Prima non c’erano innocenti a Gaza. Adesso l’IDF sta applicando la stessa politica in Cisgiordania

Gideon Levy

28 giugno 2026 – Haaretz

Il 7 ottobre, che ha giustificato un genocidio a Gaza, ha eliminato ogni ritegno anche in Cisgiordania. Adesso la sentenza che non ci sono civili innocenti è stata applicata anche ai palestinesi della Cisgiordania

Il 7 ottobre ha sconvolto la Cisgiordania.

Come in Israele, niente è come era prima del 7 ottobre tra Jenin e Hebron. E’ un’occupazione con nuove regole, più crudele di sempre. Il 7 ottobre non è stato sparato un solo colpo dai palestinesi in Cisgiordania, e neppure nella maggior parte dei tanti giorni seguenti, eppure vengono puniti da Israele come non lo sono mai stati dalla Nakba.

La sentenza secondo cui non ci sono civili innocenti nella Striscia di Gaza è stata applicata anche agli abitanti della Cisgiordania, cosa per cui è consentito e necessario fare loro violenza più che mai. La Cisgiordania da parte sua sta rispondendo con una totale impotenza, come accadde ai suoi abitanti nel 1967.

Dal 7 ottobre Israele ha adottato una politica di vessazioni continue e

crescenti, nonostante il lungo periodo trascorso da allora. La punizione della Cisgiordania si sta configurando come un ergastolo. I suoi abitanti si sono comportati perfettamente per quanto riguarda Israele, sottomessi, sanguinanti e senza leadership. Non hanno espresso alcuna significativa opposizione a ciò che si sta facendo ai loro fratelli a Gaza, ma questo non li ha aiutati. La loro colpa era e resta il fatto che sono palestinesi. Terrorismo o no, sono sempre colpevoli.

Il 7 ottobre, che ha reso possibile un genocidio a Gaza, ha anche spento ogni ritegno in Cisgiordania. Mentre Israele piangeva i suoi morti e i suoi ostaggi i coloni sono stati veloci a cogliere un’opportunità d’oro. Con la loro astuzia hanno capito che era arrivato il momento per cui avevano pregato per tutti quegli anni: una grande guerra motivata da un desiderio di vendetta, con la cui copertura si può fare qualunque cosa.

La rivoluzione in Cisgiordania è avvenuta lungo diversi binari, ben pianificati e coordinati, soffocando i suoi abitanti in tutti i modi. Ciò ha comportato mosse draconiane che non sono cambiate da allora e sono probabilmente destinate a restare per sempre. Da tutte le parti è un inferno e gli israeliani hanno distolto lo sguardo da ciò che accade a ovest della linea verde

La Cisgiordania è stata accerchiata quasi ermeticamente. Centinaia di cancelli gialli che erano stati installati all’entrata di ogni città e villaggio palestinese sono stati chiusi e sbarrati. Ad oggi non esiste una comunità in Cisgiordania che non sia sotto assedio almeno parziale. Le principali entrate in città come Nablus, Hebron e Ramallah sono state chiuse come le entrate ai villaggi e gli abitanti sono costretti a percorrere strade sterrate. Non ci sono più strade normali per i palestinesi.

Il folle assedio continua fino ad oggi. Non ha niente a che fare con la sicurezza. La settimana scorsa il consulente legale dell’esercito israeliano responsabile della Cisgiordania si è ricordato di rimarcare che l’esercito stava limitando illegalmente la libertà di movimento dei palestinesi (come ha riferito giovedì il giornalista di Haaretz Yaniv Kubovich). E’ gentile che se ne sia ricordato, ma la sua dichiarazione non cambierà nulla. I coloni vogliono strade su cui i palestinesi non possono circolare, ed è quello che otterranno.

La seconda disgrazia capitata ai palestinesi è stato il totale divieto di lavorare in Israele, che significa un totale divieto di guadagnarsi da vivere per quasi tre anni.

Anche le incursioni dell’esercito sono diventate più frequenti e arbitrarie di prima. Poi sono arrivati i pogrom. E poi le “squadre di sicurezza” dei coloni locali, un mistificante nome per le milizie dei coloni. Ogni coordinatore locale per la sicurezza è diventato un generale e ogni colono un re. Sono stati installati con la violenza circa 150 avamposti, che si sono impossessati di centinaia di migliaia di acri, più di qualunque altro programma “ufficiale” di insediamento.

E poi è arrivato il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che ha trasformato le prigioni dove sono detenuti migliaia di prigionieri – alcuni dei quali innocenti, per la maggioranza prigionieri politici, molti altri detenuti senza processo – in terribili centri di tortura. Le persone vi muoiono di fame.

Inoltre l’esercito ha allentato le sue regole d’ingaggio. Dal 7 ottobre più di un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nella tranquilla Cisgiordania, compresi oltre 200 minori. Ben pochi di loro costituivano un pericolo, se poi lo costituivano, per qualcuno. I soldati che hanno combattuto nella Striscia di Gaza, i loro invidiosi amici e gli squilibrati coloni assetati di sangue hanno tutti abbracciato le uccisioni indiscriminate come un modus operandi anche in Cisgiordania.

Tutto questo è accaduto senza che vi fosse quasi nessuna attività terroristica in Cisgiordania. Tutto questo è accaduto per oltre tre anni, senza che se ne veda la fine. Forse è ora di dire basta?

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La produzione agricola israeliana contaminata da sostanze chimiche a causa delle esplosioni dell’esercito a Gaza

Mera Aladam

9 giugno 2926 – Middle East Eye

Da un nuovo studio emerge che è stato individuato del materiale pericoloso nel terreno agricolo a circa 20 km dal confine con Gaza

Da un nuovo studio emerge che la produzione agricola locale in Israele è stata contaminata da sostanze chimiche pericolose rilasciate dalle esplosioni dell’esercito durante i due anni di genocidio a Gaza.

La ricerca è stata condotta da esperti della Hebrew University, del Ministero della Sanità, dell’Istituto Volcani e dell’Organizzazione per la Ricerca Agricola dell’Arava meridionale [regione del distretto meridionale di Israele, ndtr.].

Essa ha rivelato che PFAS – un gruppo di prodotti chimici sintetici di lunga durata – sono stati individuati in patate campionate in decine di campi vicino al confine con Gaza.

Lo studio aggiunge che l’inquinamento da PFAS è stato rilevato in pozzi per l’acqua e terreni fino a 19 km da Gaza.

I ricercatori ipotizzano che il materiale chimico sia stato probabilmente trasportato dal vento sul terreno agricolo dopo essere stato rilasciato dagli esplosivi a Gaza, evidenziando l’impatto ambientale della devastante guerra di Israele.

I PFAS sono notoriamente di difficile smaltimento nell’ambiente e nel corpo umano e sono inoltre resistenti al calore, guadagnandosi il soprannome di “sostanze chimiche eterne”.

Certi tipi di PFAS sono stati collegati a diverse problematiche di salute, inclusi danni al sistema riproduttivo e immunitario, problemi di sviluppo nei feti e aumento del rischio di cancro.

In Israele circa il 15% dei pozzi di acqua potabile e il 70% delle sorgenti d’acqua usate per l’agricoltura contengono residui di PFAS, portando alla chiusura di importanti pozzi d’acqua in tutto il Paese.

L’impronta di CO2 causata dalla guerra genocida di Israele a Gaza ha peggiorato un ambiente già fragile con emissioni che nei primi 15 mesi dell’aggressione sono stimate superiori a quelle di 100 Paesi.

La Rete di Ricerca di Scienze Sociali [piattaforma scientifica statunitense in rete, ndtr.], ha evidenziato che il costo climatico della distruzione israeliana di Gaza – incluse la rimozione dei detriti e la ricostruzione – potrebbe superare l’equivalente di 31 milioni di tonnellate di diossido di carbonio.

E’ più delle emissioni annuali del 2023 di molti Paesi, compresi Costa Rica, Afghanistan e Zimbabwe.

Ha rilevato che l’impatto complessivo delle guerre di Israele a Gaza e Libano, come anche dei precedenti conflitti militari con Yemen e Iran, equivale all’attività di 84 centrali elettriche per un anno.

Il cambiamento climatico e gli attacchi di Israele alle infrastrutture ambientali hanno afflitto a lungo Gaza e altre parti della Palestina occupata.

Dopo la Nakba – la pulizia etnica e la distruzione delle comunità palestinesi nel 1948 da parte delle forze sioniste – il Jewish National Fund (JNF) ha piantato foreste di monocoltura di pini, spesso sulle rovine dei villaggi palestinesi.

Nel 2013 la Società per la Protezione della Natura in Israele ha rivelato che i progetti del JNF hanno avuto un impatto devastante sulla biodiversità locale.

Nel 2021 Fadel al-Jadba, direttore del dipartimento di orticoltura del Ministero dell’Agricoltura palestinese, ha detto a Middle East Eye che nel decennio scorso si è verificata una notevole diminuzione della produzione agricola.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Zochrot, l’ong israeliana che sensibilizza riguardo alla Nakba

Elias Feroz

20 febbraio 2025 – The New Arab

Approfondimento: Zochrot intende educare gli israeliani in merito all’espulsione di massa dei palestinesi durante la Nakba del 1948 e sfida i miti fondativi dello Stato di Israele

Sfidando la narrazione dominante e promuovendo il dialogo sulla storia della regione, Zochrot, che significa “ricordare” in ebraico, intende affrontare le radici del conflitto israelo-palestinese e prospetta un futuro condiviso e ugualitario. Lo slogan dell’associazione è “Dalla Nakba al Ritorno”.

Nel 2009 il ministero della Pubblica Istruzione israeliano ha vietato l’uso della parola “Nakba” nei libri di testo adottati per i cittadini palestinesi di Israele, mentre la “legge sulla Nakba” del 2011 autorizza il ministero delle Finanze israeliano a ritirare i finanziamenti pubblici alle istituzioni che commemorano la pulizia etnica del 1948.

All’inizio di quest’anno l’ufficio del ministero degli Esteri tedesco ha deciso di togliere i finanziamenti a Zochrot e a un’altra ong israeliana, New Profile, un movimento di volontari che offre aiuto agli obiettori di coscienza che rischiano la prigione in Israele.

The New Arab ha incontrato Rachel Beitarie, l’attuale direttrice, per parlare del lavoro di Zochrot.

The New Arab: Zochrot gioca un ruolo fondamentale nel conservare e promuovere la memoria della Nakba nella società israeliana, dove spesso questo argomento è evitato. Cosa motiva il vostro lavoro e quali sfide dovete affrontare?

Rachel Beitarie: Direi che ciò che motiva il nostro lavoro sono l’onestà e affrontare i capitoli più oscuri della nostra storia. La Nakba è una vicenda palestinese, ma anche israeliana, una cosa da cui non si può sfuggire e non dovrebbe essere ignorata. Siamo un’associazione attiva ormai da 23 anni. I fondatori dell’organizzazione erano per lo più israeliani impegnati per i diritti umani e la pace. Erano cosiddetti pacifisti, molto attivi e coinvolti negli ambienti pacifisti e per il dialogo, molto popolari durante gli anni ‘90 e all’inizio degli anni 2000, in seguito agli accordi di Oslo. Ma loro videro fallire questi accordi.

Gradualmente, e soprattutto imparando dai nostri amici e colleghi palestinesi, compresero che gli sforzi, sia a livello statale e persino personale e di gruppo, per promuovere il dialogo e la pace si scontravano praticamente sempre contro un ostacolo insormontabile. Ciò accade perché le due parti non hanno mai parlato delle stesse cose e non erano sincere, soprattutto la parte israeliana, che non lo era riguardo alla volontà di prendere in considerazione le radici del problema, che sono nella Nakba: l’espulsione della grande maggioranza del popolo palestinese nel 1948 da quello che è diventato lo Stato di Israele.

Nei circoli pacifisti spesso si parlava dell’occupazione del 1967 e del regime militare imposto ai territori palestinesi, che sono, ovviamente, problemi molto importanti. Tuttavia sono la continuazione della grande espulsione del 1948 e della spoliazione dei palestinesi, che è continuata da allora.

Finché non affrontiamo la radice del problema non possiamo realmente andare avanti o cercare soluzioni. E finché non riconosciamo l’esistenza di milioni di rifugiati palestinesi, molti dei quali rimangono tuttora senza uno Stato, non possiamo risolvere l’attuale situazione. Non solo non la risolviamo, ma l’oppressione e la spoliazione dei palestinesi continuano.

Che è quello che noi e i palestinesi chiamiamo la continua Nakba. Abbiamo tristemente assistito al suo culmine negli ultimi 15 mesi. L’incapacità o la mancanza di volontà di esaminare in modo critico i miti fondanti del passato e del presente di questo Paese e la continuazione di questa violenza hanno portato, molto tragicamente, prima all’attacco di Hamas il 7 ottobre e poi a tutto quanto ne è seguito. Ciò include gli attacchi contro Gaza, l’uccisione di decine di migliaia di palestinesi, la fame, la tortura, la spoliazione e la creazione di milioni di nuovi rifugiati.

Cosa intende quando lei dice che israeliani e palestinesi non stanno parlando della stessa cosa? Quali sono le radici del problema dalla prospettiva israeliana dominante?

Fino a non molto tempo fa per la maggioranza di quello che potremmo chiamare il campo pacifista israeliano la radice del problema era vista come l’occupazione del 1967, quando Israele occupò la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, Gerusalemme est e le Alture del Golan. Quella delle Alture del Golan è una storia leggermente diversa, ma è comunque collegata.

Da allora la logica prevalente è stata la soluzione dei due Stati, basata sulla separazione. Molti nella sinistra israeliana si sono opposti, e a ragione, alle colonie in Cisgiordania, ma spesso non hanno visto il collegamento, anche se penso sia evidente. Le pratiche di colonizzazione in Cisgiordania – confisca delle terre, arresti e incarcerazioni, espropriazione delle terre dei palestinesi, impedimenti dell’accesso alle loro terre e separazione delle famiglie – tutto ciò c’era già prima del 1967.

Infatti le pratiche di furto delle terre iniziarono anche prima del 1948, fin dai primi giorni del movimento sionista. E’ la continuazione delle stesse pratiche e della stessa logica: occupare gradualmente quanto più possibile della Palestina, espellere i palestinesi quando è fattibile, e quando non è politicamente possibile confinarli in zone sempre più ridotte.

Quale approccio utilizza Zochrot per familiarizzare gli israeliani con la storia della Nakba? Come risponde l’opinione pubblica israeliana ai vostri programmi ed eventi educativi?

E’ difficile perché è un argomento assolutamente tabù. Penso che gli israeliani spesso vogliano credere che vivere qui sia giusto, che i nostri predecessori – i nostri nonni e persino i genitori, per molti di noi – abbiano costruito questa terra come persone oneste e buone. E forse lo erano, da un certo punto di vista.

Affrontare la Nakba è duro perché sfida proprio il mito fondativo dello Stato di Israele. Siamo stati educati a pensare che la gente torna alla sua terra ancestrale. Persino tra gli israeliani laici che non credono a una promessa divina è profondamente radicata l’idea di tornare alla terra dei nostri antenati. E’ legata alla convinzione che questa fosse una terra senza popolo per un popolo senza terra.

Quell’idea è essenzialmente il mito fondante di questo Paese. E’ la storia che ci viene raccontata dal giorno in cui nasciamo come israeliani. E’ una narrazione molto forte e convincente e non è facile accettare il fatto che alla fine si tratta solo di una favola. Penso sia un viaggio molto difficile perché ti obbliga a riesaminare le fondamenta stesse della tua educazione, dei tuoi rapporti familiari e del modo in cui sei cresciuto, e a fare i conti con tutto questo.

Ovviamente a volte le risposte sono ostili. In qualche caso lo rimangono, ma in altri vedi che le persone iniziano a pensare. Nel corso degli anni Zochrot ha coinvolto molte migliaia di israeliani e si può vedere come molti di loro sono cambiati politicamente, hanno aperto gli occhi di fronte agli avvenimenti della Nakba e dell’espropriazione dei palestinesi e hanno veramente cambiato opinione. Tra questi includo anche me stessa. Sono cresciuta come sionista e Zochrot, molto prima che ne diventassi una dipendente, ha giocato un ruolo fondamentale nell’aprirmi gli occhi sulla realtà di questo luogo che chiamo patria, su dove e come sono stata cresciuta.

Ha menzionato il fatto che le risposte a volte possono essere ostili. Che tipo di ostilità avete incontrato?

A volte si tratta di ostilità verbale. Molte delle nostre attività avvengono in luoghi pubblici, dove organizziamo dei tour. Nel passato molti di questi si svolgevano in aree aperte e a volte la gente si univa e iniziava a discutere appassionatamente, accusandoci di mentire o di non dire la verità.Talvolta queste reazioni erano solo casuali e le persone erano molto sconvolte da quello che stavano sentendo.

La cosa a volte degenerava verbalmente, e ogni tanto anche oltre, con tentativi di buttare giù i cartelli o interrompere le nostre attività. Ci sono anche molte reazioni denigratorie sui media e sulle reti sociali. Ma onestamente non è niente rispetto a quello che i palestinesi subiscono qui. Ovviamente dobbiamo continuare a dire la verità, anche se ciò infastidisce certe persone.

Recentemente la Germania ha deciso di interrompere i finanziamenti a Zochrot. Come ha risposto l’associazione a questa decisione, e quale impatto ha sulla continuazione delle vostre attività, soprattutto riguardo ai vostri programmi educativi, al lavoro di divulgazione pubblica e ai tentativi di promuovere la memoria della Nakba in Israele?

L’impatto è significativo e stiamo ancora cercando di capire come alleviarlo, perché si tratta di un grave taglio dei fondi. Rappresentavano circa un quarto del nostro bilancio annuale. Dovremo cercare altre fonti di entrate. Questo impatto richiederà alcuni aggiustamenti, ma non è una cosa che ci impedirà di fare quello che stiamo facendo. Continueremo ad educare e ad aprire gli occhi alla gente, perché questi sono la nostra missione e il nostro impegno.

Abbiamo risposto con un comunicato in cui abbiamo affrontato la decisione del governo tedesco di tagliare l’appoggio finanziario e operativo a Zochrot e abbiamo criticato questa decisione. Il comunicato evidenzia il diritto al ritorno come una questione di leggi internazionali e e critica la censura del governo tedesco nei confronti delle voci palestinesi.

Ci sono state discussioni o spiegazioni dirette da parte delle autorità tedesche riguardo a questa interruzione dei finanziamenti?

No, non ci sono state spiegazioni dirette né è stata accuratamente spiegata la decisione sui finanziamenti. Siamo stati informati da KURVE Wustrow, la nostra organizzazione partner tedesca, che il finanziamento e il sostegno al personale sarebbero finiti a causa di una decisione del governo, nonostante il massimo impegno [da parte dell’associazione] per garantirli .

Nel 2024 ci sono state discussioni in cui ci è stato chiesto di fornire più dettagli sulle nostre attività, cosa che abbiamo fatto, e sulle nostra posizione nell’appoggiare uno Stato ebraico e democratico. Tuttavia non c’è mai stata fornita un’argomentazione chiara della decisione di togliere il finanziamento. Non ci è stata data una ragione, per cui possiamo fare solo delle ipotesi.

Quale rapporto vedete tra la fine dei finanziamenti e la posizione politica della Germania su Israele e Palestina?

Penso che qui ci sia un forte allineamento. Ovviamente il governo tedesco ha il diritto di finanziare o meno ogni organizzazione a sua discrezione. Ma io vedo questa decisione come molto più in linea con l’appoggio incondizionato della Germania allo Stato di Israele, in particolare mentre continua con i suoi crimini a Gaza e più in generale con le sue azioni contro i palestinesi. Mentre il governo israeliano diventa più estremista e il discorso israeliano si sposta ulteriormente a destra, la Germania continua a fornire assistenza militare e protezione diplomatica a tutto ciò.

Togliere appoggio a organizzazioni che spingono per un dialogo democratico all’interno della società israeliana è in linea con la mancanza di interesse del governo israeliano per un cambiamento di questo genere. Di nuovo, mentre non abbiamo un diritto intrinseco al finanziamento tedesco, è significativo che il governo tedesco affermi di promuovere la pace, la comprensione e persino una politica estera femminista. Eppure quando si tratta di Palestina e Israele taglia i fondi proprio alle organizzazioni che sostengono la giustizia, promuovono un dibattito onesto e sfidano i discorsi e le azioni militariste e pressoché fasciste di Israele.

Tagliare i fondi a noi e a New Profile, che promuove la smilitarizzazione della società israeliana, così come tagliare i fondi a varie organizzazioni palestinesi per i diritti umani la dice lunga. Possono sostenere di promuovere la pace, ma in realtà stanno soffocando il lavoro dei costruttori di pace in Israele e Palestina. Penso che queste azioni parlino da sole.

Zochrot chiede il diritto al ritorno per i palestinesi, il che significa che i rifugiati palestinesi e i loro discendenti dovrebbero avere il diritto di tornare alle case e terre da cui sono stati obbligati ad andarsene nel 1948. Questa sembra essere una delle ragioni della fine dei finanziamenti dalla Germania. Come vede Zochrot questo rapporto e quale ruolo gioca il diritto al ritorno nei vostri tentativi di promuovere la memoria della Nakba e incoraggiare la riconciliazione?

Tanto per essere chiari, non è solo che promuoviamo il diritto al ritorno: i rifugiati palestinesi hanno il diritto di tornare. Ogni giorno in cui gli viene impedito di mettere in pratica questo diritto è una violazione dei diritti umani fondamentali. Quello che noi promuoviamo, soprattutto all’interno della società israeliana, e a volte al di là di essa, è la comprensione di quello che significa il diritto al ritorno, insieme a un immaginario politico che ci consenta di pensare a cosa possa essere questo posto e come possa accogliere sia i rifugiati che tornano che quanti vivono già qui.

Ovviamente non crediamo che rimediare ai mali del 1948 richieda commetterne altri oggi. Un’altra espulsione di massa, che sia di palestinesi o di ebrei israeliani, è per noi inaccettabile. La soluzione risiede nel trovare modi perché si viva tutti insieme. E questo, per noi, è il senso del diritto al ritorno: ricostruire e reimmaginare un’esistenza condivisa qui, che non sia separata ma connessa. La gente ha immaginato e praticato questa coesistenza da prima del sionismo. Prima del sionismo c’erano ebrei che vivevano con arabi, con palestinesi, gli ebrei erano palestinesi prima del sionismo. Come c’erano musulmani e cristiani palestinesi, c’erano ebrei palestinesi. Quindi stiamo parlando di una logica di connessione piuttosto che di separazione. Stiamo parlando del ritorno come mezzo per trasformare questo posto in uno che sia libero ed egalitario per tutto il suo popolo. Ciò è tutto quello che noi sosteniamo. Per qualche ragione è considerato radicale, anche se per me riguarda semplicemente i diritti umani basilari. Il diritto dei rifugiati a ritornare a casa dovrebbe essere un concetto davvero basilare.

Mia madre è nata in Austria ed arrivò in Palestina come rifugiata quando aveva due anni. Come direttrice di Zochrot, attivista politica e figlia di una rifugiata, credo che la voce che chiede il diritto al ritorno debba essere ovunque, in particolare all’interno della società israeliana. Perché se non parliamo di questo non affrontiamo le cause alla radice dei problemi che affrontiamo oggi. E non c’è bisogno di guardare lontano, basta guardare Gaza. La Striscia di Gaza è stata creata come risultato della Nakba, formata di fianco allo Stato di Israele come zona chiusa piena di rifugiati da altre zone. Tutta la violenza e lo spargimento di sangue derivano da questi fatti basilari.

Finché non ci sarà una soluzione giusta per i rifugiati di Gaza e di altri luoghi non credo sia possibile una reale soluzione. Non tutti devono essere d’accordo con me, ma dovremmo almeno parlarne. Il fatto che il governo tedesco consideri un tabù persino menzionare il diritto al ritorno, che educare e parlare di questo diritto fondamentale sia visto come una minaccia per lo Stato di Israele la dice lunga.

Se uno Stato non può esistere senza opprimere un intero popolo, allora forse non merita l’appoggio che sta ricevendo. Forse la Germania dovrebbe riconsiderare il suo sostegno e riflettere su quello che ciò significa. Quando dicono che appoggiano Israele, stanno sostenendo il popolo che ci vive – ebrei come me, il popolo palestinese – o stanno appoggiando un governo israeliano, non importa quanto estremista sia diventato?

Dati la vastità della distruzione a Gaza e il livello di risentimento verso i palestinesi nella società israeliana, in particolare dopo il 7 ottobre, che tipo di obiettivi ha Zochrot a lungo termine?

I nostri obiettivi rimangono gli stessi, ma alla luce dell’attuale catastrofe sono diventati ancor più urgenti. Dobbiamo parlare della questione centrale.

Dobbiamo affrontare la radice del problema. Non possiamo tornare allo status quo prima del 7 ottobre 2023, quando ogni due anni c’era un attacco contro Gaza, alcuni attacchi da Gaza verso i civili in Israele e un attacco in rivalsa con centinaia o migliaia di persone uccise a Gaza e addirittura tornare a una specie di ‘normalità’ in cui l’assedio a Gaza continua, facendo finta che non ci sia.

E’ così che sono andate avanti le cose qui per circa 20 anni. Il rifiuto di impegnarsi per una vera soluzione ci ha portati a questo punto.

Per noi è molto importante promuovere in modo ancora più deciso un discorso che guardi alla radice del problema dal 1948, dalla Nakba, e il diritto al ritorno come un risarcimento per la Nakba e un modo per costruire o far crescere qui una società che sia uguale, libera e condivisa da tutte le persone che ci vivono.

Le è mai capitato di perdere la speranza?

Sì, molte volte ogni giorno. Ma vedo la speranza meno come una cosa che ho o non ho e più come qualcosa che cerco di praticare ogni giorno. Dire la verità e ascoltare la verità dai palestinesi mi dà molta speranza. La capacità all’interno di Zochrot, dove siamo un gruppo di israeliani e palestinesi, di forgiare questi rapporti, essere sinceri gli uni con gli altri e costruire legami molto forti che hanno resistito e continuano a resistere a tempi molto duri mi dà speranza. Se possiamo farlo su piccola scala può essere fatto anche su una scala più ampia.

Parlo tutti i giorni con persone, anche israeliane. Abbiamo visto persone che hanno cambiato opinione, hanno aperto gli occhi alla verità della loro esistenza qui e alle proprie storie. Poi prendono la decisione di agire in modo diverso e forse insegnano ad altri, dicendo la verità nei loro ambienti e impegnandosi in questa materia. Quindi non solo penso che sia possibile, so che lo è. Questa è la pratica della speranza: dire la verità e mantenere i contatti.

Elias Feroz ha studiato religione e storia islamiche come parte della sua formazione come docente presso l’Università di Innsbruck in Austria. Ha anche lavorato come scrittore indipendente concentrandosi su vari argomenti, tra cui razzismo, antisemitismo, islamofobia, politica della storia e cultura della memoria.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Conquistare la pace in Libano è più difficile che vincere una guerra.

Lorenzo Kamel

4 maggio 2026 – Aljazeera

Per risolvere il conflitto in Libano è necessario tenere conto della sua lunga e complessa storia e delle nuove realtà geopolitiche.

Nel contesto di una fragile tregua in Libano il presidente Joseph Aoun si sta preparando per quello che alcuni definiscono un «viaggio storico» a Washington. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe esercitare pressioni su di lui affinché incontri il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Se questo incontro dovesse aver luogo, sarebbe il primo nella storia.

Tuttavia un incontro simbolico non sarebbe sufficiente a risolvere il conflitto in Libano, che ha profonde radici storiche e un’ampia portata geopolitica.

Nonostante il cessate il fuoco Israele continua a occupare parti del Libano meridionale. L’obiettivo dell’operazione in corso, come dichiarato dal Ministro della Difesa Israel Katz, è quello di stabilire una “zona di sicurezza” nell’intera area a sud del fiume Litani, che rappresenta il 10% del territorio nazionale libanese.

Alla popolazione civile è stato impedito di tornare alle proprie case, mentre le forze israeliane hanno continuato i bombardamenti e le demolizioni su larga scala. Netanyahu sembra utilizzare la narrativa della «distruzione di Hezbollah» per nascondere quella che in realtà è una campagna di distruzione di massa e di trasferimento forzato della popolazione.

È importante sottolineare che per Israele l’occupazione dei territori a sud del fiume Litani non è solo un obiettivo militare. È un’aspirazione storica.

Nel 1918 Yitzhak Ben-Zvi, futuro secondo presidente israeliano e il più longevo, e David Ben-Gurion, futuro primo ministro israeliano, pubblicarono un libro intitolato La terra d’Israele in cui i due autori descrivevano “il nostro paese” come esteso dal fiume Litani al Golfo di Aqaba.

Nel 1919, durante la Conferenza di Parigi, l’incontro formale delle forze alleate vincitrici per stabilire i termini di pace dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, una delegazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale guidata da Chaim Weizmann presentò un memorandum per uno Stato ebraico che si estendesse fino al fiume Litani, nonché sul Sinai e altri territori al di là dei confini dell’odierno Israele.

Durante la guerra del 1948 il neonato Stato israeliano rivolse la sua attenzione al Libano meridionale, il Paese con l’esercito più piccolo della regione. Nell’ottobre di quell’anno l’esercito israeliano conquistò il villaggio di Hula senza incontrare alcuna resistenza. Più di 80 abitanti indifesi furono uccisi. Il principale responsabile di quel massacro, Shmuel Lahis, fu condannato a un solo anno di prigione e, dopo aver ricevuto la grazia presidenziale nel 1955, divenne direttore generale dell’Agenzia Ebraica [istituzione preposta all’accoglienza e inserimento sociale degli immigrati ebrei da tutto il mondo, ndt.]

Molti villaggi, come Qadas e Saliha, adiacenti al confine tra Libano e Israele, furono teatro di analoghi massacri e deportazioni. Nel frattempo, a seguito di quella che i palestinesi chiamano la Nakba (catastrofe), 100.000 rifugiati palestinesi vennero costretti a trasferirsi in Libano. L’attuale composizione demografica del Libano meridionale va interpretata alla luce di queste dinamiche e delle ferite che ha lasciato.

Anche i decenni di conflitto successivi hanno plasmato il sud del Libano. Basti pensare che negli anni ’60 molte aree sciite del sud del Paese erano prive di acqua corrente, elettricità e accesso a scuole non religiose poiché lo Stato libanese investiva nella regione solo lo 0,7% della spesa pubblica. Questa incuria sarebbe diventata la base della politicizzazione e della mobilitazione della popolazione sciita nei decenni successivi.

Lo scoppio della guerra civile libanese nel 1975 fu fondamentalmente determinato dalla convergenza di profonde divisioni interne e dalla presenza destabilizzante dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che agiva come uno “Stato nello Stato” e intraprendeva attacchi transfrontalieri contro Israele.

Nel marzo del 1978 Israele lanciò l’Operazione Litani, una grande invasione del Libano meridionale con l’obiettivo di paralizzare le basi dell’OLP e stabilire una zona cuscinetto, provocando un significativo esodo di civili e il dispiegamento delle forze di pace dell’ONU.

Alcuni membri della comunità sciita accolsero con favore l’espulsione dell’OLP dal sud da parte di Israele. Ma quando l’esercito israeliano invase nuovamente il Libano nel 1982 divenne presto chiaro che non aveva alcuna intenzione di andarsene. Ciò accelerò la mobilitazione politica degli sciiti libanesi e Hezbollah ne fu una delle principali conseguenze.

Nei decenni successivi Hezbollah divenne una delle principali minacce alla sicurezza di Israele. Il gruppo utilizzò il Libano meridionale per lanciare razzi e missili contro il nord di Israele e compì attacchi contro israeliani in altre zone.

Inoltre dopo il 1979 Hezbollah sviluppò una stretta relazione con il principale nemico di Israele: la Repubblica Islamica dell’Iran, relazione che in seguito si è evoluta da una dipendenza ideologica a una vitale partnership strategica.

Se inizialmente il regime iraniano considerava Hezbollah un elemento chiave per esportare la propria rivoluzione, ora lo ritiene la sua risorsa regionale più efficace e la prima linea di difesa contro gli obiettivi e le politiche espansionistiche di Israele nella regione. Teheran ha trasferito tecnologia militare al suo alleato libanese, fornendogli missili avanzati, droni e capacità informatiche.

Sebbene sia vero che Hezbollah abbia rappresentato una minaccia per Israele non si può ignorare la disparità di potenza di fuoco. Tra il 2007 e il 2022, Air Pressure ha documentato 22.355 violazioni illegali dello spazio aereo libanese da parte delle forze israeliane. Per quanto riguarda il periodo dal 7 ottobre 2023 in poi, Canale 4 ha riferito che gli attacchi israeliani in Libano hanno superato quelli di Hezbollah con un rapporto di 5 a 1. Nell’anno successivo al cessate il fuoco del 27 novembre 2024 la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) ha documentato quasi 7.800 violazioni dello spazio aereo da parte delle forze israeliane.

Per l’Iran, Hezbollah e Israele la guerra in corso si è trasformata in un conflitto esistenziale. In questo contesto per il governo libanese Hezbollah rappresenta sia una minaccia alla stabilità sia l’unica carta vincente a sua disposizione nei confronti di Israele. Per gli Stati Uniti, nonostante la presenza militare e il coinvolgimento politico, la guerra è solo l’ennesima avventura militare.

Cosa significa tutto ciò per le dinamiche attuali e la ricerca di soluzioni? Si possono trarre almeno quattro conclusioni.

Innanzitutto non esiste una soluzione militare a quello che è in realtà un problema politico; l’uso della forza non può che peggiorare la situazione. Hezbollah non esisteva prima dell’invasione del Libano del 1982. Hamas non esisteva prima dell’occupazione del 1967. E l’elenco potrebbe continuare. Ogni tentativo di sottomettere, opprimere o annientare altri popoli o paesi si traduce nello schema incarnato da questi movimenti.

In secondo luogo, sulla scena sono presenti attori influenti che spingono per inasprire il conflitto. In Libano alcuni esponenti politici hanno deciso di allearsi con Israele, il che provocherà sicuramente una reazione da parte di Hezbollah. Nel frattempo Netanyahu, che ha un forte interesse a mantenere una guerra permanente” fino alle elezioni israeliane per distrarre lopinione pubblica interna e rimandare i procedimenti giudiziari contro di lui, continuerà ad alimentare le tensioni.

In terzo luogo, lIran non è stato attaccato perché possedeva armi nucleari, bensì perché non le possedeva, il che lha reso un bersaglio apparentemente vulnerabile. Lo stesso vale per il Libano: non ci sarà alcuna possibilità di pace e stabilità finché il Paese sarà considerato un bersaglio facilmente vulnerabile.

Infine, ma non meno importante, abbiamo assistito ai limiti della potenza militare di Israele e allerosione dellinfluenza di diversi Paesi del Golfo che dipendevano completamente dagli Stati Uniti per la loro sicurezza. Lesternalizzazione della sicurezza non porterà mai a una pace formale e duratura in Libano e nella regione in generale ma, nella migliore delle ipotesi, a una stabilità armata” o a una stabilizzazione militarizzata” imposta con la forza.

Conquistare la pace, che è spesso più difficile che vincere una guerra, richiede un nuovo ordine regionale negoziato e accettato, prima di tutto, dalle potenze e dagli attori locali.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mappatura del crimine: l’Atlante di Abu Sitta rivela la geografia dell’espropriazione

Annie O’Gara

14 aprile 2026 – The Palestine Chronicle

L’ ‘Atlante della Palestina: il furto della terra da parte del Fondo Nazionale Ebraico’ solleva le problematiche centrali dell’agenzia e del legittimo possesso.

Il dottor Salman Abu Sitta è un’autorevole figura della causa palestinese, non da ultimo perché il lavoro della sua vita dimostra il fatto che la resistenza al sionismo assume diverse forme.

Probabilmente tra i suoi maggiori lavori ci sono gli Atlanti della Palestina. Sono due: ‘Atlante della Palestina, 1871-1877’ e ‘Atlante della Palestina 1917-1967’, che riproducono la mappa della Palestina prima dell’inizio del progetto sionista fino alla pulizia etnica di quella terra e ripercorrono i cambiamenti dopo la Nakba (la ‘catastrofe’ del 1948, ndtr.) fino alla Naksa (lo sfollamento dopo la conquista del 1967, ndtr.). Cosa più importante di tutte, i villaggi, le cittadine e le città sono situati geograficamente, riportano il loro nome arabo corretto e sono ripristinati nella loro legittima posizione sulla terra di Palestina.

Più di recente l’ ‘Atlante della Palestina: il furto della terra da parte del Jewish National Fund (JNF) (Fondo Nazionale Ebraico) affronta le questioni centrali dell’agenzia (chi ha rubato la terra e come il JNF è arrivato a “possederla”?) e la questione della legittima proprietà (a quali villaggi appartengono quelle terre, chi ci viveva e dove sono ora i proprietari sfollati?).

Questo Atlante avrà una particolare rilevanza per i rifugiati palestinesi sfollati dai 372 villaggi la cui terra fu attribuita al JNF/KKL (sigla in ebraico, ndtr.) con una fittizia “vendita” di terreni e successivamente trasformata in parchi e foreste, nascondendo i villaggi demoliti e impedendo qualunque forma di ritorno. Per i palestinesi i nomi dei loro villaggi sono riesumati e registrati sulla mappa.

Le miriadi di espedienti utilizzati nei primi anni dello Stato di Israele per “legittimare” ciò che era palesemente illegittimo sono riportate molto chiaramente in questo Atlante. Modelli esplicativi corredano la mappa di ogni parco del JNF, entrando nei dettagli: la frode territoriale sulla terra palestinese, quanto terreno di ogni villaggio coinvolto è stato rubato, alcuni nomi di famiglie numerose e in quali campi profughi vivono adesso molte di loro.

Se il dottor Abu Sitta fosse uno scienziato forense, questo Atlante sarebbe una registrazione delle scene del crimine del JNF e delle vittime di quei crimini, i rifugiati palestinesi; di certo, finché i parchi continuano ad esistere significano perpetui crimini, e i ladri continuano a godere del loro bottino. Lo Stato di Israele si è spinto molto avanti, soprattutto attraverso il ‘greenwashing’ (la verniciatura verde) del JNF, per coprire il crimine che sta al cuore della fondazione dello Stato, un crimine che costituisce la sfida più importante al suo mito fondante, cioè che la Palestina fosse una terra vuota o trascurata.

Per i palestinesi queste mappe sono uno strumento da usare prima o poi per reclamare il proprio patrimonio. Per i non palestinesi le mappe dei parchi del JNF da cui i loro amici e compagni furono espulsi significano molto: la cattura dei dettagli, la musicalità dei nomi arabi dei villaggi, l’ammirazione per i meticolosi dettagli legali e non da ultimo il poter dare nome alle identità rubate – una forma di resistenza politica di grande significato, più di quanto possa sembrare in un primo momento.

Le società occidentali tendono a considerare la cartografia come un’azione precisa, scientifica e politicamente neutra volta a delineare correttamente la configurazione di una terra, i fiumi, le montagne, le pianure, le strade e, ovviamente, i nomi dei luoghi per orientarsi. Ma un popolo colonizzato sa che la cartografia (come la storiografia) può essere qualcosa di diverso da un’azione neutra, soprattutto quando la lingua nativa è rimpiazzata da quella del colonizzatore, come in Palestina e in Irlanda.

L’ultimo lavoro del dott. Salman ha suscitato in questo scrittore molte riflessioni sulle connessioni tra Irlanda e Palestina. Nel 1883 Lord Salisbury (nobile e politico britannico, ndtr.) disse che “la parte più sgradevole dei tre regni è l’Irlanda e perciò l’Irlanda ha una magnifica mappa.” Il Rapporto di Spring Rice (diplomatico britannico, ex ambasciatore negli USA, ndtr.) del 1824 diede origine a questa “magnifica” mappa identificando la necessità di una “osservazione generale dell’Irlanda” che sarebbe stata “la prova dell’inclinazione della legislatura ad adottare misure calcolate per promuovere gli interessi dell’Irlanda”. Elaborato dal Genio Militare, l’esercizio di mappatura non venne recepito da tutti in termini così benevoli.

Nel 1980, al culmine dei ‘Troubles’ (il conflitto nell’Irlanda del nord, ndtr.), il significato politico della mappatura dell’Irlanda da parte del potere coloniale fu memorabilmente messo in scena dalla Field Day Theatre Company nello spettacolo di Brian Friel “Translations (Traduzioni)”. E’ un’opera di fantasia, ma utilizza la mappatura dell’Irlanda del 19esimo secolo da parte della corona inglese come una piattaforma di lancio per esplorare questioni legate alla colonizzazione: espropriazione culturale, terra, identità e ovviamente lingua, il veicolo del potere che garantisce il predominio del colonizzatore sul colonizzato: “La lingua è sempre stata lo strumento perfetto dell’impero.”

La mappatura dell’Irlanda implicò la standardizzazione o la regolarizzazione dei nomi dei luoghi attraverso la traduzione o traslitterazione dei nomi gaelici in inglese. Un personaggio centrale nella commedia, un individuo del luogo coinvolto nel processo, Owen, descrive il proprio lavoro come “tradurre la bizzarra lingua arcaica in cui voi insistete a parlare nel buon inglese del Re.” Così nello spettacolo vediamo molti esempi di sradicamento dei nomi dei luoghi tramite questo processo di anglicizzazione: ‘Bun na habhann’ diventa ‘Burnfoot’ e ‘Baile Beag’ diventa ‘Bally Beg’

Il processo messo in scena da Friel comporta una metaforica cancellazione della memoria e della tradizione, abilmente sintetizzato in un aneddoto, quello di ‘Tobair Vree’ (tobair è il termine gaelico per ‘pozzo’). I personaggi discutono sulla parola “Vree”: che cosa significa? Uno di loro spiega che “Vree è una modificazione nel tempo di Bhriain (Brian), per cui il nome originale significava “Il pozzo di Brian”.

Ma il nome è collegato a un crocevia, non a un pozzo: l’enigma si infittisce. La storia orale intergenerazionale fornisce la risposta. Decenni prima un vecchio uomo del luogo, l’eponimo Brhiain, soffriva di una deformità facciale che pensava si potesse curare con le acque magiche del pozzo allora esistente. I bagni quotidiani non lo curarono, ma lui annegò tragicamente nel pozzo stesso – di qui il nome.

La tesi di Friel è chiara: i nomi sono più di una denominazione, sono la preservazione di una memoria e in quanto tali la loro apparente stranezza non vuol dire niente, hanno un significato e una forza più profondi. L’azione di sostituire un nome gaelico con una traslitterazione inglesizzata o una traduzione è “una sorta di rimozione”, un atto di imperialismo culturale che cancella la storia e l’identità locali rimpiazzandole con una nuova realtà imposta..

L’ultimo Atlante del dottor Salman assesta un altro colpo alla tirannia culturale della mappatura israeliana della Palestina. La sua rivendicazione dei veri nomi delle città e dei villaggi palestinesi, la sua ostinazione nel dire che i parchi e le foreste del JNF sono una debole (ma enormemente dannosa) sovrapposizione sull’autentica identità araba della Palestina e i loro confini segnano l’estensione del loro furto, hanno un grande significato per i palestinesi. E’ anche un regalo a tutti i popoli colonizzati che hanno bisogno di un Abu Sitta che li sostenga e a tutti noi che lavoriamo per vedere la Palestina reintegrata e il suo popolo ottenere il Diritto al Ritorno.

Per quanto duramente lavorino il JNF e il sionismo, non sconfiggeranno l’affermazione della verità araba incarnata nei nomi, proprio come in Irlanda oggi Doire/Derry ha la meglio su “Londonderry”. E con le parole di Seamus Heaney (poeta nordirlandese, premio Nobel nel ’95, ndtr.):

Comprenderete- ho detto basta-

Quando mi hanno derubato di ciò che è mio,

La mia patria, il mio profondo desiderio

Di essere a casa

Al mio proprio posto e dimorare

Nel suo vero nome.”

Annie O’Gara è membro attivo della Campagna di Solidarietà con la Palestina e della sezione britannica della campagna mondiale ‘Stop the Jewish National Fund’. E’ impegnata nel movimento BDS ed è tra i fondatori di ‘Donne del nord per la Palestina’. Ha donato questo articolo a The Palestine Chronicle.

Le opinioni espresse in questo articolo non riflettono necessariamente la politica editoriale di The Palestine Chronicle.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il Progetto Paraguay: il piano segreto di Israele per deportare i gazawi negli anni ‘70

Ben Reiff

26 marzo 2026 – +972 Magazine

Un nuovo podcast svela il fallito tentativo del Mossad di espellere 60.000 palestinesi dopo aver occupato la Striscia di Gaza. Quasi sessant’anni dopo i metodi e gli obiettivi di Israele rimangono in modo inquietante simili.

Il 9 settembre 1969 circa 20 palestinesi della Striscia di Gaza salirono su un aereo in un aeroporto della zona centrale di Israele credendo di essere diretti in Brasile. Tramite un’agenzia di viaggi israeliana avevano firmato un programma di lavoro all’estero con la promessa di stipendi più alti di quelli che avrebbero potuto avere a Gaza, che Israele aveva occupato due anni prima. A chi aveva una famiglia venne assicurato che le mogli e i figli avrebbero potuto raggiungerli in Brasile poco tempo dopo. Ma non fu quello che avvenne.

Quando l’aereo atterrò a Sao Paulo delle guardie armate scortarono gli uomini su un altro velivolo più piccolo che li portò ad Asunción, la capitale del Paraguay, un Paese di cui molti di loro non avevano mai sentito parlare e che all’epoca era soggetto alla dittatura di Alfredo Stroessner. Lì vennero accolti da poliziotti armati e portati in un hotel per passarvi la notte.

Disorientati e insospettiti, venne detto loro di non preoccuparsi: la mattina seguente funzionari governativi gli avrebbero rilasciato dei documenti d’identità e avrebbero provveduto al loro inserimento lavorativo. Tuttavia quando questi funzionari arrivarono attribuirono a ognuno di loro sulle carte d’identità nuove professioni in modo arbitrario, poi li fecero salire su un autobus verso remote zone rurali.

Questo fu l’ultimo contatto che i palestinesi avrebbero avuto con una qualunque autorità riguardante il programma di lavoro, perché esso non esisteva. Erano stati indotti con l’inganno dal Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, a salire su un volo che li avrebbe deportati come parte di un progetto segreto per esiliare in massa i palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Abbandonati in un Paese di cui non parlavano la lingua, i nuovi arrivati si ritrovarono senza denaro, senza casa, senza lavoro, isolati e senza alcun modo per tornare a casa. E presto si resero conto che non erano gli unici, né gli ultimi, ad essere stati adescati e abbandonati in quel modo.

Per decenni la conoscenza di questa operazione segreta è rimasta confinata alle famiglie degli uomini che ne furono vittime. Ma un nuovo podcast [serie di episodi audio, interviste o narrazioni, ndt.], basato sulle testimonianze di due deportati e su prove negli archivi israeliani e paraguaiani, si prefigge di svelare una vicenda che Israele ha cercato a lungo di cancellare e spiega perché sia fallita pochi mesi dopo essere iniziata.

Dopo due anni e mezzo in cui Israele ha tentato, attraverso vari metodi, di sradicare totalmente la presenza palestinese a Gaza, gli echi di questa storia difficilmente potrebbero essere più forti.

Il racconto dei due deportati

Creata dal managing producer Maxim Saakyan e dai coproduttori Nadeen Shaker e Nada El-Kouny, la serie in quattro parti “Palestinians in Paraguay” [Palestinesi in Paraguay] di Uncovering Roots [Radici scoperte, nome del sito che ospita il podcast, ndt.] è costruita sulla ricerca di Hadeel Assali, una studiosa con un post-dottorato alla Columbia University, e John Tofik Karam, storico dell’università dell’Illinois, entrambi ospitati nei vari episodi.

Al centro ci sono le testimonianze di due uomini deportati in base a quello che è diventato noto come il Progetto Paraguay: Mahmoud Yousef, prozio di Assali (morto ad Amman nel 2021, ma i cui ricordi Assali ha registrato prima della morte) e Talal Al-Dimassi, che è ancora vivo e, sorprendentemente vive tuttora in Paraguay.

I due condividono le stesse origini. Entrambi erano nati in campi profughi in Egitto dopo che le loro famiglie furono cacciate durante la Nakba del 1948. Entrambi in seguito si sposarono a Gaza, allora sotto amministrazione egiziana, dove erano cresciuti nel campo di Al-Maghazi.

Stavano per diventare adulti quando Israele occupò la Striscia di Gaza nel 1967 e non molto tempo dopo entrambi si imbatterono nel progetto di deportazione segreto mascherato da programma di lavoro all’estero, apparentemente organizzato da un’agenzia di viaggi chiamata Patra. Yousef era attratto dalla promessa di salari elevati ricorda che gli erano stati offerti 3.000 $ al mese per un anno o due, dopodiché sarebbe tornato a Gaza. Ad Al-Dimassi, che era già stato arrestato e torturato dall’esercito israeliano a causa del suo passato coinvolgimento con gruppi della resistenza armata, venne dato un ultimatum: avrebbe potuto firmare per il programma oppure tutta la sua famiglia sarebbe stata espulsa.

Finora non si conosce il numero di palestinesi deportati in base al Programma Paraguay e le stime variano da qualche decina a varie migliaia. La domanda è dove siano andati a finire in giro per il mondo. Ma un documento scoperto da un amico di Assali nell’Archivio di Stato di Israele, il verbale della riunione di una Commissione governativa nel maggio 1969, ci racconta esattamente quanti gazawi i dirigenti israeliani intendevano espellere.

Si è ufficialmente deciso di approvare la proposta del Mossad riguardo all’emigrazione di 60.000 [persone] dai territori amministrati al Paraguay,” afferma il documento, aggiungendo che Israele avrebbe pagato al governo paraguaiano una tariffa di 33 $ a deportato, compreso un anticipo di 350.000 $ per i primi 10.000.

Oggi Gaza ospita oltre 2 milioni di persone, ma all’epoca la popolazione ne contava meno di 400.000. Il Progetto Paraguay, destinato in particolare ad attirare giovani di Gaza, intendeva dunque far sparire una grandissima percentuale di giovani maschi della Striscia eppure solo pochi voli decollarono. Allora perché il programma venne abbandonato?

Costretti a una condizione di sopravvivenza, nel giro di qualche settimana dall’arrivo molti deportati lasciarono il Paraguay attraversando a piedi i confini con i Paesi vicini: Brasile, Bolivia o Argentina. Yousef imparò rapidamente lo spagnolo e trovò lavoro vendendo prodotti tessili tra i vari Paesi, e alla fine si mise in contatto con la diaspora palestinese in Cile. Al-Dimassi si mise a vendere abiti porta a porta nelle zone rurali del Paraguay finché un giorno venne derubato sotto minaccia di un coltello. Per lui fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Assolutamente disperati e sentendo di non avere più niente da perdere, Al-Dimassi e un altro deportato, Khaled Kassab, comprarono vecchi fucili e tornarono ad Asunción per affrontare direttamente l’ambasciatore israeliano in Paraguay, Benjamin Weiser Varon. 

Il 4 maggio 1970 arrivarono all’ambasciata e chiesero di parlare con Varon. Le guardie dell’ambasciata dissero loro che non c’era. Sospettando che non fosse vero fecero irruzione all’interno. Le guardie estrassero le armi e scoppiò uno scontro a fuoco.

Nella confusione i palestinesi videro Varon e spararono vari colpi. Uno di questi colpì l’ambasciatore alla schiena, ferendolo. Un altro uccise la sua segretaria, Edna Peer. (Sia Al-Dimassi che Kassab in seguito negarono di aver sparato i colpi; Al-Dimassi affermò che era stato Kassab, secondo cui era stato un terzo uomo che li aveva accompagnati.)

La sparatoria arrivò sulle prime pagine dei giornali in tutto il Sud America e nel resto del mondo. I primi articoli non menzionarono la deportazione degli uomini da Gaza, dipingendo invece l’incidente come un tentativo di assassinio orchestrato dall’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma quel racconto venne presto smentito.

Nel corso di un processo pubblico che durò due anni Kassab e Al-Dimassi utilizzarono l’aula di tribunale per dire al mondo quello che gli era successo, strappando il velo di segretezza da cui dipendeva il Progetto Paraguay. Di fatto con i loro proiettili posero fine dal progetto.

Il giudice paraguaiano alla fine considerò i due uomini colpevoli di omicidio e condannò entrambi a 13 anni di prigione, di cui ne scontarono otto. Secondo Al-Dimassi Israele cercò di ucciderlo varie volte in prigione (anche, afferma, con una torta avvelenata), obbligandolo ad entrare in una sorta di programma di protezione dei testimoni per circa un decennio dopo la sua liberazione. Ma non è pentito di quello che ha fatto.

Ho salvato 60.000 palestinesi che stavano per essere espulsi in Paraguay,” dice nel podcast. “Sono rimasti là, nella nostra patria.”

Emigrazione involontaria

Fin dai primi giorni del sionismo i leader del movimento hanno cercato di massimizzare la quantità di terra sotto il loro controllo riducendo nel contempo al minimo il numero di palestinesi che vi vivevano. Questo filo conduttore può essere tracciato in decenni di politica israeliana, in particolare con l’espulsione di circa 750.000 palestinesi da quello che diventò lo Stato di Israele durante la Nakba del 1948 e altri 300.000 dalla Cisgiordania e da Gaza con la Naksa del 1967.

Tuttavia la guerra del 1967 diede come risultato il fatto che Israele assorbì 1 milione di palestinesi all’interno dei suoi confini appena ampliati. Quasi subito i principali dirigenti politici del governo laburista al potere iniziarono a discutere di come liberarsi di quanti più palestinesi possibile. (“Voglio che se ne vadano tutti, anche se dovessero andare sulla luna,” avrebbe detto il primo ministro Levi Eshkol in uno di questi incontri). Ecco che entra in scena il Progetto Paraguay.

Israele non ha mai riconosciuto ufficialmente l’esistenza del progetto. Ma nel 2004 vari ex-politici con conoscenza diretta di esso vennero allo scoperto, confermando che era stata una politica del governo. “Facemmo un tentativo di incoraggiare l’emigrazione volontaria,” disse al giornale israeliano Makor Rishon Meir Amit, che aveva diretto il Mossad all’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza. “Il punto era di sfoltire la zona il più possibile dagli arabi.”

Per decenni le persone coinvolte sono state tenute a mantenere il segreto. Secondo Moshe Peer, il vedovo di Edna, uccisa nella sparatoria del 1970, un agente del Mossad andò a trovarlo dopo la morte di lei e gli chiese di non parlarne per 30 anni. Ma ancora oggi, dopo che sono stati resi pubblici dettagli del progetto, vige ancora una politica ufficiale di silenzio.

Un breve ricordo di Peer comparso sul sito del governo lo scorso anno per il Giorno della Memoria non menziona le circostanze della sua uccisione, attribuendola semplicemente a “terroristi palestinesi” di Gaza. E quando i produttori del podcast hanno contattato Patra, l’agenzia di viaggio che aveva agito come copertura del programma e che opera ancora a Tel Aviv, il suo amministratore delegato Reem Greiver (il cui padre, Gad, all’epoca dirigeva l’impresa) ha negato che l’agenzia abbia giocato un ruolo nell’organizzazione del trasferimento di palestinesi.

Ci sono varie possibili ragioni per mantenere questa politica del silenzio, ma uno dei più importanti è probabilmente il fatto che i tentativi israeliani di espellere i palestinesi da Gaza, sia con mezzi occulti che palesi, non sono mai cessati, come gli ultimi due anni e mezzo hanno reso palesemente evidente.

C’è voluta meno di una settimana dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 perché un ministro israeliano raccomandasse formalmente il trasferimento forzato e permanente dell’intera popolazione di Gaza al di là del confine, nella penisola egiziana del Sinai. Tre mesi dopo circa una decina di ministri del governo ha partecipato a una conferenza organizzata da gruppi di coloni che ospitava una enorme mappa con potenziali luoghi per nuove colonie ebraiche a Gaza.

Dirigenti di estrema destra, primi fra tutti il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e quello della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, hanno riproposto un eufemismo familiare per descrivere quello che dovrebbe succedere agli abitanti palestinesi della Striscia: “emigrazione volontaria”.

Questa retorica si è tradotta in strategia militare. Lungi dall’attenersi alle intenzioni ufficiali della guerra di liberare gli ostaggi e distruggere Hamas, il massacro di Israele contro Gaza si è rapidamente rivelato essere una campagna di eliminazione totale. Oltre ad uccidere circa uno ogni 30 gazawi e ferirne uno ogni 14, Israele ha danneggiato o distrutto oltre il 90% delle unità abitative della Striscia e circa il 90% delle sue infrastrutture idriche e sanitarie.

Lo scopo era la devastazione, intesa ad impedire ogni possibilità di una vita degna per i palestinesi nell’enclave. Il maggio scorso, in un incontro a porte chiuse della Knesset, Netanyahu ha detto che l’esercito stava “distruggendo sempre più case (in modo che i gazawi) non avessero dove tornare,” ottenendo come “unico ovvio risultato” l’emigrazione all’estero.

E in larga misura questa strategia ha raggiunto gli effetti sperati: a marzo 2025 più di metà dei gazawi intervistati ha affermato che se ne avesse avuta l’opportunità se ne sarebbe andata, ma Israele ha chiuso tutti i valichi.

Quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca all’inizio del 2025 e ha proclamato la sua intenzione di “prendere” Gaza e spostare definitivamente la sua popolazione, il governo israeliano ha lanciato (o piuttosto rilanciato) un “Ufficio per l’Emigrazione Volontaria” incaricato di pianificare deportazioni di massa. “Se spostiamo 5.000 (palestinesi) al giorno, ci vorrà un anno (per espellerli tutti),” ha osservato Smotrich in un’altra riunione della Knesset.

Il problema, come sempre, è stato trovare un posto che li accogliesse. Il rifiuto dell’Egitto di aprire la sua frontiera ai rifugiati palestinesi è stato irremovibile, nel timore di diventare complice di un atto di pulizia etnica di massa. Politici israeliani e statunitensi hanno passato mesi a cercare in giro per il mondo un Paese che volesse, al giusto prezzo, assorbire centinaia di migliaia di deportati da Gaza, ma nessuno si è detto disponibile.

Di conseguenza Israele è stato obbligato a ripartire da zero. Beh, non proprio.

Chiusura del cerchio

Lo scorso novembre un aereo con a bordo 153 palestinesi di Gaza è partito dall’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele, ed è atterrato a Johannesburg, in Sudafrica, via Nairobi, Kenya. Non si è trattato di un volo ordinario: i passeggeri non sapevano quale fosse la loro destinazione e, secondo l’ambasciata palestinese in Sudafrica, l’aereo è arrivato senza preavviso né coordinamento.

A causa dell’assenza di timbri di partenza sui passaporti dei passeggeri, così come del fatto che non avevano prenotato biglietti di ritorno né una sistemazione, le autorità di frontiera sudafricane gli hanno impedito di sbarcare dall’aereo per circa 12 ore dopo l’atterraggio. Infine hanno consentito loro di scendere dall’aereo “per ragioni umanitarie” e un’associazione benefica locale è intervenuta per fornire una sistemazione temporanea.

I passeggeri hanno detto ai media che il loro viaggio era stato organizzato da un’associazione chiamata Al-Majd Europe, che gli ha chiesto da 1.000 a 3.000 $ a testa con la promessa, attraverso una pubblicità in rete, di sicurezza e cure mediche all’estero. Qualche giorno dopo un’inchiesta di Haaretz ha ricondotto Al-Majd a un uomo d’affari israelo-estone e ha rivelato che le sue operazioni erano state autorizzate dall’Ufficio per l’Emigrazione Volontaria del governo israeliano.

La stessa inchiesta ha scoperto che il volo del 13 novembre a Johannesburg era il terzo del genere organizzato da Al-Majd: il primo, lo scorso maggio, ha portato 57 gazawi in Indonesia e Malaysia via Budapest, e il secondo, alla fine di ottobre, ne ha portati 150 a Johannesburg via Nairobi, lo stesso viaggio di quello contrastato di novembre, ma che non ha suscitato gli stessi sospetti o pubblicità.

Non è tutto. Secondo un’altra inchiesta pubblicata all’inizio di questo mese da AP [Associated Press, agenzia di notizie statunitense, ndt.] Al-Majd di fatto funge da copertura per la nota organizzazione israeliana di estrema destra Ad Kan, che lo scorso anno ha pagato una pubblicità sugli autobus israeliani su cui si leggeva “Vittoria = Emigrazione volontaria”, e “Questo autobus potrebbe essere pieno di gazawi. Ascoltate Trump, fateli uscire!”

Nonostante queste rivelazioni Al-Majd sta ancora attivamente reclutando gazawi per voli di deportazione, sfruttando la disperazione di quanti hanno perso tutto in conseguenza del massacro genocida di Israele. In un post su X del 5 marzo l’organizzazione ha affermato di aver “evacuato” un totale di 1.021 palestinesi verso altri Paesi, tra cui Canada e Australia, anche se i dettagli di queste operazioni rimangono avvolti nel mistero.

Ovviamente con circa 2 milioni di palestinesi che rimangono a Gaza il tentativo israeliano di “assottigliare” la popolazione, almeno per gli standard di quanti se ne occupano, è stato un sonoro fallimento. Eppure la permanenza di tali comportamenti, con l’utilizzo di metodi così simili al Progetto Paraguay di quasi sessant’anni fa, rivela la straordinaria persistenza della pretesa israeliana di espellere il popolo palestinese dalla sua terra, che sia sotto la direzione della sinistra sionista o della destra kahanista [ i seguaci del rabbino razzista e suprematista Meir Kahane, ndt.].

Nel contempo il fatto che dopo tutti questi anni Israele stia ancora tentando e non riesca ad espellere in massa i gazawi dovrebbe semmai evidenziare l’inutilità di questo progetto. Anche dopo una campagna militare di due anni intesa a rendere totalmente inabitabile la Striscia, i palestinesi rimangono determinati a ricostruire le proprie vite dalle macerie e dalla polvere.

Israele non ha mai consentito ad Al-Dimassi di tornare a Gaza, ma Gaza torna ancora nei suoi sogni. Nell’episodio finale del podcast racconta che in uno di questi “mi sono ritrovato su una montagna a Gaza. A sinistra vedo animali che pascolano. A destra sventola la bandiera palestinese. Vedo contemporaneamente la luna e il sole. Ho cercato di capire cosa significhi il mio sogno e vuol dire che Gaza tornerà. Un giorno ci sarà la pace.”

Ben Reiff è vice direttore di +972 Magazine e vive a Londra. Ha scritto per The Guardian, The Nation, New Statesman, Prospect e Haaretz ed è intervenuto su Punto d’Ascolto di Al Jazeera e sulla radio britannica LBC. È anche membro fondatore del collettivo editoriale Vashti Media [rivista britannica in rete che offre punti di vista ebraici e si rivolge alla sinistra britannica, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele. Come continuare ad essere una Super Sparta

Sylvain Cypel

23 marzo 2026 – Orient XXI

Dal 7 ottobre Israele conduce una guerra su più fronti: palestinese, libanese, siriano, iraniano, yemenita. Il suo primo ministro è rapidamente passato da una retorica della “difesa” all’esplicito progetto di “ridisegnare la cartina del Medio Oriente”. Ma per giustificare ciò bisogna inventarsi sempre un nemico.

E’ una faccenda recente passata relativamente inosservata. Può sembrare bizzarro, ma dice molto di quello che sono diventate in grande maggioranza la classe politica e la società israeliane. Ex-primo ministro dal giugno 2021 al giugno 2022, Naftali Bennett, politico religioso ultranazionalista ma che non ha aderito alle tendenze messianiche dei ministri Itamar Ben Gvir e Betzalel Smotrich, cerca di costruirsi un profilo di unificatore, e dunque di migliore alternativa al primo ministro Benjamin Netanyahu, nella prospettiva delle future elezioni legislative previste tra otto mesi, se non verranno anticipate. Dunque, come posizionarsi in Israele quando si vuole mostrare la propria differenza? Essendo, oserei dire, più papista del papa. Cioè, nei tempi che corrono, dimostrarsi ancor più bellicosi di Netanyahu.

Bennett ha trovato. Lo sa lui quale sarà la prossima guerra esistenziale che Israele dovrà imperativamente condurre. Mentre Netanyahu progetta che la guerra contro l’Iran “durerà ancora parecchie settimane”1, e nello stesso momento in cui il presidente Donald Trump, al contrario, assicura che la guerra in Iran “terminerà piuttosto presto”, Bennett ha spiegato davanti a un gruppo di notabili dell’ebraismo statunitense in visita in Israele che “spunta una nuova minaccia: la Turchia.” Perché, “e lo dico alto e forte, la Turchia è il nuovo Iran”; Recep Tayyip Erdoğan, il presidente turco, “è un uomo raffinato e pericoloso che cerca di accerchiare Israele”, ha dichiarato Bennett, e il suo Paese sta tramando la creazione di una nuova alleanza che unirebbe “contro Israele l’Arabia Saudita e un asse sunnita ostile con il Pakistan nucleare”2.

Netanyahu non ha ritenuto necessario reagire. Quanto ad Al Jazeera, ha trattato Bennett con fin troppo rispetto titolando “Israele è già alla ricerca di un nuovo nemico regionale”3. E se fosse una reazione sana? Dopo l’euforia degli Accordi di Abramo e poi il terrorismo del 7 ottobre 2023, seguito dalla distruzione totale di Gaza e dei gazawi, dopo le guerre condotte in Libano e in Iran, ecco emergere una nuova minaccia esistenziale: il ritorno di una coalizione degli odiati sunniti, di cui i Fratelli Musulmani costituiscono il collante, spiega Bennett. Bisogna prenderne coscienza al più presto.

All’inizio c’è la militarizzazione

In realtà Israele ha avuto da sempre bisogno di un’imminente “minaccia esistenziale”. La sua storia, dalla conquista sionista della Palestina ai giorni nostri, non è che una sequenza, se non lineare almeno quasi costante, di conflitti armati. Questi hanno un’unica natura: sono sempre esistenziali. Per questo bisogna sempre agire “preventivamente”, checché ne dica un diritto internazionale obsoleto.

Le prime due alyiot, plurale di alyia, queste “salite” successive di immigrati ebrei europei in Palestina, si sono succedute dal 1881 al 1914. Fin da quel periodo si assistette all’istituzione di milizie attraverso le quali i coloni cercarono di espandere e rafforzare la loro presa sulla terra. Ma fu dopo la Prima Guerra Mondiale, quando il potere passò dagli Ottomani ai britannici, che si svilupparono queste milizie. L’Haganah (“Difesa”) si formò nel 1920. Questa milizia e altre meno importanti non si limitarono, come ancora oggi viene insegnato ai bambini israeliani, a “difendersi dagli attacchi contro gli ebrei”. Ambivano ad estendere il controllo dell’yishuv4 nell’appropriazione progressiva della terra. Per esempio, i kibbutz non erano solo un’oasi di socialismo, ma anche e soprattutto uno strumento armato di accaparramento della terra.

L’essenziale è capire che in Israele l’esercito raggiunse rapidamente uno status di intangibilità. Questa militarizzazione dell’impresa sionista comparve dunque quasi fin dai suoi inizi. E non è più cessata. Quando nel 1936 i palestinesi lanciarono la Grande Rivolta Araba contro l’occupazione britannica, le forze dell’Haganah funsero da truppe ausiliarie della repressione, che fu assolutamente terribile. Ben presto Orde Wingate [capitano dell’esercito britannico e sostenitore di una strategia offensiva contro i villaggi arabi, ndt.] venne distaccato presso l’Haganah per migliorare la formazione militare dei suoi membri, che appresero in particolare le tecniche “contro-insurrezionali” delle Special Nights Squads (Squadre Speciali Notturne). Fu lì che l’yishuv pose le basi del suo futuro esercito.

Dieci anni dopo il Regno Unito lasciò la Palestina. Dopo gli scontri per la conquista della terra che iniziarono nel 1947 e che scatenarono la Nakba, le forze dell’yishuv si scontrarono con milizie locali palestinesi o giunte dalla Siria e dalla Transgiordania. Il 15 maggio 1948 venne ufficializzata la creazione dello Stato di Israele. Gli Stati arabi l’attaccarono. Undici giorni dopo venne formalizzata la creazione dell’esercito israeliano (il cui l’acronimo ebraico è Tzahal, Forze di Difesa di Israele).

Il culto dell’esercito

Poi questo Stato non ha più smesso di essere in guerra in dimensioni più o meno importanti. Gli anni ‘50 sono stati punteggiati dalla lotta contro gli “infiltrati”, i palestinesi che avevano perso tutto durante la Nakba e che, in maggioranza, cercavano semplicemente di sapere cosa ne fosse stato delle loro terre e dei loro beni. Furono anche gli anni delle operazioni all’interno e al di fuori delle frontiere, come la partecipazione nel 1956 all’attacco franco-britannico (guerra di Suez) per far cadere il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, operazioni che, quasi tutte, erano accompagnate da massacri. Il più noto fu quello commesso nel 1956 nel villaggio di Kafr Kassem contro la minoranza palestinese in Israele.

Gli anni ‘60 sono stati quelli dell’espansione territoriale, la conquista della Cisgiordania, delle Alture del Golan in Siria e di Gaza e del Sinai in Egitto. Già percepita in precedenza come l’istituzione più ammirata del Paese, l’esercito divenne allora oggetto di un culto senza precedenti, anche se si impantanò in una lunga “guerra d’usura” lungo il canale di Suez. Gli anni ‘70 videro la prima importante sconfitta militare israeliana durante i primi tre giorni della guerra dell’ottobre 1973, seguiti da un rovesciamento spettacolare delle forze a favore di Israele.

Si potrebbe proseguire questa litania guerresca, in particolare le molteplici operazioni militari in Libano, da 1978 a oggi. L’essenziale è comprendere che in Israele l’esercito ha rapidamente raggiunto uno status di intangibilità, in quanto la popolarità di cui gode gli garantisce in ogni circostanza un’impunità indiscutibile. “Tsahal è l’esercito più morale al mondo”. Questa affermazione, aiutata da un’informazione totalmente censurata, serve a mascherare la realtà dei crimini di guerra commessi dall’esercito. Non venne reso pubblico alcunché dei massacri, di civili o di soldati disarmati, commessi nelle diverse guerre: nel 1948, certo, e si sa ormai che ce ne furono diverse decine, così come quello commesso a Gaza nel 1956 contro presunti fedayn, o quello di decine, o più probabilmente centinaia, di soldati egiziani catturati nel Sinai nel 1967 e uccisi, alcuni dei quali bruciati vivi. La censura militare impediva la diffusione di informazioni e la hasbara, la propaganda di Stato, era vigile. In realtà chi voleva poteva saperlo. Ma nella sua stragrande maggioranza la società ebraica israeliana ha sempre preferito arrogarsi lo status di eterna vittima, chiudere gli occhi e tapparsi il naso.

Un esercito che possiede uno Stato

Al contrario non era raro negli anni ‘50 e ‘60 che uno o due giovani dei kibbutz non ammessi alla scuola ufficiali (che vergogna!) si togliessero la vita. L’esercito era il massimo. Dagli anni ‘60 ai 2000 anche i governi israeliani erano composti per metà da generali in pensione. I primi ministri si chiamavano Yitzhak Rabin, Ehud Barak o Ariel Sharon: due ex-capi di stato maggiore e un’icona dell’esercito israeliano. I ministri della Difesa spesso erano ex-capi di stato maggiore e i generali affollavano molti altri ministeri. Non era lo Stato ad avere un esercito, era l’esercito ad avere uno Stato, si disperavano pochissimi israeliani.

Con il tempo questo esercito ha conosciuto dei cambiamenti importanti. Per un verso ha progressivamente perso parte della sua importanza a causa dell’ascesa per vent’anni nella società e nell’esercito del messianismo, per il quale niente né nessuno può essere più importante di Dio. Dall’altro si è pesantemente rafforzato sia come capacità operativa che commerciale. Il piccolo Stato di Israele non dispone solo di un esercito di 650.000 uomini (ufficiali di professione, soldati di leva e riservisti insieme) su una popolazione di poco più di 10 milioni di abitanti, una proporzione unica al mondo. Per fare un confronto, la Francia dispone di poco più di 200.000 militari su 69 milioni di abitanti. In qualche decennio Israele ha anche costruito un complesso militare-industriale che ne fa l’ottavo attore sul mercato mondiale degli armamenti e del materiale militare.

Da qui, oggi, i comportamenti paradossali dell’opinione pubblica israeliana. Le folle esultano ad ogni colpo contro “il nemico”, che sia palestinese, libanese, houti dello Yemen o iraniano. Poco importa che sia parte attiva del conflitto in corso o una persona qualunque. Ma parallelamente l’immagine dell’esercito è stata danneggiata in seguito al suo gigantesco fallimento del 7 ottobre 2023 e al fatto che Netanyahu non faccia niente per rimetterlo in sesto, al contrario. Per lui continuare a condannare solo i militari e i servizi di sicurezza interni per la responsabilità di un simile fallimento è anche l’unica possibilità di salvarsi dal possibile verdetto calamitoso di una commissione d’inchiesta riguardo alle sue responsabilità nell’accecamento che ha portato al 7 ottobre 2023, un verdetto che metterebbe fine alla sua carriera politica o, peggio, macchierebbe la sua immagine politica per sempre.

Imporre il suo ordine con la spada

Da allora Netanyahu si sta barcamenando, di fronte a una società ebraica israeliana che oscilla tra i timori diffusi per il domani e un sentimento di euforia da onnipotenza. Un giorno se la prende con l’esercito, esige l’allontanamento di questo o quel consigliere della sicurezza. Il giorno dopo glorifica i suoi molteplici successi, accaparrandosi i benefici di ogni nuova conquista territoriale in Libano, in Siria, altrove, facendosi così cantore di un avvenire ancora più glorioso.

Malgrado i segni di una evidente stanchezza, malgrado l’aumento del costo della vita e del numero di cittadini che lasciano il Paese, la popolazione, nella sua grande maggioranza, lo segue. Netanyahu spera di conservare il sostegno finché continuerà la guerra. Il fatto è che, come mostrano i sondaggi, resta l’uomo che agli occhi di gran parte dei cittadini ha fatto di Israele una potenza regionale di primo livello. Chi potrebbe resistergli in Medio Oriente? Chi oserebbe impedirgli di agire quando lo decide? Un giorno annuncia che intende “ridisegnare il volto del Medio Oriente”, un altro che manterrà le truppe nel Sud del Libano. I suoi partigiani esultano quando le bombe israeliane continuano a cadere su Gaza nonostante il “cessate il fuoco” ufficiale. Fa quello che vuole. E’ invulnerabile. E i suoi sostenitori vogliono credergli.

Il paragone di Israele con Sparta è un vecchio ritornello. In genere manifesta una forte critica verso lo Stato di Israele. Ma Netanyahu, al contrario, se ne appropria. Il 15 settembre 2025 ha dichiarato davanti a un pubblico di investitori e di responsabili economici israeliani che intende fare del suo Stato una “Super Sparta”5. Si ignora se sappia veramente cos’era Sparta, quella città militarizzata all’estremo e profondamente disuguale in cui regnava un ordine rigido e una totale assenza di democrazia. Ma dovrebbe ben sapere che, a differenza di Atene o Roma, Sparta è scomparsa senza lasciare all’umanità qualcosa che si possa qualificare di “civilizzatore”. Allora, perché fa di Sparta l’effigie di Israele? Il fatto è che l’essenziale è altrove. Sparta è un marchio, una piccola città che, nel V e IV secolo a.C., poté vincere tutti i suoi nemici, inclusa Atene, per estendere il suo impero dalla Grecia alla Persia. Regnare imponendo il suo ordine attorno a sé con la spada, essere una Super-Sparta, è il simbolo che piacerà ai suoi sostenitori.

Allora, si è detto Naftali Bennett, maledizione, ma certo! Per fare meglio di Netanyahu, perché, dopotutto, non fare in più la guerra alla Turchia? Poi ci si occuperà del Pakistan, in attesa di trovare altri bersagli.

Note

1. Neri Zilber et James Shotter, « Israel expects weeks-long war against Iran  » [Israele aspetta una guerra lunga settimane contro l’Iran], Financial Times, 8 marzo 2026.

2. L’ex-primo ministro israeliano Naftali Bennett afferma che “la Turchia è il nuovo Iran”, AllSides News, 4 marzo 2026.

3. Ibid.

4. Nome ebraico della comunità dei coloni ebrei in Palestina.

5. TheMarker e Jonathan Lis, ‘We are Super-Sparta ’: Netanyahu says Israel faces isolation, must shift to self-reliance  »[Siamo una Super-Sparta: Netanyahu afferma che Israele deve affrontare l’isolamento e deve passare all’autosufficienza], Haaretz, 15 settembre 2025.

Sylvain Cypel

E’ stato membro della redazione centrale di Le Monde e in precedenza direttore della redazione del Courrier international. E’ autore di “Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse” [I murati vivi. La società israeliana a un punto morto] (La Découverte, 2006) e di “L’État d’Israël contre les Juifs” [Lo Stato di Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




La verità sulla violenta espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948 non è una novità

Amira Hass

3 marzo 2026 – Haaretz

I documenti israeliani recentemente scoperti confermano ciò che i palestinesi affermano da decenni su espulsioni e massacri

“Migliaia di documenti recentemente scoperti permettono ora di raccontare la vera storia dell’espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948”, dichiara il sottotitolo di un altro inquietante articolo dello storico Adam Raz, pubblicato di recente. Il titolo non coglie nel segno. I palestinesi raccontarono la “vera storia” del ’48 da molto prima che questi documenti emergessero. L’essenza di quella storia è sempre stata chiara: l’esercito ebraico li espulse intenzionalmente, e uno dei mezzi impiegati furono omicidi e massacri.

Il sottotitolo non è del tutto coerente con l’articolo stesso: Raz cita la letteratura e gli studi palestinesi – di Saleh Abd al-Jawad e Adel Manna – basati su testimonianze orali. Questi studi e opere letterarie, anche se pubblicati dopo la Nakba, attingevano alla conoscenza diretta di quanto era accaduto. Questa conoscenza proveniva da centinaia di migliaia di persone che avevano vissuto gli eventi mentre si svolgevano.

Anche se questa conoscenza non fu immediatamente trascritta, verificata con metodi storici convenzionali o tradotta in ebraico, essa trasmetteva la vera storia fin dall’inizio. Era la conoscenza degli espulsi, dei sopravvissuti, degli “assenti presenti”, delle sorelle in lutto e degli abitanti del villaggio che cercavano di raggiungere – “infiltrarsi”, nel nostro linguaggio – i loro vigneti per raccogliere i frutti dagli alberi piantati dai loro genitori. Apparteneva ai giovani che cercavano vendetta con le armi, agli studenti che cantavano il ritorno in patria e ai fondatori delle organizzazioni di liberazione.

Presentare tali documenti come se fossero gli unici a rivelare la verità – o come se la verità esistesse solo una volta che vengono alla luce significa concedere all’autore del reato in esclusiva la prima e l’ultima parola nello stabilire quale sia la storia vera.

Le ipotesi dei ricercatori – e spesso le loro conclusioni esplicite – tratte da queste testimonianze e dal chiaro schema che ne emergeva si sono dimostrate più accurate delle affermazioni di coloro che davano priorità ai documenti scritti sopra ogni altra cosa. Ad esempio: che l’espulsione fosse pianificata piuttosto che spontanea e che gli atti di massacro fossero più numerosi di quanto inizialmente riportato.

Raz osserva che dei 17 milioni di documenti conservati negli Archivi di Stato israeliani e negli Archivi dell’IDF e dell’Ente di Difesa oltre 16 milioni sono inaccessibili al pubblico. Il loro occultamento è deliberato. Si può ragionevolmente supporre che se questi documenti avessero contraddetto le testimonianze orali sulla Nakba e sulla Guerra d’Indipendenza ebraica lo Stato si sarebbe affrettato a renderli pubblici.

Quindi un sottotitolo più accurato avrebbe potuto recitare: “Migliaia di documenti scoperti per caso e rivelati grazie ai tenaci sforzi dell’Istituto Akevot [Organizzazione fondata nel 2014 con l’obiettivo di sostenere il lavoro dei difensori dei diritti umani anche ampliando l’accesso del pubblico agli archivi del governo israeliano, n.d.t.] confermano la vera storia raccontata dai palestinesi sul ’48 – una storia che la società israeliana si è rifiutata di ascoltare”.

“La storia di ogni società esistita fino ad oggi è la storia di lotte di classe… oppressori e oppressi… in costante opposizione l’uno all’altro”, scrissero Karl Marx e Friedrich Engels nel “Manifesto del Partito Comunista”. Potremmo ampliare questa formulazione per includere le lotte di genere, interetniche e nazionali. La verità sullo sfruttamento, l’oppressione e il profitto a spese altrui esiste con o senza documentazione.

I documenti – soprattutto quelli prodotti dagli oppressori e profittatori, da chi ha espulso e da chi ha massacrato – aggiungono dettagli cruciali. Consentono precisione: la sequenza degli eventi, le date, i tipi di armi e munizioni, i nomi di coloro che hanno impartito gli ordini, nonché i moventi e gli obiettivi definiti dai loro autori. Ma presentare tali documenti come se fossero gli unici a rivelare la verità – o come se la verità esistesse solo una volta che essi vengono alla luce – significa concedere in esclusiva all’autore del reato la prima e l’ultima parola nello stabilire la verità storica.

Questa assurda gerarchia è familiare a qualsiasi giornalista che si occupi di questioni palestinesi e non consideri il proprio ruolo come un rafforzamento della narrazione israeliana sulla sicurezza. Le testimonianze palestinesi sono generalmente considerate dagli israeliani come materiale giornalistico di qualità inferiore. Un video o una foto incriminanti – ad esempio, di un attacco di coloni, di abusi da parte di un soldato o di una guardia carceraria, o di un detenuto rilasciato dalla custodia dell’Israel Prison Service che sembra appena uscito da un campo di concentramento – hanno maggiori probabilità di essere accettati come prova credibile.

In cima a questa gerarchia di “verità” c’è il documento segreto israeliano trapelato o la dichiarazione di un funzionario israeliano. Ottenere tale materiale è considerato giornalismo investigativo. Di solito conferma – spesso non in tempo reale e solo dopo che sono già stati arrecati gravi danni – le testimonianze palestinesi, respinte come inferiori, accumulate in precedenza.

Ad esempio: il movente dell’espropriazione alla base della dichiarazione di “zone di tiro”, la forza sproporzionatamente letale usata per reprimere le manifestazioni nelle prime settimane della seconda intifada, il fuoco delle IDF contro gli abitanti di Gaza in fuga con bandiere bianche durante la guerra del 2008-2009, l’uso proibito del fosforo bianco contro i civili e la designazione di intere famiglie come obiettivi legittimi nella guerra del 2014. Queste pratiche non sono iniziate il 7 ottobre 2023. Eppure, i resoconti basati sulle testimonianze palestinesi acquisiscono valore solo una volta confermati da un’autorità della sicurezza[israeliana] o da un documento scritto israeliano.

A causa di questa gerarchia giornalistica distorta, quando le testimonianze orali si accumulano – una dopo l’altra, rivelando lo stesso schema in luoghi e tempi diversi, come l’uccisione di palestinesi, compresi bambini, che non rappresentavano una minaccia per nessun soldato – una singola smentita da parte del portavoce delle IDF è sufficiente a spingerle nella cantina dell’attenzione pubblica israeliana.

Ma per quanto profonda possa essere quella cantina, la vera storia – del nostro potere distruttivo, letale, espropriante ed espulsivo – rimane intatta e valida, e va ricercata al di fuori di questo potere.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“Questa è una nuova Nakba”: come oltre 100 palestinesi della Cisgiordania hanno dovuto lasciare le proprie case in un solo giorno

I contadini, sottoposti a costanti soprusi, demoliscono le case e vendono le greggi mentre alcuni volontari organizzano “spostamenti protetti” per tenere lontane le pecore dei coloni. “Uomini in perfetta forma fisica hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni per proteggerli” dice l’osservatore Amir Pansky, definendola la più disgustosa pulizia etnica possibile

Matan Golan

13 gennaio 2026 – Haaretz

A Ras Ein al-Auja il suono della saldatura del metallo è continuato tutta la notte. Sempre più famiglie hanno iniziato a impacchettare le proprie cose preparandosi a lasciare le loro case a causa delle crescenti vessazioni subite da parte dei vicini avamposti dei coloni.

Domenica pomeriggio Yousef ha venduto il suo gregge di pecore. I suoi vicini hanno demolito il recinto, mentre altri hanno fatto altrettanto con la casa. Allo stesso tempo attivisti di sinistra sono stati chiamati per fornire agli abitanti protezione mentre se ne andavano.

Uno degli uomini è scoppiato a piangere vicino al camion carico di quello che aveva in casa. “Questa è una nuova Nakba,” dice il suo vicino, Husseini. “Ognuno se ne sta andando in zone diverse. Alcuni ad Auja, altri a Gerico, a Taybeh o nella zona meridionale del Monte Hebron. Abbiamo vissuto qui per 40 anni, dopo essere stati obbligati a lasciare Masafer Yatta [nel sud della Cisgiordania, ndt.] nel 1967, ma ovunque andiamo ci seguiranno, questo ci hanno detto i coloni.”

Il gregge di pecore della famiglia è stato caricato su un camion a due piani, le pecore sotto e gli agnelli sopra. “Porteremo le pecore lontano sulle montagne,” dice Husseini, indicando verso ovest. Dallo scoppio della guerra i coloni hanno impedito loro di uscire al pascolo, obbligandoli a comprare fieno per il gregge con i propri soldi. Oltre a temere i vicini che vivono negli avamposti dei dintorni, gli abitanti di Ras Ein al-Auja affermano di non poter continuare a vivere in questo modo dal punto di vista economico. “Non abbiamo futuro,” dice una persona del posto.

Husseini racconta che i coloni che sono passati vicino a casa sua la settimana scorsa gli hanno gridato: “Vi abbiamo sconfitti.” Dice che gli abitanti sapevano che stava per arrivare l’ora di partire. “É lo stesso gruppo di coloni, agiscono in base a un piano. Il governo sta con loro, così come l’esercito e la polizia. Ogni volta si concentrano su una comunità diversa, la obbligano ad andarsene e poi prendono la terra su cui essa si trovava,” aggiunge. “Alla fine nulla importa, né i medi né le pressioni internazionali, ci riescono. Dopo averci tagliati fuori e impedito di sopravvivere non rimane altro da fare. È questa la democrazia di cui sono così orgogliosi?”

La comunità è divisa in varie aree. Nella primavera del 2024 i coloni hanno fondato un nuovo avamposto a centinaia di metri da quella a nord ovest, con una mandria di cammelli e un gregge di pecore. Circa una settimana e mezza fa i coloni hanno costruito un’espansione dell’avamposto nei pressi delle case dei contadini. Giovedì circa 100 persone hanno deciso di lasciare le proprie case,

ma non tutte le famiglie. Alcuni hanno detto di voler rimanere e guardano i loro vicini prepararsi ad andarsene. Nel pomeriggio di venerdì le greggi dei coloni sono tornate a scorrazzare nelle zone che circondano la comunità.

Per la prima volta attivisti di sinistra hanno fornito “spostamenti protetti” ininterrottamente nel villaggio per tener lontane le greggi di coloni dalle zone residenziali, mentre altri avevano il compito di consentire agli uomini che avevano lavorato 12 ore per demolire le strutture di riposare un po’ per il giorno successivo. Dopo che un gregge dei coloni si è fermato nel villaggio gli attivisti sono stati chiamati per portarlo via. I bambini hanno chiesto a uno degli attivisti, trattato dai contadini come un membro della famiglia, se anche questa volta aveva portato nella sua macchina palloni da calcio. Stavolta non lo aveva fatto.

“È straziante,” afferma Amir Pansky di Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi, organizzazione israeliana contro l’occupazione, ndt.] con gli occhi lucidi: “Non è la prima espulsione che vedo, ma è la peggiore. Ci sono persone con cui siamo stati per tre anni, conosciamo le famiglie, i genitori. E’ semplicemente del tutto surreale.”

Pansky dice che il governo potrebbe evacuare ufficialmente il villaggio e sostenere i costi, ma invece si nasconde dietro a tredicenni che se ne occupano al suo posto. “Uomini (palestinesi) nel fiore degli anni hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni che li proteggano dai pastori inviati dai consigli regionali [strutture amministrative dei coloni, ndt.] e da organizzazioni sioniste religiose,” aggiunge. “Questa è la forma più degradante di espulsione etnica che si possa immaginare.”

Vestiti lavati pendono dai fili per stendere i panni e su barriere di metallo di ogni casa in previsione di peregrinazioni e dell’ignoto. Una donna con un vestito colorato sta sulla soglia della sua casa di lamiera mentre le sue figlie saltano su un logoro divano. “Mio marito va a lavorare e io rimango con le piccole,” dice. “Originariamente recintavamo il cortile per segnare i confini della casa, ma abbiamo aggiunto i cancelli a causa dei coloni. Stanno sempre girovagando qui intorno, a volte entrano perfino dentro. Abbiamo sempre sperato che loro, i coloni, e non noi, se ne andassero. È una buona zona, è duro lasciare una terra così fertile,” aggiunge.

La parte occidentale della comunità è stata abbandonata da giovedì. Solo qualche cane spaventato vaga tra ciò che rimane dell’espulsione. Nel campo arato in cui i bambini giocavano a calcio non rimane che un pallone giallo.

Lunedì, quando il sole è sceso, le greggi dei coloni hanno attraversato il villaggio. Un giovane delle colline [gruppo di giovanissimi coloni estremisti molto violenti, ndt.] mascherato ha fatto una “V” con le dita nei pressi delle rovine delle case accompagnato dal compiacimento dei coloni con sorrisi nervosi sul volto. L’autista del veicolo di una pattuglia dell’esercito fa segno verso i giornalisti con il gesto delle tre dita. Dall’altro lato della strada una ragazzina in tuta da ginnastica rosa controlla gli oggetti sul terreno, preparandosi a lasciare il posto che è stata la sua casa.

L’IDF ha dichiarato che “alla luce delle crescenti frizioni nella zona l’esercito rafforzerà la sua presenza operativa a Ras Ein al-Auja.” Secondo l’esercito “forze dell’IDF sono entrate nella zona in base alle richieste e alle necessità operative per impedire scontri tra la popolazione e conservare l’ordine e la sicurezza nella zona.”

L’IDF sottolinea che “la condotta delle forze come descritta nell’articolo non è accettabile ed è oggetto di controllo. Ai soldati dell’IDF è richiesto di agire in base agli ordini e ai regolamenti.” Aggiunge che “il processo di verifica della proprietà delle terre non è ancora stato completato.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Mentre a Gaza il genocidio continua la Cisgiordania è spinta verso una nuova Nakba

Penny Green

11 gennaio 2026 – Middle East Eye

La distruzione dei campi profughi di Jenin e Tulkarem da parte di Israele sta strappando le famiglie alle loro case, svuotando le comunità e accelerando la cancellazione dei palestinesi.

Il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele non si è mai limitato alla sola Gaza.

In nessun luogo ciò è così evidente come nei campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, devastati, sfregiati dalle bombe, spettrali, distrutti e svuotati da Israele come duro monito per i palestinesi sulle conseguenze della resistenza all’occupazione e al genocidio.

Questo progetto coloniale pluridecennale in Palestina presenta molteplici livelli di annientamento. Mentre il mondo, sebbene attraverso una lente distorta, si è concentrato sulla catastrofe che ha colpito Gaza, Israele ha fatto in modo che in Cisgiordania i suoi piani per l’eliminazione dei palestinesi procedessero rapidamente.

L’espansione degli insediamenti coloniali, gli attacchi dei coloni, protetti dalle forze israeliane, contro gli agricoltori, i furti sistematici di bestiame, la distruzione delle scuole e delle case dei villaggi e lo sradicamento forzato dei palestinesi nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a Gerusalemme Est costituiscono tentativi sistematici volti a distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese e il suo legame con la sua antica patria.

Durante una recente visita nella Cisgiordania settentrionale ho assistito alla distruzione fisica dei campi profughi e sono rimasta colpita da quanto le vite dei palestinesi rispecchino in quel luogo la devastazione affrontata dai profughi a Gaza.

È stato un chiaro richiamo al fatto che questo genocidio prende di mira tutti i palestinesi della Palestina storica.

Tra il 21 gennaio e il 9 febbraio 2025 Israele ha lanciato l’Operazione Muro di Ferro, prendendo di mira presunti “elementi terroristici” in tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale.

Il presidente del Comitato Pubblico di Nur Shams, Nihad Shawish, 52 anni, ci ha detto: “Proprio come a Gaza, stanno cercando di affermare che il campo profughi è un centro di terrorismo. Ma in realtà la resistenza è composta solo da poche persone in cerca di libertà”. E, proprio come a Gaza, tutti i palestinesi sono considerati da Israele “terroristi” e obiettivi da eliminare.

Nel corso dell’operazione, durata 19 giorni, circa 40.000 rifugiati provenienti dai campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati allontanati con la forza dalle loro case da forze speciali israeliane pesantemente armate, con l’uso veicoli blindati, droni e bulldozer.

L’Unrwa, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ha descritto l’offensiva israeliana come “la più prolungata ed estesa ondata di espulsioni dal 1967”. Si stima che il 43% dei campi profughi di Jenin, il 35% di Nur Shams e il 14% di quelli di Tulkarem siano stati distrutti o gravemente danneggiati.

Gli edifici su entrambi i lati dei vicoli nel campo di Nur Shams, che si estendeva dalla strada principale di collegamento tra Nur Shams e Tulkarem fino alla sommità del campo, sono stati bombardati o rasi al suolo per allargare i viottoli larghi due metri e trasformarli in strade larghe 12 metri accessibili ai carri armati. Tutti gli abitanti sono stati espulsi.

Viaggi dell’apartheid

Anche il viaggio verso questi campi devastati mette in luce, a ogni svolta, la brutale realtà dell’apartheid israeliano.

Attraversare la Cisgiordania è una sfida quotidiana di resistenza per i palestinesi. Un sistema stradale dell’apartheid significa che, mentre le illegali colonie israeliane sono collegate da scorrevoli autostrade per Gerusalemme e Tel Aviv, i palestinesi sono costretti a viaggiare su strade dissestate e tortuose e ad attraversare tunnel bloccati da infiniti posti di blocco e da imponenti barriere stradali gialle.

Un viaggio che richiederebbe 20 minuti sulle strade dei coloni per i palestinesi dura tre ore o più.

Durante il tragitto da Ramallah a Tulkarem ci siamo imbattuti in un nuovo spettacolo del suprematismo israeliano: enormi bandiere israeliane fiancheggiavano entrambi i lati dell’autostrada ogni 10 metri. Per gli osservatori esterni potrebbero riflettere una crescente insicurezza da parte di Israele, ma per i palestinesi sono semplicemente un’altra forma di intimidazione.

Abbiamo attraversato il bellissimo villaggio di Sinjal, ora circondato da recinzioni di filo spinato alte 30 metri. Tutti gli ingressi, tranne due, sono stati sigillati permanentemente da Israele, mentre i restanti due possono essere chiusi in qualsiasi momento a discrezione delle forze israeliane. Gli abitanti del villaggio non hanno alcuna spiegazione sul perché siano stati presi di mira in modo così feroce, se non che si tratti di “un altro atto di occupazione”.

Dalla mia ultima visita nel 2022 il progetto di insediamento coloniale si è ampliato notevolmente.

Incoraggiato dall’impunità internazionale e da un governo di estrema destra in cui i coloni detengono ministeri chiave, Israele ha approvato la legalizzazione o la costruzione di 69 nuovi insediamenti.

“Stiamo promuovendo una sovranità di fatto”, ha dichiarato il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich annunciando i piani per oltre 3.400 case nelle colonie nell’ambito del progetto E1, che collegherebbe vasti blocchi di insediamenti coloniali nella Gerusalemme Est occupata a Maale Adumim, isolando così fisicamente i palestinesi di Gerusalemme Est da quelli della Cisgiordania occupata.

Abbiamo attraversato il grande insediamento illegale di Eli, in continua espansione, arroccato su una collina, con le sue orribili case dai tetti rossi, esse stesse una dichiarazione di intenti genocidi, una minaccia al benessere degli abitanti palestinesi del villaggio, che hanno visto i loro ulivi sradicati e hanno subito violenti attacchi.

Eli è anche noto per la sua accademia pre-militare Bnei David, che addestra coloni per il grado di ufficiali in unità di combattimento d’élite.

Abbiamo attraversato stazioni di servizio che i palestinesi non possono utilizzare e nuovi avamposti coloniali che deturpano antichi terrazzamenti e uliveti. Questi orribili avamposti illegali inevitabilmente si trasformeranno in orribili insediamenti coloniali illegali.

Una strada vicina, visibile ma non percorribile, ci avrebbe portato a Tulkarem in meno della metà del tempo. Ma Israele l’ha vietata a tutti i palestinesi.

Invece abbiamo percorso strade dissestate, fermandoci a posti di blocco improvvisi dove giovani soldati minacciosi decidevano se il nostro viaggio sarebbe continuato o terminato. A un certo punto abbiamo preso una strada alternativa per evitare un ulteriore posto di blocco.

Questi continui atti di apartheid sono progettati per rendere la vita dei palestinesi così insopportabile da costringerli ad abbandonare la loro terra.

Gaza in Cisgiordania

Percorrendo una strada sterrata dissestata abbiamo finalmente raggiunto Tulkarem. Le rovine del campo profughi di Nur Shams, la cui intera popolazione era stata espulsa con la forza a gennaio, si trovavano alla nostra sinistra.

Il campo è ora una spettrale città fantasma, con circa un terzo dei suoi edifici completamente o in gran parte distrutti. Grandi aree vuote sono state scavate nel cuore di Nur Shams dalle ruspe israeliane. Centinaia e centinaia di case sono state demolite probabilmente per creare accessi per veicoli blindati e carri armati.

Una Stella di David blu è stata dipinta con vernice spray su quella che un tempo era la casa di un rifugiato palestinese, ora utilizzata come base militare. Non è rimasto nessuno. Mentre salivo su un tumulo per scattare una fotografia, due passanti mi hanno intimato con urgenza di scendere. “I cecchini sparano a chiunque e senza preavviso”, hanno gridato.

I rifugiati hanno raccontato che, non appena hanno invaso i campi, le forze israeliane hanno interrotto tutte le comunicazioni e i servizi. Internet, elettricità e acqua sono scomparsi all’istante. Questi rifugiati espulsi sono stati letteralmente gettati nel nulla. Alcuni hanno trovato parenti da cui stare, mentre molti altri hanno cercato rifugio in moschee, scuole abbandonate, sale per matrimoni e altri spazi pubblici. Ora vivono ai limiti della sopravvivenza.

È stato proprio come la Nakba, soprattutto perché non sapevamo dove stavamo andando… nessuno sapeva dove saremmo stati costretti a dirigerci”, ha detto Nihad.

I rifugiati che hanno trovato rifugio nella scuola rimasta in costruzione di El Muowahad nel villaggio di Thenaba, tra Nur Shams e Tulkarem, hanno descritto il terrore dei raid da parte di soldati armati fino ai denti, degli elicotteri d’attacco Apache che sorvolavano il campo, dei droni suicidi che esplodevano e della fuga frenetica dalle loro case con addosso solo i vestiti che indossavano.

“Il 26 gennaio hanno iniziato a far saltare in aria le nostre case e in sette giorni il campo è stato completamente svuotato”, ha ricordato Khaled, 50 anni, seduto esausto su una sedia di plastica nel corridoio della scuola in cui vive insieme a 21 famiglie del campo di Tulkarem.

“Nessuno se lo aspettava”, ha continuato. “Non ho portato via da casa nemmeno una maglietta. Ora è demolita.” Le case rimaste in piedi sono state date alle fiamme. Le espulsioni sono state violente. “Anche quando la Mezzaluna Rossa ci ha dato le medicine di cui avevamo bisogno i soldati ce le hanno strappate e le hanno gettate a terra”, ci ha raccontato Hakem, aggiungendo che più di 1.800 case nel campo di Tulkarem sono state distrutte.

Da quasi 12 mesi 122 rifugiati sfollati vivono nella scuola in costruzione condividendo locali angusti a gruppi di 10-12 persone. Le strutture sono poche o inesistenti,” ha spiegato Khaled.

“Quando siamo arrivati non c’era elettricità, quindi l’abbiamo collegata noi stessi.” A piano terra quattro bagni sono condivisi da uomini, donne e bambini. C’è una sola doccia. “Ci mettiamo tutti in fila come prigionieri”, ha aggiunto.

Una lavatrice serve tutte le famiglie. I vestiti sono appesi a ogni ringhiera mentre le persone cercano di aggrapparsi a piccoli rituali quotidiani mentre il loro campo giace in rovina a pochi metri di distanza.

“La vita nel campo era dura”, mi ha detto Nadia, 38 anni, “ma non quanto questa“.

Paesaggio distopico

A Tulkarem e Nur Shams le condizioni già disastrose per i rifugiati continuano a peggiorare. Inizialmente l’Unrwa forniva cibo e servizi, ma questo servizio è stato interrotto con l’entrata in vigore del divieto israeliano di operare nei territori palestinesi occupati.

“Il mio frigorifero è vuoto”, ci ha detto Hakem. “Lavoravamo tutti nelle città occupate, da Giaffa ad Haifa, da Gerusalemme a Tel Aviv. Ora viviamo sotto assedio senza possibilità di lavoro.”

Inoltre un ordine militare vieta loro di ricostruire le loro case distrutte. “Voglio solo tornare a vivere sulle macerie della mia casa”, ha aggiunto Hakem. “Cos’altro possiamo fare?”

Nadia mi ha mostrato un video girato da un vicino dopo che il campo era stato svuotato. Gli unici suoni in questo paesaggio distopico erano passi che scricchiolavano sui detriti e il suono spettrale del canto degli uccelli.

Hasan Khreisheh, un politico di Tulkarem che collaborava con le famiglie sfollate, ha descritto quanto accaduto nei campi della Cisgiordania settentrionale come qualcosa in linea con il progetto israeliano a Gaza, ma in una forma di “eliminazione silenziosa”.

Per il diciassettenne Ayhem, la cui istruzione è terminata quando la sua casa è stata demolita e la sua famiglia è stata costretta ad andarsene “è molto simile a quello che è successo a Gaza. Quando vedo Gaza in televisione, vedo esattamente quello che stiamo vivendo”. Dorme con nove membri della famiglia in una piccola aula scolastica. “Non ho vita sociale. I miei amici sono stati tutti costretti a trasferirsi in altre zone e il mio migliore amico è stato ucciso. Ho perso tutto.”

Vicino alla scuola si trova ciò che resta dell’ufficio del Comitato Pubblico di Nur Shams. Nonostante il trauma subito 10 volontari continuano a lavorare per sostenere le persone espulse dal campo. Dalla terrazza sul tetto osserviamo la devastazione di quelle che un tempo erano state le loro case.

“La mia casa è inabitabile”, dice Fatma, 70 anni, “ma sono pronta ad andare a vivere sopra le macerie. La dignità dell’essere umano è nella casa. Vedo la mia casa da qui, ma non posso raggiungerla.”

Nihad, il capo del Comitato, descrive la portata dell’assalto militare. La campagna israeliana all’interno dei sei quartieri di Nur Shams è iniziata il 9 gennaio. Centinaia di soldati, carri armati, veicoli militari e droni hanno preso d’assalto il campo costringendo tutti gli abitanti ad andarsene.

Chiunque si rifiutasse veniva ucciso fuori dalla propria abitazione per spingere le persone ad andarsene,” afferma. Le forze armate controllavano le vie che potevamo percorrere. Siamo stati costretti a metterci in fila e venivamo ripresi dai droni. Chiunque uscisse dalla fila veniva ucciso”.

“L’occupazione israeliana ha deciso di smantellare i campi”, continua. “A Nur Shams, con una popolazione di 13.000 abitanti, avevamo 400 edifici. Ogni edificio aveva più piani e unità abitative. Anche se una casa non è stata demolita con bulldozer ed esplosioni, le forze armate l’hanno incendiata per renderla inabitabile. Circa 2.300 famiglie sono state costrette ad andarsene e il 70% di loro vive in povertà.”

“All’interno dei campi non c’è acqua né elettricità. Mancano fognature e strade. L’intera infrastruttura è stata distrutta”, aggiunge Fatma.

Nihad lo dice senza mezzi termini: “Il campo è stato assassinato”.

Hanno anche preso di mira e distrutto il centro per i giovani, l’asilo, la sala matrimoni e il centro per disabili.

“Ritorno alle macerie”

Fatma, una leader molto rispettata della comunità di Nur Shams, descrive la sua esperienza la mattina dell’attacco: “Sono arrivati ​​alle 7 del mattino del 9 febbraio. Erano già dentro il campo. Hanno demolito metà della mia casa, ma noi siamo rimasti. Hanno usato uno dei nostri vicini come scudo umano. Sono venuti con i cani per perquisirci. Poi hanno preso possesso della nostra casa e l’hanno usata come caserma militare. Alla fine c’erano forse 100 soldati in casa mia”.

Fatma ha il cancro. I soldati hanno strappato i suoi certificati medici e distrutto la sua cisterna dell’acqua. “Hanno sparato al nostro piccolo televisore. Hanno distrutto la mia lavatrice e il mio frigorifero, che non avevo ancora finito di pagare.”

Mentre distruggevano case, mezzi di sussistenza e spazi comunitari, i soldati israeliani hanno commesso anche una serie di altri crimini, tra cui saccheggi palesi.

Hanno rubato le nostre cose davanti ai nostri occhi”, riferisce Fatma. “Mi hanno preso la borsa e rubato i 2.650 shekel che mi erano stati dati da una fondazione di Hebron per riparare la mia casa, oltre a due anelli d’oro, una collana, un braccialetto e una medaglia.”

Nonostante molti rifugiati affermino che torneranno alle macerie”, la realtà è desolante. La distruzione dei campi, l’espulsione dei loro abitanti e la più ampia campagna di Israele volta a rimuovere i palestinesi dalla loro terra rendono remote le loro possibilità di ritorno.

“‘Tornare alle macerie’ è solo uno slogan”, afferma Khaled. “Come possiamo tornare? Le forze israeliane sceglieranno chi può tornare, e chiunque abbia legami con i combattenti non potrà mai farlo. Ogni giorno c’è una nuova decisione che prende di mira le famiglie dei combattenti della resistenza. E ogni giorno vengono sottoposti a punizioni collettive”.

Khreisheh osserva che Israele ha recentemente annunciato che ad alcuni rifugiati potrebbe essere permesso di tornare, ad eccezione “delle famiglie dei martiri, dei feriti, dei prigionieri o dei militanti politici“. Questo, in pratica, escluderebbe quasi tutti.

Anche prendere in affitto un alloggio altrove in Cisgiordania è diventato sempre più difficile per i palestinesi sfollati. “Non abbiamo soldi e non abbiamo un posto dove andare”, dice Khaled. Ma la povertà è solo una parte del problema. I proprietari hanno paura di affittare ai rifugiati dei campi profughi

“Ogni volta che proviamo a prendere in affitto una casa”, spiega, “prima ci contano, poi ci chiedono da dove veniamo. Quando diciamo ‘Nur Shams’ o ‘campo di Tulkarem’, rispondono invariabilmente: ‘Non affitto casa a nessuno dei campi’. In un certo senso, lo capisco. Se un parente è in prigione, è un combattente o è stato ucciso, i proprietari temono incursioni. Quindi non ci concedono l’affitto.”

Tutti sono rifugiati

Tutti gli abitanti dei campi sono rifugiati, il loro status deriva dalle espulsioni di massa della Nakba del 1948 e dalla guerra israeliana del 1967.

Lo status di rifugiato, che giustamente si trasmette di generazione in generazionie, è inscindibile dal diritto al ritorno dei palestinesi. Attraverso il diritto internazionale e almeno cinque risoluzioni delle Nazioni Unite, tra cui l’articolo 11 della risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ai palestinesi è garantito il diritto al ritorno nelle terre da cui sono stati espulsi.

Un elemento centrale del progetto israeliano è sempre stato quello di impedire ai rifugiati del 1948 e ai loro discendenti di tornare alle proprie case.

Eppure tutti i rifugiati con cui ho parlato consideravano il loro status come la migliore garanzia per il ritorno.

In tutto il mondo vivono in esilio oltre sette milioni di rifugiati palestinesi. Per Israele la possibilità del loro ritorno è un incubo demografico e cerca di impedirlo a tutti i costi.

Khreisheh chiarisce che la distruzione dei campi profughi in Cisgiordania fa parte di un più ampio progetto genocida volto a eliminare l’idea stessa di campo profughi e lo status politico che conferisce. Molti altri hanno ribadito la stessa opinione.

I rifugiati e i loro discendenti sono gli unici testimoni della Nakba del 1948,” molti mi hanno detto, e ora Israele vuole far sparire i campi dei testimoni ed eliminare la questione palestinese”.

“Tutti coloro che sono fuggiti racconteranno una storia triste e dolorosa”, dice un rifugiato. “Case e terre rubate. Hanno replicato quanto accaduto nel 1948. La scena si sta ripetendo”.

“Stiamo passando da un dolore all’altro”, aggiunge un altro. “Questa occupazione vuole sradicare la gente da questa terra. Vogliono sbarazzarsi di tutti i testimoni dei crimini commessi fin dal 1948″.

La distruzione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem è un atto di genocidio calcolato. Distruggendo le comunità, smantellando l’Unrwa ed espellendo i rifugiati, Israele cerca non solo di espropriare i palestinesi delle loro case, ma di cancellare la loro storia, i loro diritti e le loro future rivendicazioni di giustizia, incluso il diritto al ritorno.

Come ha detto Nihad: “Vogliono porre fine allo status di rifugiato eliminando il campo, distruggendo la possibilità del diritto al ritorno e, per estensione, ogni possibilità di autodeterminazione palestinese”.

A Nur Shams il nostro obiettivo non è solo quello di tornare al campo, ma di tornare ai nostri villaggi d’origine. Questo è un nostro diritto storico. Non rinunceremo mai a questo diritto. Il campo è solo una tappa intermedia per noi. Tutti speriamo di poter tornare alle nostre terre d’origine”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)