Annessione della valle del Giordano

I palestinesi della valle del Giordano: “Le nostre terre sono già state annesse”

La promessa di Netanyahu di formalizzare il controllo di fatto di Israele sulla valle del Giordano provoca inquietudine tra gli abitanti palestinesi

di Arwa Ibrahim

12 settembre 2019 – Al Jazeera

 

Ras Ain al-Auja, valle del Giordano – Tra le vaste terre aride della valle del Giordano, che si estendono a nord del Mar morto e a ovest dei confini della Cisgiordania con la Giordania, sorge il piccolo villaggio palestinese di Ras Ain al-Auja.

Se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu porterà a compimento il suo piano, annunciato martedì, di annettere la valle del Giordano e le zone a nord del Mar morto, il villaggio di circa 350 residenti e i suoi fertili terreni agricoli diventeranno parte di Israele.

Alcuni osservatori hanno liquidato il piano di Netanyahu come una bravata da campagna elettorale prima delle elezioni generali della prossima settimana. Ma gli abitanti di Ras Ain al-Auja dicono che le parole di Netanyahu sono minacciose in quanto il suo piano potrebbe formalizzare il controllo israeliano sulla zona.

“Non è una novità. Le nostre terre sono già state annesse e stiamo vivendo sotto l’occupazione israeliana,” afferma ad Al Jazeera il quarantottenne Ahmed Atiyat, un contadino di Ras Ain al-Auja.

“Tutte queste terre e le palme sono degli israeliani,” dice indicando distese di terre coltivate punteggiate di cespugli verdi e palme da dattero che si estendono verso il Mar Morto.

Il progetto di Netanyahu intende annettere il villaggio e altre parti della valle del Giordano, tuttavia non includerebbe Gerico, la città palestinese più vicina a  Ras Ain al-Auja.

L’annessione di Gerico lo obbligherebbe ad occuparsi là della condizione di migliaia di cittadini palestinesi. L’attuale piano tendenzialmente taglierebbe fuori Gerico da altre città palestinesi nella Cisgiordania occupata.

 

Occupazione di fatto

La popolazione di Ras Ain al-Auja comprende soprattutto contadini che hanno lavorato su quella terra da generazioni. Dicono che risorse idriche in esaurimento e restrizioni alla costruzione e ai collegamenti da parte dell’esercito israeliano hanno reso difficili le condizioni di vita.

“Tutte le nostre sorgenti d’acqua sono sotto controllo israeliano. Abbiamo pochissima acqua potabile, per non parlare dell’acqua per i nostri orti,” afferma Atiyat, che racconta che la sua famiglia si è spostata nella zona dopo essere stata espulsa dall’esercito israeliano dalle sponde del fiume Giordano nel 1967.

Hussein Saida, un altro contadino e membro del locale Comune, è d’accordo.

“Dobbiamo affrontare continue difficoltà, soprattutto quando si tratta di aver accesso e di fare la manutenzione ai nostri pozzi per innaffiare in nostri orti. Essi sono di fatto sotto il controllo israeliano,” dice Saida. Secondo molte Ong palestinesi e israeliane, Israele nega accesso alla terra, all’acqua e all’elettricità ai palestinesi che vivono nella valle del Giordano, così come in altre aree nella Cisgiordania occupata, rendendo le condizioni di vita difficili.

“Israele ha annesso di fatto la zona della valle del Giordano. Gran parte di essa è destinata ad uso militare, per cui i palestinesi non possono viverci. Se lo fanno, vengono espulsi” dice Roi Yellim, direttore della diffusione al pubblico di B’Tselem, una Ong [israeliana, ndtr.] per i diritti umani.

“C’è anche un continuo tentativo da parte di Israele di rendere difficili le condizioni di vita dei palestinesi nella valle del Giordano, in modo che la maggior parte di loro lasci le proprie terre,” aggiunge, sottolineando che tali condizioni vengono applicate in tutta la Zona C, che costituisce il 60% della Cisgiordania occupata.

L’area che Netanyahu progetta di annettere costituisce circa il 30% della Cisgiordania occupata. Più di 65.000 palestinesi e circa 11.000 coloni israeliani illegali vivono nella zona.

Maha Abdullah, una ricercatrice giuridica e avvocatessa di Al-Haq, un’Ong palestinese, dice che queste condizioni potranno solo peggiorare se l’area viene annessa, portando i palestinesi a pensare di lasciare le proprie case. “Queste zone rendono molto all’economia israeliana e quindi conviene sfruttarne le risorse e le terre,” afferma Abdullah. “Al contempo, creare un contesto costrittivo per i palestinesi che vi vivono attraverso la demolizione di case e la fornitura ridotta di acqua e di elettricità spingerà i palestinesi ad andarsene,” dice, facendo un confronto con l’annessione di Gerusalemme est nel 1967.

Ai palestinesi della Gerusalemme est occupata non è stata concessa la cittadinanza israeliana, dato che le annessioni e il loro status rimangono controversi e irrisolti.

Futuro Stato palestinese

Il piano minaccia anche la formazione di un futuro Stato palestinese, in quanto i palestinesi rivendicano i 2.400 km2 della valle del Giordano come confine orientale di un futuro Stato palestinese nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

Saeb Erekat, segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, denuncia il progetto di annessione, dicendo ad Al Jazeera che “seppellirebbe ogni restante prospettiva di una pace e di uno Stato palestinese fattibile e indipendente.”

La minaccia per il futuro della Palestina è avvertita anche ad un livello più locale.

 

“Anche se si trattasse solo di parole, per il momento, il progetto di Netanyahu di annettere le terre più fertili della Palestina e parti di un futuro Stato palestinese è molto pericoloso,” dice ad Al Jazeera Salah Frijat, capo dell’autorità locale di Auja, che è il Comune più esteso da cui dipende

Ras Ain al-Auja. “Ci sono continue violazioni delle nostre terre e delle nostre risorse idriche. Vogliono vederci andar via in quanto la vita diventa più dura e le colonie intorno a noi aumentano,” aggiunge.

Israele ha ripetuto le sue intenzioni di mantenere il controllo militare sulla zona, che ha conquistato nella guerra del 1967, anche se venisse raggiunto un accordo di pace con i palestinesi.

Lo scorso anno il presidente USA Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele. Oltre a ciò la sovranità di Israele sulle Alture del Golan occupate, che le sue forze hanno conquistato dalla Siria nel 1967, ha fatto temere a molti osservatori che prima o poi questo piano possa effettivamente essere messo in atto.

“Anche se quello che Netanyahu ha detto fosse davvero una bravata elettorale, probabilmente procederà a una sorta di annessione perché ha l’appoggio dell’amministrazione di Trump,” sostiene Yellim.

Nonostante queste difficili condizioni e minacce, Atiyat dice che non lascerà mai la sua terra.

“Anche se la vita continua ad essere sempre più dura, moriremo qui piuttosto che andarcene o essere di nuovo cacciati dalle nostre terre,” dice ad Al Jazeera.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 

 




Netanyahu incita all’odio contro i palestinesi

La campagna elettorale di Netanyahu mette in guardia gli elettori israeliani: ‘gli arabi vogliono annientarci tutti’

L’associazione per i diritti Adalah ha denunciato il fatto alla commissione elettorale per incitamento all’odio contro i palestinesi cittadini di Israele

 Redazione di MEE

11 Settembre 2019 – Middle East Eye

 

Mercoledì un’associazione per i diritti ha presentato una denuncia legale dopo che i media hanno rivelato che la pagina Facebook del Primo Ministro Benjamin Netanyahu chiede ai suoi followers di inviare messaggi di avvertimento ai potenziali elettori dicendo: “Gli arabi vogliono annientarci tutti: uomini, donne e bambini.”

Adalah, un’associazione legale che combatte la discriminazione contro i palestinesi cittadini di Israele, ha presentato una denuncia per incitamento all’odio al Comitato Centrale Elettorale israeliano (CEC) e al procuratore generale di Israele.

La denuncia, presentata a nome della coalizione politica ‘Lista Araba Unita’, invita “il Presidente del CEC,  il giudice Hanan Melcer, ad emanare un’ingiunzione che impedisca a Netanyahu ulteriori illecite diffusioni di propaganda elettorale razzista, e il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit ad avviare un’inchiesta penale relativamente all’incitamento al razzismo da parte del Primo Ministro israeliano.”

“La recentissima dichiarazione di Netanyahu mostra un deciso incremento del suo incitamento razzista all’odio contro gli arabi cittadini di Israele”, ha dichiarato Adalah.

Mercoledì il quotidiano israeliano Haaretz ha rivelato che Netanyahu sta conducendo una campagna attraverso Facebook Messenger, utilizzando tecnologia digitale per inviare messaggi tutti uguali.

Un messaggio automatico chiede ai followers se vogliono diventare volontari nella campagna elettorale di Netanyahu, prima di fornire un suggerimento di testo per convincere potenziali elettori a dare il loro voto al Likud, partito del Primo Ministro.

Il messaggio suggerisce di mettere in guardia gli elettori contro la “pericolosa” minaccia dei palestinesi cittadini di Israele e della sinistra israeliana e sostiene che il partito di centro ‘Blu e Bianco’ di Yair Lapid e Benny Gantz unirà le sue forze con la Lista Araba Unita.

“Martedì”, dice il messaggio, “puoi decidere il futuro della nostra Nazione. Il Primo Ministro Netanyahu propone una politica di destra di uno Stato ebraico, di sicurezza e di un Israele forte.

Non possiamo trovarci fra una settimana con un pericoloso governo di sinistra con Lapid, Ayman Odeh, Gantz e Avigdor Lieberman.”

Aggiunge che sarebbe “un debole governo laico di sinistra che si baserebbe sugli arabi che vogliono distruggerci tutti, donne, bambini e uomini, e consentirebbe a un Iran nucleare di eliminarci”, riferendosi ai palestinesi cittadini di Israele – spesso chiamati in Israele “arabi”.

Dopo la rivelazione della chat l’ufficio di Netanyahu ha detto che si trattava dell’ “errore di un collaboratore.” Il capo della coalizione Lista Araba Unita nel parlamento israeliano, Ayman Odeh, ha attaccato Netanyahu per i suoi commenti sui palestinesi cittadini di Israele.

“Netanyahu è uno psicopatico che non possiede limiti e vuole vedere il sangue”, ha scritto Odeh su Twitter, prima di parlare delle continue indagini per corruzione che coinvolgono il Primo Ministro. “Questo ignobile criminale continuerà a spremerci il sangue in quanto pensa che questo lo aiuti a evitare la prigione.”

Odeh ha scritto nel suo tweet di aver denunciato il messaggio automatico a Facebook “per fermare il pericoloso incitamento razzista di Netanyahu contro la popolazione araba.”

Secondo la radio dell’esercito israeliano, dopo che mercoledì Netanyahu ha fatto un discorso alla Knesset, il parlamento israeliano, Odeh lo ha avvicinato e filmato con il suo telefono cellulare, a quanto pare dicendo a Netanyahu: “Sei un bugiardo e sai che stai mentendo”.

Le infuocate parole e le dichiarazioni da “occhio per occhio” giungono nel momento in cui Israele sta per andare alle urne martedì 17 settembre.

Durante le elezioni legislative del 2015 Netanyahu ha usato toni simili per spingere gli elettori ad andare a votare, ammonendo in un video che un governo israeliano di destra era “in pericolo” e che i palestinesi cittadini di Israele stavano recandosi ai seggi elettorali “in massa”.

Nei sondaggi il partito ‘Blu e Bianco’ risulta testa a testa col Likud, il che significa che l’affluenza di palestinesi cittadini di Israele potrebbe costituire un fattore determinante per il risultato finale.I palestinesi cittadini di Israele sono il 21% della popolazione e generalmente votano per i propri partiti che fanno parte della coalizione ‘Lista Araba Unita’, o per i partiti di centro e di sinistra.

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Visita di Netanyahu a Hebron

La visita senza precedenti di Netanyahu a Hebron scatena la rabbia tra i palestinesi e richieste di annessione da parte di ministri israeliani

 

Yumna Patel

4 settembre 2019 – Mondoweiss

 

Mercoledì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto una visita senza precedenti alla città di Hebron nella Cisgiordania occupata, provocando irate reazioni da parte di dirigenti e cittadini palestinesi, che l’hanno definita una “pericolosa escalation”.

Per la prima volta un primo ministro israeliano ha pronunciato un discorso nella turbolenta città: Netanyahu ha partecipato a una cerimonia di commemorazione dei disordini del 1929 che provocarono la morte di 67 ebrei.

Durante il suo discorso il primo ministro ha definito i palestinesi “terroristi assetati di sangue” che “perpetrarono questo orribile massacro 90 anni fa,” ribadendo la narrazione israeliana secondo cui i disordini che provocarono morti furono motivati dall’odio palestinese per gli ebrei.

“Erano sicuri che con ciò ci avrebbero sradicati da questo luogo per sempre. Si sbagliavano,” ha detto Netanyahu, aggiungendo: “Siamo tornati a Hebron”, lodando l’espansione delle colonie nella città, in particolare la notoriamente violenta colonia di Kiryat Arba.

La cerimonia si è svolta nella piazza antistante la moschea di Ibrahim, o tomba dei Patriarchi, un sito santo sia per musulmani che per ebrei, e luogo in cui nel 1994si svolse il massacro di 29 fedeli palestinesi da parte di un colono americano israeliano.

“Nel novantesimo anniversario dei disordini dico: non siamo stranieri a Hebron, vi rimarremo per sempre,” ha detto il primo ministro, aggiungendo che “il popolo di Israele è profondamente radicato a Hebron. Fin dalle nostre origini il nostro posto è qui.”

Ricordate dai palestinesi come la “rivolta di Buraq” del 1929, in tutta la Palestina storica scoppiarono massicce proteste dopo che un gruppo di immigrati ebrei andò ad “al-Buraq”, noto come il “Muro del Pianto”, portando bandiere e gridando slogan sionisti.

I palestinesi videro l’iniziativa, in coincidenza con l’anniversario della nascita del profeta Maometto, come la manifestazione di una crescente presenza sionista in Palestina che minacciava di impossessarsi della loro terra e dei luoghi santi.

A Gerusalemme l’avvenimento portò in città a violenti scontri tra palestinesi ed ebrei, che poi si diffusero in diverse città in tutta la Palestina, compresa Hebron, iniziando la rivolta di “al Buraq”.

Si ritiene che 133 ebrei e 116 palestinesi vennero uccisi durante la rivolta, per lo più per mano delle forze coloniali britanniche, mentre altri furono uccisi durante attacchi di ebrei contro comunità arabe.

La commissione Shaw, un’indagine britannica sulla rivolta, stabilì che “non c’erano dubbi” che la ragione fondamentale della ribellione fosse la sensazione di ostilità tra i palestinesi “in conseguenza della delusione delle loro aspirazioni politiche e nazionali e del timore per il loro futuro economico.”

Sfatando il mito secondo cui i palestinesi avrebbero ucciso gli ebrei semplicemente per la loro religione, la commissione mise in evidenza il fatto che nei 10 anni precedenti la rivolta di “al Buraq” c’erano stati solo tre incidenti rilevati di attacchi arabi contro ebrei, e negli 80 anni precedenti ad essa “non c’erano stati casi registrati di alcun incidente simile.”

Nonostante le testimonianze storiche, il presidente israeliano Reuven Rivlin si è unito a Netanyahu nel ribadire la convinzione che, come ha affermato, “i disordini del 1929 furono diretti contro ogni ebreo di qualunque etnia e opinione, semplicemente in quanto ebrei.”

Rivlin ha persino trattato di affermazioni da parte di storici, secondo cui i moti erano diretti contro il sionismo, affermando che “esse sono totalmente infondate.”

Durante la cerimonia, che è stata vista innanzitutto come un tentativo di Netanyahu di ingraziarsi la base di destra in vista delle elezioni di questo mese, alcuni ministri del partito Likud di Netanyahu hanno invitato il premier ad estendere la sovranità israeliana a tutta Hebron.

Secondo il “Times of Israel” [giornale israeliano indipendente in inglese, ndtr.] il presidente della Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] Yuli Edelstein ha chiesto che Hebron diventi “una città israeliana a pieno titolo,” affermando che “è venuto il tempo che la colonia ebraica di Hebron cresca di migliaia di abitanti.”

Durante il suo discorso nel corso della cerimonia la ministra della cultura Miri Regev ha chiesto direttamente al primo ministro di adempiere alla sua promessa di estendere la sovranità israeliana a tutta la Cisgiordania, affermando che “non c’è posto migliore di Hebron per iniziare a portare a compimento l’impegno.”

“Se non c’è Hebron non c’è Tel Aviv,” ha detto Regev.

Yishai Fleisher, portavoce della comunità dei coloni di Hebron, ha condiviso su Twitter la maggior parte degli eventi del giorno, elogiando Regev e Netanyahu per le loro affermazioni e congratulandosi per gli avvenimenti del giorno.

I dirigenti palestinesi hanno condannato la cerimonia di mercoledì, che ha coinciso con un crescente dispiegamento di truppe israeliane nella zona e forti limitazioni agli spostamenti dei palestinesi in città.

Secondo l’agenzia palestinese di notizie WAFA le forze israeliane “hanno imposto il coprifuoco sui quartieri palestinesi”, mentre negozi e scuole palestinesi sono stati obbligati a chiudere in anticipo.

Hanan Ashrawi [nota dirigente palestinese, ndtr.] ha definito la visita di Netanyahu e Rivlin “un tentativo irresponsabile e offensivo di compiacere gli elementi più estremisti e razzisti del movimento dei coloni.”

“L’intollerabile situazione di segregazione, discriminazione razziale, vessazioni quotidiane e oppressione imposte sulla popolazione palestinese ad Hebron è guidata dalle politiche razziste e illegali che il signor Netanyahu vuole perpetuare e promuovere contro il popolo palestinese nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme,” ha detto Ashrawi.

Il portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas Nabil Abu Rudeineh ha condannato la visita come tentativo di provocare i musulmani della regione, affermando che “lanciamo un monito contro le pericolose ripercussioni dell’iniziativa di Netanyahu, che viene messa in atto per conquistare i voti dell’estrema destra (israeliana).”

Sia Ashrawi che Abu Rudeineh hanno sottolineato lo status di patrimonio dell’umanità dell’UNESCO del centro storico di Hebron e della moschea di Ibrahim ed hanno chiesto alla comunità internazionale di impedire ulteriori “aggressioni” contro i luoghi.

“La comunità internazionale ha l’ulteriore responsabilità di proteggere questa città da nuove spoliazioni e devastazioni, di obbligare Israele a porre fine alle sue misure draconiane contro la popolazione palestinese di Hebron e a ripristinare vita e libertà nei quartieri assediati, che sono stati svuotati a forza di vita e speranza dall’occupazione israeliana,” ha detto Ashrawi.

Nel centro storico di Hebron circa 800 coloni estremisti israeliani vivono sotto la protezione di migliaia di soldati israeliani, che garantiscono l’accesso dei coloni alla maggior parte della zona.

Nel contempo più di 30.000 palestinesi originari della città sono sottoposti al sistema israeliano di permessi e devono affrontare quotidianamente la violenza dei coloni e i più di venti posti di controllo militari che limitano ogni loro movimento.

 

 

Yumna Patel

Yumna Patel è l’inviata di Mondoweiss in Palestina.

 

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Netanyahu e il fattore religioso

Come Netanyahu sta utilizzando la religione per modellare le elezioni israeliane

Fomentare controversie religiose fa sì che l’opposizione faccia quello che vuole il primo ministro

Shir Hever

2 settembre 2019 – Middle East Eye

 

Benché in Israele questioni relative all’imposizione alla popolazione nel suo complesso di leggi religiose siano sempre state parte del discorso politico, le elezioni del 17 settembre saranno le prime in cui esse figureranno al primo posto.

Come mai gli altri problemi – prima di tutto l’occupazione della Palestina – sono stati messi in secondo piano?

Avigdor Lieberman, una volta alleato di estrema destra di Benjamin Netanyahu, ha sparato il colpo d’inizio dopo le elezioni del 9 aprile, quando ha rifiutato di arrivare a un compromesso con i partiti ultraortodossi ed ha impedito a Netanyahu di formare un governo di coalizione. Lieberman ha lanciato una bomba evidenziando che l’alleanza decennale tra la destra religiosa e quella laica in Israele potrebbe essere arrivata al termine.

 

Grande clamore

Non sempre i partiti ultraortodossi sono stati alleati della destra, ma gli alloggi a buon mercato nelle colonie illegali in Cisgiordania li hanno attirati sempre più in quella direzione. La loro linea invalicabile, tuttavia, rimane l’insistenza sul fatto che gli studenti delle Yeshiva [scuole religiose, ndtr.] siano esentati dal servizio militare.

Nei mesi successivi alle ultime elezioni una serie di dichiarazioni di rabbini molto noti ha provocato clamore tra l’opinione pubblica laica. La città di Afula ha organizzato un evento con il pubblico separato per genere di cui si è dibattuto dal punto di vista giudiziario in vari tribunali. L’importante personaggio di destra e ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich ha chiesto l’imposizione della legge religiosa ebraica e il ministro dell’Educazione Rafi Peretz ha manifestato il suo sostegno per la “terapia della conversione” [che pretende di far diventare eterosessuali le persone LGBT, ndtr.].

Recentemente il giornalista Meron Rapoport ha scritto un interessante articolo in cui ha esaminato la prevalenza del dibattito religioso nell’attuale ciclo di elezioni. Egli ha notato che, poiché molti israeliani sentono che la questione palestinese non è più importante a causa della ridotta resistenza armata palestinese, si stanno interessando ad altre questioni controverse, e questo spostamento potrebbe implicare la caduta di Netanyahu, che non può più trarre vantaggio dalle sue credenziali relative alla sicurezza, ma deve tentare di ricostruire l’alleanza tra la destra religiosa e quella laica se avrà l’opportunità di vincere le elezioni.

Non sono d’accordo con questa affermazione. In primo luogo penso che gli israeliani siano più minacciati da proteste non violente che da quelle violente, e che le idee dell’opinione pubblica israeliana siano tutt’altro che pacate e accondiscendenti quando si tratta della resistenza dei palestinesi all’occupazione.

Le prime pagine dei giornali bombardano l’opinione pubblica con infiniti presagi di un disastro se dovesse scoppiare un’altra guerra con Gaza, o se il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) dovesse crescere con maggiore forza, o se l’Autorità Nazionale Palestinese dovesse collassare. Gli israeliani sono fin troppo consapevoli che non c’è più una maggioranza ebraica nelle zone sotto controllo israeliano.

Estendere l’occupazione

Tuttavia, tra Lieberman a destra e l’Unione Democratica a sinistra, nessun partito offre una soluzione pratica a queste minacce. I partiti di sinistra tendono a parlare della soluzione dei due Stati, ma borbottano sottovoce che alcune parti della Cisgiordania, e soprattutto Gerusalemme est, sarebbero annesse, precludendo quindi un accordo con i palestinesi. I partiti religiosi attendono un miracolo divino che garantisca la docilità dei palestinesi, e i partiti della destra laica nei loro progetti per estendere indefinitamente l’occupazione israeliana sostituiscono dio con il presidente USA Donald Trump.

In più, l’idea che Netanyahu rischi di perdere a causa del spostamento del dibattito sottostima il suo controllo sul sistema politico israeliano. Le elezioni di aprile hanno diviso i partiti israeliani sulla questione della corruzione. Può Netanyahu ricoprire la carica di primo ministro essendo accusato di corruzione? I partiti di opposizione non ne parlano più tanto, concentrandosi invece sulle libertà religiose.

Da più di un secolo nella classe media progressista e laica israeliana si è coltivato un forte sentimento antireligioso. I politici di opposizione hanno fatto definito “parassiti” gli ultra-ortodossi ed hanno evocato luoghi comuni antisemiti. Eppure queste opinioni sono sempre contraddittorie, in quanto è impossibile tracciare una linea tra essere contro la religione e l’antiebraismo, e non si può essere antiebraici e al contempo appoggiare uno Stato ebraico nel nome del sionismo.

Netanyahu sa che, aizzando gli animi sulla controversia religiosa, sta dettando l’agenda dell’ opposizione. Quando rabbini ortodossi fanno dichiarazioni di odio, come il rabbino Eli Sadan, che recentemente ha detto che “il laicismo è un coltello nella schiena della Nazione”, essi suscitano risposte provocatorie da parte dell’opposizione, obbligando i partiti ortodossi a stare nel campo di Netanyahu.

 

Mostrare un volto diverso

Nel contempo Netanyahu ha nominato un ministro della Giustizia apertamente gay, Amir Ohana, per dimostrare che il Likud non è uguale ai partiti religiosi della sua coalizione. Mentre il Likud sta mostrando un volto diverso, tenendo insieme misoginia e tolleranza, ortodossia e neoliberismo, i partiti di opposizione formano un tutt’uno con un ridotto gruppo di progressisti laici di classe media, per lo più ebrei ashkenaziti [cioè originari dell’Europa centro-orientale, ndtr.], che sono favorevoli alla pace, ma al contempo molto militaristi.

Questo campo è diviso in tre gruppi politici: l’alleanza “Blu e Bianco”, il partito Laburista e l’ “Unione Democratica”. “Blu e Bianco”, come il Likud, concorda con la decisione di escludere la “Lista Unitaria”, che rappresenta gli elettori palestinesi.

Netanyahu sa che quasi sempre gli israeliani tendono a votare in base a modelli tribali. Gli ebrei ortodossi votano per partiti ortodossi, gli ashkenaziti di classe media di Tel Aviv votano per la sinistra, eccetera.

Sa anche che non c’è mai stata veramente una tribù “laica” in Israele. C’è una piccola tribù antireligiosa, ed anche molti che non si ostinerebbero a favore di una separazione tra Stato e chiesa, ma vorrebbero comunque poter andare a un concerto senza che la famiglia sia divisa per genere o usare il trasporto pubblico nei fine settimana. Questa distribuzione dei votanti garantisce in pratica che i laici di centro-sinistra non saranno in grado di formare un governo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Shir Hever è un membro del direttivo di “Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East” [Voci Ebraiche per una Giusta Pace in Medio Oriente, organizzazione di ebrei contrari all’occupazione attiva in Germania, ndtr.].

 

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Gaza sul punto di esplodere

“Sul punto di esplodere”: cosa c’è dietro gli attacchi alla frontiera di Gaza?

I recenti attacchi isolati di combattenti palestinesi indicano che la posizione di Hamas come partito al potere a Gaza è minacciata?

 

Di Motasem A Dalloul

GAZA, giovedì 29 agosto 2019 – Middle East Eye

 

Questo mese è stato letale nella Striscia di Gaza assediata. Dopo il primo agosto alcuni palestinesi hanno condotto una serie di attacchi contro le forze israeliane schierate lungo la barriera di separazione tra l’enclave palestinese e Israele.

Sono stati uccisi nove palestinesi apparentemente coinvolti in questi attacchi, mentre due soldati e un comandante israeliani sono rimasti feriti.

Giovedì scorso, come rappresaglia dopo lanci di razzi dal territorio palestinese durante la notte, aerei israeliani hanno colpito varie basi di Hamas nella Striscia di Gaza. Nessuno dei razzi o attacchi ha fatto vittime.

Questo picco di operazioni condotte da palestinesi che, anche se membri di fazioni della resistenza armata, avrebbero agito in modo indipendente, ha suscitato una serie di congetture, in particolare nei media israeliani, dove alcuni commentatori si sono chiesti se Hamas abbia perso il controllo della situazione a Gaza.

Anche se il portavoce di Hamas Hazem Qassim ha dichiarato a Middle East Eye che la situazione a Gaza è “sotto controllo”, egli ha avvertito che il piccolo territorio sotto assedio è “come un vulcano sul punto di esplodere di fronte all’occupazione israeliana.”

 

Congetture mediatiche

Almeno nove palestinesi uccisi nel corso di tre attacchi perpetrati questo mese erano affiliati a gruppi della resistenza palestinese, soprattutto al braccio armato di Hamas, le brigate Al-Qassam, ma hanno agito a titolo personale.

É sulla bocca di tutti La possibilità che Hamas perda il controllo di Gaza – dove è il principale attore politico e militare tredici anni dopo la sua vittoria alle elezioni legislative nel contesto della lotta per il potere con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) basata in Cisgiordania e di fronte a un devastante assedio diretto da Israele.

Per alcuni osservatori, vari scenari potrebbero vedere Hamas perdere la presa su Gaza: un’offensiva militare israeliana che porti a una nuova occupazione dell’enclave costiera con la presenza al suo interno di soldati israeliani; la presa del potere a Gaza da parte dell’ANP grazie a un intervento israeliano o a un progresso senza precedenti dei negoziati sull’unità palestinese,  in stallo da molto tempo; infine, una pressione simultanea della popolazione e delle fazioni contro Hamas, che potrebbe comportare un imprevedibile vuoto di potere a Gaza.

Per gli organi di stampa israeliani il fatto che a quanto pare le recenti operazioni siano avvenute all’insaputa di Hamas e senza la sua approvazione avrebbe messo il gruppo della resistenza di fronte a un “dilemma”, intrappolato tra le responsabilità in quanto partito al potere – che è in particolare l’interlocutore politico in ogni tentativo di tregua – e la sua missione di resistenza contro l’occupazione.

Il giornalista di “Maariv” [giornale israeliano indipendente, ndtr.] Jacky Hugi, per esempio, ha dichiarato alla radio dell’esercito che Hamas si è messo in una situazione delicata a causa di “promesse irrealistiche” riguardanti l’alleggerimento dell’assedio israeliano contro Gaza.

A maggio Israele e Hamas hanno concluso un accordo di tregua che stabiliva che Israele avrebbe ampliato la zona di pesca definita per Gaza a 15 miglia marine; avrebbe attivato i programmi “denaro contro lavoro” dell’ONU; avrebbe permesso ai farmaci e ad altri ausili civili di entrare nell’enclave assediata; avrebbe avviato discussioni indirette sulle questioni relative all’elettricità, al passaggio delle frontiere, alle cure mediche e ai finanziamenti del Qatar a Gaza.

In cambio Hamas ha accettato di controllare la “Grande Marcia del Ritorno” – un movimento di protesta popolare che dal marzo 2018 si presenta sotto forma di manifestazioni lungo la barriera di separazione tra Gaza e Israele per chiedere la fine dell’assedio e la messa in pratica del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Nel quadro della tregua, Hamas ha accettato di sorvegliare le manifestazioni per garantire che i manifestanti restino all’interno della zona cuscinetto di 300 m. nei pressi della barriera, cessino di lanciare aquiloni incendiari e interrompano ogni manifestazione sul mare.

In Israele membri dell’esercito e dell’opposizione accusano il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di aver perso la forza di dissuasione contro Gaza e chiedono una grande offensiva nella fascia costiera per interrompere gli intermittenti lanci di razzi e i tentativi di infiltrazione. Ma Netanyahu e il suo partito al potere, il Likud, sembrano in apparenza più esitanti a promuovere una guerra a poche settimane dalle elezioni legislative.

Jacky Hugi sostiene che i militanti del gruppo della resistenza palestinese non hanno constatato nessun miglioramento sul terreno dopo l’accordo di tregua e si starebbero quindi rivoltando contro Hamas.

Di fatto tra molti palestinesi di Gaza cresce il malcontento per la mancata applicazione dell’accordo da parte di Israele. La folta presenza durante i recenti funerali di tre combattenti palestinesi uccisi sembra confermare che Hamas ha perso in certa misura il sostegno popolare nel territorio assediato.

 

Guerra di propaganda

Invece per il portavoce di Hamas Hazem Qassim il discorso ripetuto dai media israeliani nel corso dello scorso mese relativo alla perdita di popolarità di Hamas a Gaza è grossolanamente esagerato.

Secondo lui, i media israeliani “sottolineano problemi che non sono reali o non hanno niente a che vedere con i problemi sul terreno per coprire i crimini israeliani commessi contro i luoghi santi palestinesi.”

Per l’esperto giornalista palestinese Mustafa al-Sawwaf le affermazioni secondo cui Hamas avrebbe perso il controllo della Striscia di Gaza sono inverosimili, dato il “forte coordinamento” delle diverse fazioni palestinesi.

“Il consenso e l’unità delle fazioni della resistenza palestinese attraverso la centrale operativa comune impedisce ogni scontro imprevisto con l’occupante israeliano,” ha dichiarato a MEE.

Di conseguenza secondo Sawwaf i gruppi della resistenza potrebbero aver “dato il proprio consenso” ai recenti attacchi realizzati da combattenti isolati per “inviare un vero messaggio all’occupazione israeliana sul fatto che il ritardo riguardante la messa in pratica dei termini della tregua potrebbe avere conseguenze pericolose”, compresa una guerra, suggerisce.

Mentre Qassim sottolinea che i recenti attacchi sono stati perpetrati da individui con mezzi propri, riconosce che la maggior parte dei combattenti uccisi durante questi attacchi facevano parte del braccio militare del suo movimento.

Anche Hussam al-Dajani, analista politico palestinese e professore associato all’università al-Ummah a Gaza, rifiuta l’idea secondo la quale Hamas avrebbe perso il controllo dell’enclave. Dice però a MEE che da molto tempo tra le ali militari delle fazioni palestinesi regna lo scontento riguardo agli “sforzi profusi a Gaza e in Cisgiordania dai settori politici.”

La sensazione che Hamas abbia fallito nel far terminare l’assedio israeliano e nel proteggere la popolazione dalle misure punitive adottate dall’ANP ha sicuramente deluso molti gazawi, tra cui alcuni si sono detti irritati dalla sua cattiva amministrazione.

“Siamo furiosi contro Israele a causa dell’assedio imposto a Gaza, ma anche Hamas e l’ANP sono da biasimare per questa divisione interna che permette ad Israele di rafforzare la sua aggressione contro di noi e al mondo di continuare ad ignorarci,” dichiara a MEE Said, un medico di 33 anni.

“Noi pensiamo che Hamas, che abbiamo eletto, salvaguardi i principi palestinesi, ma, al contempo, dovrebbe essere pragmatica e trattare con Israele (…) almeno per migliorare le condizioni di vita dei gazawi,” aggiunge.

“Se non riesce a farlo, allora dovrebbe farsi da parte.”

Dajani insiste sul fatto che la responsabilità di Israele di fronte alla situazione economica, sociale e umanitaria sul terreno a Gaza –dodici anni di blocco e tre guerre dalla sua messa in pratica – resta la causa principale della collera tra i civili palestinesi e le fazioni armate.

Le violazioni del diritto internazionale e dei diritti dell’uomo da parte di Israele nei territori palestinesi occupati, aggiunge Dajani, hanno trasformato Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est in una “pentola che ribolle” e minaccia di traboccare in qualunque momento.

Anche Khalid, insegnante gazawi di 37 anni, è dello stesso parere.

“Siamo furiosi contro l’occupazione israeliana che impone un assedio a Gaza da più di 10 anni,” dichiara a MEE. “Hamas non è da condannare per questa situazione perché ha le mani legate dall’Autorità Nazionale Palestinese, dagli Stati arabi e dalla comunità internazionale.”

 

“Mediatori deboli”

In un contesto di persistenti tensioni e di minacce di conflitto aperto, Hazem Qassim ammette che l’Egitto e l’inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente Nikolai Mladenov hanno giocato un ruolo importante nel contribuire alla distensione della situazione a Gaza, soprattutto con l’ultimo accordo di tregua.

Sottolineando l’importanza di avere dei mediatori presso tutte le fazioni palestinesi, il portavoce di Hamas richiama l’attenzione sul fatto che, rispetto alle altre fazioni palestinesi, il movimento “ha le proprie linee guida riguardo alla gestione della situazione e alla direzione della resistenza palestinese”.

Da parte sua Mustafa al-Sawwaf insiste sul fatto che tuttavia il ruolo importante della mediazione è “squilibrato” – sostenendo che, mentre sui palestinesi vengono esercitate pressioni, i mediatori “quando vanno a Tel Aviv stanno zitti.”

Anche Hussam al-Dajani imputa il peggioramento della situazione a Gaza e nelle altre regioni dei territori palestinesi all’inazione della comunità internazionale. Teme che Hamas perda realmente il controllo di Gaza a causa delle “continue violazioni israeliane” che provocano solo un “timido biasimo a livello internazionale”.

Egli esorta Israele a togliere l’assedio a Gaza e chiede alla comunità internazionale di giocare un “ruolo più positivo” per mantenere la calma – per esempio, adottando una posizione più ferma contro le violazioni israeliane a Gaza.

“Ciò migliorerebbe la posizione di Hamas riguardo alla sua stessa popolazione e le consentirebbe di avere più potere per mantenere la Striscia di Gaza sotto controllo,” ritiene l’analista.

 

 

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)

 




Israele attacca forze filo-iraniane

Attacchi contro forze sostenute dall’Iran: quello che c’è da sapere

Una serie di attacchi aerei contro milizie sostenute dagli iraniani in Siria, Iraq e Libano hanno accentuato le tensioni in Medio Oriente

 

26 agosto 2019 – Al Jazeera

 

 

Da sabato scorso una serie di attacchi ha preso di mira milizie sostenute dagli iraniani in Siria, Iraq e Libano, alimentando timori di un’escalation regionale.

Le milizie, che fungono da alleati dell’Iran, hanno accusato degli attacchi Israele, che ha intensificato i tentativi di contenere l’espansione dell’influenza iraniana in Medio Oriente.

Lunedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’Iran sta pianificando attacchi contro Israele ed ha sollecitato la comunità internazionale ad “agire immediatamente in modo che l’Iran interrompa la propria aggressione.”

Ecco quello che si deve sapere:

 

Siria

Quando: sabato notte

L’esercito israeliano afferma di aver attaccato obiettivi nella zona di Aqrabah, nei pressi della capitale Damasco, in quello che ha affermato essere stato un tentativo riuscito di sventare un imminente attacco iraniano con droni contro Israele.

L’esercito israeliano ha detto che la propria aviazione ha colpito “forze operative della milizia iraniana Quds e sciite”, che stavano preparando piani di attacco in fase avanzata per prendere di mira luoghi in Israele dalla Siria.

La forza d’elite Quds, guidata dal maggiore generale Qassem Soleimani, è il ramo dei Corpi delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran (IRGC) all’estero.

Un importante comandante delle guardie rivoluzionarie ha negato che siano stati colpiti obiettivi iraniani e ha detto che i “centri dei suoi consiglieri militari non sono stati danneggiati.”

 

Libano

Quando: domenica, lunedì

A Beirut sono stati avvistati due droni che volavano sul quartiere periferico di Dahyeh, dominato da Hezbollah [gruppo armato libanese sciita, ndtr.].

Domenica Hezbollah, appoggiato dall’Iran, ha affermato che il primo drone israeliano si è schiantato su un edificio che ospita l’ufficio stampa di Hezbollah, mentre un secondo drone è esploso in aria, spingendo il leader del movimento Hassan Nasrallah a descrivere l’incidente come una “missione suicida”.

Nasrallah ha anche detto che il suo movimento abbatterà qualunque drone israeliano sui cieli libanesi, e che “il tempo in cui l’aviazione israeliana arrivava e bombardava il Libano è finito.”

Il primo ministro libanese Saad Hariri ha detto che i due droni rappresentano un palese attacco contro la sovranità del Paese.

“La nuova aggressione…costituisce una minaccia alla stabilità regionale e un tentativo di spingere la situazione verso un’ulteriore tensione,” ha affermato domenica.

In riferimento all’attacco israeliano contro la Siria, Nasrallah ha detto, con una rara ammissione, che l’obiettivo non era una postazione della forza Quds, ma una casa in cui si trovavano combattenti di Hezbollah – due dei quali sono rimasti uccisi in conseguenza dell’attacco. Ha promesso una ritorsione contro l’attacco israeliano in Siria e ha detto che ci sarà un’imminente risposta da parte di Hezbollah contro l’esercito israeliano.

Il portavoce dell’ONU Stephane Dujarric ha affermato in un comunicato che “è imperativo per tutti evitare un’escalation e rispettare importanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

Le Nazioni Unite chiedono alle parti di esercitare la massima moderazione sia nelle azioni che nelle parole.” Lunedì le autorità libanesi hanno detto che Israele ha attaccato una base palestinese del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale (PFLP-CG) [gruppo armato palestinese filo-siriano, ndtr.] al confine orientale del Libano con la Siria.

I tre attacchi, avvenuti a pochi minuti di distanza nei pressi del villaggio di Qusaya, nella Valle della Bekaa, hanno colpito la base del PFLP-CG, che è un alleato di Hezbollah.

Il presidente libanese Michel Aoun ha affermato: “Siamo un popolo pacifico e non vogliamo la guerra. Non accetteremo che chiunque ci minacci in alcun modo.”

Negli ultimi anni raid aerei di Israele contro le fazioni palestinesi in Libano sono stati rari.

Non ci sono state reazioni immediate da parte di Israele.

 

Iraq

Quando: domenica

Le Forze Popolari di Mobilitazione (PMF) appoggiate ed addestrate dall’Iran accusano per la prima volta Israele di un attacco contro un loro deposito di armi nella città irachena di Al-Qaim, nei pressi dei confini occidentali del Paese con la Siria.

“Nel contesto della serie di attacchi sionisti contro l’Iraq, i malvagi corvi israeliani sono tornati a colpire le Hash al-Shaabi, questa volta con due droni all’interno del territorio dell’Iraq,” sostiene un comunicato delle PMF. L’attacco, continua la dichiarazione, rappresenta una dichiarazione di guerra.

Le PMF, o Hash al-Shaabi, sono il braccio ufficiale delle forze di sicurezza irachene, che includono brigate che operano in modo semi-autonomo.

Il gruppo ha detto che nell’attacco di domenica un combattente delle PMF è stato ucciso e un altro gravemente ferito, aggiungendo che anche gli Stati Uniti sono complici.

Lunedì in un comunicato la presidenza irachena ha detto che gli attacchi sono stati una “flagrante azione ostile che ha preso di mira l’Iraq,” aggiungendo che “la sovranità irachena e il benessere del suo popolo sono una linea che non si può superare.”

Israele non ha commentato.

 

 

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




In Israele i coloni ebrei hanno il controllo totale, ma a quale prezzo?

Ramzy Baroud

19 agosto 2019 – Middle East Monitor

I coloni ebrei israeliani sono inarrestabili quando si scatenano in tutta la Cisgiordania palestinese occupata. Mentre la violenza dei coloni è parte della routine quotidiana in Palestina, la violenza delle scorse settimane è direttamente legata alle elezioni politiche israeliane, previste per il 17 settembre.

Le elezioni precedenti, solo quattro mesi fa, il 9 aprile, non sono riuscite a portare stabilità politica. Benché Benjamin Netanyahu sia ora il primo ministro più a lungo al potere in Israele nei 71 anni di storia del Paese, non è stato in grado di formare una coalizione di governo.

Segnata da una serie di casi di corruzione che coinvolgono lui, la sua famiglia e i suoi collaboratori, la leadership di Netanyahu si trova in una posizione poco invidiabile. Gli investigatori della polizia gli stanno alle costole, mentre alleati politici opportunisti, come Avigdor Leiberman [segretario di un partito di estrema destra, ndtr.], gli stanno forzando la mano nella speranza di estorcergli future concessioni politiche.

La crisi politica in Israele non è il risultato di un partito Laburista resuscitato o di partiti politici di centro più forti, ma dell’incapacità della destra (compresi i partiti di estrema destra e ultranazionalisti) di esprimere un programma politico unitario.

I coloni ebrei illegali comprendono bene che la futura identità di una qualunque coalizione di governo di destra avrà un impatto duraturo sulla loro impresa di colonizzazione. I coloni, tuttavia, non sono affatto preoccupati, dato che tutti i maggiori partiti politici, compreso quello “Blu e Bianco”, il presunto partito di centro di Benjamin Gantz, hanno fatto dell’appoggio alle colonie ebraiche una parte importante della propria campagna elettorale.

Il voto decisivo dei coloni ebrei della Cisgiordania e dei loro sostenitori all’interno di Israele è risultato evidente nelle ultime elezioni. Il loro potere ha obbligato Gantz ad adottare un approccio politico totalmente diverso.

L’uomo che due giorni prima delle votazioni di aprile ha criticato l’“irresponsabile” annuncio di Netanyahu riguardo all’intenzione di annettere la Cisgiordania, pare ora un grande sostenitore delle colonie. Secondo il sito di notizie israeliano “Arutz Sheva”, Gantz ha promesso di continuare ad espandere le colonie “da un punto di vista strategico e non come una strategia politica”.

Dato il cambio di prospettiva di Gantz riguardo alle colonie, a Netanyahu non è rimasta altra possibilità che alzare la posta in gioco. Ora sta spingendo per un’annessione totale e irreversibile della Cisgiordania.

Annettere il territorio palestinese occupato è, dal punto di vista di Netanyahu, una strategia politica corretta. Naturalmente il primo ministro israeliano si dimentica delle leggi internazionali che considerano illegale la presenza militare e delle colonie di Israele. Né Netanyahu né qualunque altro leader israeliano, tuttavia, si sono mai preoccupati delle leggi internazionali. Tutto ciò che conta realmente per Israele è avere il sostegno cieco e incondizionato di Washington.

Secondo “Times of Israel” [giornale indipendente israeliano, ndtr.] Netanyahu sta ora facendo ufficialmente pressione per una dichiarazione pubblica da parte del presidente USA Donald Trump di sostegno all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Benché la Casa Bianca si rifiuti di fare commenti a questo proposito, e un funzionario dell’ufficio di Netanyahu sostenga che ciò “non è esatto”, la destra israeliana è sulla buona strada per rendere possibile l’annessione.

Incoraggiati dalla dichiarazione dell’ambasciatore USA David Friedman, secondo cui “Israele ha il diritto di impossessarsi di una parte della Cisgiordania”, molti politici israeliani parlano con franchezza ed esplicitamente della loro intenzione di annettere il territorio occupato. Netanyahu ha effettivamente accennato a questa possibilità in agosto durante una visita alla colonia illegale di Beit El: “Siamo venuti a costruire. Le nostre mani si tenderanno e noi renderemo più profonde le nostre radici nella nostra patria, in ogni sua parte,” ha detto durante una cerimonia che festeggiava l’espansione delle colonie illegali con altre 650 unità abitative.

A differenza di Netanyahu, l’ex-ministra della Giustizia e dirigente di “Destra Unita”, [coalizione] da poco formata, Ayelet Shaked, non parla in codice. In un’intervista con il “Jerusalem Post” ha chiesto la totale annessione dell’Area C, che costituisce quasi il 60% della Cisgiordania. “Dobbiamo applicare la nostra sovranità su Giudea e Samaria,” ha insistito Shaked, utilizzando la terminologia biblica per descrivere la terra palestinese, come se ciò rafforzasse in qualche modo la sua posizione.

Peraltro il ministro della Sicurezza Pubblica, delle Questioni Strategiche e dell’Informazione Gilad Erdan vuole fare un passo in più. Secondo “Arutz Sheva” e il “Jerusalem Post”, Erdan ha chiesto l’annessione di tutte le colonie illegali in Cisgiordania, così come l’estromissione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas.

Ormai al centro della politica israeliana, i coloni ebrei si godono lo spettacolo di essere corteggiati da tutti i principali partiti politici. La loro crescente violenza contro gli autoctoni palestinesi in Cisgiordania è una sorta di prova di forza politica, un’espressione di dominio e una brutale dimostrazione di priorità politiche.

“C’è una sola bandiera dal Giordano al mare [Mediterraneo, ndtr.], la bandiera di Israele,” è stato lo slogan di un corteo di oltre 1.200 coloni ebrei che hanno percorso le strade della città palestinese di Hebron il 14 agosto. I coloni, insieme ai soldati israeliani, hanno invaso via Al-Shuhada e hanno maltrattato gli abitanti palestinesi e gli attivisti internazionali nella città assediata.

Pochi giorni prima, circa 1.700 coloni ebrei, appoggiati dalla polizia israeliana, hanno fatto irruzione nel complesso della moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata. Secondo la Mezzaluna rossa palestinese, oltre 60 palestinesi sono rimasti feriti quando le forze israeliane e i coloni hanno attaccato i fedeli musulmani. La violenza si è ripetuta a Nablus, dove colone armate hanno invaso la città di Al-Masoudiya e hanno fatto un “addestramento militare” sotto la protezione dell’esercito di occupazione israeliano. Il messaggio dei coloni è chiaro: ora abbiamo il controllo totale, non solo in Cisgiordania, ma anche nella politica israeliana.

Ma a quale prezzo? Tutto ciò avviene come se si trattasse esclusivamente di una questione politica israeliana. L’ANP, che è appena stata del tutto esclusa dai calcoli politici USA, viene lasciata a emanare occasionali e irrilevanti comunicati stampa sulla sua intenzione di chiamare Israele a rispondere in base alle leggi internazionali.

Tuttavia anche i garanti delle leggi internazionali sono assenti in modo sospetto. Né le Nazioni Unite né i sostenitori della democrazia e delle leggi internazionali nell’Unione Europea sembrano essere interessanti ad opporsi all’intransigenza israeliana e alle palesi violazioni dei diritti umani.

Con i coloni ebrei che dettano l’agenda politica in Israele e provocano costantemente i palestinesi nei territori occupati, è probabile che nei prossimi mesi la violenza aumenti in modo esponenziale. Come avviene spesso in questi casi, ciò verrà utilizzato in modo strategico dal governo israeliano, questa volta per porre le basi di un’annessione finale e completa della terra palestinese. Questo sarà un risultato disastroso, indipendentemente da come lo si veda.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Ricordare il “disimpegno” di Israele da Gaza

Rebecca Stead

15 agosto 2019 – Middle East Monitor

Cosa: Israele smantellò le sue colonie nella Striscia di Gaza, ritirando tutti i coloni e le truppe di terra dall’enclave.

Dove: Nella Striscia di Gaza, Palestina occupata.

Quando: Il 15 agosto 2005

Cos’è successo?

Il 15 agosto 2005 Israele iniziò il suo disimpegno dalla Striscia di Gaza, che aveva occupato dalla guerra dei Sei Giorni del 1967. Nel corso di 38 anni Israele aveva creato circa 21 colonie nell’enclave costiera e trasferito nel territorio circa 9.000 coloni, in violazione delle leggi internazionali.

Di fronte a costi in vertiginosa ascesa per l’amministrazione del territorio, Israele decise di far uscire dalla Striscia le sue forze armate e i coloni illegali. Mentre le telecamere di tutto il mondo li riprendevano, i coloni che non volevano andarsene vennero portati via a forza dalle proprie case, un momento perfetto di propaganda che dimostrava la “volontà” di Israele di ritirarsi dai territori occupati nel tentativo di “riannodare” il processo di pace.

Quattordici anni dopo Israele non si è in realtà disimpegnato da Gaza: conserva il controllo dei suoi confini terrestri, dell’accesso al mare a allo spazio aereo. La popolazione di 1,9 milioni di Gaza rimane sottoposta a un’occupazione a “controllo remoto” e a un rigido assedio, che ha distrutto l’economia locale e soffocato l’esistenza dei palestinesi.

Il grande piano di Sharon

Benché il disimpegno sia iniziato nel 2005, la politica era già in atto da tempo. Nel mezzo della Seconda Intifada – una rivolta popolare nei territori palestinesi che ebbe luogo tra il settembre del 2000 e gli inizi del 2005 – l’allora primo ministro Ariel Sharon propose il disimpegno dalla Striscia di Gaza.

Prima delle elezioni israeliane del 2003, Sharon aveva manifestato il proprio appoggio alla continuazione della colonizzazione del suo Paese nella Striscia, affermando che “il destino di Tel Aviv è quello di Netzarim”, una colonia nel sud della Striscia di Gaza. Eppure dopo la sua elezione Sharon sembrò aver cambiato parere, spiegando nel dicembre di quell’anno che “l’obiettivo del piano di disimpegno è ridurre il più possibile il terrorismo e garantire ai cittadini israeliani il massimo livello di sicurezza.”

Proseguì: “Il processo di disimpegno porterà a un miglioramento della qualità di vita (degli israeliani), aiuterà a rafforzare l’economia israeliana, (…) incrementerà la sicurezza degli abitanti di Israele e ridurrà la pressione sulle IDF (Forze di Difesa Israeliane) e sulle forze di sicurezza.”

In una lettera dell’aprile 2004 all’allora presidente USA George Bush, Sharon sottolineò la sua visione del disimpegno, proponendo che Israele “trasferisse le installazioni militari e tutti i villaggi e cittadine israeliane dalla Striscia di Gaza.” Il piano includeva l’eliminazione di quattro colonie illegali dalla Cisgiordania settentrionale.

Nell’ottobre di quell’anno, la Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] approvò in via preliminare alla proposta di Sharon. Uno dei più accesi critici fu il ministro degli Affari Esteri Benjamin Netanyahu, che minacciò di dimettersi dal governo salvo che Sharon non avesse sottoposto il progetto a un referendum. Alla fine fece marcia indietro, citando la “nuova situazione” presentata dalla prevista dipartita del leader palestinese di lungo corso Yasser Arafat, che morì l’11 novembre 2004.

Nel febbraio 2005 il piano di disimpegno venne approvato ufficialmente dalla Knesset, mentre in marzo ai cittadini israeliani che non vivessero già nella Striscia di Gaza venne vietato di insediarsi nel territorio. La scena era pronta.

Luci, motore, azione

Il 15 agosto Israele iniziò a realizzare il disimpegno. Gush Katif – un blocco di colonie nel sud della Striscia – venne dichiarato zona militare chiusa e il valico di Kissufim, la principale arteria che collegava la colonia a Israele, venne chiuso.

Alle 8 ora locale (le 5 ora di Greenwich) forze israeliane entrarono a Gush Katif, andando di casa in casa con l’ordine che i coloni se ne dovevano andare. Alcuni accettarono di farlo in modo pacifico, essendogli stato offerto un pacchetto di misure di indennizzo fino a 500.000 dollari. Altri si rifiutarono di andarsene, obbligando l’esercito israeliano a portarli via con la forza dalle loro colonie.

Immagini di coloni portati via a calci dalle loro abitazioni e che gridavano vennero diffuse in tutto il mondo. Alcuni bambini dei coloni lasciarono le proprie case con le mani in alto, con stelle di David gialle simili a quelle che contraddistinguevano gli ebrei durante l’Olocausto. Questi “fiumi di lamenti” vennero descritti dalla stampa israeliana come “kitsch” e “squallidi”, mentre molti israeliani criticarono duramente l’invocazione dell’Olocausto da parte dei coloni.

Come notò Donald Macintyre – l’ex capo dell’ufficio dell’“Independent” [giornale britannico di centro sinistra, ndtr.] a Gerusalemme – nel suo libro “Gaza: preparandosi all’alba”: “C’era qualcosa di teatrale in questo congedo forzoso – e in tutto il ritiro israeliano da Gaza.”

Il 22 agosto l’evacuazione era stata in buona misura completata. Le forze israeliane distrussero con i bulldozer migliaia di case, edifici pubblici e luoghi di culto; persino i cadaveri nei cimiteri ebraici vennero esumati e sepolti di nuovo in Israele.

La maggior parte dell’apparato militare israeliano venne rimosso e il 21 settembre il governo dichiarò che la Striscia di Gaza era territorio extragiudiziale e designò i valichi nell’enclave come confini internazionali che richiedevano documenti di viaggio.

Nei giorni seguenti i palestinesi camminarono per le vie delle colonie ora abbandonate che erano state loro vietate per decenni. I bambini raccolsero palloni e giocattoli lasciati dai bambini israeliani per portarli a casa ai propri fratelli. Alcuni erano felici che l’occupazione se ne fosse andata, mentre altri corsero al mare che prima non potevano raggiungere. I festeggiamenti non sarebbero durati a lungo.

Come evidenziò Macintyre, benché il disimpegno “rappresentasse certamente un precedente storico, il paradosso era che segnava anche l’inizio di un decennale e opprimente blocco economico di Gaza e di tre attacchi militari da parte di Israele più devastanti di ogni altro nella turbolenta storia del territorio.”

Forse i semi di quello che stava per avvenire erano stati seminati nel settembre 2005. Meno di una settimana dopo che Israele aveva dichiarato Gaza territorio extragiudiziale, aerei da guerra israeliani bombardarono la Striscia, uccidendo parecchi palestinesi, tra cui il comandante della Jihad islamica Mohammed Khalil. Gli attacchi israeliani colpirono anche una scuola e altri edifici che [Israele] sosteneva fossero stati usati per costruire razzi.

La narrazione di Israele riguardo al disimpegno sostiene che, in seguito alla sua decisione di lasciare la Striscia, ai palestinesi era stata offerta una grande opportunità di diventare economicamente prosperi. Questa narrazione spesso ricorda le serre lasciate dai coloni che, a quanto si dice, vennero immediatamente distrutte dai palestinesi con un caratteristico delirio di imprevidenza.

Tuttavia, anche se qualche serra venne depredata di alcune parti, esse rimasero in grande misura intatte. Il raccolto di novembre rese un valore di 20 milioni di dollari in frutta e verdure pronte da esportare in Europa e altrove, molte delle quali marcirono per il caldo autunnale in quanto rimasero in attesa dei controlli di sicurezza al valico di confine di Karni. Secondo stime dell’ONU, solo il 4% del raccolto stagionale venne esportato.

Occupazione a controllo remoto

Nel gennaio 2006 nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania occupata si tennero le elezioni per il consiglio legislativo palestinese (CLP). Hamas, all’epoca un movimento popolare palestinese, vinse 74 dei 132 seggi, battendo tra i più votati Fatah – che aveva dominato la politica palestinese per decenni. Ismail Haniyeh, del movimento islamico, venne eletto primo ministro dell’ANP.

A febbraio Israele sospese il trasferimento dei dazi doganali all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imponendo limitazioni agli spostamenti dei membri di Hamas a Gaza. Dopo che Fatah rifiutò di collaborare con il governo guidato da Hamas – e una fazione all’interno di Fatah venne sostenuta da Israele e dagli USA per fare un colpo di stato contro Hamas – ne seguì una guerra civile di fatto, che portò a una definitiva divisione del governo nel giugno 2007 e al consolidamento del potere di Hamas nella Striscia, con Fatah che continuò a governare a Ramallah sotto Mahmoud Abbas. La fine del 2007 vide Israele chiudere totalmente i confini di Gaza, sottoponendola a un duro assedio che continua fino ad oggi.

Nel corso dell’assedio, arrivato ormai ai 12 anni, Israele ha continuato a strangolare Gaza a distanza. Dopo tre pesanti offensive militari israeliane – in cui sono stati uccisi circa 4.000 palestinesi – e innumerevoli attacchi aerei, le infrastrutture e il sistema sanitario della Striscia sono a pezzi. Circa il 54% della popolazione di Gaza ora è disoccupata, mentre il 53% vive al di sotto della soglia ufficiale di povertà di 2 dollari al giorno.

Invivibile”, “prigione a cielo aperto” e occupazione “a controllo remoto” sono diventati luoghi comuni quando si descrive oggi l’enclave costiera. Gaza rimane un territorio occupato, senza controllo sui suoi confini, sulle acque del territorio o sullo spazio aereo. Nel contempo Israele rispetta ben poche delle sue responsabilità in quanto potere occupante, non provvedendo alle necessità fondamentali dei civili palestinesi che vivono nel territorio.

In Israele il disimpegno viene generalmente visto come un errore, non a causa delle misere condizioni umanitarie che colpiscono i palestinesi in conseguenza di ciò, ma perché non ha portato alcun “vantaggio per la sicurezza o diplomatico” a Israele.

Oggi importanti personalità del sistema politico israeliano, compresa la ministra della Cultura Miri Regev e il presidente della Knesset Yuli Edelstein, hanno manifestato pentimento per il disimpegno di Israele da Gaza. Politici di destra come la leader di “Yemina”, Ayelet Shaked, e il ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich hanno chiesto l’annullamento del disimpegno e la ricostruzione delle colonie israeliane illegali là.

Nella corsa alle elezioni politiche israeliane del settembre 2019, le seconde quest’anno, il reinsediamento nella Striscia di Gaza è stato propagandato da quei ministri di destra come modo per rimediare all’errore storico di Sharon. Con gli stessi politici che invocano attivamente l’annessione dell’Area C della Cisgiordania a Israele, il prossimo mandato della Knesset potrebbe vedere Israele ri-colonizzare la Striscia di Gaza e porre ancora una volta la popolazione palestinese sotto diretto potere militare [israeliano].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Ilhan Omar: il divieto di ingresso in Israele è “un insulto ai valori democratici”

MEE e agenzie

15 agosto 2019 – Middle East Eye

Omar e la sua collega deputata al Congresso Rashida Tlaib avevano progettato per questo fine settimana un viaggio in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate

Ilhan Omar ha denunciato la decisione israeliana di vietare a lei e alla sua collega deputata al Congresso Rashida Tlaib l’ingresso nei territori palestinesi occupati, un’iniziativa che la rappresentante del Minnesota ha definito “un insulto ai valori democratici.”

Martedì pomeriggio in un comunicato Omar ha affermato che la decisione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di impedire l’ingresso alle due parlamentari è stata presa “sotto la pressione” del presidente USA Donald Trump.

È un insulto che il primo ministro israeliano Netanyahu, sottoposto alle pressioni del presidente Trump, abbia negato l’ingresso a rappresentanti del governo USA,” ha detto Omar.

L’ironia che l’‘unica democrazia’ del Medio Oriente abbia preso una simile decisione è che si tratta sia di un oltraggio ai valori democratici che un’agghiacciante risposta alla visita da parte di politici di una Nazione alleata.”

Anche Tlaib ha attaccato la decisione del governo israeliano in un post su twitter in cui ha condiviso una foto della sua nonna palestinese, che vive nella Cisgiordania occupata. “Merita di vivere in pace e con dignità umana. Sono quello che sono grazie a lei,” ha twittato Tlaib, che è nata negli USA da genitori palestinesi ed ha ancora parte della famiglia in Palestina.

La decisione israeliana di impedire l’ingresso a sua nipote, parlamentare USA, è un segnale di debolezza perché la verità di quanto sta avvenendo ai palestinesi è spaventosa.”

All’inizio della giornata il governo israeliano ha affermato di aver intenzione di impedire a Omar e Tlaib di entrare in questo fine settimana nei territori palestinesi occupati.

La conferma è arrivata ore dopo che la famosa giornalista israeliana Dana Weiss ha twittato che il governo aveva deciso di impedire l’ingresso delle due deputate a causa delle loro “presunte provocazioni e del sostegno” a favore del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) guidato dai palestinesi.

Prima della dichiarazione del governo israeliano, Trump ha twittato il proprio appoggio al divieto di ingresso per le due parlamentari USA.

La legge israeliana consente di impedire ai sostenitori del BDS di entrare nel Paese.

Sia Tlaib che Omar sono sostenitrici del movimento, che intende fare pressione su Israele perché interrompa le violazioni dei diritti umani contro i palestinesi, provocando una reazione dei gruppi filo-israeliani.

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che il ministero degli Interni del Paese ha deciso di non consentire a Tlaib e a Omar di entrare – un’iniziativa che ha detto di appoggiare. “Nessun Paese al mondo rispetta l’America e il Congresso americano più dello Stato di Israele,” ha detto Netanyahu in un comunicato condiviso dal ministero degli Esteri israeliano.

Tuttavia il programma di viaggio delle due congressiste rivela che l’unico scopo della loro visita è di danneggiare Israele e incentivare l’incitamento all’odio contro di esso.”

Però Netanyahu ha detto che, se lei facesse tale richiesta, Israele valuterebbe di lasciare che Tlaib visiti la sua famiglia per una questione umanitaria.

Il ministro degli Interni ha annunciato che, se la deputata Tlaib presentasse una richiesta di visitare i suoi parenti per ragioni umanitarie, prenderebbe in considerazione la sua richiesta a patto che si impegni a non agire per promuovere il boicottaggio contro Israele durante la sua visita,” ha detto il primo ministro israeliano.

Assolutamente prevedibile”

Tlaib e Omar hanno progettato di fare un giro in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate durante una visita prevista per il fine settimana.

Secondo fonti diplomatiche israeliane che hanno parlato a giornalisti locali, il giro doveva includere una visita al complesso di Al-Aqsa, un luogo sacro sia per i musulmani che per gli ebrei, che la scorsa settimana è stato teatro di violenti scontri.

Il mese scorso l’ambasciatore israeliano a Washington Ron Dermer ha affermato di credere che Israele non avrebbe negato l’ingresso ad alcun parlamentare USA” come segno di rispetto per il Congresso USA e per la grande alleanza tra Israele e l’America.”

Ma prima che il divieto venisse confermato, Yousef Munayyer, direttore esecutivo della Campagna USA per i Diritti dei Palestinesi, ha affermato che vietare l’ingresso nel Paese a Tlaib e Omar era offensivo “ma anche assolutamente prevedibile”.

Israele ha discriminato i cittadini USA – soprattutto i palestinesi americani – da molto tempo. Ora sta facendo ciò persino ai nostri PARLAMENTARI,” ha scritto Munayyer martedì su twitter

In verità la discriminazione razzista di Israele contro i palestinesi non è una novità e ai palestinesi vengono costantemente negati il ritorno e la libertà di movimento nella loro patria. Ma questo episodio sottolinea la portata della complicità del Congresso nel consentire che il razzismo colpisca ora i loro stessi colleghi,” ha aggiunto.

Martedì molti sostenitori dei palestinesi, così come alcuni membri democratici del Congresso, hanno espresso la propria preoccupazione riguardo alla decisione di Israele di impedire alle parlamentari in carica l’ingresso nel Paese.

Il MIFTAH, il gruppo USA a favore dei palestinesi che ha organizzato il viaggio a cui Tlaib e Omar pensavano di unirsi, ha condannato il divieto come “un affronto contro il popolo americano e i suoi rappresentanti.”

Come ogni violatore dei diritti umani, Israele vuole imporre il silenzio sulla situazione della Palestina occupata e impedisce alle parlamentari Tlaib (e) Omar di avere un contatto diretto con il popolo palestinese, che è soggetto al crudele regime israeliano di colonizzazione, oppressione e furto di terre,” ha affermato l’associazione in un comunicato.

Ma David Friedman, ambasciatore USA in Israele e fedele sostenitore del governo israeliano e del suo progetto di colonizzazione, ha detto che l’amministrazione Trump appoggia la decisione di vietare l’ingresso alle deputate.

Ha preso di mira l’appoggio delle parlamentari al BDS come l’elemento trainante che ha provocato il divieto. “Puramente e semplicemente, questo viaggio non è altro che un tentativo di alimentare la macchina del BDS che le deputate Tlaib e Omar appoggiano così vigorosamente,” ha affermato Friedman in una dichiarazione condivisa su Twitter. “Come gli Stati Uniti, Israele è una Nazione con delle leggi. Appoggiamo l’applicazione delle sue leggi da parte di Israele in questo caso.”

Mettere in atto il “bando contro i musulmani” di Trump

Tlaib, 43 anni, è nata negli USA, ma sua nonna e la sua famiglia estesa vivono nel villaggio palestinese di Beit Ur al-Fauqa, in Cisgiordania.

Omar, trentasettenne nata in Somalia, è stata una critica accanita della criminalizzazione del movimento BDS negli USA.

Lo scorso anno Tlaib e Omar sono entrate nella storia in quanto sono diventate le prime donne musulmane ad essere mai state elette al Congresso.

Nella sua dichiarazione Omar ha affermato che, vietando l’ingresso a lei e a Tlaib, Israele sta mettendo in pratica il cosiddetto “bando contro i musulmani” dell’amministrazione Trump.

L’ordine presidenziale impedisce ai cittadini di vari Paesi a maggioranza musulmana l’ingresso negli USA, e ciò ha attirato critiche generalizzate da parte di gruppi per i diritti umani e parlamentari che hanno accusato il presidente di islamofobia.

Quello che Israele sta mettendo in pratica è il bando di Trump contro i musulmani, questa volta contro due componenti del Congresso regolarmente elette,” ha detto Omar.

Ha aggiunto che il bando non è una sorpresa, “data la posizione pubblica del primo ministro Netanyahu, che si è sempre opposto ai tentativi di pace, ha limitato la libertà di movimento dei palestinesi, la consapevolezza da parte dell’opinione pubblica della brutale realtà dell’occupazione e si è schierato con islamofobi come Donald Trump.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




In seguito all’uccisione del soldato*, politici israeliani promuovono l’annessione della Cisgiordania

Lubna Masarwa , Daniel Hilton

9 agosto 2019 – Middle East Eye

Esperti del discorso politico affermano che la scoperta del corpo del diciannovenne spinge i politici a chiedere l’estensione della sovranità di Israele, che ora è accettata dalla maggioranza dell’opinione pubblica israeliana

Inizialmente la risposta israeliana al ritrovamento giovedì del corpo del diciannovenne Dvik Sorek nei pressi di una colonia in Cisgiordania è stata la stessa di altri momenti in cui un soldato è stato ucciso nei territori occupati.

Le forze di sicurezza hanno perlustrato la zona nelle cittadine e villaggi vicini, bloccando le strade principali tra le città di Hebron e Betlemme.

Nel contempo leader israeliani hanno emesso comunicati, esprimendo le proprie condoglianze alla famiglia di Sorek, condannando l’aggressione e le fazioni palestinesi e promettendo una punizione esemplare.

Tuttavia la piega che ha preso il discorso è stata molto significativa.

Ore dopo che è iniziata la caccia all’uomo, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha partecipato ad una cerimonia per la posa della prima pietra nella colonia di Beit El. Là ha parlato della costruzione di centinaia di appartamenti e di rafforzare il radicamento israeliano “in tutte le sue parti”.

La nostra missione è di insediare il popolo di Israele sulla nostra terra, di garantire la nostra sovranità sulla nostra patria storica,” ha detto Netanyahu.

Benché la costruzione di colonie e l’incremento della presenza ebraica siano stati da molto tempo un ritornello comune delle politiche della destra israeliana, l’estensione della sovranità e quindi la piena annessione della Cisgiordania sta diventando un discorso sempre più spesso ventilato.

E il primo ministro israeliano non è stato l’unico leader a prendere la morte di Sorek nel blocco di colonie di Gush Etzion come spunto per parlarne ancora una volta.

Il portavoce del parlamento Yuli Edelstein ha detto che la risposta di Israele all’aggressione deve essere decisiva: “L’applicazione della sovranità israeliana in ogni luogo – e prima a Gush Etzion.”

È intervenuto anche Naftali Bennet, ex-ministro dell’educazione e importante esponente della lista “Destra Unita”, da poco formata.

Oggi, sì, oggi, la legge israeliana deve essere applicata a Gush Etzion con una decisione del governo,” ha twittato.

Raggiungere il consenso diffuso

L’idea di annessione ha fatto breccia nella comune opinione pubblica ai primi di aprile, giorni prima delle elezioni politiche israeliane, quando Netanyahu ha provato a prendersi i voti di destra promettendo di applicare la sovranità [israeliana] alle colonie della Cisgiordania.

La Cisgiordania è stata ufficialmente sotto occupazione militare da quando è stata conquistata nel 1967, e da allora ogni colonia vi è stata costruita in violazione delle leggi internazionali in base a un sistema amministrativo separato dalle comunità israeliane all’interno dei confini del Paese del 1948.

Ma negli ultimi mesi la destra ha cercato di estendere la sovranità israeliana e di annettere parti o tutto il territorio, riflettendo iniziative prese in altre zone conquistate nel 1967, come Gerusalemme est e le Alture del Golan. Queste annessioni non sono mai state riconosciute dalla comunità internazionale.

È sicuramente significativo che il dibattito sia diventato una questione ampiamente condivisa,” dice a Middle East Eye Meron Rapoport, un esperto analista politico israeliano. “Le parole ‘annessione’ e ‘sovranità’ vengono dette quotidianamente dai politici.”

Il dibattito non si limita alle sole colonie israeliane.

All’inizio di questa settimana Ayelet Shaked, dirigente della coalizione di estrema destra “Destra Unita”, ha chiesto ai membri della lista di dichiarare il proprio impegno ad estendere la sovranità di Israele sui “territori di Giudea, Samaria e della valle del Giordano,” riferendosi a tutta la Cisgiordania.

Con la “Destra Unita” in corsa per vincere circa 10 seggi nel parlamento israeliano, la Knesset, tale discorso potrebbe diventare una parte importante del futuro governo di destra in seguito alle elezioni israeliane del 17 settembre.

Già molti nel partito Likud di Netanyahu stanno chiedendo la stessa cosa.

La maggioranza dei deputati del Likud parla di sovranità, annessione e sviluppo delle colonie,” dice Rapoport.

Ma non bisogna dimenticare che è periodo di elezioni, quando i politici sostengono posizioni sempre più radicali.” Per Rapoport l’annessione senza cittadinanza per gli abitanti palestinesi della Cisgiordania, il cui numero è di circa 2.8 milioni, renderebbe ufficialmente Israele uno Stato di apartheid. Ma, afferma, se la destra dovesse fallire, ciò porrebbero serie domande.

L’annessione è uno dei principali progetti politici della destra. Per cui se non riuscisse ad ottenere l’approvazione per l’annessione della Cisgiordania, ciò provocherebbe una grave crisi all’interno della destra.”

Salah Khawaja, un attivista palestinese contro l’occupazione, afferma che l’annessione è già in atto sul terreno.

Nota che la maggior parte della popolazione palestinese che una volta risiedeva nell’Area C, territorio direttamente amministrato da Israele, è stata cacciata altrove in Cisgiordania a causa di una serie di politiche israeliane.

Nel contempo il discorso sulla soluzione dei due Stati è totalmente assente.

I partiti di destra israeliani non parlano più di uno Stato palestinese,” dice a MEE. “L’annessione sta diventando istituzionalizzata.”

* vedi http://zeitun.info/2019/08/10/luccisione-di-un-soldato-israeliano-scatena-una-vasta-caccia-alluomo-in-cisgiordania/

(traduzione di Amedeo Rossi)