Israele: perché il parlamento convoca nuove elezioni ?

Giovedì 30 maggio 2019 – MEE

MEE esamina le ragioni per cui Benjamin Netanyahu non è riuscito a formare un governo e gli avvenimenti che ne sono seguiti

In seguito al fallimento del tentativo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu di formare un governo di coalizione prima di mercoledì a mezzanotte e al conseguente scioglimento della Knesset [parlamento israeliano, ndtr.], approvato con 74 voti contro 45 dai deputati israeliani, Israele terrà nuove elezioni legislative il prossimo 17 settembre.

Nonostante avesse proclamato con sicurezza la propria vittoria alle elezioni legislative del 9 aprile scorso, Benjamin Netanyahu ha visto la sua autorità pesantemente compromessa da questi sviluppi che derivano dalla sua incapacità di formare un governo di coalizione, nonostante quanto si attendeva.

Nello scrutinio del mese scorso il Likud di Netanyahu e i partiti di destra e religiosi considerati suoi alleati naturali hanno ottenuto una maggioranza di 65 seggi su 120.

La ragione principale del fallimento del Primo Ministro è stata la sua incapacità di ottenere il sostegno di ‘Israel Beitenu’, il partito di estrema destra guidato dal suo ex Ministro della Difesa Avigdor Lieberman, che nell’ultimo scrutinio ha ottenuto cinque seggi alla Knesset.

Lieberman ha dichiarato che non avrebbe fatto parte di un governo in cui sedessero anche i partiti ultra-ortodossi Shas e ‘Giudaismo unito della Torah’, a causa di un disaccordo relativo ad un progetto di legge sul servizio militare.

Quest’ultimo obbligherebbe gli ‘haredim’ (ultra-ortodossi), che si occupano dello studio della Torah, a entrare nelle forze armate israeliane – obbligo dal quale sono attualmente esentati. Avigdor Lieberman afferma da tempo che gli uomini israeliani dovrebbero suddividersi equamente l’onere del servizio militare.

Mercoledì, sulla sua pagina Facebook, Lieberman ha addossato al Likud la responsabilità della convocazione di nuove elezioni, affermando che il partito aveva rifiutato di votare il progetto di legge ultra-ortodosso.

Tuttavia, poche ore prima di mezzanotte, il portavoce del Likud, Jonathan Urich, ha twittato : «Non si tratta di servizio militare né di ‘principi’. Lieberman vuole distruggere Netanyahu. Tutto il resto sono chiacchiere. »

Anche se è molto improbabile che Lieberman possa vincere le prossime elezioni, gli ultimi avvenimenti sembrano aver notevolmente rafforzato la sua posizione, attribuendogli verosimilmente alle prossime elezioni il ruolo di “ago della bilancia”.

Alcuni commentatori hanno anche visto le azioni di Avigdor Lieberman come un tentativo di rafforzare la propria posizione nella corsa alla guida del governo una volta che sarà terminata l’era Netanyahu.

Quinta elezione in dieci anni

Se da un lato lo scioglimento del parlamento israeliano ha permesso a Benjamin Netanyahu di evitare quello che per lui è lo scenario peggiore – cioè che il Presidente israeliano Reuven Rivlin scegliesse un’altra persona per cercare di formare un governo – esso ha riportato il Paese di fronte alla prospettiva di un’altra campagna elettorale divisiva.

Nessun partito ha mai ottenuto la maggioranza assoluta alla Knesset, facendo dei governi di coalizione la norma, ma lo svolgimento di elezioni così ravvicinate è senza precedenti nella storia di Israele. Lo scioglimento della Knesset significa che Israele terrà la quinta elezione dal 2009.

Benjamin Netanyahu, che nell’attesa resta in carica, dovrebbe pur sempre diventare a luglio il Primo Ministro israeliano più a lungo in carica, superando il padre fondatore di Israele, David Ben Gurion. A 69 anni, Netanyahu ha chiaramente fatto sapere di avere l’intenzione di ripresentarsi e di vincere queste elezioni.

La sfida non potrebbe essere più importante per il dirigente israeliano, che è di fronte a tre mesi di indagine per corruzione. Netanyahu ha negato qualunque azione illecita in questi affari e dovrebbe dichiararsi non colpevole in un’udienza preliminare fissata per l’inizio di ottobre dal procuratore generale, che lo scorso febbraio ha annunciato l’intenzione di incriminare il Primo Ministro.

Dopo le elezioni di aprile l’attenzione dell’opinione pubblica era del resto meno incentrata sulla formazione della coalizione che sulle iniziative che i sostenitori di Netanyahu avrebbero potuto prendere in parlamento per garantirgli l’immunità.

Non c’è alcun dubbio che Netanyahu avrebbe preferito elezioni più vicine, ma in base alla legge del Paese le campagne elettorali israeliane devono durare almeno 90 giorni, da cui la data del mese di settembre.

Ora, la data di queste nuove elezioni, che cade appena due settimane prima dell’udienza preliminare del suo processo, sembra escludere le sue possibilità di beneficiare dell’immunità, anche se le vincesse.

Un’altra sfida Netanyahu-Gantz ?

Anche se finora il Likud ha serrato i ranghi intorno a Netanyahu, questo potrebbe cambiare se i membri del partito avvertissero che il Primo Ministro è in una posizione di debolezza, incapace di formare una coalizione. Gideon Saar e Israel Katz sono possibili rivali di Netanyahu all’interno del Likud.

Benny Gantz sarà probabilmente di nuovo uno dei principali rivali di Benjamin Netanyahu nella lotta per la carica di Primo Ministro. Benché sia nuovo alla politica, Gantz, ex capo di stato maggiore, si è rivelato un valido rivale nelle elezioni di aprile.

Figlio di sopravvissuti all’Olocausto, Benny Gantz ha servito nell’esercito dal 1977 al 2015, data in cui si è dimesso dalla sua carica di comandante.

Ha recentemente creato un partito di centro, ‘Blu e Bianco’, che ha fatto campagna elettorale in aprile promettendo un governo pulito, pace e sicurezza. Il partito ha ottenuto 35 seggi alla Knesset, tanti quanti il Likud.

‘Blu e bianco’ conta tra i suoi esponenti più in vista Yair Lapid, ex Ministro delle Finanze (di centro-sinistra) e Moshe Ya’alon, ex Ministro della Difesa (di destra).

Benny Gantz ha invitato a proseguire le trattative di pace con i palestinesi, salvaguardando nel contempo gli interessi israeliani in materia di sicurezza. Ha detto che avrebbe fatto delle concessioni territoriali ai palestinesi, ma ha evitato la questione della creazione di uno Stato palestinese.

Da parte sua prima delle elezioni di aprile Benjamin Netanyahu aveva annunciato che, se avesse ottenuto un altro mandato, avrebbe dichiarato la sovranità israeliana sulle colonie nella Cisgiordania occupata – cioè una possibile annessione.

Anche le sue strette relazioni con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbero rivestire un ruolo importante nella campagna elettorale.

Tuttavia è difficile dire come le vicissitudini politiche in Israele influenzeranno le prospettive di riuscita del piano di pace elaborato dall’amministrazione Trump, noto come l’accordo del secolo, il cui annuncio viene rinviato da molto tempo.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Dal 2009 Netanyahu ha costruito nelle colonie in Cisgiordania 19.346 unità abitative

14 maggio 2019 – Ma’an News

Il rapporto di Peace Now [organizzazione pacifista israeliana, ndtr.] riguardo alla costruzione nella Cisgiordania occupata afferma che nel 2018 è iniziata la costruzione di circa 2.100 nuove unità abitative, il 9% in più della media annuale dal 2009 (1.935 unità per anno) e che circa il 73% (1.539) delle nuove costruzioni è avvenuto in colonie a est del confine proposto dall’Iniziativa di Ginevra [bozza di accordo di pace stilata nel 2003 da politici israeliani e palestinesi, che però non venne accolta, ndtr.], cioè colonie che probabilmente sarebbero evacuate in un accordo a due Stati.

Nel contempo il rapporto mostra che almeno dieci strutture sono state costruite su terreni privati palestinesi di circa 10 dunam [1 ettaro, ndtr], e almeno 37 dunam [3,7 ettari, ndtr] supplementari di terreni privati sono stati espropriati per costruirvi un parco, una strada e mucchi di detriti abbandonati in conseguenza della costruzione di infrastrutture di colonie.

Riguardo all’Avanzamento di Piani e Gare d’Appalto del 2018 (gennaio-dicembre), Peace Now sostiene che 5.618 unità abitative sono state promosse attraverso progetti in 79 colonie e quasi l’83% (4.672 unità abitative) delle unità previste si trova a est della frontiera proposta dall’Iniziativa di Ginevra.

Sono stati pubblicati bandi di appalto per 3.808 unità abitative, un numero record da almeno due decenni. Inoltre nel 2018 sono stati pubblicati anche bandi di appalto per 603 unità a Gerusalemme est,” sottolinea il rapporto.

Secondo i calcoli di Peace Now, durante il decennio di Benjamin Netanyahu come primo ministro israeliano (2009-2018), si è iniziata la costruzione di 19.346 nuove unità abitative in colonie illegali.

Circa il 70% (13.608 unità abitative) delle nuove costruzioni è avvenuto in colonie a est della frontiera proposta dall’Iniziativa di Ginevra. Ciò si è tradotto in un incremento di oltre 60.000 coloni nelle colonie israeliane illegali.

Peace Now presenta anche dati pubblicati dall’Ufficio Centrale di Statistica israeliano su costruzioni in Israele e nelle colonie durante i dieci anni di Netanyahu al potere, che indicano che 18.502 unità abitative sono state costruite nelle colonie e dalla fine del 2008 fino alla fine del 2017 120.518 coloni si sono aggiunti agli insediamenti.

Il rapporto evidenzia gli investimenti governativi israeliani nell’ultimo decennio, in cui i vari ministeri hanno trasferito più di 10 miliardi di shekel (circa 2,48 miliardi di euro) come bilancio extra per le colonie. Nel 2016 la cifra trasferita alle colonie è stata di 1,189 miliardi di shekel [295 milioni di euro]. Nell’anno seguente, la somma è stata di 1.650 miliardi di shekel [408 milioni di euro, ndtr.] e nella prima metà del 2018 la cifra è stata di 697 milioni di shekel [170 milioni di euro, ndtr.].

Peace Now conclude il suo rapporto concentrandosi sulla costruzione su terreni privati palestinesi, affermando che, a causa di petizioni di Peace Now e di altre organizzazioni contro la costruzione nelle colonie su terreni privati palestinesi, nell’ultimo decennio c’è stata una drastica riduzione di questa attività edilizia. Nel 2018 su terreni privati sono stati costruiti 10 edifici.

Inoltre nella colonia di Naaleh sono stati costruiti su terreni privati campi da gioco e parchi, è stata tracciata una strada nella colonia ricollocata di Migron e in varie colonie continua il fenomeno di scarico su terreni privati di mucchi di detriti risultanti dalla costruzione di colonie. In questo modo sono stati portati via a proprietari palestinesi almeno 37 dunam [3,7 ettari] di terra privata palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Accordo del secolo

L’“accordo del secolo”? La benedizione americana al furto di terre e alla ghettizzazione dei palestinesi da parte di Israele

Nel corso degli ultimi 18 mesi la squadra di Trump per il Medio oriente sembra aver iniziato ad applicare il piano anche se non l’ha ancora reso pubblico

 

Jonathan Cook

 

Venerdì 10 maggio 2019 – Middle East Eye

 

Un rapporto pubblicato questa settimana dal giornale Israel Hayom che svelerebbe in apparenza “l’accordo del secolo” di Donald Trump dà l’impressione di un piano di pace che avrebbe potuto essere elaborato da un agente immobiliare o da un venditore di automobili.

Ma se l’autenticità del documento non è dimostrata, e al contrario persino messa in discussione, esistono seri motivi per credere che apra la strada a ogni futura dichiarazione dell’ amministrazione Trump.

 

Grande Israele

Si tratta soprattutto di una sintesi della maggior parte delle pretese della destra israeliana per la creazione del Grande Israele, con qualche concessione destinata ad ammansire i palestinesi – la maggior parte delle quali con l’obiettivo di alleggerire parzialmente lo strangolamento dell’economia palestinese da parte di Israele.

È esattamente ciò a cui assomiglierebbe l’“accordo del secolo” in base alle dichiarazioni del mese scorso di Jared Kushner che davano un primo quadro di questo piano.

L’organo di stampa che ha pubblicato la fuga di notizie è altrettanto significativo: Israel Hayom. Questo giornale israeliano appartiene a Sheldon Adelson, un miliardario americano dei casinò, uno dei principali donatori del partito repubblicano [USA, ndtr.] e uno dei maggiori finanziatori della campagna elettorale di Trump per la campagna presidenziale.

Adelson è anche un fedele alleato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Nell’ultimo decennio il suo giornale non ha fatto altro che servire da portavoce dei governi ultranazionalisti di Netanyahu.

 

Netanyahu responsabile della fuga di notizie?

Adelson e Israel Hayom  hanno facile accesso alle figure più rappresentative delle amministrazioni americana e israeliana. Ed è stato ampiamente denunciato che nel giornale si scrivono poche cose interessanti senza che non siano state approvate in precedenza da Netanyahu o dal suo proprietario all’estero.

Il giornale ha rimesso in dubbio l’autenticità e la credibilità del documento, che è stato diffuso sulle piattaforme delle reti sociali, suggerendo persino che “è assolutamente possibile che il documento sia un falso” e che il ministero degli Esteri israeliano aveva deciso di occuparsi della questione.

La Casa Bianca aveva già informato che, dopo lunghi rinvii, aveva l’intenzione di svelare finalmente “l’accordo del secolo” il mese prossimo, dopo la fine del mese sacro per i musulmani del Ramadan.

Un responsabile anonimo della Casa Bianca ha dichiarato al giornale che il documento divulgato era “ipotetico” e “inesatto” – il genere di debole smentita che potrebbe ugualmente significare che il rapporto è, in effetti, in gran parte esatto.

Se il documento si rivela autentico, Netanyahu sembra essere il colpevole più probabile della divulgazione. Ha supervisionato il ministero degli Esteri per anni e Israel Hayom è spesso definito come il “Bibiton”, o il giornale di Bibi, dal soprannome del primo ministro.

Tastare il terreno

Il presunto documento, come l’ha pubblicato Israel Hayom, sarebbe un disastro per i palestinesi. Supponendo che Netanyahu ne approvi la divulgazione, le sue motivazioni non sarebbero forse molto difficili da individuare.

Da un certo punto di vista la divulgazione potrebbe costituire un mezzo efficace per Netanyahu e l’amministrazione Trump per tastare il terreno, per lanciare un ballon d’essai e decidere se osare pubblicare il documento così com’è o se devono apportarvi delle modifiche.

Ma è anche possibile che Netanyahu sia forse arrivato alla conclusione che mettere palesemente in pratica l’essenza di quello che già riesce a fare di nascosto potrebbe avere un prezzo non gradito – un prezzo che al momento potrebbe preferire evitare.

La fuga di notizie intende provocare un’opposizione anticipata al piano che arrivi sia da Israele che dai palestinesi e dal mondo arabo, nella speranza di impedire chee venga reso pubblico?

Forse ha sperato che le indiscrezioni, e la reazione che esse suscitano, obblighino la squadra di Trump per il Medio Oriente a rimandare di nuovo la pubblicazione del piano o a impedirne totalmente la diffusione.

Tuttavia, che “l’accordo del secolo” sia o no svelato tra poco, il documento divulgato – se è autentico – dà un’idea plausibile del pensiero dell’amministrazione Trump.

Dato che la squadra di Trump per il Medio oriente sembra aver cominciato ad applicare il piano, anche se quest’ultimo non è stato reso pubblico, durante gli ultimi otto mesi – dallo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme al riconoscimento dell’illegale annessione da parte di Israele delle alture siriane del Golan – questa fuga di notizie permette di far luce su come si articolerebbe la “soluzione” americano-israeliana del conflitto israelo-palestinese.

 

Annessione della Cisgiordania

L’entità palestinese proposta sarebbe denominata “Nuova Palestina”, ciò che costituirebbe probabilmente una pagina del manuale di strategia di Tony Blair, ex-primo ministro britannico diventato ambasciatore della comunità internazionale in Medio oriente dal 2007 al 2015.

Negli anni ’90 Blair ha allontanato il suo stesso partito, il partito Laburista, dalla sua tradizione socialista, poi lo ha ribattezzato il partito favorevole alle imprese, che ha dato come risultato – sbiadita copia di quello che era – il “New Labour”.

Il nome “Nuova Palestina” maschera efficacemente il fatto che questa entità demilitarizzata sarebbe sprovvista dei caratteri e dei poteri normalmente attribuiti a uno Stato. Secondo le rivelazioni, la Nuova Palestina non esisterebbe che su un’infima frazione della Palestina storica.

Tutte le colonie illegali di popolamento in Cisgiordania sarebbero annesse a Israele, ciò che sarebbe in linea con l’impegno preso da Netanyahu poco prima delle elezioni legislative dello scorso mese. Se il territorio annesso comprende la maggior parte della zona C, il 62% della Cisgiordania su cui in base agli accordi di Oslo Israele si è visto accordare un controllo temporaneo e che la destra israeliana intende insistentemente annettere, alla Nuova Palestina resterebbe il controllo del 12% della Palestina storica.

In altre parole l’amministrazione Trump sembra pronta a dare la propria benedizione a un Grande Israele che comprenda l’88% delle terre rubate ai palestinesi nel corso degli ultimi 70 anni.

“Nuova Palestina”

Ma è molto peggio di questo. La Nuova Palestina esisterebbe sotto forma di una serie di cantoni separati, o Bantustan, circondati da un oceano di colonie israeliane – ormai definite parte di Israele. L’entità sarebbe fatta a pezzi e tagliata come nessun altro Paese al mondo.

La Nuova Palestina non avrebbe un esercito, ma solo una forza di polizia con armi leggere. Non potrebbe agire che come una serie di municipalità scollegate tra loro.

In realtà è difficile immaginare come la “Nuova Palestina” cambierebbe in modo sostanziale la triste situazione attuale dei palestinesi. Non si potrebbero spostare tra questi cantoni se non attraverso lunghi giri, delle circonvallazioni e dei tunnel. Più o meno come ora.

 

Municipalità osannate

Il solo vantaggio proposto dal presunto documento è un progetto di bustarelle proveniente dagli Stati Uniti, dall’Europa e da altri Stati sviluppati, anche se finanziato principalmente dai ricchi Stati petroliferi del Golfo, in modo da alleviare la loro coscienza per aver spogliato i palestinesi delle loro terre e della loro sovranità.

Questi Stati forniranno 30 miliardi di dollari (26 miliardi di euro) in cinque anni per aiutare la Nuova Palestina a creare e a gestire i suoi municipi osannati. Se vi sembra una grossa somma di denaro, ricordatevi che ciò rappresenta otto miliardi di dollari in meno rispetto all’aiuto che gli Stati Uniti consegnano da un decennio a Israele per comprare armi e aerei da guerra.

Nel documento non compare chiaramente quello che succederà alla Nuova Palestina dopo questo periodo di 5 anni. Ma, considerato che il 12% della Palestina storica attribuita ai palestinesi costituisce il territorio più povero di risorse della regione – privato da Israele di risorse idriche, di coesione economica e di risorse chiave utilizzabili come le cave della Cisgiordania – è difficile non vedere il naufragio annunciato dell’entità dopo l’affievolirsi del flusso iniziale di denaro.

Anche se la comunità internazionale accettasse di destinare più soldi, la Nuova Palestina sarebbe per sempre totalmente dipendente dagli aiuti.

Gli Stati Uniti e altri Paesi sarebbero in grado di aprire o chiudere i rubinetti in base al “buon comportamento” dei palestinesi – come avviene attualmente. I palestinesi vivrebbero in modo permanente nel timore per le conseguenze delle critiche dei guardiani della loro prigione.

Fedele al suo impegno di far pagare al Messico la costruzione del muro lungo la frontiera sud degli Stati Uniti, a quanto pare Trump vorrebbe che l’entità palestinese pagasse Israele per fornirle una sicurezza militare. In altri termini, gran parte di questo aiuto di 30 miliardi di dollari ai palestinesi si ritroverebbe probabilmente nelle tasche dell’esercito israeliano.

È interessante notare che il presunto articolo sostiene che sono gli Stati produttori di petrolio, e non i palestinesi, che sarebbero i “principali beneficiari” dell’accordo. Ciò indica come l’accordo di Trump sia venduto agli Stati del Golfo: è un’occasione per loro di legarsi totalmente a Israele, alla sua tecnologia e alle sue capacità militari, in modo che il Medio oriente possa seguire le orme delle “tigri economiche” dell’Asia.

 

Pulizia etnica a Gerusalemme

Gerusalemme è descritta come una “capitale condivisa”, ma le clausole scritte in piccolo dicono tutt’altro. Gerusalemme non sarebbe divisa, con da una parte l’est palestinese e dall’altra l’ovest israeliano, come per lo più si era previsto. Invece di ciò, la città sarebbe diretta da una municipalità unificata sotto controllo israeliano. Esattamente come ora.

La sola concessione significativa ai palestinesi sarebbe che gli israeliani non sarebbero autorizzati a comprare case palestinesi, impedendo – almeno in teoria – l’assunzione del controllo di Gerusalemme est in modo più pesante da parte dei coloni ebrei.

Ma, dato che in cambio i palestinesi non sarebbero autorizzati a comprare delle case israeliane e che la popolazione palestinese a Gerusalemme est soffre già di una grave carenza di alloggi e che un’amministrazione comunale israeliana avrebbe il potere di decidere dove le case potrebbero essere costruite e per chi, è facile immaginare che la situazione attuale – Israele che si serve del controllo della gestione del territorio per cacciare i palestinesi da Gerusalemme – semplicemente continuerebbe.

In più, siccome i palestinesi a Gerusalemme sarebbero dei cittadini della Nuova Palestina, e non di Israele, quelli che sarebbero incapaci di installarsi in una Gerusalemme sotto dominazione israeliana non avrebbero altra scelta che emigrare in Cisgiordania. Sarebbe esattamente la stessa forma di pulizia etnica burocratica che i palestinesi stanno sperimentando attualmente.

Gaza aperta verso il Sinai

Riprendendo le recenti affermazioni di Jared Kushner, genero di Trump e consigliere per il Medio oriente, i vantaggi del piano per i palestinesi sono tutti legati ai potenziali utili economici e non politici.

I palestinesi sarebbero autorizzati a lavorare in Israele, come avveniva normalmente prima di Oslo, e verosimilmente, come allora, unicamente nei lavori peggio pagati e più precari, nei cantieri edili e in agricoltura.

Un corridoio terrestre, sicuramente sorvegliato da contractors militari israeliani che i palestinesi dovranno pagare, dovrebbe ricollegare Gaza alla Cisgiordania. Confermando informazioni precedenti relative ai progetti dell’amministrazione Trump, Gaza sarebbe aperta al mondo, e sul vicino territorio del Sinai sarebbero creati una zona industriale e un aeroporto.

Questa terra – la cui estensione sarebbe da definire nei negoziati – sarebbe presa in affitto all’Egitto.

Come sottolineato in precedenza da Middle East Eye, tale decisione rischierebbe di incoraggiare progressivamente i palestinesi a considerare il Sinai, invece di Gaza, come il centro della loro vita, un altro mezzo per procedere alla progressiva pulizia etnica.

Nel contempo la Cisgiordania sarebbe collegata alla Giordania da due passaggi di frontiera – probabilmente attraverso corridoi terrestri che attraverserebbero la valle del Giordano, che dovrebbe essere annessa anch’essa a Israele. Di nuovo, con i palestinesi chiusi in cantoni non collegati e circondati dal territorio israeliano, c’è da supporre che con il tempo molti cercherebbero una nuova vita in Giordania.

Nel corso di tre anni i prigionieri politici palestinesi sarebbero liberati dalle prigioni israeliane sotto l’autorità della Nuova Palestina. Tuttavia il piano non dice niente sul diritto al ritorno per i milioni di rifugiati palestinesi, i discendenti di quelli che sono stati cacciati da casa loro durante le guerre del 1948 e del 1967.

Pistola alla tempia

Alla maniera di don Corleone, l’amministrazione Trump sembra pronta a mettere una pistola alla tempia dei dirigenti palestinesi per obbligarli a firmare l’accordo.

Secondo il rapporto divulgato, gli Stati Uniti vieterebbero qualunque trasferimento di denaro ai palestinesi dissidenti, con lo scopo di obbligarli a sottomettersi.

Questo presunto piano esigerebbe che Hamas e la Jihad islamica si disarmino consegnando le loro armi all’Egitto. Se rifiutassero l’accordo, il rapporto sostiene che gli Stati Uniti autorizzerebbero Israele ad “attentare” contro i dirigenti – per mezzo di assassini extragiudiziari che costituiscono da molto tempo il pilastro della politica israeliana riguardo ai due gruppi.

Ciò che è meno credibile è il fatto che il presunto documento suggerisce che la Casa Bianca sarebbe pronta a dimostrare la propria fermezza anche nei confronti di Israele, tagliando l’aiuto americano se Israele non rispettasse i termini dell’accordo.

Dato che Israele ha regolarmente infranto gli accordi di Oslo – e il diritto internazionale – senza dover affrontare gravi sanzioni, è facile immaginare che in pratica gli Stati Uniti troverebbero delle soluzioni per evitare che Israele debba pagare le conseguenze di ogni violazione dell’accordo.

Imprimatur americano

Il presunto documento presenta tutte le caratteristiche del piano Trump, o almeno di una sua versione recente, perché descrive nero su bianco la situazione che Israele ha creato per i palestinesi nel corso di questi ultimi vent’anni.

Ciò dà semplicemente a Israele l’imprimatur ufficiale degli Stati Uniti per il furto massiccio delle terre e la riduzione in cantoni dei palestinesi.

Dunque, se offre alla destra israeliana la maggior parte di quello che vuole, che interesse ha Israel Hayom – portavoce di Netanyahu – a compromettere il suo successo divulgandolo?

Alcune ragioni potrebbero spiegarlo.

Israele ha già raggiunto tutti i suoi obiettivi – rubare la terra, annettere le colonie di insediamento, consolidare il suo controllo esclusivo su Gerusalemme, fare pressione sui palestinesi perché se ne vadano dalla loro terra e partano per gli Stati vicini – senza annunciare ufficialmente che si tratta del suo piano.

Ha realizzato grandi progressi in tutti i suoi obiettivi senza dover ammettere pubblicamente che la creazione di uno Stato per i palestinesi è un’illusione. Per Netanyahu, la questione deve essere sapere perché dovrebbe rendere pubblica la visione globale di Israele quando può essere realizzata di nascosto.

Timore di un contraccolpo

Ma, peggio ancora per Israele, una volta che i palestinesi e il mondo che sta a guardare capiranno che l’attuale situazione catastrofica per i palestinesi non migliorerà, ci sarà probabilmente un contraccolpo.

L’Autorità Nazionale Palestinese potrebbe crollare, la popolazione palestinese scatenerebbe una nuova ribellione, la cosiddetta “opinione pubblica araba” accetterebbe probabilmente questo piano meno di quanto i suoi dirigenti o di quanto Trump non desideri, e gli attivisti solidali in Occidente, soprattutto il movimento per il boicottaggio, beneficerebbero di un’ enorme spinta per la loro causa.

Inoltre sarebbe impossibile per i difensori di Israele continuare a negare che Israele ha messo in atto quello che l’accademico israeliano Baruch Kimmerling aveva definito “politicidio”: la distruzione dell’avvenire dei palestinesi, del loro diritto all’autodeterminazione e della loro integrità in quanto un solo popolo.

Se questa è la versione della pace in Medio oriente proposta da Trump, egli gioca alla roulette russa – e Netanyahu esiterà forse a lasciargli premere il grilletto.

 

 

Jonathan Cook è un giornalista britannico residente dal 2001 a Nazareth. E’ l’autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. È stato vincitore del Martha Gellhorn Special Prize for Journalism.

 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

 

 

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Due narrazioni sulla Palestina

Le due narrazioni sulla Palestina: il popolo è unito, le fazioni no

 

Ramzy Baroud

8 maggio 2019 – Palestine Chronicle

 

Le due narrazioni sulla Palestina: il popolo è unito, le fazioni no

Ramzy Baroud

8 maggio 2019 – Palestine Chronicle

 

La conferenza internazionale sulla Palestina, tenutasi a Istanbul tra il 27 e il 29 aprile, ha riunito molti relatori e centinaia di accademici, giornalisti, attivisti e studenti, provenienti dalla Turchia e da tutto il mondo.

La conferenza è stata una rara occasione per sviluppare una discussione di solidarietà internazionale sia inclusivo che lungimirante.

Vi è stato un consenso quasi totale sul fatto che il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (contro Israele) (BDS) debba essere appoggiato, che il cosiddetto ‘accordo del secolo’ di Donald Trump debba essere respinto e che la normalizzazione debba essere evitata.

Tuttavia quando si è trattato di articolare gli obbiettivi della lotta palestinese, la narrazione si è fatta indecisa e poco chiara. Benché nessuno dei relatori abbia difeso una soluzione con due Stati, il nostro appello per uno Stato unico democratico fatto da Istanbul – o da ogni altro luogo fuori dalla Palestina – è apparso quasi irrilevante. Perché la soluzione di uno Stato unico diventi l’obiettivo principale del movimento mondiale a favore della Palestina, l’appello deve provenire da una leadership palestinese che rifletta le genuine aspirazioni del popolo palestinese.

Un relatore dopo l’altro ha invocato l’unità dei palestinesi, pregandoli di fare da guida e di articolare un discorso nazionale. Molti altri nel pubblico si sono detti d’accordo con quella posizione. Qualcuno ha addirittura lanciato la retorica domanda: “Dov’è il Mandela palestinese?” Fortunatamente il nipote di Nelson Mandela, Zwelivelile “Mandla” Mandela, era tra i relatori. Ha risposto con enfasi che Mandela era solo il volto del movimento, che comprendeva milioni di uomini e donne comuni, le cui lotte e sacrifici hanno infine sconfitto l’apartheid.

Dopo il mio intervento alla conferenza, nell’ambito della mia ricerca per il mio prossimo libro su questo argomento, ho incontrato alcuni prigionieri palestinesi scarcerati.

Alcuni degli ex prigionieri si definivano di Hamas, altri di Fatah. Il loro racconto è apparso per la maggior parte libero dal deprecabile linguaggio fazioso da cui siamo bombardati sui media, ma anche lontano dalle narrazioni aride e distaccate dei politici e degli accademici.

“Quando Israele ha posto Gaza sotto assedio e ci ha negato le visite dei familiari, anche i nostri fratelli di Fatah ci sono venuti in aiuto”, mi ha detto un ex prigioniero di Hamas. E ogni volta che le autorità carcerarie israeliane maltrattavano chiunque dei nostri fratelli, di qualunque fazione, compresa Fatah, tutti noi abbiamo resistito insieme.”

Un ex prigioniero di Fatah mi ha detto che, quando Hamas e Fatah si sono scontrate a Gaza nell’estate del 2007, i prigionieri hanno sofferto moltissimo.

 “Soffrivamo perché sentivamo che il popolo che dovrebbe combattere per la nostra libertà si stava combattendo al proprio interno. Ci siamo sentiti traditi da tutti.”

Per incentivare la divisione le autorità israeliane hanno collocato i prigionieri di Hamas e di Fatah in reparti e carceri diversi. Intendevano impedire ogni comunicazione tra i leader dei prigionieri e bloccare qualunque tentativo di trovare un terreno comune per l’unità nazionale.

La decisione israeliana non era casuale. Un anno prima, nel maggio 2006, i leader dei prigionieri si erano incontrati in una cella per discutere del conflitto tra Hamas, che aveva vinto le elezioni legislative nei Territori Occupati, e il principale partito dell’ANP, Fatah.

Tra questi leader vi erano Marwan Barghouti di Fatah, Abdel Khaleq al-Natshe di Hamas e rappresentanti di altri importanti gruppi palestinesi. Il risultato è stato il Documento di Riconciliazione Nazionale, probabilmente la più importante iniziativa palestinese da decenni.

Quello che è diventato noto come Documento dei Prigionieri era significativo perché non era un qualche compromesso politico autoreferenziale raggiunto in un lussuoso hotel di una capitale araba, ma una effettiva esposizione delle priorità nazionali palestinesi, presentata dal settore più rispettato e stimato della società palestinese.

Israele ha immediatamente denunciato il documento.

Invece di impegnare tutte le fazioni in un dialogo nazionale sul documento, il presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas, ha dato un ultimatum alle fazioni rivali: accettare o respingere in toto il documento. Abbas e le fazioni contrapposte hanno tradito lo spirito unitario dell’iniziativa dei prigionieri. Alla fine, l’anno seguente Fatah e Hamas hanno combattuto la loro tragica guerra a Gaza.

Parlando con i prigionieri dopo aver ascoltato il discorso di accademici, politici ed attivisti, sono stato in grado di decifrare una mancanza di connessione tra la narrazione palestinese sul campo e la nostra percezione di tale narrazione dall’esterno.

I prigionieri mostrano unità nella loro narrazione, un chiaro senso progettuale, e la determinazione a proseguire nella resistenza. Se è vero che tutti si identificano in un gruppo politico o nell’altro, devo ancora intervistare anche un solo prigioniero che anteponga gli interessi della sua fazione all’interesse nazionale. Questo non dovrebbe sorprendere. Di certo, questi uomini e queste donne sono stati incarcerati, torturati ed hanno trascorso molti anni in prigione per il fatto di essere resistenti palestinesi, a prescindere dalle loro tendenze ideologiche e di fazione.

Il mito dei palestinesi disuniti e incapaci è soprattutto un’invenzione israeliana, che precede l’avvento di Hamas, e persino di Fatah. Questa nozione sionista, che è stata fatta propria dall’attuale primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sostiene che ‘Israele non ha partner per la pace’. Nonostante le concessioni senza fine da parte dell’Autorità Palestinese a Ramallah, questa accusa è rimasta un elemento fisso nelle politiche israeliane fino ad oggi.

A parte l’unità politica, il popolo palestinese percepisce l’‘unità’ in un contesto politico totalmente diverso da quello di Israele e, francamente, di molti di noi fuori dalla Palestina.

‘Al-Wihda al-Wataniya’, ovvero unità nazionale, è un’aspirazione generazionale che ruota intorno a una serie di principi, compresi la resistenza come strategia per la liberazione della Palestina, il diritto al ritorno dei rifugiati e l’autodeterminazione per il popolo palestinese come obiettivi finali. È intorno a questa idea di unità che i leader dei prigionieri palestinesi hanno steso il loro documento nel 2006, nella speranza di scongiurare uno scontro tra fazioni e di mantenere al centro della lotta la resistenza contro l’occupazione israeliana.

La Grande Marcia del Ritorno, che è tuttora in atto a Gaza, è un altro esempio quotidiano del tipo di unità che il popolo palestinese persegue. Nonostante gravi perdite, migliaia di manifestanti persistono nella loro unità per chiedere la libertà, il diritto al ritorno e la fine dell’assedio israeliano.

Da parte nostra, sostenere che i palestinesi non sono uniti perché Fatah e Hamas non riescono a trovare un terreno comune è del tutto ingiustificato. L’unità nazionale e l’unità politica tra le fazioni sono due questioni differenti.

È fondamentale che non facciamo l’errore di confondere il popolo palestinese con le fazioni, l’unità nazionale intorno alla resistenza e ai diritti con i compromessi politici tra gruppi politici.

Per quanto riguarda la visione e la strategia, forse è tempo di leggere il ‘Documento di Riconciliazione Nazionale’ dei prigionieri. Lo hanno scritto i Nelson Mandela della Palestina, migliaia dei quali sono tuttora nelle carceri israeliane.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra, 2018). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli studi globali e internazionali, Università di California, Santa Barbara.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 

 




Occidente e Stato di apartheid

L’Israele di Netanyahu dichiarerà uno Stato dell’apartheid. L’Occidente non farà niente?

I leader del mondo non avranno altra scelta che riconoscere che, di nascosto, è stato dichiarato un secondo Stato di apartheid in stile Sudafrica

Gideon Levy

30 Aprile 2019 – Middle East Eye

Il mondo continua a girare sul suo asse, nulla è cambiato nemmeno dopo le recenti elezioni in Israele.

Eletto alla guida di Israele per la quinta volta, Benjamin Netanyahu è pronto a dare vita al governo più nazionalista e di destra nella storia del Paese – e intanto il mondo sembra andare avanti come niente fosse.

Da decenni Israele sputa continuamente in faccia al resto del mondo, con noncurante disprezzo del diritto internazionale e con totale indifferenza riguardo alle esplicite decisioni e precise politiche adottate dalle istituzioni mondiali e dalla maggioranza dei governi nazionali del mondo.

Tuttavia nel mondo tutto quel disprezzo scivola via come fosse acqua fresca. Le elezioni sono arrivate e passate senza evidenti effetti sul sostegno ciecamente automatico a Israele da parte dei governi europei e, ovviamente, anche da parte americana: incondizionato, senza riserve, appartenente invariato. Evidentemente ciò che era è ciò che sarà.

Però Israele è cambiato nel corso del lungo regno di Netanyahu. Questo abile statista israeliano sta lasciando il segno sul volto del suo Paese, con un profondo e duraturo effetto – molto più di quanto previsto o di quanto appaia.

È pur vero che anche i governi di sinistra in Israele hanno fatto il possibile per mantenere l’occupazione israeliana per sempre e non hanno avuto intenzione neppure per un istante di porvi fine – ma Netanyahu sta portando Israele molto più lontano, verso livelli ancor più estremi.

Sta compromettendo ciò che costituisce un governo accettabile entro il territorio sovrano riconosciuto di Israele, anche nei confronti dei suoi cittadini ebrei. Il volto stesso dell’“unica democrazia in Medio Oriente”, che ha a lungo funzionato soprattutto a beneficio degli ebrei israeliani che costituiscono la sua classe privilegiata, viene adesso sfigurato da Netanyahu e soci.

Beniamino dell’Occidente

Intanto, incredibilmente, la risposta del mondo è di non cambiare affatto il sostegno che ha offerto a Israele in tutti gli anni del governo Netanyahu, come se in quest’ultima fase lui non stesse modificando niente, come se le mutate posizioni assunte da Israele non facessero aumentare né diminuire quel sostegno.

Con o senza Netanyahu, Israele resta il beniamino dell’Occidente. Nessun altro Paese gode dello stesso livello di sostegno militare, economico, diplomatico e morale, senza condizioni. Ma la prossima amministrazione israeliana, il quinto governo Netanyahu, è pronta ad annunciare un cambiamento che alla fine il mondo avrà difficoltà ad ignorare.

Il nuovo governo è pronto a strappare l’ultimo lembo di maschera dal suo volto reale. La principale risorsa di Israele, nel proporsi come una democrazia liberale che condivide i valori cari all’Occidente, sta per essere annientata.

L’Occidente continuerà allora a sostenerlo? L’Occidente, che chiede che la Turchia introduca profondi cambiamenti prima di concederle una piena ammissione, che impone sanzioni alla Russia quando invade la Crimea, questo Occidente continuerà a sostenere la nuova repubblica di Israele che Netanyahu e i suoi partner di governo stanno preparandosi a varare?

Un cambiamento radicale

Il livello del cambiamento atteso non può essere sopravvalutato. Israele sarà diverso. Dove il precedente governo ha appiccato l’incendio, questo attizzerà il fuoco appena si propagherà. Il sistema giudiziario, i media, le organizzazioni di difesa dei diritti umani e dei diritti degli arabi in Israele presto proveranno una cocente sensazione.

Gli editoriali, se criticano per esempio i soldati israeliani o appoggiano un boicottaggio contro Israele, tra breve per legge non verranno più pubblicati sui media israeliani. L’aeroporto Ben Gurion amplierà i divieti di ingresso per chi critica il regime israeliano.

Le organizzazioni della società civile verranno private del loro status giuridico. Gli arabi verranno più rigorosamente esclusi in vista della realizzazione di uno Stato ebraico in cui tutti i parlamentari sono ebrei.  E ovviamente vi è l’annessione, attualmente in attesa dietro le quinte.

Il nuovo governo sarà il governo israeliano dell’annessione. Se il previsto appoggio di Washington sarà imminente – il riconoscimento americano dell’annessione delle Alture del Golan è stato il primo passo, il ‘ballon d’essai’ – allora Netanyahu farà la mossa che finora si è trattenuto dal fare durante tutto il suo regno.

Annuncerà l’annessione almeno di parte dei territori occupati.

Il significato sarà inequivocabile: Israele ammetterà per la prima volta che la sua occupazione militare della Cisgiordania, durata 52 anni, sarà permanente; che non è, come per molto tempo sostenuto, un fenomeno transitorio.

Drastici cambiamenti di politica

I territori non sono “merce di scambio” in negoziati per la pace, come sostenuto all’inizio dell’occupazione, bensì possedimenti coloniali che rimarranno in modo permanente sotto il governo israeliano. Non vi è alcuna intenzione che i territori annessi ora, che potranno poi espandersi, vengano mai restituiti ai palestinesi.

Quindi il nuovo governo Netanyahu annuncerà due drastici cambiamenti di politica. Primo, si chiuderà la questione della soluzione di due Stati, che persino Netanyahu ha appoggiato e a cui tutti i leader mondiali si sono dichiarati favorevoli.

Quell’opzione verrà dichiarata morta. Al tempo stesso Israele si dichiarerà uno Stato di apartheid non solo di fatto, ma adesso, per la prima volta, anche di diritto.

Poiché nessuno di coloro che sono a favore dell’annessione intende garantire uguali diritti ai palestinesi nei territori che verranno annessi, e poiché una annessione mirata solo sulla terra su cui si trovano le colonie è palesemente una mistificazione, gli uomini di Stato del mondo non avranno altra scelta che riconoscere che, di nascosto, nel XXI secolo, è stato dichiarato un secondo Stato di apartheid in stile sudafricano.

L’ultima volta un regime di apartheid è stato miracolosamente abbattuto senza alcuno spargimento di sangue. Questa volta il mondo si riunirà e ripeterà l’impresa?

Quale Israele state ancora appoggiando?

Questa domanda va posta anzitutto ai leader dell’Europa, da Angela Merkel a Emmanuel Macron, compresa Theresa May – a tutti i leader dell’Unione Europea. Hanno ripetuto all’infinito il mantra che il loro appoggio ad Israele e al suo diritto di esistere in sicurezza è fermo e irrevocabile.

Hanno continuamente dichiarato il loro sostegno ad una soluzione negoziata di due Stati. Quindi chi sostenete adesso? Che cosa sostenete? Quale Israele, esattamente? In quale mondo pensate di vivere? Forse in un mondo dei sogni che evidentemente trovate comodo, ma che ha sempre meno rapporti con il mondo reale.

L’Europa riuscirà a continuare a sostenere che Israele condivide i suoi valori liberali, quando in Israele sono vietate le organizzazioni della società civile? Quando quasi tutti i politici sionisti israeliani dichiarano che non hanno niente da discutere con i deputati arabi eletti in parlamento?

Provate a immaginare un diplomatico europeo che dichiari che i membri ebrei del suo parlamento nazionale non possono partecipare ad alcun dialogo politico. O che un diplomatico europeo dichiari che i cittadini ebrei del suo Paese sono dei traditori e una quinta colonna.

Questo genere di cose sono politicamente corrette in Israele, in tutti i partiti. E che dire della libertà di parola, tanto sacra nel discorso europeo, quando il ‘World Press Freedom Index’ (Indice mondiale della libertà di stampa) del 2019 di Reporter senza Frontiere classifica già Israele al numero 88 – dopo Albania, Kirghizistan e l’Ungheria di Victor Orban?

Questo è l’Israele che state appoggiando.

La soluzione dei due Stati è morta

Anche il sostegno automatico dell’Occidente alla soluzione dei due Stati deve essere aggiornato. Credete davvero, cari uomini e donne di Stato, che questo Israele abbia qualsivoglia intenzione di applicare una simile soluzione?

Vi è mai stato anche un solo politico israeliano che volesse, o potesse, trasferire circa 700.000 coloni, anche da Gerusalemme est occupata?

Credete davvero che senza un ritiro da tutte le colonie, che rappresenterebbe il minimo di giustizia per i palestinesi, vi sia qualche prospettiva che una simile soluzione si affermi e si trasformi in realtà?

Si potrebbe notare che la maggior parte dei diplomatici occidentali che sono ben informati su ciò che accade sanno già da tempo che questa soluzione è morta, ma nessuno di loro ha il coraggio di ammetterlo.

Ammetterlo richiederebbe di ridefinire tutte le loro posizioni sul conflitto in Medio Oriente, compreso il sostegno all’esistenza di uno Stato ebraico.

Con l’arrivo del nuovo governo Netanyahu il mondo occidentale non può semplicemente continuare a chiudere un occhio e sostenere che tutto va bene. Niente va bene.

Perciò ora la domanda è: siete pronti ad accettare questo? Rimarrete in silenzio, muti, concederete il vostro appoggio e chiuderete gli occhi sulla realtà?

Chi di voi si preoccupa per il futuro di Israele dovrebbe essere il primo a svegliarsi e trarre le dovute conclusioni. Certamente, ogni persona di coscienza dovrebbe farlo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Gideon Levy

Gideon Levy è un editorialista di Haaretz e membro della direzione editoriale del quotidiano. E’ entrato in Haaretz nel 1982 ed è stato per quattro anni vicedirettore del giornale. Ha vinto il premio ‘Euro-Med Journalist’ nel 2008; il premio ‘Leipzig Freedom’ nel 2001; il premio ‘Israeli Journalists’Union’ nel 1997; il premio ‘The Association of Human Rights in Israel’ nel 1996. Il suo nuovo libro, ‘The Punishment of Gaza’ (La punizione di Gaza) è stato appena pubblicato da Verso.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Una strana simbiosi*

 

 

Perché Israele e Gaza continuano a combattersi in brevi battaglie? Perché è nell’interesse dei loro leader

 

 

Di David M. Halbfinger

6 maggio 2019 – New York Times

 

GERUSALEMME – Più di venti persone sono state uccise, case e negozi distrutti negli scontri del fine settimana tra Israele e Gaza, ma lunedì i leader di entrambe le parti si sono dichiarati soddisfatti dei risultati.

Il ciclo di ripetute violenze e cessate il fuoco che continuano a rasentare una guerra totale può sembrare una distruzione senza senso agli occhi del mondo esterno. Ma gli analisti affermano che ciò è perfettamente funzionale agli interessi dei due principali antagonisti.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu riesce a strapazzare Hamas, il gruppo di miliziani che controlla Gaza, rafforzando il suo discorso secondo cui i palestinesi non sono pronti a fare la pace e che la soluzione dei due Stati è impossibile.

Hamas, che a quanto pare cerca e ottiene rinnovate garanzie di un allentamento del blocco israeliano contro Gaza, riesce a dimostrare agli scettici e impoveriti abitanti di Gaza che la sua strategia di resistenza armata sta funzionando.

Il risultato è uno strano tipo di simbiosi.

La relazione tra Hamas e Israele è sicuramente conflittuale: sempre ostile, frequentemente mortale e carica di rischi che possa degenerare in un protratto conflitto terreste, per un razzo vagante che uccide troppe persone o per un cambiamento dei calcoli politici da entrambe le parti.

Potrebbe dimostrarsi un armistizio che procede lentamente – “un negoziato attraverso l’uso delle armi”, come lo ha descritto Ghaith al-Omari, ex-funzionario dell’Autorità Nazionale Palestinese, o forse una forma di tregua in stile mediorientale.

Ma ad ogni ripetizione del ciclo che non porta a uno scoppio, Israele e Hamas sono utili agli scopi l’uno dell’altro e si stanno sempre più abituando ad avere rapporti in questo modo.

Gli scontri del fine settimana, i peggiori dalla guerra di 50 giorni del 2014, sono stati almeno l’ottavo round di brevi lotte tra Israele e Gaza durante lo scorso anno, con battaglie a volte finite in poco più di un giorno. Ognuna è terminata rapidamente con un cessate il fuoco, in genere mediato dall’Egitto e visto come una prova che nessuna delle due parti vuole una guerra vera e propria.

Hamas ha dimostrato la capacità di essere all’altezza dei suoi impegni: un momento importante è stato alla fine di marzo, quando per l’anniversario delle manifestazioni lungo la barriera tra Gaza e Israele, secondo gli analisti Hamas ha schierato agenti con giubbotti dai colori vivaci per ridurre al minimo le violenze, mostrando di poter imporre il cessate il fuoco.

Ma in altri momenti può esprimere la propria impazienza con le armi. La violenza del fine settimana potrebbe essere stata alimentata da un ritardo nell’arrivo dei milioni di dollari in denaro del Qatar per contribuire a pagare i salari dei lavoratori di Gaza e dalla sensazione che Israele non stesse dando seguito abbastanza rapidamente ad altre promesse.

Tuttavia alcuni degli scontri fin dall’ultima estate sono stati interpretati come tentativi da parte dei dirigenti di Hamas di ottenere un accordo migliore.

“Hanno la tendenza a cercare di estendere i termini degli accordi e a migliorare quello che hanno ottenuto mostrando i muscoli,” dice Ehud Yaari, uno studioso residente in Israele del Washington Institute for Near East Policy [Istituto di Washington per la Politica in Medio Oriente, centro studi legato all’AIPAC, il più importante gruppo lobbystico filo-israeliano Usa, ndtr.].

Per il governo israeliano questa gestione dei rapporti con Hamas è piena di contraddizioni e della necessità di un attento bilanciamento. Vedendo Hamas come un gruppo terroristico intenzionato alla distruzione di Israele, il governo israeliano non ha interesse a concedergli legittimità o a consentire ad Hamas di rafforzarsi.

Ma Netanyahu ha anche dimostrato scarso impegno per distruggere Hamas – nonostante le richieste di alcuni politici di destra perché lo faccia – per quello che Aaron David Miller, un esperto negoziatore in Medio Oriente per gli Stati Uniti, ha chiamato “il problema del giorno dopo”. Israele dovrebbe rioccupare Gaza con le sue truppe, prendendosi la totale responsabilità dei suoi due milioni di abitanti. C’è anche il rischio che un gruppo ancora più radicale di Hamas possa prendere il potere, come la Jihad Islamica palestinese, già potente rivale di Hamas a Gaza, o forse elementi dello Stato Islamico che operano nel deserto del Sinai.

Questo problema è la ragione per cui Netanyahu nel suo modo di controllare Gaza sembra avere l’appoggio dell’establishment della sicurezza di Israele. I suoi oppositori politici lo hanno aggredito per aver consentito che la situazione cadesse nell’attuale schema, ma non hanno detto cosa farebbero di diverso.

E gli israeliani sembrano aver mostrato una maggiore tolleranza che in passato per le vittime [israeliane]. Domenica ad Ashkelon i sopravvissuti a un attacco con i razzi che ha ucciso un operaio loro collega in una fabbrica hanno manifestato un incrollabile sostegno a Netanyahu, benché abbiano anche incolpato l’opinione pubblica mondiale perché impedisce all’esercito di dare a Gaza il colpo che merita.

“Dovrebbero colpire duro,” ha detto delle forze armate Menashe Babikov, 42 anni, manager di Ashdod, ma non lo faranno “perché hanno paura di quello che direbbe il resto del mondo.”

Gli analisti dicono che Hamas svolge anche un’altra funzione per il governo di Netanyahu. Con l’Autorità Nazionale Palestinese che governa la Cisgiordania e Hamas a Gaza, non c’è un cammino facile per una soluzione a due Stati del conflitto, a cui si pensa unanimemente che Netanyahu si opponga.

Unificare le due fazioni – cosa che gli Stati Uniti, l’Egitto e altri attori internazionali hanno passato mesi a cercare di fare prima di rinunciarvi lo scorso anno –  inevitabilmente rivitalizzerebbe colloqui per una soluzione dei due Stati al conflitto israelo-palestinese, dice Miller.

“Finché hai una situazione con tre Stati, non ne puoi avere una con due,” afferma. “Hamas è la polizza di assicurazione di Netanyahu.”

Anche qui gli oppositori israeliani alla soluzione dei due Stati condividono gli stessi interessi di Hamas, che vuole uno Stato unico, anche se non lo stesso che desiderano gli israeliani. Per Hamas un negoziato mediato e ufficioso sulla sicurezza, sull’aiuto economico e umanitario è praticabile, ma abbandonare la sua ideologia di resistenza armata per colloqui di pace con Israele è fuori discussione.

“Dal punto di vista di Hamas è meglio un governo come quello che abbiamo piuttosto che uno più moderato che aspiri a progredire nel processo di pace,” dice Celine Touboul, un’esperta di Gaza della “Israel’s Economic Cooperation Foundation” [Fondazione Israeliana per la Cooperazione Economica, gruppo di studiosi israeliani che si occupano dei rapporti con il mondo arabo, ndtr.]. “Perché una volta che lo fai, agevoli l’ANP,” dice, in riferimento all’Autorità Nazionale Palestinese. “E questa è la cosa che in fondo più importa ad Hamas: in questa competizione politica indebolire il più possibile l’ANP.”

Per Hamas più dura il cessate il fuoco a Gaza meglio è, dice Yaari, che per molti anni ha informato sui palestinesi per la televisione israeliana. Deve ricostituire il suo arsenale di razzi e missili e ricostruire o sostituire le molte installazioni militari e di intelligence che Israele ha distrutto.

“Ogni volta per loro è dispendioso,” afferma.

Ma Yaari dice anche che il leader di Hamas a Gaza, Yehya Sinwar, ha voluto concentrare le energie dell’organizzazione sul miglioramento delle condizioni là, in parte per guadagnare tempo, per vedere cosa succederà con l’Autorità Nazionale Palestinese quando l’amministrazione Trump svelerà il suo progetto per l’accordo di pace israelo-palestinese e mentre la salute dell’anziano presidente dell’Autorità, Mahmoud Abbas, peggiora.

“L’approccio di Sinwar è di bloccare il deterioramento delle condizioni a Gaza,” sostiene Yaari. “Il prezzo sarà un prolungato cessate il fuoco, e in due o tre anni vedremo cosa succede.”

Per allora Abbas potrebbe essersene andato, o Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese potrebbero benissimo essere in rotta di collisione, dice, soprattutto se Netanyahu dà seguito alla promessa elettorale di annettere come parte di Israele alcune colonie in Cisgiordania.

Secondo Yaari entrambi gli sviluppi potrebbero creare un’apertura per Hamas, per cercare di avere la meglio contro l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania. “Sinwar sta dicendo: ‘La mia vera priorità è la Cisgiordania,’” afferma.

Per il momento questa dinamica fa di Hamas un avversario affidabile.

Curiosamente, dice Touboul, Netanyahu sta “guardando ad Hamas come un partner più affidabile dell’ANP.”

Isabel Kershner ha contribuito con informazioni da Ashkelon.

*Nota redazionale: pur non condividendo alcune considerazioni presenti nell’articolo e il fatto che vengano citate quasi esclusivamente fonti israeliane, il che evidenza da quale prospettiva il giornale informa i propri lettori. Ad esempio, quelle dei palestinesi di Gaza sono descritte come “sensazioni” e non fatti concreti e facilmente verificabili riguardo al mancato rispetto degli accordi di tregua accettati da Israele. Né nell’articolo si ricorda che la strategia di isolare Cisgiordania da Gaza risale almeno al ritiro unilaterale deciso da Sharon. Tuttavia riteniamo interessante proporre la traduzione di questo articolo sia per l’autorevolezza del New York Times che per la prospettiva che questo editoriale propone per spiegare gli ultimi scontri tra Gaza e Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’appoggio ai leader di estrema destra di Netanyahu espone gli ebrei al rischio di antisemitismo

Rachel Shenhav-Goldberg

1 maggio 2019, +972 Magazine

Allineandosi ai leader nazionalisti che promuovono il suprematismo bianco, Netanyahu ha abbandonato la comunità ebraica mondiale con l’intento di rafforzare le sue manovre nazionaliste.

Da alcuni anni ormai, il primo ministro Benjamin Netanyahu sta stringendo relazioni diplomatiche forti con i leader nazionalisti di estrema destra del mondo. Tale allineamento potrebbe favorire il piano di Netanyahu di rafforzare il nazionalismo ebraico in Israele, ma allo stesso tempo esso indebolisce gli ebrei della diaspora e li rende più vulnerabili ai crimini di odio antisemita nei loro paesi.

Negli ultimi cinquant’anni l’antisemitismo è stato un fenomeno in declino, specialmente negli Stati Uniti. Oggi gli ebrei negli Stati Uniti occupano posizioni politiche di rilievo, svolgono ruoli chiave nel mondo degli affari e dell’intrattenimento e sono ben integrati nella società americana: sono americani in tutto e per tutto. Ciononostante, come dimostra amaramente l’orrendo atto terroristico in una sinagoga di San Diego la scorsa settimana, i suprematisti e nazionalisti bianchi non hanno mai accettato gli ebrei come loro pari o nemmeno come bianchi.

Il suprematismo bianco di certo esiste ancora: distruggere 500 anni di strutture istituzionalizzate e l’interiorizzazione dello status di privilegiati non è facile. Addirittura l’elezione del presidente Obama è stato sotto molti aspetti solo un progressivismo di facciata, una falsa speranza. Studi hanno dimostrato che il razzismo verso gli afroamericani era di fatto aumentato durante la presidenza Obama. Inoltre, la promessa del presidente Trump di “rendere l’America di nuovo grande” ha dato ai nazionalisti e suprematisti bianchi un segnale di assenso ad alzare la testa e agire.

La Anti Defamation League ha registrato nello scorso anno un totale di 1.879 atti di molestie, vandalismo e aggressione fisica commessi contro gli ebrei negli Stati Uniti. Questo rappresenta il terzo numero più alto di crimini registrati dagli anni 70 a oggi.

Le politiche di Netanyahu e la sua visione di Israele, unite al suo narcisismo e all’ambizione a rimanere al potere per sempre, hanno creato delle divisioni non solo all’interno della società israeliana, ma anche tra Israele e gli ebrei americani. L’idea di Israele che ha Netanyahu non è quella di una nazione ebraica con uguali diritti per tutti, bensì di una nazione israelo-ebraica, lasciando soli quindi sia gli israeliani non ebrei sia gli ebrei non israeliani.
Inoltre, la filosofia di Netanyahu del “si fa come dico io altrimenti quella è la porta” trasforma in traditori tutti quegli ebrei americani che si oppongono all’occupazione o che non supportano a pieno le politiche di Israele. Per rimpiazzare il mancato supporto, previsto o reale, Netanyahu si è cercato alleati altrove, in coloro che si sentono a proprio agio con le sue stesse idee nazionaliste.

Il comun denominatore tra tutti questi leader (Viktor Orban in Ungheria, Jair Bolsonaro in Brasile e Donald Trump) è il supporto, spesso solo accennato ma a tratti anche esplicito, al suprematismo bianco. Essi appoggiano e impiegano retoriche dell’odio, usano termini razzisti, minano i diritti LGBTQ e delle donne. Il loro vero scopo è la promozione dell’ “ancien régime” discriminando e svilendo la posizione delle minoranze, categoria in cui inevitabilmente e ripetutamente rientrano anche gli ebrei.

La supremazia nazionale che questi leader promuovono nei rispettivi paesi è sotto molti aspetti indistinguibile dalle politiche di Netanyahu in Israele. Netanyahu è un uomo intelligente, qualsiasi sua mossa è perfettamente e strategicamente studiata. Allineandosi con i nazionalisti dell’estrema destra che promuovono il suprematismo bianco, l’antisemitismo e la conseguente violenza da essi provocata, ha deciso di abbandonare gli ebrei di tutto il mondo in cambio del supporto diplomatico e della legittimazione delle sue manovre nazionaliste.

Israele è diventato uno Stato ebraico a cui interessano solo i cittadini israeliani ebrei, infrangendo così la sua promessa di proteggere gli ebrei della diaspora, senza contare i suoi obblighi verso tutti i non-ebrei che vivono sotto il governo israeliano.

Rachel Shenhav-Goldberg è una cittadina israeliana residente in Nord America. Ha conseguito un dottorato in lavoro sociale all’università di Tel Aviv e un post-dottorato all’Università di Toronto. La sua attività di ricerca si concentra prevalentemente sull’antirazzismo in Israele e l’antisemitismo nel Nord America. È anche una mediatrice, fa lavoro sociale e volontariato per il New Israeli Fund (Nuovo Fondo Israeliano) in Canada.

(Traduzione di Maria Monno)




Da Israele al Brasile: dichiarazione di guerra alle popolazioni indigene

Ahmad Moussa

28 aprile 2019, Middle East Eye

Sotto la presidenza Bolsonaro, il Brasile sta perpetuando il razzismo e l’oppressione sionista-colonialista

Le recenti affermazioni del presidente brasiliano Jair Bolsonaro sul “perdonare l’Olocausto” hanno innescato le critiche da parte di Israele, ma ciò che non bisogna dimenticare sono i rapporti e l’identità sionisti del Brasile.

Gli osservatori internazionali sono rimasti turbati dalle recenti vittorie elettorali, in Brasile e Israele, dei candidati di estrema destra Bolsonaro e Benjamin Netanyahu, che hanno entrambi sostenuto e messo in atto apertamente politiche genocide contro le popolazioni indigene.

Il Brasile ha rivelato la propria anima nera, riflettendo l’israelizzazione del Paese ai giorni nostri.

La recente dichiarazione di Bolsonaro, secondo cui l’Olocausto può essere “perdonato ma mai dimenticato”, potrebbe sembrare una rottura nell’orientamento sionista, ma ciò è tutt’altro che vero.

Favoreggiamento della Nakba

Al di là della decisione di Bolsonaro di trasferire l’ambasciata brasiliana a Gerusalemme, e delle foto dei suoi due figli che indossano magliette dell’esercito israeliano e del Mossad – facendo pubblicità ai servizi segreti israeliani, noti per terrorizzare i palestinesi – la storia politica del Brasile dimostra una profonda lealtà all’ideologia sionista.

Il Brasile porta avanti il razzismo colonialista e l’oppressione sionista attraverso l’annichilimento della cultura indigena. È stato uno dei primi Paesi a riconoscere lo Stato di Israele, contribuendo e collaborando quindi alla Nakba – o “catastrofe”, l’espulsione, nel 1948, dei palestinesi dalle loro case – e alla pulizia etnica della Palestina tutt’ora in corso.

Il diplomatico brasiliano Ozvaldo Aranha, ex presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel 1947 è stato determinante nel garantire la creazione di Israele.

Aranha promosse la divisione della Palestina in favore del movimento sionista e contro la volontà del popolo palestinese, rinviando per tre giorni la votazione per far sì che si arrivasse all’approvazione con il sostegno della maggioranza.

Vinse poi il Nobel per la Pace per il suo impegno a sostegno degli interessi sionisti.

Il Piano di Partizione dell’ONU ha fornito il precedente giuridico per giustificare la pulizia etnica della Palestina nel 1948, cioè la Nakba, che continua ancora oggi.

Questa procedura irregolare riecheggia oggi in Brasile, con gli attacchi alla popolazione indigena del Paese.


Occultamento di atrocità

La condivisione della linea contro gli indigeni tra Israele e il Brasile ha iniziato ad emergere più chiaramente negli ultimi anni, con la cooperazione per la sicurezza di alto livello durante i Mondiali di calcio in Brasile nel 2014 e le Olimpiadi del 2016.

Il Brasile ha realizzato questi due grandi eventi mondiali a spese della propria popolazione emarginata.

Ha voluto garantire sicurezza e protezione da un potenziale “terrorismo” nascondendo le atrocità e le conseguenze della repressione di stato e della violenza contro i brasiliani emarginati, soprattutto persone indigene nelle favelas ghettizzate e sovrappopolate, simili ai bantustan palestinesi creati da Israele.

Gli attivisti hanno lanciato l’allarme: Israele sta esportando il “modello di sicurezza a Gaza” in Brasile, dove la popolazione indigena è sotto costante minaccia di furto e sfruttamento dei propri territori tradizionali per fini politici ed economici.

Il motivo di questa relazione speciale è che il Brasile vuole imparare dalle tattiche israeliane contro i palestinesi. Tattiche che Israele sta esportando in tutto il mondo.

Campagna memoricida

Il “risanamento”, o “pulizia”, delle aree da parte della polizia brasiliana attraverso meccanismi repressivi è una strategia insegnata dagli agenti della sicurezza israeliani. Promuovere la colonizzazione e la cancellazione delle aree indigene è particolarmente interessante per il Brasile, nello stesso modo in cui Israele opprime la propria popolazione palestinese.

Questi eventi recenti sono utili a ricordarci l’inquietante identità del Brasile e quale strada sta imboccando il Paese.

Con i proclami fermamente pro-israeliani e anti-indigeni di Bolsonaro sull’appropriazione della terra, l’assimilazione e lo sterminio, in Brasile continua l’esportazione israeliana della cancellazione degli indigeni.

Le popolazioni indigene dei due Stati stanno fronteggiando una campagna di cancellazione della memoria; un tentativo di far loro dimenticare il passato, cosicché non possano avere un futuro.

È questo che non può essere perdonato né dimenticato.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Ahmad Moussa


Ahmad Moussa è uno studioso e attivista per i diritti umani, nonché collaboratore fisso ed editorialista freelance per varie agenzie stampa internazionali. È docente di questioni indigene e mediorientali e attivista per i diritti umani con un Master in Diritto Internazionale e Diritti Umani. Moussa è attualmente impegnato in una ricerca per un dottorato in Studi sulla guerra.

(traduzione di Elena Bellini)




Guerra contro pace: Israele ha deciso ed altrettanto dovremmo fare noi

Ramzy Baroud

17 aprile 2019, Ma’an News

Quindi, cosa abbiamo imparato dalle elezioni politiche israeliane del 9 aprile?

Parecchie cose.

Per iniziare, non facciamoci prendere in giro da una definizione come il “testa a testa” tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyhau e il suo principale rivale, Benny Gantz.

Sì, gli israeliani si dividono su qualche questione specifica della loro composizione sociale ed economica. Ma sono anche risolutamente uniti riguardo al problema che più ci dovrebbe preoccupare: la continua sottomissione del popolo palestinese.

Infatti, “testa a testa” o meno, Israele ha votato per rafforzare l’apartheid, appoggiare la continua annessione della Cisgiordania occupata e proseguire con l’assedio di Gaza.

All’indomani delle elezioni Netanyahu è risultato persino più forte: il suo partito, il Likud, le ha vinte con 36 seggi, seguito da Kahol Lavan (Blu e Bianco) di Gantz con 35 seggi.

Gantz, la stella nascente della politica israeliana, durante tutta la campagna è stato etichettato come un politico di centro, una definizione che ha lanciato un’ancora di salvezza alla “sinistra” israeliana – di cui comunque non è rimasto molto – sconfitta.

Questa definizione ha contribuito a sostenere l’effimera illusione che ci sia un’alternativa israeliana al campo estremista di destra di Netanyahu.

Ma non c’è mai stato nessun indizio che suggerisca che Gantz sarebbe stato meglio al punto di porre fine all’occupazione israeliana, di smantellare il regime di apartheid e di allontanarsi dal discorso prevalentemente razzista del Paese.

In effetti, è vero il contrario.

Gantz ha ripetutamente criticato Netanyahu perché sarebbe stato troppo moderato con Gaza, promettendo di far piovere ancora più morte e distruzione su una zona che, secondo le Nazioni Unite, entro il 2020 diventerà inabitabile.

Nel corso della competizione elettorale, dalla campagna di Gantz è stata diffusa una serie di video, definiti “Solo i forti sopravvivono”. Nei filmati Gantz è stato dipinto come il salvatore della Nazione, che, quando era capo di stato maggiore dell’esercito, tra il 2011 e il 2015 ha ucciso molti palestinesi.

Gantz è particolarmente orgoglioso di essere stato in parte responsabile di aver bombardato Gaza “fino ad averla riportata all’età della pietra”.

A quanto pare ai centristi israeliani e a ciò che rimane della sinistra importa poco che nella guerra israeliana del 2014 contro Gaza, denominata operazione “Margine Protettivo”, siano stati uccisi oltre 2.200 palestinesi e oltre 11.000 siano rimasti feriti. In quella guerra estremamente tragica più di 500 minori palestinesi sono stati uccisi e sono state distrutte molte delle già precarie infrastrutture di Gaza.

Ma d’altra parte, perché votare per Gantz quando Netanyahu e la sua alleanza di estrema destra stanno portando a termine il lavoro?

Purtroppo la futura coalizione di Netanyahu probabilmente sarà ancora più estremista di quella precedente.

Oltretutto, grazie alle nuove possibili alleanze, Netanyahu molto probabilmente si libererà degli alleati più imbarazzanti, del calibro dell’l’ex-ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman.

Un cambiamento significativo nella probabile ridefinizione della destra israeliana è l’assenza di figure dominanti che, oltre a Lieberman, includono anche l’ex-ministro dell’Educazione Naftali Bennett e l’ex-ministra della Giustizia Ayelet Shaked.

Tutto il protagonismo di Bennett e Shaked, che recentemente hanno fondato un nuovo partito chiamato “La Nuova Destra”, non ha neppure raccolto i voti sufficienti per raggiungere la soglia richiesta per vincere almeno un seggio nel parlamento israeliano, la Knesset. Ci voleva il 3,25% dei voti, ma hanno ottenuto solo il 3,22%. Entrambi sono rimasti esclusi.

La sconfitta della coppia infame è decisamente rivelatrice: i simboli dell’estrema destra israeliana non soddisfano più le aspettative dell’elettorato estremista israeliano.

Adesso si è spalancato il sipario ai partiti ultra-ortodossi, lo “Shas”, che ora ha otto seggi, e “United Torah Judaism”, con sette seggi, per contribuire a definire la nuova normalità in Israele.

La sinistra israeliana – se mai ha meritato questo nome – ha ricevuto il colpo definitivo: il partito Laburista, una volta predominante, ha vinto solo sei seggi.

D’altra parte i partiti arabi che hanno partecipato alle elezioni del 2015 sotto l’insegna unitaria della “Lista di coalizione”, si sono ancora una volta frammentati, raggiungendo in totale solo 10 seggi.

La perdita di tre seggi rispetto alle precedenti elezioni può essere in parte attribuita a programmi di fazione o personali. Ma ciò difficilmente spiega in modo esaustivo la massiccia caduta della partecipazione araba al voto nelle elezioni: il 48% rispetto al 68% nel 2015.

Questo record di bassa partecipazione si spiega solo con la legge razzista dello Stato-Nazione, che il 19 luglio 2018 è stata approvata dalla Knesset dominata dalla destra. La nuova legge fondamentale ha dichiarato Israele “lo Stato-Nazione del popolo ebraico” ovunque, relegando i diritti, la storia, la cultura e la lingua del popolo palestinese, mettendo invece in rilievo tutto quello che è ebraico, rendendo l’autodeterminazione nello Stato un diritto esclusivo solo degli ebrei.

È probabile che questa tendenza continui, in quanto le istituzioni politiche israeliane non offrono più neppure un margine simbolico di vera democrazie e di corretta rappresentanza.

Ma forse la lezione più importante che si può trarre all’indomani di queste elezioni è che nell’Israele di oggi l’occupazione militare e l’apartheid sono state interiorizzate e normalizzate come realtà indiscusse, che non meritano neppure un dibattito nazionale. Soprattutto questo dovrebbe ottenere la nostra immediata attenzione.

Durante la campagna elettorale, nessun partito importante ha parlato di pace, tanto meno ha proposto una visione complessiva per raggiungerla. Nessun politico importante ha chiesto lo smantellamento delle colonie ebraiche illegali, edificate su terra palestinese in violazione delle leggi internazionali.

Cosa ancor più importante e significativa, nessuno ha parlato della soluzione dei due Stati.

Per quanto riguarda gli israeliani, la soluzione dei due Stati è morta. Mentre ciò è vero anche per molti palestinesi, l’alternativa israeliana non è certo la coesistenza in uno Stato democratico e secolare. L’alternativa israeliana è l’apartheid.

Netanyahu e il suo futuro governo di coalizione di estremisti che la pensano allo stesso modo sono ora inequivocabilmente in possesso di un mandato popolare per rispettare tutte le loro promesse elettorali, compresa l’annessione della Cisgiordania.

Oltretutto, con una coalizione di destra imbaldanzita e legittimata, probabilmente la prossima estate assisteremo anche ad un notevole aumento della violenza contro Gaza.

Prendendo in considerazione tutto questo, dobbiamo comprendere che le politiche illegali di Israele in Palestina non possono essere e non saranno contrastate all’interno della società israeliana.

La sfida e la fine dell’occupazione israeliana e lo smantellamento dell’apartheid possono avvenire solo attraverso la resistenza palestinese all’interno e la pressione esterna che è centrata sulla strategia del Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Spetta ora alla comunità internazionale rompere questo circolo vizioso israeliano ed appoggiare il popolo palestinese nella sua lotta continua contro l’occupazione, il razzismo e l’apartheid israeliani.

Le opinioni esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra, 2018). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli studi globali e internazionali, UCSB.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Trump e annessione israeliana del Golan

Il via libera di Trump sul Golan prepara l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele

Mondoweiss

Jonathan Cook – 26 marzo 2019

 

Quando lo scorso anno il presidente Donald Trump ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme occupata, sabotando di fatto ogni speranza di costituzione di uno Stato palestinese sostenibile, ha stracciato le regole internazionali.

La scorsa settimana ne ha calpestato le pagine spiegazzate che rimanevano. Naturalmente lo ha fatto su Twitter.

In riferimento a una grande parte del territorio che Israele ha tolto alla Siria nel 1967, Trump ha scritto: “Dopo 52 anni è ora che gli Stati Uniti riconoscano in pieno la sovranità di Israele sulle Alture del Golan, che sono di fondamentale importanza strategica e riguardo alla sicurezza per lo Stato di Israele e per la stabilità regionale.”

Israele espulse 130.000 siriani dalla Alture del Golan nel 1967, con il pretesto della Guerra dei Sei Giorni, e poi 14 anni dopo annesse il territorio in violazione delle leggi internazionali. Una piccola popolazione di drusi siriani è l’unica sopravvissuta da quell’operazione di pulizia etnica.

Replicando le sue azioni illegali nei territori palestinesi occupati, subito Israele spostò coloni e attività economiche ebraici nel Golan.

Finora nessun Paese aveva riconosciuto l’appropriazione del bottino da parte di Israele. Nel 1981 gli Stati membri dell’ONU, compresi gli USA, dichiararono i tentativi di Israele di cambiare lo status del Golan “nulli e privi di valore”.

Ma negli ultimi mesi il presidente israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato a intensificare i tentativi di rompere questo consenso di lunga data ed è riuscito ad avere dalla sua parte l’unica superpotenza mondiale.

Si è dato da fare quando Bashar Al Assad – aiutato dalla Russia – ha iniziato a recuperare in modo decisivo le perdite territoriali che il governo siriano aveva patito durante gli otto anni di guerra del Paese.

La lotta ha coinvolto una serie di altri Paesi. Lo stesso Israele ha utilizzato il Golan come base da cui lanciare operazioni sotto copertura per aiutare gli oppositori di Assad, compresi i combattenti dello Stato Islamico, nella Siria meridionale. L’Iran e le milizie libanesi di Hezbollah, nel contempo, hanno cercato di limitare lo spazio di manovra di Israele a favore del leader siriano.

Netanyahu ha giustificato pubblicamente con la presenza dell’Iran nelle vicinanze la necessità per Israele di prendere possesso permanente del Golan, definendolo una zona cuscinetto vitale contro i tentativi iraniani di “utilizzare la Siria come base per distruggere Israele.”

Prima di questo, quando Assad stava perdendo terreno a favore dei suoi nemici, il leader israeliano ne aveva fatto una questione diversa. Allora aveva sostenuto che la Siria stava andando in pezzi e che il suo presidente non sarebbe mai stato in grado di reclamare il Golan.

L’attuale ragione [addotta da] Netanyahu non è più convincente della precedente. La Russia e le Nazioni Unite sono già molto avanti nel ridefinire una zona smilitarizzata sul lato siriano della linea di separazione dei contendenti. Ciò garantirebbe che l’Iran non possa schierarsi vicino alle Alture del Golan.

Lunedì notte, durante un incontro tra Netanyahu e Trump a Washington, il presidente ha convertito il suo tweet in un decreto esecutivo.

Il tempismo è significativo. È un altro goffo tentativo da parte di Trump di immischiarsi nelle elezioni israeliane, previste per il 9 aprile. Fornirà a Netanyahu una notevole spinta nel momento in cui lotta contro incriminazioni per corruzione e una effettiva minaccia da parte del partito rivale, “Blu e Bianco” [coalizione di centro, ndt.], guidata da ex-generali dell’esercito.

Netanyahu ha controllato a stento la sua esultanza dopo il tweet di Trump, e lo avrebbe chiamato per dirgli: “Tu hai fatto la storia!”

Ma, in verità, non si è trattato di un capriccio. Israele e Washington sono andati in questa direzione da parecchio.

In Israele, c’è un appoggio condiviso tra tutti i partiti al fatto che Israele si impossessi del Golan.

Michael Oren, ex ambasciatore israeliano negli USA e consigliere di Netanyahu, lo scorso anno ha formalmente lanciato un piano per quadruplicare in un decennio le dimensioni della popolazione di coloni nel Golan, portandola a 100.000 persone.

Lo scorso mese il Dipartimento di Stato USA ha offerto il proprio palese visto di approvazione quando ha incluso per la prima volta le Alture del Golan nella sezione “Israele” del suo rapporto annuale sui diritti umani.

Questo mese il senatore repubblicano Lindsey Graham ha fatto una vera e propria visita pubblica nel Golan su un elicottero militare israeliano, insieme a Netanyahu e a David Friedman, l’ambasciatore di Trump in Israele. Graham ha detto che lui e il suo amico senatore Ted Cruz avrebbero fatto pressione perché il presidente USA cambiasse lo status del territorio.

Nel contempo Trump non ha fatto segreto del suo disprezzo nei confronti delle leggi internazionali. Questo mese i suoi funzionari hanno vietato l’ingresso negli USA a personale della Corte Penale Internazionale, con sede all’Aia, che sta facendo un’inchiesta su crimini di guerra USA in Afghanistan.

La CPI si è inimicato sia Washington che Israele nei suoi iniziali, e scarsi, tentativi di obbligare entrambi a rispondere delle loro azioni.

Qualunque siano le piroette di Netanyahu riguardo alla necessità di scongiurare una minaccia iraniana, Israele ha altre, e più concrete, ragioni per tenersi stretto il Golan.

Il territorio è ricco di sorgenti d’acqua e fornisce ad Israele il controllo decisivo sul Mare di Galilea, un grande lago di acqua dolce che è di fondamentale importanza in una regione che deve affrontare una sempre maggiore carenza d’acqua.

I 1.200 km2 di terra rubata sono stati sfruttati in modo aggressivo, dai fiorenti vigneti e meleti all’industria turistica che, in inverno, include le pendici coperte di neve del monte Hermon.

Come ha notato “Who Profits”, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, in un rapporto dello scorso mese, imprese israeliane e statunitensi stanno anche installando impianti di energia eolica per vendere elettricità.

E Israele ha collaborato in silenzio con il gigante USA dell’energia “Genie” per sfruttare le potenzialmente grandi riserve di petrolio sotto il Golan. Il consigliere e genero di Trump Jared Kushner ha investimenti di famiglia in “Genie”. Ma estrarre il petrolio sarà difficile finché Israele non potrà sostenere in modo plausibile di avere sovranità sul territorio.

Per decenni gli USA hanno regolarmente cercato di obbligare Israele a iniziare colloqui di pace pubblici e riservati con la Siria.   Solo tre anni fa Barack Obama ha appoggiato una condanna del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a Netanyahu per aver affermato che Israele non avrebbe mai restituito il Golan.

Ora Trump ha dato il via libera a Israele perché se ne impossessi per sempre.

Ma, qualunque cosa egli dica, la decisione non porterà sicurezza ad Israele, o stabilità regionale. Di fatto rende insensato l’“accordo del secolo” di Trump, un piano di pace regionale a lungo rimandato per porre fine al conflitto israelo-palestinese che, secondo indiscrezioni, dovrebbe essere svelato poco dopo le elezioni israeliane.

Al contrario, il riconoscimento da parte degli USA si dimostrerà una manna per la destra israeliana, che chiede a gran voce l’annessione di vaste zone della Cisgiordania e piantare di conseguenza l’ultimo chiodo sulla bara della soluzione dei due Stati.

La destra israeliana può ora plausibilmente sostenere: “Se Trump ha accettato il fatto che ci siamo impossessati illegalmente del Golan, perché non [accetterebbe] anche il nostro furto della Cisgiordania?”

Una versione di questo articolo è comparsa per la prima volta su “The National”, Abu Dhabi.

 

Su Jonathan Cook

 

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. Tra i suoi libri: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [“Israele e il crollo della civiltà: Iraq, Iran ed il piano per rifare il Medio Oriente”] (Pluto Press), e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [“Palestina scomparsa: esperimenti israeliani in disperazione umana”] (Zed Books).

 

 

(traduzione di Amedeo Rossi)