L’amministrazione comunale di Gaza avverte del rischio di esondazione di un bacino per le acque reflue

Redazione di MEMO

5 febbraio 2025 – Middle East Monitor

Il Palestinian Information Centre [Centro palestinese per l’informazione, Ndt.] riferisce che l’amministrazione comunale di Gaza ha avvertito della situazione catastrofica del bacino di raccolta delle acque piovane che segnala un inasprimento della crisi ambientale, sanitaria e umanitaria nell’area.

In una dichiarazione rilasciata ieri la municipalità ha indicato che i livelli delle acque nell’invaso hanno raggiunto una soglia pericolosa, con l’afflusso di acque reflue in coincidenza con il ritorno in città delle persone sfollate e con le previsioni di maggiori precipitazioni che minacciano di causare un’esondazione delle acque dal bacino nelle aree circostanti.

Nella dichiarazione si osserva che l’invaso è in condizioni critiche per la quantità di acque reflue che l’hanno portato a livelli critici, tali da minacciare di allagare i quartieri e le aree circostanti, oltre che ad impattare negativamente sulle falde acquifere, inquinare l’ambiente e diffondere malattie.

L’amministrazione comunale ha spiegato che l’assedio continuato a Gaza da parte di Israele e il suo divieto di ingresso dei tubi necessari per mantenere il drenaggio del bacino sta impedendo lo scarico delle acque in eccesso e la deviazione delle acque reflue, esacerbando così il problema.

È stato anche evidenziato che i ripetuti bombardamenti israeliani hanno distrutto le stazioni di trattamento delle acque reflue e i generatori elettrici nell’invaso, danneggiando il sistema di pompaggio, con una significativa perdita di quattro pompe su sei.

La municipalità di Gaza ha fatto appello alla comunità internazionale e a importanti organizzazioni per un intervento urgente per salvare la situazione del bacino di Sheikh Radwan. Ha chiesto di agevolare l’ingresso dei tubi, la fornitura di supporto tecnico e finanziario per riparare l’infrastruttura danneggiata e le attrezzature necessarie per rendere operativa e salvaguardare l’invaso e lavorare per fornire una fonte di elettricità sostenibile per mettere in azione le pompe d’acqua così che le squadre municipali possano portare avanti una manutenzione completa del sistema di pompaggio dell’invaso.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Proposta di legge israeliana per facilitare gli acquisti di terreni ai coloni nella Cisgiordania occupata

Redazione di Middle East Monitor

28 gennaio 2025 – MiddleEastMonitor

Il Comitato Ministeriale Israeliano per la Legislazione ha approvato domenica una proposta di legge volta ad agevolare gli acquisti di terreni ai coloni ebrei nella Cisgiordania occupata. In base alle attuali normative, ai coloni israeliani è proibito acquistare direttamente terreni, possono acquisire proprietà solo tramite società registrate presso l’amministrazione civile israeliana.

Secondo Haaretz la proposta di legge mira a rimuovere queste restrizioni e ad abrogare formalmente una legge di epoca giordana che proibisce l’affitto o la vendita di beni immobili a individui che non siano giordani, palestinesi o di discendenza araba.

I coloni israeliani hanno a lungo chiesto modifiche a questa legge tramite l’organizzazione non-profit israeliana Regavim che ha persino presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia, che alla fine è stata respinta.

Il parlamentare Moshe Solomon del Partito Sionista Religioso, autore del disegno di legge, ha affermato: “La legge intende ripristinare la normalità nello Stato di Israele, uno Stato ebraico che sin dal Mandato britannico ha permesso il mantenimento di una discriminazione razzista contro gli ebrei”.

I ministri israeliani hanno approvato la prosecuzione dell’iter legislativo con una condizione che include ulteriori misure di legge soggette al coordinamento tra l’ufficio del Primo Ministro e il Ministero della Difesa e l’approvazione del Ministro della Difesa.

Secondo Haaretz la legislazione proposta contiene sostanzialmente due disposizioni chiave. La prima abroga la legge giordana in questione, mentre la seconda afferma che “Qualsiasi individuo può acquistare diritti di proprietà nella regione della Giudea e della Samaria”, riferendosi alla Cisgiordania occupata.

In risposta l’associazione israeliana per i diritti Peace Now ha espresso forte opposizione alla legge, ufficialmente definita “Eliminazione della discriminazione nell’acquisto di beni immobili in Giudea e Samaria”.

Peace Now segnala che la legge potrebbe “aprire la porta ad accordi e contraffazioni discutibili” e avrebbe “dato a un piccolo numero di coloni estremisti la possibilità di acquisire terreni e in seguito stabilire insediamenti, sia nel cuore di Hebron che in qualsiasi altro luogo”. L’associazione ha ulteriormente sottolineato le implicazioni legali del disegno di legge, affermando: “La Knesset non ha l’autorità di approvare leggi per aree che non siano sotto la sovranità israeliana, e il tentativo di applicare le leggi della Knesset al territorio occupato costituisce un’annessione e una palese violazione del diritto internazionale”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Può la presidente del più importante tribunale del mondo essere una giudice con tendenze sioniste?

Muhammad Jamil

23 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Mentre la polvere della guerra si sta posando sulla Striscia di Gaza e da domenica 19 gennaio 2025 è entrato in vigore il cessate il fuoco, si fanno sempre maggiori le speranze che commissioni d’inchiesta internazionali entrino a Gaza e documentino le catastrofiche conseguenze della guerra di sterminio durata 15 mesi. I resoconti dei mezzi di comunicazione e delle organizzazioni internazionali non riescono a cogliere le reali dimensioni della tragedia, rendendo imperativo che équipe investigative si rechino sul terreno per raccogliere prove. Queste prove giocheranno un ruolo fondamentale nella denuncia per genocidio presentata alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e aiuteranno la Corte Penale Internazionale (CPI) nell’incriminazione di altri dirigenti militari e politici coinvolti nei crimini.

Il tempo è cruciale, in quanto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu minaccia di riprendere i combattimenti dopo la fine della fase iniziale del cessate il fuoco. Questa urgenza necessita di un’azione rapida da parte dei tribunali internazionali per perseguire la giustizia e chiamare i responsabili a rendere conto delle proprie azioni. Tuttavia la CPI è stata lenta nella risposta, interrompendo il suo cammino, senza prendere ulteriori iniziative dopo l’approvazione mesi fa di mandati di arresto contro Netanyahu e l’ex- ministro della Difesa Yoav Gallant. Questo ritardo continua nonostante la lunga lista di persone accusate di aver commesso crimini di guerra a Gaza e in Cisgiordania.

Le lungaggini processuali e l’esitazione nel chiamare a rispondere i responsabili derivano da varie ragioni, in primo luogo dalle pressioni e minacce politiche che la corte deve affrontare. Ciò richiede che gli attori internazionali appoggino la creazione di uno specifico tribunale internazionale, simile a quelli per la Jugoslavia e il Ruanda, perché agisca concretamente libero da pressioni esterne e con più estese facoltà di affrontare l’ingente numero di crimini commessi.

La causa intentata davanti alla CIG dal Sudafrica, che accusa Israele di genocidio, è altrettanto significativa. E’ trascorso più di un anno da quando il caso è stato presentato, eppure l’iter processuale procede lentamente. Ad aggravare questo problema sono le dimissioni del giudice Nawaf Salam dalla presidenza della CIG a causa della sua nomina per la formazione del governo libanese. Ciò apre la possibilità che la sua vice, simpatizzante di Israele, assuma potenzialmente quella posizione, ritardando ulteriormente le udienze.

Le dimissioni di Salam hanno lasciato vacante la presidenza della CIG, e la giudice ugandese Julia Sebutinde ha assunto temporaneamente il suo ruolo. Sebutinde, nota per l’ incondizionato sostegno a Israele, è diventata la prima giudice africana a raggiungere questa prestigiosa posizione. Mentre l’elezione dei giudici dovrebbe basarsi su competenza e requisiti, spesso fattori politici e geografici giocano un ruolo nella loro selezione.

Durante la sua permanenza in carica Sebutinde, oltre al fatto di essere la prima donna africana in questo ruolo, non si è fatta notare per la sua imparzialità o correttezza. Proveniente da un continente scosso da colonialismo, massacri e saccheggio delle risorse, ci si aspettava che attraverso la corte garantisse giustizia per promuovere pace e sicurezza in un mondo segnato da conflitti.

Queste aspettative sono state deluse quando Sebutinde, insieme ad altri giudici, ha intralciato la causa per genocidio presentata dal Sudafrica contro Israele. Ha fatto parlare di sé per le opinioni contrarie alle sentenze della corte, compresa l’opinione consultiva approvata dalla corte sull’illegalità dell’occupazione. Il suo dissenso era basato su argomenti peculiari e senza fondamento, derivanti da convinzioni religiose e false narrazioni storiche.

Un’attenta analisi delle dettagliate opinioni di Sebutinde rivela la manipolazione dei principi delle leggi internazionali per adeguarle alla sua tendenziosità e alle sue convinzioni. Le sue conclusioni sembrano influenzate da miti simili a quelli degli estremisti sionisti religiosi, che non sono né riconosciuti dall’ordinamento della corte né sorretti dalle leggi internazionali. Ciò è particolarmente preoccupante data la gravità del caso, che riguarda la minaccia esistenziale per un gruppo nazionale sulla sua terra.

Il confronto tra la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele e quella sulla causa per genocidio dell’Ucraina contro la Russia rivela evidenti contraddizioni. In quest’ultima Sebutinde e gli altri giudici hanno esaminato le prove presentate e hanno applicato la legge senza prendere in considerazione le dimensioni religiose o politiche, dichiarando le azioni della Russia una mera aggressione contro uno Stato sovrano.

Le misure precauzionali emanate nel caso dell’Ucraina sostenute dalla maggioranza dei giudici, inclusa Sebutinde, hanno ordinato un cessate il fuoco. Ciò ha privato la Russia del suo presunto diritto all’autodifesa contro la diffusione di “neonazisti”, accusati di commettere massacri contro i cittadini ucraini di origine russa.

In palese contrasto, la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele è stata profondamente viziata. Nonostante la gravità della situazione, le misure precauzionali della corte non hanno incluso un cessate il fuoco, un grave errore che riflette l’influenza delle politiche nazionali a favore di Israele su alcuni giudici. Sebutinde ha addirittura rifiutato queste misure, ignorando le prove e le leggi umanitarie internazionali. La sua opinione dissenziente, segnata dal fatto di basarsi sulle sue convinzioni religiose e da tendenziosità politica, ha ignorato i fatti presentati nel processo.

Nella sentenza della corte del 26 gennaio 2024, che ha incluso sei misure precauzionali approvate da 15 giudici contro 2 voti contrari, Sebuninde si è opposta a tutte le disposizioni. Ciò ha incluso misure che invitavano Israele a consentire un afflusso illimitato di aiuti internazionali. Sorprendentemente persino il magistrato nominato da Israele tra i giurati, Aharon Barak, ha approvato due misure: una che obbligava Israele a impedire istigazioni al genocidio e un’altra che garantiva l’afflusso di aiuti umanitari.

La mancanza di imparzialità e la ferma convinzione di Sebuninde riguardo all’assoluto diritto di Israele ad agire a suo piacere sono risultati evidenti nel suo parere. Ha lanciato accuse non verificate contro le fazioni palestinesi relative a crimini efferati come lo stupro e l’uccisione di bambini. Al contrario le sue affermazioni sulle sofferenze di Gaza difettavano di dettagli o riferimenti specifici, smentendo come false le prove del Sudafrica e sostenendo il difetto di giurisdizione della corte in quella fase. Contrariamente all’opinione della maggioranza, ha negato che le prove dimostrassero un genocidio potenziale.

Le sue opinioni hanno danneggiato la credibilità della corte e sollevato preoccupazioni riguardo alla sua adeguatezza per un ruolo che richiede obiettività e aderenza alla giustizia.

Sebutinde si è anche opposta ad altre tre disposizioni aggiuntive (approvate con 13 voti contro 2) incluse nella sentenza della corte del 24 maggio 2024 in seguito all’attacco israeliano contro Rafah. Pare che il giudice Barak abbia imparato dalla sua posizione, in quanto era inconcepibile che lei potesse sembrare più allineata con il sionismo di lui. Barak si è unito a Sebutinde nel rifiuto di queste misure, smentendo persino le sue precedenti posizioni e opponendosi alla prima misura che ribadiva le disposizioni precauzionali indicate nella sentenza della corte a gennaio.

Nonostante fossero passati quattro mesi dalla decisione iniziale della corte, Sebutinde non ha modificato la sua posizione, benché il numero di morti fosse salito e le dimensioni delle distruzioni e della fame si fossero accentuate. Al contrario ha ignorato questa situazione, descrivendola semplicemente come una “complessa crisi umanitaria”. Invece ha ampiamente approfondito le sofferenze degli israeliani, citando dati e incidenti specifici che avevano avuto come conseguenza pochi morti e feriti. Sebutinde ha persino sottolineato il coinvolgimento di nuovi attori nel conflitto, come il movimento Houti e l’incremento delle operazioni di Hezbollah nel sud [del Libano], utilizzando quegli sviluppi per giustificare il rifiuto di misure precauzionali per porre fine all’attacco contro Rafah.

I commenti di Sebutinde su queste e sulle precedenti disposizioni rappresentano un sostegno ai massacri. Ha appoggiato la continuazione delle operazioni militari, sostenendo che la loro interruzione avrebbe danneggiato la sicurezza di “100 ostaggi nelle mani dell’organizzazione terroristica Hamas.” Tuttavia le prove, comprese le ammissioni ufficiali dell’esercito israeliano, hanno confermato che molti ostaggi sono stati uccisi durante queste operazioni.

Nel suo parere consultivo del 19 luglio 2024 ha dissentito dall’opinione maggioritaria riguardo alle “conseguenze legali delle politiche e pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est.” Mentre la maggioranza dei giudici ha definito illegale l’occupazione ed ha chiesto che venga smantellata, Sebutinde ha sostenuto che in primo luogo la corte non avrebbe dovuto emettere l’opinione consultiva. Ha affermato che ciò avrebbe complicato il problema eludendo il contesto negoziale pattuito tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Israele. Così facendo Sebutinde ha apertamente criticato i suoi colleghi giudici e rivelato le sue profonde convinzioni religiose, radicate nell’Antico Testamento, insieme a interpretazioni di testi religiosi e scoperte archeologiche di 3.000 anni fa che dimostrerebbero la presenza di una “nazione ebraica”, negando l’esistenza della Palestina.

L’opinione dissenziente di Sebutinde afferma:

“Le prove includono ritrovamenti archeologici nella Città di Davide. Scavi nella “Città di Davide” a Gerusalemme hanno scoperto strutture, fortificazioni e oggetti che datano al tempo tradizionalmente associato al regno di re Davide. Questi reperti forniscono prove dell’insediamento di una società colta impegnata in commerci, agricoltura e attività di governo. La Bibbia ebraica (il Vecchio Testamento) offre dettagliate testimonianze di storia, cultura e governo degli israeliti durante questo periodo. Mentre questi testi per loro natura sono religiosi, molti studiosi li considerano affidabili documenti storici. Queste prove archeologiche, testuali e storiche confermano l’esistenza e la continua presenza del popolo ebraico nell’antico Israele durante il periodo dal 1000 al 586 a.C.”

Immaginate un contenzioso sulla titolarità della proprietà portato davanti a un qualunque tribunale al mondo, tranne Israele. Una parte presenta un testo religioso preso da un libro sacro sostenendo che esso dimostra la proprietà risalendo a centinaia di anni fa, mentre l’altra sottopone al tribunale contratti ufficialmente documentati e un titolo di proprietà certificato rilasciato dalle competenti autorità. Quale sarebbe la reazione del giudice? Immagino che ordinerebbe che la prima venisse portata in un’istituzione psichiatrica oppure condannata per oltraggio alla corte per averle fatto perdere tempo.

Nel suo parere dissenziente Sebutinde si contraddice da sola, utilizzando simultaneamente la Dichiarazione Balfour e il piano di partizione per legittimare Israele, negando nel contempo in base agli stessi documenti i loro diritti ai palestinesi. Il suo travisamento si estende alla Cisgiordania e a Gerusalemme, che considera territori contesi invece che occupati. Ignora le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che affermano la loro condizione di territori occupati.

Le convinzioni religiose accecano Sebutinde, proprio come i coloni estremisti che manipolano la storia a favore della loro ideologia. Accusa gli arabi, dal periodo del Mandato [britannico] a oggi, per aver rifiutato qualunque soluzione proposta per condividere la terra e vivere in pace con i loro vicini ebrei. Secondo lei ogni atto di terrorismo da parte delle milizie sioniste e ogni guerra combattuta da Israele sono stati preventivi e difensivi.

Attraverso le sentenze della corte Sebutinde si aggrappa alla sua visione secondo cui il conflitto è ideologico e politico e non risolvibile all’interno del contesto giuridico. Questa posizione è rimasta tale nonostante le prove schiaccianti che sono state presentate, che dimostrano che la macchina da guerra ha sistematicamente preso di mira persone, alberi e pietre in meticolose campagne di sterminio pianificato. Decine di migliaia [di persone] sono state uccise o ferite, intere città distrutte e oltre due terzi della popolazione sfollata.

Un giudice divorato da miti e stravolgimenti religiosi non può occuparsi della giustizia tra le Nazioni. Il luogo adeguato per esprimere tali convinzioni è un tempio, un partito politico o persino un’organizzazione criminale come l’esercito israeliano, dove potrebbe partecipare attivamente a tali atrocità come soldatessa o ufficiale. Consentirle di presiedere alla più alta autorità giudiziaria incaricata di risolvere conflitti internazionali e salvaguardare la pace e la sicurezza è una caricatura della giustizia.

Fortunatamente le decisioni della corte sono prese dal voto a maggioranza, come evidenziato dall’approvazione a stragrande maggioranza delle sentenze che lasciano il suo dissenso senza un’influenza significativa. Tuttavia nei casi in cui la corte è divisa il voto decisivo del presidente diventa fondamentale. Benché questo scenario sia raro, la potenziale elezione di Sebutinde come presidentessa solleva preoccupazioni. L’aspetto allarmante di ciò, con l’autorità di Sebutinde come supervisora delle commissioni tecniche della corte, è che potrebbe giocare un ruolo nel rallentare le procedure, complicando i processi e rimandando le udienze. Dato il suo estremismo, la situazione potrebbe accentuarsi facendo trapelare discussioni o documenti riservati riguardanti il caso.

Perciò i giudici della corte non devono eleggere per una posizione così importante una collega che adotta un’ideologia estremista. C’è una chiara contraddizione tra la missione della Corte di risolvere le dispute internazionali e raggiungere pace e sicurezza e gli obiettivi dell’orientamento ideologico a cui lei appartiene, che semina caos, alimenta guerre e sparge sangue. Quindi si deve impedire che Sebutinde assuma la posizione di presidente della corte.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto Human Right Watch – un picco del 300% di aborti spontanei: non ci sono gravidanze sicure a Gaza finché l’assalto israeliano continua

Redazione di MEMO

29 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Un rapporto accusatorio pubblicato ieri dalla ong Human Rights Watch (HRW) rivela il catastrofico impatto dell’offensiva militare israeliana sulle donne incinte e sui neonati a Gaza, documentando gravi carenze di cure mediche, allarmanti incrementi di aborti spontanei e condizioni devastanti per i parti.

Il rapporto di 50 pagine, intitolato “Cinque neonati in una incubatrice: violazioni dei diritti delle donne incinte durante l’assalto israeliano a Gaza”, evidenzia come l’assedio israeliano e gli attacchi alle strutture sanitarie abbiano creato delle condizioni potenzialmente letali per le donne durante la gravidanza e il parto.

Dall’inizio delle ostilità a Gaza le donne e le ragazze stanno affrontando la gravidanza in mancanza di assistenza sanitaria di base, misure igieniche, acqua e cibo” ha affermato Belkis Wille, il direttore associato per le crisi, i conflitti e le armi di Human Right Watch. “Esse e i loro neonati sono a rischio costante di una morte evitabile.”

Il rapporto dipinge un quadro fosco dell’assistenza sanitaria alla maternità al collasso. Solo 7 sui 18 ospedali parzialmente funzionanti possono adesso fornire cure ostetriche di emergenza, contro le 20 strutture presenti prima del 7 ottobre 2023. In alcuni casi i dottori sono obbligati a mettere fino a cinque neonati prematuri in una sola incubatrice a causa della grave carenza di apparecchiature mediche.

La situazione ha portato ad un drammatico aumento di complicanze durante la gravidanza. Secondo gli esperti di salute delle donne in gravidanza citati nel rapporto dal 7 ottobre 2023 il tasso degli aborti spontanei è cresciuto del 300%. Un sondaggio ONU fra le donne ha evidenziato che il 68% delle donne incinte ha sperimentato complicanze, con il 92% che ha riportato infezioni del tratto urinario e il 76% che ha sofferto di anemia.

Le terribili condizioni hanno obbligato gli ospedali a dimettere le donne poche ore dopo il parto. “Io ero esausta e non potevo camminare,” ha detto una madre ad HRW dopo essere stata dimessa solo quattro ore dopo il parto. “Tenevo in braccio il neonato e con mio marito e altri tre figli abbiamo dovuto cercare qualcuno che ci portasse [in macchina].”

Il rapporto evidenzia anche il devastante impatto della malnutrizione, con oltre 48.000 donne incinte che hanno sperimentato emergenze e una catastrofica mancanza di cibo sino a dicembre 2024. Il Fondo per la Popolazione dell’ONU (UNICEF) ha riportato che da dicembre inoltrato 8 bambini e neonati sono morti per ipotermia a causa della mancanza di un semplice riparo.

HRW ha osservato che a ottobre la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato due leggi entrate in vigore nel gennaio 2025 che minacciano di aggravare ulteriormente le condizioni di salute delle mamme e dei neonati. Queste nuove leggi vietano all’Agenzia ONU per il Soccorso e il Lavoro per i Rifugiati Palestinesi nel Medio Oriente [United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA)] di operare in Israele e a Gerusalemme Est occupata e vietano al governo dello Stato occupante di mantenere rapporti con l’UNRWA, cosa che renderebbe impossibile all’agenzia ONU di fornire aiuto nella Cisgiordania occupata o a Gaza o di ottenere permessi o visti per il proprio personale.

Israele ha inoltre ordinato all’UNRWA di lasciare tutte le sedi a Gerusalemme Est occupata e di interrompere le sue attività entro domani. L’UNRWA fornisce acqua, cibo, rifugio e altri servizi vitali a centinaia di migliaia di palestinesi a Gaza, incluse donne incinte, madri che allattano e neonati.

HRW ha chiesto agli alleati di Israele, inclusi gli USA, di effettuare azioni immediate per porre fine a queste violazioni. L’ONG ha sollecitato i governi a interrompere l’assistenza militare e a fare pressione su Israele per garantire che siano soddisfatti i bisogni delle donne incinte, dei neonati e di quanti hanno bisogno di cure mediche.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele sigilla Betlemme con 89 cancelli, barriere e blocchi di cemento

Redazione di MEMO

21 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Le forze di occupazione israeliane hanno stretto la morsa del loro assedio al governatorato di Betlemme, nel sud della Cisgiordania occupata, dividendo e isolando il governatorato con 89 cancelli militari, barriere e blocchi di cemento.

Di conseguenza i palestinesi sono obbligati a usare un numero limitato e ridotto di strade per uscire ed entrare nel e dal governatorato passando attraverso posti di controllo militari dove le forze di occupazione israeliane controllano le auto e le identità dei cittadini ed imprigionano i civili. Queste nuove limitazioni imprigionano ulteriormente la vita quotidiana dei palestinesi.

Le misure dell’esercito israeliano sono applicate in parallelo agli attacchi dei coloni in corso nelle zone meridionale, occidentale ed orientale del governatorato, con l’obiettivo di terrorizzare i palestinesi e farli sfollare fuori dalle loro terre per impadronirsene e costruire colonie ebraiche illegali che separano le comunità palestinesi.

Hassan Breijieh, un ricercatore nel campo delle colonie, ha affermato che nel governatorato di Betlemme dall’inizio della guerra israeliana contro Gaza il 7 ottobre 2023 le forze di occupazione israeliane hanno installato 53 cancelli militari, molti dei quali sono permanentemente chiusi, in modo che i palestinesi non possano attraversarli. Blocchi di cemento sono stati posti su altre 36 strade.

Secondo la camera di commercio ed industria di Betlemme queste chiusure, in aggiunta alle difficili condizioni economiche nel governatorato, e l’impennata al 36% del numero di famiglie che sono cadute sotto la soglia di povertà hanno reso le condizioni di vita nel governatorato estremamente difficili in termini di movimento e di capacità di soddisfare le necessità giornaliere.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




I dati sull’aumento della “migrazione al contrario degli ebrei” scioccano gli israeliani

Aziz Mustafa

14 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Il rapporto dell’Ufficio Centrale di Statistica israeliano dell’inizio del nuovo anno, il 2025, sulla migrazione al contrario degli ebrei è stato come benzina sul fuoco dei conflitti politici in Israele, in quanto il desolante numero che compare sui titoli principali dei media israeliani ritrae il bilancio della migrazione al contrario degli ebrei fuori dallo Stato dell’occupazione [cioè Israele, ndt.]. Ben 82.000 sono stati tolti dai dati della popolazione, il che è una brutta notizia per i suoi circoli politici e della sicurezza.

Questo scioccante dato statistico si è immediatamente trasformato in una nuova discussione politica tra gli israeliani, aggiungendosi alla serie infinita di controversie politiche, soprattutto in quanto i dati disponibili indicano che questa emigrazione si è concentrata su professionisti, medici e tecnici a causa della loro disperazione nei confronti delle condizioni dello Stato.

Mentre i sostenitori della destra hanno sfruttato questi sconvolgenti dati per criticare quanti stanno emigrando dallo Stato, gli oppositori del governo li hanno utilizzati per attaccarlo. Il fenomeno della migrazione al contrario si è trasformato in un’ulteriore fonte di conflitto tra le due parti, aggiungendosi alla guerra su sette fronti combattuta dallo Stato dell’occupazione ed evidenzia il fatto che in esso la vita è diventata insopportabile.

Mentre gli israeliani sembrano affrettarsi a dissentire e divergere riguardo all’accuratezza di questi numeri e ad incolparsi a vicenda, è impossibile comprendere ciò che sta provocando il deciso aumento della migrazione al contrario, date le affermazioni degli israeliani che stanno emigrando fuori dallo Stato, secondo cui hanno perso fiducia in esso.

Allo stesso tempo questi dati confermano che esperti nei campi della tecnologia, dell’economia, della medicina e della cultura sono i principali esempi di quanti emigrano dallo Stato, perché non sono più in grado di trovare un posto in uno Stato che promuove leggi che limitano la libertà personale, reprimono la creatività e sopprimono la loro proprietà privata. Vale la pena notare che la migrazione al contrario di ebrei è iniziata durante il periodo delle proteste che hanno avuto luogo contro il colpo di stato giudiziario, con la guerra a Gaza che ha dato a molti di loro l’impressione che fosse tempo di andarsene.

Oltretutto l’ingiusta politica economica del governo di destra, l’opposizione degli haredi [ebrei ultraortodossi, ndt.] al servizio militare obbligatorio, le minacce contro la libertà delle istituzioni accademiche, gli attacchi contro la Corte Suprema, la continua guerra a Gaza e il fallito ritorno dei soldati rapiti hanno riportato i timori degli israeliani, la perdita di fiducia nello Stato e la loro paura che dovranno affrontare ulteriori difficoltà e non riusciranno a recuperarla in futuro.

Insieme ai mezzi di comunicazione che hanno riportato i dati sulla migrazione ebraica al contrario, negli ultimi mesi centri di ricerca israeliani hanno decisamente concentrato l’attenzione sulla crescente tendenza dei giovani ebrei istruiti a lasciare il Paese, cosa che potrebbe danneggiare l’economia e la struttura sociale. Le motivazioni che stanno dietro la partenza includono l’instabilità politica, la situazione economica, il costo della vita, le tensioni sociali e i timori di un colpo di stato giudiziario.

Ciò che preoccupa realmente Israele è l’età di questi emigranti, in quanto il 48% di essi ha tra i 20 e i 45 anni e il 27% è composto da bambini e adolescenti. La grande maggioranza ha meno di 45 anni e cerca una migliore qualità di vita a causa del peggioramento della situazione economica, dell’incremento del costo della vita e della difficoltà a trovare casa e lavoro, con un maggior livello di impossibilità di accesso a servizi pubblici di qualità.

Tra gli israeliani c’è una convinzione prevalente che le ripercussioni su Israele di questa emigrazione saranno molto serie, mentre il governo di destra si accontenta di attaccare il fenomeno con post “populisti” su internet, senza un’analisi in profondità e senza fornire soluzioni pratiche. Ciò perché in pratica questi emigranti hanno un ridotto senso di appartenenza allo Stato e alla sua cultura e il loro legame con esso è in declino a causa dello shock della guerra, della mancanza di fiducia nella dirigenza politica e della crisi economica.

Il crescente numero di israeliani che sono emigrati dallo Stato dell’occupazione adesso coincide con l’ondata di opinioni ostili contro l’occupazione che sta divampando nel mondo a causa dei suoi crimini contro il popolo palestinese. In seguito alle divisioni politiche e sociali a cui il Paese sta assistendo, il risultato immediato di questo fenomeno è un passaggio radicale al fatto che gli emigrati sono separati dal Paese, dalla famiglia, dagli amici e dai vicini e in qualche caso non c’è ritorno.

In conclusione, il fenomeno della migrazione al contrario degli ebrei da Israele rappresenta un fallimento morale dello Stato e un’esplicita dichiarazione del suo fallimento nel rafforzare i rapporti degli ebrei che arrivano da ogni parte del mondo in una terra occupata che non è la loro. Questo è un risultato prevedibile della crescente divisione sociale negli ultimi anni, della prevalenza di discorsi divisivi e incendiari e del consenso dello Stato che consente a forze estremiste fasciste di trascinare il resto degli israeliani in pericolosi conflitti interni che potrebbero distruggere ciò che rimane dell’impunità dello Stato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ANP cerca di evitare critiche alle sue violazioni dei diritti umani

  1. Ramona Wadi

14 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Wafa, l’agenzia di notizie ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ha pubblicato i dettagli di un rapporto che descrive le testimonianze di palestinesi imprigionati, torturati e interrogati da Israele a Gaza. Molti prigionieri stanno soffrendo per traumi fisici e psicologici permanenti, afferma il report della commissione dell’ANP per gli affari dei prigionieri e degli ex-prigionieri.

I dettagli sono raccapriccianti. Prigionieri ustionati con acqua bollente, picchiati brutalmente, bagnati con le acque di scarico, aggrediti dai soldati israeliani e privati di cibo e trattamenti sanitari. Ma mentre queste testimonianze sono importanti da registrare, cosa sta facendo l’ANP riguardo all’informazione? Inoltre, cosa sta facendo l’ANP nella Cisgiordania e a Gaza occupate per prendere le distanze da Israele? La risposta: niente.

L’ANP potrebbe aggrapparsi alla narrazione anticoloniale, quando si presenta l’occasione, ma le sue azioni nella Cisgiordania occupata hanno mostrato altro ormai da molti anni. Solo due giorni prima del rapporto Wafa sui palestinesi torturati da Israele, durante una riunione il leader dell’ANP Mahmoud Abbas ha confermato il suo supporto alle operazioni dei servizi di sicurezza a Jenin. Secondo Wafa Abbas ha elogiato i servizi di sicurezza perché “salvaguardano stabilità ed ordine” e ha cercato di collegare in qualche modo le aspirazioni del popolo palestinese con le epurazioni della resistenza palestinese nella Cisgiordania occupata. Naturalmente solo Abbas e i suoi gerarchi potrebbero collegare le due cose insieme e ostentare una sembianza di coerenza.

Se l’ANP ritiene necessario – e certamente lo è – pubblicare i dettagli delle orrende torture contro i palestinesi a Gaza, perché non applica gli stessi criteri ai suoi servizi di sicurezza? Basel Al-Araj è stato ucciso da Israele in collaborazione con i servizi di sicurezza dell’ANP e Nizar Banat è stato picchiato a morte dai suoi servizi di sicurezza – e questi sono solo due esempi noti.

I palestinesi nella Cisgiordania occupata, in particolare a Jenin, vengono terrorizzati dai servizi di sicurezza della ANP per la semplice ragione che la resistenza sta riconoscendo di dover condurre una più ampia lotta anti-coloniale. L’ANP rappresenta più precisamente Israele e la comunità internazionale e non i palestinesi. È una legittima preoccupazione per i palestinesi che l’ANP, per esempio, abbia chiesto 680 milioni di dollari agli USA per addestrare i suoi servizi di sicurezza ed anche per le forniture di veicoli ed equipaggiamento.

Al Jazeera, che l’ANP ha recentemente messo al bando nella Cisgiordania occupata, ha da poco riferito che molti palestinesi che sono stati imprigionati e picchiati dai servizi di sicurezza non si sentono sicuri nel condividere le loro esperienze, neanche con organizzazioni per i diritti umani come Al-Haq. Altro che incolumità e sicurezza di tutti i palestinesi. Forse Abbas si riferisce ai palestinesi che rimarranno dopo le epurazioni? E in quale momento le epurazioni finiranno?

Cosa sta cercando di provare Abbas, che l’ANP può tornare a Gaza per via della comprovata esperienza a Jenin e più in generale nella Cisgiordania occupata? O che sull’ANP si può contare per implementare le stesse tattiche su cui Israele ha fatto affidamento per decenni, fino al genocidio a Gaza? Una cosa risalta: il metodo dell’ANP per annichilire la resistenza palestinese è cooptare palestinesi per imprigionare, torturare e a volte anche uccidere altri palestinesi.

L’Operazione Proteggi la Terra Natale mira solo a proteggere l’ANP ad ogni costo dalle ripercussioni della sua oppressione. I media dell’ANP dovrebbero prenderne atto.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele usa un’ambulanza per fare irruzione in un campo profughi in Cisgiordania

Redazione di MEMO

7 gennaio 2025 – Middle East Monitor

È comparso il video di una telecamera di sorveglianza in cui l’esercito israeliano di occupazione usa un’ambulanza per infiltrarsi nel campo profughi di Balata in Cisgiordania. In seguito alla sparatoria indiscriminata dei soldati un giovane uomo palestinese ed una donna anziana sono stati uccisi.

Ieri l’esercito di occupazione israeliano ha ammesso che le sue forze hanno usato un’ambulanza per infiltrarsi nel campo profughi di Balata a Nablus nella Cisgiordania settentrionale, dichiarando che sta indagando sull’incidente che secondo i palestinesi ha portato alla morte di una donna anziana e un giovane.

Domenica i palestinesi hanno diffuso un video preso da una telecamera di sorveglianza in un negozio che mostra i soldati dell’occupazione israeliani uscire da una ambulanza nel centro del campo e sparare ai passanti, azione che dicono abbia portato alla morte di una donna anziana e un giovane, secondo il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth.

In una dichiarazione riportata ieri dal giornale, l’esercito dell’occupazione ha affermato di agire in base al diritto internazionale e di stare indagando sull’incidente in questione.

L’indagine esaminerà l’uso dei veicoli mostrati nel video e le accuse di nuocere ad individui non coinvolti nello scambio a fuoco tra i terroristi e le nostre forze.”

Il video è stato girato il 19 dicembre 2024 durante un’incursione israeliana nel campo. Nello stesso giorno i palestinesi hanno riferito che due persone sono state uccise nell’operazione, una delle quali una donna di 80 anni, secondo il quotidiano israeliano.

Al momento l’esercito israeliano ha affermato in una dichiarazione che le sue forze hanno avviato un’operazione per arrestare un sospetto nel campo di Balata e “durante l’attività c’è stato uno scambio a fuoco con combattenti che hanno sparato e lanciato esplosivi contro le forze,” si aggiunge nel comunicato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Genocidio in nome della sicurezza nella visione dei coloni israeliani

Ramona Wadi

17 dicembre 2024 MiddleEastMonitor

 

I leader dei coloni israeliani chiedono al governo israeliano di emulare la strategia genocida usata contro i palestinesi a Gaza per sfollare e ripulire etnicamente i palestinesi dalla Cisgiordania occupata. In una lettera al Gabinetto di Sicurezza israeliano Yisrael Ganz, capo del Consiglio Yesha [unione dei consigli comunali delle colonie in Cisgiordania, ndt.] che si occupa degli affari delle colonie, insieme ad altri leader dei coloni e sindaci ha chiesto la demolizione di edifici e campi profughi nella Cisgiordania occupata. Tutti i coloni israeliani e le colonie in cui vivono sono chiaramente illegali ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra. “Dopo aver trasferito la popolazione, l’infrastruttura terroristica dovrebbe essere smantellata esattamente come abbiamo fatto nella Striscia di Gaza, ovvero: ogni edificio incriminato deve essere distrutto, ogni terrorista deve essere eliminato”, ha scritto nella sua lettera. “Questo è il momento di abbandonare un approccio difensivo e procedere con uno di offensiva letale, efficiente ed efficace in Giudea e Samaria [Cisgiordania]”.

Questo è il momento giusto, si legge nella lettera, perché un’attenzione distratta fissa su Gaza si è poi spostata su Libano e Siria. E se la Cisgiordania occupata, già destinata all’illusoria costruzione di uno Stato e a fantomatici finanziamenti da parte della comunità internazionale, ha in passato servito il suo scopo di mantenere in vita la “soluzione” dei due Stati, Israele ha dichiarato apertamente che il paradigma è ormai defunto e inapplicabile. Quindi perché la comunità internazionale dovrebbe ora preoccuparsi della sua mancata realizzazione? Il tempo è favorevole a Israele, ma non al popolo palestinese. Il genocidio non ha spinto la comunità internazionale ad agire. Al contrario, il mondo ha continuato a tergiversare raccogliendo come sempre dati statistici. Nella Cisgiordania occupata i dati hanno già normalizzato le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, e la comunità internazionale avrà vita più facile. E avendo normalizzato il genocidio e le sue conseguenze, cosa può davvero impedire a Israele di ripetere lo stesso schema di pulizia etnica se lo vuole?

“La sovranità israeliana in Giudea e Samaria farà fuori l’asse del male, proteggerà Gerusalemme e Tel Aviv e salvaguarderà anche Londra, Berlino e New York”, ha detto Yisrael Ganz al Jerusalem Post. Il colonialismo e il genocidio di Israele vengono ora promossi come strumenti per proteggere l’Occidente. Ovviamente, gli Stati Uniti, la Germania e il Regno Unito non si opporrebbero a tale retorica e alla sua realizzazione, data la loro complicità nel genocidio di Gaza, per non parlare del loro indiscusso sostegno decennale all’espansione coloniale.

Se Israele e la comunità internazionale sono concordi sul genocidio per creare una zona cuscinetto di una presunta sicurezza, come definirà le vittime la comunità internazionale? Danni collaterali? Irrilevanti? Se Israele commetterà davvero un genocidio nella Cisgiordania occupata con la benedizione della comunità internazionale, il che è probabile, come saranno ridefiniti i diritti umani e il diritto internazionale? Non solo la comunità internazionale non ha fermato il genocidio a Gaza, ma acconsentirebbe alla sua estensione nella Cisgiordania occupata sotto le mentite spoglie di preoccupazioni per la sicurezza non solo israeliana, ma addirittura internazionale. Nonostante la resistenza anticoloniale palestinese sia diretta esclusivamente contro Israele, non contro Israele e i suoi complici. Lo squilibrio di potere è enorme e continua a crescere parallelamente al soggiogamento forzato del popolo palestinese. Israele sta annunciando apertamente il suo ruolo nel cambiare il Medio Oriente e il mondo si rifiuta ancora di riconoscere come i palestinesi in tutta la Palestina colonizzata vengano sacrificati all’obiettivo sionista del Grande Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I caschi blu dell’ONU rimuovono le bandiere israeliane nella zona cuscinetto delle Alture del Golan in Siria

  1. Redazione di MEMO

17 dicembre 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì l’ONU ha ribadito che l’esercito israeliano continua ad essere presente nella zona cuscinetto delle alture del Golan in Siria e ha riferito che le bandiere israeliane nell’area di separazione sono state rimosse dai caschi blu.

Il portavoce Stephane Dujarric ha affermato in una conferenza stampa che “i nostri colleghi caschi blu nelle Alture del Golan, UN Disengagement Observer Force (UNDOF) [Forza di osservazione del disimpegno], continuano a implementare il loro mandato di osservare e riferire dalle loro posizioni situate ovunque nell’area di separazione.”

Affermando che la presenza dell’esercito israeliano “nella sua (dell’UNDOF) area di operazioni ha avuto un impatto grave sui caschi blu,” ha segnalato che “la libertà di movimento e la capacità di condurre le attività operative, logistiche ed amministrative” della missione di pace “rimangono gravemente limitate.”

Nel contesto corrente, l’UNDOF era solito condurre approssimativamente da 55 a 60 compiti operativi e attività logistiche giornaliere. Al momento è ridotto a tre fino a cinque movimenti logistici essenziali al giorno, limitando così significativamente le sue operazioni,” ha affermato.

Ha anche evidenziato l’importanza di permettere ai caschi blu di portare avanti “i compiti dei loro mandati senza impedimenti ed in modo sicuro.”

Secondo l’UNDOF, l’esercito israeliano è entrato nell’area di separazione, dispiegando truppe in molteplici “posizioni chiave” incluse il monte Hermon e “Tank Hill” [Collina dei Carrarmati] ad est della linea Bravo, ha affermato, aggiungendo che “la missione ha anche osservato i movimenti dell’IDF (l’esercito israeliano) e le costruzioni in quattro punti dell’area del monte Hermon.

L’UNDOF ha anche osservato bandiere israeliane in tre posizioni dentro l’area di separazione: tutte le bandiere israeliane sono state rimosse dopo una protesta dei funzionari UNDOF” ha affermato.

Ha detto che la missione ha ribadito la sua richiesta a tutte le parti coinvolte di aderire all’accordo di disimpegno del 1974 e di mantenere in essere il cessate il fuoco.

L’accordo di disimpegno ha definito i confini di una zona cuscinetto e una area demilitarizzata. È monitorata dall’UNDOF, in quanto ha il compito di mantenere il cessate il fuoco tra Israele e Siria dopo la guerra in Medio Oriente del 1973.

Violando palesemente la sovranità siriana, in seguito alla caduta del regime di Bashar Assad ad opera delle truppe ribelli negli ultimi giorni Israele ha intensificato gli attacchi aerei in tutta la Siria puntando a siti militari.

Israele ha anche dichiarato la fine dell’accordo del 1974 che ha stabilito una zona cuscinetto demilitarizzata sulle Alture del Golan occupate da Israele. Da allora l’esercito israeliano ha dispiegato forze nella zona cuscinetto, una mossa condannata dall’ONU e da molte Nazioni arabe.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)