Israele comincia ad estendere la sua “annessione silenziosa” della Cisgiordania, col beneplacito dell’amministrazione Trump

Yumna Patel 

15 gennaio 2020 – Mondoweiss

Il ministro della Difesa di Israele ha annunciato mercoledì di aver approvato la creazione di sette nuove riserve naturali israeliane nell’Area C della Cisgiordania occupata.

Secondo il Jerusalem Post la mossa, che include anche l’espansione di 12 riserve naturali già esistenti, rappresenterebbe la prima approvazione di questo tipo ad essere rilasciata dalla firma degli Accordi di Oslo.

La notizia segue a ruota quella di un controverso forum di accademici e attivisti di destra la settimana scorsa a Gerusalemme dove Naftali Bennet, l’attuale ministro della Difesa, ha dichiarato alla folla che l’intera Area C della Cisgiordania occupata “appartiene a Israele”.

“Stiamo cominciando una battaglia vera, imminente per il futuro della Terra di Israele ed il futuro dell’Area C”, ha detto Bennet al Kohelet Policy Forum, facendo riferimento al 60% e più della Cisgiordania designato come sotto controllo israeliano dagli Accordi di Oslo.

Come leader del partito della “Nuova Destra”, Bennet è da lungo tempo un sostenitore del movimento dei coloni e promotore dell’annessione dei territori palestinesi occupati ad Israele. L’espressione delle sue opinioni riguardo dell’Area C non può quindi sorprendere, ma dato il sostegno dell’attuale amministrazione statunitense, sono particolarmente allarmanti.

Sostegno dagli Stati Uniti

Il Kohelet Policy Forum è stato inaugurato da un videomessaggio del Segretario di Stato [USA] Mike Pompeo che ha dichiarato che “Stiamo riconoscendo che queste colonie non sono una violazione intrinseca delle leggi internazionali. Questo è importante. Stiamo sconfessando il memorandum di Hansell del 1978 [parere giuridico di Hebert J. Hansell, consigliere del presidente Carter, che considerava illegale l’occupazione israeliana, ndtr.] che era profondamente sbagliato, e stiamo ritornando ad un più equilibrato e serio approccio alla questione come durante la presidenza Reagan.”

La posizione dell’amministrazione Trump sulla questione delle colonie ha generato un diffuso criticismo da parte della leadership e degli attivisti palestinesi, così come da parte della comunità internazionale, che a larga maggioranza considera le colonie essere il principale ostacolo per la pace nella regione.

Anche l’ambasciatore statunitense in Israele, David Friedman, si è rivolto al forum, sottolineando la nuova posizione americana, secondo la quale le circa 200 colonie presenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est non rappresentano una violazione delle leggi internazionali.

“Gli israeliani hanno il diritto di vivere in Giudea e Samaria,” ha detto Friedman, elogiando la precedente decisione del presidente degli Stati Uniti Trump di riconoscere la sovranità di Israele su Gerusalemme e sulle alture del Golan.

Pare che siano già in corso degli sforzi coordinati da parte dei governi di Netanyahyu e Trump per estendere la sovranità israeliana sulla Cisgiordania.

Nel suo discorso Bennett ha anche dichiarato come da circa un mese abbia iniziato a sviluppare piani per imporre la sovranità israeliana sul terreno, e ha lasciato intendere come abbia discusso con l’amministrazione Trump per “[spiegare] il modo in cui lo Stato di Israele farà tutto il possibile per garantire che queste aree siano parte dello Stato di Israele”.

Fatti sul terreno

La spaventosa realtà delle parole di Bennett è che la “guerra” di Israele a proposito dell’Area C rappresenta più delle semplici promesse di un politico.

All’incirca nello stesso momento in cui Bennett faceva la sua dichiarazione, il presidente dell’Autorità Palestinese della Commissione Contro il Muro e le Colonie, Walid Assaf, ha annunciato che nel 2019 sono state demolite dalle autorità israeliane circa 700 costruzioni palestinesi, di cui 300 demolizioni nella sola Gerusalemme.

Solo il giorno prima, l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva dato torto a un gruppo di cittadini palestinesi che chiedevano l’annullamento del piano regolatore per le colonie di Ofra, visto che tale piano include circa 5 ettari di terreni privati palestinesi.

E il giorno prima ancora, un’organizzazione di monitoraggio delle colonie, Peace Now, ha riportato che l’amministrazione civile israeliana ha annunciato piani per costruire 1936 abitazioni nelle colonie. Il gruppo ha fatto notare come “l’89% delle unità immobiliari proposte sono in colonie che gli israeliani potrebbero dover evacuare in caso di un futuro accordo di pace coi palestinesi.”.

Hanan Ashrawi, importante dirigente palestinese, ha dichiarato giovedì che Israele ha accelerato i suoi progetti per creare uno stato di “annessione de facto” della Cisgiordania: “Israele sta perseguendo una annessione silenziosa della terra palestinese per impedire in maniera definitiva il diritto fondamentale del popolo palestinese alla libertà e alla giustizia”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Ortona)




I legislatori del Partito Repubblicano stanno usando gli attacchi recenti contro gli ebrei come scusa per far adottare un curriculum pro-Israele e contro il movimento BDS

Michael Arria

9 gennaio 2020 – Mondoweiss

Il 9 gennaio il deputato Ted Budd (Repubblicano-Carolina del Nord) ha presentato la risoluzione 782. Il progetto di legge, che è sostenuto dal deputato Lee Zeldin (repubblicano-New York) e David Kustoff (repubblicano, Tennessee), incoraggerebbe “le scuole pubbliche a ideare e insegnare un curriculum sulla storia dell’antisemitismo e dell’Olocausto e sulla storica e vitale importanza dello stato ebraico di Israele.” La proposta cita anche il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) che, si sostiene, sta diffondendo un “antisemitismo dilagante” nei campus dei college.

Il testo della proposta e il comunicato stampa della Camera dei Rappresentanti attribuiscono la motivazione alla base della legge ai recenti attacchi antisemiti (come l’accoltellamento avvenuto in casa del rabbino Chaim Rottenberg a New York).

Dai college al Congresso, dalle celebrazioni per Hanukkah alle sinagoghe, l’antisemitismo è in crescita e si manifesta in molti modi violenti” si legge nella dichiarazione del deputato Zeldin. “Questi violenti attacchi antisemiti sono causati da odio allo stato puro, da una leadership incapace, da una cultura accondiscendente e dalla diffusione dell’antisemitismo. Sono orgoglioso non solo di condannare insieme ai miei colleghi questi attacchi, ma anche di presentare una risoluzione che aiuterà a liberare il nostro paese da questo velenoso antisemitismo. Un ingrediente necessario della ricerca del progresso include il miglioramento dell’istruzione, la consapevolezza e la comprensione dell’antisemitismo, dell’Olocausto e dell’importanza dell’esistenza of Israele.”

La mossa di Budd è già stata applaudita dalle organizzazioni pro-israeliane, inclusa la Zionist Organization of America [Organizzazione sionista d’America] (ZOA).  “In un momento di attacchi senza precedenti contro sinagoghe e altre istituzioni ebraiche, assassini di ebrei innocenti e di prevalenza e promozione di una propaganda orwelliana di falsità anti-Israele e di odio contro gli ebrei nei media, nei campus dei nostri college e persino da parte di figure pubbliche, lo sforzo educativo delineato da Budd  è di importanza vitale e non sarebbe potuto arrivare in un momento migliore” dice Morton Klein, presidente della ZOA.

Budd ha costantemente presentato leggi a favore di Israele sin da quando è entrato a far parte del Congresso nel 2017. L’anno scorso ha presentato una proposta di legge che avrebbe spostato gli aiuti finanziari destinati ai palestinesi verso lo scudo antimissilistico israeliano chiamato “Cupola di ferro” (Iron Dome). Ha anche richiesto la rimozione della deputata Ilhan Omar (Democratica-Minnesota) dal Comitato degli Affari Esteri del Congresso per il suo sostegno al movimento BDS.

Michael Arria

Michael Arria è il corrispondente USA per Mondoweiss

(Traduzione di Mirella Alessio)




Kahane il profeta

Yakov Rabkin

7 Gennaio 2020 – Mondoweiss

Nel corso della mia recente visita a Tel Aviv ho pernottato su viale Ben-Gurion, a pochi passi dalla casa in cui visse Ben-Gurion, fondatore dello Stato sionista. Oggi il quartiere brulica di giovani che si riversano nei bar e nei ristoranti gironzolando a piedi, o più spesso a bordo di monopattini elettrici; molti di loro portano a tracolla un materassino da yoga. Buona parte di questi giovani ignora gli insegnamenti contenuti nella Torah [i primi cinque libri della bibbia ebraica, ndtr], e la manciata di sinagoghe che qui resiste è semivuota. Nel giorno in cui mi sono recato alla Grande Sinagoga, costruita per accogliere migliaia di fedeli, questa era popolata da appena venti persone accorse per la celebrazione mattutina dello Shabbat [il giorno di festa settimanale ebraica, che cade di sabato, ndtr.], di solito la più frequentata delle tre preghiere giornaliere.

Politicamente, il centro di Tel Aviv è considerato di sinistra o neutrale. Alcuni disprezzano i suoi valori edonistici, altri ne disapprovano la carenza di fervore nazionalista. Di conseguenza, mi ha sorpreso scoprire, dipinto sul muro di unabitazione, lo slogan del movimento ultra-nazionalista Kach: un pugno accompagnato dalla frase Soltanto così!(Rak Kach). Potrebbe sembrare improbabile trovare seguaci del rabbino Meir Kahane, fondatore del Kach, in questo quartiere altolocato e oggetto di gentrificazione [trasformazione di un quartiere povero in uno destinato a persone ricche, ndtr.].

Durante lultima sera trascorsa a Tel Aviv mi sono recato al cinema per la proiezione de Il Profeta, un documentario su Meir Kahane. Il film ripercorre le sue origini nella New York degli anni 70, le sue violente campagne portate avanti in nome della comunità ebraica sovietica, il suo arrivo in Israele e la sua elezione nella Knesset. Kahane fu un fiero nazionalista, ed era solito giustificare luso della violenza, per citare le sue parole, con il fetore di Auschwitz. In Israele, la sua pretesa esclusiva sulla terra aveva fondamenta nella promessa divina fatta ai discendenti del personaggio biblico di Giacobbe. Promosse il trasferimento dei non-ebrei fuori da Israele, incoraggiando tali migrazioni tramite mezzi pacifici, senza però escludere la possibilità di ricorrere alla violenza. In unoccasione fu persino sottoposto alla detenzione amministrativa, una misura regolarmente imposta a migliaia di palestinesi ma assai di rado ad ebrei. Il suo messaggio faceva infuriare gli altri deputati, i quali spesso abbandonavano laula quando prendeva la parola durante le sedute della Knesset. Lestablishment politico israeliano lo ostracizzava. Nel corso di una visita negli Stati Uniti nel 1990, Kahane fu assassinato nella natia New York.

Il film termina con una serie di filmati in cui appare lodierna classe politica israeliana. Si vedono alcune personalità dare voce alla concezione kahanista che insisteva sullo status inferiore dei palestinesi nello Stato sionista. Il passaggio che tratta la legge sullo Stato-Nazione del 2018, con il quale il film si conclude, rende tale principio ufficiale. Kahane sosteneva di esprimere ciò che molti israeliani pensavano ma non osavano dire.

Lattuale stallo politico in Israele è causato dallindisponibilità dei principali partiti a coinvolgere la terza forza politica in ordine di grandezza nella formazione di una coalizione di governo. Il motivo? Essa consta principalmente di cittadini palestinesi di Israele. Kahane derideva frequentemente coloro che difendevano luguaglianza: Vorreste un arabo come futuro ministro della Difesa?. I suoi messaggi erano grossolani ed inaccettabili in un contesto civile. Oggi non è più così.

Faut-il pleurer, faut-il en rire?, Dovremmo ridere o piangere?, domanda, in un ambito totalmente diverso, Jean Ferrat (nato Tenebaum), figlio di una vittima dellOlocausto, in una popolare canzone degli anni 60. I registi [del documentario] si astengono volontariamente dal rispondere a questa domanda. Agli ex discepoli e sostenitori di Kahane, molti dei quali sono stati intervistati per la realizzazione del film, il documentario potrebbe piacere. Lo stesso dicasi di coloro che condannano quella che viene percepita come la svolta a destra di Israele.

Forse allodierna classe politica israeliana il film può risultare più difficile da digerire. Lopera la pone dinnanzi a uno specchio, facendola apparire come erede politica del rabbino assassinato. Una fetta consistente della politica israeliana, presumibilmente, si opporrebbe ad una simile rappresentazione e rifiuterebbe tale associazione.

Visitando la casa-museo di Ben-Gurion, è possibile notare il vivo interesse del fondatore di Israele per le questioni militari. Unintera stanza è dedicata ai suoi rapporti con lesercito; dopotutto, egli non fu soltanto primo ministro, ma anche ministro della Difesa per molti anni. Nonostante la sua pubblica denuncia degli atti di violenza anti-araba commessi dai suoi avversari politici, unità paramilitari sotto il suo comando, come il gruppo di assalto Palmach, terrorizzarono a loro volta le popolazioni arabe e le costrinsero ad abbandonare il Paese tra il 1947 ed il 1949. Fu Ben-Gurion a disobbedire alle Nazioni Unite proibendo il ritorno dei rifugiati. Inoltre, questultimo si assicurò che essi non avessero alcun luogo in cui tornare ed ordinò che più di cinquecento villaggi arabi fossero rasi al suolo. Benché solitamente cauto nei suoi discorsi in pubblico, una volta dichiarò: Non siamo studiosi di una yeshiva [scuola religiosa ebraica, ndtr.] che analizzano le sottigliezze riguardanti il miglioramento di se stessi. Siamo conquistatori di una terra di fronte ad un muro di ferro, e dobbiamo aprirvi una breccia.

Dopo aver visto il film, lo slogan di Kach dipinto sul muro mi è parso meno incongruente, nei paraggi della casa che fu di Ben-Gurion, tra gli sviluppatori di start-up, molti dei quali lavorano per lesercito israeliano, intenti a trangugiare frullati. Linsediamento dei colonizzatori ha la propria logica implicita, che va al di là delle tinte e delle sfumature assunte dal discorso politico. Kahane fece sua questa logica e dimostrò un coraggio zelante nellesplicitarla. Il tempo gli ha dato ragione. Per di più, lo Stato di Israele si è oggi trasformato in fonte dispirazione per i nazionalismi su base etnica esclusivista e per i suprematisti bianchi di tutto il mondo, dalla Polonia alla Bolivia.

(Traduzione dallinglese di Jacopo Liuni)




Israele ha partecipato alla decisione degli USA di assassinare il generale iraniano

Philip Weiss

4 gennaio 2020 – Mondoweiss

La giustificazione di Trump per l’assassinio del capo militare iraniano Qasim Suleimani il 2 gennaio sono state le presunte minacce di Suleimani a diplomatici e soldati americani in Iraq. E persino il New York Times ha citato la sua responsabilità per “l’ondata di attacchi di miliziani contro Israele,” e un attacco contro l’Arabia Saudita come ragioni dell’uccisione.

Molti articoli suggeriscono che nella decisione di Trump siano stati considerati gli interessi israeliani. Sul LA Times [Los Angeles Times, quarto quotidiano più venduto negli USA, ndtr.] Noga Tarnopolsky ha riferito che i politici israeliani sono stati informati in anticipo:

Israele è stato informato preventivamente del piano USA…hanno riferito analisti militari e diplomatici israeliani venerdì notte, evitando di fornire ulteriori dettagli data la pesante censura militare.

La nostra opinione è che gli Stati Uniti abbiano informato Israele su questa operazione in Iraq, probabilmente qualche giorno fa,” ha detto a Channel 13 [canale televisivo israeliano, ndtr.] Barak Ravid, giornalista e opinionista con fonti molto addentro al sistema di sicurezza israeliano.

L’amministrazione Trump si è consultata con l’Arabia Saudita, gli Emirati e Israele prima dell’attacco, ma non con gli alleati europei, afferma Negar Mortazavi dell’Indipendent [giornale inglese di centro sinistra, ndtr.]. “(Mike) Pompeo ha chiamato Netanyahu, MBS (Mohammed bin Salman [reggente dell’Arabia Saudita, ndtr.]) e MBZ [lo sceicco Mohammed bin Zayed [generale e politico degli Emirati, ndtr.] più di una volta negli ultimi giorni per discutere di Iran, attraverso il Dipartimento di Stato [il ministero degli Esteri USA, ndtr.].” Mortavazi nota che i comunicati di ieri del Dipartimento di Stato dimostrano che Pompeo ha chiamato i ministri degli Esteri di GB e Germania dopo il fatto.

Sana Saeed di AjPlus [canale di notizie di Al Jazeera, ndtr.] osserva:

Il Congresso non sapeva della decisione di assassinare Suleimani, ma indovinate chi lo sapeva? Israele.

Jeff Morley riferisce che lo scorso anno dei funzionari degli apparati di sicurezza israeliani hanno caldeggiato l’assassinio di Suleimani: “Il Mossad ha preso di mira Suleimani, Trump ha premuto il grilletto.” Lo scorso ottobre Morley affermava che Israele sembrava aver messo Suleimani nel mirino:

Lo scorso ottobre Yossi Cohen, capo del Mossad israeliano, ha parlato apertamente dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, il capo della forza scelta Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana.

Sa molto bene che il suo assassinio non è impossibile,” ha detto Cohen in un’intervista. Suleimani si era vantato che Israele cercò di ucciderlo nel 2006 e non ci riuscì.

Trump ha ora soddisfatto i desideri del Mossad,” conclude Morley. “Dopo aver dichiarato la propria intenzione di porre fine alle ‘stupide e infinite guerra’ dell’America, il presidente ha di fatto dichiarato guerra al più grande Paese della regione per solidarietà con Israele, il Paese più impopolare del Medio Oriente.”

Il New York Times informa che dei funzionari israeliani avevano in precedenza promosso l’idea di uccidere Suleimani, ma dirigenti in Israele e negli USA avevano opposto resistenza, per timore che l’omicidio scatenasse una guerra con l’Iran:

Almeno una volta, tuttavia, dei funzionari israeliani hanno prospettato la possibilità di attaccarlo con le loro strutture di controllo. Secondo importanti funzionari dell’intelligence americana e israeliana, ciò avveniva nel febbraio 2008, mentre operatori delle intelligence israeliana e americana stavano inseguendo Mugniyah, il comandante di Hezbollah, nella speranza di ucciderlo, (Imad Mugniyah venne assassinato da Israele in Siria nel 2008).

Jonathan Ofir scrive su Facebook:

Il concetto secondo cui gli USA hanno agito da soli, senza rapporti con Israele, è solo un’affermazione a vantaggio della propaganda israeliana.

MJ Rosenberg ha twittato che la complicità di Israele nell’attacco non sarà mai presa in considerazione dal Congresso:

Il Congresso non avvierà mai un’inchiesta sul ruolo di Israele nell’attacco all’Iran e su tutto quello che ne conseguirà perché entrambi i partiti [del Congresso] sono controllati dall’AIPAC [la Commissione Americana per gli Affari Pubblici di Israele, ndtr], controllata da Netanyahu.

Parliamo dell’AIPAC. Ieri l’associazione di punta della lobby filo-israeliana ha lodato la decisione di Trump e ha paragonato Suleimani a Osama bin Laden:

La decisiva azione del presidente ha fatto giustizia di uno dei più pericolosi terroristi al mondo, responsabile della morte di oltre 600 militari USA.

In quanto comandante della forza IRGC-Quds iraniana, Qasem Suleimani ha spietatamente portato avanti le ambizioni rivoluzionarie del regime, causando morte e distruzione in Medio Oriente e mettendo in pericolo i nostri alleati e interessi …

L’AIPAC sembra fare eco al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ieri ha elogiato Trump: “Il presidente Trump merita tutto il plauso per aver agito in modo rapido, energico e deciso. Israele sta con gli Stati Uniti nella sua giusta lotta per la pace, la sicurezza e l’autodifesa.

Altrettanto importante dell’AIPAC è la Fondazione per la Difesa delle Democrazie (FDD), un gruppo di esperti pro-Israele che ha fornito molti analisti politici all’amministrazione Trump.

Uno dei falchi di Trump, Richard Goldberg, ha lasciato ieri il suo lavoro come consigliere capo per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca; ma Bloomberg riferisce che lo stipendio di Goldberg è stato pagato da FDD. “Goldberg tornerà a FDD, che ha continuato a pagare il suo stipendio durante il suo periodo al Consiglio Nazionale di Sicurezza.”

Un ex funzionario di Obama, Ned Price, è turbato dal resoconto: “Se fosse vero, è un monito di come la corruzione e i conflitti di interesse facciano sempre parte dell’equazione, anche quando la posta in gioco non potrebbe essere più alta”.

Il giornalista Nick Wadhams spiega l’influenza di FDD:

L’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha espressamente creato un lavoro per Goldberg – direttore per la lotta contro le armi di distruzione di massa dell’Iran. L’obiettivo era contrastare ciò che Bolton vedeva come un desiderio nei ministeri di Stato e del Tesoro di indebolire la campagna di “massima pressione” contro l’Iran …

Quella lotta è stata solo una delle battaglie legate all’Iran interne all’amministrazione e ha sottolineato l’influenza esercitata dalla Fondazione per la Difesa delle Democrazie, il think tank in cui Goldberg aveva precedentemente lavorato, nello spingere per una linea più dura contro l’Iran.

Nel suo articolo sull’assassinio, il New York Times ha dato ampio spazio all’amministratore delegato di FDD, Mark Dubowitz, nel giustificare l’assassinio di Suleimani. Eli Clifton del Quincy Institute punta il dito sul finanziamento di FDD:

E’ importante rivelare ai lettori del New York Times che il maggior finanziatore di FDD è il super-finanziatore di Trump, Bernie Marcus, che afferma “L’Iran è il diavolo”?

Si sta letteralmente citando qualcuno che sostiene le decisioni di Trump sulla politica estera che viene finanziato da uno dei maggiori finanziatori di Trump.

Marcus è il fondatore di Home Depot (impresa di prodotti domestici, ndtr.) e il secondo maggior finanziatore di Trump dopo Sheldon Adelson. Di gran lunga il più grande sostenitore di Trump, Adelson ha affermato di aver desiderato di prestare servizio nell’esercito israeliano e non nell’esercito americano. Una volta ha esortato il presidente Obama a colpire l’Iran con armi atomiche.

Eli Clifton ha riferito due anni fa che Marcus e Adelson e un terzo donatore miliardario filo-israeliano hanno spianato la strada a Trump perché si ritirasse dall’accordo con l’Iran.

Marcus ha definito l’accordo con l’Iran un “trattato mortalmente mortale”, riferisce Militarist Monitor (pubblicazione indipendente online, ndtr.). E Marcus ha finanziato molti gruppi filo israeliani di destra:

Secondo i documenti fiscali, la suddetta fondazione di Marcus da cui prende il nome ha finanziato gruppi di falchi e neoconservatori come “American Enterprise Institute”, “Christian United for Israel”, “Friends of IDF” [l’esercito israeliano], “Hoover Institution”, “Hudson Institute”, “Israel Project”, “Jewish Institute for National Security Affairs”, “Manhattan Institute” e “Middle East Media Research Institute”, così come altri gruppi conservatori come “Judicial Watch” e “Philanthropy Roundtable”. Fa anche parte del consiglio di amministrazione della Coalizione Repubblicana Ebraica.

Colin Powell [politico americano, generale a quattro stelle in pensione] una volta accusò il “Jewish Institute for National Security Affairs” per il piano di invasione dell’Iraq, che lui stesso sostenne. L’idea che Israele abbia avuto un ruolo di spicco nella decisione dei politici statunitensi di invadere l’Iraq è ampiamente accettata ma anche dibattuta. Spesso si dice che questa idea sia faziosa, e questa è una delle ragioni per cui la stampa più importante evita la prospettiva israeliana, allora e adesso.

Ringraziamenti a Scott Roth e James North.

Philip Weiss è caporedattore di Mondoweiss.net e ha fondato il sito nel 2005-06

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi e Luciana Galliano)




Come rispondere a questa domanda: “Riconosci ad Israele il diritto di esistere?”

Steven Salaita

10 dicembre 2019 – Mondoweiss

Quando gli antisionisti discutono di Medio Oriente, raramente si pone la questione dell’esistenza di Israele. È quasi esclusivamente un argomento dei filoisraeliani. Noi ci concentriamo sulla liberazione nazionale, su come sopravvivere alla repressione, sulle strategie della resistenza, sul recupero delle storie rimosse, sulle complesse (e a volte delicate) relazioni all’interno di una popolazione indigena disgregata da decenni di aggressione. Che uno Stato colonialista – o qualunque Stato, in realtà – non possieda alcun diritto ontologico è un assunto non esplicitato.

“Riconosci il diritto di Israele ad esistere?” simula un rispetto per gli oppressi, ma è un’asserzione del tutto differente, che trasforma complesse idee di liberazione in un grossolano test di correttezza politica. Dare priorità allo Stato come degno di rilievo, come qualcosa a cui automaticamente dobbiamo rispetto, riconduce la vita agli imperativi del capitale.

Lo scopo principale della domanda è attribuire una posizione bieca ai dissidenti. Essa raggiunge tale obbiettivo anche quando i dissidenti non ne hanno sostenuto la distruzione. La mera difesa della vita dei palestinesi è sufficiente ad evocare il timore dei coloni per la propria esistenza. Per gente cresciuta nel dogma ortodosso, Israele è sinonimo di progresso, tecnologia e produzione. Affermare la sua esistenza è un sostegno allo status quo; non importa quanto sia assurda come premessa morale, negli ambienti capitalisti è una domanda del tutto sensata.

Ci sono tantissime ragioni per evitare la domanda. La prima ragione è pratica: noi non promuoviamo la distruzione di comunità umane, ma di ideologie che portano al razzismo e all’ineguaglianza. Confondere il popolo ebraico (o di qualunque nazionalità) con l’esistenza di un regime violento e rapace è sia insidioso che immorale. Quel genere di confusione è un grave danno per gli attivisti e gli intellettuali che si impegnano per un mondo migliore – e per le comunità per le quali un mondo migliore è una necessità per sopravvivere. Nessuno mi ha mai chiesto di ribadire l’esistenza di un altro Stato-Nazione, una richiesta che avrei analogamente rifiutato. I sionisti pretendono continuamente per Israele un trattamento speciale.

Inoltre è una grave impudenza per gli alfieri di uno Stato fondato sulla distruzione della Palestina e che da 80 anni compie una pulizia etnica chiedere alle vittime della sua crudeltà di essere riconosciuto. Ancor peggio, il riconoscimento non è che la punta dell’iceberg della domanda. Ci viene chiesto anche di legittimare l’apartheid e di ignorare la costante perpetrazione di crimini di guerra. La conclusione è avallare Israele come una componente militarizzata dell’imperialismo occidentale – in altri termini, affermare l’esistenza di un’entità profondamente disumana.

Prendiamo in considerazione la domanda nel contesto del Nord America, dove viene posta più frequentemente. Quelli tra noi che operano in questa area geografica non hanno l’autorità di rinunciare a circa l’80% (e probabilmente al 100%) della Palestina storica. Non vi è alcun diritto per un occidentale di abbandonare la Palestina dietro pressione di un’insistenza falsamente umanitaria da parte dei sionisti, secondo cui la loro perfidia è giustificata perché ci renderà in qualche modo cittadini più responsabili.

Sono felice, anzi ansioso, di affermare il diritto del popolo ebraico di vivere in pace e sicurezza ovunque, un diritto che spetta ad ogni essere umano senza ordine di priorità. Ma non intendo ratificare la fondazione cruenta di Israele o il suo culto della supremazia razziale. In fin dei conti, quando i sionisti chiedono di affermare il diritto di Israele ad esistere, ciò che in realtà chiedono è l’affermazione della non esistenza dei palestinesi.

Al di là di questi fattori filosofici, politici e pratici, vi è una valida ragione psicologica per respingere la domanda. In questo presunto conflitto i sionisti sono gli oppressori e godono di un sostegno pressoché universale nei centri del potere politico ed economico. Hanno più finanziamenti, l’accesso ai principali media e l’appoggio dell’esercito USA. Tuttavia i palestinesi hanno un unico tipo di potere che non necessita di denaro, di piattaforme o di armamenti: la capacità di negare legittimità a Israele. È un piccolo potere, privo di strumenti concreti, ma è comunque potere, del tipo che solo un pazzo o un opportunista potrebbe cedere. Quando un oppressore fa della sottomissione la base della responsabilità civile, l’insolenza è l’unica risposta dignitosa.

Steven Salaita

Il più recente libro di Steven Salaita è ‘Inter/nationalism: decolonizing native America and Palestine’ [Inter/nazionalismo: decolonizzare l’America dei nativi e la Palestina].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il difficile rapporto del sionismo con l’antisemitismo

Alice Rothchild

19 novembre 2019 – Mondoweiss

Sono cresciuta con un profondo amore per Israele, il piccolo grintoso Paese della redenzione, risorto dalle ceneri, che ama i kibbutz, che non avrebbe potuto fare cose sbagliate, che lotta per la sopravvivenza in un mare di arabi che lo odiano e di odiatori di ebrei. Ho imparato che gli ebrei sono un popolo dedito alla preghiera e allo studio della Torah e che questa identità ci ha permesso di sopravvivere durante secoli di antisemitismo in Europa. Se non ero in grado di dedicarmi alla religiosità del mio nonno pio, con i filatteri [lacci di cuoio che vengono arrotolati alle braccia durante la preghiera, ndtr.] e tutto il resto, capivo che come popolo noi eravamo profondamente impegnati a risanare il mondo e a lavorare per la giustizia sociale, un impegno altrettanto virtuoso e intrinsecamente ebraico. Dopotutto noi eravamo buoni per natura, o, come spiegava mia madre, gli ebrei hanno la responsabilità di essere stati scelti per svolgere un ruolo inequivocabilmente positivo in questo mondo.

Con il passare degli anni, questa mitologia si è schiantata contro la dura realtà. Una delle contraddizioni più difficili che ora mi trovo ad affrontare è comprendere il perverso rapporto tra sionismo e antisemitismo. Mi era stata venduta la storiella che il sionismo politico si era sviluppato come risposta all’antisemitismo e come un moderno movimento di liberazione nell’arretrato Medio Oriente. Ma nel 1897, quando è nato il sionismo moderno, esso adottò il cliché dell’ebreo della diaspora come un pallido, flaccido, giovane studente di una scuola religiosa, un parassita, un eterno straniero, uno sfigato. Che il sionismo abbia accolto l’idea che questo rammollito individuo malaticcio (colpevolizzato lui stesso per l’antisemitismo) dovesse essere arianizzato nell’ebreo contadino/guerriero abbronzato e muscoloso che coltiva il terreno in Galilea, è un risultato agghiacciante. L’evoluzione degli ebrei da popolo che viveva secondo la Torah e i suoi precetti in una razza biologica con caratteristiche distintive (l’ebreo del denaro, del ghetto, l’ebreo di carnagione scura e con il naso adunco) riflette le peggiori menzogne di antisemiti, fascisti europei e suprematisti bianchi.

Questa storia è complicata dal fatto che gli ebrei europei erano relegati a svolgere un numero limitato e disprezzato di professioni e dal risentimento sociale nei confronti di una classe di usurai e venditori ambulanti/commercianti “parassitari”e “improduttivi”. Mentre il capitalismo moderno si sviluppava, persino i sionisti socialisti temevano che ci fosse una sorta di anomalia economica nel popolo ebraico che portava all’antisemitismo e che avrebbe potuto essere curata solo dal lavoro della terra in Palestina.

Non dovrebbe quindi sorprendere che il fondatore del sionismo moderno, Theodore Herzl, abbia visto gli antisemiti come “amici e alleati” del suo movimento”. Sionisti e antisemiti condividevano lo stesso obiettivo: gli uni volevano che tutti gli ebrei emigrassero in Palestina per fondarvi uno Stato-Nazione ebraico etnicamente puro, gli altri volevano liberarsi di tutti i loro connazionali ebrei. L’emigrazione era in effetti una magnifica soluzione all’eterna questione ebraica. Come ha scritto il professor Joseph Massad [docente palestinese alla Columbia University, ndtr.]:

Nel suo pamphlet fondativo (Herzl) avrebbe dichiarato che ‘i governi di tutti i Paesi colpiti dall’antisemitismo saranno profondamente interessati nell’aiutarci ad ottenere (la) sovranità che vogliamo’, e quindi che ‘non solo i poveri ebrei’ avrebbero contribuito a un fondo per l’emigrazione degli ebrei europei, ‘ma anche i cristiani che vogliono liberarsi di loro’.”

Questa solidarietà politica relativa alla classe, al fatto di essere bianchi, era una forma di odio per se stessi, facendo proprio il razzismo istituzionalizzato dell’epoca? Si trattava di un matrimonio di convenienza, ripugnante ma necessario, o di una strategia a lungo termine?

Scavando più a fondo, non fui così sorpresa nell’apprendere che Herzl, assimilato e laico, scelse di non far circoncidere suo figlio, che inizialmente prese in considerazione l’idea che una conversione di massa al cattolicesimo sarebbe stata una buona soluzione per la questione ebraica e che festeggiava il Natale con niente di meno che un albero di Natale. Si dice che abbia affermato: “Nella mia mente si è fatta strada un’eccellente idea: attirare antisemiti radicali e farli diventare distruttori della ricchezza ebraica.” L’attivista israeliano per la pace Uri Avnery ha descritto gli scritti di Herzl come caratterizzati “a tratti da un forte odore di antisemitismo.”

Leon Rosselson, un cantautore inglese e autore di libri per l’infanzia, ha scritto in un saggio su Medium [sito web di sinistra che pubblica articoli di politica e cultura, ndtr.]:

Nel suo libro ‘Lo Stato ebraico’, pubblicato nel 1896, egli (Herzl) spiega perché: ‘La questione ebraica esiste ovunque viva un numero significativo di ebrei. Dove (l’antisemitismo) non esisteva, vi è stato portato dagli ebrei nel corso delle loro migrazioni. Ovviamente noi ci spostiamo nei posti in cui non siamo perseguitati e lì la nostra presenza provoca persecuzioni… Gli sfortunati ebrei stanno portando ora i semi dell’antisemitismo in Inghilterra, li hanno già portati in America.’

In un capitolo successivo sostiene che la causa immediata dell’antisemitismo è ‘la nostra eccessiva produzione di intelletti mediocri, che non possono trovare uno sbocco verso il basso o verso l’alto – cioè, nessuno sbocco sano in nessuna direzione. Quando scendiamo, diventiamo un proletariato rivoluzionario, gli impiegati subalterni di ogni partito rivoluzionario; al contempo, quando andiamo in alto si eleva pure il nostro terribile potere economico.’”

Quando Herzl prese in considerazione la lingua del nuovo Stato, scrisse dello yiddish [un misto di tedesco, lingue slave ed ebraico, con molte varianti locali, parlato dagli ebrei dell’Europa centro-orientale, ndtr.]: “Dobbiamo smettere si utilizzare quei miserabili dialetti stentati, quei linguaggi del ghetto che ancora utilizziamo, perché quelle erano le lingue clandestine dei prigionieri.” Aveva lo stesso disprezzo nei confronti della religione ebraica: “Dovremmo tenere i nostri rabbini all’interno dei loro templi …Non devono interferire nell’amministrazione dello Stato…”, e immaginò uno Stato senza feste ebraiche o simboli ebraici. C’è sicuramente un forte sentimento di odio per se stessi in queste affermazioni.

Un’altra schiacciante prova è la considerazione del 1912 di Chaim Weizman, in seguito presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale e primo presidente di Israele: “Ogni Paese può assorbire solo un numero ridotto di ebrei se non vuole avere problemi di stomaco. La Germania ha già troppi ebrei.”

O la dichiarazione nel 1922 di Ben-Gurion, il padre fondatore e primo premier di Israele: “Non siamo studenti di una scuola religiosa che discutono le delicate questioni su come migliorare se stessi. Siamo conquistatori della terra di fronte a un muro di ferro e noi dobbiamo sfondarlo.” Egli notò che gli ebrei della diaspora “non hanno radici. Sono cosmopoliti senza radici – non ci può essere niente di peggio.” Ben-Gurion era un noto elitista e razzista. Descrisse gli ebrei della diaspora come “polvere umana, le cui particelle cercano di aggrapparsi le une alle altre,” e chiamò i mizrahim (ebrei dei Paesi arabi e/o musulmani), arretrati e primitivi, con caratteristiche orientaliste che avrebbero minacciato il nascente Stato di Israele. Descrivendo gli immigrati yemeniti scrisse:

(La cultura yemenita) è arretrata di duemila anni, forse persino di più, rispetto a noi. Manca dei più fondamentali e principali concetti della civilizzazione (distinta dalla cultura). Il loro atteggiamento verso le donne e i bambini è primitivo. La loro condizione fisica è misera. Per migliaia di anni hanno vissuto in una delle terre più arretrate e impoverite, sotto il dominio ancora più arretrato di un qualunque regime feudale e teocratico. Il passaggio da là a Israele è stato una profonda rivoluzione umana, non superficiale, una rivoluzione politica. Tutti i loro valori umani devono essere cambiati da cima a fondo.”

Vladimir (Ze’ev) Jabotinsky, il fondatore del sionismo revisionista, precursore dell’odierno partito Likud, fu persino più sincero riguardo alla propria appartenenza reazionaria. Appoggiò il nocciolo del colonialismo di insediamento e militaristico del sionismo, parlò apertamente della necessità di combattere contro la popolazione indigena palestinese e chiese agli ebrei di mobilitarsi per “guerra, rivolta e sacrificio.”

Nel 1923 scrisse la Bibbia del revisionismo, un articolo, “Il muro di ferro (noi e gli arabi)”:

Ogni popolazione nativa al mondo resiste contro il colonialismo finché ha anche la minima speranza di riuscire a liberarsi del pericolo di essere colonizzata. Questo è ciò che gli arabi in Palestina stanno facendo, e quello che continueranno a fare finché rimarrà una sola scintilla di speranza di riuscire ad impedire la trasformazione della ‘Palestina’ in ‘Terra di Israele’… La colonizzazione sionista deve terminare oppure andare avanti senza riguardi nei confronti della popolazione nativa. Ciò significa che può proseguire e svilupparsi solo sotto la protezione di un potere che sia indipendente dalla popolazione nativa –dietro un muro di ferro, che la popolazione nativa non possa oltrepassare.”

Allo stesso tempo il suo antisemitismo era profondo:

Il nostro punto di partenza è prendere il tipico yid [ebreo in senso spregiativo, ndtr.] di oggi e immaginare il suo esatto opposto… Poiché lo yid è brutto, sporco, manca di dignità, noi dobbiamo dotare l’immagine idealizzata dell’ebreo di una beltà virile. Lo yid è calpestato e si spaventa facilmente, e di conseguenza l’ebreo deve essere orgoglioso e indipendente. Lo yid è disprezzato da tutti e quindi l’ebreo deve affascinare tutti. Lo yid ha accettato di essere sottomesso e quindi l’ebreo deve imparare a comandare. Lo yid vuole celare la propria identità agli estranei e quindi l’ebreo deve guardare il mondo diritto negli occhi e dichiarare: ‘Sono ebreo!’”.

Jabotinsky si innamorò dell’ideologia di Benito Mussolini che lo lodò come un “fascista ebreo” e fu contento non solo di lavorare con i nazisti, ma anche di sposarne l’ideologia totalitaria. Fondò la Nuova Organizzazione Sionista e il suo rappresentante in Palestina pubblicò il suo Yomen shel Fascisti (Diario di un fascista) sul suo giornale. Von Weisl, direttore finanziario dell’OSM, disse a un giornale che “egli (Jabotinsky) era personalmente un sostenitore del fascismo e si rallegrò per la vittoria dell’Italia fascista in Abissinia come un trionfo delle razze bianche contro i neri.” Mussolini consentì al movimento giovanile del sionismo revisionista di destra, il Betar, di avere uno squadrone nella sua accademia navale.

Quando Mussolini decise di unire le proprie forze con Hitler, espulse gli ebrei dal partito [fascista, ndtr.]. I revisionisti risposero:

Per anni abbiamo messo in guardia gli ebrei dall’insultare il regime fascista in Italia. Siamo franchi prima di accusare altri delle recenti leggi antiebraiche in Italia: perché non accusiamo prima i nostri stessi gruppi radicali di essere responsabili di quello che sta accadendo?”

Secondo Lenni Brenner, autore di “Il sionismo nell’epoca dei dittatori”, nel marzo 1933 Jabotinsky invocò un boicottaggio contro i nazisti e di conseguenza i revisionisti assassinarono il sionista laburista che aveva negoziato l’accordo “Ha’Avara” [vedi più sotto, ndtr.]. Ma i rapporti tra i revisionisti e i nazisti rimasero intricati.

Nel 1939, una settimana prima che Hitler invadesse la Polonia, Jabotinsky insistette che “non c’è la benché minima possibilità di una guerra.” Progettò di invadere la Palestina, facendo approdare una nave piena di militanti del “Betar” su una spiaggia di Tel Aviv mentre l’Irgun occupava la sede del governo a Gerusalemme e all’estero veniva proclamato un governo ebreo provvisorio. Dopo la sua cattura o morte, avrebbe operato come un governo in esilio.

L’Irgun, l’organizzazione paramilitare sionista attiva nella Palestina mandataria, venne ispirata e guidata da Jabotinsky fino alla sua morte nel 1940. Dopo la guerra, venne trovato il seguente documento nell’ambasciata tedesca in Turchia: “Proposta dell’Organizzazione Militare Nazionale (Irgun Zvai Leumi) riguardante la soluzione della questione ebraica in Europa e la partecipazione dell’OMN nella guerra dalla parte della Germania”. Vi si legge:

La Fondazione dello storico Stato ebraico su basi nazionaliste e totalitarie e vincolato da un trattato con il Reich tedesco sarebbe nell’interesse di una consolidata e rafforzata futura posizione di potere tedesca in Medio Oriente.

A partire da queste considerazioni, l’OMN in Palestina, in base alla condizione summenzionata che le aspirazioni nazionali del movimento per la libertà israelita vengano riconosciute da parte del Reich tedesco, offre di partecipare attivamente alla guerra dalla parte della Germania.”

Mentre gli ebrei, sia all’interno che fuori dalla Germania, comprendevano i gravissimi pericoli posti dall’ascesa dei nazisti al potere, alcuni sionisti videro ciò come un’opportunità di promuovere il proprio obiettivo di colonizzare la Palestina. Nonostante un boicottaggio internazionale contro la Germania nazista, nel 1933 i sionisti laburisti firmarono l’accordo di trasferimento “Ha’avara”, che in ultima analisi diede come risultato il salvataggio di 20.000 ebrei. La Germania nazista accettò di compensare questi ebrei tedeschi che se ne andarono in Palestina dopo aver liquidato le loro proprietà esportando nel Paese prodotti tedeschi dello stesso valore. Gli emigranti poi ricevettero parte dei proventi della vendita di questi prodotti. Ciò portò alla fine del boicottaggio della Germania e a un notevole aiuto finanziario per la sua economia che era ancora impantanata nelle riparazioni in seguito alla Prima Guerra Mondiale ed alla Grande Depressione. Come ha scritto Leon Rosselson:

Tra il 1933 e il 1939 il 60% di tutto il capitale investito nella Palestina ebraica proveniva dal denaro degli ebrei tedeschi attraverso l’accordo di trasferimento. Quindi durante gli anni ’30 il nazismo fu una manna per il sionismo.

Nel 1935 la Federazione Sionista Tedesca fu l’unica forza politica che appoggiò le leggi naziste di Norimberga nel Paese e fu l’unico partito a cui venne ancora concesso di pubblicare il proprio quotidiano, il “Rundschau” [La Rassegna], fin dopo la “Notte dei Cristalli” [in cui vennero aggrediti negozi, sedi di associazioni, sinagoghe e molti ebrei vennero feriti o uccisi, ndtr.] nel 1938.”

Le leggi di Norimberga tolsero la cittadinanza agli ebrei tedeschi e proibirono loro di sposarsi o avere rapporti sessuali con chiunque avesse sangue “tedesco o connesso”. La legge emarginò gli ebrei e li privò di buona parte dei loro diritti politici. Un ebreo venne definito come chiunque avesse tre o quattro nonni ebrei, indipendentemente dall’autoidentificazione di quella persona.

Nel 1933 la Federazione Sionista Tedesca, la “Zionistische Vereinigung fur Deutschland”, scrisse un appello ai nazisti:

Ci sia consentito di presentare la nostra opinione, che, secondo noi, rende possibile una soluzione in linea con i principi del nuovo Stato Tedesco di Risveglio Nazionale… perché anche noi siamo contrari ai matrimoni misti e siamo per il mantenimento della purezza del gruppo ebraico…Per questi scopi concreti il sionismo spera di essere in grado di conquistarsi la collaborazione persino di un governo fondamentalmente ostile agli ebrei… La propaganda per il boicottaggio, come viene attualmente portata avanti contro la Germania in molti modi, è essenzialmente non sionista, perché il sionismo non vuole combattere, ma convincere e costruire.”

Un’altra prova relativa ai rapporti dei nazisti con gli ebrei e ai loro piani di deportazione (prima della loro decisione del 1942 di procedere con lo sterminio totale) venne scritta dal capo delle SS, Reinhard Heydrich. Nel 1935 egli pubblicò una dichiarazione su una rivista delle SS. Francis Nicosia lo ha citato nel suo libro “The Third Reich and the Palestine Question” [Il Terzo Reich e la questione palestinese]:

Il nazional-socialismo non ha intenzione di attaccare il popolo ebraico in nessun modo. Al contrario, il riconoscimento dell’ebraismo come comunità razziale fondata sul sangue e non sulla religione, porta il governo tedesco a garantire la separazione razziale di questa comunità senza alcuna limitazione. Il governo si trova totalmente d’accordo con il grande movimento spirituale all’interno dello stesso ebraismo, il cosiddetto sionismo, con il suo riconoscimento della solidarietà dell’ebraismo in tutto il mondo e con il rifiuto di qualunque idea di assimilazione. Su queste basi la Germania intraprende misure che in futuro giocheranno sicuramente un ruolo significativo per la gestione del problema ebraico in tutto il mondo.” 

Cosa interessante, nel 1937 Adolf Eichmann, insieme al suo supervisore del servizio di intelligence del partito nazista, viaggiò nella Palestina mandataria travestito da giornalista tedesco per studiare la fattibilità della deportazione degli ebrei tedeschi nella regione e le funzioni delle organizzazioni sioniste all’interno della Palestina. Eichmann si incontrò segretamente anche con Feivel Polkes, un rappresentante dell’Haganah [principale gruppo paramilitare sionista affiliato alla fazione socialista, ndtr.] (che divenne l’esercito israeliano) per discutere il suo progetto. È importante ricordare che ad Eichmann interessava deportare gli ebrei nel modo più efficiente possibile, non appoggiare lo sviluppo di un forte Stato ebraico che potesse minacciare la fortuna economica della Germania nazista.

Nella sua recensione sul New York Times di “In Memory’s Kitchen: A Legacy From the Women of Terezin” [Nella cucina della memoria: un lascito delle donne di Terezin] Lore Dickstein cita il ricordo di una sopravvissuta a Terezin che incontrò Eichmann: “Anny Stern fu una delle fortunate. Nel 1939, dopo mesi di problemi con la burocrazia nazista, con l’esercito occupante tedesco alle calcagna, scappò dalla Cecoslovacchia con il figlioletto ed emigrò in Palestina. Al tempo della partenza di Anny, la politica nazista incoraggiava l’emigrazione. ‘Sei una sionista?’ le chiese Adolph Eichmann, lo specialista hitleriano di questioni ebraiche. ‘Jawohl [Sì in tedesco, ndtr.],’ rispose lei. ‘Bene’ egli disse, ‘anch’io sono un sionista. Voglio che ogni ebreo se ne vada in Palestina.’”

Informando sul processo Eichmann nel 1963 da Gerusalemme, Hannah Arendt scrisse che Eichmann si vantò del suo apprezzamento per il sionismo:

I primi contatti personali di Eichmann con funzionari ebrei, tutti ben noti sionisti di lunga data, sono stati totalmente soddisfacenti. La ragione per cui venne così affascinato dalla ‘questione ebraica’, ha spiegato, era il suo stesso ‘idealismo’: questi ebrei, a differenza degli assimilazionisti, che aveva sempre disprezzato, e degli ebrei ortodossi, che lo annoiavano, erano ‘idealisti’, come lui.”

Dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, Albert Einstein scrisse una lettera al New York Times riguardo alla visita negli USA di Menachem Begin, leader dell’“Irgun”, capo del partito della destra nazionalista “Herut” (che si trasformò nel Likud) e in seguito sesto premier israeliano:

Tra i più inquietanti fenomeni del nostro tempo c’è l’emergere nello Stato di Israele creato recentemente del “partito della Libertà” (Tnuat HaHerut), un partito politico affine ai partiti nazisti e fascisti nella sua organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nel richiamo sociale … Ha predicato un insieme di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale… è imperativo che la verità sul signor Begin e sul suo movimento sia resa nota in questo Paese.”

Amy Kaplan, nel suo importante libro del 2018 “Il nostro Israele americano”, ha notato che dopo la fine della guerra persino i non ebrei pensavano che i bambini di razza ebraica dell’Europa orientale fossero stati magicamente trasformati, anglicizzati, dall’esperienza di essere nati in Palestina. Bartley Crum era un cattolico progressista, avvocato per i diritti civili nato a San Francisco che faceva parte della Commissione Anglo-Americana incaricata di decidere il futuro di persone sfollate che languivano nei campi di raccolta dopo la guerra. Kaplan ha notato:

Crum scoprì una prova di questa trasformazione degli ebrei dell’Europa orientale in uno ‘strano fenomeno’ che rendeva i loro figli cresciuti in Palestina non solo più forti per il fatto di aver lavorato la terra, ma anche più bianchi e più occidentali dei loro genitori: ‘Molti dei bambini ebrei che ho visto erano biondi e con gli occhi azzurri, una mutazione di massa che, mi è stato detto, dev’essere ancora adeguatamente spiegata. È ancora più significativa perché la maggioranza degli ebrei di Palestina è originaria dell’Europa orientale, tradizionalmente con capelli e occhi scuri. Si potrebbe quasi affermare che in Palestina sia stato creato un nuovo popolo ebraico: in stragrande maggioranza una spanna più alto dei padri, persone robuste, più un ritorno ai contadini e pescatori dei giorni di Cristo che prodotto dei figli e delle figlie delle città dell’Europa centro-orientale.” [p. 31].

Un altro membro della Commissione Anglo-Americana, James McDonald, visitò una sinagoga a Gerusalemme e:

“…egli venne “ancora una volta colpito dalla varietà di volti dei ragazzi. ‘Se non avessi saputo dove mi trovavo, o non avessi sentito parole in ebraico, avrei giurato che la maggior parte di loro fosse irlandese, scandinava o scozzese, o comunque della normale mescolanza del Middle West americano. Solo qui e là c’era un volto anche lontanamente somigliante al ‘tipo ebreo’.’ Concluse che i giovani ebrei di Israele non avevano un ‘tipo razziale’ particolare.’” [p.32].

Nel 1951 Kenneth Bilby, giornalista, notò, osservando i bambini di un kibbutz:

Erano persino ben fatti, robusti, i capelli schiariti dal sole. Avrei sfidato un qualunque antropologo a mescolare questi bambini con una folla di giovani britannici, americani, tedeschi e scandinavi e poi separare gli ebrei.’ Li vedeva come diventati diversi ‘dai loro cugini semiti del mondo arabo’. Agli occhi di questi visitatori, mentre gli ebrei europei diventavano più bianchi e più civilizzati, gli arabi tra i quali si erano insediati apparivano più scuri e più primitivi.” [32].

In Israele c’è sempre stata una gerarchia razziale fondata sulla supremazia bianca ed etnocentrica. Gli ashkenaziti [lett. tedeschi, ebrei di origine europea, ndtr.] hanno discriminato i mizrahi [orientali, originari dei Paesi arabi o musulmani, ndtr.] e gli ebrei di colore, e i palestinesi hanno affrontato l’intolleranza più estrema, seguiti solo di recente dai richiedenti asilo africani.

Anche dei leader religiosi reazionari hanno sposato atteggiamenti razzisti. Un primo esempio di ciò è il rabbino Ovadia Yosef, il leader spirituale del partito Shas [partito religioso degli ebrei ultraortodossi mizrahi, ndtr.], che ha equiparato gli arabi a “serpenti” ed ha chiesto il loro “annientamento”. Questo tipo di atteggiamenti è stato prevalente nei movimenti di colonizzazione più di destra come “Gush Emunim”, Tehiya, Unione Nazionale e Mafdal, che rappresentano un messianismo ebraico mischiato a odio e disprezzo per i nativi palestinesi.

Quindi, perché è importante esplorare questa storia complicata e scomoda? Sosterrei che, in primo luogo, in questa epoca in cui l’epiteto di antisemita è scagliato abbastanza a casaccio contro chiunque abbia atteggiamenti critici verso Israele, dobbiamo essere onesti sulle basi fondative del sionismo e sui suoi rapporti con il vero antisemitismo. Risulta che i primi sionisti, sia della sinistra socialista che della destra fascista, avevano atteggiamenti che erano chiaramente antisemiti. Questo può essere stato cinico e amorale, ma penso che vada ben oltre un matrimonio di convenienza.

Se capiamo le radici della dirigenza israeliana possiamo comprendere meglio gli atteggiamenti e le politiche dei successivi governi israeliani che ci hanno portato fino all’attuale regime. Mentre l’Irgun rimase minoritario e non prese il controllo fino al 1977 con Menachem Begin, seguito da Yitzhak Shamir, esso era una forza potente nella Palestina prima del 1948 [anno della nascita di Israele, ndtr.], assassinando dirigenti inglesi e negoziatori internazionali come il conte Bernadotte [inviato svedese dell’ONU per mediare il conflitto tra sionisti ed arabi, ndtr.] e infliggendo attacchi terroristici ai nativi palestinesi, come nel caso del massacro di Deir Yassin.

Anche l’Haganah e il Palmach [le due principali milizie sioniste, della fazione socialista, ndtr.] (che in seguito diventarono il fulcro dell’esercito israeliano) erano gruppi paramilitari attivi nella Palestina prima del 1948. Penso alla famosa citazione di Moshe Dayan che si unì all’Haganah all’età di 14 anni e divenne un celebre leader militare e politico:

Siamo una generazione di coloni e senza l’elmetto di ferro e la canna del fucile non saremmo stati in grado né di piantare un albero né di costruire una casa… Non si abbia paura di vedere l’odio che ha accompagnato e consumato le vite di centinaia di migliaia di arabi che ci circondano, aspettando il momento in cui le loro mani riusciranno a raggiungere il nostro sangue.” (dal libro di Ronen Bergman “Rise and Kill First” [Alzati e uccidi per primo], pp. 128-129).

Questa è la voce combattiva dell’ebreo nuovo, l’ebreo rinato nella lotta per colonizzare e creare Israele dalla Palestina. Non è una voce interessata al negoziato, alla tolleranza, alla democrazia o al rispetto della narrazione o origine altrui. La storia politica ha creato le norme sociali e culturali che vediamo oggi. Gli Usa stanno affrontando una discussione nazionale sulle contraddizioni tra la nostra mitologia, il sogno americano di giustizia, uguaglianza e libertà per tutti, e il fatto che i nostri eroi nazionali erano proprietari di schiavi e in realtà avevano progetti solo per i proprietari terrieri bianchi. Le loro esperienze di vita e i loro atteggiamenti furono alla base delle norme culturali che hanno caratterizzato gli aspetti più vergognosi della storia degli USA: distruggere i popoli nativi, schiavizzare africani, essere proprietari dei loro figli, Jim Crow [leggi non scritte del Sud segregazionista, ndtr.], emarginare, fare discriminazioni nelle opportunità per trovare lavoro con la legge sui veterani di guerra, leggi contro i matrimoni misti, nazionalismo bianco, il costante fanatismo e il razzismo istituzionali che sono ancora un grave ostacolo nel XXI secolo. Questo tipo di discorso onesto e penoso è fondamentale se vogliamo far prendere una direzione più positiva alla nostra cosiddetta democrazia. Suggerirei che gli israeliani dovrebbero discutere dell’origine della loro Nazione, e per lo più non lo fanno. Ciò non lascia ben sperare.

Il ceppo della politica di Jabotinsky, repressivo, antidemocratico e in certo modo profondamente odiatore di se stesso ed escludente, è una forma di maschilismo nazionalista tossico. È anche un’ideologia fondante del moderno sionismo, un misto di mentalità da bunker, islamofobia e darwinismo sociale. Questo tipo di politica fornisce un contesto storico al razzismo degli ebrei ashkenaziti nei confronti degli ebrei di colore, dei mizrahi, dei palestinesi e dei richiedenti asilo africani. Questo tipo di politica rende possibili un’occupazione aggressiva e de-umanizzante e un movimento di colonizzazione, in cui la volontà di uccidere, ferire e incarcerare palestinesi e i loro figli è vista come indispensabile, senza rimorsi, per la sopravvivenza, in cui aggredire “l’altro” come se fosse uno scarafaggio e subumano è tollerato e applaudito dai dirigenti politici, in cui bombardare periodicamente e strangolare due milioni di gazawi, creare una impossibile catastrofe umanitaria è solo parte di “falciare il prato” . 

Quest’ultima espressione si riferisce alla cinica strategia militare israeliana vista nelle ultime tre guerre contro Gaza e nella Seconda Guerra del Libano, che comporta ripetute operazioni su larga scala, ma limitate, così come attacchi più ridotti intesi a schiacciare l’avversario, demolendo la dirigenza e le infrastrutture e costruendo deterrenza. Questa guerra di logoramento non ha un chiaro punto finale, è in sé una politica estera caratterizzata dall’uso di una forza estrema per indebolire Hamas ed Hezbollah, con un rischio minimo per i soldati israeliani, ma senza l’eliminazione totale del nemico, necessaria per controllare attori ancora più estremisti nella regione.

Proprio come ora so che l’espulsione e l’occupazione che iniziarono nel 1967 e continuano fino ai giorni nostri sono la continuazione di un processo che iniziò molto prima del 1948 – la Nakba, o catastrofe, è in corso -, le politiche fascistoidi del governo israeliano sono radicate nella storia della creazione dello Stato. Allo stesso modo l’abbraccio tra gli israeliani e i cristiano-sionisti (i cui progetti per gli ebrei sono la conversione o una morte atroce) dopo il 1967 rispecchia i rapporti amichevoli che i sionisti hanno avuto con i dirigenti antisemiti in Germania e in Italia. E in modo simile lo stretto legame di Israele con i cristiano-sionisti e con regimi oppressivi, dal Sudafrica bianco all’Arabia Saudita, così come la passione di Israele per il nostro presidente-padrone e antisemita, è parte dello stesso vecchio modello di unire le forze con governi razzisti e autoritari.

Come si è detto spesso, se non conosciamo la nostra storia siamo destinati e condannati a ripeterla.

Alice Rothchild è dottoressa, scrittrice e regista che dal 1997 ha concentrato il proprio interesse sui diritti umani e sulla giustizia sociale nel conflitto israelo/palestinese. Ha fatto la ginecologa per circa 40 anni. Fino alla pensione ha lavorato come assistente universitaria in ostetricia e ginecologia nella facoltà di medicina di Harvard. Scrive e tiene conferenze ad ampio raggio ed è l’autrice di “Broken Promises, Broken Dreams: Stories of Jewish and Palestinian Trauma and Resilience” [Promesse non mantenute, sogni infranti: storie di traumi e restitenza di ebrei e palestinesi], “On the Brink: Israel and Palestine on the Eve of the 2014 Gaza Invasion” [Sull’orlo: Israele e Palestina al tempo dell’invasione di Gaza nel 2014], e di “Condition Critical: Life and Death in Israel/Palestine” [Una condizione critica: vita e morte in Israele/Palestina]. Ha diretto un documentario, “Voices Across the Divide” [Voci al di là delle divisioni] ed è attiva in “Jewish Voice for Peace” [Voce ebraica per la pace, gruppo USA di ebrei antisionisti, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’elisir di Trump potrebbe dimostrarsi un’overdose per Israele

Tom Suarez

22 novembre 2019 – Mondoweiss

La notizia che l’amministrazione Trump non considera più “illegali” le colonie israeliane in Cisgiordania non è stata scioccante, tanto quanto non lo è la finta indignazione manifestata dalle stesse Nazioni che continuano a rafforzare Israele indipendentemente da quello che fa. Questo preludio all’annessione israeliana della Cisgiordania sicuramente favorirà ulteriori sofferenze per i palestinesi, incoraggiando i coloni e i soldati occupanti.

Ma in realtà questa annessione è già avvenuta decenni fa. C’è una ragione per cui Israele semplicemente non lo ha mai detto.

Il 29 novembre 1947 l’ONU ha votato per raccomandare la partizione della Palestina (risoluzione 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite), scartando una raccomandazione di minoranza per uno Stato democratico bi-nazionale. I negoziatori a favore della causa palestinese approfittarono di un rinvio di 24 ore per proporre un altro piano bi-nazionale, con una costituzione simile a quella degli Stati Uniti (1). La proposta venne ignorata, ma i 71 anni che seguirono sono stati un accidentato ma inarrestabile ritorno al rallentatore del concetto essenziale di un unico Stato democratico. Ironicamente il genio di Trump che concede al sionismo ogni suo desiderio rende più vicina questa liberazione – e la fine del sionismo.

Se Israele fosse accusato di aver annesso la Cisgiordania, e quindi di averla gestita come uno Stato di apartheid, potrebbe sostenere una “prova” del contrario: l’Autorità Nazionale Palestinese. I palestinesi, ci viene detto, votano per il proprio “governo”. Ma, malgrado le targhe sulle porte degli uffici dell’ANP a Ramallah, la situazione sul terreno è che l’Autorità Nazionale Palestinese non ha una reale “autorità” su quanto avviene alla Palestina e al suo popolo. Alcune funzioni associate con l’esercizio del governo le sono formalmente assegnate, ma le esercita solo a discrezione di Israele. La sua [dell’ANP] repressione politica contro i suoi “cittadini”, per esempio, risparmia la fatica a Israele, e gli aiuti internazionali alla Palestina sono in realtà un ulteriore aiuto a Israele, perché ciò sussidia semplicemente la sua occupazione e la paralisi dell’economia palestinese.

In altre parole, l’Autorità Nazionale Palestinese può essere vista come un semplice subappaltante e una foglia di fico per la definitiva sovranità israeliana sull’intera area – senza tener conto della teorica divisione della Cisgiordania nelle aree A (palestinese), B (palestinese-israeliana) e C (israeliana) in base agli accordi di Oslo. Israele iniziò a violare le leggi che disciplinano una potenza occupante subito dopo la conquista da parte sua nel 1967 e da allora ha governato tutta la Cisgiordania (che include Gerusalemme est) e Gaza (direttamente o con un assedio) (2).

Togliendo di mezzo il fumo negli occhi, ciò che rimane è che Israele tratta “Giudea e Samaria” [cioè la Cisgiordania, ndtr.] come territorio sotto la sua sovranità, ma solo gli ebrei che vi vivono (cioè i coloni) possono votare, mentre ai non ebrei, in base all’etnia, vengono negati persino i più basilari diritti umani.

Questo miraggio non può durare all’infinito, ma l’ultimo regalo di Trump può solo accelerare il giorno della resa dei conti. Il suo implicito invito al furto totale della Cisgiordania e in definitiva di tutta la Palestina, l’obiettivo del sionismo per oltre un secolo, ora incombe vicino in modo allettante. Netanyahu non ha bisogno di nient’altro che “farlo” in modo da assicurare che la “comunità internazionale” continui a comportarsi come ha fatto riguardo all’annessione di Gerusalemme est da parte di Israele quattro decenni fa: proteste, risoluzioni e totale acquiescenza. L’accentuata repressione israeliana ispirata da Trump potrebbe di per sé scatenare una nuova rivolta palestinese che potrebbe fornire a Israele il pretesto per l’annessione.

Ma questa tentazione preannuncia un deludente risveglio. Israele improvvisamente “possiederà” la Cisgiordania. Non ci sarà nessuna ANP foglia di fico per coprirla. Come farà Israele a spiegare che i non ebrei non possono votare e rimanere asserviti in quella che sostiene essere la terra sotto la sua sovranità? Quella che è sempre stata la reale situazione sarà messa in bella mostra di fronte al mondo: Israele è uno Stato di apartheid.

Dovrà affrontare tre possibilità:

Uno, potrebbe fare la pulizia etnica di un altro paio di milioni di palestinesi. Ma non siamo nel 1948 e neppure nel 1967. Benché Israele continui ad attuare il contenimento etnico di palestinesi in bantustan all’interno del lato palestinese della Linea di Armistizio [del 1948, ndtr.], la sua continua pulizia etnica fuori dalla Palestina deve rimanere discreta. Nel mondo di oggi, neppure la pur scioccante impunità di Israele potrebbe difenderlo dal fatto di caricare su camion due o tre milioni di persone e portarle in nuovi campi di rifugiati nei Paesi vicini.

Due, potrebbe concedere ai non- ebrei della Cisgiordania la stessa cittadinanza di cui già “godono” i non ebrei in Israele, tranne che a Gerusalemme est – certamente una cittadinanza di second’ordine, ma tuttavia essi possono votare nelle elezioni nazionali e così il sistema potrebbe essere fatto passare per una democrazia formale. Succede che abbiamo un banco di prova di un simile scenario – Gerusalemme est – e dimostra che la cittadinanza per i non-ebrei non risulterebbe dall’annessione. Benché Israele consideri Gerusalemme est parte integrante di Israele, i suoi abitanti non ebrei sono “residenti” precari, non cittadini, e non hanno voce nelle elezioni nazionali di Israele. Ciò è ancora più significativo in quanto la popolazione non-ebrea di Gerusalemme est, a differenza di quella della Cisgiordania, è di gran lunga troppo scarsa per minacciare le preoccupazioni demografiche di Israele. (3)

E così, per definizione, Israele sarebbe costretto alla terza opzione: continuare semplicemente come prima, per quanto possa durare. La Cisgiordania sarebbe come ora è Gerusalemme est – ma troppo grande da nascondere. I non ebrei della Cisgiordania sarebbero stranieri sulla loro stessa terra, “residenti” senza voce in capitolo sulle questioni nazionali e sottoposti a una pulizia etnica attraverso leggi poco trasparenti studiate a questo scopo. L’inerzia potrebbe essere a volte a favore di uno Stato di apartheid, ma non sarebbe sostenibile. Potrebbero passare due anni, o forse fino a dieci, ma una volta che una massa critica di interessi politici ed economici mondiali veda Israele come un peso, la richiesta di una semplice uguaglianza sarà la sconfitta definitiva dello Stato sionista.

Uno Stato unico democratico, che avrebbe dovuto essere l’ovvia risposta nel 1947, dopo sofferenze indicibili verrà finalmente realizzato.

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Note

1. Riguardo alla nuova proposta in seguito al voto della risoluzione 181, vedi TNA, WO_261-571, Fortnightly Intelligence Newsletter No. 55, Part II, Partition of Palestine, p9, bottom. Vale la pena di sottolineare che, secondo i documenti britannici, la ragione per cui l’ONU optò per la partizione rispetto a uno Stato democratico bi-nazionale fu che temeva un incremento del terrorismo sionista (vedi TNA, CAB 129/21, pagina stampata “52”, o How Terrorism Created Modern Israel [Come il terrorismo ha creato il moderno Israele], p. 236, dell’autore). Anche gli antirazzisti ebrei negli insediamenti, tra cui il rettore dell’università Ebraica Judah Magnes, appoggiarono uno Stato unico.

2. Israele e gli USA negarono militarmente i risultati delle elezioni palestinesi del 2006, per cui i palestinesi non hanno effettivamente votato il governo attuale (Fatah), ma ciò è secondario per questo punto. I candidati delle elezioni vennero già ridotti di numero da Israele attraverso esclusioni, incarcerazioni e assassinii.

3. Gli abitanti non ebrei “residenti” di Gerusalemme possono votare alle elezioni municipali. I non ebrei possono fare richiesta di cittadinanza, ma così facendo rinuncerebbero implicitamente allo status di Gerusalemme est come palestinese in base alle leggi internazionali, e comunque la loro cittadinanza non è uguale a quella dei coloni ebrei della città. Di fatto i non ebrei rischiano l’espulsione solo presentando una qualunque richiesta alle autorità israeliane, che potrebbero in tal caso chiedere prove documentate della residenza della famiglia fin dal diciannovesimo secolo, mentre ebrei provenienti dall’estero non hanno bisogno di questi requisiti – di qui, per esempio, la riluttanza palestinese a fare richiesta di permessi edilizi.

Tom Suarez è autore, come ultimo libro, di “Writings on the Wall [Scrivere sul Muro], una serie di di storie orali palestinesi commentate raccolte dall’ Arab Educational Institute [Istituto educativo arabo] di Betlemme (2019).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli articoli del “NY Times” sull’uccisione di una famiglia a Gaza sono parte della riduzione del danno per l’esercito israeliano

James North

16 novembre 2019 – Mondoweiss

Il taglio dell’odierno articolo del New York Times su come l’aviazione di Israele abbia ucciso civili a Gaza inizia direttamente dal titolo. Nell’edizione in rete recita: “In un attacco che ha ucciso 5 bambini, Israele ha affermato di aver tolto di mezzo un miliziano di Gaza. Ora non è sicuro.”

Trovai per la prima volta “togliere di mezzo” come eufemismo per “ucciso” quando ero inviato nell’Africa meridionale negli anni ’70. Il regime della minoranza bianca in Rhodesia lo utilizzava per minimizzare la repressione contro il movimento nero di guerriglia che alla fine conquistò l’indipendenza e ribattezzò il Paese Zimbabwe. Il New York Times vuole davvero condividere questa orribile storia?

L’articolo del Times inizia con un rapido reportage di prima mano di un testimone del terribile attacco aereo notturno israeliano contro Deir-El-Balah, a Gaza. Ismail al-Swarka vi ha perso otto dei suoi parenti, cinque dei quali bambini.

Ma poi il giornale fa una digressione e un’operazione di riduzione del danno in associazione con l’esercito israeliano. Il Times afferma che l’esercito spiega che “vittime civili sono inevitabili nei brulicanti quartieri di Gaza.” Aggiunge che “Israele accusa i miliziani di utilizzare civili, compresi i loro stessi parenti, come scudi umani…” E, insistendo sull’argomento propagandistico, il giornale dice che Israele “adotta numerose precauzioni per evitare vittime civili inutili.”

Il giornale confonde anche le notizie veritiere, insinuando che, nonostante la morte di civili, ci doveva effettivamente essere stata “un’infrastruttura militare della Jihad Islamica”, nella zona che Israele ha attaccato. Il lettore si sente confuso, con l’impressione che l’aviazione israeliana potrebbe aver fatto un errore, ma forse no, e che in ogni caso simili errori sono rari.

La versione degli avvenimenti del Times è profondamente disonesta. Molte ore prima che il Times mettesse sul sito il suo articolo, il quotidiano indipendente israeliano Haaretz aveva già affermato chiaramente, nella sua prima frase:

Giovedì l’esercito israeliano ha ammesso di aver commesso un errore nel colpire mercoledì notte a Gaza un edificio che ospitava una famiglia di otto persone, tutte morte nell’attacco.”

I giornalisti di Haaretz, Yaniv Kubovich e Jack Khoury, hanno continuato a scrivere articoli veritieri, invece di stenografare i portavoce ufficiali dell’esercito israeliano. Si è scoperto che “l’edificio dove la famiglia (gli 8 gazawi uccisi nell’attacco, compresi 5 bambini) viveva era su una lista di potenziali bersagli, ma ufficiali israeliani della Difesa hanno confermato ad Haaretz che nell’ultimo anno non era stata aggiornata o controllata prima dell’attacco… Fonti della Difesa hanno confermato che in nessuna fase l’area è stata controllata per [verificare] la presenza di civili.”

Con buona pace delle “numerose precauzioni” dell’esercito israeliano per evitare di colpire civili palestinesi.

C’è stata ulteriore disonestà da parte del Times. La seconda frase dell’articolo del Times informa che “il portavoce dell’esercito israeliano in lingua araba ha postato su twitter la foto del comandante della Jihad Islamica palestinese che sostiene sia stato ucciso nel raid…” Poi cita la Jihad Islamica che nega le affermazioni di Israele. A te, lettore, decidere.

Ma Haaretz ha continuato a fare vera informazione. In un articolo di poche ore dopo Kubovich e Khoury hanno rivelato che l’esercito israeliano ha ammesso che la dichiarazione relativa al “comandante della Jihad Islamica” era una menzogna. “Funzionari della difesa ora ammettono che si è trattato di una dichiarazione falsa,” hanno detto.

L’inviato del Times David Halbfinger è in Israele da più di 2 anni. Non sarebbe ora che si creasse qualche fonte all’interno dell’esercito israeliano?

Questo orribile crimine di guerra israeliano – perché di questo si tratta – ricorda una storia rivelatrice raccontata da Yonatan Shapira, l’ex-pilota dell’aviazione israeliana che ora è un refusnik [israeliani che si rifiutano di fare il soldato o di partecipare ad attività nei territori palestinesi occupati, ndtr.], uno dei sempre più numerosi israeliani che non continueranno a prestare servizio nell’esercito. Nel 2003 Shapira, ancora in servizio, si scontrò con il comandante dell’aviazione riguardo a quelli che vengono anche eufemisticamente chiamati “assassinii mirati” – aerei da guerra avevano sparato missili contro leader palestinesi a Gaza, uccidendo anche passanti innocenti, alcuni dei quali bambini.

Shapira chiese al comandante: “Cosa sarebbe successo se i dirigenti palestinesi si fossero trovati a Tel Aviv? Avresti ordinato ai tuoi piloti di sparare lì, mettendo a rischio passanti israeliani?” Il comandante rispose di no. “Quindi tu attribuisci maggior valore agli israeliani che ai palestinesi,” rispose Yonatan. “Cercati qualcun altro per pilotare il tuo aereo.”

James North è un redattore generale di Mondoweiss e per quarant’anni è stato un inviato in Africa, America latina e Asia. Vive a New York.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Quando l’esercito israeliano inizia ad attaccare lo fa anche la sua armata di troll in rete

Michael Arria

15 novembre 2019 – Mondoweiss

Act.IL [applicazione per telefonini rivolta a sostenitori di Israele, ndtr.] è una campagna internazionale filo-israeliana finanziata almeno in parte dal governo del Paese. Il progetto include un’applicazione che consente agli utenti di guadagnarsi punti e premi per la promozione dello Stato di Israele in rete, attaccando il BDS e altri movimenti filo-palestinesi. Secondo un reportage di Electronic Intifada [sito palestinese di notizie e commenti, ndtr.] dell’inizio dell’anno, opera con un bilancio di oltre un milione di dollari.

Michael Bueckert è uno studente di dottorato in sociologia ed economia politica alla Carleton University [università canadese con sede a Ottawa, ndtr.] e dall’aprile 2018 ha curato un account twitter che segue le “missioni” dell’applicazione. Bueckert ha parlato con Michael Arria di Mondoweiss della storia del progetto, del suo uso durante i recenti attacchi contro Gaza e della sua effettiva influenza o meno.

Arria: Solo per cominciare, penso che molte persone che stanno dalla nostra parte siano probabilmente a conoscenza del tuo lavoro. Ma per gente che non ne sa niente, puoi descrivere brevemente l’applicazione ACT:IL e spiegare chi la finanzia?

Bueckert: Sì. Ormai da un paio d’anni seguo le attività di propaganda dell’applicazione semiufficiale di Israele. Si chiama ACT.IL ed è stata creata con una sorta di collaborazione tra il governo israeliano e un certo numero di gruppi della lobby filoisraeliana negli USA finanziati da Sheldon Adelson [miliardario USA che finanzia Netanyahu e i coloni, ndtr.]. Forse c’è una mancanza di chiarezza riguardo all’esatta natura di quel rapporto. L’applicazione è stata finanziata in parte dal governo israeliano… Penso che il governo abbia pagato per lo sviluppo del sito web su cui è stata ospitata e per parecchie pubblicità, compresi contenuti sponsorizzati, come articoli sponsorizzati su giornali israeliani che sembrano proprio normali articoli ma sono stati pagati essenzialmente dal governo israeliano. All’epoca gli sviluppatori dell’applicazione stavano parlando con lo Shin Bet (il servizio di sicurezza interna di Israele) e con i funzionari della difesa israeliana di come avrebbero lavorato per identificare obiettivi in rete e per avere una sorta di compito per elaborare le reazioni. Ma su questo hanno fatto una parziale marcia indietro.

Ma fondamentalmente è un’applicazione che chiunque al mondo può scaricare sul proprio telefonino e identifica obiettivi in rete, le chiamano “missioni”, in cui singoli individui filoisraeliani possono molto facilmente partecipare a una discussione in rete. Quindi identificherà un tweet che loro devono leggere o un commento su Facebook riguardo a un articolo di notizie che gli può piacere. Essenzialmente, è un modo per coordinare in rete un comportamento in modo che sembri naturale, ma in realtà è assolutamente architettato da questa specie di organismo centralizzato con il sostegno del governo israeliano. Però l’obiettivo è condizionare molto rapidamente il discorso in rete in modo che sia a favore di Israele.

Arria: Hai una qualche idea di quante persone stanno usando l’applicazione e portando avanti queste “missioni”?

Bueckert: È difficile dirlo in ogni momento. Non sembra che ci siano molte persone. Sicuramente ci sono migliaia di persone che hanno scaricato l’applicazione, forse decine di migliaia. Ma è difficile valutare esattamente quanta gente sia attiva in modo continuativo. Molte missioni non sembrano avere molta diffusione, non tanti utenti hanno partecipato a molte di esse. Per cui è molto, molto difficile dirlo.

Arria: Ci sono momenti particolari in cui l’applicazione è più attiva che in altri?

Bueckert: Di nuovo, è difficile dirlo in termini di utilizzo, ma sicuramente lo si può dire magari in base alla quantità di missioni che l’applicazione sta producendo. Ci sono un sacco di argomenti diversi. Direi che le missioni sono più frequenti ogni volta che un musicista o un artista sta per andare in Israele. In genere c’è un numero di missioni per l’applicazione che danno indicazione agli utenti di fare commenti sui loro post di Instagram o dare loro il benvenuto in Israele, questo tipo di cose, per una sorta di lotta contro qualunque pressione che possano ricevere a favore del boicottaggio [contro Israele].

Poi c’è un’intera categoria di missioni più serie e importanti, dove viene veramente presa di mira una specifica questione locale, di solito in università dove devono colpire una specifica conferenza o gruppo di studenti in modo che sembri che ci sia una reazione spontanea contro un’organizzazione filo-palestinese, quando in realtà è tutto preordinato. E in qualche caso, intendo dire, l’applicazione si è vantata di aver fatto licenziare persone o di aver fatto annullare eventi. Per cui quando prende di mira una questione locale può realmente avere una grande impatto.

E poi penso che i momenti in cui si vede la maggiore attività sia come ora, quando c’è un’escalation di violenza, soprattutto con attacchi aerei contro Gaza e il lancio di razzi in risposta. È quando hai una risposta assai massiccia, con tutta una serie di missioni tutte in una volta. E forse c’è un’impennata negli utenti reali che sfruttano queste missioni, non so. Ma sicuramente l’applicazione è molto più attiva in questi momenti.

Arria: Su questo punto puoi parlare del tipo di missioni che hai visto di recente? È appena stato annunciato un cessate il fuoco, ma negli ultimi due giorni Israele ha lanciato missili contro Gaza. Com’è una tipica missione quando succede qualcosa del genere?

Bueckert: Certo. Quindi adesso ci sono circa 40 missioni relative a questo problema. La maggior parte di queste missioni sta prendendo di mira articoli di notizie, su Facebook o Twitter, in cui ti si chiede di lasciare un commento che metta in discussione la terminologia utilizzata. Se il titolo dell’articolo dice che è stato ucciso un miliziano della Jihad Islamica, ti viene chiesto di commentare: “Hai omesso un’informazione importante” o “È una prospettiva di parte.” Questo tipo di cose, E penso che il punto principale di questo tipo di missioni (soprattutto su Facebook) sia fare in modo che gli utenti normali scoprano le notizie e si imbattano in quegli articoli informativi, perché quello che stanno cercando di fare (e in questo caso, hanno molto successo) è ottenere questi commenti a sostegno per mettere in cima alla lista un commento proprio sotto all’articolo su Facebook. Così se sei un utente casuale di Facebook e ti imbatti in questi articoli di notizie, la prima cosa che vedi appena sotto il titolo sono questi commenti critici da parte di persone qualsiasi in rete e quella che sembra una normale reazione spontanea a quell’articolo è in realtà coordinata. Quindi direi che così è la maggioranza delle missioni.

E molte di loro intendono distogliere l’attenzione delle notizie dal fatto che sono state le uccisioni mirate di dirigenti della Jihad Islamica da parte di Israele che hanno deliberatamente scatenato quest’ultima serie di violenze. E così molti articoli stanno cercando di contrastare ciò dicendo che ci sono razzi tutto il tempo, Israele non ha colpito per primo. Ci sono anche parecchie missioni in cui, per esempio, condividono su Facebook video di razzi lanciati su Israele per dire che così è la vita sotto il terrorismo da Gaza, questo genere di cose.

Alcune missioni sono un po’ offensive. Una di loro riguarda la condivisione del video di un uomo in Israele e di come il suo cane sia stato emotivamente scioccato dal lancio di razzi, favorendo così il benessere dei cani in Israele. Nel frattempo penso che in quel preciso momento erano stati uccisi 36 palestinesi. Quattro di loro erano minorenni. E quindi (le missioni riguardano il fatto di) evitare qualunque domanda sulle vittime palestinesi e cercare di dare tutta la colpa a Gaza. E questo è il tipo di missioni che in questo momento stanno inondando l’applicazione.

Arria: So che è impossibile quantificare quale impatto cose del genere stiano avendo, ma personalmente hai la sensazione che stia in qualche modo facendo la differenza in termini di opinioni a favore di Israele?

Bueckert: È veramente impossibile dirlo. Ci sono stati una serie di tentativi di verificarlo. (Uno studio) ha suggerito che molto del traffico per la pagina di destinazione che hanno creato sia arrivato effettivamente dal mio account Twitter, mettendolo in evidenza, piuttosto che dall’applicazione stessa. E quindi ciò suggerisce che ci sia molto poco da ricavarne, almeno ciò è avvenuto in precedenti occasioni.

Anche Electronic Intifada ha fatto su ciò qualche articolo, che suscita qualche domanda sulla sua efficacia, considerando soprattutto la quantità di denaro e di risorse che sono stati impiegati. Penso sia veramente impossibile dire se commenti di “mi piace” su Facebook e Twitter facciano una qualche differenza o meno, ma sospetto che sia tutt’al più molto ridotta.

Tuttavia direi che quando si tratta di missioni più mirate, che attaccano determinati individui e riguardano la situazione lavorativa di persone o cercano di far annullare conferenze, queste sembrano essere piuttosto efficaci. C’è stato un caso all’inizio dell’anno, quando l’applicazione ha avuto molte missioni da perseguire (il Comitato Consultivo per il Modello di Programma di Studi Etnici della California) per la proposta di un programma di studi etnici che parlava in termini positivi dei palestinesi e del BDS come movimento sociale. E ci sono stati molte missioni che hanno preso di mira specifici consigli di amministrazione scolastici, mandando mail ai singoli individui sul comitato di programma. Quindi quando si tratta di questi specifici esempi, penso che l’applicazione possa essere piuttosto efficace. Ma quando si tratta solo di cercare di condizionare la reazione generale a un avvenimento come gli attuali raid aerei e razzi, non lo so proprio.

Arria: Il monitoraggio dell’applicazione ti ha dato la sensazione di quanto Israele stia prendendo seriamente il movimento BDS? Da una parte si sentono costantemente gruppi filo-israeliani prendersi gioco del movimento perché avrebbe un impatto insignificante, ma poi ci sono anche molte risorse che vengono utilizzate per combatterlo, come vediamo in questo caso.

Bueckert: È un dibattito che c’è anche in Israele e tra diversi ministeri, persino riguardo a se (il BDS) sia realmente una minaccia o qualcosa su cui valga la pena di impiegare risorse. Il ministero degli Affari Strategici, ovviamente, è quello che si occupa di tutta la faccenda. Ma al ministero degli Affari Esteri penso che la concezione sia che dovrebbero piuttosto semplicemente ignorarlo e lasciarlo perdere, per cui è difficile dire cosa effettivamente pensino.

Cosa suggerisce la quantità di risorse che mettono in questo tipo di campagne? Beh, non penso che suggerisca necessariamente che (credano che il BDS sia una reale minaccia), ma piuttosto che non hanno intenzione di lasciare che una qualunque opinione a favore dei palestinesi venga accolta all’interno dell’attuale discorso pubblico. La mia impressione è che tutto ciò riguardi meno la minaccia concreta del BDS e più l’assoluta intolleranza relativa a qualunque cosa positiva nei confronti dei palestinesi.

Michael Arria è il corrispondente dagli USA di Mondoweiss.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Indignazione dopo che un video fatto filtrare mostra un poliziotto israeliano sparare a un palestinese alla schiena

Yumna Patel

4 novembre 2019 – Mondoweiss

Le reti sociali palestinesi si sono scatenate durante il fine settimana in quanto la gente ha manifestato la propria indignazione riguardo a un video filtrato clandestinamente che mostra un poliziotto di frontiera israeliano che spara a un palestinese alla schiena mentre l’uomo si allontana dai poliziotti con le mani in alto.

Il video, girato l’anno scorso, è stato fatto filtrare durante il fine settimana e divulgato sabato al pubblico dal Canale 13 israeliano.

Le immagini mostrano poliziotti di frontiera israeliani che ordinano a un palestinese non identificato di girarsi e allontanarsi da loro, che si trovavano a un posto di controllo tra la Cisgiordania e Gerusalemme.

Corri”, dicono i poliziotti all’uomo, che allora si gira prontamente, alza le mani e si allontana in gran fretta da loro.

Pochi secondi dopo, mentre un poliziotto filma con il suo telefonino, un altro poliziotto spara una pallottola ricoperta di gomma, che può essere letale se sparata a corta distanza, colpendo l’uomo alla schiena. Allora questi cade a terra e lo si sente gridare di dolore.

Secondo Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] l’incidente è stato reso noto lo scorso anno durante un’inchiesta relativa ad un’altra vicenda che ha coinvolto poliziotti di frontiera che hanno picchiato un palestinese senza alcun motivo apparente.

La poliziotta incriminata, che avrebbe circa 20 anni, è stata arrestata insieme ad altre quattro colleghe e congedata dalla polizia di frontiera solo per essere poi arruolata come soldatessa nell’esercito per terminare il suo servizio di leva.

Il portavoce della polizia israeliana Micky Rosenfeld ha detto ai media che gli altri poliziotti di frontiera presenti alla scena sono stati “esonerati dal servizio e alcuni di loro sono stati trasferiti ad altra mansione.”

Secondo Haaretz, lo scorso ottobre, durante un’udienza in tribunale per il poliziotto, il giudice avrebbe affermato che a quanto pare egli avrebbe sparato al palestinese “come un modo discutibile per divertirsi.”

Il video mostra la gravità del cieco odio e del razzismo sionista,” ha affermato in un comunicato l’OLP, dicendo che “le vite e il sangue dei palestinesi sono diventati uno spasso per gli assassini.”

Su twitter la dottoressa Hanan Ashrawi [storica dirigente politica palestinese, ndtr.] ha manifestato la propria rabbia, scrivendo: “Volgare e crudele disumanità: l’orrore inammissibile quando un palestinese disarmato viene colpito a sangue freddo solo perché ‘prodi’ soldati israeliani possono farlo con impunità e per il proprio divertimento. Basta #IsraeliCrimes. #FreePalestine.”

Buona parte della frustrazione manifestata dai palestinesi sulle reti sociali durante il fine settimana non deriva solo dalla sparatoria, ma anche dal presunto scambio di parole tra i poliziotti che ne è seguito.

Secondo Haaretz, prove presentate durante l’udienza relative alla poliziotta hanno incluso messaggi di testo tra lei è la sua unità in cui si vantava della sparatoria.

Nel suo reportage Canale 13 ha citato l’avvocato della poliziotta sospettata mentre dice che lei non è responsabile dello sparo. Il reportage include anche uno scambio su Whatsapp che avrebbe avuto luogo tra un altro soldato maschio dell’unità e qualcuno che potrebbe essere la sua fidanzata.

Schermate circolate sulle reti sociali mostrano la presunta fidanzata del poliziotto chiedere se è arrivato, e lui risponde. “Sì, siamo al portone, ma che te ne pare dello sparo? Sono o non sono un professionista?”, e un emoticon con un braccio piegato [per mostrare i muscoli].

La sua fidanzata risponde: “Sì, amore mio, sei un professionista. Sii prudente!” insieme a un emoticon con un cuoricino.

Mondoweiss non ha potuto verificare l’autenticità di questi messaggi.

In seguito alle reazioni durante il fine settimana, domenica il ministero della Giustizia israeliano ha affermato che deciderà nelle prossime settimane se presentare una denuncia contro la soldatessa o no.

La sparatoria ha suscitato un’accesa reazione da parte di gruppi per i diritti e di palestinesi in Cisgiordania, dove tali incidenti sono diventati normali ai posti di controllo e in altre zone in cui ai soldati israeliani viene data la possibilità di esercitare il proprio controllo sui palestinesi.

Questa documentazione eccezionale mostra quello che purtroppo è un avvenimento frequente: le forze di sicurezza israeliane che colpiscono un palestinese senza alcuna ragione,” ha detto su twitter il portavoce di B’Tselem [organizzazione israeliana per i diritti umani, ndtr.] Amit Gilutz. “Questi esempi sono il diretto risultato della cultura di impunità promossa da Israele, che è fondamentale per la continuazione del suo controllo militare sui palestinesi.”

B’Tselem ha continuamente criticato l’esercito israeliano per la sua mancanza di responsabilizzazione dei soldati che quotidianamente violano i diritti umani dei palestinesi, affermando:

Questo è il comportamento standard del sistema di applicazione delle leggi militari, basato sulla consapevolezza che avallare – anche implicitamente – le evidenti infrazioni dei soldati agli ordini senza rendere nessuno responsabile è ciò che consente il continuo uso di forza letale. Questa forza è fondamentale per la possibilità di Israele di conservare il suo controllo violento su milioni di palestinesi.”

Yumna Patel è l’inviata di Mondoweiss in Palestina.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)