Marwan Barghouti, Itamar Ben Gvir e il bisogno di Israele di umiliare

Abdaljawad Omar

16 agosto 2025 – MondoWeiss

Il tentativo messo in scena da Itamar Ben Gvir di umiliare Marwan Barghouti ha mostrato l’impotenza dell’ordine politico palestinese – ma ha anche messo a nudo le insicurezze e le inquietudini che alimentano il bisogno di Israele di soggiogare pubblicamente i palestinesi.

Itamar Ben Gvir ha messo in scena il suo tentativo di umiliare Marwan Barghouti con la precisione di un allestimento teatrale politico. Entrando in carcere accompagnato dalle telecamere, il ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale ha fronteggiato il detenuto leader palestinese di Fatah nella sua cella, lanciando la brutale minaccia che chi fa del male a Israele sarà “spazzato via”.

La scena è stata poi diffusa sui social media di Ben Gvir. Barghouti, smagrito ma calmo, è apparso sia come un prigioniero che come un simbolo; la sua sola presenza ha trasformato il corridoio del carcere in un palcoscenico in cui i miti e le rivalità nazionali hanno potuto essere messe in scena per il pubblico al di là dei muri.

L’incontro si è svolto nel quadro di un più vasto teatro di umiliazioni avvenute negli ultimi due anni: uomini denudati e fatti sfilare verso l’arresto, gazawi alla fame attirati in trappole mortali presso i punti di distribuzione degli aiuti, soldati ai posti di blocco con il potere di tenere i palestinesi in attesa, coloni che linciano i palestinesi in tutta la Cisgiordania e prigionieri palestinesi picchiati e stuprati.

Lo scopo della visita di Ben Gvir era quello di consumare il capitale simbolico del conflitto, per rafforzare la sua immagine politica attraverso il rituale pubblico dell’umiliazione. In questa coreografia la forza si misura non semplicemente sulle vittorie ottenute, ma sulla nitidezza dell’immagine dei nemici sottomessi esposti all’occhio della telecamera.

Il tentativo di umiliazione, teatrale nella sua intenzione, non era diretto al prigioniero, ma alla collettività da lui rappresentata. L’atto rientra nella logica duplice della degradazione politica: un occhio concentrato sull’obbiettivo, riducendolo ad un oggetto di scena dell’esibizione di dominio; l’altro rivolto verso il pubblico dell’esecutore, esaltando la carica emotiva dello spettacolo.

La stessa logica è alla base delle innumerevoli scene di teatrale umiliazione filmate avidamente dai soldati israeliani e condivise entusiasticamente più volte in tutti i social media dai comuni cittadini israeliani dall’ottobre 2023.

Allora perché questo bisogno perverso, questa ossessione di diffondere immagini di umiliazione ed esibire la forza attraverso la degradazione, esercita un simile fascino politico tra gli israeliani?

L’economia dell’umiliazione

La risposta sta nell’economia emotiva dell’umiliazione. Non è sufficiente che un atto sia compiuto, deve essere visto, deve circolare ed essere riproposto per riaffermare sia l’autorappresentazione del dominatore che la sensazione del pubblico di un potere condiviso. La spettacolarizzazione è inseparabile dall’atto in sé: lo spettacolo trasforma la violenza in narrazione e la narrazione in legittimazione. A sua volta, ciò può convertirsi in moneta politica.

Il gracile corpo di un leader politico, le grida di quelli che implorano pietà, la violazione di sfere intime, tutte queste scene diventano cariche emotive che alimentano il senso di dominio dell’esecutore assicurando allo spettatore israeliano che il potere non viene solo esercitato ma esposto, non solo agito ma condiviso.

Ecco come dovrebbero essere intese le pagliacciate di Ben Gvir. La sua denuncia principale non è che le carceri non mettono in sicurezza lo Stato, ma che non umiliano abbastanza. Per Ben Gvir il regime carcerario di Israele è troppo dignitoso, troppo moderato, non abbastanza spettacolare. Ha più volte condannato il servizio penitenziario per ciò che considera eccessiva indulgenza, arrivando nel dicembre 2023 a licenziare il capo del Servizio Penitenziario Israeliano, accusato di essere “troppo lassista e non abbastanza severo.”

Ha richiesto esplicitamente misure punitive quali la riduzione delle razioni alimentari per i prigionieri palestinesi, configurando la fame come forma di deterrenza, ed ha ipotizzato in termini grotteschi che sarebbe meglio sparare in testa ai prigionieri piuttosto che dargli di più da mangiare. Associazioni per i diritti umani hanno ulteriormente documentato che sotto il suo comando sono state introdotte sistematicamente politiche di privazione, quali restrizioni alimentari, idriche, igieniche, sanitarie e legali, accompagnate da umiliazioni simboliche come costringere i detenuti a rimbiancare i muri della prigione o esibirli come trofei. Ha addirittura esaltato la creazione di celle detentive sotterranee, destinate ad intensificare l’isolamento e le sofferenze psichiche.

Nella retorica e nella prassi di Ben Gvir il carcere, nell’impossibilità di giustiziare i prigionieri, dovrebbe essere un luogo di costante umiliazione, la cui efficacia viene misurata in base all’esplicitazione della degradazione. Ciò che Ben Gvir incarna a livello politico riflette sinteticamente una più ampia logica coloniale: chi predomina ha bisogno di rammentare a sé stesso il proprio dominio. La dominazione, lungi dal costituire un possesso stabile, tende a svanire: deve essere quindi ribadita, esibita e reiterata.

Questo bisogno continuo di affermazione tradisce la sua debolezza: il senso di supremazia del colono poggia su una continua riproposizione di scene di soggiogamento, come se il potere potesse essere verificato solo nel momento in cui viene esercitato sull’altro. La dominazione diventa, più che uno stato permanente, un agire apprensivo, sempre ossessionato dalla possibilità che, se non è continuamente rimessa in scena, possa dissolversi.

È proprio la paura di tale dissoluzione che alimenta il bisogno compulsivo di umiliare ed è proprio la capacità di umiliare che produce l’effimera sensazione di dominazione. Questo doppio legame è ciò che conferisce all’umiliazione la sua forza politica: la debolezza si maschera da forza e la forza si ripropone attraverso la debolezza.

E la psicologia del predominio diventa una forma di assuefazione. Il colono si guarda intorno: oggi hai preso a schiaffi uno di loro? Hai preso la tua dose di droga? L’umiliazione produce un’effimera esaltazione e un’ondata di certezza che la propria supremazia sia intatta. Ma come per ogni droga l’effetto dura poco lasciandosi alle spalle una più intensa amarezza.

Ogni atto di umiliazione calma temporaneamente l’ansia che la supremazia possa svanire, solo per aumentare la dipendenza ogni volta che si ripete. In questo modo il dominio mostra la sua intima natura patologica: non può mantenersi senza la costante creazione di degradazione. Non può soddisfarsi se l’altro non è messo in ginocchio. L’esibizione del potere inizia così a riguardare il bisogno di alimentare una compulsione più che la sicurezza, un insaziabile appetito di conferma che corrode proprio quella pretesa di stabilità che vorrebbe sostenere.

Ciò che rende così duratura questa patologia non è solo la dipendenza dei coloni dall’umiliazione, ma la volontà del mondo di soddisfarla. L’ordine globale offre le condizioni in cui questa compulsione può prosperare: il silenzio delle istituzioni che dovrebbero condannare, gli scudi diplomatici che evitano l’assunzione di responsabilità e il flusso continuo di armi e risorse che garantisce che ogni atto di degradazione sia materialmente garantito. Il diritto internazionale viene invocato come principio ma viene sospeso nella pratica: l’indignazione è espressa a parole, ma neutralizzata nei fatti.

Questa patologia non si limita strettamente alle colonie di insediamento, è generalizzata e alimentata dal tacito investimento del mondo nel mantenimento di una gerarchia in cui alcune vite sono violabili all’infinito. Ciò che appare come una disfunzione israeliana è in realtà un assetto mondiale, perché il mondo permette e addirittura premia la dipendenza dall’umiliazione, nella misura in cui è funzionale alle sue alleanze strategiche.

La reazione palestinese

Ma qualcuno potrebbe ancora chiedere: che ne è degli oggetti di scena? Che ne è dei palestinesi che soffrono dentro questa dinamica? Forse la riduzione dei palestinesi a strumenti di spettacolo e corpi esibiti per l’umiliazione è una prova del potere totale che Israele esercita su di loro? C’è del vero in questo: quando Ben Gvir è entrato tronfiamente nella cella di uno dei leader più amati della Palestina e membro del Comitato Centrale di Fatah, il suo obiettivo era quello di umiliare l’ordine politico palestinese.

Intenzionale o meno, il silenzio di Mahmoud Abbas e la passività del Comitato Centrale di Fatah fin dall’inizio del genocidio, e perfino quando uno dei suoi principali leader viene esibito come trofeo nella messinscena populista di Ben Gvir, non fa che confermare quanto profonda sia l’impotenza. Forse Barghouti può non aver avvertito l’umiliazione in quel momento, ma la natura dell’umiliazione non richiedeva il suo cedimento soggettivo, perché non era nemmeno diretta a lui.

Ben Gvir ha portato alla luce il paradosso di una leadership palestinese che continua ad agire in un contesto di obliterazione, coordinando la sicurezza, controllando il suo stesso popolo e sostenendo proprio quell’ingranaggio che lo opprime. Ben Gvir non aveva bisogno di inventarsi lo spettacolo: ha semplicemente amplificato ciò che già esisteva.

Molti palestinesi parlano di questo incontro in modi differenti. Certo, molti di noi si sentono umiliati, spaventati da quanto grande può essere il sadismo umano. Essere fermati ad un posto di blocco e picchiati dai soldati israeliani senza alcuna ragione è scioccante. Essere aggrediti sessualmente dai soldati ai posti di blocco è scioccante. Essere umiliati e trattati come animali è scioccante. Tutto questo provoca gravi traumi, specie nei bambini che Israele arresta e abusa in diversi modi.

Ma non è tutto qui. Insieme al senso di umiliazione ci sono strategie di evasione e gesti di scherno. Alcuni raccontano di aver riso in faccia ai soldati mentre venivano picchiati, trasformando le botte in occasioni per dimostrare l’assurdità del potere. Molti dicono di come l’umiliazione divenga una routine che si sussegue quotidianamente, affrontata non come un fallimento, ma come una condizione che deve essere gestita, a volte persino utilizzata. Queste svariate risposte rivelano che lo spettacolo dell’umiliazione non segue lo stesso copione ma è vissuto e contestato da coloro che dovrebbero recitare la parte degli oggetti di scena.

Ricordo un episodio, raccontato da due amici circa dieci anni fa, che coglie con dolorosa chiarezza questa dinamica. Erano stati catturati da soldati israeliani, bendati e ammanettati con le mani legate dietro la schiena, poi filmati mentre i soldati li picchiavano a turno. Ciò che è rimasto loro impresso non era il dolore, ma la strana interazione che ha prodotto: quando uno di loro gridava l’altro rideva, schernendo il suo amico proprio mentre soffriva. I soldati si sono arrabbiati, incapaci di capire perché le loro vittime non prendessero sul serio le botte. La risata, invece di interrompere la scena, l’ha esasperata, provocando altri colpi.

Questo fatto svela qualcosa di profondo circa la psicologia dell’umiliazione e l’instabilità della dominazione. La violenza non mira solo a ferire il corpo, ma a garantire un copione in cui il dominato conferma il potere del dominante. La risata ha sconvolto il copione. Non si trattava di negare il dolore, ma del rifiuto di permettere al dolore di diventare l’unico significato di quel momento.

In quella risata, per quanto crudele tra due amici, l’umiliazione è stata spiazzata; la vittima è diventata sia il sofferente che lo spettatore, trasformando la scena in una scena dell’assurdo. Ci sono molte storie simili e moltissime altre che restano taciute. E insieme ad esse spesso sorge un’altra domanda quando i coloni scoppiano in un esaltato entusiasmo, muovendosi nel paesaggio come costretti a riaffermare il loro potere con la violenza o con le parole. La domanda è illusoriamente semplice, formulata in arabo: shu malhom? Che cosa li ha scatenati? E dietro questa si cela la domanda più profonda, più inquietante: che cosa c’è di sbagliato in loro?

Abdaljawad Omar

Abdaljawad Omar è uno studioso e teorico palestinese che incentra il suo lavoro sulle politiche di resistenza, decolonizzazione e sulla lotta palestinese.


(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Potere e resistenza: un nuovo rapporto mostra come la repressione antipalestinese rafforzi l’autoritarismo

Michael Arria

5 agosto 2025, Mondoweiss

Sappiamo che la repressione antipalestinese inevitabilmente porta all’inasprimento della repressione contro tutta la popolazione, ma un nuovo studio mostra nel dettaglio come questo avviene.

L’associazione dei Musulmani Americani per la Palestina (AMP) ha appena pubblicato un esauriente rapporto intitolato “Come la repressione antipalestinese sta creando un precedente autoritario in America”.

Dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Trump il governo degli Stati Uniti ha drasticamente intensificato gli sforzi per punire l’attivismo filopalestinese creando modelli e precedenti legali per la repressione degli immigrati e delle minoranze in tutto il paese”, spiega il rapporto. “In effetti questi attacchi non hanno solo un effetto dissuasivo ma mirano a punire e criminalizzare qualsiasi protesta contro le politiche del governo USA. L’amministrazione Trump ha strumentalizzato le agenzie federali e gli organismi di regolamentazione (compreso il sistema giudiziario statunitense) e il Congresso dominato dai Repubblicani allo scopo di rafforzare il potere del presidente e sostenere provvedimenti incostituzionali volti a mettere a tacere e indebolire le lotte interconnesse per i diritti dei palestinesi, i diritti degli immigrati e la giustizia razziale”.

L’AMP ha tracciato gli attacchi del governo federale contro studenti e amministratori, la revoca dei visti, la detenzione illegale di attivisti e le minacce contro i finanziamenti alle università.

Inoltre, ha identificato i principali responsabili che rendono possibile o mettono in atto la repressione antipalestinese, tra cui funzionari dell’amministrazione Trump, organizzazioni filoisraeliane, social media e parlamentari.

Il rapporto evidenzia alcuni casi connessi alla repressione in ambito universitario. Ad esempio, ecco una voce che riguarda una studente di psicologia della Virginia Commonwealth University (VCU):

  • Sereem Haddad, una studente palestinese americana di 20 anni, faceva parte del movimento studentesco della VCU che mirava a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’oppressione dei palestinesi e sul genocidio a Gaza. Più di 200 componenti della sua famiglia allargata sono stati uccisi durante il genocidio. Nell’aprile del 2024 insieme ad altri studenti ha tentato di allestire un accampamento di solidarietà ben visibile nel campus della VCU. La stessa notte l’amministrazione dell’università ha chiamato la polizia perché sgomberasse gli studenti. Quando gli studenti si sono rifiutati di abbandonare l’accampamento la polizia li ha attaccati violentemente con spray al peperoncino, ha confiscato i loro beni e ha arrestato 13 di loro. Haddad ha dovuto essere portata in ospedale dopo che la polizia l’ha sbattuta per sei volte sul cemento causandole ferite alla testa, emorragie, tagli e contusioni. È stata arrestata senza alcuna accusa. In seguito, ha aiutato ad allestire una commemorazione pacifica per le vittime del genocidio di Gaza. Dato però che l’università ha cambiato velocemente le regole riguardanti le proteste nel campus, la commemorazione è stata considerata una violazione ai protocolli universitari per le proteste studentesche. Le è stata quindi negata la laurea dopo quattro anni, nonostante avesse conseguito il massimo dei voti”.

Il rapporto dell’AMP si conclude con una serie di raccomandazioni politiche. Il gruppo invita, tra le altre cose, a opporsi al progetto di legge n. 9495 della Camera dei deputati, tristemente noto come “ammazza associazioni senza scopo di lucro”, alla controversa definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), e a sostenere le iniziative del movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Chi lavora nell’ambito della giustizia per gli immigrati, della giustizia razziale, delle tutele sociali e più in generale della democrazia deve inoltre aver ben chiaro che l’eccezione palestinese alla libertà di parola e altri diritti ha reso possibile lo sgretolamento delle fondamenta istituzionali di tutte queste cause”, conclude il rapporto. “Proprio come la giustizia razziale e penitenziaria, insieme alla giustizia per gli immigrati, sono le stelle polari della fedeltà ai valori americani, non si può più tollerare che i palestinesi, i musulmani o i difensori della causa palestinese siano vittime giustificabili della violenza dello Stato o della cancellazione mediatica e istituzionale. I casi di repressione antipalestinese costituiscono un precedente autoritario e contro le minoranze”.

La Columbia paga 200 milioni di dollari per ripristinare i finanziamenti

Il mese scorso la Columbia University di New York ha annunciato che avrebbe pagato 200 milioni di dollari all’amministrazione Trump in relazione alle accuse di violazione delle leggi antidiscriminazione.

Questo accordo costituisce un importante passo avanti dopo un prolungato periodo di controlli governativi e di incertezza istituzionale”, ha dichiarato la presidente ad interim dell’università Claire Shipman.

La Columbia University è inoltre tenuta a pagare 21 milioni di dollari per chiudere le indagini avviate dalla Commissione statunitense per le pari opportunità sul lavoro (U.S. Equal Employment Opportunity Commission) e ha accettato di porre fine all’utilizzo della razza come criterio per promuovere la diversità nel processo di ammissione.

La decisione arriva mesi dopo che l’università ha accettato una serie di richieste da parte dell’amministrazione Trump, quasi tutte volte a soffocare le proteste filopalestinesi nel campus. Tra queste figurano il divieto di indossare maschere durante le proteste, l’aumento del numero di agenti di sicurezza nel campus e la revisione dei corsi di studi sul Medio Oriente, l’Asia meridionale e l’Africa.

La decisione coincide con la sospensione e l’espulsione di quasi 80 studenti coinvolti nelle proteste riguardanti Gaza.

Le interruzioni delle attività accademiche costituiscono una violazione delle politiche e delle regole dell’università e tali violazioni comporteranno inevitabilmente delle conseguenze”, ha dichiarato l’università.

Su Mondoweiss, Tamara Turki descrive in dettaglio come gli studenti attivisti si stanno riorganizzando in risposta a questa ondata di repressione.

È semplicemente assurdo che mentre vediamo i bambini morire di fame a Gaza siano gli studenti della Columbia a finire sotto processo”, ha dichiarato uno studente.

Rashid Khalidi cancella il corso

Rashid Khalidi, professore emerito di studi arabi moderni alla Columbia nella cattedra intitolata a Edward Said, afferma che si ritirerà dall’insegnamento del suo corso autunnale a causa dell’accordo.

Mi rammarico profondamente che le decisioni della Columbia mi abbiano costretto a privare dell’opportunità di seguire questo corso i quasi 300 studenti che si sono iscritti per frequentarlo nel prossimo semestre, così come hanno fatto centinaia di altri studenti per oltre vent’anni, negando loro la possibilità di conoscere la storia del Medio Oriente moderno”, ha scritto Khalidi in un articolo pubblicato sul Guardian. “Sebbene non sia possibile compensarli pienamente della privazione dell’opportunità di seguire il corso, ho intenzione di offrire una serie di conferenze pubbliche a New York incentrate su alcune parti del programma, che saranno trasmesse in streaming e rese poi disponibili online. I proventi, se ce ne saranno, andranno alle università di Gaza, tutte distrutte da Israele con munizioni statunitensi, un crimine di guerra sul quale né la Columbia né altre università statunitensi hanno ritenuto opportuno dire una sola parola”.

La capitolazione della Columbia ha trasformato un’università che un tempo era un luogo di libera ricerca e apprendimento nell’ombra di ciò che era, un’anti-università, una zona di sicurezza recintata con controlli elettronici all’ingresso, un luogo di paura e disgusto, dove docenti e studenti ricevono dall’alto indicazioni su ciò che possono insegnare e dire, sotto pena di severe sanzioni”, ha continuato. “È vergognoso che tutto questo venga fatto per coprire uno dei più grandi crimini di questo secolo, il genocidio in corso a Gaza, un crimine di cui la leadership della Columbia è ora pienamente complice”.

In un’intervista con Democracy Now, a Khalidi è stato chiesta specificatamente un’opinione sulla presidente ad interim dell’università Claire Shipman, che ha difeso l’accordo.

Khalidi:

Penso che stia fungendo da portavoce di quella che io chiamo la quinta colonna all’interno del Consiglio di amministrazione, della comunità dei donatori e fra alcuni docenti, per i quali qualsiasi critica a Israele è inaccettabile, certamente molte critiche a Israele sono inaccettabili, e qualsiasi o molte critiche al sionismo sono inaccettabili.

Non credo che i valori della Columbia includano la possibilità che un supervisore nominato dal governo e proveniente da un’azienda che a giugno ha celebrato l’indipendenza di Israele, o ha celebrato Israele, possa entrare nelle aule, possa partecipare alle riunioni, possa raccogliere i nostri dati. Se questo è il valore che la Columbia sostiene, è un valore da Stasi [ la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania dell’Est, ndt.]. È un valore dittatoriale, in cui il governo nomina un supervisore per controllare ciò che accade all’interno di un’università privata e indipendente. Quali valori sono protetti dalla definizione dell’IHRA? L’unico valore protetto è l’impunità di Israele mentre commette un genocidio.

Ci sono molti altri aspetti dell’accordo, come la nomina di un amministratore speciale, un vice-rettore. Perché i corsi di studio sul Medio Oriente richiedono un esame approfondito? Cosa c’è di sbagliato in ciò che viene insegnato alla Columbia? Si tratta di corsi estremamente popolari. Rappresentano il sapere di una vasta gamma di persone, non solo di coloro che insegnano alla Columbia. Rappresentano, in sostanza, il sapere più rispettato nel campo. Non c’è bisogno di qualcuno che supervisioni gli studi sul Medio Oriente alla Columbia, così come non c’è bisogno di nessuno che supervisioni altri studi di area, che è poi quello a cui si mira. E senza dubbio l’amministrazione Trump continuerà a tirare la corda su questioni di razza, di genere, sull’espansione della Columbia ad Harlem. Queste cose saranno proibite. Non sarà permesso parlare di razza, non sarà permesso parlare di genere, proprio come presto non sarà permesso parlare di… ora, secondo queste regole, non è permesso parlare di certi aspetti di Israele e del sionismo.

Secondo alcuni, per quanto riguarda la Columbia non si può parlare di “capitolazione”, dato che l’amministrazione stava già prendendo di mira gli studenti filopalestinesi prima che Trump entrasse in carica.

Non possiamo inquadrare la questione come ‘capitolazione di fronte all’amministrazione Trump’ SPECIALMENTE nel caso della Columbia. Trump fa la parte del poliziotto cattivo mentre l’amministrazione universitaria fa la parte del poliziotto buono in un assalto coordinato alla solidarietà con la Palestina, ha scritto su Twitter il critico dei media Adam Johnson. “I donatori e i dirigenti della Columbia sono in larga parte d’accordo con Trump su questo punto”.

[traduzione di Federico Zanettin]




Un contractor statunitense della sicurezza: “Ho visto Israele commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza”

Michael Arria

29 luglio 2025-Mondoweiss

Un contractor della sicurezza statunitense che lavorava per la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza corroborando le denunce palestinesi che durano da mesi secondo cui i siti di distribuzione degli aiuti sono “trappole mortali”.

Un ex contractor della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti gestiti dall’agenzia americana sostenuta da Israele.

In una serie di interviste l’ex dipendente della GHF ed ex- Berretto Verde [membro delle forze speciali dell’esercito USA, ndt.] Anthony Aguilar ha affermato di aver visto soldati israeliani fare uso indiscriminatamente della forza contro i civili in vari siti di distribuzione degli aiuti a Gaza.

“Ad essere sincero direi che sono dei criminali”, ha detto Aguilar. “In tutta la mia carriera non ho mai assistito a un simile livello di brutalità e all’uso di una tale forza indiscriminata e non necessaria contro una popolazione civile, una popolazione disarmata e affamata.”

Ha proseguito: “Fino a Gaza e per mano delle IDF e dei contractor statunitensi non ho mai assistito a una cosa del genere in tutti i luoghi in cui sono stato impegnato in guerra “.

In un’intervista a Democracy Now Aguilar ha affermato che i siti di distribuzione degli aiuti erano “progettati come trappole mortali”.

“Tutti e quattro i siti di distribuzione sono stati intenzionalmente, deliberatamente costruiti, pianificati e realizzati nel mezzo di una zona di combattimento attiva.

“Quei siti sono stati costruiti intenzionalmente in quelle aree. Non è un caso. Ciò, ovvero designare siti di distribuzione umanitaria per assistere una popolazione disarmata e affamata e costruirli deliberatamente in una zona di combattimento attiva di per sé è una violazione dei protocolli della Convenzione di Ginevra”, ha continuato. “È una violazione del diritto umanitario. E, a mio parere, è una violazione dell’umanità in generale”.

In una conversazione con il gruppo israeliano anti-Netanyahu UnXeptable Aguilar ha raccontato la storia di un ragazzo affamato e scalzo che lo ha ringraziato per il cibo prima di essere ucciso dai soldati israeliani.

“Il 28 maggio, al sito di distribuzione sicuro n. 2, questo ragazzo, Amir, si avvicina a me, mi allunga la mano e mi bacia”, ha spiegato Aguilar. “Questo ragazzo non indossa scarpe. I suoi vestiti gli cadono addosso perché è così magro… Non ha un contenitore una scatola, ha mezzo sacco di riso e lenticchie e ci stava ringraziando. Ha camminato per 12 chilometri per arrivare lì… e quando è arrivato ci ha ringraziato per quel poco che aveva ricevuto… mi ha baciato e mi ha detto ‘grazie'”.

“[Amir] è tornato tra la folla, poi è stato colpito con spray al peperoncino, gas lacrimogeni, granate assordanti e proiettili, gli hanno sparato ai piedi e in aria e lui è scappato… e le IDF [esercito israeliano] sparavano sulla folla… Palestinesi, civili, esseri umani, si sono accasciati a terra e Amir è stato uno di loro”, ha continuato. “Amir ha camminato per 12 chilometri per procurarsi del cibo, non ha ottenuto altro che degli avanzi, ci ha ringraziato ed è morto”.

In risposta alle affermazioni di Aguilar la GHF ha rilasciato una dichiarazione in cui insiste sul fatto che queste “non hanno alcun fondamento”.

“Va sottolineato che il signor Aguilar era impiegato come subcontrator ed è stato licenziato più di un mese fa per comportamento inappropriato”, afferma la fondazione. “In seguito al licenziamento abbiamo ricevuto minacce secondo cui, se non fosse stato reintegrato, sarebbero stati presi provvedimenti contro di noi, sollevando dubbi sulle motivazioni alla base delle sue interviste.”

“Abbiamo anche prove che probabilmente ha falsificato documenti e presentato video fuorvianti per promuovere la sua falsa narrazione”, ha aggiunto l’associazione. Tuttavia non ha prodotto alcuna delle presunte prove.

Questa settimana, un gruppo di senatori statunitensi, guidato dal senatore (della minoranza democratica eletto nel Maryland) Chris Van Hollen, ha inviato al Segretario di Stato Marco Rubio una lettera in cui chiede all’amministrazione Trump di interrompere i finanziamenti alla GHF e di riprendere il sostegno al programma di distribuzione alimentare delle Nazioni Unite.

“Confondere i confini tra la distribuzione degli aiuti e le operazioni di sicurezza viola norme consolidate che regolano la distribuzione degli aiuti umanitari sin dalla ratifica delle Convenzioni di Ginevra nel 1949”, si legge nella lettera

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che a Gaza non c’è fame, ma in recenti dichiarazioni ai giornalisti il Presidente Trump ha riconosciuto la gravità della situazione.

“A giudicare dalla televisione, … quei bambini sembrano molto affamati”, ha detto Trump. “Ma stiamo dando un sacco di soldi e cibo, e altre Nazioni stanno intensificando gli aiuti”.

“Alcuni di quei bambini sono… si tratta veramente di denutrizione”, ha aggiunto.

Venerdì della scorsa settimana il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato che dalla fine di maggio un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nel tentativo di procurarsi cibo.

“Facciamo videochiamate con i nostri operatori umanitari che stanno morendo di fame davanti ai nostri occhi”, ha detto Guterres. “Continueremo a denunciarlo apertamente in ogni occasione. Ma le parole non sfamano i bambini che muoiono di fame”.

La scorsa settimana, donne palestinesi di Gaza hanno raccontato a Mondoweiss di essere state attirate in un sito della GHF con la promessa di aiuti solo per essere picchiate e fatte segno di colpi d’arma da fuoco, con la conseguente morte di almeno due donne. Le testimonianze di queste donne rispecchiano precedenti episodi in cui la GHF è stata accusata di attirare persone nei suoi punti di distribuzione dove poi le forze israeliane compiono quelli che molti descrivono come “massacri degli aiuti” con il pretesto della distribuzione umanitaria.

Secondo l’Ufficio Stampa governativo di Gaza, da maggio scorso [quando è iniziata l’attività sul campo della GHF, ndt.] il numero di palestinesi colpiti dalle forze israeliane all’interno o nelle vicinanze dei centri di distribuzione della GHF ha superato i 1.000 morti e oltre 6.011 feriti.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Come il Wall Street Journal è caduto nella trappola dell'”emirato” di Hebron

Qassam Muaddi

8 luglio 2025-Mondoweiss

Il Wall Street Journal voleva far credere che il suo articolo su uno “sceicco” che vuole formare un “emirato” a Hebron sotto il controllo israeliano sia una rivelazione politica eccezionale. Ma chiunque abbia una conoscenza di base della Palestina può raccontare una storia diversa

In un raro caso la scorsa settimana il Wall Street Journal si è finalmente interessato a una voce palestinese, arrivando persino a dedicargli un intero articolo. Il fulcro dell’articolo “di rottura” del WSJ è un uomo di Hebron, di nome Wadea Jaabari, che si propone di guidare una nuova potenziale entità: l'”emirato” di Hebron che, a suo dire, si separerebbe dall’Autorità Nazionale Palestinese e riconoscerebbe Israele come Stato ebraico.

Il WSJ presenta Jaabari e il suo “emirato” come se si trattasse di un importante sviluppo nella politica palestinese, soprattutto perché l’uomo che lo sostiene viene presentato come il “leader del clan più influente di Hebron”. Il WSJ sottolinea che Jaabari ha dichiarato che avrebbe riconosciuto Israele come Stato ebraico in cambio dell’adesione agli Accordi di Abramo, presumibilmente interrompendo “decenni di rifiuto” da parte palestinese. Raffigura inoltre il cosiddetto emirato come un’idea creativa e “fuori dagli schemi”, al posto del quadro della soluzione a due Stati che l’articolo inizia liquidando come futile. Tuttavia, l'”emirato” di Jaabari era una notizia di scarso rilievo in Palestina, non riuscendo nemmeno a comparire sui titoli locali e venendo per lo più ridicolizzato sui social media. È scomparso dalla scena pubblica nel giro di 24 ore, dopodiché gli altri leader del clan Jaabari hanno rilasciato una dichiarazione in cui sconfessavano l’autoproclamato “leader”, affermando che non aveva alcuno status all’interno della famiglia e che non parlava a nome di nessuno se non di sé stesso.

Nella dichiarazione si affermava che Wadea Jaabari è “sconosciuto alla famiglia e non vive a Hebron”. Un residente palestinese di Hebron che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato a Mondoweiss che “l’uomo in questione vive a Gerusalemme e non ha alcuna influenza a Hebron, né all’interno del clan Jaabari né in città”.

“Suo padre era una persona influente ma, alla sua morte, suo figlio non aveva lo stesso status ed è stato completamente assente dagli affari della famiglia e della città”, ha affermato la fonte. “A Hebron la gente non ha nemmeno preso sul serio la notizia, perché tutti sanno che il cosiddetto emirato non ha alcuna base in città o in alcun clan”. La fonte ha aggiunto che gli anziani Jaabari hanno tenuto la conferenza stampa per porre fine alla accesa controversia mediatica.

Una vecchia storia fallita

Non è la prima volta che un individuo o un gruppo palestinese cerca di dare vita a una leadership locale in completa conformità con i dettami israeliani, spesso come alternativa al movimento nazionale palestinese. Infatti, poco dopo l’occupazione del 1967, un gruppo di élite locali a Hebron e a Nablus si rivolse alle autorità militari israeliane chiedendo il riconoscimento come rappresentanti delle proprie regioni in cambio di collaborazione.

In seguito, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, Israele organizzò una serie di consigli locali composti da collaborazionisti ed élite rurali tradizionali che accettarono di partecipare a creare un’alternativa all’influenza politica dell’OLP. Questi consigli erano chiamati Leghe di Villaggio e ricevettero ampi poteri municipali per avviare progetti di sviluppo locale e controllare le esigenze amministrative dei palestinesi, come la concessione di permessi di costruzione e di viaggio e persino la patente di guida.

Le Leghe di Villaggio durarono meno di cinque anni e fallirono miseramente. Il fatto che ogni espressione politica palestinese in Cisgiordania e a Gaza fosse severamente punita all’epoca dalle autorità israeliane alimentò la falsa impressione che le Leghe non avrebbero trovato concorrenza. Ma gli eventi dimostrarono che non si trattava di competizione politica: il motivo per cui Israele cercò di creare un’alternativa all’OLP nei villaggi era che in precedenza non era riuscito a farlo nelle città.

Negli anni ’70 Israele permise elezioni municipali nelle città palestinesi, aspettandosi che candidati “moderati” favorevoli alle autorità israeliane avrebbero vinto facilmente. Molti di loro vinsero alle elezioni municipali del 1972, ma, con un inaspettato colpo di scena, quattro anni dopo, alle elezioni del 1976, i candidati indipendenti noti per essere vicini all’OLP conquistarono le municipalità con una schiacciante vittoria.

Fu allora che Israele decise di riprovare nelle campagne, aspettandosi che la struttura sociale più “tradizionale” e i legami sociali basati sui clan li avrebbero resi disponibili a collaborare con Israele. Nel 1978 fu proclamata la prima Lega dei rappresentanti dei villaggi di Hebron, seguita da altre due per i villaggi intorno a Nablus e Ramallah. Israele contava così tanto su queste Leghe che nel 1981 l’allora Ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon decise di consegnare ai loro leader 100 armi da fuoco.

Ma Israele aveva fatto di nuovo male i suoi calcoli. Non aveva compreso la storia anticoloniale delle campagne palestinesi, che era incisa nel sentimento pubblico rurale palestinese fin dagli anni ’30 e dai tempi della rivolta contro il dominio britannico. Già da decenni i clan si vantavano di aver partecipato alla lotta anticoloniale, poiché questa era una fonte di rispetto sociale e di influenza, ove le piccole famiglie potevano competere con i clan più grandi. Nell’arco di cinque anni, tra il 1978 e il 1983, le figure più note delle Leghe di Villaggio furono assassinate da militanti palestinesi o rinnegate dalle loro stesse famiglie.

Contemporaneamente un intero movimento di gruppi giovanili di volontariato si era sviluppato in Cisgiordania e a Gaza, offrendo alternative supportate dalla comunità ai progetti di sviluppo proposti dalle Leghe. Uno dopo l’altro i villaggi iniziarono ad accogliere volontari per costruire muri agricoli, tinteggiare scuole o pavimentare strade al posto delle Leghe di Villaggio e poi formarono i propri comitati di volontariato locali. Nel 1981 i delegati di 40 comitati di volontariato di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est si incontrarono in una conferenza fondativa del movimento, dove annunciarono esplicitamente il loro rifiuto delle Leghe. Alla fine, Israele abbandonò completamente il progetto.

La lotta contro le Leghe di Villaggio gettò le basi, nelle sue diverse forme, per un movimento di massa che continuò a fermentare fino a esplodere nella Prima Intifada del 1987, durata sei anni. La rivolta fu interamente guidata dalla base palestinese e vide la partecipazione di tutti i settori della società palestinese, inclusi sindacati, comitati di volontariato e di quartiere e gruppi femminili. Fu un raro esempio di azione civica, politica e comunitaria combinata a dimostrazione del fatto che la società palestinese si era da tempo evoluta oltre le lealtà di clan e i legami tribali per abbracciare la lotta nazionale.

Questa parte della storia e dello sviluppo sociale della Palestina è rimasta estranea alla maggior parte dei più importanti media occidentali. Nella maggior parte dei casi non c’era alcun interesse. Ma questo è prevedibile per i principali media, che non hanno mai mostrato alcun genuino interesse per la composizione culturale, sociale e politica dei palestinesi come popolo. Una figura di clan o uno “sceicco” tribale – anche uno finto – disposto a recitare senza riserve il copione politico USA-Israele è di gran lunga preferibile.

Chiunque abbia una conoscenza minima della Palestina e dei palestinesi avrebbe saputo che la storia dell'”emirato” è una classica “sola” palestinese per turisti, del tipo per cui Hebron è famosa tra le città palestinesi. Oltre alla loro ospitalità, gentilezza e al senso di comunità incentrato sulla famiglia, gli abitanti di Hebron sono noti anche per la loro ingegnosità nel commercio e negli affari, soprattutto con i turisti. In Palestina si dice che un abitante di Hebron possa vendere qualsiasi cosa a chiunque e che riesca a capire immediatamente cosa sta cercando un turista e a offrirglielo. A quanto pare, non c’è bisogno di essere turisti a Hebron per cadere in una simile trappola. A migliaia di chilometri di distanza, tutto ciò che serve è una mentalità ingenua e orientalista che si rifiuta di riconoscere i palestinesi come un popolo con aspirazioni nazionali di libertà e autodeterminazione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




Israele sta costruendo un tunnel per tagliare fuori i palestinesi dal centro della Cisgiordania

Qassam Muaddi

23 giugno 2025 – Mondoweiss

Israele sta costruendo nel centro della Cisgiordania tunnel e per attraversarli ai palestinesi verrà chiesto un lasciapassare, rendendo accessibili solo agli israeliani vaste aree dei territori occupati. L’intenzione è eliminare la presenza dei palestinesi attorno a Gerusalemme.

Presto un tunnel sotterraneo sarà l’unico collegamento tra 1.5 milioni di palestinesi della parte meridionale della Cisgiordania e il resto del territorio. Questo progetto infrastrutturale recentemente approvato, denominato progetto “Fabric of Life” [Tessuto della Vita], di fatto dividerebbe la Cisgiordania in due parti.

Il transito dei palestinesi dei governatorati di Betlemme ed Hebron verso Gerico, nella Valle del Giordano, passerebbe attraverso un nuovo tunnel sotterraneo che Israele sta progettando di costruire per aggirare la zona desertica a est di Gerusalemme. Ciò significa che l’intera area tra Gerusalemme e i confini della Valle del Giordano diventerebbe accessibile solo agli israeliani.

Il progetto, approvato dal governo israeliano all’inizio di questo mese, costerà 90 miliardi di dollari, che Israele prevede di coprire con un fondo speciale alimentato con soldi sottratti alle tasse doganali raccolte per conto dell’Autorità Palestinese (AP). Questi soldi dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo per la popolazione palestinese in Cisgiordania, ma il progetto non riguarda il miglioramento della viabilità dei palestinesi, ma il consolidamento del controllo israeliano sull’area geografica della Cisgiordania a est di Gerusalemme. Il progetto Fabric of Life impedirebbe di fatto ogni possibilità di circolazione dei palestinesi in questa zona.

Il contesto più complessivo di Fabric of Life è solo una parte dei più ampi piani di sviluppo israeliani della “Grande Gerusalemme”, che Israele delineò per la prima volta all’inizio degli anni 2000 sotto l’allora primo ministro Ariel Sharon.

L’idea è semplice: connettere Gerusalemme est, che Israele annesse nel 1981 e tratta come parte del suo territorio, a una serie di colonie israeliane che si estendono a est della città attraverso il deserto di Gerusalemme, arrivando ai confini della Valle del Giordano. Ciò trasformerebbe i circa 12 km2 della Cisgiordania interessati dal progetto in un ampliamento dei confini orientali di Gerusalemme. Sulle mappe israeliane è noto come l’area E-1, che sta per “Est-1”.

Questa striscia di terra, lunga 35 km e larga 25, diventerebbe una parte dell’Israele vero e proprio, tagliando la Cisgiordania da ovest a est.

Nel 2007 Israele approvò un altro progetto simile, denominato “Sovereignty Road” [Strada della Sovranità], che include la costruzione di un altro tunnel sotterraneo che corre sotto la Strada-1 di Israele collegando la Cisgiordania meridionale al centro, rendendola l’unica via praticabile per i palestinesi e sgombrando la strada in superficie per uso esclusivo degli israeliani.

Mentre la Sovereignty Road aggira la periferia orientale di Gerusalemme, che rappresenta la continuità palestinese tra il centro e il sud, Fabric of Life farebbe altrettanto nel deserto a est, che costituisce la continuità palestinese tra Gerusalemme e la Valle del Giordano. Questi due progetti insieme svuotano tutta l’area della Cisgiordania a est di Gerusalemme dal transito dei palestinesi, isolando le comunità palestinesi che vivono ancora lì.

Com’è iniziato il progetto delle strade sotterranee

Il rilancio del progetto della “Grande Gerusalemme” è giunto con la coalizione di governo di destra di Benjamin Netanyahu, che si è affrettato a realizzare l’annessione della Cisgiordania a un ritmo accelerato con il pretesto dell’attuale guerra contro Gaza, scatenata da Israele in seguito agli attacchi del 7 ottobre. Ma tre anni prima degli attacchi, nel 2021, il governo israeliano aveva già proceduto con la prima parte del progetto Fabric of Life.

All’epoca il governo di Netanyahu approvò lo stanziamento di 14 milioni di shekel (circa 3,5 milioni di euro) per iniziare la prima fase del progetto, che consisteva nell’isolare due comunità palestinesi della periferia orientale di Gerusalemme: al-Aizariyah e Abu Dis. Le due cittadine, che nel corso degli anni si sono praticamente accorpate in una sola, si trovano nel punto in cui si uniscono i progetti dei tunnel, sia Sovereignty che Fabric of Life.

Fin dai tempi biblici entrambe le città sono state il naturale prolungamento di Gerusalemme. Il collegamento tra queste località e la città è stato un dato di fatto fino alla fine degli anni ’70, quando Israele fondò la colonia di Maale Adumim, che oggi ha lo status di comune sotto la sovranità israeliana e ospita oltre 40.000 israeliani.

Oggi l’unico collegamento che al-Aizariyah ha [con Gerusalemme] è il vicino comune di Abu Dis e le due cittadine sono di fatto una sola,” dice Sara (non è il suo vero nome), un’abitante di al-Aizariyah che parla a Mondoweiss in forma anonima: “Ci sono un ingresso comune alla rotonda d’entrata di Maale Adumim e un altro a sud verso Betlemme.”

Il progetto approvato dal governo israeliano nel 2021 includeva nella prima fase la chiusura con un muro dell’ingresso per al-Aizariyah alla rotonda di Maale Adumim. Ciò lascerebbe al-Aizariyah intrappolata tra quel nuovo muro e il muro di Abu Dis dall’altra parte, separandola da Gerusalemme. Le uniche uscite per entrambe le cittadine sarebbero verso sud, per Betlemme, e a nord, verso un checkpoint israeliano nella città di Zaayem.

Vivere in una “grande prigione”

Se abiti ad al-Aizariyah stai fondamentalmente vivendo in una grande prigione, con una strada principale permanentemente affollata,” dice Sara. “Puoi soddisfare le tue esigenze vitali quotidiane, ma uscirne è un processo talmente lungo e penoso che preferisci evitarlo finché non hai una buona ragione, come andare in ospedale o se lavori fuori città.”

Io lavoro in un centro culturale di al-Aizariyah, quindi non devo uscire dalla cittadina e prima dell’ottobre 2023 solevo andare a Ramallah una volta al mese solo per vedere amici, benché Ramallah sarebbe letteralmente a 15 minuti di distanza se non ci fossero sempre così tanti ingorghi,” sottolinea Sara.

Dall’inizio dell’attuale guerra la polizia israeliana ha chiuso arbitrariamente a qualsiasi ora l’ingresso della rotonda, a volte per minuti, a volte per ore, aumentando le code in città, il che rende sempre più difficile vivere ad al-Aizariyah e Abu Dis. Dall’ottobre 2023 ho vissuto tra la mia casa e il centro culturale e lascio al-Aizariyah sono una volta ogni tre o quattro mesi,” nota Sara. “Se questa non è una prigione, allora cos’è?”

Al centro culturale offriamo corsi di musica, arte e lingue a ragazzini di al-Aizariyah e Abu Dis e l’anno scorso abbiamo dovuto cancellare alcuni corsi perché gli insegnanti rimanevano bloccati per ore lungo il percorso a causa della chiusura di un posto di blocco o di un ingorgo. Alcuni colleghi che vengono da Betlemme o da Ramallah spesso devono lavorare da casa per la stessa ragione,” precisa.

Questa situazione è stata lo status quo ad al-Aizariyeh per anni, molto prima che Fabric of Life e Sovereignty Road iniziassero ad essere realizzati. Ma i progetti taglierebbero fuori ancora di più la cittadina, spostando il traffico dei palestinesi in uscita verso un tunnel che inizierebbe ad al-Aizariyah a sud-est e si dirigerebbe sottoterra lungo il suo margine orientale per 4,5 km, riemergendo in superficie dall’altro lato del checkpoint di Zaayem, nei pressi della cittadina palestinese di Anata, portando direttamente da lì a Ramallah. La seconda parte del progetto, Fabric of Life, è stata approvata all’inizio di maggio. Sposterebbe la circolazione dei palestinesi attraverso un altro tunnel che inizia nello stesso luogo a sud di al-Aizariyeh, ma porterebbe a est, dove i palestinesi riemergerebbero presso Gerico, evitando il deserto orientale di Gerusalemme.

Il posto di blocco di Zaayem, che attualmente limita la circolazione dei veicoli palestinesi sulla Road-1 costruita da Israele, verrebbe rimosso e la strada diventerebbe esclusivamente israeliana. L’impatto avrebbe ripercussioni oltre al-Aizariyeh e Abu Dis e includerebbe tutto il traffico palestinese tra Ramallah, Gerico e i governatorati meridionali di Betlemme ed Hebron, dove vive un milione e mezzo di palestinesi.

Un autista palestinese di minibus, che ha chiesto di rimanere anonimo per problemi di sicurezza, descrive il difficile percorso quotidiano tra Ramallah e Betlemme.

Ogni giorno lascio Ramallah verso sud, vado dritto proprio davanti al checkpoint di Qalandia, che ci separa da Gerusalemme, e mi dirigo al checkpoint di Zaayed,” dice a Mondoweiss. Da lì, afferma, continua lungo un tratto della Road 1, viaggiando accanto a coloni israeliani diretti a Maale Adumim. Poco prima dell’ingresso nella colonia gira a destra nelle vie congestionate di al-Aizariyah, raggiungendo alla fine il posto di blocco “Container” appena a nord di Betlemme.

L’autista dice che prima dell’ottobre 2023 riusciva a fare quattro viaggi di andata e ritorno al giorno, portando sette passeggeri per viaggio. “Era appena sufficiente a coprire le spese del minibus e guadagnarmi da vivere,” spiega. “Ma dopo la guerra contro Gaza l’esercito israeliano ha iniziato a chiudere più spesso Zaayem, Container e l’ingresso di Aizariyah, provocando ingorghi.”

Ora la situazione è peggiorata ulteriormente, fino al punto che riesce a fare solo un viaggio di andata e ritorno al giorno. “Ogni mattina, quando il minibus è pieno di passeggeri e lascio Ramallah, inizio a pensare alla lunga strada che ho davanti,” dice.

Che sia un ingorgo a Qalandia, un blocco improvviso a Zaayem o al checkpoint Container, spesso si ritrova a passare due o tre ore sulla strada con i suoi passeggeri: “E dico ancora una volta a me stesso che odio questo lavoro.”

Per il futuro esprime preoccupazioni riguardo ai tunnel di Sovereignty Road e Fabric of Life, che secondo lui potrebbero complicare ulteriormente la circolazione viaria per i palestinesi. In base ai cambiamenti prospettati aggirerebbe totalmente al-Aizariyah attraverso il sistema dei tunnel progettati, il che significherebbe che non sarà più in grado di far scendere i passeggeri direttamente ad al-Aizariyah o Abu Dis. “Dovranno tornarsene a casa da lì con i loro mezzi,” afferma.

Oltretutto teme che le nuove strade possano portare a restrizioni più severe. “Probabilmente il traffico peggiorerà,” aggiunge. “Quando non condivideremo la strada con i coloni per l’esercito israeliano non sarà un problema chiudere la strada per tutto il giorno. Ci vorrà solo un soldato per bloccare il tunnel.”

Sfoltire la popolazione palestinese nella “Grande Gerusalemme”

L’autista del minibus spiega anche come i progetti infrastrutturali incideranno sui palestinesi che vivono nella zona esclusa dalla circolazione dei palestinesi, decine di comunità beduine.

Smetterò di viaggiare nei pressi delle comunità beduine lungo la Road-1,” dice l’autista. “Vivono tra al-Aizariyah e Gerico e non potrò più trasportare passeggeri da quelle comunità.”

I passeggeri che non potranno prendere il minibus Ramallah-Betlemme sono gli abitanti di 25 comunità beduine nelle terre a est di Gerusalemme, dove Israele intende espandere il suo progetto Grande Gerusalemme. Queste sono proprio i villaggi che il tunnel di Fabric of Life escluderà da ogni linea viaria palestinese. Includono le famose comunità beduine di Khan al-Ahmar e Jabal al-Baba, che da anni Israele cerca di spostare.

Il fatto che questi villaggi si trovino sulla strada palestinese che passa dal centro verso il sud della Cisgiordania ha garantito la continuità della presenza palestinese in Cisgiordania, soprattutto nell’area cruciale che unisce il nord e il sud. L’isolamento di queste comunità, che nel corso degli anni hanno resistito all’espulsione in parte grazie all’accesso dei palestinesi ad esse, agevolerà la pulizia etnica.

L’isolamento e poi lo spostamento di queste comunità sarebbe la mossa finale prima di annettere tutta l’area E-1 ai nuovi confini di Gerusalemme, eliminando la continuità demografica palestinese in Cisgiordania ed ogni fondamento geografico di uno Stato palestinese.

Non è l’unico impatto a lungo termine del progetto dei tunnel. “La vita ad al-Aizariyah e Abu Dis è già abbastanza difficile e il sovraffollamento delle due cittadine è principalmente dovuto al fatto che sono a metà del percorso tra il centro e il sud,” evidenzia Sara. “Tra l’altro ciò contribuisce al commercio locale e la gente può ancora andare a lavorare e tornare a casa nonostante le difficoltà. Ma se questo progetto verrà realizzato saremo completamente isolati e ulteriormente esclusi. Immagino già lunghe chiusure e quelli che lavorano a Ramallah o a Betlemme si troveranno obbligati a traslocare in quelle città.”

Le condizioni di vita di cui fanno esperienza i palestinesi di al-Aizariyah sono le stesse di altre cittadine nella periferia di Gerusalemme, isolate dalla città da muri e posti di blocco di Israele, come Shu’fat, Qalandia e Anata. Isolarle ulteriormente rende solo più difficile viverci, spingendo i palestinesi a emigrare dalle comunità insieme ai loro vicini beduini. L’obiettivo più complessivo è “sfoltire” la presenza demografica dei palestinesi nella zona.

Qassam Muaddi

Qassam Muaddi è giornalista di Mondoweiss per la Palestina.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I gangster di Israele a Gaza

Abdaljawad Omar

9 giugno 2025 – Mondoweiss

Israele usa da tempo forze sotto copertura che si fingono palestinesi per seminare conflitti. Ora sta usando di nuovo questa strategia a Gaza sotto forma di bande che prendono il controllo degli aiuti umanitari. L’obiettivo è quello di frammentare e smembrare la società palestinese.

Nella lunga e amara storia dello scontro della Palestina con il sionismo poche figure hanno prodotto una rottura epistemica e affettiva così profonda come l’unità di forze speciali sotto copertura che si fingono palestinesi. Conosciuta come “unità arabizzata” o “Musta’ribeen”, l’agente israeliano sotto copertura, spesso un ebreo arabo, non opera come un colonizzatore visibile ma come un sosia dei nativi. Parlando fluentemente il dialetto ed esperto nei modi di fare dei palestinesi, l’agente “arabizzato” si muove tra i palestinesi come una presenza spettrale che imita e sorveglia dall’interno mentre conduce anche operazioni a sorpresa intese a catturare la “preda” alla sprovvista, sia per l’arrestarla che per assassinarla. Non raccoglie semplicemente dati, distrugge la fiducia della comunità e la possibilità di auto-riconoscimento collettivo. In questo modo i Musta’ribeen non sono solo una forza tattica, ma usano una modalità di infiltrazione che è essa stessa un’arma, in quanto infrange lo specchio attraverso il quale i palestinesi si vedono.

Israele ha sviluppato per la prima volta queste unità “arabe” per svolgere operazioni rapide all’interno dei campi palestinesi, densi spazi urbani che sono altrimenti inaccessibili ai soldati in uniforme, quasi senza alcuna possibilità di prendere i loro obiettivi alla sprovvista.

La Musta’rib era una risposta alla domanda su come raggiungere il “bersaglio” prima che fosse consapevole della presenza dell’esercito.

Questa logica di infiltrazione, che costituisce da sempre una parte della strategia coloniale di Israele, è riemersa nel momento presente. In un recente video delle brigate di Qassam di Hamas, un’unità palestinese che lavora con l’esercito israeliano è stata designata dalla resistenza come Musta’ribeen. Nell’uso di quel termine per designare i collaborazionisti palestinesi – che in genere verrebbero indicati come collaborazionisti o spie, jawasi – piuttosto che agenti israeliani sotto copertura, Hamas stava deliberatamente annullando il confine tra collaborazionista e nemico.

Non è un fatto sconcertante che Israele trovi tra gli occupati coloro che sono disposti a sopravvivere attraverso i suoi stessi meccanismi di dominio. Tale complicità nasce non solo dalla stanchezza – il venir meno del coraggio sotto l’assedio incessante – ma anche dall’incerta speranza di ottenere un potere, per quanto marginale, all’interno dell’ordine imposto. È anche il prodotto di un intreccio più profondo: le sollecitazioni silenziose e gli incitamenti attivi che a volte provengono dai ranghi palestinesi stessi. Questo fenomeno è radicato nella contraddizione storica dell’azione di governo e amministrazione come forma di resistenza che esercita però anche un potere coattivo.

Una delle figure più famigerate tra questi agenti israeliani ora utilizzato a Rafah è Yasser Abu Shabab, un ex prigioniero un tempo condannato per il contrabbando di droga dal governo di Hamas, che ha guidato un gruppo di centinaia di uomini armati che hanno saccheggiato per tutta la guerra gli aiuti diretti a Gaza. La sua ascesa esemplifica il modo in cui l’interazione della lealtà di clan, la sopravvivenza materiale, l’opportunismo e il tacito sostegno di elementi all’interno dell’autorità palestinese si uniscono per aprire lo spazio all’emergere di tali bande. La loro presenza cerca non solo di distruggere il tessuto sociale, ma infligge una nuova ferita su quella aperta del genocidio.

L’uso da parte di Israele di queste unità di collaborazionisti serve a vari obiettivi.

In primo luogo, esse contribuiscono a ostruire e reindirizzare il flusso di aiuti umanitari, trasformando gli aiuti stessi in un meccanismo di controllo.

In secondo luogo fungono da collettori di una sorta di “pizzo”, ricavando profitti dalla stessa economia della sofferenza che aiutano a provocare, posizionandosi così come intermediari non solo con la forza occupante, ma anche con l’apparato sempre più privatizzato degli aiuti internazionali.

In terzo luogo sono anche usati come meccanismo di corruzione: sfruttano la disperazione per attirare gli affamati di Gaza e la sua gioventù. Questo potere emerge da ciò che sono autorizzati a offrire: un sacchetto di cibo, una promessa di accesso, una possibile esclusione dai massacri. Queste offerte non sono benevole: funzionano come leve di controllo, operando all’interno della tensione tra la sopravvivenza della singola famiglia e la resistenza collettiva (sumud) dell’intera comunità. Inserendosi come mediatori tra Israele e la popolazione favoriscono reti informali e formali di dipendenza e l’autorità per infettare e crescere. Diventano un fattore indigeno che media con Israele.

In quarto luogo, e forse in modo più insidioso, funzionano come protagonisti in una coreografia della propaganda. I video accuratamente messi in scena – uomini in uniforme che scaricano sacchi di farina o gesticolano alle code degli sfollati – sono circolati per suggerire l’emergere di una governance palestinese alternativa, apparentemente più “pragmatica” o flessibile e più disposta a stare al gioco di Netanyahu.

Il loro ruolo non è solo quello di seminare il caos, ma di suggerire la possibilità di un altro ordine. La loro stessa presenza fomenta sfiducia e spezza le fragili reti di solidarietà che si formano sotto assedio. Sono, in un certo senso, i primi a inghiottire l’esca: i primi a immaginare un futuro incistato all’interno dell’apparato dello sterminio. Ma ciò che viene loro offerto non è la vita, solo una sua imitazione – una sopravvivenza gestita all’interno di un paesaggio progettato per estinguere la presenza dei palestinesi – e per estinguere infine anche a loro utilità.

E, come in molti casi di collaborazionismo, mascherano lo schierarsi brutalmente contro la loro gente con il mantra di essere “forze popolari”, come lo stesso Abu Shabab chiama la sua banda di saccheggiatori.

Ma c’è un problema: mentre questi gruppi possono essere tatticamente utili a Israele – convenienti per reindirizzare gli aiuti, disciplinare la fame e colpire la già sfilacciata coesione del tessuto sociale di Gaza – la loro utilità rimane fondamentalmente limitata. Non sono attori strategici in alcun senso trasformativo. La loro geografia è stretta, la loro influenza parassitaria e la loro esistenza è legata interamente all’ombra protettiva del potere israeliano. Sono criminali trasformati in collaborazionisti, molti appena fuggiti dalle carceri palestinesi all’inizio della guerra, altri sono ex impiegati dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania, e alcuni millantano legami con l’ISIS e di essere stati tra i suoi ranghi. Sopravvivono, letteralmente, grazie alla guerra, a convogli che saccheggiano, alle armi date loro in modo selettivo, all’indulgenza dell’esercito israeliano.

Mafia senza dignità

Ma ciò che conta di più per Israele non è il loro successo, ma il loro spettacolo. Il punto non è che vinceranno a Gaza – nessuno, compresi i loro gestori, immagina che possano, ma che fungano da esibizione vivente di infiltrazione. Diventano simboli della frattura, danno un’immagine della società palestinese a Gaza come penetrabile, divisibile e corruttibile. Mostrano che la resistenza ha il suo contoraltare.

La loro vera funzione non è quella di governare, ma di annebbiare il confine tra opposizione e collaborazione. Seminano il dubbio per rendere sospetta l’idea stessa di una volontà collettiva di resistere. In questo senso la milizia collaborazionista è meno una risorsa militare che un dispositivo narrativo – un attore nello sforzo in corso di Israele per narrare la disintegrazione palestinese come endogena, inevitabile e forse, agli occhi sionisti, anche “meritata”.

Tuttavia la loro posizione sociale di reietti – la loro esclusione dall’immaginario comune – segna la loro incapacità di essere accolti nel corpo sociale palestinese, a differenza delle mafie tradizionali che spesso si radicano nella parentela, nel quartiere o nella solidarietà di classe. Invece questi collaborazionisti esistono in una zona di sovranità negativa: temuta ma non rispettata, conosciuta ma non rivendicata, presente ma non accettata. Si capiscono meglio

nel quadro di una tecnica coloniale di frammentazione: bande senza lealtà e mafie senza dignità.

Questa tecnica di frammentazione ancora una vota non è una novità. Israele ha coltivato a lungo alleanze con attori locali per gestire e interrompere la coesione palestinese. La recente ascesa di bande all’interno delle comunità palestinesi con cittadinanza israeliana è uno di questi esempi. La convergenza del tacito sostegno israeliano, in particolare gli apparati di intelligence, nonché il deliberato fallimento della sorveglianza e più ampi rivolgimenti economici hanno prodotto nuove strutture più radicate di criminalità organizzata.

Queste bande non sono semplici sottoprodotti del decadimento sociale; sono sintomi di un disordine gestito, coltivato ​​e tollerato nella misura in cui spiazza l’azione collettiva e rivolge la violenza all’interno, anche tra quelli che Israele vanta come suoi cittadini e impiega felicemente come strumenti di propaganda per dire: “Guarda, abbiamo arabi che camminano in spiaggia. Pertanto, non siamo razzisti”.

Lo stesso vale per l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, che oggi rappresenta la forma più avanzata di una cultura politica da gangster. Cannibalizzando l’apparato amministrativo, l’ANP governa non solo sotto l’ombra di Israele, ma anche usando come arma la propria versione della storia nazionale. Ridefinisce i confini della lealtà e del tradimento, di amico e nemico in modi che gli consentono di nascondere i suoi comportamenti da gangster.

Ma forse questo è ciò che è più centrale nel contesto di Gaza: l’umanitarismo e l’osceno genocidio, la gioia del soldato israeliano e la sua felicità nell’uccidere i palestinesi e nella distruzione delle loro case – tutto ora è messo a nudo. È una guerra senza coperture. Niente maschere, niente veli, niente paraocchi ideologici. La forma sociale di questa collaborazione, il suo rozzo affiorare nella visibilità pubblica, rivela qualcosa di fondamentale sulla natura di questa guerra.

Non è solo genocida: è oscena e spudorata, non chiede nulla al mondo se non passività. Ciò a cui stiamo assistendo non è semplicemente una campagna militare, ma una rappresentazione del crollo, non di Gaza, ma dei paraocchi ideologici, dei discorsi e delle affermazioni morali di un mondo non più in grado di giustificarsi. Una banda a Gaza rappresenta le molte bande che governano su di noi.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il massacro dei soccorritori: 14 operatori umanitari trovati morti e sepolti con le mani legate

Tareq S. Hajjaj

31 marzo 2025 – Mondoweiss

Una squadra di operatori della Difesa Civile e della Mezzaluna Rossa palestinese a Gaza è scomparsa dopo essersi recata a Rafah per una missione di salvataggio. Una settimana dopo i corpi di 14 soccorritori sono stati trovati morti e sepolti nella sabbia dall’esercito israeliano.

All’ospedale Nasser di Khan Younis Taghreed al-Attar siede accanto al corpo del marito, ritrovato venerdì scorso a Rafah. Anwar al-Attar era partito la settimana prima per Rafah con altri soccorritori, ma nessuno è tornato.

Sua moglie racconta che quando hanno perso i contatti con suo marito le persone le hanno detto che era stato imprigionato dall’esercito israeliano. Ma afferma che lui le è apparso in sogno e lo ha visto in paradiso circondato da fiumi e frutteti. Non poteva credere che si trovasse in un carcere.

“Non ha mai perso un momento di lavoro da quando è iniziata la guerra. È stato ferito tre volte e tutti gli chiedevano di smettere di lavorare e di riposarsi”, racconta Taghreed in una testimonianza video a Mondoweiss. “Ma lui diceva sempre che doveva essere un modello per i suoi colleghi e che non avrebbe mai smesso di lavorare e servire la sua gente. Ha rischiato la vita penetrando tra le macerie e tirando fuori i martiri. Sono orgogliosa di lui e spero che i nostri figli saranno come lui”.

Ricorda che lui le parlava sempre dei pericoli che correva, a volte dicendole che i droni quadricotteri li inseguivano sempre e a volte sparavano. Lei gli chiedeva se aveva paura e lui le rispondeva che Dio era con lui.

“Anwar lascia tre figlie, la più piccola delle quali ha quattro anni”, dice la moglie.

La scorsa settimana Al-Attar era stato inviato con i suoi colleghi della Protezione Civile in una missione per salvare una squadra di paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) scomparsa, ma l’unico risultato è stato il blocco delle comunicazioni anche con lui e la squadra di soccorso.

Il corpo di Anwar è stato trovato qualche giorno dopo sepolto sotto la sabbia. Questo è stato il primo segno evidente che l’esercito israeliano aveva preso di mira la Difesa Civile e gli equipaggi della PRCS a Rafah, ha detto un portavoce della Difesa civile a Mondoweiss.

Pochi giorni dopo aver trovato il corpo di al-Attar le squadre della Protezione Civile che hanno scavato nella zona dopo aver ottenuto il permesso dall’esercito israeliano hanno trovato 14 cadaveri.

In una dichiarazione del 30 marzo il Ministero della Salute di Gaza ha affermato che i corpi appartenevano a 8 paramedici del PRCS, 5 membri della Difesa Civile e una persona la cui identità rimane sconosciuta.

Si specificava che gli equipaggi erano stati “giustiziati” e “alcuni sono stati trovati con le mani legate”.

Il Ministero ha aggiunto che i corpi dei componenti delle squadre di soccorso mostravano i segni di un’azione deliberatamente mirata. “Alcuni di loro sono stati colpiti alla testa e al torace e sono stati sepolti in buche profonde per evitare che venissero trovati”, ha affermato il Ministero.

Al funerale di al-Attar la scorsa settimana i membri della Difesa Civile che hanno salutato il loro collega caduto con le lacrime agli occhi hanno raccontato a Mondoweiss tramite una testimonianza video la dedizione di al-Attar al suo lavoro. “Ha svolto un lavoro umanitario durante la guerra e la sua missione era quella di recuperare i feriti e i martiri dalle macerie”, ha affermato Abdul Rahman Ashour, uno dei membri della Difesa Civile che ha riportato il corpo di al-Attar da Rafah.

“Il giubbotto e l’elmetto di Anwar, che lo identificano come un operatore della Protezione Civile, sono stati perforati da oltre 20 fori di proiettile”, ha dichiarato Ashour a Mondoweiss. “È stato colpito alla testa, al torace e nella parte inferiore del corpo. È stato brutalmente assassinato”.

Ashour dice che l’ambulanza del PRCS inviata a Rafah per rispondere alle chiamate di soccorso ha preso fuoco dopo essere stata colpita dall’esercito israeliano. È stato allora che al-Attar e la sua squadra sono stati inviati a bordo di un’autopompa e un’altra ambulanza.

“Gli equipaggi dell’ambulanza e dell’auto dei pompieri sono stati presi di mira subito”, ha aggiunto Ashour, dicendo che al-Attar e i suoi colleghi sono stati “giustiziati sul campo”.

Come si è svolto il massacro dei primi soccorritori

Nella scorsa settimana l’esercito israeliano ha fatto irruzione in varie zone della Striscia di Gaza, tra cui il quartiere Tal al-Sultan a Rafah, in particolare in un’area della parte occidentale comunemente nota come “al-Baraksat”. Durante i primi giorni dell’irruzione gli abitanti hanno condiviso storie orribili di esecuzioni di massa, giovani uomini raggruppati dentro dei fossati e fucilati a bruciapelo e bambini uccisi davanti alle loro madri.

Diversi sopravvissuti che sono riusciti a lasciare la zona hanno ripetuto questi racconti a Mondoweiss, ma al momento il giornale non è stato in grado di verificarli dato che a nessun soccorritore è stato permesso di raggiungere la zona a causa del rigido blocco imposto dall’esercito israeliano. Da allora sono emerse sempre più testimonianze di sopravvissuti e soccorritori provenienti dalla zona.

Marwan al-Hams, direttore degli ospedali da campo a Gaza, ha detto a Mondoweiss nel corso di una testimonianza video di aver ricevuto segnalazioni del ritrovamento a Rafah di “molti corpi e resti umani”. “È quanto rimane di un gruppo di martiri”, ha detto. “Le persone hanno cercato di recuperarli ma non ci sono riuscite. Li hanno semplicemente coperti di sabbia per evitare che venissero mangiati dai cani randagi”.

È stato in questo contesto che la scorsa settimana i civili intrappolati a Tal al-Sultan hanno inviato chiamate di soccorso al PRCS e alla Difesa civile nell’area di Rafah. Sono stati inviati due veicoli, seguiti, dopo la loro scomparsa, dagli altri due guidati da Anwar al-Attar.

Il destino di tutti gli equipaggi è rimasto sconosciuto per oltre una settimana. Durante questo periodo il PRCS e la Difesa Civile hanno tentato di ottenere il permesso di coordinamento dall’esercito israeliano per entrare a Rafah e cercare i loro colleghi scomparsi.

Mahmoud Basal, portavoce della Difesa Civile nella Striscia di Gaza, racconta che non appena la squadra di Attar è arrivata a Rafah, l’esercito israeliano ha chiuso gli ingressi e le uscite della località, assediando di fatto i primi soccorritori. È stato allora che le comunicazioni sono andate perse, dice Basal.

“Abbiamo chiesto alle organizzazioni internazionali e alla comunità internazionale di aiutarci a trovare un accordo con l’occupazione per ottenere l’accesso all’area, così da poter conoscere la sorte delle nostre squadre”, racconta Basal a Mondoweiss. “Per diversi giorni abbiamo tentato di coordinarci, ma l’occupazione ha categoricamente rifiutato”.

Dopo numerose richieste il 27 marzo la Difesa civile, la Mezzaluna Rossa e l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) hanno ottenuto il coordinamento dall’occupazione.

“Siamo entrati a Rafah dopo molte difficoltà, solo per rimanere sconvolti  dall’entità del massacro che vi si era verificato”, racconta Basal. “Le forze di occupazione hanno aperto il fuoco pesante sui veicoli della Mezzaluna Rossa e della Difesa civile. I bulldozer israeliani hanno persino posizionato barriere di sabbia sull’area [dove erano stati sepolti], alterandone completamente le caratteristiche”.

“Tutte le evidenze sulla scena mostrano che le forze di occupazione israeliane hanno giustiziato gli equipaggi medici”, continua Basal, aggiungendo che durante le ricerche del 27 marzo i team hanno identificato il corpo di Anwar al-Attar. “Abbiamo cercato di localizzare gli altri, ma è calato il buio e ci ha impedito di completare la ricerca”.

Tre giorni dopo le squadre della Difesa Civile hanno trovato il resto degli equipaggi dispersi: 14 persone sepolte, alcune con le mani legate e con segni di colpi di arma da fuoco alla testa e al torace.

Basal sottolinea che le squadre della Difesa Civile e della Mezzaluna Rossa godono dell’immunità internazionale e sono protette dal diritto umanitario internazionale.

“Ma sfortunatamente l’occupazione ha una marcata familiarità con gli eccidi. Stiamo parlando di 105 martiri della Difesa Civile, tutti con l’immunità, ma l’occupazione li ha uccisi”, afferma Basal. “Questo dimostra che l’occupazione non ha linee rosse e non rispetta il diritto internazionale o umanitario”.

Una dichiarazione dell’esercito israeliano all’AFP [agenzia di stampa francese, ndt.] ha affermato che “pochi minuti” dopo che i soldati “hanno eliminato diversi terroristi di Hamas” aprendo il fuoco sui loro veicoli, “altri automezzi sono avanzati in modo sospetto verso le truppe”. La dichiarazione ha aggiunto che l’esercito ha sparato “verso i veicoli sospetti, eliminando diversi terroristi di Hamas e della Jihad islamica”.

L’esercito ha ammesso che un’indagine appena avviata ha rivelato che “alcuni” dei veicoli erano ambulanze e camion dei pompieri, aggiungendo che l’esercito condanna l’uso di tali veicoli da parte di “organizzazioni terroristiche” per “scopi terroristici”.

Mahmoud Basal smentisce queste accuse, affermando che l’occupazione ha voluto coprire il crimine sostenendo che si trattava di combattenti di Hamas e della Jihad islamica. Afferma che la Difesa Civile ritiene l’occupazione israeliana pienamente responsabile per l’uccisione degli equipaggi, la violazione del diritto umanitario internazionale e il massacro di personale medico e soccorritori, identificabili per i loro giubbotti arancioni.

“[L’uso di] questo giubbotto è coordinato con l’occupazione israeliana”, afferma Basal. “L’operazione di ingresso [delle squadre di soccorso a Rafah] era chiara, ma l’occupazione ha commesso il massacro e ora vuole liberarsi dal peso dell’onta”.

“Quello che è successo ai nostri equipaggi è un massacro a tutti gli effetti e un crimine per il quale l’occupazione deve essere ritenuta responsabile dal mondo libero e dalle organizzazioni umanitarie”, aggiunge Basal. “Ciò ha gravi ripercussioni e il mondo deve rendersi conto che quanto è successo a Gaza costituisce una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale”.

Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza di Mondoweiss e membro dell’Unione Scrittori Palestinesi. Ha studiato letteratura inglese all’università Al-Azhar di Gaza. Ha iniziato la sua carriera di giornalista nel 2015 lavorando come scrittore esordiente e traduttore per il giornale locale, Donia al-Watan. E’ stato corrispondente per Elbadi, Middle East Eye e Al Monitor.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Una conferenza israeliana sull’antisemitismo sta fallendo … perché ha invitato troppi antisemiti

Jonathan Ofir

26 marzo 2025- Mondoweiss

Una conferenza israeliana sull’antisemitismo è finita sotto accusa a causa della partecipazione di politici europei di estrema destra, molti dei quali con una storia di razzismo antiebraico. Sebbene questa lista di invitati sia offensiva, non dovrebbe sorprendere data la storia del sionismo.

Oggi il governo israeliano inizierà a ospitare una conferenza di due giorni sull’antisemitismo. Ironicamente l’iniziativa ha cominciato a sgretolarsi a causa delle accuse secondo cui troppe persone che vi partecipano sarebbero antisemite.

La conferenza di questa settimana è presieduta dal Ministero della Diaspora di Israele, che è guidato da Amichai Chikli (Likud). La conferenza intitolata “Conferenza internazionale sulla lotta all’antisemitismo” è il culmine della “settimana della Diaspora” di Israele, ma in realtà è pensata per raccogliere ulteriore sostegno alle politiche razziste di Israele. Chikli ha difeso Elon Musk l’anno scorso quando quest’ultimo ha attaccato George Soros come “odiatore dell’umanità” e paragonandolo al cattivo dei fumetti X-Men Magneto, che come Soros è un sopravvissuto all’Olocausto. Ora, la lista degli invitati alla sua conferenza sull’antisemitismo sta generando così tante polemiche che persino i sionisti reazionari non possono sostenerla. Secondo il Times of Israel, questi ospiti includono:

“L’elenco degli ospiti della conferenza include i controversi politici europei di destra Jordan Bardella, presidente del partito di estrema destra francese Rassemblement National fondato dal noto antisemita e negazionista dell’Olocausto Jean-Marie Le Pen; Marion Marechal, membro francese di estrema destra del Parlamento europeo e nipote di Le Pen; Hermann Tertsch, membro spagnolo di estrema destra del Parlamento europeo; Charlie Weimers del partito di estrema destra Sweden Democrats; e Kinga Gál, del partito ungherese Fidesz”.

Questo Who’s Who [almanacco, n.d.t.] dell’estrema destra europea ha portato alcuni dei più noti difensori di Israele, come il CEO dell’Anti-Defamation League Jonathan Greenblatt, il rabbino capo britannico Ephraim Mirvis e altri, a ritirarsi dall’evento.

Ma uno sguardo alla storia del sionismo mostra che tali alleanze non sono insolite. Infatti i leader sionisti e lo stato israeliano hanno a lungo avuto rapporti con fascisti e antisemiti con l’obiettivo di colonizzare la Palestina.

La lunga storia di collaborazione tra sionisti e antisemiti

Sebbene possa sorprendere qualcuno, la conferenza e la sua lista di ospiti indecenti non sono fuori luogo nella storia del sionismo. Infatti, proprio agli albori del sionismo, il fondatore Theodor Herzl scrisse nel suo diario che “gli antisemiti diventeranno i nostri amici più affidabili, i paesi antisemiti i nostri alleati”. Ed è proprio così che si è svolta la storia.

Tali alleanze hanno avuto luogo in varie occasioni nel corso della storia del sionismo, per vari obiettivi specifici. Tali obiettivi includevano l'”Accordo di trasferimento”, progettato dello Yishuv sionista (la comunità politica ebraica in Palestina) negli anni 1933-39, in vista del quale ebbe luogo l’incontro di Berlino del 1937 tra Adolf Eichmann e l’ebreo sionista e agente dell’Haganah Feivel Polkes. L’incontro includeva una discussione sulla possibilità che i nazisti potessero fornire armi per la lotta sionista contro il Mandato britannico in Palestina. Lo stesso anno Eichmann visitò la Palestina, ospitato da Polkes.

Un altro esempio fu quando la banda Stern (o LEHI, una propaggine dell’Irgun, guidata da Yaakov Stern) tentò di stringere un’alleanza con la Germania nazista nel 1940-41. Le loro proposte a Hitler offrivano “una partecipazione attiva alla guerra dalla parte della Germania”, menzionavano una “partnership di interessi” tra “la visione del mondo tedesca e le vere aspirazioni nazionali del popolo ebraico”. Sostenevano che “l’istituzione dello storico stato ebraico su una base nazionale totalitaria, in un rapporto di alleanza con il Reich tedesco, è compatibile con la conservazione del potere della Germania”. L’Irgun e la banda Stern erano entrambi discendenti ideologici di Vladimir Jabotinsky e del suo “Muro di ferro”, che è anche l’ideologia fondante del partito Likud. I leader di questi gruppi paramilitari, Menachem Begin e Yitzhak Shamir, divennero poi primi ministri di Israele. Naturalmente anche l’attuale primo ministro, Benjamin Netanyahu, è un erede di questa ideologia.

Negli anni ’30 i seguaci di Jabotinsky si formarono in Italia sotto Mussolini, il cui governo fascista annotò:

“In accordo con tutte le autorità competenti è stato confermato che le opinioni e le inclinazioni politiche e sociali dei revisionisti sono note e che sono assolutamente in accordo con la dottrina fascista. Pertanto, come nostri studenti, porteranno la cultura italiana e fascista in Palestina”.

Anni dopo Netanyahu non ha fatto che rafforzare le alleanze con i governi di estrema destra e ha gettato a mare gli ebrei e la storia della persecuzione ebraica. Lo ha fatto quando ha “assolto” il presidente ungherese Victor Orban proprio mentre Orban elogiava i collaboratori nazisti e attaccava George Soros con una campagna antisemita, e quando ha aiutato la Polonia nel suo tentativo ultranazionalista e revisionista di occultare [gli episodi di collaborazionismo e attiva partecipazione n.d.t.] della propria storia durante l’Olocausto.

Questa storia evidenzia come sionisti e antisemiti abbiano spesso trovato un terreno politico comune, esattamente come aveva previsto Herzl. Per gli antisemiti l’idea dello “Stato ebraico” rappresenta qualcosa con cui possono identificarsi: il potere brutale e ultra-nazionalista contro una popolazione oppressa non bianca (che si sposa con le loro politiche anti-immigrazione ultra-nazionaliste).

L’approvazione sionista è stata anche usata per ripulire i propri precedenti: se lo Stato ebraico li “certifica”, non possono essere razzisti.

L’obiettivo di Israele: legittimare il genocidio

Ciò che l’intera vicenda ha chiarito è che niente di tutto questo riguarda realmente l’antisemitismo. L’obiettivo di Chikli è combattere coloro che criticano Israele.

Nella sua lettera aperta a Papa Francesco lo scorso dicembre, Chikli ha criticato il suggerimento fin troppo blando del Papa di studiare se Israele stesse effettivamente commettendo un genocidio. Chikli ha tirato fuori la carta dell’Olocausto e ha suggerito che il Papa stesso si stesse impegnando nella negazione dell’Olocausto attraverso la “banalizzazione”:

“Come popolo che ha perso sei milioni di figli e figlie nell’Olocausto, siamo particolarmente sensibili alla banalizzazione del termine “genocidio”, una banalizzazione che si avvicina pericolosamente alla negazione dell’Olocausto“.

Quando stabilisci il tuo “stato ebraico” attraverso l’espropriazione dei palestinesi il tuo sionismo alla fine porterà l’antisemitismo al punto di partenza rafforzando le stesse forze che hanno portato avanti la tua persecuzione storica.

Non esiste un “nuovo antisemitismo”. Israele sta solo cercando di costruire un sostegno per il suo razzismo anti-palestinese sfruttando la storia di oppressione del popolo ebraico.

Forse riusciranno ancora a spararsi sui piedi.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




La lettera di Mahmoud Khalil, prigioniero politico palestinese in Louisiana

Mahmoud Khalil

 

18 marzo 2025  Mondoweiss

Da un centro di detenzione dell’ICE [Controllo dell’Immigrazione e delle Dogane, agenzia federale del Dipartimento della Sicurezza Interna, ndt.] Mahmoud Khalil scrive:”L’amministrazione Trump mi sta prendendo di mira all’interno di una strategia più ampia per reprimere il dissenso”.

La seguente lettera è stata dettata da Mahmoud Khalil ai suoi avvocati dal telefono di un centro di detenzione dell’ICE

18 marzo 2025

Mi chiamo Mahmoud Khalil e sono un prigioniero politico. Vi scrivo da un centro di detenzione in Louisiana, dove mi sveglio al freddo e trascorro lunghe giornate a testimoniare le silenziose ingiustizie in atto contro un gran numero di persone escluse dalle protezioni di legge. Chi ha diritto ad avere diritti? Di certo non sono gli esseri umani ammassati qui nelle celle. Non è l’uomo senegalese che ho incontrato, privato della sua libertà da un anno, con una situazione legale in sospeso e la famiglia a un oceano di distanza. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che ha messo piede in questo paese all’età di nove anni solo per essere deportato senza nemmeno un’udienza.

La giustizia non esiste nelle strutture di immigrazione di questa nazione. L’8 marzo sono stato preso dagli agenti del Dipartimento della Sicurezza Interna che si sono rifiutati di fornire un mandato e hanno aggredito me e mia moglie mentre rincasavamo da una cena. Ormai il filmato di quella notte è stato reso pubblico. Prima che mi rendessi conto di cosa stesse succedendo, gli agenti mi hanno ammanettato e costretto a salire su un’auto senza contrassegni. In quel momento, la mia unica preoccupazione era per la sicurezza di Noor. Non avevo idea se sarebbe stata presa anche lei, poiché gli agenti avevano minacciato di arrestarla per non essersi allontanata da me. Il Dipartimento non mi ha detto nulla per ore: non sapevo il motivo del mio arresto o se avrei dovuto affrontare un’immediata deportazione.

Ho dormito sul freddo pavimento di Federal Plaza 26 [sede nuovayorkese nell’ICE, ndt.]. Nelle prime ore del mattino gli agenti mi hanno trasportato in un’altra struttura a Elizabeth, nel New Jersey. Lì dormivo per terra e mi è stata rifiutata una coperta nonostante la mia richiesta. Il mio arresto è stato una conseguenza diretta dell’esercizio del mio diritto alla libertà di parola, poiché sostenevo una Palestina libera e la fine del genocidio a Gaza – che è ripreso con massima forza lunedì sera. Con la fine del cessate il fuoco di gennaio, i genitori a Gaza stanno di nuovo cullando minuscoli sudari e le famiglie sono costrette a patire fame e sfollamento sotto le bombe. È per noi un imperativo morale continuare nella lotta per la loro completa libertà.

Sono nato in Siria in un campo profughi palestinese, da una famiglia che era stata sfollata dalla propria terra nella Nakba del 1948. Ho trascorso la mia giovinezza vicino ma distante dalla mia terra natale. Ma essere palestinese è un’esperienza che trascende i confini. Vedo nella mia attuale condizione delle somiglianze con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, ovvero la reclusione senza processo o accusa, che priva i palestinesi dei loro diritti. Penso all’amico Omar Khatib, che è stato incarcerato da Israele senza accusa o processo mentre tornava a casa da un viaggio. Penso al pediatra direttore dell’ospedale di Gaza dr. Hussam Abu Safiya, che è stato fatto prigioniero dall’esercito israeliano il 27 dicembre e che oggi si trova in un campo di tortura israeliano. Per i palestinesi, la reclusione senza giusto processo è un fatto consueto.

Ho sempre creduto che il mio dovere fosse non solo quello di liberare me stesso dall’oppressore, ma anche di liberare i miei oppressori dal loro odio e dalla loro paura. La mia ingiusta detenzione è indicativa del razzismo anti-palestinese che sia l’amministrazione Biden che quella di Trump hanno dimostrato negli ultimi 16 mesi, con gli Stati Uniti che hanno continuato a fornire armi a Israele per uccidere i palestinesi e a impedire l’intervento internazionale. Per decenni il razzismo anti-palestinese ha animato l’intento di estendere le leggi e le pratiche statunitensi atte a reprimere violentemente palestinesi, arabo-americani e altre comunità. Questo è esattamente il motivo per cui sono stato preso di mira.

Mentre attendo decisioni legali che tengono in ballo il futuro di mia moglie e di mio figlio, coloro che hanno permesso che fossi il bersaglio restano comodamente alla Columbia University. I presidenti Shafik, Armstrong e Dean Yarhi-Milo hanno creato le condizioni perché il governo degli Stati Uniti mi detenesse, sanzionando arbitrariamente studenti filo-palestinesi e consentendo campagne virali fuori controllo di diffusione di informazioni personali basate su razzismo e disinformazione. La Columbia mi ha preso di mira per il mio attivismo, ha creato un nuovo arrogante ufficio disciplinare per eludere il giusto processo e mettere a tacere gli studenti che criticano Israele. La Columbia si è arresa alle pressioni federali consegnando i registri degli studenti al Congresso e cedendo alle ultime minacce dell’amministrazione Trump. Il mio arresto, l’espulsione o la sospensione di almeno 22 studenti della Columbia, alcuni dei quali privati ​​delle loro lauree triennali solo poche settimane prima della laurea, e l’espulsione di Grant Miner presidente dell’Associazione degli Studenti Lavoratori della Columbia alla vigilia delle trattative contrattuali ne sono chiari esempi.

Se non altro la mia detenzione è una prova della forza del movimento studentesco nel cambiare l’opinione pubblica verso la liberazione palestinese. Gli studenti sono da tempo in prima linea nel cambiamento, hanno guidato la lotta contro la guerra del Vietnam, sono in prima linea nel movimento per i diritti civili e hanno lottato contro l’apartheid in Sudafrica. E oggi, anche se la società deve ancora davvero capirlo, sono gli studenti a guidarci verso la verità e la giustizia.

L’amministrazione Trump mi sta colpendo all’interno di una strategia più ampia per reprimere il dissenso. I titolari di visto, i titolari di green card e i cittadini tutti saranno puniti per le loro convinzioni politiche. Nelle prossime settimane studenti, difensori e funzionari eletti dovranno unirsi per difendere il diritto di protestare per la Palestina. In gioco non ci sono solo le nostre voci, ma le libertà civili fondamentali di tutti. Sono pienamente consapevole che questo momento trascende le mie personali circostanze, spero comunque di essere libero per assistere alla nascita del mio primogenito.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Umiliante e doloroso”: testimonianze dalle evacuazioni di massa nella Cisgiordania settentrionale  

Qassam Muaddi  

11 febbraio 2025 Mondoweiss

L’evacuazione forzosa di oltre 40.000 persone nella Cisgiordania settentrionale sta riproponendo scene viste a Gaza e alimenta il timore di una pulizia etnica. “La cosa più importante è restare a casa nostra”, dice a Mondoweiss una residente del campo profughi di al-Far’a

Israele ha esteso la sua offensiva nella Cisgiordania settentrionale dal campo profughi di Jenin ai campi profughi di Nur Shams a Tulkarem e di al-Far’a a Tubas. Denominato “Operazione Muro di Ferro”, secondo una dichiarazione dell’UNRWA di lunedì, l’attacco israeliano è in corso da tre settimane, ha ucciso almeno 25 palestinesi ferendone oltre 100 e costringendo 40.000 persone a lasciare le loro case. “Lo sfollamento forzato delle comunità palestinesi nella Cisgiordania settentrionale sta aumentando a un ritmo allarmante”, ha affermato l’UNRWA. “L’uso di attacchi aerei, bulldozer blindati, esplosioni controllate e armi avanzate da parte delle forze israeliane è diventato una cosa normale, una ricaduta della guerra a Gaza”.

La settimana scorsa le forze israeliane hanno fatto esplodere 20 edifici residenziali nel campo profughi di Jenin, una delle più grandi demolizioni in Cisgiordania degli ultimi anni. I residenti locali e le fonti dei media hanno paragonato l’effetto della distruzione alla strategia della “cintura di fuoco” impiegata a Gaza da Israele, che prevede il bombardamento concentrato e ripetuto di piccole aree che distrugge interi isolati residenziali. L’offensiva di Israele in Cisgiordania è in corso da metà gennaio, di fatto l’invasione militare più lunga e di più ampia portata dalla Seconda Intifada. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che l’offensiva si estenderà al resto della Cisgiordania con le invocazioni dei politici israeliani di estrema destra di trasferire la guerra da Gaza alla Cisgiordania prima di annetterla ufficialmente. Si prevede che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump farà presto un annuncio sulla possibilità che gli Stati Uniti sostengano una simile mossa.

“È stato umiliante e doloroso”

Come conseguenza i palestinesi della Cisgiordania hanno visto le loro vite paralizzate e sconvolte dalla repressione israeliana. Le chiusure e i blocchi stradali israeliani sono diventati una pratica quotidiana, rendendo gli spostamenti tra città e paesi carichi di incertezze per centinaia di migliaia di palestinesi. Questi fatti hanno trasformato la Cisgiordania in una zona di guerra, soprattutto nei campi profughi. “Prima di essere costretti a lasciare la nostra casa con mio marito e i miei figli abbiamo trascorso due giorni senza acqua, poiché le forze di occupazione hanno tagliato l’acqua all’intero campo”, ha detto a Mondoweiss Nehaya al-Jundi, residente del campo profughi di Nur Shams e direttrice del locale Centro di Riabilitazione per Disabili.

“I soldati dell’occupazione andavano di casa in casa e costringevano la gente ad andarsene, mentre io e la mia famiglia abbiamo aspettato due giorni che arrivasse il nostro turno”, ha continuato al-Jundi. “La mia vicina, Sundos Shalabi, incinta all’ottavo mese, ha deciso con suo marito di andarsene domenica per paura di dover partorire durante l’assedio del campo”. La straziante tragedia di Sundos Shalabi ha fatto notizia all’inizio di questa settimana. “Suo marito stava guidando sulla strada verso la città di Bal’a, appena fuori dal campo profughi, quando i soldati dell’occupazione hanno aperto il fuoco contro l’auto”, ha raccontato al-Jundi. “Lui è stato ferito e ha perso il controllo, quindi l’auto si è ribaltata e Sundos e il suo bambino non ancora nato sono rimasti entrambi uccisi. Suo marito è ancora in terapia intensiva nell’ospedale di Tulkarem”.

“Lunedì i soldati hanno demolito il muro esterno della mia casa, poi con gli altoparlanti hanno invitato tutti i residenti del quartiere ad andarsene”, ha continuato al-Jundi. “Ho preso un po’ di cose necessarie e qualche cambio di vestiti, poi abbiamo chiuso a chiave le porte di casa e ci siamo uniti agli altri residenti in strada, mentre i soldati dell’occupazione separavano gli uomini dalle donne”. “Ci hanno perquisito e interrogato, e ci hanno fatto andare dieci alla volta in una certa direzione”, ha ricordato. “Camminavamo per le strade piene di buche e distrutte in mezzo a pozze di acqua piovana. Alcuni inciampavano e cadevano, uomini e donne, bambini e anziani. Alcuni piangevano. È stato molto umiliante e doloroso”.

La cosa più importante è restare nella nostra casa”

Dopo aver bloccato per dieci giorni gli ingressi del campo profughi ad al-Far’a a Tubas l’esercito israeliano ha intensificato le sue operazioni. Martedì i residenti hanno riferito che le forze israeliane stavano iniziando a demolire negozi e case all’interno del campo.

Avevamo sperato che oggi l’occupazione si sarebbe ritirata dal campo, ma siamo rimasti senza parole nel vederli demolire e in alcuni casi far esplodere i negozi nelle strade interne, senza sosta dalla mattina”, ha detto martedì a Mondoweiss Lara Suboh, una residente di al-Far’a di circa venti anni.

Per dieci giorni non abbiamo avuto acqua, perché la prima cosa che hanno fatto le forze di occupazione è stata di far saltare le tubature dell’acqua e noi dipendiamo dalle cisterne di riserva idrica sui nostri tetti”, ha spiegato. “Alcune persone se ne sono andate subito perché hanno familiari malati o disabili, ma altre persone sono state costrette ad andarsene ieri. I soldati dell’occupazione hanno intimato loro di andarsene entro dieci minuti”.

“Nella nostra strada non l’hanno ancora fatto”, ha aggiunto. “Siamo in cinque in casa, con i miei due fratelli e entrambi i miei genitori. Stiamo sopravvivendo con il cibo che avevamo comprato prima che iniziasse l’assedio, sperando che l’offensiva finisse prima del nostro cibo e della nostra acqua. La cosa più importante per me è che restiamo nella nostra casa, anche se la distruggono e distruggono tutto il resto, possiamo ricostruirla più tardi. Ma non voglio che la mia famiglia e io veniamo sfollati”. In una dichiarazione di martedì il Comitato di Emergenza del campo profughi di al-Far’a ha detto che le forze israeliane hanno già sfollato 3.000 persone su una popolazione del campo di 9.000. A Tulkarem il Comitato di Emergenza del campo profughi di Nur Shams ha affermato che metà della popolazione del campo è stata sfollata e che le forze israeliane hanno distrutto completamente 200 case e “parzialmente” altre 120.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)