Il NYTimes nasconde le uccisioni di manifestanti non violenti sul confine di Gaza da parte di Israele

James North

30 marzo 2018, Mondoweiss

Nota redazionale: riteniamo interessante per il lettore italiano questo articolo in quanto non solo il New York Times è uno dei più importanti giornali al mondo, ma anche perché buona parte delle critiche qui proposte si può applicare ai tre principali quotidiani italiani, che hanno parlato degli ultimi avvenimenti a Gaza come di “guerra”, “guerriglia”, “sparatorie”, “Assedio alle frontiere”, “giorno di battaglia”, come se da entrambe le parti ci fosse stata un’aggressione armata. Infine, come nel caso del quotidiano statunitense, nessuno dei giornalisti di questi quotidiani era presente o ha cercato di intervistare i manifestanti palestinesi.

Oggi il NYTimes continua con la sua informazione di parte su Israele/Palestina, con un reportage scioccante a senso unico che cerca di nascondere come Israele abbia aperto il fuoco contro una protesta palestinese non violenta e di massa all’interno dei confini di Gaza.

La disonestà inizia dalla prima frase dell’articolo del Times, in cui si asserisce che le proteste “sono degenerate quasi subito nel caos e nel bagno di sangue”, con “almeno cinque palestinesi uccisi in scontri con i soldati israeliani.”

Si noti lo scaltro tentativo di usare l’indeterminatezza per nascondere il fatto che Israele ha sparato munizioni letali (“sono degenerate…in un bagno di sangue”), e “scontri” – insinuando che entrambe le parti siano in qualche modo responsabili dei cinque morti.

La parzialità continua nel secondo paragrafo dell’articolo del Times, in cui sostiene – senza virgolette – che “migliaia di palestinesi stavano provocando disordini in sei località lungo il confine.” Al contrario, sia il Guardian [quotidiano inglese di centro sinistra, ndt.] che la BBC [televisione pubblica inglese, ndt.] nei loro reportage presentano le parole “provocando disordini” tra virgolette, e l’attribuiscono chiaramente all’esercito israeliano, sottolineando che si tratta della versione di una parte, non di un fatto dimostrato. Ecco la versione della BBC: “L’esercito israeliano ha informato di ‘disordini’ in sei luoghi ed ha affermato che stava ‘sparando contro i principali sobillatori.’”

La disonestà continua. Il Times descrive Hamas come “il gruppo di miliziani islamisti che domina Gaza ed è noto per la sua resistenza armata.” Va bene, piuttosto tendenzioso, ma dov’è la descrizione di Israele come “un governo che ha massicciamente attaccato Gaza per tre volte dal 2008, uccidendo migliaia di persone, per lo più civili e molti bambini?”

Poi il Times cita il blocco israeliano di Gaza, “che Israele definisce una necessità assoluta per la sicurezza.” Ma non leggerete l’altra versione, cioè che molti altri, palestinesi ed alcuni israeliani, controbattono che Israele continua con il blocco essenzialmente non per proteggere se stesso, ma per soffocare e screditare Hamas, che ha vinto le elezioni a Gaza nel 2006.

Poi ancor più di parte. Il Times: “Preparandosi alla violenza, Israele ha praticamente raddoppiato le sue forze lungo il confine, schierando cecchini, unità speciali e droni…” Ma c’è un’altra, molto più corretta, versione della vicenda: “Israele, per affrontare una sconfitta propagandistica in quanto migliaia di gazawi avevano lanciato una pacifica protesta di massa, ha fatto tutto il possibile per provocare la violenza e screditare la manifestazione ed intimidire ancora una volta i gazawi.”

Nascosta nell’articolo del Times c’è solo una minima cosa su quello che è realmente avvenuto, una citazione di B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani: B’Tselem “in un comunicato ha avvertito che ogni politica di ‘sparare per uccidere’ contro manifestanti disarmati sarebbe illegale…”

Quello che è sconvolgente e vergognoso nell’articolo del Times è che finora non c’è nessun reportage di prima mano da Gaza. Un giornale realmente interessato alla verità avrebbe mandato dei giornalisti sul confine a Gaza e avrebbe chiesto a qualcuno delle migliaia di manifestanti palestinesi cosa gli sia realmente successo – invece di ripetere solo [quello che ha detto] l’esercito israeliano.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Promemoria al “New York Times”: andate al villaggio di Ahed Tamimi in Palestina e dite la verità

Mondoweiss

22 marzo 2018

A: David Halbfinger, capo della redazione di Gerusalemme del New York Times

Ahed Tamimi, che ha solo diciassette anni, è ormai una dei palestinesi più noti di sempre, ma i lettori del tuo “New York Times” sono ancora all’oscuro di tutto. Hai scritto solo due articoli su di lei: il primo, un testo relativamente lungo a dicembre, era un resoconto con una “narrazione a confronto” su come palestinesi ed israeliani interpretano in modo diverso la sua resistenza all’occupazione. (Il tuo secondo articolo, oggi, è solo una sintesi su come un tribunale militare israeliano l’ha condannata a 8 mesi di reclusione. Il resoconto di oggi non è neanche incluso nell’edizione cartacea del “Times”).

Basta con le “narrazioni a confronto”. Vai al suo villaggio nella Palestina occupata, Nabi Saleh, e racconta qualche fatto. Finora tutto quello che hai avuto da dire nel tuo primo articolo è stato che i Tamimi vivono in “un piccolo villaggio” che ha “da molto tempo un contenzioso con un vicino insediamento israeliano, Halamish, che secondo gli abitanti di Nabi Saleh avrebbe rubato la loro terra e la loro acqua.”

Un momento. Restiamo ai fatti. Verifica se gli abitanti di Nabi Saleh hanno ragione. Ben Ehrenreich, che nel 2013 ha pubblicato un lungo articolo sulla vostra rivista a proposito del villaggio, ha già fornito qualche precedente. Alla fine degli anni ’70 Israele si è impossessato di più di 60 ettari delle terre di Nabi Saleh, apparentemente per “ragioni militari”, ma poi li ha dati a coloni ebrei. Negli anni seguenti Israele ha rubato altra terra palestinese nella zona, come racconta Ehrenreich nel suo eccellente libro “The Way to the Spring: Life and Death in Palestine” [La via per la sorgente: vita e morte in Palestina]. In base alle leggi internazionali l’esproprio di terre è illegale, come riconosce ogni altro Paese al mondo, tranne Israele. In seguito i coloni ebrei hanno confiscato una sorgente d’acqua palestinese, chiamata “Sorgente dell’Arco”, ed hanno costruito vicino a questa uno stagno per i pesci. I palestinesi hanno di nuovo protestato. Anni dopo, spiega Ehrenreich, “i coloni hanno retroattivamente fatto richiesta per avere una licenza edilizia, che le autorità israeliane hanno rifiutato di concedere, sentenziando che “i richiedenti non hanno dimostrato i loro diritti sulla terra in questione.” Così ora i coloni non stanno sfidando solo le leggi internazionali, ma le loro stesse autorità. Eppure in qualche modo continuano a controllare la sorgente. Scopri perché.

Potresti anche fare un resoconto intervistando sia i coloni israeliani che i palestinesi della zona. Noi di “Mondoweiss” abbiamo scoperto che i coloni ebrei sono piuttosto disponibili a parlare apertamente e in modo aggressivo, per cui non censurare il loro estremismo. I coloni ebrei fanno vendere più copie e possiamo garantire che le loro colorite citazioni attireranno lettori per il tuo articolo.

Poi comincia a indagare sul livello di violenza nella zona, e chi ne è responsabile. Fai pure, racconta che alcuni giovani palestinesi lanciano pietre contro l’esercito israeliano (anche se dovresti sottolineare che neppure un solo soldato israeliano è mai stato ucciso da chi lancia pietre). Ma dovresti anche verificare quanti palestinesi di Nabi Saleh sono stati uccisi o seriamente feriti durante anni di manifestazioni per lo più non violente. Lo zio materno di Ahed Tamimi, Rushdie, è stato ucciso da proiettili letali e sua madre, Nariman, è stata colpita a una gamba e per un anno ha dovuto usare un bastone.

Non ti sarà difficile fare interviste a palestinesi di Nabi Saleh. A quanto pare Ben Ehrenreich non ha avuto problemi a trovare abitanti che parlassero con lui. Anche il fondatore di “Mondoweiss”, Phil Weiss, ha visitato il villaggio, ed ha scoperto che Bassem Tamimi, il padre di Ahed, parla un inglese fluente ed è ospitale.

Dovresti anche parlare con i soldati di leva israeliani che sono lì. Come i coloni, anche loro possono fornirti citazioni senza peli sulla lingua. Ma poi contatta “Breaking the Silence”, la coraggiosa organizzazione dei veterani israeliani contro l’occupazione. Forse qualcuno di loro è stato distaccato a Nabi Saleh e può dirti quello che sta dietro alla vicenda. E non dimenticare di verificare a B’Tselem, la famosa organizzazione per i diritti umani israeliana. A quanto pare alcuni dei tuoi predecessori del “New York Times” hanno avuto dei problemi a trovarli.

Infine dovresti cercare di intervistare la stessa Ahed Tamimi. Lei a quanto pare rimarrà in prigione fino a luglio, e Israele ovviamente cercherà di zittirla. Ma il “New York Times” è un’istituzione potente e potresti almeno chiedere.

Potrai sicuramente parlare con i membri della sua famiglia che non sono in prigione. Permettici di ricordarti che non hai citato neppure uno dei Tamimi in nessuno dei tuoi articoli. Dovresti iniziare dando loro la possibilità di rispondere a quell’affermazione che hai inserito nel tuo primo articolo di dicembre: “Che la sua famiglia sembri incoraggiare i rischiosi scontri dei figli con i soldati offende alcuni palestinesi e fa infuriare molti israeliani.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Nove ragioni per cui Israele non è un ‘paradiso progressista’

Hamzah Raza

6 marzo 2018, Mondoweiss

Dal 4 al 6 marzo a Washington si è riunita la conferenza politica dell’“American Israel Public Affairs Committee” [Comitato per gli Affari Pubblici Americano-Israeliano] (AIPAC). Questa riunione per l’AIPAC, il principale braccio della lobby americana filo-israeliana, è la più partecipata dell’anno.

L’AIPAC rappresenta una delle lobby più potenti degli Stati Uniti, con un’influenza pari a quella dell’NRA [associazione USA dei produttori di armi, ndt.]. L’ex presidente dell’AIPAC, Steven J. Rosen, una volta ha detto ad un giornalista: “Vede questo tovagliolo? In ventiquattr’ore su questo tovagliolo possiamo avere le firme di settanta senatori.”

Eppure negli ultimi anni l’AIPAC ha perso appoggi nel partito Democratico. A causa dell’influenza di gruppi di centro come JStreet [gruppo di ebrei liberal moderatamente critici con il governo israeliano, ndt.], un fiorente movimento per il disinvestimento [contro Israele] nei campus e l’approvazione incondizionata di Donald Trump nei confronti del governo israeliano, l’AIPAC continua a perdere influenza tra i democratici.

Un sondaggio di PEW [centro di ricerche indipendente con sede a Washington, ndt.] ha evidenziato che i democratici ‘liberal’ simpatizzano più per i palestinesi in una misura vicina a due filopalestinesi per ogni filoisraeliano. Lo stesso sondaggio ha scoperto che è probabile che nel loro complesso i democratici simpatizzino più per i palestinesi che per gli israeliani.

Questo sondaggio è molto diverso da quelli realizzati in passato sull’appoggio dei democratici ad Israele. Nel 2009 il 42% dei democratici simpatizzava più per Israele rispetto al 27% dei democratici di oggi. Ciò ha portato Philip Weiss di Mondoweiss a definire Israele come una “ quotazione in ribasso” tra i democratici.

Tentando di salvaguardare quella quotazione, l’AIPAC ha messo al centro della sua conferenza di quest’anno l’obiettivo di tendere la mano ai progressisti. Nello stesso discorso in cui ha chiesto un lungo applauso per Donald Trump, il presidente dell’AIPAC Mort Fridman ha affermato che “dobbiamo abbracciare e coinvolgere molti più ebrei americani…la causa dei progressisti per Israele è impellente tanto quanto quella dei conservatori.”

Jennifer Granholm, ex governatrice democratica del Michigan, ha promesso solennemente “di appoggiare l’AIPAC…(e) di garantire che Israele rimanga una questione bipartisan,” ed ha anche affermato che “c’è una forte posizione filo-israeliana all’interno del partito democratico.” Granholm ha anche definito Israele come un “paradiso progressista” che è un “modello da seguire per altre Nazioni, compresa l’America.”

L’Israele da favola di Granholm è il contrario della situazione sul terreno. Il fatto che i progressisti si stiano rendendo conto della realtà dello Stato di Israele è proprio la ragione per cui i democratici stanno continuando a simpatizzare sempre più per i palestinesi. Ho deciso di compilare un breve elenco di nove ragioni per cui Israele non è un “paradiso progressista”.

  1. Il blocco di Gaza

La situazione a Gaza rappresenta una crisi umanitaria. L’esercito israeliano ha imposto un blocco terrestre, navale e aereo che ha impedito l’ingresso a 1.6 milioni di palestinesi. A causa del blocco ci sono state limitazioni e la proibizione della fornitura di beni essenziali come pasta, biscotti, latte in polvere, ministre, shampoo, libri di testo e carta da lettera.

A causa del blocco, necessità basilari per la vita come cibo ed acqua rimangono di difficile reperimento per i palestinesi. In seguito a ciò, il 95% dei gazawi è obbligato a bere acqua inquinata e il 54% della popolazione non sa dove riuscirà a procurarsi i pasti. Nel tentativo di “prosciugare” i fondi per Hamas, il governo israeliano ha anche tagliato l’elettricità per Gaza. Ciò significa che il gazawi medio dispone di quattro ore di elettricità al giorno, con particolari rischi per persone come i pazienti in dialisi.

Noam Chomsky ha definito le condizioni di Gaza come quelle di “una prigione a cielo aperto”. Descrivendo la logica che sta dietro al blocco, Dov Weisglas, un ex-consigliere del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha detto: “L’idea è di mettere a dieta i palestinesi, ma non di farli morire di fame.”

In seguito al bombardamento di Gaza da parte del governo israeliano nel 2014, anche le infrastrutture di Gaza sono state completamente distrutte. Con la frequenza con cui sta entrando attualmente il materiale [per la ricostruzione], si stima che ci vorranno 100 anni per ricostruire Gaza.

Il 13,2% dei bambini di Gaza soffre di ritardi dello sviluppo dovuti a malnutrizione. Il costo psicologico per i bambini di Gaza è stato grave tanto quanto quello fisico. Il 70% dei bambini di Gaza soffre di incubi e il 75% di enuresi, a causa delle strazianti condizioni di vita che devono sopportare.

Un gruppo di 50 organizzazioni della solidarietà internazionale, comprese l’Organizzazione Mondiale della Salute e Oxfam, hanno chiesto la fine del blocco di Gaza affermando:

Per oltre cinque anni a Gaza più di 1.6 milioni di persone sono stati sottoposti a un blocco che viola le leggi internazionali. Più di metà di queste persone sono bambini. Le organizzazioni firmatarie dicono con un’unica voce: “Ponete subito fine al blocco.”

Anche il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha affermato:

Tutta la popolazione civile di Gaza viene punita per azioni di cui non ha nessuna responsabilità. Di conseguenza il blocco costituisce una punizione collettiva imposta in evidente violazione degli obblighi di Israele in base alle leggi umanitarie internazionali.”

2)Israele è uno Stato colonialista di insediamento

Israele è uno Stato fondato da ebrei europei che hanno colonizzato la terra e, nel 1948, hanno perpetrato un genocidio e un’espulsione di massa della popolazione indigena palestinese che vi viveva. Il senatore [americano ed ex candidato alle primarie presidenziali, ndt.] Bernie Sanders ha paragonato questo atto di colonialismo di insediamento a quello degli europei arrivati nelle Americhe.

Nel 2017 Sanders ha affermato che “come per il nostro Paese, la fondazione di Israele ha comportato l’espulsione di centinaia di migliaia di persone che già vi vivevano, il popolo palestinese. Oltre 700.000 persone sono state trasformate in rifugiati. Il riconoscimento di questo doloroso fatto storico non delegittima Israele, non più di quanto il riconoscimento del “Trail of Tears” [il “Sentiero delle Lacrime”, lungo il quale 18.000 nativi americani furono costretti a marciare per 2.000 miglia, e un terzo di loro morì lungo il cammino, ndt.] delegittimi gli Stati Uniti d’America.

La creazione dello Stato di Israele ha dato come risultato la creazione della più grande popolazione di rifugiati al mondo. Mentre gli israeliani fanno riferimento alla nascita di Israele come al “Giorno dell’Indipendenza israeliana” (anche se non è chiaro da chi si sarebbero resi indipendenti), i palestinesi definiscono questo giorno come la “nakba”, ossia la catastrofe.

Si stima che circa il 40% dei rifugiati al mondo siano palestinesi che furono espulsi dalle loro case in conseguenza della creazione dello Stato di Israele. Le Nazioni Unite ribadiscono regolarmente, in particolare con dichiarazioni come la Risoluzione 192 delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Internazionale dei diritti dell’uomo, il diritto dei palestinesi e dei loro discendenti a tornare nelle case da cui furono espulsi. Eppure Israele continua a negarglielo.

3) Israele pratica l’apartheid

Nello Stato di Israele l’identità etnica di una persona ne determina i diritti. Sottomettere differenti gruppi di persone a differenti insiemi di leggi costituisce letteralmente la definizione di apartheid.

Mentre i palestinesi che vivono sotto il controllo israeliano in Cisgiordania sono sottoposti alla legge militare, i coloni israeliani che vi abitano sono cittadini di Israele a tutti gli effetti, sottoposti alla legge civile. Possono votare alle elezioni, mentre i palestinesi che vi vivono non sono neppure considerati cittadini. I cittadini non ebrei di Israele sono sottoposti a leggi discriminatorie che li rendono cittadini di serie B.

Sudafricani che hanno vissuto sotto l’apartheid hanno descritto Israele come del tutto simile alla situazione che hanno affrontato sotto l’apartheid. L’African National Congress, il partito di Nelson Mandela, che ha combattuto l’apartheid in Sud Africa, ha etichettato Israele come uno Stato dell’apartheid. L’ex-presidente dell’ANC, Baleka Mbete, ha definito Israele “molto peggio del Sudafrica dell’apartheid.”

Desmond Tutu [arcivescovo sudafricano e premio Nobel per la pace, ndt.] ha affermato che “Israele è uno Stato dell’apartheid…Sono andato ed ho visitato la Terra Santa e ho visto cose che sono un’immagine speculare di ciò che ho vissuto sotto l’apartheid.”

Anche il governo sudafricano dell’apartheid nel 1978 rese pubblico un rapporto in cui affermava che “Israele e Sud Africa hanno una cosa in comune su tutte: entrambi si trovano in un contesto prevalentemente ostile popolato da persone di colore.”

Il capo militare del Sudafrica dell’apartheid, Constand Viljeon, era un ammiratore dei posti di blocco israeliani nella Palestina occupata. Dopo averli visitati, sostenne:

L’accuratezza con cui Israele conduce questo controllo è sorprendente. Come minimo porta via ad ogni arabo che li attraversa circa un’ora e mezza. Quando il traffico è intenso, ci vogliono da quattro a cinque ore.”

4) Incarcerazioni di massa dei palestinesi

Il 40% della popolazione maschile palestinese è stata incarcerata dai tribunali militari israeliani, che hanno una percentuale di condanne per i palestinesi del 99,74%.

Uno dei palestinesi incarcerati da questi tribunali è stato Issa Amro, un uomo che molti definiscono come il “Gandhi palestinese”. Amro è impegnato in azioni non violente contro la costruzione di colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, che sono illegali in base alle leggi internazionali. Amro ha affrontato il carcere con 18 imputazioni, da “insulti a un soldato” ad “aggressione”. Amnesty International ha denunciato che “il diluvio di imputazioni contro Issa Amro non regge in nessun modo,” definendo le accuse “infondate e motivate da ragioni politiche”. Issa Amro è solo uno delle centinaia di migliaia di uomini palestinesi che sono stati gettati nelle prigioni israeliane sulla base di imputazioni infondate.

Allo stesso modo le donne palestinesi non rappresentano un’eccezione a questo sistema di incarcerazione. Il 18 dicembre 2017, l’esercito israeliano ha fatto irruzione in piena notte nella casa della famiglia Tamimi ed ha arrestato la sedicenne Ahed Tamimi. Hanno picchiato suo padre, sua madre, i fratelli maggiori e minori ed hanno confiscato tablet, telefoni e videocamere della famiglia. Tamimi è stata imputata per aver “schiaffeggiato un soldato” e tuttora è in carcere.

Human Rights Watch ha documentato gli abusi dell’esercito israeliano contro minori palestinesi in un rapporto intitolato “Minori dietro le sbarre”:

Secondo la sezione di “Difesa Internazionale dei Minori/Palestina”, ogni anno Israele arresta, imprigiona e processa nel sistema dei tribunali militari circa da 500 a 700 minori palestinesi sospettati di reati penali nella Cisgiordania occupata. Israele è l’unico Paese che processa automaticamente minori nei tribunali militari. Nel 2015 “Human Rights Watch” ha riscontrato che le forze di sicurezza israeliane hanno utilizzato una forza eccessiva per arrestare o detenere bambini palestinesi di 11 anni a Gerusalemme est e in Cisgiordania, ed ha preso per il collo, picchiato, minacciato e interrogato minori detenuti senza la presenza di genitori o avvocati.”

5) Islamofobia

Israele è uno Stato che ha cercato il sostegno pubblico dipingendosi come una sorta di conflitto di civiltà tra “l’Islam e l’Occidente”. È simile all’islamofobia sostenuta dagli ideologi della Destra in tutto il mondo, compreso Donald Trump, che notoriamente ha affermato che “l’Islam ci odia” ed ha promosso un bando contro i musulmani.

Anche l’AIPAC ha spinto quest’ondata di islamofobia. Lo scorso anno è trapelato che l’AIPAC ha fatto una donazione al ““Center for Security Policy” [Centro per le Politiche di Sicurezza] (CSP), un centro studi di estrema destra guidato da Frank Gaffney, che è stato classificato come un gruppo che provoca l’odio dal “Southern Poverty Law Center” [Centro per la Legge sulla Povertà del Sud, associazione per la difesa dei diritti civili con sede in Alabama, ndt.]. Anche l’”Unione dei Conservatori Americani” e l’” Anti-Defamation League” [Lega contro la Diffamazione, importante gruppo della lobby filoisraeliana negli USA, ndt.] hanno denunciato il CSP come organizzazione che promuove l’odio contro i musulmani attraverso ingannevoli teorie cospirative. Riguardo ai musulmani, Frank Gaffney afferma che “fondamentalmente essi, come termiti, scavano nella struttura della società civile e in altre istituzioni con il proposito di creare le condizioni in base alle quali la jihad possa avere successo.”

Gaffney ha anche sostenuto che lo stratega repubblicano Grover Norquist, l’attuale parlamentare e vice presidente del Comitato Nazionale Democratico Keith Ellison e l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama sono agenti segreti della Fratellanza Musulmana. Ha anche accusato Barack Obama di essere coinvolto nel “più grande inganno dai tempi di Adolf Hitler.”

La “Conservative Political Action Conference” [Conferenza dell’Azione Politica Conservatrice] (CPAC) ha bandito Gaffney per le sue teorie politiche cospirative islamofobe, mentre l’AIPAC gli ha fornito supporto finanziario per far circolare queste teorie cospirative. Discorsi come quelli di Gaffney, come paragonare i musulmani a termiti e insinuare che la Fratellanza Musulmana sta tentando di controllare il governo degli USA, sono simili a quelli anti-ebraici, utilizzati nel passato e in epoca contemporanea, secondo cui “gli ebrei controllano il governo”.

6)Scuole Separate

Le scuole israeliane sono segregate sia in base alla religione che alla razza. Gli studenti ebrei frequentano scuole in base alla loro denominazione religiosa mentre i palestinesi frequentano le loro scuole. Meno dell’1% dei bambini frequentano la manciata di scuole integrate a cui è consentito andare agli ebrei israeliani ed ai palestinesi con cittadinanza di serie B. Le scuole palestinesi ricevono anche meno fondi del governo per alunno di quelle ebraiche, con il risultato che meno studenti che nelle scuole ebraiche frequentano le superiori.

La città di Tel Aviv ha anche costruito scuole separate per bambini di immigrati africani non ebrei richiedenti asilo. Il “Daily Beast” [sito web statunitense, ndt.] lo ha dettagliato in un articolo intitolato “La città più progressista di Israele ha introdotto la segregazione razziale negli asili”, in cui si afferma:

La città costruisce le nuove scuole per bambini neri dopo che abitanti ebreo-israeliani della zona del centro hanno minacciato di tenere a casa i propri figli piuttosto che consentire loro di imparare a contare, a disegnare e a giocare sull’altalena accanto ai loro coetanei eritrei e sudanesi.”

7) Deportazioni di massa

Molti rifugiati africani da Paesi come Eritrea e Sudan sono scappati in Israele dopo aver affrontato guerre nei loro Paesi. Aspettandosi la democrazia liberale di cui parlano i rappresentanti dell’AIPAC, i rifugiati hanno invece incontrato la resistenza di massa degli israeliani che li definiscono “infiltrati”. Israele ha chiesto ai rifugiati africani di scegliere tra l’arresto in una prigione israeliana e la deportazione in un Paese africano terzo.

Michael Ben Ari, membro del parlamento israeliano, ha spiegato che questa infiltrazione è semplicemente il risultato della loro esistenza come non ebrei all’interno di uno Stato ebraico. Ben Ari ha affermato che “il nostro Paese è diverso dagli altri. Il nostro è uno Stato ebraico…Uno Stato ebraico e democratico…In qualche caso le due cose sono in contraddizione tra loro. Se porti dentro un milione di africani, non sarà più ebraico.”

In precedenza l’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha messo in guardia che se la popolazione non-ebraica in Israele raggiungesse il livello del 30% ciò metterebbe a rischio “il carattere ebraico” dello Stato di Israele.

Ha persino annunciato un progetto di espulsione di 40.000 migranti africani non ebrei, definendo i richiedenti asilo “infiltrati”, la cui esistenza rappresenta una minaccia per il “carattere ebraico” di Israele. I progetti di Netanyahu arrivano dopo anni di proteste contro i neri in Israele, in cui politici israeliani di tutto lo spettro politico hanno fatto dichiarazioni riferendosi agli immigrati africani come un “cancro”, che “emettono un pessimo fetore” e “probabilmente causano ogni sorta di malattie”.

8) Israele ammette di aver sterilizzato a forza donne ebree etiopi contro la loro volontà

Benché la popolazione ebrea etiope viva sotto la legge civile, godendo quindi dei benefici della cittadinanza, ancora soffre di molte discriminazioni in Israele, pur essendo ebrea. Ci sono informazioni sulla brutalità della polizia israeliana contro gli ebrei etiopi, oltre alle discriminazioni sul lavoro e nell’impiego pubblico. Nel 2013 si è scoperto che la Croce Rossa israeliana gettava via il sangue donato dagli ebrei etiopi. Quando Pnina Tamano-Shata [prima deputata ebrea di origine etiope, eletta al parlamento israeliano nelle liste del partito di centro “Yesh Atid”, ndt.] ha offerto di donare il proprio sangue nell’ambito di una campagna della Croce Rossa israeliana, questa ha rifiutato la donazione del suo sangue sulla base del fatto che è etiope. Quello stesso anno il governo israeliano ha ammesso di aver iniettato in donne ebree etiopi un farmaco per il controllo delle nascite chiamato Depo-Provera.

Gal Gabbay, una giornalista israeliana, ha informato che molte donne sono state sottoposte a iniezioni per il controllo delle nascite quando stavano immigrando in Israele dall’Etiopia. Gabbay riporta:

In base al programma, mentre le donne erano ancora nei campi di transito in Etiopia a volte sono state intimidite o minacciate perché accettassero l’iniezione. ‘Ci dicevano che si trattava di vaccinazioni,’ ha detto una delle donne intervistate. ‘Ci hanno detto che la gente che partorisce di frequente soffre. Lo abbiamo preso ogni tre mesi. Abbiamo detto che non lo volevamo.’”

La sterilizzazione forzata corrisponde alla definizione delle Nazioni Unite di genocidio da “imposizione di misure intese a impedire la riproduzione all’interno di un gruppo”. In seguito a queste sterilizzazioni forzate, il tasso di nascite degli ebrei etiopi è caduto del 50% tra il 2003 ed il 2013.

9) Israele ha fornito armi a governi genocidi in tutto il mondo

Israele è stato un esportatore di armi a molti regimi repressivi in tutto il mondo. Oltre ad aver venduto ordigni nucleari al Sud Africa dell’apartheid, Israele è stato il suo maggiore fornitore di armi. Israele ha fornito armi anche al governo birmano quando era impegnato nel genocidio della popolazione rohingya. Israele ha anche fornito al governo ruandese armamenti mentre era impegnato nel genocidio dei tutsi, che è considerato il più rapido genocidio occorso nella storia umana. Israele ha anche fornito armi al governo serbo mentre era impegnato nella pulizia etnica dei bosniaci.

Lungi dall’essere un “paradiso progressista”, Israele è in realtà uno Stato etno-religioso che viola i diritti umani dei palestinesi, di altre minoranze etniche e religiose all’interno dei suoi confini, aiutando al contempo anche l’islamofobia e il genocidio su scala globale. È per questa ragione che una parte significativa e sempre maggiore del partito Democratico sta alzando la voce per la giustizia in Palestina. Finché Israele continuerà ad opprimere, l’appoggio ad Israele continuerà ad essere una “quotazione in ribasso” all’interno del partito Democratico. Nessun ex governatore democratico può cambiare ciò con affermazioni false.

Su Hamzah Raza

Hamzah Raza è un professore incaricato alla Vanderbilt University. Il suo articolo è stato pubblicato su Huffington Post, Alternet, Raw Story, LeMuslim Post e Tennessean.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Con un eccesso di falsità, funzionari israeliani affermano che il quindicenne Mohammad non è stato colpito alla testa da un proiettile

Jonathan Ofir

27 febbraio 2018,Mondoweiss

L’esercito israeliano sta utilizzando ogni mezzo per vendicarsi dei Tamimi [la famiglia palestinese che guida la resistenza popolare nel suo villaggio, ndt.] e di Nabi Saleh per la loro resilienza e resistenza, incarnata da Ahed Tamimi, la ragazzina imprigionata per aver preso a schiaffi un soldato.

Ieri mattina, prima dell’alba, soldati israeliani hanno fatto un’incursione nel villaggio occupato di Nabi Saleh ed hanno arrestato dieci membri della famiglia estesa dei Tamimi – la metà dei quali minori.

Le forze [israeliane] hanno anche utilizzato quello che è noto come “skunk water” [lett. acqua della puzzola, liquido maledorante, ndt.], come si può vedere in un video del giornalista locale Bilal Tamimi (fornito da +972 Magazine) – che è apparentemente destinato al “controllo della folla”, solo che [nel video] non c’è nessuna folla. L’esercito israeliano sta usando il liquido puzzolente, spruzzato da un blindato, per punire collettivamente i palestinesi, come già documentato in passato, cospargendo case e scuole.

Tra gli arrestati durante l’incursione notturna c’era il quindicenne Mohammed Tamimi, che era stato colpito alla testa a distanza ravvicinata da un proiettile ricoperto di gomma, appena prima dei famosi schiaffi di Ahed circa due mesi e mezzo fa. Mohammed era stato in coma farmacologico e gli è stata rimossa una parte del cranio, il che lo ha lasciato deforme. La sua situazione è particolarmente delicata, e c’è da chiedersi perché non sia stato risparmiato dalla violenza durante l’incursione notturna. Poche ore dopo l’arresto ed un interrogatorio relativamente breve è stato rilasciato.

Ed ecco stamattina la “notizia”.

Il generale Yoav Mordechai, il Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori (COGAT), ha sostenuto in un post su Facebook che Mohammad non è stato colpito da un proiettile, ma piuttosto è caduto dalla sua bicicletta. Mordechai è la più alta autorità diretta dell’occupazione israeliana e sulla pagina Facebook ufficiale del COGAT in arabo ha scritto questo:

Una cultura di menzogne e di incitamento alla violenza continua per i giovani e gli adulti della famiglia Tamimi”.

Il post è stato segnato con un timbro rosso che diceva “notizia falsa” in arabo.

Nel suo post Haaretz ha informato, e si è stupito di come fosse possibile, che l’affermazione di Mordechai è stata contraddetta da “documenti medici, resoconti di testimoni e da immagini della pallottola rimossa dalla sua testa ottenute da Haaretz”. Inoltre persino la risposta ufficiale dell’esercito ad Haaretz è sembrata contraddire la sicurezza di Mordechai: vengono citate fonti militari che hanno affermato che “Tamimi è stato interrogato dalla polizia, e loro non possono confermare l’origine della sua ferita.”

Chi conosce la cultura dell’interrogatorio nell’apparato di sicurezza israeliano quando si tratta di palestinesi non si stupisce. Gli investigatori israeliani possono estorcere praticamente tutto quello che vogliono dai palestinesi, soprattutto se minori, ed è così che l’esercito può vantare un sorprendente tasso di condanne del 99,74%. Spesso i ragazzini sono obbligati a firmare documenti in ebraico, che non sanno neanche leggere, e durante questi interrogatori gli viene negata in modo praticamente sistematico la presenza di familiari o di un avvocato.

Da qui le affermazioni di Mordechai di aver ottenuto da Mohammed una “confessione”. E cosa ne dicono gli abitanti di Nabi Saleh? Sostengono che Mohammed “ha detto alla polizia di essersi ferito in un incidente in bicicletta e non dall’esercito israeliano per essere rilasciato dopo essere stato arrestato,” e che “aveva paura e temeva che se avesse detto di essere stato colpito da una pallottola, ci sarebbero state prove contro di lui e la sua detenzione sarebbe stata prolungata.”

È piuttosto ovvio, no? Questa “storia della bicicletta” è tutto quello che Mordechai voleva, o di cui aveva bisogno, come arma per screditare i palestinesi e provocare contro di loro. E non importa che persino l’esercito “non possa confermare”. È stato seminato il dubbio e quelli che sono propensi a credere alle menzogne dell’esercito israeliano, lo metteranno in dubbio.

Immaginate la situazione di Mohammed – immaginate di essere lui. Metà del tuo cervello è semplicemente senza protezione. Qualunque piccolo colpo può provocare un danno imprevedibile ed irreversibile, e sei nelle mani di gente violenta contro di te in modo sistematico. Tutto quello che vuoi fare è uscire e tornare a casa. Faresti qualunque cosa, diresti qualunque cosa.

È ovvio che tenere Mohammed in arresto prolungato sarebbe stato un danno per l’immagine pubblica di Israele. Egli è direttamente legato ad Ahed Tamimi, in quanto il suo ferimento è stato l’antecedente diretto degli schiaffi di Ahed. Il suo cranio deformato è una raffigurazione dello stato di Nabi Saleh: essere continuamente colpito dall’esercito israeliano. Ovviamente non volevano tenerlo in arresto a lungo, quantunque non sappiano cosa fare con Ahed, perché rilasciarla sarebbe troppo offensivo per moltissimi israeliani che non possono sopportare di essere presi a schiaffi. Perciò hanno rilasciato Mohammed molto presto, ma ora vediamo il tranello. Se Mordechai riesce a convincere qualche sciocco che la ferita di Mohammed è una “notizia falsa”, allora, di conseguenza, la storia di Ahed e quello che l’ha preceduta vengono indeboliti.

Una fonte ufficiale di B’Tselem [associazione israeliana dei diritti umani, ndt.] afferma che il governo israeliano deve mentire agli israeliani per salvare l’illusione:

Quello che stupisce dell’affermazione di ‪@cogat_israel secondo cui Muhammad Tamimi “è caduto dalla bicicletta” (non gli è stato sparato in faccia) non è quanto grande sia la menzogna: abbiamo già visto bugie orwelliane (Beitunia 2014). Ma queste menzogne così facili da smentire mostrano che l’unico pubblico a cui si mira è la destra israeliana.”

La narrazione delle “notizie false” e l’idea riguardo ai palestinesi sono state storicamente inculcate dalla dirigenza israeliana a livello ossessivo, come parte del suo tentativo di cancellare la Palestina. Ciò si può vedere nella grande narrazione, come nell’affermazione della defunta prima ministra Golda Meir che in realtà i palestinesi non esistono, o più tardi della ministra della Giustizia Ayelet Shaked alla federazione nazionale di basket secondo cui la Palestina è uno “Stato immaginario”. E può essere visto nei più puntuali tentativi di sostenere che la famiglia Tamimi non è una “vera famiglia”, come abbiamo visto con l’affermazione del parlamentare Michael Oren e la sua inchiesta parlamentare, niente di meno, su questa stessa “questione”. Recentemente Oren si è messo in difficoltà da solo con il post di un’immagine allo specchio della famiglia Tamimi, sostenendo che non poteva essere vera, dato che Mohammed, il fratello di Ahed, aveva un braccio ingessato a destra, poi a sinistra. La famiglia Tamimi quindi si stupisce ora di come “quello che è iniziato come un bizzarro tentativo di provare che non siamo neppure una famiglia è degenerato in una negazione della realtà.”

E si noti come Ahed Tamimi, con la sua semplice resilienza e con il suo coraggio, con il mantenere un contegno calmo e fiero, abbia creato una situazione che fa impazzire gli israeliani. È come se lei stesse continuamente schiaffeggiando Israele, semplicemente non arrendendosi. E ciò sta mettendo in luce un paradigma di oppressione istituzionalizzata e di violenza di Stato contro minori, che c’è stata da sempre, ma ora sta avendo un’attenzione particolare grazie ad Ahed. Israele non può sopportare questo smascheramento, e perciò tenta disperatamente di screditare l’oppresso – ma ogni passo che fa accentua solo ulteriormente la sua stessa corruzione.

Non ci si sbagli in merito – stiamo vedendo una violenza colonialista, è proprio davanti ai nostri occhi. La giornalista di Haaretz Amira Hass oggi lo ha chiamato “colonialismo ebraico”. Infatti è una violenza messa in atto in nome dello Stato ebraico. E questa non è una notizia falsa. Sta effettivamente avvenendo.

Su Jontathan Ofir

Musicista, conduttore e blogger / writer che vive in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Dopo una brutale aggressione al figlio minorenne, una famiglia palestinese querela Israele e l’impresa olandese che fornisce cani all’esercito [israeliano]

Yumna Patel

26 febbraio 2018, Mondoweiss

Quando aveva 15 anni, Hamza Abu Hashem è stato aggredito da cani dell’esercito israeliano ed ha riportato gravi ferite alle gambe, alle braccia e alla schiena.

In un video dell’aggressione, che è avvenuta il 23 dicembre 2014 nel villaggio di Beit Ummar nel sud della Cisgiordania occupata, si possono sentire soldati israeliani dire “dagliele, figlio di puttana” e “chi ha paura?”, mentre il ragazzo piangeva e urlava di dolore.

Dopo che il video è stato reso pubblico, Michael Ben-Ari, un ex deputato del partito di destra “National Union Party”, lo ha postato sulla sua pagina Facebook dicendo: “I soldati stanno dando una lezione al piccolo terrorista. Diffondete! In modo che ogni piccolo terrorista che pensi di fare del male ai nostri soldati saprà che ci sarà un prezzo da pagare.”

Hamza è stato arrestato immediatamente dopo l’aggressione, per la quarta volta da quando aveva 11 anni, e condannato a tre mesi e mezzo di prigione con l’accusa di aver lanciato pietre – un crimine che è costato a lui e ai suoi cinque fratelli il carcere per decine di volte in due decenni.

Prima di essere trasferito in prigione è stato ricoverato in ospedale in Israele per una settimana, con le mani incatenate al letto per tutto il tempo e senza che la sua famiglia potesse visitarlo.

Adesso, quattro anni dopo l’aggressione che gli ha lasciato la mente ed il corpo segnati per tutta la vita, Hamza, insieme alla sua famiglia, sta facendo causa al governo israeliano per l’aggressione, ed anche all’impresa olandese che per più di 20 anni ha fornito ad Israele cani da attacco.

Secondo un reportage del 2015 del giornale olandese NRC, ‘Four Winds K9’, l’impresa a cui Hamza sta facendo causa, risulta aver esportato in Israele “cani di servizio” per 23 anni.

Nel reportage, NRC cita il proprietario di ‘Four Winds K9, Tonny Boeijen, che avrebbe detto di aver spedito in Israele ogni anno decine di cani addestrati all’attacco, e che il 90% dei cani dell’esercito israeliano venivano addestrati dalla sua impresa.

In seguito alle pressioni di politici olandesi e di organizzazioni come l’Ong palestinese per i diritti umani Al-Haq, nel giugno 2016 l’impresa ha comunicato che avrebbe interrotto l’esportazione di “cani da attacco” ad Israele ed avrebbe fornito allo Stato solo dei “segugi”, mentre la comproprietaria dell’impresa Linda Boeijen ha detto a NRC: “Non intendiamo violare i diritti umani.”

Ma per i genitori di Hamza, Ahmad e Hamda, questo non è abbastanza. “Dobbiamo mettere fine alla vendita di tutti i cani all’esercito israeliano di occupazione”, hanno detto a Mondoweiss nel loro salotto, mentre sullo schermo televisivo scorreva il video dell’aggressione ad Hamza.

Vogliamo sottolineare che non si tratta di soldi”, ha detto categoricamente Ahmad, dicendo a Mondoweiss che la famiglia non ha richiesto un solo shekel in nessuna delle sue denunce.

È intervenuta Hamda: “Nel corso degli anni, mio marito e tutti i miei sei ragazzi sono stati incarcerati molte volte da Israele, ed abbiamo pagato decine di migliaia di dollari di cauzione all’occupante. Tuttavia, non è il denaro che vogliamo.”

Scuotendo la testa, Hamda ha detto a Mondoweiss che l’ultima volta che la sua famiglia di 10 persone si è riunita è stato durante l’ultimo Ramadan, appena prima che il figlio maggiore Thaer, che è tuttora in carcere, fosse nuovamente arrestato. Prima di allora, dice che non ricorda nemmeno l’ultima volta in cui si sono trovati tutti insieme.

L’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer ha calcolato che circa il 40% degli uomini palestinesi viene arrestato da Israele ad un certo punto della propria vita.

L’impresa olandese ha cercato di chiudere la faccenda con noi, dicendo che avrebbero dato a Hamza circa 10.000 euro se avessimo ritirato la denuncia e non avessimo pubblicato nulla della sua vicenda”, ha continuato. “Che insulto è questo? Pensano che vogliamo del denaro? No, vogliamo che i diritti di tutti i bambini palestinesi vengano protetti, ecco che cosa vogliamo.”

Per Ahmad e Hamda vi sono due principali obiettivi che sperano di raggiungere attraverso la loro denuncia. Primo, nella loro denuncia contro il governo israeliano – che ammettono abbia poca probabilità di ottenere giustizia – l’obiettivo è rendere responsabili i soldati che hanno aggredito Hamza ed i politici come Ben-Ari, che loro dicono abbia in seguito istigato alla violenza contro i bambini. “Israele non assicura quasi mai giustizia ai palestinesi vittime dell’occupazione, ma, anche se solo simbolicamente, dobbiamo portarli in tribunale per i loro crimini”, ha detto Ahmad, aggiungendo che è stato dopo aver visto i commenti di Ben-Ari riguardo a Hamza che si è deciso a sporgere denuncia.

Secondo, per Ahmad e Hamda il presupposto della loro denuncia contro ‘Four Winds K9 è che per anni l’impresa ha scientemente venduto cani ad una potenza occupante che viola sistematicamente i diritti e le leggi internazionali.

L’impresa, e tutte le imprese del mondo, dovrebbero sapere che quando vendono ad Israele stanno facendo profitti grazie all’oppressione, alle uccisioni e all’incarcerazione di bambini”, ha detto Ahmad, e Hamda ha annuito. “Lo scopo di tutto questo è ottenere giustizia, sì, ma anche di impedire che ciò che è avvenuto a mio figlio accada ad altri bambini ed altre persone, in Palestina e in tutto il mondo.”

Segnato per tutta la vita

Oggi, a 19 anni, Hamza – che ha perso gran parte della sua infanzia in diverse prigioni israeliane per il reato di lancio di pietre – è più maturo dei suoi anni per come si comporta e per come parla, ma dice di essere ancora colto da un’indescrivibile, infantile paura quando vede dei soldati israeliani con i loro cani, costantemente presenti a Beit Ummar.

Adesso, tutte le volte che vedo proteste o disordini nel villaggio, sono terrorizzato e cerco di scappare via il più presto possibile”, ha detto Hamza a Mondoweiss, mentre camminavamo nello spiazzo dove anni fa è stato aggredito.

Ero stato arrestato molte volte dall’occupante israeliano prima dell’aggressione, ma quella è stata di gran lunga la cosa più spaventosa accaduta a me e alla mia famiglia”, ha detto.

Seguito da Seja, la sua sorellina più piccola, Hamza ha indicato le decine di bambini che giocavano a calcio in una strada vicina, “Ciò che è ancor più spaventoso della mia aggressione, tuttavia, è che ci sono persone che intendono fornire all’occupante cani e armi, che in ogni momento possono essere usati contro questi bambini.”

Ecco perché non cederemo a tentativi di corruzione o minacce”, ha detto, “è una questione che è molto più grande di me. Si tratta del diritto di ogni bambino palestinese di vivere un’infanzia normale, una cosa che a me non è stata concessa.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il ministro della Giustizia di Israele approva l’apartheid – lo Stato ebraico “a scapito dell’uguaglianza”

Jonathan Ofir

13 febbraio 2018, Mondoweiss

Ayelet Shaked, la ministra della Giustizia israeliana, lo ha fatto di nuovo: ha illustrato l’apartheid israeliano in termini inequivocabili, e lo ha legato direttamente al sionismo:

“C’è spazio per conservare una maggioranza ebraica persino a prezzo di una violazione dei diritti,” ha detto ieri (lunedì 12 febbraio) al “Convegno su Ebraismo e Democrazia”, come riferito da Haaretz. Shaked stava parlando della legge israeliana “Stato-Nazione del popolo ebraico” ed ha detto chiaramente che l’uguaglianza è essenzialmente un pericolo per lo “Stato ebraico”.

Sul tentativo della coalizione [di governo] di tenere fuori la parola “uguaglianza” dalla legge sullo Stato-Nazione, Shaked ha detto che “Israele è uno Stato ebraico. Non è uno Stato per tutte le sue nazioni. Cioè, stessi diritti per tutti i cittadini ma non diritti nazionali uguali.”

Shaked ha detto che la parola “uguaglianza” è molto generica e l’autorità giurisdizionale potrebbe portarla “molto lontano”, aggiungendo che “ci sono luoghi in cui il carattere dello Stato di Israele come Stato ebraico deve essere conservato e a volte ciò avviene a scapito dell’uguaglianza.”

Quindi sta ripetendo quello che ha detto sei mesi fa – che “il sionismo non dovrebbe – e qui sto dicendo che non lo farà – continuare a inchinarsi ad un sistema di diritti individuali interpretati in modo universalistico.”

All’epoca il giornalista di Haaretz Gideon Levy [vedi zeitun.info] aveva ringraziato Shaked per aver detto la verità:

“Quindi Shaked crede, come molti nel mondo, che Israele sia costruito sulle fondamenta dell’ingiustizia e di conseguenza debba essere difeso dal discorso ostile della giustizia. In quale altro modo può essere spiegato il rifiuto di discutere dei diritti? I diritti individuali sono importanti, dice, ma non quando questi sono slegati dalle “sfide sioniste”. Ha di nuovo ragione: le sfide sioniste sono quindi in contraddizione con i diritti umani…”

E ha concluso:

“Il sionismo è la religione fondamentalista di Israele, e, come in ogni religione, la sua negazione è proibita. In Israele ‘non sionisti’ o ‘antisionisti’ non sono insulti, sono ordini di espulsione dalla società. Non c’è niente di simile in nessuna società libera. Ma ora che Shaked ha smascherato il sionismo, messo la sua mano sul fuoco e detto la verità, possiamo finalmente ragionare più liberamente sul sionismo. Possiamo riconoscere che il diritto degli ebrei ad avere uno Stato ha contraddetto il diritto dei palestinesi alla loro terra, e che il sionismo legittimo ha dato vita a un terribile errore nazionale che non è mai stato corretto; che ci sono modi per risolvere e fare ammenda di questa contraddizione, ma gli israeliani sionisti non li vogliono accettare.”

Shaked ha ancora una volta accentuato aspetti che sono una diretta conferma delle conclusioni essenziali del “Rapporto ONU sull’Apartheid Israeliano” [stilato dalla “Commissione Economica e Sociale per l’Asia occidentale” dell’ONU, ndt.], accantonato lo scorso anno, che ha chiarito le pratiche razziste dello Stato di Israele e la sua intrinseca natura razzista. Il rapporto evidenziava che “i partiti politici palestinesi possono battersi per riforme di scarsa importanza e per una migliore destinazione del bilancio, ma hanno la proibizione giuridica da parte della Legge Fondamentale di sfidare la legislazione che mantiene il regime razzista. La politica è rafforzata dalle implicazioni della distinzione fatta in Israele tra ‘cittadinanza’ (ezrahut) e ‘nazionalità’ (le’um): tutti i cittadini israeliani godono della prima, ma solo gli ebrei della seconda. Nella legge israeliana diritti ‘nazionali’ vuol dire diritti nazionali ebrei.”

Quel rapporto provocò grande ira tra la dirigenza israeliana, e il Segretario Generale dell’ONU si inchinò alle pressioni israeliane (e americane) perché venisse accantonato per la sua presunta natura ‘antisemita’ – ma qui il ministro della Giustizia di Israele sta confermando quello che [il rapporto] sta essenzialmente dicendo.

Shaked, che ha una propensione per una retorica genocidaria e fascista, è molto esplicita sul perché vuole che la legge dello Stato-Nazione sia codificata all’interno di una “legge fondamentale” quasi costituzionale: l’obiettivo della legge sullo Stato-Nazione, ha detto, è di prevenire una sentenza come quella del caso Ka’adan del 2000, che condannò la discriminazione contro una famiglia araba che voleva andare ad abitare in una piccola comunità ebraica che aveva cercato di impedirglielo. Shaked vuole che sia assolutamente possibile per una comunità ebraica impedire l’ingresso di cittadini palestinesi su base razziale. Infatti Shaked, riferendosi alla sentenza Ka’adan, ha detto che

“sulla questione se sia giusto per una comunità ebraica essere, per definizione, solo ebraica, voglio che la risposta sia ‘sì, è giusto’.”

Shaked ha lamentato di nuovo che i “valori universali” starebbero prendendo il sopravvento:

“Negli ultimi 20 anni c’è stata maggiore attenzione a emettere sentenze su valori universali e meno sul carattere ebraico dello Stato. Questo (la legge sullo Stato-Nazione) è uno strumento che vogliamo fornire ai tribunali per il futuro.”

Perciò Shaked vuole chiudere la porta a quelle piccole aberrazioni, in cui compaiono sottili crepe nel muro dell’apartheid israeliano. Vuole che sia completamente chiusa e sprangata. E, cosa più importante, il mondo deve accettarla come un’ideologia e una politica legittime.

Si noti che tutto ciò riguarda la politica israeliana nei confronti dei suoi stessi cittadini non ebrei. Non riguarda neppure l’occupazione israeliana del 1967 (anche se ciò indirettamente influisce sulla politica israeliana in tutti i territori).

Da un lato si potrebbe essere tentati di credere che Shaked stia solo combattendo una lotta contro i tribunali e che ci sia una Corte Suprema presumibilmente progressista che potrebbe agire come un contropotere rispetto a questo.

Ma va ricordato che la Corte Suprema è essenzialmente sionista, e che di conseguenza è comunque di parte nei confronti dello “Stato ebraico”. Dato che quel principio non può essere sfidato in alcun modo significativo, e dato che Shaked sta effettivamente dando voce sincera e rumorosa all’ideologia sionista, rimangono pochissime risorse di una certa importanza per protestare o contrastare tutto ciò.

Una è rappresentata, ovviamente, da mezzi di protesta civili e democratici dal basso: il [movimento per il] Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Ma ecco quello che ha detto la presidentessa della Corte Suprema Esther Hayut in una recente conferenza contro il BDS. Il BDS è un “illecito civile”, ha detto, e ha continuato:

 “Chiedere un boicottaggio è un mezzo di coercizione e non di persuasione. Non è utile ai principi fondamentali della democrazia, ma piuttosto li colpisce impedendo un libero scambio di idee. Di conseguenza, non è degno della protezione costituzionale di cui godono altre forme di espressione politica.”

Quindi, peggio – il BDS, secondo la più alta carica giudiziaria di Israele, non è tutelato dalla libertà di espressione. E pertanto è permesso allo Stato di imporre sanzioni contro singole persone che lo propugnano:

“L’imposizione di sanzioni legali è proporzionata quando lo Stato è interessato a difendersi contro un boicottaggio da parte di civili,” ha detto Hayut.

Deve essere chiaro che questa posizione è fascismo allo stato puro. Lo Stato può essere “criticato” con mezzi che consentano “scambio di idee”, ma non con metodi che lo Stato stesso reputa possano effettivamente determinare un cambiamento della sua struttura e gerarchia razziali. Questo non è un inaspettato sviluppo esterno rispetto a un presunto ‘sionismo democratico’. Tutto ciò rappresenta un ulteriore smascheramento riguardo alla vera essenza del sionismo. È vero e proprio apartheid.

L’ex primo ministro Ehud Barak ha detto qualche anno fa che “Israele è stato infettato dai semi del fascismo.” Ma egli è lo stesso “eroe di sinistra” che si è vantato di come la sinistra israeliana ha “liberato” i territori occupati, e si è lamentato che gli USA non abbiano riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele già 65 anni fa. Perciò Barak sta dicendo che questi “semi di fascismo” sono solo qualcosa che ha “infettato” Israele di recente. Ma sono sempre stati lì, sono i semi dei frutti del sionismo, di cui anche Barak è sostenitore. È dubbio che un ‘progressista’ come Barak o simili possa mai ‘salvare’ il sionismo dai suoi più espliciti fascisti come Shaked.

Gli Stati Uniti hanno attraversato la fase fiabesca dell’apartheid in cui si trova Israele, con la loro dottrina legale ‘separati ma uguali’, la quale sosteneva che, benché ci fosse segregazione razziale (letteralmente apartheid), gli afro-americani potevano comunque essere considerati “uguali”, semplicemente “separati”. Ci vollero parecchie sentenze della Corte Suprema dagli anni ’50, nonché la legge sui diritti civili del 1964, per rovesciare questa falsa nozione di “uguaglianza”.

Ma Israele sta funzionando esattamente in modo opposto, e Shaked sta confermando che l’ideologia dello Stato prevale esplicitamente sull’uguaglianza. A dir la verità, è stato così fin dall’inizio.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Quando il sionismo è l’essenza della vita, una rottura ha gravi conseguenze

Jonathan Ofir 

9 gennaio 2018, Mondoweiss

Rompere con il sionismo può essere un’esperienza che sconvolge la vita.

In Israele la società ebreo-israeliana è nel suo complesso sionista – in una misura che varia dal cosiddetto “sionismo liberal” al sionismo fondamentalista. Non ci sono veramente, necessariamente, molte differenze quando uno parla di questa esperienza di rottura in un gruppo o nell’altro.

Il problema con il sionismo è che i suoi aderenti lo vedono fondamentalmente come una forma di “essenza della vita”. L’indottrinamento sionista insegna che si tratta “della nostra stessa esistenza”. Il “noi” è considerato generalmente essere “la Nazione ebraica” o “il popolo ebraico”, e pertanto l’individuo è visto come una piccola parte in tutto questo. Dato che la sopravvivenza del tutto include anche l’individuo, ogni rottura con il sionismo è considerata una specie di tradimento della società, che mette a rischio la forza e persino la sopravvivenza del “tutto”.

Narrazioni che sfidino la veridicità concreta della nozione di “sopravvivenza”, come mettere in evidenza la prospera esistenza ebrea altrove, è alquanto inutile per i sionisti. In base alla meta-narrazione sionista, tutto questo è provvisorio. La prosperità ebraica è provvisoria, e semplicemente attende un determinato momento in cui i gentili [i non ebrei, ndt.] “se la prenderanno con gli ebrei” ancora una volta, perché questo è ciò che avviene “in ogni generazione”, come recita il canto della Pasqua.

E la risposta sionista a questa presuntamente pericolosa, eterna situazione è uno Stato-Nazione ebraico. Perciò nel paradigma più ampio, i sionisti semplicemente vedono la soluzione – lo Stato-Nazione ebraico, come una soluzione di sopravvivenza. Non sono quindi inclini a vedere un qualunque “problema” che ne derivi, come le violazioni dei diritti umani e la sfida al diritto internazionale, come altro che meri ostacoli o sfide che deve affrontare questo “caso particolare” – Israele.

Perciò quando si evidenziano queste violazioni, ciò è irritante per i sionisti non necessariamente perché non ne siano consapevoli – ma perché mettendole in evidenza non si dimostra simpatia con le sfide che deve affrontare “il caso particolare” che per loro è Israele.

Dato che il caso di Israele e del sionismo necessita di una “dispensa speciale”, persino una rottura emotiva di un individuo con il sionismo può essere percepita come un pericolo. E quindi quando uno rompe con il sionismo, ciò è visto in termini molto emozionali e personali da coloro per i quali esso rappresenta l’“essenza della vita”.

Che allora si caratterizzi questo tipo di fedeltà al “sionismo essenza della vita” come una forma di adesione che ricorda società totalitarie, non aggiunge niente alla consapevolezza tra i propri simili. Per loro aggiunge semplicemente danno alla beffa.

D’altro canto, il discorso riguardo alle intrinseche violazioni dei diritti umani insite nel sionismo è semplicemente offensivo per i sionisti, e soprattutto per i “sionisti liberali”, in quanto suggerisce che l’intera ideologia in cui essi si identificano è incompatibile con i valori di uguaglianza e persino di democrazia. Natasha Roth fa un’eloquente sintesi di ciò nel suo articolo riguardante la recente lista nera israeliana di attivisti del BDS. Roth scrive:

Il governo israeliano a quanto pare considera il bando contro attivisti del BDS un comportamento accettabile per una democrazia, un punto di vista agevolato dal fatto di aver coltivato e promosso in modo molto accurato la menzogna secondo cui il BDS è un movimento antisemita che intende distruggere Israele. Questa menzogna ha avuto un significativo successo, nonostante la chiara affermazione sul sito ufficiale del movimento BDS secondo cui il suo obiettivo è garantire gli stessi diritti umani e civili per i palestinesi come per chiunque altro viva nei territori controllati da Israele. Ma se garantire gli stessi diritti a chiunque viva nel territorio controllato da Israele provocasse l’implosione dello Stato, allora sicuramente quelli che si oppongono al BDS su queste basi stanno ignorando un problema fondamentale – che per definizione uno Stato che non può sopravvivere se tutti i suoi abitanti hanno gli stessi diritti non è una democrazia.”

In altre parole, il sionismo priva di significato i presunti valori del “liberalismo”. Potrebbe benissimo essere che i “sionisti liberal” considerino i valori liberali il loro principale obiettivo, ma quando sionismo e liberalismo entrano in opposizione, i sionisti scelgono il sionismo. Per quanto riguarda i sionisti più fondamentalisti e più imperturbabilmente fascisti, ciò è un insulto meno grave, perché in ogni caso hanno una minore tendenza a rispettare la nozione “liberale”. Ma persino i fascisti tendono a pensare che i loro valori sono legati alla “libertà” e alla “superiorità morale” – semplicemente giudicano che gli “altri” non facciano parte del gruppo.

Così, quando avviene la rottura, questa porta inevitabilmente a riconsiderare la totalità dell’indottrinamento e dell’insieme di valori con cui uno è stato educato. Ci si trova a dover mettere in dubbio che la natura di questi valori, nella misura in cui sostengono un simile concetto – il sionismo – , sia l’essenza della vita. Se si è pensato di essere cresciuti con i valori del rispetto, allora si deve rispecchiare questa affermazione contro l’intrinseca mancanza di rispetto del sionismo nei confronti degli “altri” nativi – i palestinesi. Se questo specchio non rimanda l’immagine, se questa mancanza di rispetto – genocidario, si deve notare – non può essere riconciliata con il “rispetto”, lo specchio si frantuma. Si deve rieducare e rimettere insieme tutto l’insieme di valori per definire un nuovo e concreto concetto di rispetto. Questo esempio riguarda una lunga lista di valori.

Quindi la rottura con il sionismo diventa una rottura fondamentale da parte di se stessi con tutto un sistema di valori con cui si è cresciuti. La propria famiglia e i propri simili registrano il fatto che la distanza non è semplicemente “politica”; riguarda, inevitabilmente, il modo essenziale di essere. I sionisti percepiscono ciò come l’insinuazione che essi, i sionisti, sono visti come “altri” con meno valori, e istintivamente considerano quella valutazione come offensiva, che li rimanda persino all’idea “antisemita” degli ebrei come esseri inferiori (persino quando è un ebreo che rompe con il sionismo). Ciò è offensivo per tutto il modo di essere dei sionisti, a molti livelli. Essi proveranno inevitabilmente un’avversione naturale per questa persona.

La soluzione di questa avversione, se la gente vuole ancora avere rapporti reciproci, deve semplicemente essere evitare l’argomento per quanto possibile. Ma la consapevolezza sarà presente. Sarà come un elefante nella stanza, di cui non si può parlare – il sionismo.

La gente che vive in una simile società – che sostiene e custodisce il sionismo – sa tutto questo per istinto. Il prezzo di rompere con ciò può essere alto. Non è solo una rottura con la società, è una rottura con il proprio passato. Per molta gente un simile prezzo è semplicemente considerato troppo alto. Ma quelli che hanno compreso che i palestinesi stanno pagando ed hanno pagato un prezzo incomparabilmente alto per il sionismo devono considerare questo prezzo [che paga chi rompe con il sionismo, ndt,] assolutamente tollerabile e che ne vale la pena. La negazione intrinseca e generale da parte del sionismo delle sofferenze dei palestinesi è parte di questo meccanismo. Se la si nega e non si riesce a sentirla, si può conservare la maschera, la propria ipocrisia, e la convinzione che il sionismo sia l’unica soluzione.

Jonathan Ofir

Musicista, conduttore e blogger/autore israeliano che vive in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 

 




Il New York Times cerca di mettere a tacere la vicenda di Ahed Tamimi

James North

23 dicembre 2017,Mondoweiss

Oggi il New York Times ha pubblicato un articolo sul modo molto diverso in cui israeliani e palestinesi considerano l’episodio degli schiaffi che ha visto coinvolti la sedicenne Ahed Tamimi e un soldato israeliano.

Il titolo è “Atti di resistenza e di repressione in Cisgiordania che sfuggono ad una facile definizione”, ed è stato scritto da David Halbfinger.

L’articolo fa di tutto per minimizzare il caso, in cui una coraggiosa ragazza di sedici anni, il cui cugino era stato da poco colpito, si ribella alla disumanità dell’occupazione. No, il senso dell’articolo è fare in modo che i sostenitori di Israele che potrebbero aver sentito parlare della vicenda scuotano la testa sulla “doppia narrazione”, per tornare ai propri affari.

Ecco il piano di insabbiamento del Times:

1.Fare in modo che nell’edizione a stampa non compaia nessuna delle impressionanti foto divenute virali della coraggiosa resistenza di Ahed Tamimi.

2.Non dire da nessuna parte che gli israeliani sono occupanti e che gli insediamenti (le colonie) sono illegali in base alle leggi internazionali.

3. Infilarci astutamente il seguente paragrafo: “L’apparente incoraggiamento della famiglia alle rischiose sfide della ragazzina ai soldati offende alcuni palestinesi e manda in bestia molti israeliani.”

4.Citare di sfuggita il fatto che l’illegale insediamento/colonia di Halamish ha preso il controllo dell’accesso del villaggio di Nabi Salh alla sua sorgente e non fare nessun tentativo di dare conto di chi abbia ragione. Trattare invece la questione come se fosse un “da una parte… ma dall’altra…”

5. Nella prima frase, far sembrare che il soldato israeliano sia la vittima: “Una ragazzina, con una kefiah sulla giacca di jeans, urlando in arabo, colpisce ripetutamente, schiaffeggia e prende a calci un ufficiale dell’esercito israeliano pesantemente armato, che l’affronta impassibile, incassando qualche colpo, schivandone altri, ma senza mai reagire.” (Di sicuro vi concentrate sulla kefiah e sugli “urli in arabo”: perle di perfetto orientalismo).

6. Far in modo che il colono Yossi Klein Halevi [presentato nell’articolo del NYT come uno scrittore e intervistato dal giornalista, ndt.] ribadisca il concetto che l’israeliano è la vittima: “La mia prima reazione è stata che sono fiero dei soldati, ma ero anche incerto: questo potrebbe incitare altre aggressioni, anche più gravi?”

7. Aggiungere un altro odioso paragrafo: “…la scena di una giovane donna trascinata via potrebbe aver fornito ai palestinesi l’evidente colpaccio propagandistico che gli era stato negato all’inizio dell’incidente.”

8. Mettere solo nel tredicesimo paragrafo l’informazione che ore prima dello scontro un soldato israeliano aveva sparato in faccia al cugino di Ahed Tamimi. Ignorare il nome del cugino, Mohammad, e la gravità delle ferite. No, per saperlo devi andare su Al Jazeera.

9 Citare 6 israeliani ebrei e solo 4 palestinesi. Ma soprattutto non citare nessun membro della coraggiosa famiglia Tamimi, nonostante siano stati menzionati nel fondamentale articolo di Ben Ehrenreich apparso sul “New York Times Magazine” [supplemento domenicale del NYT, ndt.] a proposito di Nabi Saleh. E nonostante il fatto che l’episodio degli schiaffi [al militare] sia avvenuto quando il soldato aveva violato la loro proprietà.

P.S. Louis Allday, un dottorando alla School of Oriental and African Studies [Scuola di Studi Orientali ed Africani, ndt.] dell’università di Londra, che sta digitalizzando documenti coloniali, aggiunge [citazioni da un tweet, ndt.]: 23 dicembre: Questo non è neppure un commento di opinione, questo è un reportage del responsabile della redazione di Gerusalemme del New York Times, David M. Halbfinger.

Lo strenuo tentativo di Halbfinger di far sì che qualcosa di molto semplice ed ovvio risulti complicato (elogiando efficacemente la “moderazione” israeliana) è un chiaro esempio di come i mezzi di comunicazione in generale parlino della Palestina, soprattutto il NYT.

(Una correzione: il post originale diceva: “La maggior parte di persone legge ancora il Times su carta.” In realtà il Times ha 2,5 milioni di abbonati alla versione digitale, contro 1 milione di abbonati alla versione cartacea).

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Un ragazzo palestinese ripreso in una foto virale sarà giudicato da un tribunale con il 99,74% di probabilità di condanna

Sheren Khalel

18 dicembre 2017, Mondoweiss

Fawzi al-Junaidi, di 16 anni, affronterà oggi un’audizione presso un tribunale militare israeliano, dopo essere stato detenuto dagli israeliani per più di una settimana.

Junaidi è stato arrestato durante gli scontri scoppiati nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, il 7 dicembre, il giorno dopo l’annuncio del Presidente USA Donald Trump del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.

Una foto scattata dal fotografo Wisam Hashlamoun durante l’arresto è diventata virale: mostrava il ragazzo disorientato e bendato mentre era malmenato, circondato da almeno venti soldati israeliani armati quando è stato portato via.

Brad Parker, dirigente ed avvocato per la Difesa Internazionale di ‘Defense for Children International – Palestine (DCIP)’, ha detto a Mondoweiss che la foto dovrebbe essere considerata come un simbolo delle normali pratiche israeliane riguardo ai ragazzi palestinesi, e non come una situazione eccezionale.

L’immagine ha fornito un’istantanea vivida e cruda della disparità di potere implicita nell’occupazione militare israeliana dei palestinesi ed ha contribuito a palesare i continui e diffusi maltrattamenti, sistematici ed istituzionalizzati, dei minori palestinesi detenuti dalle forze israeliane”, ha detto Parker.

L’avvocata di Fawzi, Farah Bayadsi, ha riferito ai media che il ragazzo era stato picchiato e presentava “contusioni sul collo, sul petto e sulla schiena.” Il ragazzo ha detto che i soldati lo hanno colpito con un fucile. Fawzi è accusato di aver lanciato pietre durante gli scontri, fatto che lui nega. Se ritenuto colpevole, la massima pena per il lancio di pietre è di 20 anni nelle prigioni israeliane.

Le probabilità che Fawzi venga giudicato colpevole sono alte, poiché, in base alla stessa documentazione interna del tribunale, il 99,74% dei casi portati davanti al tribunale militare israeliano si conclude con un verdetto di colpevolezza.

Tuttavia Parker ha detto che il tribunale non è in errore, ma agisce piuttosto secondo le direttive per cui è stato concepito. “Se i ragazzi palestinesi come Fawzi continuano a subire diffuse esperienze di maltrattamenti e torture e il sistematico diniego dei dovuti diritti al processo, è evidente che la detenzione militare israeliana ed il sistema giudiziario non non sono interessati a fare giustizia”, ha spiegato Parker. “Ciò che emerge è un sistema di controllo che si spaccia per giustizia. Non è che sistema di detenzione militare non funzioni, sta lavorando precisamente come previsto per negare i diritti fondamentali.”

In un reportage di al Jazeera, l’avvocata di Fawzi ha detto ai giornalisti che il primo giudice che ha esaminato il suo caso è rimasto “sbalordito dall’eccessivo uso della forza” a cui è stato sottoposto il ragazzo.

Si è presentato con grosse ciabatte fornite dal carcere. Aveva perso le sue scarpe ed ha parlato del modo in cui è stato maltrattato durante il trasferimento alla prigione,” ha detto l’avvocata ai giornalisti.

La procura non ha neanche detto se i soldati saranno indagati per l’uso eccessivo della forza. Finora l’intero caso è stato trattato con negligenza.”

Parker ha detto a Mondoweiss di dubitare che gli agenti che lo hanno arrestato verranno accusati o giudicati responsabili di uso eccessivo della forza, visto che tre ragazzi palestinesi su quattro arrestati dalle forze israeliane riferiscono di aver subito aggressioni fisiche.

Le forze israeliane godono di completa impunità per le violenze fisiche contro i ragazzi palestinesi detenuti. Anche nei casi in cui le prove evidenziano che esse hanno illegalmente ucciso un ragazzo con proiettili veri, senza che egli rappresentasse una minaccia nei confronti dei soldati, non vi è stata giustizia né attribuzione di responsabilità.”

Secondo la documentazione di Addameer [associazione palestinese per la difesa dei detenuti, ndtr.], attualmente ci sono più di 300 minori palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

In un rapporto diffuso da Addameer il 17 dicembre, l’associazione rivela che almeno 350 palestinesi sono stati arrestati nei primi 11 giorni dopo l’annuncio di Trump, che ha scatenato disordini in tutta la Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e a Gaza. Almeno nove degli arrestati sono minori palestinesi – anche se il numero potrebbe essere più elevato, in quanto il lavoro di documentazione è lento e complicato.

Il 16 dicembre le forze israeliane hanno arrestato nella Città Vecchia di Gerusalemme Sultan Ashour, di 16 anni, Mahmoud Taha, di 15, Muhammad Hamadeh, di 14 e Adnan Siyam, di 16. Il 15 dicembre hanno arrestato il tredicenne Abed al-Kareem Yassien, il quindicenne Muhammad Lutfi Melhem del villaggio di A’aneen e il diciassettenne Muhammad Ayman Sherydeh è stato arrestato a Tubas. Giovedì 14 dicembre il quindicenne Mutassem Hammas è stato arrestato a Ramallah.

In media, ogni anno vengono arrestati, detenuti e giudicati dal sistema giudiziario militare israeliano tra i 500 e i 700 minori palestinesi – dal 2000 sono passati nel sistema più di 8.000 minori palestinesi.

Dopo la condanna, circa il 60% dei ragazzi viene trasferito dai territori occupati alle carceri all’interno di Israele – una chiara violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.

La conseguenza pratica di ciò è che molti di loro ricevono poche visite dei familiari, quando non nessuna, a causa delle restrizioni nella libertà di movimento e del tempo necessario a rilasciare un permesso di visita in carcere”, ha rilevato il DCIP.

Dato che nel 1991 Israele ha firmato la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, dovrebbe attenersi agli standard della giustizia minorile internazionale, che prevedono che i minori “vengano privati della libertà soltanto come misura estrema”; tuttavia le associazioni internazionali per i diritti hanno riscontrato che l’arresto di minori palestinesi da parte delle forze israeliane e la condanna presso il sistema dei tribunali militari è una pratica diffusa e normale, anche per violazioni della legge di scarsa gravità.

Sheren Khalel è una giornalista multimediale indipendente, che si occupa di Israele, Palestina e Giordania. È specializzata in diritti umani, questioni femminili e conflitto israelo-palestinese. Khalel ha precedentemente lavorato per l’Agenzia Ma’an News a Betlemme e vive attualmente a Ramallah e Gerusalemme.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Un nuovo rapporto fornisce dettagli sul “vasto e sistematico abuso” da parte di Israele su minori a Gerusalemme est

Sheren Khalel

25 ottobre 2017, MondoWeiss

Un nuovo rapporto stilato dalle associazioni israeliane per i diritti umani ‘HaMoked:Centro per la difesa delle persone’ e B’Tselem, con l’appoggio dell’Unione Europea, ha rivelato “un vasto, sistematico abuso da parte delle autorità israeliane” nei confronti di centinaia di ragazzi detenuti a Gerusalemme est occupata.

Il rapporto, intitolato ‘Senza protezione: la detenzione degli adolescenti palestinesi a Gerusalemme est’, è stato diffuso mercoledì e riporta in dettaglio una ricerca su 60 dichiarazioni giurate raccolte tra maggio 2015 e ottobre 2016.

Le associazioni hanno riscontrato diversi casi di abuso su minori in custodia della polizia israeliana.

I ragazzi palestinesi di Gerusalemme est vengono tirati giù dal letto nel mezzo della notte, ammanettati senza che ve ne fosse la necessità, interrogati senza aver avuto la possibilità di parlare con un avvocato o con i loro familiari prima dell’inizio dell’interrogatorio e senza essere informati del loro diritto a rimanere in silenzio”, hanno riscontrato le associazioni. “Vengono poi tenuti in condizioni durissime, trattenuti ripetutamente in custodia cautelare per ulteriori periodi di giorni e persino di settimane, anche dopo che il loro interrogatorio è terminato. In alcuni casi, a tutto ciò si accompagnano insulti o minacce verbali e violenze fisiche.”

Mentre il rapporto raccoglie casi di un anno fa, questi arresti di ragazzi continuano. Per esempio, il 23 ottobre le forze israeliane hanno fatto irruzione nel villaggio di Issawiya a Gerusalemme est durante incursioni notturne, provocando scontri tra i giovani del luogo e le forze israeliane armate di tutto punto.

Gli scontri non sono una novità per il conflittuale villaggio, situato vicino all’università ebraica di Israele e all’ospedale Hadassah, ma quel che in genere finisce magari con qualche arresto e ferimento, ha invece provocato fino a 51 palestinesi arrestati e portati via dalle forze israeliane – 27 dei quali tra i 15 e i 18 anni di età, secondo le informazioni del Comitato palestinese per le questioni dei prigionieri.

Il rapporto diffuso mercoledì dà un’idea di ciò che quei ragazzi potrebbero stare affrontando adesso.

I ragazzi si trovano soli in una situazione minacciosa e sconcertante, senza che nessuno spieghi loro di che cosa sono sospettati, quali siano i loro diritti, con chi possano comunicare, quanto durerà il processo e quando potranno tornare alle loro case e famiglie,” afferma il rapporto. “Fino a quando non vengono rilasciati, non hanno accanto nessun adulto di cui si possano fidare e i loro genitori sono tenuti lontani. Queste prassi di arresto ed interrogatorio lasciano libere le autorità di far pressione sui minori detenuti perché confessino le accuse.”

Andare contro il protocollo

Analizzando la legislazione ed il protocollo israeliani, le associazioni hanno scoperto che in questi casi le forze israeliane hanno spesso violato le loro stesse regole.

Per esempio, mentre la legge israeliana prevede che le forze di polizia arrestino i giovani solo in casi estremi, le testimonianze raccolte da B’Tselem e HaMoked dimostrano che solo nel 13% dei casi “la polizia non ha proceduto all’arresto”, per cui le associazioni hanno potuto stabilire che gli arresti sono “la prassi di azione prevalente” della polizia israeliana, quando ha a che fare con minori palestinesi nella Gerusalemme est occupata.

Inoltre, in base alla procedura israeliana, la contenzione fisica dei giovani “può essere utilizzata sui minori solo in casi eccezionali”; tuttavia, nei 60 casi esaminati dal rapporto, almeno l’81% dei minori è stato ammanettato prima di essere caricato su un veicolo della polizia, mentre il 70% è rimasto in manette durante gli interrogatori.

La legge israeliana vieta anche che, tranne che in circostanze eccezionali, i minori siano interrogati di notte, ma il 25% dei minori ha riferito di interrogatori notturni e il 91% è stato arrestato nel proprio letto nel mezzo della notte.

Il rapporto ha documentato che “anche se, almeno in alcuni casi, i poliziotti hanno aspettato fino al mattino per iniziare l’interrogatorio, i ragazzi vi sono giunti stanchi e spaventati dopo una notte insonne.”

I minori, arrestati nel loro letto nel mezzo della notte, hanno potuto contattare le loro famiglie solo “in rari casi”. Consentire la presenza dei genitori non è previsto dalla legge israeliana dopo un arresto ufficiale e, pur se la polizia ha la discrezionalità di concederla, al 95% dei minori presi in considerazione nel rapporto non è stata consentita la presenza di un genitore dopo l’arresto.

Il rapporto ha scoperto che solo il 70% dei minori ha compreso di avere il diritto di rimanere in silenzio, perché temevano che gli venisse fatto del male se non avessero risposto alle domande dei poliziotti.

Mentre il 70% di loro ha potuto parlare con un avvocato durante o prima degli interrogatori, B’Tselem e HaMoked hanno rilevato che in molti casi ai ragazzi è stato dato il telefono privato di chi li stava interrogando per parlare con l’avvocato e le conversazioni erano “inadeguate ed inutili perché i minori capissero i propri diritti e ciò a cui andavano incontro.”

Sarebbe ovvio che il sistema di applicazione della legge trattasse questi ragazzi in un modo consono alla loro età, che tenga conto della loro maturità fisica e psichica, riconoscendo che ogni atto potrebbe avere ripercussioni a lungo termine sugli stessi adolescenti e sulle loro famiglie”, spiega il rapporto. “Sarebbe ovvio che il sistema trattasse i ragazzi umanamente e correttamente e fornisse loro le protezioni fondamentali. Ma non è così.”

Secondo il rapporto, il 25% dei minori interrogati ha detto che è stata usata violenza su di loro, benché il rapporto non fornisca dettagli specifici su quale tipo di lesioni siano state provocate.

Inoltre, più della metà dei ragazzi ha detto che quelli che li interrogavano gli urlavano minacce e offese verbali. A quasi un quarto di loro non è stato permesso di andare in bagno e non è stato fornito cibo quando lo chiedevano.

Negare ai ragazzi cibo ed acqua è stato uno dei metodi principali per farli confessare, in quanto l’83% dei minori ha detto che una delle principali ragioni per cui ha firmato le confessioni è stato che aveva fame – l’80% delle dichiarazioni di confessione era in ebraico, per cui i ragazzi non potevano leggere ciò che stavano firmando.

Dietro gli arresti

Secondo l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer, vi sono diverse importanti ragioni per cui le forze israeliane fanno la scelta di arrestare minori nella Gerusalemme est occupata, oltre al mantenimento della legge e dell’ordine.

Addameer ritiene che i soldati e i poliziotti israeliani prendano di mira i giovani per esercitare pressione sulle famiglie e le comunità, spingendole a “interrompere la mobilitazione sociale” contro l’occupazione. Inoltre Addameer ha rilevato che l’arresto dei ragazzi quando sono giovani potrebbe dissuaderli dal partecipare a scontri e lanci di pietre – l’accusa più comune sollevata contro i giovani. Infine, Addameer riferisce di aver raccolto testimonianze che suggeriscono che i minori vengono “sistematicamente” arrestati e sollecitati a “divenire informatori” e a “fornire informazioni sia su importanti personalità coinvolte nelle attività militanti, sia su altri ragazzi partecipanti alle manifestazioni.”

Il rapporto di B’Tselem e HaMoked conclude che la politica israeliana nei confronti dei minori di Gerusalemme est è una politica appositamente creata e utilizzata dallo Stato per far pressione sui palestinesi della città perché se ne vadano, trattando la popolazione come se fosse esclusa dal sistema.

Il regime israeliano di applicazione della legge tratta i palestinesi di Gerusalemme est come membri di una popolazione ostile, che sono tutti, minori ed adulti, presunti colpevoli fino a che non si provi la loro innocenza, e mette in atto contro di loro misure estreme che non oserebbe mai impiegare contro altri settori della popolazione”, continua il rapporto. “Il sistema della giustizia di Israele sta, per definizione, da un lato della barricata e i palestinesi dall’altro: i poliziotti, gli agenti carcerari, i procuratori e i giudici sono sempre cittadini israeliani che arrestano, interrogano, giudicano e imprigionano ragazzi palestinesi che vengono considerati come nemici pronti a nuocere agli interessi della società israeliana.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)