Un attacco israeliano uccide un giornalista palestinese mentre viene curato in ospedale a Gaza

Lubna Masarwa da Gerusalemme e Maha Hussaini da Gaza City, Palestina occupata

13 maggio 2025 – Middle East Eye

Il noto giornalista Hassan Islayeh è preso di mira direttamente dopo mesi di istigazioni contro di lui sui media israeliani

Martedì un drone israeliano ha ucciso il giornalista palestinese Hassan Islayeh mentre era in cura nell’ospedale Nasser di Khan Younis.

Islayeh, noto giornalista sul campo e direttore dell’agenzia Alam24 News, era convalescente per le ferite subite in un precedente attacco aereo israeliano del mese scorso, che aveva preso di mira una tenda di operatori dell’informazione vicino allo stesso ospedale.

L’attacco aveva ucciso due giornalisti e feriti diversi altri.

Il primo attacco sembrava avesse come obbiettivo diretto Islayeh, colpendo il suo cellulare, ma lui era sopravvissuto all’incidente.

I media locali hanno descritto l’attacco di martedì come “un assassinio deliberato”, sottolineando che lui è stato colpito nuovamente mentre veniva curato nel reparto grandi ustionati dell’ospedale.

Islayeh è stato a lungo oggetto di istigazioni sui media israeliani, in gran parte dovuti alla copertura in prima linea degli attacchi di Hamas a Israele del 7 ottobre.

Gli organi di stampa israeliani lo hanno etichettato come affiliato ad Hamas, benché non sia stata prodotta alcuna prova che corrobori queste accuse.

Prima di morire Islayeh ha smentito le accuse contro di lui, difendendo la sua copertura degli attacchi del 7 ottobre come rispettosa degli stessi standard giornalistici seguiti in altre situazioni.

Molti giornalisti israeliani sono entrati a Gaza durante la guerra al seguito dell’esercito israeliano. Hanno preso parte al bombardamento e alla distruzione delle case. Questo viene considerato normale per loro, ma non per noi?”, ha detto in una registrazione ascoltata da Middle East Eye.

Ha anche descritto come l’esercito israeliano abbia cercato più volte di raggiungerlo in modo indiretto, presentandosi sotto diverse identità, come giornalisti freelance che cercavano lavoro da lui.

Islayeh ha detto che i media israeliani hanno anche iniziato a diffondere parecchie voci su di lui, comprese diverse asserzioni secondo cui lui aveva programmato di lasciare Gaza –cosa che lui sostiene di non aver mai neppure lontanamente pensato.

Durante tutto il corso della guerra non c’è stato un solo organo di informazione israeliano che non abbia pubblicato rapporti su di me o istigato contro di me”, ha detto.

Ciò mi ha causato molta preoccupazione ed ha influito sul mio lavoro. Mi hanno lasciato senza un posto in cui fare il mio lavoro.”

Una guida

In quanto esperto corrispondente dal campo, Islayeh era diventato una guida e un riferimento influente per gli aspiranti giornalisti.

Ahmed Aziz, un collaboratore di MEE, ha detto che l’influenza di Islayeh su di lui è stata enorme.

E’ sempre stato uno di quelli che prendevano l’iniziativa per aiutare i colleghi, fornendo loro materiale, suggerendo nominativi e indicando luoghi dove potevamo andare per filmare”, ha detto Aziz a MEE.

Ha aggiunto che Islayeh era pienamente cosciente dei rischi per la propria vita e sperava solo che la sua morte non avrebbe comportato la perdita di altri giornalisti vicini a lui.

Inoltre secondo Aziz Islayeh forniva ogni mese aiuto economico alle famiglie di due operatori dell’informazione uccisi nell’attacco del mese scorso, che a quanto pare era diretto a lui.

Onestamente, per quanto io possa dire, non si potrà mai fare abbastanza per rendergli onore.”

Compiangendo la sua morte Alem24 ha detto: “Con profondo dolore e partecipazione, l’Agenzia Alem24 News piange la perdita del suo direttore, il giornalista Hassan Abdel Fattah Islayeh, in seguito al suo martirio in un attacco aereo israeliano che ha preso di mira il Complesso Medico Nasser a Khan Younis pochi minuti fa.”

Doppio crimine’

Secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza Islayeh è diventato il 215mo giornalista ucciso a Gaza dalle forze israeliane dall’inizio della guerra.

La guerra israeliana contro Gaza è stata descritta dai gruppi di monitoraggio come “il peggior conflitto in assoluto” per i giornalisti, per via del numero senza precedenti di giornalisti uccisi.

Questo doppio crimine rispecchia una deliberata insistenza nel prendere di mira i giornalisti palestinesi – non solo sul campo, ma anche negli ospedali mentre vengono curati”, ha dichiarato l’ufficio stampa.

E’ una flagrante violazione di tutti i valori umani e degli accordi internazionali e rappresenta un chiaro tentativo di silenziare le voci libere e sopprimere la verità.”

Il Ministro della Sanità palestinese ha condannato il “crimine infame” di colpire pazienti nell’ospedale di Khan Younis.

Prendere ripetutamente di mira gli ospedali, incluso perseguire ed uccidere i feriti dentro gli ambulatori, è un chiaro segno del deliberato intento dell’occupazione di infliggere il massimo danno al sistema sanitario”, ha detto in una dichiarazione il Ministro.

Attacchi simili inoltre compromettono le possibilità di cura dei feriti e dei malati – anche se giacciono in letti di ospedale.”

L’esercito israeliano ha confermato l’attacco all’ospedale, sostenendo di aver preso di mira un “commando e un centro di controllo di Hamas” all’interno della struttura e che l’operazione ha colpito “importanti terroristi di Hamas.”

Tuttavia la dichiarazione non ha menzionato Islayeh, né ha fornito alcuna prova per corroborare l’accusa di attività di Hamas dentro l’ospedale.

Hamas ha sistematicamente negato di utilizzare gli ospedali o altre infrastrutture civili a scopi militari.

L’esercito israeliano ha spesso giustificato i suoi attacchi a siti civili a Gaza, ospedali compresi, sostenendo che Hamas li usa per operazioni militari.

A marzo un drone ha colpito l’ospedale Nasser di Khan Younis uccidendo cinque persone e dando fuoco al pronto soccorso.

Israele ha sostenuto che l’attacco aveva come obbiettivo il dirigente di Hamas Da’alis, che in quel momento era curato nell’ospedale.

Secondo il Ministero della Sanità palestinese di Gaza ad aprile ripetuti attacchi israeliani hanno costretto 27 ospedali in tutta la Striscia di Gaza a chiudere.

Almeno 1.192 operatori sanitari, compresi 96 medici, sono stati uccisi dalle forze israeliane, sia in attacchi aerei che in carcere o con uccisioni mirate.

Complessivamente a partire da ottobre 2023 nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso più di 52.800 palestinesi, compresi almeno 15.000 bambini.

Si stima che altre 10.000 persone siano disperse e presumibilmente morte, mentre circa 120.000 sono state ferite.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Come la Cina sta silenziosamente aiutando l’impresa delle colonie israeliane

Razan Shawamreh

13 maggio 2025 Middle East Eye

Lontano dalla retorica di Pechino sulla difesa dei palestinesi, le aziende cinesi stanno contribuendo a sostenere le colonie illegali

“Non hai bisogno, Razan, di andare in Cina: vieni a Huwara, la Cina è qui”. Sebbene dette scherzosamente dal mio amico Ahmad, che ha chiesto di non rivelare il suo nome completo per motivi di sicurezza, queste parole racchiudono una dura verità.

Huwara è un piccolo villaggio palestinese vicino a Nablus, circondato da alcune delle colonie sioniste più violente e ideologicamente estremiste del paese, tra cui Yitzhar.

Quando gli ho chiesto cosa intendesse mi ha risposto: “I lavoratori cinesi vivono e lavorano nelle vicine colonie. Li vedo regolarmente per le strade del villaggio, a fare la spesa nei locali negozi palestinesi “.

Quella semplice osservazione di un paio di mesi fa mi ha spinto a indagare ulteriormente. Ho parlato con i palestinesi in tutta la Cisgiordania occupata e ho raccolto le loro testimonianze. Ali, che vive a Ramallah vicino alla colonia di Beit El, mi ha detto: “Ho visto decine di operai cinesi costruire case e infrastrutture a Beit El”.

Saeed, di Hebron, ha ricordato che “durante la pandemia di Covid-19, i coloni hanno persino messo in quarantena i lavoratori cinesi, separandoli dagli altri”.

Queste testimonianze rivelano una scomoda verità: la manodopera cinese sta contribuendo attivamente e visibilmente alla costruzione di colonie israeliane sui territori palestinesi occupati.

Ironicamente, questa realtà è in aperta contraddizione con la politica dichiarata dalla Cina stessa, che un decennio fa ha proibito a imprese edili cinesi di lavorare nelle colonie israeliane.

Nel 2015 la Cina ha firmato un accordo bilaterale di lavoro con Israele con una clausola che impediva ai lavoratori cinesi di essere impiegati nella Cisgiordania occupata. In particolare, questa condizione era motivata da preoccupazioni per la sicurezza piuttosto che da una posizione di principio contro l’illegalità o l’immoralità della costruzione di colonie. Tuttavia, nel 2016 queste preoccupazioni per la sicurezza sembravano essersi attenuate con l’acquisizione da parte della Cina di Ahava, un’azienda con sede nella colonia di Mitzpe Shalem.

Un anno dopo entrambi i Paesi hanno firmato un altro accordo di lavoro per far entrare in Israele alle stesse condizioni 6000 lavoratori edili cinesi. Il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon, ha confermato che l’accordo è stato steso “in base alla preoccupazione per la sicurezza dei lavoratori”. Tuttavia i funzionari cinesi hanno risposto affermando che “il vero problema non era la sicurezza, ma l’opposizione della Cina alle costruzioni nelle colonie”. Eppure, le mie interviste con gli abitanti – da Nablus a Ramallah a Hebron – hanno chiarito che i lavoratori cinesi sono presenti e coinvolti nell’espansione delle colonie. Ciò solleva seri dubbi sulla sincerità della presunta opposizione della Cina alle attività di colonizzazione israeliana.

“Pionieri contemporanei”

Nel contesto del genocidio in corso a Gaza, i funzionari cinesi hanno pubblicamente espresso preoccupazione per l’aumento della violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata. Il portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian ha dichiarato a settembre dello scorso anno che Israele deve “fermare le attività di insediamento coloniale illegale in Cisgiordania”.

Ma mentre Pechino parla di moderazione le aziende cinesi agiscono a sostegno dell’occupazione e del progetto di insediamento coloniale in Palestina.

Uno degli esempi più eclatanti è Adama Agricultural Solutions, un’ex azienda israeliana ora interamente di proprietà della società statale cinese China National Chemical Corporation (ChemChina). Nel contesto della guerra di Gaza Adama ha mobilitato i suoi lavoratori “per sostenere gli agricoltori che hanno sofferto per la carenza di manodopera… [compresi] gli agricoltori del sud, gli abitanti delle zone circostanti la Striscia di Gaza e quelli delle colonie del nord”, secondo un articolo del Jerusalem Post.

Citato nello stesso rapporto, un rappresentante di Adama ha affermato: “Gli agricoltori del Paese, e in particolare quelli delle colonie intorno a Gaza, sono i pionieri contemporanei e il loro continuo lavoro è necessario per garantire la sicurezza del Paese. Oggi tornano a coltivare le loro terre con enormi sofferenze e la mancanza di braccia. Noi di Adama abbiamo il diritto di aiutarli nei momenti di normale lavoro e di sostenerli anche nei momenti di crisi”.

Nel gennaio 2024 Adama si è spinta oltre, istituendo un fondo di borse di studio di circa un milione di shekel (275.000 dollari) per sostenere lauree in agricoltura per i residenti dell’area di Gaza e delle colonie settentrionali.

Adama vanta una lunga storia di collaborazione con le istituzioni dei coloni. I suoi prodotti sono stati utilizzati in sperimentazioni agricole condotte nelle colonie israeliane della Valle del Giordano e, cosa ancora più inquietante, uno dei suoi erbicidi è stato utilizzato da un collaboratore esterno dell’esercito israeliano per irrorazioni aeree che hanno distrutto la vegetazione lungo il confine di Gaza.

Mentre la Cina si presenta nel conflitto come un attore neutrale o solidale, la sua proprietà di Adama la collega direttamente alla distruzione militarizzata dei mezzi di sussistenza palestinesi.

Collaborare al consolidamento delle colonie

Non si tratta di un caso isolato. Negli ultimi anni diverse aziende cinesi, statali e private, hanno investito direttamente o indirettamente nelle colonie israeliane o in aziende che vi operano.

Prendiamo il caso di Tnuva, un importante produttore alimentare israeliano che opera in colonie illegali. Nonostante le richieste internazionali di boicottaggio dell’azienda, nel 2014 il conglomerato statale cinese Bright Food ha acquisito una partecipazione del 56% in Tnuva. Nel 2021 Tnuva si è aggiudicata una gara d’appalto per la gestione di 22 linee di trasporto pubblico che servono 16 colonie a Mateh Yehuda, tutte costruite su terreni occupati a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Non si tratta di semplici autobus; ma di infrastrutture a supporto del radicamento coloniale, che rendono la vita dei coloni più facile e duratura.

Un altro esempio è l’acquisizione, nel 2016, da parte del gruppo cinese Fosun, di Ahava, un marchio di cosmetici la cui produzione ha sede nell’insediamento coloniale di Mitzpe Shalem. Ahava, bersaglio di una campagna di boicottaggio globale, era stata precedentemente identificata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come parte dell’attività di colonie illegali.

Nel frattempo, i diplomatici cinesi continuano a chiedere a Israele di fermare l’espansione delle colonie. L’ex ambasciatore Zhang Jun alla fine del 2023 ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: “Esortiamo Israele a frenare l’intensificarsi della violenza dei coloni in Cisgiordania, in modo da evitare la creazione di un nuovo focolaio e la diffusione del conflitto”. Il suo successore, Fu Cong, ha fatto eco a questo messaggio, esortando Israele a “fermare le sue attività di insediamento colonìale illegale in Cisgiordania”.

Ma che dire del coinvolgimento della Cina proprio in queste attività? L’agenzia delle Nazioni Unite per i Diritti Umani riferisce regolarmente sulle aziende coinvolte in attività legate alle colonie, eppure le aziende cinesi continuano tali collaborazioni.

Secondo numerose risoluzioni ONU, le colonie israeliane costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale. Le azioni della Cina contraddicono direttamente i principi giuridici che afferma di sostenere.

Mentre Pechino si oppone alle attività di insediamento coloniale, i suoi legami economici con Israele rafforzano le fondamenta del colonialismo sionista, a scapito dei diritti dei palestinesi. Ciò che è ancora più inquietante è come questi investimenti siano rimasti del tutto inosservati nel loro silenzioso sostegno all’apartheid, mentre Pechino parla di uno Stato palestinese indipendente.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Razan Shawamreh è una ricercatrice palestinese i cui ambiti di ricerca includono la politica estera cinese in Medio Oriente e la Grande Strategia della Cina a livello internazionale. È dottoranda in Relazioni Internazionali presso l’Università del Mediterraneo Orientale (EMU) a Cipro del Nord.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Netanyahu definisce “inevitabile” l’espulsione forzata dei palestinesi da Gaza

Redazione di MEE

12 maggio 2025 – Middle East Eye

Di fronte a una commissione parlamentare il primo ministro israeliano si vanta del fatto che l’esercito sta “distruggendo sempre più case” per obbligare la gente ad andarsene.

Domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che “il risultato inevitabile” della distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano sarà l’espulsione forzata dei palestinesi dal territorio. Maariv [giornale israeliano di centro destra, ndt.] ha riportato che, rivolgendosi alla Commissione Affari Esteri e Difesa, Netanyahu ha detto che le forze israeliane stanno distruggendo “sempre più case” e che l’“unico risultato inevitabile sarà il desiderio dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia di Gaza,”.

Nel suo discorso alla commissione Netanyahu ha anche fatto riferimento per la prima volta ai controversi piani di USA e Israele per la distribuzione di aiuti nell’enclave, affermando che i palestinesi li riceveranno solo se non torneranno nelle zone da cui sono arrivati.

Le sue affermazioni contraddicono quanto è stato detto finora dall’esercito israeliano, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dal Coordinatore per le Attività di Governo nei Territori (COGAT) riguardo al piano per la distribuzione degli aiuti.

Secondo il progetto di USA e Israele per consegnare aiuti alla Striscia, che è stato rifiutato dall’ONU in quanto “incompatibile con i principi umanitari”, i rappresentanti delle famiglie si recheranno a raccogliere gli aiuti da centri di distribuzione e li ripartiranno tra i propri familiari.

Per più di due mesi, da quando ha rotto unilateralmente il cessate il fuoco con Hamas, Israele si è rifiutato di consentire l’ingresso di ogni aiuto nella Striscia di Gaza.

Lunedì un istituto di monitoraggio della fame nel mondo ha sostenuto che a Gaza una carestia è imminente e che mezzo milione di persone è a rischio.

Far arrivare gli ebrei statunitensi”

Netanyahu ha anche detto alla commissione che il suo governo “per il momento non sta parlando di colonie israeliane nella Striscia”, ma ha confermato che gli USA sono interessati all’enclave.

Limor Son Har-Malech, parlamentare di estrema destra del partito Potere Ebraico che da molto tempo chiede la colonizzazione di Gaza, ha risposto alle affermazioni di Netanyahu suggerendo che Israele “faccia arrivare gli ebrei statunitensi in modo da prendere due piccioni con una fava.”

A febbraio il presidente USA Donald Trump ha affermato di progettare di impossessarsi della Striscia di Gaza, trasferire la popolazione palestinese in altri Paesi e ricostruire il territorio [trasformandolo] nella “Riviera del Medio Oriente”.

All’inizio di questo mese il governo Netanyahu ha ordinato l’estensione della guerra contro l’enclave palestinese, obbligando i palestinesi a spostarsi nel sud di Gaza.

Quando è stato annunciato il piano il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha affermato che “alla fine” Israele occuperà Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Non siamo numeri: le voci dei giovani di Gaza

Yvonne Singh

5 maggio 2025 – Middle East Eye

L’antologia include saggi che coprono la guerra del 2014 a Gaza fino alla campagna militare israeliana in corso.

“Voglio che il mondo sappia che la Palestina ha scrittori, artisti, pensatori e, soprattutto, appassionati. Voglio che il mondo sappia che siamo esseri umani proprio come voi”. Così scrive Anas Jnena in uno dei tanti toccanti racconti presenti in questa importante e attuale raccolta.

Le voci dei giovani di Gaza sono state palesemente assenti nella guerra in corso.

Sono state ridotte a cupe statistiche da mezzi di comunicazione sommerse dalla brutalità del genocidio in corso che ha causato la morte di oltre 52.000 palestinesi fino ad oggi.

Questo libro, nato come piattaforma online, costituisce l’ultima revisione e presenta una costellazione di storie, poesie e saggi di 59 giovani palestinesi di Gaza.

Attraverso i loro occhi siamo testimoni della ricchezza e del calore della loro cultura e dell’innegabile impatto umano della guerra.

Come suggerisce Allam Zedan nel suo testo: “Rappresento la generazione che ha vissuto tre guerre”.

Zedan, che da scolaro impertinente della sesta classe [in Palestina la sesta classe corrisponde alla nostra prima media, ndt.] sgranocchiava di nascosto semi di girasole in classe, divenuto un giovane adulto segnato dalla stanchezza ritrova la sua insegnante.

Studiare sodo non è garanzia per un buon lavoro: prima dell’inizio dell’ultima guerra, il 7 ottobre 2023, la disoccupazione giovanile colpiva il 60% dei palestinesi di Gaza.

Come per altri che affrontano innumerevoli ostacoli nella ricerca di lavoro, le speranze di Zedan di mettersi in proprio sono ostacolate dall’impossibilità di aprire un conto in banca.

«Il destino di noi giovani è quello di morire o consumarci lentamente», scrive.

La sua insegnante, che ha perso il figlio quando una granata israeliana ha colpito la sua casa durante la guerra del 2014, gli impartisce un’ultima lezione: “Non arrenderti… Sii paziente e rimani a lottare un altro giorno“.

“I colori della speranza”

Speranza e resilienza brillano in questa antologia proprio come lo splendore delle stelle illumina il cielo notturno di Gaza, effetto collaterale delle continue interruzioni di corrente.

I saggi partono dal 2015 e ci conducono fino ai giorni nostri. Quartieri e strade rese familiari dalle notizie di cronaca si popolano delle risate, delle speranze e dei sogni dei giovani.

Questo libro colma un abisso, offrendoci uno spaccato della vita dei giovani palestinesi di Gaza e dando peso alle loro voci.

Questi non sono remoti fatti di cronaca: sono giovani che amano la sabbia tra le dita dei piedi, il sapore dolce della knafeh [dolce tipico mediorientale, ndt.] e ascoltano con passione la musica sufi e Adele [cantautrice britannica, ndt.].

Nada Hammad scrive della campagna “Colors of Hope” [Colori della Speranza, ndt.] dopo la guerra del 2014: giovani donne trascinano secchi di vernice al porto di al-Mina a Gaza e tingono i muri con un arcobaleno vibrante in contrasto col grigio delle macerie lasciate dal conflitto.

Khaled Alostath, appassionato di libri, desidera ardentemente sentire il peso di un romanzo nel palmo della mano, piuttosto che sforzare gli occhi per leggere un PDF sul suo cellulare.

Leggere narrativa, spiega, è il suo modo di sentirsi vivo, maledicendo il protagonista del romanzo di fantascienza Peace di Gene Wolfe – “vieni a vedere l’inferno in cui viviamo qui”- mentre la terra trema sotto i suoi stessi piedi.

Scorre le fotografie delle grandi biblioteche del mondo – Londra, Washington DC e Alessandria – e fantastica di spulciare tra gli scaffali.

Akram Abunahla descrive con sottile umorismo i pericoli dello shopping online a Gaza: il suo desiderio di possedere una collezione di CD di musica tradizionale è ostacolato da una serie di leggi bizantine che affronta con la destrezza di un videogiocatore esperto.

La quindicenne Iman Inshasi si trasferisce dagli Emirati Arabi Uniti a Gaza; inizialmente se la prende per i rubinetti ostruiti, la mancanza di acqua pulita, il caldo intenso (i ventilatori funzionano ad intermittenza a causa della mancanza di corrente).

Tuttavia alla fine la sua contrarietà si trasforma in rispetto, nell’osservare come le persone riescano a sopravvivere e persino a sviluppare le loro vita con pochissimo.

“Il 7 ottobre non è nato dal nulla”

In un bellissimo pezzo sull’amicizia il poeta Mosab Abu Toha [vincitore del premio Pulitzer 2025, ndt] ricorda di aver lavorato in un bar sulla spiaggia con il suo amico Ezzat e descrive il loro amore condiviso per la squadra di calcio del Barcellona e per la torta “nido d’api” di sua madre (un dolce palestinese che ricorda un alveare).

Ezzat muore in un attacco missilistico israeliano nel 2014 e suo padre regala ad Abu Toha la sua maglia di Messi.

Quando Mosab si laurea l’unico pensiero che lo attraversa è il fantasma di Ezzat che applaude per lui.

L’antologia conduce al dopo il 7 ottobre 2023 e alla guerra in corso; come osserva Basma Almaza: “Il 7 ottobre non è arrivato dal nulla“.

A differenza di qualsiasi notizia di cronaca “We Are Not Numbers” aiuta a comprendere come l’odio verso Israele sia stato fomentato dall’imposizione di un brutale assedio militare durato 16 anni a due milioni di persone costrette ad abitare una striscia di terra di 365 kmq.

In queste pagine la speranza si accende, ma a tratti si affievolisce. I capitoli più bui della storia gettano ombre minacciose sulle vite di questi giovani, frenando le loro aspirazioni di istruzione, lavoro, viaggi e persino di salute, con il blocco israeliano che porta a una cronica e mortale carenza di medicinali.

La Grande Marcia del Ritorno del 2018 è descritta come un’atmosfera festosa di una protesta pacifica infranta dall’esplosione di un proiettile; mentre Aya Alghazzawi si chiede se la pandemia abbia reso il mondo impenetrabile come Gaza.

Almaza racconta di come il 9 ottobre 2023 la sua casa di famiglia sia stata distrutta, 19 anni di ricordi svaniti in un istante, e di come intere famiglie siano state annientate dai bombardamenti aerei: “La famiglia Sabat a Beit Hanoun, la famiglia Abu Daqqa a Khan Younis, la famiglia al-Daws a Zaytoun, la famiglia Sha’ban a Nasr, la famiglia Abu Rakab a Zawayda”.

Vengono narrate scene orribili di questa guerra: ci fa rivivere il devastante terrore del massacro della farina del 29 febbraio 2024, la corsa di “anime disperate”, la “raffica” di proiettili israeliani sui camion degli aiuti e il panico che ne è seguito.

Yusuf El-Mhayed racconta di essere stato costretto, insieme a diversi altri uomini del suo quartiere, a marciare verso lo stadio Yarmouk, spogliato e picchiato selvaggiamente (la sua conoscenza dell’inglese lo rendeva un bersaglio) e, quando gli è stato detto che poteva andarsene, è stato crudelmente ferito da un cecchino israeliano.

Dagli aggiornamenti forniti su ognuno di questi scrittori apprendiamo che ora è l’unico sostentamento della famiglia ed è stato costretto a trasferirsi 14 volte (è originario del quartiere di Shujaiya).

Fino a oggi nel corso del genocidio sono stati tragicamente uccisi quattro scrittori: Yousef Dawas, Mahmoud Alnaouq, Huda Alsoso e Mohammed Hamo.

Questa antologia è dedicata a loro e ad un loro insegnante e mentore Refaat Alareer, anch’egli ucciso in un attacco aereo israeliano il 6 dicembre 2023.

Le storie contenute in queste pagine testimoniano la resilienza dello spirito dei giovani di Gaza e, alla fine, offrono speranza per il suo futuro.

Come afferma El-Mhayed: “Sto ancora cercando disperatamente di sopravvivere a questo genocidio in corso, e ora lo sto documentando per me stesso, per il mio popolo e per voi, con la speranza che condividere la mia storia contribuisca a porvi fine”.

I giovani di Gaza hanno parlato attraverso questa raccolta straziante e spesso bellissima. Il minimo che possiamo fare è ascoltarli.

We are Not Numbers: The Voices of Gazas Youth è curato da Ahmed Alnaouq e Pam Bailey ed è stato pubblicato da Hutchinson Heinemann nel 2025 [scaricabile online, ndt.].

Yvonne Singh

Yvonne Singh è giornalista, scrittrice e redattrice. I suoi articoli sono apparsi, tra gli altri, su The Guardian, The Observer, The Mirror, The London Evening Standard e la BBC. Ha lavorato per molti anni al Guardian e fa parte della redazione di Middle East Eye e Pree, la rivista letteraria di scrittura caraibica. Insegna giornalismo e saggistica creativa al City Lit di Londra.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele manterrà il controllo militare su Gaza, dice Netanyahu

Redazione di MEE

28 aprile 2025 – Middle East Eye

Il primo ministro israeliano ha dichiarato che l’Autorità Nazionale Palestinese sarà esclusa dal governo di Gaza e ha fatto riferimento allo “Stato profondo” israeliano che “minaccia la democrazia”

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato domenica che Israele manterrà il controllo militare su Gaza ed escluderà l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) dal governo del territorio.

“Hamas non ci sarà. Non permetteremo all’Autorità Nazionale Palestinese di governare lì – perché sostituire un regime che ha giurato di distruggerci con un altro regime che ha giurato di distruggerci? Non lo faremo”, ha detto durante una conferenza organizzata dal Jewish News Syndicate (JNS) [agenzia di stampa israeliana considerata di orientamento conservatore, ndt.] a Gerusalemme.

“Israele controllerà militarmente l’area in ogni caso. Non cederemo a nessuna pressione per evitarlo”, ha aggiunto.

Netanyahu ha anche criticato quelli che ha descritto come gli sforzi degli Stati Uniti per fermare un’invasione terrestre israeliana a Gaza, affermando che l’amministrazione Biden all’inizio della guerra lo aveva esortato: “Non entrate. Non fate l’invasione terrestre. Agite dal cielo”.

“Contro il loro consiglio, siamo entrati”, ha detto, aggiungendo che, quando Israele ha invaso, “è iniziata la guerra propagandistica contro di noi”.

“Abbiamo subito pressioni per ridurre i combattimenti e fermarci molto presto”.

Ha inoltre ricordato che, quando l’amministrazione Biden nel maggio 2024 minacciò di imporre un embargo sulle armi a Israele a causa dell’incursione a Rafah, disse all’allora segretario di Stato americano Antony Blinken: “Tony, combatteremo anche solo con le unghie se necessario”.

Netanyahu ha sostenuto che “le previsioni diffuse in tutto il mondo” su un alto numero di vittime civili durante l’offensiva “si sono rivelate sbagliate”, affermando falsamente che quasi nessun civile è stato ucciso durante l’operazione.

“Li abbiamo continuamente allontanati dalle zone di pericolo”, ha detto, riferendosi alla cosiddetta “zona umanitaria” di al-Mawasi, dove ai residenti di Rafah era stato ordinato di rifugiarsi e che le forze israeliane hanno ripetutamente colpito durante la guerra.

Il 27 maggio 2024 le forze israeliane hanno lanciato un attacco mortale nel quartiere di Tel al-Sultan, a nord-ovest di Rafah, uccidendo almeno 45 persone, tra cui donne, bambini e anziani.

Migliaia di persone si erano rifugiate nell’area colpita dopo essere fuggite da altre zone di Gaza, compresa la parte orientale di Rafah.

Oltre 52.314 palestinesi sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani dall’ottobre 2023, mentre almeno 10.000 sono dispersi e presumibilmente morti sotto le macerie degli edifici distrutti.

Lo “Stato profondo”

Netanyahu ha elogiato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per le sue esortazioni a “ripulire Gaza” ed espellere con la forza i palestinesi dall’enclave.

“Credetemi, molti di loro vogliono andarsene”, ha detto.

Parlando dei negoziati nucleari tra USA e Iran, Netanyahu ha chiesto lo smantellamento totale delle infrastrutture nucleari iraniane: “qualsiasi cosa di meno radicale potrebbe portare al risultato opposto”.

Ha affermato di aver detto a Trump: “In un modo o nell’altro, l’Iran non avrà armi nucleari”.

“Apprezziamo l’aiuto che riceviamo dagli Stati Uniti, le armi continuano ad arrivare, condividiamo gli stessi obiettivi, ma l’Iran non avrà armi nucleari”.

Nelle sue dichiarazioni finali ha affermato che Israele sta affrontando “un altro fronte”, lo “Stato profondo”, sostenendo che in Israele è “profondo come un oceano” e “minaccia la democrazia”.

“Annulla il diritto dei cittadini di scegliere un governo che prenda le proprie decisioni e faccia le proprie nomine”, ha detto, aggiungendo che “ovviamente deve essere risolto”.

Ha fatto riferimento a una “campagna sistematica” negli Stati Uniti che “diffonde menzogne” su Israele ed è “finanziata e organizzata da governi e ONG, a loro volta sostenute da individui molto ricchi”.

Ha anche accusato alcuni ricchi americani di “pagare influencer per usare i social media in modo sistematico contro i sostenitori di Israele”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Come la guerra di Israele a Gaza ha ridotto l’aspettativa di vita dei palestinesi

Redazione di MEE

24 aprile 2025 – Middle East Eye

Gli attacchi israeliani hanno causato morti indirette per malnutrizione e malattie, colpendo anche categorie vulnerabili come le donne incinte.

Sono passati 18 mesi da quando Israele ha dichiarato guerra a Gaza, in seguito agli attacchi guidati da Hamas nel sud di Israele nell’ottobre 2023, che hanno causato la morte di oltre 1.100 persone.

Al momento in cui scriviamo oltre 51.000 palestinesi sono stati uccisi e più di 100.000 sono rimasti feriti, su una popolazione prebellica di 2,2 milioni. Almeno altri 10.000 sono dispersi e presumibilmente morti sotto le macerie.

Il 90% delle persone è stato sfollato, di solito più di una volta. Un cessate il fuoco entrato in vigore il 15 gennaio è stato violato da Israele il 18 marzo. Israele ha inoltre bloccato l’ingresso di aiuti e altri beni essenziali a Gaza dal 2 marzo.

Le vittime palestinesi appartengono a tutte le fasce d’età: donne, bambini e anziani costituiscono il 56%.

Secondo uno studio pubblicato su The Lancet questo elevato numero di vittime ha anche ridotto drasticamente l’aspettativa di vita media dei palestinesi.

Per le donne palestinesi la riduzione è stata del 38,6%, portando l’aspettativa di vita media a 47,5 anni, con una perdita di 29,9 anni. Gli autori dello studio hanno concluso: “In questo studio il nostro approccio alla stima della perdita di aspettativa di vita è prudente, in quanto non considera l’effetto indiretto della guerra sulla mortalità… È probabile che la perdita effettiva sia maggiore“.

Il fatto che il numero effettivo di morti sia sottostimato è stato ribadito in uno studio separato del febbraio 2025. Lo studio ha valutato che i dati sulle vittime pubblicati dal Ministero della Salute palestinese sarebbero stati probabilmente sottostimati del 41% da ottobre 2023 a giugno 2024, e ha calcolato invece un numero di morti di circa 64.620 (rispetto alla stima di 37.877 del Ministero all’epoca).

Gli autori dello studio hanno affermato che parte della discrepanza era dovuta a problemi nella raccolta dei dati.

I dati del Ministero della Salute palestinese erano “più propensi a sottostimare che a sovrastimare la mortalità” poiché erano state escluse le cause secondarie di morte, tra cui la mancanza di cibo e di servizi igienici.

Di seguito esaminiamo come negli ultimi 18 mesi il conflitto abbia colpito alcuni dei bisogni vitali a Gaza. Le statistiche sono aggiornate al momento della pubblicazione.

Cibo a Gaza

La mancanza di cibo e la malnutrizione sono state una caratteristica persistente della guerra di Israele a Gaza. Prima della guerra l’agricoltura, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), rappresentava “circa il 10% dell’economia di Gaza, con oltre 560.000 persone che dipendevano interamente o parzialmente da coltivazioni, pastorizia o pesca per il proprio sostentamento”.

E soprattutto l’agricoltura permetteva ai palestinesi di nutrirsi.

Tutto ciò è cessato con la guerra, quando le flotte di pescherecci, i campi, le serre e altri fattori necessari alla produzione alimentare sono stati devastati dagli attacchi israeliani.

Le perdite di produzione alimentare dovute ai bombardamenti israeliani

La carenza di cibo ha determinato un aumento dei prezzi: ad esempio, nel governatorato di Deir al-Balah, al centro della Striscia di Gaza, tra ottobre 2023 e dicembre 2024 i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle, con incrementi come: un chilo di farina (+1.058%), pomodori (+956%), cetrioli (+752%), lenticchie (+360%) e riso (+142%), tra gli altri.

Nell’aprile 2025 l’associazione dei proprietari di panetterie di Gaza ha annunciato la chiusura di tutti i negozi per la mancanza di farina e combustibile a causa del blocco israeliano.

Anche il bestiame è stato colpito: la produzione di latte, ad esempio, in alcune occasioni è stata quasi interrotta, mentre la carne è difficile da reperire.

I dati sulle perdite di carne

Faraj Jarudat, un agricoltore del nord di Gaza, ha dichiarato al Guardian nel novembre 2024 che una volta possedeva tre mucche e 60 pecore. Ora non ne è rimasta nessuna, uccise dai bombardamenti israeliani, dalla mancanza di cibo o da altre cause.

“Alcune sono morte di fame, altre sono state mangiate da persone affamate, altre ancora sono semplicemente scomparse”, ha detto. “Non ne è rimasta nemmeno una”.

Amici ed ex vicini di casa gli hanno detto che la sua fattoria e la casa sono state rase al suolo dalle forze israeliane.

Malnutrizione a Gaza

La mancanza di cibo, una costante durante la guerra di Israele a Gaza, ha portato con sé la malnutrizione.

Nell’aprile 2024 Oxfam ha riferito che nel nord di Gaza i palestinesi sopravvivono con una media di 245 calorie al giorno, ovvero meno di una lattina di fave. Questo rappresenta meno del 12% delle 2.100 calorie giornaliere raccomandate per una persona media.

In giugno Rania, una madre di Gaza City, ha dichiarato a Middle East Eye che il poco cibo disponibile era inaccessibile o limitato. “Non c’è verdura, frutta o latte nei mercati. Niente che abbia un valore nutritivo”, ha detto.

Halva, fagioli, hummus, piselli e salumi del Programma Alimentare Mondiale erano stati d’aiuto, ha aggiunto, ma hanno dovuto essere razionati.

“Li sto razionando perché una volta esauriti non avrò più niente da mangiare. Mi sento stordita e debole. Sono pallida e ho perso molto peso”.

La popolazione palestinese è stata spesso costretta a misure estreme, come mangiare erba, che è indigeribile per gli esseri umani, causa diarrea e vomito e ha un valore nutrizionale trascurabile. In altre occasioni il foraggio per animali è stato utilizzato per fare il pane.

Molte ONG, enti benefici e altre agenzie utilizzano la Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (IPC) per analizzare [il rischio per, ndt.] la sicurezza alimentare e la nutrizione. La scala va da 1 (nessuno/minimo) a 5 (catastrofe/carestia).

Nel febbraio 2025 è stato stimato che nei 12 mesi successivi a Gaza almeno 60.000 bambini avrebbero avuto bisogno di cure per malnutrizione.

Ci sono già stati casi di decessi infantili, tra cui Azzam al-Shaer, morto nel giugno 2024; e Yazan al-Kafarna, morto nel marzo 2024.

Yazan è nato con paralisi cerebrale, il che significa che ha dovuto seguire una dieta speciale e assumere degli integratori. Tuttavia la sua famiglia ha affermato che dall’inizio della guerra non ha più potuto accedere a tali prodotti essenziali.

Suo padre ha dichiarato: “Prima della guerra era in salute, aveva accesso a tutto il cibo e cure mediche di cui aveva bisogno. Quando è iniziata la guerra tutto è stato interrotto… questo gli è successo a causa della mancanza di nutrizione e assenza di alimenti essenziali”.

Acqua e servizi igienici a Gaza

A Gaza anche prima della guerra l’acqua e i servizi igienici si trovavano ad un punto critico, con le falde acquifere contaminate dalle acque reflue e la maggior parte dell’acqua del rubinetto non adatta al consumo umano.

Ma la situazione è peggiorata dall’ottobre 2023: entro la fine del 2024 anche le forniture di acqua non potabile erano state drasticamente ridotte.

La poca acqua pulita disponibile dipende dagli impianti di desalinizzazione.

Ma nelle ultime settimane Israele ha interrotto l’alimentazione elettrica dell’impianto sud di desalinizzazione, che nel novembre 2024 era l’unico del genere ad essere collegato, riducendone la capacità di produzione dell’85%.

La popolazione ha anche un accesso limitato o nullo ai servizi igienici. I rifiuti umani sono una delle tante forme di inquinamento a Gaza e attirano le zanzare che a loro volta possono diffondere malattie.

I palestinesi rimasti senza casa, che di solito vivono in tende, hanno una scarsa protezione contro le punture di insetti e le loro gravi conseguenze.

Nel maggio 2024 Omar Nasser ha raccontato a MEE come sua figlia Gada, allora di nove anni, avesse contratto l’epatite A, un’infezione del fegato che si trasmette attraverso i rifiuti solidi umani e può essere contratta venendo a contatto con acqua sporca o mangiando cibo maneggiato da una persona infetta.

Nasser ha portato sua figlia in ospedale, dove un medico le ha prescritto alcuni farmaci e una dieta alimentare, che Nasser non poteva procurare in quanto disoccupato.

“Il medico ha detto che non deve mangiare cibo in scatola, ma è l’unico cibo che riceviamo dalle organizzazioni umanitarie”, spiega. “Ho dovuto chiedere del cibo a qualcuno per mia figlia.”

Altri raccontano di vivere in tende di fortuna vicino a scarichi fognari a cielo aperto e di essere regolarmente punti dalle zanzare, nonostante i tentativi di tenerle lontane.

“Camminiamo quotidianamente nelle pozze di acqua di fogna e il terribile odore riempie l’ambiente”, dice Magdy al-Zaanen a MEE. “Siamo costantemente esposti a ogni tipo di inquinamento”.

Il Wash Cluster, guidato dalle Nazioni Unite, che si occupa di acqua, eliminazione dei rifiuti e igiene, ha stimato che nell’agosto 2024 un milione di persone fosse a rischio a causa delle scarse condizioni igieniche, roditori e parassiti (76%), rifiuti solidi (54%), liquami (46%) ed escrementi umani (34%).

Gestazione a Gaza

Una delle categorie più vulnerabili alle scarse condizioni igieniche e alla malnutrizione in tempo di guerra è costituita dalle donne incinte.

La mancanza di adeguate alimentazione e assistenza sanitaria può avere gravi conseguenze: a gennaio 2025 circa il 10-15% delle donne sottoposte a screening soffriva di malnutrizione.

Nel giugno 2024 Israa, una madre, ha raccontato a MEE come durante tutta la gravidanza sia stata costantemente in movimento a piedi tra i bombardamenti israeliani e lavanzata delle truppe israeliane.

“Non avrei mai immaginato di partorire il mio primo figlio lontano da casa e circondata da attacchi aerei”, ha detto.

“Il luogo in cui ho partorito era privo di qualsiasi forma di igiene. Eppure non potevo dare la colpa all’ospedale, perché le pressioni inflitte a medici e infermieri andavano oltre le loro possibilità.”

Altre donne incinte hanno abortito, o perché costrette a fuggire in circostanze traumatiche per ordine delle forze israeliane, o perché attaccate da cani militari addestrati.

La guerra fa sì che non vi sia una adeguata risposta sanitaria per i neonati che necessitano di cure.

In un rapporto dell’FPA [Agenzia che si occupa della salute sessuale e riproduttiva, ndt.] delle Nazioni Unite del febbraio 2024 il dottor Ahmed Al Shaer, dell’ospedale di maternità al-Helal al-Emirati di Rafah, ha affermato che avevano così poche incubatrici e così tanti neonati prematuri che “dobbiamo mettere quattro o cinque bambini in un’incubatrice… La maggior parte di loro non sopravvive”.

Assistenza medica a Gaza

Prima della guerra di Israele a Gaza l’assistenza medica nell’enclave palestinese era in condizioni precarie.

Il blocco, imposto dal 2007, ha fatto sì che le forniture sanitarie essenziali spesso non raggiungessero chi ne aveva bisogno, comprese le persone con disabilità. I ​​pazienti, persino i bambini, spesso non potevano recarsi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania per le cure necessarie. Vivere a Gaza ha visto un’enorme incidenza di disturbi da stress post-traumatico e altri problemi di salute mentale.

Ma dall’ottobre 2023 l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile del sostegno ai rifugiati palestinesi nella regione, è stata bandita da Israele. I suoi operatori sono tra le vittime di Gaza.

Ad aprile il Ministero della Salute dell’enclave ha riferito che circa 80.000 pazienti diabetici e 110.000 pazienti con ipertensione non erano più in cura.

Il 23 marzo l’esercito israeliano ha ucciso 15 operatori del soccorso accorsi in seguito ad un attacco israeliano nell’area di Rafah. L’esercito ha poi seppellito i corpi, tra cui il personale medico della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Medici palestinesi sono stati trovati morti a Gaza, mentre alcuni chirurghi sono morti sotto custodia israeliana tra accuse di tortura. E il 13 aprile Israele ha bombardato l’ospedale battista al-Ahli al-Arabi, l’ultimo ospedale pienamente funzionante di Gaza.

Nel corso del 2024 oltre il 90% delle strutture sanitarie di Gaza ha subito danni.

Testimoni dell’attacco all’ospedale battista al-Ahli al-Arabi hanno affermato che l’esercito israeliano ha concesso al personale e ai pazienti, alcuni dei quali in terapia intensiva, 18 minuti per andarsene.

Un medico della Mezzaluna Rossa ha riferito a MEE che il personale medico ora deve trasferire i pazienti sfollati in altri ospedali, che a loro volta offrono cure limitate.

“Tutti gli ospedali sono sovraffollati e impreparati a fornire servizi medici completi”, ha affermato. “Questo si ripercuoterà sicuramente sulla salute dei feriti e dei pazienti, e potrebbe causare la morte, la perdita di parti del corpo o una disabilità a lungo termine”.

Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha condannato l’attacco all’ospedale battista al-Ahli al-Arabi e ha ricordato che le strutture mediche sono protette dal diritto internazionale umanitario.

“Gli attacchi all’assistenza sanitaria devono cessare”, ha affermato. “Ribadiamo ancora una volta: pazienti, operatori sanitari e ospedali devono essere protetti. Il blocco degli aiuti deve essere revocato”.

Daniel Tester ha contribuito a questo rapporto.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Critiche e festeggiamenti in Israele dopo la morte di Papa Francesco

 Nadav Rapaport

21 aprile 2025 Middle East Eye

Molti israeliani hanno criticato il pontefice per le sue parole di appoggio ai palestinesi e hanno celebrato la sua morte sui social media

L’annuncio del Vaticano della morte di Papa Francesco lunedì mattina è stato accolto con un misto di festeggiamenti e critiche in Israele, dove politici, opinionisti e fruitori di social media si sono focalizzati sulla condanna pontificia di Israele per la sua guerra nella Striscia di Gaza.

Il Papa è morto a 88 anni dopo aver denunciato nel suo ultimo discorso nella domenica di Pasqua la “deplorevole situazione umanitaria” provocata dall’aggressione di Israele a Gaza ed aver espresso la sua “vicinanza alle sofferenze…di tutto il popolo israeliano e del popolo palestinese”.

Faccio appello alle parti in guerra: dichiarate un cessate il fuoco, rilasciate gli ostaggi e venite in soccorso di una popolazione alla fame, che aspira ad un futuro di pace”, ha detto.

Rafi Schutz, ex ambasciatore di Israele in Vaticano, ha scritto che è stato “il Papa che ha portato il mondo più vicino a lui e ha contrariato Israele”.

La posizione del Papa su Israele dopo l’inizio della guerra ha attirato “aspre critiche”, ha continuato Schutz, aggiungendo che ha rappresentato un “colpo significativo” alle relazioni tra Israele e il Vaticano.

Il giornale di destra Israel Hayom ha detto che il pontefice verrà ricordato in Israele “soprattutto per le sue dure dichiarazioni contro la guerra a Gaza.”

Analogamente, il Canale 14 di estrema destra lo ha definito “il più accanito critico” di Israele.

Zvika Klein, caporedattore del Jerusalem Post, ha definito le critiche di Papa Francesco ad Israele e il suo appoggio ai palestinesi sotto attacco come “incondizionato sostegno a Hamas.”

Vi fu un certo ottimismo nel mondo ebraico quando venne nominato”, ha detto Klein. “C’è stata una fortissima delusione da parte israeliana ed ebrea a causa delle sue aspre dichiarazioni soprattutto negli ultimi mesi.”

Il Papa ha più volte criticato la guerra di Israele alla Striscia di Gaza, soprattutto l’uccisione di bambini palestinesi, attirandosi le ire dei politici israeliani.

Durante la guerra ha scambiato telefonate quasi ogni notte con la comunità cristiana di Gaza, cosa che loro hanno detto essere stata una fonte di sollievo e conforto.

Nel suo libro ‘La speranza non delude mai: pellegrini verso un mondo migliore’, pubblicato alla fine del 2024, ha suggerito che l’aggressione di Israele alla Striscia di Gaza potrebbe configurarsi come genocidio e ed ha chiesto un’indagine sulle affermazioni degli “esperti”.

A dicembre il Ministero degli Esteri di Israele ha convocato il più alto diplomatico del Vaticano dopo i commenti di Papa Francesco che accusavano Israele di “crudeltà” a Gaza.

Meglio senza di lui’

Molti israeliani comuni hanno usato i social media per esprimere la loro soddisfazione per la morte del Papa, a causa della sua posizione sulla guerra di Israele.

Commentando l’articolo di Canale 14, un utente lo ha chiamato “farabutto” e ha detto: “è un bene che sia morto”.

Un altro ha concordato: “Grazie a Dio il Papa è morto”.

Su Facebook utenti del social media lo hanno definito “odiatore del giudaismo”.

Sotto un post di Canale 11 sulla morte del Papa un utente ha scritto: “Non mi interessa questo vecchio psicotico, che odia Israele”.

Sotto un rapporto di Ynet un altro ha scritto: “Papa Francesco sarà ricordato come quello che ha sistematicamente appoggiato il moderno antisemitismo”, aggiungendo che il mondo “è migliore senza di lui”.

Un altro utente ha detto che il Papa era “il padre dell’impurità. Un altro pedofilo”, ed ha aggiunto: “grazie a Dio ci siamo sbarazzati di lui”. Un altro ha detto: “finalmente una buona notizia”.

Sull’account di Walla News un utente lo ha definito “un eretico che ha sostenuto i nazisti di Hamas”. Ed un altro ha domandato: “Perché annunciate sui media ebraici che un odiatore di Israele è morto?”

Un altro utente ha scritto che “dopo le dichiarazioni piene di odio contro Israele, è fortunato ad aver vissuto qualche mese in più invece di morire subito”, riferendosi alla salute del Papa che è peggiorata negli ultimi mesi.

Qualcuno in Israele ha anche pianto la morte del Papa.

Il Presidente Isaac Herzog ha scritto su X che mandava le sue “più profonde condoglianze al mondo cristiano e specialmente alle comunità cristiane in Israele – la Terra Santa – per la perdita del loro grande padre spirituale, sua Santità Papa Francesco”.

Herzog ha aggiunto: “Spero sinceramente che le sue preghiere per la pace in Medio Oriente e per il ritorno sicuro degli ostaggi saranno presto esaudite. Possa la sua memoria continuare ad ispirare atti di gentilezza, unità e speranza.”

Mentre un utente ha risposto: “Non parlare in mio nome. Il Papa era un diavolo antisemita”, ci sono stati anche molti israeliani che hanno espresso indignazione rispetto a questo tipo di post.

Che razzisti. Incredibile”, ha scritto una persona. “Non avete rispetto nemmeno per la religione.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Coloni israeliani rapiscono due bambini palestinesi e li legano a un albero

Fayha Shalash da Ramallah, Palestina

20 aprile 2025 – Middle East Eye

I bambini, di 13 e 3 anni, sono stati presi nei pressi della loro casa a Nablus, nella Cisgiordania occupata

Sabato coloni israeliani hanno rapito due bambini palestinesi e li hanno legati a un albero nei pressi della città di Nablus, nel nord della Cisgiordania occupata.

L’incidente è avvenuto nel pomeriggio quando alcuni bambini stavano giocando nei pressi delle proprie case nella periferia di Beit Furik, a est di Nablus. Un gruppo di coloni si è avvicinato ed ha rapito i due bambini.

Alcuni abitanti del posto sono riusciti a raggiungere i coloni e a salvare i bambini. Tuttavia essi sono ancora in preda all’angoscia.

Mohammed Hanani, lo zio dei bambini, racconta a Middle East Eye che le sue due figlie e i loro cugini stavano giocando fuori casa quando dall’avamposto costruito di recente sulla terra della cittadina è arrivato un gruppo di coloni.

Essi hanno rapito la tredicenne Maryam e suo fratello Ahmed, di 3 anni, portandoli in un luogo lontano in cui li hanno legati a un ulivo. Uno dei cugini ha cercato di intervenire ma i coloni gli hanno lanciato pietre.

“Le mie due ragazzine sono arrivate piangendo e gridando, quindi abbiamo inseguito i coloni. Alla fine abbiamo trovato i bambini in stato di incoscienza e legati a un albero,” afferma. “I coloni sono scappati verso l’avamposto su un ATV [tipo di veicolo fuoristrada, ndt.]. Abbiamo slegato i bambini e li abbiamo portati al centro medico,” aggiunge.

Benché essi non abbiano subito danni fisici, si trovano in uno stato di estremo terrore e di sofferenza psicologica.

Mia figlia, che ha assistito all’incidente, rifiuta ancora di lasciare la casa e piange in continuazione.”

Campanello d’allarme

Questo è il primo incidente rilevato in cui coloni hanno rapito bambini nella cittadina, che dalla creazione del nuovo avamposto dopo l’inizio della guerra contro Gaza ha subito ripetuti attacchi.

Hanani afferma che negli ultimi mesi i coloni hanno incendiato la sua macchina e il camion che usa per lavoro, dato fuoco alle sue coltivazioni e lanciato ripetutamente pietre contro la sua casa.

“Tutti questi danni materiali sono stati risarciti, ma rapire e aggredire bambini fa suonare un campanello d’allarme e mette direttamente in pericolo le nostre vite,” afferma.

Secondo Hanani lo scopo di questi attacchi è obbligare i palestinesi a lasciare le loro terre e case, aprendo la via all’occupazione della zona da parte dei coloni.

Gli abitanti dicono che l’esercito israeliano non è stato presente sul posto in nessun momento, mentre interviene rapidamente ovunque in Cisgiordania se i coloni sono minacciati.

Nel luglio 2014 coloni israeliani hanno rapito l’adolescente palestinese Mohammed Abu Khdeir nella città di Shuafat, nella Gerusalemme est occupata. Lo hanno portato in una zona boscosa dove, prima di bruciarlo vivo, lo hanno torturato.

Con l’attuale governo di estrema destra gli attacchi dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania si sono intensificati. Da quando nel 2022 questo governo ha preso il potere si sono registrati i più alti tassi di confisca delle terre, aggressioni contro i proprietari di terreni, furti di bestiame e creazione di avamposti coloniali.

Ciò che distingue questo governo è il livello di appoggio e incoraggiamento garantito ai coloni, sia rifornendoli di armi che finanziando la creazione di nuovi avamposti. Questo sostegno ha permesso e incoraggiato i coloni a compiere aggressioni contro i palestinesi con lo scopo di espellere le comunità e occupare la loro terra.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Avvocati italiani denunciano violazioni dei diritti dei palestinesi accusati di terrorismo

Katherine Hearst

9 aprile 2025 – Middle East Eye

Un tribunale ammette le trascrizioni degli interrogatori dello Shin Bet come prova contro imputati legati alle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa.

Gli avvocati italiani dei tre palestinesi accusati di terrorismo hanno denunciato violazioni del giusto processo dopo l’udienza preliminare a L’Aquila.

I tre uomini – Anan Kamal Afif Yaeesh, Mansour Doghmosh e Ali Irar – vivevano nel capoluogo abruzzese, a nord-est di Roma, al momento dell’arresto.

Sono accusati di aver costituito una cellula legata alle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, gruppo armato associato a Fatah, il partito al governo nell’Autorità Palestinese. Le autorità sostengono che stessero pianificando attacchi “contro obiettivi civili e militari in territorio straniero”.

Le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa sono considerate organizzazione terroristica da Israele, UE e USA, e i capi d’accusa contro il trio prevedono pene fino a 15 anni di carcere.

Tuttavia, i legali degli imputati affermano che l’udienza preliminare – nella quale si determina l’ammissibilità delle prove – ha registrato gravi violazioni procedurali.

Segnalano che il tribunale ha respinto la richiesta di escludere le trascrizioni degli interrogatori di detenuti palestinesi condotti dal servizio segreto israeliano Shin Bet, nonostante un altro giudice le avesse già ritenute inammissibili.

La difesa ha dichiarato in un comunicato che tale decisione viola il diritto alla difesa, poiché i testimoni non possono essere controinterrogati dagli avvocati.

L’articolo 111 della Costituzione italiana stabilisce che “l’imputato ha diritto di interrogare o far interrogare i testimoni d’accusa e di ottenere la convocazione di persone a discarico nelle stesse condizioni dell’accusa”.

I legali hanno inoltre evidenziato che i detenuti palestinesi subiscono ripetuti maltrattamenti durante gli interrogatori delle forze israeliane, tra cui torture e diniego di assistenza legale, in violazione della legge italiana.

“Il tribunale ha fatto finta che non esistano problemi”, ha dichiarato a Middle East Eye l’avvocato Flavio Rossi Albertini. “I giudici hanno dimostrato di non voler far emergere alcun elemento processuale che porti a valutazioni sfavorevoli a Israele”.

Testimoni respinti

Il tribunale ha inoltre respinto 46 dei 49 testimoni proposti dalla difesa, inclusi la relatrice speciale ONU Francesca Albanese, esperti di diritto umanitario internazionale, operatori umanitari e volontari attivi in Cisgiordania occupata.

Gli unici tre testimoni ammessi riguardavano un solo imputato: un volontario italiano, la moglie dell’accusato e un consulente linguistico, negando così ogni possibilità di difesa agli altri due.

I difensori hanno sottolineato che l’unica testimonianza sulla situazione in Cisgiordania è fornita dalla Digos, l’unità antiterrorismo della polizia italiana.

Secondo Albertini ciò oscurerà il contesto cruciale dell’occupazione israeliana nella Cisgiordania occupata, dove i coloni, protetti dall’esercito, compiono spesso attacchi contro i palestinesi.

Gli insediamenti israeliani nei territori occupati sono illegali secondo il diritto internazionale, ma i civili israeliani che vi risiedono non perdono le tutele previste dalle leggi di guerra. Tuttavia, quando partecipano attivamente alle ostilità, perdono l’immunità e diventano obiettivi militari legittimi.

“Il tribunale crede di poter giudicare i palestinesi per atti commessi in Cisgiordania attraverso testimonianze della polizia italiana”, ha affermato. “Parliamo di una piccola città abruzzese, a 100 km da Roma tra le montagne. Secondo i giudici, solo la polizia locale sarebbe in grado di descrivere ciò che accade in Cisgiordania”.

Albertini ha definito le decisioni del tribunale senza precedenti nella sua esperienza legale: “Non avevo mai visto un tribunale respingere le prove della difesa, né ammettere prove prodotte in un altro paese”.

Secondo l’avvocato, è improbabile che gli imputati siano estradati se condannati. A marzo una corte d’appello italiana ha respinto la richiesta israeliana di estradare Yaeesh, sostenendo che avrebbe subito “atti contrari ai diritti umani”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Testimone del bombardamento ad una tenda dei giornalisti: “Abbiamo fatto di tutto per salvare Mansour”

Ahmed Aziz a Khan Younis, Palestina occupata

8 aprile 2025Middle East Eye

Ahmed Aziz, collaboratore di MEE, si trovava accanto alla tenda presa di mira. Ricorda una scena di caos e confusione, mentre le fiamme avvolgevano i giornalisti all’interno

Nota dell’editore: Il seguente racconto personale del giornalista palestinese e collaboratore di MEE Ahmed Aziz, che si trovava a Khan Younis sulla scena dell’attacco israeliano a una tenda di giornalisti, è stato riferito a Lubna Masarwa [giornalista del MEE, ndt.]. È stato modificato per brevità e chiarezza.

Intorno a mezzanotte mentre ci trovavamo nella tendopoli un bombardamento ha colpito una delle tende. All’interno c’erano i giornalisti Hassan Islayeh e Ahmed Mansour; Mansour stava svolgendo il turno di notte come redattore di Palestine Today.

In quel momento il giornalista Hilmi al-Faqawi, che lavora nei social media per Palestine Today, stava dormendo. Il suo telefono è stato colpito in pieno da una bomba.

Islayeh è uscito, ma è stato colpito al volto da una scheggia e le dita della mano destra sono state tranciate. Contemporaneamente le schegge hanno colpito Faqawi al torace, allo stomaco e al volto.

Vista la situazione, abbiamo cercato di spegnere il fuoco intenso nella tenda, alimentato anche dal materiale infiammabile di nylon e spugna.

Un altro frammento di scheggia ha colpito la tenda di fronte a noi, appartenente a Russia Today (RT). Ha colpito una bombola di gas. Sebbene la bombola fosse vuota, il gas rimasto al suo interno ha creato un’atmosfera nebbiosa.

A causa della nebbia abbiamo cercato di svegliare gli uomini e di controllare le loro condizioni. Il nostro collega Ehab al-Bourdaineh è stato colpito da una scheggia alla nuca, fuoriuscita lateralmente in corrispondenza dell’occhio destro. Lavora come fotografo per RT.

Era presente anche Yousef al-Khazindar, che spesso dorme dove alloggiano i giornalisti. Altri di loro, tra cui Abdullah al-Attar, sono stati colpiti da schegge alla milza e hanno iniziato a sanguinare copiosamente. Mohammed Fayeq è stato colpito alla mano sinistra.

Gli uomini hanno fatto tutto il possibile per sottrarre Mansour alle fiamme, ma le condizioni erano impossibili. Hanno cercato disperatamente di salvarlo, ma non è stato possibile.

Situazione critica

Ne è seguito il caos, in parte a causa della stanchezza accumulata nel documentare il massacro di Naffar a Khan Younis, dove quel giorno erano state uccise nove persone.

Questo ha lasciato gli uomini confusi, e faticavano a comprendere cosa stesse accadendo. Si sono perfino dimenticati come prestare il primo soccorso e non sapevano cosa fare.

Hanno iniziato a trasportare i feriti all’ospedale Nasser a piedi, dato che era nelle vicinanze.

Una volta arrivati ​​all’ospedale è diventato chiaro chi fosse in condizioni critiche.

Bourdaineh è ancora in terapia intensiva e le sue condizioni rimangono gravi.

Islayeh, un importante giornalista di Gaza, ha riportato gravi ferite. Ha subito l’amputazione della mano destra e presenta ferite da schegge al capo e alla gamba.

Mansour, rimasto ustionato, era inizialmente ricoverato in condizioni critiche nel reparto ustionati. Martedì è morto a causa delle ferite.

Sogni infranti

Lunedì abbiamo celebrato il funerale di Faqawi, che lavorava nei social media per Palestine Today.

Erano passati solo pochi giorni da quando aveva deciso di unirsi a me per documentare i cortei funebri e realizzare interviste.

Era tanto orgoglioso di sé per aver girato un video diventato virale solo il giorno dopo.

“Ho meno esperienza di te, ma diventerò più famoso”, mi ha detto con vanto.

Mi diceva che voleva “lavorare, lavorare e lavorare” e che sognava di farlo per un’agenzia di stampa internazionale.

Mansour, che ho conosciuto il 10 ottobre 2023, tre giorni dopo l’inizio della guerra, aveva una figlia e un figlio, Wissam, che andava a trovare ogni giorno nel quartiere di al-Amal.

Ospitava a casa sua molti dei suoi parenti sfollati.

Durante i primi tre mesi di guerra abbiamo lavorato insieme per lunghe ore, a volte trascorrendo 13 ore al giorno nello stesso posto, e sopportando la fame insieme.

Era gentile, dolce e sempre disponibile.

Era un bell’uomo che si prendeva sempre cura di sé. Si curava sempre la barba e si vestiva in modo ordinato.

Se fosse sopravvissuto, non avrebbe potuto convivere con la gravità delle sue ustioni. È stato straziante vederlo in ospedale.

È duro osservare la bicicletta che usava e la tenda dove alloggiava.

In loro memoria

Sono esausto. È passato più di un anno e mezzo. Non avrei mai immaginato che la mia carriera giornalistica sarebbe stata così.

Ho perso così tanti amici e colleghi, persone che conoscevo da oltre 10 anni.

Ora evito di stare nelle tende dei giornalisti. Evito di fare due chiacchiere con i colleghi intorno a me perché non sopporto il pensiero di perdere un altro amico.

La gente non può nemmeno immaginare cosa stiamo attraversando, bombardamenti e perdite quotidiane.

Non sono d’acciaio. Sono a pezzi dentro.

Lavoro ogni giorno solo per evitare di stare a casa, perché mi distruggerebbe.

Preferirei essere martirizzato sul campo.

Anche se sono ferito non posso smettere di lavorare. Per i miei colleghi e in loro memoria.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)