Da bambine sognavamo il nostro futuro. Poi un proiettile israeliano si è preso quello di Malak

Lujayn

23 marzo 2025 – Al Jazeera

La mia migliore amica arrossiva facilmente, amava il nostro quartiere di Gaza e sperava di diventare un’infermiera per assistere i bambini malati.

Malak era come una sorella per me.

Avevamo nove anni quando ci siamo incontrate alla scuola femminile Hamama nel quartiere di Sheikh Radwan di Gaza City. Era il 2019 e la famiglia di Malak si era appena trasferita in un appartamento a tre edifici di distanza dal mio. Quando lei è arrivata a scuola io mi sono presentata e da quel giorno in poi siamo andate e tornate da scuola insieme ogni giorno.

Allora Sheikh Radwan ci sembrava tutto il nostro mondo. C’erano begli edifici e negozi dove compravamo dolci. Le famiglie si conoscevano tra loro, i bambini giocavano insieme. Conoscevamo tutti i nostri vicini e chiamavamo gli adulti zie e zii.

All’inizio pensavo che Malak arrossisse facilmente perché era nuova nella scuola. Ma col passare del tempo ho capito che questo faceva parte del suo modo di essere. Malak era timida e tranquilla, gentile e affettuosa. Il suo nome significa “angelo”. Le si confaceva.

Si prendeva cura dei nostri compagni di classe e quando uno di loro era turbato Malak lo consolava. Spesso l’ho vista aiutare altri bambini con i compiti a casa.

Ero più vicina a Malak che alle altre ragazze della scuola perché ci piacevano le stesse cose: la matematica, la fisica e la musica. Io ho una passione per la fisica, mentre lei era molto brava in matematica. Entrambe suonavamo il piano. Io ero specializzata in musica classica, mentre lei amava la musica tradizionale palestinese.

A volte suonavamo in modo stonato. Ricordo che una volta abbiamo scherzato sul fatto che avrebbe dovuto seguire il suo sogno di diventare infermiera piuttosto che una musicista professionista. Lei ha riso e si è detta d’accordo con me. Spesso ci facevamo ridere a vicenda.

Ma dietro al sorriso di Malak c’era tristezza, come se stesse portando un peso, un dispiacere che teneva per sé.

Perché questa tristezza, Malak?’

Un giorno di settembre del 2023 eravamo sedute nel cortile della scuola come facevamo spesso negli intervalli tra le lezioni, parlando dei nostri sogni per il futuro. Avevamo appena finito una prova di matematica. La giornata a scuola non era finita, ma ho visto che Malak voleva andare a casa. Tratteneva le lacrime. “Perché sei triste, Malak?”, le ho chiesto.

Lei ha guardato il cielo e poi me e ha risposto: “Mio fratello Khaled è nato con un difetto cardiaco congenito. Ha solo un anno più di me ed è molto malato.”

Ero stata a casa di Malak molte volte e sapevo che suo fratello era debole e spesso malato. Ma non sapevo quanto fosse grave la sua malattia.

Quando mi ha detto che lui poteva morire le ho messo una mano sulla spalla. “Chi lo sa, Malak?”, ho detto. “Magari noi lasceremo questo mondo prima di lui. La morte non tiene conto dell’età o delle malattie.”

Non avrei mai immaginato che le mie fugaci parole sarebbero presto diventate una brutale realtà.

Quel giorno nel cortile della scuola abbiamo chiacchierato per ore. Malak ha parlato dell’idea di diventare infermiera e di tornare a Ramla [ora in Israele, ndt.], la sua zona di origine, da cui la sua famiglia era stata sfollata durante la Nakba [pulizia etnica operata dai sionisti nel 1947-49, ndt.]. Mi ha detto che voleva occuparsi dei malati, soprattutto bambini. Ho pensato che sarebbe stata un’infermiera perfetta per via della sua natura gentile.

Quando è iniziata la guerra ognuna di noi si è rifugiata nella sua famiglia e abbiamo perso i contatti. Io sono stata sfollata con la mia famiglia più di 12 volte. Siamo stati costretti a lasciare la nostra casa a Gaza City e siamo fuggiti in altri luoghi per due volte nella stessa città. E poi a Khan Younis, Deir el-Balah nel campo profughi di Bureij, ad al-Mawasi ed ora a Rafah, da cui sto scrivendo.

Durante questi spostamenti ho cercato di contattare Malak, ma non ci sono mai riuscita. Sia il suo telefono che quello di sua madre erano irraggiungibili.

La nostra scuola è stata trasformata in un rifugio per sfollati, prima di essere distrutta da attacchi aerei israeliani il 3 agosto 2024. Anche dopo questa terribile notizia non sono riuscita a sentire Malak.

Ritrovarci

Dopo più di un anno senza riuscire a contattare la mia amica, una mattina del gennaio 2025, mentre ero nel nostro rifugio a Rafah, ho ricevuto una telefonata da un numero sconosciuto. Ero contentissima quando ho sentito la voce di Malak: era felice ed eccitata di parlarmi, ma l’ho sentita sfinita.

Le ho chiesto come stessero lei e la sua famiglia e di suo fratello Khaled, ricordando che lui aveva bisogno di medicine. Mi ha detto che vivevano in una tenda nella zona di al-Mawasi a Rafah, a pochi chilometri da dove era rifugiata la mia famiglia.

Malak aveva voglia di parlare. Mi ha raccontato che la sua famiglia era stata più volte sfollata in varie zone di Gaza. La nostra conversazione è anche tornata ai bei giorni a Sheikh Radwan – alle nostre case, alla nostra scuola e a tutto ciò che facevamo prima della guerra.

Prima di finire la telefonata ho promesso di andarla a trovare e portarla insieme alla sua famiglia nel nostro rifugio. Pensavo che sarebbe stato più sicuro per loro stare nel nostro stesso rifugio dato che il nostro edificio è di pietra, mentre Malak viveva in una tenda.

Due giorni dopo, l’8 gennaio, ho programmato con mia madre di andare da Malak. L’ho chiamata per confermare. Ha risposto la sorellina di Malak, Farah, in lacrime. “Malak se ne è andata”, ha singhiozzato. È stata uccisa all’alba da un proiettile mentre dormiva nella nostra tenda.”

Non potevo ascoltare. O forse non volevo credere a ciò che Farah stava dicendo. Mi si è stretto il cuore oltre ogni dire. Ho riattaccato, soffocata dalle lacrime. Mi sono rivolta a mia madre: “Malak se ne è andata”.

Insieme, nella morte

Il giorno dopo mia madre ed io siamo andate in visita dalla famiglia di Malak per porgere le nostre condoglianze. Abbiamo trovato la loro tenda fatta a pezzi dai buchi dei proiettili. Ma non c’era nessuno. I loro vicini, anch’essi nelle tende, ci hanno detto che Khaled era morto quella mattina. La sua malattia era peggiorata senza accesso alle medicine e il lutto per la morte di sua sorella aveva spezzato il suo spirito. La famiglia era andata a seppellirlo.

Ho ripensato alle mie parole durante la conversazione nel cortile della nostra scuola. Non avrei mai immaginato che Malak potesse morire e che Khaled l’avrebbe seguita dopo così poco tempo. Sono stati sepolti uno accanto all’altra. Anche nella morte Khaled non si sarebbe separato da lei.

Chi ha sparato quella pallottola mortale a Malak? Perché l’hanno uccisa? Era un pericolo per i soldati mentre dormiva? Avevano paura dei suoi sogni di tornare a Ramla?

Addio, mia cara amica. Non ti dimenticherò mai. Pianterò un ulivo in tuo onore e porterò quelli che restano della tua famiglia a stare da noi e mi prenderò cura di loro come avresti fatto tu.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La lettera di Mahmoud Khalil, prigioniero politico palestinese in Louisiana

Mahmoud Khalil

 

18 marzo 2025  Mondoweiss

Da un centro di detenzione dell’ICE [Controllo dell’Immigrazione e delle Dogane, agenzia federale del Dipartimento della Sicurezza Interna, ndt.] Mahmoud Khalil scrive:”L’amministrazione Trump mi sta prendendo di mira all’interno di una strategia più ampia per reprimere il dissenso”.

La seguente lettera è stata dettata da Mahmoud Khalil ai suoi avvocati dal telefono di un centro di detenzione dell’ICE

18 marzo 2025

Mi chiamo Mahmoud Khalil e sono un prigioniero politico. Vi scrivo da un centro di detenzione in Louisiana, dove mi sveglio al freddo e trascorro lunghe giornate a testimoniare le silenziose ingiustizie in atto contro un gran numero di persone escluse dalle protezioni di legge. Chi ha diritto ad avere diritti? Di certo non sono gli esseri umani ammassati qui nelle celle. Non è l’uomo senegalese che ho incontrato, privato della sua libertà da un anno, con una situazione legale in sospeso e la famiglia a un oceano di distanza. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che ha messo piede in questo paese all’età di nove anni solo per essere deportato senza nemmeno un’udienza.

La giustizia non esiste nelle strutture di immigrazione di questa nazione. L’8 marzo sono stato preso dagli agenti del Dipartimento della Sicurezza Interna che si sono rifiutati di fornire un mandato e hanno aggredito me e mia moglie mentre rincasavamo da una cena. Ormai il filmato di quella notte è stato reso pubblico. Prima che mi rendessi conto di cosa stesse succedendo, gli agenti mi hanno ammanettato e costretto a salire su un’auto senza contrassegni. In quel momento, la mia unica preoccupazione era per la sicurezza di Noor. Non avevo idea se sarebbe stata presa anche lei, poiché gli agenti avevano minacciato di arrestarla per non essersi allontanata da me. Il Dipartimento non mi ha detto nulla per ore: non sapevo il motivo del mio arresto o se avrei dovuto affrontare un’immediata deportazione.

Ho dormito sul freddo pavimento di Federal Plaza 26 [sede nuovayorkese nell’ICE, ndt.]. Nelle prime ore del mattino gli agenti mi hanno trasportato in un’altra struttura a Elizabeth, nel New Jersey. Lì dormivo per terra e mi è stata rifiutata una coperta nonostante la mia richiesta. Il mio arresto è stato una conseguenza diretta dell’esercizio del mio diritto alla libertà di parola, poiché sostenevo una Palestina libera e la fine del genocidio a Gaza – che è ripreso con massima forza lunedì sera. Con la fine del cessate il fuoco di gennaio, i genitori a Gaza stanno di nuovo cullando minuscoli sudari e le famiglie sono costrette a patire fame e sfollamento sotto le bombe. È per noi un imperativo morale continuare nella lotta per la loro completa libertà.

Sono nato in Siria in un campo profughi palestinese, da una famiglia che era stata sfollata dalla propria terra nella Nakba del 1948. Ho trascorso la mia giovinezza vicino ma distante dalla mia terra natale. Ma essere palestinese è un’esperienza che trascende i confini. Vedo nella mia attuale condizione delle somiglianze con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, ovvero la reclusione senza processo o accusa, che priva i palestinesi dei loro diritti. Penso all’amico Omar Khatib, che è stato incarcerato da Israele senza accusa o processo mentre tornava a casa da un viaggio. Penso al pediatra direttore dell’ospedale di Gaza dr. Hussam Abu Safiya, che è stato fatto prigioniero dall’esercito israeliano il 27 dicembre e che oggi si trova in un campo di tortura israeliano. Per i palestinesi, la reclusione senza giusto processo è un fatto consueto.

Ho sempre creduto che il mio dovere fosse non solo quello di liberare me stesso dall’oppressore, ma anche di liberare i miei oppressori dal loro odio e dalla loro paura. La mia ingiusta detenzione è indicativa del razzismo anti-palestinese che sia l’amministrazione Biden che quella di Trump hanno dimostrato negli ultimi 16 mesi, con gli Stati Uniti che hanno continuato a fornire armi a Israele per uccidere i palestinesi e a impedire l’intervento internazionale. Per decenni il razzismo anti-palestinese ha animato l’intento di estendere le leggi e le pratiche statunitensi atte a reprimere violentemente palestinesi, arabo-americani e altre comunità. Questo è esattamente il motivo per cui sono stato preso di mira.

Mentre attendo decisioni legali che tengono in ballo il futuro di mia moglie e di mio figlio, coloro che hanno permesso che fossi il bersaglio restano comodamente alla Columbia University. I presidenti Shafik, Armstrong e Dean Yarhi-Milo hanno creato le condizioni perché il governo degli Stati Uniti mi detenesse, sanzionando arbitrariamente studenti filo-palestinesi e consentendo campagne virali fuori controllo di diffusione di informazioni personali basate su razzismo e disinformazione. La Columbia mi ha preso di mira per il mio attivismo, ha creato un nuovo arrogante ufficio disciplinare per eludere il giusto processo e mettere a tacere gli studenti che criticano Israele. La Columbia si è arresa alle pressioni federali consegnando i registri degli studenti al Congresso e cedendo alle ultime minacce dell’amministrazione Trump. Il mio arresto, l’espulsione o la sospensione di almeno 22 studenti della Columbia, alcuni dei quali privati ​​delle loro lauree triennali solo poche settimane prima della laurea, e l’espulsione di Grant Miner presidente dell’Associazione degli Studenti Lavoratori della Columbia alla vigilia delle trattative contrattuali ne sono chiari esempi.

Se non altro la mia detenzione è una prova della forza del movimento studentesco nel cambiare l’opinione pubblica verso la liberazione palestinese. Gli studenti sono da tempo in prima linea nel cambiamento, hanno guidato la lotta contro la guerra del Vietnam, sono in prima linea nel movimento per i diritti civili e hanno lottato contro l’apartheid in Sudafrica. E oggi, anche se la società deve ancora davvero capirlo, sono gli studenti a guidarci verso la verità e la giustizia.

L’amministrazione Trump mi sta colpendo all’interno di una strategia più ampia per reprimere il dissenso. I titolari di visto, i titolari di green card e i cittadini tutti saranno puniti per le loro convinzioni politiche. Nelle prossime settimane studenti, difensori e funzionari eletti dovranno unirsi per difendere il diritto di protestare per la Palestina. In gioco non ci sono solo le nostre voci, ma le libertà civili fondamentali di tutti. Sono pienamente consapevole che questo momento trascende le mie personali circostanze, spero comunque di essere libero per assistere alla nascita del mio primogenito.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Gaza è sopravvissuta per migliaia di anni. Non può essere cancellata da Trump e Israele

Soumaya Ghannoushi

25 febbraio 2025 – Middle East Eye

I palestinesi rimarranno sulla loro terra, abbandonarla significherebbe tradire tutti coloro che li hanno preceduti

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, noto per la sua mancanza di sensibilità storica, afferma che il miglior piano per Gaza sia “radere al suolo il sito e sbarazzarsi delle rovine degli edifici”, aprendo la strada a un’acquisizione americana e a un progetto di riqualificazione.

Il leader di Reform UK [partito politico britannico, populista e sovranista, ndt.] Nigel Farage ha fatto delle osservazioni altrettanto ignoranti, immaginando una Gaza con “casinò e vita notturna”, parlando con la disinvolta superiorità di un colonizzatore che crede che la storia inizi con i propri capricci.

Questa è la logica della conquista: Prima, invadere e distruggere, poi ergersi sulle rovine e dichiarare la terra vuota.

La lunga e sanguinosa tradizione del colonialismo parla attraverso questi politici: coloni che arrivano su coste devastate, massacrano i nativi, quindi annunciano la loro scoperta di una terra nuova, una terra senza passato.

Ma Gaza non è vuota. Gaza non è mai stata vuota.

Ciò che sta accadendo davanti agli occhi di tutto il mondo non è solo una guerra, ma un genocidio culturale, un tentativo calcolato di cancellare il passato di Gaza in modo da negare al suo popolo la rivendicazione del proprio futuro.

L’aggressione di Israele ha preso di mira non solo gli esseri viventi, ma la storia stessa. Più di 200 siti storici sono stati cancellati, non per caso, né come danno collaterale, ma attraverso una campagna deliberata per separare Gaza dal suo stesso passato.

Cancellato dalla mappa

Il porto di Antedone, risalente all’800 a.C., da cui un tempo salpavano le navi fenicie, è stato cancellato dalla mappa. La Grande Moschea, la più grande e antica di Gaza, è sopravvissuta agli imperi ma non a questa guerra.

La Chiesa di San Porfirio, dove i cristiani hanno pregato per secoli, è stata bombardata mentre i civili cercavano rifugio tra le sue antiche mura. Anche uno dei monasteri più antichi del mondo è stato danneggiato durante la guerra.

Risulta che a Gaza siano state attaccate più di 1.100 moschee, delle quali tre quarti completamente rase al suolo. Sono state distrutte anche tre chiese e sono stati presi di mira 40 cimiteri, oltre alle tombe disseppellite e ai corpi rubati, affermano i funzionari palestinesi.

Il passato stesso è stato disseppellito e profanato. Questa non è solo distruzione; è un tentativo di cancellare l’idea stessa che Gaza e la sua gente siano mai appartenute a questa terra.

Eppure Gaza era antica quando Roma era giovane. Era fiorente prima ancora che Londra e Parigi venissero persino immaginate. L’archeologo britannico Flinders Petrie ha fatto risalire l’esistenza di Gaza a 5.000 anni fa, a Tell el-Ajjul [sito archeologico nel deserto del Negev, ndt.], dove cananei, egiziani, filistei, persiani e greci hanno lasciato la loro impronta.

Nel primo millennio a.C. il regno di Ma’in dello Yemen, una delle prime civiltà arabe, fece di Gaza un polo commerciale da dove le merci partivano verso il Mediterraneo, l’Europa, l’Egitto e l’Asia.

Dopo che Hashim ibn Abd Manaf, il bisnonno del profeta Maometto, morì a Gaza la città divenne nota come Gaza Hashim in suo onore. Lì egli si assicurò la ricchezza dei Quraysh consentendo il commercio che in seguito avrebbe reso La Mecca un centro di scambi, un tragitto così importante che fu immortalato nella sura coranica Quraysh.

Anni dopo, durante la spedizione del profeta Maometto a Tabuk nel nono anno dall’Egira il vescovo di Gaza si recò da lui con un racconto straordinario. Informò il Profeta che quando il suo bisnonno Hashim morì a Gaza le sue ricchezze furono affidate alla custodia della chiesa locale. Il vescovo restituì quel deposito, che fu poi distribuito tra i capi [della dinastia] dei Banu Hashim.

Questo è uno degli innumerevoli aneddoti che fanno luce sui legami secolari e intimi tra cristiani e musulmani a Gaza.

Un attacco sistematico

Imperi nacquero e caddero. I bizantini costruirono chiese, gli ottomani eressero moschee e madrasse e i crociati presero possesso di Gaza, solo per essere respinti dal Saladino, che proseguì per liberare Gerusalemme.

A Gaza nacque al-Shafi’i, uno dei più grandi giuristi dellIslam, il cui desiderio per la sua terra natale non si affievolì mai: Anelo alla terra di Gaza, sebbene dopo la nostra separazione il silenzio mi tradisca”, disse una volta.

Eppure ora, nel mezzo dell’implacabile assalto israelo-americano, un conduttore di Fox News ha liquidato i palestinesi di Gaza come ignoranti”, ripetendo la stessa retorica coloniale da sempre usata per giustificare un genocidio.

Lobiettivo è chiaro: disumanizzare i palestinesi di Gaza, farli apparire primitivi, incapaci, indegni. Riducendoli a nulla, si induce il mondo a credere che, quando saranno spazzati via, non si sarà verificata alcuna grande perdita.

Ma la verità smaschera la menzogna.

La Palestina detiene uno dei più alti tassi di alfabetizzazione al mondo, intorno al 97%. Prima di questa guerra, Gaza aveva 12 università che hanno sfornato scienziati, medici, ingegneri e pensatori di fama mondiale. Tutte queste istituzioni sono state ora distrutte, perché un palestinese istruito è una minaccia, non per il mondo, ma per coloro che desiderano vederli cancellati.

Israele, oltre a bombardare le scuole di Gaza, ha sistematicamente ucciso accademici, scienziati e studiosi: il suo esercito ha ucciso più di 90 docenti universitari, insieme a centinaia di insegnanti e migliaia di studenti.

“Dovremo uccidere e uccidere”

Gaza non è solo una città. È la spina dorsale dell’identità nazionale palestinese.

Dopo la Nakba del 1948, quando 750.000 palestinesi furono cacciati dalle loro città e dai loro villaggi per consentire la creazione dello Stato di Israele, Gaza divenne l’ultimo rifugio per centinaia di migliaia di persone.

Dai suoi campi e dalle sue strade sono emersi i leader della lotta palestinese: tra i tanti, Yasser Arafat, Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Iyad) e Sheikh Ahmed Yassin. E dal suo popolo nacque Said al-Muzayin, il poeta della rivoluzione, autore delle parole dell’inno nazionale palestinese.

Oggi a Gaza un ragazzino siede tra le rovine e la sua piccola figura è resa ancora più piccola dalla devastazione che lo circonda. La sua voce si alza, chiara, incrollabile e bellissima. Canta: “La mia patria, la mia patria, la mia patria è ciò che io sono”.

Le sue parole toccanti squarciano il silenzio, portando con sé decenni di lotta e resilienza. Non sta solo cantando; sta dichiarando una verità indistruttibile. I palestinesi sono la [loro] terra. Cancellare gli uni significa cancellare anche l’altra.

La distruzione di Gaza non è iniziata il 7 ottobre 2023, è sempre stata parte del piano di Israele sostenuto dall’occidente.

Due decenni fa lo stratega israeliano Arnon Soffer formulò una previsione agghiacciante per il futuro di Gaza: Quando 2,5 milioni di persone vivranno in una Gaza chiusa, sarà una catastrofe umana. Quella gente diventerà ancora più animalesca di quanto lo sia oggi, con laiuto di un folle Islam fondamentalista. La pressione al confine sarà impressionante. Scoppierà una guerra terribile. Quindi, se vogliamo rimanere in vita, dovremo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno.”

Prima gli israeliani hanno isolato Gaza. Poi l’hanno fatta morire di fame. Ora stanno cercando di spazzarla via.

Un calcolo cinico

La visione di Trump per Gaza è quella di uno sterminatore coloniale. Questa visione non si accontenta della sola morte, della distruzione delle case, della demolizione degli ospedali o del silenzio nelle aule dove un tempo germogliava il futuro. Non basta bombardare i vivi; questa visione mira a cancellare i morti, a trasformare Gaza in un vuoto, una terra senza passato, senza memoria, senza popolo.

Questo è lo stesso freddo calcolo che ha giustificato il massacro di milioni di indigeni nelle Americhe; la stessa mano spietata che in Australia ha spazzato via dalla loro terra antiche nazioni, sempre in nome della civiltà e del progresso. Le città sono state ridotte in polvere, le lingue inghiottite dal silenzio, la storia riscritta dalla penna del conquistatore.

Ogni monumento distrutto, ogni manoscritto strappato, ogni voce ridotta al silenzio è parte di un crimine antico e familiare, che non si limita a uccidere, ma nega persino che vi sia mai stato qualcosa da uccidere.

Oggi a Gaza un uomo di mezza età siede in silenzio sulle rovine della sua casa, con la polvere della distruzione appiccicata alla pelle. Quando gli viene chiesto perché non se ne va, perché rimane nell’ombra della devastazione, la sua risposta è pacata ma ferma: “Mio figlio è morto qui. Il suo sangue è stato versato qui. Le sue ossa giacciono sotto queste macerie. Seduto qui, mi sento vicino a lui”.

In quella singola frase si cela la ricchezza di mille storie non raccontate.

Per il mondo Gaza è solo macerie, rovine da sgomberare,ma per i palestinesi che vi vivono è terra sacra, dove i ricordi respirano sotto la polvere e il riso di chi non c’è più indugia nel silenzio.

Come possono abbandonare quel poco che resta dei loro cari? Come possono andarsene quando ogni pietra frantumata è una lapide?

Esilio e cancellazione

La gente di Gaza non si regge solo sulle rovine delle proprie case; si regge sulle rovine di una storia rubata, sui ricordi di città e villaggi cancellati dalla terra per far posto al sogno di altri. “Una terra senza popolo”, è stato detto loro.

“Non esiste un popolo palestinese”, dichiarò l’ex primo ministro israeliano Golda Meir, una donna che aveva lei stessa un passaporto palestinese prima della nascita dello Stato di Israele.

Essere esiliati è un crimine; essere cancellati un altro.

Ed è per questo che i palestinesi restano. Perché andarsene significherebbe arrendersi alla menzogna permettendo che la storia venga riscritta in loro assenza. Restano perché ogni pietra, ogni strada, ogni rovina sussurra il loro nome, e abbandonarla significherebbe tradire coloro che vi hanno camminato prima di loro.

Il mondo non deve permettere che questo genocidio culturale abbia successo. Gaza deve essere ricostruita, non cancellata.

Gaza non è rovine. Gaza non è il nulla. Gaza è patrimonio dell’umanità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice anglo-tunisina ed esperta di politica mediorientale. I suoi lavori giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti può essere trovata su soumayaghannoushi.com e all’indirizzo X @SMGhannoushi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cosa significa per milioni di palestinesi la messa al bando dell’UNRWA da parte di Israele: i numeri

Marium Ali e Mohamed A. Hussein

29 gennaio 2025 – Al Jazeera

Israele ordina all’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA), pilastro degli aiuti umanitari per i palestinesi, di cessare le operazioni entro giovedì.

Diversi paesi hanno dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di “deplorare profondamente” la decisione del parlamento israeliano di “abolire” le operazioni dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, che entrerà in vigore giovedì.

Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Slovenia e Spagna hanno condannato in una dichiarazione congiunta il ritiro di Israele dall’accordo del 1967 tra Israele e UNRWA, nonché ogni tentativo di ostacolare la capacità dell’agenzia di funzionare e adempiere al mandato assegnatole dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Philippe Lazzarini, commissario generale dell’UNRWA, ha dichiarato martedì al Consiglio di Sicurezza che il divieto “accrescerà l’instabilità ed esaspererà la disperazione nel territorio palestinese occupato in un momento critico”.

La Knesset approva le proposte di legge per fermare gli aiuti dell’UNRWA

Il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato a ottobre due disegni di legge che prendono di mira le operazioni dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel vicino oriente.

Il primo vieta all’UNRWA di condurre attività all’interno dei confini di Israele, mentre il secondo rende illegale per i funzionari israeliani avere qualsiasi contatto con l’UNRWA. La legge entrerà in vigore giovedì[30 gennaio ndt].

Juliette Touma, portavoce dell’UNRWA, ha espresso preoccupazione per le possibili conseguenze del divieto, dichiarando ad Al Jazeera: “Se il divieto entrerà in vigore e non saremo in grado di operare a Gaza, il cessate il fuoco, che include anche l’ingresso di forniture umanitarie per l’agenzia e per le persone bisognose, potrebbe crollare”.

La prima fase del cessate il fuoco, iniziata il 19 gennaio, prevede un aumento degli aiuti nell’enclave fino a 600 camion al giorno.

Il divieto di Israele renderebbe impossibile per l’agenzia ottenere permessi di ingresso per operare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza – entrambe sotto controllo israeliano – di fatto paralizzando la capacità dell’agenzia di adempiere al suo mandato.

Cos’è l’UNRWA e dove opera?

L’UNRWA è stata istituita dall’Assemblea Generale nel 1949 per fornire assistenza umanitaria a 750.000 rifugiati palestinesi sfollati dalle loro terre durante la creazione di Israele nel 1948, un evento noto ai palestinesi come la Nakba, o “catastrofe”.

L’organizzazione – che impiega 30.000 dipendenti, principalmente rifugiati palestinesi insieme a un piccolo numero di dipendenti internazionali – fornisce soccorso di emergenza, istruzione, assistenza sanitaria e servizi sociali ad almeno 5,9 milioni di palestinesi in Palestina e nei paesi vicini.

L’UNRWA gestisce 58 campi profughi, tra cui:

  • Cisgiordania: 19 campi che ospitano 912.879 rifugiati registrati;

  • Gaza: 8 campi che ospitano 1,6 milioni di persone;

  • Giordania: 10 campi con 2,39 milioni di persone;

  • Libano: 12 campi, in cui risiedono 489.292 persone;

  • Siria: 9 campi con 438.000 persone.

Il ruolo dell’UNRWA a Gaza e in Cisgiordania

Per generazioni, l’UNRWA è stata il principale fornitore di servizi sanitari ed educativi per milioni di palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata.

Secondo Lazzarini: “Il divieto paralizzerebbe l’intervento umanitario a Gaza e priverebbe milioni di rifugiati palestinesi dei servizi essenziali in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Eliminerebbe anche uno scomodo testimone delle innumerevoli atrocità e ingiustizie che i palestinesi hanno subito per decenni”.

In Palestina, l’UNRWA offre istruzione primaria e secondaria gratuita a più di 300.000 bambini, tra cui:

  • 294.086 bambini a Gaza, ovvero la metà di tutti gli studenti dell’enclave;

  • 46.022 bambini in Cisgiordania.

L’UNRWA offre anche assistenza sanitaria primaria gratuita, servizi di salute materna e infantile a:

  • 1,2 milioni di persone a Gaza – più della metà della popolazione;

  • 894.951 persone in Cisgiordania.

Inoltre, l’UNRWA fornisce cibo a:

  • 1,13 milioni di persone a Gaza, ovvero la metà della popolazione;

  • 23.903 persone in Cisgiordania.

L’UNRWA svolge anche un ruolo cruciale nel fornire opportunità di lavoro, programmi di microfinanza e sostegno per iniziative generatrici di reddito.

Colonna portante delle operazioni umanitarie” a Gaza

Tra le regioni sotto il mandato dell’UNRWA, la Striscia di Gaza, con una popolazione di 2,3 milioni di persone, ha la più alta dipendenza dai servizi dell’agenzia per la sopravvivenza.

Mentre altre organizzazioni delle Nazioni Unite come UNICEF, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari, il Programma Alimentare Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità forniscono tutte servizi essenziali per la vita, l’UNRWA è la “colonna portante delle operazioni umanitarie” a Gaza, ha dichiarato Touma ad Al Jazeera.

“Tutte le agenzie delle Nazioni Unite dipendono fortemente dall’UNRWA per le operazioni umanitarie, compreso l’ingresso di forniture e carburante. Siamo la più grande agenzia umanitaria a Gaza”, ha detto ad Al Jazeera.

A gennaio 2024 le autorità israeliane hanno accusato i dipendenti dell’UNRWA di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre 2023 guidati da Hamas nel sud di Israele. Ciò ha portato diversi paesi a tagliare i finanziamenti all’organizzazione.

Tuttavia, dopo un’indagine delle Nazioni Unite e il licenziamento di nove dipendenti, tutti i donatori tranne Stati Uniti e Svezia hanno ripreso i finanziamenti.

Da quando Israele ha iniziato il suo genocidio contro i palestinesi a Gaza, il suo esercito ha ucciso almeno 47.354 persone e ne ha ferite almeno 111.563. Coloro che sono sopravvissuti al conflitto hanno perso quasi tutto.

Durante i 15 mesi di guerra, l’UNRWA ha fornito:

  • assistenza alimentare: cibo distribuito a 1,9 milioni di persone che soffrono la fame estrema;

  • assistenza sanitaria: consultazioni sanitarie primarie a 1,6 milioni di individui;

  • supporto psicologico: sostegno psicologico e psicosociale a 730.000 persone;

  • acqua: accesso all’acqua pulita per 600.000 persone;

  • gestione dei rifiuti: raccolta di oltre 10.000 tonnellate di rifiuti solidi dai campi.

Secondo un rapporto dell’UNRWA, 272 membri del personale UNRWA sono stati uccisi in 665 attacchi israeliani e 205 strutture dell’UNRWA sono state danneggiate.

Cosa succederà una volta che il divieto entrerà in vigore?

Nonostante il divieto di Israele e l’ambiente di lavoro già ostile, Lazzarini ha ribadito l’impegno dell’UNRWA a “rimanere e fare il proprio dovere”.

La prima legge approvata dalla Knesset vieta qualsiasi presenza o attività dell’UNRWA all’interno di Israele, colpendo direttamente centinaia di migliaia di palestinesi a Gerusalemme Est occupata, che Israele ha annesso nel 1980 in violazione del diritto internazionale.

“Poi c’è una seconda legge, che impedisce qualsiasi contatto tra funzionari israeliani e funzionari dell’UNRWA. La legge non dice di fermare l’attività in Cisgiordania o a Gaza, ma impedisce qualsiasi contatto – però il fatto è che se non hai relazioni burocratiche o amministrative, il tuo ambiente operativo risulta ancora più difficile”, ha detto Lazzarini.

Il divieto limiterà anche il movimento del personale non palestinese dell’UNRWA, anche se i dipendenti palestinesi saranno ancora autorizzati a svolgere il loro lavoro.

“L’agenzia rimane determinata a fare tutto il possibile per adempiere al suo mandato e fornire servizi critici per alleviare le sofferenze dei rifugiati palestinesi”, ha sottolineato Lazzarini.

I principali donatori dell’UNRWA

Nel 2023, l’UNRWA ha ricevuto 1,46 miliardi di dollari in stanziamenti totali, con i maggiori contributi provenienti da Stati Uniti (422 milioni di dollari), Germania (212,9 milioni di dollari) e Unione Europea (120,2 milioni di dollari).

Esigenze di finanziamento per il 2025

L’UNRWA afferma di aver bisogno di 1,7 miliardi di dollari per affrontare le esigenze umanitarie più critiche di 1,9 milioni di persone a Gaza e 275.000 persone in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Tale cifra comprende:

  • cibo (568,5 milioni di dollari): quasi la metà della popolazione di Gaza dipende dagli aiuti alimentari dell’UNRWA. Questo finanziamento sosterrà la distribuzione di cibo a 1,13 milioni di persone a Gaza e oltre 23.000 persone in Cisgiordania.

  • Acqua e servizi igienici (282,6 milioni di dollari): questi fondi andranno a garantire l’accesso all’acqua pulita e a servizi igienici adeguati, specialmente a Gaza, dove la guerra ha devastato le infrastrutture idriche.

  • Coordinamento e gestione (202,3 milioni di dollari): sono necessari fondi per mantenere il personale, la logistica e il coordinamento per fornire aiuti in modo efficace.

I finanziamenti sono essenziali per sostenere le operazioni salvavita dell’UNRWA. Senza di essi, potrebbero venire meno servizi critici come gli aiuti alimentari, l’assistenza sanitaria e l’accesso all’acqua, aggravando la crisi umanitaria.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La resistenza palestinese potrà sempre sopravvivere senza sostegno dall’esterno. E Israele?

Joseph Massad

13 dicembre 2024 – Middle East Eye

Nonostante l’esultanza in Israele per i suoi recenti successi, le vittime palestinesi continueranno a lottare fino a quando il suo genocida regime suprematista ebraico non sarà completamente smantellato.

Negli ultimi due mesi, gli israeliani e i loro padroni americani hanno intensificato la campagna di sterminio a Gaza nella speranza di reprimere la resistenza palestinese allo stato di apartheid suprematista ebraico una volta per tutte.

Non essendo riusciti a ottenere nessuno dei loro obbiettivi dopo il 7 ottobre 2023, gli Stati Uniti e Israele ne hanno attribuito la responsabilità agli alleati della resistenza palestinese e agli aiuti militari che le hanno fornito.

Hanno cominciato a prendere di mira questi alleati nella convinzione che senza aiuto dall’esterno la resistenza palestinese si sarebbe dissolta e avrebbe cessato di esistere.

Ironicamente è invece Israele che, sin dalla sua fondazione nel 1948, non potrebbe sopravvivere economicamente o militarmente in assenza di massicce e costanti iniezioni di capitale finanziario, militare e diplomatico dall’occidente.

Israele infatti non può sopravvivere oggi senza questi enormi livelli di assistenza e protezione, senza i quali la colonia di insediamento collasserebbe nel giro di mesi.

Questo fatto è risultato più chiaro nell’ultimo anno, durante il quale Israele si è dimostrato una potenza militare di quart’ordine il cui unico risultato è stato di commettere un genocidio contro una popolazione civile.

Per raggiungere i suoi obbiettivi Israele ha fatto affidamento su di un livello monumentale di aiuto militare e di spionaggio da parte di Stati Uniti e Unione Europea. Con il loro aiuto Israele è stato in grado di indebolire la resistenza libanese, fino ad un cessate il fuoco che finora ha violato più di 100 volte, e di ottenere una situazione di stallo con l’Iran.

A loro volta gli americani, con la Turchia e Israele, hanno avuto successo nell’aiutare a rovesciare il regime siriano, che era stato una manna per la resistenza palestinese e libanese. Gli israeliani hanno anche preso di mira funzionari iraniani e bombardato il consolato iraniano a Damasco, cosa che ha portato alla rappresaglia iraniana e a ulteriori bombardamenti israeliani sull’Iran.

Nel frattempo, con il pieno sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, Israele ha ucciso e affamato in massa ancora di più i palestinesi nel nord di Gaza e ha intensificato i pogrom dei coloni e i raid dell’esercito, così come le invasioni di città e cittadine della Cisgiordania.

Ha anche aumentato la repressione contro i palestinesi imprigionati a Gerusalemme Est occupata, da ultimo imponendo nelle loro scuole un programma israeliano, razzista e anti-palestinese, e vietando il programma palestinese, in aggiunta alla requisizione di abitazioni e attività palestinesi a beneficio dei coloni ebrei.

Per quanto riguarda gli isolati cittadini palestinesi di Israele, il regime israeliano negli ultimi mesi ha anche emanato un certo numero di leggi che erodono i pochi diritti che ancora avevano sotto il sistema israeliano di apartheid.

L’ultimissima strategia israeliana e statunitense ambisce a cancellare dalla memoria le massicce sconfitte militari che gli israeliani hanno subito da quando Hamas ha lanciato l’operazione Al-Aqsa Flood lo scorso ottobre.

Soprattutto essa ambisce a rafforzare la colonia di insediamento ebraica contro le costanti minacce militari poste dalla resistenza e imporre la volontà israeliana, non solo al popolo palestinese ma all’intero mondo arabo.

Resistenza palestinese

Adesso che gli Stati Uniti sono riusciti a rovesciare tutti i dittatori arabi che si sono degnati di respingere l’ordine di normalizzare i rapporti con Israele (o che hanno insistito su condizioni per la normalizzazione che Israele ha rifiutato) – Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Bashar Al-Assad – mentre hanno sostenuto tutti gli altri dittatori arabi che si sono sottomessi completamente alla loro volontà e dimostrano loro obbedienza – dal Marocco alla Giordania e all’Autorità Palestinese fino al Golfo – gli americani e gli israeliani sono certi che l’eliminazione della resistenza palestinese sia del tutto alla loro portata.

Questa percezione è basata sulla persistente convinzione ideologica da parte degli imperialisti Stati Uniti e del genocida Stato israeliano che la resistenza palestinese non sia generata dalla natura genocida e segregazionista del regime della colonia di insediamento israeliana, ma sia invece il risultato del supporto esterno che riceve.

Secondo questi miopi e autoreferenziali strateghi statunitensi e israeliani una volta distrutto tale supporto, anche la resistenza palestinese scomparirà.

Non sorprende che la loro ignoranza e il loro rifiuto di imparare dalla storia della resistenza palestinese alla colonizzazione sionista e al dominio suprematista ebraico siano più ostinati che mai.

Che la resistenza palestinese sia cominciata negli anni ’80 del diciannovesimo secolo, agli albori della colonizzazione ebraica e senza supporto esterno, sembra irrilevante per i crudeli e razzisti strateghi americani e israeliani.

In realtà a partire dal 1882 e per tutti gli anni ’90 del 1800 la resistenza contadina palestinese prese di mira tutte le colonie ebraiche, al punto che “non c’era quasi colonia ebraica che non entrasse in conflitto” con i contadini palestinesi autoctoni.

Il fatto che la resistenza palestinese sia continuata da allora, per la maggior parte del tempo non solo senza supporto esterno ma nonostante gli enormi aumenti nella quantità e qualità del supporto esterno per l’oppressore sionista dei palestinesi, non disillude questi strateghi di tale convinzione razzista, che sminuisce l’oppressione dei palestinesi come vero impulso alla loro resistenza.

Soli

A differenza del popolo palestinese i colonizzatori sionisti dalla fine del diciannovesimo secolo hanno sempre goduto del supporto di tutte le nazioni colonizzatrici europee e dell’impero statunitense nella repressione di ogni resistenza alla colonizzazione ebraica e all’apartheid.

Dopo la prima guerra mondiale i sionisti sono stati aiutati nei loro sforzi anche da regimi arabi e da alcune famiglie palestinesi ricche e possidenti che hanno collaborato sia con loro che con l’occupazione britannica del paese.

Fatta eccezione per alcuni volontari provenienti da oltreconfine, il popolo palestinese ha resistito alla colonizzazione sionista da solo e con tutta la propria forza, affrontando l’impero britannico e le bande sioniste negli anni ’20 e ’30 del ventesimo secolo nonostante il ricorso da parte di britannici e sionisti al terrorismo e a brutalità estreme contro questa popolazione prigioniera.

I contadini giordani rivoluzionari che hanno tentato di aiutare i palestinesi fornendo loro rifugio e hanno preso di mira gli interessi britannici in Giordania sono stati rapidamente repressi nella seconda metà degli anni ’30 dall’Emiro Abdullah di Giordania e dal suo esercito controllato dagli inglesi, il quale si è avvalso di 10 aerei delle forze aeree britanniche per bombardarli.

Il cosiddetto supporto dei pochi eserciti arabi che sono intervenuti il 15 maggio 1948 per fermare l’espulsione sionista di quasi 400.000 palestinesi – che era cominciata quasi sei mesi prima, il 30 novembre 1947 – e per salvaguardare quel 45 % di Palestina che gli imperi del nord avevano designato come Stato palestinese nel famigerato Piano di Ripartizione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 – è stato del tutto controproducente.

Non solo questi eserciti arabi, male equipaggiati, erano in netta inferiorità numerica rispetto alle bande sioniste, addestrate ed equipaggiate meglio, ma essi hanno anche fallito nell’evitare l’espulsione per mano sionista di altri 360.000 palestinesi e hanno perso più di metà del 45 % di Palestina che avrebbero dovuto proteggere.

Tutte le terre che Abdullah, nel frattempo autoproclamatosi Re, è riuscito a tenere sono state annesse alla Giordania, secondo un piano elaborato in precedenza con i sionisti. Più tardi egli si è rifiutato di riconoscere il governo di tutta la Palestina istituito a Gaza nel settembre del 1948.

Anche i poteri imperiali hanno riconosciuto l’annessione israeliana del 78 % della Palestina e l’annessione di Abdullah del 18 %, che ha ribattezzato “Cisgiordania”. (Gaza è stata difesa dagli egiziani fino a quando non è stata conquistata due volte dagli israeliani, nel 1956 e di nuovo nel 1967, quando Israele se ne è infine impossessato).

Nel frattempo tutti le principali potenze imperiali e l’Unione Sovietica hanno sostenuto pienamente la conquista sionista del 1948 sia militarmente che diplomaticamente.

Per sostenere la conquista sionista della terra dei palestinesi, sono arrivati in Palestina piloti volontari ebrei inglesi e americani e brigate ebree sioniste internazionali da tutto il mondo occidentale. Molti volontari continuano a recarsi in Israele per contribuire a imporre ai palestinesi la supremazia ebraica e l’apartheid.

Perdere legittimità

Dal 7 ottobre 2023 anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono diventati a tutti gli effetti complici di Israele nel suo genocidio di palestinesi tuttora in corso – un genocidio che è supportato apertamente o tacitamente da tutti i regimi arabi, inclusa la collaborazionista Autorità Palestinese, con l’eccezione della libanese Hezbollah, del governo yemenita di Ansar Allah, di alcuni gruppi della resistenza irachena, del regime siriano recentemente caduto e dell’Iran.

Questi sostenitori di Israele palestinesi, arabi e occidentali hanno anche dato un contributo determinante alla protezione militare di Israele dalle ritorsioni da parte delle forze arabe della resistenza e dell’Iran e, nel caso dell’Autorità Palestinese, attuato una campagna di repressione dei resistenti palestinesi in Cisgiordania.

Allo stesso tempo i sostenitori dei palestinesi hanno lanciato una campagna per rendere sempre più difficile ai sostenitori e agli sponsor di Israele continuare ad aiutarlo nel suo genocidio in corso.

Sia presso le Nazioni Unite che presso la Corte Internazionale di Giustizia o la Corte Penale Internazionale è stato emanato contro Israele un cospicuo numero di risoluzioni, sentenze e rinvii a giudizio, che gli Stati Uniti hanno tentato di neutralizzare con tutte le minacce e le sanzioni di cui sono capaci.

A questo si aggiunge il crescente successo del movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni nell’esercitare pressioni su paesi e imprese affinché ritirino i loro investimenti in Israele, come ha recentemente fatto la Norvegia.

Inoltre la perdita del sostegno da parte di una cospicua porzione dell’opinione pubblica occidentale, inclusi gli ebrei europei e americani, ha anch’essa contribuito all’indebolimento della legittimità della colonia d’insediamento genocida in circoli occidentali tradizionalmente filo-israeliani, i quali storicamente avevano fornito indispensabile aiuto.

Collasso inevitabile

Il bilancio degli ultimi 15 mesi presenta luci e ombre.

La debolezza militare, economica e diplomatica di Israele è stata smascherata, come la sua incapacità di fermare il proprio indebolimento quotidiano su tutti i fronti, tranne quello del genocidio.

Eppure, grazie al grande aiuto militare e finanziario dagli Stati Uniti e dai paesi dell’Unione Europea, gli israeliani riescono a continuare a usare ogni barbarico metodo a loro disposizione per distruggere la resistenza palestinese.

La cosa che lascia perplessi gli strateghi americani e israeliani tuttavia è che la resistenza palestinese, la quale non ha ricevuto nessun aiuto militare o finanziario da alcuna fonte esterna all’indomani del 7 ottobre 2023, continua a resistere alla distruzione israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Nonostante l’esultanza e i festeggiamenti in Israele per i suoi recenti successi, le sue vittime palestinesi continueranno a lottare fino al completo smantellamento del suo regime suprematista ebraico e genocida.

Alla luce di questi sviluppi è più probabile che sia il genocida Israele, e non la resistenza palestinese, a non essere più in grado di sopravvivere a causa del decrescente supporto dall’esterno e dell’isolamento internazionale.

Questo gli strateghi statunitensi e israeliani lo sanno bene, anche se rifiutano di prenderne atto.

Tutto l’orrore omicida che essi stanno infliggendo oggi alla regione araba non potrà che rimandare l’inevitabile collasso del genocida regime coloniale d’insediamento, ma non riuscirà a preservarne l’esistenza.

Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Lo storico palestinese-americano Rashid Khalidi: “Israele ha realizzato per se stesso uno scenario da incubo. Il tempo stringe”(Prima Parte)

Itay Mashiach

30 nov 2024Haaretz

La storia non riguarda Hamas, la religione o il terrorismo. Rashid Khalidi, il principale intellettuale palestinese del nostro tempo, è convinto che gli israeliani semplicemente non comprendano il conflitto, vivendo in una “bolla di falsa coscienza”

(Prima parte)

Il 1° maggio di quest’anno, il giorno dopo che la polizia di New York ha fatto irruzione con l’ausilio di granate stordenti nell’edificio in cui i dimostranti pro-palestinesi si erano barricati all’interno del campus della Columbia University, il Prof. Rashid Khalidi si è recato presso uno dei cancelli dell’università per parlare con i dimostranti. Con occhiali da sole da aviatore e un megafono in mano, lo storico sembrava trovarsi nel suo ambiente naturale.

“Quando ero studente, negli anni ’60, politici i cui nomi oggi nessuno ricorda ci dicevano che eravamo guidati da ‘un gruppo di agitatori esterni’. Quando ci opponevamo alla guerra del Vietnam e al razzismo eravamo la coscienza di questa nazione”, ha detto alla folla, aggiungendo: “oggi onoriamo gli studenti che nel 1968 si sono opposti a una guerra genocida, illegale e vergognosa… E un giorno ciò che i nostri studenti hanno fatto qui sarà commemorato allo stesso modo. Sono – ed erano – dalla parte giusta della storia”.

Khalidi è stato descritto come l’intellettuale palestinese più significativo della sua generazione, come il successore di Edward Said e come il più importante storico vivente della Palestina. Il mese scorso si è ritirato dalla Columbia dopo 22 anni, durante i quali ha diretto o codiretto il Journal of Palestinian Studies. Nel suo libro del 2020 “The Hundred Years’ War on Palestine” [La guerra dei cento anni in Palestina, ndt.] ha riassunto il conflitto attraverso sei “dichiarazioni di guerra” ai palestinesi. I lettori israeliani non considererebbero alcuni degli eventi descritti come guerre, ad esempio la Dichiarazione Balfour e gli Accordi di Oslo.

Gli autori delle guerre, Gran Bretagna, Stati Uniti e, soprattutto, Israele, sono descritti come potenti oppressori che hanno ripetutamente calpestato i palestinesi e annullato i loro diritti. Stiamo ancora parlando di palestinesi che “si crogiolano nella loro stessa vittimizzazione” (nelle parole di Khalidi, che è ben consapevole di questa critica, nel libro), o di una diversa prospettiva sull’argomento? A giudicare dalle vendite del libro, il suo messaggio sta incontrando orecchie disposte ad ascoltare. Dopo il 7 ottobre è balzato nella classifica dei best-seller del New York Times e ci è rimasto quasi consecutivamente per un totale di 39 settimane.

Khalidi sostiene che la guerra attuale non è “l’11 settembre israeliano”, né una nuova Nakba. Mentre ognuno di quegli eventi ha segnato una rottura storica, questa guerra fa parte di un continuum. Egli ritiene che nonostante il suo livello anomalo di violenza questa guerra non è un’eccezione nella storia. Al contrario: l’unico modo per comprenderla è nel contesto della guerra in corso qui da un secolo.

Khalidi, 76 anni, è un rampollo di una delle più antiche e rispettate famiglie palestinesi di Gerusalemme. Tra i suoi membri ci sono stati politici, giudici e studiosi, e la sua genealogia può essere fatta risalire al XIV secolo. La famosa biblioteca della famiglia, fondata dal nonno nel 1900 e situata in un edificio mamelucco del XIII secolo nella Città Vecchia di Gerusalemme, adiacente all’Haram al-Sharif (Monte del Tempio), costituisce la più grande collezione privata di manoscritti arabi in Palestina, il più antico dei quali risale a circa mille anni fa. Sulla stessa strada, Chain Gate Street, c’è un altro edificio, che appartiene anch’esso alla famiglia e che avrebbe dovuto ospitare un ampliamento della biblioteca. All’inizio di quest’anno dei coloni ebrei vi hanno fatto irruzione e hanno occupato brevemente il sito.

Khalidi integra i membri della famiglia nella storia che scrive, in alcuni casi attribuendo una vasta influenza alle loro azioni (lo storico israeliano Benny Morris ha definito questo “una specie di nepotismo intellettuale”). Suo zio Husayn al-Khalidi fu sindaco di Gerusalemme per un breve periodo durante il mandato britannico e fu esiliato alle Seychelles in seguito alla rivolta araba del 1936-1939. Nel 1948 suo nonno si rifiutò inizialmente di lasciare la sua casa a Tel a-Rish; la casa è ancora in piedi, alla periferia del quartiere Neve Ofer a Tel Aviv, grazie al fatto che i membri del gruppo proto-sionista Bilu nel 1882 presero in affitto alcune delle stanze dell’edificio, rendendolo un punto di riferimento storico per gli israeliani.

Durante la guerra d’indipendenza Ismail Khalidi, il padre di Rashid, era uno studente di scienze politiche a New York, dove Khalidi nacque nel 1948. Non è l’unico momento in cui la sua biografia si interseca con la storia del conflitto, oggetto della sua ricerca. Insegnava all’Università americana di Beirut quando le forze di difesa israeliane assediarono la città nel 1982. A causa dei suoi legami con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina i corrispondenti esteri che si occupavano della guerra in Libano spesso lo citavano in forma anonima come “fonte informata”.

A metà settembre, molto tempo dopo un cessate il fuoco mediato dagli americani e la partenza dell’OLP da Beirut, Khalidi osservò con sconcerto “una scena surreale: bengala israeliani che fluttuavano nell’oscurità in completo silenzio, uno dopo l’altro, sulle zone meridionali di Beirut, per quella che sembrava un’eternità“, scrive nel libro. Il giorno dopo si scoprì che i razzi erano destinati a illuminare la strada per le Falangi cristiane verso i campi profughi di Sabra e Shatila.

Dal 1991 al 1993 Khalidi è stato consigliere della delegazione palestinese ai colloqui di pace di Madrid e Washington. Ha elaborato le sue critiche al ruolo svolto dagli Stati Uniti nei negoziati in un libro precedente, “Brokers of Deceit” [Mediatori di inganno, ndt.], nel 2013, sostenendo che lo sforzo diplomatico americano in Medio Oriente aveva solo reso più remota la possibilità di pace.

“Gli americani erano più israeliani degli israeliani”, dice ora. “Se gli israeliani dicono ‘sicurezza’, gli americani si inchinano fino a sbattere la testa a terra. E la forma più estrema di questo è Joe ‘Hasbara’ Biden, che parla come se fosse [il portavoce dell’IDF] Daniel Hagari”, aggiunge, usando la parola ebraica per gli sforzi di diplomazia pubblica israeliana.

Per quanto taglienti possano suonare alle orecchie israeliane le sue critiche agli Stati Uniti e a Israele, Khalidi ha irritato i membri della generazione più giovane e gli attivisti pro-palestinesi più combattivi in Nord America con le sue risposte sfumate agli eventi dal 7 ottobre 2023. “Penso che molti di loro non sarebbero d’accordo con tutte le distinzioni che ho fatto sulla violenza”, dice, aggiungendo: “Non mi interessa”.

All’inizio della guerra l’anno scorso è stato inequivocabile nel dire che l’attacco di Hamas ai civili israeliani è stato un crimine di guerra. “Se un movimento di liberazione dei nativi americani venisse e sparasse con un lanciarazzi nel mio condominio perché vivo su una terra rubata, non sarebbe giustificato”, ha dichiarato al The New Yorker a dicembre dell’anno scorso. “O accetti il ​​diritto umanitario internazionale o non lo accetti”.

Oggi Khalidi è arrabbiato. Le persone che sono state in contatto con lui nei giorni successivi al 7 ottobre hanno detto che era devastato. “Mi ha colpito come colpisce chiunque abbia legami personali”, mi ha detto. “Sono colpito a tutti i livelli.”

Ha parenti a Gerusalemme, nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Beirut, così come studenti e molti amici in Israele. Quando gli ho chiesto se era sorpreso dal livello di violenza, si è fermato un attimo a pensare. “Sì, sono rimasto sorpreso dal 7 ottobre”, ha detto, e ha aggiunto, “meno dalla risposta israeliana.”

Durante la nostra conversazione, condotta online tra fine ottobre e metà novembre, emerge l’importanza che attribuisce al mantenimento di un canale aperto con gli israeliani. Da qui anche il suo consenso a essere intervistato. Secondo lui, è un elemento integrante del percorso verso la vittoria.

Cosa direbbe che stia provando la società palestinese in questo momento?

“C’è un grado di dolore e sofferenza che non se ne va, quando si contempla il numero di persone che sono state uccise e il numero di persone le cui vite sono state rovinate per sempre: anche se sopravvivono saranno traumatizzati in modi che non possono essere guariti. Al tempo stesso è già successo prima. Intendo le 19.000 persone uccise in Libano nel 1982: libanesi e palestinesi. È orribile dirlo, ma ci siamo abituati; la società palestinese è assuefatta alla sofferenza e alla perdita. L’abbiamo già sperimentato, ogni generazione.

Non credo che questo mitighi il dolore”, continua. “Certamente non mitiga la rabbia, l’amarezza. Tutti quelli che conosco si svegliano ogni mattina e guardano gli ultimi orrori, e di nuovo prima di andare a letto. Ci accompagna nelle nostre vite ogni giorno, tutto il tempo, anche quando cerchiamo di evitare di pensarci”.

Secondo Khalidi, “gli israeliani vivono in una piccola bolla di falsa coscienza creata per loro dai loro media e dai loro politici e sottovalutano il grado in cui il resto del mondo sa cosa sta realmente accadendo. Il cambiamento nell’opinione pubblica è il risultato del fatto che le persone vedono cosa sta realmente accadendo e reagiscono alla morte dei bambini come farebbero le persone normali. Voi [in Israele] non vedete i bambini morire. A voi israeliani, voi come gruppo, come collettività, non vi è permesso di vederlo.

Oppure la situazione è presentata così: è colpa loro o è a causa di Hamas o degli scudi umani o con qualche altra spiegazione bugiarda”, rileva. “Ma la maggior parte delle persone nel mondo la vede per quello che è. Non hanno bisogno delle bugie di un ammiraglio Hagari che dica loro che quello che vedono non è reale”.

Cosa la ha sorpreso del livello di violenza del 7 ottobre?

Alla pari dell’intelligence israeliana non pensavo che potesse essere organizzato un attacco così grande. Sa, è come una pentola a pressione. Si continua a fare pressione non solo per decenni ma per generazioni. E prima o poi esploderà. Qualsiasi storico può dirle che la Striscia di Gaza è il luogo dove il nazionalismo palestinese si è maggiormente sviluppato, dove è stato creato un movimento dopo l’altro. La pressione esercitata su quelle persone schiacciate in quell’area, mentre osservano i loro ex villaggi proprio oltre la Linea Verde qualsiasi storico avrebbe dovuto essere in grado di prevederla. È azione e reazione. Ma non mi aspettavo quel livello.”

Israele ha mai avuto una vera opportunità di uscire da questo ciclo di sangue?

“Penso che questa sia stata la direzione [presa da Israele] in crescendo per la maggior parte di questo secolo. L’ultimo tentativo israeliano, l’ultimo segno di una volontà da parte di un governo israeliano di fare qualcosa di diverso dall’uso della forza, è stato sotto [l’ex Primo Ministro Ehud] Olmert. E non sto suggerendo che quella fosse una rampa di uscita [dal conflitto]. Ma a parte questa eccezione è stato un “muro di ferro” sin da Jabotinsky [il leader revisionista Ze’ev Jabotinsky, che coniò il termine nel 1923]. Forza e ancora forza. Perché state cercando di imporre una realtà alla regione, cercando di costringere le persone ad accettare qualcosa che ha mandato onde d’urto in tutto il Medio Oriente sin dagli anni ’20 e ’30. Intendo dire, se leggiamo la stampa del 1910 in Siria, Egitto e Iraq notiamo che le persone erano preoccupate per il sionismo”.

All’inizio di “The Hundred Years’ War” cita una lettera inviata da un membro della sua famiglia, un affermato studioso di Gerusalemme, a Theodor Herzl, il fondatore del sionismo politico, nel 1899. Scriveva che il sionismo era naturale e giusto: “chi potrebbe contestare il diritto degli ebrei in Palestina?” Ma è abitata da altri, aggiungeva, che non accetteranno mai di essere sostituiti. Pertanto, “In nome di Dio, lasci che la Palestina sia lasciata in pace”.

“Lui lo vedeva chiaramente come io vedo lei oggi. Questa realtà ha causato onde d’urto fin dall’inizio. Negli anni ’30 c’erano volontari che venivano a combattere in Palestina dalla Siria, dal Libano e dall’Egitto; e di nuovo nel 1948. Io lo vedo come un continuum, ma non credo sia possibile vederlo diversamente, francamente. Voi fate finta che la storia sia iniziata il 7 ottobre o il 7 giugno 1967, o il 15 maggio 1948. Ma non è così che funziona la storia”.

Nel suo libro descrive il 2006 come una potenziale soluzione mancata. Sostiene che Hamas ha fatto una sorprendente inversione a U, ha partecipato alle elezioni [dell’Autorità Nazionale Palestinese] con una campagna moderata e ha accettato implicitamente la soluzione dei due Stati. Il “Documento dei prigionieri” di quel periodo, che invitava Hamas e la Jihad islamica a unirsi all’OLP e a concentrare la lotta nei territori oltre la Linea Verde, esprimeva uno spirito simile. Crede che Hamas stesse attraversando una vera trasformazione che avrebbe potuto, in futuro, portare alla fine della violenza?

“Non ho nessuna possibilità di entrare nei cuori e nelle menti della leadership di Hamas. Quello che posso dirle è che all’interno dello spettro di opinioni [tale idea sulla fine della violenza, ndt.] ha avuto una risonanza che penso si rifletta in alcune dichiarazioni di Hamas e tra alcuni dei leader. Ciò si estende, credo, al periodo che precede il Documento dei prigionieri e il governo di coalizione del 2007, e potrebbe anche aver coinvolto [il fondatore di Hamas] Sheikh Ahmed Yassin, che ha parlato di una tregua di cento anni. Rappresentavano tutti? Non so. Cosa avevano nei cuori? Non lo so. Ma sembra che lì ci fosse qualcosa che Israele ha rigorosamente scelto di reprimere”.

Come lo spiega?

È perfettamente chiaro che nell’intero spettro politico israeliano, da un capo all’altro, non c’è stata alcuna accettazione dell’idea di uno Stato palestinese completamente sovrano, completamente indipendente, che rappresentasse l’autodeterminazione. Per quanto riguarda [Benjamin] Netanyahu è chiaro. Ma persino [il primo ministro Yitzhak] Rabin nel suo ultimo discorso alla Knesset ha detto: “Stiamo offrendo ai palestinesi meno di uno Stato, controlleremo la valle del fiume Giordano”. Cosa significa? Significa una continuazione [dell’occupazione] in una forma modificata. È anche ciò che [l’ex primo ministro Ehud] Barak e Olmert stavano offrendo, con qualche ritocco marginale”.

Nei negoziati tenuti a Taba [2001] e ad Annapolis [2007], si è parlato di sovranità.

“Mi scusi. Uno Stato sovrano non ha il suo registro della popolazione, il suo spazio aereo e le sue risorse idriche controllate da una potenza straniera. Questa non è sovranità. Questo è un Bantustan, è una riserva indiana. Lo può chiamare come vuole, un mini-Stato, un non-Stato, uno Stato parziale o ‘meno di uno Stato’.”

Forse il processo di apertura [alla costituzione di] uno Stato si sarebbe sviluppato più avanti. Il discorso di Rabin fu pronunciato sotto una tremenda pressione politica.

“Forse. Se non avessimo avuto 750 mila coloni, se Rabin non fosse stato assassinato, se i palestinesi fossero stati molto più duri nei negoziati. A Washington [1991-1994], abbiamo detto agli americani che stavamo negoziando su una torta mentre gli israeliani la stavano mangiando portando avanti la colonizzazione attraverso gli insediamenti. ‘Avete promesso che sarebbe stato mantenuto lo status quo, e loro stanno rubando”. E gli americani non hanno fatto nulla. A quel punto avrebbe dovuto essere chiaro che se non avessimo preso una posizione la colonizzazione sarebbe continuata, il controllo della sicurezza e l’occupazione israeliani sarebbero continuati in una forma diversa. Questo è ciò che ha fatto Oslo.

Parte del problema è che i palestinesi hanno accettato le cose orribili che ci sono state offerte a Washington. Hanno dato il 60% della Cisgiordania a Israele sotto forma di Area C. Quelle sono state concessioni dell’OLP, non è colpa di Israele. Nessuna leadership palestinese avrebbe dovuto accettare tali accordi.”

Un suo collega, lo storico israeliano Shlomo Ben Ami, ha spiegato il fallimento dei colloqui di Camp David, nel luglio 2000, come un fallimento della leadership palestinese. In un’intervista del 2001 ha affermato che i palestinesi “non potevano liberarsi dal bisogno di rivendicazione, dalla loro vittimizzazione”; che negoziare con Arafat era come “negoziare con un mito”; e che “i palestinesi non vogliono tanto una soluzione quanto piuttosto mettere Israele sul banco degli imputati”. È possibile che la regione abbia perso un’opportunità storica a causa della leadership di Yasser Arafat?

“Lei vuole farmi cadere tra le ortiche; io voglio sollevarmi e guardare il giardino in putrefazione. [Un] presidente [americano] ha sprecato sette anni e mezzo della sua presidenza prima di portare, un paio di mesi prima di un’elezione, quando non era un’anatra zoppa ma un’anatra morta, la gente a Camp David. Vuoi mediare? Allora fallo entro il limite di tempo stabilito dall’accordo [di Oslo] che hai firmato sul prato della Casa Bianca nel 1993. [Il processo] avrebbe dovuto essere completato entro il 1999. Barak aveva già perso la maggioranza alla Knesset, un’altra anatra morta, o morente.

Per quanto riguarda Arafat, dov’era nel 2000? Ho vissuto a Gerusalemme nei primi anni ’90. Si poteva guidare ovunque con targhe verdi [targhe palestinesi, ndt.] dalla Cisgiordania, alle alture del Golan, a Eilat, a Gaza. C’erano 100.000 lavoratori [palestinesi] in Israele e israeliani che facevano shopping in Cisgiordania. Dal 1999 l’economia palestinese si è impoverita. Permessi, posti di blocco, muri, blocchi, separazione. La popolarità di Arafat è crollata.”

Sta parlando del deterioramento dell’economia palestinese negli anni ’90, ma un altro episodio importante e traumatico per Israele in quel decennio sono stati gli attentati suicidi del 1994-1996, a cui dedica poco spazio nel suo libro.

“La separazione è iniziata prima del primo attentato suicida. L’idea di separazione era centrale nel modo in cui Rabin e [il ministro degli Esteri Shimon] Peres hanno concepito questo [processo] fin dall’inizio. E separazione significava isolare i palestinesi in piccole enclave e separarli dall’economia israeliana. Tutti questi sviluppi erano stati pianificati in anticipo. Il pretesto degli attentati suicidi spiega i dettagli, ma non spiega l’idea”.

Gli attacchi suicidi sono stati un fattore significativo per l’affossamento del processo.

“Ricordi cosa ha preceduto gli attentati suicidi”.

Si riferisce al massacro di fedeli palestinesi a Hebron da parte di Baruch Goldstein, nel febbraio 1994.

“Sì, e alla risposta di Rabin al massacro. Non ha sradicato Kiryat Arba [l’insediamento coloniale urbano adiacente a Hebron], non ha allontanato i coloni da Hebron, non ha punito i colpevoli – ha punito i palestinesi. Poi è diventato chiaro cosa fosse Oslo: un’estensione e un rafforzamento dell’occupazione. E Hamas ne ha approfittato. Hanno visto che l’intero edificio che Arafat ha cercato di vendere ai palestinesi non avrebbe condotto a quanto aveva proclamato. Questo, insieme a tutto il resto che stava accadendo, ha dato loro una gigantesca opportunità. Il peggioramento della situazione dei palestinesi nel corso degli anni ’90 ha dato ad Hamas un enorme credito.

Guardando indietro, dalla guerra del 1973 fino al 1988 l’OLP si è allontanata dal [suo obiettivo dichiarato di] liberazione di tutta la Palestina e dall’uso della violenza. Ciò è riassunto nella dichiarazione del Consiglio Nazionale Palestinese dell’OLP del 1988 ad Algeri. Coloro che si opposero finirono dentro Hamas, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e così via.

Come avrebbe potuto trionfare la prima compagine? Dovevano essere in grado di fornire ai loro sostenitori prove tangibili che il loro approccio stava avendo successo. Ma non fornirono nulla alla loro base. Nulla. Una situazione peggiore rispetto ai primi anni Novanta. Quindi, naturalmente, le persone che rifiutano la divisione e insistono sulla lotta armata e sulla completa liberazione troveranno sostegno.

Il punto è che siamo davanti ad un processo dialettico che da parte israeliana è guidato da un’incapacità assoluta di comprendere ciò a cui dover rinunciare. E sembra impossibile per Israele rinunciare a qualcosa: alla terra, alla popolazione e ai registri anagrafici, alla sicurezza, ai ponti, con lo Shabak [servizio di sicurezza dello Shin Bet] che mette il naso da per tutto. Non rinuncerebbero ad alcuna cosa, e questo è più importante dei miti riguardanti ciò a cui Arafat avrebbe o non avrebbe rinunciato.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’avvertimento di un soldato: quello che ho visto a Gaza determinerà il nostro futuro

Autore anonimo

28 novembre 2024 – Haaretz

La cosa importante è riflettere su quello che sta succedendo per l’opinione pubblica israeliana. Portare le cose alla luce. Così la gente poi non dirà che non lo sapeva.

La cosa veramente sorprendente riguarda la rapidità con cui ogni cosa sembra normale e ragionevole. Dopo qualche ora ti ritrovi a cercare disperatamente di rimanere colpito dalle dimensioni della distruzione, borbottando dentro di te affermazioni come “è una follia”, ma la verità è che ti ci abitui molto rapidamente.

Diventa banale, di cattivo gusto. Un altro ammasso di pietre. Lì probabilmente c’era un edificio di un’istituzione pubblica, quelle erano case e questa zona era un quartiere. Ovunque tu guardi vedi mucchi di tondini, sabbia, cemento e mattoni monoblocco. Bottiglie d’acqua di plastica vuote e polvere. A perdita d’occhio. Fino al mare. La vista si sposta lungo un edificio che è ancora in piedi. “Perché non lo hanno distrutto?” mi chiede mia sorella su WhatsApp dopo che le ho mandato una foto. “E anche,” aggiunge, “perché diavolo vai lì?’”

Perché sono qui è poco interessante. Qui la vicenda non riguarda me. E questo non è neppure un atto di accusa contro le Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.]. Ciò viene fatto altrove, negli editoriali, alla Corte Penale Internazionale dell’Aia, nelle università degli Stati Uniti, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La cosa importante è riflettere su quello che sta avvenendo per l’opinione pubblica israeliana. Portare le cose alla luce. Così la gente poi non dirà che non lo sapeva. Volevo capire cosa stesse succedendo qui. E’ quello che ho detto a tutti i miei amici, troppi da contare, che mi hanno chiesto: “Perché vai a Gaza?”

Non c’è molto da dire riguardo alla distruzione. È ovunque. Salta agli occhi quando ti avvicini dal punto di osservazione di un drone a quello che una volta era un quartiere residenziale: un orto coltivato circondato da un muro distrutto e una casa polverizzata. Una baracca improvvisata con un sottile tetto in un vicolo. Macchie nere nella sabbia, una dietro l’altra: evidentemente lì c’era una specie di boschetto, forse un uliveto. Ora è il tempo della raccolta delle olive. E c’è un certo movimento, una persona che si arrampica su un cumulo di macerie, raccogliendo legna su un marciapiede, rompendo qualcosa con una pietra. Tutto visto dalla rotta di volo di un drone.

Più ti avvicini a una strada importante dal punto di vista logistico – Netzarim, Kissufim, Filadelfia – meno strutture sono ancora in piedi. La distruzione è enorme e tale rimarrà. E questa è una cosa che la gente deve sapere: tutto ciò non verrà cancellato nei prossimi cento anni. Non importa quanto impegno ci metterà Israele per farlo sparire, nasconderlo, d’ora in avanti la distruzione a Gaza determinerà le nostre vite e quelle dei nostri figli. È la testimonianza di una furia sfrenata. Un amico ha scritto sul muro della sala operativa: “Alla quiete si risponderà con la quiete, a Nova [il festival musicale attaccato in 7 ottobre da Hamas, ndt.] si risponderà con la Nakba.” I comandanti dell’esercito hanno adottato questa scritta.

Dal punto di vista militare la distruzione è inevitabile. Combattere contro un nemico ben equipaggiato in un’area urbana densamente popolata significa distruzione di edifici su vasta scala o la morte certa per i soldati. Se un comandante di brigata deve scegliere tra la vita dei soldati ai suoi ordini o spianare il territorio, un F-15 carico di bombe percorrerà la pista di decollo della base aerea di Nevatim e una batteria di cannoni prenderà la mira. Nessuno è disposto ad assumersi dei rischi. È la guerra.

Israele può combattere così grazie al flusso di armamenti che riceve dagli Stati Uniti, e la necessità di controllare il territorio con il minimo numero di soldati è spinta fino al limite. Ciò è vero sia per Gaza che per il Libano. La principale differenza tra il Libano e l’inferno giallo che ci circonda sono i civili. A differenza dei villaggi del sud del Libano i civili sono ancora qui. Trascinandosi da un punto di combattimento all’altro, portandosi dietro fagotti strapieni, taniche. Madri con bambini che arrancano lungo la strada. Se abbiamo dell’acqua gliela diamo. Le capacità tecnologiche dell’IDF si sono sviluppate in modo impressionante in questa guerra. La potenza di fuoco, la precisione, la raccolta di informazioni con i droni: ciò fornisce un contropotere rispetto al mondo sotterraneo che Hamas ed Hezbollah hanno costruito nel corso di molti anni.

Ti ritrovi per ore a osservare da lontano un civile che trascina una valigia per qualche chilometro sulla strada Salah al-Din. Il sole cocente picchia su di lui. E tu cerchi di capire: è un ordigno esplosivo? È ciò che resta della sua vita? Vedi gente che gironzola attorno a un gruppo di tende in mezzo al campo, cerchi ordigni esplosivi e fissi disegni sul muro con le tonalità grigie del carboncino. Qui, per esempio, c’è il disegno di una farfalla.

Questa settimana ho fatto una perlustrazione con un drone di un campo di rifugiati. Ho visto due donne che camminavano mano nella mano. Un giovane che è entrato in una casa semidistrutta ed è sparito.

Forse è un miliziano di Hamas ed è andato a consegnare un messaggio attraverso l’ingresso nascosto di un tunnel dove sono stati tenuti ostaggi? Da un’altezza di 250 metri ho seguito uno che andava in bicicletta lungo quella che una volta doveva essere una strada al limite del quartiere, un giretto pomeridiano in mezzo alla catastrofe. A uno degli incroci il ciclista si è fermato nei pressi di una casa da cui sono usciti alcuni bambini e poi si è inoltrato nel campo profughi.

In seguito ai bombardamenti tutti i tetti hanno dei buchi. Su ognuno di essi ci sono barili blu per la raccolta dell’acqua piovana. Se vedi un barile sulla strada devi informare il centro di controllo e segnalarlo come un possibile ordigno esplosivo. Ecco un uomo che cuoce focacce. Vicino a lui c’è un uomo che dorme su un materasso. Grazie a quale forza di inerzia la vita continua? Come può una persona svegliarsi in mezzo a un orrore come questo e trovare la forza di alzarsi, cercare del cibo, tentare di sopravvivere? Quale futuro gli riserva il mondo? Caldo, mosche, fetore, acqua sporca. Un altro giorno se ne va.

Sto aspettando lo scrittore che venga e scriva questo, un fotografo che lo documenti, ma ci sono solo io. Altri combattenti, se hanno un’opinione eretica, se la tengono per sé. Non stiamo parlando di politici perché ce l’hanno chiesto, ma la verità è che semplicemente ciò non interessa a chi abbia fatto 200 giorni di servizio militare nella riserva quest’anno. I riservisti stanno crollando. Chiunque arrivi è già indifferente, preoccupato da problemi personali o da altre questioni. Figli, licenziamenti, studi, mogli. Hanno cacciato il ministro della Difesa. Einav Zangauker [attivista dei familiari favorevoli a un accordo con i rapitori, ndt.], il cui figlio Matan è tenuto in ostaggio da qualche parte qui. I panini con la cotoletta sono arrivati.

Gli unici che si agitano per qualunque cosa sono gli animali. I cani, i cani. Scodinzolanti, corrono in grandi branchi, giocano tra di loro. Cercano avanzi di cibo che l’esercito ha lasciato dietro di sé. Qui e là osano avvicinarsi ai veicoli nel buio, cercano di portare via una scatola di salsicce kabanos [tipiche dell’Europa centro-orientale, ndt.] e sono cacciati da una cacofonia di urli. Ci sono anche molti cuccioli.

Nelle ultime due settimane la sinistra israeliana si è preoccupata del fatto che l’esercito sta scavando sulle strade che passano da est a ovest della Striscia di Gaza. La strada Netzarim, per esempio. Che cosa non è stato detto a questo proposito? Che è stata asfaltata, che vi sono basi a cinque stelle. Che l’IDF è lì per restare, che partendo da queste infrastrutture il progetto di colonizzazione della Striscia risorgerà.

Non escludo queste preoccupazioni. Ci sono abbastanza pazzi che stanno solo aspettando l’opportunità. Ma le strade Netzarim e Kissufim sono zone di combattimento, aree tra grandi concentrazioni di palestinesi. Una massa critica di disperazione, fame e sofferenza. Questa non è la Cisgiordania. Il consolidamento lungo la strada è tattico. Più che garantire un’occupazione civile del territorio ciò è destinato a fornire sicurezza a soldati sfiniti. Le basi e gli avamposti consistono in strutture trasportabili che possono essere smantellate e rimosse su un convoglio di camion in pochi giorni. Naturalmente ciò potrebbe cambiare.

Per tutti noi, da quelli che si trovano nella sala operativa fino all’ultimo combattente, è chiaro che il governo non ne sa un accidente su come continuare. Non ci sono obiettivi verso cui andare, nessuna capacità politica per ritirarsi. Salvo che a Jabalya non ci sono quasi combattimenti. Solo ai margini dei campi. E anche questo in parte, per timore che lì ci siano degli ostaggi. Il problema è diplomatico, non militare né tattico. E quindi ciò è chiaro a chiunque venga richiamato per un’altra fase per le stesse identiche missioni. Arriveranno ancora riservisti, ma meno.

Dov’è il limite tra la comprensione della “complessità” e la cieca obbedienza? Quando ti è stato dato il diritto di rifiutarti di prendere parte a un crimine di guerra? Questo è meno interessante. Quello che è più interessante è quando l’opinione pubblica israeliana si sveglierà, quando sorgerà un leader che spieghi ai cittadini in quale terribile pasticcio ci siamo messi, e chi sarà il primo con la kippah [estremista religioso, ndt.] che mi chiamerà traditore. Perché prima dell’Aia, delle università americane, della condanna del Consiglio di Sicurezza, questa è innanzitutto una questione interna nostra. E di due milioni di palestinesi.

L’autore è un militare in servizio nella riserva che ha partecipato a operazioni di terra in Libano e nella Striscia di Gaza durante lo scorso anno.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




‘Tribunale di Umanità e Coscienza’- è stato istituito a Londra il Tribunale per Gaza

Redazione di Palestine Chronicle

5 novembre 2024 Palestine Chronicle

Perché istituire un Tribunale del Popolo nonostante il coinvolgimento della Corte Internazionale di Giustizia? Perché l’ordine internazionale ha fallito il suo compito – la CIG, anche dopo aver definito genocidio le azioni di Israele, non riesce a far rispettare le sue sentenze.”

La scorsa settimana si è riunito a Londra un gruppo di celebri intellettuali, giuristi, artisti, difensori dei diritti umani e rappresentanti dei media e delle organizzazioni della società civile per istituire il Tribunale per Gaza – un’iniziativa indipendente con il ruolo di “tribunale di umanità e coscienza”.

Gaza rappresenta un punto di rottura nel percorso storico dell’umanità, in cui prevale un sistema globale basato sul potere, non sulla giustizia”, afferma il sito web del Tribunale per Gaza. “Alla luce di questa prospettiva l’esigenza di considerare ciò che accade a Gaza nella sua dimensione storica, politica, filosofica e giuridica sta diventando un compito urgente e necessario per l’umanità.”

Guidato da Richard Falk, esperto emerito di diritto internazionale ed ex relatore speciale per l’ONU sui territori palestinesi occupati, il Tribunale sta intraprendendo una via alternativa alla giustizia internazionale, intesa a dare risalto alle voci della società civile nell’analisi delle violenze conseguenti al conflitto esacerbatosi dopo l’operazione della resistenza del 7 ottobre.

Perché è necessario?

Benché la causa di genocidio contro Israele sia attualmente all’esame della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), l’iniziativa è considerata come un Tribunale del Popolo.

Il fallimento dell’ordine internazionale nell’adempiere al suo compito è esattamente il motivo per cui è necessario un tribunale del popolo. La Corte Internazionale di Giustizia, nonostante abbia definito come genocidio l’attuale guerra di Israele, non è in grado di far rispettare le proprie sentenze”, afferma il sito web.

Il Tribunale per Gaza, convocato a Londra per due giorni di iniziali incontri preparatori, ha riunito circa 100 partecipanti.

Chi è coinvolto?

Tra i partecipanti all’incontro di Londra vi erano: Ilan Pappe, Jeff Halper, Ussama Makdisi,Ayhan Citil, Cornel West, Avi Shlaim, Naomi Klein, Aslı Bali, Mahmood Mamdani, Craig Mokhiber, Hatem Bazian, Mehmet Karlı, Sami Al-Arian, Frank Barat, Hassan Jabareen, Willy Mutunga, Victor Kattan, and Victoria Brittain.

Tra le organizzazioni partecipanti figurano: Legge per la Palestina (Law for Palestine), la Rete delle ONG palestinesi per l’ambiente (the Palestinian Environmental NGOs Network), la Rete araba per la sovranità alimentare (the Arab Network for Food Sovereignty (APN), Adalah, il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele (the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel), l’Organizzazione palestinese per i diritti umani (Palestinian human rights organization Al-Haq), BADIL, il Centro per i diritti umani Al-Mezan (Center for Human Rights), l’Associazione in sostegno dei prigionieri e dei diritti umani (the prisoner support and human rights group) Addameer, e il Centro Palestinese per i diritti umani (the Palestinian Center for Human Rights) (PCHR).

Quali sono i suoi obbiettivi?

Il Tribunale per Gaza ha due principali obbiettivi: uno particolare e uno universale. L’obbiettivo particolare è contribuire a porre termine il prima possibile ai tragici eventi e indicarne i responsabili alla coscienza pubblica.

L’obbiettivo universale è emettere una decisione fondata sui valori intellettuali e morali dell’umanità, tale da poter servire da punto di riferimento per impedire future atrocità in tutto il mondo. Soffermandosi sui complessi motivi per cui tali eventi possono accadere, e ancora accadono in questo momento della storia umana, il Tribunale intende spiegare perché l’umanità non sia stata capace di porre fine a tali atrocità /come l’umanità possa porvi fine.

Secondo il sito web “la legittimità del Tribunale deriva dal rivolgere l’attenzione alle annose ferite della questione palestinese, con un focus sulla attuale tragedia a Gaza.”

Il risultato

Il sito web afferma che il documento complessivo che verrà predisposto dal Tribunale dopo tutte queste ricerche e valutazioni colmerà un grave vuoto che le nazioni hanno lasciato e fungerà da linea guida per tutte le nazioni del mondo.

Come opera il Tribunale

Secondo il sito il Tribunale per Gaza principalmente è composto dal Comitato Presidenziale, dalla Grande Sezione e da 3 Sezioni specializzate, oltre che da sei Unità Amministrative e di supporto.

Operando come un tribunale di opinione [Organismo indipendente, non giurisdizionale come il “Tribunale Russell-Sartre”n.d.t.], la Grande Sezione del Tribunale sarà costituita da tutti i membri del comitato e da circa 10 persone invitate. Inoltre possono anche essere inclusi tra i membri della Sessione Pubblica giuristi, accademici, artisti e intellettuali che sono stati riconosciuti, ma non hanno fatto parte di queste sezioni. Le Sessioni Pubbliche prendono decisioni a maggioranza. E’ essenziale che l’opinione di ciascun membro sia riportata nella decisione ed ogni membro ha il diritto di scrivere valutazioni positive, negative o divergenti che vanno allegate alla decisione. 

Ogni sezione sarà composta da cinque o sei membri. Essi saranno scelti tra le persone autorevoli nei rispettivi ambiti di appartenenza. Le sezioni discuteranno e perverranno alle decisioni nell’ambito delle proprie specifiche aree di discussione, che comprendono la Sezione di Diritto Internazionale, la Sezione di Relazioni Internazionali e Ordine Mondiale e la Sezione di Storia, Etica e Filosofia.

Dato che lo scopo del Tribunale è quello di attirare l’attenzione sul genocidio in corso a Gaza, l’obbiettivo è che le sessioni di ogni sezione siano trasmesse dal vivo su canali di informazione internazionali come TRT World, Associated Press e Al Jazeera.

Sarà inoltre composto da Unità Amministrative e di Supporto.

Le Unità Amministrative assicurano l’efficiente e corretto funzionamento del Tribunale e garantiscono le condizioni necessarie per un equo processo decisionale. Le Unità di Supporto, create a discrezione del Comitato Presidenziale, facilitano le procedure che contribuiscono al raggiungimento degli obbiettivi del Tribunale.

Inclusività e Accessibilità

L’agenzia di stampa Anadolu ha riferito che in una dichiarazione il Tribunale ha sottolineato il proprio impegno all’inclusività e accessibilità, invitando associazioni della società civile palestinese e persone colpite direttamente dal conflitto a presentare prove e testimonianze.

Questo ente, hanno affermato gli organizzatori, ha lo scopo di colmare un vuoto, concentrando l’attenzione sull’impatto umano delle politiche e delle azioni di Israele sui civili palestinesi.

Oltre ad occuparsi degli eventi recenti l’apparato giuridico del Tribunale integrerà i temi del colonialismo di insediamento e dell’apartheid, contestualizzando le sue conclusioni all’interno del pluridecennale conflitto israelo-palestinese e di eventi storici quali la Nakba del 1948 e l’occupazione dei territori palestinesi successiva al 1967.

Secondo gli organizzatori il Tribunale per Gaza “deriva il suo potere e la sua autorità non dai governi, ma dalle persone in generale e dai palestinesi in particolare ed usa l’accumulazione intellettuale e di coscienza dell’umanità con cui chiunque di buon senso può concordare e che può produrre giudizi e documenti che possono essere di riferimento per problemi futuri.”

Seconda fase

Secondo gli organizzatori la seconda fase del Tribunale per Gaza è programmata per maggio 2025 a Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, in cui verranno condivise con il pubblico relazioni predisposte, testimonianze e bozze di dichiarazioni.

Nella sessione di Sarajevo si prevede che parlino rappresentanti di comunità colpite e testimoni esperti.

L’udienza principale del Tribunale, parte cruciale dell’iniziativa, è programmata per ottobre 2025 a Istanbul, Turchia.

A Istanbul un gruppo di esperti presenterà una bozza delle conclusioni e decisioni del Tribunale, comprendenti testimonianze e dichiarazioni di civili ed organizzazioni palestinesi colpiti dalla crisi.

Incessante genocidio

Ignorando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un immediato cessate il fuoco, Israele ha incassato la condanna internazionale durante la sua continua e brutale offensiva a Gaza.

Attualmente sotto processo di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio nei confronti dei palestinesi, Israele ha scatenato una devastante guerra contro Gaza a partire dal 7 ottobre (2023).

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza sono stati finora uccisi 43.391 palestinesi e feriti 102.347.

Inoltre almeno 11.000 persone risultano scomparse, probabilmente morte sotto le macerie delle loro case in tutta la Striscia.

Israele afferma che 1.200 soldati e civili sono stati uccisi durante l’operazione ‘Diluvio di Al-Aqsa’ del 7 ottobre. I media israeliani hanno pubblicato rapporti che suggeriscono che molti israeliani quel giorno sono stati uccisi da ‘fuoco amico’.

Milioni di sfollati

Organizzazioni palestinesi e internazionali dicono che la maggioranza degli uccisi e feriti sono donne e bambini.

La guerra israeliana ha provocato una grave carestia soprattutto al nord di Gaza, che ha condotto alla morte molti palestinesi, per la maggior parte bambini.

L’aggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di circa 2 milioni di persone da tutta la Striscia di Gaza, costringendo la grande maggioranza degli sfollati dentro la città meridionale densamente popolata di Rafah, vicino al confine con l’Egitto – in ciò che è diventato il più grande esodo di massa dalla Nakba del 1948.

Più avanti nel corso della guerra, centinaia di migliaia di palestinesi hanno cominciato a spostarsi dal sud verso il centro di Gaza in una continua ricerca di salvezza.

(PC, Anadolu)

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna) 




Conquistare, espellere, reinsediarsi”: alla conferenza “Prepararsi a Reinsediarsi a Gaza” i propositi velleitari lasciano il posto a progetti concreti

Rachel Fink

Oct 21, 2024 21 ottobre 2024 – Haaretz

In un’assemblea sul tema di Sukkot nei pressi del confine di Gaza coloni e leader di estrema destra hanno delineato piani per ricostruire colonie ebraiche nella Striscia “entro un anno”. La polizia ha impedito a contro-manifestanti di entrare nel luogo del raduno, mentre gli oratori chiedevano il “trasferimento volontario” dei gazawi e la ridefinizione dei confini di Israele per estenderli “dall’Eufrate al Nilo”

Centinaia di persone si sono riunite sul confine meridionale di Israele per un incontro celebrativo di due giorni intitolato “Prepararsi a reinsediarsi a Gaza”.

Durante l’evento i partecipanti sono stati ad ascoltare politici di estrema destra e dirigenti del movimento dei coloni, che hanno tutti proclamato la loro idea condivisa per il futuro: reinsediare una presenza ebraica nella Striscia di Gaza – “su ogni sua zolla,” come ha dichiarato un oratore.

L’evento è iniziato domenica con la costruzione di decine di capanne provvisorie a due passi dal confine di Gaza. Le capanne, in cui varie famiglie hanno passato la notte, erano state costruite per onorare la festa ebraica di Sukkot, ma non è passato inosservato il loro significato simbolico per un movimento dedito alla ricostituzione di colonie a Gaza.

“Oggi ci troviamo nelle nostre case provvisorie da questa parte del confine,” ha dichiarato il rabbino Dovid Fendel, di Sderot. “Ma domani costruiremo le nostre case permanenti sull’altro lato del confine.” Lunedì mattina gli abitanti delle capanne sono stati raggiunti da centinaia di partecipanti agli eventi principali del convegno. C’erano attività per i bambini, compresa una reinterpretazione allegorica del “disimpegno” di Israele da Gaza nel 2005 con pupazzi, bolle di sapone e una fattoria didattica.

Volontari hanno distribuito popcorn e zucchero filato alle orde di bambini che correvano da una capanna all’altra mentre commercianti vendevano magliette e custodie per telefonino che dicevano “Gaza è parte di Israele.” Per gli adulti le opzioni includevano sessioni progettuali in piccoli gruppi, un’esposizione informativa e molti canti e balli.

L’atmosfera era festosa nonostante le incombenti minacce per la sicurezza. “So che la maggioranza dei nostri uomini qui è armata,” è stato annunciato dagli altoparlanti. “Nel caso di infiltrazione di terroristi, vi chiediamo per favore di non usare le vostre armi. Lasciate fare alla sicurezza. È per l’incolumità di tutti.”

In effetti praticamente ogni uomo presente era munito di mitra M16 a tracolla o di una pistola che spuntava dalla tasca posteriore. Ogni volta che si sentiva un’esplosione provenire da Gaza qualcuno urlava “Dio benedica i nostri prodi soldati.”

In tarda mattinata decine di partecipanti si sono accalcati nella capanna più grande per ascoltare un gruppo di relatori. Questi hanno incluso alcune delle organizzazioni rappresentate all’esposizione informativa, familiari che hanno perso i propri cari sia il 7 ottobre che durante la successiva guerra a Gaza, così come membri del piccolo gruppo di parenti di ostaggi che non si schierano con il più numeroso Forum delle Famiglie di Ostaggi e Dispersi.

Una di loro è stata Channah Cohen, la cui nipote Inbar Haiman è stata uccisa il 7 ottobre e il suo corpo è stato portato a Gaza. “Stiamo facendo di tutto per farci restituire il suo corpo,” ha detto Cohen durante la discussione. “Ma quei nazisti là non danno valore a niente se non alla terra. Quindi voglio prendergliela perché è l’unica cosa che capiranno.”

È un’idea che in seguito la deputata del Likud Tally Gotliv ha ampliato dal palco principale: “Dobbiamo parlare ai nostri nemici assassini con l’unico linguaggio che capiscono, la loro terra,” ha detto Gotliv. “Forse se ci vedono là penseranno davvero due volte a quello che ci hanno fatto il 7 ottobre. Forse ci vedranno là e ci daranno indietro i nostri ostaggi rapiti nei modi più crudeli.”

“Colonie uguale sicurezza,” ha detto Gotliv. “Punto e basta.”

La conferenza è stata organizzata da Nachala, un’organizzazione estremista dei coloni guidata dalla controversa leader Daniella Weiss, che ha attraversato la folla di lunedì come una celebrità venerata, fermandosi a stringere mani e posare per le foto.

Weiss ha parlato varie volte nel corso della giornata, anche in inglese per la stampa estera. In un discorso appassionato ha promesso di realizzare il suo impegno a ricolonizzare Gaza entro un anno. “Ognuno di voi mi può chiamare e chiedermi se sono riuscita a realizzare il mio sogno,” ha detto a un gruppo di giornalisti. “In realtà non dovete neppure chiamarmi,” ha continuato Weiss. “Sarete i testimoni di come gli ebrei andranno a Gaza e gli arabi spariranno da Gaza.”

Weiss ha detto anche che lei e 40 famiglie sono pronte a piazzare le loro roulotte proprio dove ci trovavamo, quanto più vicino possibile al confine. “E con l’aiuto di Dio,” ha annunciato, “piano piano ci sposteremo a Gaza. Proprio come abbiamo fatto in Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.].” Ma Weiss non progetta di fermarsi là: “I veri confini della Grande Israele sono tra il fiume Eufrate e il Nilo,” ha dichiarato. “Questo lo sappiamo dalla Bibbia. E quanto prima lo faremo, tanto meglio.”

Dopo un ballo gioioso, a cui in base ai principi degli ebrei ortodossi hanno partecipato solo gli uomini, è salito sul palco principale uno stuolo di politici. Oltre a Gotliv, gli oratori hanno incluso il ministro dello Sviluppo del Negev e della Galilea e deputato di Potere Ebraico [partito di estrema destra, ndt.] Yitzhak Wasserlauf, il ministro delle Finanze Betzalel Smotrich e l’attivista dei coloni e capo del Consiglio Regionale di Samaria Yossi Dagan. Altri, come il deputato di Sionismo religioso [altro partito di estrema destra, ndt.] Zvi Succot e il parlamentare del Likud [principale partito di destra, ndt.] Ariel Kallner hanno tenuto discussioni più ristrette nella capanna assegnata ai loro partiti.

La ministra dell’Uguaglianza Sociale e parlamentare del Likud May Golan ha dedicato la maggior parte del suo discorso a inveire contro quella che ha definito “la Sinistra velenosa ed elitaria” prima di ritornare al messaggio: “Li colpiremo dove fa male, la loro terra,” ha detto Golan, riferendosi ai gazawi. “Chiunque usi la propria zolla di terra per progettare un altro Olocausto riceverà da noi, con l’aiuto di Dio, un’altra Nakba [la pulizia etnica a danno dei palestinesi nel 1947-49, ndt.] che racconterà ai figli e nipoti nei prossimi 50 anni.” Le sue parole sono state accolte con applausi scroscianti.

Ma l’oratore che ha ricevuto l’accoglienza di gran lunga più calda è stato il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. Ha iniziato la sua comparsa unendosi a una danza mentre la gente chiedeva a gran voce un selfie con il parlamentare di estrema destra.

Quando è salito sul palco, un gruppo di adolescenti ha guidato la folla nello scandire “Guardate qui. È il nostro prossimo primo ministro” (suona meglio in ebraico), prima di passare a “pena di morte per i terroristi,” una delle promesse più apprezzate della campagna di Ben-Gvir.

“Ciò che abbiamo imparato quest’anno è che tutto dipende da noi,” ha iniziato Ben-Gvir. “Siamo i proprietari di questa terra. Sì, abbiamo sperimentato una terribile catastrofe il 7 ottobre. Ma quello che dobbiamo capire, un anno dopo, è che moltissimi israeliani hanno cambiato le proprie opinioni. Hanno cambiato il modo di pensare. Capiscono che quando Israele agisce come legittimo proprietario di questa terra, è questo che porta risultati.”

“Lo vedo nelle celle dei terroristi,” ha continuato. “Gli abbiamo tolto i panini con la marmellata. Gli abbiamo tolto il cioccolato, i loro schermi televisivi, i tavoli da ping-pong e il tempo per l’attività fisica. Dovreste vederli piagnucolare e strillare nelle loro celle. E questa è la dimostrazione: quando lo decidiamo ci riusciamo, abbiamo successo.”

“Incoraggeremo il trasferimento volontario di tutti i cittadini di Gaza,” ha dichiarato. “Offriremo loro l’opportunità di spostarsi in altri Paesi perché questa terra appartiene a noi.”

Sarah Himmel ha viaggiato da Beit Shemesh [cittadina israeliana nei pressi di Gerusalemme, ndt.] per assistere alla conferenza. Dice di non essere venuta solo per dimostrare il proprio appoggio all’idea di ricolonizzare, ma per saperne di più su quello che ciò comporta in concreto.

“Non sono pronta al 100% ad andarmene e spostarmi domani come altre persone qui,” ha spiegato, “ma voglio avere più informazioni possibile. Voglio essere pronta.”

Mentre stavamo facendo l’intervista Himmel è stata avvertita da varie persone di non parlare a giornalisti di Haaretz – “Loro non sono dei nostri. Non sono nostri amici,” l’ha messa in guardia una donna anziana – ma Himmel non si è tirata indietro. “Sono in grado di decidere io,” ha replicato. Himmel ha continuato: “Credo che questa terra sia nostra e che dovremmo vivere qui contenti e sicuri. Quello di cui stiamo parlando qui è tornare a luoghi in cui vivevamo, posti che abbiamo lasciato occupare dai terroristi. E finché lasceremo che ciò prosegua, continueremo a vivere con la paura, continueremo ad essere uccisi.”

Ha detto di essere motivata dal fatto di vedere così tante persone che la pensano come lei: “È veramente entusiasmante essere circondati da così tante persone con le stesse idee.”

Mentre tutti quelli che si trovavano all’interno della base militare chiusa in cui si è tenuta la conferenza potrebbero aver condiviso le stesse opinioni, un piccolo gruppo di manifestanti si è riunito nel parcheggio per esprimere il proprio sgomento. Sventolando bandiere gialle e con manifesti degli ostaggi, i dimostranti hanno fatto del loro meglio per far sentire la propria voce.

“Siamo qui per protestare contro questo orribile convegno,” ha detto Yehuda Cohen, padre di Nimrod Cohen, rapito il 7 ottobre da un carrarmato in panne nei pressi del confine. “Questi partiti politici messianici sono qui per sfruttare cinicamente mio figlio, che da più di un anno si trova in un tunnel a Gaza dopo che l’ho mandato nell’esercito.”

I manifestanti erano sotto massiccia protezione della polizia, che ha anche impedito loro di avvicinarsi entro i 90 metri dalla zona dell’evento. “Ovviamente la polizia applica un doppio standard,” ha detto Cohen, “lasciando che i coloni facciano quello che vogliono, mentre noi, che lottiamo per salvare vite, siamo confinati e non ci consentono di passare.”

Mentre lui e gli altri gridavano slogan con i megafoni, uno dei partecipanti alla conferenza, che stava uscendo, ha abbassato il finestrino. “Non ci fermerete,” ha gridato, ridendo. “Nessuno di voi ci riuscirà. Stiamo andando a Gaza. Perché non vi unite a noi?”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cinque cose che abbiamo imparato dal 7 ottobre

Noura Erakat

8 ottobre 2024-Mondoweiss

Nota del direttore: questa è la trascrizione di un discorso pronunciato da Noura Erakat il 30 agosto 2024 a Chicago come parte di un panel intitolato “All Eyes on Palestine”, alla conferenza “Socialism” a Chicago. Viene riproposto qui come parte della serie Mondoweiss Reflections on a Genocide.

È il giorno 329. La situazione sul campo a Gaza è solo peggiorata. Un quarto di milione di palestinesi probabilmente morirà di fame, carestia e malattie. Nelle parole di Lara Elborno, ogni giorno è il giorno peggiore, e peggiore di quello a cui abbiamo già assistito. Sistematiche violenze sessuali su detenuti palestinesi, rifugiati bruciati vivi in ​​tende di plastica che li hanno soffocati prima che si sciogliessero sulla pelle, epidemia di poliomielite e ora un’incursione totale nella Cisgiordania in quella che i palestinesi hanno ripetutamente avvertito essere un progetto di pulizia etnica dal fiume al mare.

Questo orrore è amplificato dal fatto che segue tre decisioni della Corte internazionale di giustizia e una richiesta della Corte penale internazionale di mandati di arresto per il capo di Stato e il ministro della Difesa di Israele. Dopo che abbiamo completamente sfatato le bugie più razziste su atrocità che non hanno mai avuto luogo. Persino dopo che una parte solitamente silenziosa degli israeliani ha urlato a gran voce, questo genocidio coloniale continua con crescente crudeltà e un’incessante fornitura di armi che tu e io abbiamo pagato. Non ci sono più parole e certamente ancor meno c’è bisogno di esperti.

Quindi offro umilmente cinque lezioni che il genocidio a Gaza ci ha insegnato.

1. Ha esibito la permanente natura coloniale del diritto internazionale

Per quasi 11 mesi, abbiamo assistito a un genocidio coloniale e all’incapacità del diritto internazionale e delle istituzioni legali di fermarlo. Questo fallimento riflette la natura della Convenzione sul genocidio stessa, che è stata promulgata nel 1948, non perché sia ​​la prima o la peggiore campagna per l’annientamento di un popolo, ma perché è la peggiore che si sia verificata all’interno delle coste europee [nel bacino del Mediterraneo, ndt.]. L’esclusione dei popoli indigeni, africani e asiatici dall’ambito del danno riflette in parte lo sviluppo delle leggi di guerra come progetto europeo che ha deliberatamente relegato i non europei a un “altro selvaggio” non idoneo allo status di civile. La bozza finale della Convenzione sul genocidio ha rimosso la violenza coloniale dal suo ambito e ha rappresentato un’umanità eurocentrica. L’incapacità di arginare il genocidio oggi illumina il fatto che non esiste un diritto internazionale ma un diritto per l’Europa e un diritto per tutti gli altri.

Ecco perché questa battaglia è stata anche ciò che lo studioso palestinese Nimer Sultany ha descritto come “un’epica battaglia legale tra il Sud del mondo e il Nord del mondo”. Si noti come, con poche eccezioni degne di nota, gli Stati del Sud del mondo siano intervenuti presso la Corte internazionale di giustizia per sostenere il Sudafrica, mentre gli stati del Nord del mondo sono intervenuti a nome di Israele. Si noti inoltre come il defunto presidente della Namibia abbia detto alla Germania di non avere autorità per commentare cosa sia e cosa non sia genocidio e che il Nicaragua abbia intentato una causa contro la Germania per complicità nel genocidio. E sebbene il diritto internazionale non sia riuscito a fermare questo, le sentenze internazionali hanno catalizzato [il dibattito sulle ndt.] armi e le sanzioni diplomatiche.

Il fatto più significativo è che ci ha permesso di passare dal discutere della legalità delle operazioni di Israele al descriverle in blocco come illegittime. Questa guerra non è progettata per liberare i prigionieri o distruggere Hamas, ma per spopolare la Striscia di Gaza e continuare la Nakba. Il ritorno della Nakba come cornice attraverso cui comprendere la condotta di Israele dal 1948 a oggi riflette il successo dei palestinesi nell’utilizzare nuovamente il diritto internazionale al servizio della loro emancipazione anche mentre ci troviamo di fronte all’espressione più estrema del progetto eliminazionista del sionismo da generazioni.

2. Questo è un genocidio statunitense dei palestinesi

Nei primi sei giorni della campagna di Israele l’amministrazione Biden ha inviato 6.000 bombe. Questa settimana ha inviato 50.000 tonnellate di armi, cioè l’equivalente di oltre 3 bombe atomiche sganciate su una popolazione assediata a cui è stato negato un alloggio sicuro e qualsiasi mezzo necessario per sopravvivere. Gli Stati Uniti hanno abbinato questo con la concessione di immunità [a Israele ndt.] al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con il sabotaggio diretto dei negoziati di cessate il fuoco.

Significativamente l’amministrazione Biden ha facilitato questa operazione di morte in violazione delle sue stesse leggi e della volontà popolare dei suoi elettori mostrando la crisi della cosiddetta democrazia. Peggio ancora, sta andando ulteriormente oltre per fabbricare il consenso e reprimere il dissenso. Ad esempio, con un voto bipartisan di 269-144, la Camera ha approvato un emendamento per vietare al Dipartimento di Stato di citare le statistiche del Ministero della Salute di Gaza sulle vittime palestinesi, nonostante ai giornalisti internazionali venga rifiutato l’ingresso, i giornalisti palestinesi siano presi di mira e le agenzie delle Nazioni Unite come l’UNRWA siano calunniate, non lasciando così altre fonti affidabili da citare.

Nonostante il ruolo degli Stati Uniti nel genocidio ampie fasce di americani insistono sul fatto che ci sia una differenza tra ciò che accade “qui” e “là”. Ricordiamoci [invece ndt.] di una relazione diretta evidenziata da ciò che l’artista e politico martinicano Aime Cesaire ha chiamato “effetto boomerang”. Ciò che viene dispiegato nelle geografie coloniali si manifesta all’interno della relativa metropoli. Ciò è più evidente oggi nella polizia statunitense.

Il sociologo Julian Go fa risalire la militarizzazione della polizia statunitense alla guerra ispano-americana del 1898, quando gli Stati Uniti divennero una potenza imperiale nelle Filippine, Guam, Porto Rico, Cuba, Haiti, Nicaragua e la Repubblica Dominicana, catalizzando la trasformazione dell’esercito statunitense in una forza in grado di proteggere i possedimenti coloniali, come dimostrato dai cambiamenti rivoluzionari nelle forze di polizia negli Stati Uniti, quando furono trasformate e “crearono una catena di comando gerarchica, … metodi operativi e tattici tra cui sorveglianza, mappatura, polizia preventiva, addestramento alle armi e unità di polizia a cavallo”. La polizia statunitense riflette l’esercito imperiale statunitense, come dimostrato dall’occupazione di Ferguson [quartiere nero di St. Louis dove nel 2014 si verificarono gravi incidenti a seguito dell’uccisione da parte della polizia di un ragazzo disarmato n.d.t.] e dalla repressione delle rivolte nere più in generale.

Oggi vediamo questo effetto nell’impiego di leggi antiterrorismo per reprimere il dissenso dei manifestanti contro Cop City [costruzione di un’enorme accademia di polizia vicino ad Atlanta, n.d.t.], nella censura dei libri e nell’autorizzazione all’ingresso della polizia nei campus universitari. Potrebbe essere facile descrivere i palestinesi come l’agnello sacrificale per promuovere un programma progressista, ma sarebbe una lettura totalmente errata. Siamo i canarini nella miniera di carbone e la prima linea di ciò che sta arrivando per tutti. Lasciarci morire non vi rende più sicuri.

3. Le università sono un’estensione dell’apparato coercitivo dello Stato

Abbiamo visto come le università siano la più grande fonte di repressione per studenti e docenti. Ad aprile diversi agenti di polizia si sono gettati sul professore della Washing University, Steve Tamari. È stato preso a pugni, colpito al corpo, preso a calci e trascinato per aver continuato a manifestare con i suoi studenti. La polizia gli ha rotto diverse costole e una mano e all’arrivo in ospedale il medico gli ha detto che era fortunato a essere vivo. Ciò che è diventato chiaro è che piuttosto che essere il luogo di produzione di conoscenza e di dissenso, l’università è un’estensione di un apparato coercitivo dello Stato.

Ci sono molte spiegazioni per questo, ma una di queste ha a che fare con i finanziamenti pubblici. Le università sono state soggette alle peggiori misure di austerità. Hanno compensato questa mannaia attraverso donazioni da parte di aziende, in particolare produttrici di armi, che hanno ricevuto molti sussidi pubblici. Mentre il governo taglia i finanziamenti alle università li aumenta alle industrie di armi che a loro volta finanziano le università, coinvolgendole nel complesso militare-industriale.

Nel 2020, il finanziamento USG [United State Government] a Lockheed Martin da solo ha superato tutti i finanziamenti al DOE [Dipartimento dell’Energia, n.d.t.]. Non sorprende che la spesa federale per i produttori di armi sia aumentata vertiginosamente dopo l’11 settembre. Queste aziende traggono profitto in tre modi: fornitura di armi, sicurezza privata e ricostruzione, dimostrando di trarre profitto sia dall’alimentare la guerra sia dalla gestione delle sue conseguenze.

Sono proprio queste aziende a tenere a galla le università: alla Johns Hopkins, ad esempio, negli ultimi dieci anni l’università ha ricevuto il doppio dei soldi dai contractor della difesa rispetto alle tasse universitarie. Oggi, il Pentagono alimenta un quarto delle entrate universitarie. L’università funziona di concerto con il complesso militare-industriale e dipende da questa alleanza.

4. Il sionismo non ha basi morali su cui reggersi

Anche se non siamo riusciti a fermare un genocidio abbiamo reso evidente la bancarotta morale del sionismo, anche se in realtà è proprio Israele ad averne il merito. Lo Stato e la società israeliani ci hanno detto che per sentirsi al sicuro devono spopolare la Striscia di Gaza per “finire il lavoro”. La società israeliana chiede più stupri, più uccisioni, si prendono gioco dei palestinesi che muoiono di fame e vengono fatti a pezzi, i suoi soldati si stanno esercitando ad uccidere bambini, fanno saltare in aria le moschee come annunci di nozze e indossano la biancheria intima di donne recluse come espressione della loro mascolinità. I ​​coloni sionisti americani stanno lasciando Hyde Park e Park Slope per colonizzare le terre palestinesi e poi chiedono che i palestinesi vengano uccisi a causa di quanto sia pericolosa [la loro presenza] mentre si lamentano che “gli insediamenti coloniali si fanno una cattiva reputazione”.

Il sionismo ha storicamente avuto un’influenza morale significativa tra gli americani, comprese persone che potremmo ammirare come W.E.B. DuBois che vedeva nel sionismo un modello per la liberazione delle persone oppresse. Oggi la gente non si schiera per difendere il sionismo. Al contrario, c’è una maggioranza silenziosa che teme il rischio di attacchi, molestie, doxing [raccolta e diffusione di informazioni personali con intenti malevoli, ndt.], perdita del lavoro. Il sionismo è così debole che oggi deve essere mantenuto attraverso la forza coercitiva.

L’AIPAC, che prima operava in silenzio, deve brandire rumorosamente il suo bastone punitivo. Ha versato non meno di 100 milioni di dollari nelle elezioni statunitensi. In particolare, ha speso 8,4 milioni di dollari per fermare la campagna di Cori Bush e se ne è preso il merito, dicendo che “pro-Israele è una buona politica, una buona politica, per entrambe le parti”. Ma, in particolare, i suoi annunci non hanno detto una PAROLA sulla Palestina o su Israele, si sono concentrati sui voti persi e sulla legge sulle infrastrutture. Peggio ancora, ha sostituito Bush con Wesley Ball, il procuratore che ha assolto Darren Wilson[ poliziotto imputato per l’uccisione di un afroamericano,ndt], a Ferguson dicendo che non c’erano abbastanza prove contro l’imputato e mostrando la volontà dell’AIPAC di smantellare i programmi progressisti e anti-carcerari per proteggere Israele. La loro aggressività è un’indicazione della loro debolezza.

5. Razzismo e potere: l’invisibilità e il potere dei palestinesi

Il razzismo sta facendo un lavoro enorme in questo momento per preparare il pubblico al massacro di massa dei palestinesi e per rendere invisibile il nostro potere. In linea con gli storici stereotipi islamofobi e antisemiti i palestinesi sono stati razzializzati come estranei che non possono integrarsi nella società occidentale, ma stanno invece pianificando di imporre una “Sharia strisciante”. Sono al di fuori della modernità, troppo religiosi e intrinsecamente violenti, sono una minaccia per gli altri e persino per sé stessi a causa degli stereotipi coloniali sugli uomini di colore che sono pericolosi per le loro stesse donne. È questo inquadramento razziale che fa apparire i palestinesi anche come una popolazione in eccesso che può essere sacrificata.

Questo discorso è così disumanizzante che l’indignazione per l’attacco di Israele ai civili non si è verificata, se non per la prima volta ad aprile, in occasione dell’attacco a sette operatori umanitari del World Central Kitchen. L’attacco ha finalmente spinto il comitato editoriale del Wall Street Journal a mettere in discussione la guerra di Israele, notando che non aveva “raggiunto nessuno dei suoi obiettivi di guerra, ovvero restituire tutti gli ostaggi… e scacciare con successo Hamas da Gaza” concludendo che, nonostante i guadagni tattici, una vittoria strategica era lontana.

I nostri 35.000 morti non sono stati sufficienti a far giungere a questa conclusione, né i 4 bambini prematuri che sono marciti nelle incubatrici [rimaste senza elettricità, n.t.d.], né la voce di Hind Rajab che supplicava che qualcuno la salvasse o l’immagine di ciò che restava dei corpi a Sidra Hassouna, appesi alla trave di ciò che restava della loro casa. Gli orrori di Al Shifa non sono stati sufficienti: non i 300 morti, non i corpi in decomposizione devastati e divorati da cani e gatti, non i cadaveri le cui braccia erano legate con lacci e con ferite da arma da fuoco da esecuzione, non lo sventramento del più grande ospedale del nord: le nostre vite non sono state sufficienti, non avevamo nemmeno i requisiti per una presunzione di innocenza.

E proprio mentre veniamo ridotti a nulla, il nostro potere viene apertamente negato. Come ha sottolineato Yazan Zahzah, sono stati i palestinesi e il movimento anti-genocidio a rendere chiaro che Biden non era idoneo a candidarsi e tuttavia il nostro ruolo non viene nemmeno riconosciuto. Ora l’intera elezione presidenziale potrebbe essere decisa dal campo anti-genocidio, tanto che il Partito Democratico, in un altro tentativo di gaslighting [far passare qualcuna/o per pazza/o, n.d.t.] e deviazione di responsabilità, ha descritto i nostri appelli a porre fine ai massacri come pro-Trump

È stato il nostro potere a catalizzare la petizione del Sud Africa alla Corte internazionale di giustizia e i mandati di arresto della Corte Penale internazionale. È stato il nostro potere a catalizzare una divisione tra il Nord e il Sud del mondo e a mettere in luce la natura coloniale del mondo. È stato il potere della nostra gente in Palestine Action a chiudere tre società Elbit nel Regno Unito, la prima a Cambridge. È stato il nostro potere a costringere la compagnia assicurativa francese AXA a disinvestire tutti i soldi da tutte le principali banche israeliane. Nelle parole di Rafeef Ziadah, che non poteva essere con noi stasera, i palestinesi hanno insegnato la vita al mondo, come i sei prigionieri che hanno usato dei cucchiai per uscire da una delle prigioni di massima sicurezza del mondo. Come la dottoressa Amira Al Souli che ha sfidato il fuoco dei cecchini per raccogliere il corpo di un paziente caduto. Come i giornalisti cittadini palestinesi Bisan Owda e Hind Khoudary che continuano a fare reportage sul terreno sapendo benissimo che il loro gilet da stampa è un bersaglio per i cecchini israeliani.

È il nostro popolo, che è ancora in piedi oggi nonostante 11 mesi di bombardamenti da parte di una potenza nucleare, sostenuta da una superpotenza globale e alimentata da armi provenienti da Regno Unito, Germania e Italia… è la nostra prima linea nell’organizzazione della diaspora in tutto il mondo di giovani palestinesi, prevalentemente donne con l’hijab, che sono l’epitome del femminismo e del potere in questo momento che sfidano le aspettative e stabiliscono nuovi standard.

Siamo potere. Siamo vita. Siamo vittoriose.

[Noura Saleh Erakat è un’attivista palestinese-americana, professoressa universitaria, studiosa di diritto e avvocata per i diritti umani]

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)