La crisi dell’UNRWA ha sia conseguenze che soluzioni

Essam Yousef

10 agosto 2018, Middle East Monitor

Dalla sua nascita nel 1949 la United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East [Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente] (UNRWA) è stata sul punto di andare in pezzi ad ogni momento a causa del suo legame con fattori politici, giuridici e umanitari relativi alla causa palestinese. La situazione politica ha spianato la strada affinché giocasse il ruolo di “carta di pressione politica”, non da ultimo perché riguarda direttamente le vite dei rifugiati del problema più complicato nella storia contemporanea.

L’agenzia è stata fondata in base alla risoluzione 302 dell’Assemblea Generale dell’ONU, connessa alla risoluzione 194 approvata un anno prima, relativa al diritto al ritorno dei profughi palestinesi alla loro terra. Quest’ultima risoluzione ha aggiunto una dimensione politica alla decisione di fondare l’UNRWA, soprattutto nei termini di un contributo positivo al ritorno dei rifugiati alle loro case, da cui erano stati espulsi con la forza – qualcuno l’ha chiamata una “pulizia etnica” – dalla creazione dello Stato di Israele.

Tra le raccomandazioni dell’Assemblea Generale dell’ONU c’era l’incarico all’UNRWA di dare assistenza ai rifugiati finché si fosse trovata una soluzione permanente alla loro causa. Questo appoggio includeva programmi di aiuto per educazione e salute, opportunità di lavoro, programmi di assistenza e servizi sociali.

Riguardo alle questioni politiche e giuridiche, l’Assemblea Generale ha affrontato periodicamente il problema dei rifugiati palestinesi come punto all’ordine del giorno. Inoltre ha frequentemente ripetuto e riconosciuto “l’inalienabile diritto dei rifugiati a tornare alle proprie case e al risarcimento per le proprietà perse a causa dell’occupazione e dell’espulsione.” Tuttavia la mancanza di ogni volontà internazionale di obbligare lo Stato israeliano occupante a mettere in pratica le condizioni delle risoluzioni dell’ONU ha fatto sì che sia tuttora un problema in sospeso in attesa di essere risolto, nonostante il fatto che la stessa adesione di Israele all’ONU fosse e rimanga condizionata al fatto di consentire ai rifugiati il ritorno alle proprie case.

Le condizioni in base alle quali l’agenzia è stata creata e i suoi limiti – dovuti al fatto che il suo finanziamento è quasi totalmente dipendente dalle donazioni volontarie da parte degli Stati membri dell’ONU, per la maggior parte dagli USA e dall’Europa, seguiti dai Paesi del Golfo come l’Arabia saudita – rendono più facile capire l’attuale riduzione dei servizi dell’UNRWA per i rifugiati. Le donazioni possono essere – e pare siano – negate per ragioni politiche, il che rende la vita ancora più difficile a milioni di rifugiati palestinesi che dipendono dall’UNRWA in Cisgiordania e nella Striscia Gaza occupate, in Giordania, in Siria e in Libano.

L’ONU non solo delibera e poi emana risoluzioni, ma controlla anche i meccanismi necessari per la loro messa in pratica tranne, a quanto pare, quando queste decisioni sono a favore del popolo palestinese e dei suoi legittimi diritti, compreso quello al ritorno. Ciò non a causa dell’egemonia militare di Israele in Medio Oriente. È molto più importante il fatto che il suo principale benefattore e protettore, gli USA, sia anche il principale Stato che muove i fili all’ONU, dove esercita un grado di influenza sproporzionato. L’America e i suoi alleati sono i veri garanti nel mantenere l’esistenza, l’espansione coloniale e la sicurezza di Israele.

Perché, allora, l’ONU ha creato l’UNRWA e continua così da decenni, se non ha mai avuto nessuna concreta intenzione o capacità di far tornare i rifugiati palestinesi alla loro terra, e quindi di porre fine alla necessità fondamentale dell’esistenza dell’agenzia? Credo che i Paesi occidentali, il cui senso di colpa dopo l’Olocausto porta a far finta di niente riguardo al disprezzo di Israele per leggi e convenzioni internazionali, temano anche lo scandalo che li sommergerebbe se i rifugiati palestinesi fossero lasciati a cavarsela da soli nei Paesi che li ospitano, per i quali rappresentano già un grave peso. Questo peso si accrescerebbe in modo notevolissimo se non ci fosse l’UNRWA a fornire una rete di protezione economica, medica ed educativa. In parte questo spiega anche perché l’Occidente ha creato e finanzia l’Autorità Nazionale Palestinese – che non ha assolutamente nessuna reale autorità – come entità pseudo-nazionale che agisce a favore delle autorità occupanti e non degli stessi palestinesi.

A ciò vanno aggiunti i tentativi degli Stati che controllano l’ONU di rinviare ogni serio tentativo di risolvere il problema dei rifugiati, concedendo a Israele altro tempo per creare “fatti sul terreno” – colonie illegali su terra palestinese rubata – e quindi predeterminare l’eventuale risultato del farsesco “processo di pace”. Come diretta conseguenza di ciò, le priorità sono passate dal consentire ai rifugiati di tornare alle loro case, come loro diritto, alla ricerca di modi per integrarli nei rispettivi Paesi che li ospitano. Sono anche state ventilate delle compensazioni per la perdita del diritto al ritorno. La mancanza di potere degli arabi nella regione ha consentito alle superpotenze di controllare l’UNRWA e la sua impostazione, perché queste ultime sono importanti Paesi donatori dell’agenzia e nessun programma di aiuto umanitario per i rifugiati può essere attuato senza il loro sostegno economico. L’aiuto degli arabi e dei musulmani all’UNRWA è estremamente ridotto rispetto a quello di USA ed Europa.

Ovviamente l’UNRWA è stata creata dopo la “dichiarazione d’indipendenza” dello Stato di Israele. La risoluzione che l’ha istituita era stata ideata per rafforzare la nuova situazione e include articoli che si riferiscono a “prendere misure efficaci il prima possibile per porre fine all’aiuto internazionale”. Ciò è risultato evidente dalle politiche che ha adottato, compreso il fatto di destinare la maggior parte del bilancio all’integrazione dei rifugiati in comunità diasporiche piuttosto che a fornire loro assistenza.

Tuttavia il tracollo dei servizi dell’UNRWA, iniziato anni fa, si è di recente accentuato, dato che il principale Stato donatore, gli USA, ha tagliato i propri finanziamenti all’agenzia. Nel 2017 gli USA donavano 157 milioni di dollari al bilancio del principale programma dell’UNRWA, ma quest’anno li hanno ridotti a soli 60 milioni. Ciò ha avuto un effetto disastroso sulla crisi umanitaria che i rifugiati devono affrontare nei territori palestinesi e nei campi della diaspora.

Il disastro umanitario ha iniziato a manifestarsi già quando l’UNRWA ha annunciato di non essere in grado di accettare studenti nelle sue scuole per l’anno scolastico 2018/19 a causa della mancanza di fondi sufficienti. Ciò è stato preceduto dalla sospensione del Programma Alimentare Mondiale di aiuto alimentare a 92.000 palestinesi in condizione di povertà estrema nella Striscia di Gaza; di nuovo, questo è dovuto alla mancanza di finanziamenti sufficienti da parte della comunità internazionale.

Una delle conseguenze della difficile situazione finanziaria dell’UNRWA è stato il licenziamento all’inizio di quest’anno di decine di dipendenti che lavoravano per l’agenzia in Giordania. Gran parte del bilancio dell’UNRWA è destinato ai salari, e molti dei suoi dipendenti sono loro stessi rifugiati, per cui le loro entrate sono una parte fondamentale dell’economia dei rifugiati. La riduzione del personale in Giordania ha colpito gli addetti alle pulizie ed i custodi di scuole e centri di salute gestiti dall’UNRWA in ogni campo di rifugiati palestinesi – sono 10 – nel Regno hascemita, che è la patria “temporanea” di 2 milioni di rifugiati palestinesi registrati.

Recentemente l’agenzia ha licenziato anche 1.000 dipendenti nella Striscia di Gaza. Secondo gli stessi dati dell’UNRWA, essa si appresterebbe a licenziare altro personale se la crisi finanziaria dovesse continuare, oltre al taglio di programmi regolari come i campi estivi ed altre attività per i bambini.

Fin dall’elezione di Donald Trump a presidente, Washington ha adottato un atteggiamento estremamente ostile verso l’UNRWA. La natura dei cambiamenti riguardanti l’agenzia riflette le politiche dell’amministrazione Trump in merito ai rifugiati palestinesi e al complessivo conflitto arabo-israeliano in Medio Oriente. In generale, la nuova posizione degli USA è persino più allineata con la posizione e gli interessi di Israele di prima, mentre quest’ultimo vorrebbe che l’UNRWA venisse chiusa per cancellare del tutto i rifugiati palestinesi dall’agenda politica internazionale.

Recentemente la posizione dell’America è stata espressa esplicitamente nell’entusiasmo dell’amministrazione Trump verso Israele e il suo espansionismo colonialista a spese del popolo della Palestina e della sua causa. La questione dei rifugiati è stata tenuta ben lontana da quelli che sono stati presentati come “negoziati”, ma che in realtà sono semplicemente il fatto che ai palestinesi viene detto cosa fare, o altrimenti… In ogni caso, “o altrimenti” è in genere il risultato finale. Siamo ora nella fase in cui gli USA dicono che l’UNRWA è “dannosa per i rifugiati palestinesi e che il suo mandato è controproducente.” Davvero sorprendente.

È ingenuo fraintendere la natura della situazione che devono affrontare 5.3 milioni di rifugiati palestinesi sparsi tra Cisgiordania, Striscia di Gaza, Giordania, Siria e Libano. Hanno crescenti necessità relative alla salute, all’educazione e ad altri servizi mentre sappiamo tutti benissimo il livello dei problemi economici e di sicurezza dei Paesi ospitanti.

È difficile immaginare come centinaia di migliaia di famiglie private della rete di protezione dell’UNRWA potranno sopravvivere. Quale destino attende le decine di migliaia di dipendenti dell’UNRWA che si troveranno senza lavoro e senza fonti di reddito?

Non ho dubbi che le conseguenze politiche e di instabilità di una simile impennata di miseria e disillusione nel processo di pace siano state prese in considerazione nelle capitali regionali e in Occidente. Il Medio Oriente è già nel caos, ma può andare ancora peggio, a meno che non si faccia qualcosa per arginare i tagli ai finanziamenti dell’UNRWA. Lo spettro di un incremento dell’estremismo e del terrorismo è molto concreto, e la causa non saranno la religione o la radicalizzazione, ma la scarsa disponibilità dell’Occidente – guidato dall’America – a finanziare in modo adeguato l’UNRWA e a fare sforzi sinceri per risolvere il problema palestinese in base alla volontà espressa dalla comunità internazionale attraverso le risoluzioni dell’ONU.

I funzionari dell’UNRWA sono ben consapevoli del cupo panorama che gli si sta profilando ed hanno lanciato appelli e campagne per ridurre il deficit di bilancio dell’agenzia. Sanno più di chiunque altro – con la possibile eccezione degli stessi rifugiati – quanto sia importante che l’UNRWA sia in grado di rispettare i suoi obblighi umanitari, morali e giuridici per milioni di palestinesi. I Paesi arabi e islamici devono dimostrarsi all’altezza della situazione e prendere le misure necessarie per evitare un disastro, destinando all’UNRWA donazioni che siano al livello delle dimensioni, della complessità e della natura della crisi dei rifugiati.

Le organizzazioni umanitarie e di beneficienza nel mondo arabo e islamico possono anche giocare un ruolo chiave intervenendo nei settori in cui l’UNRWA non è in grado di portare aiuto. Possono contribuire a rafforzare la rete di sicurezza sociale nei campi profughi, soprattutto in più di 700 scuole dell’UNRWA responsabili di mezzo milione di alunni palestinesi. Anche i circa 150 importanti centri di salute possono essere sostenuti dal volontariato, così come progetti di aiuto, sistemi di micro-credito per promuovere l’economia e aiuto umanitario. Tuttavia per fare concretamente ciò i governi devono smettere di politicizzare l’aiuto umanitario ed alleggerire la pressione sugli enti di beneficienza, soprattutto quelli che operano in aree ad alto rischio, come i territori palestinesi occupati.

In pratica è necessario preparare alternative a lungo termine per la situazione di crisi economica e politica dell’UNRWA. Il progetto di una “Organizzazione Araba e Islamica”, per esempio, potrebbe essere responsabile delle questioni politiche ed amministrative dei rifugiati palestinesi, compresa l’erogazione di aiuto finanziario in ogni settore, come educazioni e salute, così come di supporto umanitario, evitando quindi che Paesi donatori controllino e politicizzino l’aiuto che forniscono ai palestinesi e ai Paesi che ospitano rifugiati.

Peraltro non dobbiamo ignorare il sostegno politico necessario a proteggere i punti fermi palestinesi, soprattutto il diritto al ritorno dei rifugiati. Dobbiamo essere in grado di sfidare gli schemi che intendono annientare la causa palestinese. Sarà una priorità di una simile “Organizzazione Araba e Islamica” essere basata sulla religione, con una fede ferma e duratura nei diritti del popolo palestinese, come il diritto al ritorno dei rifugiati ed al risarcimento, oltre ad appoggiare il loro diritto a costruire uno Stato indipendente con Gerusalemme come capitale.

Se c’è la volontà politica ciò non è irragionevole, perché il sostegno popolare sta solo aspettando che si prenda una simile iniziativa. L’UNRWA e il popolo della Palestina hanno dovuto dipendere per troppo tempo da Stati che hanno trasformato la crisi umanitaria in un rimpallo di responsabilità politica; è tempo che ciò finisca. Gli USA e i loro alleati devono smettere di giocare con la vita della gente in questo modo pernicioso; anche le vite dei palestinesi sono importanti [riferimento al movimento per i diritti degli afroamericani “Black lives matter”, ndtr.].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Uno o due stati, Israele ha il potere di manipolare il compromesso palestinese

Ramona Wadi

12 luglio 2018, middleeastmonitor.com

In seguito alla dichiarazione del 2016 del Quartetto sul Medio Oriente che ha reso obsoleto il compromesso dei due stati, la comunità internazionale, compresi i rappresentanti del Quartetto, non è riuscita a trovare altre strategie. La diplomazia internazionale ha deciso di estendere la farsa del far vedere di star lavorando per l’impossibile.

Ci sono altre narrazioni che contribuiscono a questa illusione. Da un lato, l’Autorità Nazionale Palestinese ha ripetutamente sollecitato l’attuazione del paradigma dei due stati, mettendo la leadership in linea con gli obiettivi internazionali e, contemporaneamente, in contrasto con le aspirazioni palestinesi. Nel frattempo, Israele è diventato irremovibile nel suo rifiuto di consentire lo scenario dei due stati.

Nel giro di pochi giorni, il ministro della Scienza e della Tecnologia Ofir Akunis, così come il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat, hanno confermato il loro rifiuto a prendere in considerazione l’opzione dei due stati. Come riporta Israel National News, Akunis ha sottolineato: “Durante l’era Obama e Kerry ho detto che non ci sarebbe stata una soluzione a due stati e ho orientato in tal senso l’opinione pubblica in Israele, negli Stati Uniti e in Europa”. Ha affermato che i sostenitori dei due stati cercherebbero di “distruggere l’esistenza di Israele” attraverso “l’istituzione di uno Stato palestinese terrorista “.

In un’intervista con la BBC, Barkat ha respinto l’idea dei due stati e ha proposto un sistema in cui ai palestinesi sarebbe concessa parziale autonomia, mentre Israele sarebbe rimasto “saldamente responsabile della sicurezza e della difesa”. Israele, ha aggiunto, è “l’unica democrazia – una vera democrazia in Medio Oriente.

Una parte di questa equazione viene costantemente omessa. Sia che la comunità internazionale, Israele e l’ANP parlino di uno o di due stati, il risultato finale è comunque un sistema oppressivo per i palestinesi. Questo perché la sola narrativa e il solo risultato che venga preso seriamente in considerazione è la sopravvivenza di Israele come entità coloniale. Attualmente, vi è una discrepanza per cui la soluzione dei due stati è ancora oggetto di discussione da parte della comunità internazionale, con solo l’ANP ad essere veramente interessato ad una soluzione, mentre Israele sta apertamente rifiutandola per creare prospettive di maggiore espansione coloniale.

C’è dell’ironia nel fatto che mentre Israele sta rafforzando la sua netta opposizione alla possibilità di due stati, la leadership palestinese propenda in tal senso. La persistente richiesta di negoziati da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese per creare uno stato frammentato sul territorio, del tutto privo di contiguità, ostruisce la strada all’emergere delle crescenti richieste palestinesi di uno stato decolonizzato. Quindi, la narrazione prevalente di un solo stato è quella del “Grande Israele”, e intanto l’ANP si mette contro alle richieste di decolonizzazione della gente. Sostiene anche una situazione per cui i Paesi che appoggiano la Palestina non hanno altra opzione diplomatica che sostenere strategie che possono solo contribuire all’eliminazione di ciò che rimane della terra palestinese. Ciò fa anche sì che il sostegno diplomatico internazionale alla Palestina sia sintonizzato solo con l’ANP per quel che riguarda le richieste internazionali, mentre la gente è dimenticata.

Quindi, se il compromesso dei due stati verrà alla fine completamente abbandonato, le uniche narrazioni che la comunità internazionale prenderà in considerazione saranno quelle provenienti da Israele. Dunque, proprio come l’attuale presunta soluzione è progettata per dare a Israele il maggior tempo possibile per implementare la sua espansione, qualsiasi altro paradigma futuro legittimerà semplicemente le ulteriori violazioni che Israele commette nel suo tentativo di colonizzare l’intero territorio che un tempo era la Palestina storica.

(Traduzione di Luciana Galliano)




L’”accordo del secolo” non è nuovo e la dirigenza dell’ANP non è una vittima

Ramzy Baroud

Middle East Monitor – 3 luglio 2018

L’”accordo del secolo” di Donald Trump fallirà. I palestinesi non scambieranno la loro lotta di settant’anni per la libertà con i soldi di Jared Kushner [genero di Trump e suo consigliere per il Medio oriente, ndtr.], né Israele accetterà che esista neppure uno Stato palestinese demilitarizzato in Cisgiordania.

È probabile che la sequenza di questo precoce fallimento si svolga in questo modo: l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) a Ramallah probabilmente rifiuterà l’accordo una volta che verranno rivelati tutti i dettagli del piano dell’amministrazione USA; è probabile che Israele non sveli la sua decisione fin tanto che il rifiuto dei palestinesi verrà sfruttato a fondo dai media USA filoisraeliani.

La realtà è che, data la massiccia crescita della Destra e delle forze ultra-nazionaliste in Israele, uno Stato palestinese indipendente anche solo sull’1% della Palestina storica non sarebbe accettabile dalle attuali posizioni politiche dominanti in Israele.

C’è qualcos’altro da prendere in considerazione: la turbolenta carriera del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come dirigente di lungo corso è messa duramente alla prova da accuse di corruzione e da una serie di inchieste di polizia. La sua posizione è troppo debole per garantire anche solo la sua sopravvivenza fino alle prossime elezioni politiche, figuriamoci per sostenere un “accordo del secolo”.

Tuttavia si prevede che il leader israeliano in difficoltà stia al gioco per conquistarsi ulteriormente i favori dei suoi alleati americani, distolga l’attenzione dell’opinione pubblica israeliana dalla sua corruzione e incolpi i palestinesi del fallimento politico che ciò sicuramente determinerà.

Si ripetono il Camp David II di Bill Clinton e la “Road Map per la Pace” di W. Bush. Entrambe le iniziative, per quanto inique per i palestinesi, non vennero mai accettate in primo luogo da Israele, eppure in molti libri di storia si è scritto che l’ingrata dirigenza palestinese silurò i tentativi di pace di USA e Israele. Netanyahu è intenzionato a mantenere questa concezione sbagliata.tan

Il leader israeliano, che ha ricevuto l’estremo regalo americano dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, sa quanto importante sia questo “accordo” per l’amministrazione Trump. Prima di assumere la carica di presidente, il primo novembre 2016 Trump ha parlato fin dall’inizio del suo “accordo definitivo” in un’intervista con il Wall Street Journal. Non ha esposto dettagli, oltre all’affermazione di essere in grado “di fare…l’accordo impossibile … per il bene dell’umanità.”

Da allora ci siamo basati su sporadiche indiscrezioni, a partire dal novembre 2017 fino a poco tempo fa. Abbiamo appreso che su una piccola parte della Cisgiordania verrebbe fondato uno Stato palestinese demilitarizzato, senza Gerusalemme est occupata come sua capitale; che Israele si terrebbe tutta Gerusalemme e si annetterebbe le colonie ebraiche illegali e prenderebbe persino il controllo della valle del Giordano, e via di seguito.

I palestinesi avrebbero ancora una “Gerusalemme”, anche se inventata, in cui il quartiere di Abu Dis verrebbe semplicemente chiamato “Gerusalemme”

Nonostante il clamore, niente di tutto ciò è realmente innovativo. L’”accordo del secolo” promette di essere un rimaneggiamento di precedenti proposte americane che erano al servizio di necessità ed interessi israeliani. Considerazioni del genero di Trump, Jared Kushner, in un’intervista con il giornale palestinese “Al-Quds”, confermano questa opinione. Ha sostenuto che il popolo palestinese è “meno interessato ai punti affrontati nelle discussioni politiche di quanto lo sia a cercare il modo in cui un accordo darà a loro e alle loro future generazioni nuove opportunità, più lavoro e meglio pagato.”

Dove lo abbiamo già sentito dire? Ah, sì, la cosiddetta “pace economica” di Netanyahu, che ha spacciato per oltre un decennio. Certamente l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha dimostrato che la sua volontà politica è una merce che può essere comprata e venduta, ma aspettarsi che il popolo palestinese faccia altrettanto è un’illusione senza precedenti storici.

Al contrario, l’ANP è diventata un ostacolo per la libertà palestinese. Un recente sondaggio realizzato dal “Centro Palestinese per la Politica e la Ricerca” ha indicato che la maggioranza dei palestinesi attribuisce prevalentemente la colpa a Israele e all’ANP per l’assedio di Gaza, e che per lo più pensa che l’ANP sia “diventata un peso per il popolo palestinese.”

Non è affatto sorprendente che a marzo 2018 il 68% di tutti i palestinesi volesse che il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas desse le dimissioni.

Mentre a Israele va attribuita la maggior parte della colpa per la sua pluridecennale occupazione militare, le successive guerre e gli assedi letali, anche gli USA sono responsabili di appoggiare e finanziare l’impresa israeliana di colonizzazione. Tuttavia l’ANP non più giocare il ruolo della vittima indifesa.

Ciò che rende l’”accordo del secolo” particolarmente pericoloso è il fatto che non ci si può fidare dell’ANP. Ha giocato così bene e così a lungo il suo ruolo, assegnatogli da Israele e dagli USA. La politica dell’ANP è servita come braccio locale nella sottomissione dei palestinesi, ostacolandone le proteste e garantendo il fallimento di qualunque iniziativa politica che non ruotasse intorno alla glorificazione di Abbas e dei suoi scagnozzi.

Non è certo un buon risultato quando la maggior parte della politica estera dell’ANP negli ultimi anni si è occupata di garantire il totale isolamento economico e politico dell’impoverita Gaza, invece di unificare il popolo palestinese attorno a una lotta collettiva per porre fine alla terribile occupazione israeliana.

Che i funzionari dell’ANP condannino l’”accordo del secolo” come una violazione dei diritti dei palestinesi, mentre loro per primi hanno fatto poco per rispettare questi diritti, è una concreta definizione di ipocrisia. Non c’è da stupirsi che Kushner pensi che gli USA possano semplicemente comprare i palestinesi con i soldi in un “(tipo di) accordo da cambia le tue fiches, rischia tutto, prendere o lasciare”, come ha detto Robert Fisk [famoso giornalista inglese contrario alle politiche israeliane, ndtr.]

Cosa può fare ora l’ANP? È intrappolata nella sua stessa imprudenza. Da una parte, lo sponsor finanziario dell’ANP a Washington ha chiuso il rubinetto dei soldi, mentre dall’altra il popolo palestinese ha perso l’ultima briciola di rispetto verso la sua cosiddetta “dirigenza”.

L’”accordo del secolo” di Trump potrebbe inavvertitamente rimescolare le carte portando a un’“indispensabile resa dei conti per tutte le altre parti coinvolte,” ha sostenuto Anders Persson [ricercatore ed editorialista danese, ndtr.]. Una opzione a disposizione del popolo palestinese è l’espansione del modello delle mobilitazioni popolari che si è evidenziato presso la barriera tra Gaza e Israele per molte settimane.

Gli effetti negativi di USA-ANP e l’imminente disgregazione dello status quo potrebbe essere l’opportunità di cui il popolo palestinese ha bisogno per scatenare la propria forza attraverso una mobilitazione di massa e una resistenza popolare in patria, accompagnata da un ruolo attivo delle comunità palestinesi nella diaspora.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La Palestina non è occupata, è colonizzata.

Ramzy Baroud

5 giugno 2018, Middle East Monitor

Il 5 giugno 2018 ricorre il 51° anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza.

Ma, a differenza della mobilitazione popolare di massa che ha preceduto l’anniversario della Nakba – la catastrofica distruzione della Palestina nel 1948 – il 15 maggio, è difficile che l’anniversario dell’occupazione generi una tale mobilitazione.

Il prevedibile fallimento del ‘processo di pace’ e l’inevitabile fine della ‘soluzione dei due Stati’ hanno spostato l’attenzione dal porre fine all’occupazione in sé al problema più ampio, e complessivo, del colonialismo israeliano in Palestina.

Le mobilitazioni dal basso a Gaza e in Cisgiordania, nonché tra le comunità beduine nel deserto del Negev, stanno di nuovo facendo crescere le aspirazioni nazionali nel popolo palestinese. Aspirazioni che per decenni, a causa della visione limitata della leadership palestinese, sono state confinate a Gaza e Cisgiordania.

In un certo senso, l’‘occupazione israeliana’ non è più un’occupazione secondo gli standard e le definizioni internazionali. È una semplice fase della colonizzazione sionista della Palestina storica, un processo che è iniziato più di 100 anni fa e continua ancora oggi.

Secondo il sito del Comitato della Croce Rossa Internazionale, “la legislazione sull’occupazione è innanzitutto motivata da considerazioni di tipo umanitario; sono esclusivamente la situazione sul campo a determinarne l’applicazione”.

È per motivi pratici che spesso utilizziamo il termine ‘occupazione’ in riferimento alla colonizzazione israeliana del territorio palestinese occupato dopo il 5 giugno 1967. Il termine consente l’enfasi costante sulle norme umanitarie che dovrebbero regolare il comportamento di Israele come potenza occupante.

Tuttavia, Israele ha già violato, e per diverse volte, la maggior parte delle condizioni di ciò che, da una prospettiva di diritto internazionale, viene considerata ‘occupazione’, come formulato nella Convenzione dell’Aia del 1907 (artt. 42-56) e nella Quarta Convenzione di Ginevra del 1949.

Secondo tali definizioni, con ‘occupazione’ si intende una fase provvisoria, una situazione temporanea che dovrebbe terminare con l’applicazione del diritto internazionale in relazione a quella particolare situazione.

Occupazione militare’ non vuol dire sovranità dell’occupante sull’occupato; non può comprendere il trasferimento di cittadini dai territori della potenza occupante verso le terre occupate; non può includere la pulizia etnica, la distruzione delle proprietà, le punizioni collettive e le annessioni.

Spesso si sostiene che Israele è un occupante che ha violato le regole dell’occupazione come stabilite dal diritto internazionale.

Sarebbe stato questo il caso un anno, due o cinque dopo che è avvenuta l’occupazione iniziale, ma non dopo 51 anni. Da allora, l’occupazione si è trasformata in una colonizzazione a lungo termine.

Una dimostrazione evidente è l’annessione, da parte di Israele, di territori occupati, comprese le Alture del Golan siriano e la palestinese Gerusalemme Est nel 1981. Tale decisione non ha rispettato in alcun modo le leggi internazionali, il diritto umanitario o qualsiasi altra normativa.

I politici israeliani hanno, per anni, discusso pubblicamente dell’annessione della Cisgiordania, soprattutto di aree popolate da insediamenti ebraici illegali, costruiti in violazione del diritto internazionale.

Le centinaia di insediamenti che Israele ha costruito in Cisgiordania e a Gerusalemme Est non sono considerati strutture temporanee.

La divisione della Cisgiordania in tre zone – area A, B e C [in base agli accordi di Oslo e a seconda dell’attribuzione all’ANP o a Israele del controllo amministrativo e militare, ndt.] – ognuna regolamentata secondo diversi dettami politici e norme militari, non ha precedenti nel diritto internazionale.

Israele sostiene, contrariamente al diritto internazionale, di non essere più potenza occupante a Gaza; tuttavia, sulla Striscia è imposto, da oltre 11 anni, un assedio israeliano terrestre, marittimo e aereo. Tra un susseguirsi di guerre israeliane che hanno ucciso migliaia [di palestinesi, ndt] e un blocco ermetico che ha spinto la popolazione palestinese sull’orlo della carestia, Gaza sopravvive in isolamento.

Gaza è ‘territorio occupato’ solo di nome, senza che nessuna delle leggi umanitarie venga applicata. Solo nelle ultime 10 settimane, sono stati uccisi oltre 120 manifestanti disarmati, giornalisti e medici e 13.000 sono stati feriti, eppure la comunità e il diritto internazionale restano inerti, non in grado di far fronte o sfidare i leader israeliani o di sconfiggere i veti americani ugualmente spietati.

I Territori Palestinesi Occupati hanno passato, già da molto, il confine tra l’essere occupati e l’essere colonizzati. Ma ci sono dei motivi per i quali noi restiamo prigionieri delle vecchie definizioni, il principale dei quali è l’egemonia americana nei discorsi legali e politici sulla Palestina.

Uno dei più importanti risultati giuridici e politici della guerra israeliana del giugno del 1967 contro molti Paesi arabi – guerra condotta con il pieno supporto degli USA – è la ridefinizione della terminologia giuridica e politica sulla Palestina.

Prima di quella guerra, il dibattito era per lo più dominato da questioni urgenti come il ‘diritto al ritorno’ dei rifugiati palestinesi, che dovevano poter tornare alle loro case e proprietà nella Palestina storica.

La Guerra dei sei giorni ha spostato completamente gli equilibri di potere, e ha consolidato il ruolo dell’America come principale sostenitore di Israele sulla scena internazionale.

Vennero approvate numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU per delegittimare l’occupazione israeliana: le risoluzioni n. 242, 338 e quella di cui si parla meno, ma ugualmente significativa, la n.497.

La Risoluzione 242 del 1967 chiedeva “il ritiro delle forze armate israeliane” dai territori da esse occupati nella Guerra dei sei giorni. La Risoluzione 338, che seguì alla guerra del 1973, accentuò e rese più chiara quella richiesta. La Risoluzione 497 del 1981 fu la risposta all’annessione israeliana delle Alture del Golan. Rese tale iniziativa ‘nulla, come non avvenuta e priva di effetti sul piano legale e internazionale’.

Lo stesso dicasi per l’annessione di Gerusalemme e per ogni altro insediamento coloniale o tentativo israeliano volto a cambiare lo status legale della Cisgiordania.

Ma Israele agisce secondo uno schema mentale totalmente differente.

Considerando che oggi ci sono tra i 600.000 e i 750.000 ebrei israeliani che vivono nei ‘Territori Occupati’, e che la più grande colonia, quella di Modi’in Illit [a nord di Gerusalemme, ndt.], ospita oltre 64.000 ebrei israeliani, bisognerebbe chiedersi che tipo di progetto di occupazione militare stia mai implementando Israele.

Israele è un progetto coloniale di insediamento, iniziato quando il movimento sionista aspirava a costruire una patria esclusiva per gli ebrei in Palestina, a spese degli abitanti nativi di quella terra alla fine del XIX° secolo.

Da allora non è cambiato niente. Solo la facciata, le definizioni legali e il discorso politico. La verità è che i palestinesi continuano a soffrire le conseguenze del colonialismo sionista e continueranno a portare questo fardello finché quel peccato originale non sarà coraggiosamente affrontato e rimediato con la giustizia.

Il punto di vista espresso in questo articolo appartiene all’autore e non riflette necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Elena Bellini)

 




Israele ha segnato uno “spettacolare autogol” con un’umiliante sconfitta ad opera del BDS

Middle East Monitor

7 giugno 2018

Politici israeliani si stanno incolpando a vicenda per l’imbarazzante sconfitta di martedì che ha visto l’Argentina annullare il proprio incontro di calcio con Israele. Secondo il “Times of Israel” [giornale israeliano on line indipendente, ndt.], nel contesto della sconfitta, il primo ministro Benjamin Netanyahu e la sua solitamente fedele ministra della Cultura e dello Sport Miri Regev si sono reciprocamente incolpati della decisione di tenere la partita a Gerusalemme, la mossa che si pensa abbia contribuito alla decisione dell’Argentina.

Mentre Regev e Netanyahu hanno seguito il solito copione e attribuito l’annullamento da parte dell’Argentina al terrorismo palestinese, in Israele le accuse sono reciproche. In particolare Regev sta ricevendo tutte le colpe per quello che gli stessi partiti dell’opposizione al governo israeliano hanno descritto come un evidente tentativo da parte della ministra dello Sport di politicizzare l’incontro spostandolo a Gerusalemme.

Parlando ieri, sia Netanyahu che Regev hanno negato che il luogo della partita abbia a che vedere con l’annullamento, ma ognuno di loro dice anche che l’altro è stato responsabile per il cambiamento di sede. Netanyahu, che si trova a Londra, ha detto che è stata Regev a decidere di spostare la partita a Gerusalemme. “Io non ho sollecitato o chiesto che la partita fosse spostata a Gerusalemme. Non so niente dei tentativi che sono stati fatti”, ha detto Netanyahu.

In contemporanea con la conferenza stampa nel Regno Unito e apparentemente all’oscuro delle dichiarazioni del primo ministro, Regev ha dato una versione molto diversa degli avvenimenti. Durante un’intervista con un giornale israeliano ha detto: “È stato il primo ministro a mandare una lettera al (presidente argentino Mauricio) Macri quattro mesi fa chiedendo che venissero a giocare a Gerusalemme.”

In precedenza alla Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] c’era stata un’infuocata discussione sulla figuraccia nazionale. Ad alcuni parlamentari è stato detto che Regev avrebbe accettato di pagare agli organizzatori 730.000 dollari per spostare l’incontro da Haifa a Gerusalemme a condizione che alla ministra venisse attribuito un “ruolo attivo” nell’evento, compresa una stretta di mano con Messi in campo e una conferenza stampa.

Politici dell’opposizione hanno accusato Netanyahu e Regev di aver politicizzato la partita insistendo perché avesse luogo a Gerusalemme. Secondo il “Times of Israel” Isaac Herzog, capo dell’opposizione, in un comunicato ha affermato che Israele ha segnato uno “spettacolare autogol” a favore del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) [contro Israele, ndt.], contestando affermazioni secondo cui la posizione internazionale di Israele sta migliorando e descrivendo la decisione dell’Argentina come “un fallimento simbolico di un governo che sta nascondendo la testa nella sabbia”.

La deputata dell’”Unione Sionista” [coalizione di centro, all’opposizione, ndt.] Tzipi Livni ha detto che l’annullamento è stato il prodotto dell’“insistenza di Regev e Netanyahu di trasformare la partita da una manifestazione sportiva in una manifestazione di politica personale.” Regev, che pare sia stata estremamente amareggiata dall’umiliazione, ha fatto una scenata e ha chiesto che la competizione canora “ Eurovisione” del prossimo anno [che si terrà in Israele, in quanto Paese che ha vinto quest’anno, ndt.] si tenga a Gerusalemme, che pare essere un altro tentativo da parte dell’esponente politica israeliana di trasformare un evento culturale in una presa di posizione politica.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Droni e disaffezione nella causa palestinese

Ramona Wadi

14 marzo 2018,Middle East Monitor

Sui media israeliani sono comparse immagini di droni che lo scorso venerdì hanno fatto cadere candelotti lacrimogeni su manifestanti palestinesi nei pressi del confine a sud di Gaza. Il “Times of Israel” [giornale israeliano on line che si pretende “apolitico”, ndt.] e “Haaretz” hanno entrambi informato, con racconti leggermente diversi, del fatto che la protesta è stata presa di mira.

Il primo ha raccontato che un portavoce dell’esercito israeliano (IDF) ha negato responsabilità per l’operazione con il drone, affermando che era stata la polizia di frontiera israeliana. Invece Haaretz ha attribuito l’uso del drone all’IDF, riportando fonti militari che hanno affermato: “Questo metodo di controllo della folla è al momento sperimentale e non è ancora stato reso operativo.”

Da queste informazioni si possono ricavare due importanti conclusioni. C’è una chiara ammissione che Israele sperimenta nuovi armamenti sulla popolazione palestinese di Gaza. Inoltre, che Israele sta continuamente cercando sistemi per evitare di essere considerato responsabile rendendo normale la propria violenza contro civili palestinesi. Utilizzare droni per lanciare gas lacrimogeno durante proteste legittime evita la necessità della presenza di militari sul posto. Ciò consentirà ad Israele di intensificare anche la propria narrazione sulla sicurezza, giustificando l’uso dei droni – finora sperimentale – per evitare vittime tra le truppe dell’IDF.

Essendo questa ancora una nuova forma di oppressione in nome della sicurezza, questo sviluppo consentirà inoltre a Israele di aggiungere un’ulteriore forma di violenza su cui la comunità internazionale chiuderà un occhio. L’assenza di uno scontro aperto ha molte conseguenze sui civili palestinesi. Israele non si sta astenendo dal prendere di mira i palestinesi, sta semplicemente affinando i propri metodi per farlo e lo sta sommando al disequilibrio di un’entità coloniale con potere militare preponderante che viola i diritti di una popolazione colonizzata che non ha l’opportunità di avvalersi del proprio diritto all’autodeterminazione.

Con l’uso dei droni Israele sta occultando agli occhi del mondo la sua violenza più visibile, come esemplificata dall’[intervento dell’] esercito. I media più importanti saranno in grado di sfruttare la falsa narrazione diffusa ovunque della resistenza palestinese come “terrorismo”. L’ONU e altre istituzioni internazionali faranno altrettanto, seppure all’inizio con una strategia più velata. Nel momento in cui il colonizzatore elimina dall’equazione la parte più violenta e visibile del colonialismo, la narrazione israeliana sul “terrorismo” diventa più accettabile per la comunità internazionale. In fin dei conti non sta stabilendo un precedente in termini di uso dei droni, ma estendendo la giustificazione per un simile uso, attraverso la sua stessa narrazione, proteggendo il proprio personale militare dal giudizio riguardo a palestinesi uccisi o feriti.

Israele può essere certo che il suo utilizzo dei droni per colpire i manifestanti palestinesi non metterà in allarme la comunità internazionale. In fin dei conti ha commesso azioni peggiori contro i civili palestinesi di Gaza. Mentre la guerra con i droni diventa un’opzione ideale, il mondo è diventato così insensibile alle vittime palestinesi che non solo non ha compassione per i civili, ma è anche incapace di sdegno nei confronti dei responsabili.

Per i palestinesi non si tratta solo di massacri. La più recente sperimentazione da parte di Israele non si limita alle ferite visibili, sta anche cercando l’approvazione internazionale per i suoi metodi. Una minore attenzione alla resistenza di Gaza è fondamentale per i progetti israeliani di imporre l’oblio sull’enclave. Aggiungere un’ulteriore forma di violenza alla lista delle misure già messe in atto non farà arrabbiare la comunità internazionale, ma fornirà semplicemente più materiale per statistiche e rapporti. Nel frattempo Gaza rimane imprigionata nella sua implosione, la sua voce viene eliminata da fonti ufficiali palestinesi o estere che diffondono la narrazione israeliana, mentre sostengono di parlare a favore di una popolazione civile imprigionata.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Israele sta armando sette gruppi ribelli in Siria

Asa Winstanley,

28 Febbraio, 2018 ,Middle East Monitor

L’occupazione israeliana illegale delle Alture del Golan dura ormai da 50 anni. Questo ricco territorio, parte della Siria meridionale, è stato conquistato dalle forze di occupazione israeliane nella guerra del 1967.

La maggioranza della popolazione siriana sul territorio è stata espulsa o è dovuta fuggire per salvarsi. Israele ha demolito le loro case, i loro edifici, e interi villaggi nel Golan per costruire al loro posto colonie israeliane.

Nel 1981, sfidando le Nazioni Unite e violando il diritto internazionale, Israele ha annesso le Alture del Golan. La mossa – non riconosciuta nemmeno dagli alleati di Israele – era intesa a consolidare il controllo de facto di Israele sul territorio siriano occupato, attribuendogli una patina di auto-riconoscimento legale. In aggiunta a questo , Israele ha usato, negli ultimi anni, la lunga e sanguinosa guerra in Siria come copertura per espandere il proprio controllo nel Golan, molto a sud del territorio ancora del suo vicino sovrano; vuole il piu’ ampio controllo possibile.

Come ho scitto qui l’estate scorsa, Israele sta ora consolidando una buffer zone [zona cuscinetto ndt] nel sud della Siria, estendendola a partire dal Golan. Lavorando nel sud con rappresentanti locali, Israele sta costruendo ciò che le sue organizzazioni di copertura sostengono essere una “zona sicura”.

Quell’estate abbiamo scoperto che Israele stava dando supporto ad un gruppo ribelle sul confine tra il Golan e il resto della Siria per una somma di decine di migliaia di dollari. Negli anni precedenti, Israele aveva sostenuto economicamente gruppi legati ad Al-Qaeda nel sud della Siria. Questo sostegno consisteva nel provvedere le cure ai combattenti feriti in ospedali israeliani al di là del confine, per poi rimandarli indietro in Siria a combattere il regime.

Le notizie piu recenti sono che l’armamento delle forze delegate da Israele in Siria stia crescendo rapidamente. Un’inchiesta del giornale di Tel Aviv Haaretz la scorsa settimana sostiene che Israele stia armando ora “almeno” sette gruppi ribelli nel Golan, che “stanno ricevendo armi e munizioni da Israele, assieme a denaro per comprare ulteriori armi”.

Tutti I gruppi in questione riportano un recente aumento degli aiuti israeliani. Questo in conseguenza del fatto che molti Stati, inclusi la Giordania e gli Stati Uniti, stanno diminuendo la portata delle loro operazioni militari in Siria.

Come ha riportato Haaretz, “A gennario, l’amministrazione Trump ha chiuso la base operativa che la CIA gestiva ad Amman, la capitale giordana, e che coordinava gli aiuti alle organizzazioni ribelli nel sud della Siria. Come risultato, decine di migliaia di ribelli che ricevevano un regolare supporto economico dagli USA sono stati privati di questo supporto.”

Lo scopo di Israele qui sembra essere doppio. Il primo è di tenere le forze armate di Iran e Hezbollah – alleati del regime siriano – lontane dalla linea di confine del Golan. Il modo più rapido per farlo è di fare in modo che ci sia una forza di opposizione reale in quell’area.

In secondo luogo, il programma israeliano di proliferazione delle armi è inteso a promuovere il suo ufficiale obiettivo strategico nella regione; “lasciare che entrambe le parti si massacrino” in modo da prolungare la guerra il piu’ a lungo possibile. Indebolire la Siria e i suoi alleati, [qui tutti dicono] l’Hezbollah libanese e l’Iran, è un obiettivo importante per Israele e la superpotenza che lo sostiene, gli USA. Ancora piu importante è l’obiettivo di far sì che la guerra continui. Tutto ciò in aggiunta allo scopo generale israeliano di controllare il piu’ ampio territorio che può accaparrarsi e mantenere. La buffer zone che Israele sta tentando segretamente di ampliare fino a 40 chilometri dentro la Siria si sta realizzando attraverso gruppi di facciata che si presentano apparentemente come organizazzioni “non-governative” per gli aiuti, come anche pagando i salari dei combattenti ribelli e mandando finanziamenti per comprare armi.

Questi pretesi gruppi di “società civile per gli aiuti” sostenuti da Israele nel sud della Siria – che estendono l’occupazione nel Golan – sono una facciata. In realtà, essi costituiscono un modo per estendere il controllo mediato di Israele nella regione.

Tutto questo è molto in linea con gli schemi di Israele in Libano. Tra il 1982 e il 2000, Israele ha illegalmente occupato il sud del Libano. Dopo l’invasione del 1982 – che raggiunse persino Beirut – Israele si ritirò ad una “buffer zone” nel sud del Libano. Invece di occupare la zona con soldati israeliani, molto del lavoro è stato gestito delegandolo a forze libanesi. Questi gruppi-burattino armati oppressero la popolazione per conto di Israele. Questo condusse presto alla resistenza armata contro l’occupazione israeliana, e fu in queste circostanze che nacque Hezbollah.

Israele occupò illegalmente il sud del Libano fino al 2000, quando la resistenza guidata da Hezbollah spinse fuori (dal territorio) il principale rappresentante israeliano, il cosiddetto Esercito Libanese del Sud. Oggi, Israele sta tentando di istituire quello che è, in tutto fuorché nel nome, un “Esercito Siriano del Sud”. Se possa riuscirci è opinabile, ma, come dimostra la storia del Libano, anche se dovesse farlo è improbabile che Israele riesca a mantenere il controllo a lungo.

(Traduzione di Tamara Taher)




Una controversa definizione di antisemitismo incontra resistenze riguardo a preoccupazioni per la libertà di parola

Ben White

22 febbraio 2018, Middle East Monitor

In Gran Bretagna gruppi filoisraeliani stanno incontrando resistenze ai loro tentativi di utilizzare una controversa definizione di antisemitismo per zittire l’attivismo in solidarietà con la Palestina. Università e autorità locali hanno dato ascolto alle preoccupazioni riguardanti la libertà di parola, un incoraggiamento per gli attivisti per i diritti della Palestina che attualmente stanno tenendo, o si stanno preparando a tenere, iniziative per la “Israeli Apartheid Week [Settimana dell’apartheid israeliana, ndt.] (IAW) nelle università di tutto il Paese.

Nel dicembre 2016 il governo britannico ha annunciato di aver “adottato” la definizione di antisemitismo accolta all’inizio di quell’anno dall’“International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, ndt.] (IHRA). Descritta come “straordinariamente imprecisa” da David Feldman, direttore del “Pears Institute for the Study of Anti-Semitism” [Istituto Pears per lo Studio dell’Antisemitismo, ndt.], la definizione è promossa dall’IHRA ed è accompagnata da un elenco di 11 esempi su come oggi si possa manifestare l’antisemitismo, che comprendono critiche a Israele.

Fin da quando il governo di Theresa May ha dato il suo (non legale, non vincolante) appoggio, in Gran Bretagna un certo numero di gruppi ha dedicato tempo e risorse considerevoli per cercare di ottenere appoggio alla definizione da parte di consigli comunali e istituzioni dell’educazione superiore, tra gli altri. Tuttavia quasi subito c’è stato un rifiuto da parte di chi ha visto nella definizione e nel modo in cui è stata utilizzata, consistenti pericoli per la libertà di parola e per l’attivismo politico legittimo.

Nel marzo 2017 la direttrice della “London’s School of Oriental and African Studies” [Scuola di Studi Orientali ed Africani di Londra, ndt.] (SOAS), Valerie Amos, ha detto alla BBC che la sua università non intende adottare questa definizione. “Ho consultato su questo il nostro ‘Centro di Studi Ebraici’,” ha spiegato, “che ha fondamentalmente detto che questa definizione è discutibile.”

Quello stesso mese l’avvocato dei diritti umani Hugh Tomlinson, patrocinante della Corona [corrispettivo inglese dell’avvocato di cassazione in Italia, ndt.], ha pubblicato un parere legale che evidenzia “gravi errori” nella definizione e nelle linee guida allegate.

Nel maggio 2017 il sindacato dell’università e dei college – che rappresenta 110.000 professori e altri membri del personale – ha approvato a stragrande maggioranza una mozione che respinge l’uso della definizione dell’IHRA e che evidenzia “tentativi ispirati dal governo di mettere al bando iniziative di solidarietà con la Palestina “ come l’”Israel Apartheid Week”.

Ora anche la “London School of Economics” [Scuola di Economia di Londra, ndt., una delle più prestigiose istituzioni accademiche inglesi, ndt.] (LSE) si è unita a quanti, pur accettando la definizione di antisemitismo di 38 parole formulata dall’IHRA, hanno esplicitamente respinto l’elenco di esempi suggeriti, che include critiche a Israele. “La Scuola intende chiarire che criticare il governo di Israele, senza ulteriori prove che suggeriscano intenzioni antisemite, non è antisemitismo,” ha scritto un dirigente della LSE in una lettera lo scorso mese. “La Scuola non accetta neppure che tutti gli esempi che l’IHRA elenca come esemplificazioni di antisemitismo ricadano nella definizione di antisemitismo, a meno che non ci siano ulteriori prove per suggerire intenzioni antisemite.” L’autenticità della lettera, pubblicata su un sito filoisraeliano, mi è stata confermata da un dirigente della LSE.

Frattanto “Università del Regno Unito”, l’influente organizzazione rappresentativa delle università, ha resistito ai tentativi da parte di gruppi filoisraeliani perché manifestasse il proprio appoggio alla definizione dell’IHRA. Secondo un portavoce, che ha parlato con me all’inizio del mese, “Università del Regno Unito” non ha una posizione in merito.

In una richiesta a una commissione parlamentare d’inchiesta in corso sulla libertà di parola nelle università, il “Comitato dei Deputati degli Ebrei Britannici” ha detto ai parlamentari che le università dovrebbero “adottare la definizione dell’IHRA per consentire loro di esprimere giudizi meditati su cosa sia o non sia considerato antisemitismo.” Il Comitato ha riconosciuto: “Tuttavia c’è una preoccupante resistenza da parte delle università ad adottarla e la libertà di parola viene addotta come la principale ragione della loro riluttanza.”

Questa riluttanza è ben fondata. Lo scorso anno, un evento dell’IAW all’università del Lancashire Centrale è stato annullato dai dirigenti dell’università sulla base del fatto che avrebbe trasgredito la definizione dell’IHRA (e in seguito a pressioni da parte di gruppi filoisraeliani). Questa settimana la “Campagna contro l’Antisemitismo” ha affermato di augurarsi che ci siano “successi simili” nell’ottenere che iniziative dell’IAW organizzate dagli studenti quest’anno vengano annullate. Anche l’”Alleanza Israele-Gran Bretagna – un progetto della Federazione Sionista – sta fondando sulla definizione dell’IHRA i propri “sforzi per bloccare…eventi (dell’IAW)”.

Frattanto l’onorevole conservatore Matthew Offord martedì ha detto in parlamento che “le parole “settimana dell’apartheid israeliano” sono palesemente antisemite,” in base alla definizione dell’IHRA. Quindi, ha sostenuto, i ministri dovrebbero prendere in considerazione il fatto di “portare avanti le leggi necessarie per impedire (iniziative dell’IAW).”

Anche a Bruxelles gli effetti agghiaccianti della definizione dell’IHRA, così come viene utilizzata dai gruppi filoisraeliani, sono già stati dimostrati nei tentativi per far annullare un evento del parlamento europeo che ospita il difensore palestinese dei diritti umani Omar Barghouti. In una lettera al presidente del parlamento europeo Antonio Tajani i gruppi filoisraeliani sostengono che Barghouti e il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), di cui è co-fondatore, sono colpevoli rispettivamente di affermazioni e di obiettivi “antisemiti” “in base alla (definizione dell’IHRA).”

Tuttavia, mentre i sostenitori di Israele vedono chiaramente la definizione dell’IHRA come un mezzo per l’eliminazione dell’attivismo in solidarietà con la Palestina e delle voci palestinesi, c’è una discussione interessante, ed una mancanza di chiarezza, riguardo a in cosa consista esattamente la definizione. La “definizione di antisemitismo non vincolante dal punto di vista legale” dell’IHRA è pubblicata in rete all’interno di un riquadro nero chiaramente evidenziato. È un testo di 38 parole, che dice quanto segue: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio nei confronti degli ebrei: manifestazioni verbali e fisiche di antisemitismo sono dirette verso individui ebrei e non ebrei e/o loro proprietà, verso istituzioni e strutture religiose della comunità ebraica.” Lo stesso testo è comparso, anch’esso in un riquadro nero a parte, nel maggio 2016 su un comunicato stampa dell’IHRA che annunciava l’adozione della definizione.

Queste 38 parole sono poi seguite da un testo più lungo, che include l’elenco degli esempi di come si può manifestare l’antisemitismo contemporaneo; questa è la parte in cui è inclusa, in modo discutibile, la critica contro Israele. Tuttavia questi esempi sono effettivamente parte della definizione stessa?

Secondo l’ufficio permanente dell’IHRA a Berlino la risposta è no. In un messaggio mail datato 12 settembre 2017 un rappresentante dell’IHRA ha confermato che la definizione consiste solo nel “testo nel riquadro”, mentre gli esempi intendono “servire come illustrazione” di come “possa manifestarsi” l’antisemitismo.

Sembra che questa conferma sia stata un passo falso o, quanto meno, non è stata ripetuta. Mi sono rivolto all’ufficio permanente dell’IHRA a questo proposito e, stranamente, mi è risultato impossibile, sia con email che al telefono, avere una chiara conferma su cosa sia effettivamente la definizione. In una conversazione di cinque minuti all’inizio di questo mese un funzionario dell’IHRA ha ribattuto alla mia richiesta di chiarire se la definizione consista solo nel testo di 38 parole dicendo che io dovrei “fare riferimento all’informazione sul nostro sito”, o “semplicemente inserire un link sul sito dell’IHRA.” Quando ho fatto notare che certe istituzioni hanno accolto il testo di 38 parole, ma non l’elenco di esempi che lo accompagna, il funzionario ha riconosciuto che “dipende dalla discrezionalità delle istituzioni e delle autorità adottare qualunque cosa ritengano utile,” ma si è di nuovo rifiutato di rispondere alla semplice domanda.

Mentre l’IHRA è curiosamente reticente nel chiarire quello che costituisce la definizione, altri hanno già deciso: una dichiarazione che ho ricevuto dal portavoce della Commissione Europea fa una chiara distinzione tra la “definizione” da una parte e “gli esempi non esaustivi” dall’altra.

Alcune autorità locali in Gran Bretagna hanno allo stesso modo adottato solo il testo di 38 parole; recenti esempi includono il consiglio comunale di Manchester e il consiglio regionale del South Northamptonshire. Quando il consiglio comunale di Liverpool ha accolto solo la definizione di 38 parole, un attivista filoisraeliano si è infuriato – spingendo gli “Amici di Israele di Merseyside” ad affermare che i due testi sono, di fatto, “la definizione effettiva.”

La confusione – e l’ambiguità probabilmente intenzionale da parte dell’IHRA – su cosa costituisca la definizione, l’opposizione alla libertà di parola e il rozzo tentativo di censura da parte di quanti (falsamente) sostengono che la definizione “dimostra” che iniziative come l’IAW sono antisemite, sono tutti ben noti. È per questo che la storia della definizione dell’IHRA è ripresa nel resoconto del suo infausto predecessore, la proposta di definizione provvisoria dell’EUMC [Centro Europeo per il Monitoraggio del Razzismo e della Xenofobia, ndt.]. Alla fine è stata screditata ed abbandonata dopo che sostenitori di Israele l’hanno utilizzata – nelle parole di uno degli estensori della definizione – “con la delicatezza di un martello”.

Nonostante questi tentativi, l’attivismo in solidarietà con la Palestina e in particolare la campagna BDS sono cresciuti e si sono estesi in tutta Europa, compresa la Gran Bretagna, in rapporto diretto con le politiche di un governo israeliano che continua a colonizzare la Cisgiordania e a devastare la Striscia di Gaza.

Gli apologeti di Israele non smetteranno di ridefinire l’antisemitismo per prendere di mira la solidarietà con i palestinesi. Tuttavia è improbabile che soffochino un movimento contro l’apartheid che, in un’epoca segnata da Trump e dalla annessione israeliana, in tutto il mondo troverà solo più adesioni sia dentro che fuori dai campus.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La difficile situazione dei lavoratori palestinesi in Israele

Senussi Bsaikri

Middle East Monitor 11 maggio 2014

L’economia palestinese è in stato di totale collasso con una tasso di disoccupazione in Cisgiordania del 31%. Ne consegue che il numero dei palestinesi che cerca lavoro in Israele è in aumento, nonostante le difficoltà da affrontare.

Su una cifra stimata di un milione di lavoratori palestinesi che vivono in Cisgiordania, solo un piccolo numero ha il permesso di lavorare legalmente in Israele. Nel 2009 non più di 23.000 palestinesi hanno avuto il permesso di lavoro. Tuttavia circa 40.000 palestinesi continuano a lavorare in Israele, quasi la metà illegalmente.

Ne consegue che la maggior parte di questi lavoratori sono sfruttati dai datori di lavoro consapevoli della loro condizione illegale, e qualche volta non vengono nemmeno pagati. Se si lamentano sono semplicemente consegnati alle autorità. I 25.000 palestinesi che si stima entrino illegalmente in Israele ogni anno vivono nella costante paura di essere catturati dalla polizia. Secondo Moshe Ben Shi, un portavoce della polizia israeliana di confine, vengono arrestati annualmente 15.000 lavoratori palestinesi illegali.

Condizioni difficili di vita e di lavoro

in un rapporto di Al Jazeera del novembre scorso (2013) un lavoratore palestinese di Tulkarem in Cisgiordania ha descritto i Territori Occupati come “una grande prigione, in cui mancano le condizioni fondamentali della vita”, da cui decine di migliaia di lavoratori palestinesi entrano in Israele senza permesso con un viaggio che richiede fino a 24 ore, anche se Tulkarem si trova in linea d’aria a solo pochi minuti da Israele. Un altro lavoratore ha riferito alla stessa fonte che rimanere in Cisgiordania era assimilabile a “una lenta morte” per cui egli e altri come lui “vanno verso l’ignoto(in Israele) senza un permesso di lavoro”. Un terzo uomo ha detto che “gli uomini non hanno paura della prigione, nè dell’oppressione dell’occupazione”, quello di cui hanno paura più di qualsiasi altra cosa è di rimanere disoccupati.

Secondo il rapporto molti lavoratori vivono all’aria aperta senza la minima dotazione necessaria ai bisogni fondamentali della vita. Non vi sono nè utensili per cucinare nè acqua per lavarsi o per fare il bucato. Quando dormono appendono i loro vestiti ai rami degli alberi e si sdraiano a terra con le scarpe pronti a scappare se la pattuglia della polizia israeliana dovesse comparire

Non vediamo le nostre famiglie per mesi. Qualche volta ti dimentichi dei tratti del viso dei tuoi figli– che crescono mentre sei via… siamo umiliati e perseguitati… lavoriamo dall’alba al tramonto per dei salari molto bassi” ha detto un lavoratore. “Immagina” ha detto un altro, “ vivere così, un giorno dentro, uno fuori, o lavorare per qualcuno per molti giorni che poi lui rifiuta di pagarti e minaccia di denunciarti alla polizia”

Le decisioni politiche peggiorano le condizioni dei lavoratori palestinesi

Le autorità israeliane spesso prendono decisioni che hanno gravi ripercussioni sui lavoratori palestinesi in Israele. Per esempio, il fondo pensione israeliano non permette più di assicurare i lavoratori palestinesi, ed è stata stabilita una tassa annuale di 1.000 dollari per ogni lavoratore palestinese che lavora all’interno della Linea Verde ( la linea dell’armistizio del 1967).

Nel 2007 il governo israeliano ha deciso di sottoporre i lavoratori palestinesi alla legge giordana, ciò che ha avuto come conseguenza la perdita da parte di decine di lavoratori di quei pochi privilegi che possedevano, mentre i lavoratori israeliani nelle stesse condizioni hanno continuato a godere dei benefici della legge israeliana. Gli osservatori ritengono che queste decisioni costringeranno molti lavoratori a lasciare il loro lavoro non essendo in grado di pagare la tassa.

Nonostante una decisione della Suprema Corte costringa i datori di lavoro e il governo israeliano a garantire ai lavoratori palestinesi la previdenza e i diritti alla pensione in base ai contributi da loro versati, le autorità israeliane non hanno applicato la direttiva della Corte. Inoltre, è stato reso noto che un lavoratore medio palestinese versa il 17,5% del suo salario per quelle idennità, senza ricevere nulla in cambio. Da molti ciò è considerato un modo per il governo israeliano di incassare grandi somme di denaro extra senza un aumento della spesa, solamente privando i lavoratori palestinesi del loro diritti.

Questo è un indice del livello di discriminazione verso i palestinesi e viola tutta la normativa internazionale sul lavoro. Contravviene anche all’Accordo Economico di Parigi siglato da Israele e dall’OLP che non permette nessuna riduzione di salario e diritti senza il consenso delle due parti.

La politica di Israele nei confronti dei lavoratori palestinesi

Le autorità israeliane hanno indebolito [la forza contrattuale de] i lavoratori palestinesi, in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e in Israele. Non esiste alcun sindacato o movimento collettivo sindacale che si occupi dei diritti dei lavoratori.

È da notare che le politiche israeliane per l’occupazione hanno spinto i giovani palestinesi ad abbandonare la scuola e trovare lavoro presso le imprese israeliane. Sono stati offerti significativi incentivi finanziari che hanno indotto un gran numero di giovani ad abbandonare la scuola e l’istruzione superiore per andare a lavorare nelle fabbriche, nelle aziende agricole e nei cantieri edili.

Per molti osservatori ciò non è esente da pericoli, particolarmente dopo la prima intifada del 1987. L’emergere di una forza lavoro molto poco istruita avrà un grande effetto sulla struttura e natura della società palestinese. Tuttavia, le restrizioni israeliane sull’attività economica palestinese negli ultimi 60 anni di occupazione hanno reso debole il mercato del lavoro palestinese; ciò scoraggia i giovani in particolare a cercare migliori lavori attraverso l’istruzione. L’economia palestinese non è stata in grado di accogliere un gran numero di persone che cercavano lavoro

La dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese [ANP] non ha migliorato la situazione dei lavoratori. Al contrario le condizioni sono peggiorate. il numero di occupati nelle istituzioni dell’ANP ha raggiunto le 160.000 unità, una cifra che non rappresenta le reali necessità del settore. La copertura dei salari di questa enorme forza lavoro ha impedito all’ANP di assistere altri lavoratori con il sostegno di cui abbisognavano.

La politica di chiusura in tutti i Territori Occupati e l’assedio di Gaza hanno duramente colpito la popolazione palestinese e la possibilità di trovare un lavoro. Come parte della repressione dei palestinesi, il governo israeliano ha incoraggiato l’impiego di lavoro a basso costo di persone provenienti da altri Paesi, peggiorando una situazione già pessima per i palestinesi.

Provvedimenti restrittivi sono in vigore riguardo l’occupazione di lavoratori palestinesi nei territori controllati da Israele e comprendono le seguenti[condizioni]:

– Devono ottenere un certificato di sicurezza per poter lavorare

Devono possedere una carta d’dentità magnetica contenente tutti i dettagli personali del lavoratore

– Devono pagare una tassa fino a 500 dollari al mese sia che lavorino che no.

Tali misure restrittive significano che si è formato un mercato del lavoro nero, con i lavoratori palestinesi vittime di un aperto e palese sfruttamento

Attraversare le barriere di sicurezza è il peggiore ostacolo che persino i lavoratori legali devono affrontare. Ogni giorno,devono mettersi in coda per ore per passare e poi trovare un mezzo di trasporto sino al loro posto di lavoro. Le misure di sicurezza comprendono ispezioni fisiche e controlli magnetici simili a quelli in aeroporto. Una conseguenza grave sulla salute delle frequenti esposizioni alle radiazioni durante il controllo di sicurezza è l’alto tasso di tumori fra i palestinesi. In molte occasioni, ai lavoratori viene impedito l’ingresso in Israele senza che vengano date spiegazioni. Perciò molti scelgono di rimanere la notte sul posto di lavoro per evitare di passare ogni giorno la sicurezza. Naturalmente questo significa che per lunghi periodi sono separati dai loro familiari anche se in linea d’aria si trovano molto vicini.

Effetti psicologici e sociali

Vivendo fra speranza e disperazione, avendo sempre a che fare con enormi insicurezze e umiliazioni, molti lavoratori palestinesi soffrono di problemi psicologici

Molti risultano disturbati, arrabbiati e pieni di odio per quello che gli israeliani gli stanno imponendo. Simili difficoltà e intimidazioni finiscono col creare un essere umano complesso, incapace di dividere le responsabilità della famiglia, in particolare l’educazione dei figli.

Vittime di truffe

Secondo l’agenzia di notizie Ma’an, alcuni funzionari israeliani, compresi un agente della sicurezza, un dirigente dell’amministrazione e un impiegato del Ministero dell’interno israeliano, insieme ad altri 23 israeliani e 11 palestinesi, hanno costituito una banda criminale che ha truffato migliaia di lavoratori palestinesi negli ultimi tre anni. La banda introduce clandestinamente in Israele i palestinesi e facilita l’emissione e la vendita di falsi permessi di lavoro riscuotendo il 40% del guadagno dei lavoratori

L’inchiesta condotta da Ma’an dice che dopo due giorni che i lavoratori sono entrati in Israele con documenti falsi, i loro nomi vengono dati dalla banda alle autorità israeliane che revocano il permesso in base alla mancanza di lavoro. La cancellazione del permesso di lavoro comporta la perdita dei diritti, stimabili in milioni di shekel israeliani.

Conclusione

La maggior parte dei lavoratori palestinesi che lavorano in Israele hanno bisogno di un sostegno per combattere una sofferenza finanziaria , psicologica e di sfruttamento. Molti si sentono perduti, abbandonati e alienati dalla comunità nella quale vivono e hanno un disperato bisogno di aiuto per poter condurre una vita onesta senza perdere la dignità. La comunità internazionale ha il dovere di costringere il governo israeliano ad attenersi al diritto internazionale e agli accordi sul lavoro assicurando così che i lavoratori palestinesi non vengano discriminati.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Tra i ritardi dell’ANP e le minacce di Israele, Gaza sta andando verso l’ignoto

Motasem A Dalloul

4 gennaio 2018, Middle East Monitor

Le due principali fazioni palestinesi, Hamas e Fatah, sono responsabili delle divisioni interne ai palestinesi, ma il 12 ottobre dello scorso anno hanno firmato insieme un accordo di riconciliazione sponsorizzato dall’Egitto.

I palestinesi di Gaza hanno festeggiato l’accordo, che è stato presentato come la fine del decennale blocco da parte di Israele, dell’Autorità Palestinese e dell’Egitto.

Come gesto di buona volontà, Hamas ha sciolto il suo comitato amministrativo, che aveva sostituito il governo palestinese nella Striscia di Gaza guidato dal movimento. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) a Ramallah, dominata da Fatah, ha annunciato che avrebbe immediatamente assunto le proprie responsabilità a Gaza ed avrebbe tolto le misure punitive imposte contro l’enclave dal suo leader Mahmoud Abbas, che includevano tagli all’elettricità, congelamento dei salari nel settore pubblico e un’interruzione nell’invio di farmaci e nell’approvazione di richieste per cure mediche altrove.

Alcuni osservatori dubitavano che questo accordo avrebbe posto termine alla divisione tra palestinesi e all’assedio di Gaza; inoltre non si fidavano dell’Egitto come mediatore imparziale, in quanto la leadership del Cairo ha considerato per molto tempo Hamas come un nemico. Tuttavia, molti analisti politici hanno evitato di mettere in dubbio le intenzioni dell’ANP e dell’Egitto. Comunque, col passare del tempo quasi tutti gli esperti di questioni palestinesi si sono convinti che ciò che era avvenuto era parte di un gioco più grande. Alcuni si sono spinti ad affermare che ciò faceva parte dell’“accordo del secolo” di Trump.

Considerando la situazione nella Striscia di Gaza tre mesi dopo, l’unica cosa certa è che l’accordo è stato una bolla di sapone. Non è esagerato dire che il territorio è sull’orlo del collasso; anzi, ha iniziato a collassare. Il settore sanitario, quello del welfare, l’economia, l’educazione e gli altri ambiti del sistema di governo stanno per annunciare di non essere in grado di fornire quotidianamente i servizi alla popolazione di Gaza, mentre gli scioperi di protesta iniziano a farsi sentire.

Migliaia di dipendenti pubblici a Gaza non hanno ricevuto salari per mesi; migliaia di famiglie povere non hanno sussidi sociali a cui ricorrere; migliaia di famiglie di lavoratori non hanno denaro perché più dell’80% delle attività commerciali e del 90% delle fabbriche a Gaza hanno già bloccato la produzione. Secondo l’analista economico Mohamed Abu Jayyab, una causa della recessione economica è che l’ANP sta ancora riscuotendo le tasse, ma solo per trasferire il denaro fuori da Gaza.

Martedì il portavoce del ministero della salute palestinese a Gaza, Ashraf Al-Qiddra, ha comunicato il rinvio di migliaia di appuntamenti per interventi chirurgici, avvertendo che potrebbero essere cancellati se Israele non toglierà le sanzioni sui farmaci, le attrezzature mediche e i ricambi per macchinari indispensabili. L’ANP, ha aggiunto, deve inviare urgentemente materiale sanitario ed i farmaci necessari agli ospedali e ai centri sanitari di Gaza. “Nel magazzino centrale i livelli di scorte di molti articoli nell’elenco dei farmaci essenziali sono a zero”, ha avvertito.

Nel frattempo il dilazionamento da parte dell’ANP del pagamento dei salari dei dipendenti pubblici assunti da Hamas dopo la sua vittoria nelle elezioni del 2006, che in base all’accordo di riconciliazione avrebbero dovuto essere pagati da novembre, così come l’esitazione della stessa ANP nel togliere le sanzioni a Gaza, suggeriscono che Ramallah non pensa seriamente a porre fine alle sofferenze dei cittadini palestinesi nell’enclave. “Anche i dipendenti dell’ANP a Gaza, che sono pesantemente indebitati con le banche ed hanno perso un terzo dei loro salari, sono oggi classificati tra i poveri”, ha spiegato Abu Jayyab.

L’ANP ha deciso di aumentare il prezzo del carburante che entra nella Striscia di Gaza dall’Egitto, per incamerare più tasse per le sue casse in Cisgiordania. Intanto il primo ministro dell’ANP Rami Hamdallah ha sostenuto che l’Autorità ha pagato 16 miliardi di dollari a Gaza mentre, in realtà, ha pagato la metà di tale cifra ed ha riscosso 9,6 miliardi di dollari in tasse nel periodo dell’assedio. Non sembra essere un governo ansioso di adempiere alle proprie responsabilità ed impegni nei confronti degli abitanti di Gaza.

L’ANP dovrebbe aver assunto la piena responsabilità della guida di tutti i ministeri a Gaza, il cui controllo è stato ceduto da Hamas al momento della firma dell’accordo, ma non è accaduto nient’altro se non che i ministri ed i capi di dipartimento hanno visitato gli uffici per un servizio fotografico e poi se ne sono andati. Non sono state pagate da Ramallah neanche le spese di amministrazione. La scusa accampata da Fatah e dall’ANP è che loro hanno il controllo solo del 5% degli uffici a Gaza. La verità è che semplicemente non prendono sul serio la riconciliazione.

Ramallah può fare promesse davanti alle telecamere – in particolare riguardo alle forniture di elettricità a Gaza – ma non fa seguire delle azioni. Vede Gaza solo come una potenziale fonte di entrate, rastrellando milioni di shekel ai posti di confine, dei quali pure ha il controllo.

Il mediatore dell’accordo di riconciliazione, l’Egitto, ha promesso di denunciare qualunque delle parti non rispetti i propri impegni sottoscritti nell’accordo. Non lo ha fatto, soprattutto, si suppone, perché è la sua alleata ANP, guidata da Fatah, ad essere venuta meno all’accordo.

Ma soprattutto, si è abbondantemente omesso di riferire che, dalla decisione di Trump su Gerusalemme del 6 dicembre, Gaza è stata sottoposta a bombardamenti israeliani quasi ogni giorno. Tre persone sono state uccise e dozzine ferite ed i palestinesi ora vivono nel costante timore che stia per scatenarsi un’altra offensiva militare israeliana.

“Prima di andare a dormire i palestinesi della Striscia di Gaza sentono un ufficiale israeliano che minaccia di scatenare una guerra contro di loro e poi quando si svegliano sentono un altro che dice che non ci sarà nessuna guerra contro Gaza nel prossimo futuro”, ha spiegato la scienziata sociale Adel N’ima. “Ciò ha un effetto disastroso sulla psiche, in quanto provoca un grave stress negli anziani e un trauma nei giovani.”

Tale terrore psicologico è ovviamente ciò che i bombardamenti e la propaganda intendono provocare. Che cosa è questo se non terrorismo di stato?

“L’ANP è interessata solamente a raccogliere denaro a Gaza, non a facilitare la vita dei palestinesi di Gaza”, ha ribadito Abu Jayyab. Lui ritiene che l’autorità di Ramallah guidata da Mahmoud Abbas stia portando Gaza in un profondo e oscuro tunnel. Tra i rinvii dell’ANP e le minacce di Israele, l’enclave sta certamente andando verso l’ignoto, per cui è difficile non concordare con lui.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)