Traumatiche esperienze dei bambini di Gaza

Infanzia perduta: a Gaza, la generazione dei più giovani cerca di affrontare i traumi a cinque anni dalla fine dell’ultima guerra

Sarah Algherbawi

11 settembre 2019 Mondoweiss

 

Ho visto di recente un documentario spagnolo di 45 minuti intitolato “Nacido en Gaza” (“Nato a Gaza”) che tratta l’impatto della guerra sui bambini e guardandolo la mia attenzione si è concentrata sul fatto che, anche molto tempo dopo che i carri armati se ne erano andati, i bambini provavano ancora lo stress e l’ansia della guerra. Un genitore non vorrebbe mai nemmeno immaginare che il proprio figlio o la propria figlia debbano provare dolori, perdite o paura, eppure a Gaza la generazione dei più piccoli deve affrontare il trauma dell’aver vissuto tre guerre negli ultimi dieci anni.

Negli anni 2008-09, 2012 e 2014, Gaza è stata in guerra contro Israele in un’escalation di violenza nella striscia costiera che ha raggiunto nuovi picchi dalla guerra del 1967 quando iniziò l’occupazione israeliana del territorio palestinese. Nell’ultima guerra del 2014 tra gli oltre 2200 civili palestinesi uccisi ci sono stati 551 bambini e oltre 3.000 sono stati i feriti. Sei civili israeliani sono stati uccisi e 270 bambini sono stati feriti.

Essere mamma di un piccolo di dieci mesi mi ha portato a riflettere sulle conseguenze della guerra per i bambini.

Nell’inchiesta pubblicata da Save the Children all’inizio di quest’anno, i ricercatori hanno rilevato che, nel 2018, il 62% dei bambini di Gaza riferisce sintomi di depressione e il 55% di angoscia. Oltre la metà dei bambini ha detto di sentirsi ansiosa e impaurita quando si trova lontano dai propri genitori. Molti hanno incubi notturni, il 53% bagna il letto. Sono stati intervistati anche i genitori e gli operatori sanitari che si occupano di loro e il 42% ha detto che i loro bambini hanno perso la capacità di parlare in seguito al trauma.

È allarmante che, nel 2010, uno studio condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dal CDC [Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, negli USA, ndtr.] abbia rilevato che a Gaza un quarto degli adolescenti fra i 13 e i 15 anni abbia detto di avere pensieri suicidi e di aver progettato di farlo nei 12 mesi precedenti. Nel Medio Oriente i giovani palestinesi hanno le percentuali più elevate di pensieri suicidi e, anche se i ricercatori non hanno analizzato il rapporto fra guerra e suicidio, i risultati riflettono il profondo senso di disperazione fra i bambini di Gaza.

Volevo intervistare dei bambini per avere un’idea più precisa di quello che ricordano della guerra e di come quei ricordi abbiano ancora un impatto sulla loro vita di oggi.

Sharif al-Namla, un bambino amputato

Un episodio della guerra del 2014 che gli abitanti di Gaza probabilmente non dimenticheranno mai è la storia della famiglia al-Namla, della cittadina di Rafah, nel sud di Gaza.

La mattina del primo agosto 2014, Israele avrebbe fatto ricorso alla direttiva Annibale, una procedura militare per rispondere con la forza alla cattura di un soldato [colpendo in modo indiscriminato il luogo in cui si presume sia presente il militare rapito, anche a rischio di ucciderlo, ndtr.]. All’epoca le forze israeliane stavano cercando Hadar Goldin, un soldato che si riteneva fosse stato fatto prigioniero da Hamas. Hadar e oltre 121 palestinesi, di cui almeno 72 civili [era in corso una tregua, ndtr.], furono uccisi durante i violenti scontri di quel giorno, il più sanguinoso della guerra, talvolta chiamato il “venerdì nero”.

Gruppi per i diritti umani hanno in seguito accusato Israele di aver commesso crimini di guerra, citando l’uso di cannoneggiamento con carri armati, sparatorie e attacchi aerei su civili.

Quel giorno Wael al-Namla, 27 anni, sua moglie Asraa e il piccolo Sharif di 3 anni stavano per lasciare la loro casa quando questa fu colpita da un missile. Nella distruzione tre parenti rimasero uccisi, Wael e il figlio persero una gamba, ad Asraa furono amputate entrambe le gambe e Sharif perse anche l’occhio destro.

Oggi Sharif ha otto anni.

“A Sharif non piace uscire di casa, si vergogna delle sue lesioni, a differenza dei suoi coetanei non parla molto e preferisce stare sempre da solo” mi ha detto il padre Wael.

Recentemente Wael ha convinto il figlio ad andare per un mese a un campo estivo a luglio. Il programma includeva 55 bambini che avevano perso gli arti a causa di malformazioni congenite o ferite.

Wael ha detto che il figlio ha bisogno di vari interventi chirurgici, sia all’occhio destro che alla gamba, per prepararla all’uso di un arto artificiale.

Wael ha detto che “Sharif era diventato più attivo dopo il campo, ma non è sufficiente perché avrebbe bisogno di molta assistenza e molto tempo per reinserirsi nella comunità.”

Zidan Qarmout

Il primo agosto 2014, il ventisettesimo giorno della guerra del 2014 fra Israele e Gaza, Zidan Qarmout aveva dieci anni e stava mangiando dei dolci, in piedi vicino a una finestra di casa. La guerra del 2014 durò 50 giorni ed è diventato comune riferirsi agli eventi aggiungendo anche il giorno in cui sono avvenuti, invece che solo con la data.

Durante la guerra, la mamma di Zidan, Monira, 50 anni, non permetteva ai suoi bambini di uscire di casa, neppure nelle lunghe ore di cessate il fuoco, quando gli altri bambini andavano fuori a giocare. Spiega che lo faceva per proteggerli dai proiettili vaganti nel loro quartiere. La famiglia vive nel campo profughi di Jabalia, a nord di Gaza, dove le forze israeliane attuarono un’invasione via terra.

Tre giorni prima, una scuola nel vicinato che fungeva da rifugio delle Nazioni Unite era stata colpita, gli abitanti della zona non si sentivano al sicuro. Improvvisamente fu sganciata una bomba vicino alla casa di Zidan mentre lui stava vicino alla finestra. Lo spostamento d’aria lo gettò a terra.

Si scoprì poi che l’esplosivo aveva colpito una casa che apparteneva alla famiglia Abu al-Qomsan, affittata alla famiglia Wahdan che era sfollata da Beit Hanoun dopo che dodici dei suoi membri erano stati uccisi in vari attacchi aerei israeliani. Questa esplosione uccise tre persone, fra cui due donne, e ne ferì dieci, incluso Zidan. In totale, 12.000 case furono distrutte durante la guerra del 2014.

Zidan fu ferito in modo lieve da schegge di proiettile che lo avevano colpito al volto e alle spalle. Fu portato in ospedale lo stesso giorno e rimandato a casa dopo essere stato medicato. Una vicina, un’infermiera, lo aiutava con le medicazioni a casa.

“Adesso sono passati cinque anni, ma non dimenticherò mai la palla di fuoco che è esplosa davanti ai miei occhi. Qualche volta, mentre dormo, mi sembra che mi stia inseguendo.” dice Zidan con voce esitante.

In seguito mi dice: “Da grande sarò un chirurgo o un dottore specializzato in trapianti del cuore. Guardo sempre documentari sui dottori e leggo molto, penso che ce la farò.”

Quella non era la prima guerra per Zidan. Quando aveva otto anni, nell’autunno del 2012, alle sei del mattino, lui e la sua famiglia si svegliarono, fra colonne di polvere, al suono di pietre che bersagliavano la loro casa appena costruita. La casa dei vicini, quella della famiglia Salah, era stata colpita da tre missili lanciati da un caccia F-16.

“Durante la seconda guerra avevo otto anni, ogni notte di solito andavo a letto accanto a mia mamma. Quella notte improvvisamente lei mi ha afferrato per la mano e trascinato fuori dalla stanza, io non vedevo niente per la polvere e la puzza di polvere da sparo che riempiva la casa”. Con difficoltà siamo riusciti a trovare la via d’uscita, siamo andati giù per le scale, quasi completamente distrutte, finché siamo arrivati a pianterreno. Ancora oggi non riesco a credere di essere vivo” mi ha detto Zidan.

Oggi Zidan ha quindici anni, è il più giovane di sei tra fratelli e sorelle. La mamma, Monira, lo descrive come “un bambino molto intelligente, prende sempre i voti più alti della classe. Ma ha un carattere nervoso che si aggrava con ogni escalation e ad ogni violenza israeliana.”

Ma l’evento più traumatico che Zidan abbia mai subito durante la sua giovane vita non è stato in tempo di guerra. Il 4 febbraio 2008 il padre fu ucciso in un raid aereo israeliano perché era un membro del braccio armato dei Comitati Popolari di Resistenza a Gaza, che gli Usa e Israele considerano un gruppo terroristico.

“Io non ricordo molte cose di me e papà, ero molto piccolo, ma lo ricordo quando mi portava sulle spalle e io gli tiravo i capelli e poi ci mettevamo tutti e due a ridere.” ha aggiunto Zidan.

Ahmad Abu Dahrouj e sua cugina, la piccola Jana

La storia di Zidan non è un caso unico. Molti bambini a Gaza sono sopravvissuti ai bombardamenti e sono stati costretti a lasciare le loro case durante le guerre. Nel 2014 oltre 500.000 palestinesi, circa un terzo della popolazione, sono sfollati.

Nello stesso studio di Save the Children si segnala che il 78% degli adulti che si prendono cura di loro hanno riportato che i bambini erano spaventati dai rumori di bombardamenti, aerei e droni, mentre il 60% di bambini e genitori ha detto che si sentono in uno stato di “insicurezza costante” in attesa di bombardamenti o della ripresa della guerra.

Durante la guerra del 2014, Ahmad Abu Dahrouj, di dieci anni, aveva lasciato casa sua con i genitori e gli altri due fratelli per rifugiarsi in quella del nonno, nel centro di Gaza City.

All’inizio della guerra tutte le zie di Ahmad con le loro famiglie si erano trasferite dal nonno. Ahmad era molto affezionato alla zia più giovane, Susan, che allora aveva ventidue anni ed era sfollata da casa sua nel campo di al-Buraij, specialmente perché sua figlia, la piccola Jana di un anno, era la compagna di giochi preferita da Ahmad.

“Ovunque andassi Jana mi seguiva, mia zia ci teneva insieme quasi tutto il tempo passato dal nonno, appena lasciavo Jana per pochi minuti si metteva subito a piangere.” dice Ahmad.

Il 29 luglio 2014, durante un cessate il fuoco temporaneo, Susan decise di tornare a casa sua ad al-Buraij, portando con sé Jana. Più tardi quella sera, lo zio di Ahmad, Ramadan, di 35 anni, decise di andare a trovare Susan per vedere come stava e portò con sé Ahmad in moto. Nell’istante in cui Ahmad e Ramdan arrivarono, un’enorme esplosione colpì il posto. “Io sono caduto a terra, ricordo solo il buio e le pietre che volavano in aria.” ricorda Ahmad.

Quando la polvere si diradò, Ahmad vide che il punto di impatto era la casa di Susan, da dietro la moto vide arrivare le ambulanze e i primi soccorritori con in braccio Susan che era viva, ma ferita. Trenta minuti dopo trovarono Jana senza vita, sotto le macerie.

“Ricordo ancora il corpo bruciato di Jana, rivedo il suo corpo ogni volta che vado a casa del nonno. In effetti, odio andarci dopo quello che è successo.”

Ahmad non ha detto molto altro su quel giorno, ma è sicuro che non ci sono parole per descrivere quello che ha visto. Spera un giorno di rendere onore alla memoria di Jana. Adesso si allena con una squadra di parkour, uno sport acrobatico urbano.

“Quando diventerò un allenatore di questo sport formerò una squadra e la chiamerò Jana, per rendere immortale la mia piccola amica di infanzia.” afferma.

Sarah Abu el-Tarabesh, un’attrice e una pittrice promettente

Fra i bambini che ho intervistato per questo articolo c’è Sarah, la sorella di mio marito, che adesso ha tredici anni. La sua storia è un po’ diversa da quella degli altri bambini.

Sarah aveva solo otto anni durante l’ultima guerra, non è stata ferita, non ha perso né la casa né qualche parente. Tuttavia aveva preso parte a una locale produzione televisiva, “Diari di un bambino innocente”, in cui c’era la scena della visita di una bambina ai siti bombardati durante la guerra del 2014.

Di questa esperienza Sarah dice: “Non mi aspettavo che la guerra potesse causare tutta questa distruzione, la prima volta che ho visto i posti distrutti sono rimasta sconvolta. Da allora, ogni volta che sapevo di dover girare un nuovo video, non potevo dormire la notte immaginando i posti che avrei visto il giorno dopo.”

“Quando hanno trasmesso i film non li ho guardati, non volevo rivedere la distruzione, continuavo a guardare solo l’episodio in cui io distribuisco dei fiori” aggiunge Sarah, descrivendo la scena dei fiori, un simbolo di rinascita. Oggi la mano sinistra di Sarah trema ogni volta che viene sorpresa da un forte rumore.

“Odio la nostra casa durante le guerre e le escalation” dice. Il tetto di asbesto, come molti a Gaza, “fa un rumore molto forte che mi terrorizza, mi sembra che ogni missile che cade piomberà sulla nostra casa.”

Anche se Sarah è ancora sconvolta dalla guerra, c’è stato un risvolto positivo, perché ha imparato a esprimere i suoi sentimenti dipingendo.

“Non mi aspettavo di diventare una pittrice, ho sempre sognato di essere una corrispondente per un giornale, ma sembra che le mie aspirazioni siano cambiate da quando ho cominciato a disegnare dopo la guerra del 2014” sostiene.

 

Sarah Algherbawi è una scrittrice e traduttrice freelance di Gaza.

 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

 




Negazionismo e Nakba

Quando scoppia la bolla del negazionismo: un kibbutz israeliano di fronte alla Nakba

Salman Abu Sitta

5 settembre 2019 – Mondoweiss

 

Cosa succede quando un popolo è rinchiuso in una bolla in cui la “verità” ha un solo libro da leggere, da seguire e a cui ubbidire, e poi improvvisamente la bolla scoppia e il sole risplende su una verità completamente nuova, verificabile, chiara e corretta?

Ciò è quello che succede ai kibbutz [comunità agricole sioniste con proprietà collettiva, ndtr.] di Nirim, Nir Oz, Magen e Ein Hashloshla. Questi quattro kibbutz vennero fondati dopo la Nakba del 1948 sulla mia terra, Al Ma’in (65,000 dunum – 6.500 ettari). Al Ma’in è stato ed è da secoli il luogo d’origine della mia famiglia, Abu Sitta, ora rifugiata nella Striscia di Gaza e altrove.

Eitan Bronstein Aparicio, fondatore di “De-Colonizer” [De- Colonizzatore] (fondatore in precedenza di “Zochrot”, un gruppo israelo-palestinese che insegna la Nakba agli israeliani), ha fatto scoppiare la bolla. Eitan ha allestito una mostra piccola e semplice. Ha raccolto mappe, libri, video e una foto aerea della RAF [aviazione militare britannica, ndtr.] di Al Ma’in nel 1945, che mostra campi e l’aspetto principale del villaggio e le ha collocate in due stanze e un cortile. La mostra si è tenuta il 25 luglio 2019 nella “Casa Bianca”, l’unico edificio palestinese sopravvissuto alla demolizione del villaggio da parte degli israeliani nel 1948 e trasformata da Haim Peri, un artista di Nir Oz, in una galleria d’arte.

Eitan ha invitato i coloni di Al Ma’in e della zona circostante ad andare a vedere la mostra. Il suo messaggio era semplice. Quella era la gente che viveva qui e che ora è rifugiata a due chilometri di distanza dietro il filo spinato nella Striscia di Gaza. La presentazione lasciava intendere che Israele aveva preso la loro proprietà ed ora ci vivete voi.

Nonostante il fatto che il numero dei visitatori è stato modesto, probabilmente tra quaranta e cinquanta, le reazioni sono state indicative di gente a cui è stata negata la verità, le vittime del fatto di aver messo a tacere la Nakba.

Le considerazioni, e persino le minacce, più irate sono venute da un vecchio abitante di un kibbutz, di più di 80 anni, che aveva assistito e partecipato all’attacco contro Al Ma’in. La milizia Haganah [principale gruppo armato sionista prima della nascita di Israele, ndtr.] attaccò Al Ma’in il 14 maggio 1948 con 24 veicoli blindati, distrusse e bruciò case, demolì la scuola costruita nel 1920, fece saltare in aria il pozzo e il mulino a motore. Ad essa resistettero coraggiosamente per alcune ore 15 difensori palestinesi armati di vecchi fucili. Da bambino vidi le rovine fumanti del mio villaggio mentre ero ammassato insieme ad altri bambini e donne in una forra lì vicino. Non avevo mai visto un ebreo prima di allora e non sapevo chi fossero gli aggressori o perché fossero venuti a distruggere le nostre vite.

Il 14 maggio 1948 diventai un rifugiato.

Quel giorno sulle rovine del mio Paese, la Palestina, Ben Gurion proclamò lo Stato di Israele.

In seguito all’attacco e all’occupazione, nel periodo tra il 1949 e il 1955 sulla terra di Al Ma’in vennero costruiti i quattro kibbutz. La famiglia Abu Sitta, che era allora composta da circa 1.000 persone ed ora da circa 10.000, diventò rifugiata, per lo più nella Striscia di Gaza.

I coloni anziani, che erano presenti nel 1948, hanno accusato Eitan di eversione e gli hanno consigliato di trovare un altro Paese in cui emigrare. Hanno minacciato di dire alle autorità di negare l’ingresso a visitatori stranieri che potrebbero andare proprio per vedere la mostra. Ironicamente questi anziani sono stati i primi a visitare la mostra, probabilmente per trovare il modo di spiegare la loro storia negazionista.

Ovviamente la loro storia non merita neppure una replica. Hanno detto che lì non c’era nessuno: “Siamo arrivati dove c’era un deserto vuoto.” Come spiegare i campi coltivati nelle foto aeree? Chi li aveva seminati? La casa in cui è stata sistemata la mostra, il pozzo e il mulino a motore, le rovine che si trovano ancora lì, come li possono spiegare?

Il colono più anziano di Nirim, Solo (cioè Chaim Shilo o Solo Weicheck), 94 anni, un tedesco di origini russe, era indignato quando un giornalista britannico gli ha chiesto ripetutamente: “Perché non permettete alla famiglia Abu Sitta di tornare a casa?”

I coloni anziani hanno detto che quelle case erano state costruite dagli inglesi. Si tratta di una strana affermazione, in quanto chiunque abbia una conoscenza anche approssimativa della storia palestinese sa che abbiamo combattuto contro i britannici fin dalla [dichiarazione] Balfour. In particolare, il mio fratello maggiore Abdullah era il leader della rivolta del 1936-1939 nel distretto meridionale. Lui e i suoi compagni espulsero i britannici dal distretto di Beer Sheba per un anno, dall’ottobre 1938 al novembre 1939.

I coloni anziani sostengono di aver comprato le terre. Ma nessuno potrebbe fornire una prova di essere proprietario, legalmente o in altro modo, di un solo appezzamento di terreno per miglia e miglia.

La risposta più comune di giovani e anziani è stata: “Abbiamo vinto la guerra. Quando mai il vincitore ha restituito quello che ha vinto?”

Affermare che essere forti nella vittoria contro una controparte debole sia una giustificazione per un crimine solleverebbe la Germania nazista dai suoi crimini perché avrebbe potuto commettere e commise quei crimini. In base alla stessa argomentazione, i britannici sarebbero assolti da ogni colpa per il massacro di Amritsar  del 1919 [le truppe inglesi spararono contro la folla che assisteva ad un comizio nella città indiana, uccidendo più di 300 persone, ndtr.], i russi per aver giustiziato ufficiali polacchi nella foresta di Katyn nel 1940 [truppe sovietiche sterminarono più di 20.000 tra ufficiali e prigionieri polacchi, ndtr.] e i francesi per aver gettato in mare centinaia di prigionieri algerini da voli della morte con elicotteri nel 1957 [durante la “battaglia di Algeri” combattuta dal movimento di liberazione algerino, ndtr.].

I coloni hanno ripetuto il solito vecchio ritornello: “Noi abbiamo accettato il piano di spartizione [della Palestina tra arabi ed ebrei, approvato dall’ONU nel 1947, ndtr.], voi no. Sarebbe possibile che la Francia concedesse più di metà del Paese agli immigrati africani?”

Se i coloni fossero stati informati, avrebbero saputo che il piano di spartizione era una semplice raccomandazione, senza alcun valore giuridico vincolante. L’ONU non aveva l’autorità di dividere Paesi e lo disse. Oltretutto l’ONU, e sorprendentemente gli USA, lasciarono cadere il piano di spartizione a favore dell’amministrazione fiduciaria sulla Palestina da parte dell’ONU.

Nessuna fonte israeliana lo cita. I poveri coloni sarebbero gli ultimi a saperlo.

I coloni hanno sostenuto che “se non ci aveste fatto una guerra, tra di noi ci sarebbe stata la pace.” Ciò è molto strano. Non ricordo che la mia famiglia o qualunque altro gruppo di palestinesi abbia schierato un esercito ed abbia marciato verso la Polonia e la Russia per attaccarvi gli ebrei. É vero il contrario. Allora, chi ha scatenato la guerra? Non sanno rispondere.

Ciò che sicuramente non sanno è che l’abbandono del piano di spartizione a metà del marzo 1948 innescò un fondamentale avvenimento nella storia della Nakba. Ben Gurion [leader sionista e primo capo del governo israeliano, ndtr.] decise di conquistare la Palestina e ordinò di mettere in pratica immediatamente il piano Dalet [che prevedeva l’espulsione dei palestinesi dalla Palestina, ndtr.].

Di conseguenza iniziò l’invasione sionista della Palestina. In sei settimane, dal primo di aprile al 14 maggio 1948, l’Haganah conquistò località cruciali in Palestina e fondò sul terreno Israele, dopo che Herbert Samuel [politico ebreo sionista inglese nominato alto commissario del Mandato britannico sulla Palestina, ndtr.] (1920-1925) [periodo in cui Samuel fu alto commissario in Palestina, ndtr.] aveva definito le sue fondamenta giuridiche 28 anni prima.

In quelle sei settimane 220 villaggi, comprese molte cittadine, vennero attaccati e spopolati, quasi metà di tutti i rifugiati palestinesi vennero espulsi e vennero commessi 22 degli oltre 50 massacri avvenuti nel corso della Nakba. Durante quelle stesse sei settimane vennero condotte 17 operazioni militari da nove brigate. In ogni attacco ci fu una superiorità numerica di 10 a 1 contro i difensori. In totale Israele organizzò 31 operazioni militari per occupare parecchie regioni della Palestina, incrementando così il proprio controllo dal 6% della Palestina alla fine del Mandato [britannico] al 78% a metà del 1949. Vennero occupate nuove terre per formare una solida spina dorsale dalla pianura della costa centrale fino a Merj bin Amer e alle rive occidentali del fiume Giordano da Beisan a Metulla.

Quella fu la vera invasione della Palestina. Fu un’invasione sionista.

Ecco Adele Raemer, una nuova colona di Nirim. Arrivò dal Bronx [quartiere di New York, ndtr.] nel 1975 per insediarsi sulla mia terra. Scrive un blog sulla sofferenza dei kibbutz nell’‘enclave di Gaza’ e si lamenta degli aquiloni palestinesi che incendiano i ‘suoi’ campi di grano. Ho risposto dicendo che quelli sono i miei campi di grano. Le ho detto che ricordo che da bambino mi veniva permesso di sedermi sulla nostra mietitrebbia.

Ha voluto sapere: “Da quanto tempo la famiglia Abu Sitta ha vissuto ad Al Ma’in?”

Mi sono rifiutato di rispondere. Avrei potuto replicare che il nome Abu Sitta era sulle mappe di Allenby [generale britannico che sconfisse i turchi in Medio Oriente, ndtr.] quando conquistò Beer Sheba nel 1917, che il mio trisnonno fu citato per nome in un documento ottomano del 1845 riprodotto al Cairo e a Gerusalemme. Avrei potuto dirle che il nome Abu Sitta (Padre di Sei) venne coniato verso il 1720 in considerazione del fatto che il mio progenitore era un ben noto cavaliere accompagnato dalla scorta di sei compagni.

Mi sono rifiutato di rispondere perché non devo provare la mia discendenza a una colona i cui parenti sono arrivati di nascosto su una nave da uno shtetl [villaggio ebraico dell’Europa dell’est, ndtr.] sulle spiagge della Palestina nel cuore della notte.

Le sue lamentele sulla dura vita a Nirim sono state riprese da suo cugino, Gil Troy, un docente di storia all’università McGill [università canadese con sede a Montreal, ndtr.]. La formazione accademica non lo salva dai limiti della bolla della negazione. In risposta al devastante attacco israeliano contro Gaza dell’agosto 2014 [l’operazione “Margine protettivo”, ndtr.] ha scritto che Nirim venne fondato nel 1946, cioè prima della Nakba. Falso. Venne fondato sulla mia terra nella primavera del 1949, dopo che fummo attaccati ed espulsi. Egli ammira la “vera comunità di coltivatori”, ma omette di menzionare che venne fondata su una proprietà rubata e che i proprietari la vedono da dietro il filo spinato a due chilometri di distanza. Egli loda i coloni in quanto “agricoltori che persino sotto il continuo fuoco tendono la mano ai loro vicini gazawi, sconcertano il mondo con la loro straordinaria generosità ebraica, sionista e democratica.”

La bolla negazionista ha impedito al dotto professore di notare che la popolazione di 247 villaggi spopolati è stata ammassata nella stretta Striscia di Gaza con una densità di 7.000 persone per km2, mentre i coloni vagano sulla loro terra con una densità di 7 persone per km2.

Lo stesso Nirim ha 173 membri e le loro famiglie sfruttano 20.000 dunam (2.000 ettari) della mia terra, mentre la mia famiglia estesa, Abu Sitta, è composta da 10.000 rifugiati che vivono a due chilometri di distanza.

Il dotto professore parla del “confine” di Israele. Dovrebbe sapere che Israele non ha mai avuto un confine né per sua stessa ammissione né per le leggi internazionali. Probabilmente si riferiva alla linea dell’accordo di armistizio del 24 febbraio 1949. Ma il secondo articolo di questo accordo stabilisce che esso non concede diritti a Israele, né riguardo alla sua sovranità né alla proprietà di terre occupate.

Senza dubbio il dotto professore non sa che il confine di cui parla è solo una linea temporanea di ‘modus vivendi’ concordata nel febbraio 1950. La vera linea di armistizio è tre chilometri all’interno della terra occupata da Israele nel 1948, il che fa sì che Nirim, Ein Hashlosha e Nir Oz si trovino nella Palestina non occupata, nota ora come Striscia di Gaza.

Questo solo pensiero terrorizzerebbe i coloni e trasformerebbe la mostra di Eitan in una bomba di fatti che minerebbe tutte le loro rivendicazioni. Ma ciò non è stato citato.

È stranamente assente da ogni discussione l’orrendo stupro e l’uccisione di una ragazzina araba di 12 anni catturata da un plotone di Nirim nell’agosto 1949. I soldati di un plotone l’hanno violentata a turno, poi le hanno sparato e l’hanno sepolta. L’unico segno fu la sua mano che spuntava dalla fossa poco profonda. Ben Gurion citò brevemente questo fatto nel suo diario di guerra. Nessuno fa riferimento a questo crimine, neppure i coloni più anziani, come Solo, che all’epoca erano lì.

Ma c’è un raggio di speranza, un raggio così tenue da mettere in evidenza la dimensione della negazione. È una risposta di Efran Katz, un colono di Nir Oz. Vale la pena di citarlo integralmente:

Quello che oggi ho visto qui è stato molto toccante e persino doloroso. Nonostante abbia vissuto qui per più di 35 anni, sento la necessità e la speranza di tornare alla terra e riviverla con le emozioni passate, di riviverla con la cultura e i costumi vostri, degli abitanti.

Una terra non è un mattone. Una terra è un valore, è radici, è l’amore per un luogo. Non c’è posto per la deportazione. Il mio cuore è con voi.

Ai coloni può sembrare che la bolla della negazione sia un luogo sicuro in cui nascondersi. La logica è chiara. Se un crimine viene rivelato, chi lo ha commesso sarebbe un criminale meritevole di una punizione e obbligato a un risarcimento. La mostra di Eitan è un chiaro promemoria.

Ma ora non è rimasto molto spazio per nascondersi nella bolla della negazione. Quando tutto il mondo saprà del crimine, la giustizia li raggiungerà e il risarcimento sarà un prezzo molto pesante da pagare.

 

Salman Abu Sitta è fondatore e presidente della “Palestine Land Society” [Società Palestinese della Terra], di Londra, che si dedica alla documentazione sulla terra e il popolo palestinesi. É l’autore di sei libri sulla Palestina, compresi il compendio “Atlante della Palestina 1917-1966”, edizione in inglese e in arabo, l’“Atlante del viaggio di ritorno” e oltre 300 documenti e articoli sui rifugiati palestinesi, il diritto al ritorno, la storia della Nakba e i diritti umani. Gli viene attribuita una vasta documentazione e cartografia della terra e del popolo palestinesi di oltre 40 anni. La sua acclamata autobiografia “Mappare il mio ritorno” descrive la sua vita in Palestina e la sua lunga lotta in quanto rifugiato per tornare in patria.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Visita di Netanyahu a Hebron

La visita senza precedenti di Netanyahu a Hebron scatena la rabbia tra i palestinesi e richieste di annessione da parte di ministri israeliani

 

Yumna Patel

4 settembre 2019 – Mondoweiss

 

Mercoledì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto una visita senza precedenti alla città di Hebron nella Cisgiordania occupata, provocando irate reazioni da parte di dirigenti e cittadini palestinesi, che l’hanno definita una “pericolosa escalation”.

Per la prima volta un primo ministro israeliano ha pronunciato un discorso nella turbolenta città: Netanyahu ha partecipato a una cerimonia di commemorazione dei disordini del 1929 che provocarono la morte di 67 ebrei.

Durante il suo discorso il primo ministro ha definito i palestinesi “terroristi assetati di sangue” che “perpetrarono questo orribile massacro 90 anni fa,” ribadendo la narrazione israeliana secondo cui i disordini che provocarono morti furono motivati dall’odio palestinese per gli ebrei.

“Erano sicuri che con ciò ci avrebbero sradicati da questo luogo per sempre. Si sbagliavano,” ha detto Netanyahu, aggiungendo: “Siamo tornati a Hebron”, lodando l’espansione delle colonie nella città, in particolare la notoriamente violenta colonia di Kiryat Arba.

La cerimonia si è svolta nella piazza antistante la moschea di Ibrahim, o tomba dei Patriarchi, un sito santo sia per musulmani che per ebrei, e luogo in cui nel 1994si svolse il massacro di 29 fedeli palestinesi da parte di un colono americano israeliano.

“Nel novantesimo anniversario dei disordini dico: non siamo stranieri a Hebron, vi rimarremo per sempre,” ha detto il primo ministro, aggiungendo che “il popolo di Israele è profondamente radicato a Hebron. Fin dalle nostre origini il nostro posto è qui.”

Ricordate dai palestinesi come la “rivolta di Buraq” del 1929, in tutta la Palestina storica scoppiarono massicce proteste dopo che un gruppo di immigrati ebrei andò ad “al-Buraq”, noto come il “Muro del Pianto”, portando bandiere e gridando slogan sionisti.

I palestinesi videro l’iniziativa, in coincidenza con l’anniversario della nascita del profeta Maometto, come la manifestazione di una crescente presenza sionista in Palestina che minacciava di impossessarsi della loro terra e dei luoghi santi.

A Gerusalemme l’avvenimento portò in città a violenti scontri tra palestinesi ed ebrei, che poi si diffusero in diverse città in tutta la Palestina, compresa Hebron, iniziando la rivolta di “al Buraq”.

Si ritiene che 133 ebrei e 116 palestinesi vennero uccisi durante la rivolta, per lo più per mano delle forze coloniali britanniche, mentre altri furono uccisi durante attacchi di ebrei contro comunità arabe.

La commissione Shaw, un’indagine britannica sulla rivolta, stabilì che “non c’erano dubbi” che la ragione fondamentale della ribellione fosse la sensazione di ostilità tra i palestinesi “in conseguenza della delusione delle loro aspirazioni politiche e nazionali e del timore per il loro futuro economico.”

Sfatando il mito secondo cui i palestinesi avrebbero ucciso gli ebrei semplicemente per la loro religione, la commissione mise in evidenza il fatto che nei 10 anni precedenti la rivolta di “al Buraq” c’erano stati solo tre incidenti rilevati di attacchi arabi contro ebrei, e negli 80 anni precedenti ad essa “non c’erano stati casi registrati di alcun incidente simile.”

Nonostante le testimonianze storiche, il presidente israeliano Reuven Rivlin si è unito a Netanyahu nel ribadire la convinzione che, come ha affermato, “i disordini del 1929 furono diretti contro ogni ebreo di qualunque etnia e opinione, semplicemente in quanto ebrei.”

Rivlin ha persino trattato di affermazioni da parte di storici, secondo cui i moti erano diretti contro il sionismo, affermando che “esse sono totalmente infondate.”

Durante la cerimonia, che è stata vista innanzitutto come un tentativo di Netanyahu di ingraziarsi la base di destra in vista delle elezioni di questo mese, alcuni ministri del partito Likud di Netanyahu hanno invitato il premier ad estendere la sovranità israeliana a tutta Hebron.

Secondo il “Times of Israel” [giornale israeliano indipendente in inglese, ndtr.] il presidente della Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] Yuli Edelstein ha chiesto che Hebron diventi “una città israeliana a pieno titolo,” affermando che “è venuto il tempo che la colonia ebraica di Hebron cresca di migliaia di abitanti.”

Durante il suo discorso nel corso della cerimonia la ministra della cultura Miri Regev ha chiesto direttamente al primo ministro di adempiere alla sua promessa di estendere la sovranità israeliana a tutta la Cisgiordania, affermando che “non c’è posto migliore di Hebron per iniziare a portare a compimento l’impegno.”

“Se non c’è Hebron non c’è Tel Aviv,” ha detto Regev.

Yishai Fleisher, portavoce della comunità dei coloni di Hebron, ha condiviso su Twitter la maggior parte degli eventi del giorno, elogiando Regev e Netanyahu per le loro affermazioni e congratulandosi per gli avvenimenti del giorno.

I dirigenti palestinesi hanno condannato la cerimonia di mercoledì, che ha coinciso con un crescente dispiegamento di truppe israeliane nella zona e forti limitazioni agli spostamenti dei palestinesi in città.

Secondo l’agenzia palestinese di notizie WAFA le forze israeliane “hanno imposto il coprifuoco sui quartieri palestinesi”, mentre negozi e scuole palestinesi sono stati obbligati a chiudere in anticipo.

Hanan Ashrawi [nota dirigente palestinese, ndtr.] ha definito la visita di Netanyahu e Rivlin “un tentativo irresponsabile e offensivo di compiacere gli elementi più estremisti e razzisti del movimento dei coloni.”

“L’intollerabile situazione di segregazione, discriminazione razziale, vessazioni quotidiane e oppressione imposte sulla popolazione palestinese ad Hebron è guidata dalle politiche razziste e illegali che il signor Netanyahu vuole perpetuare e promuovere contro il popolo palestinese nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme,” ha detto Ashrawi.

Il portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas Nabil Abu Rudeineh ha condannato la visita come tentativo di provocare i musulmani della regione, affermando che “lanciamo un monito contro le pericolose ripercussioni dell’iniziativa di Netanyahu, che viene messa in atto per conquistare i voti dell’estrema destra (israeliana).”

Sia Ashrawi che Abu Rudeineh hanno sottolineato lo status di patrimonio dell’umanità dell’UNESCO del centro storico di Hebron e della moschea di Ibrahim ed hanno chiesto alla comunità internazionale di impedire ulteriori “aggressioni” contro i luoghi.

“La comunità internazionale ha l’ulteriore responsabilità di proteggere questa città da nuove spoliazioni e devastazioni, di obbligare Israele a porre fine alle sue misure draconiane contro la popolazione palestinese di Hebron e a ripristinare vita e libertà nei quartieri assediati, che sono stati svuotati a forza di vita e speranza dall’occupazione israeliana,” ha detto Ashrawi.

Nel centro storico di Hebron circa 800 coloni estremisti israeliani vivono sotto la protezione di migliaia di soldati israeliani, che garantiscono l’accesso dei coloni alla maggior parte della zona.

Nel contempo più di 30.000 palestinesi originari della città sono sottoposti al sistema israeliano di permessi e devono affrontare quotidianamente la violenza dei coloni e i più di venti posti di controllo militari che limitano ogni loro movimento.

 

 

Yumna Patel

Yumna Patel è l’inviata di Mondoweiss in Palestina.

 

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Rabbini israeliani di accademia militare ripresi in un video mentre lodano Hitler

Jonathan Ofir

30 aprile 2019, Mondoweiss

Ieri il Canale 13 israeliano ha trasmesso delle registrazioni video di rabbini che insegnano nell’ accademia militare Bnei David, sostenuta dallo Stato, che si trova nella colonia di Eli in Cisgiordania. I rabbini elogiano l’ideologia nazista razzista di Hitler come “corretta al 100%”, criticandola solo per il fatto di non essere stata applicata alle persone giuste – cioè, gli ebrei dovrebbero essere la razza superiore e i non ebrei gli “untermenschen” [i subumani, in base alla teoria nazista, ndtr.].

Le affermazioni lasciano senza parole. L’intera trasmissione sottotitolata può essere vista in un video realizzato dal giornalista David Sheen.

Questi insegnanti mandano i giovani nell’esercito e sostengono queste idee da anni. Hanno stretti legami con parlamentari, in particolare con il rabbino Rafi Peretz, ora a capo dell’ “Unione dei partiti di destra”, la nota coalizione con il partito kahanista “Potere Ebraico”, che è attualmente il principale candidato a diventare ministro dell’Educazione. L’accademia è legata anche a una yeshiva [università di studi ebraici, ndtr.], frequentata da molti studenti dopo il servizio militare.

Dovrebbe tornare la schiavitù

Si inizia con il rabbino Eliezer Kashtiel che deplora il fatto che la schiavitù sia stata abolita:

L’abolizione della schiavitù legale ha creato dei problemi. Nessuno è responsabile per quel bene di proprietà. Con l’aiuto di dio essa ritornerà. I goyim (non ebrei) vorranno essere nostri schiavi. Essere schiavo degli ebrei è la cosa migliore. Devono essere schiavi, vogliono essere schiavi. Invece di vagabondare per le strade, fare follie e farsi del male l’un l’altro, adesso sono schiavi, adesso la loro vita incomincia a diventare ordinata.”

In questo contesto per ‘goyim’ bisogna intendere i palestinesi.

Afferma che è a causa del fatto che loro hanno “problemi genetici” e sostiene che vogliono essere sotto occupazione:

Ci sono persone con problemi genetici intorno a noi. Chiedete a qualunque arabo medio dove vuole stare. Vuole stare sotto occupazione. Perché? Perché hanno problemi genetici, non sanno come governare un Paese, non sanno fare niente – guardate in che condizioni si trovano.”

Sì, siamo razzisti

Certamente si tratta di razzismo”, continua Kashtiel.

Forse non sappiamo che vi sono razze differenti? E’ forse un segreto? E’ falso? Che cosa ci si può fare? E’ la verità. Sì, siamo razzisti, crediamo nel razzismo.”

Kashtiel suggerisce che, poiché gli ebrei sono una razza superiore, possono “aiutare” quelle inferiori:

Giusto, ci sono delle razze nel mondo, le nazioni hanno caratteristiche genetiche, quindi noi (gli ebrei) dobbiamo pensare a come aiutarli. Le differenze razziali sono reali e questa è proprio la ragione per offrire aiuto.”

Uno studente chiede al rabbino: “Chi vi dà il diritto di decidere chi è chi?”

Kashtiel: “Posso vedere che le mie capacità sono molto più grandi delle sue.”

L’Olocausto sono l’umanitarismo e il pluralismo

Un altro rabbino, Giora Radler, afferma che l’Olocausto non è ciò che si pensa, non riguarda l’uccisione degli ebrei. Sono l’ umanitarismo e il pluralismo ad ucciderci realmente:

L’Olocausto in realtà non riguarda l’uccisione degli ebrei – quello non è l’Olocausto. Tutte queste giustificazioni che sostengono che si basava sull’ideologia o che è stato un sistema, sono ridicole. Il fatto che avesse una base ideologica, in un certo senso lo rende più morale che non se si trattasse di gente che ha ucciso altra gente senza motivo. L’ umanitarismo, tutta la cultura secolare sul fatto di avere fede nell’umanità, questo è l’Olocausto. L’Olocausto in realtà è essere pluralisti, credere nella ‘fede nell’umanità’. Questo è ciò che si definisce un Olocausto. Il Signore (sia benedetto il suo nome) grida da anni che l’esilio (ebraico) è finito, ma il popolo non lo ascolta, e quella è la sua malattia, una malattia che deve essere curata con l’Olocausto.”

In altre parole, l’Olocausto è avvenuto per dare una lezione agli ebrei – abbandonate il pluralismo, isolatevi nello Stato ebraico e dimenticate la “malattia” della diaspora.

Queste considerazioni sono state fatte durante una lezione intitolata “Riguardo all’Olocausto”.

La logica nazista era giusta

Radler: “La logica dei nazisti era giusta per loro stessi. Hitler dice che un certo gruppo nella società è il seme di tutte le disgrazie per tutta l’umanità, che a causa di ciò tutto il genere umano cadrà nell’abisso, che essi danneggiano l’umanità e perciò devono essere sterminati.”

Radler chiede a uno studente: “Questa ideologia ti sembra illogica? Pessima?”

Lo studente risponde: “Non sembra essere etica”.

Radler: “Mosè era cattivo come Hitler?”

Studente: “No.”

Radler: “Perché no? C’è una sola cosa al mondo che è veramente diabolica, ed è essere ipocrita. C’è differenza per te se ti uccidono con un coltello come hanno fatto ad Agag (il re amalechita che il profeta Samuele ‘ha tagliato a pezzi’) o se ti uccidono in una camera a gas?”

Hitler aveva ragione, “nel giusto al 100%”

Radler continua a parlare di Hitler ed ora aggiunge che la malattia non sono solo il pluralismo e l’ umanitarismo, ma anche il femminismo, e che Hitler aveva assolutamente ragione:

Cominciamo con la domanda se Hitler aveva ragione o no.”

Studente: “No.”

Radler: “(Hitler) è la persona più giusta. Ha senz’altro ragione in ogni parola che dice. La sua ideologia è giusta. C’è un mondo maschio che combatte, che ha a che fare con l’onore e la fratellanza dei soldati. E c’è il mondo debole, etico e femminile (che parla di) ‘porgere l’altra guancia’. ‘E noi (i nazisti) crediamo che gli ebrei portino avanti questa eredità, cercando, nei nostri termini, di guastare l’umanità intera, ed è per questo che sono i veri nemici.’ Ora, lui (Hitler) è al 100% nel giusto, a parte il fatto che stava dalla parte sbagliata.”

Quindi qui Radler sta emulando Hitler, citando le ragioni dei nazisti con approvazione. Secondo Radler l’unico errore dei nazisti è che non sapevano quale fosse la vera razza superiore, e chi fossero realmente gli ‘untermenschen’. I nazisti non potevano avere ragione, perché solo gli ebrei potevano essere superiori. Ma se ora gli ebrei applicassero questa teoria e ideologia della razza ai giorni nostri – cioè essenzialmente riguardo ai palestinesi, allora sarebbero davvero “al 100% nel giusto” – forse addirittura al 101%, perché avrebbero ancor più ragione di Hitler. 

Risposte

Sono parole grosse. Un vero giudeo-nazismo.

I rabbini sono stati contattati per una risposta e hanno cercato di insabbiare tutto come se si trattasse di un malinteso.

Il rabbino Kashtiel ha detto di essere “dispiaciuto e addolorato che una lezione sui diritti umani sia stata intesa all’opposto di ciò che era, un’interpretazione moderno-socialista di schiavitù.”

Il rabbino Radler ha detto che le sue parole sono state “citate fuori dal contesto” e che la lezione sull’Olocausto “cerca di spiegare la logica patologica di Hitler e le ragioni e motivazioni dell’Olocausto.”

Il parlamentare israelo-palestinese Ahmad Tibi ha risposto alla trasmissione: “In Germania sarebbe risultata più autentica.”

Ovviamente anche i politici sionisti israeliani si sono allarmati. Il parlamentare di centro Yair Lapid ha scritto su Twitter:

Questo non è ebraismo. Questi non sono valori. Persone che parlano in questo modo non sono degne di educare i giovani.”

Lapid ha chiesto di sospendere i finanziamenti dello Stato alla yeshiva “finché non verrano espulsi i rabbini razzisti”. Ma qui sorge un problema, perché l’ideologia di Lapid sostiene “il massimo di ebrei sul massimo di terra con il massimo di sicurezza e il minimo di palestinesi” e, benché Lapid ora specifichi che “sono state persone laiche a creare Israele”, in realtà la sua religione è il sionismo ultra-nazionalista e lui è solo la faccia leggermente più presentabile di quel giudeo-nazismo che vediamo provenire da Bnei David.

La leader del partito di sinistra [sionista, ndtr.] Meretz Tamar Zandberg:

L’accademia di Eli avrebbe dovuto essere chiusa da tempo e chiunque permetta che lo sciovinismo, l’omofobia e tutte le altre espressioni di odio che provengono da là portino avanti la follia, non si dovrebbe sorprendere delle orribili espressioni che sono uscite oggi di là.”

Zandberg ha detto di aver fatto richiesta al ministero dell’Educazione di smettere di finanziare l’accademia.

Ma la yeshiva e l’accademia di Eli sono ora strettamente legate al governo. È stato il rabbino capo della yeshiva, Eli Sadan, a fare campagna perché Rafi Peretz diventasse capo dell’ “Unione dei partiti di destra”, ora principale candidato per il ministero dell’Educazione. A Peretz è stato permesso di parlare agli studenti prima delle elezioni, anche quando questo è stato impedito a Naftali Bennett (che finora è stato ministro dell’Educazione) e al primo ministro Netanyahu.

In altri termini, esiste un’intera realtà politica che è ancor più radicale sia di Netanyahu che persino di Bennett, che era considerato di estrema destra, uno che davvero parla di potere ebraico, con uno spirito apertamente fascista, letteralmente nazista. E questa ideologia è in procinto di ottenere un posto centrale nel governo israeliano. 

Non un lapsus

Come sottolinea anche il servizio di Canale 13, ciò che abbiamo ascoltato non è un lapsus:

Queste affermazioni sono state ripetute per anni a Bnei David. Non si tratta di un lapsus, ma di un programma politico.”

E Bnei David non è un’isola. Un’altra vicenda di un insegnante genocida delle forze di sicurezza riguarda il rabbino Dov Lior, della colonia di Kiryat Arba [colonia di fondamentalisti nazional religiosi nei pressi di Hebron, ndtr.], che ha promosso il libro Torat Hamelech (‘La Torah del re’) del 2009, che sostiene l’uccisione dei bambini non ebrei poiché “è chiaro che cresceranno per farci del male”. Lior ha insegnato alle forze di polizia in un progetto speciale per reclute religiose denominato “Credenti nella polizia”. Tra l’altro gli autori del libro provengono dalla ‘Od Yosef Chai Yesiva’ nella colonia di Yitzhar, una yeshiva che è stata finanziata dalla fondazione della famiglia di Jared Kushner ( genero e consigliere di Trump, ndtr.] fino al 2011. Interpretazioni dell’Olocausto come punizione divina per i peccatori sono state espresse dall’ex rabbino capo sefardita Ovadia Yosef, che credeva anche che lo scopo dei non ebrei fosse di servire gli ebrei e paragonava i non ebrei agli asini.

È possibile che la summenzionata divulgazione di opinioni sconvolgenti possa provocare un certo temporaneo e circoscritto turbamento, ma questa ideologia è profondamente radicata e oggi è parte integrante di una fondamentale situazione politica israeliana. E’ chiaro che i rabbini considerano questa attenzione come una seccatura da parte di progressisti senza raziocinio, ed è probabile che la considerino al pari di uno sfortunato ‘Azarya’ – il soldato che tre anni fa è stato filmato mentre uccideva a distanza ravvicinata un palestinese immobilizzato e ha dovuto trascorrere alcuni mesi in prigione. Il problema per i sostenitori di Azarya non era l’assassinio, ma il video. E così queste persone potrebbero trovare il modo per uscire da questo disastro mediatico, ma continueranno a credere nella giustezza della supremazia ebraica.

Jonathan Ofir

Musicista israeliano, conduttore e blogger/scrittore che vive in Danimarca

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




La dichiarazione di Abbas secondo cui sta per “sospendere ogni accordo” con Israele è accolta dai palestinesi nel loro complesso con gli occhi al cielo

Yumna Patel

26 giugno 2019 – Mondoweiss

Giovedì il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha fatto una dichiarazione radicale, annunciando di essere in procinto di “sospendere ogni accordo” con Israele a partire da venerdì.

Annunciamo la decisione della dirigenza di interrompere l’operatività degli accordi firmati con la controparte israeliana,” ha detto Abbas, in seguito a una riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nella città di Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

La decisione di Abbas ha fatto seguito alla demolizione di case palestinesi da parte di Israele nelle zone sotto amministrazione dell’ANP [Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] della città di Sur Baher, a Gerusalemme est. La natura senza precedenti delle demolizioni ha provocato polemiche e reazioni a livello internazionale.

Non cederemo ai dettami e all’imposizione di un fatto compiuto sul terreno con la forza bruta, soprattutto a Gerusalemme,” ha detto, definendo le demolizioni un crimine di guerra e un atto di pulizia etnica.

Ha continuato facendo una serie di affermazioni, compreso il rifiuto di colloqui di pace a guida americana, ed ha chiesto di riprendere tentativi falliti di riconciliazione tra Hamas e Fatah. Riguardo alla cessazione degli accordi con Israele, Abbas ha detto che la sua leadership “inizierà a predisporre meccanismi” per mettere in pratica la sua decisione, a cominciare da venerdì.

Alla luce dell’insistenza dell’autorità occupante nella negazione di ogni accordo firmato e dei suoi impegni, dichiariamo la decisione della dirigenza di smettere di lavorare in base agli accordi firmati con la parte israeliana,” ha affermato.

Abbas ha dichiarato che la sua decisione diventerà effettiva venerdì, ma molti palestinesi e critici dell’ANP non sono rimasti con il fiato sospeso.

Le sue affermazioni fanno notizia, ma non sono nient’altro, notizie,” dice a Mondoweiss Dianna Buttu, giurista e analista politica che vive a Ramallah.

Ex-consigliera di Abbas nella sua veste di presidente dell’OLP, Buttu descrive le parole del presidente come “prive di significato.” E non è l’unica.

I palestinesi hanno utilizzato le reti sociali per esprimere il proprio scetticismo riguardo alle dichiarazioni di Abbas, che secondo loro ha già fatto un numero infinito di volte, ma non vi ha mai dato seguito.

È il periodo dell’anno in cui Mahmoud Abbas dice ‘niente più accordi con Israele.’ Il risultato è sempre lo stesso: il coordinamento per la sicurezza, gli accordi commerciali, la collaborazione con l’assedio di Gaza continuano. Ma ciò fa un bel titolone,” ha twittato la scrittrice e commentatrice politica palestinese-americana Mariam Barghouti.

Mariam ha proprio ragione,” dice Buttu a Mondoweiss. “Abbas fa solo chiacchiere.”

Minacce vaghe, trite e vuote

Una delle maggiori ragioni per cui attivisti e studiosi palestinesi alzano gli occhi al cielo riguardo alle grandi dichiarazioni di Abbas giovedì, dicono gli analisti a Mondoweiss, è dovuta alla natura vaga e generica delle sue affermazioni.

Abbas ha detto che “sospenderà ogni accordo”, ma la maggior parte delle persone si chiede: cosa significa concretamente?

Prima di tutto, annullare ogni accordo con Israele non è possibile,” dice a Mondoweiss Yara Hawari, docente universitaria palestinese e collaboratrice di Al-Shabaka [sito palestinese di notizie e di dibattito, ndtr.].

In secondo luogo, nota, Abbas non è stato per niente chiaro riguardo a di quali accordi stesse parlando.

Stava parlando di Oslo? Di annullare il coordinamento per la sicurezza con Israele, i protocolli di Parigi? Abbas non ha nessun interesse a farlo,” dice Hawari, definendo le sue dichiarazioni “ridicole”.

Hawari dice di non credere che “qualcuno prenda molto sul serio le sue dichiarazioni,” evidenziando l’ironia del fatto che se stesse davvero per sospendere o annullare ogni accordo con Israele, starebbe sostenendo anche la sua stessa fine.

Se annullano tutti gli accordi, cosa significherebbe ciò per la stessa ANP? L’ANP è stata fondata in base agli accordi di Oslo. Così se dovessimo prenderlo totalmente sul serio, ciò significherebbe lo smantellamento dell’ANP.”

Sia Hawari che Buttu concordano sul fatto che Abbas “doveva fare qualcosa” in seguito alle demolizioni di Sur Bahir, in quanto sono state una chiara violazione dell’“autorità” dell’ANP.

Ma il suo modo di “fare qualcosa”, dicono, è solo una ripetizione delle sue “solite vecchie” e vuote minacce.

Dicendo che sta per sospendere ogni accordo, vuole realmente dire questo?” chiede Buttu, mettendo in evidenza il fatto che la maggior parte degli accordi tra le due parti è all’interno del quadro in cui Israele “concede” benefici all’ANP.

Cose come la distribuzione dell’acqua, come il controllo da parte dell’ANP delle aree A e B, come il rilascio di passaporti. Sono tutte cose che l’occupante attualmente “concede” all’occupato. Vuole sacrificare tutto questo? Non lo credo,” dice Buttu. Una delle poche cose che l’ANP “concede” a Israele e su cui può far leva è la sua collaborazione per la sicurezza con le autorità israeliane.

Se Abu Mazen sta dicendo che sta per interrompere la collaborazione per la sicurezza, la domanda che mi resta è: lo dici sul serio?” chiede Buttu. “Tutte le volte che ne ha parlato in precedenza, non lo ha mai realmente fatto.”

In fin dei conti, indipendentemente da quante sferzanti dichiarazioni o minacce escono dalla bocca di Abbas, rimane lo stesso problema.

Non è mai chiaro,” afferma Buttu. “Tutto quello che ha sempre detto è che sta per sospendere gli accordi, ma non spiega mai i passi successivi che si stanno per fare. Le sue affermazioni devono essere seguite da fatti, e lui non lo fa mai.”

Se vuoi uccidere qualcuno, forma una commissione”

L’idea di Abbas riguardo al “prossimo passo” nella sospensione del processo, come ha affermato nel suo discorso di giovedì, era di formare una commissione per discutere possibili piani di azione.

Dichiariamo la decisione della dirigenza di smettere di lavorare in base agli accordi firmati con la controparte israeliana e di iniziare a predisporre meccanismi – a cominciare da domani – per formare una commissione per mettere in pratica ciò in accordo con le decisioni del Consiglio Centrale Palestinese,” ha sostenuto alla conclusione del discorso.

L’attivista palestinese e direttore di “BADIL”, il Centro delle Risorse per la Residenza dei Palestinesi e i Diritti dei Rifugiati, Nidal al-Azza, dice a Mondoweiss che l’idea di Abbas di formare una commissione è stata uno dei principali segnali d’allarme e segno rivelatore che non ha intenzione di prendere reali iniziative per appoggiare le sue dichiarazioni.

Oltre a non specificare quali accordi intenda sospendere, secondo al-Azza la concreta applicazione dell’ambigua decisione di Abbas è subordinata a “questa misteriosa commissione”.

(La commissione) non ha una scadenza né uno specifico mandato,” nota al-Azza. “Non sappiamo se una simile commissione ha un potere vincolante o solo quello di consigliare la dirigenza palestinese.”

Sia Hawari che Buttu si sono messe a ridere per il fatto che il primo piano d’azione di Abbas sia stato la formazione di una commissione.”

Quanto tempo si suppone ci vorrà a questa commissione di attuazione?” chiede Hawari. “Abbas ha formato un sacco di commissioni che avrebbero dovuto realizzare un sacco di cose. Non ha alcun significato.”

Riferendosi a un detto comune in arabo, Buttu dice a Mondoweiss: “Se vuoi uccidere un problema, forma una commissione.”

È quello che sta facendo. Vuole dimostrare indignazione senza prendere nessuna iniziativa concreta,” afferma.

Invece di dire ‘Oslo è finito’ e cercare di trovare un altro modo per togliere di mezzo questo giogo attorno al nostro collo, invece di aderire al BDS, cercando di liberare l’economia palestinese da quella israeliana, di insistere realmente perché [Israele] debba rispondere delle sue responsabilità,” dice Buttu, “Abbas sceglie di formare una commissione.”

È tutta la solita strategia meschina nello solito gioco.”

Yumna Patel è l’inviata in Palestina di Mondoweiss.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La forza della legge versus la legge della forza: una recensione di ‘Justice for some’ di Noura Erakat

Richard Falk

16 luglio 2019 – Mondoweiss

JUSTICE FOR SOME Law and the Question of Palestine [GIUSTIZIA PER ALCUNI. Diritto e questione palestinese]

Di Noura Erakat Pag. 352, Stanford University Press, $30.00

Non pretendo di avvicinarmi a questo libro con mente aperta. Per dirla più chiaramente, riconosco con qualche orgoglio di aver sostenuto ‘Justice for some’ ancor prima della sua pubblicazione, e il mio commento compare in quarta di copertina. Inoltre due mesi fa ho partecipato ad una presentazione del libro all’università George Mason, dove Noura Erakat è docente.

Il mio intendimento in questa recensione non è di fare una serena valutazione dei punti di forza e di debolezza del libro, ma piuttosto di consacrarlo come contributo importante e dotto alla letteratura critica volta a risolvere il conflitto israelo-palestinese secondo i dettami della giustizia piuttosto che attraverso un continuo affidarsi alla forza muscolare dell’oppressione, come ribadito dalla geopolitica. E quindi cogliere questa opportunità per invitare ad una attenta lettura di ‘Justice for some’ da parte di tutti coloro che si interessano alla lotta palestinese e di chi è curioso di [sapere] come il diritto agisca pro e contro il benessere umano, come dimostrato dal suo utilizzo in una serie di circostanze storiche e sociali.

Erakat si concentra sulle storture del militarismo e della geopolitica che sono state inflitte al popolo palestinese nel suo complesso, portando i lettori a rendersi conto di come ‘diritto’ e ingiustizia abbiano troppo spesso agito insieme per decenni. Erakat offre ai lettori questa dissertazione giurisprudenziale critica e illuminante, ma non si ferma qui. ‘Justice for some’ fa anche ricorso a una metodologia costruttivista nel seguente senso: mentre Israele ha abilmente utilizzato le leggi per opprimere il popolo palestinese, il testo di Erakat spiega ai lettori anche come il diritto possa essere, e sia, utilizzato in nome della giustizia, servendo la causa dell’emancipazione dei palestinesi come parte integrante della continua lotta per l’emancipazione del popolo palestinese.

In un certo senso, la mia partigianeria a favore della lotta palestinese è simile a quella di Erakat, che chiarisce fin dalla prefazione che la sua intenzione è di descrivere l’oppressione territoriale e nazionale dei palestinesi nel modo più trasparente possibile attraverso l’ottica delle leggi e dei diritti umani e di condannare l’uso da parte di Israele di sistemi, procedure e tattiche giuridiche per portare avanti crudelmente il progetto sionista a spese dei palestinesi.

Justice for some’ rappresenta una importante tendenza negli studi [giuridici], che cerca di affiancare l’obbiettività accademica con l’esplicito impegno etico e politico. Questo accorpamento di obbiettivi potrebbe apparire adeguato quando si tratta di un conflitto così aspro come quello israelo-palestinese, ma non è stato molto adottato nell’insegnamento prevalente. Il canone accademico nei testi di studio continua a privilegiare una posizione neutrale o di presunta obbiettività riguardo alle implicazioni politiche, che non è altro che una maschera professionale indossata da accademici ingenui o cinici che non intendono assumersi la responsabilità delle proprie opinioni personali.

Ancor peggio, l’influenza sionista sul discorso accademico e mediatico su questo argomento è talmente forte che qualunque frase esplicita contenuta nel libro di Erakat è censurata, autocensurata e attaccata come ‘di parte’. Per il pensiero dominante l’originalità di Erakat e la sua convincente analisi nella migliore delle ipotesi vengono ignorate, oppure ridicolizzate. Autori come lei sono sovente attaccati in quanto rappresentanti del cosiddetto ‘nuovo anti-semitismo’, cioè una qualifica usata per screditare i testi e gli autori che criticano le politiche e le prassi di Israele, confondendo malignamente le critiche con l’odio verso gli ebrei. Questa distorta equazione ci offre una definizione dei discorsi d’odio che equivale a emettere una sentenza di morte contro la libertà di espressione. E’ una vergogna nazionale che le istituzioni legislative americane a livello statale e federale si bevano un simile veleno!

E’ difficile comunicare l’originalità giurisprudenziale di Erakat senza discuterne in modo ampio, ma ci proverò. Molto nasce dalla sua ardita asserzione: ‘Io sostengo che il diritto è politica.” (4) Con questo intende, per dirlo in termini grossolani, che ‘la forza delle leggi’ dipende dalla ‘legge della forza’, cioè i diritti giuridici senza la possibilità di applicare a un certo livello la legge restano senza effetto, oppure l’insidioso effetto è di dare copertura legale a comportamenti disumani. Oppure, come Erakat dice attraverso una metafora, la politica procura il vento di cui la vela ha bisogno perché la nave vada avanti.

Allo stesso tempo, quando discute dei diritti e delle strategie palestinesi, Erakat ribadisce che il richiamo alla ‘forza’ non implica affidarsi o invitare alla violenza. La sua affermazione strategica di nonviolenza diventa esplicita quando parla in termini di approvazione dell’importanza della campagna BDS, come anche nel suo sostegno ai vari tentativi di criticare Israele alle Nazioni Unite o altrove.

Soprattutto Erakat argomenta in modo persuasivo ch Israele è stato più abile dei palestinesi a fare uso efficace del diritto, in parte perché ha il vento in poppa per via dei suoi legami con la geopolitica, specialmente con gli Stati Uniti, ma anche perché gli esperti giuridici israeliani hanno svolto il loro ‘lavoro legale’ meglio dei palestinesi. Il libro di Erakat può essere letto come uno stimolo ai palestinesi perché facciano un miglior uso di ciò che lei chiama ‘opportunismo basato su principi giuridici’ (19)

In senso più ampio, Israele, per via degli appoggi geopolitici e del controllo sul dibattito è riuscito ad ottenere che i suoi più flagranti crimini internazionali, compreso l’uso eccessivo della forza, le punizioni collettive e il terrorismo di Stato, siano ‘legalizzati’ sotto la dicitura ‘sicurezza’ e ‘autodifesa’, prerogative a tempo indeterminato intrinseche alla nozione stessa di Stato sovrano. Al contrario, i palestinesi che esercitano un diritto di resistenza del tutto giustificabile, persino quando è diretto contro obbiettivi militari, sono criminalizzati a livello internazionale e il loro comportamento è stigmatizzato come ‘atti di terrorismo’. Il più sinistro imbroglio ‘legale’ di Israele è stato sfidare ripetutamente e in modo flagrante il diritto internazionale senza subire alcuna conseguenza negativa. Questa dinamica di sfidare le leggi può essere illustrata dal disconoscimento da parte di Israele del parere consultivo della Corte Internazionale del 2004, nonostante l’accordo di 14 giudici su 15 (qualcuno si sorprende che l’unico contrario fosse il giudice americano?) che la costruzione del muro di separazione sul territorio palestinese occupato viola le norme fondamentali del diritto umanitario internazionale, comprese le Convenzioni di Ginevra del 1977.

Inoltre Erakat merita apprezzamento perché mantiene uno stile accademico senza al contempo moderare le parole o lasciarsi intrappolare nel linguaggio giuridico spesso confuso. Il problema del linguaggio è cruciale nella sua interpretazione delle contraddizioni tra legge e giustizia che hanno privato il popolo palestinese, e la sua nazione, dei diritti fondamentali per oltre un secolo. Erakat è chiara come pochissimi docenti di diritto internazionale nel dire che le questioni in discussione possono essere correttamente valutate solo se pienamente contestualizzate storicamente e ideologicamente.

Secondo Anthony Anghie [professore di diritto all’università di Singapore, ndtr.] e diversi altri, Erakat ritiene essenziale mostrare che le radici del moderno diritto internazionale riflettono un quadro normativo che è servito a legittimare il colonialismo europeo e le sue pratiche. Estende provocatoriamente questa generalizzazione ad Israele, identificandolo come l’ultimo Stato “coloniale di insediamento” che è stato creato. Aggiungerei che Israele è stato fondato nonostante la potente tendenza anticolonialista che si è mossa in un’unica direzione a partire dal 1945.

Erakat è parimenti pronta a sostenere che la prolungata occupazione israeliana della Palestina dopo il 1967 è diventata ‘annessione’. Avanza anche l’opinione che il modo in cui Israele controlla il popolo palestinese attraverso la frammentazione politica e gli strumenti legislativi sia una forma di ‘apartheid’. Negli approcci critici e costruttivisti evitare gli eufemismi giuridici è di centrale importanza per la fondamentale impresa di liberare i meccanismi giuridici dalle macchinazioni degli Stati. Ciò che fa il linguaggio veritiero è guardare attraverso la finzione giuridica per illuminare le questioni morali in gioco. Questa chirurgia linguistica è un prerequisito per fare chiarezza sulla relazione tra la legge e la giustizia e l’ingiustizia, non solo relativamente alla Palestina, ma in rapporto a particolari questioni, sia che coinvolgano migranti internazionali, minoranze vittime di violenza o popoli a cui si nega l’autodeterminazione.

Justice for some’ mi ha aiutato a rendermi conto che questo significato fondamentale della legge come strumento inevitabilmente politicizzato di controllo e resistenza può essere in contrasto con l’idea che io ho precedentemente evidenziato nei miei scritti giuridici, che il vero significato delle norme giuridiche può essere colto soltanto attraverso la loro corretta interpretazione. Su questa base ho argomentato la contrarietà alla guerra in Vietnam, contestando che il ruolo dell’America implicasse l’uso della forza in violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, che stabiliscono i criteri per l’uso della forza, e che questo argomento era giuridicamente superiore alle giustificazioni avanzate dal governo USA e dai suoi apologeti.

Questo paradigma normativo (o ermeneutico) riflette la retorica del diritto internazionale ed il modo in cui gli avvocati abitualmente affrontano una controversia, incluse le modalità del ragionamento giuridico usate dai giudici nei tribunali sia all’interno degli Stati che a livello internazionale per spiegare e giustificare le proprie decisioni. Si può applicare in particolar modo all’uso del diritto internazionale nell’arte di governare per approvare o meno un comportamento contestato, riflettendo indirettamente l’intensità dei venti politici che gonfiano le vele della nave dello Stato, ma anche la raffinatezza e le motivazioni di chiunque stia difendendo una causa, e per chi.

Sullo sfondo di questa interpretazione, ciò che Erekat cerca e riesce a fare, più che l’interpretazione emancipatoria delle norme giuridiche, riguarda il metterci in grado di afferrare il nesso manipolatorio sotteso al dibattito giuridico internazionale e che plasma i modelli politici di controllo e resistenza. Il paradigma normativo è complementare e di sottofondo, in quanto lo scopo principale di Erakat è sviluppare meglio di quanto facciano gli approcci tradizionali un esaustivo fondamento logico per un paradigma politico e normativo che corrisponda alla realtà della lotta palestinese, e di altre lotte simili, per i diritti fondamentali, in particolare quello dell’autodeterminazione. Questi paradigmi non si contraddicono necessariamente l’un l’altro, ma poggiano su differenti funzioni del diritto e e dei giuristi in vari contesti, e da un punto di vista giurisprudenziale possono essere considerati complementari. Il lavoro di Erakat si preoccupa non tanto di comprendere come sia il mondo, quanto di come dovrebbe essere governato e di come il diritto e la professione giuridica possano (o non possano) far sì che ciò accada. In questo senso lo spirito che caratterizza il libro di Noura Erakat richiama alla mente il famoso detto di Karl Marx: “I filosofi finora hanno interpretato il mondo in vari modi; la questione è cambiarlo.”

Richard Falk è professore emerito di diritto internazionale all’università di Princeton. È autore o co-autore di 20 libri e curatore editoriale di altri 20. Nel 2008 il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNHRC) ha nominato Falk Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla “situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967” per un periodo di 6 anni.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




“Loro festeggiavano, noi piangevamo”: un palestinese reagisce al video dei soldati che festeggiavano la demolizione delle case

Yumna Patel

23 luglio 2019 – Mondweiss

Palestinesi di Gerusalemme, della Cisgiordania e nella diaspora sono rimasti scossi dopo che lunedì Israele ha condotto una demolizione massiccia senza precedenti di 10 edifici nella cittadina di Sur Baher nella Gerusalemme est occupata.

Le demolizioni hanno conquistato l’ampia attenzione dei mezzi di comunicazione internazionali, mentre sono comparsi video delle forze israeliane che picchiano violentemente attivisti e portano via a forza famiglie palestinesi prima delle demolizioni.

Uno dei video più scioccanti degli avvenimenti di lunedì è apparso nel pomeriggio, in seguito all’ultima demolizione della giornata.

Come ha detto lunedì pomeriggio l’attivista locale Hamada Hamada a Mondoweiss, le forze israeliane hanno demolito usando bulldozer tutti gli edifici tranne uno.

Hamada ha detto a Mondoweiss che, date le dimensioni e la posizione dell’ultimo stabile, invece dei bulldozer le forze israeliane hanno minato ogni appartamento dell’edificio con esplosivo e hanno fatto evacuare la zona.

Un video del fatto mostra le forze israeliane piazzate su una collina che domina la costruzione, che contano alla rovescia in ebraico a partire da 10. Alla fine del conteggio un soldato con il volto coperto, affiancato dai due lati da ufficiali della polizia di frontiera, schiaccia un bottone che fa scoppiare una catena di esplosioni nell’edificio.

In pochi secondi l’immobile crolla a terra e una densa nube di polvere e fumo riempie la zona.

Si può sentire ridere l’ufficiale che filma il video, mentre il soldato che ha schiacciato il bottone e il poliziotto di frontiera vicino a lui iniziano a ridere, si danno pacche sulle spalle e si abbracciano.

Si sentono in sottofondo rumorose acclamazioni, che sembrano arrivare dalle decine di militari che si trovano nella zona.

Poi un funzionario della polizia di frontiera con la telecamera chiede al soldato con il detonatore di girarsi e mettersi in posa per una foto con la nuvola di fumo come sfondo.

Poi i due si congratulano a vicenda dandosi la mano prima che il filmato finisca.

Il video ha provocato scalpore sulle reti sociali, con i palestinesi che hanno manifestato il proprio sdegno, afflizione e tristezza nel vedere i soldati israeliani che festeggiano la demolizione di decine di case palestinesi.

L’ex-ministro della Salute di Gaza, il dottor Basem Naim ha twittato: “Quando una persona festeggia l’esplosione della casa di un’altra persona…perde la propria umanità..”

L’OLP ha twittato il video evidenziando il fatto che un totale di 24 palestinesi, 14 dei quali minorenni, sono stati espulsi a forza durante la campagna di demolizioni di lunedì, mentre centinaia di altri sono stati danneggiati in altro modo.

Distrutti i sogni di una vita

Uno delle centinaia di palestinesi colpiti come il cinquantaduenne Jehad Sous, padre di cinque figli, che era proprietario di un appartamento nell’edificio che è stato demolito con l’esplosione controllata: “Ho messo tutti i miei risparmi di una vita in quell’appartamento, più di 345.000 shekel (circa 80.000 €),” ha detto martedì Sous a Mondoweiss.

Ho lavorato ogni giorno della mia vita con il sogno che un giorno avrei dato un’esistenza migliore alla mia famiglia. E ieri ho visto quel sogno crollare in pochi secondi.” Sous ha detto a Mondoweiss che cinque anni fa ha investito i suoi risparmi per comprare un alloggio nell’edificio in costruzione, con la speranza di poter traslocare con la sua famiglia dal suo attuale appartamento, un piccolo spazio di 70 metri quadri.

Ma tre anni fa, proprio subito dopo che stava per finire l’appartamento in modo che la sua famiglia vi potesse traslocare, ha ricevuto l’ordine dalle forze israeliane di bloccare i lavori.

Ho continuato a pagare il prezzo dell’appartamento al proprietario della terra, perché speravo che alla fine i tribunali avrebbero deciso in nostro favore contro l’ordine di demolizione degli edifici,” dice Sous.

È rimasto sconvolto quando lo scorso mese la Corte Suprema ha sentenziato a favore della tesi dell’esercito, secondo cui l’edificio rappresentava una “minaccia per la sicurezza” a causa della sua vicinanza alla barriera di separazione.

Vedendo andare in fumo il suo sogno e il futuro della sua famiglia, Sous dice di essersi sentito come se stesse vivendo in un incubo senza fine.

Non ci posso credere, non posso ancora credere che la mia casa sia crollata al suolo. Non ci possiamo credere. Tutto quello per cui ho lavorato è perduto,” dice.

Sous dice a Mondoweiss che, pur avendo affrontato nella sua vita molte difficoltà economiche, malanni fisici e privazioni, per la prima volta è scoppiato in lacrime mentre vedeva distruggere la sua casa.

In vita mia non ho mai pianto, ma ieri l’ho fatto. Non riesco a descrivere come mi sono sentito in quel momento, vedendo crollare tutti i miei sogni.”

Quando gli si chiede come si sente dopo aver visto il video dei soldati che festeggiano la demolizione, Sous dice di essere stato sopraffatto dal disgusto e dalla frustrazione.

Non hanno umanità,” dice. “Festeggiano mentre noi piangiamo.”

Talvolta come soldato ti danno ordini da eseguire. Ma almeno, quando lo fai e sai che è sbagliato, e si tratta di distruggere i sogni della gente, non dovresti essere contento di questo, dovresti vergognarti.”

Akram al-Wa’ra ha contribuito a questo reportage dalla Cisgiordania.

Yumna Patel è l’inviata in Palestina di Mondoweiss.

(traduzione di Amedeo Rossi)




“Sadica dimostrazione di violenza”: 12 palestinesi e 4 britannici ricoverati in ospedale dopo essere stati picchiati dalle forze israeliane a Sur Bahir

Yumna Patel

23 luglio 2019 – Mondweiss

Lunedì almeno 16 persone, 12 palestinesi e 4 persone di nazionalità britannica, sono state ricoverate in ospedale per ferite riportate durante una violenta, massiccia operazione di demolizione da parte di Israele nella cittadina di Sur Baher, nella Gerusalemme est occupata.

Nelle ore prima dell’alba di lunedì centinaia di soldati israeliani hanno preso d’assalto la zona di Wadi al Hummus di Sur Baher ed hanno iniziato a portare via a forza dalle loro case famiglie palestinesi per preparare la demolizione di 11 edifici nella zona.

In quel momento gente del posto ha detto a Mondoweiss che soldati israeliani armati hanno fatto irruzione nelle case ed erano “estremamente aggressivi” mentre cacciavano gli abitanti e gli attivisti internazionali che si erano barricati all’interno per manifestare solidarietà.

L’“International Solidarity Movement” [Movimento di Solidarietà Internazionale, che si oppone all’occupazione israeliana, ndtr.] (ISM) informa che 12 palestinesi, la cui identità rimane sconosciuta, sono stati ricoverati in ospedale dopo che le forze israeliane li hanno sbattuti giù dalle scale. Altri due sarebbero stati colpiti da breve distanza con proiettili ricoperti di gomma.

L’ISM aggiunge che quattro persone del gruppo di attivisti britannici sono state portate all’ospedale Makassed di Gerusalemme est dopo essere state “pestate, trascinate per i capelli, soffocate con una sciarpa e colpite con spray urticante dalla polizia di frontiera israeliana.”

Sono stati identificati come Bethany Rielly, 25 anni, Beatrice-Lily Richardson, 27, Chris Lorigan, 30, e Gabriella Jones, 20.

Il gruppo stava partecipando al sit-in di 30 persone insieme ad attivisti francesi e americani in casa dell’abitante di Wadi al-Hummus Ismail Obeidi, nella speranza che la loro presenza potesse contribuire a ritardare la demolizione della casa di Obeidi.

Secondo l’ISM, verso le 5 del mattino decine di soldati israeliani hanno sfondato la porta della casa di Obeidi e gli hanno subito spruzzato in faccia spray urticante mentre si trovava sulla soglia con le mani alzate.

Hanno usato una forza eccessiva, apparentemente divertititi, mentre sparavano gas lacrimogeni nello stretto spazio e brutalizzavano palestinesi e attivisti internazionali,” afferma l’ISM.

Rielly, Richardson, Lorigan e Jones si erano chiusi in un “piccolo gabinetto senza ventilazione” quando un soldato avrebbe aperto la porta e lanciato dentro un lacrimogeno. “Quando i soldati ci hanno trovato nel bagno, hanno lanciato molti candelotti lacrimogeni e hanno chiuso la porta. Quando abbiamo iniziato a soffocare nella stanza più piccola della casa, i soldati hanno fatto irruzione e ci hanno trascinati violentemente tirandoci da ogni parte, senza preoccuparsi della nostra incolumità o della correttezza,” avrebbe detto Lorigan secondo l’ISM.

Lorigan ha detto all’ISM che i soldati israeliani lo hanno trascinato per i piedi, lo hanno sollevato e colpito allo stomaco, mentre un soldato lo ha picchiato in testa quattro volte “con tutta la forza” prima di mettergli i piedi in testa e tirargli i capelli.

Poi mi ha preso alla gola ed altri hanno iniziato a darmi pugni sul torace. È stata una sadica dimostrazione di violenza da parte della polizia di frontiera,” ha detto Lorigan.

L’ISM aggiunge che, mentre Richardson veniva trascinata fuori dalla casa, le sue mani sono state rotte in modo talmente grave che ha subito una frattura delle nocche della mano sinistra, e la sua mano destra ha patito un grave danno ai tessuti e “rimarrà permanentemente deformata se non si sottoporrà a un intervento di chirurgia plastica.”

Durante l’attacco i soldati israeliani hanno spruzzato spray urticante in faccia a Jones, hanno strappato la sua maglietta, mettendo in mostra il suo reggiseno, e l’hanno afferrata così violentemente la lasciarle lividi sul braccio. Rielly, che era stata trascinata fuori per la sciarpa attorno al collo e poi per i capelli, ha detto all’ISM che quando ha iniziato a gridare un soldato le ha schiacciato il collo sotto un ginocchio.

Ha aggiunto che, mentre veniva trascinata via, ha sentito soldati ridere di lei. “Non potevo credere alla vera e propria aggressione che stavano compiendo contro di noi. Ero in tale stato di shock per tutto il tempo che non ho potuto aprire gli occhi,” ha detto Rielly all’ISM.

Eravamo civili disarmati che usavano mezzi nonviolenti per cercare di rallentare la distruzione da parte loro della casa di Ismail e della sua famiglia, che avevano costruito lavorando molto duramente. Per farlo sono arrivati centinaia di soldati. In quale altra parte del mondo la demolizione di una casa è un’operazione militare? Questa è la situazione della vita dei palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana,” ha detto.

Secondo testimonianze di attivisti dell’ISM che erano in altre stanze della casa di Obeidi, i soldati israeliani hanno continuato le proprie azioni di aggressione persino dopo che i palestinesi della casa avevano alzato le mani e accettato di andarsene volontariamente.

Un attivista americano disarmato ha detto che i soldati afferravano le dita delle persone “come se volessero romperle.”

Poi siamo arrivati alle scale e ci hanno spinti giù dalle scale nella parte bassa della schiena e hanno colpito alcuni ragazzi palestinesi in modo talmente duro che sono rotolati giù dalle scale, e ciò è avvenuto quando non era in corso nessuna resistenza,” ha affermato l’attivista all’ISM.

L’ISM sottolinea che c’erano attivisti da Spagna, Gran Bretagna e Austria che si trovavano in un’altra casa di proprietà di Ghaleb Abu Hadwan e delle sue quattro figlie, un figlio e di un nonno. Edmond Sichrovsky, un attivista austriaco di origini ebraiche, che era nella casa, ha detto che le forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa ed hanno trascinato fuori per primi i palestinesi, picchiando il nonno per terra davanti ai nipoti che piangevano e gridavano.”

Secondo Sichrovsky chiunque avesse un cellulare è stato poi portato via a forza prima che i soldati iniziassero ad aggredire lui e altri quattro attivisti.

Sono stato ripetutamente picchiato e preso a ginocchiate, con il risultato del naso sanguinante e di una serie di tagli, e mi hanno anche rotto gli occhiali con una ginocchiata in faccia. Una volta fuori, mi hanno sbattuto contro un’auto mentre gridavano insulti contro di me e contro donne attiviste, chiamandole puttane,” ha detto. Nel suo comunicato che documenta il racconto dei suoi attivisti, l’ISM afferma: “La demolizione di ieri a Wadi al-Hummus è stata una notizia nazionale ma, data l’assenza di mezzi di comunicazione nelle case delle famiglie, le dimensioni della violenza e del sadismo perpetrato dalle IOF [lsraeli Occupation Forces, Forze di Occupazione Israeliane, ndtr.] contro cittadini palestinesi e attivisti internazionali non sono state per lo più denunciate.”

Condividendo le storie personali dei suoi attivisti, l’ISM nota l’importanza di riconoscere il fatto che è “incomparabile” con il trattamento quotidiano dei palestinesi da parte dell’occupazione israeliana.

Diciassette persone, compresi il signor Odeidi, sua moglie e i loro sei figli, ora sono senza casa, così come la famiglia del signor Hadwan,” ha detto l’ISM.

Nei tentativi come la distruzione di questi tre edifici a Wadi al-Hummus, e altre centinaia di ordini di demolizione da parte del governo israeliano, sono più che mai evidenti le prove della continua pulizia etnica della Palestina.”

Yumna Patel è l’inviata in Palestina di Mondoweiss.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Turista americana maltrattata ed arrestata da agenti della polizia di frontiera israeliana mentre cerca di andare a un matrimonio a Ramallah

Laura Comstock

2 luglio 2019 – MondoWeiss

Il 1 luglio ho cercato di attraversare il confine tra Giordania e Israele per visitare luoghi storici e partecipare a un matrimonio a Ramallah. Ero stata invitata in Cisgiordania da una mia docente universitaria che si dà il caso sia palestinese. Ci eravamo separate al posto di controllo di frontiera sul lato giordano e il mio bagaglio era stato caricato sul suo autobus, mentre io ho dovuto rimanere indietro in Giordania ed aspettare l’autobus turistico.

Sono arrivata sul lato israeliano alle 15,30 ed ho aspettato di raggiungere il controllo passaporti. Quando ho spiegato le ragioni della mia visita in Israele al poliziotto di frontiera, sono stata immediatamente interrogata sulla storia della mia famiglia e mi è stato chiesto delle mie intenzioni in Israele. Non volevo far altro che visitare i principali luoghi di interesse, partecipare al matrimonio e tornare in Giordania entro due settimane.

Quando li ho informati che quella notte sarei stata con la mia docente universitaria a Ramallah il loro atteggiamento è completamente cambiato e sono diventati estremamente ostili.

Allora sono stata interrogata e tre agenti di frontiera mi hanno gridato contro con dietro di me una lunga fila di altri turisti americani. Sono stata immediatamente arrestata senza spiegazioni e il mio passaporto mi è stato tolto.

Dato che le mie valige erano già in Israele, avevo con me solo lo zaino e la pattuglia di frontiera ha fatto pesanti commenti su di me, affermando: “Come pensi di poter sopravvivere solo con una borsa?” Ho gentilmente spiegato agli agenti che le mie cose erano già passate dal posto di controllo di confine con la mia compagna di viaggio e che mi stavano aspettando.

Questa risposta non gli è bastata, e hanno fatto commenti ancora più pesanti riguardo alla quantità di denaro che avevo nel portafoglio. I soldi (50 dinari giordani) che avevo nel portafoglio sarebbero stati totalmente privi di importanza dato che in Israele avevo intenzione di utilizzare la mia carta di credito. Mi hanno obbligata a stare seduta da sola senza dirmi cosa stesse accadendo dopo che ho fornito loro indirizzi e informazioni sulla mia compagna di viaggio.

Dopo circa tre ore sono stata informata dal soldato di guardia che dovevo essere rispedita in Giordania senza le mie cose. Nelle mie borse avevo medicine importanti di cui non posso fare a meno, ma il controllo di frontiera e i soldati non se ne sono preoccupati e hanno fatto volgari apprezzamenti sulla mia necessità delle medicine, di occhiali da vista e lenti a contatto.

La ragione che mi hanno dato è stata: “È improbabile che qualcuno ti abbia invitata a un matrimonio qui e che tu non sia organizzata, per cui per la sicurezza di Israele sei rimandata in Giordania.”

Non so bene come partecipare a un matrimonio e fare turismo siano una ragione perché venga negato l’ingresso in un Paese.

La villania del personale israeliano al posto di controllo del ponte Re Hussein è stata ingiustificabile e una macchia nera sull’esercito e sul governo israeliani. Sono anche stata obbligata a farmi prendere le impronte digitali e mi hanno fatto sentire come una criminale e coperta d’insulti, finché sono stata messa a forza su un autobus di ritorno al lato giordano, dove sono stata trattata molto gentilmente dalla polizia e mi è stato garantito che sarei tornata ad Amman sana e salva.

Nessun essere umano dovrebbe sopportare scherno e intimidazioni solo perché viaggia. Ho contattato l’ambasciata USA per informarli di questo problema.

Sono disgustata e amareggiata per il fatto che un Paese preferisca disumanizzare le persone invece di lasciare che si spostino liberamente. Quello che è avvenuto oggi è stato solo un assaggio di quanto i palestinesi devono subire ogni giorno.

Laura Comstock è una studentessa esperta di storia e studi sul Medio Oriente all’università Bloomsburg. I suoi interessi di ricerca si concentrano sui rapporti delle minoranze in Medio oriente, principalmente in Egitto e nella Palestina occupata.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un dipartimento del ministero della Difesa israeliano è incaricato di nascondere le prove della Nakba – da “Haaretz”

Jonathan Ofir

5 luglio 2019 MondoWeiss

Israele ha un dipartimento segreto del ministero della Difesa incaricato di far sparire documenti relativi alla Nakba. Oggi il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato un‘estesa inchiesta di Hagar Shezaf intitolata “Seppellire la Nakba: come Israele ha sistematicamente nascosto le prove dell’espulsione degli arabi nel 1948”.

Il dipartimento è chiamato “Direzione della sicurezza dell’Istituzione della Difesa”, con l’acronimo in ebraico MALMAB. In ebraico risulta persino più ossessivo, perché le parole “Difesa” e “Sicurezza” sono le stesse (‘Bitahon’), quindi sarebbe “Direzione della Sicurezza per l’Istituzione della Sicurezza”. Quindi, da cosa l’istituzione della sicurezza si sta proteggendo?

Apparentemente si tratta della ricerca di documenti relativi a informazioni sensibili che riguardano il programma nucleare segreto di Israele. Ma è chiaro che il dipartimento si è occupato di informazioni sulla pulizia etnica della Palestina nel 1948 (e anche di espulsioni successive) in quanto minaccia strategica. Quindi documenti che sono già stati approvati dal censore per essere declassificati, già pubblici e citati, sono stati di nuovo messi in cassaforte per ordine di questi funzionari.

Per parecchi decenni il dipartimento segreto ha fatto sparire documenti. Alla fine degli anni ’80 le prove documentali relative ad avvenimenti della Nakba da parte di storici quali Benny Morris, Ilan Pappe e Avi Shlaim, noti anche come “Nuovi Storici”, sono diventate un problema per lo Stato, in quanto mettevano in dubbio la versione della propaganda israeliana e confermavano in larga misura quella che era stata derisoriamente definita la “narrazione palestinese”. Yehiel Horev, l’ufficiale che ha fondato e guidato il dipartimento per due decenni, fino al 2007, non è stato per niente reticente riguardo alla sua subdola motivazione. Alla domanda riguardo a un documento problematico che Morris aveva già citato nel 1986, Horev ha detto:

Non ricordo il documento a cui lei si riferisce, ma se l’ha citato e quello stesso documento non è là (cioè dove Morris dice che sia), allora i fatti di cui parla non sono affidabili. Se dice: ‘Sì, ho il documento,’ non lo posso discutere. Ma se dice che è scritto là, potrebbe essere vero o falso. Se il documento fosse già stato reso pubblico e fosse rinchiuso in archivio, direi che è una follia. Ma se qualcuno l’ha citato, c’è una differenza tra il giorno e la notte riguardo alla validità della prova che ha citato.

In altre parole, l’obiettivo del lavoro è minare la credibilità di quanti hanno già citato quei documenti.

Il documento specifico a cui ci si riferisce nella domanda non è un documento qualunque. È un documento del 30 giugno 1948 chiamato “L’emigrazione degli arabi della Palestina”, redatto dal servizio di intelligence militare israeliana, che elenca le ragioni della fuga dei palestinesi. Vengono elencati undici motivi in ordine di importanza, di cui i primi tre sono:

1. Operazioni ostili ebraiche (Haganah/IDF [principale milizia sionista/esercito israeliano, ndtr.] dirette contro insediamenti arabi;

2. Gli effetti delle nostre (Haganah/IDF) operazioni ostili contro insediamenti (arabi) vicini…(…soprattutto la caduta di grandi centri nei dintorni);

3. Operazioni di dissidenti (ebrei: Irgun Tzvai Leumi e Lohamei Herut Yisrael [altre due milizie sioniste ultranazionaliste e dedite al terrorismo fin dagli anni ‘30, ndtr.]).

In seguito il documento riepiloga i fattori e conclude:

Per riassumere le sezioni precedenti, si potrebbe pertanto dire che l’impatto delle “azioni militari ebraiche (Haganah e dissidenti) sulla migrazione è stato decisivo, in quanto circa il 70% degli abitanti ha lasciato le proprie comunità ed è emigrato in conseguenza di queste azioni.

A conferma che queste sono state le principali e fondamentali ragioni della fuga dei palestinesi, il documento attesta che i palestinesi per lo più se ne andarono per il timore immediato e a causa delle ostilità dirette, e non, come sosteneva la versione della propaganda israeliana, perché “i leader arabi glielo avevano detto.” Tale documento si riferisce alla responsabilità in termini di espulsione attiva dei palestinesi, indicando la nozione di pulizia etnica – che Ilan Pappe ha esplicitato nel suo libro fondamentale del 2006 “La pulizia etnica della Palestina.”

Dopo aver scritto l’articolo nel 1986, Morris ha citato questo documento anche in libri successivi. Ho fatto riferimento a questo in precedenti articoli, citando queste parti cruciali.

Quel documento è molto esteso. Nel bel mezzo della Nakba descrive già nei minimi dettagli lo spopolamento di 219 villaggi e 4 città, di 239.000 palestinesi. La campagna di pulizia etnica era in pieno svolgimento, e in sei mesi avrebbe riguardato lo spopolamento di 500 villaggi e città e circa 750.000 palestinesi. Il documento contiene 29 pagine ed è meticoloso in modo agghiacciante. Elenca il numero di abitanti in ogni località “durante un periodo normale”, in modo molto preciso (per esempio: Salihiyya – 1.520”; “Mansura – 360”) e poi elenca la ragione dello spopolamento (ad esempio: “Ein Zaytoun – distruzione del villaggio da parte nostra”; Qabba’a – nostro attacco contro di loro”). In genere viene elencata la direzione della fuga (per esempio: Qabba’a – “Libano”).

Quindi, che ne è di questo documento? C’è stato un incidente, una crepa nel muro del negazionismo. Benché sia diventato riservato dopo essere già stato citato, e nonostante il gruppo di lavoro del Malmab avesse ordinato che rimanesse segreto, pochi anni dopo ricercatori di Akevot, un istituto di ricerca che si dedica a documentare questioni relative ai diritti umani nel conflitto israelo-palestinese, trovarono una copia del testo e lo mostrarono alla censura militare – che ne autorizzò senza condizioni la pubblicazione. A quanto pare i dipartimenti deputati a nascondere le prove non hanno comunicato in modo corretto tra di loro. Questo documento fondamentale ora si può trovare integralmente grazie ad Akevot.

Ma il sistema di occultamento retroattivo continua a funzionare. Haaretz racconta la recente vicenda della storica israeliana Tamar Novick, che ha scoperto un documento del 1948 presso l’archivio Yad Yaari [centro di documentazione e studio su alcuni movimenti sionisti, ndtr.] di Givat Haviva [centro di documentazione del movimento dei kibbutz, ndtr.]. Il documento afferma:

Safsaf (in origine un villaggio palestinese nei pressi di Safed) – 52 uomini sono stati presi, legati uno all’altro, hanno scavato una fossa e sono stati colpiti a morte. Dieci si stavano ancora contorcendo. Sono arrivate le donne, chiedendo pietà. Sono stati trovati i corpi di 6 anziani. C’erano 61 corpi. Tre casi di stupro, uno a est di Safed, una ragazzina di 14 anni, e quattro uomini colpiti e uccisi. A uno hanno tagliato le dita con un coltello per prendergli l’anello.

Continua descrivendo altri massacri, saccheggi e violenze. Il documento in sé non era firmato (benché fosse nella documentazione del funzionario del dipartimento arabo del partito di sinistra MAPAM Yosef Vashitz) ed era tagliato a metà, per cui Novick ha deciso di consultarsi con Morris – che aveva citato avvenimenti simili nei suoi scritti. Le descrizioni di Morris sono prese da un altro documento (un rapporto del membro del Comitato Centrale del MAPAM Aharon Cohen), che proveniva anch’esso dallo stesso archivio. Quindi Novick è tornata a Givat Haviva per confermare i due documenti, ed ha scoperto che quello citato da Morris non c’era più.

In un primo tempo ho pensato che forse Morris non era stato preciso nelle sue note, che forse aveva fatto un errore,” ricorda Novick. “Mi ci è voluto del tempo prima di prendere in considerazione la possibilità che il documento fosse semplicemente scomparso.” Quando ha chiesto ai responsabili dove fosse il documento, le è stato detto che era stato messo sottochiave allo Yad Yaari per ordine del ministero della Difesa.

La Malmab ha fatto sparire anche documenti successivi. Per esempio una testimonianza del geologo Avraham Parnes relativa a un’espulsione di beduini nel 1956:

Un mese fa abbiamo visitato Ramon (cratere). Nella zona di Mohila alcuni beduini sono venuti da noi con le loro greggi e le loro famiglie e ci hanno chiesto di mangiare con loro. Ho risposto che avevamo molto lavoro da fare e non avevamo tempo. Nella nostra visita di questa settimana abbiamo di nuovo visitato Mohila. Invece dei beduini e delle loro greggi c’era un silenzio di morte. Una serie di carcasse di cammelli era sparsa nella zona. Abbiamo saputo che tre giorni prima l’IDF aveva ‘tolto di mezzo’ i beduini e le loro greggi erano state sterminate – i cammelli a fucilate, le pecore con le granate. Uno dei beduini, che ha iniziato a protestare, era stato ucciso, gli altri erano scappati…Due settimane prima era stato loro ordinato per il momento di rimanere dov’erano, poi era stato ordinato di andarsene e per accelerare le cose più di 500 capi erano stati massacrati…L’espulsione era stata realizzata ‘in modo efficace’.

La lettera continua citando quello che aveva detto uno dei soldati a Parnes, secondo la sua testimonianza:

Non se ne sarebbero andati se non avessimo fatto fuori le loro greggi. Una ragazza di circa 16 anni si è avvicinata a noi. Aveva una collana di perline di serpenti d’ottone. Le abbiamo strappato la collana e ognuno di noi ha preso un pezzetto come souvenir.

Recenti interviste, come quelle rilasciate all’inizio degli anni 2000 dal centro Yitzhak Rabin, sono state quasi tutte fatte sparire dalla Malmab, come questa sezione con il generale (della riserva) Elad Peled, intervistato dallo storico Boaz Lev Tov:

Peled: “Guarda, lascia che ti racconti qualcosa ancora meno piacevole e più crudele riguardo alla grande incursione a Sasa (villaggio palestinese nell’Alta Galilea). L’obiettivo era in effetti di scoraggiarli, di dire loro: ‘Cari amici, il Palmach (le truppe d’assalto dell’Haganah) può raggiungere ogni posto, voi non siete al sicuro.’ Quello era il cuore dell’insediamento arabo. Ma cosa abbiamo fatto? Il mio plotone ha fatto saltare 20 case con tutto quello che c’era dentro.”

Lev Tov: “Mentre la gente vi stava dormendo?”

Peled: “Penso di sì. Quello che avvenne là: arrivammo, entrammo nel villaggio, piazzammo una bomba nei pressi di ogni casa e poi Homesh suonò una tromba, perché non avevamo radio, e quello era il segnale perché (le nostre forze) se ne andassero. Corremmo all’indietro, gli artificieri rimasero, schiacciarono i pulsanti, era tutto rudimentale. Accesero la miccia o premetterono sul detonatore e tutte quelle case sparirono.”

Fortunatamente Haaretz ha avuto le trascrizioni integrali.

Questa ‘task force’ chiamata Malmab ha anche lanciato minacce contro archivisti. Menahem Blondheim, direttore dell’archivio presso l’Istituto di Ricerca Harry S. Truman dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ricorda i suoi scontri con funzionari della Malmab nel 2014:

Ho detto loro che i documenti erano vecchi di decenni e che non potevo immaginare che ci potesse essere alcun problema di sicurezza che potesse giustificare una restrizione al loro accesso per i ricercatori. Mi hanno risposto: ‘Mettiamo che ci sia una testimonianza secondo cui durante la guerra d’indipendenza [la guerra tra milizie israeliane, Paesi arabi e palestinesi nel 1947-48, ndtr.] i pozzi vennero avvelenati?” Ho risposto: “Bene, quella gente dovrebbe essere processata.”

Haaretz nota come “il rifiuto di Blondheim portò a un incontro con un funzionario più importante del ministero, solo che questa volta l’atteggiamento che riscontrò fu diverso e vennero fatte minacce esplicite. Alla fine le due parti raggiunsero un compromesso.”

A quanto pare questo intervento di un ente segreto del ministero della Difesa sta provocando un considerevole dissenso negli archivi di Stato. Circa un anno fa, il consigliere giudiziario degli archivi di Stato, l’avvocatessa Naomi Aldouby, ha scritto un parere intitolato “Documenti negli archivi pubblici secretati senza autorizzazione.” Secondo lei la politica di accessibilità agli archivi pubblici è di esclusiva competenza del direttore di ogni istituzione. Gli storici sospettavano che questo ente segreto esistesse, perché ne avevano trovato tracce. Benny Morris:

Ne ero a conoscenza. Non ufficialmente, nessuno mi ha informato, ma ci ho avuto a che fare quando ho scoperto che documenti che avevo visto nel passato ora sono secretati. C’erano documenti dell’archivio dell’esercito che avevo usato per un articolo su Deir Yassin [villaggio palestinese in cui nel 1948 avvenne la strage più nota, ndtr.) e che ora sono secretati. Quando sono andato nell’archivio non mi è più stato possibile vedere l’originale, per cui ho sottolineato in una nota (nell’articolo) che l’archivio di Stato aveva negato l’accesso ai documenti che avevo reso pubblici 15 anni prima.

Questa scomparsa di documentazione in precedenza disponibile è parte di un più generale modello di segretezza. Secondo il direttore di Akevot , Lior Yavne, l’archivio dell’IDF, che è il più grande di Israele, è quasi del tutto inaccessibile. L’archivio dello Shin Bet (servizio di sicurezza [interna]) è “totalmente chiuso salvo una manciata di documenti.” Nel 1998 la riservatezza dei documenti più antichi dello Shin Bet e del Mossad [servizio di sicurezza esterno, ndtr.] doveva scadere (dopo 50 anni). Nel 2010 esso è stato retroattivamente esteso a 70 anni, e lo scorso febbraio a 90 anni, nonostante l’opposizione del Consiglio Supremo degli Archivi.

Lo storico Tuvia Friling, che fu capo archivista tra il 2001 e il 2004, dice che una delle ragioni principali per cui diede le dimissioni fu questo intervento da parte della Malmab. Afferma che in un primo tempo accettò il suo intervento con il pretesto che i documenti sarebbero stati messi su internet e che essa operava con il mandato di impedire che segreti nucleari divenissero accessibili a tutti, ma poi censurarono altre cose:

La secretazione posta su documenti riguardanti l’emigrazione araba nel 1948 è esattamente un esempio di quello che temevo. Il sistema di conservazione e archiviazione non è un’arma delle relazioni pubbliche dello Stato. Se c’è qualcosa che non ti piace – bene, così è la vita. Una società sana impara anche dai propri errori…Lo Stato può imporre riservatezza su alcuni dei suoi documenti – la domanda è se la questione della sicurezza non agisca come una sorta di copertura. In molti casi è già diventata una beffa.

Il fondatore della Malmab Yehiel Horev ha detto a Hagar Shezaf:

Quando lo Stato impone riservatezza, il lavoro pubblicato viene danneggiato perché lui (Morris) non ha il documento.

Shefaz gli chiede:

Ma nascondere documenti presenti nelle note di libri non è un tentativo di chiudere la porta della stalla dopo che i buoi sono già scappati?

Horev:

Se qualcuno scrive che il bue è nero, se il bue non è fuori dalla stalla, non puoi dimostrare che lo sia davvero.

Ma il bue è davvero nero. Un’altra intervista che la Malmab ha tentato di nascondere è quella con il generale Avraham Tamir (sempre tratta dalle interviste del Centro Yitzhak Rabin). Tamir dice:

Ben Gurion stabilisce come politica che dobbiamo demolire (i villaggi) in modo che non abbiano dove tornare. Cioè, tutti i villaggi arabi.

Proprio come la sistematica distruzione dei villaggi durante la Nakba, l’agenzia segreta israeliana Malmab “per la sparizione di documenti” sta cercando di far sparire le tracce della Nakba, in modo che gli storici non possano avere “nessun posto in cui tornare” in termini di ricerche, persino quando si tratta di verificare una documentazione storica critica già citata. La Malmab cerca di riportare i “buoi” della Nakba nella stalla – in modo che per dimostrare che “il bue è nero”, per dimostrare che c’è stata una Nakba, l’onere della prova spetti agli storici. E allora tutto diventa una discussione tra “narrazioni”.

Come dice Horev:

C’è ogni sorta di narrazione. Alcuni dicono che non ci fu nessuna fuga, solo espulsioni. Altri che ci fu una fuga. Non è bianco o nero. C’è una differenza tra la fuga e quelli che dicono che furono espulsi con la forza. È un’immagine diversa.

Hover e Israele sanno, precisamente, che nella stragrande maggioranza dei casi si trattò di una questione di espulsione forzata e del terrore di tale espulsione che si sparse tra le comunità palestinesi. Cercano di nascondere proprio i documenti che confermano ciò in termini chiari. La logica di questa negazione è evidente: intende scongiurare il problema della colpa per l’espulsione, per la pulizia etnica, in modo da negare la responsabilità per il ritorno dei rifugiati. Perché l’espulsione dei palestinesi è stata una necessità assolutamente fondamentale per il sionismo e Israele nei termini dell’”equilibrio demografico” in uno Stato “ebreo e democratico”. Conservare questo “equilibrio”, e negare il ritorno ai rifugiati è un obiettivo centrale del sionismo, e lo è stato dalla creazione di Israele.

La doppia presenza del termine “sicurezza” nell’acronimo Malmab è indicativo del suo opposto, l’insicurezza. Questa è l’intrinseca insicurezza morale israelo-sionista, che deriva dalla consapevolezza che il progetto sionista è basato per la sua stessa esistenza sullo sradicamento di altri. C’è una profonda consapevolezza in ogni sionista: non si potrà mai ottenere la sicurezza se non verrà posto rimedio al torto della (continua) pulizia etnica. Invece di affrontarlo, Israele pratica la negazione, nella speranza che se esso ne andrà via. Ma non lo farà. Questo bue è decisamente nero.

Jonathan Ofir è un musicista, conduttore e blogger / scrittore israeliano che vive in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)