“Non potevo star a guardare i miei figli piangere dalla fame”: per sopravvivere al genocidio alcuni gazawi hanno creato una “economia dello sfollamento”

Tareq S. Hajjaj

17 agosto 2026  Mondoweiss

Nei campi degli sfollati di Gaza i sopravvissuti hanno dato vita a nuove attività economiche: la proprietaria di una palestra adesso forgia pesi usando lattine vuote, il proprietario di un supermercato è diventato panettiere, una casalinga fa l’ambulante — dalla distruzione del genocidio hanno ricostruito attività per sopravvivere.

Iman Mughira ha speso mesi e 250.000 dollari per aprire, con vari soci, una palestra a Rafah prima che Israele la distruggesse durante il genocidio. Sfollata ad al-Mawasi, nella zona occidentale di Khan Younis a sud di Gaza, ha monitorato le immagini da satellite della sua città finché è stata certa che la palestra non c’era più.

Quando ho capito che era stata distrutta mi sono sentita come se anche il mio futuro fosse stato distrutto,” ha detto a Mondoweiss Mughira, 33 anni.

Mughira è una delle migliaia di gazawi che ha perso la propria fonte di reddito in quello che un rapporto dell’organizzazione ONU Commercio e Sviluppo (UNCTAD) ha definito “la più grave crisi economica mai registrata” a Gaza, cancellando 22 anni di progresso e sviluppo in meno di due anni. ”Tagliati fuori da quello che avevano costruito prima del genocidio, molti palestinesi sfollati nella Striscia hanno improvvisato nuove attività e aziende partendo da quello che si sono lasciati alle spalle, cercando di continuare quello che avevano un tempo costruito in modi completamente diversi.”

Quando ho dovuto andarmene ho lasciato dietro di me i sogni della mia vita, qualcosa che avevo impiegato anni a costruire e sono arrivata ad al-Mawas dove non ci sono né sicurezza né stabilità,” ha continuato. Mughira ci ha detto che, dopo la fuga, la sua massima preoccupazione era cosa sarebbe stato della sua attività. Avendo seguito le notizie sulla sua città dalle immagini satellitari, cercando di capire cosa fosse successo, un giorno ha ricevuto conferma che era stata completamente spazzata via dall’esercito israeliano, proprio come quasi tutto il resto di Rafah.

Dopo lo shock iniziale della perdita della sua impresa, Mughira ha cominciato a cercare un modo per venir fuori dalla sofferenza che l’aveva sommersa. Ha notato quello che si stava ammonticchiando intorno ad ogni tenda del campo: le latte vuote degli aiuti alimentari dell’olio per cucinare.

Questi materiali sono disponibili in ogni tenda perché tutti li ricevono e poi buttano le lattine vuote nell’immondizia,” ci ha detto Mughira. “Così mi è venuta l’idea di riusarle per qualcosa di nuovo e positivo per gli sfollati. Le abbiamo riempite di sabbia e usando come sbarre dei bastoni di legno usati abbiamo improvvisato dei pesi,” ha spiegato.

Mughira ha cominciato a condividere la sua esperienza sui social media, ricevendo messaggi da donne nei campi che dicevano di essersi ritagliate un’ora al giorno per sé stesse per fare un po’ di esercizio e muoversi di nuovo senza dover andare da qualche parte e spendere dei soldi che non avevano.

Altre donne le hanno detto che gli esercizi le avevano aiutate a ritornare in forma recuperando flessibilità, affrontando con maggiore facilità gli sforzi fisici richiesti dallo sfollamento come portare l’acqua, trasportare le cose a mano, dormire sulla sabbia e fare il bucato.

Alla fine le donne hanno cominciato ad andare personalmente nella sua tenda per fare ginnastica con lei. Mughira dice che ha scoperto che molte di loro erano affette da malattie o avevano dei problemi fisici, come dolori muscolari, causati dal dormire sulla sabbia dentro le tende e dai doveri a cui dovevano adempiere come lavare i panni a mano e portare e pulire le loro cose.

“Non avevo scelta”

Ayman Abu Muhareb, 44 anni, passa le sue giornate davanti al forno che la sua famiglia ha costruito con fango e paglia davanti al campo per sfollati di Deir al-Balah, nella parte centrale di Gaza, cuocendo pane per pochi soldi per sostenere la propria famiglia di otto persone, fra cui una figlia con una malformazione cardiaca. 

I medici mi hanno ripetutamente messo in guardia dallo stare lunghe ore davanti al fumo proveniente dal forno dove brucio legna, plastica e stoffa,” Abu Muhareb ha detto a Mondoweiss. “Ho cominciato questo lavoro un anno fa e da allora la mia salute e le mie condizioni fisiche sono visibilmente peggiorate. Ma non ho scelta. Devo lavorare per portare a casa da mangiare per la mia famiglia e per curare la mia figlia malata.”

Prima della guerra Abu Muhareb possedeva un supermercato e viveva con i suoi in relativa stabilità. Da allora il supermercato è stato bombardato e quello che restava è stato razziato. La sua fonte di reddito è andata distrutta costringendolo a trovarsi un altro lavoro per sfamare la famiglia.

 Non mi sarei mai aspettato che un giorno avrei fatto il panettiere per le famiglie sfollate,” ha detto. “Ma le circostanze mi hanno costretto, proprio come hanno costretto molte persone a fare lavori per cui non sono adatte solo per soddisfare le necessità quotidiane.”

Ma nonostante lavori ore e ore, ignorando i consigli dei medici, dice che con questo lavoro ci sono ancora giorni in cui non riesce a procurarsi tutto quello di cui la sua famiglia avrebbe bisogno. 

Muhareb non è la sola persona che è stata costretta ad una professione che non ha scelto. In tutta Gaza donne che prima non erano mai state l’unica fonte di reddito della famiglia improvvisamente sono state costrette a cercarsi un lavoro per provvedere alle proprie famiglie, particolarmente quando il marito o il padre sono stati feriti o uccisi. 

Zeinab al-Najjar, 50 anni, ha otto figli. Suo marito è stato ferito durante la guerra ed è ridotto alla sedia a rotelle, lasciandole il compito di sostenere la grande famiglia con ogni mezzo possibile.

Dopo essere sfollati sulla spiaggia di Deir al-Balah, al-Najjar si è trovata costretta a fronteggiare grandi responsabilità. Ha cominciato andando di tenda in tenda vendendo i lupini che si sgranocchiano comunemente a Gaza.

Una volta era una madre che cucinava per i propri figli e se ne prendeva cura mentre il marito lavorava. Adesso i ruoli si sono ribaltati e lei è l’unica responsabile di mettere in cibo in tavola per l’intera famiglia.

Lo sfollamento ha costretto la gente a cambiare attività e modo di vivere,” ha spiegato al-Najjar. Io comincio nel pomeriggio quando il calore del sole è meno intenso,” ha continuato. “Lavoro per ore e qualche volta ritorno alla mia tenda dopo mezzanotte quando so di aver guadagnato abbastanza per prendermi cura della mia famiglia.”

Non potevo star seduta a guardare i miei figli, specie i più piccoli, piangere per la fame. So che questo lavoro forse non è adatto a me, ma non ho altra scelta. Non cerco grandi guadagni o ricchezza, tutto quello che voglio è dar da mangiare ai miei figli, niente di più. Ecco cosa lo sfollamento ha costretto a fare, giorno dopo giorno,” ha concluso.

S.Hajjaj
Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro del Sindacato degli scrittori palestinesi. Seguilo su Twitter/X at @Tareqshajjaj.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Cosa significa la campagna israeliana di distruzione dei campi profughi palestinesi in Cisgiordania

Qassam Muaddi  

11 agosto 2026  Mondoweiss

Israele ha giurato di occupare un altro campo profughi in Cisgiordania, come ha già fatto a Jenin e Tulkarem. Un nuovo raid nel campo profughi di Qalandia dimostra chiaramente che la campagna israeliana mira a porre fine non solo alla resistenza palestinese, ma anche a ciò che questi campi rappresentano

I campi profughi palestinesi in Cisgiordania sono nuovamente in cima alle notizie dopo che l’esercito israeliano ha lanciato un nuovo, prolungato raid nel campo profughi di Qalandia, che si trova a nord di Gerusalemme e appena fuori Ramallah. Nella tarda notte di martedì le forze israeliane sono entrate nel campo di Qalandia dopo averlo completamente chiuso e hanno proceduto ad arrestare dozzine di palestinesi e a condurre interrogatori sul campo, distribuendo volantini che minacciavano di arrestare i palestinesi che avessero intrapreso qualsiasi azione contro le forze israeliane.

In una precedente incursione a Qalandia lo scorso maggio i soldati israeliani avevano detto agli abitanti di “fare le valigie e andare in un paese europeo” e avevano ripetutamente evocato il nome di “Jenin” mentre si muovevano attraverso il campo. Gli abitanti hanno interpretato il riferimento a Jenin come una minaccia diretta, visto l’annientamento del campo profughi di Jenin nel nord della Cisgiordania.

L’attuale raid a Qalandia è avvenuto pochi giorni dopo che il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva annunciato di aver dato istruzioni all’esercito di occupare “un altro” campo profughi in Cisgiordania, replicando l’occupazione israeliana di tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale all’inizio del 2025. All’epoca l’esercito israeliano sfollò l’intera popolazione dei campi profughi di Tulkarem e Nur Shams a Tulkarem, e del campo profughi di Jenin per un totale di almeno 40.000 persone. A queste persone non fu mai permesso di tornare alle proprie case e rimangono tuttora sfollate, e molti di loro continuano a vivere in una situazione di grave crisi umanitaria.

Durante la distruzione dei campi le forze israeliane rasero al suolo ampie porzioni delle case degli abitanti aprendo larghe strade sterrate nel cuore degli insediamenti per creare, a loro dire, “vie sicure” per le operazioni militari. In realtà non si tratta solo di un tentativo da parte di Israele di “riprogettare” l’architettura dei campi, ma di eliminarli completamente come tali, trasformandoli in estensioni urbane delle città vicine e cancellando ciò che rappresentano.

Dal 2021 i campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati centri nevralgici di gruppi di resistenza armata locali, e la dura repressione israeliana contro questi gruppi ha portato ad uno spopolamento su vasta scala.

L’attacco a questi campi profughi ha però implicazioni che vanno oltre la semplice repressione dei gruppi di resistenza palestinesi. La popolazione che è stata sfollata era già rifugiata da settant’anni e i campi svolgevano un ruolo fondamentale nella storia della lotta palestinese, rivestendo un forte valore simbolico per i palestinesi e per Israele. È proprio questo aspetto che rende i campi profughi un bersaglio costante in tutta la Cisgiordania.

Decenni di resistenza

Tutti i 19 campi profughi palestinesi in Cisgiordania furono creati tra il 1948 e il 1950 per ospitare i palestinesi che erano stati sfollati con la forza dalle loro case durante la Nakba in quello che sarebbe diventato Israele. L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) affittò appezzamenti di terreno per la costruzione dei campi con contratti di 90 anni, diventando così il detentore legale dei diritti immobiliari sui campi, che non furono mai ampliati. Per le masse di rifugiati che avevano perso tutto, questi campi divennero l’unica opzione abitativa in condizioni di vita precarie, povertà e sovraffollamento, a cui si aggiungeva lo stigma sociale dell’espropriazione.

Almeno dal 2017 i funzionari israeliani hanno spinto per la chiusura dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile dei campi profughi palestinesi. Benjamin Netanyahu ha affermato che l’UNRWA perpetua il problema dei rifugiati palestinesi prolungando il conflitto. Nel gennaio 2025, mentre Israele preparava l’invasione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, il governo ordinò all’agenzia delle Nazioni Unite di lasciare la propria sede a Gerusalemme dopo averle vietato per legge l’ingresso nel paese.

Alla fine degli anni ’50 iniziarono a emergere in tutto il Medio Oriente nei primi campi profughi i primi gruppi di resistenza palestinese. Dopo l’occupazione israeliana del 1967 iniziò a prendere forma in Cisgiordania la resistenza armata palestinese, concentrandosi nei campi profughi.

A metà degli anni ’70 il campo di Jenin vide l’emergere di uno dei gruppi più importanti in Cisgiordania: le “Pantere Nere” legate a Fatah, un gruppo paramilitare che si affermò durante la Prima Intifada del 1987. Fu nel campo profughi di Balata, alla periferia di Nablus, che la prima scintilla dell’Intifada si diffuse dal campo profughi di Jabalia in Gaza alla Cisgiordania.

Circa un decennio dopo, nei primi anni 2000 la Seconda Intifada vide i campi profughi diventare una roccaforte per le ali armate delle fazioni palestinesi, in particolare i campi di Balata e al-Ain a Nablus, il campo di Tulkarem e il campo di Jenin. Nel 2002 quest’ultimo fu bersaglio di un assedio e di una campagna di bombardamenti israeliani durata 10 giorni. Uno degli ultimi raid israeliani contro un campo palestinese durante la Seconda Intifada fu quello contro al-Ain nel 2008, per reprimere i combattenti palestinesi anche molto tempo dopo la fine dell’Intifada nella maggior parte del resto della Cisgiordania.

Più che una roccaforte militante

Nel corso degli anni la resistenza contro Israele è diventata una caratteristica fondamentale dell’identità collettiva dei campi profughi, dove palestinesi di diversa estrazione sociale hanno dato vita a nuove comunità focalizzate sull’idea di espropriazione ed emarginazione. Sebbene sia la resistenza di massa e dei gruppi armati ad aver reso famosi i campi profughi della Cisgiordania, è qualcos’altro che costituisce il nucleo della loro identità e ha creato, in primo luogo, le condizioni per una cultura della resistenza.

Nel marzo dello scorso anno Mondoweiss ha intervistato alcuni rifugiati palestinesi sfollati di recente dalle loro case nel campo di Jenin. Halima, una donna sulla sessantina che alloggiava in una scuola trasformata in rifugio nella città di Jenin, ha descritto i forti legami comunitari tra gli abitanti del campo, raccontando il momento in cui l’ha lasciato.

“Non sopportavo la vista della distruzione… Mi ha spezzato il cuore, perché ogni angolo del campo è casa mia e tutti gli abitanti sono per me come una famiglia “, ha detto Halima. “Diverse famiglie di più generazioni vivevano nello stesso edificio, e dunque le porte delle nostre case erano sempre aperte a tutti. Se a qualcuno di noi mancava qualcosa per cucinare, una medicina o qualsiasi altra cosa, bastava che andasse nella casa accanto a chiedere. È il nostro modo di vivere.”

“Sono cresciuta nella consapevolezza che la mia famiglia era stata costretta ad abbandonare Haifa, e questa consapevolezza è un elemento condiviso della nostra identità di rifugiati”, ha continuato Halima. “Ovunque andiamo ce la portiamo dietro: provenire dal campo profughi di Jenin significa condividere con tutti gli altri del campo il fatto di essere nati rifugiati, e questo ci lega gli uni agli altri ovunque andiamo”.

In un certo senso i campi profughi hanno dato vita a una nuova forma di comunità palestinese, in cui la questione dell’espropriazione è al centro dell’identità collettiva. Più specificamente è la questione dei rifugiati palestinesi e la memoria della Nakba del 1948.

“Un campo profughi è una concentrazione degli aspetti irrisolti della questione palestinese”, ha dichiarato a Mondoweiss Abdul Rahim Al-Shaikh, professore di Studi Culturali all’Università di Birzeit.

“I campi profughi sono sempre stati luoghi marginalizzati, del tutto esclusi dai servizi, con alti livelli di povertà. Questo li ha sempre resi un monito dell’espropriazione originaria del popolo palestinese e li ha trasformati in roccaforti della resistenza”.

Ecco perché l’offensiva israeliana in Cisgiordania si concentra sui campi profughi, nel tentativo di annettere “definitivamente” il territorio e sradicare ogni forma di resistenza. Non solo per l’attività militante che i campi hanno generato per decenni, ma per ciò che rappresentano: la memoria vivente della Nakba, le loro strutture sociali collettiviste, una coscienza plasmata dall’espropriazione – e la cultura della resistenza che producono.

Qassam Muaddi è il corrispondente di Mondoweiss per la Palestina. Si può seguirlo su Twitter/X all’indirizzo @QassaMMuaddi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Uno sterminio silenzioso”: Israele bombarda i magazzini di medicinali di Gaza, peggiorando ulteriormente la catastrofica crisi sanitaria nella Striscia

Tareq S. Hajja

4 agosto 2026, Mondoweiss

Israele ha colpito due importanti depositi di medicinali a Deir al-Balah, l’ultimo di una serie di attacchi israeliani al precario sistema sanitario di Gaza. Secondo il Ministero della Sanità di Gaza la carenza di medicinali sta uccidendo tre malati di tumore al giorno.

Domenica 2 agosto, prima dell’alba, l’esercito israeliano ha colpito un deposito di medicinali accanto all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah, nel centro di Gaza, in quello che le autorità sanitarie palestinesi hanno descritto come l’ultimo passo in una campagna sistematica mirata a smantellare il sistema sanitario di Gaza.

L’attacco ha provocato danni estesi oltre gli obiettivi principali. Due dei quattro magazzini di medicinali dell’ospedale sono stati completamente distrutti, mentre gli altri due hanno subito importanti danni strutturali, secondo quanto dichiarato dal Ministero della Sanità di Gaza. L’esplosione ha inoltre devastato anche decine di tende che ospitavano famiglie di sfollati che si erano rifugiate nel complesso ospedaliero dopo avere perduto le loro case.

Secondo il Ministero della Sanità, l’attacco ha anche provocato danni significativi a un vicino ambulatorio e ha distrutto le scorte già criticamente basse di medicinali e forniture sanitarie.

L’attacco segue mesi di restrizioni all’entrata di aiuti sanitari mentre a migliaia di pazienti è stato impedito di recarsi all’estero per ricevere cure mediche”, prosegue il comunicato, che accusa Israele di compiere attacchi “sistematici e deliberati”.

Fin dall’inizio del genocidio perpetrato da Israele a Gaza, il sistema sanitario della Striscia è stato al centro di ripetute crisi. Le strutture sanitarie sono state ripetutamente attaccate, gli ospedali e le cliniche danneggiate o distrutte in tutta la Striscia. Solo un piccolo numero degli ospedali che una volta offrivano servizi alla popolazione di Gaza continua a essere operativo e a ricevere pazienti.

Il dottor Khalil al-Daqran, portavoce dell’Ospedale dei Martiri di al-Aqsa, ha detto che l’attacco di domenica è parte di un più ampio assalto al settore sanitario di Gaza. “L’obiettivo dell’occupazione è il crollo totale del sistema sanitario di Gaza”, ha aggiunto il dottor al-Daqran. “I missili hanno completamente distrutto il deposito, è rimasto solo un enorme cratere e tantissimi pazienti in grave pericolo”.

Secondo il medico i magazzini distrutti contenevano medicinali per pazienti con malattie croniche, comprese malattie renali. La distruzione di quei medicinali, ha avvertito, significa un’immediata minaccia alle vite di molti pazienti.

Il dottor al-Daqran ha osservato che i medicinali che riforniscono gli ospedali di Gaza provengono principalmente da organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale della Sanità, ma che Israele “non tiene in alcuna considerazione il diritto internazionale o le organizzazioni internazionali”, citando la distruzione dei magazzini come prova.

Il cratere provocato dai missili israeliani sul magazzini dei medicinali dell’ospedale Martiri di Al Aqsa a Deir al Balah. Foto (Ahmed Ibrahim/APA Images)

Ho visto mio padre morire di cancro. Ora è il turno di mio figlio”

Sei settimane fa, Jihad Abu Hamida, di 61 anni, combatteva contro un tumore mentre lottava per la sopravvivenza nel sistema sanitario di Gaza al collasso. Sfollato nella zona di Al-Mawasi di Khan Younis dopo che la sua casa in città era stata distrutta, Abu Hamida non ha mai ricevuto le cure necessarie a combattere la malattia. Nel giro di sei settimane è morto dopo mesi di cure inadeguate, perché la sua famiglia non ha potuto ricevere i medicinali di cui aveva bisogno né ottenere il permesso di lasciare Gaza per essere curato all’estero.

Suo figlio, Ali Abu Hamida, di 41 anni, ha detto che la famiglia ha esaurito tutte le possibili strade, contattando organizzazioni e enti dentro e fuori Gaza nel tentativo di salvare suo padre. “Abbiamo lottato per lui e ci siamo rivolti a tutti quelli che potevamo, ma senza ottenere alcun risultato”, Ali ha raccontato a Mondoweiss. “Mio padre è morto davanti ai miei occhi senza avere la possibilità di essere curato”.

Ma la famiglia ha dovuto affrontare anche altro, oltre alla morte di suo padre.

Ali ha detto che anche suo figlio, Abdulazziz, di 14 anni, soffre di malattie al cuore e ai reni e che prima della guerra si recava regolarmente in ospedale nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme per cure specialistiche. Dallo scoppio della guerra nell’ottobre del 2023, però, non ha più potuto continuare le cure. Il risultato è stato un deterioramento continuo delle sue condizioni che hanno determinato uno stadio avanzato della malattia.

Ora vedo mio figlio morire davanti ai miei occhi, proprio come ho visto morire mio padre”, ha detto Ali, secondo cui la morte del padre è stata causata semplicemente dal fatto che le cure non erano disponibili. Oggi, vede la salute di suo figlio peggiorare di giorno in giorno. Il ragazzo ha anche sviluppato sintomi da acuto trauma psicologico, provocati dalla costante paura dei bombardamenti e dall’impossibilità di continuare le cure.

In qualsiasi altro paese i governi e le organizzazioni umanitarie si prendono cura dei malati e forniscono loro le cure di cui hanno bisogno per avere la possibilità di guarire”, ha detto Ali. “Solo a Gaza i malati vengono deliberatamente lasciati morire mentre il mondo guarda le loro sofferenze senza offrire alcun vero aiuto”.

Questa è l’occupazione”, ha aggiunto Ali, “questo è quello che ha fatto alla nostra vita di tutti i giorni. Malattie che sono curabili altrove da noi diventano mortali perché le persone non hanno accesso alle cure mediche di base”.

Le conseguenze sulle tende dei civili presenti nel cortile dell’ospedale Martiri di Al Aqsa .Foto: Ahmed Ibrahim Apa Images

La carenza di medicinali comporta tre decessi collegati ai tumori ogni giorno

Storie come quelle di Ali Abu Hamida fanno parte di quello che in una dicharazione dello scorso lunedì il Ministero della Sanità di Gaza ha definito “uno sterminio silenzioso” di malati da parte di Israele durante il genocidio.

Il Ministero ha detto che le restrizioni di Israele continuano a bloccare e limitare gravemente l’ingresso di medicinali a Gaza, e che le forniture in ingresso sono ben al di sotto del minimo richiesto per le cure mediche. Le maggiori carenze, fino al 61%, riguardano i farmaci oncologici ed ematologici, mettendo i pazienti oncologici a “imminente rischio di morte” a causa dell’interruzione dei protocolli terapeutici, ha detto il Ministero.

Secondo il Ministero, manca il 47% dei medicinali e il 58% dei medicinali deperibili. C’è una carenza critica di materiali per gli esami di laboratorio, che in alcuni casi raggiunge l’85%, facendo temere che molti servizi terapeutici e diagnostici essenziali potrebbero presto cessare del tutto.

Il ministero ha detto che quasi tutti i principali settori sanitari sono ora carenti. Manca il 56% dei medicinali per la salute delle madri e dei bambini; il 55% dei medicinali per le cure primarie; il 46% dei farmaci per la cura dei reni e le dialisi; il 35% dei farmaci psichiatrici e neurologici; il 33% dei farmaci per le cure di emergenza e intensive; il 39% delle forniture chirurgiche; e il 48% dei materiali ortopedici.

Ha aggiunto che la grave carenza di materiali per gli esami di laboratorio sta direttamente mettendo a repentaglio la capacità dei medici di salvare vite. Tra i materiali di cui c’è bisogno con più urgenza ci sono gli esami dell’emocromo completo (CBC), l’analisi dei gas ematici e gli esami di chimica clinica, tutti fondamentali per la gestione quotidiana dei pazienti in condizioni critiche nelle unità di terapia intensiva e nei reparti chirurgici.

In un altro comunicato il ministero ha affermato che “la crisi che devono affrontare i malati di tumore ha raggiunto livelli catastrofici: tre pazienti ora muoiono ogni giorno a causa della mancanza di cure specialistiche”.

Il dottor Muhammad Abu Nada, direttore del Centro per la cura dei tumori di Gaza, ha avvertito, in una dichiarazione video pubblicata dal Ministero della Sanità, che si tratta di un deterioramento senza precedenti delle condizioni dei malati di tumore nella Striscia. Circa 11.000 pazienti sono ora a rischio a causa della grave carenza di medicinali essenziali e delle continue restrizioni che impediscono loro di ricevere cure all’estero.

Secondo il dottor Abu Nada, il crollo delle cure specialistiche per i tumori e l’assenza di terapie essenziali hanno come conseguenza tre decessi collegati ai tumori ogni giorno. Circa 4.000 pazienti sono in possesso di un’impegnativa medica ufficiale per cure o diagnosi all’estero ma non possono lasciare Gaza perché le frontiere sono chiuse.

La distruzione dei centri di trattamento specialistici, ha detto il dottor Abu Nada, ha forzato i medici a prendere delle decisioni cliniche sempre più drastiche. In alcuni casi di tumore al seno, comprese pazienti diagnosticate precocemente, “i medici non hanno potuto fare altro che portare a termine mastectomie complete perché la radioterapia non è disponibile e le pazienti non possono viaggiare all’estero per ricevere le cure”.

Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin




Israele ha utilizzato la violenza sessualizzata come arma di colonialismo di insediamento dal 1948 a oggi

Nada Elia, Noura Erakat

21 Luglio 2026 – Mondoweiss

Un ampio nuovo rapporto del Palestinian Feminist Collective ricostruisce la violenza sessuale israeliana contro i palestinesi dalla Nakba del 1948 fino alla Gaza di oggi, dimostrando che non si tratta di abusi incidentali, ma di uno strumento deliberato di pulizia etnica e controllo.

Nel dicembre 2023 l’ex funzionario del Dipartimento di Stato Josh Paul ha dichiarato alla conduttrice della CNN Christiane Amanpour che, durante il suo servizio nel corpo diplomatico, era venuto a conoscenza dello stupro da parte di ufficiali israeliani di un ragazzo tredicenne mentre si trovava in stato di detenzione. In risposta alle richieste di chiarimento avanzate dagli Stati Uniti il governo israeliano ha designato Defense for Children International – l’organizzazione palestinese che aveva documentato l’abuso – come organizzazione terroristica.

Da allora sono emerse numerose testimonianze palestinesi, sufficienti a riempire le pagine dei rapporti dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), della Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sul Territorio Palestinese Occupato, nonché di B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani. Tra gli episodi più raccapriccianti figura un video trapelato che mostra cinque ufficiali israeliani stuprare in gruppo un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teiman. Un tribunale israeliano non solo ha assolto gli ufficiali, ma la società israeliana li ha celebrati come eroi, protestando contro il loro processo in famigerati raduni “a favore dello stupro”. Eppure, quando il giornalista americano Nicholas Kristof ha pubblicato sul New York Times il suo editoriale che deplorava l’impunità per gli abusi sessuali sistematici contro i palestinesi in stato di detenzione israeliana, ha comunque affermato che non c’era “alcuna prova che i leader israeliani ordinino stupri”. (Il governo israeliano ha comunque minacciato di citare in giudizio il giornale per accusa del sangue [storico stereotipo antisemita secondo cui gli ebrei rapirebbero e ucciderebbero bambini cristiani a scopo rituale; il termine viene qui invocato dal governo israeliano per accusare l’autore dell’articolo di antisemitismo, ndt.]).

Sebbene Kristof, le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani abbiano ragione a denunciare la mancanza di attenzione e di responsabilità per gli abusi sessuali contro i palestinesi, raramente si sono chiesti come la violenza sessualizzata abbia funzionato all’interno del più ampio sistema israeliano di conquista, occupazione e dominio.

Il 30 giugno 2026 il Palestinian Feminist Collective [rete di studiose, attiviste e professioniste palestinesi e della diaspora che promuove un’analisi femminista e decoloniale della causa palestinese, ndt.] ha pubblicato un rapporto che contribuisce a colmare questa lacuna con una ricerca meticolosa e una documentazione scrupolosa. A Predatory State: Israeli Systemic Sexualized and Gendered Violence against Palestinians [Uno Stato predatore: la violenza sistemica israeliana, sessualizzata e di genere, contro i palestinesi, ndt.] delinea uno schema pluridecennale di aggressione sessuale israeliana contro bambini, donne e uomini palestinesi. Per quanto strazianti siano le 200 pagine del rapporto, si tratta di una lettura necessaria per chiunque abbia a cuore i diritti umani e la giustizia di genere. L’ampiezza storica del rapporto, dai primi attacchi delle milizie sioniste contro una popolazione palestinese terrorizzata fino alla tortura sessuale che oggi si consuma nelle carceri israeliane ai danni dei prigionieri palestinesi, dovrebbe mettere definitivamente a tacere ogni tentativo di razionalizzare gli orrori attuali come una risposta ai presunti stupri commessi da militanti di Hamas ai danni di cittadini israeliani, o peggio ancora come la questione di pochi soldati fuori controllo. Il rapporto del PFC chiarisce che, al contrario, questa violenza è funzionale alla perpetrazione del genocidio del popolo palestinese.

Il rapporto ripercorre un caso del 1949, rivelato nel diario personale del primo Primo Ministro israeliano David Ben-Gurion, in cui questi descrive come un plotone di soldati israeliani avesse rapito una giovane beduina “sui quindici anni”. Quando l’ufficiale al comando diede loro la scelta tra impiegarla come personale di cucina o come schiava sessuale, gli ufficiali israeliani scelsero la seconda opzione. Le tagliarono i capelli e le lavarono la testa con cherosene, per poi stuprarla in gruppo con una violenza tale che, la mattina seguente, l’ufficiale responsabile, il Sottotenente Moshe, “ritenne opportuno toglierla dal mondo”.

La violenza di genere è uno strumento intrinseco al colonialismo di insediamento, non solo israeliano. Anche qui negli Stati Uniti, altro Stato coloniale di insediamento, il movimento Missing and Murdered Indigenous Women (MMIW) ha messo in luce l’impunità che circonda le aggressioni sessuali contro le donne indigene nelle riserve, dove la sovrapposizione delle giurisdizioni penali statunitense e tribale ha reso le donne indigene particolarmente vulnerabili a tali aggressioni. Non è un caso. Che si tratti di una crisi tuttora affrontata con risorse gravemente insufficienti e ancora irrisolta non è un caso.

Analogamente, in quanto progetto di costruzione nazionale, l’ideologia sionista richiede l’espropriazione della terra palestinese e in ultima analisi l’eliminazione dei palestinesi attraverso la negazione giuridica – la negazione del loro diritto all’autodeterminazione, la deportazione forzata, il contenimento e/o la distruzione. La violenza sessuale è centrale in questo sforzo, poiché al tempo stesso fa avanzare le ambizioni di pulizia etnica e distrugge la coesione sociale dei palestinesi che rimangono.

Lo storico israeliano Benny Morris, che lamenta il fatto che la Nakba del 1948 non si sia spinta abbastanza in là nella pulizia etnica della Palestina, ha registrato numerosi casi denunciati di stupro risalenti alla fondazione dello Stato sionista. Ha osservato che “poiché né le vittime né gli stupratori erano propensi a denunciare questi episodi, dobbiamo presumere che la dozzina di casi di stupro denunciati che ho rintracciato non rappresenti l’intera storia. Sono solo la punta dell’iceberg.” La violenza sessuale, come altre forme di violenza perpetrate durante la Nakba e da allora in poi, mirava a terrorizzare i palestinesi e a costringerli ad abbandonare le proprie città e i propri villaggi in cerca di salvezza.

I documenti ufficiali dimostrano che i più alti funzionari israeliani erano pienamente consapevoli di questi abusi. Il rapporto del PFC ripercorre questa storia da prima della fondazione di Israele fino all’attuale e intensificato genocidio a Gaza per illustrare come Israele abbia sempre fatto affidamento sulla violenza sessuale per portare avanti i propri piani coloniali. Vi si apprende dello stupro di civili durante la Nakba del 1948, della tortura sessuale di prigionieri innocenti in detenzione amministrativa durante e dopo la guerra del 1967 e dello stupro di attivisti di base durante l’Intifada, fino ad arrivare al 2023 – cioè prima del 7 ottobre 2023. Il rapporto offre inoltre un’analisi delle infondate accuse di stupro di massa rivolte ai militanti di Hamas per dimostrare come simili narrazioni contribuiscano a rafforzare una rappresentazione razializzata della società palestinese come incivile e indegna di vivere.

Dal suo utilizzo come metodo per espellere i palestinesi dalla propria terra nel 1948 fino all’impiego della violenza sessualizzata e di genere per torturare detenuti e prigionieri palestinesi all’indomani della guerra del 1967 e oltre, il rapporto dimostra che, pur mutando frequenza e forma, la violenza sessualizzata è rimasta una costante dello sfollamento e dell’oppressione coloniale di insediamento.

Gli Stati Uniti non possono trattare questo crimine come se fosse un problema altrui. I funzionari statunitensi sono stati informati di questi abusi. Le armi e il sostegno diplomatico degli Stati Uniti continuano a proteggere il sistema all’interno del quale essi si verificano. La responsabilità deve essere estesa oltre una manciata di soldati per raggiungere e smantellare le strutture legali, militari e politiche che ordinano e poi proteggono questi crimini.

Nada Elia

Nada Elia è Professore Associato di Studi Etnici, specializzata in lotte transnazionali, decoloniali e di genere, con un focus sull’America araba e la Palestina. Studiosa e attivista, Elia fa parte del Palestinian Feminist Collective. È autrice di Greater Than the Sum of Our Parts: Feminism, Inter/Nationalism, and Palestine (Pluto, 2023), e ha contribuito con capitoli a numerose antologie, tra cui The Case for Sanctions Against Israel (Haymarket, 2020).

Noura Erakat è avvocato per i diritti umani e Professore Associato di Africana Studies e del Programma di Giustizia Penale presso la Rutgers University, sede di New Brunswick. È co-autrice, insieme a John Reynolds, del libro di prossima pubblicazione Confronting Zionism: Decolonizing Palestine and Building the World Anew, edito da Haymarket Books.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La UAW diventa il primo grande sindacato statunitense a votare per disinvestire dai titoli di Stato israeliani

Michael Arria

7 Luglio 2026 – MONDOWEISS

I delegati della UAW hanno votato per disinvestire i 400.000 dollari investiti in titoli di Stato israeliani, diventando così il primo grande sindacato statunitense a farlo. Gli organizzatori affermano che si tratta di una vittoria per la solidarietà internazionale e di un segno del crescente rifiuto di Israele da parte della classe lavoratrice.

Il mese scorso, la United Auto Workers (UAW) è diventata il primo grande sindacato statunitense a votare a favore del disinvestimento dai titoli di Stato israeliani.

La votazione si è svolta durante la convenzione annuale del sindacato a Detroit. Secondo quanto riportato, la UAW detiene almeno 400.000 dollari in titoli di Stato israeliani.

L’iniziativa è stata promossa da Unite All Workers for Democracy (UAWD), una corrente interna al sindacato, e da UAW Labor for Palestine, componente di Labor for Palestine, un gruppo che da oltre 20 anni spinge il sindacato ad appoggiare il movimento BDS.

La votazione è stata elogiata dalla Federazione Generale dei Sindacati Palestinesi di Gaza.

“Esprimendo la nostra sincera gratitudine e il nostro apprezzamento per questo passo coraggioso affermiamo che esso riflette la coscienza viva della classe lavoratrice che si rifiuta di permettere che le proprie quote associative vengano utilizzate per finanziare il genocidio e l’ingiustizia”, ​​ha dichiarato la federazione in un comunicato. “La vostra decisione vi pone sulla giusta strada morale e sottolinea la forza della solidarietà sindacale internazionale”.

La dirigenza del sindacato aveva inizialmente rimosso l’emendamento sul disinvestimento dall’ordine del giorno della Convenzione, ma Olga Karounos, funzionaria dei servizi legali di New York, ha proposto di porre ai voti l’emendamento come proposta della commissione preparatoria e la mozione è stata approvata. L’emendamento è stato approvato con 321 voti favorevoli e 287 contrari.

Questo invierà un messaggio non solo alla classe dei miliardari, ma anche ai politici e a chiunque non abbia paura di opporsi al genocidio, a Netanyahu, al governo degli Stati Uniti e riporterà la UAW alla ribalta per il suo impegno a favore della solidarietà internazionale”, ha dichiarato Karounos.

L’espressione “Israel Bonds” è comunemente usata per indicare la Development Corporation for Israel (DCI). L’organizzazione raccoglie prestiti [negli USA, n.d.t.] per conto del tesoro israeliano al fine di sostenere l’economia israeliana, un’idea concepita dal primo ministro israeliano David Ben-Gurion. Nel 2023, l’organizzazione per i diritti umani Democracy for the Arab World Now (DAWN) ha chiesto a Israel Bonds di registrarsi come agente straniero.

“Israel Bonds è un’operazione sofisticata volta a ottenere il sostegno dell’opinione pubblica americana per i progetti politici di Israele, eludendo al contempo la minima trasparenza e il controllo richiesti dalle nostre leggi”, ha dichiarato a suo tempo Adam Shapiro, direttore del dipartimento legale di DAWN. “Gli americani devono sapere che agenti di governi stranieri stanno esercitando pressioni per modificare le leggi statunitensi e per sollecitare il loro sostegno politico e finanziario all’occupazione israeliana, alle politiche di apartheid e alle violazioni dei diritti umani”.

Negli ultimi anni Israel Bonds è stata presa di mira da attivisti che cercano di svincolare i propri governi locali dall’apartheid, dall’occupazione e dal genocidio. Il voto della UAW è solo una delle recenti vittorie in una serie di successi simili. L’anno scorso, ad esempio, il sistema pensionistico degli impiegati dello stato del Michigan ha disinvestito tutti gli investimenti in Israel Bonds.

Nel 1973 gli operai arabo-americani dell’industria automobilistica di Detroit incrociarono le braccia per protestare contro l’acquisto da parte del sindacato di obbligazioni israeliane per un valore di 300.000 dollari. Nel 2014 la sezione locale 2865 della UAW, che rappresenta gli studenti lavoratori dell’Università della California, divenne il primo grande sindacato statunitense a sostenere il movimento BDS tramite una votazione (sebbene questa sia stata annullata in modo antidemocratico dai funzionari sindacali) e nel 2023 la UAW divenne il più grande sindacato statunitense a sostenere un cessate il fuoco.

Tuttavia, nonostante queste campagne, la dirigenza della UAW, come quella della maggior parte dei grandi sindacati, è rimasta economicamente legata a Israele e favorevole ad esso.

Lo storico del lavoro Jeff Schuhrke, autore di “No Neutrals There: U.S. Labor, Zionism, and the Struggle for Palestine”, afferma che è proprio questo a rendere la recente votazione così significativa, poiché il fatto che lo statuto della UAW possa potenzialmente vietare l’acquisto di obbligazioni israeliane simboleggia un cambiamento definitivo.

«L’approvazione di questa risoluzione conferma che la maggioranza degli iscritti ai sindacati negli Stati Uniti è solidale con i palestinesi e desidera rompere con la lunga storia di sostegno intransigente del movimento operaio al sionismo», ha affermato Schuhrke.

Tuttavia ha anche osservato che non è chiaro come il consiglio direttivo internazionale del sindacato reagirà al voto e se la dirigenza sindacale abbia recepito il messaggio.

«C’è ancora molto altro che la UAW e gli altri sindacati statunitensi possono fare», ha sottolineato Schuhrke. «Non solo disinvestire dalle obbligazioni israeliane, ma anche dalle aziende prese di mira dal movimento BDS e organizzare i membri del sindacato e i loro alleati per boicottare tali aziende. Esiste un precedente storico per questo tipo di boicottaggio e disinvestimento sindacale risalente agli anni ’80, quando il movimento operaio statunitense sostenne il movimento anti-apartheid in Sudafrica».

Inoltre, la UAW rappresenta i lavoratori della Caterpillar e di alcune aziende appaltatrici del Pentagono profondamente complici dei crimini di Israele, quindi fare la scelta deliberata di educare e organizzare questi lavoratori in tutta la Palestina in modo che siano disposti e in grado di intraprendere azioni collettive per impedire fisicamente il genocidio in corso è un altro passo fondamentale che il sindacato potrebbe compiere”, ha aggiunto. “E lo stesso vale per gli altri sindacati che rappresentano i lavoratori di aziende complici”.

Alla convention Mike Davis, un operaio di una fabbrica di componenti dell’Ohio, ha proposto di portare in aula un emendamento più incisivo a favore della Palestina. Oltre al disinvestimento dai titoli di Stato israeliani, l’emendamento avrebbe stabilito il sostegno ai lavoratori della UAW che si rifiutano di inviare armi a Israele, definito criteri anti-imperialisti per i politici che il sindacato appoggerà e interrotto i rapporti con il più grande sindacato israeliano Histadrut. 69 delegati hanno appoggiato l’emendamento non raggiungendo i 128 necessari per l’approvazione.

“Sebbene sia deluso che la proposta più ampia non sia passata credo fosse importante sottoporla all’attenzione dei membri per poter avviare un dibattito”, ha dichiarato Davis a Mondoweiss. “Molte delle critiche che abbiamo ricevuto riguardavano la legalità o meno di uno sciopero o di un’astensione dal lavoro per questa causa, ma personalmente ritengo che se i soldati americani possono essere obiettori di coscienza non ci sia motivo per cui un operaio non possa astenersi dal lavoro per motivi simili, soprattutto durante un genocidio in corso.”

“Speriamo che in futuro si possa includere un maggior numero di espressioni di questo tipo [negli statuti dei sindacati, n.d.t.], ma, ha aggiunto, per ora è importante continuare a parlarne”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Con una mossa inconsueta Israele confisca case nella parte della Cisgiordania controllata dall’Autorità Palestinese, suscitando allarme riguardo all’annessione

 Asmaa Al-Masalmeh

16 giugno 2026 – Mondoweiss

Un ordine militare firmato a maggio 2026 autorizza la prima base israeliana permanente vicino a Jenin nell’Area A, la parte della Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Israele ha già iniziato a sfollare le famiglie che ci vivono.

La casa di Muhammad Hussein Rahal a Jenin, nella Cisgiordania occupata, è stata sequestrata e destinata alla demolizione da parte dell’esercito israeliano, insieme a due case vicine.

Ma il sequestro della casa di Rahal non è come le altre demolizioni di case palestinesi, che sono un evento comune in tutta la Cisgiordania. La casa di Rahal sta per essere distrutta per costruire una base militare israeliana – probabilmente la prima mai costruita sulla terra sotto il controllo dell’Autorità Palestinese (AP).

La casa di Rahal si trova nell’Area A, la piccola porzione della Cisgiordania che tecnicamente ricade sotto il completo controllo dell’AP, un’area che per decenni è stata considerata il posto “più sicuro” in Cisgiordania per i palestinesi dove costruire una casa. Il sequestro della casa di Rahal da parte dell’esercito israeliano costituisce ciò che sembra essere la prima volta, dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993, in cui Israele si impadronisce di terra nell’Area A a scopi militari. I palestinesi affermano che la mossa non prova soltanto che gli Accordi di Oslo sono definitivamente morti, ma dimostra anche che i piani di Israele per annettere la Cisgiordania stanno avanzando a tutto spiano.

Durante la scorsa settimana Rahal, meglio conosciuto come Abu Faris, è rimasto seduto su una sedia di fronte alla sua porta ad al-Jabriyat, un sobborgo della città di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale, aspettando.

Ogni volta che un veicolo militare israeliano passava io pensavo che venissero ad eseguire l’ordine”, dice. “Non c’è niente di più difficile che essere costretto a lasciare la tua casa.” Aveva ragione di aspettare.

Lunedì 15 giugno i soldati sono arrivati e lui è stato costretto ad andarsene. Quando ha chiesto se il sequestro sarebbe durato solo fino al 23 agosto, come gli era stato detto precedentemente, la risposta è stata brutale: “Nessun ritorno”. Allora si è diretto a Jenin, dove vive sua sorella.

Fino a poco tempo fa Abu Faris pensava che la sua casa fosse al sicuro dato che si trovava entro il territorio controllato dall’AP, che dal 1993 è stata relativamente al sicuro dall’intervento israeliano.

Quel presupposto adesso è svanito.

Documenti legali ottenuti da Haaretz rivelano che il 7 maggio 2026 il Comando Generale di Israele ha firmato un ordine di sequestro del terreno accanto al campo profughi di Jenin e di costruzione di una base militare permanente all’interno dell’Area A. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI), che ha inviato una petizione contro l’iniziativa, l’ha definita la più significativa violazione dell’impianto di Oslo da sempre.

Gli Accordi di Oslo sono l’insieme di accordi firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che hanno portato alla creazione dell’AP, che costituiva un ente amministrativo destinato a segnare l’inizio dell’autogoverno palestinese in luogo di un vero Stato. L’impianto di Oslo in teoria avrebbe concesso all’AP il pieno controllo amministrativo e di sicurezza su circa il 18% della Cisgiordania (Area A). Su un altro 22% del territorio (noto come Area B) avrebbero avuto il controllo congiunto sia Israele che l’AP. Il restante 60% è classificato come Area C, su cui Israele detiene il totale controllo amministrativo e di sicurezza.

La scorsa settimana è stata a quanto pare la prima volta che il tipo di espansionismo israeliano normalmente riservato all’Area C si è esteso al territorio controllato dall’AP nell’Area A, indicando che i piani di annessione di Israele in Cisgiordania stanno procedendo.

Fino ad ora l’espansione delle colonie israeliane e i sequestri di terre si erano concentrati nell’Area C, effettuati attraverso una varietà di misure amministrative e legali intese a stabilire l’annessione di fatto di Israele del territorio. Tuttavia lo spostamento nell’Area A segna un passaggio dall’accerchiamento alla penetrazione: non più solamente circondare i centri popolati palestinesi, ma entrarvi. Se questo costituisse un precedente, favorirebbe l’obbiettivo più volte ribadito dall’estremista Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich di “seppellire” uno Stato palestinese rendendo la terra palestinese geograficamente non contigua e amministrativamente disorganica. Ciò significherebbe che la Cisgiordania è stata praticamente annessa a Israele e che gli Accordi di Oslo sono di fatto superati.

La Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese ha segnalato che simili misure rappresentano “deliberati passi progressivi verso l’annessione permanente, portata avanti un pezzo per volta, alla luce del giorno e nella totale impunità.” Fino a poco tempo fa ogni investimento nello sviluppo di proprietà nell’Area A era considerato una certezza. È per questo che Abu Faris ha speso tutto il suo denaro nella costruzione della sua attuale casa, pensando che la sua proprietà sarebbe stata fuori dalla portata di Israele.

La sua precedente casa era stata demolita nel campo profughi di Jenin, nell’ambito dell’ondata di distruzioni che ha raso al suolo decine di case durante l’operazione di Israele “Muro di Ferro” lanciata nel gennaio 2025. Aveva bisogno di un luogo sicuro.

Allora ho deciso di investire i soldi della mia pensione delle Nazioni Unite nell’acquisto di terra e costruendo una casa modesta”, dice. “Negli ultimi tre mesi abbiamo lavorato giorno e notte. Durante il Ramadan cominciavamo dopo il suhoor [il pasto che precede l’alba, ndt.] e continuavamo dopo l’iftar [il pasto che rompe il digiuno dopo il tramonto, ndt.] finché non finivamo i mattoni e la vernice”. Non era la prima volta che i soldati arrivavano alla porta. Una settimana prima i soldati israeliani erano arrivati alla casa.

Mi hanno chiesto se la casa fosse mia. Ho risposto di sì e loro hanno detto che l’avrebbero sequestrata in base ad un ordine militare”, dice Abu Faris. “Hanno detto che mi avevano visto lavorare alla casa tutti i giorni.”

L’ufficiale mi ha chiesto se fossi arrabbiato e io gli ho risposto: ‘Come posso non essere arrabbiato se voi mi cacciate dalla mia nuova casa e mi ordinate di andarmene in 10 minuti?’”

Secondo Abu Faris l’ufficiale ha fatto una telefonata ed ha ottenuto il rinvio dell’evacuazione. I soldati hanno detto che sarebbero tornati a sequestrare la casa e che glie la avrebbero restituita il 23 agosto, ma non hanno dato garanzie. “Per ora non so dove andrò”, ha detto allora con la voce stanca. “I miei fratelli mi hanno suggerito di andare da loro ed altri dicono di tornare nei locali di sfollamento”, con riferimento all’abitazione provvisoria che ha preso presso l’università arabo-americana dopo che la sua precedente casa è stata demolita, insieme a centinaia di altre famiglie espulse dal campo di Jenin. Recentemente i soldati israeliani hanno pattugliato la sua zona, mettendo in allarme il quartiere. “La paura era tanta che i miei fratelli non hanno osato venire a trovarmi durante l’Eid [Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, ndt.]”, dice Abu Faris.

Secondo i dati ONU lo sconfinamento israeliano nell’Area A avviene nel contesto della più vasta ondata di sfollamenti forzati in Cisgiordania a partire dal 1967. Oltre 40.000 palestinesi sono stati espulsi dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, secondo l’UNWRA e il Ministro della Difesa Israel Katz. Issa Zboun, direttore del Dipartimento dei Sistemi di Informazione Geografica presso l’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ), ha detto a Mondoweiss che questo ordine militare è “il culmine della politica di insediamenti perseguita dall’occupazione israeliana in Cisgiordania contro i cittadini e la terra palestinesi.” Ha aggiunto: “Sono stati emessi parecchi ordini di confisca della terra e demolizione delle case nelle aree che appartengono amministrativamente all’Autorità Palestinese, compresa l’Area B.”

L’obbiettivo è “cambiare la configurazione della terra, imporre i fatti sul terreno e consolidare l’idea di non stabilire uno Stato palestinese geograficamente contiguo in Cisgiordania”, ha affermato Zboun.

Ha detto che l’AP “non ha strumenti sufficienti per contrastare questo feroce attacco perché la situazione regionale mette in ombra la questione palestinese e l’occupazione israeliana sfrutta questa opportunità.”

Zboun ha detto che gli Accordi di Oslo sono stati “praticamente annullati sul terreno da tanto tempo”, sottolineando “le continue incursioni nell’Area A e nelle città del centro come Ramallah, anche vicino alla residenza del presidente palestinese.”

Dichiarazioni ufficiali israeliane, comprese quelle di Itamar Ben Gvir, che ha dichiarato che Oslo è morta, rispecchiano le esplicite richieste di porre fine all’Autorità Palestinese e cancellare Oslo e le classificazioni A, B e C. Queste sono patenti violazioni degli Accordi di Oslo, che sembrano essere decaduti”, ha detto.

L’Area A non è più sicura

Anche Mansour Kabha ha ricevuto un ordine di lasciare la sua casa, situata nella zona di Jabriyat, adiacente al campo profughi di Jenin.

L’esercito israeliano è arrivato e mi ha notificato la decisione di confiscare la terra fino al 31 agosto 2028 per scopi militari, in base agli ordini che ho ricevuto”, dice Kabha.

Ho costruito la casa al costo di circa 700.000 shekel (circa 240.000 dollari) e se la base viene costruita lì vicino tutta la vita della mia famiglia ne verrà influenzata, specialmente per le mie figlie, che fanno il tragitto ogni giorno per studio e lavoro”.

Kabha e i suoi vicini sono preoccupati che le nuove procedure di sicurezza possano rendere i movimenti e il trasporto più difficili se la zona venisse circondata da un campo militare.

La comunicazione che ha ricevuto richiede la confisca di circa 7 dunam (7.000 mq.) di proprietà di 10 persone.

Tra i proprietari vi sono sua sorella e suo fratello. I lotti sono ufficialmente registrati con atti legali di proprietà (noti come kushans), dice, e si trovano nell’Area A sotto l’Autorità Palestinese. Sono stati proprietari della terra per circa 20 anni. “Ci siamo recati dall’Autorità Palestinese e ci è stato detto che la questione è politica e che l’Autorità se ne occuperà e ci è stato chiesto di non intraprendere alcuna azione individuale. Da allora è passato circa un mese e mezzo.”

Recentemente l’esercito è arrivato in altre due case dell’area e ha detto agli abitanti che dovevano andarsene per due mesi. Ai padroni di casa è stato chiesto di portare via i propri beni personali e che i soldati sarebbero arrivati per impadronirsi delle case. Gli è stato anche detto che dovevano restare in casa fino all’arrivo dell’esercito per fotografarla e ricevere le chiavi.

Attualmente nell’area ci sono circa 5.000 persone e circa 30 case ed è previsto che venga costruito un campo militare in mezzo a questa comunità residenziale”, dice. “Si prevede che la costruzione del campo inizi la prossima settimana.”

Questo è un terreno residenziale che le persone hanno comprato proprio perché si trova nelle aree dell’Autorità Palestinese ed ha uno status legale. Tutti i lotti sono autorizzati e ufficialmente registrati. Le nostre case sono il risultato di molti anni di lavoro e risparmi e paghiamo le tasse all’Autorità”, dice Kabha.

L’Autorità ci ha chiesto di aspettare’

Hassan Brijiyeh, ricercatore presso la Commissione di Resistenza al Muro e alle Colonie, un’organizzazione che lavora sotto l’Autorità Palestinese, ha detto: “L’impianto di Oslo è un accordo internazionale e nessuno può cancellarlo, anche se in pratica la parte israeliana sta cercando di smantellarlo”.

L’occupazione israeliana non si preoccupa di Area A o B o C”, ha detto. “Considera tutta la terra palestinese come parte della Giudea e Samaria”, riferendosi al nome che Israele attribuisce all’intera Cisgiordania occupata dal 1967, ma esclude Gerusalemme est.

Brijieh ha sottolineato che il diritto internazionale sancisce la proprietà palestinese della terra, richiamando due sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: una sentenza del 2004 che ha definito illegale la costruzione da parte di Israele di un muro di separazione nei territori occupati, e una sentenza del 2024 che ha dichiarato illegittima l’intera occupazione di Israele e illegale la costruzione dei suoi insediamenti, inclusa Gerusalemme est. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1973 definisce l’intera Cisgiordania terra palestinese, ha aggiunto.

Sul terreno la realtà è differente. “Passo dopo passo Israele sta frammentando la terra e stabilendo il controllo con un forte sostegno degli Stati Uniti”, ha detto Brijiyeh.

Tutto è avvenuto molto velocemente.

A maggio soldati israeliani hanno cominciato a radunarsi dietro la sua casa, dice Abu Faris. Sono arrivati con dei geometri, passando ore a fotografare e ad elaborare piani. Quando ne ha parlato con i vicini loro hanno detto che non sarebbe successo niente, perché si tratta dell’Area A. Le visite sono continuate, tre volte alla settimana. La sua casa è stata sequestrata solo una settimana dopo.

Durante le visite dei soldati si sono sparse voci che accusavano i proprietari della terra di vendere i loro terreni, ma li conosciamo bene e sono persone rispettabili che hanno tutti i documenti legali che comprovano la loro proprietà”, dice Abu Faris.

I proprietari hanno pensato di assumere un avvocato, ma l’AP ha chiesto loro di non farlo. Secondo Abu Faris l’AP ha detto che si trattava di una questione politica e che se ne sarebbe occupata, dato che sovrintende agli affari nell’Area A.

Kabha, il cui investimento di 700.000 shekel adesso si trova all’ombra di un futuro campo militare, è di fronte ad una scelta impossibile: rimanere e vivere sotto sorveglianza militare oppure andar via e perdere tutto.

Abbiamo comprato questa terra perché era in Area A”, dice. “Abbiamo pagato le tasse, abbiamo rispettato le norme. E adesso l’Autorità ci dice che è una questione politica e dobbiamo aspettare.”

Asmaa al-Masalmeh

Asmaa al-Masalmeh è una giornalista informatica palestinese della Cisgiordania con un passato di stampa, radio e televisione ed esperienza nella gestione di piattaforme di social media. I suoi articoli sono su The New Arab e Arab Reporters for Investigative Journalism.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gli agricoltori di Gaza iniziano il duro lavoro di ricostruzione di un settore agricolo devastato dal genocidio israeliano.

Ansam al-Qitaa

8 giugno 2026 – Mondoweiss

I due appezzamenti di terreno che Jalal Arafat possiede da decenni si trovano ai lati opposti della linea che ha ridisegnato la mappa di Gaza dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Uno è fuori dalla sua portata, a tre metri da quella che ora è conosciuta come la “Linea Gialla”, che taglia Gaza approssimativamente a metà. L’altro, 800 metri più lontano, venne utilizzato da Israele come sede di baracche militari durante l’invasione del quartiere di al-Zaytoun a Gaza City.

Dopo una pausa delle ostilità nei pressi del secondo appezzamento, Arafat, nonostante gli avvertimenti, vi fece ritorno. L’area era stata ridotta a quello che lui stesso descrisse come “dune di sabbia distrutte”. Nonostante questa tremenda condizione, con l’aiuto dei figli bonificò il terreno, lo livellò e piantò fichi e ulivi, scelti per il loro scarso fabbisogno idrico e per la loro capacità di sopravvivere con l’acqua che arriva dal sottosuolo.

In tutta la Striscia assediata decine di agricoltori stanno facendo lo stesso. Tornano a piedi nei campi ricoperti di macerie, cingoli di carri armati e ordigni inesplosi. Trasportano l’acqua sulle spalle per lunghe distanze. Lo fanno perché per molti questo è tutto ciò che rimane loro.

Alcuni sono sostenuti in questa impresa dal Ministero dell’Agricoltura di Gaza, che a maggio ha avviato un progetto di bonifica d’emergenza nei quartieri meridionali di Gaza di al-Mughraqa, al-Sheikh Ajleen e in alcune zone di al-Zaytoun, in collaborazione con la Palestinian Agricultural Relief Society, l’Agricultural Relief Society, la Cooperative Association for Grape and Vegetable Producers e Oxfam.

L’obiettivo è rimettere in produzione 400 ettari e sostenere centinaia di agricoltori nella prima fase, ripristinando tra il 60 e il 70% della loro capacità produttiva prebellica. I lavori iniziano con lo sminamento per garantire che i terreni siano privi di ordigni inesplosi, seguito da livellamento, aratura, fertilizzazione e piantumazione.

“L’albero, se riceve cure, acqua e ciò di cui ha bisogno per crescere, sopravvive”, ha dichiarato Arafat, che ha aderito all’iniziativa, a Mondoweiss. E così fa l’essere umano. Dal nulla può costruire una nuova vita e rimettere in sesto tutto ciò che l’occupazione ha distrutto.”

Un’operazione di recupero coordinata

Ad al-Zaytoun le squadre della Palestinian Agricultural Relief Society hanno rimosso le macerie da 66 dunam (6,6 ettari) di terreno agricolo dove all’inizio dell’anno non era rimasta una sola piantina.

Hanno riaperto le strade agricole sepolte sotto i detriti, ripristinato i pozzi e posato le condutture idriche, consentendo agli agricoltori di tornare ai campi che avevano abbandonato durante la guerra. Nel giro di pochi mesi zucchine e cetrioli sono ricominciati a crescere su terreni che erano stati dati per spacciati.

“La distruzione non si è limitata ai terreni agricoli. Ha colpito le infrastrutture agricole, l’allevamento e la pesca, e ha influito direttamente sulla capacità produttiva del settore”, ha affermato Noha al-Sharif, responsabile per la comunicazione e la difesa dei diritti presso la Palestinian Agricultural Relief Society a Gaza.

L’organizzazione sta lavorando anche ad al-Sheikh Ajleen, il distretto viticolo a sud di Gaza City.

«Nella prima fase ci siamo rivolti ad almeno 150 agricoltori e ora stiamo ampliando il progetto per includerne di nuovi», afferma al-Sharif.

L’associazione ha fornito fertilizzanti, nutrienti e componenti per l’irrigazione di provenienza locale, e le piantine di vite stanno tornando a popolare i terreni che erano stati completamente devastati. Un lavoro simile è in corso nella parte settentrionale di Gaza City, nelle zone di al-Zarqa e al-Amn al-Aam.

Secondo al-Sharif la Palestinian Agricultural Relief Society ha creato circa 240 orti domestici all’interno delle case distrutte dove le famiglie sono tornate, fornendo piantine, semi e serbatoi d’acqua in modo che gli abitanti possano coltivare ortaggi e verdure a foglia verde per il proprio consumo.

«Questo ha alleviato il peso economico sulle famiglie, riducendo la necessità di acquistare verdure al mercato, con prezzi così alti e merci così scarse», dice al-Sharif.

L’organizzazione, con l’aiuto di partner internazionali, sta inoltre introducendo l’agricoltura all’interno degli stessi campi profughi. Hanno creato orti nei pressi e allinterno dei campi in gran parte dei distretti di Gaza, hanno fornito agli abitanti gli attrezzi e i materiali necessari per la loro manutenzione e hanno collaborato con i responsabili dei campi profughi per integrare la coltivazione di prodotti alimentari nella vita quotidiana.

Sono stati organizzati seminari di sensibilizzazione rivolti alle famiglie i cui figli mostrano segni di malnutrizione, per spiegare come utilizzare gli alimenti nel modo più nutriente possibile.

Abbiamo voluto trasformare i campi da luoghi estenuanti e psicologicamente logoranti in ambienti più vivaci, introducendovi spazi verdi e attività agricole”, dichiara a Mondoweiss.

L’organizzazione sta pianificando interventi più estesi nel prossimo futuro, ma al-Sharif sottolinea che la ripresa di cui il settore agricolo di Gaza ha bisogno non può essere raggiunta solo con l’improvvisazione locale: “Il successo di questi sforzi richiede un’azione internazionale urgente per esercitare pressioni sull’ingresso di beni agricoli a Gaza, tra cui sementi, fertilizzanti, attrezzature e reti di irrigazione, in modo che gli agricoltori possano ripristinare la loro capacità di produrre e preservare ciò che resta della sicurezza alimentare nella Striscia”.

Al di là di ciò che gli sforzi locali possono risolvere

Israele continua a impedire l’ingresso a Gaza di fertilizzanti, sementi, reti di irrigazione e macchinari, lasciando che gli sforzi di ripresa rimangano a carico di ciò che si può recuperare dalle risorse locali.

Secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza il 96% dei terreni agricoli coltivati ​​è crollato da 9.300 ettari prima della guerra a 400 ettari oggi. Le perdite dirette per il settore agricolo e zootecnico sono stimate in 2,8 miliardi di dollari, con il 94% dei terreni agricoli danneggiati e l’85% delle serre distrutte.

Gli agricoltori descrivono prezzi che hanno reso impossibile una ripresa autonoma. Una confezione da 250 grammi di pesticida è passata da 500 shekel (149 euro) a 3.000 shekel (892 euro). Un carico di fertilizzante è passato da 1.000 shekel (298 euro) a 20.000 shekel (5.951 euro).

Secondo una recente valutazione della ricostruzione condotta dalla Banca Mondiale la sola ripresa dei sistemi agricoli e alimentari di Gaza costerà circa nove miliardi di dollari [7,80 miliardi di euro, ndt.], gran parte dei quali destinati a sfamare la popolazione di Gaza fino alla ricostruzione della produzione locale.

Samaher Abu Jameh, un’agricoltore, ha affermato che la guerra ha distrutto la maggior parte dei terreni e delle infrastrutture agricole di Gaza, lasciando vaste aree incoltivabili a causa di munizioni inesplose e detriti pericolosi. “Il protrarsi della guerra, l’impossibilità per gli agricoltori di accedere alle proprie terre e la mancanza di un adeguato sostegno hanno portato a un calo significativo della produzione agricola e hanno impedito a molti di continuare il proprio lavoro”, ha dichiarato.

Le forze israeliane, aggiunge Abu Jameh, hanno preso il controllo di vaste aree a est di Salah al-Din Road. Gli impianti solari che alimentavano le pompe idrauliche sono stati distrutti insieme ai pozzi. Serre, attrezzi, pesticidi, fertilizzanti, sementi e piantine scarseggiano. Molti agricoltori sono costretti a utilizzare attrezzature vecchie e danneggiate non avendo altro a disposizione.

Le analisi satellitari della FAO e dell’UNOSAT mostrano che il 98% delle aree coltivate ad alberi a Gaza è stato distrutto, insieme al 90% delle serre e all’82,8% dei pozzi agricoli. Prima della guerra il settore agricolo impiegava circa 560.000 persone.

“Gli agricoltori di Gaza stanno vivendo una vera catastrofe che minaccia la sicurezza e sovranità alimentare”, ha affermato Saed Ziada, coordinatore del settore agricolo presso la rete delle organizzazioni non governative palestinesi. “Quasi tutti faticano a trovare una fonte di reddito in condizioni economiche disastrose”.

Ziada cita la recente iniziativa a sostegno del settore attraverso il recupero dei terreni, la distribuzione di sementi, le reti di irrigazione e altre forme di supporto in natura e finanziario. Tuttavia afferma che l’entità di questi aiuti rimane ben al di sotto del necessario.

“Le istituzioni sono presenti in un modo o nell’altro, nonostante i finanziamenti limitati”, dice. “Ma i bisogni sono di gran lunga superiori alle risorse disponibili”.

Gli agricoltori che non possono ricominciare

Rushdi Ayyad, un agricoltore di Al-Zaytoun, possiede 11 dunam (1,1 ettari) di terreno agricolo, ora a circa 800 metri dalla Linea Gialla, che sono stati distrutti. Non riesce a raggiungere la zona da quasi due anni e mezzo, essendo stato sfollato con la forza a Deir al-Balah, nel centro della Striscia..

Non ci sono le condizioni essenziali per la vita né per ripristinare le coltivazioni” afferma. “Non c’è una fonte di reddito che ci aiuti a bonificare la terra e nessuna concreta possibilità di ricominciare”

Il terreno ospitava alberi di oltre 25 anni, da cui lui, la sua famiglia e diversi lavoratori dipendevano come unica fonte di reddito. Tra le perdite più dolorose c’è un ma’rish, un pergolato per viti, di tre dunam (0,3 ettari), la cui costruzione gli era costata circa 40.000 dollari [35.000 euro, ndt.].

E poi c’è il costo del recupero. Anche la bonifica dei terreni dai detriti militari, afferma, è al di là delle possibilità di qualsiasi agricoltore.

“Viviamo già al di sotto della soglia di povertà”, dichiara a Mondoweiss. “Oggi dipendiamo da una takiya [una mensa comunitaria] solo per mangiare”.

Nel corso di sei guerre e incursioni tra il 2008 e il 2021 Ayyad era riuscito ogni volta a riacquisire la sua terra e a ricominciare da capo.

“Questa volta è completamente diverso”, dice. “Non posso ricominciare da capo.”

Ziada afferma che il legame dei palestinesi con la terra racchiude dimensioni di identità, appartenenza e tenacia.

La maggior parte dei terreni agricoli ancora coltivati, spiega, si trova nelle zone più vicine alla Linea Gialla, ma “nonostante il pericolo di raggiungerla, qualsiasi agricoltore che riesca ad arrivare alla propria terra e a procurarsi acqua e beni di prima necessità si affretterà a coltivarla, perché abbiamo urgente bisogno di una fonte di reddito per noi stessi e per le nostre famiglie”.

Le indagini effettuate dalla sua rete rivelano che molti agricoltori si sono indebitati o hanno venduto parte delle loro proprietà per acquistare beni agricoli nella speranza di provvedere al cibo per le loro famiglie e a una fonte di reddito che li aiuti a sopravvivere.

“E poi c’è la paura che incombe su ogni solco tracciato”, spiega. «Un contadino potrebbe seminare, aspettare il raccolto e poi vedere una nuova incursione o operazione militare costringerlo alla fuga, con la perdita del raccolto di un’intera stagione».

Nonostante tutto questo Arafat continua a seminare. Parla della terra di sua madre e di suo padre, il luogo da cui trae il pane quotidiano.

Vede la distruzione come un altro capitolo di quello che ha definito «un piano metodico per distruggere il settore agricolo», parte di un modello più ampio di sfollamento e costruzione di insediamenti iniziato nel 1948, che a suo dire mira a «sradicare i palestinesi dalla loro terra».

Ma «il contadino palestinese non conosce altra via se non l’agricoltura, che ha ereditato dai suoi padri e nonni», spiega. «Vogliamo investire nella terra. La terra, per sua natura, genera. L’albero porta il frutto e il frutto ci restituisce vita e benessere».

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Egab [piattaforma globale che offre supporto editoriale ai giornalisti locali, ndt.]

Ansam al-Qitaa è una giornalista palestinese di Gaza che lavora nel giornalismo cartaceo, radiofonico e mobile. Appassionata di storie di interesse umano e desiderosa di mettere in luce le difficoltà delle persone, crede nel potere delle parole e delle immagini di generare un cambiamento.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come Israele sta usando milizie e blocchi di cemento per impadronirsi di ciò che resta di Gaza  

Tareq S. Hajjaj  

19 maggio 2026 Mondoweiss

Le forze israeliane hanno oltrepassato la “Linea Gialla” che divide a metà la Striscia di Gaza e ora controllano il 65% del territorio. Gli abitanti chiamano il nuovo confine “muro dell’apartheid” di Gaza

La mattina del 13 maggio gli abitanti nei pressi della moschea di al-Hikma, nella parte orientale di Deir al-Balah, hanno iniziato a ricevere telefonate da una persona che affermava di essere il “Capitano Abu Omar”, ufficiale dell’esercito israeliano, che ordinava loro di evacuare le proprie case e spostarsi di oltre 200 metri a ovest della moschea. Il termine per andarsene era inferiore a una settimana.

Lo stesso pomeriggio dei combattenti armati fedeli a Shawqi Abu Nuseira, leader di una milizia di Gaza che, secondo i residenti, è armata e protetta dall’esercito israeliano, hanno fatto irruzione negli stessi quartieri che l’esercito aveva avvertito poche ore prima. Secondo i residenti, il messaggio era lo stesso: evacuare.

La scena di Deir al-Balah si inserisce in un quadro più ampio che si sta profilando in tutta Gaza. Dall’inizio di maggio le forze israeliane hanno spinto i blocchi di cemento gialli che delimitano la cosiddetta “Linea Gialla” sempre più in profondità nelle aree della Striscia nominalmente sotto il controllo di Hamas.

Secondo Reuters la Linea ha conquistato un ulteriore 11% del territorio di Gaza, portando la superficie totale sotto il controllo militare israeliano al 65%. All’inizio del cessate il fuoco nell’ottobre 2025 Israele controllava il 53% della Striscia, con un accordo che avrebbe dovuto essere temporaneo e portare a un graduale ritiro israeliano dall’enclave. La nuova espansione è adesso nota come “linea arancione”, confinando oltre 2,2 milioni di palestinesi in ciò che resta di Gaza.

Abu Nuseira, secondo gli abitanti di Gaza centrale e Khan Younis, è un ex militante di lunga data delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese a Gaza, con una lunga storia di lotta contro Israele. Ha perso un figlio nelle prime settimane della guerra del 2023, dopodiché ha iniziato ad agire in modo più aggressivo contro Hamas. Lui e la sua milizia ora operano in aree sotto controllo israeliano e sono ampiamente considerati a Gaza dei collaboratori che ricevono armi e supporto logistico da Israele.

In un video pubblicato sulla pagina Facebook della milizia, Abu Nuseira compare circondato da uomini pesantemente armati e mascherati. Afferma di “proteggere la vita delle persone” e che la loro “continua sofferenza è legata al rifiuto di Hamas di cedere l’amministrazione della Striscia di Gaza”. Al termine del suo discorso, i suoi uomini scandiscono ripetutamente “Morte ad Hamas”.

Muhammad al-Amour, residente nella parte orientale di Deir al-Balah, ha dichiarato a Mondoweiss che alcune famiglie hanno ricevuto chiamate dirette di evacuazione dall’esercito israeliano e che lo stesso giorno nelle stesse zone sono arrivate le milizie “ad avvisare gli abitanti tra cui decine di sfollati e quelli di case vicino alla Linea Gialla nella parte orientale di Deir al-Balah”. Al-Amour ha affermato che gli abitanti hanno preso sul serio gli avvertimenti e hanno iniziato ad evacuare le proprie case, temendo di essere uccisi dalle milizie o bombardati dall’esercito se fossero rimasti. “Questo è successo ripetutamente durante la guerra ad altre famiglie in diverse zone “, ha aggiunto.

Il nuovo “muro di Berlino” di Gaza

A Khan Younis, nel sud del Paese la linea arancione si è avvicinata a circa 200 metri dalle zone in cui si rifugiano gli sfollati. I palestinesi hanno paragonato le linee gialla e arancione al Muro di Berlino e, in altre circostanze, al muro dell’apartheid che attraversa la Cisgiordania occupata. Questo confine invisibile separa decine di migliaia di famiglie dalle loro case, terre e proprietà in aree dove l’esercito continua a demolire ciò che resta.

Mahmoud al-Raqab, uno sfollato di Khan Younis che vive a circa 300 metri dalla Linea Gialla, ha dichiarato a Mondoweiss che la continua avanzata della linea verso le zone residenziali è “estremamente pericolosa”.

“Tristezza, ansia e paura ci sopraffanno mentre questa espansione continua verso ciò che resta della nostra terra, del nostro quartiere e delle nostre tende”, ha affermato. “Sta riducendo gli spazi a nostra disposizione, impedendoci persino di camminare vicino alle nostre case e aumentando la probabilità che vengano confiscati altri terreni, case, tende e attività commerciali”.

Al-Raqab ha affermato di considerare quanto sta accadendo identico alla confisca dei terreni e alle restrizioni alla libertà di movimento imposte ai palestinesi in Cisgiordania e nelle zone cuscinetto. “Sta distruggendo ogni speranza che il resto della mia famiglia e i nostri vicini possano un giorno tornare a vivere insieme “, ha dichiarato Al-Raqab a Mondoweiss.

“L’esercito sta espandendo la sua occupazione su vaste aree agricole e zone aperte vicino a via Salah al-Din e nelle regioni orientali, scavando profonde trincee per impedire l’accesso alla zona e negare ai palestinesi la possibilità di coltivarla di nuovo”, ha aggiunto. La regione orientale è considerata il “granaio” di Gaza, già sede di fattorie, uliveti e agrumeti e fonte di sostentamento per decine di migliaia di famiglie che possiedono terreni nella parte orientale di Khan Younis.

“Questo è un nuovo muro dell’apartheid che si sta erigendo nella Striscia di Gaza”, ha concluso. «Oggi posano blocchi di cemento. Domani costruiranno alti muri. Stanno sezionando le nostre terre, erigendo barriere tra noi e le nostre case, imponendo restrizioni alla nostra libertà di movimento verso le nostre abitazioni, fattorie e terreni, separando le persone dalle loro proprietà e dalle loro terre d’origine e inglobando gradualmente la nostra terra sotto i nostri occhi.»

Al-Raqab afferma di aver visto la linea avanzare circa otto volte negli ultimi 12 mesi e di aver assistito personalmente alla sua più recente espansione. Poiché vive in una zona adiacente racconta come la linea abbia isolato nuove aree che si estendono dall’ospedale Dar al-Salam alla rotonda di Bani Suhaila, a est di Khan Younis, lungo via Salah al-Din.

“Non possiamo fare nulla contro questa linea”, ha dichiarato. “Non possiamo ignorarla e tornare a casa: verremmo uccisi immediatamente. Non è eroismo andare a farsi uccidere. Non è una questione personale per me, la mia casa e la mia terra. L’occupazione sta rubando tutta la mia patria, non solo la mia terra. E se ora non possiamo fare nulla per riprenderci la nostra terra, questo non significa che ce ne dimenticheremo. La terremo nei nostri cuori e nelle nostre menti finché non torneremo.”

Tareq S. Hajjaj è corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro dell’Unione degli scrittori palestinesi. È presente su Twitter/X all’indirizzo @Tareqshajjaj.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele a Gaza sta utilizzando le malattie infettive come armi

Salman Khan  

3 maggio 2026 Mondoweiss

Il dottor Salman Khan, specialista in malattie infettive, si è recato a Gaza per una missione medica di tre settimane nel febbraio 2026. Ha riscontrato una dilagante diffusione di malattie infettive, tutte causate direttamente dall’assedio e dal genocidio perpetrati da Israele.

Ho incontrato un giovane di circa vent’anni nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Nasser di Khan Younis a Gaza. Era stato vittima di un attacco missilistico israeliano tre settimane prima, vicino alla Linea Gialla [che divide in due la Striscia tra la parte occupata da Israele e quella in cui sono concentrati i palestinesi, ndt.]. La sua gamba sinistra era stata amputata sopra il ginocchio e la parte rimanente dell’arto era stata fissata con diversi dispositivi di sostegno esterno; presentava inoltre numerose altre lacerazioni e un grave trauma addominale che aveva richiesto una laparotomia, una resezione intestinale e l’inserimento di una stomia. Era intubato e aveva sviluppato una polmonite associata alla ventilazione meccanica, causata da un batterio multiresistente chiamato Acinetobacter. Gli era stata somministrata una combinazione di antibiotici che probabilmente sarebbe risultata inefficace.

A Gaza si verifica spesso quello che noi specialisti in malattie infettive definiamo “farmaco e batterio spaiati”: a causa della limitata disponibilità di antibiotici e della crescente crisi di resistenza agli antibiotici ai pazienti vengono spesso somministrati antibiotici inefficaci contro il patogeno responsabile.

In parte a causa delle continue restrizioni all’ingresso di farmaci salvavita imposte dall’occupazione israeliana, la fornitura di antibiotici a Gaza è gravemente limitata e spesso varia di settimana in settimana in base alla disponibilità delle donazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. I ​​pazienti muoiono inutilmente per infezioni spesso curabili a causa dei ritardi nella somministrazione di terapie antibiotiche efficaci.

A Gaza il collasso del sistema sanitario, il sovraffollamento eccessivo all’interno e intorno agli ospedali e il degrado delle infrastrutture igienico-sanitarie hanno contribuito a facilitare la diffusione di batteri multiresistenti e ad aggravare il problema della resistenza antimicrobica. Già prima del genocidio Gaza soffriva di alti livelli di resistenza agli antibiotici, che da allora si sono ulteriormente aggravati. Anche la contaminazione da metalli pesanti derivante dai residui esplosivi dei raid aerei israeliani contribuisce alla selezione nell’ambiente di batteri resistenti.

Prima dell’attacco israeliano alle strutture sanitarie, Gaza contava 38 ospedali, molti dei quali offrivano cure specialistiche avanzate; ora ne rimangono solo una manciata che funzionano a una frazione della loro capacità precedente per una popolazione di oltre due milioni di persone in grave difficoltà.

La capacità dei laboratori ospedalieri e di sanità pubblica a Gaza è gravemente limitata a causa della distruzione mirata delle infrastrutture di laboratorio e del blocco delle forniture da parte dell’Occupazione. I laboratori di microbiologia faticano a eseguire test diagnostici essenziali e urgenti, come le colture per identificare i batteri da vari campioni biologici e ambientali e i test di sensibilità agli antibiotici per prevedere le migliori opzioni di trattamento per il singolo paziente e per la popolazione ospedaliera nel suo complesso. Queste limitazioni compromettono anche il controllo delle malattie infettive e le misure di risposta alle epidemie.

Nello sforzo per la prevenzione e il controllo delle infezioni si sono dovute affrontare circostanze eccezionali in seguito agli attacchi israeliani contro gli ospedali di Gaza e le comunità circostanti. Gli ospedali sono stati oberati da vittime civili, rendendo quasi impossibile il rispetto dei principi igienici di base come il lavarsi le mani, la sterilizzazione delle attrezzature mediche e la corretta cura delle ferite.

Il grave sovraffollamento ha facilitato la diffusione di malattie infettive. Dopo il “cessate il fuoco” gli ospedali hanno continuato a soffrire di gravi carenze di disinfettante per le mani a base di alcol, di soluzioni per sterilizzare le apparecchiature mediche e di dispositivi di protezione individuale.

Il rischio di infezione tuttavia si estende oltre le mura dell’ospedale. Durante il nostro soggiorno a Gaza, il nostro gruppo di volontari è stato invitato da un rappresentante del Ministero della Salute a testimoniare la vita nei campi di tende che circondano l’ospedale. Mi ha colpito il fatto che ognuna di queste tende fosse sovraffollata da intere famiglie che avevano subito molteplici sfollamenti. La prima cosa che ho notato è stato il fetore di liquami e immondizia nell’aria. I detriti ricoprivano il terreno. Le latrine erano scavate nella sabbia e traboccavano quando pioveva. Queste condizioni aumentavano la diffusione di malattie respiratorie, cutanee e diarroiche trasmissibili.

Hanno anche creato un terreno fertile ideale per i roditori. Uno dei medici specializzandi dell’ospedale Nasser, con cui ho parlato, ha descritto un focolaio di casi di leptospirosi nei reparti all’inizio di febbraio.

La leptospirosi è una grave infezione batterica che si trasmette dai roditori alle persone; l’infezione può manifestarsi con polmonite, insufficienza renale ed epatica e, in assenza di un trattamento adeguato, può portare alla morte. Le forti piogge e le inondazioni nelle tende che circondavano l’ospedale hanno probabilmente esposto le persone all’urina e alle feci dei roditori, favorendo la trasmissione della malattia.

Camminando per le strade polverose di Khan Younis mi è parso evidente come Israele stesse cercando di rendere la vita invivibile agli abitanti di Gaza distruggendo il loro contesto abitativo. L’aria era densa di particolato e fumo, rendendo la respirazione difficoltosa. I pazienti con patologie respiratorie preesistenti sono particolarmente vulnerabili alle infezioni virali respiratorie come l’influenza e il COVID e alla polmonite batterica; ho visto diversi pazienti ricoverati per polmonite all’ospedale Nasser.

Ho visitato il negozio di alimentari locale e gli scaffali erano pieni di cibo spazzatura a prezzi esorbitanti e di alimenti altamente processati. I prodotti freschi erano rari. Anche prima del genocidio e della carestia Gaza era tenuta dall’Occupazione in uno stato di cronica insicurezza alimentare, sull’orlo della fame.

La malnutrizione indebolisce il sistema immunitario e predispone i pazienti, soprattutto i bambini piccoli, alle infezioni. Durante la mia visita ho assistito a una scena straziante: bambini piccoli in fila con grandi pentole vuote fuori da una mensa improvvisata vicino all’ospedale, che urlavano e piangevano per la fame. Tra malnutrizione causata artificialmente, traumi e il peso di malattie croniche e infettive, non sorprende che Gaza abbia una delle aspettative di vita più basse al mondo.

Tornando al caso del paziente ventenne nel reparto di terapia intensiva, l’aggressione nei suoi confronti non si è conclusa con l’attacco missilistico israeliano che gli ha dilaniato il corpo. È stato successivamente sottoposto a forme di violenza ancora più insidiose da parte dell’Occupazione: la sua capacità di combattere le infezioni è stata compromessa dalla malnutrizione dovuta alle continue limitazioni all’ingresso di cibo nutriente; ha sviluppato una polmonite a causa della diffusione di batteri nel reparto dovuta alle restrizioni all’ingresso di prodotti per la pulizia e di dispositivi di protezione individuale, e una volta contratta la polmonite, le sue opzioni terapeutiche sono state gravemente limitate a causa dell’insufficiente disponibilità di antibiotici efficaci.

A Gaza ho incontrato molti pazienti in queste condizioni. Un’anziana donna che a causa della prolungata permanenza seduta sul duro pavimento della sua tenda ha sviluppato un’ulcera infetta da pressione all’anca con conseguente sepsi e necessità di rimozione chirurgica e terapia antibiotica endovenosa; una giovane donna che ha contratto una grave infestazione parassitaria da scabbia a causa del sovraffollamento e delle scarse condizioni igieniche nella tenda della sua famiglia; un’altra donna che ha sviluppato una grave gastroenterite e diarrea dovuta probabilmente all’ingestione di acqua contaminata con conseguente disidratazione e insufficienza renale.

Una discussione sulla minaccia rappresentata dalle malattie infettive a Gaza sarebbe tuttavia incompleta senza menzionare gli operatori sanitari in prima linea, che svolgono un ruolo essenziale nella prevenzione e nel rallentamento della diffusione delle infezioni in ambito sanitario. Medici, infermieri e specialisti nella prevenzione delle infezioni a Gaza hanno affrontato enormi difficoltà durante il genocidio, tra molteplici spostamenti e problemi nell’approvvigionamento di cibo e acqua potabile. Uno dei medici con cui ho parlato, il cui migliore amico era stato ucciso, mi ha detto che a Gaza tutti avevano perso qualcuno o qualcosa di prezioso.

Altri membri del personale ospedaliero, in particolare quelli con ruoli dirigenziali come il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, sono stati rapiti, torturati e detenuti illegalmente dalle forze di occupazione mentre altri, come il dottor Hammam Alloh, nefrologo dell’ospedale Al-Shifa, sono stati assassinati, creando gravi carenze nel personale sanitario che hanno facilitato un aumento del rischio di infezioni nosocomiali.

Nei due anni e mezzo di occupazione anche agli studenti di medicina e ai tirocinanti di Gaza è stato negato il diritto all’istruzione medica, compresa la formazione sulla prevenzione delle infezioni e sulla gestione antimicrobica. Ciò pone serie sfide al contenimento e al rallentamento della diffusione di resistenza antimicrobica negli ospedali universitari di Gaza.

Affrontare la crescente minaccia delle malattie infettive a Gaza richiede azioni coraggiose e urgenti. In primo luogo è necessario un vero cessate il fuoco. Ciò include la revoca delle restrizioni all’ingresso di forniture mediche e farmaci salvavita, in particolare antibiotici. Agli operatori umanitari deve essere consentito l’accesso senza ostacoli a Gaza e gli operatori sanitari attualmente incarcerati devono essere liberati. Ai pazienti che necessitano di cure specialistiche deve essere garantito l’espatrio sanitario: molti di quei pazienti soccombono a complicazioni infettive in attesa di un salvacondotto. Devono essere stanziate risorse per la ricostruzione delle infrastrutture igienico-sanitarie, del sistema sanitario e delle capacità di laboratorio di Gaza. Solo con questi prerequisiti i programmi di prevenzione e controllo delle infezioni ospedaliere e di gestione antimicrobica potranno esprimere appieno il loro potenziale. Infine, i sistemi di apartheid e di occupazione che hanno creato le condizioni per il “medicidio” devono essere smantellati; Israele deve essere ritenuto responsabile delle sue azioni genocidarie a Gaza.

Salman Khan, medico e specialista in sanità pubblica, è un esperto di malattie infettive e professore assistente di medicina presso il Columbia University Irving Medical Center di New York. Ha partecipato a una missione medica di tre settimane a Gaza tra febbraio e marzo 2026. In precedenza, aveva già preso parte a missioni mediche in Siria (dicembre 2025) e nella Cisgiordania occupata (agosto 2025).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Le guardie della notte”: uno sguardo alla rete popolare che si oppone agli attacchi dei coloni israeliani

Majd Jawad  

27 aprile 2026 Mondoweiss

Parliamo della rete di volontari palestinesi che, organizzandosi dal basso, trascorrono le notti a difendere i loro villaggi in Cisgiordania dalla crescente violenza dei coloni israeliani

Sotto la luna di mezzanotte, in cima alla montagna nel villaggio di Sinjil, gli abitanti puntano le torce segnalando la loro presenza alle colline dall’altra parte della valle. I fasci di luce, insieme alle luci attorno a una piccola tenda di guardia solitamente usata come arredo durante il Ramadan, fungono da tempestivo sistema di allarme. Il segnale che il villaggio è sveglio e in allerta.

“Vedi quella luce?” chiede a bassa voce uno dei giovani, indicando un bagliore sulla collina di fronte. Annuisco. Per un attimo, nessuno parla. Il vento è pungente a quest’altitudine e sotto di noi il villaggio è completamente buio.

“Significa che sono lì”, dice. “In allerta, come noi.”

Mentre il ritmo degli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi raggiunge livelli senza precedenti in un contesto di debole risposta ufficiale ai crescenti rischi in tutta la Cisgiordania occupata, i gruppi di volontari locali, noti come comitati di protezione o “guardie della notte” sono emersi come prima linea di difesa contro la violenza quasi quotidiana. Il gruppo di giovani che organizza pattuglie notturne a Sinjil è uno di questi.

La tenda stessa è un semplice telo sottile teso su pali di metallo, i cui bordi sono appesantiti da pietre per resistere al vento. Eppure è diventata la prima linea del villaggio.

Sedie di plastica ne fiancheggiano i lati e un caricabatterie per cellulari condiviso pende da un collegamento elettrico improvvisato, alimentando i dispositivi che mantengono il villaggio connesso durante la notte. Come tutti quelli che si riuniscono qui, gli uomini oscillano tra stanchezza e vigilanza, barcamenandosi fra il lavoro diurno e l’obbligo di rimanere svegli fino all’alba.

«Dall’inizio dello scorso anno e a seguito dell’intensificarsi degli attacchi a Sinjil abbiamo ritenuto necessario formare un comitato composto principalmente da volontari», afferma R.M., un partecipante abituale del villaggio. «Avevamo bisogno di organizzare il servizio di guardia in modo più efficace e di passare da un modello di faz’a a un sistema più organizzato».

Quello che R.M. chiama faz’a con un’espressione colloquiale palestinese è quando un gruppo di persone accorre in aiuto di altri membri della comunità, incarnando l’espressione organica e spontanea di mutuo soccorso tra palestinesi. Nel contesto dell’escalation dei pogrom dei coloni, i membri della comunità rappresentano praticamente l’unica protezione che i palestinesi hanno contro i violenti coloni ebrei israeliani che continuano a uccidere palestinesi nelle città della Cisgiordania.

Dall’inizio dell’anno oltre 260 palestinesi sono rimasti feriti in attacchi da parte di coloni israeliani secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), un aumento di tre volte rispetto alla media mensile di 30-105 feriti al mese registrata nel 2023.

R.M. afferma che a Sinjil questi attacchi sono diventati quasi quotidiani. “Non era più logico continuare con il vecchio approccio per difendere la nostra gente e le nostre terre”, spiega.

Nel luglio 2025 un attacco su larga scala dei coloni vicino alla città ha causato la morte di due palestinesi e il ferimento di almeno altri 58. Da allora i resoconti locali indicano un drastico incremento nella frequenza degli attacchi, da circa un episodio al mese prima del 7 ottobre ad assalti quasi quotidiani al villaggio.

“Quanto spesso accade adesso?”, chiedo.

R.M. accenna a una breve risata. “Non si contano più in quel modo”, dice. “Si contano le notti tranquille”. Fa una pausa. “E non ce ne sono molte”.

In precedenza i volontari si affidavano a un faz’a individuale ogni volta che si verificava un attacco, interpellando vicini e conoscenti. Ma con l’intensificarsi degli attacchi, sempre più violenti e frequenti, è diventato essenziale istituire comitati centrati sull’allerta precoce, il monitoraggio e l’osservazione, consentendo al villaggio di riunirsi e difendere gli abitanti disarmati.

«Appena avvistiamo i coloni che attaccano avvisiamo gli abitanti tramite WhatsApp o makhshir (walkie-talkie)», spiega R.M. precisando che il meccanismo di protezione si basa semplicemente sulla sicurezza data dal numero di persone. «La missione principale della tenda non è di attaccare; non possediamo strumenti o armi paragonabili a quelli dei coloni. Piuttosto ci assicuriamo che delle persone siano sempre presenti nelle zone potenzialmente a rischio, per scoraggiare un attacco prima ancora che inizi».

L’improvviso suono di una notifica rompe il silenzio. Uno degli uomini prende il telefono, legge velocemente, poi alza lo sguardo.

«Movimento», dice.

Nessuno si fa prendere dal panico, ma l’atmosfera cambia. Due di loro prendono delle torce e escono nell’oscurità.

Tornano e parlano a lungo delle difficoltà e dei pericoli che li circondano. “Gli attacchi arrivano sempre all’improvviso”, aggiunge R.M. “I palestinesi spesso dormono, di solito dopo mezzanotte, oppure sono al lavoro, fuori dal villaggio o impegnati nei campi. Gli aggressori sono generalmente pesantemente armati e la nostra reazione è del tutto improvvisata”.

La prima notte di Ramadan il comitato di Sinjil è stato colto di sorpresa da un attacco di circa 20 coloni, che ha provocato il ferimento di un membro e l’arresto di altri per una settimana, durante la quale sono stati picchiati brutalmente. E nel contempo l’esercito ha smantellato e confiscato la tenda del comitato, secondo il racconto di R.M.

In seguito i volontari hanno continuato il loro lavoro con turni notturni all’aperto per diversi mesi, esposti al freddo e all’oscurità, finché gli abitanti del villaggio non hanno fatto una colletta e contribuito a ricostruire un’altra tenda per riprendere l’attività di guardia. Il loro lavoro è ancora in corso, così come gli attacchi dei coloni.

Una tradizione rinnovata

La nascita di comitati di protezione popolare nei villaggi palestinesi non presenta semplicemente delle somiglianze con forme passate di azione collettiva, ma è la continuazione di una tradizione profondamente radicata di auto-organizzazione comunitaria che risale alla Prima Intifada, seppur in condizioni politiche profondamente diverse.

“Nonostante il diverso contesto politico, la nostra storica esperienza della Prima Intifada è simile all’esperienza dei comitati di oggi”, ha dichiarato a Mondoweiss R.S., donna membro di un comitato popolare del campo profughi di Jenin. Ora vive nel quartiere di al-Jabriyat a Jenin, dopo che gli abitanti del campo profughi sono stati espulsi con la forza e non è stato loro permesso farvi ritorno.

Tra il 1987 e il 1993 la Prima Intifada fu combattuta nella vita quotidiana. Sotto coprifuoco, blocchi e la costante minaccia di arresto, i palestinesi costruirono i propri sistemi di sopravvivenza. Nei quartieri, nei villaggi e nei campi profughi nacquero comitati locali che organizzavano la distribuzione di cibo, tenevano corsi clandestini quando le scuole erano chiuse e fornivano assistenza medica di base quando l’accesso alle cure era bloccato.

R.S. approfondisce quel ricordo: “Ha offerto molti esempi di lavoro comunitario e resilienza. Nessuno soffriva la fame allora; chiunque avesse bisogno di aiuto trovava qualcuno disposto a dare una mano. Molti abitanti offrivano le loro case, le moschee e i circoli a coloro che erano stati sfollati dai campi. Nessuno dormiva all’aperto”.

“Ora è diverso”, aggiunge a bassa voce. “Ma anche uguale”.

Secondo la Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro, un organismo ufficiale allineato all’Autorità Palestinese che documenta l’attività degli insediamenti israeliani, l’origine della più recente costituzione dei comitati di protezione risale al 2015, in gran parte a seguito del devastante incendio doloso di Duma. Nell’attentato persero la vita alcuni membri della famiglia Dawabsheh, tra cui il piccolo Ali di 18 mesi e i suoi genitori.

“La necessità di guardie notturne è emersa chiaramente come mezzo per prevenire gli attacchi dei coloni”, ha dichiarato a Mondoweiss Amir Daoud, direttore della documentazione presso la Commissione. “In quella fase era stato avviato un coordinamento con le forze locali e studentesche, e un numero limitato di comitati si era formato nei villaggi più vulnerabili agli attacchi con un semplice supporto logistico come degli strumenti di comunicazione”.

Un esempio noto è rappresentato dalle unità di “vigilanza notturna” in luoghi come il villaggio di Beita o nella battaglia di Jabal Sabih. Il modello tuttavia è rimasto circoscritto fino al 7 ottobre quando, secondo Daoud, la violenza dei coloni è aumentata drammaticamente in tutta la Cisgiordania, ridefinendo il ruolo di questi comitati. Quelle che erano iniziative locali di vigilanza notturna si sono trasformate in un sistema più ampio di protezione comunitaria, in particolare contro i ripetuti tentativi di incendio doloso notturno ai danni delle abitazioni. “Questo ha contribuito alla diffusione del modello dei comitati in molte comunità”, ha aggiunto.

Ma il loro ruolo, sottolinea Daoud, va oltre la protezione immediata. In un contesto in cui la violenza è spesso sottovalutata o contestata, questi comitati sono diventati una forma di documentazione sul campo e di responsabilità pubblica. “Questi comitati ci raccontano la situazione così com’è, momento per momento, direttamente dai villaggi e dalle zone minacciate, il che ci permette di agire con rapidità ed efficacia sia a livello legale che mediatico. Senza questa presenza popolare molte violazioni rimarrebbero invisibili o difficili da dimostrare. Per noi sono parte integrante del sistema di resilienza, non un semplice strumento organizzativo.”

La loro struttura, osserva, è volutamente disomogenea e adeguata al contesto locale piuttosto che centralizzata. Ogni villaggio si organizza in base alla geografia e alle specifiche minacce che deve affrontare, che si tratti di strade costruite dai coloni, della vicinanza agli avamposti o delle modalità delle incursioni. Alcune comunità operano con supporto esterno e strumenti di coordinamento più avanzati, mentre altre si affidano a risorse minime, a testimonianza di un sistema di protezione frammentato ma adattabile.

Eppure, sebbene l’etica della cura collettiva e del sumud rimanga intatta, gli strumenti si sono evoluti radicalmente. Ciò che un tempo veniva organizzato tramite volantini, scioperi e mobilitazioni di persona si è ora spostato su infrastrutture digitali che consentono il coordinamento in tempo reale e la documentazione immediata. Questa trasformazione ha introdotto una nuova essenziale dimensione: la capacità di tradurre le esperienze locali di violenza in narrazioni visibili a livello globale.

“I social media hanno rimodellato la natura del lavoro collettivo all’interno dei comitati di protezione”, afferma R.S. del comitato di Jenin. “Si basano in gran parte su app come WhatsApp e Telegram per il coordinamento immediato, sia per segnalare i movimenti dei coloni che per organizzare le ronde notturne”. Questo tipo di comunicazione istantanea conferisce ai comitati un’elevata capacità di risposta rapida e riduce la necessità di strutture organizzative complesse. “Chiunque può far parte della rete”, aggiunge.

Operare con meno risorse e condividere il peso

Nonostante usino abilmente le tecnologie digitali, i comitati di protezione locali rimangono ostacolati da risorse limitate e da un territorio imprevedibile.

Uno studio condotto da una ONG locale, la Palestinian Initiative for the Promotion of Global Dialogue and Democracy Foundation, evidenzia le difficoltà che affrontano i club giovanili, le organizzazioni di base e i comitati di quartiere e di volontariato, tra cui la mancanza di risorse logistiche, dispositivi di protezione individuale e attrezzature avanzate, ciò che pone i volontari in una posizione di notevole svantaggio.

I gruppi hanno anche subito molestie e attacchi da parte dei coloni e dell’esercito, inclusi episodi di sparatorie dirette contro i volontari delle pattuglie notturne. Nel villaggio di Beit Lid, a est di Tulkarem, che ha subito ripetuti attacchi da parte dei coloni, i comitati si sono trovati ad affrontare una forma inaspettata di disturbo. Alcuni giovani del villaggio hanno riferito di aver ricevuto improvvisamente messaggi nei loro gruppi WhatsApp che sembravano provenire dal telefono di un altro volontario, arrestato quella stessa notte dalle forze israeliane. I messaggi mettevano in guardia dal riunirsi o tentare di mobilitarsi in risposta all’attacco.

«I messaggi hanno creato un momento di confusione ed esitazione tra i gruppi, poiché i membri cercavano di capire se fossero autentici o inviati sotto costrizione», afferma A.S., membro dei comitati. «In seguito è risultato evidente a tutti i coinvolti che il telefono era stato usato mentre il proprietario era detenuto, trasformando uno strumento di coordinamento in un canale di intimidazione».

Nonostante questa interruzione i comitati hanno gradualmente ripreso il coordinamento, adattando le proprie pratiche di comunicazione a maggiore cautela e verifica. L’episodio ha messo in luce non solo i rischi fisici che i volontari affrontano, ma anche i metodi in continua evoluzione utilizzati per interferire con la risposta collettiva, intralciandola.

Aiuto reciproco

Un altro modo in cui i comitati operano è quello di impegnarsi in attività di mutuo soccorso per affrontare le conseguenze di un attacco dei coloni. Invece di lasciare che le famiglie colpite sopportino individualmente l’intero peso dei danni, il comitato distribuisce il carico all’intera comunità, considerando la perdita un onere sociale ed economico condiviso.

Un esempio è la città di Qaryut, che ha istituito un fondo di risarcimento comunitario per coloro che sono stati colpiti dagli attacchi dei coloni. “Abbiamo creato un comitato di otto persone e diviso i compiti tra loro”, afferma S.A., un membro del comitato. “Alcuni membri sono responsabili del monitoraggio e dell’organizzazione, altri della valutazione dei danni causati dagli attacchi per facilitare il risarcimento, e altri ancora del sistema di allerta precoce per gli abitanti del villaggio.”

Il meccanismo di risarcimento, spiega, è stato creato per garantire che le perdite non ricadano esclusivamente sulle vittime. “L’idea era che nessuno dovesse pensare che ciò che è accaduto riguardi solo lui”, afferma, spiegando che l’iniziativa, interamente autofinanziata, è pensata per fornire sostegno economico per i danni alle proprietà, ai terreni agricoli bruciati e ai familiari colpiti.

Questo sistema è stato attivato a Qaryut in risposta ai ripetuti attacchi dei coloni, tra cui un raid del settembre 2024 in cui due palestinesi sono rimasti feriti e un attacco del marzo 2026 in villaggi vicini che ha causato il ferimento di tre persone e l’incendio di diversi veicoli e proprietà comunali. Gli abitanti affermano che la violenza dei coloni coniuga ripetutamente aggressioni fisiche a danni ingenti all’agricoltura e alle proprietà. Oltre al risarcimento finanziario, il fondo fornisce anche materiale medico e sanitario di base ai feriti nei continui attacchi, rafforzando un sistema più ampio di resilienza comunitaria di fronte alla continua violenza dei coloni.

In tutta la Cisgiordania ogni comunità ha improvvisato la propria versione di questo sistema, utilizzando strumenti diversi, in terreni diversi e assumendosi rischi diversi. Ma la logica è la stessa ovunque: in assenza di protezione dall’alto, l’unica cosa che si frappone tra un villaggio palestinese e il prossimo attacco è il villaggio stesso. Il fondo di compensazione a Qaryut, le reti WhatsApp a Beit Lid, le pattuglie notturne a Sinjil: ogni villaggio ha trovato la propria risposta alla stessa domanda: come proteggere ciò che è tuo quando nessun altro lo fa?

Mentre lascio il sito di Sinjil, un turno sta per terminare e ne inizia un altro. Un piccolo gruppo si riunisce all’interno della tenda per un breve passaggio di consegne, durante il quale un giovane consegna il registro di servizio e aggiorna la squadra entrante su quanto osservato nelle ore precedenti. Il gruppo uscente si fa da parte mentre il nuovo turno si insedia; alcuni arrivano con bottiglie di energy drink e sigarette, che posano sul tavolo. La notte, come ogni notte, non è ancora finita.

Majd Jawad è giornalista e ricercatore originario di Jenin, in Palestina, in possesso di un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e di una laurea in Giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)