Un dirigente dell’OLP afferma che Hamas non è un’organizzazione terroristica e respinge le richieste di disarmo

Redazione di MEMO

24 febbraio 2026 – Middle East Monitor

Azzam al-Ahmad, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha affermato che Hamas non è un’organizzazione terroristica e ha respinto le richieste per il suo disarmo, rivelando progetti di dialogo sulla possibile inclusione del movimento nell’OLP.

In una intervista al quotidiano egiziano Al-Shorouk, al-Ahmad ha affrontato questioni politiche importanti riguardo alla leadership palestinese, incluse il futuro governo di Gaza, le relazioni tra l’OLP e Hamas e la pressione internazionale per riformare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

L’importante politico palestinese, eletto in questo ruolo lo scorso maggio in seguito alla nomina di Hussein al-Sheikh come vicepresidente dell’ANP, ha detto che il confronto relativo alla potenziale inclusione di Hamas nella struttura dell’OLP comincerà presto.

Al-Ahmad ha criticato fortemente le proposte statunitensi legate alla riforma dell’ANP definendole “impossibili” e pericolose per l’identità nazionale palestinese. Ha affermato che tra le condizioni incluse vi è la richiesta di modificare i curricula scolastici rimuovendo simboli come mappa e bandiera palestinesi, che ha liquidato come inaccettabile.

Commentando gli eventi del 7 ottobre, al-Ahmad ha descritto l’attacco come un “errore strategico” sostenendo che i palestinesi hanno pagato un prezzo alto in termini di vittime e distruzione.

Egli ha anche criticato l’ampia la complessiva risposta araba alla guerra, dichiarando che, a parte Egitto e Giordania, gli Stati arabi hanno ampiamente fallito nell’agire effettivamente per impedire la deportazione dei palestinesi dalla loro terra.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Arrestati numerosi palestinesi durante un raid delle forze israeliane in una città della Cisgiordania occupata

Redazione di Middle East Monitor

24 febbraio 2026 MEMo

Le forze israeliane hanno fatto irruzione in una città palestinese a sud di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale, arrestando diverse persone e danneggiando proprietà, secondo quanto ha dichiarato martedì un funzionario locale.

Yaqub Oweis, presidente del consiglio locale di Lubban orientale, ha dichiarato ad Anadolu [agenzia stampa di proprietà del governo di Turchia, ndt.] che le truppe israeliane sono entrate in città intorno a mezzanotte, hanno perquisito diverse abitazioni e danneggiato alcune proprietà all’interno delle abitazioni.

Ha poi affermato che diversi giovani sono stati arrestati, senza specificarne il numero.

Oweis ha detto che dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 la città, che ha una popolazione di circa 4.200 palestinesi, ha subito ripetute chiusure e l’inasprimento delle restrizioni da parte delle forze israeliane.

Ha aggiunto che anche coloni israeliani illegali hanno fatto irruzione nella città e compiuto atti di vandalismo.

Lubban orientale si trova lungo la strada principale che collega Ramallah a Nablus. Diversi insediamenti e avamposti israeliani sono stati costruiti su terreni di proprietà della città.

Asma al-Aboushi, una residente, ha raccontato il raid israeliano nella sua casa: “Ci hanno fatto sedere tutti, hanno perquisito la casa e ci hanno fotografato per verificare la nostra identità. Due soldati sono scesi in cucina per perquisirla”, ha raccontato ad Anadolu.

Ha detto che poi i soldati hanno detto che i loro colleghi in cucina al piano di sotto stavano mangiando e hanno iniziato a ridere. “Poi si sono coperti il ​​volto con delle mascherine e hanno iniziato a mangiarci sotto, guardandoci per vedere chi se ne fosse accorto”, ha detto.

Aboushi ha detto che i soldati hanno preso il suhoor (il pasto prima dell’alba durante il Ramadan) della famiglia e lasciato la casa a soqquadro.

Non ci sono stati commenti immediati sul raid da parte dell’esercito israeliano.

Altrove i testimoni hanno riferito che le forze israeliane hanno fatto irruzione nella città di Silwad, a est di Ramallah, con decine di soldati dispiegati nei diversi quartieri.

L’esercito israeliano effettua regolarmente raid e perquisizioni nelle città e nelle case palestinesi in tutta la Cisgiordania occupata.

I palestinesi affermano che l’esercito ha intensificato gli arresti dall’inizio del Ramadan la scorsa settimana.

Domenica la Palestinian Prisoner Society, un’organizzazione non governativa, ha dichiarato che le forze israeliane hanno arrestato più di 100 palestinesi in Cisgiordania dall’inizio del Ramadan.

Secondo dati palestinesi più di 9.300 palestinesi sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane, tra cui 66 donne e 350 bambini.

La violenza è aumentata in Cisgiordania dall’inizio della guerra di Gaza nell’ottobre 2023. Più di 1.116 palestinesi sono stati uccisi, circa 11.500 feriti e circa 22.000 arrestati, secondo dati palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Oltre 80 membri dell’ONU condannano le azioni israeliane per espandere la ‘presenza illegale’ nella Cisgiordania occupata

Redazione di MEMO

17 febbraio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì più di 80 Stati membri dell’ONU e molte organizzazioni hanno condannato le decisioni “unilaterali” israeliane aventi come obiettivo l’espansione della “presenza illegale” di Israele nella Cisgiordania occupata.

Rilasciando una dichiarazione ad una conferenza stampa presso la sede dell’ONU a New York, l’inviato palestinese presso l’ONU Riyad Mansour ha affermato: “Ho l’onore di rilasciare la seguente dichiarazione a nome di 80 Stati e di un certo numero di organizzazioni sulle ultime decisioni israeliane relative alla Cisgiordania occupata.

Noi condanniamo duramente le decisioni israeliane e le misure che hanno l’obiettivo di espandere la presenza illegale di Israele in Cisgiordania. Tali decisioni sono contrarie agli obblighi secondo il diritto internazionale e devono essere immediatamente revocate,” ha detto, sottolineando “la nostra dura opposizione ad ogni forma di annessione.”

Il gruppo ha reiterato il suo rifiuto di “tutte le misure aventi l’obiettivo di alterare la composizione demografica, il carattere e lo stato dei territori palestinesi occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme Est.

Tali misure violano il diritto internazionale, compromettono gli sforzi in corso per la pace e la stabilità nella regione, vanno contro al Piano Complessivo [presunta tregua mediata da Trump a Gaza e accettata da Israele e Hamas, ndt.] e mettono a rischio la prospettiva di raggiungere un accordo di pace che faccia terminare il conflitto,” si afferma nella dichiarazione.

Gli Stati hanno anche riaffermato il loro impegno, riflesso nella dichiarazione di New York, a “prendere misure concrete in accordo al diritto internazionale,” e in linea con rilevanti risoluzioni ONU e con il parere consultivo di luglio 2024 della Corte Internazionale di Giustizia che ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

La dichiarazione sottolinea che una “pace giusta e duratura,” basata sulle più importanti risoluzioni ONU, il mandato di Madrid [accordi del 2021 che hanno posto le basi di quelli di Oslo nel 1993, ndt.], il principio di terra in cambio di pace e l’iniziativa araba di pace “rimane il solo percorso per assicurare la sicurezza e la stabilità nella regione.”

Da quando ha lanciato la sua guerra contro Gaza l’otto ottobre 2023 Israele ha intensificato le operazioni militari in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Secondo funzionari palestinesi che hanno detto che le misure hanno l’obiettivo di imporre una nuova realtà sul terreno, le operazioni hanno incluso uccisioni, arresti, deportazioni ed espansione delle colonie.

Almeno 1.114 palestinesi sono stati uccisi da allora [8 ottobre 2023], 11.500 feriti e 22.000 arrestati in Cisgiordania inclusa Gerusalemme Est, secondo dati ufficiali palestinesi.

Domenica, per la prima volta da quando Tel Aviv ha occupato il territorio nel 1967, il governo israeliano ha approvato la proposta di registrare grandi aree nella Cisgiordania come “proprietà dello Stato”.

I palestinesi avvertono che le azioni israeliane spianano la strada per una annessione formale della Cisgiordania occupata che secondo loro porrebbe fine alla prospettiva di uno Stato palestinese come previsto nelle risoluzioni ONU.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Netanyahu revoca la cittadinanza a due palestinesi con cittadinanza israeliana e ne ordina la deportazione a Gaza

Redazione di MEMO

10 febbraio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha firmato un ordine di revoca della cittadinanza israeliana a due palestinesi che secondo l’emittente pubblica israeliana saranno deportati a Gaza con un’iniziativa senza precedenti.

Scrivendo su X, la società statunitense dei social media, Netanyahu ha affermato che “questa mattina ho firmato la revoca della cittadinanza e gli ordini di deportazione per due terroristi israeliani.”

Netanyahu, lui stesso ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra a Gaza, ha dichiarato che i due “hanno effettuato accoltellamenti e sparatorie contro civili israeliani.”

Molti altri come loro subiranno la stessa sorte,” ha avvertito, minacciando misure aggiuntive contro i palestinesi nei territori occupati da Israele nel 1948 [cioè in Israele, ndt.].

L’emittente pubblica israeliana ha affermato che i due palestinesi verranno deportati a Gaza.

La Striscia di Gaza sta soffrendo conseguenze catastrofiche da quando Israele, sostenuto dagli Stati Uniti, da ottobre 2023 ha avviato una guerra genocida, che è durata due anni, con circa 2,4 milioni di palestinesi che vivono nell’enclave.

Secondo l’emittente israeliana Channel 12 i due palestinesi obiettivo della misura sono Mahmoud Ahmed e Mohammed Ahmed Hussein Halasi.

Su oltre 10 milioni [di abitanti] i palestinesi all’interno di Israele sono più del 20% della popolazione e sostengono di dover affrontare discriminazione e marginalizzazione e di essere stati presi di mira dai successivi governi israeliani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La Mezzaluna Rossa afferma che Israele ha revocato il coordinamento per l’evacuazione dei pazienti

Redazione di MEMO

4 febbraio 2026 – Middle East Monitor

Mercoledì la Mezzaluna Rossa ha affermato che funzionari israeliani hanno revocato il coordinamento per evacuare dalla Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah il terzo gruppo di pazienti e persone ferite, provocando lo slittamento della loro partenza che era stata pianificata per mercoledì.

In una dichiarazione all’agenzia di stampa Anadolu Raed Al-Nems, il portavoce della Mezzaluna Rossa a Gaza, ha detto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità li ha informati della cancellazione senza fornire motivazioni.

Al-Nems ha affermato che il personale della Mezzaluna Rossa era pronto ad evacuare i pazienti dall’ospedale Al-Amal ad essa affiliato a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale, ma l’annullamento all’ultimo minuto del coordinamento ha impedito che l’operazione fosse portata a termine.

L’organizzazione sta aspettando il ripristino del coordinamento nella speranza che il terzo gruppo di pazienti e feriti possa essere evacuato giovedì, date le difficili condizioni umanitarie e di salute affrontate dai pazienti dentro la Striscia di Gaza, ha aggiunto.

Mercoledì mattina presto 40 palestinesi – inclusi donne e minori – sono ritornati nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, mentre un numero simile è partito il terzo giorno da quando il valico è stato parzialmente riaperto sotto severe restrizioni israeliane.

Lunedì è stata riattivata l’operatività del valico di Rafah. Secondo un corrispondente di Anadolu, che cita fonti autorevoli, il primo giorno 12 palestinesi sono ritornati a Gaza e 20 sono partiti, mentre il secondo giorno, martedì, 40 sono arrivati e 40 sono partiti.

Il cessate il fuoco ha posto fine ad una offensiva israeliana che è cominciata ad ottobre 2023 ed è durata due anni, uccidendo più di 71.000 palestinesi e ferendone oltre 171.000, distruggendo circa il 90% delle infrastrutture di Gaza. Israele inoltre continua a effettuare attacchi in violazione dell’accordo del cessate il fuoco.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La crisi alimentare di Israele: ripercussioni dei costi economici di una guerra perpetua

 Ranjan Solomon

31 gennaio 2026 – Middle East Monitor

Il prolungato conflitto di Israele ha provocato una crisi interna che riceve molta meno attenzione delle sue conseguenze militari o diplomatiche: un problema sempre più grave di insicurezza alimentare. Secondo le stime delle organizzazioni israeliane per la sicurezza alimentare circa il 39% del cibo prodotto o consumato nel Paese viene sprecato, uno scompenso sistematico che è costato all’economia circa 26 miliardi di shekel (circa 7 miliardi di dollari) nel solo 2024.

La portata degli sprechi è in netto contrasto con l’aumento della deprivazione. Circa un milione e mezzo di persone in Israele sta affrontando l‘insicurezza alimentare, anche se il cibo in eccesso viene sprecato attraverso le catene di distribuzione. Negli ultimi 10 anni le perdite complessive derivanti dagli sprechi di cibo hanno toccato 211 miliardi di shekel, drenando il benessere delle famiglie e parallelamente le risorse pubbliche (Istituto Nazionale di Previdenza di Israele).

In termini macroeconomici nel solo 2024 lo spreco alimentare ha raggiunto quasi l’1,3% del PIL di Israele, mentre la media degli scarti delle famiglie si avvicina alla cifra di 2.900 dollari all’anno. Questi numeri sottolineano quanto l’inefficienza e l’ineguaglianza siano arrivate a coesistere all’interno dello stesso sistema economico.

L’insicurezza alimentare non è solamente un problema di fame. Le valutazioni sulla salute e il benessere stimano costi sanitari e ambientali al di sopra di 2.7 miliardi di dollari, provocati da malnutrizione, malattie legate allo stress e dall’impatto ambientale dello spreco su larga scala.

La guerra ha acutamente intensificato queste pressioni. La carenza di manodopera in agricoltura, provocata dalla mobilitazione di massa e dalle restrizioni ai lavoratori palestinesi e stranieri, ha scompigliato i cicli di piantagione e raccolto. Come risultato sono aumentati i prezzi della frutta e della verdura, collocando il cibo fresco fuori dalla portata delle famiglie a basso reddito.

Anche prima del conflitto in corso Israele ha avuto a che fare con alti prezzi alimentari provocati dalla concentrazione del mercato, dalla debole competitività e dalle barriere doganali protettive. Le condizioni belliche hanno ingigantito questi problemi strutturali, rendendo la produzione alimentare interna più fragile e più costosa.

Mentre l’attenzione internazionale si è ampiamente concentrata sulle spese militari, la forte contrazione economica ha ricevuto una minore considerazione. Nell’ultimo trimestre del 2023 il PIL di Israele è diminuito del 20,7%, segnando una delle più acute regressioni trimestrali nella storia del Paese.

Al tempo stesso la spesa militare è aumentata, salendo da circa 1,8 miliardi di dollari a 4,7 alla fine del 2023. La banca di Israele stima il totale dei costi legati alla guerra nel periodo 2023-2025 a circa 55,6 miliardi di dollari, un fardello che peserà per anni sulla spesa pubblica.

Le conseguenze sociali sono ora visibili. Secondo le organizzazioni di assistenza sociale e le valutazioni della società civile più di un quarto delle famiglie israeliane affrontano l’insicurezza alimentare. Ciò che un tempo si concentrava nelle comunità ai margini si è allargato ad una condizione strutturale che colpisce le famiglie della classe lavoratrice, i percettori di prestazioni sociali e le famiglie colpite dall’inflazione e dall’instabilità causata dalla guerra.

Questa crisi non è accidentale né temporanea. Riflette il contraccolpo interno di una prolungata militarizzazione e guerra. Un’analisi del dicembre 2025 ha rilevato che quasi il 60% dei beneficiari di sussidi governativi ha lamentato un deterioramento nella propria situazione finanziaria da quando si è intensificata la guerra, mentre la spesa alimentare per le famiglie a basso reddito è quasi raddoppiata.

L’insicurezza alimentare in Israele è quindi diventata un risultato della politica, non una marginale questione di welfare. In condizioni di conflitto permanente le priorità dello Stato vengono ricalibrate. La spesa militare viene considerata non negoziabile, mentre la protezione sociale viene rimandata, ristretta o resa discrezionale. La fame è ricontestualizzata come uno sgradevole effetto collaterale della politica di sicurezza nazionale piuttosto che come un insuccesso politico che richiede una correzione strutturale.

La geografia inasprisce il problema. Circa il 30% del terreno agricolo di Israele si trova in zone di conflitto vicino a Gaza e lungo il confine nord. Le aziende agricole in queste regioni sono state abbandonate, i cicli di allevamento sconvolti e i sistemi di produzione a lungo termine interrotti.

L’agricoltura israeliana a lungo si è avvalsa di manodopera straniera e immigrata, soprattutto per i raccolti stagionali. La guerra ha drasticamente ridotto questa forza lavoro, rivelando la fragilità della produzione alimentare interna. Ne sono conseguiti ritardi nella semina, rendimenti ridotti e aumento dei costi. Per compensare, Israele ha accresciuto le importazioni, legando più strettamente la sicurezza alimentare alle volatili catene di approvvigionamento globale e all’andamento dei prezzi. Per le famiglie a basso reddito le conseguenze sono state immediate. I prezzi alimentari in aumento hanno eroso il potere di acquisto, mentre l’assistenza statale non è riuscita a stare al passo con l’inflazione. Ciò che ne è conseguito non è una carestia di massa, bensì una fame persistente e strutturale, gestita in modo burocratico anziché affrontata politicamente.

È qui che diventa utile per l’analisi il concetto di contraccolpo. Contraccolpo non è un giudizio morale: è la tardiva conseguenza interna delle scelte di politica estera. Nel caso di Israele il prolungato impegno militare e le strategie basate sull’assedio hanno rimodulato il mercato del lavoro interno, i sistemi di welfare e la stessa sopravvivenza delle famiglie.

Al tempo stesso la chiarezza dell’analisi richiede una netta distinzione tra l’insicurezza alimentare interna di Israele e la catastrofe umanitaria che si dispiega a Gaza. Alla fine del 2025 gli enti umanitari internazionali hanno riconosciuto che Gaza subisce una carestia causata dall’uomo, con oltre mezzo milione di persone che soffrono gravemente la fame. La crisi di Gaza è il diretto risultato dell’assedio, del blocco, della distruzione dei sistemi alimentari e dello sbarramento degli aiuti umanitari. Invece l’insicurezza alimentare di Israele è interna e dovuta alla politica. Una è uno strumento di guerra, l’altra è una conseguenza del suo finanziamento. Confonderle oscura le responsabilità invece di far chiarezza sulle sofferenze.

La risposta del governo israeliano è stata soprattutto tecnica: sussidi di emergenza, limitati programmi di assistenza alimentare e sussidi a breve termine. Queste misure gestiscono la scarsità senza affrontarne i fattori determinanti strutturali. Non vi sono state serie rivalutazioni delle priorità di spesa militare, né piani complessivi per stabilizzare la manodopera agricola, né il riconoscimento che la guerra prolungata corrode il contratto sociale.

I cittadini sono sempre più incoraggiati a sopportare le privazioni come dovere civico, mentre il fallimento sistemico è mascherato dalla retorica della resilienza. Nel tempo ciò produce tensioni riguardo alla legittimità. Uno Stato in grado di sostenere uno dei sistemi militari più avanzati al mondo e nel contempo non riesce a garantire la sostenibilità alimentare per oltre un quarto della sua popolazione rivela un profondo squilibrio nelle priorità.

La comparsa della crisi alimentare di Israele non è un’anomalia. È il costo interno dell’organizzare la società attorno ad un conflitto permanente. La militarizzazione non consuma solo il bilancio, ma la coesione sociale e la responsabilità politica. La guerra ha dei costi che non possono essere esternalizzati all’infinito.

Non si tratta di karma, né di valutazione morale. È aritmetica politica. La fame di oggi in Israele è un contraccolpo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’ inglese di Cristiana Cavagna)




Il governo israeliano informa la Corte Suprema che non permetterà ai pazienti di Gaza di ricevere cure in Cisgiordania o a Gerusalemme

Redazione di MEMO

27 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Secondo il quotidiano Haaretz nella versione in ebraico, Israele ha informato la Corte Suprema che non permetterà l’evacuazione di pazienti gravemente ammalati dalla Striscia di Gaza verso ospedali nella Cisgiordania o a Gerusalemme Est occupate, citando quelli che ha definito come problemi di sicurezza.

La posizione del governo è stata inviata lunedì in risposta all’esposto presentato da organizzazioni israeliane per i diritti umani che cercano di costringere le autorità a permettere ai pazienti di Gaza di accedere alle cure mediche negli ospedali della Cisgiordania e di Gerusalemme.

Secondo Haaretz il governo ha detto alla Corte che “continua a rifiutare” di approvare il trasferimento di abitanti di Gaza gravemente malati per cure in quelle aree, argomentando che i loro spostamenti potrebbero rappresentare rischi per la sicurezza, incluso il presunto trasferimento di informazioni e “l’esportazione di una struttura terroristica.”

Nonostante il mantenimento di un blocco contro Gaza, le autorità israeliane hanno suggerito che invece i pazienti dovrebbero viaggiare verso un Paese terzo per ricevere le cure.

Il governo ha dichiarato che migliaia di palestinesi di Gaza sono già stati trasferiti all’estero per cure mediche in nazioni tra cui Emirati Arabi Uniti, Romania, Giordania, Turchia, Francia, Italia, Belgio, Egitto, Lussemburgo, Malta e Norvegia.

Attivisti per i diritti umani hanno avvertito che tale politica nega di fatto cure salvavita a molti pazienti a Gaza, dove il settore della sanità è stato devastato e deve affrontare gravi carenze di medicine, strumentazione e servizi specializzati.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




UNRWA: rischi di malattie a Gaza ai massimi livelli a causa della carenza di vaccini

Redazione di MEMO

19 gennaio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che lunedì l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha avvertito che i rischi di malattie nella Striscia di Gaza hanno raggiunto livelli record, dato che ai minori continuano a mancare vaccinazioni essenziali in mezzo a due anni di guerra, condizioni invernali difficili e il collasso del sistema sanitario.

Il commissario generale dell’UNRWA Philippe Lazzarini ha affermato che dall’inizio del conflitto i minori a Gaza sono stati ripetutamente privati dei cicli di immunizzazione necessari per proteggerli da malattie che possono essere prevenute.

In più di due anni di guerra a Gaza i minori hanno ripetutamente saltato le vaccinazioni di cui hanno bisogno per avere garantita la salute,” ha detto Lazzarini in una dichiarazione.

Ha affermato che le difficili condizioni atmosferiche invernali, incluse basse temperature, pesanti precipitazioni e inondazioni, stanno aggravando i rischi nell’enclave.

Queste condizioni si aggiungono ai già elevati rischi di malattie causate dall’acqua e dai servizi di sanitizzazione scadenti, ai rifugi sovrappopolati e al collasso del sistema sanitario,” ha aggiunto.

Lazzarini ha detto che domenica lo staff dell’UNRWA, in coordinamento con l’UNICEF, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e partner locali, ha cominciato il secondo ciclo di una campagna di vaccinazione di recupero avente come soggetti i bambini sotto i tre anni.

La vaccinazione in tali condizioni è più che mai importante,” ha detto, sottolineando che l’UNRWA continua a lavorare per salvare vite a Gaza.

L’esercito israeliano da ottobre 2023 ha ucciso più di 71.000 persone, molte delle quali donne e minori e ne ha ferite oltre 171.000 in una brutale offensiva che ha lasciato la Striscia di Gaza in macerie.

Nonostante un cessate il fuoco cominciato il 10 ottobre, secondo il ministero della sanità di Gaza l’esercito israeliano ha continuato i suoi attacchi, uccidendo 465 palestinesi e ferendone 1.287 altri.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Ben-Gvir fa irruzione nuovamente nella moschea di Al-Aqsa mentre stanno crescendo le violazioni israeliane

Redazione di MEMO

13 gennaio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che una agenzia palestinese ha affermato che martedì il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha fatto ancora una volta irruzione, sotto pesante protezione della polizia nel complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme Est.

In una breve dichiarazione la Direzione dei Beni Islamici a Gerusalemme ha detto che Ben-Gvir è entrato nella Spianata delle Moschee nel pomeriggio accompagnato dalle forze di polizia israeliane.

Tali incursioni di Ben-Gvir sono generalmente portate avanti senza un annuncio pubblico preliminare. I ministri israeliani sono i soli ad avere il permesso di entrare nel complesso di Al-Aqsa con una approvazione preventiva da parte dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Da quando all’inizio del 2023 è entrato in carica [come ministro], Ben-Gvir ha fatto irruzione nella moschea di Al-Aqsa circa 14 volte. L’incursione di martedì costituisce la prima del 2026 nel complesso religioso.

Il ministro estremista ha continuato queste provocazioni nonostante ripetute condanne arabe, islamiche e internazionali.

Dal 2003 la polizia israeliana permise a coloni illegali israeliani di fare irruzione nella struttura della moschea di Al-Aqsa.

La Direzione dei Beni Islamici a Gerusalemme ha ripetutamente condannato queste irruzioni e chiesto la loro immediata cessazione, senza risposta dalle autorità israeliane.

Secondo un rapporto del ministero palestinese dei Beni e Affari Religiosi, nel solo 2025 coloni israeliani illegali hanno effettuato 280 incursioni sulla Spianata delle Moschee.

Un alto funzionario della Direzione dei Beni Islamici, parlando ad Anadolu a condizione dell’anonimato, ha affermato che lo scorso anno più di 65.364 coloni estremisti ha fatto irruzione nel luogo estremamente critico.

Il rapporto documenta una netta recrudescenza delle violazioni israeliane contro siti sacri islamici e cristiani a Gerusalemme e nella Cisgiordania occupata.

Esso osserva che le irruzioni ad Al-Aqsa sono state accompagnate dall’esecuzione all’aperto dentro il complesso di rituali talmudici, inclusi completa prostrazione, suonare il corno sacro [shofar in ebraico, ndt.], indossare abiti da preghiera e l’organizzazione di preghiere collettive in determinate ore e luoghi, in quello che viene descritto come un chiaro tentativo di imporre una divisione temporale e spaziale presso la moschea.

Il ministero afferma che queste incursioni sono state portate avanti sotto la supervisione e la protezione della polizia israeliana, che abitualmente impedisce alle guardie di Al-Aqsa che dipendono dalla Direzione dei Beni Islamici di effettuare il loro lavoro dentro le mura.

I palestinesi affermano che Israele sta intensificando gli sforzi per giudaizzare Gerusalemme Est, inclusa la moschea di Al-Aqsa, e cancellare la sua identità araba e islamica.

Il ministero documenta anche attacchi di gruppi estremisti ebrei contro pellegrini cristiani, inclusi sputi, molestie e impedimento di accedere alla Chiesa della Natività e alla Chiesa del Santo Sepolcro durante le festività religiose.

La moschea di Al-Aqsa è il terzo luogo sacro al mondo per i musulmani. Gli ebrei chiamano l’area Monte del Tempio, affermando che anticamente era il sito di due templi ebraici.

Israele ha occupato Gerusalemme Est, dove si trova Al-Aqsa, durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso tutta la città nel 1980 con una azione che non è stata mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

In un fondamentale parere consultivo del luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Una associazione della stampa condanna Israele per il mantenimento del divieto di accesso a Gaza per i media

Redazione di MEMO

7 gennaio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che l’associazione no-profit della stampa estera [Foreign Press Association, FPA] con sede negli Stati Uniti ha espresso “profonda delusione” nei confronti del governo israeliano perché continua a impedire ai media internazionali libero accesso alla Striscia di Gaza.

Invece di presentare un piano per permettere l’ingresso indipendente a Gaza dei giornalisti e per permetterci di lavorare insieme ai coraggiosi colleghi palestinesi, il governo [israeliano, ndt.] ha deciso ancora una volta di tagliarci fuori,” ha affermato in una dichiarazione l’associazione di corrispondenti esteri con sede negli Stati Uniti. “Questo avviene anche adesso che è in corso il cessate il fuoco.”

Da quando nel 2023 è cominciata la guerra le autorità israeliane hanno ristretto l’accesso indipendente a Gaza ai giornalisti internazionali, permettendo solo a un numero limitato di reporter di entrare sotto scorta militare e su base individuale.

Secondo la stampa israeliana domenica il governo ha detto alla Corte Suprema che il divieto deve rimanere in vigore a causa di quelli che sono descritti come “rischi per la sicurezza.”

L’FPA ha affermato che vuole sottoporre alla corte una “vigorosa risposta” nei prossimi giorni.

L’FPA è fiduciosa che la corte farà giustizia a fronte della continua violazione dei principi fondamentali della libertà di parola, del diritto dell’opinione pubblica di sapere e della libertà di stampa,” si afferma nella dichiarazione.

All’inizio di dicembre 2025 l’ufficio governativo dei media di Gaza ha detto che 257 giornalisti palestinesi sono stati uccisi durante il genocidio israeliano a Gaza, cominciato l’8 ottobre 2023 e durato due anni fino all’accordo per il cessate il fuoco che è entrato in vigore a ottobre 2025.

Da quando tale accordo è diventato effettivo secondo il ministero della Salute [di Gaza, ndt.] l’esercito israeliano ha commesso centinaia di violazioni, uccidendo 420 palestinesi e ferendone 1.184 altri.

Il cessate il fuoco ha posto fine alla guerra di due anni che ha ucciso circa 71.400 palestinesi, molti dei quali donne e bambini, ferito più di 171.200 altri e lasciato l’enclave in macerie.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)