Cessate il fuoco a Gaza: dopo 15 mesi di barbarie Israele ha fallito su tutti i fronti

David Hearst

15 gennaio 2025 – Middle East Eye

Il popolo palestinese ha dimostrato al mondo di poter sopportare una guerra totale e rimanere sulla propria terra.

Arrivato il momento, è stato il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu a cedere per primo.

Per mesi Netanyahu era stato il principale ostacolo ad un cessate il fuoco a Gaza, con notevole frustrazione dei suoi stessi negoziatori.

Questo è stato reso molto evidente più di due mesi fa dalle dimissioni del suo Ministro della Difesa Yoav Gallant. Principale architetto della guerra durata 15 mesi, Gallant ha detto chiaramente che all’esercito non restava più niente da fare a Gaza.

Ma Netanyahu ha ancora insistito. La primavera scorsa ha respinto un accordo firmato da Hamas alla presenza del direttore della CIA William Burns, privilegiando un’offensiva su Rafah.

In autunno Netanyahu si è occupato di salvare il Piano dei Generali, con l’obbiettivo di svuotare il nord di Gaza in preparazione del reinsediamento di israeliani. Il piano consisteva nell’affamare e bombardare la popolazione per cacciarla dal nord di Gaza dichiarando che chiunque non se ne fosse andato volontariamente sarebbe stato considerato un terrorista.

Era un piano così estremo e così contrario alle leggi di guerra internazionali che è stato condannato dall’ex Ministro della Difesa Moshe Yaalon come crimine di guerra e pulizia etnica.

Chiave di questo piano era un corridoio formato da una strada militare e una serie di avamposti che tagliavano il centro della Striscia di Gaza, dal confine israeliano al mare. Il Corridoio Netzarim avrebbe effettivamente ridotto il territorio di almeno un terzo e sarebbe diventato il suo nuovo confine settentrionale. Nessun palestinese scacciato dal nord di Gaza avrebbe potuto farvi ritorno.

Cancellate le linee rosse

Nessuno dell’amministrazione Biden ha costretto Netanyahu a rivedere questo piano. Non il presidente USA Joe Biden, un istintivo sionista che in tutti i suoi interventi ha continuato a fornire ad Israele i mezzi per commettere un genocidio a Gaza; neppure il suo Segretario di Stato Antony Blinken, che si è guadagnato il discutibile primato di essere il diplomatico meno degno di fiducia della regione.

Persino quando si sono apportati gli ultimi dettagli sull’accordo di cessate il fuoco Blinken ha tenuto una conferenza stampa di addio in cui ha accusato Hamas di aver respinto le precedenti offerte. Come è ovvio, è vero il contrario.

Tutti i giornalisti che hanno seguito i negoziati hanno riferito che Netanyahu ha respinto ogni precedente accordo ed è stato responsabile del ritardo con cui quest’ultimo è arrivato.

È toccato ad un breve incontro con l’inviato speciale per il Medio Oriente del presidente eletto USA Donald Trump, Steve Witkoff, fare cessare la guerra di Netanyahu durata 15 mesi.

Dopo un solo incontro le linee rosse che Netanyahu aveva più volte tracciato così risolutamente nel corso di 15 mesi sono state cancellate.

Come ha detto l’opinionista israeliano Erel Segal: “Siamo i primi a pagare un prezzo per l’elezione di Trump. L’accordo ci è stato imposto…Pensavamo che avremmo preso il controllo del nord di Gaza, che ci avrebbero lasciato bloccare gli aiuti umanitari.”

Su questo c’è un consenso generale. L’umore in Israele è scettico riguardo ai proclami di vittoria. “Non c’è bisogno di edulcorare la realtà: il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi che si sta annunciando è negativo per Israele, ma non può far altro che accettarlo”, ha scritto su Ynet il giornalista Yossi Yehoshua.

La bozza di accordo sul cessate il fuoco che sta circolando dichiara esplicitamente che Israele alla fine del processo si ritirerà sia dal Corridoio Philadelphi che dal Corridoio Netzarim, condizioni che Netanyahu aveva precedentemente respinto.

Anche a prescindere da questo, la bozza di accordo specifica chiaramente che i palestinesi possono ritornare alle loro case, anche nel nord di Gaza. Il tentativo di svuotarlo dai suoi abitanti è fallito. È il più grande insuccesso dell’invasione di terra di Israele.

Reagire

Ce ne sono molti altri. Ma prima di elencarli, la disfatta di Witkoff evidenzia quanto Israele sia stato dipendente da Washington in ogni giorno dell’orrendo assalto a Gaza. Un alto ufficiale della aviazione militare israeliana ha ammesso che gli aerei sarebbero rimasti senza bombe entro pochi mesi se non fossero stati riforniti dagli USA.

Nell’opinione pubblica si sta facendo strada il fatto che la guerra sta finendo senza che sia stato raggiunto alcun importante obiettivo di Israele.

Netanyahu e l’esercito israeliano hanno inteso “dissolvere” Hamas dopo l’umiliazione e lo shock del suo attacco a sorpresa nel sud di Israele nell’ottobre 2023. Palesemente non hanno raggiunto questo obbiettivo.

Si prenda Beit Hanoun, nel nord di Gaza, come un microcosmo della battaglia che Hamas ha combattuto contro le forze di invasione. Quindici mesi fa è stata la prima città di Gaza ad essere occupata dalle forze israeliane, che ritenevano disponesse del battaglione più debole di Hamas.

Ma dopo successive ondate di operazioni militari, ciascuna delle quali avrebbe dovuto “ripulire” la città dai combattenti di Hamas, Beit Hanoun ha inflitto una delle più pesanti concentrazioni di vittime dell’esercito israeliano.

Hamas ha continuato a riemergere dalle macerie per contrattaccare, trasformando Beit Hanoun in un campo minato per i soldati israeliani. Dal lancio della più recente operazione militare nel nord di Gaza 55 ufficiali e soldati israeliani sono morti in questo settore, 15 dei quali a Beit Hanoun solo nella scorsa settimana.

Se c’è oggi un esercito sanguinante ed esausto è quello di Israele. L’evidente dato di fatto militare a Gaza è che dopo 15 mesi Hamas può reclutare e rigenerarsi più velocemente di quanto Israele possa eliminare i suoi leader o i suoi combattenti.

Siamo in una situazione in cui il ritmo con cui Hamas si sta ricostruendo è superiore a quello con cui l’esercito israeliano lo sta eliminando.”, ha detto al Wall Street Journal Amir Avivi, un generale di brigata israeliano in pensione. Ha aggiunto che Mohammed Sinwar, il fratello minore del defunto leader di Hamas Yahya Sinwar, “sta dirigendo tutto”.

Se qualcosa può dimostrare l’inutilità di misurare il successo militare solamente dal numero dei leader uccisi o dei missili distrutti, è questo.

Contro ogni previsione

In una guerra di liberazione la parte debole e meno armata può avere successo contro forze militari schiaccianti. Queste guerre sono battaglie di volontà. Non è la battaglia che conta, ma la capacità di continuare a combattere.

In Algeria e in Vietnam gli eserciti francese e statunitense disponevano di una schiacciante superiorità militare. Entrambe le forze molti anni dopo si ritirarono con ignominia e insuccesso. In Vietnam è successo più di sei anni dopo l’offensiva del Tet che, come l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, fu vissuta all’epoca come una sconfitta militare. Ma il segnale di una controffensiva dopo così tanti anni di assedio si dimostrò decisivo nella guerra.

In Francia le cicatrici dell’Algeria durano ancora oggi. In ogni guerra di liberazione la determinazione del più debole a resistere si è dimostrata più decisiva della potenza di fuoco del più forte.

A Gaza è stata la determinazione del popolo palestinese a rimanere sulla propria terra – anche se veniva ridotta in macerie – a dar prova di essere il fattore decisivo in questa guerra. E questa è un’impresa stupefacente, tenendo conto che il territorio di 360 km2 è stato interamente tagliato fuori dal mondo, senza alleati che rompessero l’assedio né un terreno naturale per proteggersi.

Hezbollah ha combattuto nel nord, ma questo è stato di poco aiuto per i palestinesi di Gaza sul campo, sottoposti a bombardamenti notturni e attacchi di droni che hanno fatto a pezzi le loro tende.

Né la fame forzata, né l’ipotermia, né le malattie, né la violenza e gli stupri di massa per mano degli invasori hanno potuto spezzare la loro volontà di rimanere sulla propria terra.

Mai prima, nella storia del conflitto, i combattenti e i civili palestinesi avevano mostrato questo livello di resistenza – e questo potrebbe dimostrarsi rivoluzionario.

Perché ciò che Israele ha perso nella sua campagna per schiacciare Gaza è incalcolabile. Ha dilapidato decenni di costanti sforzi economici, militari e diplomatici per presentare il Paese come una Nazione occidentale liberale e democratica agli occhi dell’opinione mondiale.

Memoria generazionale

Israele non ha perso solo il Sud globale, dove ha investito tali e tanti sforzi in Africa e Sudamerica. Ha anche perso il sostegno di una generazione in Occidente, la cui memoria non va oltre Biden.

Il ragionamento non è mio. È ben argomentato da Jack Lew, l’uomo che Biden ha nominato suo ambasciatore in Israele un mese prima dell’attacco di Hamas.

Nell’intervista di commiato Lew, un ebreo ortodosso, ha detto al Times of Israel che l’opinione pubblica negli USA era ancora ampiamente filoisraeliana, ma che questo stava cambiando.

Ciò che ho detto alla gente qui e di cui deve preoccuparsi quando questa guerra finirà è che la memoria generazionale non risale fino alla fondazione dello Stato, o alla Guerra dei 6 giorni, o alla guerra del Kippur, o addirittura all’Intifada.

Inizia con questa guerra e non si può ignorare l’impatto di questa guerra sui futuri politici – non le persone che prendono le decisioni oggi, ma quelle che oggi hanno 25,35,45 anni e che saranno i leader per i prossimi 30 o 40 anni.”

Biden, ha detto Lew, è stato l’ultimo presidente della sua generazione i cui ricordi e conoscenze risalgono alla “storia della fondazione” di Israele.

La frecciata finale di Lew a Netanyahu è ampiamente documentata dai recenti sondaggi. Più di un terzo degli adolescenti ebrei americani simpatizza per Hamas, il 42% ritiene che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza e il 66% simpatizza con il popolo palestinese nel suo complesso.

Non è un fenomeno nuovo. Due anni prima della guerra i sondaggi mostravano che un quarto degli ebrei americani concordava sul fatto che “Israele è uno Stato di apartheid” e molti intervistati non ritenevano che questa affermazione fosse antisemita.

Grave danno

La guerra a Gaza è diventata il prisma attraverso il quale una nuova generazione di futuri leader del mondo guarda il conflitto israelo-palestinese. È una sconfitta strategica importante per un Paese che il 6 ottobre 2023 pensava di aver chiuso la questione della Palestina e di avere in tasca l’opinione pubblica mondiale.

Ma il danno è più ampio e più profondo di così.

Le proteste contro la guerra, condannate dai governi occidentali prima come antisemite e poi perseguite dalle leggi come terroriste, hanno costituito un fronte globale per la liberazione della Palestina. Il movimento per il boicottaggio di Israele è più forte che mai.

Israele è sul banco degli imputati della giustizia internazionale come mai prima. Non solo ci sono mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant per crimini di guerra e una causa pendente per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia, ma una miriade di altre denunce stanno per investire i tribunali in tutte le più importanti democrazie occidentali.

Nel Regno Unito è stata avviata una causa giudiziaria contro BP per fornitura dal suo oleodotto dall’Azerbaigian alla Turchia a Israele di petrolio greggio che sarebbe poi stato usato dall’esercito israeliano.

Inoltre recentemente l’esercito israeliano ha deciso di occultare le identità di tutti i militari che hanno partecipato alla campagna di Gaza, per timore che possano essere perseguiti quando si recano all’estero.

Questa importante iniziativa è stata resa nota da un piccolo gruppo di attivisti che porta il nome di Hind Rajab, una bambina di 6 anni uccisa dalle truppe israeliane a Gaza nel gennaio 2024. Il gruppo, con sede in Belgio, ha inviato prove di crimini di guerra presso la Corte Penale Internazionale contro 1000 israeliani, includendo video, audio, rapporti forensi ed altri documenti.

Un cessate il fuoco a Gaza quindi non è la fine dell’incubo palestinese, ma l’inizio di quello israeliano. Queste iniziative legali acquisteranno slancio solo quando la verità su ciò che è accaduto a Gaza verrà svelata e documentata dopo la fine della guerra.

Divisioni interne

Sul piano interno Netanyahu tornerà dalla guerra in un Paese diviso al suo interno come non mai. C’è un conflitto tra l’esercito e gli Haredi [ebrei ultraortodossi, ndt.] che rifiutano il servizio militare. C’è un conflitto tra sionisti laici e nazional-religiosi. Con il ritiro di Netanyahu da Gaza i coloni di estrema destra hanno la sensazione che l’opportunità di creare il Grande Israele sia stata sottratta alle grinfie della vittoria militare. Al contempo vi è stato un esodo senza precedenti di ebrei da Israele.

A livello regionale, Israele ha ancora truppe in Libano e Siria. Sarebbe folle pensare che queste operazioni in corso possano ripristinare la deterrenza che Israele ha perso quando Hamas ha colpito il 7 ottobre 2023.

L’asse della resistenza iraniano potrebbe aver ricevuto alcuni duri colpi dopo che la leadership di Hezbollah è stata eliminata e dopo essersi scoperto ampiamente sopraffatto in Siria. Ma, come Hamas, Hezbollah non è stato sconfitto come forza combattente.

E il mondo arabo sunnita si è arrabbiato per Gaza e per la repressione in atto nella Cisgiordania occupata come raramente prima.

Il palese tentativo di Israele di dividere la Siria in cantoni è altrettanto provocatorio verso i siriani di tutte le confessioni e le etnie quanto i suoi piani di annettere le aree B e C della Cisgiordania sono una minaccia esistenziale per la Giordania. L’annessione sarebbe considerata da Amman come un atto di guerra.

L’uscita dal conflitto sarà il lavoro paziente di ricostruzione per decenni e Trump non è un uomo paziente.

Adesso Hamas e Gaza passeranno in secondo piano. Con l’enorme costo in vite umane, ogni famiglia è stata colpita da una perdita. Ma ciò che Gaza ha ottenuto negli scorsi 15 mesi potrebbe trasformare il conflitto.

Gaza ha mostrato a tutti i palestinesi e al mondo intero che si può sopportare una guerra totale senza muoversi dal terreno su cui ci si trova. Dice al mondo, con comprensibile orgoglio, che gli occupanti ci hanno lanciato contro tutto ciò che avevano e non vi è stata un’altra Nakba. 

Gaza dice a Israele che i palestinesi esistono e che non si arrenderanno finché gli israeliani non parleranno con loro da pari a pari riguardo ad uguali diritti.

Potrebbero volerci molti più anni perché si faccia strada questa consapevolezza, ma per alcuni esiste già: “Anche se conquistassimo l’intero Medio Oriente e anche se tutti si arrendessero a noi, non vinceremmo questa guerra,” ha scritto su Haaretz il giornalista Yair Assulin.

Ma ciò che ha ottenuto chiunque a Gaza sia rimasto al suo posto ha un significato storico.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione ed analista sull’Arabia Saudita. È stato il principale corrispondente estero di The Guardian e inviato in Russia, Europa e a Belfast. È passato a The Guardian da The Scotsman, dove è stato corrispondente per l’istruzione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Medici da tutto il mondo chiedono a Israele di rilasciare il direttore dell’ospedale Kamal Adwan

Firdevs Bulut

31 dicembre 2024 – Middle East Eye

Professionisti sanitari e utenti dei social media si mobilitano per il dottor Hussam Abu Safiya di Gaza e fanno appello alla comunità internazionale

Operatori sanitari e utenti dei social media di tutto il mondo chiedono il rilascio immediato del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, attualmente detenuto dall’esercito israeliano.

Questa settimana medici, professionisti sanitari e comuni civili si sono rivolti ai social media per condividere il loro sostegno ad Abu Safiya, utilizzando l’hashtag “Free Dr Hussam Abu Safiyeh”, oltre a moltiplicare le richieste che Israele smetta di attaccare gli ospedali di Gaza nella sua guerra contro l’enclave assediata iniziata nell’ottobre 2023.

Oltre all’hashtag virale è stata avviata una petizione sulla piattaforma Change.org.

La petizione è indirizzata al presidente degli Stati Uniti Joe Biden e alla vicepresidente Kamala Harris e invita “la comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti, a usare la propria influenza e autorità per costringere Israele a rilasciare immediatamente il dottor Abu Safiya e il resto del personale medico e i pazienti presi in arresto al Kamal Adwan”.

“L’assistenza sanitaria non è un crimine. Attaccare deliberatamente gli ospedali, il personale medico e i pazienti lo è”, si legge nel testo della petizione.

Quasi 2.000 persone hanno firmato la petizione, citando le leggi internazionali che proibiscono attacchi deliberati o intenzionali alle strutture e al personale medico, così come ai feriti e ai malati.

Anche la famiglia di Abu Safiya ha fatto appello alla comunità internazionale affinché agisca per il rilascio del medico.

Per attirare maggiore attenzione sulla causa professionisti della sanità hanno condiviso immagini online con messaggi scritti a mano con l’hashtag #FreeDrHussamAbuSafiya.

Le forze israeliane hanno arrestato Abu Safiya venerdì, dopo aver preso d’assalto l’ospedale Kamal Adwan. Durante l’assalto diversi reparti hanno preso fuoco e sono stati uccisi e feriti operatori sanitari e pazienti palestinesi, secondo Munir al-Bursh, direttore generale del ministero della Salute palestinese a Gaza.

Nel raid le forze israeliane hanno affermato di aver ucciso almeno 20 palestinesi.

Secondo i resoconti di lunedì Abu Safiya è attualmente detenuto nella famigerata prigione israeliana di Sde Teiman, dove abusi, tra cui torture, omicidi e stupri, sono all’ordine del giorno, hanno affermato dei prigionieri recentemente rilasciati.

Bursh ha riferito che le forze israeliane hanno picchiato violentemente Abu Safiya prima di arrestarlo.

Dopo la notizia della detenzione di Abu Safiya a Sde Teiman molte persone hanno chiesto online alle autorità israeliane di assumersi le proprie responsabilità e di fornire spiegazioni.

L’ospedale Kamal Adwan, che era l’ultimo ospedale funzionante nel nord di Gaza, è stato ora reso fuori servizio a causa dei continui attacchi israeliani.

Abu Safiya ha guadagnato notorietà durante la guerra israeliana a Gaza grazie ai suoi appelli per una migliore assistenza sanitaria per tutti i palestinesi e i suoi aggiornamenti regolari dall’enclave devastata dalla guerra.

È stato anche elogiato per essersi rifiutato di abbandonare i pazienti dell’ospedale Kamal Adwan, anche se Israele lo ha preso d’assalto e ha portato via con la forza i sanitari.

L’ultima fotografia scattata prima che fosse arrestato mostra Abu Safiya con il suo camice che cammina da solo verso due carri armati israeliani completamente circondato dalle macerie. Da allora quell’immagine è diventata virale.

Venerdì il resto del personale medico, i pazienti e i loro parenti sono stati portati fuori dall’ospedale sotto la minaccia delle armi, costretti a restare solo con la biancheria intima e trasferiti in un luogo sconosciuto.

Secondo l’Ufficio Governativo dell’Informazione con sede a Gaza al momento del raid nell’ospedale c’erano 350 persone, tra cui 180 operatori sanitari e 75 feriti.

A giugno un rapporto del ministero della Salute palestinese ha affermato che dall’inizio della guerra erano stati uccisi oltre 500 componenti del personale medico.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le forze dell’Autorità Nazionale Palestinese uccidono una giornalista a Jenin, dice la famiglia

Corrispondente di MEE a Ramallah, Palestina occupata.

29 dicembre 2024 Middle East Eye

La giovane reporter Shatha al-Sabbagh era impegnata a documentare sui social media la fatale campagna dell’Autorità Nazionale Palestinese a Jenin

Le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno ucciso una giovane giornalista nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, secondo quanto ha dichiarato domenica la sua famiglia. Sabato sera l’ospedale governativo di Jenin ha dichiarato che Shatha al-Sabbagh, 21 anni, è morta per ferite di arma da fuoco alla testa.

La sua famiglia ha accusato i cecchini del servizio di sicurezza palestinese di averle sparato vicino a casa sua a Jenin, dove dall’inizio di dicembre l’ANP sta conducendo una repressione feroce contro i gruppi armati anti-israeliani.

Sabbagh è la sesta residente di Jenin ad essere uccisa durante la campagna dell’ANP, insieme ad un diciannovenne disarmato.

Almeno cinque membri delle forze di sicurezza palestinesi sono stati uccisi in scontri a fuoco.

“Riteniamo l’Autorità Nazionale Palestinese e i suoi servizi di sicurezza direttamente responsabili di questo crimine”, ha affermato la famiglia di Sabbagh in una dichiarazione.

“Questa pericolosa escalation dimostra che queste agenzie sono diventate strumenti repressivi che praticano il terrorismo contro il loro popolo, invece di proteggere la loro dignità e combattere l’occupazione israeliana”, hanno aggiunto.

Il portavoce dei servizi di sicurezza palestinesi Anwar Rajab ha negato l’accusa, affermando che la giornalista è stata uccisa da “fuorilegge” del campo profughi di Jenin.

Ha inoltre affermato che le indagini preliminari e i testimoni oculari avrebbero indicato che nessuna forza di sicurezza dell’ANP era presente sulla scena.

Cecchini sui tetti

Tuttavia i residenti del quartiere di Mahyoub nel campo profughi di Jenin, dove viveva Sabbagh, affermano che le forze di sicurezza palestinesi vi erano schierate dal 14 dicembre, con cecchini posizionati sui tetti di diverse case.

La famiglia ha affermato che quando è stata colpita Sabbagh era con sua madre e portava con sé dei bambini piccoli. Hanno detto che si trovava in una zona ben illuminata, senza scontri in corso o minacce alla sicurezza. Nonostante ciò è stata “deliberatamente presa di mira” da un cecchino dell’Autorità Nazionale Palestinese, hanno affermato.

Musab al-Sabbagh, il fratello della giornalista uccisa, ha dichiarato a Middle East Eye che poco prima della sua morte Shatha era con i suoi nipoti a casa di un vicino, all’ultimo piano.

Stava andando con loro, un bambino di tre anni e uno di 15 mesi in braccio, in un negozio lì vicino per comprar loro dei dolci.

“Era chiaro che era una donna con dei bambini. Nonostante questo, nel momento in cui è uscita dalla porta di casa il cecchino l’ha presa di mira alla testa”, ha spiegato Musab.

Ha detto di aver sentito delle urla seguite da forti spari mentre sua sorella cadeva a terra. Sua madre, che era dietro di lei, non è riuscita a prendere i bambini a causa degli spari fitti e indiscriminati e ha dovuto trascinarli via.

Gli spari sono continuati per circa 15 minuti. Un paramedico, che viveva lì vicino, ha tentato di curare Shatha, ma è stato ferito anche lui dagli spari, ha detto Musab.

Attribuire la colpa

Il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi ha dichiarato il lutto per Sabbagh e ha chiesto la formazione di un comitato di inchiesta indipendente per determinare la verità sulla sua morte e chiamare i colpevoli a risponderne.

Raya Arouq, una giornalista palestinese di Jenin, ha dato espressione allo shock provato dai giornalisti dopo l’omicidio.

“La sua morte non ci impedirà di continuare il nostro lavoro, anzi aumenterà la nostra determinazione nel proseguire a documentare la situazione”, ha detto Arouq a MEE.

Hamas ha condannato l’omicidio definendolo un “atto criminale” e accusando i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese di aver intenzionalmente ucciso la giornalista.

Il gruppo ha anche esortato l’Autorità Nazionale Palestinese a interrompere le sue operazioni di sicurezza a Jenin e a rintracciare i colpevoli.

La morte di Sabbagh segue l’uccisione di un suo fratello, Moatasem al-Sabbagh, da parte dell’esercito israeliano nel marzo 2023 all’interno del campo profughi di Jenin.

La giovane giornalista era attiva sui social media e documentava le difficoltà affrontate dai residenti di Jenin, in particolare durante le incursioni israeliane e la campagna di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Come può Israele essere antisemita e perché attacca gli ebrei?

Joseph Massad

27 dicembre 2024 – Middle East Eye

La caccia alle streghe filoisraeliana nei campus delle università nel mondo occidentale ha un obiettivo principale: eliminare qualsiasi distinzione tra ebraismo, popolo ebraico, sionismo e governo israeliano

La storia delle basi antisemite del sionismo è stata detta e ridetta e io ne ho scritto più volte su questa testata.

Essa include l’affinità ideologica tra le idee fondanti del sionismo e l’antisemitismo, secondo cui entrambi credono che gli ebrei europei non sono europei, ma un popolo orientale diverso.

Entrambi sostengono anche che gli ebrei non dovrebbero vivere tra gli europei cristiani, che essi sono effettivamente una razza e una nazione separate, o “un popolo a parte” come li descrisse il ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour, antisemita, protestante, fondamentalista e sionista (1916-19).  

Le alleanze che sin dagli inizi il movimento sionista mediò con politici e regimi antisemiti europei per promuovere le proprie rivendicazioni sono una parte inseparabile della storia del movimento.

Tuttavia questa eredità del movimento sionista non è finita con la creazione di Israele nel 1948.

Al contrario la nuova colonia di insediamento sionista ne istituzionalizzò le basi antisemite, sostenendo che coloro che si opponevano a sionismo e antisemitismo israeliano, ebrei o gentili, erano i veri antisemiti, cosa che era più difficile da fare prima del 1948, poiché la maggioranza degli ebrei all’epoca era antisionista o non sionista.

Stato ‘ebraico’

Per prima cosa i sionisti decisero di chiamare la loro nuova colonia di insediamento “Israele”.

Poiché con “Israele” nella tradizione biblica ed ebraica ci si riferisce ai discendenti di Giacobbe, o popolo ebraico, chiamando il Paese “Israele” si volevano identificare tutti gli ebrei con lo Stato di Israele.

Ciò facendo chiunque si degnasse di criticare Israele verrebbe accusato di attaccare e criticare tutti gli ebrei nella loro totalità e non il governo israeliano e le sue istituzioni razziste.

Secondo, un’altra indicazione è il rifiuto di Israele nel 1948 di promulgare ufficialmente una “Dichiarazione di Indipendenza”, anche se i suoi propagandisti si riferiscono disinvoltamente alla “Dichiarazione dell’istituzione dello Stato di Israele” ufficiale come alla “Dichiarazione di Indipendenza”.

La “Dichiarazione dell’istituzione dello Stato di Israele” fu chiamata così dopo che le proposte di chiamarla “Dichiarazione di Indipendenza” furono respinte dai leader sionisti.

Meir Wilner, sionista e delegato del Partito Comunista Palestinese, propose di dichiarare lo Stato “sovrano e indipendente”, ma il suo emendamento fu respinto.

Tali proposte furono fermamente respinte a favore di dichiarare semplicemente lo Stato “ebraico”.

Questo veemente rifiuto dipendeva dal proposito principale del sionismo, ossia che lo Stato che si voleva avrebbe rappresentato “il popolo ebraico” in tutto il mondo e non solo i coloni ebrei della Palestina.

Dichiarare lo Stato “indipendente” avrebbe sottinteso che era indipendente dal mondo ebraico e perciò che era uno Stato “israeliano” non uno Stato “ebraico”.

Poiché i leader di Israele pretesero che il movimento sionista continuasse le proprie attività coloniali di insediamento anche dopo l’istituzione di Israele, mentre la maggioranza degli ebrei continuava come oggi a vivere fuori da Israele, dichiarare l’”indipendenza” del Paese avrebbe potuto impedirgli di farlo.

Tali motivi sarebbero stati resi espliciti in dibattiti successivi sul rifiuto di chiamare ufficialmente lo Stato “indipendente”.

Terzo, Israele insistette nella Dichiarazione e in seguito che la sola istituzione dello Stato non era nell’interesse degli obiettivi del movimento sionista, a cui molti ebrei si erano sempre opposti, ma piuttosto che la creazione di uno Stato ebraico era “il diritto naturale del popolo ebraico di essere padrone del proprio destino, come tutte le altre nazioni, nel proprio Stato sovrano”.

Ancora una volta Israele coinvolge tutti gli ebrei, che non rappresenta, nella fondazione della propria colonia di insediamento sulla terra dei palestinesi. Perciò se qualcuno si opponesse a questo cosiddetto “diritto naturale del popolo ebraico”, tale persona sarebbe nient’altro che un virulento antisemita.

In tal modo Israele si è arrogato il diritto di rappresentare in tutto il mondo gli ebrei che non gli hanno mai accordato tale mandato.

Tutte le potenze europee e gli USA, che non permisero agli ebrei in fuga dai nazisti di rifugiarsi nei propri Paesi, riconobbero la nuova affermazione dello Stato di Israele di rappresentare tutti gli ebrei. Questa decisione li assolveva dalla responsabilità di accogliere centinaia di migliaia di rifugiati ebrei dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Gli ebrei della diaspora

L’affermazione di rappresentare e parlare a nome di tutti gli ebrei ha indignato gli ebrei non sionisti e anti-sionisti, e persino alcuni filosionisti in Europa e negli USA, che insistettero che il movimento sionista e Israele stavano fornendo pretesti agli antisemiti che accusavano gli ebrei di doppia lealtà come conseguenza di quest’affermazione israeliana.

I leader ebrei americani erano molto preoccupati precisamente per quest’affermazione pericolosamente antisemita da parte Israele.

Nel 1950 Jacob Blaustein, presidente della Comitato Ebraico Americano, firmò un accordo con David Ben-Gurion, primo ministro di Israele, per chiarire la natura dei rapporti fra Israele e gli ebrei americani.

Nell’accordo Blaustein dichiarò che quello statunitense non era un “esilio” ma piuttosto una “diaspora” e insistette che lo Stato di Israele non rappresentava formalmente la diaspora degli ebrei nel resto del mondo.

Blaustein aggiunse che Israele non avrebbe mai potuto essere un rifugio per gli ebrei americani. Egli sottolineò che, anche se gli USA avessero smesso di essere un Paese democratico e gli ebrei americani fossero stati costretti a “vivere in un mondo in cui fosse possibile che venissero scacciati dall’America a causa di una persecuzione”, tale mondo, insistette, contrariamente alle affermazioni israeliane, “non sarebbe stato un mondo sicuro neppure per Israele “.  

Da parte sua Ben-Gurion, soggetto alla pressione dei leader ebrei americani, dichiarò che gli ebrei americani erano cittadini a pieno titolo degli USA e dovevano essere leali solo a essi: “Non devono nessuna lealtà politica a Israele.”

L’accordo fra Israele e il Comitato degli Ebrei Americani stabilì che “Israele, da parte sua, riconosceva la lealtà degli ebrei americani agli Stati Uniti. [Lo Stato di Israele] non si sarebbe neppure immischiato negli affari interni degli ebrei della diaspora. C’era bisogno di persone che scegliessero di fare aliyah e sarebbero stati accolti calorosamente, ma quelli rimasti in America non sarebbero stati denigrati in quanto ‘esiliati.’ Né gli ebrei americani né quelli israeliani avrebbero parlato a nome degli altri.”

Accusati di ‘odiare sé stessi ‘

Gli israeliani non mantennero a lungo la posizione di Ben-Gurion.

Dopo la guerra del giugno 1967 e la conquista e occupazione da parte di Israele dei territori di tre Paesi arabi confinanti, Israele iniziò a chiedere che tutta la comunità ebraica mondiale sostenesse le sue politiche e che doveva farlo acriticamente.

Se non avessero seguito le sue istruzioni sarebbe stato a causa del fatto che non erano veramente ebrei, una posizione che fu espressa in modo molto chiaro da Abba Eban, il noto ministro degli Esteri israeliano, nato in Sudafrica.

Nel 1972 alla conferenza annuale in Israele sponsorizzata dal Congresso degli Ebrei Americani, Eban espose la nuova strategia: “Sia ben chiaro: la Nuova sinistra è causa e origine del nuovo antisemitismo… la distinzione fra antisemitismo e anti-sionismo non è per niente una distinzione. L’anti-sionismo è semplicemente il nuovo antisemitismo.”

Ci sarebbero voluti alcuni decenni prima che questa formula elaborata da Eban diventasse politica ufficiale non solo in Israele, ma in tutto il mondo occidentale.

Se nella conferenza del 1972 i critici non ebrei furono bollati come antisemiti, Eban descrisse due critici di Israele, ebrei americani, ossia Noam Chomsky e I.F. Stone, come affetti dalla sindrome “del senso di colpa dell’ebreo sopravvissuto “.

I loro valori e ideologie, e con questo egli intendeva il loro anti-colonialismo e anti-razzismo, “sono in conflitto e collidono con il nostro mondo di valori ebraici”.

L’equiparazione di Eban delle politiche razziste e coloniali israeliane con la tradizione e i valori ebraici erano parte integrale del coinvolgimento sionista di tutti gli ebrei nelle azioni e ideali di Israele.

Ma anche la scioccante scomunica di Eban di Chomsky e Stone dalla tradizione ebraica oggi sembra blanda se paragonata a quanto aggressivi la burocrazia israeliana e i suoi sostenitori in Occidente sono diventati da allora nel dichiarare gli ebrei critici di Israele, per non parlare degli ebrei anti-sionisti o non-sionisti, come “ebrei che odiano sé stessi ” o come antisemiti.

Un esempio significativo è prendere di mira negli ultimi due decenni studenti e educatori ebrei, deridendoli ed escludendoli nei campus dei college da parte dei sostenitori di Israele, ebrei e non, etichettandoli come “ebrei che odiano sé stessi” o ebrei ” complici con gli antisemiti” perché hanno criticato Israele o perché sostenitori dei diritti dei palestinesi.

Affermazioni filoisraeliane

I sostenitori di Israele hanno attaccato incessantemente come “odiatori di sé stessi” i docenti ebrei che hanno criticato Israele.

Alcuni sono inorriditi che ci sia “un numero ancora più vasto di ebrei che odiano sé stessi ” fra quelli che loro accusano di antisemitismo perché sostengono il movimento del Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni.  

Neanche i rabbini sionisti critici delle politiche israeliane sono stati immuni e sono stati etichettati come “odiatori di sé stessi”, così come consiglieri di alto livello della Casa Bianca che sono convinti sostenitori di Israele, ma che il primo ministro di Israele ha descritto come “odiatori di sé stessi” quando hanno chiesto a Israele di “congelare” la costruzione di insediamenti coloniali nei territori occupati.

Eppure i sostenitori di Israele, come l’accademico americano Daniel J. Elazar, sostengono che Israele “fu fondato basandosi su valori ebraici”, un’affermazione che equipara i principi coloniali dello Stato israeliano con l’ebraismo e l’identità ebraica, un parallelo palesemente antisemita.

L’identificazione di valori e politiche di Israele come “ebraici”, o la convinzione che le sue politiche siano messe in atto in difesa del popolo ebraico, va al di là dei suoi sostenitori ebrei americani. Molti fondamentalisti cristiani americani sostengono Israele proprio perché è “ebraico”.

Queste affermazioni israeliane e filoisraeliani ora sono state adottate in toto dall’establishment politico americano come verità assolute ed è ciò che ha permesso al presidente USA Donald Trump di dire agli ebrei americani a una celebrazione di Hanukkah alla Casa Bianca nel dicembre 2018 che il suo vice presidente aveva un grande affetto per il “vostro Paese”.

Israele non ha obiettato che nell’aprile 2019 Trump dicesse a un altro gruppo di ebrei americani che Netanyahu è “il vostro primo ministro”, né l’ha fatto il suo governo.

Trump non è il solo

La strategia del presidente Joe Biden per combattere l’antisemitismo include “l’incrollabile impegno (americano) al diritto dello Stato di Israele ad esistere, alla sua legittimità e alla sua sicurezza. In aggiunta noi riconosciamo e celebriamo i profondi legami storici, religiosi, culturali e altri che molti ebrei americani e altri americani hanno con Israele”.

Affermazioni come queste parlano in generale riguardo a tutti gli ebrei americani ignorando coloro che non hanno legami “profondi”, o persino superficiali, con Israele, o i cui legami non li spingono a sostenere le affermazioni di Israele sugli ebrei o le sue politiche verso i palestinesi.

Piuttosto che combattere l’antisemitismo, tale identificazione degli ebrei americani con Israele ribadisce le reiterate opinioni sugli ebrei di sionisti, israeliani, cristiani ed evangelici americani che molti ebrei americani contestano.

Le affermazioni secondo cui tutti gli ebrei americani sostengono Israele acriticamente e che tale sostegno è intrinseco all’identità ebraica non sono altro che classiche generalizzazioni antisemite.

L’identità ebraica, come tutte le identità, è plurale e varia sia per religione che etnia, oltre che geograficamente, culturalmente ed economicamente.

Formula antisemita

Oggi un crescente numero di ebrei americani si sta staccando da Israele, dal suo regime ebraico suprematista e dai suoi crimini coloniali.

Essi sono presi di mira per le loro posizioni politiche da lobby filoisraeliane e diffamati come “odiatori di sé stessi “.

Tuttavia non sono i critici di Israele, ebrei e non, che non riescono a distinguere fra ebraismo e sionismo. Al contrario essi insistono vigorosamente su tale separazione.

Anzi, coloro che guidano la campagna della destra filoisraeliana nei campus statunitensi ed europei hanno stabilito un obiettivo principale, condiviso dal governo israeliano, per la loro caccia alle streghe ad oltranza: eliminare ogni distinzione fra ebraismo, popolo ebraico, sionismo e governo israeliano.

È proprio lo stesso obiettivo su cui i fondatori di Israele insistettero e pianificarono quando chiamarono la loro colonia di insediamento “Israele”. Il movimento storico che va dal forzato riconoscimento nel 1950 di Ben-Gurion che gli ebrei americani non avevano nessun debito di lealtà verso Israele, al consenso ufficiale israeliano dopo il 1967 e all’insistenza antisemita del regime di Netanyahu che “l’antisionismo è antisemitismo” è ora completo.

Questa formula antisemita è ora stata adottata dagli USA (incluso il Congresso e Trump), insieme ai funzionari britannici ed europei. L’obiettivo attuale è costringere le università, il movimento degli studenti, le istituzioni culturali e i media, in sostanza tutti, a sottoscrivere tale formula antisemita, altrimenti….

I critici di Israele, ebrei e gentili, non accetteranno.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e sui palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Con il suo ultimo atto Mahmoud Abbas ha tradito la causa palestinese

Sami Al-Arian

17 dicembre 2024 – Middle East Eye

Nel disperato tentativo di conservare una certa importanza il fedele “leader scelto con cura” da USA e Israele ha intensificato la repressione contro i palestinesi in Cisgiordania e si è impegnato a collaborare con Trump.

Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità Palestinese (AP) sta cercando di conservare una certa importanza, mentre gli eventi a Gaza, in Cisgiordania e nel resto della regione si susseguono a un ritmo molto più veloce di quanto il politico ottuagenario sia in grado di gestire.

Questa settimana, nel mezzo del genocidio israeliano che infuria incessantemente a Gaza da 14 mesi, le forze di sicurezza di Abbas hanno sfacciatamente ucciso a Jenin diversi importanti combattenti della resistenza, nel tentativo di compiacere gli israeliani e i loro benefattori americani.

Quando nel gennaio 2020 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciò il cosiddetto “accordo del secolo”, una proposta totalmente allineata con Israele su tutti i temi del contenzioso, Abbas disse: “Voglio dire al duo, Trump e [il primo ministro israeliano Benjamin] Netanyahu, che Gerusalemme non è in vendita, che nessuno dei nostri diritti è in vendita o contrattabile. Il vostro accordo, la cospirazione, non accadrà… diciamo mille volte no, no, no all’accordo del secolo”.

Tuttavia, quando il 5 novembre Trump è stato rieletto, Abbas l’ha chiamato per congratularsi con lui e gli ha promesso di lavorare insieme a un accordo politico che egli stesso aveva respinto a priori cinque anni prima.

A questo è seguito un accordo che gli egiziani hanno stretto due settimane fa tra Hamas e Fatah, la fazione palestinese presieduta da Abbas. Esso prevede la nomina di un comitato indipendente di palestinesi di spicco e professionisti di Gaza per gestirne gli affari e la ricostruzione dopo la guerra.

Si tratta di una richiesta del regime sionista e dell’amministrazione Biden per estromettere Hamas da qualsiasi futuro ruolo nel governo di Gaza.

Tuttavia, Fatah di Abbas ha rapidamente ritirato la sua approvazione, poiché gli israeliani hanno respinto qualsiasi ruolo o contributo di Hamas nel futuro di Gaza. Sembra che un accordo del genere non si accordi con la promessa di Netanyahu di una “vittoria totale” su Hamas e la resistenza.

Quindi qual è l’obiettivo finale di Abbas e dove sta andando nei suoi anni di declino?

Leader’ scelto con cura

A fine novembre, nel suo ventesimo anno di mandato quadriennale e pochi giorni dopo aver compiuto 89 anni, Abbas ha annunciato il piano per la sua successione.

Ha emesso un decreto che prevede la nomina di Rawhi Fattouh, il poco ambizioso, non carismatico e debole leader di Fatah, come presidente ad interim dopo Abbas.

Fattouh, 75 anni, è attualmente presidente del Consiglio nazionale palestinese, il parlamento in esilio dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) che in 28 anni si è riunito solo una volta, nel 2018.

È interessante che Fattouh sia anche la stessa persona che ricoprì il ruolo di presidente ad interim dopo la morte dell’ex presidente dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat nel novembre 2004, fino all’elezione di Abbas che lo sostituì nel gennaio 2005.

Abbas è stato sotto pressione americana per oltre un anno affinché nominasse un successore compiacente e disponibile con Israele e gli Stati Uniti, come è stato lui durante il suo lungo mandato.

Come ha ricordato nelle sue memorie uscite nel 2011, No Higher Honor, Condoleezza Rice, che ha ricoperto il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, ha raccontato come nel 2003 un gruppo ristretto di persone, tra cui lei, Bush, il direttore della CIA George Tenet e Ariel Sharon, il primo ministro israeliano dell’epoca, avesse scelto personalmente Abbas perché diventasse il leader del popolo palestinese.

Per gran parte del 2002 Sharon si rifiutò di trattare con Arafat, ma alla fine riuscì a convincere Bush a mettere da parte il leader dell’OLP in favore di Abbas, un leader di Fatah più sottomesso e arrendevole.

Prima di essere nominato primo ministro nel 2003 a seguito delle pressioni americane ed europee, Abbas fu pubblicamente ridicolizzato da Arafat che lo definì il “Karzai della Palestina”, un riferimento ad Hamid Karzai, l’ex presidente afghano, che nel mondo arabo era ampiamente considerato un burattino degli Stati Uniti.

Abbas, alias Abu Mazen, arrivò alla guida di Fatah e dell’OLP quasi in automatico.

Sebbene fosse considerato uno dei fondatori di Fatah della prima generazione, quando si unì al movimento nei primi anni ‘60 non fu notato né ricoprì posizioni di rilievo se non decenni dopo.

Risorsa strategica’

Abu Mazen iniziò a ricoprire posizioni più significative all’interno di Fatah e dell’OLP solo dopo che la maggior parte dei primi fondatori e dei principali dirigenti, come Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Iyad), Sa’ad Sayel, Abu Yusuf al-Najjar e molti altri, furono assassinati da Israele tra gli anni ‘70 e l’inizio degli anni ’90.

Quando nel 1974 l’OLP adottò il suo piano in 10 punti, aprendo la strada a una soluzione politica basata sul riconoscimento di Israele in cambio di uno Stato palestinese mutilato, Abbas era noto per essere favorevole all’abbandono di qualsiasi forma di resistenza armata all’occupazione israeliana.

Riguardo a questa ideologia politica Abu Iyad, considerato il prossimo in linea nel movimento palestinese dopo Arafat prima del suo assassinio nel 1991 da parte del regime sionista, ironizzò: “La cosa che temo di più è che un giorno il tradimento venga semplicemente (normalizzato come) un’opinione”.

Quando Israele non riuscì a schiacciare la Prima Intifada (1987-1991), adottò un percorso politico che avrebbe preservato le sue politiche espansionistiche e di colonizzazione. Questo percorso culminò con gli Accordi di Oslo del 1993.

Abbas non fu solo uno dei pochi interlocutori palestinesi in questo processo, ma anche la persona che effettivamente firmò gli accordi sul prato della Casa Bianca per conto dei palestinesi.

Inutile dire che il processo di Oslo fu niente meno che un disastro destinato a fallire fin dall’inizio.

I negoziatori palestinesi guidati da Arafat e Abbas rinunciarono fin dall’inizio alla loro carta principale e alla loro leva più forte, ovvero il riconoscimento del regime sionista sul 78% del territorio storico della Palestina.

In cambio Israele si limitò a impegnarsi in un vano processo politico che avrebbe dovuto concludersi con la creazione di uno Stato palestinese indipendente entro il 1999, o almeno così pensavano i leader dell’OLP.

Tuttavia, più di trent’anni dopo Oslo, il regime sionista ha ucciso non solo la cosiddetta soluzione dei due Stati, ma ha anche consolidato i suoi piani per un “Grande Israele”, tra cui un incremento di oltre sei volte dei coloni illegali in Cisgiordania, da circa 115.000 nel 1993 a oltre 750.000 oggi.

Secondo un rapporto del 2015 dell’International Crisis Group, la maggior parte dei funzionari israeliani considera Abbas la propria “risorsa strategica” più importante.

Il motivo è abbastanza chiaro.

Ciò è avvenuto principalmente attraverso una filosofia politica sostenuta da Abbas, che ha respinto decenni di resistenza palestinese, spingendo un esperto a osservare: “Mai nella sua vita Abbas ha adottato né sostenuto la resistenza armata”.

Spesso prendeva in giro qualsiasi idea di resistenza armata da parte di qualsiasi gruppo, compreso il suo, anche quando Israele uccideva, senza provocazioni, decine di palestinesi.

Una forza di sicurezza brutale

Il suo stile di leadership trasformò un movimento nazionale palestinese relativamente vivace in una filiazione dell’occupazione israeliana, spesso definita “occupazione a cinque stelle”, poiché aveva liberato il regime sionista dall’apparire come potenza occupante, pur attuando politiche coloniali di insediamento aggressive e autoritarie, peggiori del regime di apartheid del Sudafrica.  

Durante il suo mandato ha sposato il dettato americano di cambiare la dottrina di sicurezza delle forze di sicurezza palestinesi da un ruolo di controllo e protezione dei centri abitati palestinesi a una forza di sicurezza brutale che agisce come prima linea di difesa delle colonie israeliane e dell’esercito di occupazione contro ogni forma di resistenza, anche in quelle popolari passive.

Sin dalla sua ascesa alla guida dell’Autorità Palestinese nel 2005 ha adottato il piano americano del tenente generale Keith Dayton per l’addestramento delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, che si sono impegnate nella repressione e nella repressione del dissenso, nonché in arresti illegali e torture, causando molte volte la morte, come nel caso di Nizar Banat nel 2021.

Coordinandosi con gli Stati Uniti e il regime sionista, Abbas ha creato una forza di sicurezza eccessiva la cui missione principale è il coordinamento della sicurezza con l’esercito israeliano per ostacolare qualsiasi resistenza o operazione contro l’occupazione.

Egli definì sacra questa missione e per decenni si rifiutò di interromperla, nonostante la condanna di gran parte dell’opinione pubblica palestinese.

Decine di organismi e fazioni politiche palestinesi gli hanno chiesto di porre fine a queste pratiche vergognose.

Un rapporto dettagliato del 2017 rilevò che il settore della sicurezza palestinese impiegava circa la metà di tutti i dipendenti pubblici, quasi 1 miliardo di dollari del bilancio dell’AP, e riceveva circa il 30% del totale degli aiuti internazionali forniti ai palestinesi, inclusa la maggior parte dei fondi provenienti dagli Stati Uniti.

Lo studio inoltre scoprì che il settore della sicurezza palestinese spendeva più del bilancio dell’AP per i settori dell’istruzione, della sanità e dell’agricoltura messi insieme. Comprendeva più di 80.000 persone, con un rapporto tra personale di sicurezza e popolazione pari a 1 a 48, uno dei più alti al mondo.

Nel 2017, nel primo incontro di Abbas con Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti si vantò del continuo coordinamento della sicurezza dell’Autorità Palestinese con Israele, elogiandone l’efficacia nel proteggere l’occupazione israeliana e affermando: “Vanno incredibilmente d’accordo. Sono rimasto davvero molto colpito e in un certo senso sorpreso da quanto andassero d’accordo. Lavorano insieme splendidamente”.

Un dittatore da quattro soldi”

Quando Hamas vinse le elezioni legislative del 2006, Abbas si coordinò con americani e israeliani, come spiegato in dettaglio nel resoconto di Rice nel suo libro, per impedire al governo guidato da Hamas di andare al governo in quanto partito eletto democraticamente.

In realtà furono le forze di sicurezza di Abbas, sempre in coordinamento con gli americani, a tentare nel 2007 di rovesciare il governo di Hamas a Gaza, solo per essere superate in astuzia da Hamas, che prese il controllo di Gaza, dando di fatto vita a due governi palestinesi separati.

Nel 2008 David Wurmser, all’epoca funzionario dell’amministrazione Bush, spiegò in un articolo su Vanity Fair che l’amministrazione Bush era impegnata “in una guerra sporca nel tentativo di garantire la vittoria a una dittatura corrotta [guidata da Abbas]”, aggiungendo che Hamas non aveva intenzione di prendere Gaza finché Fatah non la costrinse a farlo.

Wurmser inoltre osservò: “Mi sembra che quello che è successo non sia stato tanto un colpo di Stato di Hamas quanto un tentativo di colpo di Stato di Fatah che è stato prevenuto prima che avvenisse”.

Da allora, Gaza ha vissuto sotto un assedio israeliano paralizzante con pochi interventi da parte di Abbas.

Con il supporto degli americani, degli israeliani e degli attori regionali, Abbas ha preso il controllo totale della vita politica palestinese. Ha iniziato a emanare decreti unilaterali come qualsiasi dittatore da quattro soldi di una repubblica delle banane.

I suoi decreti incostituzionali e illegali hanno licenziato governi, insediato primi ministri, annullato elezioni, speso miliardi, coperto la corruzione dei suoi compari, famigliari e figli e nominato una corte costituzionale per sciogliere il consiglio legislativo guidato da Hamas.

Ma forse il comportamento che ha scioccato maggiormente i palestinesi è stato l’assordante silenzio di Abbas durante i primi giorni della guerra genocida di Israele.

Mentre la guerra di sterminio e la campagna di pulizia etnica israeliane si intensificavano, Abbas da un lato ha espresso la sua forte ma vuota opposizione alla brutalità israeliana, dall’altro ha continuato a coordinare la sicurezza con lo stesso vigore come se, per oltre un anno, non si fossero verificati un genocidio a Gaza, attacchi quotidiani dei coloni in Cisgiordania o sistematiche incursioni nel complesso di Al-Aqsa.

Mentre la guerra genocida israeliana a Gaza entra nel suo quindicesimo mese senza una fine in vista, e mentre Israele prepara la sua occupazione a lungo termine di Gaza, oltre a promuovere aggressivamente la sua politica di annessione effettiva dell’Area C in Cisgiordania, sembra che l’attuale governo fascista israeliano sia sul punto di abbandonare Abbas in favore di un nuovo accordo di sicurezza che favorirebbe per governare il popolo palestinese.

È chiaro che l’attuale regime sionista, con il suo grandioso disegno di imporre il progetto del Grande Israele, vuole risolvere il problema demografico palestinese e porre fine una volta per tutte al conflitto israelo-palestinese a suo favore.

Pertanto parte della grande strategia di Israele per realizzare questo obiettivo non consiste semplicemente nell’accontentarsi di vietare l’Unrwa, stroncare la soluzione dei due Stati o stabilire l’egemonia israeliana nella regione.

Ma in sostanza si sta muovendo in modo aggressivo per ridisegnare tutte le istituzioni palestinesi e le fonti di potere che hanno definito la lotta palestinese per decenni.

Indipendentemente dai decreti di Abbas o da cosa gli accadrà nel prossimo futuro mentre entra nel crepuscolo della sua vita, Israele si assicurerà che sia l’ultimo leader palestinese che unisce in sé tutti i titoli che definiscono le istituzioni palestinesi: presidente dell’Autorità Palestinese, presidente dell’OLP, leader di Fatah e presidente dello “Stato di Palestina”.

Da una prospettiva israeliana, ha assolto la sua funzione e ora è il momento della soluzione finale.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Sami Al-Arian è il direttore del Center for Islam and Global Affairs (CIGA) presso l’Università Zaim di Istanbul. Originario della Palestina, è vissuto per quarant’anni negli USA (1975-2015) dove è stato accademico di ruolo, un oratore di spicco e un attivista per i diritti umani prima di trasferirsi in Turchia. È autore di numerosi studi e libri.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Hamas afferma che un accordo di cessate il fuoco è vicino se Israele “smette di aggiungere nuove condizioni”

Redazione di Middle East Eye

17 dicembre 2024 Middle East Eye

Potrebbe esserci una pausa nei combattimenti mentre il numero di morti a Gaza supera i 45.000 e il mandato del presidente degli Stati Uniti Joe Biden volge al termine

Martedì Hamas ha affermato di ritenere che i colloqui sul cessate il fuoco siano stati abbastanza produttivi da consentire un accordo in merito, ma solo se Israele non impone ulteriori condizioni.

“Il Movimento di resistenza islamico Hamas conferma che alla luce delle discussioni serie e positive che si stanno svolgendo oggi a Doha, sotto gli auspici dei mediatori qatarioti ed egiziani, è possibile raggiungere un accordo su un cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri se l’occupazione smette di aggiungere nuove condizioni”, ha affermato il gruppo in una dichiarazione.

I commenti evocano i resoconti di lunedì di Middle East Eye secondo cui tra i fattori che hanno portato a una svolta nei colloqui del Cairo c’è il cessate il fuoco del mese scorso in Libano, che rappresenta un modello per un simile cessate il fuoco a Gaza.

Anche il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca John Kirby ha detto martedì a Fox News che l’accordo “si sta avvicinando”.

“Crediamo – e gli israeliani lo hanno detto – che ci stiamo avvicinando e non c’è dubbio, siamo fiduciosi”, ha detto.

“Ma siamo anche cauti nel nostro ottimismo”, ha aggiunto. “Ci siamo già trovati in questa situazione, in cui non siamo stati in grado di arrivare al traguardo”.

La guerra di Israele a Gaza ha ucciso più di 45.000 persone, la maggior parte della popolazione è stata costretta a lasciare le proprie case più volte e centinaia di migliaia di persone sono a rischio carestia.

Mentre l’agenzia di stampa Reuters aveva inizialmente riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu fosse personalmente in viaggio verso il Cairo, suggerendo che l’accordo era ben oltre la fase di negoziazione, l’ufficio di Netanyahu ha ora negato tale affermazione, e una fonte egiziana ha detto al quotidiano israeliano Haaretz che non era stata pianificata alcuna visita.

Qualsiasi potenziale accordo probabilmente comporta delle concessioni significative da parte di Hamas, posto che Israele ha assassinato i suoi più alti dirigenti militari e politici e che gli incessanti attacchi aerei di Israele su Gaza per 14 mesi hanno ridotto gran parte della Striscia in cenere e macerie.

I funzionari hanno affermato che la proposta ora in discussione non è un cessate il fuoco permanente, ma una pausa di 60 giorni alle ostilità.

Hamas dovrà probabilmente anche accettare che Israele occupi un terzo del settore più a nord di Gaza che è stato tagliato fuori dal resto della Striscia da quasi tre mesi. Il gruppo sostiene ancora, tuttavia, che i palestinesi sfollati con la forza dal nord dovrebbero avere il diritto di tornare alle proprie case.

Da parte sua, Netanyahu si è rifiutato di abbandonare il suo obiettivo di “sradicare” Hamas da Gaza e di assicurarsi che non possa mai più governare la Striscia.

Controllo militare su Gaza

Martedì il ministro della Difesa israeliano ha dichiarato che il suo piano militare prevede di esercitare un controllo indefinito su Gaza anche dopo aver “sconfitto Hamas”.

In un post pubblicato su X, Israel Katz ha affermato che il suo governo “avrebbe mantenuto il controllo della sicurezza su Gaza con piena libertà di azione, proprio come ha fatto in Giudea e Samaria”, usando il nome israeliano della Cisgiordania occupata.

“Non permetteremo un ritorno alla realtà precedente al 7 ottobre”, ha aggiunto.

I suoi commenti sono arrivati ​​mentre il quotidiano israeliano Ynet riferiva che l’esercito ha in programma di mantenere una presenza nelle aree che attualmente occupa per impedire ai palestinesi sfollati di tornare alle loro case nel nord di Gaza.

L’articolo affermava che ciò significa che Israele sta adottando il controverso “Piano dei generali” noto anche come Piano Eiland, che lascerebbe la sicurezza dell’area sotto il controllo militare israeliano.

Gli attivisti per i diritti umani e gli esperti hanno messo in guardia contro l’attacco israeliano nel nord di Gaza, affermando che è “genocida” ed è una “deviazione dalla legge”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La resistenza palestinese potrà sempre sopravvivere senza sostegno dall’esterno. E Israele?

Joseph Massad

13 dicembre 2024 – Middle East Eye

Nonostante l’esultanza in Israele per i suoi recenti successi, le vittime palestinesi continueranno a lottare fino a quando il suo genocida regime suprematista ebraico non sarà completamente smantellato.

Negli ultimi due mesi, gli israeliani e i loro padroni americani hanno intensificato la campagna di sterminio a Gaza nella speranza di reprimere la resistenza palestinese allo stato di apartheid suprematista ebraico una volta per tutte.

Non essendo riusciti a ottenere nessuno dei loro obbiettivi dopo il 7 ottobre 2023, gli Stati Uniti e Israele ne hanno attribuito la responsabilità agli alleati della resistenza palestinese e agli aiuti militari che le hanno fornito.

Hanno cominciato a prendere di mira questi alleati nella convinzione che senza aiuto dall’esterno la resistenza palestinese si sarebbe dissolta e avrebbe cessato di esistere.

Ironicamente è invece Israele che, sin dalla sua fondazione nel 1948, non potrebbe sopravvivere economicamente o militarmente in assenza di massicce e costanti iniezioni di capitale finanziario, militare e diplomatico dall’occidente.

Israele infatti non può sopravvivere oggi senza questi enormi livelli di assistenza e protezione, senza i quali la colonia di insediamento collasserebbe nel giro di mesi.

Questo fatto è risultato più chiaro nell’ultimo anno, durante il quale Israele si è dimostrato una potenza militare di quart’ordine il cui unico risultato è stato di commettere un genocidio contro una popolazione civile.

Per raggiungere i suoi obbiettivi Israele ha fatto affidamento su di un livello monumentale di aiuto militare e di spionaggio da parte di Stati Uniti e Unione Europea. Con il loro aiuto Israele è stato in grado di indebolire la resistenza libanese, fino ad un cessate il fuoco che finora ha violato più di 100 volte, e di ottenere una situazione di stallo con l’Iran.

A loro volta gli americani, con la Turchia e Israele, hanno avuto successo nell’aiutare a rovesciare il regime siriano, che era stato una manna per la resistenza palestinese e libanese. Gli israeliani hanno anche preso di mira funzionari iraniani e bombardato il consolato iraniano a Damasco, cosa che ha portato alla rappresaglia iraniana e a ulteriori bombardamenti israeliani sull’Iran.

Nel frattempo, con il pieno sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, Israele ha ucciso e affamato in massa ancora di più i palestinesi nel nord di Gaza e ha intensificato i pogrom dei coloni e i raid dell’esercito, così come le invasioni di città e cittadine della Cisgiordania.

Ha anche aumentato la repressione contro i palestinesi imprigionati a Gerusalemme Est occupata, da ultimo imponendo nelle loro scuole un programma israeliano, razzista e anti-palestinese, e vietando il programma palestinese, in aggiunta alla requisizione di abitazioni e attività palestinesi a beneficio dei coloni ebrei.

Per quanto riguarda gli isolati cittadini palestinesi di Israele, il regime israeliano negli ultimi mesi ha anche emanato un certo numero di leggi che erodono i pochi diritti che ancora avevano sotto il sistema israeliano di apartheid.

L’ultimissima strategia israeliana e statunitense ambisce a cancellare dalla memoria le massicce sconfitte militari che gli israeliani hanno subito da quando Hamas ha lanciato l’operazione Al-Aqsa Flood lo scorso ottobre.

Soprattutto essa ambisce a rafforzare la colonia di insediamento ebraica contro le costanti minacce militari poste dalla resistenza e imporre la volontà israeliana, non solo al popolo palestinese ma all’intero mondo arabo.

Resistenza palestinese

Adesso che gli Stati Uniti sono riusciti a rovesciare tutti i dittatori arabi che si sono degnati di respingere l’ordine di normalizzare i rapporti con Israele (o che hanno insistito su condizioni per la normalizzazione che Israele ha rifiutato) – Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Bashar Al-Assad – mentre hanno sostenuto tutti gli altri dittatori arabi che si sono sottomessi completamente alla loro volontà e dimostrano loro obbedienza – dal Marocco alla Giordania e all’Autorità Palestinese fino al Golfo – gli americani e gli israeliani sono certi che l’eliminazione della resistenza palestinese sia del tutto alla loro portata.

Questa percezione è basata sulla persistente convinzione ideologica da parte degli imperialisti Stati Uniti e del genocida Stato israeliano che la resistenza palestinese non sia generata dalla natura genocida e segregazionista del regime della colonia di insediamento israeliana, ma sia invece il risultato del supporto esterno che riceve.

Secondo questi miopi e autoreferenziali strateghi statunitensi e israeliani una volta distrutto tale supporto, anche la resistenza palestinese scomparirà.

Non sorprende che la loro ignoranza e il loro rifiuto di imparare dalla storia della resistenza palestinese alla colonizzazione sionista e al dominio suprematista ebraico siano più ostinati che mai.

Che la resistenza palestinese sia cominciata negli anni ’80 del diciannovesimo secolo, agli albori della colonizzazione ebraica e senza supporto esterno, sembra irrilevante per i crudeli e razzisti strateghi americani e israeliani.

In realtà a partire dal 1882 e per tutti gli anni ’90 del 1800 la resistenza contadina palestinese prese di mira tutte le colonie ebraiche, al punto che “non c’era quasi colonia ebraica che non entrasse in conflitto” con i contadini palestinesi autoctoni.

Il fatto che la resistenza palestinese sia continuata da allora, per la maggior parte del tempo non solo senza supporto esterno ma nonostante gli enormi aumenti nella quantità e qualità del supporto esterno per l’oppressore sionista dei palestinesi, non disillude questi strateghi di tale convinzione razzista, che sminuisce l’oppressione dei palestinesi come vero impulso alla loro resistenza.

Soli

A differenza del popolo palestinese i colonizzatori sionisti dalla fine del diciannovesimo secolo hanno sempre goduto del supporto di tutte le nazioni colonizzatrici europee e dell’impero statunitense nella repressione di ogni resistenza alla colonizzazione ebraica e all’apartheid.

Dopo la prima guerra mondiale i sionisti sono stati aiutati nei loro sforzi anche da regimi arabi e da alcune famiglie palestinesi ricche e possidenti che hanno collaborato sia con loro che con l’occupazione britannica del paese.

Fatta eccezione per alcuni volontari provenienti da oltreconfine, il popolo palestinese ha resistito alla colonizzazione sionista da solo e con tutta la propria forza, affrontando l’impero britannico e le bande sioniste negli anni ’20 e ’30 del ventesimo secolo nonostante il ricorso da parte di britannici e sionisti al terrorismo e a brutalità estreme contro questa popolazione prigioniera.

I contadini giordani rivoluzionari che hanno tentato di aiutare i palestinesi fornendo loro rifugio e hanno preso di mira gli interessi britannici in Giordania sono stati rapidamente repressi nella seconda metà degli anni ’30 dall’Emiro Abdullah di Giordania e dal suo esercito controllato dagli inglesi, il quale si è avvalso di 10 aerei delle forze aeree britanniche per bombardarli.

Il cosiddetto supporto dei pochi eserciti arabi che sono intervenuti il 15 maggio 1948 per fermare l’espulsione sionista di quasi 400.000 palestinesi – che era cominciata quasi sei mesi prima, il 30 novembre 1947 – e per salvaguardare quel 45 % di Palestina che gli imperi del nord avevano designato come Stato palestinese nel famigerato Piano di Ripartizione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 – è stato del tutto controproducente.

Non solo questi eserciti arabi, male equipaggiati, erano in netta inferiorità numerica rispetto alle bande sioniste, addestrate ed equipaggiate meglio, ma essi hanno anche fallito nell’evitare l’espulsione per mano sionista di altri 360.000 palestinesi e hanno perso più di metà del 45 % di Palestina che avrebbero dovuto proteggere.

Tutte le terre che Abdullah, nel frattempo autoproclamatosi Re, è riuscito a tenere sono state annesse alla Giordania, secondo un piano elaborato in precedenza con i sionisti. Più tardi egli si è rifiutato di riconoscere il governo di tutta la Palestina istituito a Gaza nel settembre del 1948.

Anche i poteri imperiali hanno riconosciuto l’annessione israeliana del 78 % della Palestina e l’annessione di Abdullah del 18 %, che ha ribattezzato “Cisgiordania”. (Gaza è stata difesa dagli egiziani fino a quando non è stata conquistata due volte dagli israeliani, nel 1956 e di nuovo nel 1967, quando Israele se ne è infine impossessato).

Nel frattempo tutti le principali potenze imperiali e l’Unione Sovietica hanno sostenuto pienamente la conquista sionista del 1948 sia militarmente che diplomaticamente.

Per sostenere la conquista sionista della terra dei palestinesi, sono arrivati in Palestina piloti volontari ebrei inglesi e americani e brigate ebree sioniste internazionali da tutto il mondo occidentale. Molti volontari continuano a recarsi in Israele per contribuire a imporre ai palestinesi la supremazia ebraica e l’apartheid.

Perdere legittimità

Dal 7 ottobre 2023 anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono diventati a tutti gli effetti complici di Israele nel suo genocidio di palestinesi tuttora in corso – un genocidio che è supportato apertamente o tacitamente da tutti i regimi arabi, inclusa la collaborazionista Autorità Palestinese, con l’eccezione della libanese Hezbollah, del governo yemenita di Ansar Allah, di alcuni gruppi della resistenza irachena, del regime siriano recentemente caduto e dell’Iran.

Questi sostenitori di Israele palestinesi, arabi e occidentali hanno anche dato un contributo determinante alla protezione militare di Israele dalle ritorsioni da parte delle forze arabe della resistenza e dell’Iran e, nel caso dell’Autorità Palestinese, attuato una campagna di repressione dei resistenti palestinesi in Cisgiordania.

Allo stesso tempo i sostenitori dei palestinesi hanno lanciato una campagna per rendere sempre più difficile ai sostenitori e agli sponsor di Israele continuare ad aiutarlo nel suo genocidio in corso.

Sia presso le Nazioni Unite che presso la Corte Internazionale di Giustizia o la Corte Penale Internazionale è stato emanato contro Israele un cospicuo numero di risoluzioni, sentenze e rinvii a giudizio, che gli Stati Uniti hanno tentato di neutralizzare con tutte le minacce e le sanzioni di cui sono capaci.

A questo si aggiunge il crescente successo del movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni nell’esercitare pressioni su paesi e imprese affinché ritirino i loro investimenti in Israele, come ha recentemente fatto la Norvegia.

Inoltre la perdita del sostegno da parte di una cospicua porzione dell’opinione pubblica occidentale, inclusi gli ebrei europei e americani, ha anch’essa contribuito all’indebolimento della legittimità della colonia d’insediamento genocida in circoli occidentali tradizionalmente filo-israeliani, i quali storicamente avevano fornito indispensabile aiuto.

Collasso inevitabile

Il bilancio degli ultimi 15 mesi presenta luci e ombre.

La debolezza militare, economica e diplomatica di Israele è stata smascherata, come la sua incapacità di fermare il proprio indebolimento quotidiano su tutti i fronti, tranne quello del genocidio.

Eppure, grazie al grande aiuto militare e finanziario dagli Stati Uniti e dai paesi dell’Unione Europea, gli israeliani riescono a continuare a usare ogni barbarico metodo a loro disposizione per distruggere la resistenza palestinese.

La cosa che lascia perplessi gli strateghi americani e israeliani tuttavia è che la resistenza palestinese, la quale non ha ricevuto nessun aiuto militare o finanziario da alcuna fonte esterna all’indomani del 7 ottobre 2023, continua a resistere alla distruzione israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Nonostante l’esultanza e i festeggiamenti in Israele per i suoi recenti successi, le sue vittime palestinesi continueranno a lottare fino al completo smantellamento del suo regime suprematista ebraico e genocida.

Alla luce di questi sviluppi è più probabile che sia il genocida Israele, e non la resistenza palestinese, a non essere più in grado di sopravvivere a causa del decrescente supporto dall’esterno e dell’isolamento internazionale.

Questo gli strateghi statunitensi e israeliani lo sanno bene, anche se rifiutano di prenderne atto.

Tutto l’orrore omicida che essi stanno infliggendo oggi alla regione araba non potrà che rimandare l’inevitabile collasso del genocida regime coloniale d’insediamento, ma non riuscirà a preservarne l’esistenza.

Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




I soldati israeliani aggrediscono sessualmente le donne palestinesi da decenni. Ora le donne denunciano apertamente

Dania Akkad

3 dicembre 2024 Middle East Eye

 

Le ricercatrici che documentano le violenze contro le donne palestinesi dicono che dal 7 ottobre i soldati israeliani ne hanno attaccate così tante che il silenzio che in passato copriva le aggressioni è stato infranto

È da 75 anni che le donne palestinesi sono aggredite sessualmente dai soldati israeliani, ma le ricercatrici affermano che appena ora stanno iniziando a parlare delle loro esperienze, poiché gli episodi sono aumentati dopo l’attacco del 7 ottobre. I casi sono molto simili, nonostante si siano verificati in luoghi diversi e abbiano coinvolto diversi rami dell’esercito e della polizia israeliani, tanto che chi li documenta sospetta che sia stata impartita una direttiva. “Si apprende che queste donne vengono abusate sessualmente, perquisite e picchiate sui genitali in Cisgiordania, a Gerusalemme e a Gaza presso diversi organi del sistema israeliano ma in sostanza aggredite sessualmente nello stesso modo”, ha detto Kefaya Khraim a Middle East Eye.

Non è sempre successo che Khraim e la sua collega Amal Abusrour, che lavorano entrambe al Women’s Centre for Legal Aid and Counselling [WCLAC, centro di assistenza legale e consulenza per le donne, ong palestinese ndt.] di Ramallah, sentissero così tante storie; ne hanno parlato a lungo con MEE durante una recente visita a Londra.

Per decenni molte donne palestinesi hanno tenuto per sé la violenza sessuale subita da parte dei soldati israeliani, senza nemmeno confidarla agli amici più cari o ai familiari,

In parte per vergogna o paura di essere disonorate, a volte per mancanza di consapevolezza che ciò che era accaduto fosse un’aggressione sessuale.

Ma anche, ha detto Khraim, perché le donne palestinesi “si aspettano davvero di tutto dai soldati israeliani”.

Khraim ha riferito che una donna, la cui casa era stata invasa dai soldati israeliani che l’hanno costretta a spogliarsi nuda, le ha detto: “Oh, la soldatessa è stata così gentile con me. Mi ha lasciata spogliare con la porta chiusa”.

“Quindi questo è ciò che si aspettano. Si aspettano una tale umiliazione e così tanta violenza che quando succede qualcosa del genere non ne parlano”.

Ma il numero di donne che hanno subito violenza sessuale dopo l’attacco del 7 ottobre ha rappresentato un punto di svolta.

In un rapporto pubblicato a giugno, la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati ha fornito dettagli sul genere di aggressioni che ha scoperto erano state commesse dai soldati israeliani contro le donne palestinesi dopo l’attacco di Hamas, tra cui essere forzate a spogliarsi e stare nude in pubblico, torture e abusi sessuali e umiliazioni e molestie sessuali.

La commissione ha inoltre affermato di aver scoperto che la violenza sessuale “è stata perpetrata in tutti i territori palestinesi occupati”.

Khraim ha affermato: “Sta accadendo spessissimo. Sta accadendo a ogni donna”.

Mercoledì pomeriggio i parlamentari britannici erano in procinto di discutere la questione in un dibattito centrato sulla violenza sessuale e di genere contro i palestinesi.

La parlamentare laburista Abtisam Mohamed ha affermato di aver richiesto il dibattito dopo aver ascoltato le strazianti testimonianze che Khraim e Abusrour avevano rilasciato in ottobre ai parlamentari.

“La violenza sessuale e di genere è stata ampiamente trascurata nei resoconti del conflitto dopo il 7 ottobre 2023. Volevo che si tenesse il dibattito perché volevo aumentare la consapevolezza e garantire che ci fosse giustizia e l’obbligo di rispondere per i crimini commessi”, ha detto Mohamed a MEE.

“Il diritto penale internazionale deve essere sostenuto senza timore o condiscendenza e deve esserci coerenza nella sua applicazione. Nessuno Stato, gruppo o individuo è al di sopra della legge”.

Eva Tabbasam, direttrice di Gender Action for Peace and Security, la rete della società civile britannica Women, Peace and Security di cui WCLAC è partner, ha affermato che le segnalazioni di violenza sessuale per mano di soldati israeliani sono orribili, ma non una novità e “stanno aumentando a un ritmo allarmante”.

“Un’indagine indipendente e imparziale su tutte le segnalazioni di violenza sessuale in Palestina è fondamentale. Tutte le sopravvissute meritano la dignità della giustizia e dell’assunzione di colpa”, ha affermato Tabbasam.

“Ciò richiede che tutti gli Stati, in particolare il Regno Unito in quanto capofila di Women Peace and Security e leader nella prevenzione della violenza sessuale nei conflitti, sostengano con fermezza il diritto internazionale, ne promuovano un’applicazione coerente e garantiscano che i colpevoli rendano conto”.

Modelli di abusi”

Dall’attacco del 7 ottobre Israele ha “perseguito modelli sistematici di abusi, prendendo di mira i palestinesi in generale e le donne in particolare”, ha affermato Abusrour.

“Israele comprende bene la cultura esistente e come sia un punto sensibile prendere di mira le donne e violare i diritti delle donne e persino esibire le donne. Israele ha utilizzato questo approccio per imporre un marchio sociale di vergogna sulla società palestinese e sulle donne palestinesi in particolare”.

Solo in Cisgiordania più di 200 donne palestinesi, tra cui difensore dei diritti umani e giornaliste, sono state arrestate e detenute dopo l’attacco del 7 ottobre.

Una delle donne, la giornalista palestinese Lama Khater, dopo la sua liberazione ha parlato pubblicamente, raccontando del duro trattamento e delle condizioni che ha subito, e di essere stata perquisita e minacciata di stupro.

“È stata una delle donne più coraggiose che si è fatta avanti e ha parlato della sua esperienza”, ha detto Khraim. “Ne ha parlato pubblicamente e ha aperto la strada ad altre donne”. Almeno 20 delle donne detenute in Cisgiordania hanno condiviso i loro racconti con WCLAC. Tutte hanno detto di essere state perquisite a corpo nudo più volte al giorno l’una di fronte all’altra e picchiate sui genitali. A Gerusalemme, Khraim e Abusrour hanno sentito un racconto simile da Selma, uno pseudonimo che usano per proteggere la sua identità. La venticinquenne si stava dirigendo al lavoro in un asilo nido a Gerusalemme quando è stata fermata da un soldato israeliano a Bab al-Zahra, una delle porte che conducono alla Città Vecchia.

Il soldato voleva sapere perché fosse vestita di verde. “Non sono affari tuoi”, ha risposto Selma.

“Per questo è stata portata in una stazione di polizia per quattro ore, spogliata nuda e picchiata ripetutamente sui genitali mentre le telecamere registravano”, ha detto Khraim.

“Stiamo parlando di aggressioni sessuali di massa. Stiamo parlando di donne che si fanno coraggio ora che vedono che sta succedendo a tutte”, ha detto Khraim.

“In un certo senso si sentono più forti perché ora sono tante”.

Il pericolo di parlare apertamente

Ma non sono solo organizzazioni come la loro a documentare questi casi, ha detto Abusrour.

“I soldati israeliani in realtà diffondono video, filmati sui social media, su TikTok, dicendo con orgoglio di aver aggredito sessualmente donne palestinesi o di averle derubate”, ha detto.

Al contrario, le donne palestinesi che sono pronte a condividere le loro storie potrebbero incontrare difficoltà nel diffonderle.

Nel luglio 2023, ad esempio, B’Tselem ha documentato un caso in cui i soldati israeliani hanno invaso una casa a Hebron e, sotto la minaccia di cani di grossa taglia e armi da fuoco, hanno costretto cinque donne, tra cui una diciassettenne, a spogliarsi completamente di fronte ai loro familiari e ai soldati.

Quando l’incidente è stato riportato dai media è diventato virale, perché le discussioni pubbliche sulle aggressioni sessuali sono abbastanza rare.

I rappresentanti dei gruppi per i diritti umani stavano discutendo del caso su una stazione radio pubblica quando un locale capo tribale è intervenuto in onda e li ha attaccati per aver attirato l’attenzione su quanto era accaduto.

“Dal suo punto di vista ripetere e denunciare quell’incidente è stato molto duro per la famiglia e opprimente per quelle donne”, ha detto Abusrour.

“Questo dimostra quale marchio sociale sia associato alla violenza sessuale. E dimostra anche che la violenza sessuale contro le donne palestinesi non è iniziata il 7 ottobre. È iniziata molto prima”.

Oltre allo stigma sociale, le donne palestinesi che sono state aggredite sessualmente hanno detto a WCLAC di aver dovuto affrontare ulteriori minacce da parte dei soldati israeliani dopo quanto loro accaduto.

Ci sono in particolare due capitani che sono noti per chiamare le donne al telefono. “Continuano a chiamare regolarmente queste donne sui loro telefoni, dicendo loro di non parlare con i media e di non raccontare le loro storie”, ha detto Khraim.

Una donna di nome Khulood ha detto a WCLAC di essere stata rapita con il marito dal campo profughi di Balata nella città di Nablus in Cisgiordania e di essere stata violentata di fronte a lui nel tentativo di costringerla a parlare.

“Khulood si è rivolta ai media e ha parlato della sua esperienza ma non dell’aggressione sessuale che ha subito”, ha detto Khraim. Dopo, uno dei capitani l’ha chiamata.

“‘Se parli di nuovo con i media ti riprendiamo'”, ha detto Khulood di essere stata minacciata.

Lasciare la scuola, sposarsi presto

L’impatto delle violenze sessuali sulle donne palestinesi va oltre gli atti in sé e le loro vittime immediate.

La semplice possibilità di essere aggredite sessualmente a un posto di blocco significa che per molte donne e ragazze palestinesi andare a scuola, al lavoro o a casa (cose controllate per tutti i palestinesi che vivono sotto occupazione) comporta un ulteriore livello di rischio e di peso.

Una donna, il cui caso è stato documentato da WCLAC, è stata perquisita a un posto di blocco da un soldato israeliano che si è poi spostato in uno spazio particolare, lontano da un’evidente telecamera di sorveglianza.

Ha tirato fuori il pene e le ha detto di guardarlo e toccarlo, ha riferito la donna.

Khraim e Abusrour hanno documentato altri casi di donne che hanno riferito di essere state perquisite ai posti di blocco, esposte in pubblico e fotografate nude.

Ma anche per donne e ragazze che non sono state aggredite il rischio di tali incidenti ha delle conseguenze.

Nella parte meridionale di Hebron, Abusrour ha detto che WCLAC ha visto casi di ragazze che hanno abbandonato la scuola e famiglie che le hanno date in sposa in giovane età.

“La ragione principale di questo non è che le famiglie pensino che le ragazze debbano essere date in sposa in giovane età ma è per paura, perché quelle famiglie vogliono davvero una vita migliore per le loro figlie e vogliono che le loro figlie vivano in un posto migliore”, ha detto Abusrour.

“Abbiamo incontrato quelle ragazze e famiglie e ci siamo resi conto che quelle ragazze… tendono a smettere di andare a scuola durante il loro ciclo mestruale semplicemente perché, ai posti di blocco, vengono perquisite da soldati maschi”.

Sempre nell’area di Hebron Abusrour ha detto di aver incontrato donne incinte che “hanno riferito che la gravidanza è una specie di incubo”.

“Invece di essere nove mesi di gioia, aspettando il tuo bambino, è un incubo per loro semplicemente perché non sanno quando saranno in travaglio e se avranno un’ambulanza per portarle in ospedale”, ha detto.

Molte vanno a stare con parenti fuori dalla zona per assicurarsi di poter arrivare in ospedale in tempo.

“È una specie di approccio sistematico da parte dell’esercito israeliano e dei coloni che vivono nel sud di Hebron, per espellere i palestinesi da quella particolare area e intimidirli usando le donne e i corpi delle donne incrementando pratiche vergognose in queste comunità”, ha detto Abusrour.

Nostra responsabilità”

Considerando ciò che hanno documentato e ciò che sanno essere possibile, ho chiesto a Khraim e Abusrour se abbiano mai paura per la loro sicurezza mentre affrontano le loro vite quotidiane.

“A me ha fatto canalizzare la rabbia per ciò che sta accadendo, e mi sento che almeno sto documentando e ne sto scrivendo”, ha detto Khraim.

“Sapevamo che era successo prima. Siamo stati tutti sottoposti a violenza. Le nostre case sono già state invase. Siamo già stati attaccati dai coloni. Non è niente che non conosciamo.”

Ha aggiunto: “Lavorare così con le donne e dare loro spazio per raccontare le loro storie e i loro resoconti le fa sentire in un certo senso più forti, le fa sentire che le loro storie non resteranno inosservate”. Abusrour ha detto di sentirsi privilegiata non solo perché sa come proteggersi, ma anche come supportare altre donne e condividere le loro testimonianze per denunciare ciò che è accaduto loro. “Sono orgogliosa di ciò che sto facendo ma, allo stesso tempo, sono preoccupata. Come difensore dei diritti umani, ora tornando a casa non sono al sicuro”, ha detto, alludendo al suo viaggio di ritorno da Londra a Ramallah.

“Non sono al sicuro quando mi muovo da un posto all’altro. Non sono al sicuro in ufficio perché siamo sotto esame come organizzazione per i diritti umani e siamo sotto sorveglianza da parte dell’esercito israeliano”.

Non possono sapere quando il loro ufficio sarà perquisito o se la WCLAC sarà designata come organizzazione terroristica, come ha fatto il ministero della Difesa israeliano con sei ONG palestinesi nel 2021.

“Tuttavia, sentiamo di avere il dovere di condividere questa responsabilità con altre organizzazioni per i diritti umani, con altre organizzazioni per i diritti delle donne per porre fine a queste atrocità”, ha affermato.

“È nostra responsabilità come donne, come difensore dei diritti umani e come femministe”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Fatto a Gaza: From Ground Zero dà voce ai registi intrappolati in una zona di guerra

Sarah Agha, Bristol, Regno Unito

2 dicembre 2024 – Middle East Eye

Il famoso regista palestinese Rashid Masharawi ha riunito i film realizzati da palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza assediata sotto gli attacchi israeliani

È difficile immaginare un ambiente più difficile della Striscia di Gaza assediata e devastata per girare un film nel 2024. Ma questa è l’ambientazione della nuova e rivoluzionaria antologia di cineasti palestinesi.

From Ground Zero, una raccolta di 22 cortometraggi di artisti che vivono a Gaza, è una pietra miliare nella cinematografia palestinese, una testimonianza della vita durante l’incessante campagna militare israeliana nel territorio assediato iniziata nell’ottobre 2023.

Curata dal famoso regista palestinese Rashid Masharawi il documentario collettivo ha ottenuto un successo internazionale ed è stata selezionata come film di apertura del Film Festival Palestinese di Bristol di quest’anno che inizia il 30 novembre.

Haifa, il film di Masharawi del 1996, era stata la prima produzione palestinese ad essere ufficialmente selezionata al Festival Internazionale di Cannes. 

Il regista ha poi fondato a Ramallah il Centro di Produzione e Distribuzione Cinematografica, dedicando anni ad organizzare cinema e laboratori itineranti.

Questa volta non ho fatto un film. Questa volta ho dato la possibilità ai cineasti che vivono a Gaza – uomini e donne – di fare i loro film: la storia sono loro.” dice Masharawi a Middle East Eye del film collettivo in mostra al festival di Bristol.

Nel novembre 2023, a un mese dall’inizio della guerra di Israele a Gaza, ha istituito il Fondo Masharawi per sostenere artisti e troupe nella Striscia assediata. 

Tutti lo vedono: è cruento, un vero genocidio. Da gazawi, da regista ed essere umano, mi sono chiesto cosa potevo fare. La risposta è arrivata dal cinema.”

‘Vicinanza’

Masharawi dice che voleva concentrarsi sulle “storie personali non dette” di coloro che vivono sotto i bombardamenti e l’assedio israeliano.

Per alcuni era il loro primo film, ma prima del progetto tutti avevano avuto un rapporto con il mondo dell’arte, della musica o del racconto. 

Masharawi ha formato un gruppo di consulenti sul posto per trovare nuove voci e collaboratori, coinvolgendo anche cineasti che conosceva di persona.

Molti dei corti sono documentari e interviste, mentre altri utilizzano generi e strutture diverse. 

Abbiamo film sperimentali, di animazione e video art,” spiega Masharawi.

Ogni regista pensa e sente in modo diverso, ognuno ha avuto una possibilità non solo di fare un film, ma anche di esprimersi.

 “Cercano di sopravvivere, di trovare da mangiare e di vivere da rifugiati spostandosi da un posto all’altro. Ecco perché l’abbiamo intitolato From Ground Zero, perché non c’è distanza fra regista e azione.”

L’uso dell’arte e dell’immaginazione per rappresentare la propria realtà mentre si stanno affrontando delle avversità è da tempo un modo per affrontare il trauma.

Per esempio, Soft Skin di Khamis Masharawi segue un laboratorio di animazione dove 14 bambini imparano a creare film con la tecnica stop motion usando ritagli di disegni colorati. 

Awakening di Mahdi Kreirah è realizzato con straordinarie marionette fatte in modo molto creativo con lattine vuote che contenevano aiuti alimentari.

L’esecuzione e il completamento di From Ground Zero è un risultato enorme dati le evidenti difficoltà e sfide. 

Non è stato facile, è stato incredibilmente complicato far uscire il materiale da Gaza. Il nostro problema principale è stata la corrente elettrica perché senza non si possono caricare i telefonini, i laptop o le batterie delle macchine da presa. 

Qualche volta la gente ha rischiato la vita per andare con un hard disk dalla parte centrale di Gaza o da Deir al-Balah a Rafah, sul confine con l’Egitto.”

 Vicino al confine qualcuno della troupe è riuscito a usare le SIM egiziane per caricare e mandare il proprio materiale. 

Altri hanno trovato soluzioni ingegnose per generare elettricità usando pannelli solari. 

A un certo punto, durante i cinque mesi delle riprese, il team di Masharawi ha trovato un posto vicino all’ospedale di Al Aqsa, dove è riuscito ad accedere all’internet. 

Hanno montato una tenda e l’hanno dichiarata la tenda per la produzione di From Ground Zero.

È stato molto rischioso,” ha detto Masharawi a proposito di un momento particolarmente scioccante. 

Sono stato fortunato. Quando hanno bombardato tutta l’area, inclusa la nostra tenda, il mio gruppo non c’era, se n’erano andati alle tre di notte e hanno bombardato alle 6 e un quarto.”

‘È ancora vivo?’

Parlando con Masharawi è impossibile non notare l’enorme peso della responsabilità che ha sentito lavorando con registi che erano in condizioni fisicamente vulnerabili e pericolose. 

Qualche volta poteva passare una settimana senza contatti con nessuno del suo team sul posto. Allora tentava di contattare dei giornalisti o chiunque avesse una connessione: “È ancora vivo? Si è spostato? Cosa gli è successo?” 

Queste erano le domande che faceva prima di continuare con il progetto, “per essere sicuro che stessero bene “.

Naturalmente star “bene” ha assunto un nuovo significato a Gaza. Diana al-Shinawy, nel film Offerings, dice: “Non so quando questa guerra finirà, avremo tutti bisogno di andare in terapia per sopportare la sofferenza.”

È stato molto difficile per me come gazawi,” dice Masharawi, “ma è stata una decisione per aiutare anche me stesso, per far qualcosa condividendo, partecipando. Mi ha salvato.”

La rapidità dell’esecuzione, dalle riprese alla fine del film, è stata notevole per gli standard del settore. 

Gli artisti sul posto hanno filmato i loro corti dal gennaio al giugno 2024 e a luglio c’è stata la prima della versione lunga al Film Festival Internazionale di Amman. 

A maggio Masharawi aveva anche proiettato sezioni più brevi a un evento speciale organizzato da lui stesso a Cannes per suscitare interesse sul progetto e sulla continua persecuzione del suo popolo.

 La prima edizione di alcuni dei film è stata realizzata a Gaza mentre il montaggio finale e minori modifiche sono state realizzate dal suo team in Francia. 

Abbiamo avuto un sacco di problemi con il sonoro perché a Gaza ci sono ‘zanana’ 24 ore su 24, tutto il giorno.” 

Il termine arabo “zanana” è usato dai palestinesi nella Striscia di Gaza per riferirsi al ronzio prodotto dai droni israeliani. 

Così abbiamo dovuto fare i conti con ‘zanana’ per tutti i film! Abbiamo avuto bisogno di un sound editor speciale per il missaggio, di filtri e programmi per risolvere questi problemi… ma ci siamo riusciti.” 

Masharawi spiega come sia stato essenziale ridurre il rumore per sentire con chiarezza le parole dei partecipanti, ma senza toglierlo del tutto, “perché questa è la realtà”. 

Ora il dialogo è perfettamente chiaro e udibile, ma i droni sono uno sfondo costante in quasi tutti i film, un ricordo agghiacciante della vita quotidiana sotto la minaccia dei bombardamenti.

Il team in Francia è anche intervenuto sulla correzione del colore e per le traduzioni: “Adesso abbiamo i sottotitoli in 11 lingue.” 

Rashid ha fatto i complimenti a Laura Nikolov che è intervenuta alla serata di apertura del Film Festival Palestinese a Bristol per i suoi sforzi per coordinare gli eventi in tutto il mondo e in lingue diverse.

From Ground Zero è presentato in due sezioni: Parte I e Parte II. Ogni parte dura poco meno di un’ora e presenta 11 corti con una varietà di voci e creatori diversi. 

La breve pausa intermedia serve per dare al pubblico il tempo di tirare il fiato prima di guardare la Parte II, data l’intensità delle riprese e la natura sconvolgente delle storie.

Interrogato sul benessere e la sicurezza dei registi ora Masharawi risponde con gravità: 

Due settimane fa uno dei cineasti ha perso otto familiari, lui è ancora vivo. Si chiama Wissam Moussa.”

Il commuovente corto di Moussa Farah and Miriam, rivela le esperienze di due ragazzine, una di loro rimasta intrappolata sotto le macerie per sei ore prima di essere salvata.

Un momento particolarmente toccante nel film è durante il corto di Etimad Washah, che segue un carretto tirato da una mula, simpaticamente soprannominato Taxi Wannisa, dal nome dell’animale che trasporta passeggeri in giro per Gaza. 

Improvvisamente il film si interrompe e la regista si rivolge direttamente al pubblico: mentre era sul set ha ricevuto la notizia che il suo amato fratello Nassem era stato ucciso insieme a tutti i suoi figli.

Senza alcun motivo oramai di terminare il film con un finale di finzione, guarda direttamente nell’obiettivo e dice: “Posso solo finirlo con la mia testimonianza.” È un finale coraggioso, onesto e sorprendente. 

L’ordine attentamente pensato e la cura dei film ti portano in un viaggio. Intervallati a profondo dolore e tristezza ci sono piccoli ma memorabili sprazzi di luce che nulla tolgono alla cupa realtà delle tenebre. 

Resilienza, determinazione e risolutezza traspaiono in varie storie. Nidal Damo, uno stand-up comedian che ha fatto il film Everything Is Fine, resta spavaldo nonostante gli scioccanti massacri nel campo profughi di Nuseriat e dei dintorni: “Guerra o non guerra, mi faccio la doccia e vado in scena.”

 Donne protagoniste

Il film di Hana Eleiwa intitolato No esplora, senza volersi scusare, la difficoltà di evitare un’altra storia di morte e devastazione.

Cerco un soggetto che parli di gioia, felicità, speranza, amore e musica,” dice Eleiwa.

Chiaramente le donne giocano un ruolo prominente in From Ground Zero davanti e dietro la macchina da presa: una notevole proporzione dei film le vede protagoniste e ci sono 7 registe. 

Per me mostrare sette donne che fanno film in questa situazione, sotto i bombardamenti, era molto importante,” dice Masharawi, “perché in realtà le donne sono le più attive nella società, non solo nel cinema! 

Sono loro a proteggere la famiglia, a occuparsi del cibo, a non far mai spegnere il fuoco. Sono loro a salvare le vite della famiglia. Sono forti, potenti. Lo so per esperienza personale, perché sono stato a Gaza durante molte guerre, molte intifade… Conosco il ruolo delle donne e quindi per me le storie delle donne sono importanti.”

From Ground Zero è la dimostrazione di ciò che cineasti creativi e talentuosi possono ottenere nelle condizioni più avverse. 

Tutti i film sono parti autonome, ma è impossibile non riconoscere quanto saranno importanti negli anni a venire come documenti, prove di ciò che è successo sul posto. 

Mentre Israele bombarda e distrugge università, istituzioni d’arte e siti storici con continui atti di cancellazione della cultura, queste testimonianze cinematografiche saranno immortalate per sempre.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




No Other Land: un duo di registi israeliano e palestinese lotta per denunciare l’apartheid mentre a Gaza infuria la guerra

Alex MacDonald

26 novembre 2024  Middle East Eye

Middle East Eye parla con Yuval Abraham e Basel Adra di minacce di morte, attacchi di squadracce e antisemitismo

A un certo punto del loro premiato documentario No Other Land il regista palestinese Basel Adra dice al suo co-regista israeliano Yuval Abraham di essere convinto che basteranno 10 giorni per scrivere e girare e avranno finito, e gli dice che è troppo impaziente di vedere la fine dell’occupazione della Cisgiordania da parte del suo Paese.

“Abituati a sbagliarti,” dice Adra, sardonicamente, ad Abraham, mentre girano in macchina per Masafar Yatta, un agglomerato di villaggi a sud di Hebron dove si trova casa sua. “Sei un fallito.”

Nel 2024, dopo 57 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania e oltre tre quarti di secolo dopo la Nakba, la ‘catastrofe’ che ha visto la cacciata dalle loro case di oltre 700.000 palestinesi, sembra più difficile che mai credere che un altro articolo, un rapporto o un documentario possano finalmente spingere il mondo ad agire.

No Other Land è disseminato di filmati risalenti all’infanzia di Adra che riprendono il padre attivista fronteggiare i soldati e i coloni israeliani esattamente come avrebbe poi fatto suo figlio.

Sebbene possa sembrare difficile che il documentario, girato nel corso di cinque anni fino all’ottobre 2023, sarà la goccia che farà finalmente traboccare il vaso dell’occupazione, ha certamente suscitato forti reazioni, sia positive che negative.

Abraham e Adra, rispettivamente a Gerusalemme e a Masafer Yatta, hanno detto a Middle East Eye che è stato difficile gestire le ripercussioni seguite al loro film. “Mi hanno sorpreso le reazioni in Germania,” ha detto Abraham.

” La Germania dice di sostenere Israele e gli israeliani, ma in realtà sta sostenendo gli israeliani che credono nella continuazione dell’occupazione e che, in un certo senso, ripetono le politiche dei loro governi.”

A febbraio i due registi hanno vinto il premio per i documentari al film festival della Berlinale; nel discorso di accettazione Abraham ha citato le leggi dell’”apartheid” che lo segregano dal suo co-regista invocando la fine dell’occupazione.

Per tutta risposta vari politici tedeschi hanno bollato i suoi commenti come “antisemiti”, dopo di che ha ricevuto minacce di morte e squadracce di estrema destra hanno attaccato la casa della sua famiglia in Israele.

In seguito il portale ufficiale online della Berlinale ha citato le ” tendenze antisemite” di No Other Land sebbene il commento sia poi stato rimosso.

Abraham ha detto che in Germania l’ossessiva repressione dei comportamenti filo-palestinesi sta rendendo sempre più difficile la vita per israeliani ed ebrei come lui che vogliono vedere la fine dell’attuale guerra a Gaza.

“Questa visione semplicistica su cosa significhi sostenere gli israeliani o il popolo ebraico… diplomaticamente, finanziariamente, significa continuare a fare quello che mostriamo nel film, cioè continuare a operare per impedire uno Stato palestinese.

Credo che abbiano agito non solo contro i palestinesi, ma anche contro gli israeliani perché considero i due popoli connessi e credo che la sicurezza sarà sempre uno sforzo comune,” dice.

‘Una storia di potere’

Tuttavia la controversia all’uscita del film ha solo accresciuto l’interesse per i suoi protagonisti, gli abitanti di Masafer Yatta.

Per decenni le autorità israeliane hanno cercato di sfrattare circa 1000 palestinesi residenti a Masafer Yatta per creare una “zona di tiro” militare, un campo di addestramento per l’esercito israeliano. 

Le loro case sono situate nell’Area C della Cisgiordania che resta sotto la totale autorità di Israele ed è costellata di colonie, illegali ai sensi del diritto internazionale, i cui abitanti attaccano regolarmente i palestinesi, vandalizzando case e veicoli e sparandogli contro.

Adra ha detto che dopo le controversie in Germania ha organizzato un’importante proiezione del film nel suo villaggio natale.

“Volevano veramente vederlo dopo tutte le storie su quello che era successo alla Berlinale, gli attacchi contro di me e contro Yuval da parte dei media israeliani e tedeschi,” ha detto.

“A marzo abbiamo fatto un’importante proiezione nel cortile della scuola con una grande affluenza di centinaia di persone della comunità, giornalisti e attivisti solidali.”

Adra ha detto che, oltre a vedere la loro lotta sullo schermo, l’esperienza è stata piena di nostalgia per molti degli anziani che vedevano i vecchi filmati ripescati dagli anni ‘90.

Un momento particolarmente memorabile era stata la visita nel 2009 dell’ex primo ministro britannico Tony Blair nella sua qualità di inviato di pace In Medio Oriente. All’epoca la sua visita, vista con scetticismo dal padre di Adra, aveva garantito la sospensione della distruzione di uno dei villaggi a Masafer Yatta.

Seguendo la visita Adra commenta fuoricampo “questa è una storia di potere”.

“Oggi siamo delusi,” ha detto a MEE.

Le immagini del massacro a Gaza sono ovunque mentre anche la Cisgiordania occupata ha subito un intensificarsi di attacchi dei coloni e dell’esercito israeliano, inclusi attacchi aerei – un’escalation che ha causato centinaia di morti.

“Eppure governi come quelli di Regno Unito, USA e Germania continuano a difendere Israele, sostenendolo e appoggiandolo,” ha detto Adra.

“Sono complici di occupazione, apartheid e genocidio a Gaza.”

“Fede” nel cinema

Per gli abitanti la lotta per proteggere le proprie case è stata sfinente e costosa, finanziariamente e fisicamente.

Una figura centrale del film è Harun Abu Aran, un abitante del villaggio rimasto completamente paralizzato quando un soldato gli sparò al collo mentre tentavano, inspiegabilmente, di confiscare un generatore.

Sua madre ha sempre cercato di accudirlo dentro la grotta in cui vivevano, occupandosi delle visite di giornalisti stranieri curiosi, lamentandosi delle condizioni inadeguate in cui era costretta a prendersene cura.

In coincidenza con la fine del film Abu Aran è morto per le ferite riportate.

“Porto una telecamera con me da quando ero un ragazzino… per filmare le prove, mostrarle e farle pubblicare,” ha detto Adra a MEE.

Ha detto che si è aggrappato alla “fede”, che se continuava a registrare e produrre le prove in modo che tutto il mondo vedesse, qualcuno finalmente avrebbe fatto qualcosa, che gli USA sarebbero riusciti a fare pressione su Israele.

Il 7 ottobre, poco dopo la fine delle riprese, c’è stato l’attacco di Hamas nel sud di Israele con l’uccisione di circa 1200 persone e la cattura di centinaia di israeliani portati come ostaggi a Gaza.

In risposta Israele ha lanciato un attacco devastante contro la Striscia di Gaza, uccidendo oltre 44.000 persone, causando lo sfollamento praticamente di tutta la popolazione e facendo sprofondare l’enclave nella fame, distruzione e disperazione.

“Per tutto lo scorso anno abbiamo guardato il genocidio in diretta sui nostri cellulari con tutti i video provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania… la situazione sul campo non fa che peggiorare,” ha detto Adra.

“E agli israeliani non importa delle pressioni internazionali, del diritto internazionale perché, sfortunatamente, gli USA li sostengono.”

La vita sta diventando più difficile anche per Abraham che fa parte del sempre più sparuto numero di israeliani che sostengono i diritti dei palestinesi, sgomento nell’assistere al fervore ultra-nazionalista e irredentista che ha sommerso il Paese in cui nessuna cifra di morti palestinesi sembra suscitare alcuna simpatia.

“Una sinistra israeliana c’è, al momento non rappresentata politicamente ed è molto piccola e sempre più perseguitata dal governo. Dal 7 ottobre lo spazio per le critiche si è veramente ristretto,” ha spiegato.

I recenti mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale (CPI) contro Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant sono stati pesantemente condannati in Israele, non solo dagli alleati politici ma anche dai leader all’opposizione.

Perfino Yair Golan, leader dei Democratici (una fusione del Partito laburista e di Meretz, di centro sinistra), li ha bollati come “vergognosi.”

“Io penso che la gente, specialmente nei paesi occidentali, voglia aggrapparsi alla speranza che se solo si sostituisse Netanyahu tutto migliorerebbe e ci sarebbe una soluzione politica, la soluzione dei due Stati, qualsiasi cosa,” ha detto Abraham.

“I partiti israeliani non sono intenzionati a esprimere neppure un minimo di critica verso il loro esercito nonostante la più alta Corte del mondo abbia definito crimini di guerra contro l’umanità le loro operazioni militari.”

Un atto di resistenza dall’interno

Masafer Yatta continua a respingere i tentativi di Israele per cancellarne l’esistenza. “È la nostra terra… ecco perché soffriamo per essa,” sono le parole di uno degli abitanti.

Lo scorso anno ha visto un’esplosione di violenza da parte dei coloni in Cisgiordania e Masafer Yatta non ha fatto eccezione.

Nel corso del weekend i coloni avrebbero attaccato la casa di un attivista locale nel villaggio di Tiwani e aggredito i suoi famigliari, ferendone due.

I soldati israeliani sono poi arrivati e invece di prendere di mira i coloni hanno sequestrato l’attivista.

Il film di Abraham e Adra presenta la Palestina alla vigilia di quella che è indubbiamente stata la maggiore crisi per i palestinesi dal 1967.

E con uno spazio per la resistenza palestinese che si è ridotto in Israele, nei territori occupati e, a quanto pare, anche in quasi tutto il resto del mondo, No Other Land sta combattendo un’ardua battaglia.

“Per noi il film è un atto di resistenza dall’interno e appena l’abbiamo finito volevamo farlo vedere il prima possibile,” conclude Adra.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)