Dopo che i cecchini israeliani hanno ucciso 40 palestinesi in 3 mesi, il capo dell’esercito ha detto: ‘così non va, rilassatevi’

Dopo che i cecchini israeliani hanno ucciso 40 palestinesi in 3 mesi, il capo dell’esercito ha detto: ‘così non va, rilassatevi’

Dopo che i soldati israeliani hanno ucciso “come se nulla fosse” più di 40 palestinesi in 2 mesi, il capo di stato maggiore dell’esercito ha detto: “Così non va bene” ed ha ordinato ai cecchini di “rilassarsi”. Ma quando il giornalista Ohad Hemo ha riportato l’accaduto al Forum della Politica Israeliana, la presidentessa Susie Gelman ha subito espresso le sue preoccupazioni riguardo all’evasione dei prigionieri palestinesi da un carcere israeliano.

 Philip Weiss

17 settembre 2021 – Mondoweiss

 

Tre giorni fa un’associazione filoisraeliana ha tenuto un dibattito che ha rivelato la sua totale indifferenza nei confronti delle vite dei palestinesi. Il giornalista israeliano Ohad Hemo ha detto al Forum della Politica Israeliana, un’organizzazione lobbistica israelo-americana, che, dopo che i soldati israeliani hanno ucciso “come se nulla fosse” più di 40 palestinesi in Cisgiordania in due mesi, il capo dell’esercito ha detto: “Questo non va bene” ed ha ordinato ai cecchini di “rilassarsi”.

Susie Gelman, la presidentessa del Forum della Politica Israeliana, non ha risposto alla scioccante notizia, ma ha riportato la discussione sui suoi “motivi di preoccupazione” – l’evasione dei prigionieri palestinesi da un carcere israeliano.

Ecco la descrizione secondo Hemo di questa furia omicida:

Nelle ultime settimane è successo qualcosa in Cisgiordania. Posso dirvi che negli ultimi due mesi ci sono stati più di 40 palestinesi uccisi con armi da fuoco da Israele. E siamo arrivati al punto che il capo dell’esercito ha convocato tutti i comandanti impegnati in Cisgiordania e ha detto loro: ‘Aspettate un momento, così non va bene. Voglio dire che vengono uccise facilmente persone in incursioni, manifestazioni o altro. Perciò per favore parlate ai vostri cecchini. Parlate alla vostra gente nell’esercito. Solo questo, perché si rilassino’.

Hemo, il giornalista che si occupa della questione palestinese per il Canale 12 israeliano, ha preso spunto da un notiziario del 10 agosto. Dopo che i soldati israeliani avevano ucciso più di 40 palestinesi in tre mesi, compresi “civili…uccisi per errore”, Aviv Kochavi, capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, ha richiesto dei cambiamenti.

Il Forum della Politica Israeliana palesemente non si preoccupa di queste uccisioni. Si stava svolgendo una discussione sull’evasione del 6 settembre in cui sei palestinesi sono fuggiti attraverso un tunnel dal carcere di Gilboa, e Gelman, che stava intervistando Hemo, ha ripetutamente espresso preoccupazione riguardo alle “conseguenze” di questa grave violazione della sicurezza”.

“Parlaci di questi sei prigionieri”, ha detto Gelman. “Voglio dire, questo genere di cose non dovrebbero proprio accadere. Vi sono ovviamente moltissime domande e sicuramente ci sarà un’indagine su che cosa sia andato storto…Come è mai possibile? …. Probabilmente alcune persone a causa di questo fatto perderanno il lavoro.”

Hemo ha detto: “Quattro di loro sono condannati all’ergastolo per aver ucciso degli israeliani o aver preso parte ad attacchi terroristici …. Mahmoud al-Arda è un killer, credetemi, è un vero terrorista della Jihad islamica.”

Hemo ha ripetutamente definito i palestinesi dei terroristi. Nessuno dei 4.500 palestinesi prigionieri di Israele sono prigionieri politici, ha detto Hemo, sono tutti “terroristi.”

“Stiamo parlando di circa 4.500 prigionieri attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Non parlo di prigionieri politici, parlo di terroristi.”

Gelman e Hemo non si sono mai posti l’ovvia domanda: ci sono state delle conseguenze per gli assassini israeliani degli oltre 40 palestinesi? La risposta è sicuramente ‘no’. L’associazione (israeliana) per i diritti umani B’Tselem ha documentato che solo “in casi molto rari” i soldati israeliani sono accusati di reato per aver ucciso o ferito dei palestinesi. E quando lo sono, raramente vengono condannati. Al contrario i palestinesi in Cisgiordania vengono condannati ad un tasso di quasi il 100% nei tribunali militari – che è uno dei motivi per cui Human Rights Watch lo scorso aprile ha affermato che Israele pratica l’apartheid.

Hemo si presenterà il mese prossimo ad un’altra associazione filoisraeliana.

Philip Weiss

Philip Weiss è caporedattore di Mondoweiss.net ed ha fondato il sito nel 2005-06.

 

      (Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele non può essere accusato di niente

Israele non può essere accusato di niente, grazie alla narrazione della cultura dell’hasbara della vittimizzazione ebraica.

L’etnocentrismo ha devastato la cultura politica ebraica.

Yakov Hirsch

20 settembre 2021 – Mondoweiss

 

Il mio lavoro si concentra sulla cultura dell’hasbara: la costruzione sociale di una realtà alternativa che si centra sulla vittimizzazione del popolo ebraico che ha poco a che vedere con il mondo reale. Ma, nonostante le idee della cultura dell’hasbara siano a-storiche, i suoi concetti e discorsi sull’odio contro gli ebrei sono ora un’opinione diffusa nella cultura politica ebraica e americana. E ciò ha avuto parecchie conseguenze disastrose per il mondo in cui viviamo.

Hasbara è la parola israeliana per propaganda, e la cultura dell’hasbara sostiene che l’antisemitismo è un odio unico che va collocato in una categoria differente dalle altre forme di odio. E i guardiani della narrazione della vittimizzazione fanno tutto il necessario per continuare a mantenere questa prospettiva. In un editoriale del 2009 sul NYT riguardo ai “timori di Israele” Jeffrey Goldberg ha espresso perfettamente la prospettiva della cultura dell’hasbara riguardo all’antisemitismo “eterno”:

“L’antisemitismo è un odio sui generis che è mutevole, impermeabile alla logica ed eterno.”

È impossibile comprendere il mondo attuale senza prima capire la grande lotta della cultura dell’hasbara contro questo “odio sui generis”. I proseliti della cultura dell’hasbara sottolineano eventi della storia ebraica per trasmettere la convinzione che tutto il mondo sia ossessionato, e sempre lo sia stato, dall’eliminazione degli ebrei, arrivando fino ad oggi con l’esistenza dello Stato ebraico.

La prospettiva vittimistica di Yair Rosenberg non riflette il mondo reale. Come ho dimostrato nel mio ultimo articolo, la nuova serie di video di Rosenberg “per spiegare l’antisemitismo” ascrive agli eventi uno scorretto “significato” più ampio. Gli esseri umani, i loro pensieri e motivi individuali non sono come i sostenitori della cultura dell’hasbara di solito interpretano il mondo. I sostenitori della cultura dell’hasbara sono alla continua ricerca di quel “significato più ampio”.

Nel suo video “Al di là di sinistra e destra” Yair Rosenberg sostiene che l’antisemitismo continua a prosperare oggi perché persone di destra come di sinistra tendono a vigilare contro il fanatismo antiebraico solo quando proviene dai loro nemici politici. La voce narrante afferma che si capisce perché ciò avvenga.

“È molto più difficile parlarne quando l’intolleranza viene dai tuoi amici e alleati.” Con chi riesci a provocare dei cambiamenti, chiede: con i tuoi amici o con i tuoi nemici? Nella tua comunità o in quella di qualcun altro? Quindi, mentre la destra denuncia l’antisemitismo nella sinistra e la sinistra denuncia quello di destra, esse non condannano gli intolleranti della propria parte politica.

Nell’immaginario della cultura dell’hasbara quello che gli storici chiamano “essere antisemita” è un’incessante persecuzione degli ebrei. E di conseguenza gli ebrei devono essere protetti. Questo è il ruolo e il dovere che si sono assunti i giornalisti della cultura dell’hasbara. E, dato che secondo la cultura dell’hasbara il popolo ebraico e ora Israele sono eternamente vittime, diventano anche eternamente innocenti.

Il risultato di questa innocenza “fuori dalla storia” è che ora diventa “comprensibile” qualunque odio e razzismo che provenga dalla comunità ebraica.

Prendete in considerazione l’opinione di Yair Rosenberg sull’ ‘imbarazzante’ politica israeliana Miri Regev, ex-ministra della Cultura di Benjamin Netanyahu. Secondo Rosenberg l’estremismo di destra di Regev è comprensibile a causa dei tweet antisemiti che egli ha trovato su Twitter.

“Miri Regev è una dei ministri di Israele più di destra, demagogica e imbarazzante, ma menzogne inquietanti come queste sul potere malvagio di Israele aiutano la gente come lei ad essere eletta.”

E non si tratta solo di Rosenberg. Tutta una generazione di giornalisti della cultura dell’hasbara ha imposto a forza al mondo reale la sua prospettiva vittimistica: l’antisemitismo eterno rende comprensibile qualunque cosa Israele e i suoi sostenitori dicano. Prendete in considerazione la reazione di Jeffrey Goldberg [giornalista USA, ndtr.] all’accoglienza estasiata che l’AIPAC [principale organizzazione della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] ha riservato a Donald Trump nel 2016:

“Quanti di voi sono sorpresi che un pubblico filo-israeliano abbia apprezzato un discorso filo-israeliano di Donald Trump dovrebbero smettere di essere sorpresi.”

Quello a cui dovrebbe rispondere Jeffrey Goldberg se gli venisse chiesto è: “Perché la gente dovrebbe smettere di manifestare sorpresa riguardo all’entusiasmo delirante del pubblico dell’AIPAC per Donald Trump? Quello che Goldberg dovrebbe dire è la differenza tra il pubblico dell’AIPAC e la solita folla seguace di Trump che Goldberg ha passato anni a condannare incessantemente. Perché Goldberg sta concedendo un’approvazione a un’organizzazione ebrea filo-israeliana che non attribuirebbe a un’altra aggregazione favorevole a Trump? Dov’è finito il suo usuale moralismo?” La sua risposta a questa domanda spiegherebbe parecchio.

Tutto ciò che deve avvenire per dare un senso al mondo è che Jeffrey Goldberg risponda a questa domanda.

Si noti che Peter Beinart [noto intellettuale e commentatore ebreo americano, ndtr.] non ha nessun problema a condannare quello stesso evento. Come ho già sostenuto, l’importanza culturale di Peter Beinart è che egli è il giornalista ebreo più influente senza che abbia una prospettiva vittimistica.

Il discorso della politica estera è pieno di esempi di come la prospettiva vittimistica modelli il mondo. Come Bret Stephens ha spiegato ai lettori del New York Times perché sembrava che Israele stesse per annettere i territori? Ha detto che la mano di Netanyahu era stata forzata dalle critiche globali contro Israele.

Naturalmente, secondo la prospettiva vittimistica di Stephens, annettere i territori è “comprensibile”.

Questa prospettiva vittimistica rende legittima qualunque cosa abbia fatto Netanyahu. Ho già denunciato ad alta voce quanti collaborano con Netanyahu per fuggire dal luogo del loro delitto culturale.

Si veda questo tweet di David Frum. Frum è stato dalla parte di Netanyahu contro il giornale [israeliano] progressista Haaretz. Dopo che Chemi Shalev di Haaretz ha twittato un editoriale del New York Times in cui si sosteneva che “Benjamin Netanyahu sta schiacciando la stampa libera di Israele,” Frum ha risposto:

“Il malefico piano di Netanyahu per schiacciare la stampa? Consentire l’esistenza di un giornale che non piace alla sinistra israeliana. Proprio così.”

Il lungo regno di Netanyahu non può essere compreso senza prendere in considerazione la protezione culturale garantita da questi giornalisti ebrei. Non era Jeffrey Goldberg l’esperto numero 1 al mondo su Israele e Netanyahu quando Obama e Kerry erano apparentemente così anti-israeliani? Dov’è andato? Chi meglio di Goldberg per spiegare come sia possibile che il corrotto uomo forte sacro della cultura dell’hasbara sia arrivato in un attimo a diventare dittatore degli ebrei? Ma, come previsto, una volta diventato capo-redattore dell’Atlantic [rivista USA progressista di cultura e politica estera, ndtr.]  sotto Trump, Goldberg ha perso ogni interesse in Israele e nelle questioni ebraiche che gli hanno fatto fare carriera.

Vediamo qualche altra azione “comprensibile” degli israeliani. Secondo la cultura dell’hasbara è comprensibile che gli ebrei israeliani lincino arabi. Leggete solo l’articolo di Jeffrey Goldberg del 2012 “Un quasi linciaggio a Gerusalemme”, in cui ha richiamato all’ordine la giornalista del NYT Isabel Kershner per aver definito “linciaggio” un’imboscata di ebrei contro un arabo. Ancora una volta, in base alla cultura dell’hasbara l’attacco contro arabi innocenti è comprensibile.

“Questo tipo di cose non sono realmente una novità. Avendo scritto un articolo sul corteo funebre di Meir Kahane, il rabbino razzista assassinato a New York più di 20 anni fa, posso testimoniare il fatto che teppisti ebrei, molti dei quali provenienti dai quartieri più poveri di Gerusalemme (e molti che sono discendenti di ebrei fuggiti o espulsi da Paesi arabi), si sono periodicamente scagliati contro arabi innocenti. Lo hanno fatto durante il funerale e in incidenti successivi.”

Notate il sottotesto: dopotutto questi ebrei provenivano da quartieri poveri e molti di loro erano discendenti di ebrei che fuggirono, o furono espulsi, da Paesi arabi. Quindi la loro vendetta è naturale.

Sono questo offuscamento e oscurantismo che DEVONO portare ai pogrom contro gli arabi che da allora sono diventati eventi quasi settimanali.

Il punto di vista della cultura dell’hasbara sull’innocenza di Israele di fronte all’eterno antisemitismo è la ragione per cui l’onesto Rosenberg e altri combattenti contro l’odio sono rimasti in silenzio mentre l’epoca dell’odio da anni ’30 si ripeteva di fronte a tutto il mondo. Il loro discorso vittimistico porta alla totale impunità e immunità di Benjamin Netanyahu. Si legga questo tweet di Eli Lake:

“Fantastico articolo di @LahavHarkov [giornalista israeliana del Jerusalem Post, ndtr.] su Tablet riguardo alla disponibilità di Israele nei confronti dei regimi autoritari e alla complicata posizione in cui mette lo Stato ebraico. Lo consiglio caldamente.”

C’è da meravigliarsi che Netanyahu sia andato in giro per il mondo a distribuire programmi di spionaggio informatico a regimi reazionari? I giornalisti della cultura dell’hasbara gli coprono le spalle. Secondo la prospettiva vittimistica Netanyahu è in una “posizione difficile” e cerca di proteggere Israele. Qualunque cosa Netanyahu abbia fatto è diventata “comprensibile” e nessuno lo sa più di Netanyahu. Come ho sostenuto, questo è stato il segreto del suo successo.

E dalla prospettiva della vittimizzazione ebraica Israele non può essere accusato di niente. Perché? Perché essere troppo duri con Israele “rafforzerà” gli antisemiti e provocherà il rischio della distruzione di Israele. Si veda questo tweet di Rosenberg per capire come la cultura dell’hasbara risponda alle accuse di apartheid contro Israele. Secondo la dottrina della cultura dell’hasbara, “la progressione dei tweet affatto sorprendente” è il passaggio da “Israele è colpevole di apartheid” all’idea che “l’Olocausto non ci sia mai stato”.

È proprio così? Quelli di noi che vivono nel mondo reale sanno che sono stati i soldi e la cultura dell’hasbara di Sheldon Adelson [miliardario ebreo statunitense, ndtr.] che hanno dettato la politica di Trump riguardo a Israele, per non parlare della costante pressione di suo [di Trump] genero a favore di Israele. Questo è un altro esempio del fatto che Israele e il popolo ebraico sono stati tolti dalla storia, come ho scritto nel mio ultimo articolo.

Quindi perché la cultura dell’hasbara pensa che così tanti ce l’abbiano e sempre ce l’avranno con il popolo ebraico? O, come dice Bari Weiss [giornalista del Wall Street Journal, del NYT e di Die Welt, ndtr.], perché “tutti odiano gli ebrei”?

La risposta della cultura dell’hasbara è che il popolo ebraico è migliore di qualunque altro popolo. Yair Rosenberg descrive quanto sia eccezionale il popolo ebraico.

“Nessuno che conosca gli ebrei rimarrà sorpreso che Israele abbia definito la protesta come un diritto fondamentale che è consentito persino durante un lockdown d’emergenza.”

È così che due anni fa Bari Weiss ha detto a Jake Tapper [noto giornalista televisivo USA, ndtr.] nel [centro culturale ebraico, ndtr.] 92d Street Y:

“La nostra unicità è ciò che continua a far impazzire la gente.”

L’etnocentrismo che si nota in questo articolo ha devastato la cultura politica ebraica. E non c’è una lotta ebraica più importante che smentire questa sacra prospettiva vittimista della cultura dell’hasbara.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Attivisti lanciano una campagna di boicottaggio contro Duty Free Americas per il suo sostegno ad associazioni di coloni israeliani in Cisgiordania

Michael Arria

3 settembre 2021 – Mondoweiss

Una coalizione di organizzazioni in Florida chiede di boicottare Duty Free Americas per il suo sostegno finanziario a gruppi di coloni razzisti e ultranazionalisti in Cisgiordania.

La South Florida Coalition for Palestine [Coalizione nella Florida meridionale per la Palestina] chiede di boicottare la compagnia di Miami “Duty Free Americas” [catena di negozi duty free che opera in aeroporti USA e in altre parti del mondo, ndtr.] per i suoi legami con le colonie illegali israeliane e l’espulsione forzata dei palestinesi.

La catena Duty Free Americas, che appartiene alla famiglia Falic, gestisce oltre 180 negozi in aeroporti e valichi di frontiera negli USA e in America latina. Secondo un’inchiesta del 2019 di Associated Press, nell’arco di dieci anni la famiglia Falic ha donato a gruppi di coloni 5,6 milioni di dollari, oltre a fornire sostegno finanziario a gruppi ebraici razzisti e ultranazionalisti di Hebron.

Simon Falic, uno dei tre fratelli che gestisce Duty Free, ha dichiarato ad Associated Press che gli ebrei dovrebbero poter vivere in tutta la Terra Santa a loro piacimento. “Siamo orgogliosi di sostenere delle associazioni che aiutano a promuovere la presenza ebraica su tutta la terra di Israele,” ha detto. “Secondo noi l’idea che la semplice presenza ebraica in qualche area geografica possa costituire un ostacolo alla pace non ha alcun senso.”

La coalizione che promuove il boicottaggio comprende Dream Defenders, Jewish Voice for Peace South Florida, Al-Awda South Florida, Students for Justice in Palestine South Florida, CAIR Florida, e South Florida Muslim Federation.

Siamo soprattutto noi che viviamo in Florida che dovremmo aderire all’appello di boicottare Duty Free Americas, in quanto i proprietari della compagnia vivono qui, molti dei loro negozi si trovano in questo Stato e dobbiamo richiamarli alle loro responsabilità e chiedere loro conto dei milioni di dollari che hanno donato per sostenere la perpetuazione della Nakba [”catastrofe”, termine con cui si indica l’esodo forzato di circa 700.000 palestinesi dopo la proclamazione dello Stato di Israele, ndtr.],” ha detto a Mondoweiss la coordinatrice regionale per la Florida centrale di CAIR-Florida [Consiglio sulle Relazioni USA-Musulmani, ndtr.]. “La South Florida Coalition for Palestine risponderà a questo appello da parte del popolo palestinese ospitando una protesta virtuale il 12 settembre per lanciare la campagna in Florida – non rimarremo in silenzio di fronte all’occupazione, l’apartheid e la pulizia etnica.”

All’evento di promozione del boicottaggio si unirà alla coalizione anche Campaign to Defund Racism, movimento a guida palestinese che prende di mira le organizzazioni “benefiche” collegate alle colonie israeliane.

Oltre duecento organizzazioni, villaggi e attivisti palestinesi si sono appellati alla comunità internazionale affinché si taglino i fondi alle associazioni di coloni israeliani. Ciò che vediamo arrivare dagli organizzatori nella Florida del Sud, quali al Awda, Jewish Voice for Peace e Dream Defenders, non è che una delle varie strategie che si dovranno utilizzare per mettere i bastoni fra le ruote al movimento di occupazione israeliano,” dice Cody O’Rourke del collettivo Good Shepherd [“Buon Pastore”, che ha sede nelle colline di Hebron, ndtr.], organizzazione che fa parte della campagna Defund Racism. “Prendere di mira i donatori, partecipare a campagne di pubblica utilità, ricorrere ai tribunali e fare pressione sui procuratori generali e sul Dipartimento del Tesoro affinché facciano rispettare le norme già in vigore sulle associazioni benefiche sono tutte tattiche che si dovranno assumere ed usare.”

All’inizio dell’anno gli attivisti hanno protestato davanti alla sede centrale di Duty Free Americas nella città di Hollywood, in Florida. “Come si è visto recentemente nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a Gerusalemme Est, i coloni ebrei israeliani stanno espellendo con la forza i palestinesi dalle loro case,” ha affermato nel corso dell’evento l’organizzatore Thomas Kennedy. “Siamo qui per protestare contro i finanziamenti provenienti dai proprietari di Duty Free Americas, che sostengono la costruzione di colonie illegali ebraiche in Cisgiordania e Gerusalemme Est.”

 

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero

 

 

 




Due adolescenti palestinesi uccisi da Israele fanno salire a 77 il numero delle giovani vittime nel 2021

Yumna Patel

26 luglio 2021 – Mondoweiss

Le uccisioni di Muhammad Munir al-Tamimi e Yousef Nawaf Mhareb portano a 11 il bilancio dei giovani palestinesi uccisi dal fuoco israeliano in Cisgiordania dal gennaio 2021.

Due adolescenti palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano nell’arco di soli pochi giorni nella Cisgiordania occupata, portando il totale dei giovani palestinesi uccisi da Israele nel 2021 a 77.

Lunedì il diciassettenne Yousef Nawaf Mhareb, abitante del villaggio di Abwein nella zona di Ramallah, è morto in seguito alle ferite subite due mesi prima, quando era stato colpito al collo dalle forze israeliane.

Secondo WAFA, l’agenzia di notizie ufficiale dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), Mhareb è stato in terapia intensiva per 74 giorni prima di morire lunedì per le ferite. Secondo le informazioni dei media arabi, è stato colpito dalle forze israeliane durante le proteste di maggio contro l’aggressione israeliana a Sheikh Jarrah e alla moschea di Al Aqsa – proteste che hanno scatenato le “rivolte unitarie” e l’ultima guerra contro Gaza.

Solo pochi giorni prima le forze israeliane avevano colpito un altro diciassettenne palestinese durante le proteste del venerdì nel villaggio di Nabi Saleh fuori Ramallah.

Secondo ‘Defense for Children International – Palestina’ (DCIP) [organizzazione non governativa indipendente per la protezione dei bambini, ndtr.], le forze israeliane hanno sparato alla schiena di Muhammad Munir al-Tamimi con pallottole vere. Il proiettile è uscito attraverso l’addome, “causando un’ampia lacerazione e facendo fuoruscire gli intestini”, ha affermato la DCIP, aggiungendo che al-Tamimi è stato sottoposto a quattro ore di intervento chirurgico prima di essere trasferito in terapia intensiva.

E’ morto in seguito alle ferite diverse ore dopo e ne è stata dichiarata la morte circa a mezzanotte.

Al-Tamimi, abitante della cittadina limitrofa di Deir Nitham, stava presumibilmente partecipando alle proteste del venerdì a Nabi Saleh, un’iniziativa che si tiene nel villaggio ogni settimana dal 2009, dopo che coloni israeliani della vicina colonia illegale di Halamish presero il controllo della sorgente d’acqua del villaggio.

Le forze israeliane utilizzano abitualmente armi letali durante le proteste a Nabi Saleh, nonostante siano manifestazioni decisamente pacifiche.

La madre di Al-Tamimi ha detto all’Associated Press che le forze israeliane hanno sparato a suo figlio “a bruciapelo”, aggiungendo che c’è un video che mostra un soldato israeliano che apre la porta della jeep militare, uccide suo figlio e se ne va.

Le sue accuse sembrano essere confermate dalle conclusioni della DCIP, che affermano che Al-Tamimi è stato colpito da una distanza di circa 3 metri al massimo da un soldato su una jeep militare.

L’esercito israeliano ha detto a Haaretz [quotidiano israeliano, ndtr.] che i soldati “hanno individuato un palestinese sospetto che stava lanciando pietre e minacciando la vita di uno dei soldati. Il soldato ha applicato le regole d’ingaggio ed ha sparato al sospettato.”

Le forze israeliane uccidono abitualmente in modo illegale minori israeliani impunemente, ricorrendo intenzionalmente ad armi letali in circostanze non giustificate dal diritto internazionale”, ha detto Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma di responsabilizzazione della DCIP, in risposta all’uccisione di al-Tamimi.

L’uso eccessivo della forza è la norma e la sistematica impunità garantisce che i minori palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana possano essere uccisi in qualunque momento senza che vi siano ricorsi o attribuzioni di responsabilità.”

L’uccisione di al-Tamimi e Mhareb hanno portato a 11 il totale dei giovani palestinesi morti per il fuoco israeliano in Cisgiordania da gennaio. Includendo i 66 minori uccisi durante l’attacco israeliano a Gaza di maggio, il numero totale dei giovani palestinesi uccisi dalle forze israeliane nel 2021 è ad oggi di 77.

Il terzo palestinese ucciso in una settimana

All’inizio della settimana scorsa un uomo palestinese è stato dichiarato morto mentre si trovava sotto custodia israeliana nel centro di detenzione di Moscovia a Gerusalemme est – un centro famigerato tra i palestinesi per le crudeli modalità israeliane di interrogatorio e tortura.

Il 43enne Abd Yusuf al-Khatib al-Tamimi, di Gerusalemme est, è stato trovato morto mercoledì nella sua cella. Secondo il Servizio Carcerario Israeliano (IPS) è stato trovato senza coscienza nella sua cella dagli agenti, che poi hanno tentato inutilmente di rianimarlo.

Secondo Haaretz, al-Tamimi era stato arrestato tre giorni prima dalle forze israeliane per “infrazioni stradali”.

Haaretz ha riferito che l’IPS ha detto che indagherà sulla morte di al-Tamimi, ma ha suggerito che la sua morte potrebbe essere la conseguenza di preesistenti condizioni di salute.

La famiglia di al-Tamimi pare abbia negato che avesse malattie pregresse ed ha rifiutato la versione degli avvenimenti dell’IPS, citando “testimonianze di altri prigionieri, secondo cui al-Tamimi è stato aggredito o sottoposto a pressioni fisiche o mentali”, ha detto Haaretz.

Non sappiamo esattamente come sia morto…ma dei detenuti hanno chiamato i familiari dal carcere e hanno detto loro che era stato picchiato e vi erano state delle grida”, ha detto a Times of Israel Khaldoun Najm, legale della famiglia.

La famiglia pare abbia chiesto che un medico fosse presente all’autopsia di al-Tamimi. I risultati dell’autopsia non sono stati resi pubblici.

Yumna Patel è la corrispondente per la Palestina di Mondoweiss

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Ciò dimostra che il BDS funziona”: Wafic Faour su come un gruppo di attivisti del Vermont ha convinto Ben & Jerry’s

Micheal Arria

23 Luglio 2021Mondoweiss

“C’è una linea che stiamo seguendo. Stiamo lottando contro un regime di apartheid e abbiamo visto cosa è successo in Sudafrica. Se continuiamo a lavorare e ad informare l’opinione pubblica e se questi leader insistono con i loro messaggi confusi, vinceremo”.

Questa settimana Ben & Jerry’s [rinomata azienda americana produttrice di gelati con sede a South Burlington, ndtr.] ha annunciato che avrebbe smesso di vendere i suoi gelati negli insediamenti coloniali illegali israeliani. La mossa è stata elogiata dagli attivisti palestinesi e condannata dai parlamentari israeliani. Wafic Faour è membro di Vermonters for Justice in Palestine (VTJP), l’organizzazione che ha condotto una campagna contro Ben & Jerry’s per oltre un decennio. Faour è cresciuto in un campo profughi palestinese in Libano, ma si è recato negli Stati Uniti per studiare e ha finito per trasferirsi nel Vermont.

Ho discusso tramite Zoom con Faour dell’importante annuncio di Ben & Jerry, della reazione isterica di Israele e di cosa significhi tutto questo per il movimento BDS.

Mondoweiss: Vorrei iniziare col chiederle la sua reazione all’annuncio di Ben & Jerry. Cosa ha pensato quando ha sentito la notizia?

Wafic Faour: A dirle la verità, all’inizio ero un po’ deluso. Il loro annuncio ha un’ ottima apertura. Hanno dichiarato che fare affari nei territori occupati dalle colonie illegali è contro i valori di Ben & Jerry’s. Fin qui tutto bene, ma poi nel corso della dichiarazione ci dicono che proseguiranno in forma diversa il commercio in Israele. Che continueranno ad operare in Israele secondo modalità di cui daranno notizia in seguito.

Questo è in contraddizione con due cose che Ben & Jerry’s afferma di rappresentare. Quando li abbiamo incontrati nel 2014 e abbiamo chiesto loro di smettere di vendere i loro prodotti nelle colonie esclusivamente ebraiche ci hanno detto che in realtà non potevano farlo perché una volta che i loro prodotti vengono venduti dalla fabbrica, non sono in grado di controllare i percorsi di vendita altrove da parte degli intermediari.

Inoltre rifiutarsi di vendere prodotti negli insediamenti va contro la legge israeliana contro il BDS. Ecco perché i leader israeliani stanno andando fuori dai gangheri. Anche oggi, con le rimostranze del presidente di Israele [Isaac Herzog] che definisce terroristica la nostra campagna.

Quando abbiamo iniziato questa campagna, abbiamo preso di mira Ben & Jerry’s perché il loro codice sociale parla di uguaglianza, diritti umani, protezione dei rifugiati, protezione dell’ambiente, Black Lives Matter, brutalità della polizia. Parliamo di Israele perché è tuttora uno stato di apartheid e i palestinesi che vivono lì come cittadini israeliani, arabo israeliani... sottostanno a regole diverse e affrontano discriminazioni sull’alloggio, l’istruzione, l’assistenza sanitaria, la protezione della polizia. Su qualsiasi cosa. Quindi l’azienda non aderisce alla propria missione sociale.

Non mi fraintenda, questo è un passo molto positivo, ma sto cercando di capire come possiamo immaginare il rapporto tra Ben & Jerry e le leggi israeliane sul BDS. Mi chiedo come potranno continuare ad operare nella zona. C’è anche un altro problema. Abbiamo notato una dichiarazione contraddittoria del consiglio di amministrazione di Ben & Jerry rilasciata dalla presidente [Anuradha] Mittal. Hanno detto che loro avevano in mente un diverso tipo di annuncio e che [il passaggio riguardante una continuazione degli affari in Israele] è da attribuire ad Unilever, la società madre di Ben & Jerry.

Quindi qui abbiamo di fronte più domande che risposte. Non sappiamo cosa accadrà.

Abbiamo visto che in procinto dell’annuncio di Ben & Jerry questa campagna è stata un po’ più presente sugli organi di informazione tradizionali, ma VTJP ci ha lavorato per oltre un decennio. Mi piacerebbe se potesse descrivere un po’ l’attivismo che ha portato a questo momento.

La prima azione che abbiamo intrapreso è stata una lettera che abbiamo inviato a Ben Cohen e Jerry Greenfield [i fondatori dell’azienda] chiedendo loro come potessero, in coscienza, accettare di trattare con Israele. Ci hanno detto Non siamo le persone giuste con cui discuterne perché non è più la nostra azienda. Potete andare al quartier generale di South Burlington a porre la domanda”.

In realtà abbiamo ricevuto quella risposta dopo aver inviato loro più lettere. In effetti, è Jerry che ha risposto alla lettera. Quindi siamo andati a South Burlington e abbiamo insistito per ottenere un incontro. Dopo tanti sforzi, abbiamo scoperto molte cose.

Una di queste è che dopo la vendita di Ben & Jerry’s, il contratto con Israele è rimasto a South Burlington e tutte le altre operazioni sono state rilevate da Unilever. In altre parole, solo l’operazione aziendale riguardante Israele è stata mantenuta qui a South Burlington nelle mani della dirigenza e del loro consiglio indipendente. Ci è sembrato strano.

La seconda cosa che ci hanno detto è che non hanno mai guadagnato un centesimo dal settore israeliano dei loro affari. Quindi stiamo parlando di un’operazione che non frutta denaro e si trova in una zona contesa riguardo alla quale devono confrontarsi con le nostre richieste. Allora perché sono ancora ?

Dopo l’incontro abbiamo iniziato a firmare petizioni. Ogni volta che Ben & Jerry’s tenevano un Cone Day [giornata del cono gelato, ndtr.] gratuito noi eravamo fuori dal loro negozio in centro a distribuire volantini e a raccogliere firme per la petizione. Abbiamo inviato le petizioni alla società. Abbiamo invitato altri gruppi di solidarietà con la Palestina a fare lo stesso in dodici diverse sedi di Ben & Jerry e abbiamo inviato le petizioni all’azienda.

Abbiamo anche provato a inviare lettere ai gestori dei negozi Ben & Jerry’s negli Stati Uniti e in Canada, chiedendo loro di fare qualcosa. Non abbiamo avuto risposta. Durante quel periodo abbiamo anche incontrato Jeff Furman [che ha fatto parte del consiglio di amministrazione di Ben & Jerry per quasi 40 anni] e poi la società ha risposto e ha detto che avrebbero cercato di studiare la questione.

Hanno inviato nella zona un gruppo di membri del consiglio di amministrazione e dirigenti per conoscere la situazione. Ad essere sinceri, l’unica persona che è tornata con una dichiarazione davvero positiva è stato Jeff Furman. Mi pare che sia stato anche il primo avvocato dell’azienda quando hanno iniziato a vendere gelati negli Stati Uniti. Ha detto che quello che ha visto laggiù era apartheid.

Capisco che tutte le sue domande riguardino Ben & Jerry’s perché questo è il tema, ma abbiamo scelto l’azienda più di dieci anni fa a causa della sua presenza in una regione del Vermont molto estesa, e la sua fabbrica è il luogo più visitato dello Stato. La utilizziamo per sensibilizzare sulla questione palestinese la popolazione del posto e tutta la popolazione degli Stati Uniti. Vogliamo informare le persone sulla sofferenza dei palestinesi e su ciò che Israele sta facendo in Palestina.

A volte, quando parli con le persone di questo problema, pensano che sia solo qualcosa che sta accadendo lontano. Non si immedesimano con loro. Allora illustri l’argomento e ne discuti con le persone, di come sia contro il diritto internazionale trarre profitto dall’occupazione. Si tratta di un movimento educativo perché nel condurre la campagna parliamo alla gente della Palestina, delle vite dei palestinesi, della terra palestinese, dell’acqua palestinese, dell’ambiente palestinese. Sfruttiamo l’azienda come strumento educativo.

Anche se abbiamo fatto tutto questo lavoro, molte persone pensavano che trarli fuori da quella condizione fosse un obiettivo inverosimile, in quanto noi siamo un piccolo gruppo nel Vermont. Molti di noi sono persone di mezza età e usiamo la vecchia tecnica del volantino. Tuttavia, dopo la guerra di maggio su Gaza, e così tanti bambini uccisi, una generazione più giovane ci affianca. Conoscono la tecnologia, Instagram, Twitter. Hanno portato su un altro piano [il nostro lavoro] in modo da raggiungere il risultato voluto.

La mia prossima domanda si collega a quello che ha appena detto. E’ sembrato che dopo l’ultimo attacco a Gaza la campagna abbia ricevuto maggiore attenzione e mi chiedo se pensa che Ben & Jerry’s abbia finalmente fatto questa mossa tenendone conto. Pensa che ci sia stato un cambiamento nell’opinione pubblica dall’ultimo attacco di Israele?

Sicuramente. Sicuramente. Non si può negare. Senza i quasi 70 bambini uccisi a Gaza non sono sicuro che nell’opinione pubblica americana sarebbe emersa questa fortissima rabbia. Sono certo di aver letto di recente su Mondoweiss che il numero dei nostri fratelli ebrei che pensano che Israele sia uno stato di apartheid sta crescendo.

L’Israele di oggi è decisamente diverso da quello che era vent’anni fa, o dieci anni fa, o anche un anno fa. Sono stato un attivista sulla questione palestinese per tutta la vita, ma non ho mai visto questo genere di sostegno, come quello che abbiamo ora.

Cosa ne pensa della reazione israeliana a questa notizia e della reazione dei loro sostenitori? Cosa dice del momento in cui ci troviamo attualmente?

Questo dimostra che il BDS funziona. Vediamo come il primo ministro, il ministro degli esteri, il presidente chiedano tutti il boicottaggio di Ben & Jerry’s. Credo che il governo e i politici israeliani siano più deboli di quanto si pensi.

Se questa dichiarazione a metà di Ben & Jerry’s è in grado di far parlare tutti questi leader per più di 48 ore, significa che non sono così forti e risoluti come pensano, o forti come nell’immagine che vogliono mostrare all’opinione pubblica. Dovremmo approfittarne. Se attaccheranno il BDS negli Stati Uniti e interferiranno con Freedom of Speech [la libertà di parola, 14° emendamento della Costituzione americana, ndtr.] sarà un bel passo. È un limone, dobbiamo spremerlo. Porteremo le nostre organizzazioni e porteremo sostenitori americani di studi legali come l’ACLU [American Civil Liberties Union, organizzazione non governativa a difesa di diritti civili e libertà individuali negli Stati Uniti, ndtr.]. Dovranno combatterli e schierarsi insieme a noi.

Le leggi contro il BDS sono incostituzionali. Abbiamo visto cosa è successo in Georgia qualche mese fa. Quando portano una legge sul BDS in tribunale, perdono. Quindi, se provano a farlo, perderanno.

C’è una linea che stiamo seguendo. Stiamo lottando contro un regime di apartheid e abbiamo visto cosa è successo in Sudafrica. Non sono solo i leader israeliani. Ho appena visto il Dipartimento di Stato attaccare il BDS quando gli è stato chiesto di farlo. Quindi non sono solo i leader israeliani, sono i loro compari qui. Se continuiamo a lavorare ed informare l’opinione pubblica e questi leader insistono con i loro messaggi confusi, vinceremo.

Michael Arria è il corrispondente dagli USA di Mondoweiss. I suoi lavori sono comparsi su In These Times, The Appeal e Truthout. È autore di Medium Blue: The politics of MSNBC [“Media blu: la politica di MSNBC”, canale di notizie via cavo USA legato al partito Democratico, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Per la legge israeliana ‘ebraicità equivale a proprietà’

Rabea Eghbariah

9 luglio 2021- Mondoweiss

Nell’ambito del progetto coloniale israeliano, quadri giuridici distinti sono estesi a uno spazio giuridico frammentato, ma condividono una chiara logica comune. Questa logica unificante è che all’ebraicità corrisponde il diritto di proprietà e ciò è al centro di questo sistema di dominio del colonialismo di insediamento.

Nel dibattito pubblico su Sheikh Jarrah è la legge ad essere diventata il punto focale della controversia. Contro la tesi palestinese della pulizia etnica, la propaganda israeliana continua a tentare di descrivere l’imminente espulsione dei palestinesi di Sheikh Jarrah come una “disputa immobiliare”, sottolineando che il ricorso è ancora in sospeso presso la Corte Suprema israeliana. Ma le rivendicazioni di terreni e abitazioni, cioè le “dispute immobiliari”, sono il fulcro sia del progetto israeliano di colonizzazione che della resistenza palestinese. I tribunali israeliani, Corte Suprema inclusa, non sono arbitri neutrali, ma al contrario sono protagonisti in un progetto nazionale-coloniale che dispensa valore, sofferenza e risorse in base a criteri etnico-nazionali.

Il ruolo del diritto nel progetto di colonizzazione si capisce esaminando il modo in cui quadri legali distinti, estesi a uno spazio legale frammentato, condividano tuttavia una logica comune. Questa logica condivisa diventa evidente quando si analizzano i ricorsi circa le terre e le sentenze dei tribunali israeliani: le agenzie statali israeliane e i gruppi di coloni ebrei sono trattati a priori come proprietari legittimi, mentre, nel migliore dei casi, i palestinesi non ebrei sono considerati degli inquilini che non hanno diritto alla proprietà, ma occupano la terra solo per concessione delle autorità israeliane. Stando a questa logica, le terre di proprietà statale sono convertite in terre ebraiche, come sancito ulteriormente nel 2018 dall’emendamento costituzionale della legge sullo Stato-Nazione ebraico che afferma che “lo sviluppo della colonizzazione ebraica è un valore nazionale”, ed esige che lo Stato debba agire attivamente in suo favore. Parafrasando la famosa frase di Cheryl Harris [autrice di ‘Whiteness as property’ – Bianchezza come proprietà, 2005, in K. Thomas e G. Zanetti (a c. di); ed. it. Legge, razza e diritti. La Critical Race Theory negli Stati Uniti, Diabasis, Reggio Emilia] io definisco questo modo di pensare “l’ebraicità come proprietà” secondo la legge israeliana. 

L’elaborazione di ebraicità come proprietà secondo il diritto israeliano è centrale per una struttura che può essere definita coloniale: la terra è un prerequisito e una risorsa materiale su cui si regge una società di coloni che prospera a spese degli abitanti autoctoni. Entro questa struttura, il diritto agisce come una tecnologia d’avanguardia: è la legge che consente, facilita e impone l’esproprio continuo ai danni dei palestinesi e la ridistribuzione delle loro risorse a favore degli ebrei israeliani. La combinazione di una distribuzione di terre e proprietà fortemente politicizzata e razzializzata, in presenza di un sistema giuridico che perpetua e facilita questa distribuzione, produce quello che da tempo molti palestinesi chiamano pulizia etnica. Dispute circa le proprietà e la guerra giuridica contro i palestinesi non sono il contrario della pulizia etnica: sono proprio uno dei suoi metodi.

Una cronologia degli sfratti secondo la legge: Umm al-Hiran, Khan al-Ahmar e Sheikh Jarrah

Possiamo rintracciare la logica dell’ebraicità come proprietà per la legge israeliana ripercorrendo tre cause su “dispute immobiliari” che sono microcosmi di tre contesti legali diversi: Umm al-Hiran, Khan al-Ahmar e Sheikh Jarrah (cittadine situate rispettivamente in Israele, Cisgiordania e Gerusalemme Est). A sopraintendere a tutte queste diverse realtà c’è la Corte Suprema israeliana, che è l’unica istituzione che delibera sui ricorsi dei palestinesi provenienti da frammenti territoriali e concettuali diversi. Ognuna di queste cause è soggetta a leggi diverse e gli abitanti sono soggetti a situazioni legali differenti: a Umm al-Hiran ci sono dei cittadini di Israele che teoricamente godrebbero della protezione costituzionale secondo il diritto civile israeliano; gli abitanti di Khan al-Ahmar risiedono in Cisgiordania (Area C), soggetti al controllo diretto dell’esercito israeliano, e quelli di Sheikh Jarrah sono residenti (ma non cittadini) di Israele sottoposti a un status legale distinto che permette, fra altre cose e in certe condizioni, la revoca del loro permesso di residenza. 

Il caso di Umm al-Hiran dimostra come le tutele costituzionali si azzerino e le “terre statali” siano usate per spossessare e rimuovere i palestinesi. Fra gli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60 Israele ha sfrattato non solo i palestinesi dalla gran parte delle loro terre, ma ha anche trasformato il 93% dei terreni sotto il suo controllo in proprietà statale. Ha ottenuto ciò rendendo più difficile fornire prove per dimostrarne la proprietà, ricorrendo a espropri di massa e usando altre leggi, inclusa quella sulla Legge Proprietà degli Assenti. In Cisgiordania e a Gaza ha usato in modo simile leggi giordane e ottomane in vigore sino al 1967 e permesso al governatore militare di acquisire il controllo di terre in quanto “terre statali” (principalmente, ma non solo, in quella che è diventata l’Area C dopo gli accordi di Oslo). In flagrante violazione del diritto internazionale, la Corte Suprema di Israele ha più volte consentito l’insediamento di colonie israeliane in questi territori. 

Le terre statali sono in pratica trasformate in terra ebraica, per rendere concreta l’ebraicità in quanto proprietà. Dal 1948 Israele non ha fondato una sola località palestinese per i palestinesi, mentre dagli inizi degli anni ‘90 ha creato più di 900 “località ebraiche” in Israele e quadruplicato il numero di coloni in Cisgiordania. Allo stesso tempo, la continua presenza palestinese sulle terre è stata spesso interpretata come un mero favore concesso dallo Stato di Israele, ma che non può costituire un diritto di proprietà. Umm al-Hiran ne è un classico esempio: nel 1948 gli abitanti sono stati sfrattati e spossessati delle loro terre di Khirbet Zubaleh e insediati dalle autorità israeliane a Umm al-Hiran nel 1956. Nel 2002, il governo israeliano ha deciso di fondare la città di Hiran, provocando un altro spostamento dei palestinesi di Umm al-Hiran. All’inizio lo Stato ha affermato che gli abitanti di Umm al-Hiran erano degli squatter su terre statali, ma in tribunale poi ha ammesso che avevano abitato lì per generazioni con il permesso dello stesso Stato israeliano. 

Eiakim Rubinstein, giudice della Corte Suprema, ha deliberato che “i membri della tribù non hanno acquisito il diritto di proprietà delle terre ai sensi delle nostre leggi sulle proprietà, sebbene (da generazioni) ci risiedano con un permesso”. Apprendiamo che questo permesso potrebbe essere revocato facilmente, ignorando quelle garanzie costituzionali che dovrebbero essere applicate ai cittadini palestinesi in Israele. Dato che le rivendicazioni territoriali dello Stato hanno la prevalenza su quelle dei palestinesi, lo Stato può proseguire con la sua ridistribuzione razzializzata di terra secondo la logica dell’ ‘ebraicità come diritto di proprietà’. Il risultato è che ora Hiran, una cittadina abitata solo da ebrei, sta per essere edificata sui terreni espropriati agli abitanti di Umm al-Hiran. Una legge che permette l’insediamento di tali comunità segregate, basata su un comitato delle ammissioni che decide sull’ “idoneità sociale e culturale”, è stata confermata dalla Corte Suprema israeliana nel 2014.

La causa relativa a Khan al-Ahmar, i cui abitanti palestinesi hanno presentato una petizione alla Corte Suprema chiedendo di impedire la demolizione del loro villaggio, dimostra che in Cisgiordania la Corte fa affidamento su un altro strumento: l’“abuso edilizio”, un’accusa mossa quando i palestinesi non riescono a ottenere dalle autorità israeliane di occupazione le licenze edilizie previste dalla legge. Ma ottenerli è praticamente impossibile. Non si può negare la natura sistemica di questa illegalità: fra il 2016 e il 2018, per esempio, Israele ha respinto oltre il 98% delle richieste di permesso edilizio presentate dai palestinesi nell’Area C. Lo stesso “regime di permessi” è diventato uno strumento per creare illegalità e imporla ai villaggi palestinesi.

Per la Corte, il fatto che le autorità israeliane in Cisgiordania per decenni non abbiano rilasciato nessuna licenza edilizia o stilato dei piani regolatori a Khan al-Ahmar non è stato neppure un fattore deterrente per decidere che l’intero villaggio è illegale, anche se esisteva persino prima dell’occupazione israeliana della Cisgiordania. Secondo loro il problema è sorprendentemente chiaro: “Il punto di partenza di questa decisione sta nel fatto che le costruzioni sul sito di Khan Al-Ahmar, la scuola e le abitazioni, sono illegali”, ecco come inizia la decisione del 2018 della Corte sul caso di Khan al-Ahmar (scritta dal giudice Noam Solberg, lui stesso colono di un insediamento illegale in Cisgiordania). 

Costruita l’illegalità contro le comunità palestinesi, la strada è spianata per la demolizione di edifici, la rimozione degli abitanti palestinesi e la ridistribuzione di terre a favore di coloni israeliani. (Comunque il governo israeliano non ha ancora proceduto all’evacuazione di Khan al-Ahmar a causa della pressione internazionale. Ora le petizioni delle organizzazioni di coloni israeliane chiedono di “applicare la legge” e demolire il villaggio e restano in sospeso presso quella stessa Corte Suprema che ha dichiarato legittimi i piani per rimuoverlo).

A Sheikh Jarrah diventa più importante una concomitanza di dispositivi giuridici: la legge sulla Proprietà degli Assenti e quella su questioni legali e amministrative. Insieme queste leggi permettono a gruppi di coloni ebrei di rivendicare proprietà a Gerusalemme Est presumibilmente appartenute a ebrei prima del 1948, ma negando lo stesso diritto ai palestinesi che possedevano proprietà prima di quella data a Gerusalemme Ovest o altrove. Di nuovo, la presenza continua dei palestinesi su questi terreni con il permesso delle autorità governative (in questo caso, giordane) diventa irrilevante nelle “dispute sulla proprietà” esaminate dai tribunali israeliani. 

Altri tribunali di prima istanza hanno consistentemente respinto i ricorsi dei palestinesi di Sheikh Jarrah e la Corte Suprema dovrebbe deliberare alla fine di quest’anno. Nel frattempo il Procuratore generale ha dichiarato alla Corte che non intende intervenire nel presente procedimento giudiziario e sulle decisioni degli altri tribunali che hanno ordinato lo sfratto forzoso dei palestinesi dalle loro case in favore di gruppi di coloni ebrei. In altre parole il Procuratore Generale ha deciso che lo Stato non ha un ruolo nella disputa e che le “parti civili,” dato che le organizzazioni di coloni israeliani e gli abitanti palestinesi di Sheikh Jarrah stanno semplicemente disputandosi delle proprietà. Questo atteggiamento non solo ignora l’infrastruttura legale discriminatoria che permette tali dispute, ma in effetti chiede anche alla Corte Suprema di deliberare in modo tale da mantenere e validare il sistema legale israeliano che distribuisce la proprietà a ebrei israeliani a discapito dei palestinesi.

Frammentazione legale

Le leggi adottate in ognuno di questi casi sono diverse, così come l’identità dei ricorrenti israeliani (Stato di Israele o organizzazioni di coloni), la procedura (civile o amministrativa), il criterio del riesame, le dottrine legali, l’applicabilità delle protezioni costituzionali israeliane e altro ancora. Ma lo schema è chiaro: la costruzione coerente di leggi formalmente neutrali per spogliare i palestinesi della terra e ridistribuirla a ebrei israeliani. Indipendentemente dal quadro giuridico in gioco, in pratica i palestinesi non riescono a presentare azioni legali per dimostrare la proprietà: sono meramente soggetti ai ricorsi dello Stato e dei coloni.

Mentre i palestinesi sono sottoposti alla frammentazione, agli ebrei israeliani si applica un sistema legale unificato con in gioco protezioni costituzionali indipendentemente dalle suddivisioni concettuali e territoriali.

Ciò diventa ancora più chiaro quando i casi di spossessamento delle terre subiti da palestinesi, come dimostrato brevemente qui sopra, sono confrontati con la decisione del 2005 della Corte Suprema Israeliana sulla legalità dello sgombero degli insediamenti israeliani a Gaza. In quel caso la Corte Suprema deliberò che le disposizioni giuridiche che limitano la possibilità dei coloni israeliani di richiedere un indennizzo erano incostituzionali, dato che costituivano una violazione del diritto costituzionale alla proprietà. La Corte Suprema crea ed estende norme costituzionali ai coloni ebrei in territori internazionalmente riconosciuti come occupati per proteggere l’ebraicità in quanto diritto di proprietà, mentre nega ai palestinesi il diritto alla proprietà e ignora del tutto la costituzione quando si tratta di Umm al-Hiran, Khan al-Ahmar o Sheikh Jarrah. 

Il presupposto unificante dell’ebraicità come proprietà, centrale in un sistema di dominio coloniale, rende coerente al suo interno questo sistema giuridico frammentario. La possibilità di rivendicare l’ebraicità come proprietà è ulteriormente rafforzata dalle leggi sull’immigrazione che permettono a qualsiasi ebreo/a, ovunque nel mondo, di diventare immediatamente un/una cittadino/a israeliano/a e rivendicare diritti di proprietà sotto controllo israeliano. Lo stesso intreccio di leggi su immigrazione e cittadinanza è usato simultaneamente per frammentare ulteriormente i palestinesi, revocando lo status di residente, negando il diritto al ritorno ai rifugiati palestinesi, vietando il ricongiungimento delle famiglie palestinesi e l’ingresso ad altri palestinesi della diaspora. 

Jacob, il colono israeliano-americano in video diventato virale in cui dice alla famiglia El-Kurd di Sheikh Jarrah che “se non ve la rubo io (la casa della famiglia El-Kurd), lo farà qualcun altro,” dimostra chiaramente la logica della legge israeliana. Jacob riconosce che si tratta di un furto, ma in conclusione la legge israeliana lo premia quando rivendica l’ebraicità per ottenere la proprietà. È grazie alle macchinazioni della legge israeliana che il ladro diventa il proprietario.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Soldati israeliani fanno irruzione in un centro per l’infanzia nel campo profughi di Jenin e distruggono libri, giocattoli e l’impianto idraulico

Tony Greenstein

5 luglio 2021- Mondoweiss

Il Brighton Trust, l’ente caritatevole di cui io sono un amministratore, insieme agli attivisti dell’inglese National Education Union, (sindacato personale scolastico) raccoglie fondi da tre anni per il centro per l’infanzia Al-Tafawk nel campo profughi di Jenin, nella Palestina occupata.

Il centro, gestito da volontari del posto e l’unico nel suo genere nel campo, ospita 14.000 profughi palestinesi che hanno perso la casa dopo la fondazione di Israele nel 1948. Offre giochi, istruzione, cibo e un’affettuosa accoglienza a circa 120 minori, fra i 3 e i 16 anni.

È l’unica occasione di divertimento nella cupa atmosfera del campo, che durante la Seconda Intifada nel 2002 ha perso decine di abitanti nel massacro dell’esercito israeliano e oltre 400 abitazioni in seguito a una brutale campagna di demolizioni, uno dei molti atti di punizione collettiva condotti dagli israeliani contro civili palestinesi. Da allora il campo ha subito regolari incursioni militari.

Il centro Al-Tafawk, sorto nel 2010, era riuscito a sfuggire all’attenzione dei militari, almeno fino a poco tempo fa. I primi segnali che l’esercito l’aveva preso di mira sono arrivati a gennaio, quando il manager è stato incarcerato per 24 ore e gravemente traumatizzato.

Sulla scia delle proteste nella Gerusalemme occupata dopo gli attacchi israeliani contro i fedeli della moschea Al-Aqsa e i sanguinari bombardamenti di Gaza, le forze israeliane hanno intensificato il loro regime di terrore su tutta la Palestina storica, estendendolo anche alla Cisgiordania occupata, dove alla fine di maggio sono stati uccisi oltre 25 palestinesi. A Jenin, come in altre città palestinesi, ci sono state dimostrazioni contro la violenza israeliana.

La sera del 15 maggio l’esercito israeliano ha compiuto un raid contro il centro per l’infanzia Al-Tafawk di Jenin distruggendolo completamente. La loro scusa era che stavano cercando delle armi, ma naturalmente non le hanno trovate.

Un testimone ha dichiarato:

Hanno fatto irruzione nel centro ieri sera. Hanno cominciato a sparare dall’esterno. Poi hanno abbattuto la porta d’ingresso e sono entrati. Hanno messo tutto a soqquadro e danneggiato ogni cosa di valore.”

Oltre ad arredi e attrezzature, i soldati hanno intenzionalmente distrutto le infrastrutture, rendendo l’edificio insicuro e inutilizzabile. Hanno demolito le tubature dell’acqua e i rubinetti, sfasciato il quadro elettrico, tagliando la luce e interrompendo l’erogazione dell’acqua, hanno danneggiato scale e porte, divelto maniglie. Il danno ammonta in totale a migliaia di dollari.

Non hanno neppure risparmiato i libri dei bambini. Secondo un altro testimone, un soldato intento a far proprio questo, ha urlato che i bambini palestinesi non hanno bisogno di leggere libri, dato che sarebbero cresciuti per diventare assassini ed essere uccisi.

Da ebreo, questo atteggiamento di totale disprezzo razzista per i bambini palestinesi, la convinzione che non abbiano bisogno di istruzione dato che comunque moriranno presto, mi ricorda l’atteggiamento dei nazisti verso i bambini ebrei.

Al regime di occupazione israeliano è chiaro che il centro Al-Tafawk, o qualsiasi altra organizzazione della società civile palestinese di questo genere, rappresenta una minaccia. Questo è il motivo per cui il centro, e iniziative simili, cerca di offrire ai palestinesi la possibilità di un minimo di normalità nelle loro vite.

Ma a una popolazione sfollata e traumatizzata, condannata a una totale pulizia etnica, non può essere permesso di mettere radici e vivere la normalità. Deve essere sempre tenuta in una condizione di precarietà, ripetutamente spossessata e oppressa affinché cessi di reclamare la propria terra.

Ecco perché Israele demolisce periodicamente case palestinesi, con bulldozer o bombe, distruggendo infrastrutture, che siano gli impianti di trattamento delle acque a Gaza o pannelli solari nella Cisgiordania occupata, e tormenta e attacca i fedeli palestinesi mussulmani e cristiani a Gerusalemme.

La distruzione del centro Al-Tafawk, come quella di molti altri edifici civili, smentisce l’affermazione che gli israeliani agiscano per legittima difesa. È una bugia che sempre meno persone in Occidente sono disposte a credere, dato che l’intento genocida di Israele è così chiaro.

Abbiamo cominciato a raccogliere fondi per riparare il centro e riaprirlo ai bambini, ma ho deciso di scrivere a Tzipi Hotovely, personalità di estrema destra e ambasciatrice di Israele nel Regno Unito, per chiedere che Israele paghi i danni e risarcisca i bambini che sono stati traumatizzati da ciò che è successo. Non ho ricevuto risposta.

Se voi lettori voleste contribuire lo potete fare qui. Potete anche aiutarci diffondendo la notizia e facendo pressione sui politici del vostro Paese affinché agiscano e smettano di ignorare i crimini israeliani contro i palestinesi. È ora che Israele sia considerato responsabile per la miriade di violazioni del diritto internazionale, inclusi l’uccisione, l’imprigionamento e la persecuzione di minori palestinesi e gli attacchi contro case e infrastrutture civili.

Tony Greenstein

Tony Greenstein, inglese di Brighton, veterano attivista anti-sionista e anti-fascista ebreo. Nel 1982 ha co-fondato in Gran Bretagna la Palestine Solidarity Campaign [Campagna di Solidarietà con la Palestina]. Nel 2016 è stato sospeso dal partito Laburista e nel 2018, in seguito a una caccia alle streghe sull’antisemitismo [all’interno del partito, ndtr.], è stato il primo ebreo a esserne espulso. È l’autore di The Fight Against Fascism in Brighton and the South Coast. [Lotta contro il fascismo a Brighton e nella Costa Meridionale]. Ha scritto molto sulla Palestina e il sionismo per varie pubblicazioni, fra cui il Guardian nella rubrica Comment is Free, Journal of Holy Land and Palestine Studies, Tribune e Weekly Worker. È figlio di un rabbino ortodosso e da giovane è stato membro del movimento religioso sionista Bnei Akiva, ora parte del movimento per il Greater Israel (Grande Israele).

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




‘Questo non è un conflitto: questo è apartheid’: più di 16.000 artisti firmano una lettera di solidarietà con la Palestina

Michael Arria

14 giugno 2021 – Mondoweiss

Più di 16.000 artisti, centinaia dei quali palestinesi, sei vincitori dell’Academy Award e otto scrittori vincitori del Premio Pulitzer, hanno firmato una lettera in cui si denuncia il sistema di apartheid israeliano e si sollecitano i Paesi a “interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali.”

Più di 16.000 artisti hanno firmato una lettera che condanna il recente attacco israeliano contro Gaza e denuncia il sistema di apartheid del Paese. La lettera inoltre invita altri Paesi a “interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali” con Israele.

Con il titolo “Una lettera contro l’apartheid”, il testo è stato scritto da sei artisti palestinesi che hanno chiesto di restare anonimi. Inizialmente è stata firmata da centinaia di artisti palestinesi, compresi i registi Annemarie Jacir, Elia Suleiman, e Farah Nabulsi; gli artisti figurativi Emily Jacir e Larissa Sansour; l’attrice Hiam Abbas; le musiciste Kamilya Jubran e Sama’ Abdulhadi; gli scrittori Elias Sanbar, Mohammed El-Kurd, Naomi Shihab Nye, Raja Shehadeh, Randa Jarrar, Suad Amiry e Susan Abulhawa.

In seguito artisti di tutto il mondo hanno firmato in sostegno al documento. Tra i sostenitori vi sono sei registi e attori vincitori dell’ Oscar: Alejandro Iñárritu, Asif Kapadia, Holly Hunter, Mike Leigh, Jeremy Irons, Julie Christie, Thandiwe Newton, Viggo Mortensen, Brian Cox, Michael Moore, Alia Shawkat, e Susan Sarandon; otto scrittori, poeti e drammaturghi vincitori del Premio Pulitzer: Benjamin Moser, Hisham Matar, Richard Ford, Viet Thanh Nguyen, Tyehimba Jess, Annie Baker, Lynn Nottage e Tony Kushner; molti altri, compresi Brian Eno, Angela Davis, Roger Waters, Cypress Hill, Ta-Nehisi Coates e Robert Wyatt.

Gli autori [della lettera] hanno anche detto a Mondoweiss che la decisione di restare anonimi era nata dal desiderio di parlare con una voce collettiva e che la lettera non venisse associata a specifiche persone o organizzazioni.

Uno degli organizzatori, in un comunicato stampa in cui si annunciava la dichiarazione, ha detto: “Una dimostrazione senza precedenti di unità, ispirata dai protagonisti più significativi di ciò che abbiamo visto svilupparsi in Palestina. I palestinesi di Gaza, Gerusalemme, Ramallah e di tutto il mondo hanno dimostrato che 70 anni di politiche israeliane non hanno spezzato la loro percezione di se stessi come palestinesi. Questa lettera riflette tutto questo.”

Nella lettera si legge: “Dipingere questo come una guerra tra due parti eguali è falso e mistificante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Questo non è un conflitto: questo è apartheid.”

Dopo la più recente escalation di violenza da parte degli israeliani c’era la seguente domanda”, ha detto a Mondoweiss uno degli autori. “Tutti abbiamo avuto questa discussione riguardo a cosa potremmo fare e come potremmo usare le nostre reti. Come possiamo usare il nostro ruolo per organizzarci attorno a questo?”

Un altro obbiettivo era portare ad un pubblico più vasto questa terminologia che i palestinesi hanno elaborato per decenni”, hanno spiegato. “Abbiamo scritto questa lettera con un sincero senso di urgenza ed essa ha acquistato vita propria. Cerchiamo di equilibrare questa urgenza con una risposta a lungo termine che non sia legata solo agli eventi specifici che sono accaduti nelle ultime settimane. La lettera è stata innescata da essi, ma questi fatti sono solo una continuazione di tutto ciò che è accaduto per decenni, la lettera è un appello a lungo termine.”

Gli autori hanno detto che la quantità di persone che hanno voluto firmarla segnala il fatto che l’opinione pubblica sulla Palestina sta cambiando.

Ovviamente la gente ha ancora paura e c’è ancora la censura”, ha detto uno degli autori, “ma la confusione tra antisemitismo e sostegno alla liberazione della Palestina è qualcosa che volevamo contestare e smascherare direttamente nella lettera. E vedrete che c’è un folto numero di firmatari ebrei e anche di firmatari israeliani antisionisti. Penso che ci sia stato un cambiamento negli ultimi cinque anni nel grado di timore nell’esprimersi.”

Si può leggere la lettera integrale qui di seguito:

I palestinesi vengono attaccati ed uccisi impunemente dai soldati e da civili armati israeliani che sono dilagati per le strade di Gerusalemme, Lod, Haifa, Giaffa ed altre città al grido di “Morte agli arabi”. Nelle due ultime settimane si sono verificati anche diversi linciaggi di palestinesi disarmati e indifesi. Le famiglie del quartiere di Sheikh Jarrah continuano a subire la pulizia etnica e l’espulsione dalle loro case. Questi atti di assassinio, intimidazione e violento spossessamento sono protetti, se non attivamente incoraggiati, dal governo e dalla polizia israeliani.

In maggio il governo israeliano ha commesso un altro massacro a Gaza, bombardando indiscriminatamente e incessantemente i palestinesi nelle loro case, uffici, ospedali e nelle strade. Il bombardamento di Gaza fa parte di un intenzionale e ricorrente schema in cui intere famiglie vengono uccise e le infrastrutture locali distrutte. Questo contribuisce ad esacerbare condizioni che già sono invivibili in uno dei luoghi più densamente popolati al mondo, che, nonostante il temporaneo cessate il fuoco, rimane sotto assedio militare. Gaza non è un Paese separato: noi siamo un unico popolo, separato con la forza dalla struttura dello Stato israeliano.

Dipingere ciò come una guerra tra due parti uguali è falso e fuorviante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Questo non è un conflitto: questo è apartheid.

Di fronte al crescente pericolo mortale delle due ultime settimane, i palestinesi si stanno unendo nuovamente. In Palestina e in tutto il mondo molte persone stanno scendendo in piazza, si organizzano sui social media, difendono le proprie case, si proteggono a vicenda e chiedono la fine della pulizia etnica, dell’apartheid, della discriminazione e dello spossessamento. Alle nostre comunità è stato sistematicamente negato il diritto al ritorno e sono state frammentate con la forza e cancellate fin dalla Nakba, la nascita del governo coloniale israeliano nel 1948, e questa recente riunificazione ci ha dato un po’ di indispensabile fiducia in mezzo alla rabbia e ai lutti delle ultime due settimane. Nonostante tutto ciò che sta accadendo, nonostante anni di disumanizzazione, stiamo incominciando ad avere qualche speranza.

Finalmente il mondo ha incominciato a chiamare il sistema israeliano col suo nome. All’inizio di quest’anno l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha seguito l’esempio offerto da decenni di lavoro di intellettuali palestinesi e di difesa legale per dimostrare che non c’è discontinuità tra lo Stato israeliano e la sua occupazione militare: entrambi costituiscono un unico sistema di apartheid. A sua volta, Human Rights Watch ha pubblicato un minuzioso rapporto che accusa Israele di “crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione.”

Noi sottoscritti artisti e scrittori palestinesi ed i nostri compagni d’arte qui elencati vi chiediamo di unirvi a noi. Per favore non lasciate passare questo momento. Se le voci palestinesi saranno nuovamente messe a tacere, ci potrebbero volere generazioni per avere un’altra opportunità di libertà e giustizia. Vi chiediamo di unirvi a noi adesso, in questa critica congiuntura, e dimostrare il vostro sostegno alla liberazione palestinese.

Chiediamo la cessazione immediata e incondizionata della violenza israeliana contro i palestinesi. Chiediamo la fine del sostegno fornito dalle potenze globali ad Israele e al suo esercito, in particolare dagli Stati Uniti, che attualmente forniscono a Israele ogni anno 3,8 miliardi di dollari in modo incondizionato. Chiediamo a tutte le persone di coscienza di mettere in campo le proprie risorse per aiutare ad eliminare il regime di apartheid dei nostri tempi. Chiediamo ai governi che permettono questo crimine contro l’umanità di applicare sanzioni, di far leva sul senso di responsabilità internazionale e di interrompere i rapporti commerciali, economici e culturali. Invitiamo gli attivisti, specialmente i nostri colleghi artisti, a esercitare quanto meglio possono la loro influenza all’interno delle loro istituzioni e ambienti per sostenere la lotta palestinese per la decolonizzazione. L’apartheid israeliano è sostenuto dalla complicità internazionale, è nostra responsabilità collettiva rimediare a questo danno.

Abbiamo visto che i governi in Europa e altrove hanno recentemente adottato politiche di palese censura e promosso una cultura di autocensura nei confronti della solidarietà con i palestinesi. Confondere la critica legittima allo Stato di Israele e alle sue politiche verso i palestinesi con l’antisemitismo è una cosa cinica. Il razzismo, compreso l’antisemitismo ed ogni altra forma di odio sono esecrabili e non sono ben accetti nella lotta palestinese. È ora di affrontare queste tattiche per farci tacere e superarle. Milioni di persone in tutto il mondo vedono nei palestinesi un microcosmo della loro stessa oppressione e delle loro stesse speranze, ed alleati come ‘Black Lives Matter’ e ‘Jewish Voice for Peace’, insieme tra gli altri agli attivisti per i diritti degli indigeni, alle femministe e queer, stanno sempre più alzando la voce in loro sostegno.

Vi chiediamo di avere coraggio. Vi chiediamo di farvi avanti, di alzare la voce e prendere una chiara posizione pubblica contro questa incessante ingiustizia in Palestina.

L’apartheid deve essere abolito. Nessuno è libero finché non saremo tutti liberi.

Michael Arria è il corrispondente dagli USA di Mondoweiss. I suoi lavori sono comparsi su ‘In These Times’, ‘The Appeal’ e ‘Truthout. È autore di Medium Blue: The politics of MSNBC [Media blu: la politica di MSNBC, canale di notizie via cavo USA legato al partito Democratico, ndtr.].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




A Silwan, Gerusalemme, i coloni israeliani conducono un’altra battaglia per appropriarsi delle case dei palestinesi

Yumma Patel

9 giugno 2021 – Mondoweiss

Per decenni il quartiere di Batn al-Hawa a Silwan è stato l’obiettivo di una campagna incessante da parte delle organizzazioni di coloni per espellere con la forza i residenti palestinesi del quartiere e sostituirli con coloni ebrei, una procedura che secondo la legge israeliana è del tutto legale.

Probabilmente avete ormai sentito parlare di Sheikh Jarrah e della lotta dei residenti palestinesi del quartiere per salvare le loro case dall’occupazione da parte dei coloni israeliani.

Nelle ultime settimane la lotta per salvare Sheikh Jarrah ha attirato l’attenzione internazionale e ha provocato proteste diffuse in tutta la Palestina e nel mondo intero. Ma a pochi chilometri di distanza un altro gruppo di famiglie palestinesi sta affrontando una battaglia quasi identica.

A cinque chilometri da Sheikh Jarrah, appena fuori dalla Città Vecchia, nella Gerusalemme Est occupata, si trova il villaggio di Silwan.

Silwan si trova nel cuore di Gerusalemme Est e ospita dai 60.000 ai 65.000 palestinesi. È anche una delle aree di Gerusalemme più pesantemente colpita dagli interventi di colonizzazione israeliana e dai tentativi da parte di Israele di ciò che le organizzazioni per i diritti umani definiscono “ebraicizzare” la città.

Appena a sud del complesso della moschea di Al-Aqsa si trova il quartiere Batn al-Hawa di Silwan. Per decenni Batn al-Hawa è stato l’obiettivo di una campagna incessante da parte delle organizzazioni di coloni per espellere con la forza gli abitanti palestinesi del quartiere e sostituirli con coloni ebrei, un processo che per le leggi israeliane è del tutto legale.

Probabilmente vi starete chiedendo come ciò sia possibile.

In breve, un’organizzazione di coloni di destra di nome Ateret Cohanim ha cercato di espellere con la forza circa 100 famiglie da Batn al-Hawa con il pretesto che in passato, più di 100 anni fa, quei terreni fossero di proprietà ebraica.

Dal 2002, attraverso una serie di marchingegni legali sanciti dai tribunali israeliani, Ateret Cohanim ha presentato degli ordini di sfratto contro le famiglie di Batn al-Hawa, con l’obiettivo di insediare al loro posto i coloni ebrei.

E mentre la legge israeliana consente il trasferimento di proprietà ad ebrei che ne rivendichino il possesso in epoca precedente alla costituzione di Israele, lo stesso diritto è negato ai palestinesi che sono stati espropriati dalle loro case durante la Nakba del 1948.

Ad oggi a Batn al-Hawa Ateret Cohanim ha già preso il controllo di sei edifici, comprendenti 27 unità abitative. Unità che un tempo appartenevano a famiglie palestinesi.

Nel solo quartiere di Batn al Hawa, Ateret Cohanim ha in corso procedimenti legali per espellere 81 famiglie palestinesi, per un totale di 436 persone. Dal 2015 14 famiglie del quartiere sono già state sgomberate con la forza.

E questo solo a Batn al-Hawa.

In molti altri quartieri di Silwan anche altre organizzazioni di coloni stanno cercando di espellere ancora più famiglie palestinesi, mentre il governo israeliano ha disposto decine di ordini di demolizione di case palestinesi per far posto a un parco turistico archeologico e una riserva naturale.

Allora, a cosa porta tutto ciò?

Ebbene, nel 2020 la magistratura di Gerusalemme ha ordinato lo sgombero a Batn al-Hawa di altre sette famiglie palestinesi. I casi di due di queste famiglie avrebbero dovuto essere esaminati in appello il 26 maggio, ma il tribunale israeliano ha rinviato la sua decisione.

Nonostante il rinvio le sette famiglie, che contano 108 persone, sono ancora sotto imminente minaccia di espulsione. E non sono le sole.

Secondo un sondaggio del 2020 dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, almeno 218 famiglie palestinesi di Gerusalemme est, per un totale di 970 persone e oltre 400 bambini, sono state colpite da ingiunzioni di sgombero.

La maggior parte di questi casi sono stati avviati da organizzazioni di coloni come Ateret Cohanim.

Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno invitato Israele a cancellare i piani di sgombero a Silwan, affermando che tali espulsioni forzate sono violazioni flagranti del diritto umanitario internazionale che equivalgono a crimini di guerra.

Mentre la loro espulsione forzata incombe, i palestinesi di Sheikh Jarrah e Silwan chiedono al mondo di opporsi all’apartheid israeliano e invitano le persone a continuare a portare l’attenzione sul loro caso attraverso i social media usando gli hashtag #SaveSheikhJarrah e #SaveSilwan.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Questa volta potrebbe andare diversamente: sulla commissione d’inchiesta ONU che deve indagare le violazioni nei territori palestinesi occupati

Lori Allen

1 giugno 2021 – Mondoweiss

Grazie a un contesto politico in rapido cambiamento la nuova commissione ONU per i diritti umani annunciata il 27 maggio potrebbe essere diversa da tutte le altre del passato – questa potrebbe effettivamente chiamare Israele a rispondere delle sue azioni.

Il voto della Commissione ONU per i Diritti Umani del 27 maggio per la creazione di una commissione d’inchiesta permanente che riferisca sulle violazioni dei diritti in Israele, nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza è molto simile alle molte commissioni che sono state create in precedenza. Formata con un voto a maggioranza in favore della risoluzione A/HRC/S-30/L.1, questa commissione riafferma le responsabilità dello Stato nella protezione dei diritti umani e delle leggi internazionali umanitarie come base per la pace.

L’ONU e altre organizzazioni internazionali hanno già varato decine di commissioni simili in precedenza. Molte sono state motivate da un aumento straordinario della violenza nella Striscia di Gaza. Quest’ultima commissione giunge come risposta a 11 giorni di attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza, iniziati il 10 maggio, che hanno ucciso almeno 253 palestinesi, tra cui 66 minori, e ferito più di 1.900 persone, con 13 vittime in Israele. Tra le altre recenti inchieste dell’ONU ve ne fu una nel 2014 e un’altra, nota come la Missione Goldstone, nel 2009, che svolse un’inchiesta sui combattimenti del 2008-09 nella Striscia di Gaza che avevano ucciso 1.400 palestinesi.

Tuttavia di questa più recente commissione è unico il contesto in cui è nata, segnato da un risorgente tentativo legale e degli attivisti a livello internazionale, anche tra gli ebrei, per sfidare la sistematica violenza e spoliazione dei palestinesi nei territori palestinesi occupati, in Israele e nella diaspora. Sebbene una commissione ONU di per sé possa fare poco per cambiare le azioni di Israele, all’interno delle attuali dinamiche sociali e politiche in movimento essa può giocare un ruolo nel concentrare l’attenzione e una significativa azione di mobilitazione per fermare e contrastare il progetto colonialista d’insediamento di Israele.

Specificando che questa inchiesta dovrebbe raccogliere prove delle violazioni “per ottimizzare le possibilità della loro ammissibilità in procedimenti legali”, il testo di quest’ultima risoluzione ONU evidenzia un nuovo importante fatto di contesto, ossia che il 5 febbraio 2021 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha deciso di avere la giurisdizione sui territori palestinesi occupati, consentendo alla procura di indagare su crimini di guerra e contro l’umanità avvenuti nei territori palestinesi occupati.

Aprendo la sessione speciale a Ginevra la scorsa settimana Michelle Bachelet, alta commissaria ONU per i Diritti Umani, si è riferita agli attacchi israeliani contro Gaza di questo mese come possibili crimini di guerra.

Anche nei risultati della missione Goldstone l’attenzione nei confronti di possibili crimini di guerra era centrale e il rapporto di quella missione si concentrava sulla fine dell’impunità. Tuttavia, come ho evidenziato nel mio libro A History of False Hope: Investigative Commissions in Palestine [Una storia di vane speranze: commissioni d’inchiesta in Palestina], ciò ha segnato un punto di svolta nel linguaggio giuridico internazionale utilizzato per analizzare il conflitto israelo-palestinese, ma non ha portato ad azioni concrete per porre fine all’impunità israeliana. Gli abitanti della Striscia di Gaza continuano a soffrire, soggetti a restrizioni e a un assedio imposto dagli anni ’90 e intensificatosi nel 2007, e questo lembo di terra è gestito [da Israele] come una prigione a cielo aperto per il milione 800mila palestinesi che vi vivono. Se quest’ultima commissione d’inchiesta “identificherà, ove possibile, i responsabili con l’obiettivo di garantire che gli autori delle violazioni vengano chiamati a risponderne,” la CPI potrebbe essere in grado di utilizzare queste prove.

Un secondo elemento distintivo del contesto in cui questa commissione è nata è il coro di analisi che individuano Israele come uno Stato di apartheid. Diffuso nell’aprile 2021, il rapporto dell’ong internazionale Human Rights Watch (HRW) condanna Israele in quanto responsabile dei crimini di apartheid e persecuzione. È solo l’ultimo di una serie di rapporti simili. Nel 2017 l’ESCWA, un’agenzia dell’ONU, ha reso pubblico un rapporto sulle pratiche di apartheid contro i palestinesi da parte di Israele. Anche molte organizzazioni palestinesi hanno partecipato a questo coro. Nel 2019 otto associazioni palestinesi, regionali e internazionali, tra cui Al-Haq, BADIL e Addameer, hanno presentato un rapporto alla Commissione ONU per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali in cui dettagliano le pratiche israeliane che in base alle leggi internazionali costituiscono il crimine di apartheid. Come quello di Human Rights Watch il rapporto del gennaio 2021 dell’ong israeliana B’Tselem suggerisce che il riconoscimento internazionale di Israele come Stato dell’apartheid sta diventando molto diffuso. Dato che la nuova commissione permanente d’inchiesta intende indagare “ogni problema fondamentale sotteso alle continue tensioni, instabilità e prosecuzione del conflitto”, comprese “discriminazione e repressione in base all’identità nazionale, etnica, razziale o religiosa,” potremmo vedere altre prove autorevoli dei crimini di apartheid da parte di Israele che portino a far pressione sugli Stati perché vi pongano fine.

Come ciò che avvenne in risposta al regime di apartheid sudafricano, un movimento di boicottaggio internazionale ha spinto accademici, attivisti e artisti a sostenere libertà, giustizia e uguaglianza per i palestinesi. Il BDS, movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni, è la terza caratteristica dell’attuale contesto. Il BDS promuove formazione pubblica sulla condizione dei palestinesi, facendo nel contempo pressione sulle istituzioni israeliane perché pongano fine alla loro complicità con l’oppressione dei palestinesi da parte dello Stato e chiedendo che il governo israeliano rispetti le leggi internazionali.

Oltre al BDS, sono da rilevare nuove attività di solidarietà, soprattutto in risposta alla violenza di maggio, compreso l’appoggio del Consiglio Internazionale dei Lavoratori Portuali- IDC allo sciopero generale palestinese, azioni da parte di lavoratori israeliani e palestinesi che hanno rifiutato di considerarsi nemici e cortei di protesta in tutto il mondo.

Dinamiche più persistenti che suggeriscono l’aumento di un appoggio diverso a favore dei palestinesi includono una rinascita dell’internazionalismo dei neri, [il movimento] Black Lives Matter e di altri gruppi progressisti neri che hanno rivitalizzato la solidarietà tra neri e palestinesi, dichiarazioni in appoggio ai diritti dei palestinesi da parte di importanti figure ebraiche e l’allontanamento dei giovani ebrei progressisti dal sionismo e la loro simpatia per la causa palestinese.

Ciò che non cambia sono il continuo rifiuto da parte di Israele di confrontarsi con i procedimenti giudiziari internazionali, come la commissione di inchiesta e la CPI, e i tentativi USA di difendere Israele dall’essere giudicato. Spesso gli USA giustificano il loro rifiuto di inchieste giudiziarie internazionali su Israele con l’affermazione secondo cui esse minerebbero i progressi per la risoluzione del conflitto. Non ci sono stati progressi su questo fronte da moltissimo tempo. Se le persone di coscienza coglieranno l’opportunità offerta dall’ultimo tentativo dell’ONU di far crescere la consapevolezza dell’opinione pubblica riguardo al modo in cui Israele tratta i palestinesi, questa potrebbe essere una delle rarissime commissioni che contribuirà a smuovere Israele e Palestina dalla palude in cui sono rimasti bloccati per così tanto tempo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)