Il Regno Unito non renderà pubblici i filmati dell’aereo spia relativi all’uccisione di un operatore umanitario britannico a Gaza

Imran Mulla

1 aprile 2025 – Middle East Eye

James Kirby, 47 anni, era un ex fuciliere dell’esercito britannico che lavorava a Gaza come operatore umanitario quando lo scorso aprile è stato ucciso da Israele.

La famiglia di un operatore umanitario britannico ucciso a Gaza da un attacco di droni israeliani ha criticato duramente il governo britannico per essersi rifiutato di rilasciare informazioni sull’attacco raccolte da un aereo spia della Royal Air Force (RAF).

James Kirby, un ex fuciliere dell’esercito britannico di 47 anni, stava lavorando a Gaza per la World Central Kitchen quando lo scorso aprile è stato ucciso in un attacco mirato israeliano contro un convoglio di aiuti composto da tre auto. È morto insieme a molte altre persone, tra cui altri due veterani britannici.

Il Ministero della Difesa (MdD) del Regno Unito ha dichiarato al Times di possedere delle riprese effettuate da un aereo spia della RAF che il giorno dell’attacco stava sorvolando Gaza nel tentativo di localizzare prigionieri israeliani. Il MdD ha rifiutato di divulgare il filmato, adducendo motivi di sicurezza e difesa nazionale.

In un’intervista al Times la famiglia Kirby ha chiesto perché non le fosse consentito di essere informata su ciò che era stato ripreso.

“Voglio sapere chi e perché ha preso la decisione di non renderlo pubblico”, ha detto la madre di Kirby, Jacqui.

Adam Maguire, cugino di Kirby, ha detto: “Quale giustificazione hanno per non renderlo pubblico? Non cambierà il corso di niente di ciò che avviene a Gaza. Non influenzerà il governo israeliano”.

“Quali crimini abbiamo visto?”

La scorsa settimana un portavoce del MdD ha detto a Middle East Eye  che i voli di sorveglianza su Gaza “sono disarmati, non hanno un ruolo di combattimento e sono finalizzati esclusivamente a garantire la sicurezza del rilascio degli ostaggi”.

“Il Regno Unito controlla quali informazioni vengono trasmesse e solo le informazioni relative al salvataggio degli ostaggi sono trasmesse alle autorità israeliane competenti. Inviamo informazioni solo quando siamo certi che siano utilizzate in conformità con il diritto umanitario internazionale”.

Questo avviene solo poche settimane dopo un dibattito in parlamento che ha visto parlamentari indipendenti mettere sotto torchio il ministro della Difesa in merito ai voli di sorveglianza della RAF su Gaza.

“Se centinaia di voli del Regno Unito hanno avuto luogo su Gaza, cosa abbiamo osservato?” ha chiesto il parlamentare Shockat Adam. “Quali crimini, se ce ne sono stati, abbiamo visto?”

Ha aggiunto: “In un solo anno, da dicembre 2023 a novembre 2024, il Regno Unito ha condotto 645 missioni di sorveglianza e ricognizione, il che equivale a quasi due voli al giorno”.

Il ministro, Luke Pollard, non ha risposto alle domande di Adam.

Inizialmente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’uccisione degli operatori umanitari britannici lo scorso aprile sarebbe stata “involontaria”. In seguito l’esercito israeliano ha messo in congedo due ufficiali e sanzionato due alti comandanti, affermando che un operatore di droni aveva erroneamente preso di mira il convoglio.

Ma in un’intervista al Times la famiglia Kirby ha criticato l’indagine dell’esercito definendola un “insabbiamento” e ha chiesto un’indagine indipendente.

Maguire ha affermato: “Prenderemmo in considerazione l’ipotesi di citare in giudizio Israele se la si considerasse un deterrente perché non colpiscano gli operatori umanitari senza essere chiamati a risponderne”.

Critiche al ministro degli Esteri

Jacqui Kirby ha affermato che la famiglia non è stata contattata dai funzionari israeliani per scusarsi di persona dell’omicidio.

Ha anche criticato il ministro degli Esteri britannico David Lammy, dicendo che lo scorso novembre durante un incontro al Foreign Office [ministero degli Esteri, ndt.] si era avvicinato a lei per chiederle chi fosse.

“Ho pensato, ‘Stai venendo qui per incontrare tutte queste famiglie e non hai nemmeno fatto i compiti per individuare l’identità di ognuno.’ Dopo di che mi sono imposta a malapena di parlargli.”

Un portavoce del Foreign Office ha detto al Times: “Stiamo facendo pressione su Israele affinché concluda rapidamente l’indagine dell’avvocatura generale militare sugli eventi del 1° aprile 2024. Israele deve garantire che vengano apprese le lezioni onde garantire in futuro una maggiore sicurezza per gli operatori umanitari sul campo.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rafforzando l’“internazionale dell’estrema destra”, il Likud si unisce ai Patrioti per l’Europa

Farid Hafez

15 marzo 2025 – Middle East Eye

Gli appelli di personalità dell’estrema destra a ‘ripulire’ l’Europa e a commettere una ‘Srebrenica 2.0’ ora sono simbolicamente rafforzati dallo scenario della guerra di Israele contro Gaza.

Negli anni ’90, sulla base del loro antisemitismo, i partiti politici europei post-fascisti e post-nazisti rifiutarono esplicitamente Israele.

Considerandolo in generale come un’estensione del neocolonialismo degli Stati Uniti, questi partiti si mobilitarono contro gli USA in quanto guida dell’ordine mondiale liberale.

Allo stesso modo Israele ha respinto i leader dell’estrema destra. Si prenda in considerazione Jorg Haider, uno dei primi dirigenti europei di estrema destra ad avere successo, a cui fu vietato l’ingresso in Israele.

Da allora molte cose sono cambiate.

Mentre un leader di estrema destra atipico come Geert Wilders ha abbracciato fin dall’inizio la causa di Israele, presentandosi come difensore della vita ebraica in Olanda, all’estrema destra tradizionale ci è voluto molto di più per venire accettata nei circoli politici israeliani.

Alleanze mutevoli

Nel dicembre 2010 ci fu un viaggio storico, quando il Partito della Libertà austriaco (FPO), il belga Vlaams Belang, il Partito della Libertà tedesco e i Democratici svedesi andarono in Israele e firmarono la cosiddetta “dichiarazione di Gerusalemme”.

Essa affermava il “diritto di Israele a difendersi” contro il terrorismo sostenendo: “Siamo all’avanguardia nella lotta per la comunità occidentale e democratica” contro la “minaccia totalitaria” del “fondamentalismo islamico”.

Accusavano l’Islam di essere il nemico comune sia dell’Europa che di Israele.

Come disse nel 2011 un attivista tedesco di estrema destra, “vi garantisco che la Notte dei Cristalli [l’attacco nazista contro ebrei e i loro beni nella Germania nazista, ndt.] tornerà. Ma questa volta cristiani ed ebrei verranno trascinati in piazza, perseguitati e uccisi da islamisti.”

Secondo questa nuova logica ebrei ed europei saranno vittime di un crescente Islam fascista. Quindi si deve stringere una nuova alleanza tra Israele e l’estrema destra europea per contrastare queste apparenti minacce.

In quel momento solo pochi deputati di ultra-destra del parlamento israeliano, la Knesset, accolsero la delegazione di estrema destra in Israele. Non venne organizzata alcuna visita ufficiale alla Knesset.

La delegazione di estrema destra visitò delle colonie e mise di fatto in dubbio i diritti dei palestinesi sulla terra, riferendosi ad essa come Giudea e Samaria, la denominazione israeliana della Cisgiordania occupata. Ciò rappresentò un passaggio ideologico dalla negazione del diritto di Israele ad esistere a quello della Palestina ad esistere.

Un blocco di estrema destra

Quindici anni dopo l’estrema ha fatto ulteriori passi per normalizzare i suoi rapporti con le forze israeliane. Vari partiti di estrema destra sono arrivati al potere e hanno ottenuto un significativo appoggio elettorale nei propri Paesi e alle elezioni del parlamento europeo del giugno 2024 sono diventati il terzo gruppo per numero di parlamentari, formando i Patrioti per l’Europa (PfE).

Guidati da Jordan Bardella del Rassemblement National [Unità Nazionale] francese, questo blocco include importanti forze politiche come il Fidesz del primo ministro ungherese Victor Orban, la Lega del vice primo ministro italiano Matteo Salvini, il Partito della Libertà di Wilders, l’austriaco FPO e altri.

Anche se alcuni partiti di estrema destra, come Fratelli d’Italia e Alternative für Deutchland [Alternativa per la Germania] (AfD) sono rimasti in altri gruppi politici conservatori, i PfE si sono in seguito uniti ad altre forze politiche conservatrici e di estrema destra in tutto il mondo.

Anche l’AfD potrebbe aggiungersi.

Nel febbraio 2025 nientemeno che il partito di governo israeliano, il Likud guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, è entrato a far parte dei PfE come membro osservatore.

Data la focalizzazione dell’estrema destra su politiche anti-immigrazione, che prendono principalmente di mira i musulmani, questa alleanza non è affatto sorprendente.

Accogliendo un partito politico il cui segretario è accusato di genocidio dopo una guerra brutale che ha distrutto la Striscia di Gaza espellendo più di un milione di persone e uccidendone decine di migliaia, il PfE ha mandato una serie di messaggi.

Esso non ha dimostrato solo la propria prevedibile indifferenza per i mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu, ma ha anche comunicato al suo elettorato che le azioni genocide del primo ministro israeliano sono in linea con le fantasie di estrema destra riguardo a una guerra difensiva genocida per “far tornare di nuovo bianca l’Europa”.

Una nuova era

Vedendo i musulmani come la principale minaccia nella sua teoria cospirativa della “Grande Sostituzione” [della popolazione europea bianca e cristiana con immigrati musulmani, ndt.], il genocidio può essere visto semplicemente come l’ultima linea difensiva, un’idea già messa in pratica da estremisti di destra come Anders Breivik, che uccise 77 persone nel 2011 [in Norvegia].

Gli appelli di membri dell’estrema destra a “ripulire” l’Europa dai musulmani e a commettere una “Srebrenica 2.0” [massacro di musulmani ad opera dei serbi in Bosnia nel 1995, ndt.] sono ora simbolicamente rafforzati dal contesto della guerra israeliana contro Gaza portata avanti dal leader di un partito che adesso detiene lo status di osservatore nei PfE.

È l’utopia di estrema destra di un continente libero dai musulmani cui i PfE aspirano quando imitano il discorso del presidente USA adottando lo slogan “Rendere l’Europa di nuovo grande”.

Con crescenti indizi di un ordine mondiale illiberale che emergono sotto l’attuale amministrazione USA, essi sembrano sentirsi sempre più ringalluzziti.

Quando il direttore del DOGE [Dipartimento per l’Efficienza Governativa] Elon Musk esibisce saluti nazisti e lamenta che ci sia “troppa attenzione su colpe del passato” (cioè sull’Olocausto) rivolgendosi a membri dell’estrema destra dell’AfD, non sorprende che sia stato opportunamente dimenticato il palese antisemitismo di Orban, fondamentale per il suo successo elettorale.

In Europa l’estrema destra, ringalluzzita dalle sue controparti negli Usa e in Israele, sta entrando in una nuova era.

Farid Hafez è Distinguished Visiting Professor [professore ospite illustre] di Studi Internazionali presso il Williams College [prestigiosa università statunitense, ndt.] e ricercatore senior non residente della Bridge Initiative [progetto sull’islamofobia, ndt.] all’università di Georgetown [una delle principali istituzioni accademiche degli USA, con sede a Washington, ndt.].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Mahmoud Khalil, il laureato palestinese arrestato negli Stati Uniti, ha lavorato per “una delle più importanti politiche di soft power” del Regno Unito

Imran Mulla

11 marzo 2025 – Middle East Eye

Un ex diplomatico britannico rivela che Khalil, che Trump ha definito “studente radicale pro-Hamas”, era stato “autorizzato a lavorare su questioni delicate per il governo britannico”

Mahmoud Khalil, il laureato palestinese della Columbia University fermato nel fine settimana dalle autorità per l’immigrazione degli Stati Uniti, ha lavorato per anni per il governo britannico nella sua “principale politica di soft power”, come rivela Middle East Eye.

Khalil, residente permanente negli Stati Uniti, è stato preso in custodia dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sabato sera.

Un giudice federale ha bloccato temporaneamente la sua deportazione e Khalil è attualmente in attesa di procedimento in una prigione federale della Louisiana.

Lunedì, in un post sulla piattaforma Truth Social di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti ha definito Khalil “studente straniero radicale pro-Hamas” e ha annunciato che il suo arresto è stato “il primo di molti a venire”.

“Sappiamo che ci sono altri studenti alla Columbia e in altre università in tutto il Paese che hanno intrapreso attività pro-terrorismo, antisemite e anti-americane, e l’amministrazione Trump non lo tollererà”, ha detto Trump.

Lunedì la Casa Bianca ha pubblicato trionfalmente su X la dichiarazione di Trump e un’immagine di Khalil, accompagnata dalle parole “SHALOM, MAHMOUD” con l’accusa di aver “condotto attività allineate ad Hamas”.

A dicembre Khalil si era laureato con un master presso la School of International and Public Affairs della Columbia.

È stato uno dei principali negoziatori degli studenti durante l’occupazione pro-Palestina del campus nella primavera del 2024.

Inoltre MEE ha scoperto che in precedenza, dal 2018 al 2022, aveva lavorato come responsabile di programma presso l’ufficio Siria dell’ambasciata britannica a Beirut.

I registri online esaminati da MEE dimostrano che Khalil vi aveva lavorato come responsabile locale del Programma Chevening per la Siria, un prestigioso programma di borse di studio internazionali del governo britannico, nonché per il Conflict, Stability, and Security Fund.

“Amato dai suoi colleghi”

L’ex diplomatico britannico Andrew Waller, che era consulente politico presso l’ufficio siriano mentre vi lavorava Khalil, ha detto a MEE che la descrizione di Khalil data dal governo degli Stati Uniti è falsa e diffamatoria.

“Ha superato un processo di verifica per ottenere il lavoro ed è stato autorizzato a lavorare per il governo britannico su questioni delicate “, ha detto Waller.

“Quello che Trump ha detto è una vera e propria diffamazione. Mahmoud è una persona estremamente gentile e coscienziosa ed era amato dai suoi colleghi dell’ufficio siriano”, ha aggiunto. “Non c’era nessuno che potesse dire qualcosa di negativo su di lui, era molto bravo nel suo lavoro”.

La borsa di studio Chevening, finanziata dal Foreign, Commonwealth and Development Office (FCDO), ha la missione di “sostenere le priorità della politica estera del Regno Unito e raggiungere gli obiettivi del FCDO creando relazioni positive e durature con futuri leader, influencer e decisori”. Waller l’ha descritta come una “una delle più importanti politiche di soft power britanniche“.

“Porta gli studenti più brillanti di tutto il mondo nelle università del Regno Unito. Mahmoud ha gestito il programma per la Siria e ha intervistato centinaia, se non migliaia, di candidati per conto del governo britannico”.

Waller ha ricordato che Khalil era anche un “funzionario politico locale”, responsabile di fornire “la comprensione del contesto e le competenze linguistiche per le traduzioni nelle riunioni”.

“È davvero interessante. Meno di due settimane fa JD Vance teneva una lezione a Keir Starmer sulla libertà di parola, e poi gli Stati Uniti vanno e rapiscono Mahmoud Khalil per aver organizzato proteste studentesche”.

Tricia McLaughlin, portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS), ha detto a MEE lunedì che l’arresto di Khalil era avvenuto “in obbedienza agli ordini esecutivi del presidente Trump che proibiscono l’antisemitismo”.

“Khalil ha guidato attività allineate ad Hamas, un’organizzazione definita terroristica”.

Ore dopo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero “revocato i visti e/o le green card dei sostenitori di Hamas in America così che potessero essere deportati”.

Eppure né Rubio né il DHS hanno fornito dettagli su come l’attivismo di Khalil alla Columbia University, dove aveva apertamente svolto il ruolo di studente negoziatore con l’amministrazione, equivalesse a sostenere Hamas.

MEE ha contattato il Foreign Office del Regno Unito per un commento.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele sta imprigionando arbitrariamente un numero record di minori palestinesi. Questo deve finire

Miranda Cleland

9 marzo 2025 – Middle East Eye

Attualmente più di un terzo dei minori palestinesi in carcere è costituito da detenuti amministrativi, imprigionati senza accusa o processo

I ragazzi palestinesi, in genere di età compresa tra 15 e 17 anni, ma a volte anche di 12 anni, sono da tempo presi di mira dall’esercito israeliano con arresti, detenzioni e procedimenti giudiziari.

Israele è l’unico Paese al mondo che persegue regolarmente e sistematicamente i minorenni nei tribunali militari, processando e imprigionando ogni anno dai 500 ai 700 minori palestinesi.

In un numero sempre più elevato essi non sono accusati di alcun crimine e sono trattenuti in base a ordini di detenzione amministrativa. Fanno parte della più grande coorte nella storia di minori palestinesi in detenzione amministrativa della storia.

Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, le forze israeliane hanno intensificato in modo significativo gli arresti di palestinesi, inclusi i minori.

La fonte più affidabile sul numero di prigionieri è l’Israel Prison Service, che comunica i dati una volta ogni trimestre, con le ripartizioni per età e con o senza imputazioni. Organizzazioni per i diritti umani come quella per cui lavoro, Defence for Children International – Palestine (DCIP), monitorano questi numeri, documentano le condizioni delle carceri e raccolgono le testimonianze dei prigionieri.

I numeri sono di per sé allarmanti: nell’ultimo anno, ogni volta che l’Israel Prison Service ha rilasciato i dati, il numero di minorenni palestinesi in detenzione amministrativa è risultato il più alto di sempre.

L’ultimo conteggio di fine dicembre – 112 minori palestinesi imprigionati in regime di detenzione amministrativa – è quasi cinque volte più di quello di prima del 7 ottobre 2023. Attualmente i detenuti amministrativi minorenni sono più di un terzo del totale di quelli incarcerati.

Rapida espansione

Le forze israeliane hanno rapidamente esteso l’utilizzo della detenzione amministrativa per esercitare il controllo sui minori e le famiglie palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Dopo il 7 ottobre le autorità israeliane hanno emanato severe restrizioni all’accesso alle prigioni israeliane. Le visite dei familiari sono state completamente sospese e quelle degli avvocati che rappresentano i prigionieri sono diventate estremamente difficili, spesso respinte dalle autorità israeliane.

Quindi gli avvocati del DCIP hanno raccolto principalmente testimonianze di minorenni dopo il loro rilascio dalle prigioni israeliane. Tutti hanno riferito che le condizioni carcerarie sono peggiorate in modo significativo, con le guardie carcerarie israeliane che servono regolarmente cibo avariato, negano l’accesso a bagni e docce e riempiono le celle con un numero di minori doppio di quello regolamentare.

“Il cibo è di scarsa qualità, crudo e insufficiente per noi ragazzi. Mi ha dato problemi perché soffro di disturbi di stomaco”, ha detto al DCIP il sedicenne Jamal (che ha parlato sotto pseudonimo per motivi di sicurezza), nel descrivere la situazione all’interno della prigione di Ofer. “In cella si sta male, perché non ci sono abbastanza letti per tutti. Alcuni di noi erano costretti a dormire a turno sul pavimento”.

Le forze israeliane hanno arrestato Jamal nella sua casa nel campo profughi di Arroub, nella Cisgiordania meridionale occupata, durante l’estate, dopo avergli sparato ad un ginocchio con proiettili veri. Il giorno in cui è stato incarcerato doveva sottoporsi a un intervento chirurgico per la lesione.

“I soldati hanno infierito sulla mia lesione, costringendomi a stare seduto e inginocchiato sul ginocchio traumatizzato per cinque ore. Venivo picchiato duramente se mi muovevo a causa del dolore”, ha detto Jamal al DCIP, aggiungendo che la compressione ha causato la riapertura della ferita.

“Mi hanno messo le cuffie alle orecchie e mi hanno fatto ascoltare canzoni a un volume alto e fastidioso per un’ora e mezza, sapendo che soffro all’orecchio destro per un calo di udito, e questo mi ha causato dolore all’orecchio sinistro e alla testa”, ha aggiunto Jamal.

Una crudeltà tristemente nota

Gli interrogatori israeliani che conducono gli interrogatori sono tristemente noti per i loro atti di crudeltà fisica e psicologica contro i minori palestinesi detenuti al fine di estorcergli una confessione.

Mentre le norme giuridiche internazionali sottolineano che i minorenni accusati di un crimine hanno il diritto alla presenza di un familiare e un avvocato durante l’interrogatorio, ai ragazzi palestinesi non viene concessa né l’una né l’altra.

Jamal non ha mai ricevuto accuse; le forze israeliane lo hanno invece arrestato in base a un ordine di detenzione amministrativa. Di conseguenza, né lui né la sua famiglia avevano idea di quando sarebbe stato rilasciato, di cosa fosse accusato o del momento in cui avrebbe potuto tornare a casa.

Ora, mentre centinaia di prigionieri palestinesi vengono finalmente rilasciati come parte dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas alcuni prigionieri minorenni stanno tornando a casa presso le loro famiglie.

Le autorità israeliane stanno minacciando i familiari nel tentativo di impedire loro di parlare con i media: un altro tentativo di isolare i ragazzi e le loro famiglie.

L’uso esteso e accresciuto della detenzione amministrativa per colpire i minori palestinesi equivale a detenzione arbitraria ed è bandita dal diritto internazionale.

Finché ogni ragazzo palestinese non sarà libero dalla prigionia israeliana e questa pratica di prendere di mira i minorenni non sarà abolita dobbiamo continuare a lottare per riunirli alle loro famiglie.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Summit del Cairo: il rifiuto di USA e Israele del piano arabo per Gaza è un momento/istante di verità

Soumaya Ghannoushi

5 marzo 2025 – Middle East Eye

Se la controproposta del vertice arabo mirava ad affermare un ruolo regionale nel futuro di Gaza, la risposta israelo-statunitense ha lasciato pochi dubbi su chi tenga tuttora le redini.

Martedì re e presidenti arabi si sono riuniti al Cairo, convocati dal peso della storia, trascinati su un palco dove si potevano decidere destini – non solo per la Palestina, ma per la stessa legittimità del loro potere.

Non si trattava della solita diplomazia. Non era un vertice di routine costellato di vuote dichiarazioni e logore promesse. Era una resa dei conti, un momento in cui il mondo arabo si è trovato davanti a uno specchio e si è chiesto: abbiamo ancora il potere di opporre un rifiuto o siamo stati addomesticati oltre ogni possibilità di scampo?

Al centro del vertice c’era un piano così mostruoso da rifuggire ogni logica: lo sfollamento forzato dei palestinesi da Gaza, un atto finale di cancellazione con l’intenzione di trasformarne il territorio in una “Riviera” sanificata e addomesticata dove le impronte dei suoi veri proprietari siiano cancellate dalla sabbia.

Il progetto è nato nei gabinetti di guerra di Tel Aviv e benedetto nei palazzi di Washington, un’audace mossa per trasformare le rovine di Gaza in un’appendice pacificata dello Stato israeliano. Ma per rendere reale questa fantasia è necessaria un’ultima condizione: il consenso arabo.

Il Cairo è diventato così l’arena in cui la storia sarebbe stata tradita o sfidata. Non era semplicemente in questione se i leader arabi avrebbero respinto lo spostamento dei palestinesi alcuni dovevano farlo, perché i loro troni vacillerebbero sotto il peso di una simile catastrofe.

La vera prova consisteva nel loro opporsi o meno anche alla pretesa più subdola nascosta sotto la superficie: il cosiddetto piano del giorno dopo”, la visione israelo-statunitense meticolosamente costruita per la Gaza del dopoguerra, in cui non solo la resistenza verrebbe soffocata, ma cancellata – dove la stessa idea di sovranità palestinese verrebbe estinta per sempre.

La controproposta

La strada per il Cairo è stata segnata da tensioni e fratture. Pochi giorni prima si era tenuto un summit più piccolo a Riyadh, una riunione ristretta di leader del Golfo insieme a Giordania ed Egitto, ammantato della retorica della “fratellanza”.

Eppure dietro questo velo di cameratismo c’era un deliberato atto di esclusione: l’Algeria, uno Stato con il suo peso e la sua storia, è stata messa da parte. Il presidente Abdelmadjid Tebboune, accortosi della farsa, si è rifiutato di partecipare al summit del Cairo inviando al suo posto il ministro degli Esteri.

Altrettanto eclatante è stata l’assenza dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, sebbene le loro ragioni fossero completamente diverse. La loro condizione per impegnarsi nella ricostruzione di Gaza era inequivocabile: la completa neutralizzazione politica e militare di Hamas.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto un passo avanti, segnalando il loro allineamento con la visione di Trump attraverso il loro ambasciatore a Washington e il loro netto rifiuto di qualsiasi alternativa araba al piano israelo-statunitense.

E così, prima ancora che iniziasse il vertice principale, le divisioni sono state messe a nudo. Il fronte arabo, fragile e frammentato, ha mostrato la sua impotenza.

Mentre i governanti arabi tentennano, esitano e calcolano, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si muove con la precisione di un uomo che sa che i suoi oppositori sono troppo deboli per fermarlo. Non ha aspettato l’esito del summit per stringere il cappio attorno a Gaza, soffocandola con un inasprimento del blocco e agitando lo spettro di una nuova devastazione.

Il suo messaggio ai leader arabi è stato esplicito ed umiliante: le parole non vi salveranno. Le dichiarazioni non altereranno i fatti sul campo. O vi allineate ai diktat di Washington e Tel Aviv o sarete irrilevanti.

Sotto il peso di queste pressioni il summit arabo ha ora adottato un piano in tre fasi per la ricostruzione di Gaza. La prima fase dura sei mesi e verte sulla rimozione di macerie e detriti.

La seconda riguarda la costruzione di infrastrutture a Rafah e nelle regioni meridionali della Striscia. La terza si estende alla ricostruzione delle aree centrali e settentrionali.

Questa è la controproposta del mondo arabo al programma di spostamenti forzati, una visione che cerca di stabilizzare Gaza senza sradicarne la popolazione.

Tuttavia, al di là dei meccanismi della ricostruzione, c’è una domanda molto più spinosa: chi governerà Gaza nel frattempo? La risposta del summit è: un comitato amministrativo temporaneo, incaricato di mantenere l’ordine e la stabilità finché l’Autorità Nazionale Palestinese non potrà assumere il pieno controllo.

In realtà la vera questione non riguarda solo la governance, ma anche l’autonomia. Gli Stati arabi saranno in grado di resistere alla spinta incessante dell’agenda israelo-statunitense, che cerca di plasmare non solo la geografia di Gaza ma la sua stessa identità e direzione politica?

In ciò risiede la grande contraddizione del summit. Ufficialmente, la posizione araba è stata di rifiuto. Egitto, Giordania e Arabia Saudita hanno tutti tracciato un limite, rifiutando lo spostamento di massa dei palestinesi.

Ma questo non è stato un atto di trasparenza morale, è stato un atto di autoconservazione. Questi regimi capiscono che l’espulsione forzata dei palestinesi non è solo una minaccia per la Palestina; è una sfida diretta alla loro stessa stabilità. Una nuova ondata di rifugiati, una nuova ferita scavata nel cuore della regione potrebbe destabilizzare i loro fragili equilibri di potere. La loro opposizione non è radicata nei principi, ma nella sopravvivenza.

E dietro questa apparente sfida si sta preparando un tradimento più profondo. Anche se i leader arabi potrebbero rifiutare lo spostamento, sono molto più malleabili quando si tratta del piano del “giorno dopo” – il lento e calcolato soffocamento della sovranità palestinese, la distruzione di Gaza attraverso una ricostruzione imposta – non con la forza, ma mediante un progetto di ristrutturazione delle sue fondamenta politiche ed economiche.

Questa è la massima ambizione israelo-statunitense: trasformare Gaza da un luogo di resilienza in un’entità murata, pacificata e neutralizzata, dove l’idea di libertà viene lentamente sepolta sotto strati di normalità imposta.

Se la controproposta del summit arabo intendeva affermare il ruolo regionale sul futuro di Gaza, la risposta di Stati Uniti e Israele ha lasciato pochi dubbi su chi tenga tuttora le redini.

Washington si è affrettata a liquidare il piano come irrealistico, con il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Brian Hughes che lo ha dichiarato “in disaccordo con la realtà sul campo”.

Di fatto la Casa Bianca ha rafforzato la posizione di Netanyahu: la ricostruzione di Gaza non può procedere secondo i termini arabi e qualsiasi sforzo di ricostruzione deve allinearsi al più ampio quadro americano-israeliano.

Da parte sua Israele ha ribadito la sua adesione alla visione di Trump, un piano che, in sostanza, mira a progettare una Gaza senza palestinesi, sia attraverso lo sfollamento forzato sia rendendo la vita nel territorio tanto insostenibile da spingere i suoi abitanti altrove.

E avendo sia gli Stati Uniti che Israele respinto del tutto il piano arabo lo spazio di manovra si è ridotto tanto da essere quasi inesistente. Il messaggio ai regimi arabi è chiaro: i loro sforzi per creare uno scenario postbellico secondo i propri termini sono, nella migliore delle ipotesi, irrilevanti e, nella peggiore una seccatura da accantonare.

Il giudizio della storia

Per 15 mesi Israele ha condotto a Gaza una guerra di spietata ferocia – e tuttavia, nonostante i fiumi di sangue e le montagne di macerie, non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi centrali. Non è riuscito a smantellare la resistenza palestinese. Non è riuscito a imporre la sua volontà con la forza.

Ma se la storia ha dimostrato qualcosa è che Israele non si arrende; si adatta. Ciò che non può prendere con i missili se lo assicura con la diplomazia. Ciò che non può ottenere con la guerra lo estorce con i negoziati. E ciò che non può imporre personalmente, costringe i regimi arabi a imporlo per suo conto.

I regimi arabi sono stati messi alla prova e il verdetto è stato emesso. Non gli è stato chiesto di condurre una guerra, semplicemente di resistere a un progetto concepito per cancellare la sovranità palestinese, ma quando è arrivato il momento hanno vacillato.

Hanno rigettato lo spostamento a parole, lasciando la porta aperta alla ricostruzione di Gaza sotto dettami stranieri, condannando una forma di cancellazione e concedendone un’altra. Non si sono arresi apertamente, ma non hanno nemmeno resistito. Invece, hanno perfezionato l’arte della sottomissione, velata dalla retorica della sfida.

Perché questi regimi non sono attori sovrani. Non governano; orbitano. La loro sopravvivenza è subordinata alla protezione straniera, le loro politiche sono scritte in capitali lontane. Alcuni ospitano basi militari statunitensi, altri sono sostenuti da aiuti finanziari occidentali e la maggior parte governa non per volontà del proprio popolo ma attraverso la macchina di repressione che li mantiene al potere.

Non sono liberi di agire, solo di obbedire.

Pertanto il summit segue la coreografia ben collaudata della duplicità: un assordante atto di rifiuto dello sfollamento che maschera una silenziosa acquiescenza al più ampio programma israelo-statunitense. Uno spettacolo di sfida che nasconde la costante erosione della sovranità palestinese.

Eppure, nel perseguire questa strada i regimi arabi non tradiscono semplicemente la Palestina. Tradiscono se stessi. Si lanciano in un pericoloso confronto, non solo con il popolo palestinese, ma con il proprio.

Per decenni nel mondo arabo la causa palestinese è stata la misura ultima della legittimità. Abbandonarla significa smantellare ciò che resta della loro credibilità politica. E sebbene questi governanti possano credere che il tempo offuschi il ricordo del tradimento, dimenticano che la rabbia è paziente e la storia è spietata.

Il tempo non assolve. Il popolo non dimentica. E il libro mastro della codardia è scritto con un inchiostro che non sbiadisce mai.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice tunisina britannica esperta di politica mediorientale. Il suo lavoro giornalistico è apparso su The Guardian, The Independent, Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti può essere trovata su soumayaghannoushi.com e i suoi messaggi su X su @SMGhannoushi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’israeliano Ben Gvir chiede che vengano bombardati gli aiuti durante l’assedio di Gaza

Mera Aladam

4 marzo 2025 – Middle East Eye

L’ex ministro di estrema destra chiede la totale interruzione di elettricità e acqua nell’enclave, mentre due impianti di desalinizzazione sono già stati chiusi a Deir al-Balah

L’ex ministro della sicurezza nazionale ha chiesto con forza la “totale interruzione dell’elettricità e dell’acqua”, unitamente al bombardamento degli aiuti a Gaza, nonostante le allerte di associazioni e esperti di diritti sulla carestia nell’enclave assediata.

Lunedì il politico di estrema destra Itamar Ben Gvir ha detto che queste misure devono essere prese nella Striscia di Gaza per “far morire di fame” Hamas prima di riprendere la guerra “in modo che poi possiamo schiacciarli facilmente”.

Il governo dovrebbe anche ordinare il bombardamento delle scorte di aiuti che si sono accumulati a Gaza in enormi quantità durante e prima del cessate il fuoco, nonché la totale interruzione dell’elettricità e dell’acqua”, ha scritto Ben Gvir in un post su X, prima noto come Twitter.

Se Hamas minaccia di far del male ai nostri ostaggi deve sapere che andrà incontro all’eliminazione dei terroristi”, ha aggiunto.

I piani delle autorità israeliane di interrompere l’acqua e l’elettricità erano circolati-circolavano già prima della dichiarazione di Ben Gvir.

Secondo l’emittente israeliana Kan 11 essi fanno parte di una strategia intesa ad applicare “la massima pressione sulla Striscia di Gaza e su Hamas”.

L’iniziativa, che coincide con il mese sacro di Ramadan, fa seguito al divieto di entrata nella Striscia di Gaza degli aiuti, imposto domenica dopo la fine della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco.

Hamas ha chiesto ad Israele di avviare la seconda fase dell’accordo, che include la definitiva fine della guerra, il ritiro israeliano da Gaza e il rilascio dei rimanenti ostaggi israeliani, come precedentemente concordato.

Nonostante abbia ufficialmente interrotto i combattimenti, l’esercito israeliano ha ripetutamente violato la tregua da quando è entrata in vigore il 19 gennaio, lanciando attacchi aerei e sparando ai palestinesi.

Parecchie associazioni ed esperti per i diritti hanno condannato la decisione di Israele di bloccare gli aiuti, definendola “una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale”, avvertendo che ciò potrebbe peggiorare la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza.

In un post su X Medici Senza Frontiere (MSF) ha denunciato l’iniziativa.

L’aiuto umanitario non dovrebbe mai essere usato come strumento di guerra. Malgrado i negoziati tra le parti belligeranti, la popolazione di Gaza necessita ancora di un immediato e massiccio aumento delle forniture umanitarie”, ha dichiarato MSF.

Il blocco totale da parte di Israele degli aiuti umanitari a Gaza è un atto crudele di punizione collettiva e una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale.”

Israele toglie la corrente agli impianti di desalinizzazione

Lunedì sera il Municipio di Deir al-Balah, nel centro di Gaza, ha annunciato che Israele ha tolto la corrente a due impianti di desalinizzazione, che forniscono l’acqua a circa il 70% degli abitanti della zona.

Organi di informazione israeliani hanno tuttavia riferito che l’acqua è stata tolta dagli impianti di Deir al-Balah a causa di un problema tecnico in una delle linee elettriche e l’esercito impedisce di ripararla.

Secondo il municipio locale gli impianti che si sono fermati producevano circa 20.000 metri cubi al giorno di acqua desalinizzata, utilizzata soprattutto per bere e per l’irrigazione.

Senza questi sistemi la popolazione può soffrire di disidratazione e rischi per la salute, come problemi renali e malattie trasmesse dall’acqua, conseguenza della scarsa igiene.

La popolazione di Gaza è già altamente vulnerabile dopo 15 mesi di bombardamenti e assedio di Israele.

Più di 48.000 palestinesi sono stati uccisi da quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato guerra a Gaza, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, che ha provocato la morte di 1.139 persone.

L’agenzia di informazioni palestinese Wafa ha precedentemente riferito che la guerra ha gravemente colpito il settore sanitario nell’enclave, soprattutto nelle zone sovraffollate meridionali di Mawasi, Rafah e Khan Younis.

La distruzione dell’infrastruttura della gestione dei rifiuti ha provocato l’accumularsi di immondizia che comporta condizioni rischiose per gli abitanti coinvolti.

La diffusione di insetti e roditori aumenta ulteriormente il rischio di malattie, soprattutto patologie respiratorie, che creano grave pericolo per la popolazione vulnerabile, compresi bambini e anziani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gaza è sopravvissuta per migliaia di anni. Non può essere cancellata da Trump e Israele

Soumaya Ghannoushi

25 febbraio 2025 – Middle East Eye

I palestinesi rimarranno sulla loro terra, abbandonarla significherebbe tradire tutti coloro che li hanno preceduti

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, noto per la sua mancanza di sensibilità storica, afferma che il miglior piano per Gaza sia “radere al suolo il sito e sbarazzarsi delle rovine degli edifici”, aprendo la strada a un’acquisizione americana e a un progetto di riqualificazione.

Il leader di Reform UK [partito politico britannico, populista e sovranista, ndt.] Nigel Farage ha fatto delle osservazioni altrettanto ignoranti, immaginando una Gaza con “casinò e vita notturna”, parlando con la disinvolta superiorità di un colonizzatore che crede che la storia inizi con i propri capricci.

Questa è la logica della conquista: Prima, invadere e distruggere, poi ergersi sulle rovine e dichiarare la terra vuota.

La lunga e sanguinosa tradizione del colonialismo parla attraverso questi politici: coloni che arrivano su coste devastate, massacrano i nativi, quindi annunciano la loro scoperta di una terra nuova, una terra senza passato.

Ma Gaza non è vuota. Gaza non è mai stata vuota.

Ciò che sta accadendo davanti agli occhi di tutto il mondo non è solo una guerra, ma un genocidio culturale, un tentativo calcolato di cancellare il passato di Gaza in modo da negare al suo popolo la rivendicazione del proprio futuro.

L’aggressione di Israele ha preso di mira non solo gli esseri viventi, ma la storia stessa. Più di 200 siti storici sono stati cancellati, non per caso, né come danno collaterale, ma attraverso una campagna deliberata per separare Gaza dal suo stesso passato.

Cancellato dalla mappa

Il porto di Antedone, risalente all’800 a.C., da cui un tempo salpavano le navi fenicie, è stato cancellato dalla mappa. La Grande Moschea, la più grande e antica di Gaza, è sopravvissuta agli imperi ma non a questa guerra.

La Chiesa di San Porfirio, dove i cristiani hanno pregato per secoli, è stata bombardata mentre i civili cercavano rifugio tra le sue antiche mura. Anche uno dei monasteri più antichi del mondo è stato danneggiato durante la guerra.

Risulta che a Gaza siano state attaccate più di 1.100 moschee, delle quali tre quarti completamente rase al suolo. Sono state distrutte anche tre chiese e sono stati presi di mira 40 cimiteri, oltre alle tombe disseppellite e ai corpi rubati, affermano i funzionari palestinesi.

Il passato stesso è stato disseppellito e profanato. Questa non è solo distruzione; è un tentativo di cancellare l’idea stessa che Gaza e la sua gente siano mai appartenute a questa terra.

Eppure Gaza era antica quando Roma era giovane. Era fiorente prima ancora che Londra e Parigi venissero persino immaginate. L’archeologo britannico Flinders Petrie ha fatto risalire l’esistenza di Gaza a 5.000 anni fa, a Tell el-Ajjul [sito archeologico nel deserto del Negev, ndt.], dove cananei, egiziani, filistei, persiani e greci hanno lasciato la loro impronta.

Nel primo millennio a.C. il regno di Ma’in dello Yemen, una delle prime civiltà arabe, fece di Gaza un polo commerciale da dove le merci partivano verso il Mediterraneo, l’Europa, l’Egitto e l’Asia.

Dopo che Hashim ibn Abd Manaf, il bisnonno del profeta Maometto, morì a Gaza la città divenne nota come Gaza Hashim in suo onore. Lì egli si assicurò la ricchezza dei Quraysh consentendo il commercio che in seguito avrebbe reso La Mecca un centro di scambi, un tragitto così importante che fu immortalato nella sura coranica Quraysh.

Anni dopo, durante la spedizione del profeta Maometto a Tabuk nel nono anno dall’Egira il vescovo di Gaza si recò da lui con un racconto straordinario. Informò il Profeta che quando il suo bisnonno Hashim morì a Gaza le sue ricchezze furono affidate alla custodia della chiesa locale. Il vescovo restituì quel deposito, che fu poi distribuito tra i capi [della dinastia] dei Banu Hashim.

Questo è uno degli innumerevoli aneddoti che fanno luce sui legami secolari e intimi tra cristiani e musulmani a Gaza.

Un attacco sistematico

Imperi nacquero e caddero. I bizantini costruirono chiese, gli ottomani eressero moschee e madrasse e i crociati presero possesso di Gaza, solo per essere respinti dal Saladino, che proseguì per liberare Gerusalemme.

A Gaza nacque al-Shafi’i, uno dei più grandi giuristi dellIslam, il cui desiderio per la sua terra natale non si affievolì mai: Anelo alla terra di Gaza, sebbene dopo la nostra separazione il silenzio mi tradisca”, disse una volta.

Eppure ora, nel mezzo dell’implacabile assalto israelo-americano, un conduttore di Fox News ha liquidato i palestinesi di Gaza come ignoranti”, ripetendo la stessa retorica coloniale da sempre usata per giustificare un genocidio.

Lobiettivo è chiaro: disumanizzare i palestinesi di Gaza, farli apparire primitivi, incapaci, indegni. Riducendoli a nulla, si induce il mondo a credere che, quando saranno spazzati via, non si sarà verificata alcuna grande perdita.

Ma la verità smaschera la menzogna.

La Palestina detiene uno dei più alti tassi di alfabetizzazione al mondo, intorno al 97%. Prima di questa guerra, Gaza aveva 12 università che hanno sfornato scienziati, medici, ingegneri e pensatori di fama mondiale. Tutte queste istituzioni sono state ora distrutte, perché un palestinese istruito è una minaccia, non per il mondo, ma per coloro che desiderano vederli cancellati.

Israele, oltre a bombardare le scuole di Gaza, ha sistematicamente ucciso accademici, scienziati e studiosi: il suo esercito ha ucciso più di 90 docenti universitari, insieme a centinaia di insegnanti e migliaia di studenti.

“Dovremo uccidere e uccidere”

Gaza non è solo una città. È la spina dorsale dell’identità nazionale palestinese.

Dopo la Nakba del 1948, quando 750.000 palestinesi furono cacciati dalle loro città e dai loro villaggi per consentire la creazione dello Stato di Israele, Gaza divenne l’ultimo rifugio per centinaia di migliaia di persone.

Dai suoi campi e dalle sue strade sono emersi i leader della lotta palestinese: tra i tanti, Yasser Arafat, Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Iyad) e Sheikh Ahmed Yassin. E dal suo popolo nacque Said al-Muzayin, il poeta della rivoluzione, autore delle parole dell’inno nazionale palestinese.

Oggi a Gaza un ragazzino siede tra le rovine e la sua piccola figura è resa ancora più piccola dalla devastazione che lo circonda. La sua voce si alza, chiara, incrollabile e bellissima. Canta: “La mia patria, la mia patria, la mia patria è ciò che io sono”.

Le sue parole toccanti squarciano il silenzio, portando con sé decenni di lotta e resilienza. Non sta solo cantando; sta dichiarando una verità indistruttibile. I palestinesi sono la [loro] terra. Cancellare gli uni significa cancellare anche l’altra.

La distruzione di Gaza non è iniziata il 7 ottobre 2023, è sempre stata parte del piano di Israele sostenuto dall’occidente.

Due decenni fa lo stratega israeliano Arnon Soffer formulò una previsione agghiacciante per il futuro di Gaza: Quando 2,5 milioni di persone vivranno in una Gaza chiusa, sarà una catastrofe umana. Quella gente diventerà ancora più animalesca di quanto lo sia oggi, con laiuto di un folle Islam fondamentalista. La pressione al confine sarà impressionante. Scoppierà una guerra terribile. Quindi, se vogliamo rimanere in vita, dovremo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno.”

Prima gli israeliani hanno isolato Gaza. Poi l’hanno fatta morire di fame. Ora stanno cercando di spazzarla via.

Un calcolo cinico

La visione di Trump per Gaza è quella di uno sterminatore coloniale. Questa visione non si accontenta della sola morte, della distruzione delle case, della demolizione degli ospedali o del silenzio nelle aule dove un tempo germogliava il futuro. Non basta bombardare i vivi; questa visione mira a cancellare i morti, a trasformare Gaza in un vuoto, una terra senza passato, senza memoria, senza popolo.

Questo è lo stesso freddo calcolo che ha giustificato il massacro di milioni di indigeni nelle Americhe; la stessa mano spietata che in Australia ha spazzato via dalla loro terra antiche nazioni, sempre in nome della civiltà e del progresso. Le città sono state ridotte in polvere, le lingue inghiottite dal silenzio, la storia riscritta dalla penna del conquistatore.

Ogni monumento distrutto, ogni manoscritto strappato, ogni voce ridotta al silenzio è parte di un crimine antico e familiare, che non si limita a uccidere, ma nega persino che vi sia mai stato qualcosa da uccidere.

Oggi a Gaza un uomo di mezza età siede in silenzio sulle rovine della sua casa, con la polvere della distruzione appiccicata alla pelle. Quando gli viene chiesto perché non se ne va, perché rimane nell’ombra della devastazione, la sua risposta è pacata ma ferma: “Mio figlio è morto qui. Il suo sangue è stato versato qui. Le sue ossa giacciono sotto queste macerie. Seduto qui, mi sento vicino a lui”.

In quella singola frase si cela la ricchezza di mille storie non raccontate.

Per il mondo Gaza è solo macerie, rovine da sgomberare,ma per i palestinesi che vi vivono è terra sacra, dove i ricordi respirano sotto la polvere e il riso di chi non c’è più indugia nel silenzio.

Come possono abbandonare quel poco che resta dei loro cari? Come possono andarsene quando ogni pietra frantumata è una lapide?

Esilio e cancellazione

La gente di Gaza non si regge solo sulle rovine delle proprie case; si regge sulle rovine di una storia rubata, sui ricordi di città e villaggi cancellati dalla terra per far posto al sogno di altri. “Una terra senza popolo”, è stato detto loro.

“Non esiste un popolo palestinese”, dichiarò l’ex primo ministro israeliano Golda Meir, una donna che aveva lei stessa un passaporto palestinese prima della nascita dello Stato di Israele.

Essere esiliati è un crimine; essere cancellati un altro.

Ed è per questo che i palestinesi restano. Perché andarsene significherebbe arrendersi alla menzogna permettendo che la storia venga riscritta in loro assenza. Restano perché ogni pietra, ogni strada, ogni rovina sussurra il loro nome, e abbandonarla significherebbe tradire coloro che vi hanno camminato prima di loro.

Il mondo non deve permettere che questo genocidio culturale abbia successo. Gaza deve essere ricostruita, non cancellata.

Gaza non è rovine. Gaza non è il nulla. Gaza è patrimonio dell’umanità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice anglo-tunisina ed esperta di politica mediorientale. I suoi lavori giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti può essere trovata su soumayaghannoushi.com e all’indirizzo X @SMGhannoushi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele archivia la causa contro cinque uomini accusati dell’uccisione di un prigioniero palestinese

Mera Aladam

21 gennaio 2025 – Middle East Eye

Il Procuratore di Stato Amit Isman ha deciso di annullare la causa contro i cinque, a causa dell’elevata possibilità di “false confessioni e mere millanterie”.

Lunedì il Procuratore di Stato di Israele ha archiviato un’indagine contro cinque uomini sospettati di aver ucciso un palestinese bendato che avevano imprigionato in seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre.

Nonostante prove video e ammissioni di colpa da parte dei sospettati Amit Isman ha archiviato l’indagine adducendo “scarsa credibilità delle confessioni, che probabilmente sono solo spacconerie”.

I cinque uomini, identificati come Roi Yifrach, Israel Biton, Akiva Kaufman, Israel Peretz e Saar Ofir, erano indagati dal novembre 2023.

Sono stati sospettati di aver sequestrato un palestinese che asserivano essere un importante combattente di Hamas che avrebbe partecipato all’attacco del 7 ottobre.

Ofir durante un interrogatorio del novembre 2023 aveva dichiarato che Yifrach, il principale sospettato, gli aveva mostrato un video in cui lui accoltellava al viso un palestinese bendato, uccidendolo.

All’epoca quattro giudici emisero avvisi di ricerca dopo aver concluso che vi era il ragionevole sospetto che fosse avvenuto un omicidio.

Yifrach confessò alla polizia e in messaggi whatsapp inviati ad altri che aveva ucciso dei “terroristi” al di fuori del combattimento.

Anche Ofir confessò in messaggi whatsapp di aver ucciso “terroristi” dopo averli a quanto pare torturati sia sessualmente che fisicamente.

Ofir, un colono dell’insediamento di Elkana nella Cisgiordania occupata, è stato coinvolto anche in un altro caso in cui lui e altri due ufficiali israeliani sono stati accusati nel dicembre 2024 di aver aggredito violentemente un palestinese in agosto e di averlo rapito prima di lasciarlo incosciente e sanguinante vicino ad un posto di blocco.

Il giornale israeliano Maariv ha riferito che la Pretura di Tel Aviv ha emesso un mandato di arresto contro Yifrach, Biton e Ofir, stabilendo che vi era un ragionevole sospetto di omicidio.

Tutti i sospettati coinvolti nell’uccisione hanno negato di aver ucciso la vittima in assenza di una minaccia da parte del palestinese. Ofir ha detto di aver mandato messaggi per vantarsi.

Secondo Maariv le indagini hanno messo in luce contraddizioni nelle versioni dei sospettati, spingendo il Procuratore di Stato a chiudere il caso adducendo la mancanza di prove sufficienti per accusarli di omicidio.

Tuttavia, in base alle prove, Yifrach ha confessato l’uccisione, il corpo della vittima è stato trovato nella sua auto ed è stato anche rinvenuto un video in cui lo si vede colpire il palestinese.

Secondo Maariv il Procuratore di Stato ha deciso di chiudere il caso in quanto riteneva che la confessione di Yifrach fosse falsa e derivasse dal desiderio di “ostentare il proprio contributo allo sforzo bellico”.

Alla fine di luglio nove soldati israeliani sono stati arrestati per presunto stupro di un palestinese detenuto a Sde Teiman, un carcere nel deserto del Negev nel sud di Israele.

L’incidente ha provocato un contraccolpo in Israele, con una mobilitazione dell’estrema destra che ha visto un parlamentare e ministro assalire il centro di detenzione ed un tribunale militare in protesta contro gli arresti.

Martedì cinque di quei prigionieri sono stati inviati agli arresti domiciliari, in pendenza di una possibile decisione da parte dell’esercito di formalizzare le accuse.

Secondo un recente sondaggio una maggioranza di israeliani ritiene che agenti penitenziari accusati di aggressione sessuale contro un detenuto palestinese non debbano subire imputazioni penali e debbano solo essere sottoposti a misure disciplinari dall’esercito.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Khalida Jarrar: chi è la prigioniera palestinese recentemente liberata?

Redazione

20 gennaio 2025-Middle East Eye

Femminista e attivista per i diritti, la figura di spicco del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina è stata un bersaglio israeliano per decenni.

La prigioniera palestinese Khalida Jarrar è stata liberata da Israele domenica come parte della prima ondata di scambi di prigionieri concordata con Hamas nell’accordo per il cessate il fuoco a Gaza.

La 61enne, parlamentare, femminista e sostenitrice dei diritti dei prigionieri, era tenuta dal 26 dicembre 2023 in detenzione amministrativa, un sistema che consente alle autorità israeliane di trattenere gli individui senza accusa o processo [per un tempo illimitato, n.d.t.].

La detenzione di Jarrar è stata rinnovata più volte.

Ad agosto è stata trasferita in isolamento come “forma di punizione”, secondo il Palestinian Prisoners Club, e tenuta per sei mesi in una cella di 1 m per 1,5 m nella prigione di Ayalon (Ramallah).

L’organizzazione per i diritti umani Addameer ha riferito che la cella aveva “a malapena abbastanza spazio per un materasso e vestiario, prodotti per l’igiene, cibo e acqua erano tutti sottoposti a severe limitazioni. La lunga carriera di Jarrar come attivista l’ha portata a trascorrere gli ultimi tre decenni dentro e fuori dalla galera e ha perso suo padre, sua figlia e suo nipote mentre era dietro le sbarre. Sua sorella Salam Altratot ha detto a Middle East Eye che l’ultima detenzione è stata la più dura che Jarrar abbia mai sopportato.

Una militante da sempre

Nata a Nablus, Jarrar è una importante leader politica e sostenitrice dei diritti umani e del femminismo.

Il suo attivismo è iniziato presto. Da adolescente si sa che ha fatto volontariato con un gruppo che faceva le pulizie nella comunità locale e nelle scuole pubbliche contro il volere di molti nella sua famiglia che ritenevano quel lavoro più adatto ai ragazzi.

È diventata una delle leader più importanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), un gruppo nazionalista e marxista-leninista che è la seconda maggiore fazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ed è stato designato come gruppo terroristico da Israele e dagli Stati Uniti.

Nel 2006 è rimasta eletta al Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese, ed è stata nominata a guidare la commissione che si occupa dei prigionieri. Le viene attribuito un ruolo di primo piano nel consolidare l’adesione della Palestina alla Corte Penale Internazionale (CPI) nel 2015. Jarrar è stata anche un’infaticabile attivista per i diritti dei prigionieri palestinesi ricoprendo tra il 1993 e il 2005 il ruolo di direttrice di Addameer, un’organizzazione per i diritti dei prigionieri con sede a Ramallah.

Ripetute detenzioni

Il lavoro di Jarrar l’ha resa un costante bersaglio per le autorità israeliane che l’hanno arrestata più volte negli ultimi tre decenni sottoponendola spesso a detenzione amministrativa.

Il suo primo arresto è avvenuto nel marzo 1989, quando ha partecipato a una manifestazione in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

Ad aprile 2015 le autorità israeliane hanno arrestato Jarrar e inizialmente l’hanno tenuta in detenzione amministrativa senza accusa.

A seguito della crescente pressione internazionale un tribunale militare israeliano l’ha accusata di 12 reati legati alla sicurezza e connessi alla sua appartenenza al FPLP. Jarrar è stata dichiarata colpevole e condannata a 15 mesi di prigione, cinque anni di libertà vigilata e una multa di 2.600 dollari.

La leader palestinese ha continuato il suo lavoro in prigione fondando una scuola e insegnando inglese alle giovani donne detenute.

È stata rilasciata nel giugno 2016 solo per essere arrestata un anno dopo durante un raid all’alba nella sua casa a Ramallah. È stata liberata nel settembre 2021. Jarrar ha dovuto affrontare anche divieti di viaggio di lunga durata imposti dalle autorità israeliane, suo marito è stato arrestato più di 10 volte.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Cessate il fuoco Israele-Gaza: testo completo dell’accordo

Redazione MEE

15 gennaio 2025 – Middle East Eye

Il piano include il rilascio di prigionieri israeliani e palestinesi, il trasferimento in Egitto dei combattenti e civili palestinesi feriti e il ritorno degli sfollati interni alle loro case nel nord di Gaza.

Mercoledì Israele e il movimento palestinese Hamas hanno concordato un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, ponendo potenzialmente fine al devastante attacco di 15 mesi di Israele all’enclave che ha ucciso almeno 46.707 palestinesi.

Il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani ha annunciato l’accordo mercoledì durante una conferenza stampa a Doha, affermando che la tregua entrerà in vigore il 19 gennaio.

Haaretz ha riferito che i qatarioti, insieme agli egiziani, hanno contribuito a negoziare l’accordo con Israele, mentre la nuova amministrazione statunitense del presidente eletto Donald Trump ha fatto pressione sugli israeliani.

Trump ha elogiato il cessate il fuoco “epico”, affermando che non sarebbe avvenuto senza il suo ritorno alla Casa Bianca.

L’accordo aggiunge nuovi dettagli a un’intesa già segnalata da Middle East Eye nel 2024.

L’accordo include disposizioni per lo scambio di prigionieri, il ritorno dei civili sfollati alle loro case nel nord e il trasferimento in Egitto dei combattenti e civili palestinesi feriti attraverso il valico di Rafah nella striscia di Gaza meridionale.

Ecco il testo completo dei nuovi dettagli dell’accordo ottenuto da Middle East Eye:

Appendice I

Procedure pratiche e strategie per l’attuazione dell’accordo sullo scambio di ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi e il ritorno a una distensione duratura che porti ad un cessate il fuoco permanente tra le due parti

1. Preparativi della seconda fase:

L’obiettivo delle parti e dei mediatori è raggiungere un consenso finale per l’attuazione dell’accordo del 27 maggio 2024 sullo scambio di ostaggi e prigionieri e il ritorno a una distensione duratura che porti ad un cessate il fuoco permanente tra le parti.

Tutte le procedure della prima fase continueranno durante la fase 2 finché saranno in corso le trattative sulle condizioni di attuazione della fase 2 e i garanti di questo accordo lavoreranno per assicurare che le trattative continuino fino al raggiungimento di un accordo.

2. Ritiro delle forze israeliane:

Ritiro delle forze israeliane dalle aree densamente popolate verso est lungo i confini della Striscia di Gaza, tra cui Wadi Gaza (asse di Netzarim e rotonda Kuwait).

Le forze israeliane saranno dispiegate in un perimetro di (700) metri con l‘eccezione di 5 punti specifici dove è previsto un incremento di non più di (400) metri aggiuntivi su decisione della parte israeliana, a sud e a ovest del confine, e in base alle mappe concordate da entrambe le parti che accompagnano l’accordo.

3. Scambio di prigionieri:

a. I 9 malati e feriti dell’elenco dei 33 saranno rilasciati in cambio della liberazione di 110 prigionieri palestinesi con condanne all’ergastolo.

b. Israele rilascerà 1000 gazawi detenuti dall’8 ottobre 2023 non coinvolti nei fatti del ​​7 ottobre 2023

c. Gli anziani (uomini sopra i 50 anni) della lista dei 33 saranno rilasciati in base a un criterio di scambio di 1:3 per le condanne all’ergastolo + 1:27 per le altre condanne.

d. Ebra Mangesto e Hesham el-Sayed – saranno rilasciati in base a un criterio di scambio di 1:30, così come avvenne per i 47 prigionieri dello scambio Shalit [nel 2011 venne rilasciato il soldato israeliano Gilad Shalit, nelle mani di Hamas, in cambio della liberazione di un totale di 1027 prigionieri palestinesi, che Israele rilasciò gradualmente nell’arco di alcuni mesi, ndt.].

e. Un certo numero di prigionieri palestinesi saranno rilasciati all’estero o a Gaza in base a liste concordate tra entrambe le parti.

4. Corridoio Filadelfia:

a. La parte israeliana ridurrà gradualmente le forze nell’area del corridoio durante la fase 1 in base alle mappe allegate e all’accordo tra entrambe le parti.

b. Il giorno 42, dopo l’ultimo rilascio di ostaggi della fase 1, le forze israeliane inizieranno il ritiro e lo completeranno entro e non oltre 50 giorni.

5. Valico di frontiera di Rafah:

a. Il valico di Rafah sarà pronto per il trasferimento di civili e dei feriti dopo il rilascio di tutte le donne (civili e militari). Israele si impegnerà a rendere pronto il valico non appena l’accordo sarà firmato.

b. Le forze israeliane si ridistribuiranno attorno al valico di Rafah secondo le mappe allegate.

c. Ogni giorno saranno autorizzati a passare 50 militari feriti accompagnati da (3) persone. Ogni attraversamento individuale richiederà l’approvazione israeliana ed egiziana.

d. Il valico sarà gestito in base a quanto stabilito nell’agosto 2024 con l’Egitto.

6. Uscita di civili malati e feriti:

a. Tutti i civili palestinesi malati e feriti saranno autorizzati ad attraversare il valico di frontiera di Rafah, in base alla sezione 12 dell’accordo del 27 maggio 2024.

7. Rientro di sfollati interni disarmati (corridoio Netzarim):

a. Il ritorno è concordato in base alle sezioni 3-a e 3-b dell’accordo del 27 maggio 2024.

b. Il settimo giorno sarà consentito il transito a piedi attraverso via Rashid di sfollati che vogliono tornare a nord, senza armi e senza controlli. Il ventiduesimo giorno sarà consentito il rientro a nord anche attraverso via Salahudin, senza controlli.

C. Il settimo giorno sarà consentito tornare a nord del corridoio Netzarim ai veicoli e a qualsiasi attività commerciale non pedonale, dopo l’ispezione dei veicoli che sarà eseguita da una società privata scelta dai mediatori in sintonia con la parte israeliana sulla base di un meccanismo concordato.

8. Protocollo di aiuti umanitari:

a. Le procedure di aiuti umanitari ai sensi dell’accordo saranno eseguite in base al protocollo umanitario concordato sotto la supervisione dei mediatori.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)