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Per gli israeliani è impossibile vedere un futuro

Gideon Levy

23 maggio 2022-Middle East Eye

Una società non può andare lontano con la testa nella sabbia e sicuramente non sarà in grado di far fronte alle sfide concrete che deve affrontare

Se c’è una cosa che manca completamente nell’agenda pubblica in Israele è una visione a lungo termine. Israele non guarda avanti, nemmeno di mezza generazione.

I bambini sono importanti in Israele e il tempo e l’energia a loro dedicati di solito superano largamente ciò che è normale in gran parte delle altre società, eppure nessuno parla di ciò che attende loro o i loro futuri figli.

Non c’è un solo israeliano, nemmeno uno, che sappia dove sia diretto il suo Paese.

Chiedi a qualsiasi israeliano o a qualunque politico, giornalista o scienziato, del centro, di destra o di sinistra: dove si sta andando? Come sarà il tuo Paese tra 20 anni? O 50? Non riescono nemmeno a immaginare come potrebbe essere tra 10 anni. Pochi israeliani potrebbero dire persino dove vorrebbero che il loro paese andasse, a parte slogan vuoti su pace, sicurezza e prosperità.

Domanda inquietante

Anche molto significativa è l’unica domanda che sorge sul lungo termine: Israele esisterà ancora tra 20 o 50 anni? Solo questo sentirai chiedere in Israele sul futuro. E poi l’altra domanda: ci sarà mai la pace? – che una o due generazioni fa era onnipresente, non è più all’ordine del giorno e quasi mai viene posta.

Ci sono pochissimi posti in cui le persone si chiedono se il loro paese esisterà o meno tra qualche decennio. La gente non se lo chiede in Germania o Albania, o in Togo o in Ciad. Questa domanda potrebbe non essere pertinente nemmeno per Israele: una potenza regionale potentemente armata, straordinariamente ben piazzata nel contesto internazionale, con tali abilità tecnologiche e prosperità, beniamina dell’Occidente…

Eppure pensate a come tanti israeliani continuino a porsi questa domanda, ultimamente più che mai. Notate gli incredibili sforzi che gli israeliani fanno per ottenere un secondo passaporto per sé stessi e per i loro figli: qualsiasi passaporto! Che sia portoghese o lituano, l’importante è avere qualche opzione oltre al passaporto israeliano, come se un passaporto israeliano fosse una specie di permesso temporaneo prossimo alla data di scadenza, come se non fosse possibile rinnovarlo per sempre.

 Tutto ciò suggerisce che l’abitudine israeliana di nascondere la testa sotto la sabbia riguardo al futuro del proprio Paese mascheri una paura radicata, e forse molto realistica, su ciò che il futuro potrebbe riservare. Gli israeliani hanno paura del futuro del loro Paese. Si vantano della potenza e delle capacità del loro Paese, una nazione giusta, un popolo eletto, una luce per le nazioni; sono estremamente vanagloriosi del loro esercito, delle proprie abilità, mentre allo stesso tempo una paura primordiale rode loro le viscere.

Il futuro del loro paese gli è oscuro, avvolto nella nebbia. A loro piace parlare in termini religiosi di eternità, di “una Gerusalemme unita per l’eternità” e “l’eterna promessa di Dio a Israele”, mentre in fondo non hanno idea di cosa accadrà al loro Paese domani o, al più tardi, dopodomani.

L’autoinganno non fornisce risposte

Il gioco si chiama repressione, negazione, auto-illusione in scala sconosciuta a qualsiasi altra società possa venire in mente. Proprio come per la maggior parte degli israeliani non esiste l’occupazione, e sicuramente non c’è apartheid, nonostante la montagna di prove sia sempre più alta, così, per la maggior parte degli israeliani, il domani non è una cosa reale. In Israele il domani non è una cosa reale in termini di ambiente o cambiamento climatico; il domani non è una cosa reale in merito ai rapporti con l’altra Nazione che vive accanto a noi con il nostro ginocchio sulla gola.

Provate a chiedere agli israeliani come sarà un giorno qui con una maggioranza palestinese tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, e nel migliore dei casi non otterrai altro che una scrollata di spalle. Dove sta andando tutto questo? Vivremo per sempre con le armi? Ne vale la pena?

Quello che scoprirete – pensate! – è che gli israeliani non si sono sinora mai posti questa domanda e peraltro nessuno gliel’ha mai chiesto. La loro espressione vi dirà che non hanno mai sentito una domanda così strana. In ogni caso non ci sarà risposta. Gli israeliani non hanno risposta.

Questa situazione è molto malsana, ovviamente. Una società non può andare lontano con la testa sepolta nella sabbia e sicuramente non sarà in grado di far fronte alle sfide che deve affrontare nella realtà. L’occupazione, che più di ogni cosa è ciò che definisce Israele oggi, presenta molte sfide – con le quali Israele rifiuta di fare i conti. Cosa accadrà con l’occupazione? Dove porterà le due società, occupante e occupata, israeliana e palestinese? Può l’occupazione andare avanti per sempre?

Fino a poco tempo fa ero convinto che l’occupazione non potesse durare per sempre. La storia ci ha insegnato che un popolo che lotta per essere libero di solito vince e che i regimi marci, come l’occupazione militare del popolo palestinese da parte di Israele, collassano su se stessi sgretolandosi dall’interno a causa della decadenza che inevitabilmente li pervade. Ma mentre l’occupazione israeliana si trascina e la sua fine si allontana continuamente, dei dubbi stanno lacerando la mia un tempo ferma convinzione che presto sarebbe sicuramente accaduto qualcosa che avrebbe fatto cadere l’occupazione, come un albero che sembra robusto ma all’interno è marcio.

Il caso più spaventoso è quello dell’America e dei nativi americani, storia di una conquista diventata permanente, con i conquistati ammassati in riserve dove hanno indipendenza e autodeterminazione solo in teoria e i loro diritti come cittadini vengono ignorati.

Occupazione senza fine

In altre parole, ci sono per davvero occupazioni che vanno avanti all’infinito, sfidando la statistica e tutte le previsioni, persistendo e durando fino a quando il popolo conquistato smette di essere una nazione e diventa una curiosità antropologica che vive nella sua gabbia in una riserva. Questo accade quando l’occupazione è particolarmente potente e i vinti sono particolarmente deboli e il mondo perde interesse per il loro destino. Un futuro del genere ora incombe sui palestinesi. Si trovano nel momento più pericoloso dalla Nakba nel 1948.

Divisi, isolati, privi di una leadership forte, sanguinanti ai margini della strada, stanno perdendo lentamente il loro bene più prezioso: la solidarietà che hanno suscitato in tutto il mondo, soprattutto nel sud del mondo.

Yasser Arafat era un’icona globale; non c’era posto sulla terra in cui il suo nome non fosse noto. Nessun leader palestinese oggi nemmeno gli si avvicina. Peggio ancora, la causa palestinese sta gradualmente scomparendo dall’agenda mondiale poiché questa ruota su questioni urgenti come la migrazione, l’ambiente e la guerra in Ucraina. Il mondo è stanco dei palestinesi, il mondo arabo si è stancato di loro molto tempo fa e gli israeliani non si sono mai interessati a loro. Ciò potrebbe ancora cambiare, ma le tendenze attuali sono profondamente scoraggianti.

Un’altra Nakba sul modello del 1948 non sembra un’opzione realistica per Israele al momento attuale; la seconda è una Nakba continua, insidiosa e strisciante ma senza drammi eclatanti. C’è certamente qualcuno in Israele che si trastulla con l’idea che dietro il paravento di una qualche guerra futura, Israele potrebbe “finire il lavoro” completato solo in parte nel 1948. Voci minacciose in questa chiave hanno risuonato più forte ultimamente, ma rimangono una minoranza nel discorso pubblico israeliano.

Continuare con gli insediamenti? Perchè no?. Alla maggior parte degli israeliani semplicemente non importa. Non sono mai stati negli insediamenti, non ci andranno mai e non gli importa proprio nulla se Evyatar viene evacuato oppure no.

La lotta si è spostata da tempo sul fronte internazionale. Il passaggio cruciale verrà solo da lì, come è successo in Sud Africa. Ma una parte del mondo ha semplicemente perso interesse, e il resto si aggrappa alla formula della soluzione a due Stati come se fosse sancita da un editto religioso. Eppure, la maggior parte dei decisori sa già che la soluzione dei due Stati è morta da tempo, se mai in effetti è stata viva e vegeta.

La strada è l’uguaglianza

L’unica via d’uscita da questa impasse sconfortante è creare un nuovo discorso, un discorso di diritti e di uguaglianza. Le persone devono smettere di ripetere gli slogan degli anni passati e abbracciare una nuova visione. Per la comunità internazionale, questo dovrebbe essere ovvio; per gli israeliani e, in misura minore, i palestinesi, l’idea è rivoluzionaria, spaventosa ed estremamente dolorosa.

Uguaglianza. Pari diritti dal fiume al mare. Una persona, un voto. Così semplice eppure così rivoluzionario. Questo percorso richiede un distacco dal sionismo e il rifiuto della supremazia ebraica, di abbandonare interamente l’autodeterminazione di entrambi i popoli, ma rappresenta l’unico raggio di speranza.

In Israele fino a pochi anni fa questa idea era considerata sovversiva e illegittima, un tradimento. È ancora vista così, ma con relativamente meno vigore. È diventata esprimibile. Ora spetta alle società civili occidentali e poi ai politici abbracciare il cambiamento. La maggior parte di loro sa già che questa è l’unica soluzione rimasta, ma ha paura ad ammetterlo per non perdere la formula magica di una continua occupazione israeliana fornita dall’ormai morta soluzione dei due Stati.

Il presente è profondamente scoraggiante, il futuro non è da meno. E tuttavia persistere nel pensare che si possa ancora sperare in qualcosa, che si possa ancora intraprendere qualche azione è della massima importanza. La cosa peggiore che potrebbe accadere in questa parte del mondo sarebbe che tutti perdessero interesse per ciò che accade qui e si rassegnassero alla realtà attuale. Questo non deve succedere.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)