Ex capo del Mossad: non possiamo sconfiggere Hamas e la Jihad islamica militarmente

Redazione di Middle East Monitor

4 giugno 2024 – Middle East Monitor

Ieri un ex-capo dei servizi segreti israeliani all’estero (il Mossad) ha confermato che Tel Aviv non può sconfiggere Hamas e la Jihad islamica militarmente.

Dal 7 ottobre Israele ha intrapreso una guerra genocida contro la Striscia di Gaza, con un bilancio di oltre 118.000 palestinesi uccisi o feriti, di cui più del 70% minori e donne, e circa 10.000 dispersi in mezzo ad una massiccia distruzione e alla carestia.

Scrivendo sul quotidiano israeliano Maariv sotto il titolo ‘L’amara verità: Hamas e la Jihad non saranno sconfitti da azioni militari’, Danny Yatom ha affermato: “Non siamo in grado di raggiungere gli obiettivi al nord (Libano) e al sud (Gaza)”.

Ci sono ancora molti ostaggi nei tunnel di Gaza, migliaia di sfollati (israeliani) che sono ben lontani dal poter tornare alle proprie case ed Hezbollah sta distruggendo le nostre città al nord.”

Israele stima che ci siano 128 prigionieri di guerra israeliani ostaggi a Gaza, mentre Hamas ha annunciato che più di 70 di loro sono stati uccisi accidentalmente dalle incursioni effettuate da Israele, che trattiene almeno 9.500 palestinesi nelle sue prigioni, molti senza accusa o processo.

Yatom ha continuato: “Nonostante la presenza dell’esercito israeliano ovunque nella Striscia di Gaza, Hamas e la Jihad islamica non saranno sconfitti da azioni militari e gli ostaggi non faranno ritorno sono pressione militare senza accordi politici.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un ministro del gabinetto di guerra israeliano: la guerra contro Gaza durerà ‘molti anni’

Redazione di Middle East Monitor

28 maggio 2024 – Middle East Monitor

Il ministro del gabinetto di guerra israeliano ed ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Gadi Eisenkot ha avvisato che il movimento Hamas si sta nuovamente rafforzando e combatterlo durerà molti anni, il che impone di raggiungere un accordo per lo scambio dei prigionieri.

Secondo i media locali ciò è avvenuto ieri durante il suo incontro con i membri della Commissione Affari Esteri e Sicurezza della Knesset, in una riunione riservata.

Eizenkot ha ribadito che la linea d’azione corretta nella Striscia di Gaza “è il raggiungimento della fine dei combattimenti a Rafah e allo stesso tempo la prosecuzione del percorso per un accordo sugli ostaggi, durante il quale cesseremo il fuoco per 42 giorni o il doppio.”

Non c’è [uno scambio] tra il rilascio dei prigionieri e la fine della guerra,” ha inoltre affermato, osservando che negoziare un accordo riguardante i prigionieri di guerra è cruciale da un punto di vista strategico.

Come ci siamo fermati a novembre per una breve interruzione, ci fermeremo per 42 giorni. E anche se avremo bisogno di un periodo più lungo, questo non significherà la fine dei combattimenti,” ha aggiunto.

Eizenkot ha spiegato che fermare i combattimenti permetterebbe il rilascio degli ostaggi, aggiungendo che “non sono solo soldati, ma anche civili che sono stati abbandonati e che Israele ha il dovere di far ritornare.”

C’è consenso nel gabinetto di guerra sulla necessità di ottenere il rilascio dei rapiti,” ha affermato, aggiungendo che “il gabinetto allargato” è disunito e non assolve al suo compito.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La Spagna non permetterà che le armi destinate ad Israele si fermino nei suoi porti

Redazione di Middle East Monitor

17 maggio 2024 – Middle East Monitor

Secondo l’agenzia Reuters oggi il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha affermato che la Spagna non autorizzerà navi che trasportano armi per Israele facciano scalo nei suoi porti, dopo che lo Stato ha rifiutato a una nave di attraccare nel porto di Cartagena, a sud-est.

Venerdì il ministro spagnolo ha spiegato in una conferenza stampa: “Questa è la prima volta che lo abbiamo fatto perché è la prima volta che abbiamo individuato una nave che trasportava un carico di armi destinato ad Israele che voleva attraccare in un porto spagnolo.”

Albares ha sottolineato che la sua Nazione “farà la stessa cosa per ogni nave che trasporti armi in Israele che voglia attraccare in un porto spagnolo. Il ministero degli Esteri rifiuterà sistematicamente queste operazioni di attracco per una chiara ragione. Il Medio Oriente non ha bisogno di più armi, ha bisogno di più pace.”

Albares ha fatto notare che la nave è stata la prima a cui è stato impedito di attraccare in un porto spagnolo, osservando che questo è coerente con la decisione del governo di non rilasciare licenze per esportare armi verso Israele dal 7 ottobre, perché la Spagna non vuole contribuire alla guerra.

La Spagna è stato uno dei più espliciti e insistenti critici europei del modo in cui Israele ha portato avanti la sua guerra contro Gaza, affermando che rifiuta “l’uccisione indiscriminata di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.”

Madrid si è impegnata a riconoscere lo Stato di Palestina entro luglio.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Le macabre rassicurazioni USA che autorizzano il genocidio da parte di Israele

Ramona Wadi

14 maggio 2024 – Middle East Monitor

La scorsa domenica l’ambasciatore USA in Israele Jack Lew ha difeso l’azione genocida e la complicità con essa quando ha spiegato che “fondamentalmente niente è cambiato nel rapporto basilare” tra USA e Israele. Si tratta di parole che ovviamente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non aveva bisogno di sentire, ma che tuttavia affermano, per quanto riguarda Washington, la superiorità della narrazione sionista sulle leggi internazionali.

Strategicamente prima del rapporto del Dipartimento di Stato, che senza dubbio è stato riempito di intenzionale inconsistenza retorica, Lew ha ricordato al mondo che gli USA hanno ritardato l’invio di un solo carico di armi. Gli USA non possono negare che le loro armi siano state utilizzate da Israele per commettere un genocidio a Gaza, ma ovviamente aggiungere la narrazione sionista come contesto del motivo per cui le armi sono state utilizzate giustifica futuri invii di armi.

In definitiva il rapporto si è basato sulla costruzione e distruzione di verità sul genocidio da parte di Israele, perché quando si tratta di Israele persino la verità è ipotetica.

“Quello che il presidente ha detto è che non pensa che sia una buona idea fare una massiccia campagna di terra in un’area densamente popolata,” Lew ha proposto come spiegazione. “Ma ha specificamente affermato che le bombe da 900 chili non dovrebbero essere utilizzate in quel contesto.” Finora, ha aggiunto Lew, l’operazione militare israeliana a Rafah non ha “oltrepassato la zona che riguarda il nostro disaccordo.” Ma ovviamente non c’è alcuna area di disaccordo tra Israele e gli USA. Neppure il genocidio. Anzi, tali macabre rassicurazioni esprimono l’autorizzazione statunitense del genocidio israeliano.

È persino peggio il fatto che Lew non stia minimizzando il blocco alla consegna delle armi da parte di Biden, ma che la realtà che sta dietro all’immagine patinata aggiunta per il consumo dei media e dell’opinione pubblica rimanga la stessa. Ciò nonostante il fatto che molta della pretesa inconcludenza del rapporto del Dipartimento di Stato, che è stato pubblicato dopo il simbolico e irrilevante gesto di Biden, abbia chiaramente denunciato una mancanza di cooperazione da parte delle autorità israeliane riguardo al fatto che siano state commesse o meno violazioni delle leggi internazionali. Dato che agli occhi degli americani le azioni di Israele non parlano da sé, nonostante la quantità di prove, e che come sempre Israele rifiuta di collaborare, gli USA non vedono alcuna ragione di sospendere permanentemente l’invio di armi allo Stato di apartheid.

Non si dimentichi che gli USA hanno invaso Paesi e creato Stati falliti in base a prove false. “Portare la democrazia” era una giustificazione sufficiente. Quando si tratta di Israele, tuttavia, le prove non sono mai sufficienti, benché continuino ad accumularsi corpi di palestinesi uccisi e l’esercito israeliano si vanti apertamente dei bombardamenti e derida i palestinesi perché non sono capaci di vivere in mezzo alla devastazione creata dall’entità israeliana colonialista di insediamento. Solo l’assoluto potere politico consente a Israele di commettere apertamente un genocidio a Gaza, mentre gli USA dicono che non ci sono prove sufficienti.

Ovviamente Rafah non porterà alcun disaccordo tra Israele e gli USA. Proprio come Israele vuole portare a termine il suo piano genocida, lo stesso fanno gli USA. Allo stesso modo l’ONU non è mai tornato sui suoi passi dopo il piano di partizione del 1947. Perché invece non creare un giorno di solidarietà per i palestinesi, in cambio del fatto di averli obbligati a diventare rifugiati, vittime di pulizia etnica e ora ad affrontare per mesi un genocidio? L’ONU ha sostenuto Israele attraverso risoluzioni che gli chiedevano di tenerne conto. Gli USA appoggiano Israele con armi e sostegno diplomatico. Sempre lo stesso, giorno dopo giorno. Si tratterebbe di uno squallido intrigo, se non fosse per il fatto che questa ripetizione significa più palestinesi uccisi da Israele solo in nome della protezione di un progetto colonialista che in primo luogo non avrebbe mai dovuto nascere.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il capo delle Nazioni Unite condanna l’attacco contro il personale ONU e chiede una ‘indagine completa’

Redazione di Middle East Monitor

13 maggio 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che lunedì il segretario generale ONU Antonio Guterres ha condannato tutti gli attacchi contro il personale delle Nazioni Unite e ha chiesto un’indagine completa sull’uccisione di un membro dello staff nella Striscia di Gaza.

Il vice portavoce delle Nazioni Unite Farhan Haq ha affermato durante una conferenza stampa che “il segretario generale è stato profondamente rattristato per aver appreso della morte di un membro dello staff del dipartimento di sicurezza delle Nazioni Unite e del ferimento di un altro membro quando il loro veicolo ONU è stato colpito questa mattina mentre viaggiavano verso l’Ospedale Europeo a Rafah.”

Secondo Haq Guterres condanna tutti gli attacchi contro il personale ONU e ha chiesto un’indagine completa sull’incidente.

Osservando che la situazione [di guerra] a Gaza colpisce non solo i civili ma anche gli operatori umanitari, Haq ha affermato che il segretario ONU ha reiterato le richieste per un cessate il fuoco umanitario urgente e il rilascio degli ostaggi trattenuti a Gaza.

Haq ha inoltre affermato che l’ONU continua a raccogliere informazioni sull’incidente e ha aggiunto che dal 7 ottobre ad oggi a Gaza sono stati uccisi 196 dipendenti ONU.

Ha sottolineato che le Nazioni Unite stanno mantenendo i contatti con i funzionari per assicurare che dopo la fine del conflitto i colpevoli rendano conto [del proprio operato].

Alla domanda se il veicolo recasse il logo delle Nazioni Unite, Haq ha risposto che tutti i veicoli dell’organizzazione internazionale sono contrassegnati.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele vuole distruggere Gaza e annettere la Cisgiordania, ma i palestinesi cosa vogliono?

Ramzy Baroud

7 maggio 2024 – Middle East Monitor

Ciò che sta succedendo nella Palestina occupata non è un conflitto fra, più o meno, uguali, ma un inequivocabile caso di occupazione militare illegale, apartheid, pulizia etnica e un vero e proprio genocidio di una parte pesantemente armata, Israele, contro un’altra largamente disarmata, i palestinesi. Coloro che insistono nell’usare un linguaggio “neutrale” per descrivere la crisi in Palestina stanno danneggiando il popolo palestinese ben oltre le loro parole apparentemente innocue.

Questo linguaggio moderato ed eticamente evasivo è quanto sta avvenendo ora a Gaza. È là che si sente di più il danno di questa “imparzialità”. “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto il lato dell’oppressore,” disse il defunto arcivescovo Desmond Tutu, attivista anti apartheid sudafricano. La sua saggezza è eterna.

Se in tutto il mondo la maggioranza dei Paesi e delle persone non sta di certo prendendo le parti dell’oppressore israeliano, alcuni, intenzionalmente o meno, lo fanno. Ci sono quelli che stanno prendendo le parti di Israele alimentando e finanziando direttamente la macchina omicida israeliana nella Striscia di Gaza, mentre danno la colpa ai palestinesi per la guerra e il suo devastante impatto, come se la storia fosse cominciata solo il 7 ottobre: non è così.

Tuttavia sostenere Israele non implica solo la fornitura di armi,  i legami commerciali o proteggerlo da dover dar conto delle sue azioni ai sensi del diritto internazionale. Ignorare le priorità palestinesi e mettere in evidenza il dibattito politico e le aspettative israeliane sono anche un modo di sostenere Israele denigrando la Palestina e il suo popolo.

Fin dal 7 ottobre ci si è chiesti cosa Israele voglia a Gaza. Il 7 novembre mentre prometteva di distruggere Hamas, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele doveva mantenere “la responsabilità in materia di sicurezza” sulla Striscia di Gaza per “un periodo indefinito”.

Gli americani sono d’accordo. “Non si può tornare allo status quo,” ha detto il presidente USA Joe Biden il 26 ottobre, il che “significa garantire che Hamas non possa più terrorizzare Israele e usare i civili palestinesi come scudi umani.”

Gli europei, che si sono spesso presentati come partner equidistanti tra Israele e l’Autorità Palestinese, hanno adottato un atteggiamento simile. Per esempio Josep Borrell, capo della politica estera dell’UE, ha esposto una proposta per Gaza, includendo una versione “rinforzata” dell’attuale AP, “con una legittimità da definire e decidere da parte del Consiglio di Sicurezza [ONU]” invece che del popolo palestinese.

Appena è diventato ovvio che la resistenza palestinese era troppo forte per permettere a Israele di ottenere qualcuno dei suoi nobili obiettivi, funzionari governativi, esperti e analisti dei media hanno cominciato a mettere in guardia lo Stato di occupazione che nella Striscia non era possibile nessuna vittoria militare. Essi hanno sostenuto che Israele deve anche sviluppare una strategia “realistica” per governare Gaza dopo la distruzione della resistenza. Alcune di queste affermazioni sono state applaudite persino dai media filopalestinesi, arabi e mediorientali, come un esempio del cambiamento della narrazione occidentale sulla Palestina.

In realtà, però, la narrazione è rimasta la stessa. Quello che è cambiato è il livello senza precedenti della resilienza palestinese, sumud, che ha ispirato il mondo e spaventato gli alleati di Israele sul drammatico scenario che attende Tel Aviv se le sue forze di occupazione subissero una sconfitta totale a Gaza.

Anche se molti fra gli alleati occidentali di Israele possono essere sembrati critici verso Netanyahu, essi si stanno ancora comportandosi prima di tutto perché preoccupati per Tel Aviv, senza amore né rispetto per i palestinesi. Non c’è nulla di nuovo in tutto ciò.

Dalla distruzione della patria palestinese, la Nakba avvenuta nel 1948, sono emerse due narrazioni. Quella israeliana è stata abbracciata in toto dai principali media, politici e accademici occidentali che si sono impegnati a travisare il “conflitto”. Hanno descritto Israele come uno “Stato ebraico” che lotta per sopravvivere in un mondo arabo ostile e fra interessi arabi in competizione fra loro, e i palestinesi come faziosi e disuniti che si trovano d’accordo su una cosa sola: vogliono distruggere Israele.

La narrazione palestinese è che la giustizia è indivisibile e che la pietra angolare di ogni pace durevole in Palestina è la restituzione della loro patria ai rifugiati palestinesi spossessati, tramite il loro legittimo Diritto al Ritorno, che è stato sempre negato da Israele.

Quando nel 1967 Israele ha occupato il resto della Palestina storica ed esteso il suo sistema di apartheid ai territori recentemente occupati è stato solo naturale che la fine all’occupazione militare israeliana e lo smantellamento del sistema razzista diventasse una richiesta palestinese fondamentale. Tuttavia questo è avvenuto senza ignorare l’ingiustizia originaria che ha colpito tutti i palestinesi nel 1948.

Gli alleati di Israele in occidente hanno usato l’occupazione israeliana come un’opportunità per distogliere l’attenzione dalle cause alla radice del “conflitto”. Con il tempo hanno ridotto il dibattito sulla Palestina a quello delle colonie illegali che Israele ha cominciato a costruire, violando il diritto internazionale, dopo averne completato l’occupazione militare nel 1967.

Ogni palestinese che sostenga che il problema non è per niente un “conflitto” e che la causa prima è la creazione dello Stato di Israele in Palestina, era, e continua ad essere, definito un radicale o peggio. Questo pensiero riduzionista è ora applicato a Gaza, dove ogni riferimento storico è intenzionalmente accantonato e dove il discorso politico palestinese è evitato a favore del linguaggio menzognero di Israele.

Comunque, non importa quanto spesso i media occidentali continuino a parlare del “terrorismo palestinese” e della necessità di rilasciare gli ostaggi israeliani e di dare la priorità alla sicurezza israeliana, mentre ignorando il terrorismo israeliano, i detenuti e le aspirazioni politiche palestinesi non ci sarà una soluzione di questo problema, ora o in futuro, se i diritti palestinesi non sono accettati, rispettati e soddisfatti.

Né il suo passato né il suo futuro possono essere capiti o immaginati senza comprendere la lotta palestinese in tutta la Palestina, inclusa quella dei palestinesi autoctoni dell’odierno Israele, il 20% della sua popolazione.

Questa non è un’opinione, ma la vera essenza del dibattito politico proveniente da tutti i gruppi politici di Gaza. La stessa asserzione può essere fatta circa il dibattito politico dei palestinesi in Cisgiordania, nella Palestina storica, e di quelli della diaspora, shatat.

Israele e gli USA possono provare a immaginare tutti i futuri che vogliono per Gaza, e possono anche cercare di ottenere un futuro con missili, bombe stupide [a caduta libera] e missili anti bunker. Però nessuna potenza militare o dispiegamento di armamenti può alterare la storia o ridefinire la giustizia.

In definitiva quello che Gaza vuole è il riconoscimento dell’ingiustizia storica, il rispetto del diritto internazionale, la libertà per tutti i palestinesi e che Israele venga chiamato a rispondere giuridicamente dei suoi crimini. Queste non sono affatto posizioni estreme, specialmente quando paragonate alla molto evidente politica israeliana di distruggere Gaza, annettere la Cisgiordania e portare a termine la pulizia etnica del popolo palestinese. Washington e i suoi alleati occidentali capiranno e riconosceranno mai questo fatto?

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Ventisei Stati membri dell’Unione Europea chiedono a Netanyahu un cessate il fuoco

Redazione di MEM

7 maggio 2024 – Middle East Monitor

Nella giornata di oggi i ministri degli Esteri di ventisei Stati membri dell’Unione Europea hanno emesso una dichiarazione congiunta come risposta all’ordine di evacuazione della città di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

I ministri degli Esteri hanno chiesto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di non proseguire nell’attacco.

L’alto rappresentante per gli Affari Esteri e le Politiche di Sicurezza dell’Unione Europea Josep Borrell ha affermato che Israele dovrebbe rinunciare al suo attacco di terra a Rafah e ha sottolineato che l’Unione Europea e la comunità internazionale dovrebbero agire per prevenire un simile scenario.

Borrell ha affermato che Israele dovrebbe porre fine al suo attacco di terra a Rafah, aggiungendo che l’Unione Europea e la comunità internazionale potrebbero e dovrebbero agire per prevenire un simile scenario.

Borrell ha condiviso un post sulla rete sociale X: “L’ordine di evacuazione dei civili da Rafah preannuncia il peggio: più guerra e carestia.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Secondo i media locali le dimissioni del responsabile militare israeliano possono provocare un ‘effetto domino’

Redazione di Middle East Monitor

24 aprile 2024 – Middle East Monitor

Secondo l’agenzia Anadolu ieri un quotidiano locale ha affermato che le dimissioni del capo dell’intelligence militare israeliana di questa settimana potrebbero portare ad un “effetto domino”, in cui il capo di stato maggiore [dell’esercito israeliano] Herzi Halevi e altri alti ufficiali potrebbero fare un passo indietro.

Il generale di divisione Aharon Haliva, il capo del dipartimento dell’intelligence militare israeliana, si è dimesso in anticipo lunedì riconoscendo le proprie responsabilità per gli errori che hanno permesso l’operazione del 7 ottobre della resistenza palestinese attraverso il confine.

Il quotidiano Yedioth Ahronoth ha riferito che “presto si potrebbe verificare un effetto domino dei capi dell’intelligence militare, incluse le dimissioni del capo di stato maggiore.”

Ha osservato che Haliva è “il primo membro dello stato maggiore a ritirarsi a causa del fallimento dell’intelligence il 7 ottobre, ma sembra che non sarà l’ultimo tra gli alti ufficiali”, aggiungendo che “altri responsabili di alto livello, inclusi almeno quattro generali di brigata tra i comandanti dell’unità operative hanno informato i loro stretti collaboratori della loro intenzione di dimettersi.”

Il quotidiano ha sottolineato che il generale di brigata comandante della divisione Gaza Avi Rosenfeld potrebbe dimettersi presto.

Il problema con gli ufficiali che intenderebbero dimettersi è la tempistica, ma la fine delle operazioni militari a Gaza nelle settimane scorse, con il ritiro della maggior parte delle forze dalla Striscia, e il congedo di Haliva potrebbero rendere la decisione più vicina.

Il quotidiano ha aggiunto che “tuttavia ci si aspetta che l’esercito porti avanti una operazione di terra a Rafah nella parte meridionale della Striscia di Gaza o a Deir Al-Balah e Nuseirat, nella zona centrale.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Netanyahu, cedendo alla pressione dell’ultra-destra, afferma che l’invasione di terra a Rafah è imminente

Redazione di Middle East Monitor

9 aprile 2024 – Middle East Monitor

Ieri il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele ha fissato una data per l’assalto di terra a Rafah. La decisione arriva mentre sta montando la pressione dagli alleati della estrema destra che hanno avvertito che la carica di Netanyahu come primo ministro sarebbe a rischio se non lanciasse un attacco contro la città meridionale di Gaza che sta proteggendo 1,5 milioni di palestinesi.

La vittoria richiede l’ingresso a Rafah e l’eliminazione dei battaglioni di terroristi laggiù. Questo accadrà, c’è una data,” ha affermato Netanyahu in una dichiarazione, sfidando i suoi alleati occidentali che sono fortemente contrari alla invasione di Rafah sulla scorta dell’uccisione di 33.000 palestinesi, la maggior parte dei quali donne e minori.

L’impegno del primo ministro per una data specifica per l’offensiva a Rafah fa seguito alle critiche da parte suoi partner della coalizione di estrema destra, che si sono scagliati contro il ritiro domenica da parte dell’esercito israeliano di alcune truppe da Gaza. Israele ha ritirato le sue truppe da Khan Yunis, la più grande città del sud di Gaza.

L’ultranazionalista ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir ha ammonito: “Se il primo ministro decide di terminare la guerra senza una offensiva di grandi dimensioni a Rafah per sconfiggere Hamas, non avrà un mandato per continuare.”

Gli Stati Uniti hanno recentemente incrementato la pressione pubblica su Netanyahu perché rinunci a lanciare una importante operazione a Rafah, che è diventata un rifugio per più di un milione di persone sfollate a causa dell’operazione militare israeliana. Più del 70% delle infrastrutture di Gaza sono state distrutte e si teme che un’altra invasione di terra sarebbe catastrofica.

La popolarità di Netanyahu è stata significativamente danneggiata dopo sei mesi di guerra e, mentre sia all’interno del Paese che a livello internazionale cresce il malcontento per la gestione del conflitto da parte del suo governo, egli deve affrontare le richieste dei leader dell’estrema destra di intensificare le azioni militari contro Hamas.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




138 giornalisti uccisi a Gaza

Redazione di Middle East Monitor

2 aprile 2024 – Middle East Monitor

Ieri l’ufficio stampa del governo ha annunciato che 138 giornalisti sono stati uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023.

L’ufficio stampa ha affermato che “il numero di giornalisti martiri è aumentato dopo l’uccisione del giornalista Mohammad Abu Sakhil durante la criminale incursione nel complesso ospedaliero Al-Shifa a Gaza.”

Il ministero della Sanità a Gaza ha riferito che ieri le forze di occupazione hanno abbandonato la struttura dell’Al-Shifa e le aree circostanti nella Striscia di Gaza assediata, due settimane dopo aver lanciato una operazione militare su larga scala contro il sito, lasciandosi dietro numerosi corpi in decomposizione, che sono stati schiacciati dai veicoli militari, dilaniati da cani randagi o di persone che sono state uccise in esecuzioni sommarie con le mani legate dietro la schiena, molti dei quali non sono identificabili.

Decine di corpi sono stati trovati dentro e attorno alla struttura sanitaria,” ha affermato il ministero.

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha ucciso 32.845 palestinesi e ne ha feriti 75.392.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)