Una conferenza israeliana in commemorazione di Yitzhak Rabin ha evidenziato il ruolo centrale del sionismo progressista nel genocidio di Gaza

Jonathan Ofir  

15 novembre 2025 – Mondoweiss

Una conferenza per commemorare Yitzhak Rabin ha messo involontariamente in luce il ruolo centrale della sinistra israeliana nel gettare le basi e portare avanti il genocidio a Gaza.

Venerdì scorso il partito israeliano “di sinistra” I Democratici (una fusione dei partiti Laburista e Meretz) ha ospitato l’annuale conferenza per la commemorazione della morte del primo ministro Yitzhak Rabin. L’evento ha dimostrato soprattutto la natura profondamente genocida della sinistra israeliana.

Sono passati 30 anni da quando, il 4 novembre 1995, è stato ucciso da un attivista di destra e la conferenza si è svolta a Tel Aviv nel Seminario dei Kibbutz, un luogo che rappresenta il sionismo laburista di Rabin. La lista degli ospiti è stata un chi è chi di quelli che sono considerati l’opposizione israeliana e la maggior parte di loro è profondamente implicata nel genocidio di Gaza.

Non c’è miglior esempio di ciò che una delle attrazioni dell’evento: Giora Eiland. Il generale in congedo, ex-capo dell’Institute for National Security Studies [Istituto per gli Studi della Sicurezza Nazionale] (INSS), è stato uno degli ospiti d’onore ed è probabilmente meglio noto ora per aver invocato nel novembre 2023 la carestia intenzionale a Gaza e favorire anche la diffusione di epidemie. Tuttavia ora è più famoso come l’autore del “Piano dei Generali”, che è diventato il modello per la pulizia etnica di Gaza negli ultimi due anni.

Normalmente la gente considererebbe Eiland un fascista di destra, ma in Israele è ritenuto di sinistra. La sua affiliazione con la “sinistra” del partito laburista sionista israeliano viene dal suo passato rurale nel moshav (insediamento agricolo) di Kfar Hess. L’aspetto più caratterizzante della sua carriera è stato nella sicurezza (militare), che è probabilmente la caratteristica più qualificante della sinistra sionista. Eiland è stato un negoziatore del cosiddetto “processo di pace” guidato da Shimon Peres negli anni 2001-2003, quando Peres faceva parte del governo del primo ministro Ariel Sharon [della destra nazionalista, ndt.]. 

È interessante notare come i Democratici abbiano subito una certa reazione per la presenza di Eiland all’evento, dato il suo ruolo nel genocidio. In risposta il capo del partito Yair Golan ha sostenuto semplicemente che il generale si è scusato per le sue varie dichiarazioni genocide, un’affermazione non verificata, ed ha accusato i critici di essere “puristi”. Un attivista ha brevemente interrotto l’evento contro la partecipazione di Eiland, ma rapidamente lo spettacolo è ricominciato.

L’evento ha incluso un messaggio registrato del presidente di Israele, Isaac Herzog. Herzog non è solo un bugiardo razzista, che ha definito i “matrimoni misti” negli USA ‘una piaga’ e poi ha detto che la gente lo aveva frainteso: ha anche incitato al genocidio sostenendo nell’ottobre 2023 che a Gaza non c’erano persone “innocenti”. Quando gli è stato rinfacciato ed è stato incluso nel processo per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia, ha di nuovo sostenuto di essere stato frainteso. Almeno Itamar Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza Nazionale più apertamente fascista, difende quello che dice.

D’altra parte Herzog è una figura ‘apolitica’, in quanto in Israele la posizione del presidente è ufficialmente formale, eppure ha un passato come dirigente di sinistra, di ex-leader del Partito Laburista. Poi abbiamo Ehud Barak. Il “Signor Sicurezza” di Israele, il soldato più decorato, un ex-capo di stato maggiore, ministro della Difesa e primo ministro. Barak si è vantato che l’occupazione del 1967 fu una “liberazione di queste parti della terra” e ha deplorato che “a politici di sinistra”, compreso Rabin, non venisse dato il giusto merito per i “risultati della colonizzazione in Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.]”. Un vero uomo di sinistra.

E poi c’è Yair Golan, il leader dei Democratici. Golan è arrivato al potere politico dopo un’esperienza di scarso successo con il Meretz (che non ha raggiunto il quorum nel 2022). Più tardi, in seguito al 7 ottobre 2023, è diventato più popolare sia per le sue missioni di salvataggio solitarie quel giorno [in particolare al Nova Festival, ndt.], sia anche per il suo aperto sostegno al genocidio. All’inizio dell’anno ha detto sul podcast di Haaretz che “a tutti noi piacerebbe svegliarci una mattina di primavera e scoprire che 7 milioni di palestinesi che vivono tra il mare e il fiume sono semplicemente spariti.” Chi sarebbero i “noi”, vi chiederete? I Democratici, ovviamente, e il resto dello spettro sionista, si suppone.

E infine Rabin, l’uomo che veniva celebrato. Rabin esemplifica la “pace” che la sinistra sionista sta cercando di creare, e non c’è alcuna pace. Benché venga ricordato per il suo ruolo negli accordi di Oslo e per aver promosso un percorso verso una “soluzione a due Stati”, solo un mese prima del suo assassinio Rabin garantì che gli accordi avrebbero dato come risultato una “entità palestinese” che sarebbe stata “meno di uno Stato”.

“Non ritorneremo ai confini del 4 giugno 1967”, affermò con decisione, un punto che Benjamin Netanyahu ha citato svariate volte. E ovviamente dai palestinesi Rabin è ricordato piuttosto come uno dei comandanti della pulizia etnica nel 1948, così come colui che invitò [l’esercito] a rompere le ossa [dei palestinesi, ndt.] durante la Prima Intifada (1987-93).

E questo mette realmente nella sua vera luce tutta la conferenza. L’eredità della pulizia etnica, dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio è fondamentale per Israele, anche per la sua “sinistra”. È il prisma attraverso il quale vedere gli accordi più recenti: gli Accordi di Abramo (firmati per la prima volta nel 2020), riguardano una ‘pace economica’ o il recente ‘cessate il fuoco’ con Gaza, entrambi intesi a rafforzare la colonizzazione israeliana della Palestina, non a porvi fine.

Netanyahu promette che Israele “vivrà per sempre con la spada in mano”, ed è proprio così. In un’altra recente commemorazione di Rabin Yair Golan ha sostenuto il contrario: “Chiunque stia cercando una reale sicurezza deve capire che non può esistere uno Stato che vive solo con la spada, e la pace è l’unico modo per garantire che i giovani in Israele non debbano più pagare il prezzo della sua assenza.”

Belle parole. Ma l’evento dei Democratici dimostra che Israele vive con la spada e non con le sue parole. E la “sinistra” israeliana gioca un ruolo centrale in questo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Donne palestinesi raccontano di come le forze israeliane le abbiano usate come scudi umani a Gaza e in Cisgiordania

Majd Jawad

28 ottobre 2025 – Mondoweiss

Durante il genocidio di Gaza diverse testimonianze hanno documentato l’uso di donne palestinesi come scudi umani da parte dell’esercito israeliano. Non si tratta di atti isolati compiuti da soldati ribelli, ma di una pratica sistematica nota ai comandanti israeliani e riconosciuta dagli stessi soldati.

Mi hanno costretta a portare un drone dentro sette case per ispezionarle e assicurarsi che fossero vuote di persone o attrezzature militari. La mia bambina ha pianto per ore mentre mi aspettava. Li ho supplicati di permettermi di allattarla, ma hanno rifiutato, continuando a usarmi come scudo umano, ha raccontato Hazar Al-Sititi, 33 anni, del campo profughi di Jenin.

Durante l’assedio di dieci giorni del campo profughi di Jenin da parte dell’esercito israeliano nell’agosto 2024 i soldati hanno costretto Al-Sititi a separarsi dalla sua bambina di sei mesi e a eseguire i loro ordini.

Mi obbligavano a precedere un’unità di fanteria composta da circa 30 soldati, con una distanza di dieci metri tra noi. Poi mi ordinavano di entrare nelle case, costringere gli abitanti a uscire e riprendere l’interno prima che i soldati facessero irruzione per arrestare i giovani che cercavano, racconta Al-Sititi.

Questa non è stata soltanto l’azione occasionale di un soldato scellerato, ma rispecchia una pratica militare sistematica, attuata con il consenso dei comandanti israeliani, come ammesso dai soldati in una precedente indagine di Haaretz. Nell’esercito sanno che non si tratta di un atto isolato compiuto da un giovane e insensato comandante di compagnia che agisce di propria iniziativa, ha dichiarato un soldato agli intervistatori.

Dall’inizio del genocidio a Gaza sono emerse testimonianze che documentano l’uso da parte dell’esercito israeliano del corpo di donne palestinesi come scudo umano, in base a procedure specifiche stabilite per proteggere i soldati israeliani dal pericolo durante le operazioni di terra e le incursioni nelle aree palestinesi.

Una scelta tra mia figlia e la mia vita

«Quel giorno circa 70 soldati israeliani hanno invaso il campo e lo hanno circondato. Hanno arrestato diversi giovani prima di giungere alla mia abitazione. Hanno sfondato la porta e hanno urlato contro la mia bambina. Poi mi hanno costretta a scegliere: o mi avrebbero portato via mia figlia, oppure sarei stata usata come scudo umano», ha raccontato Iman al-Amer, 41 anni, del campo di Jenin.

I soldati hanno ordinato a Iman di entrare in diverse case, costringere i residenti a uscire avvisandoli che un rifiuto avrebbe comportato la loro uccisione.

Questa pratica fa parte di quello che è noto come Protocollo Zanzara, una procedura militare non dichiarata in base alla quale i detenuti, deliberatamente trattenuti sul campo invece che nelle prigioni israeliane, sono costretti a svolgere rapide mansioni in siti civili o militari prima dell’ingresso dei soldati.

Perché le donne?

IL’uso da parte di Israele del corpo dei palestinesi come scudo umano coinvolge palestinesi di ogni età e sesso. Nel corso di decenni di occupazione dei territori palestinesi Israele ha preso di mira non solo gli uomini, ma anche i bambini, gli anziani e le donne, sia durante le operazioni militari su larga scala che nelle incursioni quotidiane.

La dottoressa Lina Meari, del Dipartimento di Scienze Sociali e Comportamentali e dell’Istituto per gli Studi sulle Donne, ha spiegato: La visione delle questioni di genere da parte delle potenze coloniali è rigida e costante, radicata nella convinzione che le donne siano intrinsecamente deboli e possano essere sfruttate come strumenti, attraverso molestie o stupri, o utilizzate per esercitare pressione sui combattenti resistenti affinché si arrendano o compiano operazioni militari. In questo contesto, l’uso del corpo di una donna come scudo umano può anche essere inteso come una tattica per costringere i membri della resistenza a non usare armi contro i soldati israeliani durante le operazioni militari, data la sua condizione delicata’”.

Come evidenzia il libro Human Shields: A History of People in the Line of Fire, [di Neve Gordon e Nicola Perugini, pubblicato in Italia col titolo Scudi Umani: una storia dei corpi sulla linea del fuoco, Ed. Laterza, ntr.] l’attenzione globale sulle donne e i loro diritti coincide paradossalmente con il loro sfruttamento come scudi umani. Ciò che un tempo era socialmente emarginato, le donne e i bambini, è diventato un obiettivo strategico.

Durante l’attuale genocidio sono emerse testimonianze di diversi ragazzi e ragazze palestinesi usati come scudi umani dall’esercito israeliano. Tra queste c’è la storia della piccola Malak Shahab, nove anni, del campo di Nur Shams a Tulkarem, portata via da casa insieme alla sua famiglia e trattenuta con quello scopo.

Secondo il racconto di Malak, I soldati mi spingevano contro ciascuna porta della casa di mia zia, mentre loro stavano dietro di me, pronti a sparare. Quando nessuno rispondeva, e con profonda disperazione per essere costretta a obbedire, bussavo alla porta con la testa”.

Lo sfollamento forzato come strategia

«Mi hanno usata come scudo umano tre volte fin da quando ero bambina. Ogni volta eseguivo compiti militari sotto minaccia e ogni volta pretendevano che lasciassi subito dopo il campo. Anche se mi usassero mille volte, rimarrei comunque nel mio quartiere», afferma Hazar Al-Sititi.

Questo comportamento potrebbe indicare che tali protocolli vadano oltre una semplice tattica militare del momento, trasformando il corpo palestinese e l’individuo in un bersaglio a sé stante. Le donne sono state usate come scudi umani nel campo di Jabalia come parte di un piano più ampio per svuotare l’area dei suoi abitanti”, dice Meari, aggiungendo: “I colonizzatori ricorrono alle donne nei momenti in cui non riescono a reprimere la resistenza o a proteggersi. Gli attacchi in un luogo come il campo di Jabalia erano inaspettati, quindi l’esercito israeliano si è servito di ogni mezzo a sua disposizione, compresi gli scudi umani, per proteggersi”.

Secondo un’indagine del sito ebraico “The Warmest Place in Hell” [Il posto più caldo dell’Inferno, ndtr.], nell’ambito della sua politica di sfollamento forzato dei civili fin dal primo giorno del genocidio, l’esercito israeliano ha usato una coppia di anziani come scudi umani per costringerli a lasciare la loro casa, dopo che la coppia aveva dichiarato di non poter raggiungere Khan Younis a piedi e di non avere un posto dove andare in seguito agli ordini di evacuazione dell’esercito.

Un’altra indagine condotta dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor [ONG per i diritti umani con sede a Ginevra, ndtr.] ha identificato la coppia di anziani come Maziyouna Abu Hussein e Muhammad Abu Hussein. Sono stati costretti a entrare nelle case per verificare che fossero sicure e, una volta portato a termine il loro compito, i soldati israeliani li hanno giustiziati con dei colpi di arma da fuoco.

Il protocollo Zanzaraa Gaza

Dopo il suo arresto nella Striscia di Gaza il 7 ottobre 2023 Muhannad Wasfi è stato usato come scudo umano dai soldati israeliani. “Dopo 45 giorni nelle prigioni israeliane mi hanno trasferito nella parte meridionale della Striscia per svolgere una missione militare, alla ricerca di tunnel all’interno delle case. Ho perquisito case vuote, sollevando tappeti e spostando mobili alla ricerca di un’apertura o di un buco, ma non ho trovato nulla”, ha detto Wasfi.

Ha continuato: Per la prima volta ho sentito che la morte era imminente. Avevo sentito molte storie di palestinesi uccisi dai soldati anche dopo aver completato i compiti che erano stati loro imposti. Ogni volta che entravo in una stanza, recitavo la shahada [testimonianza di fede in Allah, ndtr.], come se fosse il mio ultimo respiro”.

La testimonianza di Muhannad è in linea con quello che è noto come Protocollo Vespa, in base al quale prigionieri e detenuti palestinesi vengono prelevati dalle prigioni israeliane e portati in zone di combattimento attivo per essere usati come scudi umani. Le testimonianze, compresa la sua, indicano che durante le operazioni di ricerca dei tunnel i detenuti sono spesso costretti a indossare uniformi militari israeliane, probabilmente per sgomberare gli ingressi dei tunnel da eventuali esplosivi nel caso in cui uno venisse individuato e fatto detonare dai combattenti.

Mi vestivano con la loro uniforme e mi mettevano un cappello, una telecamera e un dispositivo audio sulla testa. Mi bendavano gli occhi, mi legavano le mani e mi ordinavano di perquisire i luoghi. Mi interrogavano e mi torturavano. Una volta mi hanno spogliato nudo, mi hanno messo in una stanza, hanno acceso l’aria condizionata e hanno messo musica ad alto volume in ebraico fino a farmi perdere parzialmente l’udito, ha detto Wasfi.

L’infermiere Hassan al-Ghoul di Gaza ha testimoniato: Mi hanno costretto a indossare un’uniforme militare completa, ma senza armi, e mi hanno dato un attrezzo da taglio e una torcia elettrica. Mi hanno detto che avremmo fatto irruzione nell’ospedale Nasser e che io sarei entrato per primo. Mi hanno detto che mi avrebbero indicato un’apertura e che sopra la mia testa ci sarebbe stato un drone sotto il loro controllo aggiungendo: così, se fai qualcosa, possiamo vederti e controllarti. Mi hanno detto che sarei andato all’ospedale e che, se avessi trovato dei civili, avrei dovuto dire loro di andarsene perché l’esercito avrebbe fatto irruzione. Mi hanno ordinato di aprire tutte le porte chiuse e di manomettere tutte le bombole di gas a cui era attaccato un filo. Ho interrotto il soldato dicendo: Qualsiasi bombola di gas con un filo potrebbe esplodere con me vicino. Lui ha risposto: Lascia che esploda; è per questo che ti mandiamo lì’. Ho eseguito il compito dietro minaccia, sotto la mira di unarma”.

Una violazione anche della legge israeliana?

Forse questi protocolli militari definiscono i metodi di utilizzo dei palestinesi come scudi umani in un contesto storico recente, ma non tengono conto della lunga storia di questa pratica nella regione, che risale a prima della fondazione dello Stato di Israele.

Nel suo studio When Palestinians Became Human Shields: Counterinsurgency, Racialization, and the Great Revolt (1936-1939) [Quando i palestinesi divennero degli scudi umani: la controinserruzione, la razzializzazione e la grande rivolta (1936-1939) ndtr.] lo scrittore Charles Anderson ha documentato il primo caso registrato di scudo umano in Palestina durante la rivolta araba del 1936: Suleiman Touqan, sindaco di Nablus, che ricopriva un ruolo sociale di rilievo tra la popolazione locale. L’esercito britannico lo collocò sul tetto di un edificio militare per proteggere le proprie forze dagli attacchi dei combattenti palestinesi. Anderson sottolinea che questo faceva parte di una strategia più ampia per colpire i combattenti palestinesi e scoraggiare attacchi previsti sulle principali vie di comunicazione della zona.

Questa violazione israeliana dei corpi palestinesi divenne particolarmente evidente durante l’invasione delle città della Cisgiordania nel marzo 2002, durante la Seconda Intifada. Nota come “Procedura del Vicino”, prevedeva la perlustrazione delle abitazioni prima dell’ingresso dell’esercito alla ricerca di individui o combattenti ricercati.

Dopo la Seconda Intifada, il 6 ottobre 2005, la Corte Suprema israeliana ha emesso una sentenza che vieta l’uso di civili palestinesi come scudi umani nelle operazioni militari. Ciononostante l’esercito ha continuato a attuare questa pratica fino ad oggi, in palese violazione delle norme e del diritto internazionale.

Il diritto internazionale proibisce lo sfruttamento o l’uso di individui protetti dalla Quarta Convenzione di Ginevra, ai sensi degli articoli 28 e 49, come scudi umani per rafforzare le posizioni militari contro gli attacchi nemici o per prevenire attacchi di rappresaglia durante un attacco.

Il diritto internazionale umanitario garantisce alle donne una protezione speciale in tempo di conflitto, riconoscendo che le donne in particolare sono esposte a specifiche forme di violenza. Di conseguenza, necessitano di ulteriori tutele, sia in quanto madri, sia in quanto più vulnerabili alla violenza sessuale.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il fardello dell’imprecisione: sui limiti delle statistiche

Nicki Kattoura  

20 ottobre 2025 – Mondoweiss

Il numero di morti a Gaza rimane sconosciuto e le statistiche sono diventate uno strumento di contesa per capire l’entità del genocidio. Ma anche se avessimo un affidabile numero dei morti non riusciremmo ancora a comprendere la vastità del suo significato.

Dal 7 ottobre l’entità sionista ha ucciso a Gaza tra i 65.000 e i 680.000 palestinesi. La differenza è sconcertante, benché il numero più alto non sia necessariamente quello definitivo: è semplicemente ciò che sappiamo.

Il primo ci viene dal ministero della Sanità di Gaza, che raccoglie dati su ogni martire, compreso il suo nome e cognome, il numero di carta d’identità, l’età, il luogo di residenza, l’anno di nascita e il genere. In un’intervista a Drop Side [sito alternativo di notizie statunitense, ndt.] il dottor Zaher al-Wahaidi, direttore del Centro Informazioni, illustra il modo in cui l’identità di ogni martire sia confermata e conteggiata da ogni ospedale che riceve la vittima. Non vengono inclusi nella lista quelli che sono rimasti intrappolati sotto le macerie degli edifici distrutti o quanti muoiono per “morte indiretta”. Ciò include i bambini morti di fame, i pazienti di tumore che non hanno accesso alle cure o chi è stato ucciso da malattie a causa del collasso del sistema sanitario. Gli unici conteggiati nelle cifre ufficiali sono quelli che sono stati uccisi dall’impatto di un ordigno.

Quello di 680.000 è il nuovo dato stimato di morti sulla base di ritmo, durata e intensità della brutalità sionista. Molti ora hanno accolto quel numero nel proprio discorso, sostenendo giustamente che 65.000 è un dato talmente sottostimato che citarlo è di per sé una forma di negazione del genocidio.

L’unico fatto certo è che a Gaza non c’è un numero di morti confermato. Sappiamo che le statistiche diffuse dal ministero della Sanità sono la cifra minima. Abbiamo visto troppe tombe comuni, bambini fatti sparire dalle bombe israeliane e post di Telegram che condividono le liste quotidiane di martiri perché la quantità di uccisioni si mantenga così a lungo costante. Sappiamo che quelli che contano i nostri martiri sono stati anch’essi uccisi, che le uccisioni mirate di giornalisti hanno creato un blocco delle informazioni e che le infrastrutture necessarie per tenere il conto dei morti sono state decimate. A novembre [2023], solo un mese dopo l’inizio del genocidio, l’esercito israeliano ha invaso gli ospedali al-Shifa e al-Rantisi, che fungevano da centri per la raccolta dei dati del ministero della Sanità, portando a una interruzione nel conteggio dei morti. A causa delle dimensioni della violenza che il sionismo ha inflitto al popolo di Gaza non sappiamo quanti palestinesi sono stati uccisi.

Le statistiche sono diventate la misura del genocidio, il mezzo attraverso il quale abbiamo valutato le sue dimensioni, e per i nostri nemici [la misura] per mettere in dubbio questa situazione. In un editoriale particolarmente vergognoso Bret Stephens del New York Times afferma: “No, Israele non sta commettendo un genocidio a Gaza”, chiedendo perché il numero di morti non è dell’ordine di centinaia di migliaia. Sessantamila, sottintende, sono solo il destino di essere arabi e il solo modo in cui un palestinese può vivere è se muore prematuramente.

Lo stagnante bilancio delle vittime ha obbligato a un cambiamento temporale, spostando le sofferenze di Gaza da un conteggio del passato a una proiezione del futuro. L’80% delle case di Gaza che Israele ha bombardato ora viene compreso attraverso i 100 anni che ci vorranno per ricostruire la città costiera. L’estensione dei quartieri distrutti è quantificata attraverso i 10-15 anni necessari per rimuovere le macerie. E invece di tentare di arrivare a un bilancio attendibile dei morti i ricercatori ora stanno prevedendo quanti palestinesi di Gaza verranno uccisi dopo la fine ufficiale della guerra.

Il 19 giugno dell’anno scorso The Lancet ha pubblicato un articolo che tentava di dare conto di tutti i morti palestinesi. In esso, utilizzando una formula da 3 a 15 “morti indirette” per ogni “morte diretta”, l’articolo ha previsto che si potrebbe stimare che “senza un cessate il fuoco” oltre 186.000 palestinesi potrebbero essere morti entro la fine della guerra. Io, insieme a molti altri, ho frainteso quello che questi numeri riflettevano realmente: pensavo che Lancet stesse aggiornando il numero di morti a Gaza e non prevedendo il suo fatale esito se non si fosse raggiunto un cessate il fuoco. Non che fossero già morti 186.000 palestinesi, ma che sarebbero morti in futuro.

Al di là dell’incomprensibilità dell’inquadramento di un numero a sei cifre, sono rimasto sconvolto da questo. Innanzitutto sappiamo che non esiste una cosa come una morte indiretta. Carestia, malattie e la decimazione delle infrastrutture sanitarie sono le tecnologie della violenza dispiegate da Israele per sradicare direttamente i palestinesi da Gaza. Questa è la logica del genocidio: distruggere tutto ciò che serve per vivere e il risultato naturale sarà più morti in modo esponenziale.

Cosa ancora più preoccupante, la loro proiezione ha iniziato a funzionare come una profezia che impone una nuova distinzione tra i palestinesi: gli uccisi e quelli che non sono ancora stati uccisi. L’imprecisione sul bilancio dei martiri ci spinge a un macabro dilemma: se sottostimiamo i nostri martiri li condanniamo nel campo dell’inesistenza. Se li sopravvalutiamo li condanniamo a una morte predeterminata.

Ma anche se avessimo un numero preciso non capiremmo la profondità del suo significato.

Possiamo ragionare su 680.000 martiri quando è di per sé un compito impossibile visualizzarne 65.000?

Le statistiche cancellano, oscurano, confondono e derubano. Penso a quanto sia viscerale la mia risposta affettiva alle storie individuali dei morti, tanto che estrapolarla un migliaio di volte è impossibile e inevitabilmente oscurerebbe questi sentimenti. Muhammad Bhar, per esempio, era un giovane con sindrome di Down che è stato ucciso dopo che i soldati israeliani hanno scatenato i cani contro di lui. Mentre lo dilaniavano a morte Muhammad, che non era riuscito a parlare durante la maggior parte della sua vita, ha pronunciato le sue ultime parole: “Khalas, ya habibi” — “Basta così, mio caro.” I numeri per natura de-individualizzano e riducono la vita a un’equazione aritmetica, al freddo segno 1. I nostri martiri diventano indistinguibili a causa del modo in cui i numeri appiattiscono la vita in una serie di dati.

I numeri non possono comunicare la sofferenza che ha provato Muhammad, la permanenza della morte o distinguere tra il palestinese ucciso l’8 ottobre e quello ucciso oggi. Non possono comunicare le sofferenze dei palestinesi come interconnesse, quanto questo numero di palestinesi non sia solo sfollato e questo numero di palestinesi non sia solo malato, o affamato, ma che questi palestinesi sono malati e affamati e sfollati e feriti, o forse malati perché sono affamati, feriti perché sono sfollati.

Le statistiche non ci possono dire niente su come la vita sia afflitta o condannata alla morte. Un bilancio dei morti non può neppure contare i morti. Il numero non rivela le molte vite distrutte, l’amore che ora non ha nessun posto in cui andare, non rivela il dolore e la rabbia e lo strazio e lo sfinimento e i molti discorsi funebri scritti per sé che leggiamo tutti i giorni. È penosamente inadeguato, eppure continuiamo a contare, decisi a sapere quanti ce ne siano.

Spesso sentiamo l’indomito proclama: “Non siamo numeri.” Come dice il dottor al-Wahaidi nella sua intervista, “ognuno di quegli individui è più di un semplice numero: porta con sé una storia unica, una profonda tragedia, una casa piena di ricordi e una famiglia lasciata nel lutto. Non meritano di essere ricordati?” Ma il sionismo ha devastato Gaza a un tale livello che i numeri non esistono. La quantità di martiri è talmente grande che siamo obbligati ad essere imprecisi. Tale imprecisione fa sparire i palestinesi, li obbliga all’inesistenza e li condanna alla morte. Questi sono il fondamento e la logica di funzionamento del sionismo. Le loro ambizioni coloniali impongono un’unica meta ai milioni di palestinesi vissuti a partire dalla Dichiarazione Balfour [con cui nel 1917 la Gran Bretagna si impegnò a favorire la creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, ndt.]: sparire e morire.

Vogliamo sapere il numero anche se è inafferrabile, anche se quello che rappresenta ci terrorizza o ci ricorda il nostro spregevole fallimento e anche se siamo penosamente consapevoli che non è né corretto né include tutti [i morti]. Capisco la nostra fissazione, benché io non sia sicuro di sapere da dove venga.

Forse è un segno di rispetto, o forse ci offre un simulacro di controllo sulla narrazione del genocidio. Come possiamo vendicare i nostri martiri se non sappiamo quanti sono? Come fermeremo il moto rotatorio del mondo e spingeremo le masse ad agire se non abbiamo delle statistiche accurate? Se fossimo senza numeri dovremmo cercare altrove per provare che erano qui, che vivevano e che hanno ancora importanza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come sono collegati l’omicidio del giornalista di Gaza Saleh Aljafarawi e la repressione di Hamas contro le milizie sostenute da Israele

Tareq S. Hajjaj  

14 ottobre 2025  Mondoweiss

L’amato giornalista di Gaza Saleh Aljafarawi è stato assassinato nel corso della repressione di Hamas contro i clan e le milizie armati sostenuti da Israele che hanno saccheggiato gli aiuti umanitari e seminato il caos durante la guerra. Ecco in che modo sono collegati

L’uccisione del noto giornalista palestinese Saleh Aljafarawi, avvenuta domenica sera pochi giorni dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, è stata uno shock per molti a Gaza. Ma la tempistica della morte dell’amato giornalista ha sollevato molti interrogativi sullo stato di caos e illegalità che si sta diffondendo nella Striscia dopo la fine della guerra.

Secondo fonti locali i contatti con Aljafarawi si sono interrotti nel corso della giornata di domenica. In serata è emersa la notizia della sua uccisione nella zona di Sina’a a ovest di Gaza City. Quando il suo corpo è arrivato all’ospedale arabo al-Ahli, fonti locali hanno riferito che sul suo corpo c’erano segni evidenti di tortura e che sette proiettili lo avevano trafitto. Anche i polsi mostravano che era stato legato.

Aljafarawi aveva raccolto un notevole seguito sui social media durante gli ultimi due anni di genocidio israeliano a Gaza, documentando numerosi massacri e attacchi aerei nella metà settentrionale della Striscia durante la guerra.

Fonti locali indicano che Aljafarawi è stato ucciso da un gruppo armato del clan Doghmush, una delle più grandi famiglie palestinesi di Gaza con una lunga storia di inimicizia con Hamas che dura da decenni. Il clan Doghmush è stato accusato da Hamas di collaborare con Israele.

Secondo fonti locali e amici intimi di Aljafarawi il giornalista sarebbe stato ucciso mentre documentava gli scontri tra il clan Doghmush e l’Arrow Force, un’unità di Hamas formata durante la guerra per combattere le bande armate da Israele che saccheggiavano gli aiuti.

Mondoweiss ha tentato di contattare i membri dell’Arrow Force per un commento sulla morte di Aljafarawi, ma i continui scontri in tutta Gaza con le bande armate sostenute da Israele hanno reso difficile stabilire un contatto. 

Un funzionario del Ministero dell’Interno che sovrintende alla Arrow Force ha dichiarato a Mondoweiss che Aljafarawi è stato “deliberatamente preso di mira” da un gruppo “al di fuori della legge”. Il funzionario ha aggiunto che i membri del gruppo sono stati “trattati nel quadro della legge rivoluzionaria”.

Lunedì è circolato online un video diventato virale che, a quanto pare, mostra membri della Arrow Force che mettono in riga e giustiziano un gruppo di uomini accusati di tradimento e di collaborazione con l’esercito israeliano.

Hamas lancia una campagna di sicurezza contro le bande e le milizie sostenute da Israele

Quando Israele ruppe il precedente cessate il fuoco con Hamas a marzo di quest’anno, uno dei principali obiettivi delle forze armate israeliane furono i funzionari del Ministero dell’Interno, tra cui la polizia e le forze di sicurezza interna. Il sistematico attacco a questi organismi mirava a creare un vuoto di potere e a seminare il caos nella Striscia. Durante la guerra, l’intelligence israeliana ha finanziato e armato bande criminali e clan locali per attaccare Hamas e saccheggiare gli aiuti umanitari, aggravando la polarizzazione sociale. Lo scorso giugno il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha apertamente riconosciuto come propria questa politica.

Uno dei più noti fra questi gruppi armati, le cosiddette Forze Popolari, è guidato da Yasser Abu Shabab, membro del clan beduino Tarabin. Si ritiene che si trovi a Rafah, in aree ancora sotto il controllo israeliano.

Subito dopo la fine della guerra, quando Hamas ha lanciato la campagna di sicurezza su larga scala per ristabilire l’ordine e arrestare i collaboratori accusati di aver lavorato per Israele durante la guerra, a Gaza si è diffuso il caos. La campagna mira anche a smantellare i gruppi armati che operavano sotto protezione israeliana.

Hamas ha annunciato la mobilitazione e il dispiegamento di 7.000 agenti di sicurezza in tutta Gaza per “iniziare a ristabilire l’ordine, porre fine al caos e perseguire i collaboratori dell’esercito israeliano”.

Quando un giornalista gli ha chiesto lunedì del “riarmo” della polizia e delle forze di sicurezza di Hamas, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha risposto ai giornalisti: “Lo capiamo perché vogliono davvero porre fine ai problemi, sono stati chiari al riguardo e abbiamo dato loro l’approvazione per un certo periodo”. Trump ha poi ribadito la sua difesa della repressione di Hamas ammettendo che Hamas “ha eliminato un paio di bande molto pericolose”.

“E questo non mi ha dato fastidio, a dire il vero”, ha detto il presidente degli Stati Uniti ai giornalisti.

La campagna è iniziata a Gaza City e nell’area di Tal al-Hawa, quando membri della Arrow Force di Hamas hanno preso d’assalto un isolato residenziale appartenente alla famiglia Doghmush nelle aree di Sabra e Sina’a. L’operazione è avvenuta dopo un assedio totale della zona, prendendo di mira diversi membri del clan accusati di collaborare con Israele.

Il sito Telegram al-Hares (“The Guardian”), una piattaforma affiliata all’apparato di Sicurezza della Resistenza che si occupa di scoraggiare e mettere in guardia contro la collaborazione con Israele, ha riferito che è stato lanciato un piano di sicurezza interna per “mettere in sicurezza il fronte interno”. Secondo il sito, gli agenti di sicurezza hanno promesso di perseguire tutti i criminali e i trasgressori della sicurezza in tutta la Striscia.

Il primo attacco è stato contro i complessi residenziali della famiglia Doghmush a Gaza City, quando le forze di Arrow (Sahm) hanno preso d’assalto un isolato residenziale appartenente al clan e ucciso oltre quindici persone, secondo i resoconti sul campo. Le forze di Arrow hanno continuato ad assediare la zona e hanno chiesto la consegna di diversi membri della famiglia ricercati per reati penali, non correlati al collaborazionismo.

Questi individui erano stati precedentemente condannati e incarcerati da Hamas prima della guerra, ma erano stati rilasciati durante il genocidio. Fonti locali hanno riferito a Mondoweiss che durante la guerra erano stati coinvolti in saccheggi, furti e nella diffusione del caos. Quando si sono rifiutati di arrendersi all’unità di Arrow hanno cercato rifugio all’interno dell’ospedale da campo giordano di Tal al-Hawa.

Cosa è successo il giorno in cui è stato ucciso Saleh Aljafarawi

Delle fonti hanno riferito a Mondoweiss che membri del clan Doghmush avevano rapito sia Saleh Aljafarawi che Naeem Naeem, figlio di Bassem Naeem, importante leader di Hamas e membro del politburo, uccidendoli entrambi. Lo stesso giorno il clan avrebbe ucciso due combattenti della resistenza, uno dei quali Muhammad Imad Aqel, figlio del comandante di Hamas Imad Aqel assassinato da Israele nel 1993.

La famiglia Aqel ha rilasciato una dichiarazione in cui accusa il clan Doghmush di essere responsabile. “All’inizio del cessate il fuoco, venerdì 10 ottobre, nostro figlio ha lasciato uno dei tunnel di combattimento con uno dei suoi commilitoni per andare a trovare i compagni”, ha scritto la famiglia. “Sono stati attaccati da un gruppo di uomini armati che li stavano aspettando nei pressi dell’ospedale da campo giordano”.

La dichiarazione affermava che gli uomini armati appartenevano alla famiglia Doghmush e a milizie sostenute da Israele e affiliate alla “occupazione sionista”.

“Hanno rapito nostro figlio, lo hanno interrogato, gli hanno rubato la sua arma personale e una somma di denaro, e lo hanno giustiziato a sangue freddo”, prosegue il comunicato della famiglia.

La dichiarazione della famiglia ha ritenuto responsabile il clan Doghmush e lo ha invitato a revocare la “protezione tribale” al “gruppo criminale” responsabile dell’uccisione di Aqel, membro delle Brigate Qassam.

Gli scontri tra il clan Doghmush e le forze Arrow di Hamas sono continuati per giorni, causando la morte di almeno quindici membri dell’unità Arrow.

La famiglia Doghmush ha successivamente rilasciato una propria dichiarazione in cui condannava le uccisioni.

“Noi, della famiglia Doghmush, denunciamo fermamente l’uccisione del cittadino Muhammad Aqel e del giornalista Saleh Aljafarawi”, si legge nella dichiarazione. “Si tratta di atti individuali che non rappresentano la nostra famiglia e servono solo gli obiettivi dell’occupazione. Affermiamo che non ci sono conflitti tra la nostra famiglia e le famiglie Aqel o Aljafarawi e che il nostro rapporto con loro è di reciproco rispetto e stima”.

Un membro della famiglia del clan Doghmush di Gaza City, parlando con Mondoweiss in condizione di anonimato, ha affermato che sette membri del clan erano ricercati dalle forze di sicurezza di Hamas e condannati per reati penali commessi prima della guerra.

“Alla fine della guerra, le forze di Sahm sono arrivate e hanno chiesto a questi sette uomini di arrendersi, ma loro hanno rifiutato e si sono rifugiati all’interno dell’ospedale”, ha detto la fonte. “Le forze di Arrow hanno quindi assediato completamente il quartiere di Doghmush, impedendo a chiunque di entrare o uscire. Sono andati porta a porta con liste di nomi, verificando l’identità. Chiunque comparisse sulla loro lista rischiava la tortura o l’esecuzione.”

Il testimone ha anche descritto scene di abusi, sostenendo che i combattenti di Arrow hanno sparato alle gambe di diversi membri della famiglia e torturato giovani uomini, persino strappando loro le unghie.

Mondoweiss ha tentato di contattare membri dell’Unità Arrow e il Ministero dell’Interno per un commento su queste accuse. Al momento della pubblicazione, non è stato possibile raggiungere i contatti a causa della campagna di sicurezza in corso.

La famiglia Doghmush ha una storia decennale di rivalità con il movimento Hamas a Gaza. Quando Hamas prese il controllo della Striscia nel 2007 lanciò una vasta campagna per reprimere e disarmare tutti i clan armati, molti dei quali erano affiliati a Fatah e all’Autorità Nazionale Palestinese. Tra queste famiglie c’erano il clan Doghmush, il clan Hilles e alcuni altri.

Gli scontri di quell’anno nei pressi dei complessi residenziali della famiglia Doghmush nei quartieri di Sabra e Tal al-Hawa causarono la morte di oltre 200 membri della famiglia.

Oggi, mentre l’ultima campagna di sicurezza di Hamas continua, molti a Gaza hanno espresso sui social media la convinzione che il clan Doghmush abbia colto l’occasione, durante il caos della guerra – e l’attacco israeliano alle forze di sicurezza di Hamas – per regolare vecchi conti. Diversi account sui social media hanno accusato i membri del clan Doghmush di aver persino collaborato con l’esercito israeliano per combattere Hamas.

Martedì il presidente della più grande assemblea dei clan di Gaza, Abu Salman al-Mughani, ha espresso il suo sostegno alla repressione di Hamas, affermando che gli accusati erano responsabili di aver ucciso bambini, collaborato con Israele, saccheggiato aiuti e case e perpetuato la carestia a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Sono tutti dei bugiardi”: così reagiscono i cittadini di Gaza alla proposta di “pace” di Trump e al potenziale cessate il fuoco

Tareq S. Hajjaj  

7 ottobre 2025 Mondoweiss

Molti a Gaza credono che il piano di “pace” di Trump sia uno stratagemma per liberare i prigionieri israeliani e poi riprendere il genocidio. Ma nonostante il profondo scetticismo, l’ansia di porre fine alla guerra prevale su tutto

L’annuncio del piano per porre fine alla guerra su Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto un impatto immediato sui palestinesi che vivono sotto i violenti bombardamenti israeliani. Quando il 29 settembre è arrivato l’annuncio alcune famiglie di Gaza City hanno ritardato ad evacuare anche dopo aver ricevuto molteplici avvertimenti dell’esercito di spostarsi a sud, aggrappandosi alla speranza che il piano di Trump avrebbe posto fine alla guerra e risparmiato loro un altro turno di sfollamento.

Dopo la risposta positiva di Hamas del 3 ottobre, che si è dichiarato pronto a “discutere i dettagli”, alcune famiglie sono addirittura tornate dal sud. Il primo giorno le famiglie sono tornate pacificamente. Il secondo giorno, quando l’esercito israeliano ha notato un aumento delle persone dirette a nord, ha iniziato a prenderle di mira su al-Rashid Street, l’unica strada che collega la metà settentrionale e quella meridionale di Gaza.

Molti a Gaza hanno respinto il piano di Trump, definendolo uno stratagemma per ingannare Hamas e la resistenza palestinese, prima ottenendo il rilascio dei prigionieri israeliani e poi consentendo a Israele di abbandonare l’accordo e riprendere la sua campagna di bombardamenti e demolizioni. Ma nonostante il profondo scetticismo, la maggior parte della popolazione di Gaza vede il piano come l’ultima possibilità di fermare il genocidio. Il loro disperato bisogno che si ponga fine alle uccisioni quotidiane ha spinto molti a sostenere qualsiasi accordo.

A Gaza anche l’ottimismo è evidente; molti credono che ci sia una reale possibilità che la guerra possa finalmente finire. Credono che il mondo intero sia ora d’accordo nel fermare la guerra a Gaza, nonostante i dubbi persistenti sulle vere intenzioni di Trump e sull’impegno di Israele a rispettare il ritiro.

“Confidiamo in Dio. Non ci fidiamo di Trump”, ha detto Muhammad Badr, 44 anni, di Gaza City. “Non ci fidiamo degli Stati Uniti e non ci fidiamo di Israele. Ma speriamo che questa volta tutti questi paesi, guidati da Trump, pongano finalmente fine a questa guerra devastante”.

“Votiamo a favore di qualsiasi piano che fermi la guerra”, ha continuato. “Qualsiasi cosa che ci riporti alle nostre case, anche se sono state distrutte da Israele e dagli Stati Uniti. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è stabilità, pace e la fine dell’eccidio”.

“Abbiamo alle spalle molte false speranze e preghiamo che questa volta non sia come la volta precedente, che aveva solo lo scopo di ingannarci e prolungare la guerra”, aggiunge Badr.

Mentre i negoziati in Egitto proseguono, la gente di Gaza attende i risultati e l’annuncio che questa guerra sia finalmente finita. Nonostante le preoccupazioni sui termini del piano e la diffusa convinzione che serva agli interessi israeliani, il desiderio di porre fine alla guerra prevale su tutto.

Alcuni abitanti di Gaza sottolineano che la prima fase del piano prevede il rilascio di tutti i prigionieri israeliani da Gaza City – prova, a loro dire, che il piano avvantaggia principalmente Israele. Fadi Harb, 33 anni, residente nel campo profughi di al-Nuseirat nella zona centrale di Gaza, ha espresso un cauto ottimismo riguardo all’accordo, definendolo un passo avanti verso la fine della guerra.

“Abbiamo perso le nostre case e le nostre città sono distrutte”, ha detto Harb. “Ma abbiamo ancora speranza. Se questa guerra finisce presto, potremo ricostruire la nostra patria”.

“Eravamo davvero contenti quando Hamas ha risposto accettando”, ha aggiunto. “Speriamo che entrambe le parti – Hamas e l’occupazione israeliana – abbiano la sincera intenzione di fermarsi”.

Harb ritiene che la pressione internazionale su Israele l’abbia costretto ad accettare il piano e che Israele stia “perdendo più di quanto guadagni combattendo a Gaza”.

“La loro reputazione mondiale è rovinata, stanno perdendo legittimità e vengono emarginati ovunque vadano”, ha spiegato. “La guerra ha smascherato Israele per quello che è: uno Stato di criminali assetati di sangue. La pressione internazionale ha spinto Israele al tavolo delle trattative”.

Harb ha anche affermato che le condizioni poste da Hamas per il piano erano legittime: fermare il fuoco israeliano in modo di poter localizzare i prigionieri e consegnarli a Israele. “Hanno bisogno dell’atmosfera e del contesto giusti per svolgere questo lavoro. È normale”, ha spiegato. “Sono ottimista sul fatto che una volta consegnati tutti i prigionieri questa guerra finirà”. Alla domanda da dove provenga questo ottimismo, Harb ha risposto di essere fiducioso che la pressione internazionale costringerà Israele a mantenere gli impegni. “E anche perché il Presidente degli Stati Uniti sta guidando questo piano”, ha aggiunto.

“Forse per loro pace significa resa totale”

L’ottimismo, tuttavia, non è condiviso da tutti i palestinesi della Striscia. Alcuni ricordano la lunga storia di coinvolgimento americano con palestinesi e israeliani e credono che Israele e Stati Uniti stiano ancora una volta ingannando Hamas.

“Sono tutti bugiardi”, ha detto Muhammad Tanja, un residente di Gaza. “Gli americani, gli israeliani, sono tutti bugiardi. Non danno nulla ai palestinesi. Prendono solo.”

“Prendono le nostre terre. Prendono le nostre vite. E lo fanno con l’inganno”, ha continuato Tanja. “Ogni tanto escogitano un nuovo piano o un nuovo accordo. Ci tengono lì a sperare in svolte positive mentre continuano a ucciderci. Parlano di pace e di fine della guerra. Ma proprio ora hanno ucciso 20 persone nella loro casa e nessuno può tirarle fuori da sotto le macerie. Di quale pace stanno parlando?”

“Forse per loro pace significa la resa totale o l’uccisione totale dei palestinesi”, ha aggiunto Tanja. “Forse la loro la pace è una terra senza un popolo.”

Altri vedono il piano come poco più che un’operazione di salvataggio per Netanyahu, portata avanti per suo conto da Trump.

“Questo piano non è il piano di Trump, è un piano israeliano”, ha detto Jihad Wadi, 51 anni, di Deir al-Balah. “È solo per salvare Netanyahu. Il piano libererà i prigionieri, distruggerà Hamas e le sue armi e li caccerà da Gaza dopo due anni di distruzione e uccisioni. Il risultato è che tutta Gaza è stata distrutta”.

“Non abbiamo più nulla dopo questa guerra: niente scuole, niente ospedali, niente case, niente parenti, niente amici. Israele ha distrutto tutto”, ha continuato Wadi. “Ora vogliono porre fine alla guerra, ma vogliono anche un’idea di vittoria. Netanyahu la vuole per le prossime elezioni. Con questo piano Trump lo ha salvato”.

“Israele si atterrà a questo piano, e credo che lo farà anche Hamas”, ha aggiunto. “Israele vuole porre fine alla guerra, rivendicare la vittoria e sfuggire alle pressioni internazionali. Hamas vuole fermare l’uccisione dei palestinesi a Gaza”.

In Israele, ha spiegato Wadi, questo sarà celebrato come un successo. “Hanno distrutto Gaza, hanno ripreso i prigionieri e hanno distrutto Hamas. Quindi sì, festeggeranno se questo piano si concretizzerà.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele progetta di espellere con la forza migliaia di palestinesi per far spazio a una colonia che dividerà a metà la Cisgiordania

Zena al-Tahhan

22 settembre 2025 Mondoweiss

Il progetto di insediamento E1 comporterà la pulizia etnica di migliaia di comunità palestinesi residenti nell’area, dividendo al contempo la Cisgiordania in due. I membri delle comunità prese di mira affermano che Israele vuole spingerli nelle città e rubare la loro terra

Mentre diverse nazioni occidentali annunciano il riconoscimento di uno Stato palestinese in occasione dell’imminente voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla questione, Israele sta accelerando le sue misure di annessione illegale della Cisgiordania occupata per rendere impossibile la creazione di uno Stato palestinese.

Arroccato lungo antiche rotte commerciali che collegano la Gerusalemme urbana al deserto di Gerico, il piccolo villaggio beduino di Jabal al-Baba è una delle decine di comunità palestinesi che rischiano l’imminente trasferimento forzato da parte dell’occupazione israeliana.

Il progetto di espellere queste comunità palestinesi è il fulcro del piano israeliano per rilanciare il piano di insediamento E1, che ha ricevuto per decenni reazioni negative a livello internazionale a causa delle sue vaste implicazioni.

L’area che Israele vuole riempire di coloni illegali e interdire ai palestinesi è un tratto di terra strategico che costituisce uno dei pochi collegamenti rimasti tra la Cisgiordania settentrionale e quella meridionale e uno degli ultimi punti di contiguità tra Gerusalemme occupata e il territorio.

Una volta attuato, il piano taglierebbe a metà la Cisgiordania occupata e consoliderebbe ulteriormente Gerusalemme in mani israeliane.

“Questo seppellirà l’idea di uno Stato palestinese”, ha dichiarato con orgoglio il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich a metà agosto, quando il piano E1 è stato di nuovo riproposto. Il 14 agosto il ministro, che sovrintende alla demolizione delle case palestinesi e all’espansione degli insediamenti illegali, ha annunciato l’approvazione di migliaia di nuovi appartamenti nella zona per i coloni illegali.

Jabal al-Baba ospita circa 450 residenti che furono espulsi dalle loro terre ancestrali nel deserto del Naqab (Negev) durante la Nakba del 1948, la violenta pulizia etnica della Palestina da parte delle milizie sioniste.

Attratti dal paesaggio semiarido e vasto che riecheggiava il territorio familiare del Naqab, gli esuli si rinsediarono sulle pendici orientali di Gerusalemme, ideali per il loro stile di vita beduino – lo stesso da generazioni.

Ora, 77 anni dopo, rischiano di nuovo l’espulsione.

“Stiamo parlando dell’occupazione di 12.000 dunam di terra (12 chilometri quadrati)”, ha dichiarato a Mondoweiss Atallah Mazaar’a, portavoce di Jabal al-Baba. “Circa 22 villaggi beduini palestinesi, che ospitano almeno 7.000 residenti, sarebbero evacuati”.

“C’è un attacco a tutto il territorio palestinese da nord a sud, e in particolare ai beduini che vivono in aree aperte e remote”, ha continuato Mazaar’a. “L’attuale occupazione di terra palestinese è massiccia”.

I beduini palestinesi che vivono nell’area destinata a E1 vengono progressivamente espulsi, mentre le autorità israeliane demoliscono le loro case, li sfrattano dai terreni e installano coloni israeliani al loro posto. “E1 è il progetto più aggressivo per i palestinesi di Gerusalemme”, ha affermato Mazaar’a. “Israele sa quanto sia importante. Ecco perché sta correndo per attuare il piano dell’insediamento di colonie”.

Nonostante l’imminente deportazione, Mazaar’a afferma che il villaggio rimarrà saldo. “Preferiremo morire da persone dignitose sulle nostre terre piuttosto che consegnarle a coloni e occupanti”, ha affermato.

“Una deportazione dopo l’altra”

Tra il 12 e il 15 agosto le forze di occupazione israeliane hanno emesso circa 40 ordini di demolizione di abitazioni a Jabal al-Baba e in altri due villaggi beduini nelle vicinanze, concedendo 60 giorni di tempo per presentare ricorso.

Ma non sono le prime ingiunzioni. Il progetto israeliano di colonie E1 è in cantiere dall’inizio degli anni ’90, proposto per la prima volta dall’ex primo ministro Yitzhak Rabin. Il piano prevede la costruzione di migliaia di alloggi e unità commerciali per i coloni illegali, creando un’area edificata continua tra l’insediamento di Ma’ale Adumim dove vivono circa 70.000 israeliani e Gerusalemme.

Dal 2009 l’occupazione israeliana ha demolito in decine di comunità nell’area E1 più di 500 case palestinesi e altre strutture vitali, comprese quasi 200 finanziate da donatori internazionali come l’Unione Europea. Almeno 900 persone sono state sfollate con la forza.

Solo nel 2025 l’esercito ha già demolito almeno nove case e oltre 50 stalle per animali.

“Si tratta di una deportazione continua”, ha detto a Mondoweiss Bassam Bahar, capo del comitato per la protezione delle terre di Gerusalemme Est. “Queste famiglie sono qui dagli anni ’50 e vivono su terreni privati ​​palestinesi con il consenso dei proprietari”.

“Le autorità di occupazione israeliane vogliono trasferire questi residenti nei centri abitati di Abu Dis e forse anche a Gerico per creare una nuova realtà demografica [israeliana] nelle zone orientali di Gerusalemme, l’unica area rimasta ai palestinesi di Gerusalemme per espandersi”, ha continuato.

“L’obiettivo di tutti questi progetti è giudaizzare Gerusalemme e creare una cintura di insediamenti attorno a Gerusalemme per circondarla da tutti i lati, sia a nord che a sud e a est”, ha spiegato Bahar. “Hanno occupato tutte le aree a sud verso Betlemme, e a nord verso Ramallah. Oggi, l’unica area in cui potremmo estenderci ulteriormente è quella a est, verso Gerico”.

Ma’ale Adumim fu costruita nel 1975 su terreni palestinesi sottratti principalmente alle città e ai villaggi di al-Aizariya, Abu Dis, al-Issawiyya e Anata. Queste aree costituivano storicamente la periferia orientale di Gerusalemme, situate a pochi chilometri dal centro città.

Dopo l’occupazione di Gerusalemme Est e dell’intera Cisgiordania nel 1967, Israele ha ridisegnato i confini municipali di Gerusalemme escludendo quelle città e ponendole sotto controllo militare come parte della Cisgiordania occupata. Di conseguenza centinaia di migliaia di palestinesi hanno improvvisamente avuto bisogno di permessi per accedere alla propria città. Nel 2002 Israele ha rafforzato questa separazione costruendo il suo muro illegale alto otto metri attorno a queste aree, isolandole – insieme alle vicine comunità beduine – da Gerusalemme a ovest.

Il piano E1 peggiorerà ulteriormente le condizioni dei palestinesi. In primo luogo, Israele prevede di costruire il muro attorno a queste aree ad est, circondandole completamente. Non saranno solo tagliate fuori da Gerusalemme ma anche dalla Cisgiordania, trasformate così in una prigione a cielo aperto.

In secondo luogo Israele ha recentemente approvato la costruzione di una serie di strade e tunnel sotterranei – ingannevolmente definiti da Israele “Fabric of Life” o “Sovereignty Road” – che correranno sotto il cuore dell’area E1.

Questo escluderà il traffico palestinese dalle principali autostrade che attraversano l’E1 in superficie, oltre alla storica strada per Gerico sulla Route 1 utilizzata poi solo dai coloni illegali. Jabal al-Baba non sarà solo isolata da Gerusalemme ma anche dalla città più vicina di al-Aizariya.

“La strada alternativa che vogliono costruire per i palestinesi non è adatta al passaggio delle persone. Più di un milione di palestinesi che viaggiano tra il centro e il sud la dovranno usare. Costituirà un pericolo per la vita dei residenti”, ha affermato Mazaar’a di Jabal al-Baba. 

Sgombrare le terre”

Questi sviluppi si inseriscono nell’ambito dell’annessione sempre più pervasiva da parte di Israele delle aree orientali di Gerusalemme così come dell’intera Cisgiordania occupata, nel tentativo di impedire la creazione di qualsiasi tipo di Stato palestinese. I residenti che vivono in aree aperte vengono trasferiti con la forza – un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale – mentre l’esercito israeliano consolida l’occupazione della maggiore parte di terra palestinese possibile.

Le autorità israeliane hanno compiuto atti di annessione nella Cisgiordania occupata per oltre cinquant’anni. Ma dal genocidio di Gaza l’appropriazione di terre palestinesi e la costruzione di colonie illegali hanno raggiunto livelli record. Il governo israeliano finanzia direttamente i coloni con milioni di dollari e li arma per cacciare i palestinesi dalle loro terre.

I funzionari non operano più in segreto. In una sessione della Knesset a luglio i parlamentari israeliani hanno votato a larga maggioranza a favore per imporre l’annessione alla Cisgiordania occupata.

Il 3 settembre il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, responsabile anche della demolizione delle case palestinesi e della costruzione di colonie illegali, ha presentato una proposta di mappa in base alla quale l’82% della Cisgiordania occupata diventa parte di Israele. Tre milioni e mezzo di palestinesi sarebbero stipati nei centri urbani in appena il 18% della Cisgiordania occupata.

“Il massimo della terra con un minimo di popolazione”, ha detto Smotrich.

E con i recenti appelli di diversi paesi occidentali alla creazione di uno Stato palestinese, l’obiettivo e l’intento dell’annessione sono diventati uno dei fini più urgenti per Israele, con politici di ogni genere che chiedono alla propria leadership di agire in tal senso.

“Vogliono spingere le persone che vivono in aree remote e nei villaggi verso le città per assediarli”, ha detto Bahar. “Si tratta di sgombrare la terra dei suoi residenti”.

Mazaar’a ha affermato che i residenti sono ben consapevoli che questa è una politica ben radicata. “Israele paga i coloni per razziare i nostri villaggi. Vengono e si spogliano nel centro delle nostre comunità per indurci ad andarcene”, ha detto.

“Anche se il mondo intero ci abbandonasse, noi palestinesi continueremo a portare avanti la nostra causa”, ha aggiunto.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Qatar confuta l’affermazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese degli attacchi israeliani

Michael Arria

9 Settembre 2025 – MONDOWEISS

In risposta all’attacco israeliano al Qatar, che ha preso di mira alti funzionari di Hamas nel Paese, l’amministrazione Trump ha dichiarato di “provare un profondo dispiacere”. Il governo degli Stati Uniti ha affermato di aver informato il Qatar dell’imminente attacco, affermazione che il Qatar nega.

Il Qatar confuta l’affermazione dell’amministrazione Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese prima che Israele bombardasse i negoziatori del cessate il fuoco di Hamas a Doha.

Si ritiene che l’attacco abbia preso di mira il capo negoziatore Khalil al-Hayya. Suheil al-Hindi, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato ad Al Jazeera che al-Hayya era sopravvissuto al “vile tentativo di assassinio”. L’emittente ha riferito che cinque “membri di rango inferiore sono rimasti uccisi” nell’esplosione.

“L’amministrazione Trump è stata informata dall’esercito statunitense che Israele stava attaccando Hamas, che sfortunatamente si trovava in una zona di Doha, la capitale del Qatar”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt durante un briefing martedì. Leavitt ha affermato che il presidente Trump considera il Qatar un “amico” e “si sente molto a disagio” per l’attacco.

“Bombardare unilateralmente all’interno del Qatar, una nazione sovrana e stretto alleato degli Stati Uniti che sta lavorando duramente e correndo coraggiosamente rischi con noi per mediare la pace, non promuove gli obiettivi di Israele o dell’America”, ha dichiarato Leavitt ai giornalisti. “Tuttavia, eliminare Hamas, che ha tratto profitto dalla miseria di chi vive a Gaza, è un obiettivo meritevole”.

In un post sui social media, il portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha confutato le affermazioni di Leavitt.

“Le dichiarazioni rilasciate secondo cui il Qatar sarebbe stato informato in anticipo dell’attacco sono infondate”, ha scritto. “La chiamata di un funzionario statunitense è arrivata mentre si sentivano le esplosioni causate dall’attacco israeliano a Doha”.

Le dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione Trump sull’attentato sembrano anche contraddire le dichiarazioni di alti funzionari israeliani, i quali affermano che gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’attacco.

Un giorno prima dell’attacco Trump ha minacciato Hamas in un post su Truth Social [la piattaforma di Donald Trump, ndt.]. “Gli israeliani hanno accettato le mie Condizioni. È ora che anche Hamas le accetti”, ha scritto. “Ho avvertito Hamas delle conseguenze del rifiuto. Questo è il mio ultimo avvertimento, non ce ne sarà un altro!”

Diversi membri del Congresso degli Stati Uniti hanno celebrato l’attacco di Israele ai negoziatori del cessate il fuoco.

“A coloro che hanno pianificato e applaudito l’attacco del 7 ottobre contro Israele, il più grande alleato degli Stati Uniti nella regione: questo è il vostro destino”, ha scritto il senatore Lindsey Graham (repubblicano del Sud Carolina).

“Israele sta eliminando i leader di un’organizzazione terroristica”, ha affermato il senatore Eric Schmitt (repubblicano del Missouri). “Hanno il diritto di farlo”.

Il senatore John Fetterman (democratico della Pennsylvania) in risposta al bombardamento ha pubblicato una GIF di Winnie the Pooh che balla.

Il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer (democratico di New York) ha dichiarato di essere “preoccupato” per l’attacco e di aver richiesto un briefing riservato sulla questione, ma pochi politici hanno criticato l’attacco fino a questo momento.

Un’eccezione è stata il deputato Ro Khanna (democratico della Carolina). “Non vedo come questo possa contribuire al rilascio degli ostaggi o alla fine della guerra”, ha dichiarato in un’intervista.

L’ultima escalation di Israele è stata condannata dall’intera comunità internazionale.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres l’ha definita una “flagrante violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del Qatar”.

“Gli attacchi israeliani di oggi contro il Qatar sono inaccettabili, qualunque ne sia la ragione”, ha twittato il presidente francese Emmanuel Macron. “Esprimo la mia solidarietà al Qatar e al suo emiro, lo sceicco Tamim Al Thani. In nessun caso la guerra dovrebbe estendersi a tutta la regione”. Il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni ha espresso il suo “sincero sostegno all’emiro Tamim bin Hamad Al Thani e al Qatar, ribadendo il sostegno dell’Italia a tutti gli sforzi per porre fine alla guerra a Gaza”.

Una dichiarazione dell’ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’operazione israeliana è stata “totalmente indipendente”.

“Israele l’ha avviata, Israele l’ha condotta e Israele si assume la piena responsabilità”, recita la dichiarazione.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Come Israele sta “gestendo” la carestia a Gaza attraverso i commercianti locali

Tareq S. Hajjaj  

2 settembre 2025 – Mondoweiss

Israele sta “gestendo” la carestia a Gaza prendendo di mira l’invio di aiuti mentre consente ad alcuni beni di arrivare sui mercati locali solo se i commercianti pagano all’esercito una tassa esorbitante. Il sistema raggiunge due obiettivi: progettare la carestia e creare caos

Dal 27 maggio l’esercito israeliano ha consentito l’ingresso a Gaza di un numero limitato di camion con aiuti. Alcuni di essi sono del World Food Program [Programma alimentare mondiale] (WFP) dell’Onu ed entrano attraverso i valichi di Zikim a nord e di Karam Abu Salem a sud. La maggioranza di essi è stata saccheggiata, mentre altri sono stati attaccati da palestinesi affamati. In molti casi l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro la folla e anche i camion. Ma ci sono stati alcuni convogli che sono entrati senza incidenti, godendo di una scorta armata fino all’arrivo a destinazione. Questi camion sono proprietà di commercianti privati della Striscia.

Secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza dal 27 maggio dal valico di Zikim sono entrati solo 941 camion di aiuti, mentre sono stati lasciati entrare 287 camion privati di commercianti palestinesi.

In entrambi i casi viene consentito l’ingresso a una goccia nell’oceano delle attuali necessità giornaliere di Gaza e della sua popolazione di 2.4 milioni, tra cui 1.2 milioni di minorenni,” dice a Mondoweiss Ismail Thawabta, direttore dell’ufficio stampa del governo di Gaza.

Ma mentre la maggioranza dei 941 camion è stata saccheggiata attraverso il sistema della cosiddetta “auto-distribuzione”, i camion privati non vengono attaccati perché, secondo un commerciante che parla a Mondoweiss in forma anonima, i negozianti pagano consistenti “tasse di ingresso” all’esercito israeliano per un valore di centinaia di migliaia di shekel [1 shekel = 0,26 €]. La fonte ha aggiunto che i commercianti destinano anche fondi considerevoli per assoldare scorte armate private.

Secondo Ismail Thawabta i rivenditori fanno entrare i camion attraverso mediatori che si accordano con le autorità israeliane.

Questi mediatori operano come collegamento logistico, afferma Thawabta, con permessi limitati forniti a poche decine di camion al giorno. Tuttavia questi non rappresentano un vero flusso di prodotti sui mercati della Striscia di Gaza in quanto sono sottoposti a regole strettamente controllate riguardo al tipo e alla quantità di beni. “Invece di porvi fine, questo è lo schema di gestione della carestia da parte dell’occupazione,” spiega Thawabta.

All’inizio della guerra la polizia di Gaza hanno tentato di proteggere i convogli con gli aiuti, ma Israele l’ha sistematicamente presa di mira come parte della sua politica di smantellamento del sistema di governo civile locale di Hamas, comprese le forze di polizia e gli impiegati del ministero dell’Interno di Gaza.

L’esercito israeliano ha ucciso finora più di 780 persone del sistema di sicurezza del governo,” dice Thawabta a Mondoweiss.

Progettazione della carestia”

Un commerciante di Gaza che preferisce rimanere anonimo dice a Mondoweiss che le somme che i rivenditori privati pagano per far arrivare i camion dipendono dall’esercito israeliano, che decide anche quali prodotti lasciare entrare, spesso bloccandone alcuni.

Il commerciante spiega che ogni spedizione dei camion costa 100.000 shekel (circa 25.000 €) che lui paga all’esercito israeliano come “tassa di ingresso”.

Appena i camion arrivano a Gaza i mercanti pagano altri 100.000 shekel a società di vigilanza per garantire che i camion raggiungano i negozi dei rivenditori,” afferma il commerciante.

Aggiunge che il coordinamento per la sicurezza di questo traffico avviene direttamente tra i rivenditori e le compagnie di sicurezza private senza alcun coinvolgimento del governo civile. Nota che i camion che l’esercito israeliano sospetta siano protetti da personale del governo civile di Hamas sono presi di mira prima che raggiungano i negozi, e questo porta i commercianti a far ricorso in primo luogo a queste imprese di sicurezza. Pertanto per la protezione dei loro camion i mercanti preferiscono basarsi su compagnie private invece che sulla polizia.

Chi deve sopportare il peso di tutti questi pagamenti è il consumatore attraverso gli altissimi prezzi dei beni,” ammette il commerciante. “A causa della scarsità di cibo la quantità disponibile si vende a prezzi alti.”

Sono stati fatti entrare persino alcuni prodotti elettronici, afferma il mercante, e il loro prezzo è astronomico. “Un telefonino può raggiungere i 20.000 shekel (circa 5.000 €),” spiega.

Muhammad Abdul Salam, un impiegato della sicurezza di al-Ikhlas Security [con sede a Dubai, ndt.], una compagnia da poco attiva a Gaza, dice a Mondoweiss che la sua impresa non scorta alcun camion di aiuti gratuiti che entrano e si incarica solo di proteggere i convogli dei commercianti.

Abdul Salam afferma che i negozianti informano la società di vigilanza dei tempi di ingresso dei loro camion, spesso nel nord della Striscia attraverso il valico di Zikim, dopodiché vengono inviati da 10 a 15 uomini per scortare il convoglio.

La forza di sicurezza conta oltre 600 dipendenti armati,” afferma, chiarendo che il personale della sicurezza spesso è dotato di pistole o kalashnikov.

Abdul Salam sostiene che loro non hanno ordine di attaccare o uccidere nessuno, ma che la loro unica missione è proteggere i camion, anche se ciò significa rischiare la propria vita. “Siamo consapevoli che l’esercito israeliano potrebbe prenderci di mira, ma finora nessuno dei nostri membri o di quelli delle altre compagnie di sicurezza private è stato colpito,” dice.

Ismail Thawabta descrive questa politica selettiva di consentire il passaggio di prodotti dei commercianti venduti a prezzi esorbitanti, impedendo nel contempo l’ingresso di aiuti gratuiti, come una politica sistematica di “progettazione della carestia”.

L’occupazione sta ottenendo un duplice risultato,” spiega Thawabta. “Privare la popolazione degli aiuti gratuiti di cui ha bisogno e creare caos nella distribuzione di alimenti.”

Ciò rende difficile che il cibo arrivi alle persone che ne hanno bisogno e quello che riesce ad arrivare sul mercato rimane inaccessibile a causa del prezzo. “Questo accentua la crisi e trasforma la fame in uno strumento di punizione collettiva,” aggiunge Thawabta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In Israele, “animali in forma umana“ possono essere uccisi

Tamir Sorek

31 Agosto 2025 – MONDOWEISS

Ricerche dimostrano con coerenza che gli ebrei israeliani considerano i palestinesi meno che umani. Questo razzismo radicato affonda le sue radici nel progetto coloniale sionista e contribuisce a spiegare l’ampio sostegno al genocidio di Gaza.

Nel mezzo dei combattimenti nella Striscia di Gaza, due psicologi della politica di prestigiose università americane hanno condotto un sondaggio tra 521 israeliani. Agli intervistati è stato presentato uno scenario ipotetico: un soldato israeliano ferito giace in un’area controllata dalle forze palestinesi. Agli intervistati è stato detto che per salvarlo sarebbe necessario bombardare un quartiere civile palestinese. Quanti civili palestinesi sarebbe giustificato uccidere per questo scopo? Gli ingenui ricercatori hanno proposto una scala tra 0 e 1.000, sperando di osservare un’ampia gamma di risposte. In pratica circa la metà degli intervistati ha selezionato il numero massimo: 1.000. Sebbene il campione non fosse stato concepito per essere rappresentativo, le inclinazioni politiche degli intervistati erano solo leggermente più a destra rispetto a quelle riportate in un sondaggio condotto tre mesi dopo dall’Israel Democracy Institute. Inoltre anche tra coloro che si identificavano come di sinistra o tendenzialmente di sinistra circa un quarto ha scelto il numero massimo.

Alcuni potrebbero credere a qualcosa del tipo “dopo lo shock della crudeltà di Hamas del 7 ottobre, gli israeliani hanno perso la capacità di provare empatia verso i palestinesi”. Se non fosse stato per quel massacro, potrebbero dire, i numeri sarebbero stati diversi. Ma Emile Bruneau e Nour Kteily, due psicologi della politica, hanno condotto questo sondaggio all’inizio di agosto 2014. Casualmente, è stato condotto la stessa settimana in cui Israele ha massacrato centinaia di civili palestinesi a Rafah (un incidente noto come “Venerdì Nero”), un episodio che ha dato concretezza allo scenario del sondaggio. L’esercito israeliano è l’esercito del popolo e si è comportato in linea con l’opinione pubblica. Il Procuratore Capo Militare si è astenuto dall’avviare un’indagine penale. In ogni caso la sequenza degli eventi mostra chiaramente che il 7 ottobre non è la ragione della svalutazione della vita palestinese agli occhi degli israeliani.

Altri potrebbero dire che in una situazione di conflitto violento e prolungato è naturale che si sviluppi odio tra le parti in conflitto e che la vita del nemico perda valore. Dopotutto, il principio secondo cui “la carità inizia a casa propria” è un sentimento umano comune. Questa affermazione è valida, ma insufficiente. Solo poche settimane dopo quell’indagine i ricercatori ne hanno condotta un’altra, questa volta tra 354 palestinesi della Cisgiordania rappresentanti una gamma di opinioni politiche. Ai partecipanti palestinesi è stato presentato uno scenario in cui assistevano a due auto che precipitavano in un burrone: una con a bordo quattro bambini coloni israeliani e l’altra un uomo palestinese. Avevano solo il tempo di fermare una delle auto. I ricercatori hanno chiesto: in che misura (su una scala da 0 a 100) è moralmente giusto salvare i bambini israeliani al posto del Palestinese? Circa la metà degli intervistati ha affermato, con oltre il 50% di certezza, che salvare i bambini israeliani sarebbe stata la cosa giusta da fare. Un intervistato su sei era sicuro al 100% che questa fosse la scelta moralmente corretta. È importante notare che questo sondaggio è stato condotto poco dopo quello che all’epoca era stato l’attacco più mortale a Gaza, che aveva ucciso più di 550 bambini palestinesi: 15 volte di più del numero di bambini israeliani uccisi il 7 ottobre. In altre parole, almeno nel 2014, il sanguinoso conflitto e l’elevato numero di vittime non hanno spinto l’intera opinione pubblica palestinese a una mentalità vendicativa e spietata

Inoltre a entrambi i gruppi è stata mostrata la cosiddetta scala “Ascesa dell’Uomo”. Sul lato destro appare un essere umano moderno mentre sul lato sinistro una figura simile a un Neanderthal che cammina a quattro zampe. Agli intervistati è stato chiesto di valutare sé stessi e i membri della nazionalità rivale su una scala da 0 (umano simile a una scimmia) a 100 (umano completamente evoluto). Il divario tra l’autovalutazione e la valutazione dell’altro è considerato dagli psicologi della politica una misura della disumanizzazione. I risultati hanno mostrato che la disumanizzazione israeliana dei palestinesi era di sei punti superiore rispetto quella dei palestinesi nei confronti degli israeliani. In effetti la misura della disumanizzazione dei palestinesi da parte degli israeliani era la più alta ottenuta mediante questo strumento fino a quel momento (studi simili erano stati precedentemente condotti in Ungheria, Stati Uniti e Inghilterra).

L’immagine dei palestinesi come creature scimmiesche ha echeggiato in modo agghiacciante negli ultimi due anni. “Animali in forma umana [hayot adam in ebraico]!! Cancellate Gaza dalla faccia della terra!!” “Animali in forma umana, dal bambino all’anziano, distruggete tutta Gaza”. Frasi come queste sono apparse con innumerevoli varianti sui social media nei giorni successivi al 7 ottobre, pubblicate da israeliani comuni. Molti hanno fatto eco alla dichiarazione dell’allora Ministro della Difesa che esprimeva un’idea simile. Richiedere l’annientamento di milioni di persone presuppone l’allontanamento delle vittime dalla famiglia umana, annullando così le relative norme sociali che considerano immorale l’uccisione di civili e in particolare di bambini.

Gli ebrei non sono intrinsecamente più o meno crudeli dei membri di altri gruppi. Ma in Israele gli ebrei vivono in un contesto politico coloniale che richiede una disumanizzazione sempre crescente e una continua svalutazione della vita palestinese. La necessità di giustificare l’espropriazione in corso dal 1948, il regime di supremazia ebraica e la mortale repressione della resistenza che ne è seguita impongono agli israeliani di sminuire l’umanità dei palestinesi. A tal fine, nell’ebraico contemporaneo è stato sviluppato un vocabolo specifico: il “mehabel” (tradotto liberamente come “terrorista”, ma usato quasi esclusivamente per i palestinesi) – una persona senza storia e senza personalità, la cui “hisul” (eliminazione) è permessa e persino auspicabile, e chiunque entri nelle “shithei hashmada” (“zone di sterminio”) verrà “neutralizzato”.

Pertanto sin dalla fondazione dello Stato di Israele è stato raro che un ebreo israeliano venisse punito adeguatamente per aver ucciso un arabo. La disumanizzazione ha permesso l’uccisione di migliaia di palestinesi che hanno cercato di tornare nelle loro terre nei primi anni dello Stato, senza procedure legali né processo. Tutti i condannati per il massacro di Kafr Qasim del 1956 [49 contadini palestinesi vennero uccisi al ritorno dai campi benché non fossero stati avvertiti che il coprifuoco era stato anticipato, ndt.]  sono tornati a casa in meno di tre anni e alcuni di loro sono stati ricompensati con impieghi pubblici. I responsabili dei massacri di Khan Younis e Rafah [almeno 386 fucilati durante la guerra del 1956 con l’Egitto, ndt.], avvenuti nelle settimane successive non sono stati mai processati, così come coloro che qualche anno prima hanno perpetrato il massacro di Qibya [69 civili uccisi in un’azione di rappresaglia nel 1953, ndt.]. Un filo diretto collega questi massacri alla grazia concessa ai membri del movimento ebraico clandestino negli anni ’80, alla condanna assurdamente lieve del soldato Elor Azaria che nel 2016 ha ferito e ucciso un palestinese davanti alle telecamere e alla recente licenza di fatto di uccidere concessa ai coloni in Cisgiordania. La clemenza legale ha creato un mondo normativo in cui le vite dei palestinesi non vengono considerate.

Gli attuali giorni di orrore con le immagini di bambini affamati nel ghetto di Gaza e il tardivo risveglio persino di quel poco che resta del sionismo di sinistra a dare un nome al crimine – genocidio – affondano le radici in decenni di disumanizzazione e di permessi di versare sangue che ci hanno portato a questo punto.

Come sarebbero state distribuite le risposte se lo studio del 2014 avesse proposto un tetto massimo più alto di 1.000 vittime palestinesi? Un altro zero? Altri due? O forse un noto numero di sette cifre [si riferisce ovviamente ai 6.000.000 di vittime della Shoah, n.d.t.]? La diffusa indifferenza verso il genocidio che Israele sta commettendo ci offre un indizio.

Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicata in ebraico da Siha Mekomit.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’esercito israeliano ferisce 24 palestinesi durante il più grave attacco a Ramallah degli ultimi anni

Qassam Muaddi

26 agosto 2025 Mondoweiss

L’esercito israeliano ha effettuato una delle più massicce incursioni degli ultimi anni nel centro della città di Ramallah, sparando ai civili con gas lacrimogeni, granate stordenti e vere munizioni

Martedì le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui un bambino di 12 anni e un anziano di 71, nel più grande raid degli ultimi anni sulla città di Ramallah. Intorno alle 12:00 ora locale, veicoli blindati israeliani sono entrati nel centro della città in Cisgiordania e hanno sparato proiettili veri, granate stordenti e gas lacrimogeni nell’affollato centro cittadino delle ore di punta. Le forze israeliane hanno fatto irruzione in un’importante società di cambio valuta e nella sede centrale della Arab Bank nella centrale piazza Manara.

Il raid è durato tre ore e mezza, durante le quali i soldati israeliani hanno appostato cecchini sui tetti della zona mentre veicoli blindati israeliani bloccavano il centro città e continuavano a sparare gas lacrimogeni e proiettili veri contro i giovani che lanciavano pietre contro le forze israeliane.

Secondo fonti locali i gas lacrimogeni e le granate stordenti sono stati lanciati contro diverse attività commerciali locali tra cui un barbiere, una popolare caffetteria, il mercato ortofrutticolo e diversi altri negozi.

Testimoni oculari nel centro città hanno riferito a Mondoweiss che l’esercito israeliano ha confiscato ingenti somme di denaro contante all’ufficio di cambio valuta di Ajjouli.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato in un comunicato che le forze israeliane hanno impedito alle sue ambulanze di raggiungere almeno un palestinese ferito vicino al mercato ortofrutticolo.

“Abbiamo tutti pensato a Gaza”

“Ero seduto in un bar che guarda la Piazza dei Leoni [nome popolare della piazza Manara per via della sua fontana con cinque statue di leoni, ndt.] quando all’improvviso ho sentito una forte esplosione”, ha raccontato a Mondoweiss un testimone oculare che ha chiesto di rimanere anonimo. “La gente nel bar si è precipitata alle finestre per vedere cosa stesse succedendo, poi ha iniziato ad allontanarsi perché il proprietario diceva che l’esercito di occupazione stava facendo irruzione a Ramallah. Poi ho visto un veicolo blindato parcheggiato proprio accanto all’ingresso dell’Arab Bank, con diversi soldati in piedi vicino alla porta e un altro soldato appollaiato sul balcone proprio sopra la banca. Stava puntando il fucile verso la piazza.”

“I giovani si radunavano dietro gli angoli, lanciando a turno pietre contro le forze di occupazione che sparavano gas lacrimogeni in tutte le direzioni, e poi ho iniziato a sentire odore di gas lacrimogeni all’interno del bar e la gente all’interno ha iniziato a tossire nonostante i dipendenti avessero chiuso tutte le finestre”, ha aggiunto il testimone oculare.

Un’altra testimone oculare ha raccontato a Mondoweiss che stava andando in università quando è iniziato il raid. “Mi sono fermata in un negozio di cosmetici in piazza Yasser Arafat, proprio accanto al centro città, quando improvvisamente ho visto gente correre via e ho sentito esplosioni di quelle che in seguito ho capito essere granate assordanti”, ha detto. “La gente ha iniziato a correre nei negozi per ripararsi, e ci siamo ritrovati in 13 persone – uomini, donne e due bambini – dentro il negozio di cosmetici”.

“Una soldatessa è arrivata e si è fermata per un po’ davanti al negozio, poi se n’è andata e poco dopo dei giovani si sono radunati nello stesso punto e hanno iniziato a lanciare pietre contro i soldati di occupazione”, ha ricordato la testimone, raccontando di aver visto un giovane colpito a una gamba. “Si teneva la gamba che sanguinava, finché degli altri non lo hanno portato via su un’ambulanza”.

La testimone ha riferito che, dopo tre ore, i palestinesi rifugiati nel negozio avevano fame. “Una bambina ha tirato fuori dei datteri e li ha fatti passare, ma non erano sufficienti per tutti, così li abbiamo divisi, e poi una donna anziana ha detto: ‘Che Dio aiuti la gente di Gaza’. Stavamo tutti pensando alla carestia nella Striscia”, ha aggiunto.

Le adiacenti città gemelle di Ramallah e al-Bireh ospitano la sede centrale dell’Autorità Nazionale Palestinese e i ministeri e le agenzie del governo palestinese. Entrambe le città sono state oggetto di raid israeliani più volte dall’ottobre 2023, e le forze israeliane hanno sistematicamente effettuato incursioni negli uffici di cambio valuta durante ogni raid. Nel dicembre 2023 le forze israeliane hanno lanciato un raid su larga scala uccidendo un palestinese di 23 anni e confiscando 2,8 milioni di dollari da diversi uffici di cambio valuta.

Nel maggio 2024 durante un raid mattutino le forze israeliane hanno lanciato grandi quantità di gas lacrimogeni nel mercato ortofrutticolo di Ramallah, provocando un vasto incendio tra le bancarelle del mercato che si è esteso a un edificio commerciale adiacente e ha distrutto almeno 80 piccole attività commerciali.

Sebbene Ramallah e al-Bireh siano classificate come Area A secondo gli accordi di Oslo – che dovrebbero essere sotto il totale controllo di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese – le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni in diversi quartieri di entrambe le città nell’ambito delle loro campagne di arresti notturni in Cisgiordania. Tuttavia le incursioni diurne in queste città erano diventate meno comuni dopo la fine della Seconda Intifada nel 2006. Le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni anche in altre città designate come Area A quali Nablus, Jenin, Hebron e Betlemme.

La governatrice dell’Autorità Nazionale Palestinese per l’area di Ramallah e al-Bireh, Leila Ghannam, ha descritto l’incursione come “terrorismo di Stato organizzato”. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che sette dei feriti sono stati colpiti da proiettili veri e quattro da proiettili rivestiti di gomma, mentre tre sono stati feriti da schegge e dieci hanno sofferto di asfissia a causa dei gas lacrimogeni. Secondo il ministero della Salute palestinese, dall’ottobre 2023 le forze armate e i coloni israeliani hanno ucciso 1.016 palestinesi in Cisgiordania, mentre nello stesso periodo vi sono stati arrestati oltre 10.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)