Un obbiettivo alla volta: la logica che ha permesso ai progressisti israeliani di commettere genocidio

Yuval Abraham

20 ottobre 2025 – +972 Magazine

Attribuendo un obbiettivo militare ad ogni uccisione gli israeliani di ogni parte della popolazione hanno potuto partecipare ai massacri senza porsi il problema della moralità delle proprie azioni.

Pochi mesi dopo il 7 ottobre mi sono iscritto ad un corso introduttivo sul genocidio alla Open University di Israele. Il docente ha iniziato la prima lezione dicendoci – eravamo circa 20 studenti ebrei israeliani contattati su Zoom – che alla fine del semestre avremmo capito esattamente che cosa comporta il genocidio e saremmo stati in grado di spiegare perché Israele non sta commettendo un genocidio a Gaza.

In sintesi la sua argomentazione era la seguente: al massimo Israele potrebbe stare distruggendo Gaza, ma le sue azioni sono guidate da obbiettivi militari piuttosto che da un “intenzione di distruggere” un gruppo specifico “in quanto tale”, come specifica la Convenzione sul Genocidio. In assenza di questa intenzione, ha concluso, il termine genocidio non può essere impiegato.

Negli ultimi due anni ho pubblicato molte ricerche che rivelano dettagli sulla politica di fuoco illimitato di Israele a Gaza, parecchie delle quali hanno contribuito a formulare accuse legali di genocidio. Quando il Sudafrica ha presentato la sua denuncia contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel gennaio 2024, essa si basava in parte sul nostro esposto del novembre 2023 che rivelava la campagna di Israele di uccisioni di massa gestite dall’intelligenza artificiale dirette contro le case delle famiglie di sospetti militanti. Quando un comitato delle Nazioni Unite il mese scorso ha analogamente raggiunto la conclusione che Israele ha commesso un genocidio si è basato, in parte, su un’altra delle nostre ricerche che mostrava che l’80% dei morti a Gaza erano civili, secondo un data base dei servizi di sicurezza interni israeliani.

Eppure pochi delle decine di soldati ed ufficiali con cui ho parlato nel corso di queste ricerche, molti dei quali si sono offerti volontariamente come informatori, si ritenevano partecipi di un genocidio. Quando ufficiali di intelligence e comandanti descrivevano il bombardamento di case civili a Gaza spesso richiamavano la logica del docente dell’università: certo, possiamo aver commesso dei crimini, ma non eravamo assassini poiché ogni azione aveva uno specifico obbiettivo militare.

Per esempio, dopo il 7 ottobre l’esercito ha autorizzato i soldati ad uccidere fino a 20 civili allo scopo di assassinare un sospetto militante di Hamas di basso grado, oppure centinaia di civili se l’obbiettivo erano figure più importanti. La gran maggioranza di queste uccisioni sono avvenute in abitazioni civili dove non aveva luogo alcuna attività militare. Ma per la maggioranza dei soldati con cui ho parlato la mera esistenza di un sospetto obbiettivo militare, anche in casi in cui la fotografia dell’intelligence non era chiara, giustificava virtualmente qualunque numero di morti.

Durante un’altra ricerca un soldato mi ha raccontato come il suo battaglione abbia utilizzato droni a controllo remoto per sparare su civili palestinesi, compresi donne e bambini, mentre cercavano di tornare alle loro case distrutte in una zona occupata dall’esercito israeliano, uccidendo 100 palestinesi disarmati nell’arco di tre mesi. L’obbiettivo, mi ha spiegato, non era ucciderli per il gusto di farlo, ma per svuotare il quartiere e renderlo così più sicuro per i soldati di stanza lì.

Un’altra soldatessa ha raccontato di aver preso parte ad un bombardamento di un intero blocco residenziale, comprendente oltre 10 edifici multipiano e un grattacielo, tutti abitati da famiglie. Sapeva in anticipo che facendo ciò lei e la sua squadra avrebbero probabilmente ucciso circa 300 civili. Ma l’operazione, ha spiegato, si basava su informazioni secondo cui un comandante di Hamas di livello relativamente alto avrebbe potuto essere nascosto da qualche parte sotto uno di quegli edifici. In assenza di informazioni più precise hanno distrutto l’intera zona nella speranza di ucciderlo.

La soldatessa ha ammesso che l’attacco è stato un massacro. Ma a suo parere non era questa l’intenzione: l’obbiettivo era colpire il comandante, che avrebbe potuto anche non essere là.

Questo schema di focalizzazione sull’obbiettivo ha svolto un ruolo cruciale nel consentire agli israeliani comuni di partecipare al genocidio, forse più ancora della sola obbedienza, che normalmente viene considerata la principale motivazione in simili contesti. Considerando ogni azione violenta come un compito a sé stante, dal prendere di mira un militante di Hamas al mettere in sicurezza una zona, i soldati possono evitare di confrontarsi con il proprio ruolo nel massacro di massa di civili.

Inoltre questo atteggiamento mentale diventa più facile da sostenere in un periodo di intelligenza artificiale e di grandi numeri. Queste tecnologie possono raccogliere ed analizzare informazioni su un’intera popolazione quasi istantaneamente, mappando gli edifici e i loro abitanti con presumibile precisione. In tal modo producono un continuo flusso di apparenti giustificazioni militari, creando una parvenza di legalità per una politica di uccisioni di massa. Infatti l’intelligenza artificiale ha permesso a Israele di trasformare un caposaldo del diritto internazionale – l’obbligo di attaccare soltanto obbiettivi militari – in uno strumento che legittima ed accelera proprio quel massacro che si intendeva impedire.

Motivazioni sovrapposte

Mentre un fragile cessate il fuoco mediato dagli USA entra in vigore a Gaza, gli sforzi globali per garantire responsabilità e giustizia continueranno a pieno ritmo. La denuncia del Sudafrica alla CIG continuerà a far rumore, mentre Israele e i suoi sostenitori, compresi i governi occidentali, tenteranno di screditare le accuse di genocidio allo scopo di evitare le conseguenze legali di una simile sentenza. Nel far questo continueranno ad indicare pretesi obbiettivi militari dietro ogni specifico attacco, come fa normalmente l’esercito in risposta ai nostri rapporti.  

L’abitudine degli autori del genocidio di invocare la “sicurezza” come giustificazione della violenza di massa è ben documentata, giustficando le azioni di brutalità in un più ampio schema di autodifesa. Ma qualunque inconsistente scusa venga avanzata per ogni caso, gli attacchi di Israele sono stati condotti innegabilmente con la totale consapevolezza che avrebbero comportato la distruzione di un altro popolo. Il risultato è un numero di morti palestinesi che si ritiene superi i 100.000 e il quasi completo annientamento della Striscia di Gaza.

Tuttavia focalizzarsi solo su come ogni singolo atto di violenza si è sommato fino a creare una complessiva realtà di genocidio significa anche non cogliere il punto. Per molti leader israeliani la morte e la distruzione di massa era l’intento. Dalla deliberata riduzione alla fame di due milioni di persone e l’uccisione di chi cercava gli aiuti, fino al radere al suolo sistematicamente intere città e agire attivamente per l’espulsione di massa, l’eliminazione dei palestinesi di Gaza come obbiettivo in quanto tale era ampiamente chiara.

Soprattutto dopo che Israele ha violato il precedente cessate il fuoco di marzo, qualunque [giustificazione come, n.d.t.] obbiettivo militare si potesse dire esistesse è diventata anche più esile. Ciò che è rimasto è una nuda logica omicida che l’esercito raramente si è preoccupato di giustificare in termini militari.

Questa motivazione è chiara non solo nei fatti ma anche a parole. Come ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu a maggio: “Continuiamo a demolire le case: non hanno dove ritornare. L’unica via di uscita sarà la volontà dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia.” L’ex capo dell’intelligence militare Aharon Haliva è entrato in dettagli anche più specifici: “Per tutto ciò che è accaduto il 7 ottobre, per ognuno di noi che è morto il 7 ottobre, 50 palestinesi devono morire. Non importa adesso se bambini o no. Non sto parlando di vendetta ma sto mandando un messaggio per le future generazioni. Hanno bisogno di una Nakba adesso e poi soffrirne il prezzo.”

Ma essenzialmente le motivazioni legate a un obbiettivo e quelle genocidarie non si escludono a vicenda: anzi, si rafforzano una con l’altra. E questa sovrapposizione allarga la base di coloro che intendono partecipare al massacro.

I soldati apertamente favorevoli al genocidio – e ce n’erano molti – hanno raso al suolo la città di Rafah per fare pulizia etnica dei palestinesi, mentre quelli con una percezione più liberale di sé stessi l’hanno distrutta per “creare una zona cuscinetto di sicurezza”. Haliva considerava il bombardamento di case civili come un atto di vendetta, mentre soldati più turbati da simili giustificazioni potevano raccontarsi che è stato fatto per colpire un bersaglio al loro interno.

La mentalità orientata ad un obbiettivo frammenta la distruzione di un popolo e la inserisce in migliaia di azioni isolate, ognuna giustificata di per sé, nessuna riconosciuta come parte di una più ampia campagna di genocidio. Ciò consente ad alcuni di coloro che la conducono di ignorare l’intento generale, nemmeno se leader come Netanyahu e Haliva lo esplicitano chiaramente. Per parafrasare il vecchio detto: concentrandosi su un singolo albero non vedono la foresta del genocidio.

Il genocidio come disegno morale

Ciò che sta al cuore di queste giustificazioni è la disumanizzazione dei palestinesi. I soldati che hanno massacrato 300 persone per uccidere un solo militante di Hamas mi hanno detto che probabilmente non lo avrebbero fatto se anche un solo bambino ebreo si fosse trovato nell’edificio.

La disumanizzazione va in due direzioni: non solo trasforma le vittime in una minaccia mostruosa, ma fa anche l’opposto, riducendole a polvere, rimpicciolendole fino a farle scomparire. Ecco come un soldato che compie una determinata missione può giustificare l’uccisione di 300 persone. Non le vede come 300 singoli esseri umani, ma solamente come dati di un software che calcola “i danni collaterali”.

Molti ebrei israeliani hanno interpretato gli sviluppi degli ultimi due anni attraverso il linguaggio dell’olocausto. Un amico d’infanzia che è diventato ufficiale di carriera nell’esercito, e che non mi parla più, ha scritto su Facebook che prima del 7 ottobre si è impegnato a seguire le testimonianze pubbliche di sopravvissuti all’olocausto “per traumatizzarsi il più possibile” e in tal modo trovare uno scopo nel suo lavoro. Dopo il massacro di Hamas, che lui considera un’azione degli odierni nazisti, ha scritto che ora può capire a fondo il dolore dei sopravvissuti all’olocausto.

Altri in Israele e nel mondo, me compreso, hanno visto il massacro di Israele di civili, i bambini di Gaza che muoiono di fame, le fosse comuni e i continui sfollamenti forzati ed hanno considerato quegli stessi eventi dalla prospettiva opposta.

E’ impressionante che l’immaginario dell’olocausto possa essere usato sia per giustificare la distruzione di Gaza sia per opporvisi. Questo paradosso parla del potere del genocidio come linguaggio morale prevalente nel nostro tempo e del fatto che i palestinesi devono spesso tradurre la propria sofferenza nei termini di quel linguaggio per essere anche solo ascoltati come vittime.

Tuttavia vedere gli ultimi due anni non solo attraverso il prisma del genocidio ma anche come una seconda Nakba – un duraturo progetto di eliminazione finalizzato a distruggere sia un popolo che lo spazio in cui vive – può avvicinarci a comprendere la natura delle azioni di Israele. Mentre il genocidio è spesso considerato violenza fine a sé stessa, la Nakba rappresenta una violenza che ha uno scopo: la rimozione e la sostituzione di un popolo.

Eppure, in quanto ebreo israeliano posto di fronte agli orrori degli ultimi due anni, non posso non pensare in termini di olocausto. La distruzione di Gaza mi ha permesso di comprendere meglio non solo le storie delle vittime, ma anche quelle degli autori – la maggioranza silenziosa che ha favorito le atrocità con le proprie azioni e con le storie che si racconta per giustificare tutto questo.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il “Piano di pace” di Trump per Gaza: il buono, il brutto e il cattivo

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

29 settembre 2025 The Palestine Chronicle

Questa analisi esamina il “Piano di pace” di Trump per Gaza, delineandone i potenziali vantaggi, le insidie ​​e le contraddizioni di fondo

È ancora troppo presto per emettere un verdetto definitivo sulla proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra e al genocidio israeliani a Gaza.

Da diversi giorni circolano sui media indiscrezioni sulla natura della proposta, per lo più attribuite a funzionari statunitensi anonimi. Lunedì la Casa Bianca ha finalmente rivelato i punti principali del piano. L’idea è stata presentata dallo stesso Trump durante una conferenza stampa a Washington congiunta con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Anche lì hanno continuato a emergere contraddizioni. Ad esempio, l’ultima versione della proposta richiede che la Resistenza palestinese “abbandoni le armi”, mentre precedenti indiscrezioni si riferivano specificamente alla rinuncia di Hamas alle “armi d’attacco”, un termine vago e indefinito.

Finora né Hamas né alcun altro partito all’interno della Resistenza Palestinese ha rilasciato una risposta formale. In precedenza tuttavia un alto funzionario di Hamas, Husam Badran, aveva dichiarato ad Al-Jazeera che l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair – che si vociferava avrebbe avuto un ruolo in qualsiasi meccanismo di ricostruzione o di transizione – non era benvenuto a Gaza in nessuna circostanza.

Alla luce di tutto ciò ecco alcuni commenti iniziali sulla proposta e sulla sua capacità di soddisfare– o meno – le aspettative di Israele e della Resistenza Palestinese.

Il Buono

Per prima cosa Israele non occuperà né annetterà la Striscia di Gaza.

Se sia Washington che Tel Aviv fossero sinceri su questo punto, si tratterebbe di un risultato importante per la Resistenza palestinese. Fin dall’inizio del genocidio le organizzazioni palestinesi hanno ripetutamente affermato che non si permetterà a Israele di occupare un solo centimetro di Gaza.

Inoltre Netanyahu ha dichiarato innumerevoli volte che l’obiettivo finale di Israele è il controllo totale della Striscia e che non cederà su questo punto. Se il piano di Trump lo costringesse a farlo, questo segnerebbe una battuta d’arresto decisiva per gli obiettivi bellici di Israele.

In secondo luogo nessuno sarà costretto a lasciare Gaza e coloro che se ne andranno avranno il diritto di tornare.

Anche questo è un risultato notevole per i palestinesi, considerando che l’obiettivo a lungo termine di Israele è lo spopolamento di Gaza. Leader e funzionari israeliani hanno già apertamente e ripetutamente proposto il trasferimento di massa dei cittadini di Gaza in Egitto e in altri paesi.

I palestinesi sono ben consapevoli che una seconda Nakba distruggerebbe il loro progetto nazionale. Gaza è il cuore pulsante della resistenza palestinese; una pulizia etnica qui azzopperebbe il più ampio movimento di liberazione palestinese e consentirebbe a Israele di spostare completamente la sua attenzione sulla Cisgiordania. Impedire questo risultato è quindi un successo strategico.

In terzo luogo gli aiuti potranno entrare a Gaza senza ostacoli attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie affiliate.

Questo è un’altra importante conquista non solo per i palestinesi ma anche per la comunità internazionale, che ha costantemente respinto i tentativi di Stati Uniti e Israele di emarginare l’UNRWA e sostituirla con entità sospette come la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Se questa proposta venisse attuata invertirebbe la campagna pluriennale di Israele contro l’UNRWA e riaffermerebbe la centralità delle Nazioni Unite nella fornitura di aiuti umanitari ai palestinesi.

Il Cattivo

Per prima cosa l’istituzione del Board of Peace [Consiglio di Pace], un nuovo organismo internazionale che supervisionerebbe la ricostruzione di Gaza. Secondo quanto riferito l’organismo sarebbe presieduto dallo stesso Trump con il coinvolgimento dell’ex primo ministro Blair [processato per crimini di guerra legati all’invasione dell’Iraq del 2003, ndt.], del genero di Trump Jared Kushner e dei partner regionali.

Dati i noti precedenti di Blair in Medio Oriente, il suo incrollabile sostegno a Israele e i suoi stretti legami con Netanyahu, un simile scenario distorcerebbe quasi certamente gli sforzi di ricostruzione a favore degli interessi israeliani e rafforzerebbe gli attori opportunisti all’interno di Gaza. Fonti locali hanno già espresso il timore che possano coinvolgersi reti criminali e uomini d’affari affiliati a figure di delinquenti come Yasser Abu Shabab [militante palestinese e leader delle Forze popolari, un gruppo armato anti-Hamas nella Striscia di Gaza autorizzato e finanziato da Israele, ndt.vedi Zeitun]

Questo è un punto spinoso e sarà difficile, se non impossibile, da valutare. Tecnicamente la Resistenza depone le armi in assenza di una guerra importante o di un’escalation militare, e le riprende – a parte poche eccezioni – solo quando Israele lanci una grave aggressione alla Striscia.

Poiché le fazioni palestinesi non operano apertamente né conservano le loro armi in arsenali pubblicamente noti non è chiaro come osservatori “indipendenti” possano anche solo iniziare a verificare un simile processo. In linea di principio tuttavia questa condizione darebbe a Netanyahu un pretesto per presentare la proposta come una vittoria, anche se niente fosse concretamente cambiato sul campo.

Terzo, l’ultimatum di 72 ore e il graduale ritiro israeliano.

Secondo la proposta i palestinesi devono rilasciare tutti i prigionieri israeliani entro 72 ore, senza alcuna garanzia che Israele rispetti i propri obblighi, tra cui il ritiro completo e il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi.

Data la lunga storia di violazioni degli accordi di cessate il fuoco da parte di Netanyahu, è altamente improbabile che la Resistenza accetti questa clausola alla lettera. Per loro, il rischio di cedere la loro merce di scambio più forte senza ricevere garanzie vincolanti sarebbe troppo grande.

Il Brutto

Il contesto generale rende la proposta ancora più dubbia. Il genocidio israeliano a Gaza è stato reso possibile – militarmente, politicamente e finanziariamente – da due successive amministrazioni statunitensi. Washington ha permesso a Israele di violare ripetutamente il cessate il fuoco di gennaio-marzo, rendendo inutili le garanzie statunitensi.

Inoltre gli Stati Uniti non sono riusciti a frenare l’escalation regionale di Israele. Israele ha esteso il conflitto a Libano, Yemen, Siria e Iran, senza alcuna reale resistenza da parte degli Stati Uniti, anzi con il loro totale sostegno.

Il 9 settembre gli Stati Uniti hanno persino permesso a Netanyahu di bombardare nella più totale impunità il loro più stretto alleato al di fuori della NATO, il Qatar, nonostante le forze americane fossero di stanza vicino all’area presa di mira da Israele.

In questo contesto è difficile considerare gli Stati Uniti come un garante neutrale e affidabile. Questa proposta potrebbe invece essere una manovra politica per ottenere attraverso la diplomazia ciò che Israele non è riuscito a ottenere militarmente: l’indebolimento o l’eliminazione della Resistenza palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I renitenti alla leva israeliani sfidano l’inasprimento delle pene per protestare contro il genocidio

Oren Ziv

8 settembre 2025 – +972 Magazine

Di fronte a pene detentive più lunghe e a una maggiore ostilità da parte dell’opinione pubblica, una nuova generazione di obiettori di coscienza sostiene che il rifiuto è sia un dovere morale che un atto di speranza.

A metà luglio alcune decine di giovani attivisti israeliani di origine ebraica hanno marciato per le strade di Tel Aviv per protestare contro il genocidio in corso a Gaza. La manifestazione si è conclusa in piazza Habima, nel centro della città, dove 10 partecipanti che avevano ricevuto la cartolina di precetto militare l’hanno data alle fiamme, dichiarando pubblicamente il proprio rifiuto di arruolarsi.

Il gesto ha scatenato un putiferio sui social media israeliani, innescando un’ondata di messaggi privati, alcuni di sostegno, altri ostili, oltre ad accuse di istigazione provenienti da pagine di destra.

«Dopo che abbiamo bruciato le cartoline le persone mi hanno contattato ogni singolo giorno», ha dichiarato in un’intervista a +972 la diciannovenne Yona Roseman, una dei partecipanti. «Non so se questo da solo possa portare a un cambiamento, ma anche un soldato in meno che prende parte al genocidio è un passo positivo».

Roseman è una dei sette giovani israeliani incarcerati ad agosto per aver rifiutato il servizio militare in segno di protesta contro il genocidio e l’occupazione israeliana. Secondo la rete degli obiettori di coscienza Mesarvot [“rifiutiamo” in ebraico, ndt.] si tratta del numero più alto di incarcerazioni simultanee da quando il gruppo ha iniziato a operare nel 2016. Le loro condanne vanno dai 20 ai 45 giorni, dopo di che verranno probabilmente convocati nuovamente, scontando altri periodi di reclusione prima di essere ufficialmente congedati.

In totale dall’inizio della guerra 17 giovani israeliani sono stati incarcerati per aver pubblicamente rifiutato l’arruolamento. Il primo è stato Tal Mitnick, imprigionato per 185 giorni. Un altro, Itamar Greenberg, è stato detenuto per quasi 200 giorni, la condanna più lunga per un obiettore di coscienza degli ultimi dieci anni. I loro casi segnalano un irrigidimento della posizione dell’esercito; secondo Mesarvot, i militari sembrano aver abbandonato la precedente politica di rilasciare i renitenti dopo 120 giorni, mentre le pene detentive prolungate diventano la nuova norma.

Sebbene l’obiezione di coscienza tra i giovani in età di leva rimanga rara nella società israeliana, l’offensiva israeliana su Gaza ha innescato un’ondata di rifiuto più ampia tra i riservisti che hanno già completato il servizio militare obbligatorio. Oltre 300 hanno cercato sostegno dal movimento di obiezione Yesh Gvul [in ebraico “C’è un limite”, ndt.], la maggior parte dei quali richiamati in servizio a Gaza.

«Ciò che caratterizza questa ondata [di rifiuto], a differenza di quanto avvenuto durante la Prima Guerra in Libano e le Intifade [Prima e Seconda], è che allora c’erano obiettori selettivi – coloro che si rifiutavano di andare in Libano o in Cisgiordania», ha spiegato Ishai Menuchin, presidente di Yesh Gvul. «Ma ora, questi sono renitenti che, per la maggior parte, non sono per nulla disposti a prestare servizio nell’esercito».

A differenza degli obiettori di coscienza in età di leva l’esercito generalmente opta per rilasciare rapidamente i riservisti renitenti o trovare altri accordi. Dei 300 riservisti supportati da Yesh Gvul, solo quattro sono stati processati.

«Oggi la decisione di rifiutare è molto più semplice»

Il 17 agosto, giorno in cui Roseman ha annunciato il suo rifiuto, circa 150 manifestanti si sono riuniti fuori dall’ufficio di reclutamento della sua città natale, Haifa. Roseman, che era già stata arrestata sei volte durante manifestazioni organizzate da palestinesi a Haifa, ha assistito alla rapida dichiarazione di illegalità della protesta da parte della polizia e all’arresto violento di 10 persone, una prassi comune durante i raduni contro la guerra guidati da palestinesi in città.

«Il vero riconoscimento della scala di distruzione che il nostro Stato sta seminando, della sofferenza che infligge ai suoi sudditi, ci impone di agire di conseguenza», ha dichiarato alla folla prima che la protesta venisse dispersa. «Se vedete l’entità delle atrocità e vi considerate persone morali non potete continuare a vivere come prima, nonostante il prezzo sia sociale che legale».

Roseman aveva deciso di rifiutare per la prima volta all’inizio del 2023, partecipando a manifestazioni settimanali contro i tentativi del governo di indebolire la magistratura. In quel periodo manifestava con il “blocco anti-occupazione”, un piccolo contingente che insisteva nel collegare la riforma giudiziaria con l’occupazione israeliana in corso dei territori palestinesi, spesso a dispetto degli organizzatori principali delle proteste. È stata anche una dei 230 giovani firmatari della lettera “Gioventù contro la dittatura” poche settimane prima del 7 ottobre, i cui sottoscrittori si impegnavano a «rifiutare di unirsi all’esercito finché la democrazia non sarà garantita a tutti coloro che vivono entro la giurisdizione del governo israeliano».

«Penso che oggi la decisione di rifiutare sia molto più semplice», ha affermato Roseman. «Non c’è molta necessità o desiderio di filosofare sul militarismo e sull’obbedienza perché c’è un genocidio in corso, ed è ovvio che non ci si arruola in un esercito che sta commettendo un genocidio».

Già profondamente coinvolta nell’attivismo con i palestinesi – fornendo “presenza protettiva” alle comunità rurali palestinesi in Cisgiordania contro la violenza dei coloni e dell’esercito e partecipando a manifestazioni anti-genocidio a Haifa – Roseman ha affermato che le sue relazioni personali con attivisti palestinesi non hanno fatto che rafforzare la sua decisione di rifiutare. «Se vuoi essere un alleato per i palestinesi non puoi unirti all’esercito che li sta uccidendo», ha detto. «Queste sono persone che conosci, le cui case vengono demolite o che vengono uccise».

Il suo lavoro di solidarietà con i palestinesi, ha aggiunto, ha anche messo in luce i limiti del tentativo di riformare il sistema dall’interno. «Più di una volta un soldato mi ha lanciato una granata stordente, mi ha arrestata o ho visto soldati demolire case in cui avevo dormito, case di compagni attivisti palestinesi. Questo cambia davvero la tua prospettiva, la tua comprensione che questo non è “il mio” esercito, che l’esercito è contro di me».

Al di fuori degli ambienti di attivisti la decisione di Roseman di rifiutare ha avuto un costo personale. «Alcuni compagni di classe hanno troncato i rapporti con me per questo motivo. Ho interrotto prematuramente il mio programma di anno sabbatico a causa delle difficoltà legate al mio rifiuto», ha spiegato. La sua famiglia, ha aggiunto, «mi ha sostenuta in quanto loro figlia, ma non è una decisione che hanno appoggiato».

A differenza della maggior parte dei renitenti nelle carceri militari israeliane, Roseman passa la maggior parte delle ore del giorno in isolamento. In quanto detenuta trans, la politica dell’esercito prevede che venga portata fuori solo per brevi pause e in ultima fila – lo stesso trattamento subito da un’altra renitente alla leva trans, Ella Keidar Greenberg, all’inizio di quest’anno.

«È importante per me sottolineare, soprattutto dopo essere stata trattata in modo umiliante in seguito ai miei arresti durante le proteste, che l’atteggiamento dello Stato verso le persone queer è liberale e progressista solo in specifiche condizioni», ha dichiarato. «Nel momento in cui non rispetti lo standard nazionale, i tuoi diritti ti vengono negati».

«Non siamo arrivati a questo per caso»

Il 31 luglio, poche settimane prima dell’incarcerazione di Roseman, due diciottenni israeliani – Ayana Gerstmann e Yuval Peleg – sono stati condannati rispettivamente a 30 e 20 giorni di prigione per essersi rifiutati di arruolarsi. In seguito Gerstmann è stata rilasciata, mentre Peleg è stato condannato a ulteriori 30 giorni. Se i casi recenti sono indicativi, probabilmente ne affronterà altri quattro o cinque prima del congedo.

«Sono qui per rifiutare di prendere parte a un genocidio e per inviare un messaggio a chiunque voglia ascoltare: finché il genocidio continua non possiamo vivere in pace e sicurezza», ha dichiarato Peleg prima di entrare in prigione.

Cresciuto in una famiglia sionista liberale nella benestante città di Kfar Saba, Peleg ha detto che la sua decisione di rifiutare è recente. «A casa non abbiamo mai parlato di rifiuto [della leva]. Abbiamo parlato molto di Bibi [Netanyahu] e un po’ di occupazione», ha detto in un’intervista congiunta con Gerstmann prima della loro reclusione.

Per Peleg, l’esposizione a media online non israeliani nei primi giorni della guerra è stata una svolta. «Mi ha dato una prospettiva che non avevo avuto crescendo», ha detto. «A un certo punto, mi sono reso conto che l’esercito israeliano non è l’esercito morale, protettivo e buono che pensavo fosse».

Mentre la guerra avanzava e la portata dell’assalto israeliano a Gaza diventava più evidente, «non arruolarsi è diventata una decisione relativamente facile», ha affermato. Il rifiuto gli ha anche offerto l’opportunità di esprimere dissenso. «Non c’è quasi posto in questo paese dove si possano dire queste cose».

Per Gerstmann, cresciuta a Ramat Gan, quartiere residenziale di Tel Aviv, la decisione di rifiutare è maturata nel corso degli anni. «In quinta elementare ci è stato assegnato come compito scolastico di scrivere su luoghi di Gerusalemme per il Giorno di Gerusalemme. Avrebbe dovuto suscitare sentimenti patriottici, ma per me ha fatto il contrario», ha ricordato.

Sebbene l’occupazione fosse spesso discussa in famiglia, non l’aveva veramente incontrata fino a quel momento. «Mia mamma mi ha suggerito di controllare il sito web di B’Tselem [ONG israeliana per i diritti umani nei territori occupati, ndt.] e leggere su Gerusalemme Est per il progetto scolastico», ha detto a +972. « È stata la prima volta che ho visto cosa vi stava succedendo. Ero scioccata».

Nel sistema educativo israeliano, ha aggiunto, «parlano sempre di Gerusalemme Est solo nel contesto della “riunificazione” della città e lodano la guerra [del 1967, durante la quale fu occupata]. Improvvisamente mi sono trovata di fronte alle ingiustizie e sofferenze che ciò ha comportato».

All’età di 16 anni aveva già deciso di non arruolarsi nell’esercito. «Ho detto a un’amica che volevo ottenere un’esenzione per motivi di salute mentale perché mi opponevo all’occupazione», ha detto. La sua amica l’ha sfidata: “Se queste sono le tue convinzioni perché non le dichiari apertamente? Perché hai bisogno di nasconderti dietro a una bugia?”

«Quello è stato il momento in cui ho capito», ha ricordato. «Mi sono resa conto che aveva ragione – che dovevo gridare il mio rifiuto in modo chiaro e pubblico».

Come Roseman e Peleg, anche Gerstmann ha sentito che le ragioni per il rifiuto erano divenute innegabili con l’inizio della guerra a Gaza e l’intensificarsi dell’assalto israeliano al popolo palestinese. «È diventato molto più chiaro che rifiutare è la cosa giusta da fare, che non devi cooperare con ciò che l’esercito sta facendo a Gaza», ha detto.

Gerstmann e Peleg sperano che il loro rifiuto mandi un messaggio a ogni soldato che viene mandato a Gaza: c’è una scelta. «Per anni siamo stati condizionati a pensare che devi arruolarti, che è impossibile metterlo in discussione. Ma ciò che stiamo vedendo ora a Gaza è la linea rossa che prova che una scelta c’è, assolutamente».

«Abbiamo raggiunto un livello di violenza e distruzione che non abbiamo mai visto nella storia di questa terra», ha detto Peleg. «Israele non tornerà mai più com’era il 6 ottobre 2023. È chiaro che siamo nel pieno di un genocidio in atto. Di fronte a ciò, noi rifiutiamo».

Per Peleg era importante sottolineare che la campagna di annientamento di Israele a Gaza non è venuta fuori dal nulla. «Non ci siamo arrivati per caso», ha spiegato. «Israele ha sempre avuto elementi di occupazione, fascismo e razzismo verso i palestinesi – ovviamente dal 1967, ma anche se si risale alla Nakba. Non è sorprendente che siamo arrivati a una situazione in cui sta avvenendo un genocidio contro i palestinesi».

Anche se l’opinione pubblica israeliana si è drasticamente spostata a destra, Gerstmann ha detto che spera ancora di riuscire a comunicare con i suoi coetanei. «Sento la frase “Non ci sono persone innocenti a Gaza” che si normalizza. È molto preoccupante, ma il mio rifiuto è, in realtà, un rifiuto della disperazione», ha detto. «Spero che aprirà loro gli occhi e permetterà loro di pensare e capire cosa sta facendo l’esercito in loro nome».

Entrambi hanno riconosciuto la paura di rifiutare pubblicamente in una società che equipara quell’atto al tradimento. «Certo che fa paura, ma non mi ha scoraggiato», ha detto Gerstmann. «Al contrario, ciò che abbiamo visto dall’inizio di questa guerra mi ha fatto capire che devo assolutamente rifiutare».

«Non posso più farne parte»

Altri due obiettori di coscienza incarcerati lo scorso mese, che hanno parlato con +972, hanno chiesto di rimanere anonimi per ragioni personali e familiari.

R., un diciottenne della città di Holon, è stato condannato a 30 giorni di prigione. «Avevo deciso di rifiutare già prima del 7 ottobre, ma dopo aver visto la distruzione a Gaza ho capito che non potevo esitare oltre», ha detto. «Dopo, l’arruolamento era semplicemente fuori discussione».

Il suo messaggio ad altri giovani è stato diretto: «Rifiutate e basta. Nel clima attuale, alla luce di ciò che stiamo vedendo a Gaza, dovete resistere».

Un altro renitente, B., ha seguito un percorso più insolito. Diciannovenne, arruolatosi nell’Amministrazione Civile (l’organo militare che governa i palestinesi in Cisgiordania) ha deciso di rifiutare dopo otto mesi di servizio ed è stato condannato a 45 giorni di prigione.

«Prima di arruolarmi ero stato in Cisgiordania, avevo incontrato persone e compreso la situazione», ha ricordato B. «Anche allora è stato difficile per me, non volevo davvero arruolarmi. [Ma poi] ho parlato con alcune persone che mi hanno convinto ad arruolarmi lo stesso».

Ciò a cui ha assistito sul campo ha infine cementato la sua decisione di rifiutare. «Durante l’addestramento e sul terreno ho visto molte cose e ho pensato: “Wow, non posso più farne parte”. Perlopiù ho visto gli altri soldati – come parlavano, come si comportavano – persone spinte da un razzismo estremo».

La violenza, ha detto, era pervasiva. «Ho visto palestinesi picchiati senza motivo. Li legano, li lasciano ammanettati al sole per 24 ore, a faccia in giù sulle ginocchia senza acqua né cibo. I soldati passavano e li prendevano a calci. Ero scioccato».

«Il mio secondo giorno ho visto un detenuto e ho chiesto cosa avesse fatto. Hanno detto che “non aveva obbedito”. Poi ne ho visto un altro che veniva preso a calci. Dicevano: “Se lo merita”. Casi del genere erano tutt’altro che isolati».

Un episodio in particolare lo tormenta ancora. «Un soldato ha parlato in ebraico a un palestinese e, quando questi ha risposto in arabo, il soldato gli ha sbattuto la testa contro un muro e ha detto: “Sei in Israele, parla ebraico”. Gli ho detto: “Lui non capisce”. Si vedevano violenze di questo tipo in continuazione».

Gli abusi, ha aggiunto, non risparmiavano nessuno – nemmeno gli anziani. «Ho visto un palestinese di 70 anni selvaggiamente picchiato. Quando ho chiesto agli altri soldati cosa avesse fatto, mi hanno detto che aveva “mancato di rispetto all’esercito”».

«Non avevano nulla di cui accusarlo, quindi lo hanno trattenuto per 14 o 15 ore, senza cibo né acqua, e poi hanno detto: “La prossima volta non farlo”. Non lo hanno nemmeno trasferito alla polizia – cosa avrebbe potuto dirgli?»

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Non c’è nulla di nuovo in questo film sulla Nakba – ecco perchè è così importante

Aluf Benn

9 settembre 2025 – Haaretz

Il documentario a lungo atteso di Neta Shoshani, che è stato censurato per due anni per le pressioni del governo e trasmesso la scorsa settimana sul National Broadcaster Kan di Israele, mostra il grado di rimozione e negazione della Nakba, anche quando Israele sta attuandone una seconda a Gaza

Pochi mesi prima che fosse colpito da un ictus e si ritirasse dalla vita pubblica, chiesi al primo ministro Ariel Sharon che cosa avesse appreso nella sua lunga carriera. “Nulla cambia mai, eccetto il passato”, rispose senza esitare.

Ho pensato a quella conversazione mentre guardavo il documentario di Neta Shoshani ‘1948: Remember, remember not’, che è andato in onda sabato notte sul Canale 11 di Israele, dopo oltre due anni di ritardo per le pressioni degli attivisti di destra e le minacce del ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi di tagliare il budget dell’emittente pubblica.

77 anni dopo gli eventi, mandare in onda un film sulla Nakba palestinese del 1948 sulla televisione israeliana è ancora percepito come un atto sovversivo e sfrontato. Shoshani ha seguito la strada tracciata dai “Nuovi Storici” della fine degli anni ’80, che hanno iniziato a demolire i miti fondativi che circondano la nascita di Israele: in primis la nozione che gli ebrei fossero “i pochi contro i molti” e che “gli arabi se ne siano andati volontariamente”. Il suo film mostra come la parte ebraica disponesse di superiorità militare fin dall’inizio della guerra e come l’espulsione dei palestinesi sia stata condotta in base ad un piano strategico (“Piano D” dell’Haganah). Decenni dopo che Benny Morris pubblicò ‘La nascita della questione dei rifugiati palestinesi’ nel 1987, Shoshani si è scontrata con lo stesso muro di silenzio e negazione che ancora non è crollato.

Solo una piccola parte della società ebrea israeliana mostra interesse per la Nakba, per i villaggi distrutti, per le circostanze che trasformarono centinaia di migliaia di palestinesi in rifugiati. La maggioranza preferisce non sapere e non chiedere che cosa ci fosse qui prima, mentre passa accanto a recinzioni di cactus e alle rovine delle case arabe. Il governo è attivamente impegnato a cancellare le prove: al centro di ‘1948: Remember, remember not’ c’è il costante occultamento del Rapporto Shapira – un documento scritto dal primo procuratore generale di Israele che ha messo in luce atti di massacro, stupro e violenza commessi dai combattenti nella guerra di indipendenza di Israele contro i villaggi palestinesi nel 1948.

Vi è un motivo utilitaristico dietro a questo silenziamento. “Il modo in cui viene percepito il 1948 influisce pesantemente sul modo in cui viene percepita l’intera esperienza sionista/israeliana”, ha scritto Morris nel suo fondamentale saggio del 1988 ‘La nuova storiografia: Israele affronta il suo passato’. “Se Israele, il paradiso del popolo più perseguitato, fosse nato puro ed innocente, allora avrebbe meritato la benevolenza, l’assistenza materiale ed il sostegno politico dimostratigli dall’occidente, e avrebbe meritato ancor di più negli anni a venire. Se invece Israele fosse nato macchiato, infangato dal peccato originale, allora non avrebbe meritato quella benevolenza e assistenza più di quanto la meritassero i suoi vicini.”

Shoshani ha terminato il suo film prima della guerra del 7 ottobre ed il tempo intercorso tra la sua realizzazione e la sua diffusione non ha fatto che accentuare la sua importanza. Israele sta ora compiendo una seconda Nakba a Gaza e in Cisgiordania e qui la società ebraica resta imprigionata nella rimozione e nella negazione, proprio come lo fu nel 1948.

Come spiegano diversi degli intervistati nel film, Israele non può ammettere crimini di guerra per paura di un contraccolpo mondiale. Ecco perchè sulla TV israeliana non viene trasmesso nessun filmato da Gaza e i volti dei soldati sono sfocati. All’opinione pubblica viene detto che “i rapporti sulla stampa estera” che mostrano la fame di massa e l’uccisione di bambini non sono la conseguenza dei bombardamenti dell’esercito e della politica israeliani: non sono altro che propaganda di Hamas ed espressione dell’antisemitismo dei suoi simpatizzanti occidentali.

Proprio come nel 1948, Israele attribuisce tutta la responsabilità morale per il disastro nella guerra attuale alla parte araba del conflitto: loro lo hanno iniziato, loro lo meritano, adesso andiamo avanti con il prossimo reality show.

Alla fine di ‘1948: Remember, remember not’ mi sono reso conto che Sharon aveva torto, nonostante tutta la sua sapienza ed esperienza. Il passato in realtà non cambia, è sempre presente qui. E come si è dimostrato nuovamente proprio ieri, il ciclo sanguinoso ebraico-arabo non si ferma, neanche quando i capi promettono: “Solo un altro colpo e poi si finisce”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Dimenticate il riconoscimento simbolico di uno Stato palestinese: il mondo deve riconoscere l'apartheid israeliano.

Alaa Salama

29 agosto 2025 – +972 Magazine

L’accento sul riconoscimento di uno Stato palestinese crea l’illusione di un’azione concreta, ma ritarda la vera soluzione: sanzionare e isolare il regime israeliano di apartheid.

Mia nonna ha 90 anni. Esiliata due volte, prima da Israele durante la Nakba [la pulizia enica operata dai sionisti nel 1947-49, ndt.], poi dal regime di Assad in Siria, la sua memoria non è più integra. Della sua vita attuale in Svezia conserva solo gli ultimi minuti. Dei decenni passati solo frammenti.

Eppure la sua infanzia a Kfar Sabt, un villaggio palestinese in Galilea spopolato nel 1948, arde di luce propria. Sorride, quasi maliziosamente, mentre ricorda i momenti in cui giocava nei campi, correva con gli altri bambini e spiava un contadino ebreo il cui arrivo improvviso nel villaggio, insieme al rumoroso trattore che lo accompagnava, suscitò curiosità e sospetto.

Sono nato profugo, la famiglia di mia nonna proveniva da Kfar Sabt, quella di mio nonno dal vicino villaggio di Lubya. Oggi a casa mia a Ramallah mi sveglio ogni mattina con la vista di una bandiera israeliana nella vicina colonia di Beit El, un chiaro promemoria sul regime di apartheid che condiziona ogni aspetto della mia vita.

Gli ebrei israeliani che vivono lì votano per un governo che decide dove posso vivere, lavorare e viaggiare, quanta acqua posso ricevere e che tipo di regole e leggi devo o meno osservare. Come milioni di palestinesi, dalla Cisgiordania a Gaza, sono governato da un sistema che mi vede solo come un ostacolo al suo Stato etnico espansionista.

Questa è una realtà che per milioni di persone in tutto il mondo è diventata impossibile da ignorare, soprattutto negli ultimi due anni. Eppure, negli ultimi mesi, invece di riconoscere l’apartheid israeliano o di intraprendere azioni significative per fermare le atrocità a Gaza, un coro crescente di Stati ha deciso di riconoscere qualcos’altro: uno Stato palestinese.

La prima svolta è avvenuta nel maggio 2024, quando Norvegia, Spagna e Irlanda hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, questi ultimi due tra i più accesi critici, a parole, della guerra di Israele a Gaza. Ora sta emergendo una seconda ondata, guidata da un’iniziativa di Francia e Regno Unito in risposta ai piani di Israele di prolungare la guerra, a cui si aggiungeranno presto Australia, Canada, Portogallo e Malta.

Sebbene indicativo del crescente isolamento internazionale di Israele, il teatrino politico mondiale del “riconoscimento di uno Stato palestinese” è impossibile da prendere sul serio. Con Israele che procede all’annessione di vaste aree della Cisgiordania, e nel mezzo di un genocidio a Gaza che ha ucciso più di 60.000 palestinesi, è assurdo continuare a sostenere la soluzione dei due Stati come un compromesso ragionevole o pratico.

Ancora più assurda è l’insistenza sul fatto che sia l’unica risposta possibile a ciò che, 77 anni dopo la Nakba, non risolve in alcun modo il problema fondamentale: un regime violento e militarista che pretende l’attuazione di una supremazia nazionale, giuridica ed economica di un popolo sull’altro.

Non sprechiamo altri 30 anni di vite palestinesi dietro il paradigma della partizione – una “soluzione” coloniale a un problema coloniale. Israele ha da tempo chiarito che non accetterà mai uno Stato palestinese; aggrapparsi alla soluzione dei due Stati è una immensa illusione, e ci ha portato solo disperazione.

Ora più che mai i gesti simbolici sono peggio che inutili, poiché offrono al regime più tempo per commettere crimini e tolgono urgenza alle uniche soluzioni che contano: porre fine al genocidio, sanzionare il colpevole, isolare il sistema di apartheid e insistere senza remore sulla parità di diritti e sul diritto al ritorno. Questo non è estremismo. È il minimo indispensabile di giustizia.

C’è già uno Stato, ed è uno Stato di apartheid

Una “soluzione” che non è né giusta né possibile non è un piano di pace, ma un alibi per l’inazione che permetterà a Israele di continuare i suoi massacri, accelerare la sua espansione e consolidare il regime di apartheid. È davvero così che puniamo un regime che ha commesso un genocidio? Offrendogli il dominio completo sulle sue vittime, mentre diamo loro la falsa speranza di poter ottenere uno Stato su meno del 23% della loro patria ancestrale?

E dove sono i palestinesi in tutto questo? Quando è stata l’ultima volta che siamo stati rappresentati democraticamente, o che ci è stato anche solo chiesto quale soluzione avremmo accettato? Come nel 1947, quando il Piano di spartizione delle Nazioni Unite fu elaborato senza il nostro consenso, l’ultima spinta per una soluzione a due Stati è guidata dalle potenze europee, con poco riguardo verso le persone che ne subiranno le conseguenze, con la vita o con la morte.

La Francia rende esplicita la sua arroganza: minaccia Israele di riconoscere uno Stato palestinese, ma insiste perché venga smilitarizzato, continuando a rifornire Israele di armi. Posso sognare un mondo libero da armi letali, ma un trafficante d’armi non può dire alle vittime di un genocidio di deporre le armi.

Nel frattempo Israele urla e sbraita, condannando i riconoscimenti come un “premio al per il terrorismo” e usandoli come pretesto per attuare misure ancora più estreme. A luglio la Knesset ha approvato una risoluzione a sostegno dell’annessione della Cisgiordania, e l’espansione delle colonie continua a ritmo serrato, inclusa la recente approvazione del blocco E1 che, avvertono gli esperti, renderebbe impossibile uno Stato palestinese con una continuità territoriale.

Anche se per miracolo Israele alla fine si ritirasse dalla Cisgiordania e da Gaza, cosa garantirebbe la sicurezza dei palestinesi nel loro nuovo Stato? Quando mai la sovranità ha protetto qualcuno dall’aggressione e dall’espansionismo israeliano? Libano e Siria sono entrambi Stati sovrani con confini riconosciuti a livello internazionale, eppure hanno visto il loro territorio occupato e le loro città bombardate. Una bandiera palestinese alle Nazioni Unite non fermerà la crescita delle colonie, non smantellerà il regime militare né porrà fine alla guerra regionale.

Se i Paesi desiderano riconoscere uno Stato palestinese, che lo facciano, ma non devono fingere che ciò cambi la realtà. Il vero cambiamento inizia con il riconoscimento della verità: qui esiste già uno Stato unico, ed è uno Stato di apartheid. Quindi i Paesi devono agire legalmente, diplomaticamente ed economicamente finché per Israele il costo del mantenimento dell’apartheid non superi i suoi benefici. Finché la mia famiglia non avrà di nuovo un posto da chiamare casa e finché centinaia di comunità palestinesi sfollate non potranno tornare a casa.

Il sionismo ha fallito, non solo perché creare una patria ebraica in Palestina a spese dei palestinesi è sempre stato ingiusto, ma perché la pulizia etnica e ora il genocidio sono sempre stati i suoi logici esiti, atrocità che lasceranno lo Stato ebraico isolato e odiato. E nonostante gli sforzi di Israele, il sionismo ha fallito anche perché i palestinesi continuano a insistere a voler rimanere nella loro patria.

Ciò che permane oggi è un grottesco sistema di apartheid, in cui un popolo gode di pieni diritti e sovranità mentre gli indigeni vengono massacrati, divisi e sottomessi. Potrebbe crollare sotto il peso della sua stessa brutalità, ma non se ne andrà in silenzio, aggrappandosi alla vita con il tipo di violenza che già vediamo scatenarsi a Gaza oggi.

Con il riconoscimento arrivano le responsabilità

Riconoscere Israele come Stato di apartheid è il primo passo necessario verso un futuro che vada oltre l’etnonazionalismo, radicato nell’uguaglianza, nella giustizia e nella libertà per tutti. E non è un fatto simbolico: in base al diritto internazionale l’apartheid è un crimine contro l’umanità.

Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale lo definisce come tale, e la Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite del 1973 per la repressione e la punizione del crimine di apartheid obbliga gli Stati ad adottare misure legislative, giudiziarie e amministrative per prevenirlo e punirlo. Proprio l’estate scorsa, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo storico sull’apartheid israeliano, concludendo che l’occupazione e l’annessione dei territori palestinesi da parte di Israele violano il diritto internazionale e chiedendo riparazioni.

Il riconoscimento ufficiale del sistema israeliano come apartheid, anche da parte di una manciata di Stati, porrebbe tali obblighi in primo piano e renderebbe legalmente e politicamente indifendibile il continuo sostegno militare ed economico a Israele. Aprirebbe inoltre la porta a sanzioni, al ritiro delle rappresentanze diplomatiche e al divieto di viaggio per i funzionari che sostengono il sistema.

Cambierebbe anche il discorso pubblico, rendendo la parola stessa “apartheid” inevitabile nel dibattito su Israele, e facendo pressione sulle aziende, sotto la minaccia di boicottaggio, discredito pubblico o rivolta degli azionisti, affinché riconsiderino le loro operazioni in o con Israele. Il precedente esiste: nel caso del Sudafrica dell’apartheid l’attivismo di base, unito alla condanna a livello statale, ha gradualmente costretto le aziende a disinvestire, anche se molte hanno resistito per anni.

Cambierebbe anche il modo in cui i palestinesi sono visti a livello internazionale. Oggi siamo etichettati come “apolidi” o cittadini di uno “Stato di Palestina” virtuale, senza alcun potere reale per proteggerci, privati ​​degli strumenti diplomatici ed economici che la maggior parte delle nazioni dà per scontati. Riconoscere Israele come un regime di apartheid ci riconfigura come vittime di un crimine contro l’umanità, aventi diritto a protezione, e obbliga a fare i conti con l’assurdità di un mondo in cui gli israeliani viaggiano liberamente mentre noi affrontiamo infinite barriere per studiare, lavorare o visitare i familiari all’estero.

Questa non sarà una soluzione magica. Israele combatterà più duramente del Sudafrica per mantenere l’apartheid, poiché è diventato più radicato, alimentato da miti religiosi e appoggiato dal sostegno internazionale. Ma il riconoscimento ci metterebbe almeno sulla strada giusta, sostituendo decenni di finzione con un confronto con la realtà. Anni che potrebbero essere spesi per smantellare il sistema invece che per rafforzare le illusioni.

Kfar Sabt non esiste più. Secondo Palestine Remembered [sito informatico interattivo dedicato ai profughi palestinesi, ndt.] rimangono solo “mucchi e terrazze di pietra” a testimonianza che un tempo lì sorgeva un villaggio. La gente si è dispersa; la terra è inutilizzata, disabitata. Ma Kfar Sabt vive nella mente di mia nonna, nelle storie che racconta e in quelle che io continuerò a raccontare. Vive nella ferita aperta di un popolo a cui è stato negato il ritorno. La mia patria si estende da Ramallah a Kfar Sabt, dal Naqab a Lubya [altro villaggio spopolato e raso al suolo nel 1948, ndt.].

Questo non è un appello all’espulsione o alla guerra; ne abbiamo avuto abbastanza di entrambe. È un appello alla giustizia, perché solo la giustizia può portare la pace e garantire un futuro diverso a tutti i popoli di questa terra, un futuro in cui le storie di mia nonna non siano solo reliquie di un mondo distrutto, ma semi di un mondo ricostruito.

Alaa Salama è il responsabile delle strategie di coinvolgimento dei lettori per +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La minaccia più grande per Israele non è l’Iran o Hamas, ma la sua tracotanza.

Orly Noy

15 giugno 2025 – 972 Magazine

In collaborazione con Local Call

Un popolo la cui intera esistenza dipende unicamente dalla forza militare è destinato alla dissoluzione più infame e infine a essere sconfitto.

Sono più di 46 anni da quando ho lasciato l’Iran con la mia famiglia all’età di nove anni. Ho passato la maggior parte della mia vita in Israele, dove ho formato una famiglia e ho cresciuto le nostre figlie – ma l’Iran non ha mai smesso di essere la mia patria. Dall’ottobre 2023 ho visto innumerevoli immagini di uomini, donne e bambini in piedi tra le rovine delle loro case e le loro grida sono incise nella mia mente. Ma quando vedo le immagini dall’Iran dopo gli attacchi israeliani e sento le grida in persiano, la lingua di mia madre, la sensazione di trauma interiore è diversa. Il pensiero che questa distruzione venga compiuta dal Paese di cui ho la cittadinanza è intollerabile.

Nel corso degli anni l’opinione pubblica israeliana si è andata convincendo di poter esistere in questa regione nutrendo un profondo disprezzo per i suoi vicini – impegnandosi in aggressioni mortali contro chiunque, in qualunque luogo e in qualunque modo volesse, contando unicamente sulla forza bruta. Per circa 80 anni “la vittoria totale” è apparsa proprio dietro l’angolo: basta sconfiggere i palestinesi, eliminare Hamas, schiacciare il Libano, distruggere gli impianti nucleari dell’Iran – e il paradiso sarà nostro.

Ma per quasi 80 anni queste cosiddette “vittorie” si sono dimostrate vittorie di Pirro. Ognuna affonda Israele in un abisso sempre più profondo di isolamento, minaccia e odio. La Nakba del 1948 ha provocato la crisi dei rifugiati che non ha mai fine ed ha posto le fondamenta per il regime di apartheid. La vittoria del 1967 ha dato inizio ad un’occupazione che continua ad alimentare la resistenza palestinese. La guerra di ottobre 2023 si è trasformata in un genocidio che ha fatto di Israele un paria mondiale.

L’esercito israeliano – centrale per tutto questo processo – è diventato una folle arma di distruzione di massa. Mantiene il suo status rilevante in mezzo ad un pubblico obnubilato da bravate clamorose: cercapersone che esplodono nelle tasche della gente in un mercato libanese, o una base di droni piantata nel cuore di uno Stato nemico. E sotto il comando di un governo genocida sprofonda sempre più in guerre da cui non ha idea di come uscire.

Per tanti anni, sotto l’incantesimo di questo esercito ritenuto onnipotente, la società israeliana si è convinta di essere invulnerabile. La totale venerazione per l’esercito da un lato e dall’altro il disprezzo arrogante per i vicini nella regione hanno coltivato la persuasione che non avremmo mai pagato un prezzo. Poi è arrivato il 7 ottobre, che ha mandato in frantumi – anche se solo per un momento – l’illusione di immunità. Ma invece di fare i conti con il significato di quel momento l’opinione pubblica si è arresa ad una campagna di vendetta. Perché solo attraverso un massacro il mondo avrebbe riacquistato senso: Israele uccide, i palestinesi muoiono. L’ordine è restaurato.

Ecco perché le immagini di edifici bombardati a Ramat Gan, Rishon LeZion, Bat Yam, Tel Aviv e Tamra (una cittadina araba in Galilea) erano così impattanti. Erano simili in modo inquietante a quelle che ci siamo abituati a vedere da Gaza: scheletri di cemento carbonizzati, nuvole di polvere, strade ricoperte di macerie e cenere, giocattoli di bambini stretti nelle mani dei soccorritori. Queste immagini hanno assestato una piccola crepa nella nostra illusione collettiva, che noi siamo immuni a tutto. Le vittime civili da entrambe le parti – 13 israeliani e almeno 128 iraniani – mettono in evidenza il costo umano di questo nuovo fronte, anche se la portata rimane ben lontana dalla devastazione sistematicamente inflitta a Gaza.

L’esercito come dottrina

Ci fu un tempo in cui alcuni leader ebrei in Israele capirono che la nostra esistenza in questa regione non poteva sostenersi sull’illusione di una totale immunità. Probabilmente non mancava loro un senso di superiorità, ma colsero la verità fondamentale. Il defunto parlamentare Yossi Sarid una volta richiamò Yitzhak Rabin dicendogli: “Una nazione che mostra i muscoli per cinquant’anni – alla fine sfiancherà quei muscoli.” Rabin capì che vivere per sempre impugnando la spada, contrariamente alla terrificante promessa di Netanyahu, non è un’opzione praticabile.

Oggi non ci sono più politici ebrei di quel genere in Israele. Quando la sinistra sionista esplode in festeggiamenti per il temerario attacco all’Iran, rivela un ostinato attaccamento alla fantasia che, qualunque cosa facciamo o per quanto profondamente ci alieniamo dalla regione in cui viviamo, l’esercito ci proteggerà sempre.

Un popolo forte, un esercito determinato e un fronte interno resiliente. Ecco in che modo abbiamo sempre vinto ed ecco come vinceremo anche oggi”, ha scritto Yair Golan, capo del Partito dei Democratici – una unione dei partiti della sinistra sionista Meretz e Labor – in un post su X in seguito allo sciopero di venerdì. La sua compagna di partito, deputata Naama Lazimi, è intervenuta per ringraziare “gli avanzati sistemi di intelligence e la loro superiorità. L’esercito e tutti i sistemi di sicurezza. Gli eroici piloti e l’aviazione militare. I sistemi di difesa di Israele.”

Sotto questo aspetto l’illusione di immunità garantita dall’esercito è ancora più netta nella sinistra sionista che nella destra. La risposta della destra all’ansia sulla sicurezza è l’annichilimento e la pulizia etnica – quello è il suo scopo finale. Ma il centro-sinistra ripone la sua fiducia quasi totalmente nelle capacità presumibilmente illimitate dell’esercito. Senza dubbio il centro-sinistra ebreo in Israele ha un culto dell’esercito molto più fervente della destra, che lo considera semplicemente come uno strumento per realizzare la sua strategia di distruzione e pulizia etnica.

Noi israeliani lo dobbiamo capire: non siamo invulnerabili. Un popolo la cui intera esistenza dipende unicamente dalla potenza militare è destinato a perdersi nella più infame dissoluzione e, in ultima analisi, alla disfatta. Se non abbiamo imparato questa elementare lezione dagli ultimi due anni, per non parlare degli ultimi ottanta, allora siamo davvero perduti. Non a causa del programma nucleare iraniano o della resistenza palestinese, ma della cieca arroganza che si è impadronita di un’intera nazione.

Una versione di questo articolo è stata inizialmente pubblicata in ebraico su Local Call.

Orly Noy è una redattrice di Local Call, un’attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in Farsi. E’ a capo del consiglio esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. I suoi scritti si occupano delle linee che intersecano e definiscono la sua identità in quanto Mizrahi (ebrei orientali, ndtr.), donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive dentro un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra di esse.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Genocidio a Gaza: come i regimi arabi sono diventati il nemico interno

Ahmad Rashed ibn Said

19 maggio 2025 – Middle East Eye

Gaza ha infranto l’illusione della credibilità dell’ordine politico arabo, esponendone il profondo fallimento strutturale e morale

In un discorso televisivo lo scorso mese, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha duramente attaccato Hamas, definendoli “figli di cani” e chiedendo che deponessero le armi e rilasciassero i prigionieri israeliani rimasti.

Nel suo intervento, sembrava aver dimenticato la sua precedente richiesta alla “comunità internazionale” di protezione dall’aggressione degli occupanti nel maggio 2023, quando si era rivolto alle Nazioni Unite.

“Popoli del mondo, proteggeteci”, aveva detto Abbas. “Non siamo esseri umani? Anche gli animali dovrebbero essere protetti. Se avete un animale, non lo proteggereste?”

Lo scorso febbraio, i media israeliani hanno riportato che l’Arabia Saudita aveva avanzato un piano per Gaza incentrato sul disarmo di Hamas e sulla rimozione del gruppo dal potere.

Fonti arabe e americane hanno dichiarato al giornale Israel Hayom che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non avrebbero partecipato finanziariamente o praticamente alla ricostruzione di Gaza senza la garanzia che Hamas avrebbe ceduto le armi e non avrebbe avuto alcun ruolo nel governo postbellico.

A marzo, Middle East Eye ha riferito che la Giordania stava proponendo un piano per disarmare i gruppi palestinesi a Gaza, oltre a esiliare dalla Striscia 3.000 membri di Hamas, inclusi dirigenti militari e civili.

Poi, a metà aprile, pochi giorni prima che Abbas minacciasse Hamas, l’Egitto ha presentato a una delegazione di Hamas al Cairo una “proposta di cessate il fuoco”, che includeva la richiesta del disarmo del gruppo.

Uno schema di ostilità

Le richieste di Abbas e dei principali regimi arabi affinché Hamas si disarmi riflettono un più ampio schema ricorrente di ostilità da parte dell’ordine politico arabo verso la resistenza a Gaza.

Ciò solleva domande cruciali e legittime sull’essenza stessa della lotta per la liberazione: gli occupati hanno il diritto di resistere al loro occupante? Come può una resistenza disarmata opporsi a un’occupazione militare brutale che commette genocidio contro un popolo indifeso?

Quali garanzie ci sono per porre fine all’occupazione e rimuovere l’assedio se il sionismo continua la sua aggressione incontrollata mentre i regimi arabi e il mondo chiudono gli occhi?

Nel linguaggio politico occidentale gli appelli al disarmo di Gaza si chiamerebbero “acquiescenza” e ricompensa per l’aggressione. Queste richieste richiamano una lunga e dolorosa storia di tradimenti dei regimi arabi verso la Palestina.

Nel corso degli anni questo tradimento si è trasformato in complicità da parte di questi regimi, una complicità deliberata e non dovuta all’incapacità di fare altrimenti. Per loro la resistenza è inutile, sconfiggere l’occupazione è un mito, e l’esistenza di una Palestina libera e indomita minaccerebbe l’ordine regionale che cercano di preservare.

Nel corso della lotta contro il colonialismo sionista ci sono stati numerosi momenti cruciali in cui i governi arabi avrebbero potuto intervenire in modo significativo sia per contrastare il progetto sionista sia almeno per rallentarne l’avanzata. Invece l’ordine politico arabo ha ripetutamente tradito la causa palestinese. Tre momenti chiave spiccano su tutti.

Silenzio a Damasco

Il primo tradimento risale al 1948, l’anno della Nakba, quando lo Stato di Israele fu fondato sulle rovine della Palestina.

Nella fase precedente alla Nakba, un rispettato combattente palestinese, Abd al-Qadir al-Husseini, fu ucciso mentre guidava un contrattacco per riconquistare il villaggio strategico di al-Qastal, a ovest di Gerusalemme.

Husseini, che era diventato famoso durante la rivolta palestinese del 1936, nel marzo 1948, mentre le milizie sioniste avanzavano, si recò a Damasco per chiedere armi alla Lega Araba. Poi arrivò la notizia che Qastal era caduta. Husseini supplicò la Lega Araba per avere le armi, ma non ottenne che silenzio.

Prima di tornare a Gerusalemme si rivolse alla Lega Araba dichiarando: “Sto andando a Qastal, la prenderò d’assalto e la occuperò, anche se questo dovesse costarmi la vita. Ora desidero la morte prima di vedere gli ebrei occupare la Palestina. Gli uomini e i dirigenti della Lega stanno tradendo la Palestina”. Più tardi, scrisse una lettera alla Lega: “Vi ritengo responsabili dopo che avete lasciato i miei soldati al culmine delle loro vittorie senza aiuti né armi”.

Dopo il ritorno da Damasco Husseini organizzò rapidamente un’operazione militare per riconquistare Qastal, ma fu ucciso in battaglia l’8 aprile 1948. Molti combattenti in seguito abbandonarono il villaggio, che fu poi distrutto dalle bande sioniste.

Il giorno seguente le milizie sioniste commisero un orribile massacro nel vicino villaggio di Deir Yassin, uccidendo e mutilando decine di civili e riducendo il villaggio in macerie.

Molti storici arabi considerano la battaglia di Qastal, il primo villaggio palestinese occupato nel 1948, come una delle battaglie decisive della guerra. La sua posizione strategica, situata sopra le strade di accesso a Gerusalemme, fece della sua perdita un momento cruciale che facilitò l’occupazione sionista della Palestina.

Questo è ciò che rende significativo e vergognoso il tradimento dei regimi arabi. Il giornale israeliano Haaretz descrisse la battaglia come “uno scontro all’ultimo sangue” e un “tradimento da parte del mondo arabo” che portò alle “24 ore più disastrose della storia palestinese”.

Il tradimento dell’Egitto

Il secondo devastante tradimento arrivò quando lo Stato arabo più influente, l’Egitto, conferì ufficialmente legittimità alla colonizzazione sionista dell’80% della Palestina attraverso la firma degli Accordi di Camp David [del 1978, da non confondere con il Vertice di Camp David del 2000, ndt.] da parte dell’ex presidente Anwar Sadat.

In cambio del ritiro israeliano dal Sinai, di una sovranità egiziana limitata sul territorio e di una “tangente” annuale di 1,5 miliardi di dollari dagli USA, l’Egitto di fatto abbandonò la causa palestinese lasciando Gerusalemme, la Cisgiordania e Gaza sotto occupazione israeliana.

Gli Accordi di Camp David allontanarono l’Egitto dal conflitto arabo-israeliano, realizzando un sogno che il sionismo aveva coltivato a lungo. Lo scrittore israeliano Uri Avnery descrisse l’accordo come uno degli eventi più significativi della storia di Israele, scrivendo nel 2003 che Sadat “era pronto a vendere i palestinesi pur di firmare una pace separata con Israele e ottenere il favore (e i soldi) degli Stati Uniti”.

Questo tradimento non fece che approfondire il senso di impunità e arroganza dell’occupazione. L’accordo non portò pace né prevenne guerre.

Esso segnò invece l’inizio di un prolungato processo di normalizzazione tra Israele e i leader arabi, che abbandonarono i princìpi rivoluzionari e infransero il tabù di lunga data contro i negoziati con il sionismo, optando invece per quello che percepivano come un approccio pragmatico basato sul realismo e sull’interesse personale.

In Preventing Palestine: A Political History from Camp David to Oslo [Impedire la Palestina. Una storia politica da Camp David a Oslo, inedito in Italia, ndt.], lo studioso ebreo Seth Anziska sostiene che gli accordi ebbero un ruolo centrale nel perpetuare l’apolidia palestinese e nel creare ostacoli insormontabili alle loro aspirazioni ad avere una patria, gettando le basi concettuali per i disastrosi Accordi di Oslo.

Alcuni anni dopo Camp David, Israele lanciò una brutale invasione del Libano, uccidendo migliaia di civili e distruggendo città. I frutti del tradimento devono avere un sapore amaro.

Massacro in Libano

L’invasione, avvenuta nell’estate del 1982, fu il terzo momento cruciale nella triste storia del tradimento della Palestina da parte dei regimi arabi. Mentre le forze israeliane assediavano Beirut e bombardavano incessantemente la città i governi arabi non fecero altro che esprimere commozione.

Alla fine, gli USA e alcuni Stati arabi intervennero per realizzare gli obiettivi dell’invasione: la rimozione dei combattenti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) dal Libano. Il principe saudita Bandar bin Sultan contribuì a persuadere il leader dell’OLP Yasser Arafat a lasciare Beirut, assicurandogli che i palestinesi nei campi sarebbero stati al sicuro.

La “forza di protezione” occidentale diede garanzie simili ad Arafat, che abboccò e accettò il piano nell’agosto 1982. Ciò che seguì alla partenza dei combattenti dell’OLP fu l’incubo che molti avevano temuto: le promesse di protezione furono infrante e la mattina del 16 settembre 1982 i membri di una milizia cristiana libanese nota come Falange irruppero nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila per compiere un massacro, tutto sotto lo sguardo delle truppe israeliane.

Fino a 3.500 persone furono massacrate in tre giorni. Intere famiglie furono sterminate, ai bambini furono fracassate le teste contro i muri, le vittime furono smembrate e le donne furono stuprate prima di essere uccise con accette.

Pochi giorni dopo il massacro l’Arabia Saudita ricevette Arafat. Ricordo di averlo visto durante l’accoglienza di re Fahd per i dignitari musulmani a Mina il 28 settembre 1982, mentre indossava una medaglia, probabilmente conferitagli dal re.

Ciò che però rimane scolpito nella mia memoria è il tono pallido e giallastro del suo volto, simile a quello di un limone spremuto.

Il 16 dicembre 1982 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconobbe ufficialmente il massacro di Sabra e Shatila come un atto di genocidio. Le stime dell’ONU sul numero delle vittime parlano di 3.500 morti ma è possibile che il numero reale non sarà mai conosciuto, considerate le molte vittime sepolte in fosse comuni o sotto le macerie.

Il raccolto della tirannia

Il genocidio di Sabra e Shatila avrebbe potuto essere evitato se Stati arabi influenti come Arabia Saudita ed Egitto avessero preso una posizione di principio invece di perseguire l’acquiescenza e vantaggi politici a breve termine.

Oggi, 43 anni dopo quel crimine orribile, la storia si ripete. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti e l’Autorità Palestinese vogliono che Gaza si arrenda all’aggressione israeliana, che Hamas rilasci i prigionieri israeliani e si disarmi.

Ci sono appelli affinché i leader di Hamas seguano le orme di Arafat lasciando Gaza, una proposta ampiamente diffusa dai media filo-sauditi e dai lealisti sauditi sui social media dal 7 ottobre 2023.

L’ordine politico arabo sembra desiderare la sconfitta della resistenza di Gaza e il trionfo di quella che molti studiosi, gruppi per i diritti umani e milioni di persone in tutto il mondo percepiscono come una campagna di genocidio. Questa ripetizione della storia non sfugge agli osservatori: le stesse forze che spinsero Arafat a lasciare Beirut e poi uccisero la Primavera Araba, un fenomeno straordinario che aveva aperto una finestra di speranza per la liberazione della Palestina, ora chiedono il disarmo di Gaza.

Il coinvolgimento di alcuni regimi arabi in questi sforzi evidenzia la loro continua complicità nel minare l’autodeterminazione palestinese. Mentre le persone in tutto il mondo arabo hanno mostrato un prorompente sostegno per Gaza, i loro governi non hanno fatto nulla se non vuota retorica.

Questo divario tra volontà popolare e inazione governativa sottolinea la morsa della tirannia e della dittatura nella regione, dove gli interessi personali e la sopravvivenza del regime sono prioritari rispetto alle norme etiche e persino agli imperativi di sicurezza nazionale, come la causa palestinese.

Le posizioni profondamente vergognose di Stati come Egitto, Arabia Saudita e Giordania di fronte al genocidio a Gaza rivelano una cruda verità: l’abbandono della Palestina si è evoluto in una complicità diretta, l’apice di decenni di distacco calcolato, manovre politiche e cambiamenti nelle priorità regionali.

Ripercussioni imminenti

Gli accordi di normalizzazione tra Israele e alcuni Stati arabi non sono incidenti isolati; riflettono un più ampio schema di abbandono e complicità. La narrazione ampiamente accettata secondo la quale i regimi arabi non affrontano Israele a causa della mancanza di unità o di armi avanzate è semplicemente un mito.

Ciò implica che in circostanze diverse questi regimi sosterebbero la causa palestinese. In realtà la loro inazione non deriva dall’incapacità, ma da un calcolato allineamento strategico con gli interessi sionisti, spesso in diretta contraddizione con i valori e i sentimenti dei loro stessi cittadini.

Un esempio lampante di questa posizione emerse dopo che i leader arabi al Cairo all’inizio di marzo approvarono un piano per la ricostruzione di Gaza. Giorni dopo, MEE riportò che gli Emirati Arabi Uniti stavano facendo pressioni sull’amministrazione Trump per abbandonare il piano e costringere l’Egitto ad accettare palestinesi sfollati con la forza.

Nel corso di mesi di spargimento di sangue a Gaza, la maggior parte dei governi arabi è stata lenta persino a emettere condanne blande. Sebbene la loro retorica abbia poi cambiato tono, le loro azioni sono rimaste largamente passive o peggio apertamente favorevoli a Israele, aiutandolo a evitare l’isolamento diplomatico e il contraccolpo economico. Al contrario, gli Houthi dello Yemen hanno intrapreso azioni concrete nel tentativo di fermare il genocidio.

Nel suo nuovo libro War [Solferino Libri, 2024], il giornalista Bob Woodward rivela che alcuni funzionari arabi hanno privatamente rassicurato i loro omologhi americani del loro sostegno all’aggressione israeliana mirata a smantellare la resistenza armata palestinese. La loro principale preoccupazione non era l’uccisione di massa di civili, ma la possibilità che le immagini della sofferenza palestinese potessero scatenare disordini nelle loro società.

Gaza ha infranto l’illusione della credibilità dell’ordine politico arabo, esponendone il profondo fallimento strutturale e morale. Nessuna ricchezza, alleanza straniera o repressione interna può offrire vera stabilità all’Arabia Saudita o ai suoi omologhi mentre i palestinesi vengono assediati e uccisi.

Non c’è alcuna giustificazione morale o politica per allearsi con il sionismo. Il genocidio di Gaza ha rivelato la sua essenza di ideologia fallita costruita sull’espropriazione e il terrore. Credere che la Palestina possa essere schiacciata o che il sionismo possa sopravvivere indenne dopo tutta questa brutalità è una fantasia ridicola.

I regimi arabi che un tempo facilitarono l’espulsione forzata dei combattenti palestinesi da Beirut capiscono che smantellare l’ultima linea di difesa di Gaza potrebbe aprire la strada a un massacro molto peggiore di Sabra e Shatila? E se quell’orrore si verificasse, porteranno il peso di ciò che hanno contribuito a scatenare?

La storia ha dimostrato che sostenere le legittime aspirazioni del popolo palestinese è l’unica strada percorribile. Tradire quelle aspirazioni erode la legittimità delle élite al potere. Da oltre 19 mesi le immagini incessanti della sofferenza a Gaza si sono impresse nella memoria collettiva del mondo. Le persone stanno guardando. Non dimenticheranno.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele ha già perso la guerra di Gaza, solo che ancora non lo sa.

David Hearst

16 maggio 2025 MiddleEastEye

Come per il Vietnam, due fattori porranno fine a questo massacro: la determinazione dei palestinesi a rimanere sulla loro terra e la crescente indignazione pubblica in Occidente

Nell’ultima puntata dello show “La Casa Bianca su Uber: come pre-acquistare un presidente degli Stati Uniti” è di sfuggita sembrato che il conduttore stesse leggendo il copione giusto.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato in Arabia Saudita che l’interventismo liberale è stato un disastro. È vero. Ha detto che non si possono distruggere e ricostruire le nazioni. La Russia post-sovietica, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e lo Yemen ne sono tutti esempi.

Ha smesso di bombardare lo Yemen e ha revocato decenni di sanzioni alla Siria, bloccando nel frattempo due delle principali vie di Israele per il predominio regionale: la divisione della Siria e l’inizio di una guerra con l’Iran.

Dico di sfuggita perché, dato che l’Iran ha già affrontato questo copione molte volte nei negoziati sul suo programma nucleare, ciò che un presidente degli Stati Uniti promette e ciò che mantiene sono due cose diverse.

Fra i primi ad essere stati presi di sorpresa dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni alla Siria sono stati i suoi stessi funzionari del Tesoro. A quanto pare la cessazione delle articolate sanzioni imposte alla Siria da quando nel 1979 gli Stati Uniti hanno inserito il paese nella lista degli Stati sponsor del terrorismo non è così facile, né sarà rapida o completa.

C’è il Caesar Syria Civilian Protection Act, che prescrive spetti al Congresso annullarle, sebbene Trump potrebbe sospenderne alcune parti per motivi di sicurezza nazionale. Le sanzioni stesse sono un mix di ordini esecutivi e statuti, e potrebbero richiedere mesi per essere abolite. C’è spazio per ulteriori cambi di rotta.

Questa particolare puntata dello show è costata ai suoi sponsor, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar cifre impressionanti, più di 3 trilioni di dollari, cifra che continua a crescere, una cifra elevata perfino per gli standard del Golfo.

Missione mortale

Ci sono 600 miliardi di dollari dall’Arabia Saudita, 1,2 trilioni di dollari in accordi con il Qatar, un 747 personale per il presidente, una torre a Dubai per Eric il figlio di Trump e molto altro ancora in arrivo, inclusi accordi in criptovaluta con la società della famiglia Trump, la World Liberty Financial. Gli arabi più ricchi hanno fatto a gara per deporre tributi ai piedi dell’ultimo imperatore di Washington.

Mentre questa orgiastica ostentazione di ricchezza si svolgeva a Riyadh e Doha, Israele celebrava l’anniversario della Nakba del 1948 uccidendo quanti più palestinesi possibile a Gaza. Mercoledì è stato uno dei giorni più sanguinosi a Gaza dall’abbandono unilaterale del cessate il fuoco da parte di Israele. Quasi 100 persone sono state uccise. Bombe anti -bunker sono state sganciate vicino all’ospedale europeo di Khan Younis, un attacco mirato a Muhammad Sinwar, il leader de facto di Hamas a Gaza. La sua morte non è stata confermata. Analogamente all’assassinio del defunto leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran, Israele ha preso di mira un negoziatore chiave in un momento in cui sta fingendo di voler negoziare.

Le mie fonti dicono che poco prima che il 18 marzo Israele riprendesse i suoi attacchi, la leadership politica di Hamas all’estero aveva accettato un accordo con gli americani che avrebbe portato al rilascio di altri ostaggi in cambio di un’estensione del cessate il fuoco, ma senza alcuna garanzia di fine della guerra. Ma Sinwar lo rifiutò e, di conseguenza, la cosa non andò avanti.

Se davvero Sinwar è morto ci vorrà del tempo per ristabilire comunicazioni sicure all’interno di Hamas con uno dei tanti uomini che ora potrebbero prenderne il posto.

Il suo tentato omicidio, o l’effettiva uccisione, è la prova, se ce ne fosse bisogno, che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha alcuna intenzione di riportare a casa vivi gli ostaggi rimasti. Un accordo per gli ostaggi ha bisogno che le forze di Hamas conservino il comando e il controllo. La guerriglia non ne ha bisogno.

La missione di Netanyahu a Gaza, che consiste nell’affamare e bombardare quanti più palestinesi possibile dei 2,1 milioni che vivono nell’enclave, è diventata così chiara, così evidente che nemmeno l’ipotetica comunità internazionale può più ignorarla.

Tom Fletcher, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza: “Per coloro che sono stati uccisi e per coloro le cui voci sono state messe a tacere: di quali altre prove avete bisogno ora? Agirete con decisione per prevenire il genocidio e garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario?”.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “vergognosa” la politica di Israele a Gaza. Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha definito Israele uno “Stato genocida” durante un intervento in Parlamento, sottolineando che Madrid “non fa affari” con un paese del genere.

Gigantesco tradimento

Ma non una sola pubblica parola di condanna del comportamento di Israele a Gaza è stata rivolta a Trump dalle labbra di Mohammed bin Salman, principe ereditario e di fatto sovrano dell’Arabia Saudita, né dal presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed o dall’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad al Thani.

La farsa nel Golfo è stata un enorme tradimento verso i palestinesi, che sanno bene come i governanti arabi abbiano una lunga storia di abbandoni nei loro confronti.

In passato per farlo hanno aspettato qualche decoroso mese o anno dopo una sconfitta militare. Ci è voluto del tempo dopo la guerra del 1967 perché i leader arabi parlassero di una soluzione pacifica per la Cisgiordania occupata e Gaza. Oggi stanno abbandonando i veri eroi del mondo arabo, che vengono affamati e bombardati a morte.

Hamas e Hezbollah sono stati entrambi gravemente indeboliti, anche se mi chiedo se i colpi ricevuti siano stati decisivi. Ma Hamas continua a combattere sul campo, come dimostra il bilancio di vittime militari israeliane a Gaza, spesso sottovalutato. Nessun sorvegliante ha consegnato il proprio ostaggio per salvarsi la vita.

Lo spirito di resistenza a Gaza non è stato sconfitto. Anzi, il parallelo con un’altra storica sconfitta delle forze coloniali, quella francese e americana, si è ulteriormente rafforzato.

In un certo senso non è possibile fare un paragone tra Gaza e la guerra del Vietnam. La forza che Israele usa oggi a Gaza è nettamente superiore a quella usata da John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson e Richard Nixon, i tre presidenti degli Stati Uniti il ​​cui mandato fallì in Vietnam.

Nell’arco di otto anni gli Stati Uniti hanno sganciato più di cinque milioni di tonnellate di bombe sul Vietnam, rendendolo il luogo più bombardato al mondo. A gennaio di quest’anno, Israele aveva sganciato almeno 100.000 tonnellate di bombe su Gaza.

In altre parole, gli Stati Uniti in Vietnam hanno sganciato circa 15 tonnellate di esplosivo per chilometro quadrato, mentre Israele ne ha sganciate 275 per chilometro quadrato di Gaza, una cifra 18 volte superiore.

Detto questo, altri punti di paragone colpiscono: una guerra che segna gli Stati Uniti ancora oggi e l’attuale guerra a Gaza, che Netanyahu è pronto ad aggravare tentando di rioccupare il territorio in modo permanente.

Un terribile déjà vu

L’attuale generazione di osservatori di guerra non può che provare un senso di déjà vu schiacciante guardando il resoconto meticolosamente completo del conflitto nella nuova miniserie Turning Point: The Vietnam War.

L’inutilità, ormai riconosciuta, della campagna militare statunitense contro i Viet Cong è rispecchiata e amplificata dai tentativi dell’esercito israeliano di cancellare Hamas dalla mappa.

Con l’intensificarsi del coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam e l’abbandono da parte di Washington della farsa che oltre 16.000 tra soldati e piloti stessero “consigliando” l’esercito sudvietnamita, divenne chiaro sia a Washington che a Saigon che avrebbero dovuto cacciare i Viet Cong dalle campagne e riprendere il controllo governativo di circa 12.000 villaggi.

Probabilmente nulla ha fatto rivoltare gli abitanti dei villaggi del Vietnam del Sud contro gli Stati Uniti e il loro stesso governo a Saigon più velocemente del “Programma Strategico di Hamlet”. Si trattava di insediamenti fortificati dove gli abitanti dei villaggi, cacciati dalle loro terre ancestrali dalle truppe statunitensi, avrebbero dovuto forzosamente reinsediarsi. Nel gergo dei cinegiornali dell’epoca, gli abitanti dei villaggi avrebbero potuto iniziare una nuova vita, liberati dai comunisti.

Come affermò Thomas Bass, autore di Vietnamerica: The War Comes Home “C’erano intere regioni che potevano essere dichiarate campo libero per gli attacchi”.

Strettamente correlato a questo c’era un altro presupposto del programma di “pacificazione” statunitense, il precedente dell’odierna guerra, che nasceva dalle difficoltà che i soldati statunitensi avevano nel distinguere i civili dai combattenti. La soluzione consisteva nel trattare qualsiasi vietnamita incontrato in una zona dichiarata “di fuoco libero” come nemico, e aprire il fuoco senza fare riferimento alla catena di comando.

Un ex marine statunitense ha detto: “Ci hanno insegnato che tutti i vietnamiti erano liberi di andarsene e che tutti quelli rimasti facevano parte dell’infrastruttura dei Viet Cong. Basta dare la caccia alle persone e ucciderle, e puoi ucciderle come ti pare”.

Ci si aspettava che i comandanti tornassero con un alto numero di cadaveri. Tutti i caduti, donne e bambini inclusi, furono trattati come comunisti morti: “Mi è stato detto che se avessimo ucciso 10 vietnamiti per ogni americano avremmo vinto”, ha detto un altro veterano del Vietnam.

Gli abitanti dei villaggi morivano di fame nei loro accampamenti liberi dai Viet Cong perché avevano perso l’accesso alle loro risaie. L’obiettivo principale, tuttavia, non era quello di sfamarli, ma di bonificare le campagne. Il risultato fu che gli abitanti dei villaggi fuggirono e i Viet Cong si avvicinarono sempre di più alle città.

A un certo punto quasi il 70% degli abitanti dei villaggi che si arruolarono volontariamente per unirsi ai Viet Cong erano donne. Tran Thi Yen Ngoc del Fronte di Liberazione Nazionale ha dichiarato: “Ci chiamavano Viet Cong, ma eravamo l’esercito di liberazione. Eravamo tutti compagni e ci consideravamo un’unica famiglia. Quando una persona cadeva, altre cinque o sei si facevano avanti”.

“Un terribile caos”

Ci sono altre due somiglianze tra oggi e il 1968: le proteste e i feroci livelli di repressione nei campus statunitensi, e la misura in cui le forze armate americane e israeliane si sentano in dovere di disumanizzare il nemico prima di commettere atrocità.

Dopo il massacro di My Lai del 1968, in cui circa 500 civili disarmati e innocenti furono uccisi nel giro di poche ore, il comandante americano generale William Westmoreland affermò che la vita ha poco valore per i vietnamiti: “L’orientale non dà alla vita lo stesso alto valore di un occidentale”.

I leader israeliani vanno ben oltre Westmoreland. Chiamano i palestinesi animali umani.

In effetti, tutta quella storia di decenni fa suona inquietante e pertinente ai giorni nostri a Gaza e nella Cisgiordania occupata.

In un’intervista del 29 ottobre 2023, a poche settimane dall’inizio della guerra, Giora Eiland, un generale di riserva in pensione, affermò che Israele non avrebbe dovuto permettere l’ingresso di aiuti nel territorio: “Il fatto che ci stiamo piegando di fronte agli aiuti umanitari a Gaza è un grave errore… Gaza deve essere completamente distrutta: un caos terribile, una seria crisi umanitaria, grida di vendetta al cielo”.

In seguito affermò: “Tutta Gaza morirà di fame, e quando Gaza morirà di fame, centinaia di migliaia di palestinesi saranno furiosi e arrabbiati. E la gente affamata, sono loro che faranno un colpo di stato contro [Yahya] Sinwar, e questa è l’unica cosa che lo preoccupa”.

Non accadde nulla del genere, ma il ragionamento di Eiland divenne noto come Piano dei Generali, inizialmente applicato al nord di Gaza dove rimanevano 400.000 palestinesi.

Il piano per svuotare il nord di Gaza fallì, poiché durante il recente cessate il fuoco centinaia di migliaia di persone tornarono alle loro case, anche se di esse non era rimasto nulla.

Biglietto di sola andata

Ma la tattica di affamare e sgomberare ha trovato nuova linfa nell’attuale operazione militare israeliana chiamata “Carri di Gedeone”. In quella che Netanyahu ha ripetutamente definito la “fase finale” della guerra, il piano prevede di costringere oltre due milioni di palestinesi a trasferirsi in una nuova “zona franca” intorno a Rafah.

Ai palestinesi vi sarà consentito l’ingresso solo dopo essere stati controllati dalle forze di sicurezza. Ed è un biglietto di sola andata: non potranno mai più tornare alle loro case, che verrebbero completamente distrutte.

“L'[esercito israeliano], in collaborazione con lo Shin Bet [l’agenzia per la sicurezza interna israeliana], istituirà posti di blocco sulle strade principali che porteranno alle aree in cui saranno ospitati i civili di Gaza nell’area di Rafah”, ha dichiarato Ynet [fonte quotidiana in inglese di notizie dell’ultima ora da Israele e dal mondo ebraico, ndt.]

Martedì Netanyahu ha dichiarato che potrebbe accettare un cessate il fuoco temporaneo a Gaza ma non si impegnerà a porre fine alla guerra nell’enclave palestinese.

Ciò che il Vietnam ha fatto per LBJ e Nixon, Gaza lo farà per Netanyahu e per il suo successore come primo ministro, probabilmente Naftali Bennett. Secondo fonti britanniche che lo vedono regolarmente Netanyahu è molto più malato di cancro di quanto non venga pubblicamente riconosciuto.

Due fattori hanno posto fine alla guerra del Vietnam, e con essa a oltre un secolo di lotta per liberare il Paese da un padrone coloniale: la determinazione dei vietnamiti e l’opinione pubblica statunitense.

Gli stessi due fattori condurranno il popolo palestinese al proprio Stato: la determinazione dei palestinesi a rimanere e morire sulla propria terra, e l’opinione pubblica occidentale che si sta ormai rapidamente rivoltando contro Israele. Osservatela attentamente. Si sta insinuando a destra e si è saldamente radicata a sinistra. Etichettare legittime critiche al genocidio come antisemite non funzionerà più. La carica è già esaurita.

È sia in Palestina che nei cuori e nelle menti dell’Occidente – da cui è nato il progetto sionista e da cui è così dipendente – che questa guerra si sta combattendo.

Israele potrà anche vincere ogni battaglia, come fecero gli americani in Vietnam, ma perderà la guerra.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista della sezione esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La commemorazione della Nakba si è svolta come previsto di fronte all’Università di Tel Aviv, senza arresti né scontri

Noam Lehmann

14 maggio 2025 – Times of Israel

Con una massiccia presenza della polizia diverse decine di studenti arabi e israeliani di sinistra hanno celebrato una cerimonia in memoria della Nakba nella piazza Entin dell’università di Tel Aviv, mentre contromanifestanti di destra hanno cercato di impedire la manifestazione con musica assordante e insulti dietro uno schieramento di poliziotti.

Diversamente dagli ultimi anni non ci sono stati arresti o scontri tra le due parti.

La Nakba, o catastrofe, è il termine arabo usato per indicare l’esodo e l’espulsione di circa 700.000 palestinesi durante la guerra di indipendenza di Israele nel 1948.

L’annuale protesta quest’anno ha sollevato particolari polemiche, dopo che il Ministro dell’Educazione Yoav Kisch ha minacciato di revocare il finanziamento alle università di Tel Aviv e Ebraica a causa delle manifestazioni.

Studenti palestinesi attivisti hanno parlato da un palco dietro ad uno striscione che recitava in inglese e in arabo “La Nakba continua”. Da un lato del palco c’era una mappa della Palestina storica, su cui gli attivisti hanno evidenziato in rosso, verde e nero – i colori della bandiera palestinese – le comunità che sono state distrutte o pesantemente danneggiate nella guerra del 1948. La deputata Aida Touma-Suliman ha evidenziato le comunità di Nazareth, dove è nata, e di Acre.

Gli attivisti, molti dei quali indossavano kefiah palestinesi, reggevano anche cartelli con i nomi dei villaggi palestinesi rasi al suolo. Al posto delle bandiere palestinesi, che spesso la polizia confisca, i manifestanti reggevano cartoni ritagliati in forma di angurie, che identificano la causa palestinese per via dei colori del frutto, rosso, nero, verde e bianco.

In riferimento al divieto delle bandiere palestinesi, alcuni cartelli recavano la scritta in arabo “Hanno vietato le bandiere” e “Hanno paura persino delle angurie”. Altri cartelli chiedevano “No al genocidio a Gaza”.

I manifestanti palestinesi cantavano canzoni patriottiche, comprese le poesie “Ounadikum wa’Ashad’ Ayadkum” (Ti chiamo e ti stringo le mani) di Mahmoud Darwish e “Mawtini” (la mia patria) di Ibrahim Tuqan.

Una studentessa attivista palestinese ha raccontato in ebraico come la famiglia di suo nonno fu espulsa in Libano dal villaggio della Galilea Al-Bassa, dove adesso si trova la cittadina israeliana di Shlomi. In Libano, dice, diversi membri della sua famiglia, compresa sua sorella, furono trucidati nel 1982 nel massacro di Sabra e Shatila, quando Israele chiuse gli occhi di fronte alle atrocità perpetrate nel campo profughi dai suoi alleati antipalestinesi falangisti cristiano-libanesi.

La Nakba continua, non è solo una storia dei miei nonni”, dice. “Io sono una rifugiata nella mia stessa terra…il fatto che ho paura di sventolare la mia bandiera è una Nakba.”

Proprio mentre pensavo che queste fossero cose del passato, esse ritornano e le stiamo vedendo in tempo reale”, dice riferendosi a Gaza. Dietro ad uno schieramento di polizia un arabo-israeliano di destra urla “Bugiarda!”.

Rivolgendosi ai contro manifestanti, il conduttore della cerimonia dice che presto si troveranno in prigione per omicidio.

Allora vorrete non aver compiuto massacri, allora vorrete non aver assassinato”, dice.

Dall’altra parte della strada il gruppo di studenti di destra Im Tirzu tiene un comizio pieno di discorsi di rabbia contro l’università per aver permesso lo svolgimento della commemorazione della Nakba. Su un grande striscione è scritto “Nakba Harta”, cioè “la Nakba è un mucchio di stronzate”.

Il viceministro Almog Cohen, del partito di estrema destra Otzma Yehudit, si è avvicinato alla commemorazione con un megafono, cercando di sovrastare i manifestanti interpretando un assolo di “Hatikva”, l’inno nazionale di Israele.

Un portavoce dell’università di Tel Aviv – che sorge anch’essa sulle rovine del villaggio palestinese di Sheikh Munis – ha detto che l’istituto “è la più grande e più distinta università di Israele – liberale e pluralista – e ne va orgoglioso.”

In questi tempi difficili…l’università fa appello a tutti gli studenti di ogni tendenza politica a mostrare tolleranza e respingere ogni invito all’incitamento della violenza.”

Il portavoce ha sottolineato che la commemorazione della Nakba è un evento annuale che si svolge fuori dai cancelli dell’università e “si trova perciò sotto la responsabilità e l’approvazione della polizia”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Brutalità alla luce del sole

Anonimo

5 maggio 2025 The Electronic Intifada

La mattina del 22 aprile l’esercito israeliano ha invaso il villaggio di al-Tuwani in Cisgiordania, con l’obiettivo esplicito di demolire un’abitazione palestinese.

Poco prima delle 10 le attività quotidiane sono state bruscamente interrotte dal rumore stridente di un convoglio di macchinari pesanti, veicoli blindati e agenti della Polizia di Frontiera israeliana che entravano rumorosamente nell’area. La carovana militare ha preso di mira una piccola casa sulla dolce collina che sovrasta la scuola della comunità.

Decine di soldati israeliani armati di fucili d’assalto, manganelli e lacrimogeni hanno rapidamente iniziato a “mettere in sicurezza” il perimetro, allontanando con la forza la famiglia.

Genitori e figli raccoglievano freneticamente gli oggetti che riuscivano a tenere tra le braccia stringendoli forte al petto. Venivano espulsi – con violenza – dalla loro casa. Mentre la famiglia si allontanava in preda all’angoscia, i soldati – con le armi ben strette e il grilletto pronto – marciavano contro gli organizzatori locali, i difensori dei diritti umani e i bambini disorientati, affinché l’ordine di demolizione potesse essere eseguito “in sicurezza” senza interruzioni né regressioni. Non appena i soldati israeliani con i volti ben nascosti da elmetti e passamontagna ebbero isolato l’area, è avanzato il bulldozer. Il perforatore pneumatico ha sfondato il tetto di lamiera con facilità e stridore, mentre il braccio meccanico del mezzo sfondava tutte le pareti della casa con indifferenza chirurgica.

A molti il suono prendeva allo stomaco ed era rivoltante. Nel giro di pochi minuti, l’intera casa di una famiglia era stata metodicamente distrutta e ridotta a un cumulo di polvere, macerie di cemento, lamiera contorta e filo spinato sfilacciato.

Sia i volontari internazionali che i membri della comunità hanno filmato la demolizione da una collina vicina.

In seguito un attivista palestinese ha affermato: “Ecco perché diciamo che la Nakba non è mai finita”, riferendosi all’espulsione di massa dei palestinesi da parte delle forze sioniste tra il 1947 e il 1949.

“Nemmeno la nostra resistenza, per la cronaca”, ha aggiunto l’attivista.

Intimidazioni e impunità

Per le truppe israeliane che sovrintendono “la procedura”, devastare la casa, le speranze e i sogni di una famiglia palestinese sembra essere nient’altro che un incarico quotidiano. Una direttiva gestionale, un compito da svolgere – impunemente – al servizio dell’espansione degli insediamenti israeliani con in mente l’annessione. Mentre la casa veniva rasa al suolo, i familiari addolorati e gli abitanti del villaggio, giustamente indignati, affrontavano verbalmente i soldati. Le donne palestinesi prendevano l’iniziativa nel rimproverare l’esercito, indicando direttamente i soldati e rifiutandosi di cedere di fronte alle loro intimidazioni. Alcune impugnavano i telefoni per filmare, altre gridavano di dolore e rabbia per i danni e il trauma che avveniva davanti ai loro occhi.

Su uno sfondo di macerie e detriti un piccolo bambino della famiglia abbracciava la madre.

“Questa è la vita sotto occupazione; distruggono tutto ciò che vogliono”, ha chiarito un manifestante locale dopo che la casa è stata rasa al suolo.

I soldati israeliani e la polizia di frontiera sono rimasti impassibili – alcuni hanno persino sorriso ironicamente o riso con disprezzo. Poco dopo, sia i palestinesi del posto che i simpatizzanti internazionali sono stati aggrediti fisicamente, colpiti con bombolette di gas lacrimogeno e minacciati di arresto dagli agenti israeliani.

Mentre polvere di cemento e grida di protesta riempivano l’aria, una cisterna e un serbatoio – cruciali per le comunità palestinesi che vivono in una regione arida e a cui è negato l’accesso alla rete idrica peraltro illegale di Israele – sono stati uno dopo l’altra schiacciati e sepolti da un bulldozer. “Si fissano sull’acqua perché sanno che è un buon modo per cacciarci dalla terra”, ha detto un residente della zona.

Se una cosa è certa degli eventi a cui ho assistito quella mattina è che le brutali macchinazioni del regime israeliano di apartheid e dell’occupazione coloniale della Cisgiordania non si svolgono solo con la copertura del buio.

La violenza viene esibita in pieno giorno, sfacciatamente, per lanciare un messaggio.

La continua violenza dei coloni

Le demolizioni ad al-Tuwani non sono un’aberrazione. Fanno parte di un più ampio sistema di dominio e di occupazione da parte dei coloni, secondo cui i funzionari israeliani considerano le abitazioni e le infrastrutture– se non addirittura le vite – dei palestinesi illegali e sacrificabili per giustificarne la distruzione e l’eliminazione.

In tutta la Cisgiordania occupata gli sfratti perseguono uno scopo analogo: sradicare ed espellere i palestinesi dalle zone a cui Israele mira per le colonie.

Pretese territoriali, diritti sull’acqua e legislazione nazionale israeliana sono usati come armi per frammentare le comunità, confiscare territori, criminalizzare la resistenza e cancellare l’esistenza palestinese.

Ad esempio, sia gli “avamposti agricoli” che le “zone di tiro” – termini asettici del discorso ufficiale – fungono da strumenti di espropriazione e sfollamento forzato.

Gli avamposti agricoli permettono ai coloni di rubare terreni col pretesto dell’imprenditorialità agricola. Allo stesso modo le zone di tiro proibiscono del tutto la presenza palestinese con il pretesto dell’addestramento militare.

Analogamente la detenzione amministrativa israeliana, un protocollo burocratico disumano che prevede la detenzione di persone senza processo e di fatto senza limiti di tempo – e per di più senza alcuna incriminazione – fornisce copertura legale ad espulsioni, arresti e incarcerazioni al fine di garantire la “sicurezza nazionale”.

Attualmente quasi 10.000 palestinesi languiscono nelle carceri israeliane, molti dei quali detenuti senza accusa in regime di detenzione amministrativa. Torture, abusi, umiliazioni e isolamento sono stati segnalati come prassi quotidiana.

Gli esperti sostengono da decenni come questa sia un’ulteriore innegabile prova di brutalità razzista e apartheid.

Incursioni e attacchi

In particolare l’escalation ad al-Tuwani è avvenuta insieme a un’ondata di aggressioni da parte di coloni e militari in tutta la Cisgiordania. Due giorni dopo la demolizione, nella città settentrionale di Bardala dei coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio, [tagliato tubature idriche, ndt.] ucciso bestiame, incendiato campi e sparato ai civili [vedi Zeitun]. L’esercito israeliano ha impedito ai camion dei pompieri di raggiungere le fiamme e ha ritardato l’arrivo delle ambulanze che trasportavano i feriti. Giorni prima della demolizione ad al-Tuwani, nel vicino villaggio di al-Rakeez i coloni avevano invaso dei terreni agricoli piantando pali di ferro tra gli ulivi. Quando un pastore palestinese e suo figlio adolescente li hanno affrontati, uno dei coloni che aveva violato la proprietà ha sparato al padre a una gamba.

I soldati israeliani giunti sul posto hanno impedito i primi soccorsi e hanno arrestato il figlio del pastore, subito bendandolo e poi trattenendolo per diversi giorni.

Il giorno seguente al padre è stata amputata la gamba ed è stato trattenuto in ospedale per altri giorni ammanettato al letto.

Più o meno nello stesso periodo, le aggressioni contro i palestinesi si andavano intensificando nelle città della Cisgiordania. A Hebron [sotto controllo palestinese, con un insediamento illegale pari al 20% del territorio, ndt.] i soldati israeliani hanno sfilato per le strade, lanciato gas lacrimogeni e arrestato un bambino.

A Gerusalemme i coloni hanno assaltato la moschea di al-Aqsa durante la Pasqua ebraica per celebrarvi riti, protetti da agenti di polizia e soldati israeliani. Ai fedeli musulmani è stato vietato l’ingresso per due giorni, un’azione ostile per affermare il controllo israeliano sul luogo sacro.

Esistere è resistere

Mentre infuria il genocidio a Gaza, infuria anche la guerra, lunga generazioni, contro l’esistenza palestinese in Cisgiordania.

I palestinesi continuano a essere vittime di un terrorismo spietato e di attacchi “prezzo da pagare” [per il rilascio di prigionieri palestinesi, ndt.] progettati per rendere le loro vite insopportabili.

Le demolizioni di case, le sparatorie indiscriminate, gli arresti arbitrari, le ostilità dei coloni, gli incendi dolosi, gli accaparramenti di terre e le incursioni nei luoghi della religione – che costituiscono il lungo assalto coloniale del movimento sionista – tutto lavora unitamente ad un unico obiettivo: una Nakba senza fine.

Ciò nonostante ad al-Tuwani e al-Rakeez le famiglie si sono riunite intorno alle macerie della casa demolita per offrire rifugio alla famiglia sfollata e cure al pastore ferito. Agricoltori e pastori di Bardala stanno tornando a piantare le colture e prendersi cura di ciò che resta delle loro mandrie.

Anche i giovani e i fedeli palestinesi di Hebron e Gerusalemme continuano a resistere agli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani nelle strade e nei luoghi sacri – e al diavolo le minacce di detenzione e morte.

Di fronte allo sterminio “esistere significa resistere” – è quello che afferma un sostenitore di lunga data della solidarietà palestinese della regione.

E dopo aver assistito all’apartheid israeliano e alla sfrenata campagna di sradicamento da parte dei coloni che continua a dilaniare la Cisgiordania occupata, è inequivocabile che la resistenza palestinese durerà.

L’autore, originario della città inglese di Liverpool, è un volontario dell’International Solidarity Movement e si è impegnato in azioni dirette e nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in tutta la Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)