Mia sorella è stata il 166° medico ad essere assassinato a Gaza

Ramzy Baroud

15 ottobre 2024 – Middle East Monitor

La vostra vita andrà avanti. Con nuovi avvenimenti e nuovi volti: i volti dei vostri figli, che riempiranno la casa di chiasso e risate.

Queste sono state le ultime parole scritte da mia sorella in un messaggio a una delle sue figlie.

La dottoressa Soma Baroud è stata assassinata il 9 ottobre quando gli aerei da guerra israeliani hanno bombardato il taxi che la trasportava insieme ad altri sfiniti abitanti di Gaza nei pressi della rotonda di Bani Suhaila vicino a Khan Yunis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza.

Ancora non so se stesse andando all’ospedale in cui lavorava o se lo stesse lasciando per tornare a casa. Ma che importanza ha?

La notizia del suo assassinio (che è stato un omicidio politico; Israele ha deliberatamente preso di mira e ucciso 986 operatori sanitari, tra cui 166 medici) è arrivata tramite una schermata copiata da una pagina Facebook: Aggiornamento: questi sono i nomi dei martiri dell’ultimo bombardamento israeliano su due taxi nella zona di Khan Yunis…” Seguiva un elenco di nomi. “Soma Mohammed Mohammed Baroud” era il quinto della lista, il numero 42.010 nell’elenco sempre più lungo dei martiri di Gaza.

Mi rifiutavo di credere alla notizia, anche quando altri post hanno iniziato a spuntare ovunque sui social media, indicando il suo nome come il quinto, a volte sesto nella lista dei martiri dell’attacco aereo di Khan Yunis.

Ho continuato a chiamarla, più e più volte, sperando che la linea gracchiasse un po’ e dopo un breve silenzio la sua voce gentile e materna dicesse: “Marhaba Abu Sammy. Come stai, fratello?” Ma non ha mai risposto alla chiamata.

Le avevo ripetuto che non doveva preoccuparsi di inviare elaborati messaggi scritti o audio, data la precarietà della connessione Internet e dell’energia elettrica.

Ma passavano diversi giorni senza che scrivesse, spesso a causa della mancanza di una connessione Internet. Poi, arrivava un messaggio, anche se mai breve. Buttava giù un fiume di pensieri, passando dalla sua lotta quotidiana per sopravvivere alle paure per i figli, alla poesia, a un versetto del Corano, a uno dei suoi romanzi preferiti e così via.

“Sai, quello che hai detto l’ultima volta mi ricorda Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez”, mi ha detto in più di un’occasione, prima di portare la conversazione sui più complessi pensieri filosofici. Ascoltavo e ripetevo semplicemente: “Sì… assolutamente… sono d’accordo… al cento per cento”.

Per noi Soma era una figura straordinaria. Questo è esattamente il motivo per cui la sua improvvisa mancanza ci ha scioccati fino all’incredulità. I ​​suoi figli, sebbene cresciuti, si sono sentiti orfani. Ma non diversamente dai suoi fratelli, me compreso.

Ho scritto di Soma come personaggio centrale nel mio libro My Father Was a Freedom Fighter [Mio padre è stato un combattente per la libertà, ndt], perché era davvero centrale nelle nostre vite e nella nostra stessa sopravvivenza in un campo profughi di Gaza.

Primogenita e unica figlia femmina, dovette sobbarcarsi una quota di lavoro e aspettative molto più grandi rispetto a noi. Era solo una bambina quando il mio fratello maggiore, Anwar, ancora neonato, morì in una clinica dell’UNRWA nel campo profughi di Nuseirat a causa della mancanza di medicine. Allora conobbe la sofferenza, il tipo di sofferenza che con il tempo si trasformò in uno stato di dolore permanente che non l’avrebbe mai abbandonata fino al suo omicidio a Khan Yunis per opera di una bomba israeliana fornita dagli Stati Uniti.

Due anni dopo la morte di Anwar nacque un altro bambino. Abbiamo chiamato anche lui Anwar, in modo che potesse portare avanti l’eredità del primo ragazzo. Soma amava il nuovo arrivato, e nei decenni a venire ha mantenuto con lui un’amicizia speciale.

Mio padre iniziò la sua esistenza come lavoratore minorile, poi combattente nell’Esercito di Liberazione della Palestina, agente di polizia durante l’amministrazione egiziana di Gaza, poi di nuovo lavoratore, perché si rifiutò di unirsi alla polizia di Gaza finanziata da Israele dopo la Naksa [lo sfollamento di circa 280.000-325.000 palestinesi dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, ndt.] del 1967 (la Guerra dei sei giorni).

Un uomo intelligente, di sani principi e intellettuale autodidatta, mio ​​padre fece tutto il possibile per garantire un minimo di dignità alla sua piccola famiglia; e Soma, da bambina, spesso scalza, lo sostenne in ogni momento del suo cammino. Quando decise di diventare un commerciante, come quando comprava oggetti scartati e strani in Israele e li riconfezionava per venderli nel campo profughi, Soma fu la sua principale aiutante. Nonostante la guarigione della pelle i tagli sulle dita dovuti al confezionamento, uno ad uno, di migliaia di rasoi, rimasero come testimonianza della difficile esistenza vissuta.

“Il mignolo di Soma vale più di mille uomini”, ripeteva spesso mio padre, per ricordarci, per quanto fossimo cinque ragazzi, che nostra sorella sarebbe sempre stata l’eroina principale della storia della famiglia. Ora che è una martire, quel lascito è stato assicurato per l’eternità.

Anni dopo i miei genitori la mandarono ad Aleppo per conseguire una laurea in medicina. Tornò a Gaza, dove trascorse oltre tre decenni a curare le sofferenze degli altri, ma mai la sua.

Ha lavorato, tra l’altro, all’ospedale Al-Shifa e al Nasser Hospital. In seguito, ottenne un’altra specializzazione in medicina di base e aprì una clinica tutta sua. Non faceva pagare i poveri e faceva tutto il possibile per curare le vittime della guerra.

Come equipe hanno voluto mettere in primo piano i diritti delle donne all’assistenza medica e hanno ampliato la visione della medicina di base includendovi il trauma psicologico, con particolare enfasi sulla centralità e sulla vulnerabilità delle donne in una società dilaniata dalla guerra.

Quando mia figlia Zarefah è riuscita a farle visita a Gaza poco prima della guerra in corso mi ha poi raccontato che “quando zia Soma entrava in ospedale un seguito di donne, medici, infermiere e altro personale medico la circondava in totale adorazione”.

A un certo punto sembrava che tutte le sofferenze di Soma stessero finalmente dando i loro frutti: una bella casa a Khan Yunis, con un piccolo uliveto e qualche palma; un marito amorevole, docente di legge e infine preside della facoltà di giurisprudenza di una prestigiosa università di Gaza; tre figlie e due figli, con titoli di studio che spaziano dall’odontoiatria alla farmacia, dal diritto all’ingegneria.

Anche sotto assedio la vita, almeno per Soma e la sua famiglia, sembrava gestibile. È vero, non le è stato permesso di lasciare la Striscia per molti anni a causa del blocco, e quindi per anni e anni ci è stata negata la possibilità di vederla. È vero, era tormentata dalla solitudine e dall’isolamento: da qui la sua storia d’amore con García Márquez e la costante citazione del suo principale romanzo. Ma almeno suo marito non è stato ucciso o andato disperso. La sua bella casa e la clinica erano ancora in piedi. E lei viveva e respirava, comunicando i suoi preziosi spunti filosofici sulla vita, la morte, i ricordi e la speranza. E poi…

“Se solo potessi trovare i resti di Hamdi, così potremmo dargli una degna sepoltura”, mi ha scritto lo scorso gennaio, quando circolava la notizia che suo marito fosse stato giustiziato da un quadrirotore israeliano a Khan Yunis. Poiché il suo corpo era scomparso si aggrappava a una flebile speranza che fosse ancora vivo. I suoi ragazzi, d’altra parte, continuavano a scavare tra le macerie e i detriti della zona in cui Hamdi era stato colpito, sperando di trovarlo e dargli una degna sepoltura. Spesso durante i loro tentativi di dissotterrare il corpo del padre venivano attaccati dai droni israeliani. Scappavano e poi tornavano con le loro pale per continuare il loro triste compito.

Per sfruttare al meglio le possibilità di sopravvivenza la famiglia di mia sorella decise di dividersi tra campi profughi e altre abitazioni nel sud di Gaza. Ciò significava che Soma doveva spostarsi e viaggiare costantemente, spesso percorrendo lunghe distanze a piedi, tra città, villaggi e campi profughi, solo per controllare i suoi figli, dopo ogni incursione e ogni massacro.

Queste speranze semplici e ragionevoli sembravano un miraggio, soprattutto quando il mese scorso la sua casa nella zona di Qarara, a Khan Yunis, è stata demolita dall’esercito israeliano. “Il mio cuore soffre”, ha scritto. “Tutto è andato. Tre decenni di vita, di ricordi, di conquiste, tutto trasformato in macerie”.

Ha sottolineato che quella storia non parlava di pietre e cemento. “È molto più grande. È una storia che non può essere raccontata del tutto, per quanto a lungo scriva o parli. Sette anime hanno vissuto qui. Si mangiava, beveva, rideva, si litigava e, nonostante tutte le sfide della vita a Gaza, siamo riusciti a ritagliare per la nostra famiglia una vita felice”.

Pochi giorni prima di essere uccisa mi ha detto che aveva dormito in un edificio semidistrutto di proprietà dei suoi vicini a Qarara. Mi ha mandato una foto scattata da suo figlio, mentre era seduta su una sedia improvvisata sulla quale pure dormiva, in mezzo alle rovine. Appariva stanca, molto stanca.

Non c’era niente che potessi dire o fare per convincerla ad andarsene. Ha insistito dicendo che voleva tenere d’occhio le macerie di ciò che restava della sua casa. La sua logica non aveva senso per me. L’ho supplicata di andarsene. Mi ha ignorato e ha continuato a inviarmi foto di ciò che aveva recuperato dalle macerie, una vecchia foto, un piccolo ulivo, un certificato di nascita…

Il mio ultimo messaggio per lei, poche ore prima che venisse uccisa, è stato una promessa che quando la guerra fosse finita, avrei fatto tutto ciò che era in mio potere per risarcirla per tutto questo. Che l’intera famiglia si sarebbe incontrata in Egitto, o in Turchia, e l’avremmo ricoperta di regali e di un amore familiare sconfinato. Ho concluso con: “Cominciamo a pianificare ora. Qualunque cosa tu voglia. Dillo e basta. In attesa delle tue istruzioni…” Non ha mai visto il messaggio.

Anche quando il suo nome, come l’ennesima vittima del genocidio israeliano a Gaza, è stato menzionato nelle notizie palestinesi locali, mi sono rifiutato di crederci. Ho continuato a chiamare. “Per favore, Soma, per favore, rispondi”, supplicavo.

Solo quando è comparso un video in cui dei sacchi bianchi per cadaveri arrivavano al Nasser Hospital sul retro di un’ambulanza ho pensato che forse mia sorella se n’era davvero andata.

Alcuni sacchi recavano i nomi delle altre persone menzionate nei post sui social media. Ogni sacco è stato portato fuori separatamente e appoggiato a terra. Un gruppo di persone piangenti in lutto, uomini, donne e bambini, si sono precipitate ad abbracciare il corpo, urlando le stesse grida di agonia e disperazione che hanno accompagnato dal primo giorno questo genocidio in atto.

I suoi colleghi hanno trasportato il suo corpo adagiandolo delicatamente a terra. Stavano per aprire il sacco per confermare la sua identità. Ho distolto lo sguardo.

Mi rifiuto di vederla sotto altri aspetti se non quello che desiderava: una persona forte, che esprimeva amore, gentilezza e saggezza; qualcuno il cui “mignolo vale più di mille uomini”.

Ma perché continuo a controllare i miei messaggi nella speranza che mi scriva per dirmi che tutta la faccenda è stata un grosso, crudele malinteso e che sta bene?

Mia sorella Soma è stata sepolta sotto un piccolo cumulo di terra, da qualche parte a Khan Yunis.

Niente più messaggi da lei.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Ramzy Baroud è un giornalista e direttore del Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e ribellione nelle prigioni israeliane, ndt.] (Clarity Press). Baroud è un Ricercatore Senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA) e anche presso l’Afro-Middle East Center (AMEC). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Bezalel Smotrich sollecita l’estensione dei confini di Israele fino a Damasco

  1. Redazione di MEE

11 ottobre 2024 – Middle East Eye

Il ministro della sicurezza [in realtà è delle Finanze, ndt.] di estrema destra cita l’ideologia della ‘grande Israele’ che prefigura l’espansione in tutto il Medio Oriente.

Il ministro israeliano delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich ha attirato critiche per aver chiesto in un recente documentario che Israele espanda i suoi confini fino a Damasco.

In una intervista per il documentario In Israele: ministri del caos, prodotto dal canale Arte di un servizio pubblico europeo [canale pubblico franco-tedesco, ndt.], Smotrich ha dichiarato che Israele si espanderà gradualmente e alla fine comprenderà tutti i territori palestinesi ed anche Giordania, Libano, Egitto, Siria, Iraq e Arabia Saudita.

“È scritto che il futuro di Gerusalemme sia di espandersi fino a Damasco” ha affermato, citando l’ideologia del “Grande Israele” che prefigura l’espansione dello Stato in tutto il Medio Oriente.

Il ministro degli Esteri giordano ha condannato le dichiarazioni incendiarie affermando che hanno reso evidente l’ideologia pericolosa e “razzista” di Smotrich.

Smotrich aveva precedentemente espresso lo stesso concetto al funerale di un attivista del Likud a Parigi. Quando ha parlato da un podio decorato con una mappa di Israele che includeva la Giordania, ha dichiarato che non è mai esistita una cosa chiamata popolo palestinese.

Il ministro degli Esteri francese aveva di conseguenza annunciato che i rappresentanti del governo a Parigi non avevano intenzione di incontrare Smotrich durante la sua visita nel Paese.

Oltre ad essere il ministro delle Finanze, Smotrich adesso ha importanti competenze sulla Cisgiordania occupata.

Ad agosto Smotrich ha espresso supporto al blocco degli aiuti a Gaza affermando che “nessuno ci permetterà di causare la morte per fame di due milioni di civili, anche se potrebbe essere giustificato e morale finché gli ostaggi non saranno restituiti.”

Alla fine di febbraio il ministro ha affermato che lo Stato di Israele dovrebbe “cancellare” il villaggio palestinese di Huwwara dopo che è stato sottoposto ad un violento attacco da parte dei coloni israeliani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




78 palestinesi uccisi e 340 demolizioni registrate a Gerusalemme dal 7 ottobre 2023

Redazione di MEMO

9 ottobre 2024 – Middle East Monitor

Ieri la Palestinian Press Agency [agenzia di stampa palestinese, ndt.] (SAFA) ha riferito che il governatorato di Gerusalemme ha affermato che dal 7 ottobre 2023 le forze di occupazione israeliane hanno ucciso 78 palestinesi, ne hanno arrestati 1.791 e hanno effettuato 340 demolizioni e operazioni con i bulldozer nel governatorato.

In un rapporto che dettaglia la situazione a Gerusalemme durante l’ultimo anno, il governatorato ha evidenziato la crescita senza precedenti di incursioni nella moschea di Al-Aqsa. Ha registrato che 50.475 coloni hanno preso d’assalto la moschea, azione che è parte di un più ampio piano per imporre divisioni temporali e spaziali sul luogo santo.

In aggiunta il rapporto ha rivelato che Gerusalemme ha visto una campagna senza precedenti di sfollamenti forzati di palestinesi dai loro quartieri storici come Sheikh Jarrah e Silwan che l’occupazione cerca di svuotare dei loro abitanti per far posto ai coloni illegali.

Durante lo scorso anno la demolizione ed il sequestro di case palestinesi non sono cessati ma sono sistematicamente raddoppiati per creare una nuova situazione funzionale al progetto di colonizzazione, con 340 demolizioni e operazioni con i bulldozer registrate nel governatorato.

Inoltre nel rapporto si afferma che l’occupazione ha imposto un soffocante assedio economico ai palestinesi di Gerusalemme, limitando il movimento di beni e persone, insieme a misure arbitrarie contro commercianti e investitori gerosolimitani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele vede un aumento delle vendite di tranquillanti del 204% dallo scorso ottobre

Redazione di Middle East Monitor

2 ottobre 2024 – Middle East Monitor

Un gruppo di ricerca ha rivelato che le vendite di tranquillanti in Israele sono cresciute in modo consistente dallo scorso ottobre. Secondo Kahn-Sagol-Maccabi (KSM), in confronto con la seconda guerra contro il Libano nel 2006, che aveva visto un incremento del 27% degli acquisti di ansiolitici, c’è stata una crescita senza precedenti del 204% delle vendite di tranquillanti dal 7 ottobre del 2023.

Laddove nel 2006 la crescita delle vendite di tranquillanti venne osservata prevalentemente nel nord della Palestina occupata, il centro di ricerca ha riferito che la crescita negli ultimi dodici mesi è stata riscontrata ovunque nello Stato occupante di Israele.

Il centro di ricerca ha spiegato che lo studio retrospettivo è stato condotto con l’approvazione del comitato di Helsinki con dati anonimi di più di un milione dei membri del Maccabi [associazione sportiva, ndt.] con una età superiore ai 21 anni, come caso di studio delle condizioni ambientali e del loro impatto sullo stress individuale. Lo studio ha preso in considerazione le caratteristiche socio-demografiche come età, genere, area di residenza e condizioni socio-economiche e si è rivolto a modelli di uso di medicinali negli ultimi 19 anni, incluso il 7 ottobre, esaminando il numero di acquisti di ansiolitici.

Lo studio mostra che il rischio di acquistare un tranquillante a breve termine durante una operazione di sicurezza è il 14% più alto che in tempi normali. Durante la seconda guerra contro il Libano, l’acquisto di tranquillanti tra gli abitanti del nord è stato il 39% più alto che tra quelli delle aree centrali. Durante le operazioni militari nel sud c’è stato un incremento del 18% nell’acquisto di ansiolitici rispetto agli acquisti degli abitanti delle aree centrali.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Reporter Senza Frontiere organizza proteste in 10 Nazioni per onorare i giornalisti uccisi a Gaza

Redazione di Middle East Monitor

26 settembre 2024 – Middle East Monitor

L’Agenzia Anadolu riferisce che giovedì il garante dei media Reporter Senza Frontiere ha organizzato proteste in 10 Nazioni in tutto il mondo per fare un omaggio ai giornalisti uccisi a Gaza.

In un comunicato l’organizzazione no-profit ha affermato che dallo scorso ottobre l’esercito israeliano ha ucciso oltre 130 giornalisti nell’enclave palestinese.

Le proteste sono state organizzate in Germania, Brasile, Spagna, USA, Regno Unito, Francia, Senegal, Svizzera, Taiwan e Tunisia.

In un comunicato Reporter Senza Frontiere ha affermato: “Con questa campagna globale di sensibilizzazione Reporter Senza Frontiere vuole segnalare al pubblico internazionale la gravità di questa crisi: l’allarmante tasso a cui questi giornalisti vengono uccisi sta mettendo a rischio il diritto ad una libera ed indipendente informazione.

Il massacro dei giornalisti a Gaza deve finire. L’eliminazione da parte dell’esercito israeliano dei giornalisti di Gaza, più di 130 in meno di un anno, minaccia di imporre un completo blackout sull’enclave totalmente chiusa,” ha affermato Thibaut Bruttin, direttore generale di Reporter Senza Frontiere.

Questi attacchi hanno per obiettivo non solo i giornalisti in Palestina, ma il diritto del pubblico ovunque di ricevere una informazione affidabile – libera, indipendente e pluralistica – da una delle zone di conflitto più sotto osservazione del pianeta,” ha aggiunto.

Israele ha ucciso più di 41.000 palestinesi a Gaza dall’incursione di Hamas del 7 ottobre. Il conflitto si è anche diffuso in Libano, dove prosegue lo scontro a fuoco tra le forze israeliane e Hezbollah.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un rapporto: il 49% delle società israeliane ad alta tecnologia ha perso finanziamenti durante la guerra

Redazione di Middle East Monitor

13 settembre 2024 – Middle East Monitor

Ieri un rapporto redatto da Start-Up Nation Central [ong israeliana che fornisce servizi alle imprese innovative e ne agevola l’accesso a finanziamenti, ndt.] ha rivelato che il 49% delle società israeliane ad alta tecnologia ha riscontrato una perdita di investimenti dall’inizio della guerra contro Gaza del 7 ottobre, mente il 48% degli investitori si aspetta che le quotazioni delle azioni scendano il prossimo anno.

Il rapporto indica che la situazione è particolarmente critica nel nord del Paese, dove ha sede il 69% delle società ad alta tecnologia. Un’altra indagine su circa 60 imprese tecnologiche del nord ha evidenziato che solo il 45% è completamente operativo, il 41% ha spostato le proprie attività nella zona centrale di Israele e il 20% sa già che non tornerà al nord.

Il rapporto testimonia la bassa fiducia tra le aziende e gli investitori nella capacità del governo israeliano di sviluppare piani di recupero, con più dell’80% delle società e il 74% degli investitori che dubitano della capacità del governo di assistere il settore ad alta tecnologia.

Secondo il rapporto, le società ad alta tecnologia sono state in grado di raccogliere quest’anno 7,8 miliardi di dollari in investimenti, il 4% in meno rispetto agli investimenti raccolti lo scorso anno.

Sempre secondo il rapporto il valore di fusioni e acquisizioni quest’anno ammonta a 9,6 miliardi di dollari, un miliardo in meno rispetto allo scorso anno.

Più del 50% delle società crede che la situazione migliorerà il prossimo anno e il 72% degli investitori crede che le società ad alta tecnologia continueranno a crescere nonostante le difficoltà economiche provocate dalla guerra contro Gaza.

Nel rapporto si afferma che “a causa dell’incertezza causata dal conflitto in corso e della politica economica del governo israeliano, che è generalmente ritenuta dannosa, il settore della tecnologia non ne risulta affatto immune.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il fotografo palestinese Louay Ayoub vince un premio prestigioso in Francia

Redazione di Middle East Monitor

10 settembre 2024 – Middle East Monitor

Il fotografo palestinese Louay Ayoub ha vinto il prestigioso premio Visa Pour l’Image Festival per il suo video-documentario “The Gaza Tragedy”. Il festival, il più importante evento internazionale dedicato al fotogiornalismo, ha aperto la sua trentaseiesima edizione lo scorso fine settimana a Perpignan in Francia.

Il sindacato dei giornalisti palestinesi si è congratulato con Ayoub, definendo la sua vittoria un tributo a tutti i giornalisti che hanno rischiato la vita senza sosta per portare al mondo la verità su quanto sta accadendo a Gaza. Il sindacato ha sottolineato che il riconoscimento a Ayoub riflette in questo modo i suoi profondi impegno e professionalità nel documentare la sofferenza del popolo palestinese in mezzo all’aggressione israeliana in corso, che a Gaza ha già ucciso più di 41.000 persone e ferito altre 95.000, molte delle quali donne e minori.

Il documentario di Ayoub è stato selezionato come opera migliore da una commissione di foto redattori. Egli ha tenuto il discorso di accettazione attraverso un collegamento video e ha dedicato il suo premio a “tutti i giornalisti e i palestinesi che hanno perso la vita mentre facevano il loro lavoro a Gaza.”

Egli ha aggiunto che “è assolutamente essenziale per i giornalisti internazionali andare a Gaza, in primo luogo per documentare la guerra, ma anche perché ciò ci proteggerebbe un po’ di più dall’esercito [israeliano].”

L’agenzia Anadolu ha riferito che la sua citazione di Hamas come “il movimento di resistenza della Palestina” ha portato Louis Aliot, il sindaco di estrema destra di Perpignan, a chiedere che il premio gli fosse revocato.

Tuttavia gli organizzatori del festival hanno confermato la decisione dei giudici. Il direttore del festival, Jean-Francois Leroy, ha difeso la scelta della giuria in una intervista con l’agenzia spagnola di notizie EFE.

Non abbiamo mai avuto simili reazioni ostili eccetto riguardo alla guerra Israele-Hamas” ha affermato Leroy. “La nostra giuria è composta da foto redattori ed esperti internazionali. Che io sia personalmente d’accordo o meno, ho sempre rispettato le loro decisioni.”

Egli ha sottolineato le difficoltà incontrate dai giornalisti stranieri a Gaza, con le restrizioni imposte da Israele che rendono i giornalisti locali la fonte primaria di informazione dall’enclave.

Secondo la federazione internazionale dei giornalisti, dal 7 ottobre dello scorso anno Israele ha ucciso a Gaza almeno 170 giornalisti, inclusi professionisti di varie nazionalità. Tra le vittime famose ci sono stati il fotogiornalista Ali Jadallah di Anadolu, la cui famiglia è stata uccisa da un attacco israeliano alla sua casa, e il cameraman freelance Muntasir Al-Sawaf che è stato ucciso da un attacco aereo israeliano.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Sionismo contro Sionismo: Ben-Gvir e l’accelerazione del crollo di Israele

Ramzy Baroud

3 settembre 2024-Middle East Monitor

Il 26 agosto il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha giurato di costruire una sinagoga all’interno del Nobile Santuario di Al-Aqsa, il luogo sacro musulmano noto come Al-Haram Al-Sharif. Come rappresentante della potente tendenza del sionismo religioso di Israele nel governo e nella società in generale, Ben-Gvir è stato sincero riguardo ai suoi progetti nella Gerusalemme Est occupata e nel resto della Palestina. Ha sostenuto una guerra di religione, chiedendo la pulizia etnica dei palestinesi, la morte per fame o l’esecuzione dei prigionieri palestinesi e l’annessione della Cisgiordania.

Nella sua veste di ministro nel governo altrettanto estremista di Benjamin Netanyahu, Ben-Gvir ha lavorato duramente per tradurre il suo linguaggio in azione. Ha fatto irruzione ripetutamente nella moschea di Al-Aqsa e ha implementato le sue politiche di affamare i detenuti palestinesi, arrivando persino a difendere lo stupro nei campi di detenzione militari israeliani e a chiamare i soldati accusati di un crimine così atroce “i nostri migliori eroi”.

Inoltre i suoi sostenitori hanno compiuto centinaia di aggressioni e decine di pogrom contro le comunità palestinesi in Cisgiordania. Secondo il Ministero della Salute palestinese almeno 670 palestinesi sono stati uccisi nella Cisgiordania occupata dall’inizio della guerra di Gaza lo scorso ottobre. Un gran numero di persone uccise e ferite sono state vittime di coloni ebrei illegali.

Tuttavia non tutti gli israeliani nelle istituzioni politiche e di sicurezza sono d’accordo con il comportamento e le tattiche di Ben-Gvir. Ad esempio, il 22 agosto, il capo dello Shin Bet israeliano, Ronen Bar, ha messo in guardia contro i danni causati a Israele dalle azioni di Ben-Gvir a Gerusalemme Est.

Il danno allo Stato di Israele, soprattutto ora… è indescrivibile: delegittimazione globale, anche tra i nostri più grandi alleati”, ha scritto Bar in una lettera a diversi ministri israeliani.

La sua lettera può sembrare strana. Lo Shin Bet è stato determinante nell’uccisione di numerosi palestinesi in nome della sicurezza israeliana. Bar stesso è un forte sostenitore degli insediamenti coloniali illegali, tanto aggressivo quanto richiesto a una persona che guida un’organizzazione così famigerata. Il conflitto di Bar con Ben-Gvir, tuttavia, non è di sostanza, ma di stile.

Questo conflitto è solo l’espressione di una molto più estesa guerra ideologica e politica tra le principali istituzioni di Israele. Questa guerra “Sionismo contro Sionismo”, tuttavia, è iniziata prima dell’attacco del 7 ottobre e della guerra e del genocidio israeliani in corso a Gaza.

Sette mesi prima dell’inizio dell’attuale guerra a Gaza il presidente israeliano Isaac Herzog ha dichiarato in un discorso televisivo che “Coloro che pensano che una vera guerra civile… sia un confine che non attraverseremo, non ne hanno idea”.

Il contesto della sua dichiarazione era il “vero e profondo odio” tra gli israeliani derivante dai tentativi da parte di Netanyahu e dei suoi partner di coalizione del governo estremista di minare il potere della magistratura. La lotta per la Corte Suprema, tuttavia, era semplicemente la punta dell’iceberg. Il fatto che in Israele ci siano volute cinque elezioni in quattro anni per avere un governo stabile nel dicembre 2022 è esso stesso indicativo del conflitto politico senza precedenti di Israele.

Forse il nuovo governo è risultato “stabile” in termini di equilibri parlamentari, ma ha destabilizzato il Paese su tutti i fronti, provocando proteste di massa che hanno coinvolto la potente, ma sempre più emarginata classe militare.

L’attacco del 7 ottobre è avvenuto in un momento di vulnerabilità sociale e politica probabilmente senza precedenti dalla fondazione di Israele sulle rovine della Palestina storica nel maggio 1948.

La guerra, e in particolare il fallimento nel raggiungere uno qualsiasi dei suoi obiettivi, ha aggravato il conflitto esistente. Ciò ha portato ad avvertimenti da parte di politici e militari che il Paese stava crollando.

Il più chiaro di questi avvertimenti è venuto da Yitzhak Brik, un ex comandante militare israeliano di alto rango. Ha scritto su Haaretz il 22 agosto che il “paese… sta galoppando verso l’orlo di un abisso” e che “crollerà entro un anno al massimo”.

Sebbene Brik, tra le altre cose, abbia incolpato Netanyahu per la guerra persa a Gaza, la classe politica anti-Netanyahu ritiene che la crisi risieda principalmente nel governo stesso. La soluzione, secondo i recenti commenti di Herzog, è che il kahanismo debba essere rimosso dal governo.

Il Kahanismo si riferisce al partito Kach del [defunto, n.d.t.] rabbino Meir Kahane. Sebbene ora vietato, il Kach è riemerso in numerose forme, incluso il partito Otzma Yehudit di Ben-Gvir. Come discepolo di Kahane Ben-Gvir è pronto a realizzare la visione del rabbino estremista: la completa pulizia etnica del popolo palestinese.

Ben-Gvir e i suoi seguaci sono pienamente consapevoli dell’opportunità storica ora a loro disposizione, poiché sperano di innescare la tanto desiderata guerra di religione. Sanno anche che se la guerra a Gaza finisce senza far progredire il loro piano principale di colonizzare il resto dei territori occupati l’opportunità potrebbe non presentarsi mai più.

La corsa dell’estrema destra di Ben-Gvir per realizzare l’agenda religiosa sionista contraddice la forma tradizionale del colonialismo israeliano, basata sul “genocidio graduale” dei palestinesi e sulla lenta pulizia etnica delle comunità palestinesi di Gerusalemme Est e della Cisgiordania.

I militari israeliani ritengono che gli insediamenti illegali siano essenziali, ma percepiscono queste colonie nel linguaggio strategico come una zona cuscinetto di “sicurezza” per Israele.

I vincitori e gli sconfitti della guerra ideologica e politica in Israele emergeranno molto probabilmente dopo la fine della guerra di Gaza, i cui esiti determineranno altri sviluppi, tra cui il futuro stesso dello Stato di Israele, secondo le valutazioni dello stesso generale Yitzhak Brik.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Migliaia di coloni israeliani illegali prendono il controllo della stanza delle preghiere nella moschea di Ibrahim

Redazione di Middle East Monitor

3 settembre 2024 – Middle East Monitor

Una delle moschee più sacre della Palestina è stata chiusa dai soldati dell’occupazione israeliana per una festa ebraica. Ogni anno la piccola comunità di coloni israeliani a Hebron prende il controllo della moschea di Abramo per molte settimane, facendola diventare di fatto una sinagoga.

Migliaia di coloni illegali hanno preso il controllo della stanza delle preghiere nella moschea di Ibrahim ad Hebron e si sono preparati per un concerto e l’effettuazione di rituali ebraici, mentre le forze di occupazione hanno continuato a impedire ai musulmani l’accesso al sito.

Un video condiviso sui social media ha mostrato i soldati dell’occupazione israeliana che permettevano ai coloni di portare alcuni strumenti musicali dentro la moschea.

La ripresa, probabilmente effettuata da un colono o un soldato israeliano, ha anche mostrato soldati che aiutavano a portare alcuni materiali dentro il luogo di preghiera.

Il direttore della moschea, Moataz Abu Sneineh, ha affermato che i coloni israeliani hanno tenuto un concerto nei cortili della moschea “in palese violazione dei luoghi di preghiera e della riservatezza dei musulmani.”

Egli ha detto all’agenzia ufficiale di notizie Wafa che “queste pratiche e violazioni rientrano nel quadro di modificazione delle regole con i coloni, dato che le forze di occupazione hanno permesso loro di portare dentro strumenti musicali ed altoparlanti come parte dell’imposizione del controllo completo sulla moschea e sui luoghi vicini, in un momento in cui ai palestinesi non è permesso portare quanto necessario per la manutenzione e il restauro della moschea.”

Secondo la Wafa la moschea è stata aperta ai fedeli palestinesi questa mattina presto, dopo essere stata chiusa per loro sin dal fine settimana.

Con uno storico parere consultivo, il 19 luglio la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha dichiarato “illegale” la pluridecennale occupazione israeliana del territorio palestinese e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie esistenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele è una cattiva notizia, ma perché non ne sentiamo parlare nei media tradizionali?

Yvonne Ridley

20 agosto 2024, Middle East Monitor

All’inizio di quest’anno un sondaggio mondiale ha dimostrato che i media meno affidabili al mondo sono quelli della Gran Bretagna. È stato un sondaggio schiacciante. L’influente Edelman Trust Barometer [la più grande società di consulenza in comunicazione e relazioni pubbliche al mondo, ndt.], ha rivelato come il giornalismo britannico sia precipitato in fondo alle annuali classifiche con solo il 31% delle persone che affermano di fidarsi dei media. Parlando da giornalista ed ex dipendente di Fleet Street [sede dei maggiori quotidiani inglesi fino agli anni Ottanta e sinonimo di giornalismo britannico, ndt.] non sono rimasta del tutto sorpresa, avendo assistito al degrado della carriera che ho scelto da quasi 50 anni. Naturalmente, Edelman è un’agenzia di pubbliche relazioni quindi è stata probabilmente troppo diplomatica nello spiegare la perdita di fiducia che ha portato al crollo della tiratura dei giornali e delle cifre di ascolto televisivo, ma lasciate che lo faccia io per loro.

Quando è stato rivelato, il pubblico è rimasto scioccato dall’insaziabile appetito per le esclusive sulla famiglia reale, come ha rivelato in tribunale il principe Harry durante gli storici processi per intercettazione telefonica. Dopo aver parlato inizialmente del Mirror Group Newspapers [il gruppo che pubblica Daily Mirror, ndt.], il reale ribelle ha poi ottenuto il diritto di presentare un reclamo contro il Daily Mail per raccolta illegale di informazioni. La fiducia del pubblico è stata scossa anche quando presentatori televisivi molto amati e rispettati sono stati colpiti da scandali inizialmente e violentemente smentiti da Huw Edwards della BBC, Phillip Schofield di ITV e Dan Wootton di GB News. I loro datori di lavoro sono stati tutti accusati di insabbiamento per proteggere le loro star.

Purtroppo c’è un aspetto che non è stato trattato da Edelman, ma merita più che un’indagine. Sto parlando del modo disonesto in cui i media hanno trattato gli eventi nella Palestina occupata, in particolare la guerra di Israele contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, sia nei titoli che nel contenuto degli articoli. Grazie alla rigorosa ricerca del Glasgow University Media Group, rinomato a livello mondiale, abbiamo due libri di grande impatto che esaminano la copertura mediatica del conflitto in Medio Oriente e l’impatto che ha sull’opinione pubblica. Bad News From Israel e More Bad News From Israel sono stati entrambi scritti da giornalisti professionisti e semplici testimoni che hanno indagato come il pubblico comprenda le notizie e come l’opinione pubblica sia plasmata dai resoconti dei media.

Nel più vasto studio del genere mai intrapreso il defunto e molto stimato Greg Philo e Mike Berry si sono concentrati sui notiziari televisivi, illustrando le principali differenze nel modo in cui vengono rappresentati israeliani e palestinesi, incluso il modo in cui vengono mostrate e descritte le vittime e la presentazione delle motivazioni e delle ragioni di entrambe le parti.

Combinando queste scoperte con un’ampia ricerca sul pubblico che ha coinvolto centinaia di partecipanti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Germania, More Bad News From Israel è stato descritto come “una lezione magistrale per comprendere come le persone percepiscono il conflitto grazie ai pregiudizi dei media”.

Tuttavia, gli eventi del 7 ottobre in Israele, quando Hamas ha scatenato l’audace Operazione Al-Aqsa Flood, sembrano aver cambiato radicalmente il modo in cui il pubblico generale riceve le notizie. Ad esempio, TikTok è diventato il servizio di notizie in più rapida crescita, fornendo notizie di eventi in diretta e in tempo reale a chiunque segua il social network.

Le immagini erano spesso crude e scioccanti e fornivano un servizio di informazione che pochi di noi avevano mai incontrato prima. Grazie alle Forze di Difesa israeliane, ovvero l’esercito di TikTok, i cui soldati hanno filmato generosamente i propri crimini di guerra e crimini contro l’umanità, il pubblico ha potuto guardare un genocidio in streaming live sui propri iPad e smartphone. Con tanti eroici cittadini giornalisti sul campo, la raccolta di notizie è diventata una competizione che ha lasciato indietro i media tradizionali a fornire la copertura degli stessi eventi ma in modo edulcorato e diluito. Israele ha ostacolato la copertura delle notizie non solo bandendo i giornalisti occidentali da Gaza, ma anche uccidendo deliberatamente i giornalisti arabi sul campo a Gaza per Al Jazeera e altri canali di informazione del Medio Oriente.

Sui social media la censura dei contenuti è praticamente inesistente e quindi, che lo volessimo o no, abbiamo visto genitori sconvolti piangere sui loro bambini senza testa e altre immagini orribili di neonati, bambini, donne e anziani fatti a pezzi dalle bombe statunitensi e britanniche. In una scuola delle Nazioni Unite utilizzata come rifugio pubblico, i palestinesi pregavano all’alba quando sono stati colpiti dalle bombe israeliane. Abbiamo visto parenti “versare” ciò che restava delle loro famiglie sterminate in buste di plastica per la spesa.

Non sono certo della legalità del tipo di bombe sganciate a Gaza: Israele ha una lunga storia nell’ignorare le leggi internazionali in generale, non da ultimo per quanto riguarda la legalità dell’uso di certi tipi di bombe, ma i medici hanno riferito di aver visto cadaveri in condizioni orribili come non avevano mai visto prima. Avendo avuto accesso ai video espliciti e ai crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano (molti dei quali filmati dalle loro stesse mani, probabilmente con loro grande rammarico se e quando saranno sul banco degli imputati all’Aja), il resoconto addomesticato dei media mainstream è servito solo a evidenziare le inadeguatezze del giornalismo in Occidente.

Un esempio di titoli fuorvianti e di disumanizzazione dei palestinesi è avvenuto il mese scorso, quando la BBC ha riferito dell’uccisione di un giovane uomo con sindrome di Down che è stato sbranato a morte dai cani da attacco dell’esercito israeliano. Il clamore per la gestione “vergognosa” della storia ha spinto la BBC a riscrivere il titolo e il contenuto, per poi vedere l’ambasciata israeliana a Londra sporgere una denuncia quando è stata detta la verità. Ed è questo il problema. Quando i media britannici forniscono resoconti veritieri e non modificati degli eventi a Gaza i lettori e gli spettatori che non hanno accesso ai social media sono scioccati, alcuni sono persino increduli.

Secondo l’apprezzato giornalista israeliano Gideon Levy, che scrive senza timore per Haaretz, anche i media in Israele, ad eterna vergogna, più o meno proteggono gli israeliani da ciò che viene realmente fatto in loro nome sul campo a Gaza (e nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est).

In quanto emittente nazionale britannica finanziata con fondi pubblici, in questo paese è la BBC che riceve la maggior parte delle critiche. Ha fallito miseramente l’esame esterno quando sono state esaminate quattro settimane di copertura diurna trasmesse dal primo canale della BBC dell’assalto israeliano a Gaza a partire dal 7 ottobre. Il successivo rapporto di Open Democracy ha rivelato che i giornalisti hanno usato le parole “omicidio”, “omicida”, “omicidio di massa”, “omicidio brutale” e “omicidio spietato” un totale di 52 volte per riferirsi alle morti israeliane, ma mai in relazione alle morti palestinesi.

Per di più molte organizzazioni giornalistiche devono ancora correggere o scusarsi per la famigerata fake news dell’anno scorso secondo cui Hamas avrebbe decapitato 40 bambini il 7 ottobre.

Si dice che uno dei peggiori trasgressori sia il destrorso Daily Mail, che questa settimana ha pubblicato in prima pagina un articolo sui parlamentari del partito laburista nel nuovo governo di Keir Starmer. Il Mail ci ha raccontato con le sue solite enfatiche invettive che più della metà dei parlamentari avrebbe preso soldi dai sindacati per correre per le elezioni generali di luglio.

Dei 404 parlamentari laburisti eletti, il Mail ha detto che 213 “hanno rastrellato la bellezza di 1,8 milioni di sterline dai dirigenti sindacali da quando sono state indette le elezioni a maggio”, aggiungendo: “È la prima volta che l’entità delle donazioni dei sindacati ai parlamentari nel nuovo governo è stata messa a nudo scatenando ieri sera nuove accuse secondo cui il partito laburista è ‘in mano’ ai suoi ‘padroni pagatori’ con aumenti salariali anti-inflazione offerti senza vincoli”.

L’intera storia ha sostanzialmente messo in discussione l’imparzialità dei parlamentari laburisti, la cui influenza potrebbe essere stata comprata dai sindacati che cercano di migliorare gli stipendi dei membri – che sono insegnanti, medici di base, medici giovani, infermieri e ferrovieri “a cui sono già stati offerti aumenti salariali anti-inflazione”. L’ex ministro conservatore degli Interni e degli Esteri James Cleverly ha affermato: “Questo dimostra la misura allarmante in cui il partito laburista è in mano ai suoi padroni del sindacato. I parlamentari di Keir Starmer hanno intascato quasi 2 milioni di sterline dai sindacati, mentre i contribuenti sono costretti a finanziare i premi salariali anti-inflazione del partito laburista a quegli stessi sindacati. Per quanto tempo ancora Keir Starmer venderà influenze in questo modo?”

Ha ragione, ovviamente, ma Cleverly non ha detto una parola sull’influenza acquistata dai Labour Friends of Israel (LFI) di Westminster [che dal 1957 cerca di rafforzare il legame tra il Labour Party e l’Israeli Labour Party, ndt.] e dalla sua controparte conservatrice. Nemmeno una parola. Il Daily Mail pensa ovviamente che un partito politico di sinistra che prende soldi dai sindacati di sinistra meriti un’attenzione in prima pagina, ma che dire dello stesso partito che prende soldi dai lobbisti di destra centrati sul miglioramento dello status di uno stato alieno nei corridoi del potere di Westminster?

Secondo l’organizzazione giornalistica DeclassifiedUK, LFI ha finanziato più della metà dei ministri del governo britannico. Alcuni dei colleghi più fidati di Keir Starmer che siedono nel gabinetto britannico hanno rastrellato centinaia di migliaia di sterline in contanti da diversi lobbisti pro-Israele. I principali beneficiari includono lo stesso Starmer, il suo vice primo ministro Angela Rayner, il cancelliere Rachel Reeves, il ministro degli Esteri David Lammy e il ministro degli Interni Yvette Cooper. Jonathan Reynolds, che gestisce le esportazioni di armi in Israele come segretario al commercio del Regno Unito, così come la mente elettorale del Labour Pat McFadden, le cui responsabilità ora includono la sicurezza nazionale, hanno entrambi beneficiato di donazioni da parte di lobbisti pro-Israele. LFI porta i parlamentari in missioni di “inchiesta” nella Palestina occupata. I principali finanziatori individuali includono gli imprenditori pro-Israele Trevor Chinn e Stuart Roden.

L’European Leadership Network (ELNET) è un altro gruppo di pressione che mira a rafforzare i legami tra Israele e l’Europa. Ha sborsato soldi per viaggi di piacere in Israele per i membri dello staff parlamentare. Uno di loro ha detto a OpenDemocracy: “C’era un programma chiaro e ovvio per assicurarsi che le persone avessero una posizione pro-Israele quando entravano nel governo”, aggiungendo che, dopo essere tornati dal viaggio, una figura di spicco dell’ambasciata israeliana ha chiesto: “Ti è piaciuto il viaggio che ti abbiamo fatto fare?”

Tra i finanziatori di ELNET c’è il miliardario americano Bernie Marcus, sostenitore di Donald Trump e uno dei principali donatori dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), spesso accusato di esercitare un’influenza indebita sulla politica statunitense e che ha già speso milioni di dollari per influenzare i risultati delle elezioni primarie in America.

“Il valore delle donazioni o dell’ospitalità ammonta a oltre 430.000 sterline, con le organizzazioni che hanno pagato i parlamentari conservatori in carica per visitare Israele in 187 occasioni”, ha affermato DeclassifiedUK a maggio.

Sicuramente la minaccia rappresentata da una potenza nucleare straniera che ha un’influenza indebita su entrambi i lati della Camera dei Comuni avrebbe dovuto far venire la bava alla bocca al Daily Mail, ma la storia è stata ampiamente ignorata. Eppure, se fosse stata Mosca e non Tel Aviv ad acquistare influenza con parlamentari e governi sarebbe stata la notizia di prima pagina ogni giorno per settimane e mesi.

Sono questo tipo di propaganda e pregiudizi sfacciati che hanno minato la fiducia del pubblico nei media. Possiamo tutti vedere che si stanno verificando un genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma perché le atrocità viste quotidianamente sui social media non vengono riportate in modo imparziale e completo dai media tradizionali? Con storie trapelate di censura in giornali come il New York Times, dove ai giornalisti è vietato usare la parola “genocidio”, non c’è da stupirsi che le persone non si fidino più delle fonti di notizie tradizionali. Ciò che la BBC, il NYT e altri media tradizionali non riescono a realizzare è che, sanificando il proprio linguaggio e le proprie immagini, sono complici dell’omicidio di bambini innocenti come Hind Rajab, stanno dando luce verde ai crimini di guerra perpetrati dalle forze di occupazione e stanno insabbiando l’intento omicida, anzi, genocida, di Israele.

“Non riesco proprio a capire perché i colleghi giornalisti che scrivono i copioni usati nei notiziari televisivi e nei media online stiano perseguendo questa narrazione edulcorata e forse razzista”, ho scritto a febbraio. Questo in relazione all’omicidio di Hind Rajab, sei anni. Lei e la sua famiglia sono stati massacrati dai soldati israeliani, ma un articolo pubblicato online dalla BBC era intitolato “Hind Rajab, 6 anni, trovata morta a Gaza giorni dopo le telefonate di aiuto”, sottintendendo che fosse morta per cause naturali. Eppure la bambina è stata chiaramente uccisa in un atto omicida che rientra chiaramente nella definizione di crimine di guerra, così come i due medici che hanno cercato di salvarla. A meno che o fino a che i media tradizionali non riconoscono la forza distruttiva insita nella funesta ideologia chiamata sionismo, allora per quel che concerne la raccolta di notizie, i giornali e i notiziari televisivi diventeranno superflui. Forse è questo l’obiettivo di Israele: se uccide i giornalisti non conformi e i loro organi di stampa e controlla chi ha accesso ai suoi campi di sterminio, allora sarà in grado di manipolare ciò che il mondo è in grado di vedere e come viene riferito, e quando. Lo stato canaglia dell’apartheid sarà quindi in grado di continuare a uccidere i palestinesi con ancora più impunità di quanta ne goda al momento. Potreste pensare che stia scherzando, ma la cosa è già evidente.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)