[Yair] Golan: “gli ebrei commettono massacri sistematici in Cisgiordania, Ben Gvir è un criminale”

Redazione di MEMO

22 luglio 2025 – Middle East Monitor

Yair Golan, capo del Partito Democratico [partito di centro israeliano, ndt.], ha dichiarato in una intervista al programma Shefa che gli ebrei stanno portando avanti “massacri” contro i palestinesi in Cisgiordania con cadenza regolare e sistematica.

Golan, le cui dichiarazioni sono state riferite dal canale ebraico Kan, ha confermato che, diversamente dal passato, ora tali atti sono commessi da ebrei. Ha criticato le autorità israeliane per aver fallito nella risposta e non aver arrestato neppure un aggressore, puntualizzando che questi atti avvengono senza alcuna difficoltà.

Golan ha aggiunto che “il governo israeliano ha perso il controllo,” sottolineando che nel Paese non non ci sono né legge né ordine.

Durante l’intervista Golan ha anche criticato il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir, affermando:

Non c’è né legge né ordine nello Stato di Israele perché un criminale sta guidando il ministero della Sicurezza Nazionale. Quando cedi le chiavi dell’applicazione delle leggi ad un criminale, questo è il risultato.”

Ha anche fatto affermazioni sulla violenza in corso nella società araba, accusando il governo di Israele di essere arrendevole riguardo a questa questione.

Golan ha continuato ad esprimere preoccupazione per il fatto che le prossime elezioni potrebbero essere le ultime tenute “liberamente e in modo equo,” dichiarando che ci sono tentativi deliberati del governo per impedire [lo svolgimento di] libere elezioni. Egli ha sottolineato l’importanza di libere elezioni per ogni democrazia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Soldati israeliani perseguitati dalla guerra genocida a Gaza si suicidano

Redazione di MEMO

14 luglio 2025 – Middle East Monitor

Da quando Israele ha avviato la sua guerra genocida a ottobre 2023 i soldati israeliani stanno lottando contro un grave esaurimento psicologico e fisico in seguito al prolungarsi dei combattimenti nella Striscia di Gaza assediata.

Rapporti dal sito israeliano di notizie Walla indicano un’inquietante crescita dei suicidi tra i soldati, attribuiti al forte stress associato a queste operazioni.

Secondo i dati militari citati nel rapporto alcuni soldati hanno combattuto senza sosta per oltre 300 giorni. Il numero di suicidi registrati nel 2024 è notevolmente cresciuto in confronto all’anno precedente, con 38 casi riportati, inclusi 28 che sono accaduti dopo il genocidio a Gaza. In netto contrasto, solo 14 suicidi sono stati documentati nel 2022 e appena 11 nel 2021, evidenziando un allarmante crescita di quattro volte in soli due anni.

La crescita dei suicidi è legata a una mobilitazione senza precedenti dei riservisti, oltre 300.000, molti dei quali hanno sperimentato violenza estrema e stress psicologico cronico dovuti alla loro partecipazione alle operazioni militari a Gaza. Una fonte della divisione risorse umane dell’esercito ha notato che il suicidio è diventato la seconda principale causa di morte tra i soldati dopo i decessi causati dai combattimenti.

Nel 2023 sono state registrate 558 morti, incluse 512 durante le operazioni militari, 17 suicidi e 10 dovute a cause mediche. Nel 2024 sono stati segnalati 363 decessi, compresi 295 da attività operative, 21 suicidi e 13 per motivazioni relative alla salute.

Le famiglie dei soldati caduti hanno rivelato che almeno 11 soldati si sono tolti la vita come risultato diretto dello stress psicologico legato al loro servizio militare e alcuni hanno dovuto sopportare prolungati periodi sul campo di battaglia a Gaza senza sosta.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Soldati israeliani presentano un esposto mettendo in dubbio la legalità dell’Operazione Carri di Gedeone a Gaza

Redazione di MEMO

8 luglio 2025 – Middle East Monitor

Tre riservisti israeliani hanno presentato un esposto alla Corte Suprema sostenendo che l’operazione Carri di Gedeone dell’esercito a Gaza può infrangere il diritto internazionale, dato che sembra essere orientata al trasferimento forzato e all’espulsione della popolazione della Striscia di Gaza.

Secondo Haaretz lunedì il giudice della Corte Suprema Khaled Kabub ha sollecitato l’esercito israeliano a fornire una risposta ai querelanti nella speranza di evitare alla Corte la necessità di deliberare ulteriormente sulla materia.

In una lettera inviata ai soldati da un funzionario dell’ufficio del capo di stato maggiore israeliano, l’esercito ha dichiarato che “si è operato in tutta la Striscia di Gaza contro obiettivi terroristici per mezzo di bombardamenti e incursioni di terra.” Ha dichiarato che l’evacuazione degli abitanti è stata portata avanti “per ridurre il rischio ai civili,” aggiungendo che “l’esercito israeliano avvisa e permette ai civili nelle zone di combattimento di andarsene per proteggerli mentre si effettuano operazioni militari nell’area.”

Tuttavia i soldati querelanti hanno sottolineato che il trasferimento forzato e permanente dei palestinesi a Gaza – che il governo israeliano ha pubblicamente individuato come uno degli obiettivi della guerra – è un atto militare illegale e viola palesemente il diritto internazionale e i “valori e lo spirito dell’esercito israeliano.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La società di spedizioni internazionali Maersk disinveste da compagnie che collaborano con l’impresa di colonizzazione israeliana

Redazione di MEMO

17 giugno 2025 – Middle East Monitor

In seguito a una importante campagna di attivisti palestinesi e ad un crescente controllo della sua complicità in crimini di guerra, il gigante danese delle spedizioni Maersk ha annunciato piani per porre fine agli accordi con compagnie legate alle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata illegalmente.

La decisione è stata presa un mese dopo che durante la sua assemblea generale annuale la grande impresa internazionale delle spedizioni ha votato per bloccare le spedizioni di armi ad Israele.

La decisione di disinvestire dalle colonie israeliane è stata resa pubblica sul sito web della Maersk in seguito a mesi di crescente pressione condotta dal Movimento dei Giovani Palestinesi (PYM) che ha accusato la Maersk di agevolare la catena di forniture militari israeliane, inclusa la consegna di componenti di armi.

Secondo la società la decisione è stata sollecitata da una revisione delle operazioni cargo relative alla Cisgiordania. Maersk ha affermato di aver migliorato le sue procedure di controllo “in relazione alle colonie israeliane” e di essersi attenuta al database delle Nazioni Unite sulle società impegnate in attività all’interno dei territori occupati.

Il database in questione è curato dall’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ed è stato istituito in risposta alla risoluzione 31/36 del 2016 del Consiglio ONU per i Diritti Umani. La lista individua le società che sono coinvolte in o traggono beneficio dal complesso di colonie israeliane, inclusa la fornitura di servizi, infrastrutture o supporto finanziario.

Mentre Maersk non ha reso pubblici i nomi delle compagnie con cui cesserà di collaborare, la società ad Al Jazeera ha confermato la decisione. Gli attivisti hanno salutato con favore gli sviluppi come un primo passo ma hanno sollecitato ulteriori azioni.

Ciò invia un chiaro messaggio all’industria internazionale della logistica: la conformità con il diritto internazionale e i diritti umani fondamentali non è facoltativa,” ha detto Aisha Nizar del PYM. “Fare affari con le colonie illegali israeliane non è più sostenibile e il mondo sta osservando con attenzione chi sarà il prossimo.”

Nizar ha tuttavia criticato Maersk perché continua a trasportare forniture militari per le forze armate israeliane, inclusi ricambi per i caccia F-35. “Maersk continua a fare profitti dal genocidio del nostro popolo consegnando regolarmente componenti per F-35 usati per bombardare e massacrare i palestinesi,” ha detto. “Continueremo a fare pressione e a mobilitare le persone fin quando la Maersk non taglierà tutti i rapporti con il genocidio e smetterà di trasportare le armi ed i relativi componenti ad Israele.”

Gli attivisti hanno ripetutamente denunciato il coinvolgimento della Maersk nella economia di guerra di Israele. Proprio lo scorso anno la Spagna ha vietato alle navi che trasportano materiale militare ad Israele di attraccare nei suoi porti. All’inizio di questo mese il PYM ha pubblicato dati secondo i quali la Maersk stava usando il porto olandese di Rotterdam come fondamentale punto di transito per i componenti destinati al programma israeliano degli F-35, nonostante una sentenza olandese abbia proibito tali esportazioni.

Sebbene la Maersk insista a sostenere di adottare politiche che proibiscono la consegna di armi in zone di conflitto attivo, ha confermato ad Al Jazeera che la sua controllata negli Stati Uniti, la Maersk Line Limited, è ancora coinvolta nel trasporto di materiali per la catena di forniture globali degli F-35.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele ha vietato ai suoi cittadini di lasciare lo Stato

Redazione di MEMO

17 giugno 2025 – Middle East Monitor

Israele ha vietato ai suoi cittadini di volare fuori dallo Stato, citando preoccupazioni per la sicurezza in seguito all’inasprimento delle ostilità con l’Iran. Secondo Haaretz il governo ha ordinato alle linee aeree nazionali di non permettere ai cittadini israeliani di imbarcarsi su voli in uscita mentre cresce la paura riguardo a potenziali attacchi di ritorsione iraniani sugli aeroporti israeliani.

L’aeroporto Ben-Gurion, il principale scalo internazionale, è stato chiuso “senza ulteriore avviso.” Si dice che la decisione sia legata alle preoccupazioni tra i funzionari di sicurezza riguardo ai rischi di sovraffollamento e la possibilità di uccisioni di massa se l’Iran dovesse contrattaccare prendendo di mira gli aeroporti.

La ministra dei Trasporti israeliana Miri Regev ha annunciato la misura, dichiarando: “In questa fase non approviamo la partenza degli israeliani verso l’estero.” Ha chiarito che solo cittadini non israeliani – come diplomatici e turisti – possono al momento lasciare la Nazione.

Regev ha anche confermato che il governo sta preparando un’operazione per rimpatriare oltre 100.000 cittadini israeliani al momento bloccati all’estero, promettendo che ciò verrà condotto “per fasi e in modo pianificato.”

Tuttavia questa decisione politica ha scatenato una forte reazione. Benny Gantz, capo del partito Israeli National Unity e membro del gabinetto di guerra, ha condannato le dichiarazioni di Regev scrivendo su X [precedentemente Twitter, ndt.]: “Una donna anziana che aspetta un intervento chirurgico, una giovane vedova che ha lasciato suo figlio in Israele a piangere da solo – questi sono solo due delle migliaia di persone che hanno bisogno di tornare a casa. Il tuo compito, ministro, non è di giudicare ma di assicurare il loro ritorno in sicurezza.”

Le restrizioni sui viaggi seguono l’attacco senza precedenti contro l’aeroporto iraniano di Mashhad. Mentre l’Iran deve ancora contrattaccare contro le infrastrutture dell’aviazione israeliana, gli attacchi israeliani hanno incrementato i timori che gli aeroporti siano visti come obiettivi legittimi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Cartellino rosso per genocidio: perché la FIFA deve essere ritenuta responsabile

Ramzy Baroud

12 giugno 2025 – Middle East Monitor

I tifosi di tutto il mondo stanno contestando senza mezzi termini il continuo sostegno della FIFA a Israele, organizzandosi con una coesione senza precedenti a sostegno della Palestina. A differenza di azioni precedenti, questa mobilitazione è ora notevolmente ben coordinata, ampia e solida. Sono lontani i tempi in cui gran parte della solidarietà sportiva emergeva dalla tifoseria di club come il Celtic, il Deportivo Palestino o squadre arabe. Gaza è ora il fulcro indiscusso della solidarietà sportiva mondiale. Le conseguenze di ciò sono probabilmente le più significative in termini di raggiungimento di una consapevolezza globale totale in particolare del genocidio israeliano a Gaza, ma anche dell’occupazione militare israeliana e dell’apartheid in tutta la Palestina occupata.

Per anni, i media mainstream hanno fatto del loro meglio per ignorare bandiere, striscioni e cori pro-Palestina. Quando la solidarietà ha superato livelli tollerabili, che si trattasse di Scozia o Cile, la FIFA ha represso con multe e varie altre misure punitive. Oggi, tuttavia, tali tattiche stanno fallendo completamente. A volte, il Celtic Park sembra essere un’enorme manifestazione pro-Palestina, e numerosi altri club si stanno unendo o stanno intensificando i loro sforzi.

Il 31 maggio, durante la finale di UEFA Champions League del Paris Saint-Germain contro l’Inter, è sembrato che tutte le attività dei tifosi del PSG si siano concentrate sulla Palestina. I cori di “Nous sommes tous les enfants de Gaza” – “Siamo tutti i bambini di Gaza” – risuonavano ovunque, dentro e fuori dallo stadio. Non appena Achraf Hakimi ha segnato il gol del vantaggio, sullo sfondo si è srotolata un’enorme bandiera: “FERMATE IL GENOCIDIO A GAZA”.

Questi atti di solidarietà sportiva senza precedenti sono molto simili al boicottaggio sportivo del Sudafrica dell’apartheid, iniziato a metà degli anni ’60. Questi boicottaggi sono stati determinanti nello scatenare il dibattito e spostare la discussione sull’apartheid dalle aule accademiche alle piazze.

Sebbene quanto sopra sia vero, i due casi non sono sempre paragonabili. All’epoca, grazie agli sforzi dei governi del Sud del mondo, i boicottaggi iniziarono in gran parte a livello istituzionale e ottennero gradualmente un massiccio sostegno popolare.

Nel caso palestinese, invece, si registra un completo collasso morale da parte di istituzioni come la FIFA, mentre sono i tifosi a sostenere la solidarietà.

Ma la FIFA non ha ancora preso alcuna misura contro Israele, nonostante il palese razzismo all’interno delle istituzioni sportive israeliane e il danno diretto che sta infliggendo allo sport palestinese. La scusa preferita dalla FIFA è lo slogan: “Sport e politica non vanno d’accordo”. Ma se così fosse, perché allora la FIFA ha combinato perfettamente le due cose dopo l’invasione russa dell’Ucraina?

Quasi subito dopo l’inizio della guerra i paesi occidentali, con la pretesa di parlare a nome della comunità internazionale, hanno iniziato a imporre centinaia, e poi migliaia, di sanzioni contro la Russia, che si è ritrovata isolata in ogni ambito, incluso lo sport. La FIFA si è subito schierata.

Sebbene sia iniziata molto prima del genocidio israeliano a Gaza, riguardo alla Palestina l’ipocrisia è sconfinata. Ogni sforzo palestinese, spesso sostenuto da associazioni arabe, musulmane e del Sud del mondo, per ritenere Israele responsabile dell’apartheid e dell’occupazione militare si è scontrato con un fallimento sistematico. Ogni volta, la risposta è la stessa. La dichiarazione imbarazzante della FIFA dell’ottobre 2017 ne è un esempio lampante.

La dichiarazione era una risposta al rapporto finale del “Comitato di monitoraggio FIFA Israele-Palestina” che faceva seguito alle ripetute richieste da parte di organizzazioni internazionali di indagare sulla questione dell’occupazione israeliana e sulla necessità che la FIFA chiamasse Israele a rispondere delle proprie azioni.

La replica è stata netta: “La situazione attuale (…) non ha nulla a che fare con il calcio”. È di “eccezionale complessità e delicatezza” e non può essere “modificata unilateralmente da organizzazioni non governative come la FIFA”. Lo “status finale dei territori della Cisgiordania” è di competenza delle competenti autorità di diritto pubblico internazionale.

La dichiarazione concludeva che “la FIFA… deve rimanere neutrale rispetto alle questioni politiche”, aggiungendo che l’associazione “si asterrà dall’imporre sanzioni” a Israele e che “la questione è dichiarata chiusa”.

Da allora molto è cambiato. Ad esempio, nel luglio 2018, Israele si è dichiarato un paese riservato agli ebrei, da cui la Legge sullo Stato nazionale. Ha inoltre approvato una legge nel luglio 2020 che consente l’annessione della Cisgiordania occupata. Dal 7 ottobre 2023 ha lanciato un genocidio contro Gaza.

I termini delle accuse questa volta non provengono dai palestinesi e loro alleati. È il linguaggio delle istituzioni internazionali che stanno indagando attivamente sulle orribili violazioni commesse da Israele a Gaza.

Sebbene la FIFA possa ancora affermare che la questione sia troppo “complessa” e “delicata”, come può ignorare che oltre 700 atleti palestinesi sono stati uccisi e oltre 270 impianti sportivi sono stati distrutti nei primi 14 mesi di guerra?

Qui va detto qualcosa sulla tenacia dei palestinesi, una qualità che non dipende dall’azione o dall’inazione della FIFA. La nazionale di calcio palestinese continua a crescere e, cosa ancora più impressionante, i bambini palestinesi di Gaza riescono in qualche modo a crearsi spazi persino tra le rovine delle loro città per calciare un pallone, rubando così un momento di gioia agli orrori del genocidio.

Sebbene la FIFA continui a deludere la Palestina, gli appassionati di sport si rifiutano di essere parte di questa farsa morale. E, in definitiva, saranno la tenacia dei palestinesi e la crescente solidarietà con la loro giusta causa a costringere la FIFA ad agire, non solo per il bene della Palestina, o anche per il futuro dello sport, ma per la rilevanza stessa della FIFA.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Ad oltre 300 membri del ministero degli esteri del Regno Unito è stato detto di valutare le loro dimissioni se non fossero d’accordo con la politica su Gaza del governo

Redazione di MEMO

10 giugno 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì la BBC ha riportato che a più di 300 membri del ministero degli Esteri del Regno Unito che hanno espresso preoccupazioni riguardo alla potenziale complicità inglese nelle azioni di Israele a Gaza è stato detto che potrebbero licenziarsi se sono in forte disaccordo con le politiche governative.

Secondo la BBC ciò è accaduto dopo che una lettera interna inviata il mese scorso al ministro degli Esteri David Lammy aveva criticato le continue vendite inglesi di armi ad Israele e aveva accusato il governo israeliano di “totale… disprezzo del diritto internazionale.”

La lettera dei membri del ministero, datata 16 maggio e ottenuta dalla BBC, ha evidenziato le restrizioni di Israele sugli aiuti a Gaza, l’uccisione di 15 soccorritori a marzo e l’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata.

I firmatari, che rappresentano un ampio insieme di ruoli nel ministero degli Esteri a Londra e all’estero, hanno espresso timori che il loro ruolo nell’implementare la politica [governativa, ndt] potrebbe esporli ad essere chiamati a risponderne in futuri procedimenti contro il Regno Unito. Questa è almeno la quarta lettera simile inviata da funzionari pubblici dalla fine del 2023, e riflette il crescente disagio riguardo alla posizione del Regno Unito nel continuo aumento delle vittime civili a Gaza.

La BBC ha riferito che in una risposta del 29 maggio gli alti funzionari pubblici Sir Oliver Robbins e Nick Dyer hanno ammesso le preoccupazioni dei membri del ministero, ma hanno evidenziato che i funzionari pubblici devono ottemperare alle politiche governative “senza riserve” entro i limiti legali.

Essi hanno suggerito le dimissioni come un “percorso onorevole” per coloro che sono fortemente in disaccordo, provocando indignazione tra alcuni dei firmatari. Un anonimo funzionario ha detto alla BBC che la risposta ha mostrato un “profondo senso di delusione” e una riduzione dello spazio per il dissenso interno.

Il ministero degli Esteri ha difeso la sua posizione, affermando che ha i metodi per permettere ai funzionari di esprimere preoccupazioni e che il governo ha “rigorosamente applicato il diritto internazionale” a Gaza. Da quando ha assunto l’incarico, il governo laburista guidato dal primo ministro Keir Starmer ha sospeso 30 su 250 licenze di esportazione di armi verso Israele, citando i rischi di serie violazioni del diritto umanitario internazionale.

Il 19 maggio il Regno Unito si è inoltre unito a Francia e Canada nella minaccia di “azioni concrete” se Israele non dovesse fermare la sua offensiva militare e revocare le restrizioni agli aiuti [a Gaza].

Critici, incluso un ex funzionario che ha parlato in forma anonima alla BBC, hanno definito “oscuramento” la risposta del ministero degli Esteri.

Il ministero degli Esteri ha reiterato la sua volontà di offrire un parere imparziale della pubblica amministrazione e ha osservato di aver creato un “Consiglio per i Problemi” e sessioni di ascolto per gestire le preoccupazioni dei suoi membri.

In ogni caso, il conflitto interno in corso evidenzia le sfide che il governo del Regno Unito si trova di fronte mentre la sua politica su Gaza si muove tra lo sguardo critico internazionale ed il dissenso interno.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il gioco d’azzardo diplomatico sullo Stato palestinese non garantisce sicurezza ai palestinesi

Ramona Wadi

3 giugno 2025 – Middle East Monitor

 

Dopo che la Francia ha annunciato la sua intenzione di riconoscere uno Stato palestinese Israele e gli USA hanno fatto pressioni contro questa possibilità. In giugno Francia e Arabia Saudita hanno in programma di organizzare un summit all’ONU sullo Stato palestinese. Il summit si basa sulla Risoluzione 79/81 dell’Assemblea Generale dell’ONU e intende “delineare un percorso irreversibile verso la definizione pacifica della questione della Palestina e l’attuazione della soluzione a due Stati.”

I più recenti commenti insensati sono arrivati dall’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee. “Se la Francia è davvero tanto determinata a vedere uno Stato palestinese ho un suggerimento per loro: scorporate un pezzo della costa mediterranea francese e createvi uno Stato palestinese.” La Francia, ha detto Huckabee, non ha il diritto di “imporre quel tipo di pressione su una nazione sovrana”. L’idea che la Francia riconosca uno Stato palestinese, ha detto, è “abominevole.”

Mentre la Francia pone l’accento sul disastro umanitario a Gaza, che è un modo sicuro per i leader occidentali di impegnarsi rispetto alle violazioni del diritto internazionale eludendo la necessità di fermare il genocidio di Israele, il Ministro degli Esteri israeliano ha accusato Macron di condurre una “crociata contro lo Stato ebraico.”

Durante una visita a Singapore Macron ha avanzato la possibilità di applicare sanzioni contro gli israeliani se non viene interrotta la catastrofe umanitaria a Gaza. Dall’inizio delle operazioni il Gaza Humanitarian Fund (GHF) [ong creata da USA e Israele per distribuire aiuti sotto l’egida dell’esercito israeliano, ndt.] è stato collegato ai massacri dei palestinesi più di quanto lo sia stato con gli aiuti concreti.

Come era prevedibile, Israele ha minacciato l’annessione della Cisgiordania occupata se altri Paesi riconosceranno lo Stato palestinese. Per un governo che sostiene di disprezzare le cosiddette azioni unilaterali, anche se tali azioni sono il risultato di decenni di dibattiti e sono applicate così tardivamente da costituire niente di più che fatti simbolici, i dirigenti israeliani considerano a priori giustificate le azioni unilaterali. Il Ministro degli Esteri della Francia Jean-Noel Barrot ha specificato che la Francia sostiene uno Stato palestinese demilitarizzato. “Questo nell’interesse degli israeliani e per la loro sicurezza”, ha aggiunto Barrot. “L’unica alternativa ad uno stato permanente di guerra.”

Questa puntualizzazione, anche se fatta diverse volte da altri leader occidentali, è importante. Uno Stato palestinese demilitarizzato e finora simbolico nel migliore dei casi, ipotetico nel peggiore a causa del colonialismo israeliano, non comporterebbe comunque una reale indipendenza da Israele.

Benché il Ministro degli Esteri di Israele Gideon Saar abbia contestato le affermazioni della Francia dicendo “non potete decidere quali siano gli interessi degli israeliani”, occorre dire che la Francia, come altri Paesi occidentali, si preoccupa degli interessi di Israele. Se la Francia avesse a cuore l’interesse dei palestinesi invocherebbe la decolonizzazione.

In questo totale disastro diplomatico i palestinesi sono finora esclusi dall’equazione. L’atteggiamento sprezzante di Huckabee nei confronti di uno Stato palestinese – ricavarlo da una parte della costa mediterranea francese – indica una posizione che esclude i palestinesi da ogni discussione sul riconoscimento. Dopotutto è questo il colonialismo, negare ai popoli colonizzati il diritto di parlare.

E, incentrandosi unicamente sulle politiche tra Israele, gli USA e i Paesi che potrebbero riconoscere uno Stato palestinese, le rivendicazioni israeliane continuano ad avere la priorità. Anche senza le minacce di Israele resta il fatto che la creazione di uno Stato palestinese dipende dai negoziati tra i Paesi che sostengono Israele a diversi livelli, mentre Israele ha rivendicato la creazione del proprio Stato coloniale sulle macerie della Nakba palestinese.

Né le affermazioni puerili di Huckabee, né i rinnovati tentativi di Macron di giocare un ruolo di mediazione possono mutare i fatti. Lo Stato palestinese senza il contributo dei palestinesi resta ipotetico o simbolico. Non c’è da meravigliarsi se il mondo sta assistendo a un genocidio.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Esperti ONU chiedono un tragitto sicuro per la Freedom Flotilla che sta trasportando aiuti per Gaza

Redazione di MEMO

3 giugno 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri esperti ONU hanno chiesto la protezione della nave della Freedom Flotilla Coalition che è partita domenica dall’Italia trasportando cibo, forniture mediche e per bambini destinati a Gaza.

Gli aiuti sono disperatamente necessari per il popolo di Gaza per scongiurare l’annichilimento e questa iniziativa è un simbolico e potente sforzo per consegnarli,” affermano gli esperti in una dichiarazione congiunta. “Israele dovrebbe ricordare che il mondo sta guardando attentamente e evitare ogni atto di ostilità contro la Freedom Flotilla Coalition e i suoi passeggeri.”

Essi sottolineano che è un diritto legale dei palestinesi ricevere aiuti attraverso le loro acque territoriali e del vascello di navigare liberamente in acque internazionali.

Israele non deve interferire con la sua libertà di navigazione a lungo riconosciuta secondo il diritto internazionale,” affermano.

Gli esperti manifestano preoccupazione per la sicurezza dei passeggeri facendo riferimento alla precedente nave della Freedom Flotilla, che all’inizio di maggio è stata bombardata da un drone al largo delle coste di Malta.

Affermano che Israele ha imposto un blocco totale su Gaza per 17 anni, intensificandolo dal 2 marzo, con gli aiuti completamente interrotti da oltre 80 giorni.

Mentre la nave della Freedom Flotilla Coalition si avvicina alle acque territoriali palestinesi al largo di Gaza, Israele deve rispettare il diritto internazionale e ottemperare agli ordini della Corte Internazionale di Giustizia per garantire un accesso degli aiuti umanitari privo di impedimenti,” dicono gli esperti.

Essi condannano l’uso degli aiuti come arma di guerra e accusano la Gaza Humanitarian Foundation – sostenuta da Israele e USA – di violare i principi di neutralità ed umanità.

Definendo l’attuale situazione come “la più terrificante” fase della crisi di Gaza, gli esperti chiedono all’assemblea generale delle Nazioni Unite di autorizzare forze di pace in base al meccanismo Unione per la Pace.

Gli Stati membri [dell’ONU, ndt.] hanno l’obbligo legale e l’imperativo morale di fermare la carestia e il genocidio a Gaza,” essi affermano.

Rifiutando le richieste internazionali per un cessate il fuoco, Israele ha perseguito una devastante offensiva a Gaza da ottobre 2023, uccidendo oltre 54.500 palestinesi, molti dei quali donne e minori. Le organizzazioni per gli aiuti hanno ammonito riguardo al rischio di carestia tra la popolazione dell’enclave di più di due milioni di persone.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Coloni israeliani irrompono nel quartier generale dell’UNRWA a Gerusalemme Est occupata

Redazione di MEMO

27 maggio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri un gruppo di israeliani di destra ha fatto irruzione nel quartier generale dell’Agenzia ONU per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA) a Gerusalemme Est occupata.

Oggi sono orgogliosa di liberare la ex-sede dell’UNRWA nel centro di Gerusalemme,” ha affermato Yulia Malinovsky, del partito di destra Yisrael Beiteinu (Israele è la Nostra Casa) in un video condiviso sul suo account X [precedentemente Twitter, ndt.] girato all’interno della struttura.

Malinovsky, deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.], ha collegato l’incursione all’anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est.

Governo israeliano, siamo qui. Siete invitati a venire e vedere come la sovranità è applicata,” ha detto.

Sono dentro la sede. L’UNRWA non è più qui. Non c’è ragione perché ritorni,” ha affermato Malinovsky.

Non ci sono stati commenti immediati da parte dell’UNRWA sull’incursione dei coloni.

Nell’ottobre 2024, la Knesset ha approvato due leggi che etichettano l’UNRWA come gruppo terroristico e che vietano le sue attività nei territori palestinesi occupati, incluse misure volte ad eliminare i privilegi dell’agenzia e ad impedire qualunque relazione con essa. Queste leggi sono entrate in vigore il 30 gennaio. Israele ha fatto forti pressioni per chiudere l’UNRWA in quanto è l’unica agenzia ONU ad avere un mandato specifico per prendersi cura dei bisogni di base dei rifugiati palestinesi. Se l’agenzia non esiste più, sostiene Israele, allora non deve più esistere neppure il problema dei rifugiati e il legittimo diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alla loro terra sarebbe ingiustificato. Israele ha negato il diritto al ritorno a partire dagli ultimi anni quaranta, anche se la sua accettazione come membro dell’ONU era condizionata alla possibilità per i palestinesi di ritornare alle loro case e alla loro terra.

Fondata nel 1949, l’UNRWA ha funzionato come fondamentale ancora di salvezza per i rifugiati palestinesi, supportando circa 5,9 milioni di persone a Gaza, in Cisgiordania, Giordania, Siria e Libano.

Israele ha occupato Gerusalemme durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980 con un’iniziativa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)