Vittorie del movimento BDS: lo Stato di Washington disinveste da Caterpillar e la capitale Olympia blocca gli investimenti con l’apartheid

Lois Pearlman

6 aprile 2026 – Mondoweiss

L’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha annunciato di aver disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar, e il consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per bloccare gli investimenti in società coinvolte nell’apartheid o nell’occupazione illegale

Ventitré anni da che Rachel Corrie è stata schiacciata a morte da un bulldozer Caterpillar a Gaza, due successi in materia di disinvestimento nel suo Stato natale di Washington le hanno fatto un po’ di giustizia.

Il mese scorso l’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar e il 24 marzo il Consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per includere nella sua politica di investimento etico una dichiarazione dal tono risoluto che esclude qualsiasi investimento in società che siano collegate all’apartheid o all’occupazione illegale.

Rachel stava difendendo la casa della famiglia Nasrallah a Rafah, Gaza, dove trascorreva le notti come volontaria dell’International Solidarity Movement. Olympia è la città in cui Corrie è cresciuta e dove ancora risiede la sua famiglia.

Con la vendita delle obbligazioni della Caterpillar da parte del tesoriere statale Mike Pellicciotti, lo Stato di Washington diventa il primo degli Stati Uniti a disinvestire da tutte le società presenti nella lista del programma di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), come dice Noam Perry, coordinatore della ricerca presso il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’American Friends Service Committee [fondata nel 1917, l’AFSC è un’organizzazione quacchera che promuove la giustizia col ridurre la complicità delle aziende nella violenza di Stato, ndt.]

La lista si concentra sulle società quotate in borsa profondamente coinvolte nell’apartheid israeliano. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Israele utilizza da decenni i bulldozer Caterpillar per demolire le case dei palestinesi.

Nella dichiarazione rilasciata dall’ufficio del Tesoriere in merito al disinvestimento da Caterpillar si legge: “Questa decisione è stata presa per generare liquidità atta a riallocare gli investimenti in conformità con il portafoglio obbligazionario approvato per il 2026 dal team di investimento del Tesoro, che include società recentemente aggiunte all’elenco degli investimenti”.

In altre parole, il suo team di investimento ha ritenuto le obbligazioni Caterpillar un investimento rischioso, dato che altre entità statali come la Norvegia, i Paesi Bassi e la contea di Alameda in California stanno disinvestendo dalla società.

Ma Perry ha sottolineato che questo non è tutto.

“Sappiamo per certo che è stato a causa della pressione degli attivisti”, ha dichiarato a Mondoweiss.

Rae Levine di Seattle Jewish Voice for Peace (JVP) ha confermato. Insieme a Washington for Peace and Justice, un’organizzazione guidata da palestinesi, le organizzazioni hanno fatto pressione per oltre un anno sul Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington affinché disinvestisse dall’apartheid israeliano.

Levine ha spiegato che lo Stato ha due fonti di finanziamento: il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington, che gestisce i fondi pensione, e l’Ufficio della Tesoreria che gestisce i fondi operativi dello Stato. Secondo Diana Fakhoury di Washington for Peace and Justice, il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington detiene ancora investimenti in 53 società presenti nella lista BDS per un valore di circa 1 miliardo di dollari.

Secondo Dov Baum, direttore del Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’AFSC, quando gli attivisti chiedono il disinvestimento prendono di mira i fondi operativi di un’entità, perché “è facile farlo, dato che quei fondi sono solitamente gestiti da un tesoriere”.

“Di solito ci concentriamo sui fondi operativi, non sui fondi pensione”, ha spiegato Baum. “Sono pochissimi i fondi pensione che tengono conto delle questioni etiche, perché questi fondi devono essere stabili e a lungo termine. Ed è molto difficile toccarli. E noi lo consideriamo un disinvestimento completo”.

In qualità di tesoriere dello Stato, Pellicciotti aveva già istituito nel suo dipartimento una politica di investimento responsabile dal punto di vista ambientale e sociale e agli attivisti è bastato fargli notare che Caterpillar non soddisfa quegli standard. Il suo ufficio ha esaminato l’investimento in Caterpillar e ha scoperto che altri enti avevano disinvestito dalla società, il che rendeva l’investimento rischioso e discutibile.

“È molto significativo che un tesoriere affermi che un investimento è rischioso”, ha detto Levine.

Il prossimo passo della coalizione è convincere il consiglio statale per gli investimenti ad adottare una politica di investimenti responsabili. Sosterranno una proposta di legge chiamata Responsible Investment Act, che non è stata approvata dal parlamento in questa sessione ma che probabilmente verrà ripresentata quando il parlamento si riunirà di nuovo nel gennaio 2027.

In una dichiarazione pubblica della società di macchinari pesanti con sede in Illinois, Caterpillar ha continuato a negare ogni responsabilità per l’uso che Israele fa dei bulldozer che acquista da loro. Dopo aver affermato “Non tolleriamo l’uso illegale o immorale di alcuna attrezzatura Caterpillar”, Caterpillar ha inoltre dichiarato di essere “soggetta a rigidi requisiti anti-boicottaggio ai sensi di due leggi statunitensi”.

La situazione a Olympia nello Stato di Washington è diversa perché la politica di investimento recentemente modificata è stata approvata all’unanimità dal consiglio comunale.

Il testo aggiornato recita tra l’altro: “La città si asterrà dall’investire in società le cui attività principali risiedono in settori dannosi come il tabacco, i combustibili fossili, la detenzione di massa o la reclusione degli immigrati e gli armamenti di qualsiasi tipo, o in società con una comprovata storia di coinvolgimento diretto in gravi violazioni dei diritti umani come la schiavitù e il lavoro carcerario, i crimini di guerra, l’occupazione militare illegale, la segregazione razziale o l’apartheid”.

Il consigliere comunale Clark Gilman, uno dei primi sostenitori dell’iniziativa per includere la clausola, ha dichiarato: “Spero che questo ispiri altri enti locali a unirsi a noi nell’affermare che i nostri investimenti non dovrebbero sostenere chi viola i diritti umani, i combustibili fossili o le armi da guerra”.

Per Cindy e Craig Corrie, i genitori di Rachel Corrie, queste due azioni di disinvestimento rappresentano il culmine di un lungo percorso che ha incluso cause legali contro Israele e Caterpillar, la ricerca di aiuto da parte di funzionari del governo statunitense e la fondazione della Rachel Corrie Foundation for Peace and Justice nei difficili mesi successivi alla morte di Rachel.

Sebbene diversi funzionari statunitensi, tra cui l’ex Segretario di Stato Antony Blinken, concordassero sul fatto che l’indagine israeliana sulla morte di Rachel fosse poco convincente, gli Stati Uniti non hanno mai esercitato pressioni su Israele affinché conducesse un’indagine più completa. E i tribunali israeliani, pronunciandosi sulle cause intentate dai Corrie contro Israele, hanno stabilito che la morte di Rachel è stata accidentale. 

Quando la famiglia Corrie intentò una causa contro la Caterpillar a nome di Rachel e di quattro famiglie palestinesi vittime delle demolizioni israeliane effettuate con i bulldozer Caterpillar, i tribunali distrettuali federali statunitensi respinsero il caso. La Corte stabilì che, poiché gli Stati Uniti avevano finanziato l’acquisto dei bulldozer Caterpillar, sarebbe stato inammissibile per la Corte interferire nelle decisioni di politica estera del potere esecutivo.

Nel 2003 il parlamentare per lo Stato di Washington Brian Baird presentò persino un disegno di legge che chiedeva un’indagine approfondita. Sebbene 78 membri della Camera dei Rappresentanti avessero co-sponsorizzato la proposta, questa non arrivò mai al voto.

Ma la famiglia Corrie, compresa la sorella di Rachel, Sarah, non si è mai arresa, continuando a lavorare a livello locale per la giustizia in Palestina attraverso la Rachel Corrie Foundation e con altre organizzazioni.

“Non abbiamo mai pensato che le azioni che abbiamo intrapreso fossero una perdita di tempo”, ha dichiarato Cindy Corrie durante un’intervista telefonica. “Erano tutti passi avanti nel processo”.

In seguito all’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza nell’ottobre 2023, questo processo li ha portati a formare un’alleanza con altri attivisti di Olympia chiamata Palestine Action of the South Sound (PASS), che ha guidato la campagna per una politica di investimenti etici. Olympia si trova al confine con la parte meridionale di Puget Sound [lunga insenatura che si trova sulla costa pacifica, ndt.]

Secondo Perry il disinvestimento basato su politiche di investimento responsabile è la strada da percorrere. Il sito web “Divesting for Palestinian rights” dell’AFSC elenca decine di città, contee, stati, università e organizzazioni che hanno disinvestito da obbligazioni israeliane o da aziende che sostengono l’apartheid israeliano.

Il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’organizzazione offre guida e supporto ai gruppi che lavorano sul disinvestimento. Cindy Corrie ha affermato che Perry e Baum hanno contribuito a guidare le iniziative sia nello Stato di Washington che a Olympia, recandosi persino a Seattle per lavorare con loro di persona.

“Questo è un ottimo esempio di ciò che può accadere e che sta accadendo”, ha detto. 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Alcuni psicanalisti stanno lasciando l’International Psychoanalytical Association a causa del suo doppio standard antipalestinese

Palestine Mental Health Networks  

29 marzo 2026 – Mondoweiss

La Palestine Mental Health Network invita i professionisti della salute mentale a dimettersi dall’International Psychoanalytical Association a causa dei pregiudizi antipalestinesi dell’organizzazione.

La psicanalisi comprende meglio della grande maggioranza delle altre discipline che il silenzio non è mai neutrale. Ciò che non viene detto non scompare ma ritorna, distorto, come sintomo. Freud lo chiamò il ritorno di quello che viene represso e su questa intuizione costruì un intero metodo. Di cosa è sintomo, vale la pena di chiedersi, il silenzio dell’International Psychoanalytical Association [Associazione Psicanalitica Internazionale] (IPA) sul genocidio a Gaza?

Siamo le Palestine Mental Health Networks [Reti della Salute Mentale della Palestina], un collettivo di professionisti della salute mentale di 23 Paesi, uniti dal nostro impegno verso i principi della psicanalisi e la fondamentale dignità di tutti gli esseri umani, una categoria dalla quale spesso i palestinesi vengono esclusi. Nelle settimane successive a quando abbiamo diffuso un appello pubblico perché gli psicanalisti si dimettano dall’IPA, lo hanno fatto colleghi di tutto il mondo. Vale la pena di leggere con attenzione le loro ragioni. Non lo hanno semplicemente definito un fallimento politico. Lo hanno definito un fallimento clinico.

Il resoconto

L’IPA è rimasta in silenzio su Gaza per oltre due anni, più di 73.000 persone uccise, oltre 20.000 minori morti, carestia pianificata, torture documentate. Nel gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha definito il comportamento di Israele un plausibile genocidio. La Commissione d’Inchiesta dell’ONU ha confermato che si tratta di genocidio nel settembre 2025. L’International Association of Genocide Scholars [Associazione internazionale di Studiosi del Genocidio] ha confermato che tale è. L’IPA non ha emesso alcun comunicato, non ha chiesto un cessate il fuoco, non ha citato alcun crimine. Le parole “occupazione”, “genocidio”, “apartheid”, “assedio”, “punizione collettiva” e “pulizia etnica” non sono comparse in alcuna delle comunicazioni formali dell’IPA sulla Palestina.

Non è solo un questione di vigliaccheria istituzionale, ma di coraggio istituzionale selettivo.

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022 l’IPA si è mossa nel giro di pochi giorni: una pagina di crisi dedicata, un fondo di aiuto d’emergenza, risorse cliniche e un comunicato che definiva la guerra “immorale” e chiedeva di “porvi fine”. Il presidente dell’IPA Heribert Blass ha affermato: “Noi chiediamo la fine immediata della guerra.” Noi chiediamo. Per Gaza, dopo oltre due anni, 73.000 uccisi, minori quotidianamente colpiti alla testa, una carestia indotta e torture documentate, l’IPA non ha chiesto alcunché. Non ha chiesto un solo cessate il fuoco. Per l’Ucraina: chiarezza morale e mobilitazione istituzionale. Per Gaza: silenzio. L’IPA vorrebbe farci credere che questa differenza è dovuta a una questione legale. Non lo è. E’ dovuta alla razza.

Palestinesi non-terroristi”

La prima dichiarazione in assoluto su Israele-Palestina dell’IPA è stata l’8 ottobre 2023, un giorno dopo l’attacco di Hamas. Ha condannato Hamas e ha utilizzato la teoria psicanalitica — scissione, proiezione, l’istinto di morte — per patologizzare la resistenza palestinese come “lo scatenamento dell’istinto di morte”. Decenni di spoliazione, assedio e crimini di guerra documentati contro i palestinesi non hanno prodotto alcuna risposta istituzionale. L’attacco contro Israele ne ha prodotta una nel giro di 24 ore.

A venti giorni dall’attacco di Israele, dopo che migliaia di palestinesi erano già stati uccisi, la presidentessa dell’IPA Hariette Wolfe ha riconosciuto la sofferenza di “palestinesi non-terroristi”. Leggete questa frase come siete stati addestrati a leggere il linguaggio della negazione. “Non-terroristi” colloca “terroristi” come se fosse la condizione abituale dei palestinesi, l’anonima categoria dalla quale alcuni individui devono essere singolarmente inclusi nell’umanità. Non si tratta di un lapsus verbale, compare in un documento istituzionale studiato. Riflette la struttura di pensiero che ha guidato l’intero approccio dell’IPA nei confronti del genocidio: la sofferenza dei palestinesi è leggibile solo nella misura in cui può essere separata dalla resistenza palestinese — solo nella misura in cui come palestinesi possono essere fatti sparire in quanto soggetti politici.

La scusa legale

Il 6 gennaio 2026 le Palestine Mental Health Networks hanno scritto formalmente al direttivo dell’IPA. La lettera chiedeva che l’IPA parlasse del genocidio, riconoscesse la storia di 78 anni di occupazione e offrisse ai colleghi palestinesi la stessa rete di sostegno destinata a quelli ucraini. Il presidente dell’IPA Blass ha risposto nel giro di 24 ore.

Invece di affrontare in modo concreto la lettera, il dottor Blass ha proposto un’obiezione procedurale, sostenendo che la lettera era “anonima”, benché fosse firmata da un collettivo di clinici di 23 Paesi citati. Poi ha invocato vincoli legali: “In quanto ente benefico internazionale, è ormai evidente che l’IPA è sottoposta a vincoli legali e regolamentari che limitano la sua possibilità di fare dichiarazioni politiche.”

Limiti legali. Per Gaza, non per l’Ucraina, nel cui caso l’IPA non ha trovato simili vincoli quando ha chiesto la fine immediata della guerra. Non per il 7 ottobre, quando l’IPA non ha esitato a utilizzare una teoria psicanalitica per patologizzare la resistenza palestinese. I limiti giuridici sembrano agire con una precisione che non traccia rischi legali ma il rischio di turbare i membri impegnati a favore del sionismo.

Normalizzazione come programma

La posizione dell’IPA non è stata del tutto silente. Ha permesso, e promosso, un discorso selettivamente. Nel gennaio 2026 l’IPA ha annunciato un dialogo registrato tra un analista palestinese e uno israeliano pubblicizzato come uno “scambio intimo su Israele-Palestina”. Il video era stato registrato nel luglio 2024, quando erano già stati uccisi 40.000 palestinesi, quando era stato ucciso un minore al giorno, quando molti erano stati operati senza anestesia. La conversazione si incentrava sulle storie personali dei due analisti e sui loro sforzi per comprendersi a vicenda. Non ha citato il genocidio. Non ha affrontato la questione del colonialismo di insediamento israeliano. Ha creato una falsa simmetria tra il colonizzatore e il colonizzato.

Nel marzo 2026 l’American Psychoanalytic Association [Associazione Psicanalitica Americana], un’istituzione che fa parte dell’IPA, ha ospitato un simposio intitolato “Resilienza in risposta alla violenza e alla guerra”. Tre relatori: un ricercatore sulla resilienza, un analista israeliano invitato a parlare della risposta psicanalitica organizzata in Israele e uno psicoterapeuta palestinese, invitato non a parlare delle sofferenze dei palestinesi ma a presentare un caso clinico. Il trauma israeliano: citato, contestualizzato, istituzionalmente organizzato. L’esperienza palestinese: presente solo come materiale clinico. Un simposio sul trauma, tenuto durante il genocidio a Gaza, non riconosce i palestinesi come popolo che soffre. Li riconosce come fornitori di un esempio.

Le dimissioni

Finora vari membri hanno già lasciato l’IPA per questi problemi. Alcuni operatori hanno reso pubbliche le loro ragioni.

La dottoressa Avgi Saketopoulou, un’analista e teorica di New York, ha citato una cosa di cui raramente si parla in pubblico: il silenzio dell’IPA ha “creato un’atmosfera professionale permissiva in cui gli analisti sionisti si sentono autorizzati a scatenarsi, sostenendo cose razziste e discriminatorie con i loro pazienti e supervisori, sia nei consultori che nella nostra lista di indirizzi mail”. Pazienti palestinesi e arabi hanno lasciato prematuramente le cure; tirocinanti hanno cambiato supervisori perché i loro analisti hanno manifestato i loro pregiudizi in contesti clinici ed educativi. Sull’argomento dell’IPA riguardo ai vincoli legali la dottoressa Saketopoulou è stata esplicita: “Garantire lo status di associazione caritatevole è una strategia difensiva di lusso… quello che ci è stato effettivamente detto è che il silenzio sulla Palestina è il prezzo per fare affari.” Ha anche citato quello che ha descritto come uno scandalo che l’IPA ha accolto senza un commento: prima di assumere la presidenza il dottor Blass ha partecipato a un incontro con Yair Lapid, non uno psicanalista ma il leader di un partito dell’opposizione israeliana, che nel febbraio 2026 ha espresso il proprio appoggio a un “Grande Israele” citando i confini biblici che si estenderebbero fino all’Iraq. All’interno dell’IPA questo passa per neutralità. Non c’è uno scenario paragonabile, ha osservato la dottoressa Saketopoulou, in cui verrebbe visto come neutrale un presidente dell’IPA che si sia incontrato pubblicamente con membri della resistenza palestinese o persino con il leader dell’Autorità Nazionale Palesitnese. Meno male che i dirigenti dell’IPA non stanno prendendo posizione!

Denise Cullington, un’analista britannica con oltre trent’anni di esperienza sul campo, ha scritto al dottor Blass: “Ovviamente non si tratta di guerra tra due parti armate, ma di un attacco dal cielo contro ospedali, ambulanze, università, edifici, impianti di desalinizzazione e persone”. Ha citato quello che avrebbe voluto dall’istituzione: “Quello che speravo avreste fatto sarebbe stato dimostrare la vostra attenzione per la psicanalisi e per i vostri colleghi e aiutarli a far fronte alla situazione e al terribile dolore che ne deriva e iniziare ad ascoltare e a condividere il lutto.”

La domanda

Un’istituzione che non riesce a distinguere il genocidio dalle divergenze politiche, i valori dalle opinioni, ha rinunciato alla sua pretesa di essere un’autorità morale. Le Palestine Mental Health Networks chiedono agli psicanalisti di dimettersi dall’IPA.

A quanti dicono di dover rimanere per cambiare l’istituzione dall’interno: cosa è riuscito a cambiare finora il fatto che rimaniate nell’istituzione? In due anni e mezzo di genocidio la vostra presenza nell’IPA ha promosso i diritti dei palestinesi? Se il direttivo dell’IPA vede che persino quelli che sono indignati rimarranno e pagheranno la quota non ha ragioni per cambiare rotta. La vostra presenza non è utile, è una forma di legittimazione.

In futuro a un certo punto tutti parleranno del silenzio dell’IPA. Quando quel momento arriverà sarà impossibile dire a voi stessi che non sapevate. Può darsi che non sempre lo abbiate saputo. Ma adesso lo sapete.

Per favore, unitevi al nostro appello. Non c’è bisogno che siate membri dell’IPA per firmare questa lettera. Firmando dichiarate a quelli che sono ancora dentro l’IPA che la comunità globale della psicanalisi e della salute mentale non guarderà da un’altra parte: continuare a far parte di un’ istituzione che copre un genocidio è incompatibile con i fondamenti etici del nostro lavoro. Ogni firma, dall’interno e dall’esterno, accresce il peso morale di questo appello e rende più difficile ai membri di considerare la loro appartenenza come una scelta privata e apolitica. Non lo è.

Per firmare: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfR9rB2cf0MxH-UyH8V6yODmBGIJ7s4 FHxTO5qbtvtImBz-rg/viewform

The Palestine Mental Health Networks

No Healing Without Liberation

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I soldati israeliani che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese sono ora liberi di tornare al servizio militare

Jonathan Ofir  

18 marzo 2026  Mondoweiss

La disumanizzazione della società israeliana raggiunge un nuovo minimo storico: i soldati che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza non solo sono stati liberati, ma addirittura celebrati e raccomandati per il ritorno al servizio militare

Lunedì 16 marzo il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha incontrato un gruppo di soldati israeliani e si è scusato con loro per “l’ingiustizia subita a causa del sistema”, ordinando alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di reintegrarli immediatamente in servizio.

I soldati in questione erano quelli che avevano violentato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza. Solo una settimana prima dell’incontro con Katz i soldati erano stati prosciolti da tutte le accuse dopo che il caso contro di loro era stato archiviato dal nuovo Capo Avvocato Militare israeliano (CMA), il Maggiore Generale Itay Ofir.

“Giustizia è stata fatta e questa nube oscura è stata rimossa da voi e dai vostri familiari… Mi congratulo con il nuovo CMA, che, a differenza del suo predecessore, persegue una politica di protezione dei soldati e non dei terroristi”, ha dichiarato Katz lunedì. “Ho dato istruzioni all’apparato di sicurezza e alle IDF di agire affinché possiate tornare in servizio, come meglio credete e come desiderate, per contribuire a far parte della grande vittoria”.

Katz è stato solo l’ultimo politico israeliano a celebrare gli accusati di stupro. Dopo la chiusura del caso la scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione di congratulazioni: “L’accusa del sangue [archetipo antisemita relativo ad omicidi rituali, ndt.] contro i combattenti della Forza 100, nota come ‘caso Sde Teiman’, che ha diffamato Israele in tutto il mondo ad un livello senza precedenti, è stata archiviata.

È inconcepibile che ci sia voluto così tanto tempo per chiudere il caso, condotto in modo criminale contro combattenti delle Forze di Difesa Israeliane che si sono scontrati con i peggiori dei nostri nemici. Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai suoi nemici, non ai suoi eroici combattenti.”

Lo stupro di gruppo aveva suscitato scandalo in Israele poiché nell’agosto del 2024 era trapelato un video, ripreso da una telecamera di sorveglianza nel famigerato campo di tortura di Sde Teiman, parte di una rete di campi di tortura documentata dall’organizzazione israeliana B’tselem nel suo rapporto “Benvenuti all’inferno”, anch’esso del 2024. Lo stupro di gruppo, anche con l’uso di cani, è parte integrante delle torture sistematiche che gli ostaggi palestinesi sono costretti a subire. Il caso relativo al filmato includeva anche prove forensi di gravi percosse – frattura di una costola, perforazione di un polmone – oltre alla lacerazione del retto causata da un oggetto appuntito inserito nell’ano del prigioniero.

Ma lo scandalo che ha travolto Israele non era nato dall’indignazione pubblica per questo crimine brutale e atroce. No, era il fatto che qualcuno avesse cercato di portare alla luce il crimine.

Si è scoperto che il filmato era stato diffuso all’epoca dall’ex capo dell’ufficio legale militare, maggiore generale Yifat Tomer-Yerushalmi. È stata arrestata e alla fine ha scelto di dimettersi a novembre. Queste dimissioni sono state un regalo per l’establishment politico israeliano, con il Ministro della Difesa Israel Katz che ha accelerato la nomina di Itay Ofir alla posizione vacante. Ofir (nessuna parentela con chi scrive, tra l’altro) ha fatto il suo dovere. Il caso è ora chiuso.

Ofir è un ex soldato combattente della Brigata Givati ​​e riservista della Brigata Negev, oltre ad avere una formazione giuridica. “I soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono godere della fiducia pubblica, e quindi l’Ufficio del Procuratore Militare Generale deve godere della fiducia del pubblico”, ha dichiarato Katz durante la cerimonia di insediamento di Ofir. “Affronteremo questa crisi correggendo i gravi errori, traendone insegnamenti e mettendoli in pratica. Solo così potremo ristabilire la fiducia di cui le Forze di Difesa Israeliane hanno bisogno più di ogni altra cosa… Sono fiducioso che trasformerete questa grave crisi in un’opportunità per ricostruire e riorganizzare l’Ufficio del Procuratore Generale Militare.”

La giustificazione di Israele nel chiudere il caso

È evidente che l’“indagine” su questo crimine sia stata una farsa fin dall’inizio, soprattutto considerando come l’establishment abbia celebrato questi stupratori per tutta la durata del caso. Ciononostante, vale la pena di esaminare le ragioni legali addotte da Ofir per giustificare la sua decisione.

Il ragionamento di Ofir mette in luce quella che lui considera la mancanza di prove e quelli che definisce “problemi procedurali” relativi alla gestione del caso, in particolare la fuga di notizie e la sua discussione sui media.

Per quanto riguarda le prove, egli sottolinea il fatto che il detenuto palestinese che è stato brutalizzato si trova ora a Gaza: “In ottobre il detenuto è stato rilasciato nella Striscia di Gaza nell’ambito del piano per il rilascio degli israeliani rapiti. Questa nuova circostanza modifica significativamente le prove e rende difficile dimostrare parti importanti dell’accusa”.

Il detenuto si trova ora a Gaza. Ofir sostiene che Israele, che controlla Gaza fin nei minimi dettagli a partire dai certificati di nascita, e può telefonare ai palestinesi per avvisarli che la loro casa sta per essere bombardata, non riesce a contattarlo. E sebbene le cartelle cliniche facciano parte del caso da tempo, ora è “difficile”, per modo di dire, dimostrare le sue affermazioni. Ofir ammette che “da un lato, il materiale probatorio del caso ha presentato un quadro grave e preoccupante riguardo agli imputati”, ma ahimè, “il quadro probatorio è complesso”.

Ofir afferma inoltre che il video “non rappresenta un quadro inconfutabile delle accuse attribuite agli imputati”. Il fatto che a queste prove si aggiunga la testimonianza della vittima, oltre alle cartelle cliniche, non sembra essere d’aiuto.

Riguardo alla diffusione del video, Ofir osserva che “questi eventi” ancora una volta “ledono gravemente il diritto ad un giusto processo e il senso di giustizia ed equità che devono essere alla base di qualsiasi procedimento penale”.

Si tratta di un tentativo palesemente disperato di proteggere i soldati dalla giustizia. Ironicamente, l’espressione “protezione dalla giustizia” è stata ripetutamente utilizzata nella sentenza, nel senso di proteggere gli imputati dal sistema giudiziario. È esattamente il tipo di ragionamento che emerge dal messaggio di Katz: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono essere difesi e protetti, altrimenti si starebbe dalla parte dei terroristi.

Che dire di una società che celebra gli stupratori?

 Ma non si tratta solo di una questione legale, è una questione sociale. Per comprendere la situazione attuale della società israeliana è opportuno paragonare questo caso all’omicidio di Elor Azarya nel 2016, in cui il soldato paramedico sparò in testa e uccise a bruciapelo un sospetto palestinese già inerme. Come nel caso dello stupro di Sde Teiman, anche il crimine di Azarya fu ripreso da un video. Sebbene, secondo i suoi commilitoni, ciò che fece fosse successo già “molte volte”, il suo ruolo fu quello di “mela marcia”, a dimostrazione dell’innocenza del sistema. Il processo ad Azarya fu una farsa e, dopo nove mesi di carcere, tornò a casa accolto come un eroe.

Nell’agosto del 2024, mentre la notizia del caso Sde Teiman travolgeva Israele, ero ancora convinto che l’esito sarebbe stato simbolico, simile a quanto accaduto nel caso Azarya: una simbolica bottarella sul polso, per ragioni di pubbliche relazioni internazionali. Questa era chiaramente l’intenzione dell’ex commissaria generale Yifat Tomer-Yerushalmi. Il motivo per cui fece trapelare il video era che riteneva che senza di esso il caso si sarebbe chiuso. Quindi cercò di garantire che venisse fatta giustizia, almeno in apparenza, in un caso così lampante. Ma alla fine la situazione le si ritorse contro, e ora si festeggia il fatto che il suo piano sia stato sventato. Gli stupratori, già celebrati da alcuni media come delle star, riceveranno ora un sostegno ancora maggiore per la presunta ingiustizia che avrebbero subito.

A quanto pare la società israeliana è ora meno interessata alle pubbliche relazioni internazionali rispetto al passato, nonostante i massicci sforzi di propaganda all’estero. La vena genocida è così forte da prevalere persino sulla preoccupazione di apparire civile.

Netanyahu sostiene che sia il caso stesso ad aver diffamato Israele. Ma no, Israele si diffama da solo, non riesce a farne a meno. In altre parole, la chiusura di questo caso e i relativi commenti celebrativi mostrano il vero volto di Israele.

Questo invia un messaggio forte a tutti i torturatori israeliani: lo stupro è legale.

Sulla scia del caso Azarya, gli israeliani hanno coniato un termine popolare chiamato “effetto Azarya”, suggerendo che il processo ad Azarya abbia creato un deterrente controproducente che ha indotto i soldati a esitare a sparare ai palestinesi.

Il caso Sde Teiman, a sua volta, ha un altro effetto. La sua chiusura segnala che lo stupro è legale, permesso e forse persino benvenuto, contro quei “crudeli mostri”, come li definisce il ministro della Difesa Katz. Il predecessore di Katz, Yoav Galant, li aveva definiti “animali umani”. Chiunque avesse la felice idea di perseguire coloro che violentano questi crudeli e mostruosi animali umani ne subirà le conseguenze. La disumanizzazione della società israeliana ha raggiunto un nuovo minimo storico, e questo rappresenta un momento estremamente pericoloso per i palestinesi. Immaginate: quegli stupratori potrebbero semplicemente tornare a Sde Teiman, o in qualsiasi altra prigione del sistema di segrete di tortura, e dire “benvenuti all’inferno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Rubio conferma l’eresia: gli USA sono entrati in guerra contro l’Iran a causa di Israele

Philip Weiss

3 marzo 2026 – Mondoweiss

L’eresia nella teoria di Walt e Mearsheimer riguardo alla lobby israeliana era l’affermazione secondo cui Israele e i suoi sostenitori hanno spinto gli USA in guerra. Ora Marco Rubio l’ha confermata quando ha ammesso che Trump è entrato in guerra contro l’Iran a causa di Israele.

La più grande eresia del libro di Stephen Walt and John Mearsheimer del 2006 sulla lobby israeliana (pubblicata dalla London Review of Books [in Italia da Mondadori nel 2007, ndt.] perché gli editori americani lo avevano rifiutato) era stata l’affermazione che la lobby avesse fatto pressione sull’amministrazione di George Bush per la disastrosa guerra in Iraq. I media l’avevano definita una teoria cospirazionista antisemita. Paul Wolfowitz sostenne che neoconservatore fosse un eufemismo per ebreo.

Anche la sinistra respinse quell’ipotesi, affermando che quella in Iraq era una guerra imperialista per le risorse e che il cane muove la coda, non il contrario.

Ma era molti anni fa, e le prove dell’influenza di Israele sulla politica estera USA non hanno fatto che aumentare. Obama cancellò la politica che aveva baldanzosamente esposto al Cairo, cioè il blocco alla colonizzazione [dei territori palestinesi occupati, ndt.], perché alla vigilia della sua candidatura per la sua rielezione nel 2012 i gruppi filo-israeliani avevano praticamente un accesso illimitato alla Casa Bianca. Biden ha autorizzato il genocidio a Gaza evidentemente preoccupato nei confronti dei donatori miliardari filo-israeliani (secondo Washington Post e Responsible Statecraft [rivista del centro di studi politici USA Quincy Institute, ndt.]). Poi ieri Marco Rubio ha detto ad alta voce l’eresia.

Facendo delle considerazioni intese a porre fine alla “confusione” sulle ragioni statunitensi della illegale (e orripilante) guerra contro l’Iran che Trump ha scatenato sabato, il segretario di Stato ha posto la domanda “Perché ora?” e poi ha risposto affermando che Israele stava per attaccare l’Iran.

“Sapevamo che stava per esserci un’azione israeliana. Sapevamo che avrebbe scatenato un attacco contro forze americane. E sapevamo che se non li avessimo aggrediti preventivamente, prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito un numero maggiore di vittime,” ha affermato.

Quindi, secondo Rubio, la coda ha mosso il cane.

Anche se Rubio le ha sparate a vanvera, o si è espresso male, come sempre ci dicono i politici il giorno dopo, la sua è stata una confessione scioccante all’interno del gruppo dirigente. La scorsa notte sulla CNN il senatore Mark Warner ha ripetuto di essere un “deciso” sostenitore di Israele, ma di non volere che gli USA “esternalizzino le nostre decisioni di politica estera a un governo straniero.” Il parlamentare Warren Davidson, un repubblicano dell’Ohio, ha sostenuto che Rubio ha dato una risposta “pessima” e “molto deludente” (che secondo lui rievocava l’influenza dei neoconservatori guerrafondai).

Il New York Times farà del suo meglio per ignorare la confessione di Rubio, ma essa sta galvanizzando le forze contrarie alla guerra. “E mentre non siamo più una Nazione divisa tra sinistra e destra, ora siamo una Nazione divisa tra quelli che vogliono combattere guerre per Israele e quelli che vogliono solo la pace e poter pagare le bollette e l’assicurazione sanitaria,” ha scritto su X Marjorie Taylor Greene, ex-parlamentare della Georgia.

La confessione di Rubio ha giustificato la critica di lunga data dei Realisti, insieme alla sinistra, secondo cui l’influenza israeliana sta distorcendo la politica statunitense, distruggendo l’immagine americana all’estero, per non parlare del fatto che sta terrorizzando milioni di persone, da Gaza a Teheran a Beirut, e uccidendo molti di loro in palese violazione delle leggi internazionali.

Quella critica non è più un’eresia, è l’analisi più plausibile delle azioni USA in Medio Oriente. Ecco alcuni degli episodi che confermano questa critica:

  • La scorsa estate, benché gli USA avessero in corso negoziati con l’Iran sul suo programma nucleare, Israele ha iniziato una guerra di 12 giorni contro l’Iran con un attacco a sorpresa, non provocato da alcuna minaccia imminente. Gli USA si sono uniti alla guerra di Israele. Quell’attacco ha sollevato domande su chi stesse prendendo le decisioni.

  • Un’analisi del partito Democratico sulla fallimentare campagna di Harris nel 2024 avrebbe concluso che Harris abbia perso un appoggio “significativo” nelle elezioni a causa del suo rifiuto di opporsi al genocidio a Gaza. Alcuni a sinistra stanno chiedendo che il rapporto venga reso pubblico. James Zogby [fondatore e presidente dell’Arab American Institute di Washington, ndt.] sostiene che dai sondaggi risulta chiaro che gli elettori “ne hanno abbastanza dell’appoggio cieco alle politiche israeliane. Questo è un fatto.”

  • Nel 2018 Trump distrusse l’accordo di Obama con l’Iran e spostò l’ambasciata [USA] a Gerusalemme in buona misura perché il suo principale donatore, il defunto Sheldon Adelson, che era molto legato a Israele, voleva che lo facesse. Come sostenne Trump a proposito della competizione per avere il denaro di Adelson nel 2016, “Sheldon Adelson sta pensando di dare un grande finanziamento a Rubio perché pensa di poterlo plasmare come il suo pupazzetto perfetto.” Alla fine è risultato che il pupazzo è Trump.

  • Barack Obama condusse una campagna per la firma del suo successo in politica estera, l’accordo con l’Iran del 2015, sfidando l’influenza israeliana. “Quando il governo israeliano si oppone a qualcosa la gente negli Stati Uniti ne prende nota,” disse Obama in un importante discorso, ma sarebbe stata “una negazione del mio dovere costituzionale” se si fosse schierato con Israele. Chuck Schumer si oppose ad Obama sull’accordo, votando contro, disse in seguito, a causa “della minaccia iraniana contro Israele”. Poi Shumer ottenne la più alta carica nel partito Democratico, un’indicazione su quale voce conti a Washington.

  • Il collaboratore di Obama Ben Rhodes ha affermato che nel periodo precedente alle elezioni del 2012 da 10 a 20 dei “soliti sospetti della comunità ebraica organizzata statunitense” avevano accesso praticamente illimitato alla Casa Bianca, per garantire che Obama non avrebbe fatto niente per bloccare l’espansione coloniale di Israele [nei territori palestinesi occupati, ndt.]. Rhodes ha detto che quando Obama irritò Netanyahu affermando che i confini del ’67 erano le basi per i colloqui di pace e allora Netanyahu rimproverò il presidente alla Casa Bianca, Rhodes dovette telefonare “a una lista di importanti donatori ebrei… per rassicurarli delle credenziali filoisraeliane di Obama.”

  • Nel 2002, nell’imminenza della guerra contro l’Iraq, un ex-consigliere di Bush in politica estera disse a un pubblico dell’università della Virginia che il “reale” e “non dichiarato pericolo” dall’Iraq non riguardava gli Stati Uniti, ma le “minacce contro Israele”. Il governo americano, aggiunse Philip Zelikow, “non vuole appoggiarsi troppo su questo nel suo discorso perché non è una faccenda facile da accettare.”

  • Secondo Osama bin Laden gli attacchi dell’11 settembre vennero in parte indotti dall’appoggio statunitense a favore di Israele. Questa ragione venne continuamente eliminata dalle analisi retrospettive americane ufficiali e dagli articoli dei media.

Spero che l’orribile guerra che Trump ha scatenato unirà l’opposizione politica contro l’influenza di Israele sulla nostra politica estera.

I sondaggi dicono che alla luce del genocidio a Gaza l’opinione pubblica USA su Israele sta drasticamente cambiando. Secondo Vox “nuovi dati dei sondaggi Gallup rivelano che il 41% degli americani afferma che le sue simpatie vanno più ai palestinesi rispetto al 36% a favore degli israeliani,”. Si tratta di un’inversione totale dei numeri dello scorso anno (il 46% per Israele e il 33% per i palestinesi).

Il rifiuto dell’opinione pubblica nei confronti di Israele come un qualche tipo di modello dovrebbe suscitare delle domande nei media che promuovono le illusioni israeliane di conquista militare per trasformare il Medio Oriente. Ronen Bergman [giornalista investigativo israeliano, ndt.], un campione delle politiche israeliane di assassinio di chiunque non piaccia, ha uno spazio fisso sul New York Times e sulla CNN. Oggi Yaacov Katz, ex-caporedattore del Jerusalem Post [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndt.], è apparso sulla BBC per descrivere il massacro della dirigenza politica e militare iraniana come “magnifico”. Sulla CNN Dana Bash [conduttrice televisiva statunitense, ndt.] ha consentito a un guerrafondaio israeliano, il presidente “progressista” Isaac Herzog, di descrivere Israele come una “Nazione che ama la pace” e di dire che questa guerra inaugurerà una nuova era. Sì, quante volte lo abbiamo sentito dire?

Il discorso dominante negli Stati Uniti deve riflettere sulle critiche di sinistra e realiste che sono state emarginate ma riflettono accuratamente sul ruolo di Israele nel mondo, in particolare sulle sue responsabilità verso i “difficili vicini” di cui i suoi dirigenti si lamentano continuamente.

Cosa ancora più importante, questo discorso deve includere una discussione onesta su una fonte di instabilità in Medio Oriente: la persecuzione israeliana contro i palestinesi, attraverso politiche attive di pulizia etnica… apartheid… occupazione… tutto in nome dell’etnocrazia ebraica.

Questi valori sono antitetici rispetto a quelli americani. O dovrebbero esserlo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il leader dell’opposizione “liberale” israeliana concorda con Mike Huckabee sul fatto che la Bibbia dia a Israele il diritto alla terra dall’Egitto all’Iraq

Jonathan Ofir

24 febbraio 2026 – Mondoweiss

Mike Huckabee ha fatto notizia quando ha affermato che Israele ha il diritto biblico alla terra dall’Iraq all’Egitto in un’intervista con Tucker Carlson. I sostenitori di Israele hanno cercato di liquidare l’idea come assurda, ma il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid afferma di essere d’accordo.

Tutti parlano dell’intervista di Tucker Carlson all’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee. Ha ottenuto milioni di visualizzazioni e, se c’è un elemento che ha catturato l’attenzione, è stata l’opinione di Huckabee secondo cui Israele avrebbe un diritto biblico sulla terra che va dall’Eufrate in Iraq al Nilo in Egitto.

Carlson è rimasto scioccato e lo ha incalzato su questo punto:

“Cosa significa? Israele ha diritto a quella terra? Perché ti stai appellando alla Genesi, stai dicendo che quello è l’atto originale.”

Huckabee è stato chiaro: “Sarebbe giusto la prendessero tutta.”

Alcuni sono rimasti scioccati. Sostenitori dell’Hasbara (propaganda) israeliana come Eylon Levy hanno cercato di smorzare i toni, rispondendo su X che “letteralmente nessuno” con potere in Israele ci crede e pensarlo è “una fantasia delirante dell’immaginazione dell’antisemita”. Poi ha aggiunto: “Smettetela di diffondere stupide stronzate cospirazioniste”.

Persino il giornalista di Haaretz Gideon Levy ha affermato che Huckabee è un estremista che non rappresenta né gli Stati Uniti né Israele: “ne rappresenta a malapena i pazzi”, ha scritto. “Huckabee parla con tracotanza in modi che non oserebbero neppure Ben-Gvir e Kahane”, era il titolo di Levy:

“Non per niente Carlson ha detto: quest’uomo non rappresenta il mio Paese; rappresenta Israele. Non è nessuna delle due cose, Carlson. Quest’uomo non rappresenta Israele, rappresenta a malapena i suoi pazzi. Ma è sicuramente possibile che rappresenti un’America in divenire, un’America il cui Segretario di Stato Marco Rubio ha recentemente elogiato “l’eredità cristiana” dell’Occidente durante una visita a Monaco.”

Ma poi, il leader dell’opposizione israeliana “liberale” Yair Lapid ha confutato entrambi i Levy.

Lunedì, in una conferenza stampa per il suo partito Yesh Atid (“C’è un futuro”), Lapid ha risposto a una domanda di un giornalista religioso del Kipa News:

“Buon pomeriggio signore. L’ambasciatore Huckabee ha dichiarato questa settimana, e conosciamo l’estensione dell’influenza americana sul nostro governo, che sostiene il controllo israeliano dall’Eufrate al Nilo, il che significa [controllo] su Libano, Giordania, Siria. Lei è d’accordo o pensa che questo debba essere fermato?”

“Guardi, non credo di avere dei dubbi a livello biblico su quali siano i confini originali di Israele. L’Eufrate, l’ultima volta che ho controllato, era in Iraq. Non credo che quando gli americani entrarono in Iraq abbiano provato un grande sollievo. Appoggio qualsiasi cosa che permetta agli ebrei di avere una terra grande, vasta e forte, e un rifugio sicuro per noi, per i nostri figli e per i figli dei nostri figli. Questo è ciò che sostengo.”

Il giornalista ha sfidato Lapid a definirne e dimensioni:

“Quanto grande?”

“Quanto possibile.”

“Fino all’Iraq?”

“La discussione riguarda la sicurezza. Il fatto che ci troviamo nella nostra terra ancestrale… La posizione di Yesh Atid è la seguente: il sionismo si basa sulla Bibbia. Il nostro mandato sulla terra di Israele è biblico. I confini biblici di Israele sono chiari. Ci sono anche considerazioni di sicurezza, di politica e di tempo. Siamo stati in esilio per 2000 anni… non vorrà mica ascoltare tutta questa lezione vero? Almeno non se lo aspettavaLa risposta è: ci sono considerazioni pratiche. Oltre alle considerazioni pratiche, credo che il nostro titolo di proprietà sulla terra di Israele sia la Bibbia, quindi i confini sono i confini biblici.”

Aspetti, quindi fondamentalmente, la grande, vasta terra di Israele?”

“Fondamentalmente, la grande, immensa e vasta Israele, per quanto è possibile [a seconda del momento, n.d.t.] entro i limiti della sicurezza israeliana e nel rispetto delle valutazioni della politica di Israele”.

Quindi ecco qua. La Bibbia è il nostro atto di proprietà. Come disse il primo Primo Ministro israeliano, David Ben-Gurion.

Lapid ha affermato il suo principio di “massimo numero di ebrei sul massimo di terra, con massima sicurezza e con minimo di palestinesi” più di dieci anni fa. Ora afferma che la “massima estensione di terra” è solo una questione di necessità – di “considerazioni pratiche”.

Un leader dell’opposizione israeliana “liberale” e “laico” ci ha appena detto che “il sionismo si basa sulla Bibbia”.

Penso che dovremmo credergli. Dobbiamo smetterla di parlare di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e Huckabee. È il sionismo, stupido.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




La nuova era dell’espansionismo israeliano e l’economia di guerra che la alimenta

Ahmed Alqarout  

2 febbraio 2026 – Mondoweiss

Come l’economia trainata dalla guerra, la ridefinizione regionale e la spinta di Netanyahu per l’indipendenza negli armamenti stanno dando inizio a un nuovo periodo di espansionismo israeliano nella sua ricerca di supremazia a livello regionale.

Israele ha avviato una nuova era di espansionismo territoriale e aggressione militare al di là dei confini della Palestina storica. Le sue bellicose azioni hanno subito un’accelerazione in Giordania, Libano, Siria, Yemen, Iran, Qatar e, più di recente, Somaliland [territorio del Corno d’Africa che ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Somalia, ndt.]. Questi sviluppi non sono dovuti a un cambiamento nelle ambizioni strategiche israeliane ma piuttosto alla perdita delle costrizioni che le avevano limitate prima dell’ottobre 2023.

Questa svolta espansionistica riflette una ridefinizione strutturale dei rischi, dei vantaggi e della tolleranza internazionale piuttosto che un improvviso cambiamento ideologico. Ma è anche dovuta al modo in cui attualmente è strutturato il sistema economico israeliano: l’industria militare l’ha trainato da quando Israele ha sperimentato un certo livello di isolamento internazionale che negli ultimi due anni ha colpito la maggioranza degli altri settori. Il risultato? Ora Israele ha un ulteriore incentivo strutturale a vivere in un costante stato di guerra.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato voce a questa situazione quando ha annunciato che Israele dovrebbe diventare una “Super Sparta”, uno Stato bellicoso altamente militarizzato con un’industria degli armamenti autosufficiente in grado di sfidare le pressioni internazionali e l’embargo sulla fornitura di armi perché non più costretto a dipendere dalla generosità militare statunitense.

Una fondamentale dichiarazione strategica acutizza questa traiettoria. Nel gennaio 2026 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di porre fine all’aiuto militare USA a Israele entro approssimativamente un decennio, inquadrando tutto ciò come un percorso verso l’autosufficienza militare-industriale e l’autarchia strategica. Questo annuncio segnala che Israele non si accontenta più di rimanere subordinato agli USA e cerca invece di agire come loro partner strategico regionale in un momento in cui la strategia della sicurezza nazionale statunitense sta spostando la sua attenzione dal Medio Oriente all’emisfero ovest.

La dichiarazione di Netanyahu amplifica l’urgenza di un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni significativamente basato sulle industrie belliche e legate alla sicurezza. Il problema è che se Israele intende sostituire 3,8 miliardi all’anno di aiuti militari USA deve incrementare notevolmente la sua produzione interna e la sua capacità di esportazione.

Lo Stato israeliano sta cercando di istituzionalizzare questo incremento di esportazioni attraverso le politiche con commesse di circa 350 miliardi di shekel (equivalenti a 100-108 miliardi di dollari) nel prossimo decennio per espandere una propria industria bellica interna. Economicamente ciò significa che la produzione di armi diventerà centrale per la strategia industriale israeliana a lungo termine spostando capitali, lavoro e sostegno dello Stato verso l’industria militare invece che verso il rilancio [dell’economia] civile, una strategia che è insostenibile in un periodo di guerra. Ciò inserisce anche le imprese israeliane ancora più a fondo nella catena di forniture per la sicurezza a livello globale, persino nel momento in cui lo Stato si trova isolato a livello diplomatico.

La dimensione strutturale: un incentivo per la guerra permanente

Dal 2023 le esportazioni militari israeliane sono diventate uno dei pochi settori che compensano il rallentamento generale della sua economia. Nel 2023 le esportazioni per la difesa hanno raggiunto approssimativamente i 13 miliardi e nel 2024 sono salite ulteriormente a circa 14,7-15 miliardi, segnando successivi record. Questa espansione è avvenuta mentre la crescita dell’economia civile si è indebolita, a causa della prolungata mobilitazione dell’esercito la carenza di lavoro e la disoccupazione si sono accentuate e vasti settori delle piccole e medie imprese hanno segnato sostanziali perdite e fallimenti. Durante le tensioni del periodo bellico l’esportazione di armamenti ha funzionato come stabilizzatore anticiclico, ma ora è diventata una parte permanente del modo in cui l’economia israeliana intende riprodursi.

Nel 2025 questa traiettoria ha accelerato ulteriormente. Israele ha firmato alcuni dei suoi maggiori accordi fino ad ora per la difesa con USA, EAU [Emirati Arabi Uniti], Germania, Grecia e Azerbaigian che riguardano sistemi di difesa, missili, droni e tecnologie avanzate per la sorveglianza. Mentre non sempre gli importi degli accordi sono stati resi pubblici, si prevede che essi porteranno il totale delle esportazioni per la difesa oltre il record del 2024, rafforzando il settore bellico come l’industria più dinamica delle esportazioni israeliane proprio quando altri settori, come l’agricoltura, secondo quanto dicono i coltivatori, devono affrontare un imminente “collasso”. L’economia bellica è diventata il principio organizzatore della sopravvivenza politica e l’assicurazione sulla vita del regime.

Mentre i settori civili sono in stagnazione, l’economia di guerra fornisce crescita, entrate di valuta estera e isolamento politico. Ciò crea un incentivo strutturale per una mobilitazione permanente: la guerra sostiene la domanda, protegge il governo dal rendere conto delle sue azioni e rafforza una visione del mondo in cui la forza è considerata la principale moneta nelle relazioni internazionali.

In questo contesto le aggressioni militari e l’espansionismo territoriale sono i meccanismi attraverso i quali l’economia israeliana tenta ora di riprodursi. Come conseguenza la coalizione di governo di Israele si basa sulla sicurezza. L’economia bellica è diventata il principio cardine della sopravvivenza politica e l’assicurazione sulla vita del regime.

La dimensione globale: la fine delle leggi internazionali

La dimensione internazionale è altrettanto decisiva. L’espansionismo territoriale e le aggressioni militari di Israele sono stati possibili grazie allo svuotamento di meccanismi internazionali vincolanti, come il diritto internazionale.

Gli Stati occidentali hanno dimostrato che non c’è una ragionevole linea rossa quando la violenza è inquadrata come controterrorismo o difesa della civiltà. Le norme giuridiche rimangono intatte a parole ma operativamente sospese. Ciò ha modificato i calcoli strategici di Israele, perché se Gaza determina scalpore diplomatico ma nessuna sanzione concreta, allora Libano, Siria o Iraq implicano costi previsti ancora minori.

Il collasso della normalizzazione: nessuna ragione per comportarsi correttamente

Anche le politiche di normalizzazione giocano un ruolo. Il collasso dei colloqui di normalizzazione tra Israele e l’Arabia Saudita, che durante il 2023 sotto la mediazione USA avevano accelerato ma sono stati sospesi dopo che Israele ha scatenato il genocidio a Gaza, non ha sanzionato il comportamento di Israele ma l’ha affrancato.

Senza il riconoscimento saudita come merce di scambio o incentivo a moderarsi, Israele ha abbandonato ogni pretesa di usare compromessi territoriali come strumento negoziale. Ciò ha promosso l’obiettivo di stabilire fatti sul terreno cercando nel contempo rapporti bilaterali con attori più piccoli o più vulnerabili. Ora l’espansione sostituisce il morente potere di persuasione di Israele e il riconoscimento è ottenuto sempre più attraverso il potere piuttosto che con i negoziati.

Ciò che rende diverso il periodo successivo al 2023 è il fatto che Israele ha combattuto simultaneamente e apertamente su vari scenari e con la certezza che l’escalation non avrebbe scatenato contraccolpi sistemici. Oltretutto la strategia israeliana è stata strutturalmente possibile grazie a un sempre crescente ricorso a nuove tecnologie sviluppate durante la guerra. Non è più una risposta a minacce ma un metodo di governo interno e di influenze all’estero.

Dal 2023 Israele non ha più perseguito la pace attraverso il contenimento, come fece nel periodo delle Primavere Arabe. Al contrario si è spostato verso l’occupazione permanente, l’esproprio delle terre e la ridefinizione delle mappe politiche per sostenere ed espandere la sua macchina da guerra.

Come Israele sta perseguendo il dominio regionale

In patria l’espansionismo israeliano intende risolvere in modo definitivo la questione palestinese attraverso una combinazione di espulsione, cantonizzazione, cooptazione e in definitiva trasferimento. La logica sottesa è eliminare una volta per tutte quello che viene percepito come il principale problema di sicurezza israeliano, la presenza stessa del popolo palestinese sulla sua terra, ripristinando così la fiducia dell’élite e della società nella sopravvivenza a lungo termine dello Stato.

A livello regionale, nei Paesi in cui interviene Israele persegue diversi obiettivi, alcuni che riguardano l’acquisizione territoriale o l’occupazione semi-permanente, altri focalizzati sulla subordinazione, frammentazione e neutralizzazione delle minacce percepite.

In Iran l’aggressione prende la forma della ricerca di una destabilizzazione e indebolimento militare del regime attraverso pesanti attacchi aerei sulle strutture nucleari e militari insieme a tentativi di esacerbare la rivolta sociale e politica. Nel giungo 2025 la guerra tra Israele e Iran ha segnato lo scontro militare finora più diretto tra i due Stati, eppure è finito in una tregua informale invece che in un’escalation di guerra totale e nessuna delle due parti ha superato il limite riconosciuto di deterrenza nonostante l’intensità degli scontri.

Da allora le proteste su vasta scala in Iran hanno introdotto un nuovo punto di pressione interna che gli attori esterni inquadrano sempre più come una vulnerabilità strategica. Ciò ha coinciso con esplicite minacce di guerra da parte di Donald Trump e rinnovati segnali militari USA, che insieme rafforzano la tradizionale idea israeliana dell’Iran come una minaccia esistenziale che deve essere affrontata attraverso un cambiamento di regime. Eppure la persistenza della mancata escalation riflette come l’aggressione contro l’Iran operi all’interno di limiti impliciti che l’espansionismo territoriale in Palestina o in Siria non affronta, anche se l’insieme di rivolta interna e retorica coercitiva all’estero rende questo equilibrio più fragile.

In Libano Israele intende smantellare Hezbollah non solo come attore militare ma anche come la colonna portante dell’ordine politico guidato dagli sciiti che ostacola il dominio regionale israeliano. L’obiettivo più complesso è dividere il Libano in un sistema basato sulle minoranze in cui drusi, cristiani e altri gruppi siano incentivati a cercare la protezione dall’estero e rapporti economici con Israele. Un Libano debole e frammentato garantisce profondità strategica senza i costi e le responsabilità di un’occupazione diretta. Per ora in Libano l’escalation attraverso il confine funge meno come un percorso verso una vittoria militare totale e più come uno strumento per ridefinire gradualmente l’equilibrio politico interno del Libano.

A gennaio 2026, nonostante il cessate il fuoco formalmente in vigore, Israele ha conservato posizioni “temporanee” in cinque luoghi “strategici” nel sud del Libano, rifiutando di completare il ritiro. Il risultato è una situazione di stallo tesa, in cui Israele conserva il potere militare sul Libano e nel contempo non rispetta il suo impegno a un totale ripiegamento e lascia aperta la possibilità di una nuova pesante escalation.

Gli attacchi israeliani in Siria sono in un certo senso più complessi, ed è diventato un teatro fondamentale dell’intervento militare di Israele e della realizzazione di una frammentazione politica in seguito alla caduta del regime di Assad nel dicembre 2024. La strategia israeliana in Siria riguarda sia l’azione militare diretta che tentativi di impedire il consolidamento di uno Stato siriano unificato fornendo aiuto militare e coordinamento alle Forze Curde Siriane (le SDF) con l’inteto di frammentare l’autorità del nuovo governo siriano.

Nel marzo 2025 il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato pubblicamente che Israele permetterà ai lavoratori drusi siriani di entrare nelle Alture del Golan [occupate da Israele nel 1967, ndt.] da occupare nell’agricoltura e nelle costruzioni, presentandolo come un gesto umanitario e promuovendo simultaneamente dipendenza occupazionale e rapporti economici che leghino le comunità di confine a Israele. Nel luglio 2025 Netanyahu ha adottato una politica formale di “demilitarizzazione del sud della Siria”, dichiarando che le forze israeliane vi rimarranno a tempo indeterminato e che a nessuna forza militare siriana verrà permesso di restare a sud di Damasco, separando di fatto il territorio siriano. Netanyahu ha definito questa politica come “protezione dei drusi”.

Difficoltà israeliane in Siria

Alla fine del 2025 e all’inizio del 2026 la posizione delle SDF [Sirian Democratic Forces, milizia curda siriana, ndt.] è crollata. Le defezioni delle tribù arabe a Raqqa e a Deir Ez-Zour, la crescente pressione delle forze turche nel nord e la mancanza di un sostanziale appoggio esterno hanno portato nel gennaio 2026 a una rapida ritirata delle SDF da buona parte del nord e dell’est della Siria. Questo crollo del principale alleato curdo di Israele, insieme al fallimento della resistenza della milizia drusa sostenuta da Israele per evitare il consolidamento dell’autorità di Damasco nel sud della Siria, ha minato la strategia israeliana di impedire la ricostruzione di uno Stato siriano unificato attraverso un conflitto per mezzo di alleati.

Le popolazioni drusa e alawita rappresentano potenziali risorse economiche e demografiche in un momento in cui Israele deve affrontare una carenza strutturale sia di soldati che di lavoratori. Dal 2023 questa carenza è diventata grave. Le aree periferiche siriane offrono un bacino di forza lavoro che può essere incorporata in modo selettivo sotto accordi di autonomia o annessione informale che Israele ha già fatto consentendo a un certo numero di drusi siriani di lavorare nelle Alture del Golan. Quella che sta emergendo è una strategia di annessione economica senza confini formali, integrando in posizione subordinata le zone periferiche della Siria meridionale nell’economia israeliana.

Riguardo allo Yemen, il suo posizionamento a favore di Gaza e la sua dimostrata capacità di intralciare la navigazione nel Mar Rosso lo hanno elevato da un conflitto periferico a una minaccia strategica per Israele, soprattutto da quando il blocco di Ansar Allah [il movimento degli Houti, ndt.] danneggia l’organizzazione del commercio internazionale di Israele e i suoi rapporti di sicurezza con le compagnie assicurative marittime occidentali, le imprese della logistica e gli operatori portuali. I crescenti rapporti dello Yemen con Russia e Cina hanno solo aggravato questa minaccia. È per questo che attaccare lo Yemen non riguarda solo lo Yemen, ma anche la salvaguardia di un ordine marittimo occidentale per la cui sicurezza Israele è uno snodo fondamentale.

È qui che interviene il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, che gli consente di evitare Stati riconosciuti a livello internazionale e lavorare direttamente con entità para-statali. In cambio del suo riconoscimento il Somaliland avrebbe accettato di avere una base militare israeliana sul proprio territorio e di accogliere palestinesi espulsi da Gaza.

Riguardo più in generale al coinvolgimento israeliano diretto in Nord Africa, Israele non ha effettuato operazioni militari dirette in Egitto né ha sostenuto interventi militari in Sudan o in Libia, ma ha perseguito strategie indirette di influenza e raccolta di informazioni, dal mantenimento di contatti con entrambe le parti della guerra civile sudanese a incontri segreti con politici libici prima dell’ottobre 2023.

I costi dell’espansionismo e il potenziale della resistenza

Mentre l’attuale traiettoria israeliana è stata descritta all’interno come un trionfo, la sua prospettiva a lungo termine rimane oscura e costosa. La guerra permanente blocca Israele in una mobilitazione militare permanente, accelera lo sfinimento demografico e morale e accentua l’esposizione a lungo termine a rappresaglie asimmetriche da parte della resistenza palestinese, della Siria, del Libano e di altri.

Ogni mancanza di conseguenze ridefinisce le aspettative da entrambe le parti. All’interno di Israele ciò rafforza la convinzione che la forza non comporti costi significativi. Ciò incentiva in quelli che vengono presi di mira lo sviluppo di strategie a lungo termine di attrito e rappresaglie. Spingersi troppo oltre dal punto di vista territoriale aggrava ulteriormente queste vulnerabilità. I tentativi israeliani di inserirsi in infrastrutture militari all’estero in posti come il Somaliland e lo Yemen del Sud (e di creare basi attraverso alleati regionali come gli EAU) espone il raggio di azione di Israele a linee logistiche estese che sono lontane, insicure e soggette a possibili interruzioni.

Invece di strutture operative israeliane queste modalità si basano su basi di terze parti (principalmente gli Emirati), la cui stabilità dipende da mutevoli dinamiche di potere regionali e da priorità statali al di là del controllo diretto di Israele. Mantenere una presenza effettiva a tale distanza aumenta la probabilità di ulteriori intralci dal punto di vista militare, condizionamenti economici e complicazioni impreviste che potrebbero dimostrarsi difficili da sostenere nel tempo, soprattutto in quanto lo yemenita Ansar Allah minaccia di prendere di mira ogni futura base militare nel Somaliland.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Le esportazioni agricole israeliane rischiano un imminente “collasso” poiché il mondo rifiuta i suoi prodotti a causa del genocidio di Gaza

Jonathan Ofir

19 gennaio 2026 – Mondoweiss

I coltivatori israeliani segnalano che le esportazioni agricole del Paese stanno affrontando un imminente “collasso” dovuto all’opposizione internazionale al genocidio di Gaza. Recenti reportage mostrano l’impatto del boicottaggio contro Israele e perché il “marchio” Israele potrebbe non riprendersi mai più.

Negli ultimi mesi la rete pubblica israeliana ha messo in onda vari reportage sul grave problema in Israele per l’esportazione di frutta, soprattutto sui mercati europei. Trasmessi da Kan 11 [canale pubblico israeliano, ndt.], i servizi indicano quello che gli stessi agricoltori descrivono come un imminente “collasso”, testimoniando involontariamente l’importanza del continuo boicottaggio internazionale contro Israele.

Uno dei reportage della rete pubblica afferma che ora Israele si trova accanto alla Russia nell’ “alleanza dei boicottati”. È difficile identificare un unico soggetto responsabile di questa situazione di isolamento, ma l’Europa ha una parte importante nella vicenda.

“Non vogliono i nostri manghi,” dice a Kan 11 un coltivatore di manghi in uno dei servizi. “In Europa trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Solo allora comprano da noi. Se hanno un’alternativa evitano di farlo.”

Un altro aspetto della faccenda è Ansar Allah dello Yemen, più comunemente noto come “gli Houti”. Il blocco del Mar Rosso a sud — nonostante l’accordo di maggio con gli USA, che non li ha fatti desistere dal minacciare Israele — ha obbligato le compagnie di navigazione a ricorrere a rotte più lunghe e costose. Ciò ha compromesso anche il mercato asiatico.

Ma, nonostante non ci sia un unico fattore evidente, il genocidio israeliano a Gaza rimane chiaramente una causa comune ai vari fattori. Gli israeliani lo negano e contemporaneamente dichiarano il proprio appoggio, come evidenziato lo scorso anno da un ampio sondaggio che ha mostrato che la grande maggioranza di israeliani crede che non ci siano “innocenti a Gaza”.

A causa dell’arroganza nazionale degli israeliani, e della loro sensazione di aver il diritto di commettere un genocidio con il pretesto dell’“autodifesa”, la prima vittima della crisi delle esportazioni è l’ego collettivo israeliano. Nei reportage si vedono agricoltori che piangono e naturalmente la simpatia nazionale va ai coltivatori di agrumi e manghi, anche se uno di loro, un generale in congedo, dice a tutti quanto “ne abbia abbastanza” dei palestinesi.

In altre parole la reazione israeliana contro il boicottaggio globale accentua implicitamente l’odio verso i palestinesi e il disprezzo verso quanti non stanno con Israele.

Ma quello che di fatto subisce dei danni in Israele non è un settore economico piuttosto che un altro, ma il marchio Israele, che potrebbe non riprendersi.

Ironicamente la migliore rappresentazione di questo marchio sono gli “aranci Jaffa”, un marchio che di per sé rappresenta l’espropriazione della cultura palestinese da parte del colonialismo di insediamento israeliano, praticamente sparito dal mercato internazionale.

Prendiamo in considerazione due importanti servizi televisivi, uno sugli agrumi e l’altro sui manghi, che rappresentano due dei principali prodotti agricoli esportati da Israele.

Dove sono le arance?”

Il primo servizio di Kan 11, messo in onda alla fine di novembre 2025 e diffuso con il titolo di “Fine della Stagione delle Arance”, citando una canzone popolare israeliana, si concentra sugli agrumeti del kibbutz Givat Haim Ichud. Per inciso, è il kibbutz in cui sono nato e cresciuto.

Il campo si trova proprio vicino al punto in cui è ancora possibile trovare i cactus del villaggio di Khirbet al-Manshiyya in cui si è consumata la pulizia etnica [a danno dei palestinesi]. Il coltivatore del frutteto del kibbutz, Nitzan Weisberg, spiega che tutti gli agrumeti sono a rischio di essere sradicati per la mancanza di commesse per l’esportazione.

Weisberg ha iniziato a gestire le coltivazioni del kibbutz due anni fa e inizialmente aveva tagliato metà degli alberi di agrumi nel tentativo di rendere di nuovo conveniente il settore.

Ma poi hanno cominciato ad essere cancellati gli ordini dall’Europa e ora non può neppure vendere la produzione della metà rimasta. “Nonostante la sua alta qualità la frutta israeliana è attualmente meno richiesta in Europa,” afferma. “Dall’inizio della guerra (a Gaza) di fatto stiamo producendo in perdita.”

Se le cose peggiorano, dice Weisberg, ciò porterà al “collasso”.

Il giro prosegue appena dall’altra parte della strada, nelle coltivazioni del kibbutz Ein Hahoresh, dove è nato lo storico Benny Morris. Lì Gal Alon, un coltivatore di agrumi di terza generazione, parla di come la sua famiglia abbia deciso di non esportare niente dall’inizio della guerra. Quello dei mercati esteri è “un mondo molto difficile e aggressivo,” sostiene, quindi ha deciso di basarsi solo sul mercato interno.

La troupe televisiva poi si sposta di tre chilometri verso Hibat Zion, un moshav (insediamento agricolo) dove il coltivatore Ronen Alfasi sta contrattando il prezzo dei pompelmi con un mediatore che vuole venderli sui mercati di Gaza. Alfasi dice che i prodotti confezionati saranno troppo cari per loro, benché i suoi magazzini e depositi refrigerati siano pieni. Mostra che i frutti sugli alberi hanno superato il limite delle loro dimensioni e non potranno essere commercializzati come frutta, ancor meno per l’esportazione. Dovranno essere venduti localmente per farne dei succhi.

Il reportage nota anche che solo qualche arancio è coltivato. Ce ne sono alcuni, ma solo per il mercato locale. Il marchio “arancia Jaffa” è storico, ma era stato reso famoso in tutto il mondo dagli agricoltori palestinesi a metà dell’‘800, prendendo il nome dalla città portuale di Jaffa che li esportava, una città che subì una pulizia etnica quasi totale da parte delle milizie sioniste nel 1948. Allora Israele si impossessò del marchio, una parte della stessa appropriazione culturale che considera hummus e falafel come israeliani.

“Prima della guerra esportavamo alcune (arance) in Scandinavia,” dice Daniel Klusky, segretario generale dell’associazione israeliana dei coltivatori di agrumi. “Ma dopo la guerra non ne abbiamo esportato neppure un container.”

Alleanza dei boicottati”

Ronen Alfasi afferma che la maggior parte dei raccolti del suo settore venivano esportati in Paesi asiatici, ma cita il “problema logistico contro gli Houti” come la ragione per la quale “tutte le tratte della logistica sono cambiate.” Si sono cercati percorsi più lunghi e più costosi, dice Alfasi, con container che arrivano con un ritardo da 90 a 100 giorni. “E arrivano con gravi problemi di qualità,” racconta.

L’unico mercato rimasto, afferma Alfasi, è la Russia. Benché come coltivatore di agrumi stia perdendo soldi, sta esportando in Russia solo per coprire le spese di magazzino.

A un certo punto l’intervistatore gli fa una domanda scomoda: “Possiamo dire che la Russia è l’unico mercato che tratta ancora con noi?”

“Trattano ancora con noi,” dice Alfasi, “ma in Europa molto meno… trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Se hanno un’alternativa evitano di comprare da noi.”

“E si dice esplicitamente che è a causa della… situazione nazionale di Israele?” chiede più esplicitamente l’intervistatore.

“Sì,” risponde chiaramente Alfasi.

“Quindi gli europei non ci prendono in considerazione e i mercati asiatici sono bloccati. Almeno i russi comprano ancora qualche prodotto da noi: l’alleanza dei boicottati,” conclude l’intervistatore [Israele è l’unico Paese occidentale che non ha aderito al boicottaggio della Russia, ndt.].

Manghi marciti

Il quadro è simile in un altro reportage di Kan sulla raccolta dei manghi nel nord della fine di agosto 2025. Qui viene presentato un generale a riposo ed ex-portavoce dell’esercito, Moti Almoz, ora coltivatore di manghi. Lo si vede mentre urla ordini ai lavoratori utilizzando un gergo militare.

I frutti sembrano abbastanza buoni, ma la voce narrante descrive la stagione come “una delle più dure vissute dai coltivatori di mango in Israele”. “Si parla di un vero collasso.” Almoz dice che non è a causa della cattiva produzione, questa stagione ha avuto “un raccolto pazzesco”, sostiene, ma piuttosto perché “il 25% è per terra.”

“Perché non li ha raccolti?” chiede l’intervistatore.

“Perché non avrei potuto farci niente. Dopo che i refrigeratori sono pieni e i mercanti hanno preso quello che avevano ordinato… la gente in Israele deve mangiare anche carne, un po’ di pane e formaggio. Non può mangiare solo manghi.”

Il reportage dice che quest’anno molti mercati agricoli si sono chiusi per i produttori di mango e Almoz nota che sta perdendo centinaia di migliaia di shekel, mentre le fattorie più grandi stanno perdendo milioni. Dodi Matalon, un agricoltore delle piantagioni collettive di mango dei kibbutz Moran e Lotem, dice che quest’anno non hanno neppure mandato frutta ai magazzini perché non sarebbe stato conveniente. Invece la gente arriva con la propria auto e compra casse direttamente dal campo. “Spero che ci aiuterà a rimanere almeno a galla,” commenta Matalon. “Ma non ci salverà”.

Su 1.200 tonnellate di frutta 700 rimarranno sugli alberi, cadranno a terra e marciranno. “Una crisi come questa non l’avevamo mai vissuta prima,” spiega Matalon.

Poi arriva l’inquadramento della voce narrante. Come l’altro reportage anche questo fa allusione al genocidio. “Questa crisi è stata creata dalla combinazione di vari fattori arrivati simultaneamente, e in maggioranza sono relativi alla guerra,” afferma il narratore. “Gaza, che detiene il 15% del mercato, è completamente chiusa. Anche i palestinesi della Cisgiordania comprano molto meno. Ma il colpo più duro è arrivato dall’estero: il 30% dei manghi israeliani va all’esportazione, soprattutto in Europa, ma quest’anno i porti hanno iniziato a chiudere.”

“A causa della guerra a Gaza stanno riducendo l’entità degli acquisti da Israele,” dice Almoz. “Non vogliono i nostri manghi.”

Matalon afferma che in Europa ci sono “piccole etichette che indicano da dove arriva il prodotto,” notando che “possiamo vedere che questo ha un effetto.”

Egli crede che il peggioramento dello stato dell’agricoltura da esportazione israeliana richiede un intervento del governo, se la si vuole salvare, oppure, avverte, “ci ritroveremo semplicemente senza esportazioni agricole.”

Andrebbe in rovina piuttosto che vendere ai gazawi

La voce narrante dice che Almoz è un vecchio militante del partito laburista, un “falco della sicurezza” che è diventato ancora più falco dal 7 ottobre. La posizione predominante di questo genere di persone è stata espressa nel marzo 2024 dal capo del movimento dei kibbutz Nir Meir: “Molti degli abitanti dei kibbutz che hanno subito il 7 ottobre non sopportano di sentir parlare arabo e vogliono vedere Gaza cancellata.”

Almoz ripete sentimenti simili, sostenendo che dopo il 7 ottobre “dobbiamo ripensare tutto, tutto. Io ero uno che diceva che più lavoratori (palestinesi) in Israele avrebbero significato meno terrorismo.”

“Ti sbagliavi?” gli chiedono.

“Certo, cosa credi? Ne ho abbastanza di loro,” dice enfaticamente. “Stai parlando con una persona che ne ha abbastanza di loro. Qualunque cosa tu mi possa dire, che potrebbero cambiare… è una favoletta…”

In effetti Almoz dice di non voler vendere a Gaza anche se ciò gli farebbe guadagnare qualcosa: “Se c’è una sola possibilità che io perda soldi perché questo (mango) si potrebbe trasformare in un beneficio per Hamas, allora preferisco perdere soldi.”

Nel reportage Matalon è scoppiato letteralmente a piangere, ma per il momento il senso generale di supponenza in Israele ha impedito a lui e a quelli come lui di riconoscere che il genocidio ha un prezzo. Questi sono i frutti amari del genocidio.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sono tornati in Cisgiordania i coloni che Israele aveva evacuato nel 2005

Majd Jawad

5 gennaio 2026 Mondoweiss

Israele ha iniziato a ricostruire le quattro colonie evacuate nel 2005 dalla Cisgiordania settentrionale. I coloni e l’esercito stanno cercando di espellere i palestinesi che vivono nella zona, rendendo la terra “impossibile da abitare”, affermano gli abitanti.

Muhammad Jaradat non avrebbe mai immaginato che il 2025 sarebbe stato l’ultimo anno in cui avrebbe potuto visitare le colline della Cisgiordania settentrionale con il suo gruppo di escursionisti.

“Tornavamo una o due volte l’anno, colpiti dalla bellezza dei carrubi e delle querce”, ha detto con pacato dolore.

Jaradat, fondatore del gruppo Tijawal wa Tirhal di Jenin, racconta che con i suoi compagni di escursione si erano presi la libertà di esplorare le ondulate pianure e le foreste che punteggiano il paesaggio che si estende intorno a Jenin. “La nostra prima escursione è stata nelle terre di Umm al-Tout quasi 13 anni fa”, ha raccontato a Mondoweiss. “Eravamo soliti esplorare anche le terre di Jenin, Sanur e Raba”.

“Non camminiamo solo per svago”, ha detto Jaradat. “Camminiamo per affermare il nostro diritto su queste colline. Ogni carrubo ha un nome. Ogni collina porta con sé una storia”. Le aree visitate da Jaradat e dal suo gruppo erano occupate illegalmente dalle quattro colonie israeliane di Ganim, Kadim, Homesh e Sa-Nur, prima che Israele le evacuasse unilateralmente nel 2005, in seguito all’approvazione della cosiddetta Legge sul Disimpegno.

Ma le colonie ci sono di nuovo e l’accesso alle terre palestinesi circostanti è stato progressivamente limitato dalle autorità israeliane a partire dal 2023, quando la Knesset israeliana ha avviato il processo di ri-legalizzazione delle colonie attraverso successivi emendamenti alla Legge sul Disimpegno del 2005.

Da allora, il governo israeliano ha legalizzato retroattivamente 19 avamposti di insediamento in ​​Cisgiordania, incluse le quattro colonie evacuate nel nord. Sul piano giuridico Israele ha di fatto annullato la Legge sul Disimpegno avendola revocata del tutto nel luglio 2024. Dopo un anno Israele ha annunciato l’intenzione di costruire 22 nuove colonie a giugno, anche dove un tempo si trovavano Sa-Nur e Homesh.

L’obiettivo di questa mossa fa parte dell’intenzione più ampia complessiva di Israele di annettere ampie zone della Cisgiordania dopo aver costretto i suoi abitanti ad abbandonare le loro terre. Intende farlo rendendo la vita insopportabile ai palestinesi nelle aree destinate alla ri-colonizzazione, finché non se ne andranno “volontariamente”.

Sanur e Homesh: le colline sopra Nablus e Jenin

Il villaggio palestinese di Sanur, situato in cima a Tal al-Tarsala, da tempo ricopre un’importanza strategica per l’esercito israeliano. Situato su un terreno elevato nella Cisgiordania settentrionale, domina le principali strade che collegano Jenin e Nablus. La vicina ex colonia israeliana di Sa-Nur, che ha preso il nome dal villaggio palestinese, in precedenza profittava della presenza di un’importante base militare che controllava ampie zone della regione prima del disimpegno del 2005.

A seguito della recente decisione del governo israeliano di rioccupare l’area, un reparto militare è stato schierato nell’area intorno a Sanur, in preparazione della creazione di una base militare permanente e per facilitare il ritorno delle famiglie dei coloni.

L’operazione fa parte del piano più ampio di trasferire il quartier generale della Brigata Menashe, l’unità militare israeliana responsabile della Cisgiordania settentrionale, dall’interno di Israele al territorio occupato.

Un’altra parte dei preparativi riguarda la costruzione della cosiddetta “Variante di Silat”, una strada finanziata con circa 20 milioni di shekel [circa 5 milioni e mezzo di euro] dal Ministero delle Finanze israeliano sotto la direzione di Bezalel Smotrich del Partito del Sionismo Religioso.

La scorsa settimana Smotrich ha annunciato l’avvio dei piani per la costruzione di 126 nuove unità abitative nell’ambito della rinata colonia di Sa-Nur, descrivendo l’iniziativa come “correzione di un’ingiustizia storica” ​​e “l’attuazione di una visione sionista sul campo”. Ha sottolineato che il ritorno a Sa-Nur non avverrà attraverso slogan, ma attraverso “piani, budget, strade e passi concreti”.

Unaltra colonia destinata a rinascere è Homesh, costruita su terreni appartenenti ai villaggi palestinesi di Burqa, Silat al-Dhahr e Bazariya. Homesh occupa una collina altrettanto strategica tra Jenin e Nablus, e la sua evacuazione nel 2005 è stata fortemente osteggiata dai coloni. Da allora, il sito è rimasto un punto di costante scontro tra palestinesi e coloni, spesso sostenuti dall’esercito.

Ma oggi le schermaglie con i coloni non sono più necessarie perché i palestinesi delle vicinanze si sentano minacciati: il semplice fatto di avvicinarsi ai propri terreni agricoli è spesso sufficiente per provocare l’arrivo dei soldati israeliani.

Negli ultimi anni gli abitanti di Burqa, Silat al-Dhahr e Bazariya hanno documentato decine di episodi in cui contadini e pastori sono stati oggetto di aggressioni verbali e fisiche.

Ahmad Abu Fahd, un contadino di Silat al-Dhahr, afferma che negli ultimi anni l’accesso alla sua terra è stato fortemente limitato. “Ogni mattina ci poniamo la stessa domanda: ci sarà permesso oggi raggiungere la nostra terra o i coloni ci bloccheranno di nuovo?”, dice mentre scruta le colline che dominano i suoi campi. “Da quando [la colonia di] Homesh è tornata, ogni passo verso le nostre terre è diventato un azzardo. A volte arrivano con la protezione dell’esercito. A volte ci inseguono, lanciano pietre e ci costringono ad andarcene a mani vuote”.

Per le comunità che circondano Homesh la minaccia va oltre le ferite fisiche o i danni ai raccolti. L’imprevedibilità stessa – non sapere mai quando la terra sarà accessibile, quando arriveranno i soldati o quando scoppierà la violenza – è diventata uno strumento di dominio.

“Non hanno bisogno di espellerci tutti in una volta”, ha detto a Mondoweiss un abitante che ha preferito rimanere anonimo. “Rendono semplicemente invivibile la terra.”

Kadim e Ganim: il fianco scoperto di Jenin

A metà dicembre gli abitanti di Jenin sono rimasti sorpresi dalle luci intense che brillavano sulle colline di Ganim e Kadim. Non si trattava degli accampamenti temporanei che i coloni avevano occasionalmente eretto in precedenza, ma di celebrazioni organizzate da gruppi di coloni in occasione di festività religiose ebraiche, che chiedevano apertamente una rinnovata presenza ebraica in loco.

La cosa è accaduta solo pochi giorni dopo la decisione di Israele di consentire loro di tornare sul posto, segnando il primo passo verso il ripristino del controllo con due colonie situate a poche centinaia di metri dalle case palestinesi nei quartieri orientali di Jenin.

Nelle ultime settimane l’area di Jenin e altre parti della Cisgiordania settentrionale sono state sottoposte a un’ampia operazione militare israeliana volta a creare una “nuova realtà di sicurezza” nell’area, che avrebbe consentito il ripristino delle colonie già evacuate. La campagna militare ha suscitato la condanna internazionale dopo uno specifico episodio a Jenin in cui soldati israeliani sono stati ripresi dalle telecamere mentre giustiziavano due uomini palestinesi che si erano già arresi all’esercito.

Prima del 2005 le colonie di Ganim e Kadim erano state fondate con uno scopo sia di sicurezza che agricolo e in seguito si sono gradualmente evolute in comunità residenziali permanenti che ospitavano famiglie di coloni religiosi e nazionalisti. L’esercito israeliano forniva protezione e infrastrutture essenziali, strade, elettricità e acqua, contribuendo a consolidare la presenza delle colonie sul territorio.

Prima della decisione di ritirarsi, gli abitanti palestinesi della zona ricordano che l’attività militare su queste colline e nei dintorni precedeva spesso le incursioni a Jenin. Secondo loro le colonie non erano mai semplicemente siti civili, ma luoghi in cui la presenza di soldati spesso segnalava un raid imminente.

Con la chiusura delle strade dirette, in assenza di percorsi alternativi accessibili, spostamenti che un tempo coprivano solo quattro chilometri si sono tramutati in deviazioni di decine di chilometri. Quando le colonie furono evacuate nel 2005, le loro strutture prefabbricate furono smantellate e rimosse, lasciando il terreno bonificato ma ben lungi dall’essere restituito ai proprietari palestinesi.

I tentativi dei coloni di tornare a Ganim, Kadim, Homesh e Sanur hanno perseguito una strategia deliberata e cumulativa. Tutto è iniziato con ripetute incursioni nei siti evacuati, in particolare a Homesh, dove negli ultimi anni i coloni si accampavano per la notte e erigevano tende temporanee sotto la protezione dell’esercito.

I ripetuti tentativi di rioccupare la cima della collina hanno portato nel 2007 alla formazione dei gruppi di coloni “Homesh First”, che periodicamente tornavano sulla cima con l’aiuto di reti di coloni che fornivano cibo, acqua e assistenza logistica, consentendo a un gruppo consistente, sebbene ufficialmente illegale, di radicarsi.

Questa presenza si è poi espansa attraverso la fondazione di istituzioni religiose ed educative, in particolare la yeshiva [scuola religiosa, ndt.] di Homesh. Ciò che era iniziato con le tende si è gradualmente evoluto in roulotte, segnando un chiaro passaggio verso una colonia civile permanente e segnalando la trasformazione di Homesh da sito militare formalmente evacuato a una colonia civile di fatto.

Secondo un rapporto di Yesh Din Volunteers for Human Rights, tra il 2015 e il 2018 la presenza di coloni in zone soggette a restrizioni è stata documentata più di 40 volte, talora in gruppi di decine o centinaia. Le indagini della polizia sulla presenza di coloni su terreni palestinesi privati ​​sono state sistematicamente chiuse, a dimostrazione della tolleranza istituzionale per queste violazioni della legge.

Tra il 2017 e il 2020 Yesh Din ha documentato 21 episodi di violenza scoppiati nel sito di Homesh, contro palestinesi di Burqa, Silat al-Dhahr, al-Funduqomiya e Bazariya.

Sul campo sono state tracciate nuove strade per le colonie e nei quattro siti sono state installate infrastrutture temporanee. Amir Dawud, ricercatore della Commissione per la Resistenza al Muro e alle Colonie dell’Autorità Nazionale Palestinese, spiega che queste strade sono progettate per impedire agli agricoltori l’accesso alle loro terre, interrompere la continuità geografica nel nord e frammentare lo spazio palestinese in preparazione di nuove colonie non solo come enclave civili, ma anche come zone militari.

Resistenza popolare e continui ritorni

Nonostante la dura realtà, i palestinesi continuano ad affermare la loro presenza. Muhammad Jaradat racconta delle iniziative guidate dai giovani per ripiantare gli alberi sradicati dai coloni e organizzare campagne di pulizia nelle aree evacuate prima di nuove chiusure.

“Prima della decisione di ricostituire le colonie usavamo queste terre come spazi condivisi”, ricorda Jaradat. “Le famiglie venivano per i picnic, i bambini giocavano a calcio e la comunità si riuniva per piccoli eventi. Abbiamo anche lavorato per restaurare vecchie case vicino a Ganim e Kadim e organizzato attività culturali e sportive. Era un lavoro silenzioso, ma ogni passo manifestava l’intenzione di confermare la nostra presenza e il nostro legame con la terra nonostante le restrizioni militari”.

A Homesh, il più conteso dei quattro siti, i proprietari terrieri del villaggio palestinese di Burqa hanno presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia israeliana chiedendo il pieno e illimitato accesso ai loro terreni privati ​​nell’ex colonia. I ricorrenti chiedevano non solo il ripristino dei loro diritti di proprietà, ma anche garanzie per la loro sicurezza, avviando una lunga serie di procedimenti legali volti a garantire sia l’accesso ai loro terreni che la protezione da potenziali minacce.

La battaglia legale si è rivelata un successo che esiste però solo sulla carta. L’ordinanza di sequestro è stata revocata e l’area è stata rimossa dall’elenco delle località elencate nei consigli regionali [che gestiscono dal punto di vista amministrativo le colonie, ndt.], ma nella pratica permane la presenza israeliana in una colonia illegale e non autorizzata.

Lo stesso vale per le altre colonie, che creano di fatto una presenza di coloni che colpisce direttamente i proprietari terrieri palestinesi: intorno a Sanur gli agricoltori che tentano di coltivare i loro terreni o raccogliere le olive sono regolarmente soggetti a complessi regimi di permessi e a frequenti dinieghi di accesso.

Secondo Dawud la ricostruzione delle colonie di Homesh, Sa-Nur, Ganim e Kadim è un microcosmo della visione più ampia di Israele per la Cisgiordania.

“Israele cerca di creare cantoni isolati circondati da insediamenti e basi militari”, spiega, aggiungendo che ciò creerebbe una “cintura di sicurezza” che separa la Cisgiordania settentrionale e centrale e mina ogni possibilità di sovranità palestinese.

Tuttavia i contadini continuano a tornare.

“Le foreste di Umm al-Tout e le colline di Tal al-Tarsala continueranno ad assistere a questa lotta tra volontà diverse”, ha detto Jaradat. ” Aspettano il giorno in cui l’escursionismo tornerà senza il timore del proiettile di un cecchino o della pietra di un colono. Allora i carrubi e le querce torneranno ai loro legittimi custodi”.

Majd Jawad è un giornalista e ricercatore di Jenin, Palestina, con un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e una laurea triennale in giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La lobby di Israele si sta indebolendo davanti ai nostri occhi

 Philip Weiss  

2 dicembre 2025 – Mondoweiss

Dopo due anni di genocidio a Gaza il sostegno della comunità ebraica americana a Israele è in evidente crisi. La questione chiave in questa crisi è un soggetto un tempo considerato impossibile da criticare: la lobby israeliana.

Il mese scorso un membro di alto livello dell’organizzazione ebraica J Street [gruppo di pressione liberal statunitense moderatamente critica con Israele, ndtr.], che aveva lavorato per Obama e Harris, ha spiegato che la tradizione del Congresso di sostenere Israele “a qualunque costo” è stata imposta da un’“associazione ben finanziata di …ebrei”.

Un piccolo, organizzato e ben finanziato gruppo di ebrei americani ha posto la questione come dirimente nelle elezioni e la maggior parte dei candidati ha deciso che non valeva la pena di contrastarlo”, ha scritto Ilan Goldenberg. Non molto tempo fa gli attacchi contro la lobby israeliana (compreso il mio) erano considerati teorie cospirative antisemite. Adesso li diffonde un’importante organizzazione ebraica

Questo accade perché lo storico sostegno ad Israele della comunità ebraica americana oggi è in evidente crisi. Eminenti ebrei stanno finalmente attaccando la lobby, una struttura politica creata 60 anni fa da organizzazioni ebraiche di primo piano per garantire che non ci fosse alcuna distanza tra i governi israeliano e USA.

La crisi è stata determinata dalla dirompente vittoria alle elezioni per il sindaco di New York di Zohran Mamdani, che ha infranto una regola della politica americana: non puoi essere antisionista ed essere preso su serio nella politica statunitense.

La lobby israeliana, guidata da Bill Ackman e Mike Bloomberg, ha speso decine di milioni per sconfiggere Mamdani, ma Mamdani ha sconfitto Andrew Cuomo due volte. Dopo le elezioni generali del mese scorso l’establishment ebraico si è espresso con voce timorosa. L’elezione di Mamdani è “deprimente” e “nefasta”, ha affermato la Conferenza dei presidenti [delle associazioni ebraiche USA, ndt.]. “L’ingresso di Zohran Mamdani” a Gracie Mansion [la residenza ufficiale del sindaco di New York, ndtr.] ci ricorda che l’antisemitismo rimane un chiaro e imminente pericolo.”

La ADL [Lega Antidiffamazione, organizzazione ebraica internazionale, ndtr.] ha annunciato un “monitoraggio di Mamdani” in base all’idea che Mamdani favorirà la violenza antisemita – un’accusa basata sulle critiche di Mamdani ad Israele. “Mamdani ha promosso narrazioni antisemite…ed ha mostrato forte animosità nei riguardi dello Stato ebraico in contrasto con le opinioni della schiacciante maggioranza degli ebrei di New York.”

Se la lobby pensava di mettere al tappeto Mamdani, non ci è riuscita. Due settimane dopo l’elezione Mamdani è andato alla Casa Bianca ed ha parlato di “genocidio” israeliano e Trump non ha fatto niente per contraddirlo. Era ora di sentire pronunciare quel termine alla Casa Bianca.

Il coraggio di Mamdani ha dato il via al nuovo discorso critico verso Israele, ma questo è stato permesso da un più vasto movimento sociale. I giovani americani si stanno ribellando contro Israele per le sue politiche antipalestinesi di genocidio e apartheid.

Il mese scorso Rahm Emanuel [politico e ambasciatore statunitense, membro del partito democratico, ndtr.] ha portato la triste notizia alla più grande organizzazione ebraica, la Jewish Federations. Sottolineando che Obama visitò Israele prima di lanciare la sua campagna presidenziale nel 2007, Emanuel, che sta per candidarsi alla presidenza, ha detto che nel 2028 nessun candidato democratico oserà seguire il copione tradizionale. 

Nessuno sta lasciando l’America per andare a Gerusalemme. Questa è la politica.”

E non si parla solo di democratici. Emanuel ha detto che tutti i giovani, di sinistra e di destra, si stanno scagliando contro Israele.

Guardate in che posizione si trova Israele in America tra i giovani sotto i 30 anni”, ha detto. “Dimenticate il partito. Oggi è un rischio politico prendere una posizione filoisraeliana. Israele è estremamente impopolare – voglio far comprendere questo aspetto a tutti quelli tra noi che sostengono uno Stato ebraico – oggi per la generazione sotto i 30 anni gli ultimi due anni saranno decisivi come lo è stata la guerra dei 6 giorni per la generazione precedente. Ma dobbiamo essere onesti sul compito che abbiamo di fronte.”

La lobby israeliana si sta squagliando davanti ai nostri occhi. Durante la stessa conferenza Eric Fingerhut, un ex membro del Congresso a capo delle Federations, ha detto che la brutta immagine di Israele è il risultato di una cospirazione internazionale:

Abbiamo riscontrato un attacco pianificato e coordinato contro i sostenitori di Israele in Nordamerica e contro la comunità ebraica che appoggia Israele, alimentato da miliardi di dollari in fondi neri…provenienti da Iran, Qatar, Cina e Russia ed altri. Diffuso dai più avanzati strumenti di comunicazione mai inventati…”

La conferenza era finalizzata a ripristinare la buona posizione di Israele nel discorso americano – “un’importante riabilitazione a lungo termine della narrazione di ciò che significa Israele.”

Ma ha clamorosamente fallito. La copertura dell’evento si è incentrata su un altro disastro: la scrittrice Sarah Hurwitz, ex autrice di discorsi di Obama, ha lamentato che parlare ai giovani di Israele significa finire contro “un muro di bambini morti.”

I bambini morti stanno tormentando anche gli ebrei americani, ha detto Hurwitz:

C’è tiktok che martella il cervello dei giovani tutto il giorno con video della carneficina a Gaza. Ecco perché così tanti di noi non possono avere una conversazione sana con gli ebrei più giovani, perché qualunque cosa cerchiamo di dire loro, la ascoltano attraverso questo muro di carneficina. Io voglio fornire dati, informazioni, fatti. Loro li ascoltano attraverso questo muro di carneficina.”

Hurwitz ha affermato che l’educazione sull’olocausto ha fallito con i giovani ebrei. Questo li ha portati a vedere gli israeliani pesantemente armati come nazisti, e i loro bersagli, gli scheletrici palestinesi, come oggetti di simpatia.

Hurwitz è stata ferocemente attaccata sui social media per questi commenti. Ma è un’eroina per la comunità ebraica ufficiale, per la sua affermazione che coloro che negano il diritto degli ebrei ad uno Stato ebraico sono antisemiti.

La sovranità ebraica in Medio Oriente è insita nella religione ebraica, dice Hurwitz, e la forza militare di Israele è la risposta necessaria ad una storia di odio verso gli ebrei antica di 2000 anni. Negando queste verità gli antisionisti dimostrano di odiare gli ebrei.

Queste idee sono sbagliate e pericolose. Il motivo per cui i giovani americani odiano Israele è che ha ucciso indiscriminatamente i civili palestinesi e ha distrutto i loro mezzi di sopravvivenza per due anni a Gaza, con l’avallo del governo americano e della lobby israeliana.

La signora Rachel, famosa sui media per bambini, ha dato voce alla situazione morale di Gaza a novembre quando ha accolto a New York una ragazza traumatizzata di nome Qamar:

Mi dispiace tanto per Qamar perché il mondo è rimasto fermo quando il suo campo è stato bombardato, le sono state negate cure mediche per 20 giorni ed hanno dovuto amputarle una gamba e lei viveva in una tenda lacera, allagata e fredda.”

Non c’è da meravigliarsi che Rachel sia diventata una leader nell’ambito della solidarietà per la Palestina negli Stati Uniti, per la sua chiarezza, semplicità e senso di responsabilità.

I principali media stanno ora facendo il possibile per negare questo movimento. Negano che le posizioni riguardo alla Palestina abbiano avuto un ruolo nella sconfitta di Kamala Harris nel 2024. Negano che abbiano costituito un fattore importante nella vittoria di Mamdani a New York.

Anche quando neo candidati che si battono contro Israele stanno crescendo nelle primarie dei democratici in tutto il Paese.

Questo sconvolgimento politico adesso è una crisi per gli ebrei, come è giusto che sia. La comunità ebraica si sta dividendo riguardo al suo sostegno ufficiale al genocidio.

Gli ebrei che denunciano le azioni di Israele sono stati cruciali per la coalizione di Mamdani. Alcuni erano sionisti progressisti. Ma anche il sionismo liberal è a sua volta in confusione, abbandonando vecchi dogmi – come ‘il BDS è antisemita’ – per allinearsi ai giovani ebrei.

Mentre Sarah Hurwitz, Eric Fingerhut e Joanathan Greenblatt stanno portando l’establishment ebraico in una situazione marginale. L’argomentazione decisiva di Hurwitz è l’eccezionalismo: gli ebrei hanno un ruolo speciale da ricoprire nel mondo, ecco perché la gente ci odia.

Si inserisce in una lunga tradizione: la lobby ha propinato una bugia dopo l’altra nel nostro discorso politico. I rifugiati non hanno il diritto di tornare alle loro case. Insediare 700.000 coloni nei territori occupati è buona cosa. Non esiste apartheid. Non esiste genocidio.

Le guerre di Israele contro i suoi vicini sono nell’interesse degli USA.

Queste bugie ora non funzionano più. Qualunque ideale il sionismo abbia sposato alle sue origini come movimento di liberazione europeo, esso si è coagulato in fanatismo a fronte della resistenza palestinese. La comunità ebraica ufficiale ha incentivato quel fanatismo.

Le bugie della lobby israeliana un tempo erano un argomento tabù in America. Oggi la sua crisi porta questo discorso nelle pubbliche piazze.

Philip Weiss

Philip Weiss è fondatore e caporedattore di Mondoweiss.

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’ONU sposa il colonialismo: analisi del mandato del Consiglio di Sicurezza a favore dell’amministrazione coloniale statunitense di Gaza

Craig Mokhiber

19 novembre 2025 – Mondoweiss

Il sostegno del Consiglio di Sicurezza al piano di Trump per Gaza ignora il diritto internazionale, punisce i palestinesi e premia i responsabili del genocidio.

A più di due anni dall’inizio del genocidio in Palestina il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è finalmente intervenuto. Ma anziché agire per far rispettare il diritto internazionale, proteggere le vittime e chiamare i colpevoli a rispondere delle loro azioni ha adottato una risoluzione che viola apertamente le disposizioni fondamentali del diritto internazionale, priva di potere e penalizza ulteriormente le vittime mentre premia e rafforza i responsabili.

La cosa più inquietante è che cede il controllo di Gaza e dei sopravvissuti al genocidio agli Stati Uniti, complici diretti del genocidio, e prevede la partecipazione del regime israeliano al processo decisionale. Secondo il piano ai palestinesi non deve essere concessa alcuna partecipazione alle decisioni riguardanti i loro diritti, il loro governo e le loro vite.

Adottando questa risoluzione il Consiglio, di fatto, è diventato un ingranaggio dell’oppressione statunitense, uno strumento per la continua occupazione illegale della Palestina e un complice del genocidio israeliano.

Da quando l’ONU ha diviso la Palestina nel 1947 contro la volontà della popolazione indigena, preparando il terreno per 80 anni di Nakba, l’ONU non ha mai agito in modo altrettanto sfacciatamente coloniale (e oltre la sua autorità giuridica), calpestando così sconsideratamente i diritti di un popolo.

Una risoluzione infernale

Lunedì 17 novembre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato una proposta statunitense rivolta a cedere il controllo di Gaza a un organismo coloniale guidato dagli Stati Uniti chiamato “Consiglio della Pace”, schierando al contempo una forza di occupazione per procura, anch’essa diretta dagli Stati Uniti, chiamata “Forza Internazionale di Stabilizzazione”. Entrambe le istituzioni risponderanno, in ultima analisi, a Donald Trump in persona e opereranno di concerto con il regime israeliano.

In quello che sarà a lungo ricordato come un giorno di vergogna per le Nazioni Unite, mentre sia la Russia che la Cina si sono astenute, non esercitando il loro diritto di veto, e nessun membro del Consiglio di Sicurezza ha avuto il coraggio, la sensibilità etica o un sentimento di rispetto del diritto internazionale per votare contro quello che può essere visto solo come un oltraggio coloniale statunitense, la ratifica di un genocidio e una flagrante abdicazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite.

La risoluzione respinge implicitamente una serie di recenti sentenze della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), nega apertamente il diritto palestinese all’autodeterminazione e rafforza l’impunità del regime israeliano, nonostante il genocidio continui.

Nonostante la sentenza della CIG secondo cui il popolo palestinese ha diritto all’autodeterminazione sulla propria terra, la risoluzione lo priva immediatamente di quel diritto, autorizzando forze straniere ostili a governarlo.

Malgrado la Corte abbia stabilito che Gaza (così come la Cisgiordania e Gerusalemme Est) è occupata illegalmente e che l’occupazione deve cessare rapidamente e completamente, la risoluzione estende l’occupazione israeliana, approva la presenza indefinita delle truppe del regime israeliano e vi sovrappone una seconda occupazione guidata dagli Stati Uniti.

E per quanto la Corte abbia inoltre stabilito che i palestinesi non devono negoziare i propri diritti con i loro oppressori e che nessun accordo o processo politico può prevalere su tali diritti, la risoluzione li annulla e li affida alla discrezione degli Stati Uniti, dei suoi partner israeliani e di altri Paesi.

Anche nel mezzo di un genocidio in corso perpetrato da un regime di apartheid nella risoluzione non si fa alcun riferimento ai crimini di genocidio, apartheid o colonizzazione, alle migliaia di palestinesi ancora detenuti nei campi di tortura e di sterminio israeliani, né ai principi di attribuzione della responsabilità agli autori dei crimini o di risarcimento per le vittime.

Israele non è nemmeno tenuto a rispettare i propri obblighi legali di risarcimento e riparazione poiché tale responsabilità è invece affidata a donatori e istituzioni finanziarie internazionali, in quello che equivale a un salvataggio multimiliardario del regime israeliano. In sintesi, la risoluzione garantisce la piena impunità del regime israeliano, oltre a promuovere la sua normalizzazione.

Un’amministrazione coloniale

La risoluzione accoglie, approva e allega persino l’ampiamente screditato piano Trump (versione del 29 settembre) e, pur non citando per intero le disposizioni problematiche, invita tutte le parti ad attuarlo nella sua interezza.

Conferisce al Consiglio per la Pace presieduto da Trump il potere di fungere da amministrazione di transizione per il governo di tutto il territorio della Striscia, di controllare tutti i servizi e gli aiuti, il movimento delle persone in entrata e in uscita e l’assetto, i finanziamenti e la ricostruzione di Gaza, includendo l’autorizzazione, formulata in modo pericolosamente ampio, di “qualsiasi altro compito che possa essere richiesto”. E assegna al consiglio di amministrazione di Trump l’autorità immediata di istituire “entità operative” e “autorità commerciali” non definite, a sua discrezione.

La risoluzione prevede addirittura la creazione di un organo collaborazionista composto da tecnocrati palestinesi che riceveranno ordini e riferiranno al Consiglio di Pace di Trump sulla loro stessa terra. In palese violazione del diritto internazionale la risoluzione rifiuta il controllo palestinese sul proprio territorio a Gaza finché Trump e i suoi collaboratori non decideranno che l’Autorità Nazionale Palestinese abbia soddisfatto i requisiti di riforma stabiliti dallo stesso Trump e dall’altrettanto odiosa “Proposta Franco-Saudita”. E non contiene alcuna promessa di indipendenza o sovranità palestinese.

Invece, in aperta contraddizione con le conclusioni della Corte Internazionale di Giustizia, fa arretrare la causa della libertà e dell’autodeterminazione palestinese lungo una linea vaga, iper-condizionata e non impegnativa che afferma che DOPO che gli organi guidati da Trump avranno deciso che i palestinesi avranno soddisfatto criteri NON DEFINITI di “riforma e sviluppo”, “POTREBBERO finalmente presentarsi le condizioni per un PERCORSO credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”.

E ogni briciolo di speranza di progresso rimasto in quelle condizioni viene infine infranto dal colpo di grazia contenuto nella clausola che stabilisce che qualsiasi processo volto a raggiungere tali obiettivi deve essere controllato dagli stessi Stati Uniti. In altre parole il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha concesso un veto sull’autodeterminazione palestinese agli Stati Uniti, principale sponsor del regime israeliano e complice diretto del genocidio.

La risoluzione non offre nemmeno la speranza che la sistematica deprivazione del popolo palestinese a Gaza possa finire. Mentre la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato che le restrizioni agli aiuti devono cessare, la risoluzione si limita a “sottolineare l’importanza” degli aiuti umanitari. Non ne richiede il flusso e la distribuzione senza restrizioni.

Una forza di occupazione per procura

La risoluzione istituisce anche una forza di occupazione armata per procura, denominata “Forza Internazionale di Stabilizzazione”, che opererà sotto la guida del Consiglio per la Pace presieduto da Trump. Questa forza dovrà avere un comando approvato dal Consiglio di Trump e opererà esplicitamente in collaborazione con Israele, autore del genocidio (così come con l’Egitto).

I suoi membri devono essere scelti in collaborazione con” il regime israeliano con il quale devono cooperare per il controllo dei sopravvissuti palestinesi a Gaza.

Avrà il compito di proteggere i confini (ovvero, di tenere i palestinesi in trappola), di stabilizzare il contesto di sicurezza di Gaza (ovvero, di reprimere qualsiasi resistenza all’occupazione, all’apartheid o al genocidio), di smilitarizzare Gaza (ma non il regime israeliano), di distruggere le capacità di difesa militare di Gaza (ma non quelle di Israele), di dismettere le armi della resistenza palestinese (ma non quelle del regime israeliano), di addestrare la polizia palestinese (al fine di controllare il popolo palestinese all’interno di Gaza) e di lavorare per gli obiettivi (nefasti) del “Piano Globale (di Trump)”.

La forza ha anche il compito di “proteggere i civili” e di fornire aiuti umanitari nella misura in cui gli Stati Uniti lo consentano (o siano propensi) a farlo. Ma dovrebbe ormai essere evidente che una forza del genere, che deve collaborare con Israele, non farebbe nulla per opporsi all’aggressione israeliana e agli attacchi contro i civili.

Inoltre essa ha il compito di “monitorare il cessate il fuoco”, un cessate il fuoco garantito dagli Stati Uniti, che ha consentito continui attacchi israeliani a Gaza ogni giorno da quando è stato dichiarato (con l’uccisione di centinaia di persone e massicce distruzioni alle infrastrutture civili), ma che non tollera alcuna ritorsione da parte della resistenza palestinese. È lecito supporre che qualsiasi monitoraggio del cessate il fuoco da parte di una tale forza sarà concentrato principalmente sulla parte palestinese, non sul regime israeliano in quanto potenza occupante.

In altre parole, la missione di questa forza di occupazione per procura è controllare, contenere e disarmare la popolazione vittima del genocidio, non il regime che lo perpetra, e garantire la sicurezza non per le vittime del genocidio, ma per i suoi autori.

Attraverso un’ulteriore inaudita violazione del diritto internazionale la risoluzione autorizza le forze del regime israeliano a continuare a occupare (illegalmente) Gaza finché il Consiglio di Pace guidato dagli Stati Uniti e le forze del regime israeliano non decidano insieme diversamente. E, in ogni caso, la risoluzione prevede che le Forze di Difesa Israeliane possano rimanere a Gaza per occupare un “perimetro di sicurezza” a tempo indeterminato.

Infine, sia il Consiglio coloniale per la Pace che la sua “forza di stabilizzazione” occupante per procura hanno un mandato di due anni con un’eventuale proroga in concerto con Israele (e l’Egitto), ma non con la Palestina.

La follia dei colonizzatori

Inutile dire che questa risoluzione è stata respinta dalla società civile palestinese, da quasi tutte le parti politiche e della resistenza palestinesi, dai difensori dei diritti umani e dagli esperti di diritto internazionale di tutto il mondo.

In base al diritto internazionale l’occupazione della Palestina è illegale, il popolo palestinese ha diritto all’autodeterminazione e ha il diritto di resistere all’occupazione straniera, alla dominazione coloniale e a regimi razzisti come quello israeliano. Questa risoluzione non solo tende a negare questi diritti, ma arriva persino a rafforzare la presenza illegale di Israele e ad autorizzare i suoi stessi meccanismi di occupazione straniera e di dominazione coloniale.

Inoltre il Consiglio di Sicurezza trae tutti i suoi poteri dalla Carta delle Nazioni Unite. Tale Carta, in quanto trattato, è parte del diritto internazionale, non al di sopra di esso. In quanto tale, il Consiglio è vincolato dalle regole del diritto internazionale, comprese soprattutto le norme supreme del cosiddetto jus cogens e dell’erga omnes, come l’autodeterminazione e l’inammissibilità dell’acquisizione di territorio con la forza. Il suo palese disprezzo per le conclusioni della Corte Internazionale di Giustizia su queste questioni rivela quanto molti dei termini di questa risoluzione siano di fatto illegittimi e ultra vires (oltre l’autorità del Consiglio).

In quanto tali, le conseguenze di questa azione canaglia del Consiglio di Sicurezza dell’ONU avranno implicazioni che vanno ben oltre la Palestina. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, se non vincolato dal diritto internazionale, diventa un pericoloso strumento di repressione e ingiustizia. Questo è esattamente ciò a cui abbiamo assistito in questo caso, poiché il Consiglio ha ignorato il diritto internazionale e di fatto ha consegnato i sopravvissuti di Gaza ai complici diretti del genocidio.

E i sostenitori del Consiglio saranno ben consapevoli che il veto è stato ripetutamente utilizzato in seno al Consiglio per negare i diritti dei palestinesi. In questo caso, quando avrebbe potuto essere utilizzato per proteggere i diritti dei palestinesi, il veto è sparito nel nulla. Nel giro di un minuto di votazione il Consiglio di Sicurezza ha perso ogni legittimità.

Una via da seguire

Il tentativo degli Stati Uniti di imporre una forma di colonialismo ottocentesco al popolo palestinese di Gaza, da tempo sofferente, come il precedente progetto coloniale franco-saudita, è destinato al fallimento. Tali progetti sono fondamentalmente marci fin dalla nascita, poiché cercano di imporre risultati privi di legalità (secondo il diritto internazionale), privi di legittimità (per l’esclusione della rappresentanza palestinese) e senza alcuna concreta speranza di successo (dato il loro rifiuto pressoché universale sia in Palestina che nel mondo).

Gli Stati Uniti potrebbero essere in grado di minacciare e corrompere un numero sufficiente di Stati per ottenere il sostegno in un voto all’ONU, ma assicurarsi truppe e altro personale sufficienti per attuare la risoluzione sul campo, contro la volontà della popolazione indigena, potrebbe essere un’altra faccenda. E mantenere il sostegno mentre il piano (inevitabilmente) inizierà a sgretolarsi sarà ancora più difficile.

Nel frattempo, per coloro che si impegnano per la giustizia, i diritti umani e lo stato di diritto, il compito è chiaro. Questo piano deve essere contrastato in ogni capitale e in ogni momento. I governi devono essere spinti a porre fine alla loro complicità negli abusi israeliani, negli eccessi degli Stati Uniti e in questo atroce schema coloniale. Il regime israeliano deve essere isolato. Gli sforzi per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni devono essere raddoppiati. Deve essere imposto un embargo militare, sui carburanti e sulla tecnologia. I responsabili israeliani devono essere processati in ogni tribunale disponibile. E le strade devono riecheggiare della voce giusta di milioni di persone che chiedono a gran voce la libertà palestinese attraverso manifestazioni, scioperi, disobbedienza civile e azioni dirette.

E quando questo castello di carte coloniale crollerà un’altra soluzione più giusta sarà pronta a prendere il suo posto. Se la maggioranza globale si alzerà in piedi davanti all’imperatore e affermerà il proprio potere collettivo, agendo nell’ambito del meccanismo Uniting For Peace” dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite [la risoluzione 377 A dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite prevede che se il Consiglio di sicurezza non agisce come richiesto per mantenere la sicurezza e la pace internazionale, l’Assemblea generale può emettere raccomandazioni per misure collettive, incluso l’uso della forza armata quando necessario, ndt.] per aggirare il veto degli Stati Uniti, adottando misure per garantire l’accertamento giuridico delle responsabilità, isolare e punire il regime israeliano e fornire una protezione reale alla Palestina, allora l’ONU potrà continuare a lottare. In caso contrario, quasi certamente appassirà e morirà, vittima di ferite autoinflitte, nessuna delle quali più profonda della vergognosa risoluzione del 17 novembre 2025.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)