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Il contrastato disegno di legge sulla Cisgiordania non viene approvato al primo voto – un colpo alla coalizione governativa di Israele.

Redazione

6 giugno 2022 – Haaretz

Due membri della coalizione di Bennett rompono i ranghi e votano contro l’estensione dei regolamenti di “emergenza” che applicano la legge israeliana alla Cisgiordania.

La coalizione di governo israeliana lunedì non è riuscita a far approvare un disegno di legge che prolunghi la durata della normativa che estende la legge israeliana ai coloni in Cisgiordania: 58 deputati hanno votato contro la legislazione e 52 l’hanno approvata.

Il disegno di legge aveva lo scopo di estendere la normativa “di emergenza” in vigore dal 1967 e rinnovata da allora ogni cinque anni.

La coalizione di governo può provare a riproporre il disegno di legge ad un altro voto entro il primo luglio, dopodiché decadrà.

Il governo aveva considerato di porre la fiducia per costringere tutti i deputati della United Arab List e la deputata di Meretz Ghaida Rinawie Zoabi a sostenere il disegno di legge. Alla fine, la legge è stata sottoposta a una votazione normale [senza la fiducia, ndt.]

Fonti governative hanno fatto sapere che la coalizione aveva deciso di non permettere a Rinawie Zoabi di raggiungere alcun risultato politico significativo nella speranza di convincerla a dimettersi dalla Knesset, aggiungendo che questa decisione deriva dal suo comportamento nelle ultime settimane e dalle sue ripetute minacce di non votare con il resto della coalizione, inclusa l’estensione della normativa in questione.

Il deputato Idit Silman – le cui improvvise dimissioni dalla coalizione ad aprile la hanno privata della sua esigua maggioranza – era assente dal voto e Rinawie Zoabi ha votato contro la legge.

Rinawie Zoabi in seguito ha dichiarato di aver votato contro il disegno di legge poiché “è mio dovere essere dalla parte giusta della storia delegittimando l’occupazione e sostenendo il diritto fondamentale del popolo palestinese a fondare un paese accanto allo Stato di Israele”.

Se la misura decadrà alla fine di giugno gli israeliani che commettono crimini in Cisgiordania saranno portati davanti ai tribunali militari israeliani e sconteranno la pena in Cisgiordania. Inoltre la polizia israeliana non potrà più indagare su presunti crimini commessi da israeliani in Cisgiordania, né su coloro che hanno commesso crimini all’interno di Israele e sono fuggiti in Cisgiordania.

Inoltre gli israeliani che vivono in Cisgiordania probabilmente non avranno più diritto alla Sanità statale, all’appartenenza all’Ordine degli avvocati israeliani o a godere di altri diritti e privilegi a cui hanno diritto per la legge israeliana. La mancata estensione della normativa avrebbe conseguenze anche sull’ingresso in Israele, sul reclutamento militare, sulla tassazione, sul registro della popolazione, sull’adozione di bambini e altre questioni.

Il partito Yamina del primo ministro Naftali Bennett ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che i deputati ebrei ortodossi e arabi hanno unito le forze contro i residenti [i coloni, ndt.] della Cisgiordania, aggiungendo che “il Likud vedrà il paese in fiamme per gli interessi di Bibi” chiamando il leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu con il suo soprannome.

Commentando la fallita votazione il ministro della Difesa Benny Gantz ha dichiarato: “Abbiamo meno di un mese per assicurarci che la Cisgiordania non si trasformi nel selvaggio West a causa di interessi politici” e ha invitato tutti i membri della Knesset ad agire in modo responsabile e a “mettere Israele al primo posto”.

Il leader della Lista Araba Unita e membro della coalizione Mansour Abbas, anch’egli assente dal voto, ha affermato che “ogni coalizione affronta delle sfide, ma per noi è importante andare avanti”. “Ci sono buone probabilità che il governo non cada, è troppo presto per definirlo un esperimento fallito”, ha aggiunto.

Il ministro delle finanze Avigdor Lieberman ha twittato che, mentre Netanyahu ha “abbandonato” i coloni, la coalizione continuerà a sostenerli “e farà qualsiasi cosa in nostro potere per approvare la legge la prossima settimana”.

Il deputato di destra Bezalel Smotrich ha dichiarato: ” Questa sera il governo ha dimostrato ancora una volta che si appoggia agli antisionisti e che non può prendersi cura dei bisogni e dei valori più elementari dei cittadini israeliani”.

(traduzione dall’ Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Chi sono i vincitori e i vinti dell’israeliana Marcia delle Bandiere? 

Motasem A Dalloul

1 giugno 2022 – Middle East Monitor

Governo israeliano di occupazione, gruppi dell’opposizione e coloni ebrei dell’estrema destra avevano tutti scommesso che, durante il weekend, la provocatoria Marcia delle Bandiere avrebbe causato gravi disordini al suo passaggio attraverso il quartiere musulmano della Città Vecchia di Gerusalemme. I coloni hanno usato queste marce fin dal 1967 per celebrare l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est. L’attuale governo israeliano, guidato da Naftali Bennett, voleva utilizzare il grottesco sfoggio di razzismo sfacciato per rafforzare la propria sovranità sulla città santa e dimostrare che Israele ha ancora un deterrente contro la resistenza palestinese.

Il leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu, il cui partito, il Likud, ha il maggior numero di seggi nella Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha cercato di sfruttare l’evento per scatenare incidenti che avrebbero potuto danneggiare il governo Bennett. Nel frattempo i coloni estremisti hanno insistito sul percorso della marcia proposto da loro e respinto ogni tentativo di deviarlo, nonostante forti pressioni da parte degli alleati di Bennett nel governo di coalizione. Hanno insistito che la marcia doveva svolgersi secondo il loro piano per dimostrare la sovranità di Israele sulla città santa occupata.

Bennett e alti ufficiali dell’esercito hanno insistito che si poteva tenere la marcia nonostante gli avvertimenti non solo da parte di veterani militari e politici, ma anche di gruppi della resistenza palestinese che avevano avvertito che avrebbero reagito contro Israele qualora fosse successo qualche incidente intollerabile.

“Se non fossimo passati per il percorso normale, di fatto non avremmo mai più potuto farlo. Sarebbe stata una rinuncia alla sovranità,” ha detto Bennett. “Abbiamo dimostrato che lo Stato di Israele agisce in base a ciò che è giusto e non in seguito a minacce.”

Netanyahu ha incoraggiato la partecipazione di due fanatici gruppi di ebrei israeliani, La Familia [ultras razzisti della squadra di calcio di Gerusalemme Betar, ndt.] e Lehava [organizzazione di estrema destra suprematista ebraica, ndt.], che per vari anni sono stati collegati a casi di violenze contro gli arabi in Israele e nella Cisgiordania occupata.

Il governo ha impiegato migliaia di agenti per far svolgere la marcia senza infrazioni e garantire che i coloni non avrebbero provocato i palestinesi, innescando così una risposta da parte dei gruppi della resistenza o suscitando critiche a livello internazionale. Ciononostante Netanyahu è riuscito a far sì che alcuni elementi dei gruppi ebrei più estremisti riuscissero comunque a provocare e attaccare i palestinesi e poi a svolgere le proprie cerimonie religiose nei pressi della moschea Al-Aqsa.

Secondo il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid, La Familia e Lehava hanno monopolizzato la giornata. “Non possiamo accettare che queste siano le immagini che ci restano alla fine del Giorno di Gerusalemme,” ha detto. “La maggioranza israeliana deve riappropriarsi della Marcia delle Bandiere, di Gerusalemme e dello Stato di Israele. Noi siamo la maggioranza. Loro sono una minoranza estremista.”

È discutibile che la Marcia delle Bandiere “dimostri” la sovranità israeliana come sostiene Bennett. Dopotutto i coloni hanno avuto bisogno di migliaia di forze di sicurezza e del coprifuoco per proteggerli lungo il percorso. Nessuno di loro avrebbe avuto il coraggio di sventolare una bandiera israeliana e sfilare da solo lungo il percorso, nonostante le restrizioni imposte ai palestinesi e gli attacchi contro i fedeli nella moschea di Al-Aqsa.

I coloni ebrei avrebbero potuto restare per ore a Gerusalemme, presso la porta di Damasco e poi tornare a casa, mentre i palestinesi sventolavano le proprie bandiere, nonostante il grosso contingente di polizia israeliana impiegato per fronteggiarli, e loro sono ancora là nonostante l’imponente presenza della polizia. Cosa vuol dire sovranità, se lo Stato non è in grado di controllarla?

Secondo Amichai Attali, reporter per gli affari parlamentari di Yedioth Ahronoth [quotidiano di centro, uno dei più letti in Israele, ndt.]: “Non c’è sovranità a Gerusalemme durante l’era di Naftali Bennett. Non c’è stata tale sovranità con Netanyahu, Olmert, Sharon o tutti i loro predecessori. Gerusalemme non è mai stata unita perché i leader non hanno il coraggio di prendere decisioni.”

Inoltre qualsiasi fattore di deterrenza che Israele possa aver mai avuto è scomparso da tempo. La forte presenza della polizia, il coprifuoco e le limitazioni dei movimenti dei palestinesi sono tutte prove di questo fatto. Come lo è stato l’attivazione del sistema antimissilistico Iron Dome, [cupola di ferro] su tutto lo Stato occupato nel caso in cui i gruppi di resistenza avessero risposto alle provocazioni e al razzismo anti-arabo dei partecipanti alle marce. L’esercito è stato impiegato in una delle più imponenti esercitazioni militari per essere pronto a un massiccio attacco contro i palestinesi “per ogni evenienza”.

Il corrispondente militare dell’israeliano Channel 13 ha riferito che i soldati erano nascosti lungo la recinzione del confine formale con la Striscia di Gaza e dei veicoli militari vuoti erano parcheggiati in posti visibili per attirare il fuoco dei palestinesi, rendendo inefficace qualsiasi risposta da parte del popolo di Gaza. Dove starebbe in tutto ciò il fattore di deterrenza israeliano?

I gruppi della resistenza palestinesi possono ancora rispondere alle violazioni israeliane a Gerusalemme e durante la Marcia delle Bandiere: non penso che questo capitolo si sia concluso. “La resistenza deciderà come e quando reagire, a seconda delle informazioni che ha e al momento giusto,” ha detto Mohammad Hamada, portavoce di Hamas per gli Affari di Gerusalemme.

Noi sappiamo anche che Israele ha inviato mediatori qatarioti, egiziani e dell’ONU per chiedere a Ismail Haniyeh, leader di Hamas, di dire che il movimento non avrebbe reagito e che entrambe le parti potevano tornare a una vita normale. Il suo consulente per i media ha sottolineato che Haniyeh ha respinto tutte le richieste.

L’incitamento dei fanatici da parte di Netanyahu non è riuscito a raggiungere l’obiettivo e sarà quindi deluso dal risultato. A peggiorare le cose per l’ex primo ministro dell’estrema destra, Benny Gantz, ministro della Difesa israeliano, sta parlando di mettere La Familia e Lehava sulla lista israeliana delle organizzazioni considerate terroriste.

Perciò, per come la vedo io, gli organizzatori della marcia che volevano dimostrare la sovranità israeliana su Gerusalemme e i politici israeliani che pensavano che avrebbe contribuito a promuovere i propri interessi sabato hanno perso. I vincitori sono i gerosolomitani palestinesi le cui sofferenze sotto lo Stato neo-fascista di occupazione e di apartheid ancora una volta sono state evidenziate cosicché tutto il mondo vedesse; analogamente i palestinesi di Gaza hanno trionfato dato che i gruppi di resistenza hanno preso la saggia decisione di evitare la ben preparata offensive israeliana contro l’enclave costiera.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

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L’iconica “Voce della Palestina” di Al Jazeera uccisa durante un raid israeliano

Ali Abunimah – 11 maggio 2022

ElectronicIntifada

Mercoledì mattina Shireen Abu Akleh , corrispondente di Al Jazeera, è stata colpita a morte da uno sparo durante un raid israeliano nella Cisgiordania occupata, provocando shock e rabbia in Palestina e in tutta la regione.

“Un crimine tragico e deliberato che viola tutte le leggi e le norme internazionali, le forze di occupazione israeliane hanno assassinato a sangue freddo la nostra corrispondente Shireen Abu Akleh”, ha affermato la rete con sede in Qatar.

Israele inizialmente ha incolpato i palestinesi della morte di Abu Akleh, ma in seguito ha ritrattato l’affermazione.

La sua morte è stata annunciata dal Ministero della Salute palestinese poco dopo la diffusione di video online che mostravano il suo corpo inerte mentre veniva caricato su un’auto e portato via.

Il sito web in lingua inglese della rete ha riferito che la corrispondente veterana “è stata colpita mercoledì da un proiettile mentre seguiva in diretta i raid israeliani nella città di Jenin ed è stata portata d’urgenza in ospedale in condizioni critiche, secondo il Ministero e i giornalisti di Al Jazeera”.

Quando è stata uccisa Abu Akleh, palestinese con cittadinanza statunitense, indossava il giubbotto della stampa e un casco. Aveva 51 anni.

Un altro giornalista, Ali Samoudi, è stato colpito alla schiena durante lo stesso scontro ed è stato riferito che si trova in condizioni stabili.

Nelle interviste rilasciate dal suo letto d’ospedale, Samoudi ha insistito sul fatto che i giornalisti fossero stati deliberatamente presi di mira dalle forze israeliane e che al momento non c’era nessuna azione di fuoco da parte dei palestinesi contro i soldati israeliani.

Samoudi ha detto che i giornalisti si trovavano in uno spazio aperto e dunque erano chiaramente visibili ai soldati. Ha detto che non c’era alcun palestinese combattente o civile nella zona, solo soldati israeliani.

“Stavamo per filmare l’operazione dell’esercito israeliano e all’improvviso ci hanno sparato senza chiederci di andarcene o interrompere le riprese”, ha detto Samoudi. “Il primo proiettile ha colpito me e il secondo proiettile ha colpito Shireen… non c’era alcuna resistenza militare palestinese sul posto”.

Anche Shatha Hanaysha, un’altra giornalista che si trovava proprio accanto ad Abu Akleh, ha affermato che non erano in corso scontri tra combattenti palestinesi ed esercito israeliano e ha affermato che i giornalisti sono stati intenzionalmente presi di mira.

“Eravamo quattro giornalisti, tutti indossavamo giubbotti, tutti indossavamo caschi”, ha detto Hanaysha ad Al Jazeera. “L’esercito di occupazione [israeliano] non ha smesso di sparare neanche quando si è accasciata. Non potevo nemmeno allungare il braccio per tirarla via a causa degli spari. Era evidente che l’esercito sparava per uccidere”.

Al Jazeera ha trasmesso il video di una persona con indosso un giubbotto antiproiettile con la scritta “Press” e un elmetto che giaceva immobile a terra, affermando che si tratta della scena finale dell’omicidio di Abu Akleh.

Si può vedere un’altra persona con indosso lo stesso abbigliamento accovacciata nelle vicinanze, mentre i palestinesi si avvicinano per prestare assistenza.

Israele si rimangia il tentativo di incolpare i palestinesi

Israele ha ammesso che i suoi soldati erano entrati nel campo profughi di Jenin alla ricerca di quelli che definisce “sospetti terroristi”.

I raid quasi quotidiani delle forze di occupazione israeliane in tutta la Cisgiordania provocano regolarmente feriti e morti tra i palestinesi.

Ma Tel Aviv è subito passata all’offensiva, negando la responsabilità per la morte di Abu Akleh.

Il primo ministro Naftali Bennett ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma: “Sembra probabile che dei palestinesi armati – che al momento stavano sparando indiscriminatamente – siano i responsabili della sfortunata morte della giornalista”.

Secondo il giornalista israeliano Barak Ravid, Bennett ha basato la sua affermazione su un video girato da palestinesi e condiviso sui social media.

Nel video si sente una voce che dice in arabo: “Hanno colpito un soldato, è sdraiato a terra”.

Il Ministero degli Esteri israeliano ha condiviso un’altra clip che mostra un uomo in uno stretto vicolo che spara con un’arma automatica. Il Ministero ha ribadito l’affermazione secondo cui i palestinesi “sparando indiscriminatamente avrebbero probabilmente colpito” Abu Akleh.

I sottotitoli nel video del Ministero degli Esteri non corrispondono al suo audio, e sembrano presi dal video condiviso da Ravid.

L’esercito israeliano ha condiviso lo stesso video.

Niente nei due video sembra collegato alla morte di Abu Akleh. L’obiettivo immediato di Israele sembra essere stato quello di sollevare abbastanza polvere da evitare titoli compromettenti e seminare dubbi su ciò che era realmente successo.

Il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha detto che il suo operatore sul campo a Jenin “ha documentato il luogo esatto in cui ha sparato il palestinese armato ripreso nel video diffuso dall’esercito israeliano, così come il luogo esatto in cui è stata uccisa la giornalista Shireen Abu Akleh. “

In base a questa indagine, il gruppo ha concluso che il video degli “spari palestinesi diffuso dall’esercito israeliano non può essere quello dello sparo che ha ucciso la giornalista Shireen Abu Akleh”.

Israele ha una lunga storia di utilizzo di video e immagini false o dati fuori contesto per eludere la responsabilità delle proprie azioni.

Israele in seguito ha ritirato le accuse contro i palestinesi, e il capo dell’esercito Aviv Kohavi ha affermato: “Al momento non è possibile determinare da quali proiettili sia stata uccisa Abu Akleh”.

Kohavi ha detto che l’esercito israeliano aprirà un’indagine interna per “chiarire i fatti e presentarli in toto il prima possibile”.

Nel frattempo Itamar Ben-Gvir, un deputato israeliano di estrema destra noto per aver elogiato la violenza contro i palestinesi, ha giustificato l’omicidio di Abu Akleh.

“Quando a Jenin i terroristi sparano sui nostri soldati, loro devono rispondere al fuoco con la massima forza, anche se nella zona ci sono ‘giornalisti’ di Al Jazeera che spesso stanno deliberatamente in mezzo alla battaglia e disturbano i soldati”, ha twittato Ben-Gvir.

“Secondo quanto riferito, è finita nel fuoco dei terroristi”, ha anche affermato Ben-Gvir, “E comunque pieno appoggio agli eroici soldati dell’esercito israeliano”.

Gli Stati Uniti chiedono un’indagine

L’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Thomas Nides si è detto “molto triste nell’apprendere della morte della giornalista americana e palestinese” Abu Akleh.

“Incoraggio un’indagine approfondita sulle circostanze della sua morte e del ferimento di almeno un altro giornalista oggi a Jenin”, ha aggiunto Nides.

Il tono gentile contrasta con la reazione dei funzionari statunitensi quando a marzo in Ucraina è stato ucciso il regista americano Brent Renaud.

Sebbene le circostanze dell’omicidio di Renaud non fossero chiare, il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price aveva immediatamente denunciato quello che definiva un “raccapricciante esempio delle azioni indiscriminate del Cremlino”.

A febbraio, il Dipartimento di Stato aveva chiesto a Israele di condurre una “approfondita indagine penale” dopo che il mese precedente i soldati israeliani avevano attaccato Omar Assad, un anziano palestinese americano, lasciandolo senza vita.

Alla richiesta degli Stati Uniti di indagare sull’omicidio di Assad ha fatto seguito una rapida indagine interna israeliana che si era conclusa con un lieve rimprovero ai tre soldati coinvolti.

Washington, che fornisce a Israele miliardi di dollari di armi ogni anno, non ha mai dato seguito alle sue richieste con sanzioni che sanciscano la responsabilità di Israele.

Sistema di insabbiamento

“Non credo che l’abbiamo uccisa noi”, ha detto Ran Kochav, portavoce dell’esercito israeliano, all’emittente pubblica Kan.

Abbiamo proposto ai palestinesi di aprire una rapida indagine congiunta. Se l’abbiamo davvero uccisa, ci assumeremo la responsabilità, ma non sembra sia così”.

Va detto che le indagini interne di Israele nascondono sistematicamente i crimini dei soldati dell’occupazione contro i palestinesi.

Nel 2016, B’Tselem ha annunciato che avrebbe smesso di collaborare alle indagini militari israeliane, che ha definito un “sistema di insabbiamento”.

L’autorevole associazione israeliana per i diritti umani ha aggiunto che 25 anni di denunce infruttuose a nome dei palestinesi “ci hanno portato alla consapevolezza che non ha più senso perseguire la giustizia e difendere i diritti umani lavorando con un sistema la cui vera funzione consiste nella capacità di continuare a coprire con successo atti illegali e proteggere i colpevoli”.

Continui attacchi ai giornalisti

Alla notizia della sua morte molti utenti dei social media hanno pianto l’omicidio di Abu Akleh come il mettere a tacere la “Voce della Palestina”.

Abu Akleh lavorava ad Al Jazeera dal 1997. I suoi reportage sono noti a decine di milioni di persone in tutto il mondo arabo. Era molto rispettata tra i colleghi palestinesi e internazionali.

Nonostante ora neghi la propria responsabilità, Israele ha una lunga storia di ferimenti e uccisioni di giornalisti e operatori dei media.

Le forze israeliane hanno attaccato i giornalisti che seguivano la Grande Marcia del Ritorno, le proteste di massa disarmate a Gaza iniziate nel 2018.

Due giornalisti, Yaser Murtaja e Ahmad Abu Hussein, sono stati uccisi e altre decine sono stati feriti.

Durante la campagna di bombardamenti su Gaza l’anno scorso, Israele ha deliberatamente preso di mira gli edifici che ospitavano quasi tutti gli uffici dei media locali e internazionali.

Israele, che si vanta dell’abilità della sua intelligence, ha in seguito assurdamente affermato di non avere idea che nell’edificio fossero ospitate le principali organizzazioni dei media mondiali.

Quasi un anno fa, gli aerei da guerra israeliani hanno raso al suolo un edificio che ospitava gli uffici dell’Associated Press e di Al Jazeera.

Israele ha affermato che l’edificio era in uso all’intelligence militare di Hamas, ma non ha mai offerto alcuna prova.

Un raid aereo israeliano ha ucciso anche il giornalista Yousif Abu Hussein, 32 anni, nel suo appartamento a Gaza City. Era un popolare giornalista della radio Voice of Al-Aqsa.

Reporter senza frontiere lo scorso maggio ha dichiarato di “condannare l’uso sproporzionato della forza da parte di Israele contro i giornalisti, che in nessun caso dovrebbero essere trattati come parti del conflitto armato”.

E il mese scorso la Corte penale internazionale ha ricevuto una denuncia per presunti crimini di guerra contro giornalisti commessi dalle forze di occupazione israeliane.

Per la Federazione internazionale dei giornalisti la denuncia riguarda l’aver preso ” sistematicamente di mira” quattro operatori dei media palestinesi “uccisi o mutilati dai cecchini israeliani mentre seguivano le manifestazioni a Gaza”,.

Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di The Battle for Justice in Palestine [La battaglia per la giustizia in Palestina], appena uscito da Haymarket Books e di  One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse [Un solo paese: una proposta coraggiosa per por fine all’impasse israelo-palestinese].

Tamara Nassar ha contribuito alla ricerca.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La divisione ‘temporale e spaziale’ della moschea Al-Aqsa: perché qui l’obiettivo finale di Israele fallirà

Ramzy Baroud

27 aprile 2022 – Palestine Chronicle

A partire dal 15 aprile l’esercito di occupazione israeliana e la polizia hanno attaccato giornalmente la moschea Al-Aqsa nella Gerusalemme Est occupata. Con la scusa di proteggere le provocatorie ‘visite’ di migliaia di coloni ebrei israeliani illegali e fanatici di destra l’esercito israeliano ha ferito centinaia di palestinesi, fra cui dei giornalisti, e ne ha arrestati a centinaia.

I palestinesi sanno che per Israele questi attacchi contro Al-Aqsa hanno un significato politico e strategico più profondo di quelli precedenti.

Nel passato Al-Aqsa ha subito raid di routine da parte delle forze israeliane in varie forme. Tuttavia negli ultimi anni la valenza della moschea ha acquisito ulteriori significati, specialmente dopo la ribellione popolare palestinese, le proteste di massa, gli scontri e una guerra contro Gaza lo scorso maggio, che significativamente i palestinesi chiamano Saif Al Quds – Operazione Spada di Gerusalemme.

Storicamente Haram Al-Sharif o il Nobile Santuario, oltre ad essere il cuore della lotta della lotta popolare in Palestina, è anche al centro delle politiche di Israele. Il santuario, situato nella Città Vecchia della Gerusalemme Est occupata, è considerato uno dei luoghi più sacri per tutti i musulmani. Ha un posto speciale nell’Islam poiché è citato sia nel sacro Corano che frequentemente anche negli Hadith, i detti del profeta Maometto. Il complesso ospita parecchie moschee storiche e 17 porte e altri importanti siti islamici. Al-Aqsa è una di queste moschee.

Ma per i palestinesi il valore di Al-Aqsa ha acquisito ulteriori significati a causa dell’occupazione israeliana che, nel corso degli anni, ha preso di mira moschee, chiese e altri luoghi sacri palestinesi. Per esempio, il ministero palestinese degli Affari Religiosi ha riferito che, durante la guerra israeliana del 2014 contro l’assediata Striscia di Gaza, 203 moschee furono danneggiate da bombe israeliane che causarono la completa distruzione di 73 edifici.

Quindi i palestinesi musulmani, ma anche i cristiani, considerano Al-Aqsa, il santuario e altri siti musulmani e cristiani a Gerusalemme, una linea rossa che non deve essere superata da Israele. Generazioni dopo generazioni si sono mobilitate per proteggere i siti, talvolta senza riuscirci come nel 1969, quando l’ebreo estremista australiano Denis Michael Rohan compì un attacco incendiario dentro Al-Aqsa.

Anche i recenti raid contro la moschea non si sono limitati a lesioni personali e arresti di massa di fedeli. Il 15 aprile, il secondo venerdì di Ramadan, Al-Aqsa ha subito gravi danni con le famose vetrate multicolori della moschea in frantumi e gli arredi sfasciati.

I raid contro Haram Al-Sharif stanno continuando al momento della stesura di questo articolo. Gli estremisti ebrei si sentono sempre più forti grazie alla protezione che ricevono dall’esercito israeliano oltre alla libertà d’azione fornita da influenti politici israeliani. Molti degli attacchi sono spesso guidati da Itamar Ben-Gvir parlamentare di estrema destra della Knesset israeliana, da Yehuda Glick, politico del Likud [il principale partito israeliano di centro destra, ndtr.], e dall’ex ministro Uri Ariel.

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett sta indubbiamente usando i raid contro Al-Aqsa come un modo per tenere in riga la sua estrema destra spesso ribelle e l’elettorato religioso. Il 6 aprile le improvvise dimissioni dal partito di estrema destra Yamina della deputata Idit Silman hanno lasciato Bennett ancora più disperato nel suo tentativo di mantenere in vita la sua litigiosa coalizione. Bennett, un tempo leader di Yesha Council, un’organizzazione ombrello delle colonie illegali della Cisgiordania, è salito al potere con il sostegno degli zeloti religiosi, sia in Israele che nei Territori della Palestina Occupata. Perdere il sostegno dei coloni potrebbe semplicemente costargli la carica.

Il comportamento di Bennett è coerente con quello dei precedenti leader israeliani che hanno causato un’escalation di violenza ad Al-Aqsa per distrarre i votanti dai propri guai politici o per far appello al potente elettorato israeliano di destra e degli estremisti religiosi. Nel settembre 2000 l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon fece irruzione nella moschea con migliaia di soldati israeliani, polizia ed estremisti con opinioni simili. Lo fece per provocare una reazione palestinese e per far cadere il governo del suo arcinemico Ehud Barak. Sharon ci riuscì, ma a caro prezzo dato che la sua ‘visita’ scatenerà la Seconda Intifada palestinese, detta anche l’Intifada di Al-Aqsa, durata cinque anni.

Nel 2017 migliaia di palestinesi hanno protestato contro un tentativo israeliano di installare ‘telecamere di sicurezza’ agli ingressi del luogo sacro. La misura era anche un tentativo dell’ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di accontentare i suoi sostenitori di destra. Ma le proteste di massa a Gerusalemme e la conseguente unità palestinese all’epoca costrinsero Israele ad annullare i propri piani.

Tuttavia questa volta i palestinesi temono che Israele miri a qualcosa di più di una semplice provocazione. Secondo Adnan Ghaith, massimo rappresentante dell’Autorità Palestinese a Gerusalemme Est, Israele progetta di “imporre una divisione temporale e spaziale della moschea Al-Aqsa”. Questa particolare espressione, ‘divisione temporale e spaziale’, è anche usata da molti palestinesi che temono che si ripetano gli eventi della moschea di Ibrahimi (la tomba dei Patriarchi).

Nel 1994, dopo il massacro di 29 fedeli per mano di un estremista ebreo israeliano, Baruch Goldstein, e le successive uccisioni di molti altri palestinesi da parte dell’esercito israeliano presso la moschea Ibrahimi a Hebron (Al-Khalil), Israele la divise. Uno spazio più ampio fu destinato ai coloni ebrei limitando l’accesso ai palestinesi, a cui è permesso di pregare in certi orari, ma non in altri. Questo è esattamente quello che i palestinesi intendono con divisione temporale e spaziale che per molti anni è stata al centro della strategia israeliana.

Comunque Bennett deve muoversi con cautela. I palestinesi sono molto più uniti ora che nel passato nella loro resistenza e consapevolezza riguardo ai disegni israeliani. Una componente importante di quest’unità è la popolazione araba palestinese nella Palestina storica, che ora sta sostenendo un discorso politico simile a quello dei palestinesi a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Infatti molti dei difensori di Al-Aqsa provengono proprio da queste comunità. Se Israele continua con le sue provocazioni ad Al-Aqsa rischia un’atra rivolta palestinese come quella di maggio, che significativamente è cominciata a Gerusalemme Est.

Ingraziarsi l’elettorato di destra attaccando, umiliando e provocando i palestinesi non è più così facile come spesso è stato in passato. Come la ‘Spada di Gerusalemme’ ci ha insegnato, i palestinesi sono ora capaci di rispondere in modo unitario e, nonostante i loro mezzi limitati, anche facendo pressione su Israele per rovesciare le sue politiche. Bennett deve tenerlo bene in mente prima di scatenare altre violente provocazioni.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, l’ultimo curato con Ilan Pappé è “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders andIntellectuals Speak out” (La nostra visione per la liberazione: leader palestinesi e intellettuali impegnati fanno sentire la propria voce). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israele: la coalizione di governo perde la maggioranza dopo le sorprendenti dimissioni di una parlamentare

Redazione di MEE e agenzie

6 aprile 2022 – Middle East Eye

Idit Silman rinuncia dopo un diverbio riguardo a una sentenza della Corte Suprema che elimina il divieto del pane lievitato durante le festività di Pesach.

Mercoledì la coalizione di governo di Israele ha perso la maggioranza dopo che una deputata del partito del primo ministro Naftali Bennett “Yamina” ha detto che aveva deciso di andarsene.

Le dimissioni di Idit Silman, presidentessa della coalizione di governo, ha lasciato l’alleanza di Bennett con 60 voti, lo stesso numero dell’opposizione.

Non c’è un pericolo immediato che il governo cada, in quanto l’opposizione non è unita. Nella sua dichiarazione Silman ha auspicato la creazione di un governo di destra “anche con l’attuale Knesset” – un invito alla coalizione di Bennett a farlo cadere prima delle prossime elezioni, che sono previste nel 2025.

“Ho cercato il cammino dell’unità. Ho lavorato molto per questa coalizione”, ha detto nella dichiarazione Silman, una conservatrice religiosa [in realtà dell’estrema destra nazional-religiosa, ndt.].

“Mi spiace ma non posso contribuire a danneggiare l’identità ebraica di Israele,” ha aggiunto.

Lunedì Silman si era scagliata contro il ministro della Sanità Nitzan Horowitz dopo che questi aveva dato indicazione agli ospedali di consentire [l’introduzione di] prodotti da forno lievitati nelle loro strutture durante le prossime festività di Pesach [la Pasqua ebraica, ndt.] in linea con una recente sentenza della Corte Suprema che ha annullato anni di divieti.

In base alla tradizione ebraica durante Pesach nei luoghi pubblici il pane lievitato è proibito. La presa di posizione di Silman ha messo in crisi i tentativi di Bennett di tenere insieme una fragile alleanza di partiti che vanno dalla destra al centro sinistra fino a un partito palestinese.

Secondo il quotidiano Haaretz era previsto che Bennett, che al momento non ha fatto alcuna dichiarazione, incontrasse Silman martedì prima che lei annullasse la riunione all’ultimo minuto.

Il ministro degli Affari Religiosi Matan Kahane, del partito di Bennett, ha detto che l’annuncio di Silman è stato una sorpresa.

“Spero che possa essere modificato,” ha detto Kahane alla radio dell’esercito. “Questo governo sta facendo cose buone per la Nazione.”

Netanyahu ha accolto positivamente le dimissioni 

Dopo l’annuncio Silman è stata calorosamente accolta dagli stessi politici di destra che l’avevano attaccata senza sosta da quando Bennett si è rimangiato le promesse elettorali e lo scorso anno ha formato con lei una coalizione di governo.

“Idit, sei la prova che quello che ti guida è la preoccupazione per l’identità ebraica di Israele, per la terra di Israele, e ti do il benvenuto di nuovo a casa nel campo nazionale [coalizione informale di partiti nazionalisti di destra e religiosi, attualmente all’opposizione, ndt.],” ha detto in una registrazione video il capo dell’opposizione e segretario del [partito] Likud Benjamin Netanyahu.

“Chiedo a chiunque sia stato eletto con i voti del campo nazionale di unirsi a Idit e a tornare a casa, sarete ricevuti con i dovuti onori e a braccia aperte,” ha affermato l’ex-primo ministro di destra.

Secondo Haaretz Silman si è accordata con persone vicine a Netanyahu per entrare nelle liste del Likud alle prossime elezioni.

Il giornale ha informato che un importante membro della coalizione ha affermato che le è stato promesso il ruolo di ministra della Salute in qualunque governo guidato dal Likud.

Per formare una sua coalizione senza nuove elezioni Netanyahu avrebbe bisogno dell’appoggio di almeno 61 parlamentari, di cui attualmente non dispone.

Il politico di estrema destra Bezalel Smotrich, del partito Sionismo Religioso, un tempo alleato di Bennett, ha espresso il proprio apprezzamento nei confronti di Silman per il suo “coraggio di fare un passo difficile” e ha previsto che la coalizione di governo non sopravviverà al cambiamento.

“Questo è l’inizio della fine de governo di sinistra e non sionista di Bennett e del Movimento Islamico [partito degli arabo-israeliani che fa parte dell’attuale coalizione di governo, ndt.],” ha scritto su Twitter.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele: cinque morti nella sparatoria alla periferia di Tel Aviv

Lubna Masarwa, Huthifa Fayyad

29 marzo 2022 – Middle East Eye

Dopo l’attacco di un palestinese armato proveniente dalla Cisgiordania occupata Israele alza il livello di allerta al livello più alto da maggio dello scorso anno

Martedì un uomo armato ha ucciso cinque persone nel corso di una sparatoria nella periferia della città israeliana di Tel Aviv, pochi giorni dopo che due attacchi simili hanno provocato la morte di sei persone e diversi feriti.

L’assalitore, identificato come Diya Hamarshah, 27 anni, è stato successivamente colpito a morte dalla polizia.

I media locali hanno riferito che Hamarshah era un ex prigioniero palestinese della città occupata di Yabad, in Cisgiordania, vicino a Jenin.

La sparatoria sarebbe avvenuta in due posti diversi a Bnei Brak, un’area ebraica ultra-ortodossa.

Haaretz ha riferito che l’aggressore ha colpito un giovane in un minimarket con un fucile d’assalto, prima di sparare a un’altra persona in bicicletta e poi a un’auto di passaggio.

Un’abitante di Bnei Brak, che vive vicino al luogo dell’attacco e ha preferito non dire il suo nome, ha detto a Middle East Eye che la sparatoria l’ha lasciata “spaventata e triste”.

“Mi sento in pericolo. Non posso credere che sia successo così vicino a noi. Sono sempre scioccata nel vedere incidenti come questo, ma quando è così vicino ha un effetto diverso”, afferma.

“Non credo ci sia un futuro in Israele. Le lancette dell’orologio stanno tornando indietro. Non ho nessuna speranza”.

Alle 22:00 ora locale il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha tenuto una riunione con il ministro della Difesa Benny Gantz e altri funzionari della difesa per valutare la situazione della sicurezza.

La polizia ha annunciato di aver alzato il livello di allerta al livello più alto da maggio dello scorso anno.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas si è affrettato a condannare l’attacco, affermando che “l’uccisione di civili palestinesi e israeliani porterà solo a un deterioramento della situazione in un momento in cui stiamo cercando di raggiungere una stabilizzazione alla vigilia del mese di Ramadan.”

Ha condannato l’attacco anche Ayman Odeh, capo della Lista Comune, alleanza politica palestinese in Israele.

“Oggi cinque civili sono stati uccisi – ognuno un mondo a sé stante. Si uniscono ai 51 palestinesi uccisi dall’inizio dell’anno – ognuno un mondo a sé“, ha detto Odeh.

Condanno fermamente qualsiasi danno nei confronti di civili, sia palestinesi che israeliani, insieme a qualsiasi offesa a persone innocenti”, ha aggiunto.

È tempo di porre fine alla fonte dell’odio che consiste nella maledetta occupazione e di stabilire una pace che porti sicurezza e vita normale a entrambi i popoli”

“Israele deve incolpare sé stesso

L’assalto di martedì arriva pochi giorni dopo due attacchi simili da parte di cittadini palestinesi di Israele a Beersheba e Hadera, che hanno provocato la morte di un totale di sei persone, inclusi due agenti di polizia. Tutti e tre gli assalitori sono stati uccisi.

L’assalto arriva anche un giorno prima del 46° anniversario del primo Land Day. I palestinesi celebrano la Giornata della Terra ogni 30 marzo dal 1976, quando i cittadini palestinesi di Israele protestarono contro la politica israeliana di furto della terra e discriminazione.

L’analista israeliano Meron Rapoport ha detto a MEE che gli assalti probabilmente porranno il governo israeliano in una situazione molto difficile.

“Israele è molto sconcertato di fronte a questa situazione perché non ha nessuno contro cui combattere. Non è possibile occupare città palestinesi come nel 2002 perché sono già occupate, né può “occupare” Umm al-Fahm [nel Distretto di Haifa, con 45.000 abitanti quasi tutti palestinesi, ndtr.] perché sono cittadini israeliani”, afferma Rapoport.

“Israele potrebbe essere soddisfatto che l’Occidente e gli Stati arabi abbiano cessato di interessarsi alla causa palestinese, e il vertice del Negev [incontro sul Medio Oriente organizzato da Israele il 27 marzo 2022 a Sde Boker, nel Negev, con Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Marocco, con lobiettivo di dare vita a unarchitettura di sicurezza regionale, ndtr.] avrebbe dovuto esserne una prova. Ma – come ha detto il professor Menachem Klein [docente della facoltà di Scienze Politiche dell’Università israeliana di Bar-Ilan, ndtr.] nel corso di una conversazione personale – la questione palestinese è stata trasformata in una mera questione interna israeliana, ed è esattamente ciò che sta accadendo ora. Israele può incolpare solo se stesso”.

La violenza sarà tuttavia sfruttata dall’estrema destra israeliana, avverte Rapoport.

Poco dopo l’attacco decine di israeliani si sono radunati sulla scena dove si potevano sentire cantare slogan anti-palestinesi, tra cui “morte agli arabi”. Alcuni chiedevano le dimissioni di Bennett.

Negli ultimi anni è cresciuta l’influenza dell’estrema destra all’interno delle forze di polizia e in generale nella politica israeliane.

Quelle forze, spiega Rapoport, ora useranno questi eventi per smantellare il governo, che è una fragile alleanza di compagini di destra, sinistra e centro, oltre che di rappresentanze palestinesi.

“L’estrema destra ha paura che Israele diventi una vera democrazia, quindi vuole rimuovere i palestinesi dalla vita politica”.

Tensioni nel Ramadan

A Yabad, citata come città natale di Hamarshah, dopo l’attacco la folla è scesa in piazza per mostrare solidarietà alla famiglia in vista delle scontate incursioni dell’esercito.

Raed Bakr, un abitante di Yabad, ha detto a MEE che dopo l’attacco è stato chiuso il posto di blocco di Dotan, situato a sud di Yabad, sulla strada che collega Jenin a Tulkarm.

“I giovani, in previsione delle incursioni israeliane, hanno bloccato l’ingresso di Yabad usando massi e bidoni della spazzatura”, dice Bakr.

“Al momento tutto è calmo ma la gente si aspetta da un momento all’altro incursioni dell’esercito”.

Aouni al-Mashni, un’importante figura politica palestinese di Betlemme, ha detto a MEE che i recenti eventi sono una prevedibile reazione alle continue aggressioni israeliane contro i palestinesi.

“La violenza usata da Israele, uno Stato razzista, contro i palestinesi in Cisgiordania e all’interno di Israele, avrà come ovvia contropartita una risposta violenta da parte dei palestinesi”, ha detto al-Mashni a MEE in un’intervista telefonica.

“L’espulsione dei residenti del Naqab [estesa zona desertica meridionale chiamata in ebraico Negev, ndtr.] la ebraificazione di Gerusalemme, gli attacchi a Sheikh Jarrah, le provocazioni alla moschea di al-Aqsa, le uccisioni quotidiane in Cisgiordania – tutto questo porta naturalmente alla contro-violenza. Questa violenza è esclusiva responsabilità di Israele”, ha aggiunto.

“E’ presto per arguire che stiamo entrando in una nuova fase, ma ci troviamo certamente in una fase caratterizzata da violenza e deterioramento”.

La tensione è aumentata nelle ultime settimane in vista del primo anniversario dell’offensiva di 11 giorni di Israele su Gaza [dal 10 al 20 maggio 2021, ndtr.].

Le violenze sono scoppiate lo scorso Ramadan quando Israele ha cercato di espellere delle famiglie palestinesi dal quartiere occupato di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est per far posto ai coloni israeliani.

Ciò ha provocato proteste diffuse in tutta la Cisgiordania occupata e nella comunità palestinese all’interno di Israele, scatenando nel maggio 2021 l’operazione militare su vasta scala di Israele sulla Striscia di Gaza assediata.

Secondo Axios [organo di informazione online israeliano in lingua inglese, ndtr.], i funzionari statunitensi si sono adoperati per mantenere la calma a Gerusalemme, in vista dell’anniversario del conflitto in cui più di 260 palestinesi sono stati uccisi a Gaza, 29 nella Cisgiordania occupata e 13 persone in Israele.

“I leader arabi sono avulsi dalla realtà

All’inizio di questa settimana, i ministri degli Esteri di Marocco, Egitto, Bahrain, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Stati Uniti si sono incontrati in Israele per un vertice di due giorni a Naqab (Negev) per discutere di questioni regionali.

Nel frattempo, il re di Giordania Abdullah ha incontrato lunedì a Ramallah il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas.

La serie di incontri ad alto livello tra leader regionali nelle ultime settimane è stata vista come un tentativo di allentare le tensioni in vista del mese sacro del Ramadan, che dovrebbe iniziare la prossima settimana.

“I leader palestinesi e arabi sono chiaramente avulsi dalla realtà. Sono avulsi dalla lotta del popolo palestinese e dal fatto che le relazioni israelo-palestinesi si sono deteriorate”, ha affermato al-Mashni [figura politica palestinese, attivista del partito Fatah, ndtr.], riferendosi agli incontri regionali.

Nonostante gli sforzi per ridurre le tensioni i coloni israeliani hanno continuato a prendere d’assalto la moschea di al-Aqsa. Sono previste altre marce dei coloni ad al-Aqsa il prossimo Ramadan, che si sovrapporrà alle festività ebraiche.

Israele ha occupato Gerusalemme Est, dove si trova la Moschea di al-Aqsa, durante la guerra del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980 con una mossa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

La Giordania è stata la custode dei luoghi santi musulmani di Gerusalemme dagli anni ’20. La moschea, che si trova su un altopiano alberato nella Città Vecchia, è venerata anche dagli ebrei che la chiamano Monte del Tempio.

Gli attivisti israeliani di estrema destra hanno ripetutamente spinto per una maggiore presenza ebraica nel sito e alcuni hanno sostenuto la distruzione della moschea di al-Aqsa per far posto a un Terzo Tempio.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I cittadini palestinesi di Israele temono rappresaglie in seguito agli attacchi omicidi

Lubna Masarwa , Huthifa Fayyad

martedì 29 marzo 2022 – Middle East Eye

In seguito agli attacchi di Hadera e nel Negev il governo israeliano e i gruppi armati dell’estrema destra hanno annunciato varie misure che provocano inquietudini tra la minoranza palestinese del Paese.

Poco dopo l’attacco omicida di domenica ad Hadera le forze israeliane si sono schierate nella vicina città di Umma al-Fahm, mentre una milizia di civili israeliani armati ha cominciato a mobilitarsi.

Alla ricerca di indizi sulla sparatoria, nel corso della quale due poliziotti sono morti e altri dieci sono rimasti feriti, la polizia e le forze speciali hanno effettuato irruzioni nella città a maggioranza palestinese del centro di Israele. Sono stati eretti dei blocchi stradali ed alcuni abitanti sono stati arrestati.

La loro presenza e gli arresti, una quindicina, sono continuati lunedì e martedì. I due aggressori, cittadini palestinesi di Israele originari di Umm al-Fahm, sono stati uccisi da agenti in borghese nel corso di uno scontro a fuoco dopo l’attacco.

Come in tutto Israele, a Umma al-Fahm i cittadini palestinesi, chiamati anche palestinesi del 1948, hanno subito condannato l’attacco nel contesto di accresciuti timori di rappresaglie israeliane contro di loro, sia da parte dello Stato che di milizie ebraiche armate.

“Questi attacchi non rappresentano gli abitanti della città, né la nostra società, né i nostri valori che invitano a una vita dignitosa, alla tolleranza, quelli di una società che ricerca la sicurezza e la pace,” ha dichiarato il Comune di Umm al-Fahm in un breve comunicato pubblicato domenica. Ma secondo Taha Ighbariya, un giornalista che vive in città, oggi a Umm al-Fahm regna una certa tensione.

Il rapido arrivo delle unità di poliziotti e l’incremento degli incitamenti all’odio nei mezzi di comunicazione israeliani provocano i timori e le preoccupazioni dei palestinesi.

“Israele, tanto a sinistra come a destra del quadro politico, utilizza sempre avvenimenti come questi per attizzare l’odio verso i palestinesi del 1948,” afferma il giornalista.

“Ieri sera abbiamo visto il deputato (della Knesset) Itamar Ben-Gvir gridare ‘Morte agli arabi!’ (durante manifestazioni che hanno fatto seguito alla sparatoria).

“Ha persino osato urlare in faccia al ministro della Sicurezza Pubblica (Omer Barlev [del partito laburista]) e incitare all’odio contro di lui e contro gli arabi. Nessuno lo può fermare.”

Arresti e rinforzi

Dopo la sparatoria di domenica il governo e gruppi armati di estrema destra hanno annunciato varie misure, il che provoca inquietudine da parte dei cittadini palestinesi di Israele, che rappresentano circa un quinto della popolazione.

Lunedì la polizia ha affermato di aver richiamato sei unità di agenti della riserva e che è possibile che altri vengano riconvocati per il servizio attivo.

Questo annuncio è stato fatto qualche ora dopo che l’esercito israeliano ha annunciato l’invio di rinforzi lungo le frontiere del 1967 che separano Israele dalla Cisgiordania occupata.

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha dichiarato che gli arresti amministrativi per gli “agenti terroristi” dovrebbero essere utilizzati “nei casi appropriati quando esiste una base giudiziaria adeguata,” senza fornire ulteriori chiarimenti.

Le detenzioni amministrative sono una controversa prassi che Israele utilizza quasi esclusivamente contro i palestinesi dei territori occupati. Essa consente la detenzione a tempo indefinito di prigionieri senza processo né imputazione.

Le autorità hanno già arrestato cinque abitanti di Umm al Fahm, tra cui il fratello di uno degli aggressori. Lunedì il tribunale penale di Haifa ha prolungato la loro detenzione di dieci giorni dopo che il pubblico ministero ha chiesto di tenerli in arresto per 15 giorni in attesa di un’inchiesta.

Milizie armate

Dopo la sparatoria di domenica in Israele e nei territori occupati sembra essersi intensificato l’incitamento alla violenza da parte dell’estrema destra e dei coloni contro i cittadini palestinesi.

Domenica nella Cisgiordania occupata i palestinesi di Nablus e Ramallah sono stati aggrediti da coloni che hanno incendiato delle auto e danneggiato proprietà.

Nella regione meridionale del Negev (chiamato Naqab dagli arabi), dove martedì scorso un altro palestinese cittadino di Israele ha ucciso quattro persone durante un attacco all’arma bianca e con un’autobomba, una milizia armata ha annunciato di aver organizzato delle squadre in tutta l’area per difenderla da ogni nuovo attacco.

“Dopo l’attacco terroristico abbiamo iniziato a mettere in stato d’allerta delle squadre armate (di volontari). Al momento sono schierate a Omer, Meitar, Lehavim, Dimona, Carmit et Beersheba” ha dichiarato il gruppo in messaggi pubblicati sulla sua pagina Facebook. “Anche una squadra antiterrorismo sarà presente nella zona per affrontare ogni tipo di situazione,” precisa l’organizzazione.

L’“Unità Barel Rangers” è una milizia fondata la settimana scorsa con l’obiettivo di “salvare il Negev dalla problematica assenza di sicurezza personale” in un contesto di maggiori tensioni.

Ancor prima, questo stesso mese era stata annunciata la formazione di un gruppo simile nella città di Lod [Lydda in arabo, ndtr.], nel centro del Paese, epicentro della maggior parte delle violenze che hanno scosso le città israeliane lo scorso maggio.

Domenica mattina la rete pubblica israeliana Kan TV ha informato che un altro gruppo di coloni armati della Cisgiordania prevedeva di fare un’incursione a Sheikh Jarrah durante il mese di Ramadan e di aumentare la sua presenza nel quartiere occupato di Gerusalemme est.

Secondo Taha Ighbariya la formazione di milizie armate, la repressione governativa e gli attacchi dei coloni in Cisgiordania non faranno che accentuare la pressione sui palestinesi e intensificare la risposta. “Alla luce di questa mentalità radicale di Israele, che considera i suoi cittadini palestinesi come individui pericolosi, il sistema continuerà a metterci con le spalle al muro con maggiori restrizioni e arresti. Quando le persone sono alle strette ovviamente vengono cercate dai gruppi violenti,” avverte.

Motivazioni legate allo Stato Islamico?

I due cugini che hanno provocato la sparatoria di Hadera, Ibrahim Ighbariya e Ayman Ighbariya, sono entrambi sospettati di essere stati in rapporto con l’organizzazione Stato Islamico (ISIS).

Ibrahim venne arrestato nel 2016 per aver tentato di unirsi al gruppo in Siria attraverso la Turchia, mentre nel 2017 Ayman fu incarcerato per tre settimane senza imputazioni perché sospettato di aver violato le leggi sulle armi.

Anche Mohammed Abu al-Kiyan, l’aggressore all’origine dell’attacco all’arma bianca della settimana scorsa, avrebbe avuto rapporti con l’ISIS.

Gli apparenti legami con lo Stato Islamico e la vicinanza degli attacchi sollevano domande riguardo alla possibilità di una nuova minaccia per Israele.

Ameer Makhoul, uno scrittore di Haifa che ha passato dieci anni in un carcere israeliano per il suo attivismo, mette invece in discussione gli eventuali rapporti tra questi attacchi e motivazioni legate allo Stato Islamico.

Avendo passato del tempo in prigione con detenuti incarcerati per presunti rapporti con l’ISIS, che non sono più di 87, Ameer Makhoul afferma che queste persone non credono nella causa della liberazione della Palestina e non gli importa di attaccare Israele.

La loro priorità sarebbe uccidere musulmani considerati degli infedeli per creare uno Stato fondato su opinioni religiose estremiste.

Così, aggiunge, la differenza tra la loro ideologia e quella di altri prigionieri di gruppi come Fatah, Hamas e Jihad Islamica era così netta che i comitati dei prigionieri palestinesi si opponevano nettamente alla loro integrazione all’interno delle loro sezioni.

Invece le autorità penitenziarie israeliane facevano pressioni perché venissero integrati con gli altri prigionieri palestinesi e riservavano loro un trattamento di favore, sostiene Ameer Makhoul.

L’ex-detenuto a volte aveva l’impressione che i ragazzi colpevoli di aver lanciato pietre contro i soldati in Cisgiordania fossero puniti più severamente dei detenuti in rapporto con l’ISIS. “I prigionieri legati all’ISIS erano trattati con indulgenza dal potere costituito […] compresi gli apparati di sicurezza, il pubblico ministero e il sistema giudiziario (israeliano),” afferma.

L’ideologia dell’ISIS è rifiutata dalla società palestinese nel suo complesso, sostiene Ameer Makhoul, che precisa che ciò non deve sviare l’attenzione dalla situazione che i palestinesi sono costretti ad affrontare dentro e fuori Israele in seguito agli attacchi e all’avvicinarsi del mese sacro del Ramadan, che coinciderà con le feste ebraiche, il che potrebbe provocare tensioni a Gerusalemme e altrove.

Nella misura in cui l’incitamento all’odio e la repressione sembrano intensificarsi, i palestinesi devono essere pronti a dare “una risposta popolare forte”, prosegue Ameer Makhoul.

“Non dobbiamo dimenticare che in Israele sono i membri della società palestinese ad essere vittime dell’incitamento alla violenza, di politiche omicide e di una pulizia etnica.”

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Un premier espansionista, violento e razzista si reca in Russia per verificare se Putin è sano di mente

Jonathan Ofir

9 marzo 2022, Mondoweiss

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett si è recato a Mosca sabato scorso e dopo un incontro di tre ore con Vladimir Putin ha dato questo responso:

[Putin] non sta teorizzando il complotto e non è fuori di senno, né soffre di attacchi di collera…”

È abbastanza comico. Mi chiedo cosa avrebbe detto Bennett se Putin avesse affermato “Ho ucciso molti ucraini nella mia vita, e non c’è nessun problema”.

Questa è ovviamente la frase sugli “arabi” che Bennett ha pronunciato nel 2013, e che da allora ha cercato di ammorbidire (con l’aiuto di gruppi di apologeti israeliani) quando è diventata scomoda.

Immaginate se Putin durante l’incontro avesse detto: “Quando ancora gli ucraini si arrampicavano sugli alberi, noi qui avevamo già uno Stato”.

Avrebbe potuto cambiare il giudizio di Bennett: sarebbe stato evidente che chiamava subumani gli ucraini. Eppure questa è semplicemente la battuta di Bennett sui palestinesi, indirizzata al deputato israelo-palestinese Ahmad TIbi nel 2010.

Se Putin avesse detto che gli ucraini sono come “schegge nel sedere” (come ha detto Bennett a proposito dei palestinesi), allora Bennett avrebbe potuto concludere che Putin ha seri problemi di collera e dopo tutto potrebbe non essere così equilibrato. 

Bennett e Putin condividono una quantità inquietante di teorie complottiste e, in fondo, sono molto simili nel negare che i loro presunti nemici – rispettivamente palestinesi e ucraini – siano persone vere che meritano un vero Stato. Come ha scritto ieri Peter Beinart nel suo ottimo articolo su Jewish Currents “Giustificazioni alla distruzione di un popolo”: “Gli argomenti utilizzati dal governo russo per disumanizzare gli ucraini sono sorprendentemente simili a quelli che il governo israeliano usa per disumanizzare i palestinesi.”

Detto questo, c’è una differenza cruciale tra il pensiero israeliano e russo rispettivamente ai palestinesi e agli ucraini. Beinart: “Il discorso ufficiale russo e quello israeliano differiscono in almeno un aspetto importante. Putin sostiene che gli ucraini sono in realtà russi, che devono essere sottomessi e integrati. [Golda] Meir e [Benjamin] Netanyahu non hanno mai sostenuto che i palestinesi siano veramente israeliani o ebrei. Sostenevano invece che i palestinesi siano genericamente arabi, che Israele potrebbe quindi incoraggiarli a reinsediarsi altrove nel mondo arabo. Nonostante questa differenza, i leader israeliani definiscono l’identità palestinese non solo come falsa, ma manipolata dai nemici di Israele, che è ciò che Putin dice dell’identità ucraina.”

Quindi, cosa ha fatto Bennett con Putin per tre ore, oltre a valutare se lo stato mentale di Putin sia o no equilibrato? A quanto pare, non molto. Il Times of Israel riferisce: “Una fonte diplomatica citata nel rapporto ha affermato che Bennett è stato prudente con Putin, visto che il leader russo ‘non è interessato a un cessate il fuoco o ai corridoi umanitari’ “.

Certo, non si vorrà fare pressione su una persona perché accetti una soluzione così radicale come i corridoi umanitari …

In un altro articolo, The Times of Israel cita due esperti russi che si mostrano preoccupati di come Putin stia usando persone come Bennett per guadagnare tempo per riorganizzarsi. Uriel Epshtein della Renew Democracy Initiative di Gary Kasparov afferma semplicemente che “non c’è nessuno spazio, assolutamente nessuno per un contributo di Israele a por fine alla guerra, e che “l’idea che Israele sarà il fulcro del processo decisionale di Putin per arrivare in qualche modo a un accordo tra Russia e Ucraina, o Russia e Occidente, è un’illusione”.

In questo articolo viene citata anche Anna Borshchevskaya, esperta russa del Washington Institute for Near East Policy (uno spin-off del gruppo di lobby israeliano AIPAC [Comitato Americano per gli Affari Pubblici Israeliani, che sostiene le politiche filo-israeliane al Congresso, ndtr.]) Putin “non considera l’Ucraina un vero paese”, ha detto Borshchevskaya. “È abbastanza chiaro che Putin è davvero convinto della sua guerra in Ucraina. In effetti, nonostante gli annunciati corridoi di cessate il fuoco, la Russia continua a bombardare i civili… È difficile per me vedere come funzionerà concretamente la mediazione israeliana in questo momento, in questa fase”.

I due esperti concordano sulle due ragioni del gioco diplomatico di Putin, come riassume Times of Israel: “prendere tempo per riorganizzare la strategia e acquistare legittimità presso i leader mondiali”. Quanto alla legittimità: “Uno degli obiettivi finali di Putin è la legittimità. Vuole essere percepito come legittimo. Sembra essere una delle sue insicurezze più profonde”, ha detto Epshtein.

E questo ci porta in Israele, perché anche Israele vuole legittimità, e questa è anche una delle sue insicurezze di fondo.

Anche Israele cerca legittimità

Bennett è concentrato sulla negazione di uno Stato palestinese, su cui è veramente esplicito. La sua dichiarazione sulle “schegge nel sedere” risale al 2013 quando era ministro dell’Economia e del Commercio nel governo di Netanyahu, . Parlando al consiglio dei coloni di Giudea e Samaria si espresse così: “Vi racconterò una breve storia. Ho un amico che si chiama Yoav. Ha prestato servizio nella Brigata Golani dell’IDF [Forze di difesa israeliane], e in uno scontro una scheggia gli è rimasta conficcata nel sedere. Sono andato a trovarlo in ospedale e lui mi ha detto: ‘Guarda, ho questa scheggia. … Secondo i medici ho due possibilità: o farmi operare per rimuovere la scheggia, correndo il rischio di restare handicappato o paralizzato a vita, oppure lasciarla lì, anche se di tanto in tanto, al cambio di stagione, potrebbe farmi un po’ male.’… Così, decise di continuare a conviverci. … Ci sono situazioni in cui la ricerca ingannevole della perfezione rischia di causare un disastro.”

E se la morale non fosse stata chiara, ha aggiunto: “Il tentativo di istituire uno Stato palestinese nella nostra patria è finito; è arrivato a un punto morto.”

La rozza valutazione di Bennett è una chiara ammissione della sua irremovibile posizione; ora come Primo Ministro Bennett “rifiuta fermamente” la creazione di uno Stato palestinese. I satelliti di sinistra che adornano la coalizione di Bennett non si fanno illusioni, non esiste una tale prospettiva con Bennett.

Ma Bennett è anche un convinto sionista, quindi vuole a tutti i costi uno Stato ebraico. E qual è il risultato di governare le persone negando loro il diritto a una nazione? Avete indovinato, apartheid. Fa parte della logica che ha portato una ampia schiera di organizzazioni per i diritti umani – palestinesi, israeliane e internazionali – a giudicare Israele uno Stato di apartheid.

E gli Stati di apartheid vogliono legittimità per il loro apartheid. Al giorno d’oggi l’apartheid non è considerato legale, poiché è un crimine contro l’umanità secondo solo al genocidio, quindi Israele cerca principalmente di negare il suo apartheid, anche se il cammino intrapreso e i suoi discorsi sono esattamente questo.

Il doppio gioco

Così ora Israele cerca di fare il doppio gioco: essere uno Stato di aggressivo apartheid, e tuttavia presentarsi come un agente di civiltà e pace. Così, il ministro degli Esteri israeliano “progressista” di centro Yair Lapid, che in passato aveva sostenuto l’esecuzione senza processo di palestinesi anche se si limitavano a tenere in mano “un cacciavite” e sostenuto il “massimo numero di ebrei sulla massima estensione di terra in massima sicurezza e con un minimo di palestinesi”, ora si erge a condannare l’invasione russa: “L’attacco della Russia all’Ucraina è un massiccio attacco all’ordine mondiale… Le guerre non sono il modo giusto per risolvere i conflitti. Possiamo fermarlo (l’attacco) e tornare al tavolo dei negoziati per una soluzione pacifica.”

Nel suo articolo su Haaretz “Il bollitore israeliano e la pentola russa” il giornalista israeliano Gideon Levy l’ha definito “sostegno comico”, chiedendosi anche: “Può essere che l’autocoscienza [di Lapid] sia così bassa, o forse il cinismo, l’ipocrisia e il doppio standard hanno raggiunto nuove vette?”

Secondo quanto riferito, Lapid ha incaricato il vice ambasciatore alle Nazioni Unite Noa Furman di trasmettere il suo messaggio, al fine di evitare che lo pronunciasse l’attuale ambasciatore Gilad Erdan, un sostenitore del Likud di Netanyahu noto per essere un falco. Furman ha fatto eco a Lapid sulla “grave violazione dell’ordine internazionale” e ha esortato la Russia “a prestare ascolto agli appelli della comunità internazionale di fermare l’attacco e rispettare l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina”.

Israele ha fatto il doppio gioco anche all’ONU, cosa che ha seriamente infastidito i funzionari statunitensi. Israele ha rifiutato di sostenere una risoluzione degli Stati Uniti contro l’invasione della Russia al Consiglio di sicurezza dell’ONU (con il pretesto che la Russia avrebbe comunque posto il veto), ma in seguito ha approvato la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che condannava l’invasione, per mostrare di non stare dalla parte della Russia (141 paesi hanno votato a favore, 5 contrari e 35 si sono astenuti). Le risoluzioni dell’Assemblea generale hanno un significato più simbolico delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU, che sono considerate più come leggi.

L’alleanza strategica di Israele con la Russia ha in gran parte a che fare con il beneplacito russo ai bombardamenti israeliani di obiettivi affiliati all’Iran in Siria.

Ma può darsi che Israele non potrà reggere ancora a lungo questo doppio gioco, dal momento che il suo maggior patron dopo tutto sono gli Stati Uniti, i cui funzionari si stanno seriamente irritando. L’ex segretario alla Difesa degli Stati Uniti William Cohen (repubblicano) ha dichiarato:Ora si tratta di: sei con i russi o sei con gli Stati Uniti e l’Occidente? Devono prendere una decisione in merito.”

Israele non solo ha un’alleanza strategica con la Russia sulla Siria, ha anche fornito alla Siria armi informatiche con cui effettuare attacchi contro oppositori politici, come riferito ieri da Eitay Mack su Haaretz, in un articolo intitolato “Guerra in Ucraina: come Israele sta aiutando Putin a reprimere le proteste in Russia contro la guerra”. C’è voluta un’enorme pressione da parte degli attivisti israeliani per i diritti umani per fermare le vendite, ma i prodotti continuano a fare il loro lavoro. Dice Mack: “Dopo che 80 attivisti israeliani per i diritti umani hanno presentato una petizione contro sia al Ministero della Difesa israeliano che a Cellebrite per revocare la licenza di esportazione di Cellebrite in Russia, la società ha annunciato nel marzo dello scorso anno che avrebbe smesso di fornire servizi alla Russia, ma si è rifiutata di impegnarsi a disabilitare tutte le apparecchiature già consegnate al Comitato Investigativo (russo).”

Israele ha sempre fatto questo doppio gioco: la sua natura di Stato di apartheid colonialista e ebreo-suprematista lo colloca naturalmente tra i regimi più regressivi del pianeta. Purtroppo, cerca di presentarsi come un “avamposto di civiltà contro la barbarie”, come scrisse il fondatore sionista Theodor Herzl nel suo libro Der Judenstaadt (Lo Stato ebraico, 1896). Il modo in cui questa presunta “barbarie” dev’essere respinta è sempre scusato come forse infelice ma necessariamente violento, per preservare l’occidente illuminato di cui Israele sarebbe un “avamposto”.

Questi trucchi propagandistici vengono ora alla superficie con Putin e le sue intenzioni di “denazificazione” come pretesto per l’invasione dell’Ucraina. L'”Occidente” non se la beve.

E questo porta a un’altra preoccupazione per Israele: che la hasbara, la propaganda israeliana progettata per respingere le critiche e ogni condanna allo Stato possa essere vista come simile a quella russa. Se ciò accadesse, c’è anche il pericolo per Israele che la campagna BDS di boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni, intesa a far pagare a Israele un prezzo per le sue sistematiche violazioni, possa essere legittimata dal caso ucraino. Con l’Ucraina vediamo che l’Occidente non solo mostra approvazione per una politica totale di boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni, ma anche comprensione per la resistenza armata civile ucraina con bombe molotov e tutto il resto, e si parla direttamente di armare l’Ucraina.

Anche quello che Israele ha proclamato “il primo fan di Israele”, il senatore della Carolina del Sud Lindsey Graham sta criticando Israele per non aver partecipato alla campagna di invio di armi: “Hanno chiesto a Israele – nessun fan di Israele più convinto di Lindsey Graham – degli Stinger [armi antiaeree] e a quanto pare Israele ha detto di no. Quindi parlerò al telefono con Israele – sai, sosteniamo Israele sulll’Iron Dome, e Putin è un delinquente, è un criminale di guerra, sta distruggendo una nazione sovrana… E se non facciamo bene con l’Ucraina i cinesi occuperanno Taiwan e gli iraniani verranno fuori con una bomba e dunque è nell’interesse di tutti.”

Graham, nella sua presunta grandiosa percezione delle possibili ramificazioni internazionali, semplicemente non vede che c’è un ovvio parallelo tra Ucraina e Palestina visto che l’Ucraina è invasa, occupata e soggetta all’aggressione imperialista espansionistica. Ma molti altri lo vedono. Israele sta ora camminando sul filo del rasoio su acque davvero imprevedibili per quanto concerne l’opinione pubblica occidentale, perché questa ondata di opposizione all’aggressione russa ha colto molti di sorpresa, me compreso. Se Israele viene considerato troppo favorevole alla Russia, la cosa potrebbe costargli in modi difficili da immaginare, misurare e prevedere. Israele è ora in una posizione molto difficile.

Ma il primo ministro Bennett ora interpreta il ruolo del dottor Freud, valutando lo stato mentale di Putin, per poi riferire in occidente. Il primo ministro israeliano squilibrato, espansionista e razzista Bennett sta verificando se Putin è in sé. E pensa che lo sia, quindi cerchiamo di essere misurati e razionali. Cerchiamo di essere calmi e civili, non c’è bisogno di chiamare le persone scimmie o schegge nel sedere o sparare a molte di loro, anche se non è un problema. Il dottor Bennett sta cercando di difendere la pace nel mondo. E sapete una cosa, sono sicuro che anche Putin sta ridendo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




In tutto il mondo il gruppo NSO scosso dalle critiche e dalle cause legali.

Tamara Nassar

15 febbraio 2022 – The Electronic Intifada

Dopo un anno particolarmente negativo, la società di spyware israeliana NSO Group inizia il 2022 sempre più assediata da critiche e cause legali.

Dopo essere stata quasi portata alla rovina da cause legali e liste di esclusione nel 2021, la famigerata compagnia di spionaggio è coinvolta in uno scandalo nazionale secondo cui la sua tecnologia è stata utilizzata per spiare i cittadini israeliani.

La rivista economica israeliana Calcalist ha rivelato di recente che la polizia israeliana ha utilizzato Pegasus, il programma simbolo dell’azienda, per spiare alti funzionari del governo, giornalisti, personaggi pubblici e leader delle proteste.

Sindaci di diverse città israeliane, il personale di un importante quotidiano israeliano e funzionari di diversi ministeri erano fra gli hackerati dal malware.

Anche la cerchia ristretta dell’ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stata presa di mira, inclusi due consiglieri e suo figlio Avner Netanyahu.

Anche Emi Palmor, l’ex direttore generale del ministero della giustizia, è stato spiato dal programma. In particolare, Palmor ha trascorso anni presso il ministero della giustizia israeliano a imporre la censura ai discorsi dei palestinesi prima di essere assunta dal consiglio di sorveglianza di Facebook.

Calcalist ha riferito che la polizia israeliana stava essenzialmente cercando attività di spionaggio anche prima che fosse stata aperta una indagine contro gli obiettivi e senza mandati giudiziari”.

Lo spyware Pegasus è uno degli strumenti più sofisticati conosciuti nel settore della sorveglianza. Dopo averlo installato con successo sul telefono di un bersaglio, coloro che spiano possono estrarre una quantità impressionante di dati, incluse immagini, registrazioni, schermate, password oltre a e-mail e messaggi di testo.

Gli hacker possono anche accendere la fotocamera e registrare l’audio da remoto, controllando il dispositivo a piacimento. L’infezione può essere difficile o impossibile da rilevare per un utente medio e in genere richiede l’analisi di esperti.

Calcalist ha scritto: “L’uso di Pegasus non era locale o limitato a un piccolo numero di casi”. Era “uno degli strumenti più efficaci” utilizzati dalla polizia israeliana. Il giornale ha descritto come la tecnologia sia stata utilizzata per ottenere informazioni private sulle attività sessuali di almeno un attivista al fine di ricatto.

Questo richiama alla mente che i membri del ramo dell’intelligence militare israeliana Unit 8200, da cui sono stati reclutati molti lavoratori del gruppo NSO, hanno precedentemente ammesso di aver spiato i dati privati ​​più intimi di palestinesi, comprese le informazioni finanziarie e sessuali, al fine di ricattarli.

In Israele è scoppiata una vasta protesta pubblica e pare che il ministro degli interni, Omer Barlev, si sia mosso per istituire una commissione di indagine sulla questione.

Oltre a dichiarare di dover “capire esattamente cosa è successo”, il primo ministro Naftali Bennett ha totalmente approvato l’uso della tecnologia del gruppo NSO da parte della polizia israeliana per spiare i cittadini palestinesi di Israele.

Bennett la scorsa settimana ha affermato: “Serve uno strumento come questo quando combatti contro famiglie criminali e gravi aggressioni”.

“Non voglio eliminare lo strumento stesso, piuttosto regolarne l’uso.” Bennett ha affermato che tali strumenti sono “molto importanti nella guerra contro il terrorismo”, ma che “non erano destinati a un esteso spionaggio elettronico di cittadini israeliani o di personaggi pubblici nello Stato di Israele”.

Se le auto-indagini di Israele sui suoi crimini contro i palestinesi sono indicative, il gruppo NSO riceverà nella migliore delle ipotesi un buffetto e l’indagine servirà da foglia di fico per rendere accettabili altre faccende simili.

Sin dalla sua fondazione il gruppo NSO ha lavorato fianco a fianco con il ministero della Difesa israeliano e necessita della licenza di quest’ultimo per la vendita [dei suoi programmi all’estero, ndt]. Secondo quanto riferito, l’azienda si appresta a rafforzare gli interessi di Israele all’estero.

Il quotidiano di Tel Aviv Haaretz ha riferito domenica che l’agenzia internazionale di spionaggio e omicidi israeliana Mossad ha utilizzato la tecnologia Pegasus del gruppo NSO per spiare cellulari “in modo non ufficiale”.

Il giornale ha affermato che ciò è avvenuto sotto l’ex capo del Mossad Yossi Cohen, citando anonimi dipendenti del gruppo NSO. Questi stessi impiegati hanno aggiunto che funzionari del Mossad hanno frequentato il quartier generale dell’azienda, Herzliya vicino a Tel Aviv, a volte portando “funzionari da paesi stranieri come parte degli sforzi per vendere loro il software”, ha detto Haaretz.

L’FBI acquista Pegasus

Nel frattempo, il gruppo NSO ha anche fatto notizia sulla stampa statunitense per altre accuse di abusi.

Il New York Times Magazine ha rivelato il mese scorso che l’FBI ha acquistato la tecnologia spyware da NSO Group.

Pegasus è stato a lungo commercializzato come uno strumento in grado di hackerare tutti i telefoni tranne quelli americani. In questo modo, Israele ha assicurato agli Stati Uniti che i clienti stranieri di NSO Group non avrebbero spiato gli americani.

“Ma impediva anche agli americani di spiare gli americani”, ha detto il Times.

Quindi il gruppo NSO ha fatto un’eccezione. Ha progettato un programma, chiamato Phantom, che poteva essere venduto esclusivamente alle agenzie governative statunitensi e può essere utilizzato per hackerare numeri di telefono statunitensi.

L’FBI ha acquistato questo programma, ma afferma di non averlo mai usato contro gli americani in attesa di capire se le leggi vigenti gli avrebbero consentito di farlo.

Non è chiaro se l’FBI abbia utilizzato il programma o meno, ma è da notare che anche mentre conduceva discussioni [sul possibile uso dello spyware, ndt] che hanno abbracciato “due amministrazioni presidenziali”, ha rinnovato gli accordi finanziari con NSO Group.

La rivista non sembra mettere in dubbio l’affermazione dell’FBI di aver deciso di “non utilizzare le armi della NSO”.

Sacchi di soldi”

Nel frattempo, un ex vicepresidente di una società di telecomunicazioni con sede in California ha affermato che il gruppo NSO ha offerto alla sua azienda “sacchi di soldi” in cambio dell’accesso alle reti globali di cellulari.

Gary Miller, che all’epoca lavorava per Mobileum, afferma di essere stato coinvolto in una telefonata nel 2017 quando Shalev Hulio, co-fondatore di NSO Group, e un altro rappresentante del gruppo hanno fatto l’offerta.

Dal giugno scorso, Miller lavora per Citizen Lab, una organizzazione di ricerca con sede a Toronto, che ha pubblicato numerosi rapporti e rivelazioni sulla tecnologia del gruppo NSO. Gli analisti del Citizen Lab esaminano i telefoni per trovare tracce di Pegasus.

Curiosamente, Miller è un cliente di Whistleblower Aid, un’organizzazione guidata da figure losche con precedenti stretti legami con il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e l’apparato di intelligence.

Uno dei suoi ultimi maggiori clienti è stata Frances Haugen, l’ex product manager di Facebook che ha fatto trapelare documenti interni che accusavano l’azienda, tra le altre cose, di svilire l’immagine fisica delle ragazze.

Haugen è stata portata davanti al Congresso per fornire argomenti a coloro che chiedono maggiore censura e controllo del discorso pubblico su Facebook con le viste di impedire a paesi come Cina e Iran di utilizzare la piattaforma per fini nefasti – una riproposizione della stessa vecchia narrativa del Russiagate.

È stata acclamata come un’eroica “whistleblower“.

Non è chiaro perché uno come Miller, che ora lavora per una organizzazione che storicamente ha denunciato il NSO, sia il cliente di un tale gruppo.

Tutela e credibilità

In risposta alle cause legali e alle rivelazioni della stampa di come la sua tecnologia sia stata utilizzata in modo improprio per prendere di mira giornalisti, difensori dei diritti umani e politici, la difesa del gruppo NSO è rimasta coerente.

Il gruppo NSO ha ripetutamente affermato di vendere i suoi programmi solo a governi e agenzie governative e di mettere in atto rigide misure di protezione da usi impropri

I recenti scandali dell’azienda di spyware rivelano che l’uso improprio è più diffuso di quanto si pensasse.

Una fonte anonima ha detto a Calcalist che il gruppo NSO è più coinvolto nella gestione dello spyware di quanto affermino.

Secondo la fonte le informazioni più importanti sulle operazioni di spionaggio e le informazioni così ottenute vengono generate e conservate sull’infrastruttura cloud gestita da NSO Group, non dal cliente.

Quindi il gruppo NSO non può rivendicare in toto l’ignoranza o la mancanza di responsabilità per l’uso improprio dei suoi programmi. I suoi servizi non terminano alla fine della transazione, ma comportano un processo continuo in cui l’azienda fornisce costantemente assistenza.

Come ha recentemente dichiarato all’Electronic Intifada Podcast l’economista e ricercatore Shir Hever, non si tratta di una transazione in cui il gruppo NSO invia un “CD ROM” ai suoi clienti e se ne lava le mani. Invece è una transazione basata su una forma di abbonamento che garantisce comunicazioni e assistenza continue da parte dell’azienda.

La stessa fonte ha detto a Calcalist che i “client” possono disabilitare i “log” e quindi nascondere alcune informazioni sugli obiettivi di spionaggio. Ciò suggerisce che il gruppo NSO concede ai suoi clienti la licenza di spiare chi vogliono nell’ombra, indipendentemente dal fatto che rispettino la affermazione di facciata di perseguire i “criminali”.

Se l’attuale scandalo nazionale di NSO Group può dirci qualcosa, è semplicemente che una tecnologia di questo tipo è pronta per gli abusi sia dell’inventore che del cliente. Gli attivisti per i diritti umani e altri attivisti sono destinati a subirne le conseguenze.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Mahmoud Abbas si è recato a casa del ministro della Difesa israeliano per colloqui

Redazione di MEE e agenzie

29 dicembre 2021 – Middle East Eye

La riunione nella residenza di Benny Gantz a Rosh HaAyin è stata il primo incontro formale in Israele del presidente palestinese dal 2010.

Martedì [28 dicembre] il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas ha fatto una inusuale visita in Israele, che secondo gli israeliani ha riguardato la sicurezza e questioni civili, per colloqui con il ministro della Difesa Benny Gantz.

I media israeliani hanno informato che l’incontro ha avuto luogo nell’abitazione di Gantz nella città di Rosh HaAyin, che si trova nella zona centrale del Paese, e segna il primo incontro formale di Abbas in Israele dal 2010.

Il giornale israeliano Haaretz ha informato che inizialmente la riunione si sarebbe dovuta tenere la scorsa settimana, ma Abbas ha chiesto chiarimenti a Israele sulla violenza dei coloni e sul fatto che alcune Ong palestinesi sono state messe fuorilegge. Gantz ha detto ad Abbas che intende “continuare a promuovere azioni per rafforzare la fiducia sul piano economico e civile, come stabilito durante i loro ultimi incontri,” ha affermato un comunicato del ministero della Difesa israeliano.

I due uomini hanno discusso di sicurezza e questioni civili,” ha aggiunto.

Il ministero afferma che Gantz ha approvato l’iscrizione all’anagrafe come residenti in Cisgiordania di circa 6.000 persone che abitavano irregolarmente in quel territorio, occupato da Israele dalla guerra del 1967.

Il ministero sostiene che anche altre 3.500 persone di Gaza riceveranno i documenti di residenti. Inoltre il ministero ha annunciato una serie di quelle che ha descritto come “misure per costruire la fiducia”, che faciliteranno l’ingresso di centinaia di uomini d’affari palestinesi tra la Cisgiordania e Israele. Secondo Haaretz si è convenuto che a importanti funzionari dell’ANP verranno concesse decine di cosiddetti permessi per VIP.

Il giornale afferma che Israele ha anche accettato di consegnare all’ANP 100 milioni di shekel (circa 28 milioni di euro) come anticipo sulle tasse che Israele riscuote in sua vece.

Dopo la riunione Gantz ha twittato: “Abbiamo discusso della messa in pratica di misure economiche e civili e sottolineato l’importanza di approfondire la collaborazione sulla sicurezza e prevenire il terrorismo e la violenza, per il benessere sia degli israeliani che dei palestinesi.”

L’incontro di Gantz con Abbas segue una visita nella regione del consigliere per la sicurezza nazionale USA Jake Sullivan.

Il Likud e Hamas condannano l’incontro

A fine agosto Gantz aveva visitato il quartier generale dell’ANP a Ramallah, nella Cisgiordania occupata, per colloqui con Abbas, il primo incontro ufficiale a un tale livello da parecchi anni.

Ma dopo quelle riunioni il primo ministro israeliano Naftali Bennett aveva sottolineato che non c’era in corso “e che non ci sarà in futuro” alcun processo di pace con i palestinesi.

Mercoledì il ministro palestinese delle Questioni Civili Hussein al-Sheikh ha twittato: “La riunione (di martedì) ha riguardato l’importanza di creare un orizzonte politico che porti a una soluzione politica in base alle risoluzioni internazionali.”

I due hanno anche discusso “della pesante situazione sul terreno a causa delle azioni dei coloni”, così come di “molte questioni relative a sicurezza, economiche e umanitarie.”

Il partito israeliano di opposizione di destra Likud ha condannato l’ultimo incontro, affermando che “concessioni pericolose per la sicurezza di Israele sono solo questione di tempo.”

Il Likud ha aggiunto un riferimento sprezzante alla coalizione di governo di Bennett, che include Raam, un partito che rappresenta parte dei cittadini palestinesi di Israele. “Il governo israeliano-palestinese ha ridato priorità ai palestinesi e ad Abbas… ciò è pericoloso per Israele,” ha sostenuto il Likud.

Hamas, il movimento che governa la Striscia di Gaza assediata ed è rivale del Fatah di Abbas, ha affermato che la visita del presidente dell’ANP è andata contro lo “spirito nazionale del nostro popolo palestinese”.

Questo comportamento da parte della dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese approfondisce le differenze politiche, complica la situazione palestinese, incoraggia quanti nella regione vogliono normalizzare i rapporti con l’occupante e indebolisce il rifiuto palestinese della normalizzazione,” ha affermato il portavoce di Hamas Hazem Qassem.

Qassem alludeva al Bahrein e agli Emirati Arabi Uniti, così come a Marocco e Sudan, che all’inizio di quest’anno hanno firmato con Israele accordi di normalizzazione mediati dagli USA durante la presidenza di Donald Trump.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)