Mahmoud Abbas si è recato a casa del ministro della Difesa israeliano per colloqui

Redazione di MEE e agenzie

29 dicembre 2021 – Middle East Eye

La riunione nella residenza di Benny Gantz a Rosh HaAyin è stata il primo incontro formale in Israele del presidente palestinese dal 2010.

Martedì [28 dicembre] il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas ha fatto una inusuale visita in Israele, che secondo gli israeliani ha riguardato la sicurezza e questioni civili, per colloqui con il ministro della Difesa Benny Gantz.

I media israeliani hanno informato che l’incontro ha avuto luogo nell’abitazione di Gantz nella città di Rosh HaAyin, che si trova nella zona centrale del Paese, e segna il primo incontro formale di Abbas in Israele dal 2010.

Il giornale israeliano Haaretz ha informato che inizialmente la riunione si sarebbe dovuta tenere la scorsa settimana, ma Abbas ha chiesto chiarimenti a Israele sulla violenza dei coloni e sul fatto che alcune Ong palestinesi sono state messe fuorilegge. Gantz ha detto ad Abbas che intende “continuare a promuovere azioni per rafforzare la fiducia sul piano economico e civile, come stabilito durante i loro ultimi incontri,” ha affermato un comunicato del ministero della Difesa israeliano.

I due uomini hanno discusso di sicurezza e questioni civili,” ha aggiunto.

Il ministero afferma che Gantz ha approvato l’iscrizione all’anagrafe come residenti in Cisgiordania di circa 6.000 persone che abitavano irregolarmente in quel territorio, occupato da Israele dalla guerra del 1967.

Il ministero sostiene che anche altre 3.500 persone di Gaza riceveranno i documenti di residenti. Inoltre il ministero ha annunciato una serie di quelle che ha descritto come “misure per costruire la fiducia”, che faciliteranno l’ingresso di centinaia di uomini d’affari palestinesi tra la Cisgiordania e Israele. Secondo Haaretz si è convenuto che a importanti funzionari dell’ANP verranno concesse decine di cosiddetti permessi per VIP.

Il giornale afferma che Israele ha anche accettato di consegnare all’ANP 100 milioni di shekel (circa 28 milioni di euro) come anticipo sulle tasse che Israele riscuote in sua vece.

Dopo la riunione Gantz ha twittato: “Abbiamo discusso della messa in pratica di misure economiche e civili e sottolineato l’importanza di approfondire la collaborazione sulla sicurezza e prevenire il terrorismo e la violenza, per il benessere sia degli israeliani che dei palestinesi.”

L’incontro di Gantz con Abbas segue una visita nella regione del consigliere per la sicurezza nazionale USA Jake Sullivan.

Il Likud e Hamas condannano l’incontro

A fine agosto Gantz aveva visitato il quartier generale dell’ANP a Ramallah, nella Cisgiordania occupata, per colloqui con Abbas, il primo incontro ufficiale a un tale livello da parecchi anni.

Ma dopo quelle riunioni il primo ministro israeliano Naftali Bennett aveva sottolineato che non c’era in corso “e che non ci sarà in futuro” alcun processo di pace con i palestinesi.

Mercoledì il ministro palestinese delle Questioni Civili Hussein al-Sheikh ha twittato: “La riunione (di martedì) ha riguardato l’importanza di creare un orizzonte politico che porti a una soluzione politica in base alle risoluzioni internazionali.”

I due hanno anche discusso “della pesante situazione sul terreno a causa delle azioni dei coloni”, così come di “molte questioni relative a sicurezza, economiche e umanitarie.”

Il partito israeliano di opposizione di destra Likud ha condannato l’ultimo incontro, affermando che “concessioni pericolose per la sicurezza di Israele sono solo questione di tempo.”

Il Likud ha aggiunto un riferimento sprezzante alla coalizione di governo di Bennett, che include Raam, un partito che rappresenta parte dei cittadini palestinesi di Israele. “Il governo israeliano-palestinese ha ridato priorità ai palestinesi e ad Abbas… ciò è pericoloso per Israele,” ha sostenuto il Likud.

Hamas, il movimento che governa la Striscia di Gaza assediata ed è rivale del Fatah di Abbas, ha affermato che la visita del presidente dell’ANP è andata contro lo “spirito nazionale del nostro popolo palestinese”.

Questo comportamento da parte della dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese approfondisce le differenze politiche, complica la situazione palestinese, incoraggia quanti nella regione vogliono normalizzare i rapporti con l’occupante e indebolisce il rifiuto palestinese della normalizzazione,” ha affermato il portavoce di Hamas Hazem Qassem.

Qassem alludeva al Bahrein e agli Emirati Arabi Uniti, così come a Marocco e Sudan, che all’inizio di quest’anno hanno firmato con Israele accordi di normalizzazione mediati dagli USA durante la presidenza di Donald Trump.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Tre progetti di Israele per il 2022

Tawfiq Abu Shomar

27 dicembre 2021 – Monitor de Oriente

Il primo progetto: gli israeliani progettano di assorbire una possibile nuova ondata di immigrati dall’Ucraina e si aspettano che la Russia scateni una guerra contro quel Paese all’inizio del 2022, perché la Russia ha mobilitato 100 battaglioni sulla frontiera dell’Ucraina. Gli esperti raccomandano di prepararsi per questa grande massa di immigrati, per cui devono essere approvati finanziamenti speciali destinati a loro. Esiste anche la possibilità che ciò venga accompagnato da un’altra ondata di immigrati dalla stessa Russia, perché gli Stati Uniti e l’Europa applicheranno sanzioni economiche contro di essa, il che spingerà a emigrare anche migliaia di ebrei russi.

Lo scrittore Micha Levinson il 19 dicembre ha scritto sul Jerusalem Post [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndtr.]: “Secondo l’American Jewish Year Book 2019 [annuario della comunità ebraica nordamericana, ndtr.], circa 200.000 ucraini possono essere ammessi all’alyià [la salita, ossia l’immigrazione in Israele, ndtr.] in base alla legge del Ritorno [norma che stabilisce i requisiti per aver diritto alla cittadinanza israeliana in quanto ebrei, ndtr.]. Benché la maggioranza non si identifichi come ebrea né lo sia in base alle leggi religiose, decine di migliaia di rifugiati potrebbero chiedere la cittadinanza israeliana.” Quindi, secondo Levinson, il governo di Naftali Bennett suggerisce di eliminare il monopolio dell’ebraizzazione imposto dal Gran Rabbinato, ortodosso, per concedere ai rabbini moderni e riformisti la possibilità di ottenerne l’ebraizzazione in modo rapido, perché c’è mezzo milione di immigrati dell’ex-Unione Sovietica e di altri Paesi che non sono ebrei in base ai criteri rabbinici, compreso il Gran Rabbino sefardita [di origine araba o di altri Paesi musulmani, ndtr.] Yitzhak Yosef, che l’anno scorso li ha definiti “comunisti ostili alla religione”. Secondo l’analisi del più importante demografo [israeliano], Sergio della Pergola, docente dell’Università Ebraica, essi rappresentano il 5% degli ebrei israeliani.

Il secondo progetto è comparso il 19 dicembre sul giornale Israel Hayom [quotidiano gratuito israeliano di estrema destra, ndtr.] e riguarda il metodo di repressione delle manifestazioni e delle rivolte del popolo palestinese che continua a resistere sulla sua terra dal 1948. Yoav Limor ha scritto: “Dopo l’operazione Guardiano delle Mura [l’attacco israeliano contro Gaza del maggio 2021, ndtr.] le IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] e la polizia israeliani hanno lavorato per ricavare lezioni dal conflitto per il futuro. Si è immediatamente deciso di trasferire alla polizia il comando delle unità della polizia di frontiera dell’esercito, così come di far ricorso alle truppe del comando del fronte interno per sostituire la polizia nella sicurezza delle basi e dei convogli delle IDF. Quanto alle nuove unità della polizia di frontiera, esse saranno formate da riservisti che finora prestavano servizio soprattutto nelle unità militari “regolari”, in genere di fanteria o nella difesa delle frontiere.

L’unità parteciperà alle attività operative in corso in Giudea e Samaria (la Cisgiordania occupata) e a Gerusalemme e, se necessario, opererà sotto il controllo della polizia israeliana per missioni di sicurezza interna, come la prevenzione di disordini violenti nelle città miste.” Queste città miste includono, tra le altre, Lydda, Nazaret, Haifa e San Giovani d’Acri.

Questa unità ha effettuato il suo primo addestramento qualche giorno fa nella città palestinese di Umm Al-Fahm e realizzerà interventi rapidi con il pretesto di mantenere la sicurezza e combattere il terrorismo palestinese e gli assassini giornalieri. Tuttavia l’obiettivo non dichiarato è di opprimere i palestinesi.

Quanto al terzo progetto, viene applicato fuori da Israele dal principale gruppo di pressione a favore di Israele negli Stati Uniti, il Comitato delle Questioni Pubbliche Americano-Israeliane (AIPAC). L’organizzazione progetta di trasformarsi nella lobby israeliana di appoggio ai candidati al Congresso, finanziando la campagna dei membri del Congresso e dei candidati alle elezioni favorevoli a Israele. Li appoggerà finanziariamente e logisticamente per attrarre i sostenitori di Israele sia del partito Democratico che di quello Repubblicano.

La presidentessa dell’AIPAC, Betsy Berns Korn, ha affermato: “In tutta la storia dell’AIPAC il consiglio di amministrazione ha adeguato costantemente la nostra strategia politica per garantire che potessimo continuare ad avere successo in una Washington in continuo mutamento. Il contesto politico del Distretto Federale ha conosciuto un profondo cambiamento. L’esasperazione nei rapporti tra i partiti, il notevole ricambio nel Congresso e la crescita esponenziale dei costi delle campagne elettorali ora dominano il panorama. Perciò il Consiglio ha deciso di introdurre questi due nuovi strumenti.” Ha aggiunto che il PAC [Piano di Accumulo del Capitale] dell’AIPAC “metterà in risalto e appoggerà gli attuali parlamentari democratici e repubblicani, così come i candidati al Congresso, che sostengono Israele. La creazione dei PAC fa parte di varie iniziative nuove che l’AIPAC ha lanciato negli ultimi due anni, inclusa una maggiore presenza sulle reti sociali, un’iniziativa digitale e una prossima applicazione dell’AIPAC. Finora le iniziative hanno aumentato significativamente il numero dei nostri aderenti a 1.5 milioni di membri e sta crescendo.”

L’ex-presidente democratico dell’AIPAC, Steven Grossman, ha commentato questo cambiamento affermando: “Avendo visto le modifiche e l’evoluzione della politica statunitense in quest’ultimo decennio circa, appoggio quello che ha detto l’AIPAC perché darà all’organizzazione e ai suoi membri un’opportunità ancora più significativa di svolgere un ruolo attivo nella vita politica statunitense nel momento in cui ciò è fondamentale.”

Concludo dicendo che mi piacerebbe che potessimo beneficiare dei sistemi israeliani nella pianificazione e nella preparazione del futuro, modificando la nostra lotta, ammettendo in primo luogo i nostri errori e poi facendo progetti per il futuro adeguati per cambiare la nostra strategia.

Ricordate: la politica è una partita a scacchi e si può vincere solo conoscendo i piani dell’avversario.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necesariamente la política editoriale di Monitor de Oriente.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




L’ultima esecuzione extragiudiziale conferma il ferreo sostegno israeliano all’assassinio di palestinesi

Jonathan Ofir

6 dicembre 2021 – Mondoweiss

Nel 2016, quando Elor Azarya sparò in testa ad un palestinese inerme, vi fu effettivamente una discussione su questa azione tra i politici israeliani. Non vi è stato un analogo dissenso questo weekend, dopo l’ultima esecuzione extragiudiziale di Israele.

Sabato scorso un uomo palestinese ha accoltellato un ebreo israeliano vicino alla Porta di Damasco a Gerusalemme, procurandogli ferite lievi. L’uomo, identificato come il 23enne Mohammed Shawkat Salameh della città di Salfit in Cisgiordania, è poi corso verso gli agenti di polizia di frontiera, che gli hanno sparato diverse volte – in particolare due volte mentre già giaceva a terra, immobilizzato, da una distanza di circa 5 metri. Haaretz ha riportato ampiamente sia l’azione che le reazioni.

Il video di quella sparatoria è stato filmato ed è circolato sui social media. 

Soltanto pochi politici in Israele lo hanno criticato. 

Ahmad Tibi, della Lista Unita che rappresenta i palestinesi [con cittadinanza israeliana, ndtr.]:Neutralizzazione” è un eufemismo. Questa è un’esecuzione a sangue freddo, la riprova dell’uccisione di una persona ferita che giace a terra e non minaccia nessuno. Per di più gli sono state negate le prime cure mediche finché è morto, nonostante vi fosse un’equipe medica sul luogo. E’ un atto criminale che richiede un’indagine.”

Ofer Cassif, anch’egli della Lista Unita, ha definito gli spari una “esecuzione sommaria” ed un altro membro della Lista Unita, Aida Touma-Sliman, ha affermato: “Uccidere un uomo che non costituisce più una minaccia è un crimine orrendo. Questa è la realtà creata dall’occupazione.” Anche Esawi Freige, del partito di sinistra [sionista, ndtr.] Meretz, ha detto che sparare dovrebbe servire solo “a salvare vite e non a togliere la vita ad aggressori che non costituiscono più un pericolo.” Lo ha definito “un atto che mostra indifferenza verso la vita umana.”

Fin qui tutto bene – sembra esserci qualche decenza umana nella politica israeliana, che chiama le cose col loro nome. Ma è solo una sottile frangia dello spettro politico. Spostandosi un po’ più a destra, verso il partito Laburista, si trova già sostegno all’assassinio. Il Ministro della Pubblica Sicurezza Omer Bar-Lev: Quando c’è un dubbio, non si indugia.”

Ha detto che gli agenti avevano “un secondo o due” dopo il primo sparo per “decidere se il terrorista che era stato colpito stesse per azionare una cintura esplosiva.”

Ma erano sicuri che ci fosse una cintura esplosiva? L’aggressore indossava una maglietta stretta e non c’era assolutamente traccia di ciò. Negli attacchi col coltello non sono mai state usate cinture esplosive, perché sarebbero state controproducenti rispetto all’obiettivo. Comunque sono passati più di 5 anni dall’ultimo attacco suicida (su un autobus di Gerusalemme) e nessuno di tali attacchi si svolge così. In base alla logica di Bar-Lev, se c’è un minimo dubbio che un palestinese abbia una cintura esplosiva sotto il vestito, è sicuramente meglio sparargli e accertarsi della morte, piuttosto che rischiare – e riguardo ai palestinesi il dubbio c’è sempre.

Più di cinque anni fa, nel caso di Elor Azarya, il paramedico militare che sparò in testa ad un palestinese inerme a bruciapelo, anche Azarya si appellò al fatto di temere una cintura esplosiva. Ma il tribunale respinse questa argomentazione, poiché nessuno lì vicino sembrava preoccupato e la motivazione conclamata di Azarya per lo sparo fu che “doveva morire”.

L’aggressore di sabato scorso non è stato colpito perché fosse sospettato di avere un esplosivo. È stato colpito e lasciato a morire dissanguato perché gli agenti della polizia di frontiera hanno ritenuto che dovesse morire.

E così i politici di tutto il principale arco politico hanno acclamato l’assassinio.

Anche il Ministro degli Esteri, il centrista Yair Lapid, ha detto di “appoggiare in pieno i nostri combattenti. Non lasceremo che i terroristi scorrazzino selvaggiamente a Gerusalemme o in qualunque altra parte del Paese.” Il Ministro della Difesa Benny Gantz ha affermato che gli agenti hanno fatto la cosa “ovvia”, sottolineando che hanno il suo sostegno. Il Primo Ministro Naftali Bennett ha detto di “sostenere pienamente” gli agenti che hanno sparato all’aggressore palestinese, affermando che “hanno agito come ci si aspetta da agenti israeliani.”

E’ interessante che nel caso di Azarya vi fu realmente un notevole dibattito riguardo al fatto, che era essenzialmente identico. Allora il Capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot disse che Azarya aveva “sbagliato”. Persino il bellicoso Ministro della Difesa del Likud, Moshe Ya’alon, condannò l’azione: Noi non spariamo semplicemente alle persone, neppure se sono terroristi, neppure ad un altro soldato che ti ha appena sparato ma che poi si è arreso ed è stato neutralizzato, noi non spariamo e basta…Era chiaro ai comandanti che non è ciò che si fa.”[ vedi l’articolo di Gideon Levy sul processo Azarya su zeitun.info]

Ma adesso è qualcosa che si fa. Non c’è dubbio.

Come è accaduto questo slittamento dell’opinione politica egemone? Può essere parte dell’ “effetto Azarya”. Molti in Israele furono sbigottiti dal senso di limitazione che il caso Azarya rappresentava. Azarya rilevò che tali esecuzioni venivano fatte “un sacco di volte”, ma che ora lui veniva usato come capro espiatorio.

E noi abbiamo visto indicatori che certo, questo è stato fatto un sacco di volte dopo il caso di Azarya. L’esecuzione extragiudiziale da parte della polizia del cittadino beduino Yaqub abu al-Qia’an a Umm al Hiran nel 2017 (ci si rese conto in seguito che non era un terrorista e non stava affatto tentando di speronare un’auto) e l’esecuzione da parte della polizia di Ahmed Erekat nel 2020. Questi casi sono chiare esecuzioni, compreso lo stesso diniego di cure mediche, e le analisi di Architettura Forense relative ad entrambi i casi contraddicono esplicitamente l’asserzione che si trattasse di speronamenti deliberati. Nel caso di Al-Qia’an, l’insegnante israeliano, sembra che in seguito molti si siano convinti della sua innocenza. Nonostante ciò, nel caso del palestinese sotto occupazione Erekat, non viene accordato tale beneficio del dubbio e addirittura l’Alta Corte israeliana ha sentenziato che il corpo di Erekat – il suo corpo! – non fosse restituito alla famiglia.

Israele ha deciso di costruire un muro di ferro di negazioni relativamente alla sua politica criminale di esecuzioni extragiudiziali.

Una volta di più, è un motivo per cui è necessaria la CPI [Corte Penale Internazionale, ndtr.]. È un Paese senza legge, che persevera nei crimini di guerra.

Jonathan Ofir

Musicista israeliano, conduttore e blogger/scrittore, che vive in Danimarca.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)





Il movimento del Monte del Tempio in rapida crescita sotto il nuovo governo israeliano

Baker Zoubi 

6 dicembre 2021 – +972 magazine

Sfidando un accordo politico pluridecennale le autorità israeliane stanno favorendo un incremento senza precedenti degli ebrei che pregano sul sacro sito a Gerusalemme.

Per gran parte del decennio scorso gli ebrei religiosi che si recano al Monte del Tempio/Haram al-Sharif [Spianata delle Moschee] nella Città Vecchia di Gerusalemme, considerato il luogo più sacro per l’ebraismo e uno dei più sacri per l’Islam, sono lentamente aumentati di numero violando un pluridecennale e fragile “status quo” riguardo al complesso. Però negli ultimi mesi, e in particolare dall’insediamento del governo Bennett-Lapid, il numero di ebrei che vi sono entrati sembra sia cresciuto enormemente.

Stando alle statistiche pubblicate da Yaraeh, un’organizzazione israeliana che promuove l’ingresso e la preghiera agli ebrei sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif, negli ultimi tre mesi circa10.000 ebrei sono entrati nel complesso, un aumento del 35% rispetto agli anni precedenti.

Le cifre di Yaraeh mostrano anche che la percentuale di ebrei entrati nel complesso ad agosto era più alta dell’85% rispetto allo stesso mese del 2020 e del 137% maggiore che nell’agosto 2019. A luglio di quest’anno il numero di ebrei entrati nel complesso era maggiore del 76% rispetto allo stesso mese del 2020. Le statistiche di Yaraeh tengono conto sia delle visite al complesso che delle preghiere e delle lezioni di Torah sul luogo dove non erano mai state tenute prima e in violazione del cosiddetto status quo.

Il Monte del Tempio/Haram al-Sharif, dove sono situate la moschea di Al-Aqsa e la Cupola della roccia (Al-Sakhra), è uno dei posti più contesi in Israele-Palestina. Da quando Israele ha occupato Gerusalemme Est nel 1967 c’è un accordo fra Israele e la fondazione islamica Waqf, il custode religioso giordano del complesso, secondo cui solo ai musulmani è permesso di pregare sul complesso mentre gli ebrei possono pregare al Muro Occidentale (Muro del Pianto). 

Ciononostante negli ultimi mesi la polizia israeliana avrebbe allentato le restrizioni alla devozione ebraica presso il complesso, sono anche stati filmati dei fedeli ebrei mentre, sotto gli occhi della polizia, era loro permesso di pregare liberamente sul monte. La frequenza di tali episodi è cresciuta lentamente in anni recenti sotto il precedente governo Netanyahu, ma negli ultimi mesi è stato rilevato un marcato aumento.

Non sembra una coincidenza che esso si stia verificando sotto il nuovo governo Bennett-Lapid. Il primo ministro Naftali Bennett ha pubblicato a metà luglio una dichiarazione che sembrava affermasse il diritto degli ebrei alla “libertà di culto” sul monte, suscitando la severa condanna di leader musulmani e arabi.

A ottobre il giudice di pace di Gerusalemme ha ribaltato il divieto di avvicinarsi per 15 giorni al sito emesso dalla polizia nei confronti di Aryeh Lipo, un attivista di spicco del Movimento del Tempio dopo che era stato visto pregare lì. Lipo appartiene a un più vasto movimento religioso fondamentalista che cerca di incoraggiare e normalizzare la preghiera ebraica sul sito con la speranza che un giorno si ricostruisca un tempio ebraico.

Il giudice aveva deciso che, visto che la preghiera di Lipo si era svolta silenziosamente, essa non costituiva un rischio per la sicurezza, la tesi che la polizia cita per giustificare l’applicazione del divieto. In seguito, apparentemente su pressione diplomatica degli USA, in appello un altro giudice ha annullato la decisione del tribunale.

Dieci anni fa, persino cinque anni fa, cose simili non sarebbero successe,” dice Hagit Ofran, il direttore del gruppo di controllo sulle colonie di Peace Now [associazione israeliana contraria all’occupazione, ndtr.], a proposito del recente aumento dei visitatori ebrei. “Gli ebrei non potevano pregare (sul complesso). La polizia israeliana lo impediva, intervenendo e impedendo agli ebrei di pregare o svolgere cerimonie religiose durante la visita dei cortili della moschea di Al-Aqsa.”

Secondo Ofran è stato durante il mandato di Gilad Erdan [politico del partito di destra Likud, ndtr.], ministro della Pubblica Sicurezza fra il 2015 e il 2020 (ora Erdan è ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite), che la polizia israeliana ha cominciato a cooperare con gli ebrei che volevano salire sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif. Ciò è continuato con Amir Ohana [anch’egli del Likud, ndtr.] che ha occupato la carica fra il 2020 e il 2021.

Il governo di Netanyahu ha contributo significativamente alla tensione e a tutti questi ingressi (nel complesso), a tal punto che per questa ragione Netanyahu non era più in contatto con il re di Giordania Abdullah II,” dice Ofran. “Tutto ciò sta continuando e le presenze sono in crescita, sebbene Omer Barlev [del partito Laburista, di centro, ndtr.], il ministro della Pubblica Sicurezza, abbia intenzioni diverse.” Barlev, che ha assunto la carica quest’estate, si è impegnato a continuare a cooperare con il Waqf giordano e a impedire agli ebrei di pregare sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif.

Abbiamo visto molte volte negli ultimi 10 anni che a Gerusalemme le tensioni cominciano dopo queste visite,” continua Ofran. Lo scoppio della “Intifada dei coltelli” nel 2015, le gravi tensioni dopo l’installazione israeliana dei metal detector sul complesso nel 2017 e le violenze scoppiate in Israele-Palestina nel maggio scorso, tutto ciò è stato preceduto da un aumento delle visite degli ebrei al Monte del Tempio/Haram al-Sharif.

Io concordo con l’opinione che il Likud e il partito sionista religioso, in quanto parte dell’opposizione, stiano appoggiando (le preghiere degli ebrei sul monte) per mettere in imbarazzo il governo,” conclude Ofran. “Quando il Likud era al potere, sul posto c’erano dei controlli per prevenire tensioni durante certi periodi. Ora non hanno alcun problema riguardo all’escalation, al contrario.”

Il deputato Ahmad Tibi che guida la commissione interna su Al-Quds (Gerusalemme) della Lista Unita [coalizione di partiti arabo-israeliani di sinistra, ndtr.] conviene che l’attuale coalizione di governo stia permettendo agli ebrei l’accesso al complesso di Al-Aqsa in numero maggiore. “Ci sono più incursioni e soprattutto si conducono con discrezione le preghiere in presenza della polizia,” dice Tibi, aggiungendo che, mentre i partiti di destra nella coalizione stanno facilitando l’incremento [della presenza religiosa ebraica, ndtr.], “il centro sinistra tace e guarda dall’altra parte per evitare di far tremare la coalizione.”

A luglio Asaf Fried, il portavoce del gruppo di attivisti israeliani dell’amministrazione del Monte del Tempio, ha dichiarato all’emittente israeliana Channel 12 che gli ebrei hanno avuto accesso al monte per anni, ma che sono stati “oggetto di urla e umiliazioni.” Il senso era che “nessuno poteva fare niente là, che quando un ebreo arriva [sul monte] egli rappresenta un problema.” Ma, ha aggiunto Fried, c’è stata una “totale inversione di tendenza, l’ingresso al Monte del Tempio è migliorato, non ci sono barriere all’ingresso… non c’è il Waqf a seguirti, c’è molto più spazio per respirare sul Monte del Tempio.”

Sebbene alcuni gruppi di ebrei entrino nel complesso per la preghiera e il culto, “lo scopo di tutta questa attività è indubbiamente politico,” dice Aviv Tatarsky, un ricercatore presso Ir Amim, [Città di Persone, ndtr.] un gruppo di controllo e difesa con sede a Gerusalemme. “Lo scopo è di aumentare il numero di ebrei che entrano nel complesso di Al-Aqsa che già vede un incremento [di ebrei], per far pressione sul governo affinché cambi l’attuale situazione a loro favore. Lo Stato, come ogni Stato, è sensibile alla pressione sociale e popolare,” continua, e gli attivisti del Monte del Tempio stanno sfruttando questa dinamica.

Eppure per quanto notevole sia l’aumento dei numeri degli ebrei che accedono al complesso, quello che in realtà stanno facendo è altrettanto significativo. “Si sfida lo status quo,” dice Tatarsky. “Anche se Barlev dice che è contrario alla preghiera, la sua polizia non sta facendo nulla per fermarla.”

Tatarsky fa anche notare che, sebbene il Ministero dell’Educazione non sia obbligato a seguire un suggerimento della Commissione per l’Istruzione della Knesset del mese scorso di includere il Monte del Tempio/Haram al-Sharif nei viaggi obbligatori per gli studenti delle scuole israeliane, la proposta è “al vaglio.”

Azzam al-Khatib, il capo di Waqf di Gerusalemme, ha detto che la posizione della fondazione islamica sui recenti sviluppi è “molto chiara.”

Queste incursioni violano le condizioni religiose, legali e politiche esistenti dal 1967,” dice. “È inaccettabile e contrario alle norme internazionali profanare in tal modo le moschee [del complesso].” Al-Khatib concorda che la percentuale degli ingressi degli ebrei è cresciuta sotto il nuovo governo Bennett-Lapid e che le preghiere avvengono apertamente, con scarso o nessun intervento da parte della polizia anche quando il Waqf lo richiede. L’attuale situazione è “senza precedenti,” dice.

Per ora i fedeli ebrei continuano ad accedere al complesso mentre la tensione continua a salire.

Il 21 novembre, Fadi Mahmoud Abu Shkheidem, un abitante del campo profughi di Shu’afat a Gerusalemme e presunto affiliato ad Hamas, il gruppo islamista palestinese, ha aperto il fuoco presso uno degli ingressi della moschea Al-Aqsa nella Città Vecchia uccidendo un israeliano e ferendone gravemente altri tre. Lo sparatore è stato ucciso dalle forze di sicurezza israeliane.

L’episodio ha portato a ulteriori inasprimenti e controlli israeliani degli abitanti palestinesi della città, seguiti dalla richiesta di un aumento della sicurezza nella zona, oltre a una richiesta da parte del ministro delle Comunicazioni Yoaz Hendel [del partito di destra “Nuova Speranza”, una scissione del Likud, ndtr.] di riconsiderare l’installazione dei metal detector all’ingresso della moschea di Al-Aqsa. L’ultima volta che Israele ha tentato di farlo i palestinesi hanno condotto una campagna di disobbedienza di massa che ha costretto Israele a rimuoverli.

Baker Zoubi è un giornalista originario di Kufr Misr [cittadina arabo-israeliana, ndtr.] che attualmente vive a Nazareth [città arabo-israeliana, ndtr.]. Baker lavora nel giornalismo dal 2010, inizialmente come reporter per organi di stampa arabi locali e poi come direttore del sito web Bokra. Oggi collabora anche come ricercatore e redattore per programmi televisivi sui canali Makan e Musawa [canali televisivi israeliani in arabo, ndtr.]. Sulla sua pagina Facebook scrive e posta vari editoriali di politica e temi sociali relativi alla società palestinese. Recentemente ha anche cominciato a scrivere per Local Call. [edizione di +972 in ebraico, ndtr.]

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




L’inserimento di Hamas nelle liste delle organizzazioni terroristiche è un’ulteriore tradimento dei palestinesi da parte del Regno Unito

Avi Shlaim

30 novembre 2021 – Middle East Eye

Finché i suoi oppositori politici vengono definiti “terroristi”, Israele viene esonerato dalla necessità di negoziare ed ha via libera dai suoi alleati per continuare a far ricorso alla forza bruta militare

La ministra dell’Interno britannica Priti Patel ha dichiarato l’intenzione di mettere al bando tutto Hamas – il movimento islamico di resistenza che governa la Striscia di Gaza – in quanto organizzazione terroristica.

L’ala militare dell’organizzazione venne messa fuorilegge nel Regno Unito nel marzo 2001. Vent’anni dopo la ministra dell’Interno propone di estendere il bando all’ala politica, affermando che la distinzione tra le due strutture non è più sostenibile. La verità a riguardo è che la distinzione era valida nel 2001 e lo è anche oggi. Anzi, si tratta di una distinzione fondamentale.

L’annuncio di Patel è giunto poco dopo che il ministro israeliano della Difesa Benny Gantz aveva definito organizzazioni terroristiche sei ong della società civile palestinese. Questa designazione è arrivata subito dopo la decisione della Corte Penale Internazionale (CPI) di iniziare un’indagine su vasta scala di possibili crimini di guerra commessi nei territori palestinesi occupati.

Gantz è stato capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] durante l’attacco contro Gaza del luglio 2014, in cui vennero uccisi almeno 2.256 palestinesi, 1.462 dei quali civili, compresi 551 minorenni. Ciò rende Gantz il principale sospettato nell’inchiesta per crimini di guerra della CPI. Hamas ha accettato di collaborare con l’indagine della CPI, Israele ha rifiutato.

Alcune delle organizzazioni palestinesi inserite nella lista israeliana dei terroristi stanno collaborando con l’inchiesta della CPI. Benché le prove presentate da Israele siano state considerate insufficienti dall’Unione Europea e dal governo statunitense, l’etichetta di terroriste ha ottenuto il suo obiettivo di stigmatizzare le ong, riducendo la loro possibilità di ottenere finanziamenti e sconvolgendo le loro attività. L’iniziativa israeliana è stata ampiamente condannata come un attacco ai diritti umani. La ministra degli Interni britannica non è stata tra quanti hanno protestato.

Patel condivide con il primo ministro britannico Boris Johnson una visione manichea della lotta in Medio Oriente, in cui Israele rappresenta le forze della luce e la palestinese Hamas le forze delle tenebre. La realtà è molto più complessa.

I legami israeliani con i conservatori

Come prevedibile le reazioni all’annuncio di Patel sono state polarizzate. Un funzionario di Hamas ha affermato che ciò dimostra “una totale faziosità nei confronti dell’occupazione israeliana e sudditanza ai ricatti e alle imposizioni di Israele.” Ha accusato il Regno Unito di appoggiare “gli aggressori a danno delle vittime.” Il Board of Deputies of British Jews [Consiglio dei Rappresentanti degli Ebrei Britannici] ha accolto calorosamente l’iniziativa. Nei media israeliani la decisione britannica è stata acclamata come un trionfo della diplomazia israeliana.

A livello più profondo lo spostamento della politica britannica è stato il prodotto degli stretti rapporti tra Israele e il partito Conservatore. Da tempo Israele e la sua potente lobby hanno fatto pressioni sul governo britannico riguardo a questo problema. Il primo ministro Naftali Bennett ha invitato Boris Johnson a mettere fuorilegge tutto Hamas quando l’ha incontrato il mese scorso alla conferenza ONU per il clima a Glasgow.

Patel non aveva bisogno di suggerimenti per fare ciò che chiede Israele. Nel 2017, come ministra per lo Sviluppo Internazionale, partecipò a un viaggio in Israele senza informare l’allora prima ministra Theresa May né Boris Johnson, all’epoca ministro degli Esteri. Pur affermando che si trattava di una vacanza privata, Patel ebbe una serie di incontri segreti con politici israeliani di alto livello, tra cui l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu. Lord Polak, presidente onorario degli Amici Conservatori di Israele, organizzò personalmente dodici di questi incontri.

Al suo ritorno Patel chiese ai suoi funzionari di verificare la possibilità di spostare parte del bilancio degli aiuti internazionali per consentire all’esercito israeliano di svolgere lavoro umanitario nelle Alture del Golan occupate. Venne obbligata a dare le dimissioni ed ammise che le sue azioni “erano cadute al di sotto degli alti standard che ci si aspetta da un ministro.”

Gli stretti contatti con politici israeliani e lobbysti a favore di Israele nel Regno Unito, così come la sua stessa visione di destra, l’hanno portata a introiettare la narrazione israeliana su Hamas. Questa narrazione è notevolmente distorta e palesemente strumentale. Ecco peraltro alcuni fatti rilevanti.

Hamas è nata nel 1988, all’inizio della Prima Intifada (rivolta) palestinese contro l’occupazione israeliana in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. In origine aveva il duplice obiettivo di portare avanti la lotta armata contro Israele e di gestire progetti di assistenza sociale.

Il suo statuto definiva la Palestina storica, compreso l’attuale Israele, come terra esclusivamente islamica ed escludeva qualunque pace permanente con lo Stato ebraico. Negli anni ’90 Hamas iniziò la lotta armata contro l’occupazione. Inizialmente essa prese la forma del lancio di razzi dalla Striscia di Gaza contro le città e centri abitati israeliani. Hamas venne messa in rapporto con gli attentati suicidi realizzati all’interno di Israele.

Il termine “attentati suicidi” divenne agli occhi dell’opinione pubblica una forma di guerra particolarmente orribile. In fin dei conti gli attentati suicidi sono un mezzo per portare le bombe a destinatazione. Giudicate esclusivamente in base ai loro risultati, non sono più orripilanti di una bomba da una tonnellata sganciata da un F-16 israeliano a Gaza su un complesso residenziale.

Indipendentemente dal vettore, l’uccisione di civili è sbagliata. Punto. Nel 2004 la dirigenza politica di Hamas prese la decisione strategica di porre fine agli attentati suicidi.

Hamas e Fatah

In seguito al ritiro unilaterale di Israele da Gaza nell’agosto 2005, Hamas iniziò a impegnarsi nel processo politico interno palestinese, partecipando alle elezioni contro il principale partito, Fatah, che dominava l’Autorità Nazionale Palestinese. Dalla sua sede a Ramallah l’ANP governava sia sulla Cisgiordania che sulla Striscia di Gaza.

Fatah venne generalmente percepito come corrotto e un subappaltante della sicurezza di Israele nei territori occupati. Hamas, di contro, aveva la reputazione di probità nella vita pubblica così come una provata esperienza di resistenza concreta all’occupazione israeliana. 

Nel gennaio 2006, dopo aver vinto la maggioranza assoluta in elezioni regolari, Hamas formò un nuovo governo. Israele, USA e Gran Bretagna si rifiutarono di riconoscerlo. In teoria essi erano a favore della democrazia, ma quando il popolo votò per il partito politico sbagliato Israele e i suoi alleati occidentali ripristinarono pensanti sanzioni diplomatiche ed economiche per minarlo.

Nel marzo 2007 Hamas formò un governo di unità nazionale con l’arci-nemico Fatah. Questo governo propose colloqui diretti con Israele e un cessate il fuoco a lungo termine. Israele rifiutò i negoziati, cospirando invece per cacciare Hamas dal potere e sostituirlo con un regime collaborazionista di Fatah. Dettagli del piano sono contenuti nei “Palestinian Paper”, il dossier segreto di 1.600 documenti diplomatici fatti filtrare ad Al Jazeera e al Guardian.

Hamas prevenne questo colpo di stato con la conquista violenta del potere a Gaza nel giugno 2007, cacciando le forze favorevoli a Fatah. Israele reagì imponendo alla Striscia di Gaza un blocco tuttora in atto dopo 14 anni. Il blocco ha provocato il collasso dell’economia, alti livelli di disoccupazione, grave mancanza d’acqua, di cibo e di medicine e terribili sofferenze ai due milioni di abitanti della sovrappopolata Striscia. Un blocco è una forma di punizione collettiva vietata dalle leggi internazionali, eppure la comunità internazionale non ha chiamato Israele a risponderne.

Dal 2008 ci sono stati quattro grandi attacchi militari israeliani contro Gaza, che hanno incluso morte e distruzione per la popolazione civile. Tra Israele e Hamas ci sono stati anche parecchi cessate il fuoco mediati dall’Egitto, ognuno dei quali è stato rispettato da Hamas e violato da Israele quando non rispondeva più ai suoi obiettivi.

Operazione Piombo Fuso

Nel dicembre 2008 l’esercito israeliano ha lanciato il primo di questi attacchi, l’operazione Piombo Fuso. Nel corso di questa operazione militare le truppe israeliane hanno commesso una serie di crimini di guerra documentati nel dettaglio dal rapporto Goldstone, che ha riconosciuto anche Hamas responsabile, ma che ha rivolto le critiche più dure a Israele.

Israele presentò l’operazione Piombo Fuso come una misura difensiva per proteggere i suoi civili contro i razzi lanciati da Gaza. Ma se questo fosse stato l’intento, tutto ciò che Israele avrebbe dovuto fare sarebbe stato seguire l’esempio di Hamas e rispettare il cessate il fuoco. Hamas non solo l’aveva fatto, ma si era attivato per imporlo ai gruppi più radicali che operano nella Striscia di Gaza, come la Jihad Islamica. Di fatto la maggior parte della potenza di fuoco delle IDF venne diretta contro quartieri residenziali.

Il rapporto concluse che “ciò che avvenne in sole tre settimane tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 fu un attacco deliberatamente sproporzionato inteso a punire, umiliare e terrorizzare una popolazione civile…e a imporle una ancor più accentuata sensazione di dipendenza e vulnerabilità.”

L’affermazione secondo cui l’operazione era destinata a “terrorizzare una popolazione civile” è ormai evidente. Il terrorismo è l’uso della forza contro civili per scopi politici. In base a questa definizione l’operazione Piombo Fuso fu un atto di terrorismo di Stato. Così è stato per gli attacchi israeliani del 2012, del 2014 e del 2021.

Nel 2017 Hamas rese pubblico un documento politico che ammorbidì le sue precedenti posizioni politiche contro Israele e fece ricorso a un linguaggio più misurato riguardo al popolo ebraico. Non arrivò fino al riconoscimento ufficiale di Israele, ma accettò formalmente uno Stato palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania con Gerusalemme est come capitale.

In altre parole accettò uno Stato palestinese vicino a Israele invece che al posto di Israele. Il documento sottolineò anche che la lotta di Hamas non era contro gli ebrei ma contro gli “aggressori sionisti occupanti.”

Quindi perché il governo britannico sceglie questo momento per mettere fuorilegge l’ala politica di Hamas, dopo aver definito criminale quella militare 20 anni fa? Parte della risposta è che ciò è stato fatto in conseguenza delle pressioni della lobby israeliana. Lo Stato di Israele ha il diritto e anzi il dovere di difendere i suoi civili dagli attacchi palestinesi. Il modo più semplice e sicuro per farlo è attraverso accordi di cessate il fuoco a lungo termine con la dirigenza politica di Hamas.

Etichettando i suoi oppositori politici come terroristi, Israele si autoassolve dalla necessità di parlare con loro ed ottiene il via libera dai suoi alleati occidentali per far ricorso al modus operandi a cui è abituato: la forza bruta militare. Chi paga il prezzo sono i civili di entrambe le parti, e soprattutto gli indifesi abitanti di Gaza, la più grande prigione a cielo aperto del mondo.

Una serie di tradimenti britannici

I veri amici non assecondano la tossicodipendenza dei propri amici, ma cercano di disintossicarli. Boris Johnson non potrebbe essere più indulgente. La sua parzialità arriva fino ad opporsi ad ogni tentativo di chiamare Israele a rispondere delle sue azioni aggressive e dei suoi comportamenti illeciti. Per esempio si è opposto all’indagine della Corte Penale Internazionale su possibili crimini di guerra nei territori palestinesi occupati.

In una lettera agli Amici Conservatori di Israele egli ha affermato che il suo governo, pur rispettando l’indipendenza della Corte, si oppone a questa particolare inchiesta. “Questa indagine dà l’impressione di essere un attacco di parte e preconcetto contro un amico e alleato del Regno Unito,” ha scritto. La logica perversa della dichiarazione è che il fatto di essere amico e alleato del Regno Unito colloca Israele al di sopra delle leggi internazionali.

Una domanda conclusiva: perché quest’ultima svolta politica antipalestinese è stata annunciata dal ministro degli Interni invece che da quello degli Esteri? Patel sostiene che indicare tutta Hamas come un’organizzazione terroristica dovrebbe essere vista attraverso una lente di politica interna: aiuterà a proteggere gli ebrei di questo Paese. Ciò è pretestuoso: in base alle leggi internazionali Hamas esercita il proprio diritto di resistere all’occupazione israeliana, la più lunga e brutale occupazione militare dei tempi moderni. Diffondere il panico e criminalizzare l’ala politica di Hamas non renderà affatto più sicuri gli ebrei britannici.

In maggio, con un uso assolutamente sproporzionato della forza, Israele ha portato avanti un bombardamento aereo di Gaza che ha provocato la morte di 256 palestinesi, tra cui 66 minorenni. Il Community Security Trust, un’associazione benefica che si occupa della sicurezza degli ebrei in Gran Bretagna, ha registrato durante quel mese un’“orribile aumento” degli attacchi razzisti che “ha superato qualunque cosa abbiamo visto in precedenza.”

Se realmente il governo britannico voleva fare in modo che gli ebrei di questo Paese si sentissero più sicuri avrebbe dovuto smettere di accusare le vittime palestinesi della loro stessa sventura. Dovrebbe esortare il suo alleato israeliano a rispettare le leggi umanitarie internazionali, ad attenersi agli accordi di cessate il fuoco, a ridurre l’uso della forza militare e a parlare con la dirigenza politica di Hamas.

L’ultima mossa di Patel servirà solo ad evidenziare la totale bancarotta della politica del governo conservatore nei confronti di Israele-Palestina. Il governo sostiene di appoggiare la soluzione a due Stati del conflitto. Eppure, nonostante ripetuti voti del parlamento a favore del riconoscimento della Palestina, il governo rifiuta di cambiare idea.

Quando era ministro degli Esteri Boris Johnson ha detto alla Camera dei Comuni che il governo conservatore avrebbe riconosciuto la Palestina a tempo debito. Ma per il governo che ora egli guida quel tempo non sarà mai arrivato. Il tempo è solo una scusa per rimandare continuando contemporaneamente a compiacere Israele.

Di sicuro il riconoscimento britannico della Palestina non riequilibrerà l’enorme asimmetria di potere tra le due parti, ma darà ai palestinesi parità di trattamento. É il meno che la Gran Bretagna possa fare oggi per i palestinesi, dati i suoi lunghi precedenti di tradimenti che risalgono alla dichiarazione Balfour, oltre un secolo fa.

Nel suo libro del 2014 “The Churchill Factor” [Il fattore Churchill] Johnson ha scritto che la dichiarazione Balfour fu “stravagante”, “un documento tragicamente incoerente” e “una pregevole opera di intollerabile politica estera.”

Oggi dalla sua posizione di potere Johnson ha un’opportunità unica di modificare questo enorme errore storico. Criminalizzare Hamas può compiacere Israele e la destra del suo partito, ma non farà che infangare ulteriormente la già oscura serie di tradimenti britannici del popolo palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Avi Shlaim è professore emerito in Relazioni internazionali all’università di Oxford e autore di The Iron Wall: Israel and the Arab World (2014) [ed. italiana: “Il muro di ferro: Israele e il mondo arabo”, Il Ponte editrice] e di Israel and Palestine: Reappraisals, Revisions, Refutations (2009) [“Israele e Palestina: riesami, revisioni, confutazioni”].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un progetto edilizio a Gerusalemme fa traballare il governo israeliano

Danny Zaken

29 novembre 2021 Al-Monitor

Il governo di Naftali Bennett vorrebbe accantonare i piani per la costruzione del quartiere Atarot a Gerusalemme dall’altra parte della linea verde, ma si trova di fronte alla linea dura del comune di Gerusalemme che intende portare avanti il ​​piano a tutti i costi.

Il 24 novembre il comitato locale per la pianificazione urbanistica di Gerusalemme ha deciso di autorizzare un vecchio progetto per costruire il quartiere di Atarot a nord di Gerusalemme. Il nuovo quartiere residenziale sarebbe situato nel sito dell’aeroporto abbandonato di Atarot [aperto nel 1920 come primo aeroporto nel Mandato Britannico per la Palestina, è stato chiuso nel 2001 dopo la seconda intifada, ndtr.], con un’area di 1.243 dunam (307 acri), e sarebbe composto da 1.000 unità abitative, oltre a hotel, edifici pubblici, aree pubbliche aperte, aree industriali e zone commerciali. Il progetto prevede anche la creazione di una zona industriale e commerciale adiacente alla strada 45 e il mantenimento dello storico terminal che ancora sorge nell’area dell’aeroporto Atarot.

Questo progetto è stato formulato anni fa, ma ogni volta che è stato portato al voto, il voto è stato rinviato a causa dell’opposizione americana. Il motivo dell’opposizione è che si tratta di un territorio situato dall’altra parte della Linea Verde, in un’area tra Gerusalemme e i villaggi palestinesi.

L’ultima volta che il progetto è stato portato ai voti l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu ne ha impedito la discussione su esplicita richiesta dell’amministrazione Trump. Nell'”accordo del secolo” formulato dall’ex presidente Donald Trump e da suo genero/consigliere della Casa Bianca Jared Kushner, quest’area era in effetti destinata a una zona turistica palestinese.

La città di Gerusalemme soffre di una grave carenza di alloggi, per tutti i gruppi della popolazione, in particolare gli ebrei ultra-ortodossi e gli arabi; l’area di Atarot a nord è considerata una delle riserve di terra che potrebbero essere utilizzate per risolvere questo problema. Il luogo era il sito di un villaggio ebraico fondato nel 1919. Fu distrutto durante la Guerra d’indipendenza del 1948 e conquistato dalle forze giordane e palestinesi della regione. Nella Guerra dei Sei Giorni fu riconquistato e inglobato nel territorio comunale di Gerusalemme. In una parte è stata realizzata un’area industriale, fonte di occupazione per molti palestinesi dell’area di Ramallah, e in un’altra parte è previsto il nuovo quartiere.

Ofer Berkovitz, un membro del consiglio comunale di Gerusalemme che ha spinto per molti anni per la costruzione di Atarot, ha risposto che si tratta di un’autorizzazione storica per l’edilizia a Gerusalemme. “C’era un grande pessimismo all’inizio del percorso, [con l’idea] che non saremmo stati in grado di realizzare il quartiere, ma ora è arrivato il giorno. Siamo molto orgogliosi. È una mossa fondamentale per i giovani, per abbassare i prezzi delle case, per preservare il polmone verde della città. Continuerò a lavorare affinché la commissione regionale autorizzi il piano e non ceda a imposizioni esterne”, ha detto Berkovitz.

Dall’altra parte il movimento anti-occupazione Peace Now ha condannato l’autorizzazione sostenendo: “Il ministro per le abitazioni ha sganciato una bomba diplomatica, senza alcun dibattito pubblico o anche solo nel governo. Questo è un piano che sabota la possibilità di pace sulla base di due nazioni per due popoli. Il quartiere progettato è al centro della continuità urbana palestinese tra Ramallah e Gerusalemme est, e quindi impedisce la possibilità di uno Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale. Il piano non è un disegno del fato e non è stato “ereditato” dai precedenti governi. Può ancora essere fermato e non essere autorizzato dalla commissione regionale tra una settimana e mezza. Se il piano non viene rimosso dall’agenda questo duro colpo alla pace sarebbe una vergogna per Meretz, Yesh Atid e Labour che sono membri della coalizione [di governo, ndt].

Dopo l’autorizzazione del progetto da parte del comitato locale, questo deve essere autorizzato dal comitato di pianificazione regionale. Ma secondo le informazioni riportate dalla stampa israeliana il giorno dopo l’approvazione del comitato locale, Israele ha inviato messaggi all’amministrazione Biden che il governo non farà avanzare la costruzione del nuovo quartiere di Atarot. Secondo quanto riferito, a seguito delle pressioni di Washington, Israele ha chiarito che mentre il governo non ha alcun controllo sul comitato locale nella città di Gerusalemme, il piano non avrebbe ricevuto la luce verde dal comitato regionale, che è sotto il controllo del governo.

Le notizie affermano inoltre che durante il precedente governo Netanyahu ha cercato di far avanzare la costruzione del quartiere di Atarot, ma è stato bloccato dall’amministrazione Trump. Il premier israeliano si è quindi offerto di costruire in quell’area 4.000 unità abitative per i palestinesi e 4.000 per gli israeliani, ma l’amministrazione Trump ha respinto il piano poiché quest’area era definita come parte di un futuro Stato palestinese secondo il piano di Trump.

Tuttavia, dopo aver verificato, Al-Monitor ha scoperto che, in contraddizione con queste notizie, l’argomento non è stato finora rimosso dall’ordine del giorno del comitato di pianificazione regionale e sarebbe posto in discussione al prossimo incontro, tra una settimana. Infatti, il vicesindaco Aryeh King ha detto ad Al-Monitor che l’argomento sarà sollevato come previsto e che i rappresentanti comunali si assicureranno che non rimanga bloccato nel comitato.

King ha anche osservato che in questo governo operano, tra gli altri, il ministro Gideon Saar, che in passato ha autorizzato costruzioni a Gerusalemme est, nonché altri ministri che sostengono le costruzioni nella città, tra cui il ministro degli interni Ayelet Shaked e il ministro dell’edilizia abitativa Ze’ ev Elkin. Ritiene che le notizie sul messaggio all’amministrazione americana abbiano lo scopo di calmare la parte di sinistra del governo e che in realtà il piano sarà autorizzato e attuato.

Secondo una fonte diplomatica israeliana che parla a condizione di anonimato l’amministrazione americana si è chiesta perché l’attuale governo non possa riprodurre la mossa che Netanyahu, e il governo di destra da lui guidato, hanno preso per bloccare il progetto su richiesta di Washington. La risposta data agli americani includeva una spiegazione che il comitato locale è controllato da partiti politici ultra-ortodossi nel comune e guidato da Eliezer Rauchberger, un membro del partito ultra-ortodosso Yahadut HaTorah. Secondo questa spiegazione i partiti ultraortodossi facevano parte del governo di Netanyahu e quindi gli hanno obbedito, mentre ora sono all’opposizione e lavorano per ostacolare il governo Bennett-Lapid.

Come accennato, il progetto è all’ordine del giorno del comitato regionale, che è controllato dal ministero delle Finanze e dal ministero dell’Interno. A capo di questi due ministeri ci sono i ministri di destra Avigdor Liberman e Shaked, che troverebbero molto difficile gestire le conseguenze politiche di uno stop al progetto per la costruzione del quartiere di Atarot.

D’altro canto la sinistra del governo è adirata e l’amministrazione americana sta facendo pressioni sul governo. Tra una settimana sapremo come deciderà il primo ministro Bennett su questo tema che minaccia la stabilità della coalizione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La violenza dei coloni fomenta la tensione in Cisgiordania

Donald Macintyre & Quique Kierszenbaum ad Al Mufakara

28 novembre 2021 – The Guardian

Mentre peggiorano gli attacchi contro i palestinesi, noi abbiamo parlato con contadini, coloni, attivisti israeliani per i diritti umani e con la madre di un bambino di tre anni ferito in un raid

L’attacco era già in corso quando, dopo essere andata velocemente dalla vicina a riprendersi il figlio più piccolo, Baraa Hamamda, 24 anni, è corsa a casa dove ha trovato Mohammed, tre anni, che giaceva in una piccola pozza di sangue e apparentemente senza vita sul nudo pavimento dove l’aveva lasciato addormentato. “Ho pensato: “Ecco, è morto,” dice. “Non tornerà in vita.”

Mohammed non era morto, anche se non riprenderà coscienza per oltre undici ore, perché era stato colpito alla testa da una pietra scagliata attraverso una finestra da un colono israeliano, uno delle decine che avevano invaso l’isolato villaggio di Al Mufakara che si trova in Cisgiordania, sulle aride e rocciose colline a sud di Hebron.

Alle 13,30 circa dei coloni provenienti da 2 avamposti illegali persino secondo la legge israeliana, Havat Maon e Avigayil, tra i quali sorge, in una posizione difficile, il villaggio palestinese, hanno aggredito un gruppo di pastori palestinesi della vicina Rakiz, lanciando pietre e accoltellando pecore, uccidendone sei. Oltre una dozzina dei 120 abitanti di Al Mufakara hanno risposto con sassi nel tentativo di respingerli. Ma i coloni, parecchi dei quali armati, sono entrati rapidamente nel villaggio e, mentre le donne si barricavano con i bambini nelle case, hanno lasciato una scia di finestre fracassate, auto rovesciate, parabrezza rotti, cisterne dell’acqua perforate, penumatici tagliati, pannelli solari vandalizzati e sei palestinesi feriti, incluso Mohammed.

Pare che all’inizio alcuni soldati abbiano tentato di interporsi, un video delle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndtr.] li mostra mentre stanno immobilizzando un colono. Ma Mahmoud Hamamda, il nonno di Mohammed, dice che quando sono arrivati i rinforzi si sono concentrati nel disperdere i palestinesi che stavano difendendo il villaggio, circa la metà dei quali si è ora ritirata nella valle sottostante. “Erano a fianco dei coloni, sparavano contro i palestinesi, gas lacrimogeni, granate stordenti e proiettili di gomma,” aggiunge. “Se Israele avesse fatto rispettare la legge nessuno di questi coloni sarebbe qui … invece i soldati israeliani arrivano con i fucili d’assalto M16 e affrontano gente disarmata.”

Tutto ciò solleva la domanda su cosa Israele stia facendo per contenere quello che sembra un crescente uso sistematico della violenza da parte dei coloni delle aree rurali. L’incursione contro Al Mufakara, che Haaretz, quotidiano israeliano di centro-sinistra, ha definito un “pogrom”, è il caso più eclatante fra quelli di una recente violenza in aumento da parte dei coloni. Le organizzazioni israeliane per i diritti umani sostengono che è usata sempre di più come strategia per tentare di allontanare molti dei 300.000 palestinesi che abitano nel 60% della zona agricola della Cisgiordania occupata designata come Area C [sotto totale ma temporaneo controllo di Israele, ndtr.] dagli accordi di Oslo.

Probabilmente i coloni stavano provando con la forza a fare quello che Israele cerca da tempo di ottenere con la burocrazia. A differenza della maggior parte dei coloni, agli abitanti palestinesi di villaggi come Mufakara non sono concessi permessi per costruire ambulatori medici e scuole o asfaltare le strade di accesso, così sconnesse da far rizzare i capelli. Non avendo accesso ai servizi, finiscono per pagare l’acqua cinque volte di più degli israeliani. Molte case hanno ricevuto dall’esercito ordini di demolizione. Questo va ad aggiungersi alle decine di migliaia di ettari di “terre demaniali” assegnate ai coloni anche se, da generazioni, sono state usate come pascoli dai palestinesi.

B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani, ha affermato questo mese che lo Stato ha “sfruttato la violenza dei coloni per promuovere la propria politica di occupazione delle terre dei palestinesi a favore degli ebrei”.

Anche se Naftali Bennett, che a giugno ha sostituito Benjamin Netanyahu come primo ministro, è un nazionalista di destra, è stato obbligato a includere nella sua coalizione il partito laburista e il Meretz (il partito ebraico più di sinistra) così come, per la prima volta, Ra’am, un partito arabo di tendenza islamista. Alla base dell’accordo politico che Bennett ha stretto con i suoi partner di centro-sinistra c’era che non avrebbe coronato il proprio sogno di annettere de jure parti fondamentali della Cisgiordania e in cambio il governo si sarebbe concentrato sulle politiche riguardanti Israele vero e proprio: niente annessioni, ma neppure fine dell’occupazione.

Bennett condivide completamente la visione espansionistica dei leader dei coloni per i quali Israele si estende fino al fiume Giordano e ha promesso di continuare la crescita delle colonie esistenti. Mentre il ministro degli esteri Yair Lapid ha immediatamente twittato la condanna dell’attacco ad Al Mufakara definendolo “terrorismo” e “non il modo in cui si comportano gli ebrei”, Bennett non l’ha fatto.

Membri del Meretz [storico partito della sinistra sionista, ndtr.] che siedono all’opposizione nella Knesset, come l’avvocatessa Gaby Lasky, sono stati espliciti sulla necessità che il governo ordini ai soldati di usare i suoi evidenti poteri legali contro l’uso della violenza da parte dei miliziani coloni come “strumento strategico”, inclusi i metodi di controllo dei disordini che l’esercito applica regolarmente contro i palestinesi.

Lei fa notare che la Quarta Convenzione di Ginevra, quella violata da tutte le colonie nei territori conquistati da Israele nel 1967, impone espressamente, nell’articolo 27, che i soggetti di una potenza occupante “debbano essere protetti… da tutti gli atti di violenza o relative minacce”. Mentre i coloni vengono giudicati da tribunali civili israeliani e i palestinesi da quelli militari, “[l’esercito] può legalmente dispendere [i coloni]; può arrestare qualcuno fino all’arrivo della polizia”. Invece, dice, c’è stata “impunità verso i coloni violenti”.

Dopo aver espresso la propria preoccupazione presso le sedi diplomatiche, inclusa Washington, il ministro della Difesa, Benny Gantz, ha reso noto di aver convocato il 18 novembre i vertici di esercito, polizia e intelligence per inasprire le procedure contro quelli che lui chiama “crimini d’odio” in Cisgiordania, incluse nuove linee guida contro le truppe che “restano in attesa” durante gli attacchi dei coloni contro i palestinesi. Tra i presenti c’era anche Yehuda Fuchs, capo del Comando centrale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), che, durante una delle rare visite ad Al Mufakara dopo l’invasione dei coloni, ha assicurato che “è dovere dell’esercito proteggere tutti gli abitanti”.

Ma Avner Gvaryahu, ex sergente dei corpi speciali nella Cisgiordania settentrionale e direttore esecutivo dell’organizzazione di veterani anti-occupazione Breaking the Silence [“Rompere il silenzio”, ong israeliana contraria all’occupazione formata da ex-soldati, ndtr.], è profondamente scettico. “Le parole non contano nulla,” dice. “Contano solo le azioni. Per ora la violenza dei coloni continua a devastare e Gantz non ha fatto nulla.”

Egli dubita che, anche se sul campo si impiegassero più forze di polizia, “ci sarebbero dei cambiamenti sostanziali” perché l’occupazione, le colonie e gli avamposti, “fanno tutti parte di un sistema di violenza. In questa situazione noi abbiamo il dovere di proteggere i palestinesi, eppure noi sappiamo che alla maggior parte dei soldati non viene detto che hanno l’autorità e a loro, semplicemente, non è ordinato di applicare la legge contro i coloni.”

C’erano sicuramente scarse prove durante la raccolta delle olive di quest’anno che, dopo l’attacco contro Al Mufakara, il cambio di governo avesse modificato il comportamento dei coloni. Nel villaggio di Turmus Aya un contadino di 42 anni, Mumtaz al Salmah, racconta come il 23 ottobre tre gruppi familiari palestinesi siano fuggiti davanti a 20 coloni mascherati che lanciavano pietre e che poi hanno svuotato i sacchi delle olive raccolte, dato fuoco a una macchina e tagliato le gomme di altre. Al Salmah, l’ultimo a fuggire, dice di essere stato bastonato sulla testa e sul collo e che le truppe arrivate hanno usato gas lacrimogeni e granate stordenti per respingere chi era arrivato dal villaggio per aiutare le famiglie, per farli smettere di scagliare pietre. “Adesso ho paura di andare con le donne e i bambini a raccogliere le olive,” dice. “Loro [i coloni] ci attaccano sulle nostre terre e davanti ai nostri bambini ed io non posso fare nulla.”

Anche i soldati sono stati attaccati da coloni estremisti. Ma ci sono fattori culturali che fanno sì che molti si schierino con i coloni. Gli esperti hanno stimato nel 2016 che da un terzo a metà delle reclute dell’esercito sposa il sionismo religioso, il credo dei coloni più ideologizzati, contro il 10% della popolazione in generale.

Oltre a dire che il sionismo religioso è “dominante” fino ai livelli più alti, Yehuda Shaul, un altro attivista anti-occupazione di spicco del Centro per gli affari pubblici di Israele, aggiunge che i coloni spesso godono di un rapporto “simbiotico” con unità dell’IDF a livello locale. Attingendo alla propria esperienza come coscritto a Hebron egli dice dei coloni: “La domenica sono nel mio accampamento e usano il poligono di tiro perché fanno parte delle mie unità di riservisti, il sabato mi invitano per il cholent (il tradizionale stufato dello Sabbath); il martedì il loro leader partecipa all’incontro delle IDF su intelligence e operazioni; il mercoledì faccio un giro con loro alla Tomba del Patriarca [Giuseppe] e volete che li arresti il giovedì? Ma siete matti?”

La presenza di ebrei civili israeliani può offrire ai contadini palestinesi una certa protezione. Un venerdì di questo mese, a Burin, un villaggio della Cisgiordania settentrionale, Michael Marmur, londinese, docente di teologia ebraica, che presiede Rabbis for Human Rights [“Rabbini per i Diritti Umani”, ndt.] era su una scala e raccoglieva olive con la famiglia Qaduz nei pressi di Givat Ronen, avamposto illegale e notoriamente abitato da estremisti. A Burin il mese precedente i soldati non avevano impedito ai coloni di prendere ripetutamente a pietrate una casa occupata da tre donne e un ragazzino e solo quando, dopo 40 minuti, finalmente è arrivato un contingente armato più numeroso, i coloni se ne sono andati, dando fuoco a 100 olivi.

Descrivendo “sottostimolati e fortemente motivati” i coloni “giovani delle colline”, in prima fila nella battaglia per l’Area C, Marmur cita il comandamento biblico di non “distogliere lo sguardo” e dichiara “un obbligo morale opporsi alle quotidiane violazioni dei diritti umani”.

Il contadino Jamal Qaduz, 48 anni, ha mostrato la sua gratitudine ai suoi visitatori israeliani non solo con generose porzioni di arrayes (piadine farcite di carne), ma dicendo, mentre saliva verso i suoi oliveti con le olive ancora da raccogliere nei pressi di Givat Ronen: “La prossima settimana avremo bisogno di molti altri volontari, ho paura di avvicinarmi di più senza di loro.”

Seppure con poche speranze, Qaduz ha presentato un reclamo alla polizia sull’incidente della settimana precedente. Secondo Yesh Din, l’organizzazione israeliana per i diritti umani, oltre l’80% di tali reclami non si conclude con un’indagine penale e dal 2015 al 2019 solo il 9% è finito con un rinvio a giudizio.

A Burin i coloni non hanno sparato. Ma il 10 novembre nel villaggio di Khalat al-Daba, sulle colline a sud di Hebron, gli eventi hanno preso una piega più inquietante. I coloni, a cui un ufficiale militare dell’amministrazione civile aveva detto di smantellare una tenda che avevano eretto, ufficialmente per far ombra alle loro pecore, ma vicino a una masseria palestinese, sono rimasti nella zona, spostando il loro gregge sotto gli olivi coltivati dagli abitanti del villaggio.

Itai Feitelson è arrivato poco dopo le 8 con altri attivisti, palestinesi e israeliani, in seguito alle informazioni secondo cui i coloni avevano cominciato a tirare pietre, rompendo la gamba di un palestinese di 64 anni. Feitelson, 26 anni, appartiene a una nuova generazione di attivisti israeliani che passano lunghi periodi sulle colline a sud di Hebron, imparando l’arabo e aiutando gli agricoltori palestinesi. Membro di quella che lui descrive come una “famiglia israeliana tradizionale”, Feitelson ha fatto i suoi tre anni di servizio militare nel nord di Israele, scegliendo un distaccamento di intelligence, un compromesso che non l’avrebbe invischiato nell’occupazione, ma gradualmente ha deciso di impegnarsi di più. Dice: “Non mi piace farmi sparare, ma mi piace raccogliere le olive, mi piace andare con i pastori, mi piace vivere nei villaggi.

Non ci sono molte vittorie. Qualche volta si può rendere meno tesa una situazione o prevenire un arresto o avere la sensazione che una protesta è soppressa in modo meno duro perché ci sono degli israeliani qui.”

Eppure quella notte a Khalat al-Daba Feitelson ha solo potuto testimoniare gli eventi che si sono svolti rapidamente nel buio. C’è stata una drammatica escalation quando, in quello che sembrava il momento di massima tensione, i soldati improvvisamente “sono saliti sulle loro jeep e se ne sono andati ”.

Una tregua minacciosa è stata seguita da “un fittissimo lancio di pietre da entrambe le parti” fino a che, appena sette minuti dopo che l’esercito se n’era andato “i coloni hanno cominciato a sparare come pazzi”, apparentemente con delle pistole, ferendo due palestinesi e colpendo dei veicoli, inclusa un’ambulanza palestinese. Dopo ci sono voluti 40 minuti prima che, su insistenza degli abitanti del villaggio, sia ricomparso l’esercito che ha ordinato ai palestinesi di ritornare al paese e infine ha scortato i coloni verso l’avamposto illegale di Mitzpe Yair.

Ho visto i coloni sparare,” dice Feitelson, “ma mai per 40 minuti. La cosa più incredibile da quello che ho capito … è che l’esercito se ne sia andato. Era così ovvio che la situazione stava per peggiorare.”

La relazione di questo mese di B’Tselem si concentra principalmente su un nuovo tipo di avamposto “non autorizzato”, 40 “fattorie” sparse in Cisgiordania che gradualmente si stanno impadronendo di pascoli e fonti d’acqua, vitali per i palestinesi. Questo, dice Yehuda Shaul, “sarà l’ultimo chiodo piantato nella bara delle comunità pastorali palestinesi”. La violenza, sostiene Shaul, è “esistenziale per le fattorie… un passo necessario” verso l’obiettivo di “rimuovere le comunità di pastori palestinesi”.

Il 7 novembre, degli uomini provenienti da una di queste fattorie, di proprietà del colono Issachar Mann, si sono diretti verso il villaggio di al-Tha’ala e sono riusciti ad abbeverare le proprie pecore a una cisterna da tempo usata e di cui si occupano pastori palestinesi. Tali cisterne sono fondamentali per l’economia pastorale palestinese perché gli abitanti dei villaggi dipendono da esse per le proprie pecore.

Un attivista palestinese, Basil Adraa, è arrivato in tempo per filmare scene caotiche mentre i soldati respingevano i palestinesi verso il villaggio permettendo nel contempo alle pecore dei coloni di raggiungere la cisterna. I soldati dicono che l’uso della cisterna è “permesso a entrambe le parti”. Comprensibilmente, i palestinesi la considerano totalmente di loro proprietà. In uno scambio rivelatore, un ufficiale ha chiesto ad Adraa il suo nome. Adraa gli ha risposto in ebraico: “Perché non chiedi ai coloni mascherati di identificarsi?”

Non preoccuparti,” replica l’ufficiale, “li conosco molto bene.”

L’incidente ad al-Tha’ala è successo mentre a Susiya, un paese vicino, Hamdan Mohammed stava descrivendo una scena bizzarra del giorno prima, quando dei coloni hanno fatto irruzione nel campo giochi del villaggio creando l’immagine di uomini fatti e adolescenti che sghignazzando andavano su altalene e dondoli mentre tutt’intorno i soldati dell’IDF impedivano ai palestinesi di entrare. Era il sabbath, cosa che ha spinto Hamdan a commentare: “Non rispettano la loro stessa religione.”

Ben oltre mille anni fa ebrei e musulmani hanno occupato occasionalmente la zona. Il villaggio palestinese di Susiya è destinato a essere demolito, in quanto giudicato illegale ai sensi della legge israeliana, sebbene non lo sia più di 150 avamposti ebraici molto più recenti e “non autorizzati”, incluso quello di Givat Ha Degel, da cui provenivano alcuni degli invasori del parco giochi. Secondo il diritto internazionale la parte palestinese del villaggio è completamente legale, motivo per cui EU e USA sono da tempo contrari alla sua demolizione.

La Susiya israeliana, di cui Givat Ha Degel è un avamposto, è la colonia più grande della zona. Ma, sebbene alcuni dei suoi 1.500 abitanti si siano uniti all’irruzione del parco giochi, Nadav Abrahamov, importante colono di Susiya, dice che è stato un “errore”. Egli dice che non c’è stata “violenza”, ma che i coloni della zona “si erano veramente arrabbiati” vedendo un nuovo parco giochi in un’area su cui pendono degli ordini di demolizione e poi che, proprio quella mattina, degli attivisti israeliani erano arrivati a filmare delle case costruite recentemente a Givat Ha Degel.

Ciononostante, dice Abrahamov, l’episodio è stato “uno stupido incidente. Non avrebbe dovuto succedere.” Inoltre sostiene che l’irruzione ad Al Mufakara è stata l’azione di “una minoranza di una minoranza”, anche se riconosce di non sapere “esattamente cos’è successo”.

Qualsiasi soluzione, dice Abrahamov, richiede la rimozione degli attivisti israeliani, che descrive ripetutamente come “anarchici” e che, insiste, sono “quelli che creano le tensioni”. Egli dice che “senza di loro, noi [i coloni e i palestinesi aggrappati al loro villaggio di Susiya] possiamo trovare un modo di vivere insieme”. Egli dice che i leader della colonia di Susiya hanno ripetutamente impedito agli abitanti di ripetere l’irruzione al parco giochi il sabato successivo, in effetti stringendo un accordo con l’esercito che avrebbe vietato l’ingresso all’area agli “anarchici”. In realtà quel sabato l’esercito ha piazzato dei checkpoint temporanei, impedendo alle auto con targa israeliana, incluse, per due ore, quelle dell’Observer, di raggiungere le colline a sud di Hebron.

Eppure, nonostante l’asserzione che i coloni di Susiya senza gli “anarchici” avrebbero potuto coabitare con i palestinesi di Susiya, che preferirebbero non esistessero, resta un abisso incolmabile fra la loro visione e quella della comunità internazionale su chi abbia o meno il diritto di abitare sulle colline a sud di Hebron e nel resto dell’Area C. La designazione di Area C, indispensabile per il futuro dello Stato palestinese che i governi stranieri insistono nel volere, doveva essere temporanea, in attesa di un accordo di pace finale. Invece i coloni adesso stanno aspettando la sua completa annessione a Israele. “Noi siamo una parte integrale di Israele, ma non [ancora] nello Stato di Israele,” si lamenta Shmaya Berkowitz, un altro colono di Susiya.

Né il concetto che la violenza dei coloni sia limitata a una frangia ultra-estremista si sposa facilmente con l’accusa di organizzazioni come Yesh Din, sostenute da prove crescenti, secondo cui essa è “parte di una strategia calcolata per privare i palestinesi delle loro terre”. O con Yehuda Shaul, convinto sostenitore dell’accordo a due Stati con i palestinesi, che sostiene che “la violenza dei coloni non è una storia di 50 matti alla periferia del movimento … ma un passo essenziale nell’evoluzione del progetto coloniale”.

L’altra settimana l’esercito israeliano ha detto di essere “impegnato a garantire il benessere di tutti gli abitanti della zona e ad agire per prevenire la violenza nella sua area di responsabilità”. Riferendosi ai coloni, ha aggiunto: “Qualsiasi affermazione che l’IDF supporti o permetta violenze da parte degli abitanti dell’area è falsa.”

Tornando ad Al Mufakara, Baraa Hamamda dice che da quel pomeriggio di settembre i suoi bambini sono traumatizzati e che adesso sono spaventati dalle finestre, sapendo che sono fatte di vetro che può essere rotto da una pietra. “Loro dicono: ‘Come fanno i vetri a proteggerci? Noi non abbiamo bisogno di finestre.’”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Oppressione e razzismo: i principali fattori dell’immigrazione ebraica 

Motasem A Dalloul

18 ottobre 2021 – Middle East Monitor

Dati divulgati recentemente dal ministro dell’immigrazione e dall’Agenzia ebraica mostrano che nel 2021 l’immigrazione ebraica in Israele è aumentata del 31%. Rispetto ai primi nove mesi del 2020 i numeri rivelano un incremento del 41% degli afflussi dagli USA e un aumento del 55% dalla Francia.

Il considerevole aumento di arrivi provenienti da questi Paesi sicuramente non è un caso, ma è dovuto a una strategia premeditata di politiche di immigrazione ebraica gestita dallo Stato sionista in cooperazione con diverse organizzazioni internazionali ebraiche.

L’immigrazione ebraica ha alimentato il progetto sionista in Palestina, costringendo i palestinesi ad abbandonare le proprie case e sostituendoli con gli immigrati ebrei per creare lo Stato ebraico di Israele. Inoltre, questo progetto fondato su pilastri oppressivi è affetto da fattori spregevoli che il primo ministro israeliano Naftali Bennet ha rivelato recentemente.

“Dalla sua fondazione fino ai giorni nostri l’immigrazione ebraica ha plasmato la società israeliana e creato un mosaico unico e diverso da qualsiasi altro posto nel mondo,” ha dichiarato Bennett qualche giorno fa in una conferenza durante la settimana dell‘immigrazione e assimilazione. “Il nostro obiettivo è di portare 500.000 immigrati dalle grandi comunità negli USA, in Sudamerica e Francia,” ha affermato.

Anche se Bennett sostiene che la motivazione alla base di questo obiettivo sia stato l’aumento di “razzismo e antisemitismo” contro gli ebrei ovunque nel mondo, molti altri osservatori ebrei credono che questa sia solo una scusa. “Razzismo e antisemitismo dilagano in tutto il globo,” egli sostiene, “questo ci ricorda che Israele è la casa di tutti gli ebrei.”

Lo scrittore e giornalista israeliano Yossi Melman che è stato un corrispondente di affari strategici e intelligence di Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.], afferma che Bennett “sta mantenendo le sue promesse” quando incoraggia l’immigrazione ebraica in Israele. Inoltre il famoso giornalista israeliano Gideon Levy mi dice che Bennett incoraggia tale immigrazione “per compensare la naturale crescita demografica dei palestinesi.”

Sicuramente questo è uno degli obiettivi più spregevoli dell’immigrazione ebraica per lo Stato di occupazione israeliano e per parecchie ragioni. La prima è che le autorità israeliane e le agenzie ebraiche stanno cooperando affinché la popolazione ebraica in Israele superi quella araba per mantenere una maggioranza degli ebrei. Perciò gli arabi continueranno a essere sottomessi a favore del progetto ebraico che va sempre contro i loro interessi nonostante siano i proprietari legali della terra.

Per far ciò le autorità israeliane adottano anche una politica discriminatoria riguardante l’espansione della popolazione araba, come le restrizioni sulle costruzioni di nuove case, trattando gli arabi come cittadini di seconda classe, facilitando invece le condizioni di vita quotidiana agli ebrei e rendendo al contrario tutto difficile per gli arabi, per cacciarli via dai loro villaggi e quartieri a favore delle comunità ebraiche.

I nuovi arrivati ebrei sono trasferiti nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania e a Gerusalemme, come anche nei territori siriani occupati delle alture del Golan. Proprio alcuni giorni fa Bennett ha annunciato un grandioso progetto per sviluppare le colonie ebraiche delle alture di Golan occupate e ha detto che il suo governo sta pensando di insediarvi 250.000 coloni ebrei.

 Liran Friedmann, giornalista ebreo che scrive per Ynet News [sito di notizie israeliano in ebraico e in inglese, ndtr.] , ha affermato che, oltre a ciò, il piano di Bennett di incoraggiare 500.000 immigrati ebrei a immigrare in Israele dagli USA, dal Sudamerica e dalla Francia è una forma di discriminazione contro gli ebrei dell’est Europa i cui immigrati hanno, secondo lui, contribuito alla prosperità di Israele.

Riferendosi all’invito a immigrare in Israele rivolto agli ebrei di USA, Sudamerica e Francia, Friedmann si è espresso così: “Questo non è un appello per trasferirsi rivolto a quegli ebrei, ma più che altro un grido di aiuto per salvare il Paese dalla ‘invasione’ della Aliyah (immigrazione ebraica in Israele) proveniente dall’Europa dell’Est.”

Bennett, secondo Friedmann, crede che solo gli ebrei provenienti dagli USA, dal Sudamerica e dalla Francia siano veramente e legittimamente ebrei. Egli fa osservare che Bennett l’ha chiaramente spiegato dicendo: “L’immigrazione non solo ci rafforza come Paese, ma mantiene anche la nostra esistenza continuativa come ebrei di fronte a un’assimilazione crescente, specialmente negli Stati Uniti. Questo è un trend che dovrebbe preoccupare ciascuno di noi, indipendentemente dall’affiliazione religiosa.”

Secondo Friedmann “nonostante affermi di essere la casa di tutti gli ebrei, Israele mantiene ancora una mentalità razzista e segregazionista verso la diaspora che arriva dall’Europa dell’Est. Quei 20.000 che ogni anno migrano in Israele dall’est Europa sono fortunati se lo Stato fa loro la cortesia di chiamarli ebrei.”

Il giornalista ebreo Oren Ziv mi ha chiaramente ripetuto: “C’è molto razzismo contro l’immigrazione dall’est Europa e da molti Paesi come Etiopia e India. Appartengono a gruppi diversi. Queste persone possono immigrare in Israele e ottenere passaporti israeliani, ma si trovano comunque davanti a vari problemi sociali e al razzismo. Il sistema di immigrazione ebraica in Israele è razzista perché privilegia gli immigrati bianchi ashkenaziti rispetto agli altri.”

Spiegando ulteriormente il razzismo israeliano e la sua relazione con l’immigrazione ebraica menzionata da Bennett, Friedman aggiunge: “È difficile essere fieri di così tanti immigrati da Mosca, Tashkent o Minsk, che hanno fatto tanto per lo Stato, ma non sono così cool e alla moda come il loro correligionari di Parigi o New York.”

Un altro problema, secondo Ziv, è che ricchezza e povertà giocano un notevole ruolo: “Coloro che arrivano da USA, dal Sudamerica e dalla Francia sono più ricchi di quelli dell’est Europa e dell’Etiopia, che sono poveri.”

L’idea dell’occupazione sionista in Palestina che è principalmente basata sul presunto insegnamento del giudaismo è costruita sulla base dell’oppressione e del razzismo, non solo contro i palestinesi che sono i proprietari della terra, ma anche contro alcuni ebrei che sono usati per sostenere questo oppressivo progetto sionista.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Non c’è destra o sinistra in Israele, solo sionismo e non sionismo

Gideon Levy |

17 ottobre 2021 – Haaretz

La scorsa settimana Angela Merkel ha espresso la sua ammirazione per la solidità della nuova coalizione israeliana. L’editorialista di Haaretz Carolina Landsmann si chiede su questo sito se abbiamo a che fare con un governo ambiguo oppure con uno che ha messo allo scoperto il più grande inganno di tutti i tempi. Il giornalista Ron Cahlili afferma che la destra ideologica e la sinistra sionista sono la stessa cosa. Tutti e due evocano una vecchia storia, quella del gatto che esce dal sacco: in Israele non c’è né sinistra né destra. L’unica divisione ideologica è tra sionisti, vale a dire quasi tutti, e non sionisti, molto meno numerosi.

La cancelliera può quindi tranquillizzarsi. Quando è stato formato l’attuale governo non è avvenuto nessun miracolo e la Germania non ha nulla da imparare da esso. Non c’è stata nessunacontingenza politica”, per usare la frase coniata dal primo ministro. L’attuale coalizione si mantiene facilmente poiché è una coalizione basata sul consenso, senza grandi divari tra i suoi componenti. Il Likud [il principale partito israeliano di centro destra, ndtr.] (meno Netanyahu) e gli ultra-ortodossi potrebbero formare un’estesa coalizione trasversale, che rappresenti una società ampiamente trasversale.

Questo governo sarà ricordato come quello che, pur non volendolo, ha smascherato il grande inganno. È sorto sulle onde dell’odio provato nei confronti di Netanyahu, e vive (e continuerà a vivere) sulla base dell’unità di fondo dei suoi componenti. Se domani mattina Merav Michaeli [leader del Partito Laburista Israeliano e Ministra dei Trasporti nel Governo Bennett, ndtr.] sostituisse Naftali Bennett [leader del partito Nuova Destra e attuale primo ministro israeliano ndtr.], non si verificherebbe alcun terremoto. A parte qualche cambio di stile, Israele resterebbe uguale a quello di prima.

Il presunto incarico epocale del primo primo ministro nazional-religioso non è foriero di cambiamenti. Non perché Bennett abbia tradito la sua ideologia, ma perché questa situazione concorda sorprendentemente bene con le posizioni delle componenti di sinistra di questo governo.

Non è che la sinistra sionista sia di destra, o che la destra ideologica abbia tendenze di sinistra. E non sono tutti degli opportunisti, il che sarebbe il segno della morte dell’ideologia. Al contrario, Israele ha un’ideologia, eccome! Un’ideologia dominante che mette in ombra tutto il resto. Si chiama sionismo ed è la religione che dirige e unifica la nazione. (Quasi) tutti sono sionisti e tutti credono nella supremazia ebraica su questo Paese, compresi i territori che esso occupa.

Sinistra e destra sono uguali nel loro culto delle Forze di Difesa Israeliane [esercito israeliano, ndtr.] e dello Shin Bet [l’agenzia interna d’intelligence dello Stato israeliano, ndtr.], il cui ruolo è il mantenimento del regime della supremazia ebraica sopprimendo ogni opposizione ad esso. Quando il nuovo capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha affermato che il servizio di sicurezza è il bastione della democrazia, aveva ragione. Proprio come la Stasi [organizzazione di sicurezza e spionaggio della ex Repubblica Democratica Tedesca, ndtr.], il ruolo di Bar è quello di sostenere il regime che, nel linguaggio dello Shin Bet e del popolo, è chiamato democrazia, piuttosto che tirannia ebraica.

Non c’è un membro di questa coalizione che stia pensando di porre fine all’occupazione, che la pensi diversamente sull’Iran anche l’assedio di Gaza è consensuale. Questo vale anche per le IDF [Forze di Difesa Israeliane, ndtr.] e per l’operato di insediamento coloniale in corso. Pertanto, non c’è nulla di sorprendente nel silenzio degli agnelli: nel loro intimo, tutti vogliono l’occupazione.

Le differenze sono nella confezione. La sinistra vuole avere un aspetto migliore, motivo per cui i suoi rappresentanti occasionalmente si recano presso il quartier generale palestinese della Muqata a Ramallah, sollevando eventualmente anche una proposta alla Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] riguardo ai pogrom in Cisgiordania. Non molto di più.

L’attuale governo ha scompaginato la mappa politica. Da questo momento in poi dobbiamo affermare la verità: non ci sono veri divari tra i sionisti. I non sionisti sono pochi, quasi tutti non ebrei, tutti privi di legittimazione. Ci sono differenze tra gli Haredi [gli ebrei ultra ortodossi, ndtr.] e gli ebrei laici, e divari tra gli ebrei Ashkenazi [discendenti degli ebrei provenienti dall’Europa centrale e orientale, ndtr.] e Mizrahi [gli ebrei provenienti dai Paesi del mondo arabo, ndtr.], ma i cliché su una polarizzazione in questa nazione sono vuoti e privi di significato. L’unico abisso si trova tra i sostenitori della supremazia ebraica e i loro oppositori. Ecco perché la maggior parte dei cittadini arabi del Paese non fa parte di questo gioco. Ecco perché Israele si sta avvicinando al momento della verità. Si relaziona con le proprie fondamenta nei termini di uno Stato ebraico in una terra con due popoli, esponendo la sua vera immagine in tutta la sua nudità.

Chi avrebbe mai creduto che un governo esplicitamente non ideologico che cerca di fuggire da tali argomenti come da un incendio sarebbe stato il primo governo a rivelare la verità? E la verità è che non sono molti i Paesi in cui l’ideologia appaia ancora così importante; non ci sono democrazie con una ideologia unica tirannica e dominante. Israele è uno Stato sionista proprio come l’Unione Sovietica era uno Stato comunista. Anche lì non è stato difficile mettere insieme un governo di comunisti moderati ed estremisti.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le forze armate israeliane hanno ucciso cinque palestinesi durante incursioni nei pressi di Jenin e Gerusalemme.

Shatha Hammad ,Lubna Masarwa

26 Settembre 2021,Middle East Eye

Secondo le notizie Israele trattiene i corpi di quattro dei palestinesi uccisi dopo l’operazione nel corso della quale due soldati israeliani sono stati gravemente feriti.

Domenica le forze armate israeliane hanno ucciso almeno cinque palestinesi durante raid militari nella Cisgiordania occupata vicino alla città di Jenin e a nord-ovest di Gerusalemme

Il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che durante i raid sono rimasti gravemente feriti due soldati israeliani un ufficiale e un soldato dell’unità Dovdovan [reparto che agisce sotto copertura in abiti civili travestendosi da palestinesi ndt].

Secondo quanto riferito, raid israeliani con scontri a fuoco hanno avuto luogo a Burqin, Qabatiya, Kafr Dan, Biddu e Beit Anan.

Tre dei cinque palestinesi, tutti di Biddu, sono stati uccisi nel villaggio di Beit Anan.

Gli uomini sono stati identificati dalle loro famiglie come Ahmad Zahran, Mahmoud Hmaidan e Zakariya Badwan.

Uno sciopero generale di un giorno è stato dichiarato domenica a Beit Anan e Biddu per protestare contro queste morti.

Le forze armate israeliane hanno anche ucciso almeno due palestinesi vicino a Jenin.

Dalle notizie raccolte si apprende che Israele trattiene quattro corpi dei palestinesi uccisi, i tre di Beit Anan e uno di quelli vicino a Jenin.

Appello per l’unità

Funzionari locali hanno detto che una delle persone uccise vicino a Jenin era un palestinese di 22 anni chiamato Osama Sobh del villaggio di Burqin, a sud-ovest della città di Jenin.

Muhammad al-Sabah, il sindaco di Burqin, ha detto a MEE che Sobh è deceduto per le ferite riportate dopo essere stato portato all’ospedale di Jenin. È stato sepolto a Burqin più tardi domenica.  

Sabah ha anche dichiarato che l’esercito israeliano ha ferito altri sei palestinesi che sono stati portati all’ospedale

Il gruppo armato Jihad Islamica ha dichiarato che Sobh era un membro dell’ala militare del gruppo, le Brigate al-Quds.

“Chiediamo a tutte le fazioni di agire insieme e in cooperazione con le Brigate al-Quds per combattere il nemico sionista”, si legge in seguito nella dichiarazione. 

Immagini pubblicate online mostrano soldati israeliani che portano via un cadavere da Beit Anan.

“Inseguito da settimane”

Il portavoce dell’esercito israeliano Amnon Scheffler ha affermato che tutte le vittime erano combattenti di Hamas.

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett, in viaggio verso le Nazioni Unite a New York, ha affermato che le truppe israeliane hanno agito in Cisgiordania contro i combattenti di Hamas “che stavano per sferrare attacchi nell’immediato”.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas ha condannato le uccisioni e ha affermato che “l’uccisione di cinque palestinesi nell’area di Gerusalemme e Jenin è un efferato crimine commesso da Israele”.

Ma, secondo Quds.net, la famiglia di Zahran ha accusato l’ANP di aver aiutato l’operazione dell’esercito israeliano che ha ucciso il loro parente. 

“L’Autorità Palestinese è quella che ci ha mandato gli israeliani”, ha detto la madre di Zahran, che ha sottolineato che le forze israeliane lo stavano inseguendo da settimane e hanno interrogato e arrestato membri della famiglia prima di ucciderlo.

Incursioni alle prime ore del mattino.

Il sindaco di Beit Anan, Muhammad Ragheb Rabie, ha detto a MEE che le truppe dell’unità mobile dell’esercito israeliano hanno preso d’assalto il villaggio intorno alle 3 del mattino e si sono poi dirette verso l’area di Ein Ajab, nel nord-ovest di Gerusalemme.

“Potevamo sentire i suoni dei combattimenti da quest’area, che è una zona industriale che contiene allevamenti di pollame e frantoi”, ha detto Rabie.

Ha detto che l’esercito israeliano è stato visto trasportare le vittime durante il suo ritiro.

Ha aggiunto che nell’area si potevano vedere sangue e residui del raid dell’esercito israeliano e ha sottolineato che gli israeliani avevano impedito ai residenti di entrare e uscire dal villaggio.

Sabah [il sindaco di Burqin, vedi sopra ndt] ha detto che le forze dell’esercito israeliano hanno preso d’assalto anche Burqin alle 3 del mattino e hanno circondato la casa di Muhammad al-Zareini, un abitante del villaggio.

“Le forze israeliane hanno sparato all’impazzata sulla casa di Muhammad al-Zareini, dove vivevano sua moglie e i suoi figli, prima di ritirarsi alle 7 del mattino dopo averlo arrestato”, ha detto Sabah.

“Le forze di occupazione irrompono continuamente con violenza nel mio villaggio e, quando lo fanno, gli israeliani spesso sparano proiettili veri contro le case e i civili della zona”.

Il mese scorso, l’esercito israeliano ha ucciso quattro palestinesi nel campo profughi di Jenin durante un’operazione che ha portato a scontri armati.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)