Con una storica inversione di tendenza la principale associazione di accademici statunitensi approva il boicottaggio di Israele

Redazione di MEMO

13 agosto 2024 – Middle East Monitor

Sull’onda della sentenza dello scorso mese della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) che ha accusato Israele di praticare l’apartheid, con una radicale inversione di tendenza l’associazione americana dei professori universitari (AAUP) ha ribaltato la sua tradizionale opposizione ai boicottaggi academici. La decisione della CIG, insieme alla sua indagine in corso sulle accuse di genocidio da parte di Israele a Gaza e la possibilità per i leader israeliani di dover fronteggiare mandati d’arresto da parte della Corte Penale Internazionale (CPI), sembra aver sollecitato l’AAUP a rivedere la sua posizione di lungo corso sui boicottaggi academici.

L’AAUP, un sindacato impegnato a salvaguardare la libertà accademica con 500 sedi in campus sparsi in tutti gli Stati Uniti, ha approvato una nuova dichiarazione che segna un allontanamento dalla precedente posizione articolata nel suo rapporto del 2006 “Sui boicottaggi accademici”. Dalla sua fondazione nel 1915, l’AAUP ha aiutato a modellare la formazione superiore americana sviluppando standard e procedure per mantenere la qualità della formazione e della libertà accademica nelle scuole superiori e nelle università americane. La nuova politica dell’AAUP riconosce che in determinate circostanze i boicottaggi accademici possano essere legittime risposte. Nella dichiarazione si afferma che “i boicottaggi accademici non sono di per sé violazioni della libertà accademica; piuttosto possono essere considerati legittime risposte tattiche a condizioni che sono fondamentalmente incompatibili con la missione dell’istruzione superiore.”

Fondamentalmente l’AAUP ora ritiene che “singoli membri delle facoltà e studenti dovrebbero essere liberi di soppesare, valutare e dibattere sulle specifiche circostanze che diano luogo a richieste di boicottaggi accademici sistematici e di fare le proprie scelte relative alla partecipazione ad essi.” L’organizzazione ritiene che agire diversamente contravverrebbe alla libertà accademica.

La dichiarazione è attenta a delineare i confini delle pratiche accettabili di boicottaggio. Afferma esplicitamente che i boicottaggi academici non dovrebbero includere delle verifiche di carattere politico o religioso né dovrebbero prendere di mira singoli accademici impegnati in pratiche universitarie ordinarie. Invece i boicottaggi dovrebbero “indirizzarsi solo contro istituzioni di istruzione superiore che violano la libertà accademica e i diritti fondamentali su cui tale libertà si fonda.

Mentre la dichiarazione dell’AAUP non cita specificatamente Israele, la tempistica di questo cambiamento di politica, che avviene dopo la sentenza della CIG e in mezzo a molteplici indagini sulla campagna militare israeliana a Gaza che ha ucciso circa 40.000 palestinesi, principalmente donne e minori, suggerisce fortemente che la situazione nell’enclave assediata abbia giocato un ruolo fondamentale nel provocare questa revisione. Questo cambiamento di politica da parte dell’AAUP si avvicina maggiormente alle azioni effettuate da altre associazioni accademiche negli ultimi anni. Per esempio una decina di anni fa l’American Studies Association [Associazione per gli Studi Americani] ha approvato misure per boicottare le università israeliane e l’American Anthropological Association [Associazione Antropologica Americana] lo scorso anno ha fatto altrettanto.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Esperti accolgono con favore la dichiarazione della CIG sull’illegalità della presenza israeliana nei territori palestinesi occupati

Redazione di MEMO

30 luglio 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì esperti di diritti umani dell’ONU e indipendenti hanno accolto con favore il parere legale della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) che ha definito “fuorilegge” l’occupazione israeliana della Palestina sollecitando Israele ad ottemperare alla sentenza.

In una dichiarazione gli esperti affermano che “il parere legale riafferma norme cogenti che proibiscono l’annessione, la colonizzazione, la segregazione razziale e l’apartheid e deve essere letto intrinsecamente dichiarativo e vincolante per Israele e per tutti gli Stati che supportano l’occupazione.”

Essi affermano che “la corte ha finalmente riaffermato un principio che non sembrava chiaro neppure alle Nazioni Unite: la libertà da una occupazione militare straniera, dalla segregazione razziale e dall’apartheid è assolutamente non negoziabile”.

Essi si sono detti favorevoli al riconoscimento da parte della corte del fatto che le parti coinvolte abbiano riconosciuto che convertire l’occupazione in annessione – come evidenziato da azioni come la demolizione di case, la negazione dei permessi di costruzione e il furto di territorio – viola la norma di diritto cogente che proibisce l’uso della forza per annettere territori occupati.

Gli esperti hanno affermato: “Possa questa sentenza storica essere l’inizio della realizzazione del diritto fondamentale del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla pace basate sulla libertà per tutti.”

Essi hanno messo in guardia riguardo agli attacchi intensificati contro la popolazione civile di Gaza e le sue risorse naturale in seguito al parere legale emesso il 19 luglio.

Israele deve adempiere a questo parere legale e ad altre sentenze della CIG emesse quest’anno,” hanno affermato. “Israele deve smettere di agire come se fosse il solo Paese al di sopra della legge.”

Hanno inoltre esortato tutti gli Stati a rivedere “immediatamente” tutti i legami diplomatici, politici ed economici con Israele, includendo affari e finanza, fondi pensione, università e fondazioni, chiedendo un embargo sulle armi, la fine di tutte le altre attività commerciali che possono danneggiare i palestinesi e sanzioni mirate, incluso il blocco dei beni per singoli individui ed entità coinvolti nelle politiche di occupazione illegale, segregazione razziale e apartheid.

Gli esperti hanno chiesto inchieste e azioni penali contro coloro che sono coinvolti in crimini nei territori palestinesi occupati.

Il recente parere della CIG, in risposta ad una richiesta del 2022 da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU, ha affermato che l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est e della Cisgiordania è “fuorilegge” e vi si deve porre fine “il più rapidamente possibile.”

Il parere ha affermato che Israele debba cessare ulteriori attività di colonizzazione ed “evacuare tutti i coloni dai territori palestinesi occupati.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Riaccendere una vecchia storia d’amore: Trump può salvare Netanyahu?

Ramzy Baroud

8 luglio 2024, Middle East Monitor

Molti analisti politici ritengono che il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, stia guadagnando tempo a Gaza e in Libano con la speranza che Donald Trump torni alla Casa Bianca dopo le prossime elezioni di novembre.

Che sia così o meno, è improbabile che Trump questa volta possa influenzare gli esiti della guerra o modificare il destino di Israele.

La politica estera degli Stati Uniti sembra essere governata da due prospettive diverse, una dedicata al mondo intero e l’altra solo a Israele. La prima è guidata dalla famosa e spesso ripetuta citazione dell’ex Segretario di Stato americano, Henry Kissinger, secondo cui “l’America non ha amici o nemici permanenti, ma solo interessi”.

Israele, tuttavia, rimane un’eccezione e la guerra israeliana in corso contro Gaza ha dimostrato ancora una volta la veridicità di tale affermazione.

Sebbene Washington condivida pienamente gli obiettivi bellici di Israele, non è fondamentalmente d’accordo con la concezione di una guerra lunga e di una “vittoria totale” sostenuta da Netanyahu.

Le due lunghe guerre statunitensi in Afghanistan e in Iraq hanno insegnato agli americani che né la longevità delle guerre né le aspettative eccessive e irrealistiche modificano gli esiti inevitabili.

In effetti, molti funzionari statunitensi, generali militari e influenti analisti hanno cercato di mettere in guardia Netanyahu, senza successo.

Destabilizzare il Medio Oriente in questa specifica congiuntura storica è semplicemente negativo per gli Stati Uniti. Arriva in un momento in cui l’Ucraina sta soffrendo una grave carenza di armi, con conseguenti perdite territoriali, e in cui gli alleati USA-Europa stanno lottando sotto il peso delle crisi economiche e politiche.

Poiché le relazioni tra Stati Uniti e Israele sono regolate da un unico schema di politica estera, l’amministrazione Biden continua a sostenere Israele in tutti i modi possibili affinché possa continuare una guerra perdente.

La guerra si sta svolgendo ovviamente a spese di oltre 125 mila palestinesi che, finora, sono stati uccisi e feriti a causa degli attacchi israeliani, dei bombardamenti e delle esecuzioni di massa. Quelli che muoiono di fame o di malattie sono un numero diverso, che non è ancora stato completamente calcolato.

Washington non è preoccupata dal genocidio a Gaza in sé, ma dall’esito della guerra sui suoi piani in Medio Oriente e sul futuro delle sue basi militari, in particolare in Iraq e in Siria. È anche preoccupata per la sua influenza geostrategica nella regione a causa dell’instabilità senza precedenti del Mar Rosso.

Eppure, Joe Biden continua ad armare Israele e a fornire una rete di sicurezza alla sua economia in calo. Il 20 aprile la Camera ha approvato una legge che prevede 26,3 miliardi di dollari di assistenza a Israele. Inoltre, massicce spedizioni di armi continuano a fluire senza ostacoli verso Israele.

Queste bombe non solo stanno distruggendo l’intera Gaza, ma anche qualsiasi possibilità che gli Stati Uniti possano riacquistare un minimo di credibilità in Medio Oriente. Peggio ancora, il sostegno cieco degli Stati Uniti a Israele ha fatto vacillare anche la posizione di Washington a livello internazionale.

Quindi, cosa potrebbe fare Trump che Biden non ha fatto?

La politica di Trump è smaccatamente machiavellica. Durante il suo unico mandato, tra il 2017 e il 2021, ha svolto il ruolo di genio americano, esaudendo ogni desiderio di Israele, sebbene tutte quelle richieste fossero flagranti violazioni del diritto internazionale.

Le politiche pro-Israele di Trump hanno incluso, accanto ad altre, il riconoscimento di tutta Gerusalemme come capitale di Israele, l’annessione delle alture del Golan e il riconoscimento di tutti gli insediamenti ebraici israeliani illegali in Cisgiordania.

Ma anche Netanyahu è un seguace di Macchiavelli, un fatto che ha irritato Trump dopo la sua umiliante uscita dalla Casa Bianca.

“Non gli ho più parlato”, ha detto Trump in un’intervista con Barak Ravid di Axios nel dicembre 2021, in riferimento al leader israeliano. “Fan**lo”, ha detto.

Ma ora entrambe le parti stanno cercando di riaccendere la vecchia storia d’amore. Il candidato repubblicano alla presidenza deve essere soddisfatto delle critiche pubbliche di Netanyahu all’amministrazione Biden. In cambio, Trump è pronto a “finire il lavoro”, come ha dichiarato nel primo dibattito presidenziale del 27 giugno.

Tuttavia, il ritorno di Trump non cambierà in alcun modo le sventure di Israele dal 7 ottobre, perché i problemi di Israele non hanno origine a Washington. La crisi di Israele è multiforme. Non è in grado di vincere la guerra a Gaza, nonostante la tragedia e la distruzione di massa che vi ha creato. Non riesce nemmeno a cambiare le regole di ingaggio in Libano a causa della forza dei suoi nemici e del fatto che le sue forze armate non sono in grado di combattere e vincere su più fronti – nemmeno su uno.

Un’altra dimensione della crisi israeliana è interna: le profonde divisioni nella società, nell’apparato di sicurezza e fra i politici israeliani. Nemmeno Trump potrebbe colmare il divario o porre fine alla polarizzazione, che probabilmente si aggraverà in futuro.

Anche sul fronte internazionale, è probabile che Trump si dimostri altrettanto inefficace, ancora una volta, semplicemente perché l’amministrazione Biden ha sfidato il consenso internazionale su Israele fin dall’inizio della guerra. L’attuale Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti si è spinta fino ad approvare una legge per sanzionare la Corte Penale Internazionale (CPI) dopo che il suo procuratore ha richiesto mandati di arresto contro funzionari israeliani.

Se Netanyahu pensa che Trump gli offrirà un accordo migliore di quello di Biden, si sbaglia. Biden si è dimostrato il più grande sostenitore americano di Israele nei suoi 76 anni di storia.

Ironia della sorte, il sostegno indiscusso degli Stati Uniti a Israele potrebbe essere un fattore che contribuisce alla sua caduta.

“Essere un nemico dell’America può essere pericoloso, ma esserne amico è letale”, ha anche detto Kissinger. Non si sbaglia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)




Attraverso gli occhi di chi è bendato: uno sguardo alle violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi

Samah Jabr

3 luglio 2024 – Middle East Monitor

Di recente sulle reti sociali sono comparsi molti video inquietanti di palestinesi bendati. Uno di questi mostra soldati israeliani nella Cisgiordania occupata che obbligano palestinesi arrestati e bendati ad ascoltare in continuazione per otto ore una canzoncina per bambini, “Meni Meni Meni Mamtera”. Questo video è diventato virale, scatenando la tendenza su Tik Tok per cui israeliani si prendono gioco dei detenuti palestinesi rievocando quella scena. Persino Yinon Magal, ex- parlamentare [del partito di estrema destra Casa Ebraica, ndt.] della Knesset e conduttore di programmi televisivi, ha partecipato a questa attività con i suoi bambini.

Avendo lavorato per quasi vent’anni con vittime palestinesi di tortura, posso testimoniare direttamente le gravissime conseguenze di tali pratiche. Bendare e incappucciare sono prassi comunemente utilizzate da esercito, polizia e investigatori israeliani durante la detenzione e gli interrogatori. Spesso messe in atto insieme alla tortura, queste pratiche rendono quasi impossibile per le vittime identificare i propri torturatori, impedendo di conseguenza i tentativi di denuncia. Questi atti sono diventati sempre più sfrontati, in quanto si svolgono spesso davanti a telecamere durante le azioni genocide che attualmente avvengono a Gaza. Molti detenuti raccontano di essere stati isolati dal loro contesto durante buona parte, quando non tutto il tempo passato in detenzione. Questa prassi riprovevole solleva gravi preoccupazioni legali, etiche e psicologiche.

Bendare gli occhi, in quanto metodo di deprivazione sensoriale, è particolarmente dannoso. Ha profonde conseguenze psicologiche e fisiologiche, sia a breve che a lungo termine, tra cui danni alla vista, traumi, ansia, attacchi di panico, disorientamento, problemi cognitivi e allucinazioni. La deprivazione sensoriale accentua la differenza di potere tra la vittima con gli occhi bendati e chi interroga, amplificando la sensazione di vulnerabilità, paura e impotenza. A causa di tale impedimento la vittima dipende maggiormente da altri sensi, che intensificano la sofferenza fisica e l’impatto dell’interrogatorio.

L’isolamento può portare ad accentuare lo stress e la disperazione, aumentando la possibilità che l’individuo fornisca informazioni o si adegui alle richieste di chi lo interroga. Questi risultati sono coerenti con la nostra conoscenza clinica secondo cui la deprivazione sensoriale può portare a gravi problemi di salute mentale e a conseguenze traumatiche.

Questa tecnica serve anche a disumanizzare la vittima. Gli investigatori impediscono il contatto visuale delle vittime con il loro contesto e con gli stessi investigatori, riducendone la sensazione di identità personale, soggettività e libero arbitrio, rendendo più facile per chi interroga esercitare il controllo. Il metodo accentua nella vittima la sensazione di disorientamento, oggettificazione e suggestionabilità. Questa deliberata deprivazione sensoriale intende creare un contesto in cui è più probabile che la vittima soccomba alle pressioni durante l’interrogatorio.

Molte delle vittime di tortura che ho esaminato e che durante la detenzione hanno subito settimane di deprivazione sensoriale, tra cui il bendaggio degli occhi, hanno descritto sintomi di dissociazione. Possono vivere esperienze di depersonalizzazione, una sensazione di irrealtà e un profondo distacco dal loro contesto; questi sintomi possono persistere anche quando la deprivazione visiva finisce e possono avere un impatto profondo sulla loro salute mentale. Altri hanno iniziato ad aver paura del buio e non riescono ad addormentarsi spontaneamente.

Mentre gli israeliani sostengono che bendare [i detenuti] è una misura efficace legata alla sicurezza, sappiamo che metodi psicologici estremi spesso forniscono informazioni inattendibili. Sotto costrizione è più probabile che le persone forniscano dichiarazioni false o esagerate.

Penso che bendare gli occhi serva senza dubbio a proteggere i soldati israeliani dallo sguardo dei palestinesi e da ogni possibilità di contatto visivo con le persone che stanno interrogando. Questa separazione dall’aspetto umano delle azioni israeliane è un meccanismo di difesa psicologico, e consente ai soldati di tenere una distanza emotiva dall’impatto del loro comportamento. Essa può contribuire a un più complessivo processo di disumanizzazione attraverso cui i soldati diventano insensibili al costo umano delle loro azioni. Studi sulla psicologia dei militari indicano che tale distacco può portare a una maggiore aggressività e probabilità di commettere violazioni dei diritti umani.

È fondamentale riconoscere che l’uso di bendare gli occhi e della tortura è generalmente definito una violazione dei diritti umani. Ma non possiamo dimenticare quello che abbiamo visto, anche quando Israele sta cercando di bendare gli occhi del mondo per non fargli vedere le sue azioni genocide e di ammanettare l’opinione pubblica internazionale perché non condanni queste azioni. I palestinesi chiedono alla comunità internazionale di fissare lo sguardo su Israele e chiedere conto a quanti perpetrano tali pratiche. Solo opponendoci a queste violazioni possiamo proteggere la nostra visione dei diritti umani e conservare la prospettiva di un mondo migliore.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Coloni israeliani gettano rifiuti in una fonte d’acqua palestinese vicino a Gerico

Redazione di Middle East Monitor

2 luglio 2024 – Middle East Monitor

Oggi coloni israeliani hanno inquinato la fonte d’acqua di Al-Auja, a nord della città di Gerico, in Cisgiordania occupata, gettandovi dei rifiuti.

Il supervisore generale dell’organizzazione Al-Baydar per la difesa dei diritti dei beduini, Hassan Malihat, ha riferito che l’obiettivo dei coloni era di contaminare l’acqua della sorgente, privando i palestinesi locali di acqua pulita da bere.

Inoltre, secondo l’agenzia di notizie Wafa, le autorità di occupazione israeliana hanno comminato sanzioni contro i beduini provenienti dalle comunità vicine che con i trattori stavano cercando di raccogliere acqua da bere e per il bestiame.

Malihat ha sottolineato il fatto che gettare rifiuti in una fonte d’acqua provoca rischi immediati e futuri per la salute degli abitanti del posto ed anche importanti minacce ambientali. Ha sottolineato che questa azione è una violazione delle norme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e delle leggi umanitarie internazionali. Negli ultimi anni i villaggi di Al-Auja hanno subito campagne di demolizioni, persecuzioni e ripetuti attacchi e violazioni da parte di coloni e soldati occupanti.

A causa del fatto che si trovano ‘nell’Area C’ della Cisgiordana occupata, che è territorio palestinese sotto il controllo amministrativo e militare israeliano, le autorità occupanti vietano ai suoi abitanti l’accesso ai servizi di base.

Dalla Naksa del 1967, Israele ha occupato la sponda ovest del fiume Giordano [la Cisgiordania, ndt.] che i palestinesi vedono come il cuore di uno stato indipendente.

Israele ha aumentato le incursioni nella Cisgiordania da quando è cominciata la guerra a Gaza a ottobre. Dati delle Nazioni Unite mostrano che dal 7 ottobre nel territorio palestinese sono state uccise almeno 553 persone, un quarto delle quali sono minori.

Secondo il diritto internazionale sia la Cisgiordania sia Gerusalemme Est sono territori occupati. Pertanto la costruzione di tutte le colonie è illegale.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Le lamentele di Netanyahu non hanno nulla a che fare con i ritardi nella fornitura di armi: perché Israele si è rivoltato contro Biden

Rick Zand

1 luglio 2024 – Middle East Monitor

Non è un segreto che il primo ministro Benjamin Netanyahu auspichi il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. L’appoggio un tempo affidabile della base del Partito Democratico ad Israele si è inaridito, soprattutto nella componente progressista, a causa della devastante campagna di pulizia etnica a Gaza che è costata circa 38.000 vite, compresi 15.000 bambini, senza contare tutti coloro che sono scomparsi, presumibilmente morti, sepolti sotto le macerie delle loro case distrutte dallo Stato occupante.

Netanyahu ha abbandonato il suo alleato di lunga data e presunto amico presidente Joe Biden e il suo partito democratico, ma non per i motivi a cui vorrebbe che noi credessimo.

Il 18 giugno Netanyahu ha diffuso un video su X che ha sorpreso la Casa Bianca: accusava l’amministrazione Biden di trattenere le armi e di compromettere la sicurezza di Israele. La sferzante risposta dell’amministrazione ha colto alla sprovvista un tormentato segretario di Stato USA Antony Blinken, che si è recato in Israele e nei Paesi del Golfo diverse volte negli ultimi otto mesi.

Benché stiano rivalutando una spedizione di bombe da 2.000 libbre, a causa delle preoccupazioni per le vittime civili se venissero usate nell’attacco a Rafah, Blinken ci ha assicurato, “Tutto si sta svolgendo come dovrebbe e sempre nella prospettiva di garantire che Israele abbia ciò che necessita per difendersi contro questa quantità di minacce.”

Secondo l’addetta stampa della Casa Bianca Karine Jean-Pierre, “Sinceramente non sappiamo di che cosa lui (Netanyahu) stia parlando.” Dopo aver menzionato la spedizione di bombe di 2.000 libbre, ha aggiunto: “Non vi sono altre interruzioni.”

Inoltre la Casa Bianca ha annullato un incontro con dirigenti israeliani riguardante l’Iran. Secondo Axios (sito web americano di informazione politica, ndtr.) un funzionario USA ha affermato: “Questa decisione chiarisce che aver tirato in ballo tali sciocchezze porta a delle conseguenze”.

Senza dubbio Biden è stato irritato dal video, specialmente quando Netanyahu si è paragonato a Winston Churchill dicendo: “Durante la seconda guerra mondiale Churchill disse agli Stati Uniti: ‘dateci gli strumenti, noi faremo il lavoro’. Ed io dico: ‘dateci gli strumenti e noi finiremo il lavoro molto più velocemente’.”

Israele ha armi sufficienti per devastare Gaza ancora molte volte. La sola India ha fornito a Israele 900 droni e altre armi fabbricate a Hyderabad. Quella fabbrica è una joint- venture tra la Elbit Systems israeliana e il consorzio del miliardario indiano Gautam Adani.

L’India fornisce armi ad Israele fin dall’inizio della guerra.

Comunque, secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca di Stoccolma (SIPRI), tra il 2019 e il 2023 gli USA hanno fornito il 69% delle armi convenzionali importate da Israele. Nel 2016 Obama ha aumentato gli aiuti a Israele da 30 a 38 miliardi di dollari per 10 anni, il più grande pacchetto di aiuti nella storia degli Stati Uniti. Questi fondi hanno finanziato jet da combattimento, forze di terra, sistemi di armi e di difesa aerea. Inoltre Israele è il nono maggior esportatore di armi, il che dimostra che ha ampie forniture per uso proprio.

Il SIPRI colloca la Germania al secondo posto tra i maggiori fornitori di armi a Israele, fornendo circa il 30% delle sue importazioni di armamenti. Sia gli USA che la Germania hanno votato contro una risoluzione non vincolante del Consiglio ONU per i Diritti Umani (UNHRC), che chiede la fine di tutte le vendite o spedizioni di equipaggiamento militare e armi ad Israele, per motivi umanitari.

A maggio Biden ha minacciato di sospendere le spedizioni di armi di fabbricazione USA a Israele, se esso avesse invaso Rafah. “Continueremo a garantire la sicurezza di Israele in termini di Iron Dome e della capacità di rispondere agli attacchi condotti recentemente in Medio Oriente”, ha affermato Biden all’epoca. “Ma ciò [l’invasione di Gaza, ndt] è decisamente sbagliato. Non forniremo armi e proiettili d’artiglieria.”

Eppure dal 7 ottobre dello scorso anno gli USA hanno fornito ulteriori 6,5 miliardi di dollari a Israele. Questi si aggiungono ai 3,8 miliardi di dollari che Israele ha ricevuto in base all’accordo del 2016. Armi e denaro continuano a fluire anche se l’invasione israeliana di Rafah ha provocato l’uccisione di 45 palestinesi e il ferimento di altri 200 dopo che le forze di occupazione hanno incendiato un campo profughi dove i civili avevano trovato rifugio.

Con il denaro e le importazioni di armi che Israele ha ricevuto da quando è iniziato l’attacco a Gaza, è difficile immaginare che le forze di occupazione manchino di sufficienti forniture di armamenti.

La vuota minaccia di Biden non è riuscita ad avere un impatto sulla determinazione di Netanyahu ad invadere Rafah.

E neppure hanno agevolato gli sforzi gli appelli di Biden a consentire l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza. Gli aiuti arrivano poco a poco, quando non arrivano del tutto. Nel frattempo il cibo si deteriora nei camion di aiuti in attesa, mentre a pochi chilometri di distanza i palestinesi muoiono di fame.

Il primo (e probabilmente unico) dibattito tra Biden e Trump ha solo sfiorato la crisi a Gaza, ma molto è stato detto in poche parole. Biden si è attenuto al suo piano di pace presumibilmente sostenuto da Netanyahu. Il piano di Trump è molto meno complicato: “Bisogna lasciarli andare e lasciargli finire il lavoro”, ha detto ai moderatori della CNN, facendo eco alla richiesta di Netanyahu che gli lascino “finire il lavoro al più presto”.

Nel suo commento sul giornale ebraico americano The Forward Rob Eshman ha suggerito che nel dibattito Trump stesse parlando ad un pubblico di una sola persona: la vedova di Sheldon Adelson, l’ottava donna più ricca del mondo, Dr.ssa Miriam Adelson. Lei ha garantito 90 milioni di dollari ad un super PAC [le Political Action Committee sono organizzazioni fondate in USA con lo scopo di raccogliere fondi per sostenere uno specifico candidato, ndt.] pro Trump e deve ancora consegnarne la maggior parte.

Eshman probabilmente ha ragione, dato che Netanyahu non ha bisogno di sentire da Trump ciò che già sa. Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale ufficiale di Israele e vi ha spostato l’ambasciata statunitense da Tel Aviv. L’ex presidente USA ha anche concesso a Israele le Alture del Golan per svilupparle, anche se non è chiaro con quale autorità. Quale segnale migliore per Netanyahu e il suo partito di estrema destra Likud che hanno carta bianca da Trump per impadronirsi della terra, comprese tutte le parti di Gaza e la Cisgiordania?

Nonostante la loro decennale amicizia, Netanyahu ha lasciato prontamente Biden per Trump. Il consenso a Biden si è incrinato dopo la sua penosa performance durante il dibattito. La lacerazione dei progressisti aveva già provocato una divisione a causa degli otto mesi di crimini di guerra israeliani commessi a Gaza, inclusi l’inedia di massa, la pulizia etnica e il genocidio.

La maggioranza dei democratici sostiene ancora le azioni di Israele, come dimostra il recente disegno di legge del Senato, approvato con supporto bipartisan, che vieta ad ogni istituzione con finanziamenti pubblici in Pennsylvania di disinvestire da imprese e organizzazioni israeliane.

Tuttavia vi sono parecchi dubbi tra coloro che nel partito democratico vedono l’intenzione finale di Israele nel proseguire l’occupazione e stabilire insediamenti illegali. La settimana scorsa il gabinetto di sicurezza di Israele ha approvato cinque nuovi insediamenti in Cisgiordania insieme ad una lista di sanzioni contro l’Autorità Nazionale Palestinese già definanziata.

Tuttavia Trump e i repubblicani sono rimasti saldi nel loro incondizionato appoggio all’apartheid di Israele. “Date a Israele le bombe di cui ha bisogno per finire la guerra”, ha detto (il senatore USA conservatore) Lindsay Graham a NBC News. “Non possono perdere”. Ha anche paragonato il genocidio israeliano a Gaza allo sgancio delle bombe atomiche da parte degli USA su Hiroshima e Nagasaki durante la seconda guerra mondiale, aggiungendo: “E’ stata la decisione giusta.” Durante la sua visita a Israele in maggio l’ex ambasciatrice all’ONU e al tempo candidata alle primarie presidenziali per i repubblicani Nikki Hayley ha scritto su un proiettile destinato a Gaza “Finiscili tutti!”

Se il messaggio proveniente da Biden è l’apatia, il segnale dal campo di Trump è assumere il fanatismo di destra di Israele e concedere pieno appoggio all’ampliamento del colonialismo di insediamento nei territori occupati.

Netanyahu e il suo partito Likud faranno il possibile per indebolire Biden e riportare in carica Trump.

Se Biden farà un passo indietro dopo la sua disastrosa performance nel dibattito, la destra israeliana avrà un altro candidato democratico da debellare con molto meno tempo per farlo prima delle elezioni. Ma Biden non ha mostrato intenzione di arrendersi e molti democratici sostengono ancora la sua corsa alla rielezione.

Netanyahu capisce che i suoi obbiettivi e quelli di Trump coincidono. Forse Trump ha motivi molto diversi per sostenere Israele data la sua leale appartenenza al nazionalismo bianco cristiano. Tuttavia gli obbiettivi sono gli stessi: un solo Israele, dal fiume al mare. Mentre Biden tergiversa tra la diplomazia e l’impotenza, Trump ha già cementato il suo appoggio.

Se la comunità internazionale non imporrà sanzioni a Israele e ad ogni Paese che finanzia la pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania, il genocidio e la crisi umanitaria continueranno senza sosta.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Manifestanti pro-Palestina bloccano il porto italiano di Genova

Redazione di Middle East Monitor

25 giugno 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì attivisti solidali con la Palestina hanno inscenato una protesta al porto di Genova, nel Nord Italia, contro una consegna di armi ad Israele.

Martedì mattina presto i manifestanti, che comprendevano associazioni della società civile e sindacati dei portuali, hanno bloccato il porto in solidarietà con i palestinesi della Striscia di Gaza.

L’agenzia di stato italiana ANSA ha riferito che oltre 500 manifestanti hanno impedito il passaggio di camion che trasportavano container che dovevano essere caricati sulle navi.

I gruppi hanno criticato la fornitura di armi a Israele e hanno sostenuto che il porto di Genova è un punto di transito per le armi usate nel “massacro” dei palestinesi.

Un gruppo chiamato “giovanipalestinesi” ha scritto su Instagram che i container in arrivo al porto sono stati bloccati martedì mattina alle 6 ore locali.

Il gruppo ha aggiunto: “Sappiamo molto bene che la macchina da guerra comincia dalla logistica che invia armi, munizioni e tecnologia che hanno causato il genocidio del nostro popolo.”

Dall’incursione di Hamas oltre il confine del 7 ottobre 2023 che ha provocato 1.200 vittime, Israele ha ucciso più di 37.600 palestinesi. Il massacro ha ridotto il territorio in macerie e ha provocato una carestia.

Tuttavia da allora Haaretz [giornale israeliano di centro sinistra, ndt.] ha rivelato che elicotteri e carri armati dell’esercito israeliano hanno di fatto ucciso molti del 1.139 soldati e civili che Israele ha dichiarato essere stati ammazzati dalla resistenza palestinese.

Avendo violato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un immediato cessate il fuoco, Israele ha dovuto affrontare una condanna internazionale a fronte della sua continua e brutale offensiva a Gaza [iniziata] dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Israele è accusato di genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia, che con la sua ultima sentenza ha ordinato a Tel Aviv di fermare immediatamente le sue operazioni nella città meridionale di Rafah, dove un milione di palestinesi aveva cercato rifugio dalla guerra prima che fosse invasa il 6 maggio.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Ormai Israele ha reso l’antisemitismo un vuoto slogan

Mustafa Fetouri

13 giugno 2024 – Middle East Monitor

Molti nel sud del mondo pensano che Israele abbia sequestrato l’olocausto e lo abbia sovrapoliticizzato per i propri scopi politici fin dalla sua creazione nel 1948. I popoli del sud (del mondo) non condividono in realtà il peso della colpa per quello che i cristiani europei fecero al popolo ebraico e a coloro che tentarono di aiutarlo in tutto il continente.

Certamente la Germania nazista ha assassinato sei milioni di ebrei, ma ha anche assassinato secondo le stime altri cinque milioni di non ebrei, compresi Zingari, Rom, Slavi [Russi, Polacchi, ecc., n.d.t.], persone disabili e omosessuali. Storicamente lo Stato tedesco ha una lunga storia di uccisioni di massa, molto prima che comparisse Hitler, e la sua vicenda coloniale dalla Namibia alla Tanzania testimonia tali atrocità. Questo è uno dei motivi per cui il termine “olocausto” difficilmente evoca le emozioni che scatena ad esempio in Europa. Le vittime del colonialismo nel sud del mondo vedono non solo i doppi standard e l’ipocrisia, ma anche un tentativo di separare le loro vittime coloniali da altre e dimenticarsene. La maggior parte degli africani, per esempio, considera la questione palestinese come una vicenda sostanzialmente coloniale condotta dalle vittime dell’olocausto contro palestinesi innocenti, con molte analogie con la lotta di liberazione africana.

Ma nel corso degli anni il termine “olocausto” si è imposto con riferimento solo ed esclusivamente alle vittime ebree, ignorando le altre. Questo fatto, sostenuto e ben propagandato dagli alleati occidentali di Israele, ha reso l’intera tragedia ebraica una questione privata che non deve essere collegata o paragonata a nessun’altra, limitando se non negando totalmente la solidarietà.

L’olocausto, invece di essere commemorato in tutto il mondo come una tragedia umana perpetrata da criminali di guerra, è diventato uno strumento israeliano utilizzato per suscitare compassione e screditare gli altri. Chiunque osi criticare le politiche e le pratiche israeliane può essere definito e bollato come un “negazionista dell’olocausto” e soprattutto antisemita – il moderno termine onnicomprensivo, o meglio formula magica, che può condurre alla fine di una carriera e addirittura al licenziamento dalla scuola!!

Israele ha strumentalizzato l’olocausto per giustificare la propria esistenza e tutto ciò che fa per difendersi. Sostiene di essere il legittimo e solo erede della tragedia ebraica, attribuendosi il totale monopolio sull’uso del termine e sul come viene usato. Per esempio, Israele sarà molto adirato e propenso a reagire con estrema rabbia se chiunque, anche incidentalmente, paragoni l’olocausto come pratica di assassinio di massa ad altri assassinii di massa in tutto il mondo, figuriamoci in Palestina.

Sotto il governo di un polacco immigrato illegale e criminale di nome Menachem Begin, che è stato primo ministro dal 1977 al 1981, Israele e i suoi alleati occidentali hanno perfezionato l’arte dell’utilizzo fuorviante e ipocrita dell’olocausto, Shoah in ebraico, come sistema per giustificare qualunque cosa faccia Israele ai suoi nemici, comprese le singole persone che si oppongono alle sue politiche.

Accanto all’evocazione manipolatoria ed ipocrita dell’olocausto ad ogni difficoltà che Israele si trova ad affrontare, vi è l’altro termine molto più pericoloso e disumanizzante: antisemitismo, che di recente è stato usato quasi ogni giorno nel contesto del genocidio israeliano a Gaza che ha ucciso quasi 40.000 persone, e che continua.

L’eccessivo uso di “antisemitismo” per descrivere qualunque persona, Stato e organizzazione mondiale, comprese le Nazioni Unite, ha reso questo termine nient’altro che un vuoto slogan usato per intimidire e costringere altri al silenzio. Persino ebrei credenti e praticanti rischiano di venire accusati di “odiare sé stessi” se si esprimono contro gli orrendi crimini di Israele in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est. Anche la critica dell’occupazione di parti del Libano e della Siria costituisce una linea rossa.

Abba Eban, un famoso studioso e diplomatico israeliano nato in Sudafrica, stanco dell’uso estenuante del termine olocausto contro i critici, una volta ha detto che “è tempo che noi (israeliani) ci reggiamo sui nostri piedi e non su quelli di sei milioni di morti.”

Mentre Ben Gurion, il padre fondatore di Israele, una volta descrisse le vittime dell’olocausto come “macerie umane”, riproponendo la stessa cosa di Abba Eban – anche se un po’ più aspramente – che l’eccessiva evocazione dell’olocausto non favorirà Israele molto di più del definire gli avversari antisemiti.

Nel contesto dell’attuale sterminio di massa di Israele a Gaza la prima reazione delle elite e dei governi occidentali è stata assicurargli un inequivocabile sostegno alle sue pretese di autodifesa, nonostante l’uccisione di migliaia e migliaia di bambini palestinesi. Queste elite ipocrite, nel loro cieco appoggio ad Israele, impiegheranno prontamente la parola magica “antisemitismo” contro ogni opinione contraria e, per mettere Israele ancor più al riparo da qualunque accusa, non esiteranno a rievocare il nazismo ed i suoi crimini contro il popolo ebraico.

I leader israeliani, nella loro prima reazione all’attacco di Hamas del 7 ottobre, non solo hanno paragonato Hamas ai nazisti e i suoi capi a Hitler, ma hanno fatto riferimento alla Torah [in cui più volte il “dio degli eserciti” invita i suoi fedeli a sterminare i loro nemici, n.d.t.] e sono andati oltre definendo l’intera popolazione palestinese a Gaza animali umani meritevoli di morire, semplicemente perché sono solamente dei sub-umani e anche perché hanno assalito proprio il Paese che ospita i sopravvissuti dell’olocausto – in una parola, antisemiti.

Secondo la più ampia concezione che Israele ha di sé stesso e della propria identità, ogni ebreo ovunque nel mondo dovrebbe essere anzitutto sionista, poi israeliano, in terzo luogo ebreo e in ultimo cittadino di un altro Paese. Soprattutto lui o lei dovrebbe essere sempre pronto/a a definire gli avversari o altri differenti punti di vista come “antisemiti” e odiatori degli ebrei, anche se hanno usato espressioni del tutto neutrali e aperte alla discussione.

Questo rende l’idea di lealtà ad Israele superiore ad ogni altra lealtà, facendo degli ebrei in America, per esempio, o in ogni altra parte del mondo, una comunità discriminata e sempre sospettata e presa di mira.

Tutti i Paesi europei hanno leggi severe che penalizzano ogni forma di antisemitismo, tuttavia proprio queste leggi in realtà contribuiscono ad esacerbare i sentimenti anti-ebraici. Questo serve a rafforzare il bizzarro concetto, spacciato dallo stesso presidente Biden, secondo cui nessun ebreo è al sicuro se non fosse per la creazione di Israele!

Eppure il frenetico eccesso di utilizzo dell’accusa di antisemita non spaventa e terrorizza come soleva fare soprattutto in Europa, semplicemente perché la gente ha visto e sperimentato come Israele deliberatamente distorce il significato dell’accusa per mettere a tacere il dissenso, anche entro i propri confini.

La quantità di menzogne, alterazione dei fatti e false notizie che la propaganda israeliana ha prodotto dal 7 ottobre in poi ha reso le persone più sfiduciate nei confronti di Israele rispetto a prima, provocando, grazie alle azioni e alle politiche stesse di Israele, l’estendersi di sentimenti anti ebraici espressi in diversi modi.

Eppure Israele si lamenta dell’aumento di espressioni di antisemitismo in Europa e altrove, mentre continua a presentarsi come la povera vittima, dimenticando che il suo monotono uso del termine “antisemitismo” contribuisce in larga parte ai sentimenti anti ebraici che innegabilmente sono in aumento dati i quotidiani massacri di palestinesi.

Firmando questo articolo non sarò sorpreso se alcuni lettori mi bolleranno come “antisemita” o “negazionista dell’olocausto” o odiatore degli ebrei o tutte le tre accuse insieme!

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I media informano che due importanti democratici del Congresso statunitense approvano la vendita di armi a Israele per 18 miliardi di dollari

Redazione di Middle East Monitor

11 giugno 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia Reuters informa che il Washington Post ha riferito ieri, citando tre politici anonimi, che due importanti [parlamentari] democratici del Congresso statunitense hanno accettato di appoggiare una grande vendita di armi ad Israele che include 50 caccia F-15 per un valore di più di 18 miliardi di dollari.

Il Washington Post ha riferito che il deputato Gregory Meeks e il senatore Ben Cardin hanno autorizzato l’affare sotto pesanti pressioni dell’amministrazione Biden dopo che i due legislatori avevano bloccato la vendita per mesi.

Ogni questione o preoccupazione che il presidente Cardin aveva è stata affrontata attraverso le nostre consultazioni in corso con l’amministrazione (Biden) ed è per questo che ha ritenuto opportuno che l’affare andasse avanti,” ha affermato al Washington Post Eric Harris, il direttore per le comunicazioni delle Commissioni Affari Esteri del Senato.

Meeks ha detto al giornale che egli è stato a stretto contatto con la Casa Bianca e l’ha sollecitata per fare pressione su Israele riguardo agli sforzi umanitari e alle perdite civili. Secondo il Washington Post egli ha affermato che gli F15 non saranno consegnati prima di molti “anni da adesso.”

Nessuno degli uffici dei due parlamentari ha risposto immediatamente ad una richiesta di commenti.

Biden è stato posto sotto crescente pressione dai membri del partito democratico riguardo al suo incondizionato supporto ad Israele di fronte agli otto mesi di assalto a Gaza che ha ucciso più di 37.000 palestinesi e fatto sfollare quasi l’intera popolazione di 2,3 milioni di persone.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Mentre Gaza subisce un genocidio fisico, la Cisgiordania ne affronta uno economico

Fareed Taamallah

10 giugno 2024 – Middle East Monitor

Mentre il mondo si preoccupa dell’orribile genocidio nell’assediata Striscia di Gaza, Israele sta uccidendo centinaia di palestinesi, espropriando altra terra e strangolando economicamente la Cisgiordania. Il 22 maggio, in seguito alle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia contro Israele e al riconoscimento della Palestina da parte di tre Paesi europei, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha preso “severe misure punitive” contro l’Autorità Nazionale Palestinese. Tra queste c’è il blocco dei trasferimenti a favore dell’ANP delle tasse riscosse da Israele, che potrebbe portare al crollo dell’Autorità.

Dalla sua creazione in base agli accordi di Oslo del 1993 l’ANP è stata vincolata agli accordi politici, di sicurezza ed economici imposti da Israele e dai suoi alleati. Uno dei più importanti è l’Accordo Economico di Parigi del 1994, che avrebbe dovuto essere temporaneo e durare 5 anni. Stabiliva la dipendenza dell’economia palestinese da quella israeliana e concedeva allo Stato dell’occupazione i mezzi per rendere permanente questo accordo temporaneo. Essenzialmente il trattato ha integrato l’economia palestinese in quella israeliana attraverso un’unione doganale, e Israele ha avuto il controllo di ogni confine, sia dei propri che di quelli dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ciò significa che la Palestina rimane senza frontiere indipendenti verso l’economia globale. Secondo l’accordo il governo israeliano è responsabile di riscuotere le tasse sui beni importati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, che trasferisce alle casse dell’ANP in cambio di una commissione del 3%.

Si presume che questo denaro venga trasferito regolarmente all’ANP a una media tra i 190 e i 220 milioni di dollari al mese. L’ANP si basa su questi fondi per pagare gli stipendi dei suoi dipendenti e adempiere ai propri obblighi riguardo alle spese correnti delle sue istituzioni.

La decisione di Smotrich non è la prima presa dal governo israeliano contro l’ANP e l’economia palestinese in generale. È un’estensione di una serie di passi espliciti e impliciti per danneggiare l’Autorità, a causa del fatto che l’ANP rappresenta il potenziale governo di un futuro Stato palestinese a cui si sono sempre opposti i successivi governi israeliani, di destra come di sinistra.

I trasferimenti sono stati bloccati in base a molti pretesti, compresa la punizione dell’ANP per ogni passo politico intrapreso, come ad esempio l’adesione alla Corte Penale Internazionale nel 2015. In effetti dal 2019 lo Stato occupante ha sistematicamente dedotto parte dei fondi con il pretesto che l’ANP paga sussidi alle famiglie dei prigionieri e dei martiri palestinesi, che Israele descrive come “appoggio al terrorismo”.

Dal 7 ottobre il governo israeliano di occupazione ha anche detratto dalle entrate fiscali l’ammontare di quanto l’ANP normalmente paga alle sue istituzioni nella Striscia di Gaza, che rappresenta circa 75 milioni di dollari al mese, portando a una gravissima crisi economica. È chiaro che Israele vuole separare completamente la Cisgiordania da Gaza, benché entrambe siano territori palestinesi occupati e parte dell’auspicato Stato di Palestina indipendente.

Lo scorso anno a settembre il ministro delle Finanze palestinese Shukri Bishara ha annunciato che Israele ha trattenuto 800 milioni di dollari dell’ANP. Secondo dati dello scorso mese del ministero delle Finanze a Ramallah, l’ammontare totale dei pagamenti delle entrate fiscali trattenuto da Israele è di 1,6 miliardi di dollari, equivalenti al 25-30% del bilancio annuale totale dell’ANP.

Ciò ha portato a un deficit finanziario senza precedenti nelle casse dell’ANP, che ha minato la sua possibilità di fornire servizi fondamentali come sanità, educazione e sicurezza e il pagamento dei salari dei dipendenti pubblici che per anni hanno ricevuto solo parte dello stipendio. A causa di queste ritenute dal novembre 2021 il governo palestinese non è stato fondamentalmente in grado di pagare salari interi ai suoi dipendenti ed è stato obbligato a pagare l’80-85% fino allo scoppio della guerra contro i palestinesi a Gaza. Questa percentuale è gradualmente scesa fino al 50% negli ultimi due mesi. I dipendenti pubblici ora non sono in grado di rispettare i propri impegni finanziari mensili con banche e scuole.

Per risparmiare denaro le istituzioni pubbliche palestinesi hanno ridotto le ore di lavoro, e ciò ha portato a una riduzione dei servizi, soprattutto sanitari ed educativi nelle scuole e nelle università. L’insegnamento è impartito per lo più a distanza.

I dipendenti pubblici palestinesi, di cui io faccio parte, non hanno ricevuto un salario intero dal 2021 e gli arretrati totali dovuti equivalgono a 6 mesi di salario completo. Collettivamente ciò ammonta a circa 750 milioni di dollari, oltre ai debiti dovuti al settore privato, 800 milioni di dollari, che hanno avuto un gravissimo effetto sugli ospedali privati e sulle compagnie farmaceutiche. Incapace di far fronte ai propri obblighi finanziari e con un ridotto potere d’acquisto di beni e servizi, il settore commerciale e dei servizi è rimasto paralizzato.

Oltre che sulla spesa pubblica, soprattutto sui salari di 147.000 dipendenti pubblici, l’economia palestinese si basa su due altri pilastri gravemente danneggiati dal 7 ottobre: il mercato del lavoro israeliano e il settore privato. Israele ha vietato l’ingresso nello Stato dell’occupazione ai lavoratori palestinesi, e di conseguenza 200.000 di loro hanno perso l’unica o la principale fonte di reddito e sono disoccupati.

A sua volta ciò ha ridotto il potere d’acquisto delle famiglie palestinesi, il che ha avuto un effetto a catena sulle attività economiche del settore privato e aumentato la disoccupazione. Si stima che 500.000 palestinesi ora siano disoccupati nella Cisgiordania occupata in quanto sono stati persi migliaia di posti di lavoro.

Il declino del sostegno finanziario all’ANP da parte degli Stati arabi ha peggiorato ulteriormente le cose. Oltretutto l’Autorità ha raggiunto il tetto di indebitamento con le banche, il che ha reso ancora più difficile che i salari dei dipendenti vengano pagati, e quindi il ciclo di spesa continua a scendere. Tutto ciò ha portato alla quasi totale paralisi dell’economia palestinese e ha messo sotto enorme pressione i cittadini comuni che non possono più trovare lavoro e hanno pochi risparmi, o non ne hanno affatto, per coprire le necessità fondamentali. Ciò minaccia di scatenare una gravissima crisi sociale, politica ed economica.

A tutto questo si deve aggiungere il fatto che Israele da ottobre ha ucciso in Cisgiordania più di 500 palestinesi e ne ha arrestati 9.000, molti dei quali senza accuse né processo. Campi profughi e città nei territori occupati hanno visto la distruzione di infrastrutture vitali con azioni brutali di punizione collettiva intesa a danneggiare le legittime attività contro l’occupazione.

Noi palestinesi della Cisgiordania occupata ci vergogniamo di parlare delle nostre disgrazie a causa degli orrori del genocidio senza precedenti che avviene davanti ai nostri occhi a Gaza. Preferiamo rimanere in silenzio per non distogliere l’attenzione da quello che sta avvenendo là. Comprendiamo che Israele intende separare Gaza dalla Cisgiordania per spazzare via ogni livello di solidarietà all’interno di una società palestinese unita. Il fatto è che noi in Cisgiordania preferiremmo morire di fame insieme ai nostri fratelli della Striscia di Gaza piuttosto che vedere l’Autorità Nazionale Palestinese smettere di rispettare i propri obblighi verso di loro e verso le famiglie dei martiri e dei feriti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)