delle milizie dei coloni, oltre a rafforzare Smotrich e il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. La guerra ha creato un ambiente permissivo che sembra incoraggiare questi attori ad accelerare i loro programmi in Cisgiordania.

La fantasia dei coloni

I coloni hanno a lungo coltivato l’ambizione di svuotare la Cisgiordania della sua popolazione palestinese. Per anni questa aspirazione è stata ampiamente intesa, persino tra gli stessi coloni, come una fantasia irrealizzabile.

Tuttavia, la distruzione quasi totale di Gaza e la crescente percezione che la pulizia etnica della Striscia di Gaza sia diventata, almeno in modo semi-esplicito, uno degli obiettivi di guerra del primo ministro Netanyahu, hanno incoraggiato i gruppi di coloni a credere che un simile scenario possa essere possibile anche in Cisgiordania.

La pulizia etnica in Cisgiordania presenterebbe però sfide logistiche e politiche ben più complesse rispetto a Gaza. A differenza di Gaza, infatti, in Cisgiordania la popolazione palestinese e quella dei coloni è molto più intrecciata sul territorio.

Inoltre, la Giordania (situata appena oltre il confine) reagirebbe quasi certamente con molta meno indulgenza dell’Egitto nel caso di un tentativo israeliano di espellere nel suo territorio con la forza centinaia di migliaia di palestinesi.

Tuttavia alcuni dei metodi attualmente impiegati dall’esercito israeliano a Gaza sembrano gradualmente estendersi anche in Cisgiordania, seppur su scala minore.

Negli ultimi mesi ampi settori dei campi profughi di Tulkarem e Jenin, insieme ad altre aree, sono stati rasi al suolo con i bulldozer e centinaia di case sono state demolite dalle forze israeliane. Le immagini relative a questi siti assomigliano sempre di più a quelle provenienti da Gaza.

Anche se la Cisgiordania non sta ancora vivendo una completa riproduzione della campagna di Gaza, ciò che si sta verificando potrebbe essere visto come la preparazione di un più ampio sforzo da parte di Smotrich e delle milizie dei coloni per “sgomberare” aree chiave dai palestinesi.

Una sfida tra criminali

L’attacco di venerdì scorso all’esercito israeliano da parte delle milizie dei coloni ha segnato una rara trasgressione delle regole non scritte che da tempo governano il rapporto tra coloni ed esercito in Cisgiordania. Questa violazione ha suscitato alcune critiche all’interno di Israele.

Tuttavia è improbabile che tali critiche abbiano un impatto significativo sulle operazioni delle milizie o sulla più ampia direttiva di espansione degli insediamenti ed espulsione dei palestinesi.

Il ministro della Difesa Israel Katz, che ha recentemente revocato l’uso di ordini di detenzione amministrativa contro coloni ebrei (indebolendo così i poteri esecutivi della Divisione Controterrorismo Ebraico dello Shin Bet), ha ora annunciato la formazione di una nuova unità di polizia incaricata di affrontare la violenza dei coloni.

Secondo Katz l’esercito israeliano e lo Shin Bet saranno in qualche modo coinvolti ma l’unità sarà guidata principalmente da agenti di polizia.

In pratica, tuttavia, non c’è dubbio che per la nomina del comandante dell’unità sarà richiesta l’approvazione di Ben Gvir, che sovrintende alla polizia ed è ampiamente considerato un alleato del movimento dei coloni.

In tali termini, la creazione di questa unità non appare un autentico tentativo di arginare la violenza dei coloni quanto piuttosto una manovra politica per gestire la percezione dell’opinione pubblica. Probabilmente mira a deviare le critiche piuttosto che ad affrontare seriamente gli attacchi in corso.

Le aggressioni pubbliche contro i soldati israeliani sono generalmente impopolari in Israele, e persino gli israeliani di centro e centro-destra si oppongono alla violenza dei coloni contro i palestinesi. Questi fattori rappresentano una potenziale minaccia al progetto politico portato avanti da Smotrich e dalle milizie dei coloni.

Tuttavia, nonostante queste tensioni interne, è improbabile che il progetto venga fondamentalmente bocciato.

Smotrich e Ben Gvir, i rappresentanti più in vista del movimento dei coloni alla Knesset, sono ormai profondamente integrati all’interno del governo israeliano, il che rende difficile immaginare uno scenario in cui questo programma venga significativamente messo in discussione dall’interno.

Tuttavia, come spesso accade in movimenti violenti di questa natura, potrebbero esserci elementi più estremisti che percepiscano Smotrich e Ben Gvir come troppo moderati o non sufficientemente impegnati nella causa. Ma questa è in definitiva una competizione tra fazioni alimentata dal crescente radicalismo. È una sfida tra criminali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Perché dobbiamo continuare a parlare di Gaza

Linah Alsaafin

24 giugno 2025 – Middle East Eye

Il massacro quotidiano e la morte per fame dei palestinesi nel territorio assediato continuano ogni giorno, mentre Netanyahu cerca di spostare l’attenzione del mondo su Teheran

Lungi dal placarsi o rallentare, lo sterminio di massa, gli sfollamenti forzati e la carestia deliberatamente provocata contro la popolazione palestinese assediata nella Striscia di Gaza sono proseguiti a pieno ritmo dal momento in cui Israele ha iniziato ad attaccare l’Iran due settimane fa.

Eppure, invece di diventare il tema centrale del dibattito, persino ora che per la prima volta nella nostra vita abbiamo assistito a bombardamenti di città e paesi israeliani, la distruzione intenzionale di Gaza è stata relegata, nel migliore dei casi, ad una semplice cifra nel bollettino quotidiano delle vittime. Nel peggiore è stata completamente ignorata.

Martedì notte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che Iran e Israele avevano concordato un cessate il fuoco in seguito agli attacchi coordinati del primo contro la base aerea statunitense evacuata di Al Udaid, in territorio qatariota. Nello stesso giorno, prima delle dodici, nella Striscia di Gaza sono stati uccisi 71 palestinesi, il giorno prima 50 e nelle 48 ore precedenti altri 200.

Il primo genocidio al mondo trasmesso dalla televisione continua all’insegna di una abietta disumanizzazione e di una consapevolezza universalmente accettata: ci si aspetta che i palestinesi muoiano e che dovrebbero farlo in silenzio, nonostante la barbarie senza pari del massacro israeliano appoggiato dall’Occidente.

Nel fine settimana il giornalista palestinese Amin Hamdan, la moglie e le due figlie piccole sono stati uccisi in un attacco israeliano. L’ufficiale della protezione civile palestinese Mohammad Ghorab, il cui padre, anch’egli membro della protezione civile, è stato ucciso durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018, e suo figlio sono stati colpiti a morte in un attacco israeliano al campo profughi di Nuseirat. Sono stati assassinati anche tre ragazzi che raccoglievano legna da ardere a Shujaiya.

Ahmad al-Farra, primario di pediatria e ostetricia dell’ospedale Nasser, ha avvertito che i neonati in terapia intensiva neonatale rischiano di morire entro 24-48 ore a causa della carenza di latte artificiale per prematuri, una conseguenza diretta dell’assedio israeliano.

Un membro della Knesset israeliana si è recentemente vantato che se 100 palestinesi vengono uccisi in una sola notte, “a nessuno importa”.

Quando penso ai soldati israeliani dal grilletto facile che attirano persone disperate e affamate in un luogo con la promessa di cibo solo per poi ucciderle con proiettili di cecchino e bombardamenti di artiglieria, senza fare distinzioni tra uomini, donne e bambini, penso a quanto sia limitata la lingua inglese nel riuscire a definire atti così profondamente malvagi.

“Non c’è cibo”

Organizzati dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), una sigla da neolingua orwelliana come nessun’altra, sostenuta dagli Stati Uniti, questi “centri di soccorso” sono essenzialmente trappole mortali che hanno ucciso più di 450 palestinesi da quando un mese fa hanno iniziato a distribuire con il contagocce magri rifornimenti di cibo.

Prima del 7 ottobre 2023 i giorni gloriosi del blocco israelo-egiziano su Gaza vedevano una media di 500 camion entrare quotidianamente nel territorio. Ma dopo che il 2 marzo Israele ha imposto un blocco totale su Gaza, senza alcun ingresso di cibo o aiuti umanitari, la GHF è diventata l’unico mezzo per fornire assistenza salvavita.

Il genocidio israeliano ha ucciso migliaia di minori, i quali minori costituiscono metà della popolazione della Striscia di Gaza. Li ha privati ​​di un futuro, negando loro l’istruzione e una vita dignitosa, compresa la sicurezza di una casa e di una famiglia. Ha creato la più grande coorte di bambini amputati della storia recente.

Secondo l’ONU, a Gaza il numero di bambini sotto i cinque anni che soffrono di malnutrizione acuta è quasi triplicato nella seconda metà di maggio rispetto ai tre mesi precedenti.

Questa carestia programmata su larga scala spinge le persone, con i loro corpi emaciati, verso i centri GHF, dove, se sono fortunati, possono avere accesso a un sacco di farina. Altrimenti potrebbero morire o tornare a casa senza niente dopo aver sopportato ore di viaggio a stomaco vuoto.

Mohammad al-Darbi, un ragazzino di 12 anni che, dopo aver camminato per otto ore per recuperare due chilogrammi di farina solo per essere poi derubato dai ladri, ha implorato il mondo complice riempiendosi la bocca di sabbia. “Non c’è cibo, niente da mangiare”, singhiozzava.

Qualche giorno prima il corpo senza vita del ventenne Mohammad Yousef al-Zaanin era stato trasportato tra la folla su un bancale di legno, con i vestiti striati di farina. Il giovane era di Beit Hanoun, una città del nord in gran parte distrutta, ed era partito nella speranza di riportare un sacco di farina per la madre e le sette sorelle, sfollate e affamate. Ma la sua storia, la sua vita e la sua morte, sono state ampiamente ignorate.

Il giorno dopo, un attacco israeliano al quartiere di Zeitoun a Gaza City ha ferito gravemente Inas Farhat e ucciso i suoi sette figli. A maggio il marito e i nove figli di una pediatra sono stati uccisi in un attacco aereo sulla loro casa, alcuni dei loro corpi carbonizzati e irriconoscibili, a pezzi. La sadica normalizzazione dell’uccisione di intere famiglie si ripete all’infinito.

“La sofferenza qui è immensa”, ha scritto Fadel Naim, un chirurgo ortopedico di Gaza, il quale afferma che gli ospedali, a malapena operativi, accolgono centinaia di feriti ogni giorno. “Le famiglie sono dilaniate non solo dalle bombe, ma anche dalla fame, dalla paura e dalla disperazione. Eppure, il mondo rimane in gran parte in silenzio”.

Un perfetto spauracchio

In questo contesto il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha puntato su una guerra regionale, con l’obiettivo di salvare la sua carriera politica e ripristinare il paradigma della deterrenza che è andato in frantumi dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Anche con il sostegno dei regimi fantoccio arabi, principalmente Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti, e il pieno appoggio della maggior parte dei Paesi occidentali, l’idea di compiere un genocidio che persiste da quasi due anni provoca inevitabilmente delle conseguenze. L’Iran e la facilmente sfatabile asserzione di un’imminente acquisizione di una bomba nucleare (si pensi alle inesistenti armi di distruzione di massa dell’Iraq) ha costituito il perfetto spauracchio, in preparazione da anni.

Gli attacchi missilistici e con droni dell’Iran contro Tel Aviv e altre zone di Israele hanno senza dubbio suscitato un certo grado di intima soddisfazione, dopo che per tanti mesi gli israeliani hanno sostenuto senza nessuna remora la punizione collettiva e lo sterminio di due milioni di palestinesi sottoposti al blocco.

La loro propaganda vittimistica, inclusa la raffica di condanne ipocrite e accuse di “crimini di guerra” dopo che un ospedale israeliano è stato colpito da un’esplosione, non inganna nessuno. A sua volta Israele dal 12 giugno ha ucciso più di 610 persone in Iran e ne ha ferite altre 4.746. Il bilancio delle vittime non include solo militari e scienziati nucleari, ma anche poeti, atleti e bambini.

Nel frattempo Israele continua a sganciare bombe di fabbricazione statunitense sulle “zone sicure” di Gaza, dove le tende sono l’unico rifugio per i palestinesi sfollati, la maggior parte dei quali negli ultimi 20 mesi ha perso la casa ed è stata costretta a fuggire ripetutamente da un luogo all’altro.

I bombardamenti di aree così densamente affollate hanno provocato lo sterminio di intere famiglie. Tra le vittime più recenti ci sono Mahmoud Rasras [operatore psicosociale molto impegnato a Gaza nelle attività di recupero di bambini traumatizzati dalla guerra, ndt.] e i suoi figli, Nidal e Ward. Pilastri della comunità, come l’amato comico e volontario presso organizzazioni benefiche Mahmoud Shurrab, sono stati uccisi nelle loro tende, perché, a quanto pare, la sicurezza di Israele dipende dal bombardare tende, affamare famiglie e bruciare o seppellire vivi sotto le macerie bambini innocenti.

Persino la sceneggiata di Israele che medita un cessate il fuoco è scomparsa dai notiziari, insieme alle notizie su negoziati o delegazioni che si spostano dal Cairo a Doha. Nessuno parla a nome dei palestinesi a Gaza, né l’Autorità Nazionale Palestinese collaborazionista nella Cisgiordania occupata, né i loro stessi compatrioti, che sembrano considerare i boicottaggi, le proteste e la disobbedienza civile, efficaci durante la Prima Intifada, come una reliquia del passato.

Come ha affermato Meqdad Jameel, scrittore e ricercatore della Striscia di Gaza: “Le persone sono diventate fantasmi. Tutti vivono in una terribile ansia, inorriditi dalla consapevolezza che il genocidio continuerà all’infinito, senza avere idea su come fermarlo”.

E queste persone esauste e profondamente traumatizzate continuano a essere ridotte a statistiche, invece di ricevere l’attenzione mondiale che meritano. Manteniamoci concentrati su Gaza. Li abbiamo già fortemente delusi; il minimo che possiamo fare è continuare a parlare, far rumore e diffondere le loro voci.

Dobbiamo far cessare la normalizzazione del massacro quotidiano di decine di palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Linah Alsaafin è una giornalista palestinese che ha scritto per Al Jazeera, The Times Literary Supplement, Al Monitor, The News Internationalist, Open Democracy e Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Più Israele uccide, più l’Occidente lo dipinge come una vittima.

Joseph Massad

14 giugno 2025 – Middle East Eye

Da Gaza a Teheran, la guerra in espansione di Israele viene giustificata dall’Occidente come autodifesa, proprio come nel 1967, quando una guerra di conquista fu salutata come un trionfo di civiltà.

Venerdì di primo mattino Israele ha lanciato attacchi aerei non provocati in profondità all’interno del territorio iraniano, prendendo di mira siti vicino a Isfahan e Teheran. Tra le vittime ci sarebbero scienziati, alti funzionari governativi e civili, tra cui donne e bambini.

Tuttavia, nel giro di poche ore, leader e organi di informazione occidentali hanno definito l’aggressione israeliana in termini di autodifesa “preventiva”. Funzionari statunitensi hanno affermato che Israele ha agito per contrastare una “imminente” minaccia iraniana, mentre il leader della maggioranza al Senato John Thune ha insistito sul fatto che gli attacchi erano necessari per contrastare “l’aggressione iraniana” e proteggere gli americani.

Nonostante le continue aggressioni militari di Israele in tutta la regione in Occidente ha prevalso, fin da prima della sua fondazione come regime coloniale di insediamento nel 1948, una rappresentazione di Israele come vittima delle sue stesse vittime, piuttosto che come stato violento e predatorio.

Più terre e popoli Israele assoggetta e opprime maggiore è l’insistenza con cui l’Occidente lo dipinge come vittima.

La scelta di questo modo di rappresentare Israele non è casuale.

Nel 1936, pochi mesi dopo lo scoppio della Grande Rivolta Palestinese contro il colonialismo d’insediamento sionista e l’occupazione britannica, il leader sionista polacco David Ben-Gurion (il cui nome alla nascita era Grun) spiegò come i sionisti dovessero presentare la loro conquista della Palestina.

Non siamo arabi, e gli altri ci valutano con criteri diversi… I nostri strumenti di guerra sono diversi da quelli degli arabi, e solo i nostri strumenti possono garantire la nostra vittoria. La nostra forza sta nella difesa… e questa forza ci darà una vittoria politica se l’Inghilterra e il mondo sapranno che ci stiamo difendendo e non attaccando.

Nel 1948, e in linea con questa strategia sionista, la narrazione occidentale dominante dipinse i sionisti, che massacravano i palestinesi e li espellevano dalla loro patria, come povere vittime che si limitavano a difendersi dalla popolazione indigena di cui avevano conquistato le terre.

Tuttavia fu la conquista “difensiva” della Cisgiordania e di Gaza da parte di Israele – proprio 58 anni fa – a consolidarne saldamente l’immagine di “vittima” assediata e a gettare le basi per il genocidio in corso a Gaza.

Oggi persino questo genocidio viene presentato in Occidente come una questione di autodifesa. Israele, ci viene detto, rimane vittima delle sue vittime – tra cui le 200.000 che ha ucciso o ferito nella sua ultima guerra per “difendersi”.

Sacro vittimismo

In Occidente la guerra del giugno 1967 consacrò Israele come vittima intoccabile.

I suoi sostenitori si moltiplicarono, sia tra i cristiani occidentali che tra gli ebrei, che consideravano arabi e palestinesi gli oppressori di Israele.

In effetti fu proprio questo clima di estrema ostilità anti-araba a segnare una svolta nel processo di politicizzazione del compianto Edward Said, intellettuale che ne fu testimone diretto negli Stati Uniti.

Le conquiste territoriali di Israele furono celebrate come atti di eroica autodifesa, un’inversione deliberata tra vittima e aggressore che continua a plasmare la percezione occidentale.

Una rassegna dei cosiddetti successi della guerra del 1967 e della pianificazione che li ha preceduti aiuta a spiegare perché Israele sia ancora dipinto come vittima nonostante uccisioni di massa e l’espulsione forzata della popolazione palestinese.

Tra il 1948 e il 1967 Israele distrusse circa 500 villaggi palestinesi, sostituendoli con colonie ebraiche. Questa cancellazione fu salutata in Occidente come un miracolo: la costruzione di uno Stato ebraico dopo l’Olocausto, nonostante l’odiosa resistenza dei palestinesi indigeni che cercavano di salvare la loro patria.

Lo storico Isaac Deutscher, spesso descritto come un critico del sionismo, definì la cancellazione della Palestina e dei palestinesi da parte di Israele “una meraviglia e un prodigio della storia”, simile ai “grandi miti e leggende eroiche” dell’antichità.

Moshe Dayan, capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, così rifletteva sui suoi leggendari successi nella distruzione della Palestina nel 1969: “Villaggi ebraici sono stati costruiti al posto di villaggi arabi. Non conoscete nemmeno i nomi di questi villaggi arabi, e non vi biasimo, perché quei libri di geografia non esistono più. Non solo non esistono i libri, ma nemmeno i villaggi arabi”.

L’orgoglio di Dayan per il furto di terre palestinesi da parte di Israele lo aveva portato, un anno prima, a esortare gli israeliani a non dire mai ‘basta’ quando si trattava di acquisire territorio: ‘Non dovete fermarvi – Dio non voglia – e dire: ‘è tutto; fino a qui, fino a Degania, a Muffalasim, a Nahal Oz!’ Perché questo non è tutto.”

Complicità dell’Occidente

In Occidente il fatto che i sionisti abbiano fondato il loro Stato su terra palestinese rubata non è mai stato motivo di critica.

Pur glorificando i leggendari furti di terre da parte di Israele le potenze occidentali erano dispiaciute per le sue dimensioni ridotte e ne hanno sostenuto i piani espansionistici coloniali, già ampiamente in atto. Dopotutto se Israele era la vittima aveva ovviamente bisogno di occupare ancora più territori.

Questa opinione è stata recentemente ripresa dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che a febbraio ha difeso il piano di Israele di annettere la Cisgiordania affermando: “È un piccolo Paese… è un piccolo Paese in termini di territorio”.

L’avidità di Israele per la terra altrui divenne inequivocabilmente evidente prima e dopo l’invasione e la prima occupazione di Gaza e della penisola del Sinai nel 1956.

Dopo questa conquista il laico David Ben-Gurion, primo ministro fondatore di Israele, si dedicò a discorsi biblici, affermando che l’invasione del Sinai “è stata la più grande e gloriosa negli annali del nostro popolo”.

L’invasione e l’occupazione vittoriose, affermò, restituirono “il patrimonio di Re Salomone dall’isola di Yotvat a sud fino alle pendici del Libano a nord”. “Yotvat”, come gli israeliani si affrettarono a rinominare l’isola egiziana di Tiran, “tornerà a far parte del Terzo Regno di Israele”.

Nel pieno della rivalità inter-imperiale con Francia e Gran Bretagna, gli Stati Uniti insistettero per il ritiro israeliano, suscitando l’indignazione di Ben-Gurion: “Fino alla metà del VI secolo l’indipendenza ebraica fu mantenuta sull’isola di Yotvat… che è stata liberata ieri dall’esercito israeliano”.

Ben Gurion dichiarò inoltre la Striscia di Gaza “parte integrante della nazione”. Invocando la profezia biblica di Isaia, giurò: “Nessuna forza, qualunque sia la sua natura, costringerà Israele a evacuare il Sinai”.

Nonostante il sostegno popolare a Israele in Occidente, gli israeliani si ritirarono quattro mesi dopo sotto la pressione dell’ONU, degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. L’Egitto accolse la Forza di Emergenza delle Nazioni Unite (Unef) sul suo lato del confine, ma Israele si rifiutò di ricevere osservatori dell’Unef.

Strategia espansionistica

Nel 1954, il Ministro della Difesa Pinhas Lavon “propose di entrare nelle zone smilitarizzate [al confine tra Israele e Siria], di conquistare le alture al di là del confine siriano [quindi una parte o la totalità delle alture del Golan] e di entrare nella Striscia di Gaza o conquistare una posizione egiziana vicino a Eilat”.

Dayan ipotizzò anche la conquista di Ras al-Naqab, a sud, nel territorio egiziano, o di una parte del Sinai, a sud di Rafah, fino al Mediterraneo. Nel maggio del 1955, propose persino che Israele annettesse la parte del Libano a sud del fiume Litani.

Gli israeliani portarono avanti anche dei piani per rubare tutto il territorio nella zona demilitarizzata (DMZ) lungo il confine siriano vicino alle alture del Golan. Nel 1967 avevano completato la conquista dell’intera area.

Oltre a questi furti e occupazioni di terre le ambizioni territoriali di Israele si espansero costantemente tra il 1948 e il 1967. Cercò ripetutamente di provocare le sue vittime arabe a rispondere agli attacchi, al fine di creare un pretesto per invadere le ambite terre arabe, continuando a presentarsi come vittima delle sue vittime.

Il 13 novembre 1966 gli israeliani invasero il villaggio di Samu, nella Cisgiordania meridionale, oltrepassando il confine con la Giordania, e fecero saltare in aria più di 125 case, insieme all’ambulatorio e alla scuola del villaggio.

I soldati giordani che reagirono all’attacco caddero in un’imboscata prima di raggiungere il villaggio. Gli israeliani uccisero 15 soldati e tre civili, ferendone altri 54.

Nell’aprile del 1967 gli israeliani minacciarono la Siria, dopo un’ulteriore erosione della zona demilitarizzata attraverso l’invio di contadini, trattori e soldati travestiti da poliziotti. Quando i siriani risposero con colpi di mortaio, le “vittime” israeliane lanciarono 70 aerei da combattimento, bombardarono la stessa Damasco e uccisero 100 siriani.

Casus belli prefabbricato

Le provocazioni israeliane indignarono l’opinione pubblica araba.

Nel maggio del 1967 il leader egiziano Gamal Abdel Nasser cedette alla fine alle pressioni popolari provenienti da tutto il mondo arabo per rimuovere dall’Egitto l’Unef, unità militari che Israele non aveva mai accettato sul suo versante del confine, e per chiudere alle navi israeliane lo Stretto di Tiran, all’imbocco del Mar Rosso. Secondo il diritto internazionale si trattava di un’operazione legale in quanto lo stretto rientrava nelle acque territoriali egiziane.

Nasser inviò due divisioni dell’esercito nel Sinai per proteggere il confine dopo la partenza dell’Unef e chiuse lo stretto, attraverso il quale passava meno del 5% delle navi israeliane.

Israele, che aveva provocato la reazione araba e aspettava una scusa giusta per attaccare le sue vittime e rubare le loro terre, ora ne aveva diverse.

Il 5 giugno 1967 Israele invase Egitto, Giordania e Siria. Nel giro di sei giorni occupò, per la seconda volta in un decennio, la Striscia di Gaza e la penisola egiziana del Sinai fino al Canale di Suez, oltre all’intera Cisgiordania e alle alture del Golan siriane.

A differenza del mondo arabo, che definisce l’invasione come la “Guerra del giugno 1967”, gli israeliani e i loro sponsor imperialisti occidentali non solo insistono sul fatto che Israele sia stato “invaso” piuttosto di aver attaccato i suoi vicini arabi, ma chiamano anche le sue molteplici invasioni la “Guerra dei sei giorni”, paragonando Israele a Dio, che creò un mondo nuovo in sei giorni e si riposò il settimo.

L’Occidente esplose in una sfrenata esultanza razzista.

Il Daily Telegraph definì la guerra “Il trionfo dei civilizzati”, mentre il quotidiano francese Le Monde dichiarò che la conquista israeliana aveva “liberato” l’Europa “dalla colpa di cui si era macchiata in seguito al dramma della Seconda Guerra Mondiale e, prima ancora, per le persecuzioni che, dai pogrom russi all’affare Dreyfus, hanno accompagnato la nascita del sionismo”. Nel continente europeo, gli ebrei ebbero finalmente la loro rivincita, ma ahimè, sulla pelle degli arabi, sulla tragica e stupida accusa: “andarono come pecore al macello”.

Cancellare la Palestina

Come avevano fatto nel 1948, gli israeliani procedettero a cancellare dalla mappa i villaggi palestinesi in Cisgiordania, tra cui Beit Nuba, Imwas e Yalu, espellendone i 10.000 abitanti.

Continuarono a decimare, tra gli altri, i villaggi di Beit Marsam, Beit Awa, Hablah e Jiftlik.

A Gerusalemme Est gli israeliani irruppero nel quartiere Mughrabi [maghrebino, ndt.], così chiamata sette secoli prima, quando i volontari Mughrabi provenienti dal Nord Africa si unirono alla guerra di Saladino contro i crociati franchi.

Il quartiere era stato per secoli proprietà di una fondazione islamica. Migliaia di abitanti ebbero solo pochi minuti per abbandonare le proprie case, che furono immediatamente rase al suolo per far spazio alle masse ebraiche conquistatrici, che entrarono nella Città Vecchia e celebrarono la vittoria di fronte al Muro di Buraq, il cosiddetto “Muro Occidentale”.

Il primo governatore militare israeliano dei territori occupati, l’irlandese Chaim Herzog, che sarebbe poi diventato il sesto presidente di Israele, si attribuì il merito della distruzione dell’antico quartiere densamente popolato.

Nel tipico stile razzista israeliano, lo descrisse come un “gabinetto” che “avevano deciso di rimuovere”. Questo è evidentemente ciò che fanno le vittime “civilizzate” quando trionfano sulle loro stesse vittime.

Le jeep israeliane attraversarono Betlemme minacciando attraverso gli altoparlanti la popolazione: “Avete due ore per lasciare le vostre case e fuggire a Gerico o ad Amman. Se non lo fate le vostre case saranno bombardate”.

Seguì un’espulsione di massa, con oltre 200.000 palestinesi costretti ad attraversare il fiume Giordano per raggiungere la riva orientale. Come nel 1948, civili e soldati israeliani saccheggiarono le proprietà palestinesi.

A Gaza fino al dicembre 1968 le forze israeliane espulsero 75.000 palestinesi e impedirono ad altri 50.000, che al momento della guerra del 1967 lavoravano, studiavano o erano in viaggio in Egitto o altrove, di tornare a casa.

L’ONU registrò 323.000 palestinesi sfollati da Gaza e dalla Cisgiordania, 113.000 dei quali erano rifugiati del 1948 ora espulsi per la seconda volta.

A quanto pare, anche questo fu ritenuto coerente con un comportamento “civilizzato”.

“Vittime civilizzate”

Israele espulse più di 100.000 siriani dalle alture del Golan. Alla fine della guerra ne erano rimasti solo 15.000.

Distrusse 100 città e villaggi siriani, trasferendone le terre ai coloni ebrei. Nel Sinai, dove la popolazione all’epoca era composta principalmente da beduini e contadini, 38.000 persone divennero profughe.

Durante la guerra Israele uccise più di 18.000 egiziani, siriani, giordani e palestinesi, perdendo meno di 1.000 soldati.

Durante e dopo la guerra gli israeliani uccisero a colpi di arma da fuoco almeno 1.000 prigionieri di guerra egiziani che si erano arresi, costringendo molti a scavarsi la fossa prima di essere giustiziati.

Inoltre uccisero i palestinesi che prestavano servizio nell’esercito egiziano, selezionandoli appositamente per l’esecuzione. Con l’avanzare dell’occupazione Israele continuò a deportare centinaia di palestinesi.

Tutto ciò costituì, agli occhi dell’Occidente, un’ulteriore dimostrazione di ciò che le vittime “civilizzate” fanno quando conquistano le terre di coloro che considerano incivili.

Eppure, nonostante i consueti crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, il palese razzismo anti-arabo e il disprezzo suprematista, la conquista israeliana fu comunque presentata come una giusta vittoria delle “vittime” israeliane sui loro “oppressori” arabi.

Espansione coloniale

Mentre un coro filo-israeliano in Occidente insisteva sul fatto che il povero Israele stesse mantenendo la sua brutale occupazione dei territori conquistati nel 1967 per poi barattarli con le sue vittime di guerra in cambio della pace, in realtà Israele stava portando avanti il processo di colonizzazione.

Facciamo un rapido inventario.

Nel 1977, 10 anni dopo l’invasione, uno dopo l’altro i governi laburisti israeliani avevano annesso Gerusalemme Est, costruito 30 colonie ebraiche nella sola Cisgiordania e quattro nella Striscia di Gaza, con altre in costruzione.

Oltre 50.000 coloni ebrei si erano già trasferiti nelle colonie fondate a Gerusalemme Est, che vennero deliberatamente e fraudolentemente definite “quartieri”.

Prima che il partito Likud salisse al potere i governi laburisti fondarono anche la maggior parte dei 18 insediamenti coloniali nella penisola del Sinai.

Nel 1972 i laburisti espulsero 10.000 egiziani dopo aver confiscato le loro terre nel 1969. Le loro case, i raccolti, le moschee e le scuole furono rase al suolo per far posto a sei kibbutz, nove insediamenti rurali ebraici e la colonia ebraica di Yamit nel Sinai occupato.

Alla fine le colonie del Sinai furono smantellate nel 1982, in seguito alla firma del trattato di pace tra Egitto e Israele.

Nella Siria occupata Israele istituì la sua prima colonia ebraica, il Kibbutz Golan, nel luglio del 1967.

Durante una visita alle alture del Golan subito dopo la guerra del 1967 il Primo Ministro laburista israeliano Levi Eshkol, il cui nome alla nascita era Shkolnik, fu sopraffatto dalla nostalgia per il suo luogo di nascita, esclamando con gioia: “Proprio come in Ucraina”.

Gli israeliani sfrattarono circa 5.000 rifugiati palestinesi dalle loro case nel “Quartiere ebraico” di Gerusalemme Est, che non era mai stato esclusivamente ebraico e che, prima del 1948, era di proprietà ebraica per meno del 20%. All’epoca, le proprietà ebraiche consistevano in non più di tre sinagoghe con le relative pertinenze.

Nel 1948 i 2.000 abitanti ebrei del quartiere fuggirono nella parte sionista quando l’esercito giordano salvò Gerusalemme Est dal saccheggio e dall’occupazione sionista.

Anche prima del 1948 musulmani e cristiani costituivano la maggioranza degli abitanti del “Quartiere Ebraico” di 2 ettari, e la maggior parte degli ebrei viveva in affitto in abitazioni di proprietà loro o di istituti cristiani o musulmani.

Dopo la conquista israeliana il quartiere fu notevolmente ampliato fino a coprire oltre 16 ettari.

Il Custode Giordano dei Beni degli Assenti [istituzione con sede in Giordania responsabile della gestione delle proprietà di individui divenuti “assenti” a causa del conflitto del 1948, ndt.] aveva conservato tutti i beni ebraici a nome dei loro proprietari originari e non li aveva mai espropriati.

Dopo il 1967 il governo israeliano restituì le proprietà ebraiche a Gerusalemme Est ai loro originari proprietari ebrei israeliani, confiscando al contempo tutte le proprietà palestinesi nel quartiere.

Nel frattempo, le proprietà palestinesi a Gerusalemme Ovest, confiscate da Israele nel 1948, non furono mai restituite ai palestinesi di Gerusalemme Est che, ora sotto occupazione, le rivendicavano.

Il rifacimento di Gerusalemme

Il 29 giugno 1967 Israele pose Gerusalemme Est occupata sotto la municipalità ampliata di Gerusalemme Ovest. Destituì e successivamente deportò il sindaco palestinese-giordano, sciolse il consiglio comunale e collocò la città sotto una amministrazione esclusivamente ebraica.

Subito dopo la conquista l’area fu dichiarata “sito di interesse archeologico”, con il divieto di qualsiasi costruzione.

Le autorità israeliane avviarono scavi archeologici sotterranei alla disperata ricerca del tempio ebraico, portando alla distruzione di numerosi edifici storici palestinesi, tra cui l’ospedale Fakhriyyah del XIV secolo e la scuola al-Tankiziyya.

Nel 1980 Israele annesse ufficialmente la città, un’azione dichiarata “nulla e priva di valore” da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Gli scavi e le trivellazioni sotto e accanto ai luoghi santi musulmani procedettero a ritmo serrato alla ricerca dell’inafferrabile Primo Tempio, che non è mai stato trovato, ammesso che sia mai esistito.

Seguirono presto sfratti di palestinesi di Gerusalemme. Coprifuoco periodici e punizioni collettive furono imposti in tutti i territori occupati.

Inoltre gli israeliani ribattezzarono la Cisgiordania “Giudea e Samaria” e cambiarono i nomi di città e strade per adattarli alle loro fantasie bibliche.

Tutto questo e molto altro hanno preceduto l’attuale genocidio e suscitato elogi o indifferenza da parte dei sostenitori e finanziatori occidentali di Israele.

Un modello persistente

Sembra che il sostegno a Israele da parte dei principali mezzi di informazione occidentali aumenti in proporzione alla sua crudeltà verso le vittime.

La Nakba perpetrata nel 1948 e il sistema di apartheid imposto ai palestinesi che non riuscì a espellere tra il 1948 e il 1967 furono salutati come epiche conquiste da parte delle “vittime ebree” contro le popolazioni a cui avevano rubato le terre e distrutto la vita.

Ma se oggi in Occidente è considerato un crimine morale descrivere la risposta palestinese al colonialismo israeliano in corso come resistenza, lo stesso Ben-Gurion non esitò a chiamarla proprio così nel 1938.

La rivolta palestinese, spiegò, “è una resistenza attiva dei palestinesi a quella che considerano un’usurpazione della loro patria da parte degli ebrei: ecco perché combattono”.

Proseguì: “Dietro i terroristi c’è un movimento che, sebbene primitivo, non è privo di idealismo e abnegazione… noi siamo gli aggressori e loro si difendono. Il paese è loro perché lo abitano, mentre noi vogliamo venire qui e stabilirci, e dal loro punto di vista vogliamo portargli via il loro paese mentre ne siamo ancora fuori”.

A parte questo, è stata la capacità “difensiva” e quasi divina di Israele di annientare le sue vittime nel 1967 a convincere l’Occidente della sua nobile capacità civilizzatrice.

Quella guerra è diventata il modello persistente per le cosiddette campagne “preventive” di Israele, guerre che espandono la sua portata coloniale pur consentendogli di atteggiarsi a vittima innocente.

Quindi non sorprende che i sostenitori occidentali di Israele abbiano invocato questo retaggio non solo dopo i suoi ultimi attacchi contro l’Iran, ma anche durante la sua campagna genocida a Gaza e la sua aggressione di più ampia portata in Cisgiordania, Libano, Siria e Yemen. A loro avviso, Israele non si sta semplicemente difendendo, ma agisce in rappresentanza dell’Occidente.

Il suo attuale furioso accanimento è l’ennesima dimostrazione lampante di ciò che le “vittime” occidentali possono e dovrebbero fare alle loro vittime non occidentali.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è docente di politica e storia intellettuale araba moderne alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri figurano “Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan” [Conseguenze coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania, ndt.], “Desiring Arabs” [Desideri degli arabi, ndt.], “The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians” [La persistenza della questione palestinese: saggi su sionismo e i palestinesi, ndt.] e, più recentemente, “Islam in Liberalism” [L’Islam nel liberismo, ndt.]. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Massiccia incursione di Israele a Nablus, si teme in un attacco prolungato

Fayha Shalash,

10 giugno 2025, Middle East Eye

L’esercito israeliano apre il fuoco contro i palestinesi, compreso il personale sanitario, saccheggia le abitazioni e annuncia il coprifuoco nella città vecchia.

Martedì 10 giugno l’esercito israeliano ha lanciato un attacco su vasta scala nel cuore della città di Nablus nella Palestina occupata, in quello che fonti locali descrivono come la più grande offensiva degli ultimi due anni. Le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro i palestinesi, tra cui un paramedico, hanno utilizzato gas lacrimogeni, arrestato diverse persone ed effettuato violente irruzioni nelle abitazioni durante l’offensiva ancora in corso.

In filmati circolati sui media locali si vede un palestinese con le mani alzate che si avvicina ai soldati, a cui segue una colluttazione mentre si sentono degli spari in sottofondo. Secondo i media israeliani i due palestinesi sarebbero stati uccisi dopo aver provato a impossessarsi dell’arma di un soldato. Le autorità palestinesi non hanno ancora confermato i decessi.

Mujahed Tabanja, un giornalista presente ai fatti, ha raccontato a Middle East Eye che i due uomini sono stati colpiti mentre tentavano di rientrare nelle proprie case nella città vecchia. Alle ambulanze è stato impedito di avvicinarsi per soccorrerli. La Mezzaluna Rossa palestinese di Nablus ha riferito che sono stati feriti almeno 65 palestinesi.

Un operatore della Mezzaluna Rossa, Fawaz al-Bitar, ha riferito a Middle East Eye che alcuni dei feriti sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco alle gambe, mentre altri sono stati aggrediti fisicamente dai soldati. Si sono verificati anche casi di intossicazione da gas lacrimogeno, che l’esercito israeliano ha lanciato nelle case e nei vicoli della città vecchia, un’area densamente popolata.

«Il nostro lavoro è stato ostacolato a più riprese e ci è stato impedito di avvicinarci ai due giovani feriti» ha riferito Bitar a Middle East Eye. «Hanno anche sparato contro un’ambulanza, e uno dei paramedici è stato colpito», ha aggiunto. L’incursione è iniziata poco dopo la mezzanotte ora locale, quando un grande numero di mezzi militari provenienti da diverse direzioni è entrato in città.

L’esercito israeliano ha dichiarato che l’operazione militare sarebbe durata 24 ore e si sarebbe concentrata nella città vecchia. Nel frattempo, tramite altoparlanti l’esercito ha annunciato un coprifuoco, intimando ai residenti di non uscire di casa fino alla mattina di mercoledì. Si tratta della prima volta che una misura di questo genere viene imposta a Nablus dalla fine della Seconda Intifada nel 2000. I contatti con diverse famiglie si sono interrotti dopo che l’esercito israeliano ha assalito le loro case.

«I soldati ci hanno puntato addosso le armi e hanno urlato contro di noi quando abbiamo provato ad entrare nella città vecchia», ha riferito Tabanja a Middle East Eye. «L’attacco si sta estendendo ad altre parti della città, compreso il campo profughi di Balata», ha aggiunto. Nel frattempo, i soldati hanno arrestato decine di giovani durante le incursioni nelle abitazioni e hanno arbitrariamente confiscati beni ai residenti.

Attacco politico

L’ampiezza dell’attacco contro Nablus, nonostante l’annuncio che sarebbe durato solo un giorno, ha suscitato timori fra i residenti, che temono che possa portare a un’aggressione militare prolungata e devastante come sta avvenendo a Jenin e Tulkarem.

Munadil Hanani, che fa parte del Comitato di Coordinamento cittadino, ha riferito a Middle East Eye che vi sono dei segnali che l’attacco potrebbe durare a lungo, notando che i soldati israeliani hanno portato avanti l’aggressione da diverse direzioni e sono arrivati con decine di mezzi militari. Inoltre, hanno portato riserve di carburante, cosa che non avviene spesso durante attacchi di breve durata.

I soldati si sono inoltre avvicendati nel corso dell’incursione, suggerendo che potrebbe rimanere a lungo in città. «Sembra essere un’incursione politica, non collegata a questioni di sicurezza» è l’opinione di Hanani. «Israele ha dichiarato che lo scopo è quello di “eliminare il terrorismo”, ma l’attacco è invece da porre in relazione alla crisi politica interna ed è un tentativo di trarre d’impaccio [il Primo Ministro Israeliano] Netanyahu», ha aggiunto Hanani. Intanto la vita a Nablus è completamente paralizzata dall’incursione, i mercati sono deserti e le scuole, le università e le istituzioni pubbliche sono chiuse fino a nuovo ordine.

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Il sequestro della Madleen è l’ultimo di oltre un decennio di attacchi israeliani alle flottiglie umanitarie

Redazione di MEE

9 giugno 2025 – Middle East Eye

La missione Mavi Marmara nel maggio 2010 tentò di rompere il blocco israeliano di Gaza. Fu abbordato dai soldati israeliani e 10 membri dell’equipaggio morirono nell’attacco

Redazione di MEE

9 giugno 2025 – Middle East Eye

Lunedì mattina le forze israeliane hanno preso il controllo della nave umanitaria Madleen, che tentava di rompere il blocco della Striscia di Gaza: l’ennesimo episodio di simili attacchi israeliani negli ultimi quindici anni.

La Madleen, battente bandiera britannica e gestita dalla Freedom Flotilla Coalition (FFC), cercava di consegnare una quantità simbolica di aiuti umanitari, tra cui riso e latte in polvere per neonati, e di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla crisi umanitaria in corso.

L’imbarcazione è stata tuttavia intercettata nelle prime ore di lunedì, prima che potesse raggiungere Gaza, ha dichiarato la FFC sul suo account Telegram.

Le autorità israeliane hanno fermato il suo equipaggio di 12 persone, tra cui l’attivista climatica svedese Greta Thunberg e la politica francese Rima Hassan.

Prima dell’arresto l’equipaggio a bordo della FFC aveva riferito che dei quadricotteri avevano circondato l’imbarcazione e l’avevano spruzzata con un “liquido bianco”.

È l’ultimo episodio di anni di attacchi israeliani contro le navi umanitarie organizzate dalla FFC che tentavano di rompere il blocco aereo, navale e terrestre imposto da 18 anni da Israele sul territorio palestinese. La FFC dichiara di essere guidata dai princìpi della resistenza non violenta.

La coalizione include organizzazioni associate di diversi paesi, tra cui Canada, Italia, Malesia, Nuova Zelanda, Norvegia, Sudafrica, Spagna, Svezia, Turchia, Stati Uniti, Irlanda, Brasile, Australia e Francia.

Middle East Eye ripercorre la storia degli attacchi israeliani contro le flottiglie della FFC.

Quindici anni di attacchi israeliani

La coalizione si è costituita inizialmente nel 2010, in seguito all’abbordaggio da parte delle forze israeliane di una missione della Freedom Flotilla nel maggio dello stesso anno, durante il quale sono stati uccisi 10 attivisti.

La missione Mavi Marmara era stata organizzata dal Free Gaza Movement e dalla Fondazione turca IHH per gli aiuti umanitari.

La nave salpò il 22 maggio dal porto di Sarayburnu, Istanbul, nel tentativo di violare il blocco israeliano su Gaza.

Una settimana dopo, nel Mar Mediterraneo a sud di Cipro, si unì al resto della flottiglia umanitaria, composta da tre navi passeggeri e tre navi cargo che trasportavano aiuti umanitari essenziali e 700 attivisti.

Ma il 31 maggio 2010, utilizzando elicotteri e motoscafi, le truppe israeliane abbordarono violentemente la nave Mavi Marmara nonostante essa si trovasse in acque internazionali. Nove persone furono uccise sul colpo, mentre un’altra morì successivamente a causa delle ferite riportate.

L’episodio fece scalpore a livello internazionale, suscitando dure condanne nei confronti delle azioni israeliane.

In seguito alla missione del 2010, fu creata la FFC per riunire e coordinare varie campagne provenienti da tutto il mondo che cercavano di rompere l’assedio israeliano.

Nel 2011 una missione successiva, chiamata “Freedom Flotilla II – Stay Human”, sarebbe dovuta salpare per Gaza il 5 luglio. Tuttavia, la stragrande maggioranza delle imbarcazioni della flottiglia non riuscì a partire.

Gli organizzatori dichiararono che Israele aveva sabotato due delle navi che sarebbero dovute partire dalla Turchia e dalla Grecia.

Una delle imbarcazioni, organizzata da un gruppo irlandese, non fu autorizzata a lasciare il porto dopo che le autorità greche avevano addotto motivi di sicurezza.

L’unica nave umanitaria che riuscì ad avvicinarsi a Gaza, l’imbarcazione francese Dignité al-Karama, fu intercettata dalle autorità israeliane.

La Freedom Flotilla III, salpata dalla Svezia il 10 maggio 2015, fu nuovamente intercettata dalle autorità israeliane in acque internazionali un mese e mezzo dopo la partenza.

Una delle imbarcazioni, chiamata Marianne, fu costretta dalle truppe israeliane a dirigersi verso la città di Ashdod, nel sud di Israele. Anche le altre navi fecero dietrofront.

Tra coloro che si trovavano sulla Marianne c’erano il parlamentare Basel Ghattas, cittadino palestinese di Israele, e Moncef Marzouki, ex presidente della Tunisia.

L’anno seguente, la FFC organizzò la Women’s Boat to Gaza, una singola nave con un equipaggio interamente femminile.

Salpò da Barcellona il 14 settembre 2016, ma due settimane dopo, il 5 ottobre, fu sequestrata dalle forze israeliane.

L’intero equipaggio femminile – che includeva giornaliste, attrici, politiche e persino una vincitrice del Premio Nobel per la Pace – fu arrestato dalle truppe israeliane, che le condussero ad Ashdod. Tutte furono successivamente espulse.

Un’altra missione, che salpò nel maggio 2017 in solidarietà con i pescatori di Gaza, fu attaccata da un drone, si presume israeliano, in acque internazionali vicino a Malta.

Nel luglio dell’anno seguente, le forze israeliane fermarono al-Awda, un peschereccio battente bandiera norvegese che faceva parte della coalizione.

Tutte le 22 persone a bordo furono arrestate e condotte ad Ashdod.

Nel 2023 e 2024 la nave Handala, che si concentrava sui bambini di Gaza, salpò verso diverse destinazioni in Europa per sensibilizzare le persone sull’assedio e la guerra di Israele contro Gaza.

Il mese scorso un’altra imbarcazione organizzata dalla FFC, la Conscience, non riuscì a proseguire il suo viaggio dopo essere stata colpita da un drone israeliano nelle vicinanze delle acque maltesi.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Gaza, la fondazione usata come facciata umanitaria per mascherare il genocidio israeliano

Pietro Stefanini

28 maggio 2025 – Middle East Eye

La Gaza Humanitarian Foundation (GHF) è l’ultimo strumento che Israele usa per stravolgere il diritto internazionale umanitario allo scopo di legittimare la violenza a Gaza.

Tra le incessanti uccisioni di massa, la morte per fame e l’espropriazione tra le rovine di Gaza, Israele continua a intrecciare gli attacchi genocidi con un discorso umanitario di attenzione alle sofferenze dei civili.

Questa volta la strategia di occultamento dell’intenzione genocidaria è la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), una trovata di marketing di Israele e Stati Uniti rivolta al pubblico progressista internazionale come gesto di ottemperanza alle norme del diritto umanitario durante le operazioni militari.

In realtà si tratta di un altro esempio di come Israele persegue la volontà di eliminare i palestinesi con la violenza utilizzando il pretesto di azioni umanitarie.

Il 16 maggio Israele ha iniziato l’invasione territoriale denominata Operazione Carri di Gedeone, segnalando quella che sembra essere la fase finale della campagna genocida per ricolonizzare definitivamente Gaza.

Appena una settimana prima, la Integrated Food Security Phase Classification [Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (IPC), lo strumento internazionale utilizzato per analizzare e classificare la gravità e l’entità dell’insicurezza alimentare acuta e cronica in un’area geografica, ndt.], aveva lanciato un allarme urgente: un palestinese su cinque a Gaza rischia di morire di fame. Un funzionario delle Nazioni Unite aveva inoltre avvertito che, a causa dell’intensificarsi dell’assedio, potrebbero morire ben 14.000 bambini palestinesi.

Mentre l’attenzione internazionale si concentra nuovamente sull’uso della fame come arma di guerra, la GHF stava già svolgendo la sua funzione anche prima di diventare operativa. Molte importanti testate giornalistiche hanno iniziato a discutere della legittimità dell’iniziativa del GHF, distogliendo di fatto l’attenzione dai massacri quotidiani in corso.

Una foglia di fico per coprire il genocidio

La relativamente oscura GHF, costituita in Svizzera, ha recentemente iniziato a distribuire gli aiuti in centri controllati dall’esercito israeliano e da appaltatori privati stranieri. Tutti gli aiuti forniti dalle Nazioni Unite o da altre organizzazioni dovrebbero essere distribuiti attraverso questi siti designati.

Quanto emerso dopo il primo giorno di operazioni è scioccante, ma del tutto prevedibile.

Dapprima i palestinesi disperati e affamati sono stati ammassati dentro a gabbie in condizioni disumanizzanti all’interno di una zona militarizzata, in attesa di piccole porzioni di cibo che non avrebbero potuto sfamare a lungo le famiglie. Poi, quando chi era incaricato di distribuire gli aiuti ha perso il controllo ed è scoppiato il caos, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco sulla folla, a quanto si è appreso uccidendo almeno una persona e ferendone 48.

L’obiettivo del piano che coinvolge la GHF è quello di fornire una limitata quantità di cibo a una popolazione allo stremo per la fame a condizione che accetti il trasferimento di massa da una parte all’altra del territorio di Gaza.

Nelle parole di Tom Fletcher, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, si tratta di una “foglia di fico per ulteriori violenze e sfollamenti”. Anche il capo del GHF, Jake Wood, un ex marine statunitense che ha prestato servizio nelle guerre imperialiste in Iraq e Afghanistan, recentemente dimessosi, si è rifiutato di portare avanti il piano.

Si tratta di un sistema che evoca fortemente pratiche radicate nella storia coloniale del genocidio in generale e nel fenomeno dei campi di concentramento in particolare.

I campi di concentramento sono nati tra la fine del XIX e all’inizio del XX secolo allo scopo di segregare le popolazioni indigene in riserve ed espellere le popolazioni indesiderate dai loro luoghi di residenza originari verso spazi inabitabili per far posto allo sviluppo del territorio per i coloni.

Israele sta sperimentando questo tipo di zone di internamento fin dalla prime fasi del genocidio.

Dopo il fallimento dell’esperimento condotto dall’esercito israeliano nel gennaio 2024 delle “bolle umanitarie”, zone che avrebbero dovuto essere amministrate da figure locali senza legami con Hamas, Israele ha preso in considerazione l’esternalizzazione della consegna degli aiuti a società di sicurezza private.

Una svolta nella decisione di Israele di subappaltare la distribuzione degli aiuti si è avuta dopo quello che è diventato noto come il “massacro della farina” del 29 febbraio 2024, quando i soldati israeliani hanno sparato indiscriminatamente su folle di palestinesi che cercavano disperatamente di raccogliere farina a sud-ovest di Gaza City. L’attacco ha ucciso almeno 112 persone e ne ha ferite circa 760.

In seguito a questo gli Stati Uniti hanno iniziato a lanciare cibo su Gaza dal cielo, con un’operazione che è presto diventata il simbolo dell’inefficacia di tali misure. In un’occasione, un bancale di aiuti sganciato da un aereo militare statunitense ha ucciso cinque palestinesi e ne ha feriti altri 10 dopo che i paracadute non si sono aperti correttamente.

In coordinamento con gli Stati Uniti, l’esercito israeliano ha anche supervisionato la costruzione di un molo galleggiante temporaneo davanti alla costa di Gaza, apparentemente destinato a facilitare la consegna di aiuti umanitari via mare.

Un nuovo piano

Oltre che a scopo di distrazione e per conferire legittimità all’Operazione Carri di Gedeone, i punti di distribuzione degli aiuti creati dalla GHF potrebbero anche fornire una copertura per le operazioni di controinsurrezione israeliane.

Questo è ciò che sembra essere accaduto nel giugno 2024, quando sono comparse immagini che mostrano le forze speciali israeliane operare vicino al molo durante una missione per recuperare i prigionieri israeliani detenuti da Hamas.

L’operazione, che ha provocato l’uccisione di oltre 200 palestinesi, ha portato molti osservatori locali e internazionali a concludere che il molo è stato usato per camuffare un’azione militare.

Durante la stessa operazione, le forze israeliane, travestite da civili, hanno usato camion di aiuti umanitari per infiltrarsi nel campo profughi di Nuseirat a Gaza e compiere l’assalto mortale.

Insieme alla GHF, Israele sta cercando di introdurre un nuovo piano di distribuzione degli aiuti, in cui le forniture essenziali saranno fornite a persone pre-selezionate. I destinatari riceveranno messaggi di testo sui loro telefoni cellulari che li informeranno su quando e dove ritirare le loro razioni di aiuti, ma solo dopo averne verificato l’identità tramite un software di riconoscimento facciale.

Gli Stati Uniti e Israele giustificano queste misure sostenendo che sono necessarie per impedire ad Hamas di rubare gli aiuti, ma hanno offerto poche prove concrete a sostegno di questa affermazione.

Non può sfuggire che questa aggressiva facciata umanitaria che viene usata per mascherare il terrore e la distruzione della violenza coloniale prevale anche tra l’estrema destra sionista e religiosa israeliana. Figure di spicco di quest’area, tra cui ministri come Bezalel Smotrich, hanno proposto di ridefinire l’espulsione di massa dei palestinesi in Egitto e oltre nei termini di una “soluzione umanitaria”.

La legittimazione della violenza genocida

Quello a cui stiamo assistendo è perciò un tentativo di umanitarizzazione del genocidio, che si sovrappone, in parte, ai concetti di “camuffamento umanitario” e “violenza umanitaria”.

Questi concetti hanno la capacità di rivelare come Israele distorce le norme di protezione del diritto internazionale umanitario su evacuazioni, zone sicure e scudi umani – per citare alcuni esempi importanti – allo scopo di legittimare la violenza genocida.

Attraverso questi ripetuti tentativi di umanitarizzazione Israele tenta anche di appropriarsi di pratiche radicate nel sistema umanitario globale contemporaneo, ovvero la fornitura di aiuti e il reinsediamento dei rifugiati.

Ciò comporta l’attuazione di una politica di completa distruzione in collaborazione con le organizzazioni umanitarie, gli appaltatori di sicurezza privati e i militari disposti a fornire assistenza umanitaria, nonché la ridefinizione delle espulsioni genocide come forma benevola di reinsediamento umanitario.

Le organizzazioni umanitarie internazionali che operano a Gaza si sono finora giustamente rifiutate di collaborare con la GHF.

È importante che la catastrofe in corso diventi un momento di riflessione per un settore umanitario internazionale troppo a lungo afflitto dalla collusione con le potenze dominanti attraverso concetti individualistici di neutralità.

La solidarietà anticoloniale con i movimenti di liberazione rimane l’unica strada da percorrere per ribadire collettivamente la necessità dell’emancipazione di tutti.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




Un sondaggio rivela che quasi la metà degli israeliani sostiene l’uccisione di tutti i palestinesi a Gaza da parte dell’esercito.

Nadav Rapaport , Tel Aviv, Israele

24 maggio 2025 – Middle East Eye

La stragrande maggioranza degli israeliani, compresi i laici, appoggia il trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza e da Israele

Secondo un sondaggio dell’università statale della Pennsylvania la schiacciante maggioranza di ebrei israeliani appoggia il trasferimento dei palestinesi da Gaza.

L’indagine, condotta a marzo e pubblicata dal quotidiano Haaretz giovedì, ha rivelato che l’82% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione forzata dei palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Nel contempo il 47% degli ebrei israeliani ha risposto affermativamente alla domanda: “Concordate con l’affermazione che l’esercito israeliano quando conquista una città nemica dovrebbe agire in modo simile a quello degli israeliti quando conquistarono Gerico sotto la guida di Giosué, cioè uccidendo tutti i suoi abitanti?”. Il riferimento è al racconto biblico della conquista di Gerico.

All’inizio di questo mese Israele ha lanciato nella Striscia assediata l’“Operazione Carri di Gedeone” che, secondo l’organo di informazione israeliano Ynet, ha lo scopo di portare avanti il piano del presidente USA Donald Trump di “svuotare Gaza”.

Ynet ha riferito che nel corso dell’operazione l’esercito israeliano intende spingere il maggior numero di palestinesi verso la zona di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove verranno distribuiti cibo e aiuti. Secondo Ynet il nuovo piano militare mira anche a promuovere l’“emigrazione volontaria” dei palestinesi.

Il nuovo piano ha ottenuto l’appoggio della maggioranza dell’opinione pubblica israeliana, nonostante che il capo di stato maggiore dell’esercito, Eyal Zamir, abbia avvertito che avrebbe costituito un danno per le vite degli ostaggi israeliani a Gaza.

Secondo un diverso sondaggio di Canale 13 il 44% dell’opinione pubblica israeliana approva l’operazione, mentre il 40% è contrario.

Lo stesso sondaggio rivela che l’opinione pubblica israeliana sostiene anche il proseguimento dell’assedio totale che Israele ha imposto alla Striscia di Gaza dall’inizio di marzo. Rivela che il 53% dell’opinione pubblica israeliana ritiene che Israele non dovrebbe consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nell’enclave.

All’inizio della settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che uno degli obbiettivi della guerra di Israele è realizzare il piano proposto da Trump di espellere i palestinesi da Gaza.

Durante una conferenza stampa Netanyahu ha detto che intende porre fine alla guerra, ma soltanto “a chiare condizioni che garantiscano la sicurezza di Israele: tutti gli ostaggi ritornino a casa, Hamas deponga le armi e lasci il potere, la sua leadership venga esiliata dalla Striscia.”

E noi portiamo avanti il piano di Trump – un piano che è veramente giusto e rivoluzionario”, ha aggiunto.

L’opinione pubblica laica appoggia l’espulsione

Secondo il sondaggio [dell’università] dello Stato della Pennsylvania l’appoggio all’espulsione di massa dei palestinesi dall’enclave si riscontra anche tra il 70% degli ebrei laici, parte dei quali sono considerati progressisti. Nel contempo il sostegno tra le comunità dei Masortim (tradizionalisti), dei religiosi e degli ultra-ortodossi supera il 90%.

L’ampio e trasversale appoggio a livello politico e sociale all’espulsione dei palestinesi non si ferma ai confini della Striscia di Gaza occupata. Secondo il sondaggio il 56% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dalla loro terra.

Mentre i livelli più alti di sostegno allo spostamento si sono registrati nelle comunità Masortim, religiose e ultra-ortodosse, superando il 60%, vi è anche un significativo sostegno tra i laici. Il sondaggio rivela che il 38% degli ebrei israeliani laici sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dal Paese.

Commentando i risultati dell’indagine, Shay Hazkani, professore di storia e studi ebraici all’università del Maryland, e Tamir Sorek, docente del dipartimento di storia dell’università statale della Pennsylvania, hanno scritto: “C’è chi vede nello shock e nell’angoscia che hanno colpito l’opinione pubblica israeliana in seguito agli eventi del 7 ottobre l’unica spiegazione di questa radicalizzazione.

Ma il massacro sembra aver solo scatenato demoni che sono stati alimentati per decenni nei media e nel sistema giudiziario e in quello educativo.”

Durante tutta la guerra i media israeliani hanno ripetuto appelli all’espulsione e all’uccisione dei palestinesi. Recentemente organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno inoltrato alla Corte Suprema la richiesta di aprire un’indagine contro Canale 14, considerato fedele a Netanyahu, con le accuse di “istigazione al genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.”

Anche il sistema educativo ha giocato un ruolo nel formare posizioni estremiste tra i giovani israeliani. Hazkani e Sorek affermano che dall’inizio degli anni 2000 si è sviluppato un processo di radicalizzazione.

Secondo il sondaggio solo il 9% degli uomini ebrei sotto i 40 anni, che rappresentano la maggioranza dei soldati in servizio effettivo o riservisti, è del tutto contrario alle idee di espulsione e trasferimento.

Linguaggio religioso

Solo lo scorso marzo la Corte Suprema ha respinto all’unanimità un ricorso presentato da organizzazioni per i diritti umani che tentava di costringere il governo a consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Nella sentenza uno dei giudici ha utilizzato un linguaggio religioso per giustificare il verdetto.

Fin dall’inizio della guerra il linguaggio religioso è stato ampiamente usato in Israele per descrivere la guerra a Gaza. Uno dei termini frequentemente richiamato è “Amalek” – in riferimento ad un antico nemico degli Israeliti, contro il quale la tradizione ebraica impone una guerra totale.

Una settimana dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre Netanyahu ha esortato le truppe di terra a prepararsi ad entrare a Gaza per “ricordare che cosa vi ha fatto Amalek”.

Tuttavia il discorso religioso in Israele non si limita al pubblico religioso. Il sondaggio ha rivelato che il 65% della popolazione ebrea crede che vi sia un “Amalek” dei giorni nostri. E di questi, il 93% pensa che il “mitzvah”, o comandamento, di “spazzare via la memoria di Amalek” dovrebbe essere applicato ancora oggi.

Il sionismo, oltre ad essere un movimento nazionale, è anche un movimento di coloni immigrati, che cerca di cacciare via la popolazione locale”, scrivono Hazkani e Sorek.

L’aspirazione ad una assoluta e permanente sicurezza può condurre ad un piano operativo per eliminare la popolazione ostile e quindi ogni progetto coloniale di insediamento contiene potenzialmente la pulizia etnica e il genocidio.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il genocidio israeliano a Gaza è una guerra demografica

Joseph Massad

23 maggio 2025 – Middle East Eye

Dietro l’uccisione di massa e l’espulsione dei palestinesi si cela un imperativo strategico: ripristinare il predominio demografico ebraico in tutto il territorio sotto il controllo coloniale israeliano.

Il genocidio in corso a Gaza, che ha ucciso quasi 54.000 palestinesi, insieme ai vari piani per espellere i sopravvissuti, ha un obiettivo primario: salvaguardare linsediamento coloniale ebraico di Israele ripristinando la maggioranza demografica ebraica persa, che era stata ottenuta fin dal 1948 attraverso uccisioni di massa ed espulsioni.

I sionisti compresero subito che l’unica possibilità di sopravvivenza del loro progetto di colonizzazione era l’istituzione di una maggioranza ebraica attraverso l’espulsione dei palestinesi.

Theodor Herzl, il fondatore del movimento sionista, delineò negli anni Novanta dell’Ottocento i primi piani in merito, piani che l’Organizzazione Sionista ha poi perseguito a partire dagli anni Venti del Novecento. Tuttavia l’espulsione divenne possibile solo dopo la conquista militare sionista della Palestina.

Alla vigilia della guerra del 1948 la Palestina contava una popolazione ebraica di 608.000 persone (pari al 30%), la maggior parte delle quali giunta nel paese nei due decenni precedenti, insieme a 1.364.000 palestinesi.

Durante la conquista del 1948 le forze sioniste uccisero l’1% della popolazione palestinese, oltre 13.000 persone, e ne espulsero circa 760.000, ovvero più dell’80% di coloro che vivevano nell’area che Israele avrebbe poi dichiarato Stato ebraico.

Furono queste uccisioni e questi interventi di pulizia etnica ad istituire la superiorità demografica ebraica in Israele tra il 1948 e il 1967.

Espulsione

Nel novembre del 1948 erano rimasti in Israele circa 165.000 palestinesi e la popolazione ebraica coloniale era salita a 716.000 persone, con un incremento dal 30 all’81% quasi da un giorno all’altro.

Nel 1961 la popolazione ebraica era cresciuta fino a 1.932.000 su una popolazione totale di 2.179.000, portando la percentuale ebraica all’89%.

Alla vigilia della conquista israeliana di tre paesi arabi nel 1967 la popolazione complessiva contava 2,7 milioni di persone, di cui 2,4 milioni erano coloni ebrei e loro discendenti, con la persistenza dell’89% di prevalenza ebraica.

Il principale passo falso demografico commesso dalla colonia ebraica fu la conquista, nel 1967, del resto della Palestina, insieme alle alture del Golan e allo scarsamente popolato Sinai egiziano.

La voracità territoriale di Israele, pur portando a una conquista che ne triplicò le dimensioni geografiche, compromise significativamente la supremazia demografica ebraica per il cui ottenimento i sionisti si erano così duramente impegnati dal 1948.

Prima dell’espulsione del 1967 la popolazione della Cisgiordania era stimata tra 845.000 e 900.000 abitanti, mentre quella della Striscia di Gaza variava tra 385.000 e 400.000 abitanti.

L’espulsione vera e propria iniziò durante la conquista israeliana, con oltre 200.000 palestinesi, molti dei quali rifugiati del 1948 provenienti da quello che era diventato Israele, costretti ad attraversare il fiume Giordano dalla riva occidentale a quella orientale.

Minaccia demografica

A Gaza fino al dicembre 1968 le forze israeliane espulsero 75.000 palestinesi e impedirono ad altri 50.000, che lavoravano, studiavano o viaggiavano in Egitto o altrove, di tornare a casa.

Dopo le espulsioni il censimento israeliano del settembre 1967 registrò una popolazione di 661.700 abitanti in Cisgiordania e 354.700 a Gaza.

La popolazione palestinese di Gerusalemme Est contava 68.600 persone. Complessivamente, questo significava che la popolazione palestinese complessiva di Israele, Cisgiordania e Gaza ammontava a 1.385.000, riducendo la percentuale di ebrei in tutti i territori controllati da Israele dall’89% al 56%, con l’esclusione delle poche migliaia di siriani ed egiziani rimasti sulle alture del Golan e nel Sinai.

Infatti dalle alture del Golan gli israeliani espulsero tra 102.000 e 115.000 siriani, lasciandone non più di 15.000.

Riguardo alla popolazione del Sinai, all’epoca composta principalmente da beduini e contadini, 38.000 di loro divennero profughi. Inoltre con il progredire dell’occupazione Israele continuò a deportare centinaia di palestinesi.

Negli anni ’70 questo terremoto demografico successivo al 1967 procurò all’allora Primo Ministro israeliano Golda Meir molte notti insonni, preoccupata per il numero di palestinesi concepiti ogni notte.

La riduzione della quota ebraica coloniale della popolazione continuò, con la crescente ansia degli israeliani, fino al 1990.

Afflusso sovietico

Nel 1990 la popolazione dell’Israele del 1948 aveva raggiunto circa 4,8 milioni di abitanti, di cui 3,8 milioni di ebrei e un milione di palestinesi, mentre la popolazione palestinese della Striscia di Gaza era di 622.016 persone e quella della Cisgiordania di 1.075.531.

Il numero totale di palestinesi sotto il controllo israeliano era di 2.697.547, il che significava che gli ebrei rappresentavano il 58% della popolazione, un aumento marginale rispetto al 56% del 1967.

Il crollo dell’URSS e le conseguenti crisi economiche nelle repubbliche post-sovietiche portarono a un’emigrazione di massa, soprattutto tra gli ebrei, che trovavano più facile trasferirsi poiché la Legge del Ritorno israeliana offriva loro una destinazione immediata senza le complicazioni dell’emigrazione verso i paesi occidentali.

Ciò rese Israele un’opportunità molto attraente per gli ebrei sovietici e una manna dal cielo per lo Stato israeliano, poiché contribuì a prevenire la temuta “bomba demografica” palestinese, così come la crisi cominciò a essere definita dagli israeliani.

Tuttavia si scoprì che il milione di ebrei sovietici immigrati in Israele tra il 1990 e il 2000 – che ne alterarono significativamente la demografia aumentando sia la popolazione ebraica che quella ashkenazita [ebrei provenienti dall’Europa, ndt.] – non erano tutti ebrei.

L’appartenenza ebraica di oltre la metà di loro fu messa in discussione sia dai rabbini israeliani, che insistevano sul fatto che un ebreo dovesse essere una persona nata da madre ebrea, sia dai gruppi sionisti, tra cui la Zionist Organisation of America (ZOA), poiché molti dei nuovi arrivati ​​avevano, nella migliore delle ipotesi, solo un nonno ebreo. Tra questi, coniugi e altri parenti per nulla ebrei.

Molti degli immigrati post-sovietici si rifiutarono di imparare l’ebraico e continuarono a parlare russo, il che portò alla pubblicazione in Israele di numerosi giornali in lingua russa per venire incontro alle loro esigenze. Alcuni giovani immigrati formarono persino gruppi neonazisti e skinhead che attaccavano ebrei e sinagoghe in tutto il paese.

Tuttavia questa importante ondata migratoria non poté competere con la crescita della popolazione palestinese.

Panico demografico

Nel 2000 la popolazione di Israele aveva raggiunto i 6,4 milioni, di cui cinque milioni di ebrei e quasi 1,2 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 2,012 milioni e quella di Gaza di 1,138 milioni, riducendo la percentuale di coloni ebrei e dei loro discendenti a non più del 52% della popolazione totale.

Rendendosi conto che le poche colonie europee sopravvissute al cambio di rotta globale del colonialismo di insediamento a partire dagli anni ’60 – tra cui il Sudafrica sostanzialmente fino al 1994 – erano quelle che mantenevano una massiccia maggioranza demografica bianca, come Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, il governo israeliano si lasciò prendere dal panico.

Alla fine di quell’anno, il ripristino della superiorità demografica ebraica era diventato una vera e propria ossessione.

Quel dicembre l’Istituto di Politica e Strategia del Centro Interdisciplinare dell’Università di Herzliya in Israele tenne la prima di una serie di conferenze annuali incentrate sulla forza e la sicurezza dello Stato, con particolare riguardo al mantenimento del suo carattere suprematista ebraico.

Uno dei “Punti Principali” individuati nel rapporto di 52 pagine della conferenza era la preoccupazione per i numeri demografici necessari per preservare la supremazia ebraica in Israele:

L’alto tasso di natalità [degli arabi israeliani] mette in discussione il futuro di Israele come Stato ebraico… Le attuali tendenze demografiche, se dovessero continuare, mettono a repentaglio il futuro di Israele come Stato ebraico. Israele ha due strategie alternative: di adattamento o contenimento. Quest’ultima richiede una politica demografica sionista energica e a lungo termine, i cui effetti politici, economici ed educativi garantiscano il carattere ebraico di Israele.

Il rapporto aggiungeva assertivamente che “coloro che sostengono la preservazione del carattere di Israele come… Stato ebraico per la nazione ebraica… costituiscono la maggioranza della popolazione ebraica in Israele”.

Mantenere la superiorità

La conferenza non fu un’iniziativa isolata. Fu l’allora presidente israeliano Moshe Katsav in persona a dare il benvenuto ai partecipanti.

Riflettendo le opinioni suprematiste ebraiche dominanti tra gli ebrei israeliani e le organizzazioni ebraiche americane filo-israeliane, la conferenza fu co-sponsorizzata dall’American Jewish Committee, dall’Israel Center for Social and Economic Progress, dal Ministero della Difesa israeliano, dall’Agenzia Ebraica, dall’Organizzazione Sionista Mondiale, dal Centro per la Sicurezza Nazionale dell’Università di Haifa e dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale israeliano presso l’Ufficio del Primo Ministro.

La conferenza vide la partecipazione di 50 relatori: alti funzionari governativi e militari, tra cui ex e futuri primi ministri, professori universitari, personalità del mondo degli affari e dei media, nonché accademici ebrei americani e agenti della lobby filo-israeliana statunitense.

Da allora la conferenza di Herzliya si tiene annualmente, la questione demografica viene regolarmente discussa e proposte strategie per salvaguardare la superiorità demografica ebraica.

Nel 2002 l’ex Primo Ministro israeliano Shimon Peres, figura chiave del governo israeliano dagli anni ’50, espresse preoccupazione per il “pericolo” demografico palestinese, poiché la Linea Verde che separa Israele dalla Cisgiordania stava iniziando a “scomparire… il che potrebbe portare a un legame tra il futuro dei palestinesi della Cisgiordania e quello degli arabi israeliani”.

Descrisse la questione come una “bomba demografica” e auspicò che l’arrivo di altri 100.000 ebrei in Israele avrebbe rinviato questo “pericolo” demografico di altri 10 anni. Sottolineò che “la demografia sconfiggerà la geografia”.

Nel 2010 la popolazione israeliana aveva raggiunto i 7,6 milioni di abitanti, di cui 5,75 milioni di ebrei e 1,55 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 2,48 milioni e quella di Gaza di 1,54 milioni. Questo rendeva la popolazione ebraica una minoranza non superiore al 49% per la prima volta dopo la massiccia pulizia etnica dei palestinesi del 1948.

Ciò era intollerabile per lo Stato di apartheid, ed è stato in questo contesto che il parlamento israeliano approvò nel luglio 2018 una nuova “Legge fondamentale: Israele come Stato-nazione del popolo ebraico”, dove si afferma che “la terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui è stato istituito lo Stato di Israele” e che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivo del popolo ebraico”.

La nuova legge, dichiarata costituzionale dalla Corte Suprema israeliana nonostante il suo carattere razzista, fu un’esplicita conferma che Israele aveva compreso di stare perdendo la “guerra” demografica.

Infatti affermava che, indipendentemente dal numero di ebrei rimasti in Israele o dalla loro percentuale rispetto alla popolazione, avrebbero continuato a godere di privilegi razzisti e coloniali esclusivi nei confronti dei palestinesi indigeni.

Supremazia codificata

Nel 2020 la popolazione di Israele contava 9,2 milioni di persone, di cui 6,8 milioni di ebrei e 1,9 milioni di palestinesi, mentre la popolazione della Cisgiordania era di 3,05 milioni e quella di Gaza di 2,047 milioni, con una ulteriore riduzione della percentuale di coloni ebrei e dei loro discendenti al 47% della popolazione totale.

I palestinesi, tuttavia, non sembrano essere l’unica popolazione considerata una “bomba” demografica che minaccia la superiorità demografica ebraica.

Soltanto nel gennaio 2023 Morton Klein, presidente nazionale della ZOA, ha rilasciato una dichiarazione allarmata sull’imminente “de-giudaizzazione” dello Stato ebraico.

Questa volta i colpevoli si sono rivelati essere gli pseudo-ebrei, coloro a cui la famigerata e razzista “Legge del Ritorno” di Israele ha permesso l’ingresso nel Paese. La legge fu modificata nel 1970 per consentire a chiunque nel mondo avesse un nonno ebreo – inclusi il coniuge, i figli e i nipoti non ebrei di tale persona, e i rispettivi coniugi – di diventare colono in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana.

La dichiarazione della ZOA affermava con rammarico che l’emendamento del 1970 aveva permesso a mezzo milione di “non ebrei” provenienti dall’ex Unione Sovietica (FSU) di stabilirsi nello Stato ebraico.

La preoccupazione si basava sui dati del governo israeliano secondo cui “in gran parte a causa della clausola sui nonni oltre il 50% di tutti gli immigrati nello Stato ebraico lo scorso anno erano non ebrei, e il 72% degli immigrati provenienti dai paesi dell’ex Unione Sovietica nello Stato ebraico oggi sono non ebrei”.

L’organizzazione sionista rilevava che “questo sta causando un calo significativo della percentuale di ebrei che vivono in Israele, mettendo a repentaglio la continuità di Israele come Stato ebraico”.

Secondo la dichiarazione della ZOA questa situazione spaventosa avrebbe comportato che “i non ebrei avranno sempre più influenza nel determinare i leader, le leggi e le decisioni di sicurezza dello Stato ebraico” e che “gli ebrei della diaspora che hanno bisogno o desiderano vivere nella patria ebraica potrebbero ritrovarsi in futuro in uno Stato a maggioranza non ebraica”.

La dichiarazione chiedeva “l’eliminazione o una modifica della clausola sui nonni. Dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che lo Stato ebraico rimanga ebraico”.

Sebbene non arrivasse a chiedere esplicitamente l’espulsione di mezzo milione di coloni europei “non ebrei”, come Israele aveva fatto con i palestinesi nativi nel 1948 e nel 1967, l’implicazione era chiara.

Se si accetta l’opinione della ZOA secondo cui questi ex ebrei sovietici in Israele oggi non sono affatto ebrei, allora la percentuale di ebrei scende ulteriormente fino al 42%.

Fase finale

È stato in questo contesto che nel maggio 2021 Israele, la sua Corte Suprema e i coloni ebrei hanno intensificato la loro campagna per terrorizzare i palestinesi di Gerusalemme Est , espellendo 13 famiglie – per un totale di 58 persone – dalle loro case nel quartiere di Shaykh Jarrah.

Altri 1.000 palestinesi sono stati minacciati di sfratto dai coloni e dai tribunali israeliani.

La decisione è stata vista a livello internazionale come un’ulteriore conferma che Israele è uno Stato di apartheid.

Nel gennaio 2021 l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem aveva già pubblicato un rapporto che identificava il regime israeliano come uno Stato di “supremazia ebraica” e descriveva Israele come uno Stato di apartheid.

Ad aprile, un mese prima della sentenza della Corte Suprema, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto in cui dichiarava Israele uno Stato di apartheid sia all’interno dei confini del 1948 che nei territori occupati del 1967.

Amnesty International ha seguito l’esempio nel febbraio 2022, dichiarando anch’essa Israele uno Stato di apartheid.

È in considerazione dello status di minoranza dei coloni ebrei israeliani che si sta verificando l’attuale genocidio a Gaza, parallelamente ai piani per espellere i sopravvissuti palestinesi al di fuori della Striscia.

Il disperato tentativo israeliano di ripristinare la supremazia demografica ebraica è ciò che spinge allo sterminio e all’espulsione pianificata dei due milioni di palestinesi a Gaza. Nel marzo 2025 il governo israeliano ha approvato la creazione di “un organismo per la gestione della migrazione volontaria [dei palestinesi] da Gaza”.

Il governo degli Stati Uniti, che durante le amministrazioni di Joe Biden e Donald Trump ha collaborato con Israele per trovare destinazioni per i sopravvissuti palestinesi al genocidio espulsi, starebbe mediando un altro accordo, questa volta con i signori della guerra libici, per accoglierli.

Con l’esodo di un numero compreso tra 100.000 e mezzo milione di ebrei israeliani dal Paese dall’ottobre 2023, in continuità con una precedente tendenza all’emigrazione, sembra improbabile che, anche se Israele riuscisse nelle sue campagne di sterminio ed espulsione a Gaza, possa mai ripristinare la supremazia demografica ebraica.

L’unica opzione rimasta sarebbe quella di sterminare tutti i palestinesi, non solo quelli di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di storia politica e intellettuale araba moderna alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli, sia accademici che giornalistici. Tra le sue opere figurano: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la creazione dellidentità nazionale in Giordania],Desiring Arabs [Arabi Desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi]. Più di recente ha pubblicato Islam in Liberalism [LIslam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati pubblicati in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Genocidio a Gaza: come i regimi arabi sono diventati il nemico interno

Ahmad Rashed ibn Said

19 maggio 2025 – Middle East Eye

Gaza ha infranto l’illusione della credibilità dell’ordine politico arabo, esponendone il profondo fallimento strutturale e morale

In un discorso televisivo lo scorso mese, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha duramente attaccato Hamas, definendoli “figli di cani” e chiedendo che deponessero le armi e rilasciassero i prigionieri israeliani rimasti.

Nel suo intervento, sembrava aver dimenticato la sua precedente richiesta alla “comunità internazionale” di protezione dall’aggressione degli occupanti nel maggio 2023, quando si era rivolto alle Nazioni Unite.

“Popoli del mondo, proteggeteci”, aveva detto Abbas. “Non siamo esseri umani? Anche gli animali dovrebbero essere protetti. Se avete un animale, non lo proteggereste?”

Lo scorso febbraio, i media israeliani hanno riportato che l’Arabia Saudita aveva avanzato un piano per Gaza incentrato sul disarmo di Hamas e sulla rimozione del gruppo dal potere.

Fonti arabe e americane hanno dichiarato al giornale Israel Hayom che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non avrebbero partecipato finanziariamente o praticamente alla ricostruzione di Gaza senza la garanzia che Hamas avrebbe ceduto le armi e non avrebbe avuto alcun ruolo nel governo postbellico.

A marzo, Middle East Eye ha riferito che la Giordania stava proponendo un piano per disarmare i gruppi palestinesi a Gaza, oltre a esiliare dalla Striscia 3.000 membri di Hamas, inclusi dirigenti militari e civili.

Poi, a metà aprile, pochi giorni prima che Abbas minacciasse Hamas, l’Egitto ha presentato a una delegazione di Hamas al Cairo una “proposta di cessate il fuoco”, che includeva la richiesta del disarmo del gruppo.

Uno schema di ostilità

Le richieste di Abbas e dei principali regimi arabi affinché Hamas si disarmi riflettono un più ampio schema ricorrente di ostilità da parte dell’ordine politico arabo verso la resistenza a Gaza.

Ciò solleva domande cruciali e legittime sull’essenza stessa della lotta per la liberazione: gli occupati hanno il diritto di resistere al loro occupante? Come può una resistenza disarmata opporsi a un’occupazione militare brutale che commette genocidio contro un popolo indifeso?

Quali garanzie ci sono per porre fine all’occupazione e rimuovere l’assedio se il sionismo continua la sua aggressione incontrollata mentre i regimi arabi e il mondo chiudono gli occhi?

Nel linguaggio politico occidentale gli appelli al disarmo di Gaza si chiamerebbero “acquiescenza” e ricompensa per l’aggressione. Queste richieste richiamano una lunga e dolorosa storia di tradimenti dei regimi arabi verso la Palestina.

Nel corso degli anni questo tradimento si è trasformato in complicità da parte di questi regimi, una complicità deliberata e non dovuta all’incapacità di fare altrimenti. Per loro la resistenza è inutile, sconfiggere l’occupazione è un mito, e l’esistenza di una Palestina libera e indomita minaccerebbe l’ordine regionale che cercano di preservare.

Nel corso della lotta contro il colonialismo sionista ci sono stati numerosi momenti cruciali in cui i governi arabi avrebbero potuto intervenire in modo significativo sia per contrastare il progetto sionista sia almeno per rallentarne l’avanzata. Invece l’ordine politico arabo ha ripetutamente tradito la causa palestinese. Tre momenti chiave spiccano su tutti.

Silenzio a Damasco

Il primo tradimento risale al 1948, l’anno della Nakba, quando lo Stato di Israele fu fondato sulle rovine della Palestina.

Nella fase precedente alla Nakba, un rispettato combattente palestinese, Abd al-Qadir al-Husseini, fu ucciso mentre guidava un contrattacco per riconquistare il villaggio strategico di al-Qastal, a ovest di Gerusalemme.

Husseini, che era diventato famoso durante la rivolta palestinese del 1936, nel marzo 1948, mentre le milizie sioniste avanzavano, si recò a Damasco per chiedere armi alla Lega Araba. Poi arrivò la notizia che Qastal era caduta. Husseini supplicò la Lega Araba per avere le armi, ma non ottenne che silenzio.

Prima di tornare a Gerusalemme si rivolse alla Lega Araba dichiarando: “Sto andando a Qastal, la prenderò d’assalto e la occuperò, anche se questo dovesse costarmi la vita. Ora desidero la morte prima di vedere gli ebrei occupare la Palestina. Gli uomini e i dirigenti della Lega stanno tradendo la Palestina”. Più tardi, scrisse una lettera alla Lega: “Vi ritengo responsabili dopo che avete lasciato i miei soldati al culmine delle loro vittorie senza aiuti né armi”.

Dopo il ritorno da Damasco Husseini organizzò rapidamente un’operazione militare per riconquistare Qastal, ma fu ucciso in battaglia l’8 aprile 1948. Molti combattenti in seguito abbandonarono il villaggio, che fu poi distrutto dalle bande sioniste.

Il giorno seguente le milizie sioniste commisero un orribile massacro nel vicino villaggio di Deir Yassin, uccidendo e mutilando decine di civili e riducendo il villaggio in macerie.

Molti storici arabi considerano la battaglia di Qastal, il primo villaggio palestinese occupato nel 1948, come una delle battaglie decisive della guerra. La sua posizione strategica, situata sopra le strade di accesso a Gerusalemme, fece della sua perdita un momento cruciale che facilitò l’occupazione sionista della Palestina.

Questo è ciò che rende significativo e vergognoso il tradimento dei regimi arabi. Il giornale israeliano Haaretz descrisse la battaglia come “uno scontro all’ultimo sangue” e un “tradimento da parte del mondo arabo” che portò alle “24 ore più disastrose della storia palestinese”.

Il tradimento dell’Egitto

Il secondo devastante tradimento arrivò quando lo Stato arabo più influente, l’Egitto, conferì ufficialmente legittimità alla colonizzazione sionista dell’80% della Palestina attraverso la firma degli Accordi di Camp David [del 1978, da non confondere con il Vertice di Camp David del 2000, ndt.] da parte dell’ex presidente Anwar Sadat.

In cambio del ritiro israeliano dal Sinai, di una sovranità egiziana limitata sul territorio e di una “tangente” annuale di 1,5 miliardi di dollari dagli USA, l’Egitto di fatto abbandonò la causa palestinese lasciando Gerusalemme, la Cisgiordania e Gaza sotto occupazione israeliana.

Gli Accordi di Camp David allontanarono l’Egitto dal conflitto arabo-israeliano, realizzando un sogno che il sionismo aveva coltivato a lungo. Lo scrittore israeliano Uri Avnery descrisse l’accordo come uno degli eventi più significativi della storia di Israele, scrivendo nel 2003 che Sadat “era pronto a vendere i palestinesi pur di firmare una pace separata con Israele e ottenere il favore (e i soldi) degli Stati Uniti”.

Questo tradimento non fece che approfondire il senso di impunità e arroganza dell’occupazione. L’accordo non portò pace né prevenne guerre.

Esso segnò invece l’inizio di un prolungato processo di normalizzazione tra Israele e i leader arabi, che abbandonarono i princìpi rivoluzionari e infransero il tabù di lunga data contro i negoziati con il sionismo, optando invece per quello che percepivano come un approccio pragmatico basato sul realismo e sull’interesse personale.

In Preventing Palestine: A Political History from Camp David to Oslo [Impedire la Palestina. Una storia politica da Camp David a Oslo, inedito in Italia, ndt.], lo studioso ebreo Seth Anziska sostiene che gli accordi ebbero un ruolo centrale nel perpetuare l’apolidia palestinese e nel creare ostacoli insormontabili alle loro aspirazioni ad avere una patria, gettando le basi concettuali per i disastrosi Accordi di Oslo.

Alcuni anni dopo Camp David, Israele lanciò una brutale invasione del Libano, uccidendo migliaia di civili e distruggendo città. I frutti del tradimento devono avere un sapore amaro.

Massacro in Libano

L’invasione, avvenuta nell’estate del 1982, fu il terzo momento cruciale nella triste storia del tradimento della Palestina da parte dei regimi arabi. Mentre le forze israeliane assediavano Beirut e bombardavano incessantemente la città i governi arabi non fecero altro che esprimere commozione.

Alla fine, gli USA e alcuni Stati arabi intervennero per realizzare gli obiettivi dell’invasione: la rimozione dei combattenti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) dal Libano. Il principe saudita Bandar bin Sultan contribuì a persuadere il leader dell’OLP Yasser Arafat a lasciare Beirut, assicurandogli che i palestinesi nei campi sarebbero stati al sicuro.

La “forza di protezione” occidentale diede garanzie simili ad Arafat, che abboccò e accettò il piano nell’agosto 1982. Ciò che seguì alla partenza dei combattenti dell’OLP fu l’incubo che molti avevano temuto: le promesse di protezione furono infrante e la mattina del 16 settembre 1982 i membri di una milizia cristiana libanese nota come Falange irruppero nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila per compiere un massacro, tutto sotto lo sguardo delle truppe israeliane.

Fino a 3.500 persone furono massacrate in tre giorni. Intere famiglie furono sterminate, ai bambini furono fracassate le teste contro i muri, le vittime furono smembrate e le donne furono stuprate prima di essere uccise con accette.

Pochi giorni dopo il massacro l’Arabia Saudita ricevette Arafat. Ricordo di averlo visto durante l’accoglienza di re Fahd per i dignitari musulmani a Mina il 28 settembre 1982, mentre indossava una medaglia, probabilmente conferitagli dal re.

Ciò che però rimane scolpito nella mia memoria è il tono pallido e giallastro del suo volto, simile a quello di un limone spremuto.

Il 16 dicembre 1982 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconobbe ufficialmente il massacro di Sabra e Shatila come un atto di genocidio. Le stime dell’ONU sul numero delle vittime parlano di 3.500 morti ma è possibile che il numero reale non sarà mai conosciuto, considerate le molte vittime sepolte in fosse comuni o sotto le macerie.

Il raccolto della tirannia

Il genocidio di Sabra e Shatila avrebbe potuto essere evitato se Stati arabi influenti come Arabia Saudita ed Egitto avessero preso una posizione di principio invece di perseguire l’acquiescenza e vantaggi politici a breve termine.

Oggi, 43 anni dopo quel crimine orribile, la storia si ripete. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti e l’Autorità Palestinese vogliono che Gaza si arrenda all’aggressione israeliana, che Hamas rilasci i prigionieri israeliani e si disarmi.

Ci sono appelli affinché i leader di Hamas seguano le orme di Arafat lasciando Gaza, una proposta ampiamente diffusa dai media filo-sauditi e dai lealisti sauditi sui social media dal 7 ottobre 2023.

L’ordine politico arabo sembra desiderare la sconfitta della resistenza di Gaza e il trionfo di quella che molti studiosi, gruppi per i diritti umani e milioni di persone in tutto il mondo percepiscono come una campagna di genocidio. Questa ripetizione della storia non sfugge agli osservatori: le stesse forze che spinsero Arafat a lasciare Beirut e poi uccisero la Primavera Araba, un fenomeno straordinario che aveva aperto una finestra di speranza per la liberazione della Palestina, ora chiedono il disarmo di Gaza.

Il coinvolgimento di alcuni regimi arabi in questi sforzi evidenzia la loro continua complicità nel minare l’autodeterminazione palestinese. Mentre le persone in tutto il mondo arabo hanno mostrato un prorompente sostegno per Gaza, i loro governi non hanno fatto nulla se non vuota retorica.

Questo divario tra volontà popolare e inazione governativa sottolinea la morsa della tirannia e della dittatura nella regione, dove gli interessi personali e la sopravvivenza del regime sono prioritari rispetto alle norme etiche e persino agli imperativi di sicurezza nazionale, come la causa palestinese.

Le posizioni profondamente vergognose di Stati come Egitto, Arabia Saudita e Giordania di fronte al genocidio a Gaza rivelano una cruda verità: l’abbandono della Palestina si è evoluto in una complicità diretta, l’apice di decenni di distacco calcolato, manovre politiche e cambiamenti nelle priorità regionali.

Ripercussioni imminenti

Gli accordi di normalizzazione tra Israele e alcuni Stati arabi non sono incidenti isolati; riflettono un più ampio schema di abbandono e complicità. La narrazione ampiamente accettata secondo la quale i regimi arabi non affrontano Israele a causa della mancanza di unità o di armi avanzate è semplicemente un mito.

Ciò implica che in circostanze diverse questi regimi sosterebbero la causa palestinese. In realtà la loro inazione non deriva dall’incapacità, ma da un calcolato allineamento strategico con gli interessi sionisti, spesso in diretta contraddizione con i valori e i sentimenti dei loro stessi cittadini.

Un esempio lampante di questa posizione emerse dopo che i leader arabi al Cairo all’inizio di marzo approvarono un piano per la ricostruzione di Gaza. Giorni dopo, MEE riportò che gli Emirati Arabi Uniti stavano facendo pressioni sull’amministrazione Trump per abbandonare il piano e costringere l’Egitto ad accettare palestinesi sfollati con la forza.

Nel corso di mesi di spargimento di sangue a Gaza, la maggior parte dei governi arabi è stata lenta persino a emettere condanne blande. Sebbene la loro retorica abbia poi cambiato tono, le loro azioni sono rimaste largamente passive o peggio apertamente favorevoli a Israele, aiutandolo a evitare l’isolamento diplomatico e il contraccolpo economico. Al contrario, gli Houthi dello Yemen hanno intrapreso azioni concrete nel tentativo di fermare il genocidio.

Nel suo nuovo libro War [Solferino Libri, 2024], il giornalista Bob Woodward rivela che alcuni funzionari arabi hanno privatamente rassicurato i loro omologhi americani del loro sostegno all’aggressione israeliana mirata a smantellare la resistenza armata palestinese. La loro principale preoccupazione non era l’uccisione di massa di civili, ma la possibilità che le immagini della sofferenza palestinese potessero scatenare disordini nelle loro società.

Gaza ha infranto l’illusione della credibilità dell’ordine politico arabo, esponendone il profondo fallimento strutturale e morale. Nessuna ricchezza, alleanza straniera o repressione interna può offrire vera stabilità all’Arabia Saudita o ai suoi omologhi mentre i palestinesi vengono assediati e uccisi.

Non c’è alcuna giustificazione morale o politica per allearsi con il sionismo. Il genocidio di Gaza ha rivelato la sua essenza di ideologia fallita costruita sull’espropriazione e il terrore. Credere che la Palestina possa essere schiacciata o che il sionismo possa sopravvivere indenne dopo tutta questa brutalità è una fantasia ridicola.

I regimi arabi che un tempo facilitarono l’espulsione forzata dei combattenti palestinesi da Beirut capiscono che smantellare l’ultima linea di difesa di Gaza potrebbe aprire la strada a un massacro molto peggiore di Sabra e Shatila? E se quell’orrore si verificasse, porteranno il peso di ciò che hanno contribuito a scatenare?

La storia ha dimostrato che sostenere le legittime aspirazioni del popolo palestinese è l’unica strada percorribile. Tradire quelle aspirazioni erode la legittimità delle élite al potere. Da oltre 19 mesi le immagini incessanti della sofferenza a Gaza si sono impresse nella memoria collettiva del mondo. Le persone stanno guardando. Non dimenticheranno.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele ha già perso la guerra di Gaza, solo che ancora non lo sa.

David Hearst

16 maggio 2025 MiddleEastEye

Come per il Vietnam, due fattori porranno fine a questo massacro: la determinazione dei palestinesi a rimanere sulla loro terra e la crescente indignazione pubblica in Occidente

Nell’ultima puntata dello show “La Casa Bianca su Uber: come pre-acquistare un presidente degli Stati Uniti” è di sfuggita sembrato che il conduttore stesse leggendo il copione giusto.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato in Arabia Saudita che l’interventismo liberale è stato un disastro. È vero. Ha detto che non si possono distruggere e ricostruire le nazioni. La Russia post-sovietica, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e lo Yemen ne sono tutti esempi.

Ha smesso di bombardare lo Yemen e ha revocato decenni di sanzioni alla Siria, bloccando nel frattempo due delle principali vie di Israele per il predominio regionale: la divisione della Siria e l’inizio di una guerra con l’Iran.

Dico di sfuggita perché, dato che l’Iran ha già affrontato questo copione molte volte nei negoziati sul suo programma nucleare, ciò che un presidente degli Stati Uniti promette e ciò che mantiene sono due cose diverse.

Fra i primi ad essere stati presi di sorpresa dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni alla Siria sono stati i suoi stessi funzionari del Tesoro. A quanto pare la cessazione delle articolate sanzioni imposte alla Siria da quando nel 1979 gli Stati Uniti hanno inserito il paese nella lista degli Stati sponsor del terrorismo non è così facile, né sarà rapida o completa.

C’è il Caesar Syria Civilian Protection Act, che prescrive spetti al Congresso annullarle, sebbene Trump potrebbe sospenderne alcune parti per motivi di sicurezza nazionale. Le sanzioni stesse sono un mix di ordini esecutivi e statuti, e potrebbero richiedere mesi per essere abolite. C’è spazio per ulteriori cambi di rotta.

Questa particolare puntata dello show è costata ai suoi sponsor, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar cifre impressionanti, più di 3 trilioni di dollari, cifra che continua a crescere, una cifra elevata perfino per gli standard del Golfo.

Missione mortale

Ci sono 600 miliardi di dollari dall’Arabia Saudita, 1,2 trilioni di dollari in accordi con il Qatar, un 747 personale per il presidente, una torre a Dubai per Eric il figlio di Trump e molto altro ancora in arrivo, inclusi accordi in criptovaluta con la società della famiglia Trump, la World Liberty Financial. Gli arabi più ricchi hanno fatto a gara per deporre tributi ai piedi dell’ultimo imperatore di Washington.

Mentre questa orgiastica ostentazione di ricchezza si svolgeva a Riyadh e Doha, Israele celebrava l’anniversario della Nakba del 1948 uccidendo quanti più palestinesi possibile a Gaza. Mercoledì è stato uno dei giorni più sanguinosi a Gaza dall’abbandono unilaterale del cessate il fuoco da parte di Israele. Quasi 100 persone sono state uccise. Bombe anti -bunker sono state sganciate vicino all’ospedale europeo di Khan Younis, un attacco mirato a Muhammad Sinwar, il leader de facto di Hamas a Gaza. La sua morte non è stata confermata. Analogamente all’assassinio del defunto leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran, Israele ha preso di mira un negoziatore chiave in un momento in cui sta fingendo di voler negoziare.

Le mie fonti dicono che poco prima che il 18 marzo Israele riprendesse i suoi attacchi, la leadership politica di Hamas all’estero aveva accettato un accordo con gli americani che avrebbe portato al rilascio di altri ostaggi in cambio di un’estensione del cessate il fuoco, ma senza alcuna garanzia di fine della guerra. Ma Sinwar lo rifiutò e, di conseguenza, la cosa non andò avanti.

Se davvero Sinwar è morto ci vorrà del tempo per ristabilire comunicazioni sicure all’interno di Hamas con uno dei tanti uomini che ora potrebbero prenderne il posto.

Il suo tentato omicidio, o l’effettiva uccisione, è la prova, se ce ne fosse bisogno, che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha alcuna intenzione di riportare a casa vivi gli ostaggi rimasti. Un accordo per gli ostaggi ha bisogno che le forze di Hamas conservino il comando e il controllo. La guerriglia non ne ha bisogno.

La missione di Netanyahu a Gaza, che consiste nell’affamare e bombardare quanti più palestinesi possibile dei 2,1 milioni che vivono nell’enclave, è diventata così chiara, così evidente che nemmeno l’ipotetica comunità internazionale può più ignorarla.

Tom Fletcher, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza: “Per coloro che sono stati uccisi e per coloro le cui voci sono state messe a tacere: di quali altre prove avete bisogno ora? Agirete con decisione per prevenire il genocidio e garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario?”.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “vergognosa” la politica di Israele a Gaza. Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha definito Israele uno “Stato genocida” durante un intervento in Parlamento, sottolineando che Madrid “non fa affari” con un paese del genere.

Gigantesco tradimento

Ma non una sola pubblica parola di condanna del comportamento di Israele a Gaza è stata rivolta a Trump dalle labbra di Mohammed bin Salman, principe ereditario e di fatto sovrano dell’Arabia Saudita, né dal presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed o dall’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad al Thani.

La farsa nel Golfo è stata un enorme tradimento verso i palestinesi, che sanno bene come i governanti arabi abbiano una lunga storia di abbandoni nei loro confronti.

In passato per farlo hanno aspettato qualche decoroso mese o anno dopo una sconfitta militare. Ci è voluto del tempo dopo la guerra del 1967 perché i leader arabi parlassero di una soluzione pacifica per la Cisgiordania occupata e Gaza. Oggi stanno abbandonando i veri eroi del mondo arabo, che vengono affamati e bombardati a morte.

Hamas e Hezbollah sono stati entrambi gravemente indeboliti, anche se mi chiedo se i colpi ricevuti siano stati decisivi. Ma Hamas continua a combattere sul campo, come dimostra il bilancio di vittime militari israeliane a Gaza, spesso sottovalutato. Nessun sorvegliante ha consegnato il proprio ostaggio per salvarsi la vita.

Lo spirito di resistenza a Gaza non è stato sconfitto. Anzi, il parallelo con un’altra storica sconfitta delle forze coloniali, quella francese e americana, si è ulteriormente rafforzato.

In un certo senso non è possibile fare un paragone tra Gaza e la guerra del Vietnam. La forza che Israele usa oggi a Gaza è nettamente superiore a quella usata da John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson e Richard Nixon, i tre presidenti degli Stati Uniti il ​​cui mandato fallì in Vietnam.

Nell’arco di otto anni gli Stati Uniti hanno sganciato più di cinque milioni di tonnellate di bombe sul Vietnam, rendendolo il luogo più bombardato al mondo. A gennaio di quest’anno, Israele aveva sganciato almeno 100.000 tonnellate di bombe su Gaza.

In altre parole, gli Stati Uniti in Vietnam hanno sganciato circa 15 tonnellate di esplosivo per chilometro quadrato, mentre Israele ne ha sganciate 275 per chilometro quadrato di Gaza, una cifra 18 volte superiore.

Detto questo, altri punti di paragone colpiscono: una guerra che segna gli Stati Uniti ancora oggi e l’attuale guerra a Gaza, che Netanyahu è pronto ad aggravare tentando di rioccupare il territorio in modo permanente.

Un terribile déjà vu

L’attuale generazione di osservatori di guerra non può che provare un senso di déjà vu schiacciante guardando il resoconto meticolosamente completo del conflitto nella nuova miniserie Turning Point: The Vietnam War.

L’inutilità, ormai riconosciuta, della campagna militare statunitense contro i Viet Cong è rispecchiata e amplificata dai tentativi dell’esercito israeliano di cancellare Hamas dalla mappa.

Con l’intensificarsi del coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam e l’abbandono da parte di Washington della farsa che oltre 16.000 tra soldati e piloti stessero “consigliando” l’esercito sudvietnamita, divenne chiaro sia a Washington che a Saigon che avrebbero dovuto cacciare i Viet Cong dalle campagne e riprendere il controllo governativo di circa 12.000 villaggi.

Probabilmente nulla ha fatto rivoltare gli abitanti dei villaggi del Vietnam del Sud contro gli Stati Uniti e il loro stesso governo a Saigon più velocemente del “Programma Strategico di Hamlet”. Si trattava di insediamenti fortificati dove gli abitanti dei villaggi, cacciati dalle loro terre ancestrali dalle truppe statunitensi, avrebbero dovuto forzosamente reinsediarsi. Nel gergo dei cinegiornali dell’epoca, gli abitanti dei villaggi avrebbero potuto iniziare una nuova vita, liberati dai comunisti.

Come affermò Thomas Bass, autore di Vietnamerica: The War Comes Home “C’erano intere regioni che potevano essere dichiarate campo libero per gli attacchi”.

Strettamente correlato a questo c’era un altro presupposto del programma di “pacificazione” statunitense, il precedente dell’odierna guerra, che nasceva dalle difficoltà che i soldati statunitensi avevano nel distinguere i civili dai combattenti. La soluzione consisteva nel trattare qualsiasi vietnamita incontrato in una zona dichiarata “di fuoco libero” come nemico, e aprire il fuoco senza fare riferimento alla catena di comando.

Un ex marine statunitense ha detto: “Ci hanno insegnato che tutti i vietnamiti erano liberi di andarsene e che tutti quelli rimasti facevano parte dell’infrastruttura dei Viet Cong. Basta dare la caccia alle persone e ucciderle, e puoi ucciderle come ti pare”.

Ci si aspettava che i comandanti tornassero con un alto numero di cadaveri. Tutti i caduti, donne e bambini inclusi, furono trattati come comunisti morti: “Mi è stato detto che se avessimo ucciso 10 vietnamiti per ogni americano avremmo vinto”, ha detto un altro veterano del Vietnam.

Gli abitanti dei villaggi morivano di fame nei loro accampamenti liberi dai Viet Cong perché avevano perso l’accesso alle loro risaie. L’obiettivo principale, tuttavia, non era quello di sfamarli, ma di bonificare le campagne. Il risultato fu che gli abitanti dei villaggi fuggirono e i Viet Cong si avvicinarono sempre di più alle città.

A un certo punto quasi il 70% degli abitanti dei villaggi che si arruolarono volontariamente per unirsi ai Viet Cong erano donne. Tran Thi Yen Ngoc del Fronte di Liberazione Nazionale ha dichiarato: “Ci chiamavano Viet Cong, ma eravamo l’esercito di liberazione. Eravamo tutti compagni e ci consideravamo un’unica famiglia. Quando una persona cadeva, altre cinque o sei si facevano avanti”.

“Un terribile caos”

Ci sono altre due somiglianze tra oggi e il 1968: le proteste e i feroci livelli di repressione nei campus statunitensi, e la misura in cui le forze armate americane e israeliane si sentano in dovere di disumanizzare il nemico prima di commettere atrocità.

Dopo il massacro di My Lai del 1968, in cui circa 500 civili disarmati e innocenti furono uccisi nel giro di poche ore, il comandante americano generale William Westmoreland affermò che la vita ha poco valore per i vietnamiti: “L’orientale non dà alla vita lo stesso alto valore di un occidentale”.

I leader israeliani vanno ben oltre Westmoreland. Chiamano i palestinesi animali umani.

In effetti, tutta quella storia di decenni fa suona inquietante e pertinente ai giorni nostri a Gaza e nella Cisgiordania occupata.

In un’intervista del 29 ottobre 2023, a poche settimane dall’inizio della guerra, Giora Eiland, un generale di riserva in pensione, affermò che Israele non avrebbe dovuto permettere l’ingresso di aiuti nel territorio: “Il fatto che ci stiamo piegando di fronte agli aiuti umanitari a Gaza è un grave errore… Gaza deve essere completamente distrutta: un caos terribile, una seria crisi umanitaria, grida di vendetta al cielo”.

In seguito affermò: “Tutta Gaza morirà di fame, e quando Gaza morirà di fame, centinaia di migliaia di palestinesi saranno furiosi e arrabbiati. E la gente affamata, sono loro che faranno un colpo di stato contro [Yahya] Sinwar, e questa è l’unica cosa che lo preoccupa”.

Non accadde nulla del genere, ma il ragionamento di Eiland divenne noto come Piano dei Generali, inizialmente applicato al nord di Gaza dove rimanevano 400.000 palestinesi.

Il piano per svuotare il nord di Gaza fallì, poiché durante il recente cessate il fuoco centinaia di migliaia di persone tornarono alle loro case, anche se di esse non era rimasto nulla.

Biglietto di sola andata

Ma la tattica di affamare e sgomberare ha trovato nuova linfa nell’attuale operazione militare israeliana chiamata “Carri di Gedeone”. In quella che Netanyahu ha ripetutamente definito la “fase finale” della guerra, il piano prevede di costringere oltre due milioni di palestinesi a trasferirsi in una nuova “zona franca” intorno a Rafah.

Ai palestinesi vi sarà consentito l’ingresso solo dopo essere stati controllati dalle forze di sicurezza. Ed è un biglietto di sola andata: non potranno mai più tornare alle loro case, che verrebbero completamente distrutte.

“L'[esercito israeliano], in collaborazione con lo Shin Bet [l’agenzia per la sicurezza interna israeliana], istituirà posti di blocco sulle strade principali che porteranno alle aree in cui saranno ospitati i civili di Gaza nell’area di Rafah”, ha dichiarato Ynet [fonte quotidiana in inglese di notizie dell’ultima ora da Israele e dal mondo ebraico, ndt.]

Martedì Netanyahu ha dichiarato che potrebbe accettare un cessate il fuoco temporaneo a Gaza ma non si impegnerà a porre fine alla guerra nell’enclave palestinese.

Ciò che il Vietnam ha fatto per LBJ e Nixon, Gaza lo farà per Netanyahu e per il suo successore come primo ministro, probabilmente Naftali Bennett. Secondo fonti britanniche che lo vedono regolarmente Netanyahu è molto più malato di cancro di quanto non venga pubblicamente riconosciuto.

Due fattori hanno posto fine alla guerra del Vietnam, e con essa a oltre un secolo di lotta per liberare il Paese da un padrone coloniale: la determinazione dei vietnamiti e l’opinione pubblica statunitense.

Gli stessi due fattori condurranno il popolo palestinese al proprio Stato: la determinazione dei palestinesi a rimanere e morire sulla propria terra, e l’opinione pubblica occidentale che si sta ormai rapidamente rivoltando contro Israele. Osservatela attentamente. Si sta insinuando a destra e si è saldamente radicata a sinistra. Etichettare legittime critiche al genocidio come antisemite non funzionerà più. La carica è già esaurita.

È sia in Palestina che nei cuori e nelle menti dell’Occidente – da cui è nato il progetto sionista e da cui è così dipendente – che questa guerra si sta combattendo.

Israele potrà anche vincere ogni battaglia, come fecero gli americani in Vietnam, ma perderà la guerra.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista della sezione esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)