Israele procede con una nuova colonia a Gerusalemme prima della presidenza Biden

15 novembre 2020 MiddleEastEye and agencies

Voci critiche segnalano che le autorità stanno deliberatamente pubblicando bandi per costruire a Givat Hamatos prima che Trump lasci la Casa Bianca

Israele è andato avanti con il progetto di costruzione di una nuova colonia nella Gerusalemme est occupata, ha affermato domenica un gruppo di monitoraggio, avvertendo che questi sforzi sono stati incrementati prima che il presidente Donald Trump lasci la Casa Bianca a gennaio. 

L’amministrazione Trump ha infranto una prassi decennale bipartisan non opponendosi all’attività coloniale israeliana a Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate. Il presidente eletto Joe Biden ha affermato che la sua amministrazione ripristinerà la politica USA di opposizione alle colonie, che sono illegali in base al diritto internazionale e che molti governi considerano un ostacolo alla pace.

Nel dicembre 2017 l’amministrazione Trump ha rotto con la comunità internazionale ed ha riconosciuto l’intera città di Gerusalemme come capitale di Israele. Nel novembre 2019 ha affermato che non avrebbe più considerato le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata come una violazione del diritto internazionale, ancora una volta andando contro l’ampio consenso diplomatico. 

L’attuale Segretario di Stato Mike Pompeo visiterà nei prossimi giorni una colonia israeliana illegale nella Cisgiordania palestinese e sulle Alture del Golan siriane, compiendo la prima visita di un segretario di Stato USA nelle zone occupate palestinesi e siriane. In particolare si recherà a Psagot Winery, che a febbraio ha intitolato un vino in suo onore.

L’ultima iniziativa ha visto l’Autorità Israeliana per la Terra emettere bandi di costruzione a Givat Hamatos, un’area attualmente disabitata di Gerusalemme est, vicina al quartiere a maggioranza palestinese di Beit Safafa.

A febbraio il Primo Ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu ha annunciato l’approvazione di 3.000 abitazioni nell’area.

Ha detto che 2.000 sarebbero state destinate ad ebrei e 1.000 a residenti palestinesi di Beit Safafa.

La settimana scorsa l’Autorità (israeliana) per la Terra ha emesso bandi per la costruzione di oltre 1,200 unità per la maggior parte residenziali a Givat Hamatos.

Ir Amim, un’organizzazione israeliana della società civile che monitora le colonie a Gerusalemme e che domenica ha richiamato l’attenzione sui bandi ha avvertito che i prossimi due mesi che precedono il cambio a Washington DC “saranno un periodo critico”.

Pensiamo che Israele cercherà di sfruttare questo tempo per portare avanti dei passi che l’amministrazione entrante potrebbe ostacolare”, ha affermato in una dichiarazione, sottolineando che la scadenza del bando sarà il 18 gennaio 2021, due giorni prima dell’insediamento di Biden.

Ir Amim ha ribadito la preoccupazione che la costruzione di una colonia a Givat Hamatos sarebbe un colpo devastante ad una possibile risoluzione dell’occupazione israeliana delle terre palestinesi, in quanto isolerebbe Gerusalemme est dalla città cisgiordana di Betlemme, interrompendo la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale nel contesto di una soluzione di due Stati.

Se realizzata, Givat Hamatos diventerebbe la prima nuova colonia a Gerusalemme est in 20 anni”, ha detto l’organizzazione in una dichiarazione.

Nabil Abu Rudeina, un portavoce del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas, ha detto che i bandi per Givat Hamatos rappresentano un tentativo di Israele “di uccidere la soluzione di due Stati sostenuta a livello internazionale”.

I critici della soluzione dei due Stati sostengono che non sia più percorribile a causa della continua colonizzazione israeliana, che vede circa 400.000 coloni che vivono in Cisgiordania sotto la legge israeliana che utilizza sistemi educativi e di trasporto separati, in ciò che esperti giuridici sostengono configuri una politica di apartheid.

I bandi per Gerusalemme est fanno seguito all’approvazione, la settimana scorsa, di 96 nuove abitazioni per coloni a Gerusalemme est nel quartiere di Ramat Shlomo.

L’approvazione di costruzioni di colonie a Ramat Shlomo nel 2010 aveva provocato un grave contrasto tra Netanyahu e l’ex presidente USA Barack Obama e l’allora vicepresidente Biden.

Israele ha preso il controllo di Gerusalemme est nel corso della guerra dei sei giorni del 1967, prima di annetterla con una mossa non riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Dopo il voto negli Stati Uniti, tutti gli occhi sono puntati sulle elezioni israeliane

Jamal Zahalka

6 novembre 2020 – MIDDLE EAST EYE

Una quarta elezione israeliana nell’arco di due anni porterebbe sicuramente ad un governo più estremista. I palestinesi devono abbandonare la loro “politica di attesa” e contrastare questo percorso

I partiti politici israeliani stanno aspettando la fine delle elezioni americane per decidere le loro posizioni su una data potenziale per delle elezioni anticipate in Israele. Mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu vorrebbe elezioni veloci nel caso in cui Donald Trump rimanesse presidente, il primo ministro supplente Benny Gantz le vorrebbe più tempestive se dovesse vincere lo sfidante democratico statunitense Joe Biden.

In Israele, una volta definiti i risultati delle elezioni statunitensi, inizierà la rapida corsa verso una nuova competizione elettorale – la quarta in meno di due anni.

Non c’è dubbio che l’esito del voto statunitense avrà un importante impatto sul Medio Oriente e sul mondo arabo, con questioni spinose in Palestina, Yemen, Libia, Siria, Iraq, Golfo, Iran e Turchia. Tutte le parti hanno iniziato a attrezzarsi per sfruttare le opportunità e prevenire possibili danni.

Anche le elezioni israeliane avranno un grande impatto, soprattutto dopo che un certo numero di paesi arabi hanno cementato legami con Israele che vanno oltre le relazioni diplomatiche – verso la cooperazione, l’alleanza e il partenariato. La parola “normalizzazione” sminuisce la natura di questo legame.

Alcuni paesi arabi preferirebbero che Netanyahu restasse al potere, per garantire la continuazione della sua linea dura sul dossier iraniano e per preservare la “divisione” palestinese. Da parte palestinese ci sarà molta attesa, come se i leader palestinesi fossero spettatori, piuttosto che attori, del processo.

Mentre molteplici scenari potrebbero verificarsi nelle elezioni israeliane, sappiamo già che il risultato sarà una vittoria della destra e la formazione di un governo più estremista e razzista. Tuttavia, sebbene questo processo abbia un impatto enorme sul destino dei palestinesi, la leadership sembra soddisfatta di continuare ad attendere. Ormai possiamo facilmente desumere che Israele non può aprire la strada verso una pace giusta, quindi perché aspettare?

Perché il movimento nazionale palestinese non sta facendo ciò che sarebbe necessario attraverso l’unificazione delle istituzioni, compresa l’azione politica e l’attivazione della resistenza popolare? Purtroppo più se ne parla meno si passa alla sua attuazione. Coloro che persistono nella “politica di attesa” dicono che le azioni congiunte da parte dei palestinesi contro l’occupazione hanno contrariato gli Stati Uniti e rafforzato la destra israeliana, mentre hanno indebolito il centro e la sinistra.

Tuttavia in realtà una delle ragioni principali della crescita del potere della destra è che la società israeliana non paga un prezzo per l’occupazione e le sue pratiche repressive. Netanyahu si vanta che la forza e il pugno di ferro di Israele garantiscono calma, sicurezza e stabilità mentre l’occupazione e le sue colonie rimangono in piedi.

Destra contro estrema destra

La sinistra sionista è scomparsa come forza politica significativa. Non è più in competizione con la destra, e anche le forze di centrodestra rappresentate da Yair Lapid, leader del partito Yesh Atid, e Gantz [a capo dell’alleanza centrista Blu e Bianco, ndtr.] non rappresentano più un’alternativa al governo della destra.

La competizione per il potere in Israele si è trasformata in una lotta tra la destra e l’estrema destra; tra il Likud di Netanyahu e l’alleanza di estrema destra Yamina di Naftali Bennett. Ciò rende impossibile l’idea di negoziati seri e di una pace giusta.

Sondaggi recenti indicano che alle prossime elezioni il Likud rimarrà il più grande partito, con 30 seggi, seguito da Yamina con 22 seggi. Così la competizione tra questi due [partiti] è diventata l’unica opzione possibile, e il risultato sarà una vittoria certa per la destra.

Netanyahu vuole che le elezioni si svolgano il prossimo luglio, sperando che, per allora, avrà sotto controllo l’attuale crisi economica e sanitaria. Il piano di Netanyahu include la normalizzazione con più paesi arabi, una politica che aumenta la sua popolarità in Israele: ciò è la prova che egli ha messo ai margini la causa palestinese e ottenuto una vittoria pacifica sugli arabi.

Nessuno crede che Netanyahu renderà effettivo l’accordo sull’alternanza della carica di primo ministro con Gantz prevista per novembre 2021. Dopo aver compreso ciò, e aver capito che Netanyahu sta cercando una finestra temporale per proclamare le elezioni anticipate, l’alleanza Blu e Bianca di Gantz ha chiesto lo scioglimento della partnership e elezioni anticipate, per impedire a Netanyahu di programmarle a proprio vantaggio.

Aggressività crescente

Tutti i segnali politici indicano che Israele si stia rapidamente avviando verso una quarta elezione nell’arco di due anni. Netanyahu ha iniziato la sua campagna per indebolire Bennett, con l’obiettivo di bloccare un governo alternativo o un altro accordo di alternanza della carica di primo ministro. L’istituzione di un governo guidato da Bennett non è uno scenario impossibile, soprattutto perché altri partiti sono pronti ad allearsi con lui contro Netanyahu.

Una stagione di elezioni in Israele comporterebbe il rischio di ulteriori attacchi aerei, sia per scopi militari che elettorali. Nei prossimi mesi potremmo assistere a un’escalation di aggressioni israeliane contro Iran, Libano, Siria e Palestina, e forse altre operazioni in coordinamento con i suoi “nuovi” e vecchi alleati arabi.

Forse una delle più importanti sarebbe un’operazione militare su larga scala per “disarmare” la Striscia di Gaza, già preparata dai servizi di sicurezza israeliani e dalle loro controparti statunitensi. Se si presenterà l’occasione, Netanyahu colpirà prima delle elezioni.

In generale, Israele è rivolto verso un maggior estremismo di destra, e ciò non sarà modificato dall’imminenza delle elezioni. Non dovremmo aspettare l’ ‘“evento” israeliano; quello che è necessario è un “evento” palestinese e arabo, nonostante le difficoltà, le complicazioni e gli ostacoli. Ciò comporta l’unità palestinese e una forte lotta di massa contro l’occupazione, con un serio impegno rivolto a fermare il processo di normalizzazione.

Il popolo palestinese non ha nulla da perdere tranne le proprie catene, e non ha niente da aspettare, tranne l’appuntamento con una battaglia per la libertà e la dignità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Jamal Zahalka è un cittadino palestinese di Israele membro della Knesset in rappresentanza del partito Balad [partito arabo israeliano, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Secondo l’ONU le forze israeliane lasciano senza casa 41 minorenni dopo aver raso al suolo un villaggio palestinese

Oliver Holmes da Gerusalemme

5 novembre 2020 – The Guardian

Le demolizioni utilizzate come “mezzo fondamentale” per “obbligare i palestinesi a lasciare le proprie case”

Secondo le Nazioni Unite, con il più vasto episodio di espulsione forzata da anni, le forze israeliane hanno raso al suolo un villaggio palestinese della Cisgiordania occupata, lasciando senza casa 73 persone, tra cui 41 minori.

Macchine movimento terra, scortate da veicoli militari, sono state filmate mentre si avvicinavano a Khirbet Humsa e procedevano a spianare o distruggere tende, baracche, stalle, gabinetti e pannelli solari.

Sono alcune delle comunità più vulnerabili della Cisgiordania,” ha affermato Yvonne Helle, coordinatrice umanitaria dell’ONU per i territori palestinesi occupati.

Durante l’operazione di martedì i tre quarti della comunità hanno perso dove ripararsi, ha detto, facendone il più ampio episodio di espulsione forzata in più di quattro anni. In ogni caso, per il numero di strutture distrutte, 76, l’incursione è stata l’operazione di demolizione più vasta dell’ultimo decennio, ha aggiunto.

Mercoledì alcune famiglie del villaggio sono state viste rovistare nel vento tra i propri beni distrutti, mentre lo stesso giorno sono iniziate le prime piogge dell’anno. L’ONU ha pubblicato una foto di un letto e di un lettino in pieno deserto.

Il villaggio è una delle numerose comunità di beduini e pastori nella zona della Valle del Giordano che si trova all’interno di un’“area di tiro” per l’addestramento dell’esercito decretata da Israele e, nonostante sia all’interno dei territori palestinesi, lì la gente spesso deve affrontare demolizioni di edifici costruiti senza il permesso israeliano.

I palestinesi non riescono mai a ottenere tali permessi,” ha affermato Helle. “Le demolizioni sono un mezzo fondamentale per creare un contesto destinato ad obbligare i palestinesi a lasciare le proprie case,” ha detto, accusando Israele di “gravi violazioni” delle leggi internazionali.

Ha affermato che finora nel 2020 in Cisgiordania e Gerusalemme est sono state demolite circa 700 strutture, più di ogni altro anno dal 2016, lasciando senza casa 869 palestinesi.

L’Amministrazione Civile israeliana, l’ente incaricato di gestire l’occupazione, ha detto di aver messo in atto un “provvedimento giudiziario… contro sette tende e otto recinti costruiti illegalmente in un campo da tiro nella Valle del Giordano.”

Questi dati contraddicono il comunicato dell’ONU e un resoconto stilato sul posto dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, secondo cui le forze militari hanno distrutto 18 tende e baracche che ospitavano 11 famiglie, 29 tende e baracche usate come stalle per gli animali, tre baracche adibite a magazzini, nove tende utilizzate come cucine, 10 gabinetti mobili, 10 recinti per il bestiame, 23 cisterne per l’acqua, due pannelli solari e mangiatoie e abbeveratoi per il bestiame.

Le forze israeliane hanno distrutto anche più di 30 tonnellate di cibo per animali e confiscato un veicolo e due trattori di proprietà di tre abitanti, ha aggiunto l’associazione.

Come parte dei suoi tentativi di impossessarsi di sempre più terra palestinese, Israele demolisce regolarmente case e proprietà palestinesi,” ha affermato il portavoce di B’Tselem, Amit Gilutz.

Ma spazzare via un’intera comunità in un colpo solo è molto raro, e sembra che Israele stia approfittando del fatto che l’attenzione di tutti sia attualmente altrove per procedere con questa azione inumana,” ha detto, riferendosi alle elezioni USA.

Israele ha strappato la Cisgiordania alle forze giordane nel 1967 e continua a controllare e occupare la zona, anche se i palestinesi hanno un ridotto autogoverno su piccole enclave.

Il primo ministro del Paese e sostenitore della linea dura, Benjamin Netanyahu, ha affermato di aver intenzione di annettere grandi aree dei territori occupati, compresa la Valle del Giordano, benché il progetto sia stato temporaneamente “sospeso” come parte di un accordo con gli Emirati Arabi Uniti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In fretta e furia prima delle elezioni Trump approva finanziamenti per progetti scientifici nelle illegali colonie israeliane

Yumna Patel

28 ottobre 2020 – Mondoweiss

Ora per la prima volta i nuovi emendamenti consentiranno il fatto che il denaro dei contribuenti USA venga speso nelle colonie israeliane, illegali in base al diritto internazionale.

Con una mossa che legittima ulteriormente l’illegale attività di colonizzazione israeliana nei territori palestinesi occupati, gli USA e Israele hanno esteso una serie di accordi di cooperazione scientifica già esistenti per includervi ora le istituzioni israeliane nella Cisgiordania occupata e sulle Alture del Golan.

Il nuovo accordo, firmato mercoledì tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ambasciatore USA in Israele David Friedman, modifica tre intese per la cooperazione scientifica già esistenti tra i due Paesi.

Secondo i trattati precedenti, che risalgono agli anni ’70, i progetti in collaborazione tra USA e Israele “non possono essere condotti in zone geografiche passate sotto amministrazione israeliana dopo il 5 giugno 1967 e non possono riguardare soggetti relativi principalmente a queste aree.”

Ora per la prima volta i nuovi emendamenti consentiranno che il denaro dei contribuenti USA venga speso nelle colonie israeliane, illegali in base al diritto internazionale.

In un comunicato l’ambasciata USA in Israele ha affermato che l’emendamento “rafforza ulteriormente lo speciale rapporto bilaterale” tra i due Paesi e che “queste restrizioni geografiche non corrispondono più alla politica USA.”

Lo scorso anno l’amministrazione USA ha interrotto decenni di politica statunitense e internazionale annunciando che gli Stati Uniti non considerano più illegali le colonie israeliane.

Mercoledì la cerimonia di ratifica si è svolta nella grande colonia di Ariel, che si trova al centro della Cisgiordania occupata e i cui confini municipali includono una serie di enclave di terreni di proprietari privati palestinesi espropriati dallo Stato di Israele nel 1978, quando è stata fondata la colonia.

Ariel è uno degli insediamenti più estesi della Cisgiordania, ospita circa 20.000 coloni israeliani e vanta un’università, un centro commerciale, una zona industriale, un ospedale e una facoltà di medicina.

L’università di Ariel, dove si è svolta la cerimonia di firma, è l’unica istituzione di questo tipo in Cisgiordania e, a differenza di altre università israeliane, è stata esclusa da finanziamenti non solo dagli USA, ma anche dall’UE e dalla German-Israeli Foundation for Scientific Research and Development [Fondazione Tedesco-Israeliana per la Ricerca e lo Sviluppo Scientifico, ente di coordinamento tra il ministero della Ricerca tedesco e quello israeliano, ndtr.].

L’università è stata oggetto di numerosi boicottaggi da parte di accademici internazionali ed israeliani per protestare contro la continua espansione coloniale e l’illegale occupazione israeliana della Cisgiordania.

Il primo ministro Netanyahu ha detto che l’evento di mercoledì è un messaggio “a quei boicottatori ostili” che “sbagliano e falliranno, perché siamo decisi a costruire le nostre vite e la nostra patria ancestrale e a non essere più cacciati da qui.”

Questa è un’importante vittoria su chiunque intenda delegittimare qualunque cosa sia israeliana al di là della frontiera del ’67,” ha detto Netanyahu, aggiungendo che gli accordi firmati all’università di Ariel sono di “grande rilevanza.”

Altri politici israeliani hanno salutato l’accordo come un ulteriore passo nella giusta direzione verso il piano israeliano di annessione in Cisgiordania, e il ministro israeliano dell’Educazione Superiore Zeev Elkin [del partito di destra Likud, ndtr.] ha affermato al giornalista di Axios [sito di notizie statunitense, ndtr.] Barak Ravid che la cerimonia di mercoledì è stata “un grande successo per la sovranità israeliana” sulla Cisgiordania e “un nuovo passo verso il riconoscimento internazionale dei nostri diritti” lì.

Dirigenti ed attivisti palestinesi hanno criticato l’iniziativa come un ulteriore tentativo dell’amministrazione USA di legittimare l’occupazione israeliana e aprire ancor di più la strada perché Israele annetta illegalmente altra terra palestinese.

In un comunicato Hanan Ashrawi, membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, ha definito l’accordo un “atto palesemente illegale.”

Estendere il finanziamento USA nella Cisgiordania occupata, comprese le illegali colonie israeliane, è un chiaro riconoscimento dell’annessione del territorio palestinese da parte di Israele,” ha affermato, aggiungendo che “ciò promuove il coinvolgimento dell’amministrazione Trump nei crimini di guerra israeliani a livello di una partecipazione attiva e deliberata.”

Ashrawi ha criticato la tempistica dell’accordo, che secondo lei è stata “una folle corsa” dell’ultima ora per “fornire ad Israele risultati definitivi prima del gennaio 2021, compresi normalizzazione, vantaggi economici e appoggio all’annessione.”

La tempistica dell’emendamento, stilato solo una settimana prima delle elezioni USA, è stata criticata da molti come un tentativo di favorire il più possibile la politica di Trump e Netanyahu nella regione nel caso in cui Trump non venga rieletto il 3 novembre.

Le critiche si appuntano su resoconti secondo cui, mentre l’impegno a favore dell’ emendamento è stato guidato da Friedman [l’ambasciatore USA in Israele, ndtr.], esso sarebbe stato fortemente promosso dal miliardario americano Sheldon Adelson, che è uno dei principali donatori sia dell’università di Ariel che del presidente Donald Trump.

Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha citato fonti secondo cui Adelson “ha fatto pressioni sull’amministrazione americana perché la cerimonia si tenesse prima delle elezioni USA di martedì.”

Oltre alla tempistica, l’emendamento è significativo non solo perché riconosce fondamentalmente l’annessione israeliana, ma per il fatto che, poiché è stato stilato come un accordo diplomatico, non può essere annullato unilateralmente dalla prossima amministrazione americana, se Trump dovesse perdere le imminenti elezioni.

I palestinesi hanno anche manifestato preoccupazione che l’accordo possa determinare una pressione sull’UE, fonte della maggior parte dei finanziamenti esteri alle istituzioni scientifiche israeliane, perché segua l’esempio.

Questo deve essere un campanello d’allarme per l’Unione Europea e per i singoli Stati europei. Invece di prendere in considerazione un rinnovo della collaborazione tra UE ed Israele come premio per una palese menzogna, l’Unione Europea deve assumere un ruolo guida e chiamare Israele a rispondere dei suoi crimini,” ha affermato Hanan Ashawi.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il turismo al servizio di occupazione ed annessione

Halah Ahmad 

13 ottobre 2020 – Al-Shabaka

Sintesi

Per l’impresa sionista il turismo è stato fondamentale fin da quando i primi sionisti si sono stabiliti in Palestina. L’analista politica di Al-Shabaka Halah Ahmad analizza il ruolo del turismo, soprattutto di quello religioso, nella diffusione della narrazione sionista e dello Stato di Israele, concentrandosi sull’impatto dannoso del turismo verso gli insediamenti israeliani nella terra palestinese illegalmente occupata. Fornisce indicazioni per un turismo etico che promuova il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.

Il turismo, e più specificamente quello religioso, gioca un ruolo diretto nella legittimazione ed espansione del furto di terre palestinesi da parte di Israele. Mentre i tentativi di annessione sotto il governo di estrema destra di Netanyahu, appoggiato dalla Casa Bianca di Trump, viola palesemente la governance globale dei diritti umani e le leggi internazionali, il turismo israeliano nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) legittima in modo sostanziale questa espansione, rendendo nel contempo complici i turisti e gli operatori turistici. Infatti varie organizzazioni hanno criticato il turismo nelle colonie israeliane illegali, così come il ruolo di varie attività economiche nell’espansione delle colonie.  

Questo articolo affronta il ruolo storico e persistente dell’industria turistica nell’originario movimento sionista e nel progetto colonialista dell’odierno Stato di Israele, in particolare con la diffusione di idee bibliche dell’eterna proprietà ebraica sulla Palestina e di narrazioni razziste della superiorità degli ebrei israeliani sugli arabi in termini di governo e conoscenza. La glorificazione di Israele nella pubblicità turistica israeliana come Stato straordinariamente moderno in continuità provvidenziale con un passato biblico mette in ombra la sua continua espulsione, oppressione e sfruttamento dei palestinesi.

L’articolo si basa sulla letteratura esistente riguardo al problematico turismo religioso in Israele/Palestina e propone uno studio di caso per illustrare gli aspetti nefasti di questa industria. L’articolo fornisce anche uno sguardo sul ruolo del turismo nella negazione del diritto dei palestinesi a sviluppare un’industria turistica a vantaggio della propria economia, mentre Israele pregiudica l’accesso dei palestinesi ai loro siti di importanza archeologica, religiosa e naturalistica. Infine richiama l’attenzione su iniziative concrete intese a suscitare consapevolezza sulla dannosa industria turistica israeliana e offre suggerimenti per consentire ai turisti, ai pellegrini e alla società civile internazionale di sostenere l’autodeterminazione dei palestinesi attraverso un turismo etico.

Il turismo, chiave del colonialismo di insediamento sionista

Da quando i suoi fondatori misero gli occhi sulla Palestina alla fine del XIX° secolo, il progetto colonialista sionista ha affermato di offrire un governo e un’intelligenza superiori colonizzando la terra (1). In effetti nel 1944 David Ben-Gurion, dirigente del movimento sionista e primo capo del governo di Israele, pronunciò il famoso discorso “Gli imperativi della rivoluzione ebraica”, in cui suggerì che i lavoratori ebrei sarebbero stati i maestri che avrebbero portato “conoscenze culturali, scientifiche e tecnologiche moderne” per fare “fiorire il deserto”. Dall’inizio del XX secolo l’iconografia sionista riflette questi concetti di sviluppo ebraico e “lavoro ebraico” superiori. Moshe Shertok, il secondo primo ministro israeliano, ripeté questa idea esprimendo opinioni negative sugli arabi: “Non siamo venuti in una terra vuota per ereditarla, ma per conquistare un Paese dal popolo che vi abita, che lo governa in virtù del suo linguaggio e della sua cultura primitiva” (2) .

L’iniziale attività promozionale sionista prodotta dall’Associazione per lo Sviluppo Turistico della Palestina utilizzò vivaci immagini e simbolismo religioso per incoraggiare ebrei europei a immigrare in Palestina, e il famoso manifesto “Visita la Palestina”, disegnato da Franz Krausz nel 1936, ne è un chiaro esempio. L’obiettivo del poster commissionato dalla Associazione per lo Sviluppo Turistico della Palestina non era di incoraggiare visite temporanee, ma, di fatto, l’immigrazione permanente.

Durante le prime ondate dell’insediamento sionista in Palestina, le organizzazioni sioniste esaltavano anche gli investimenti in hotel, e tra il 1917 e il 1948 ne apparvero molte decine. Cosa importante, l’Associazione per lo Sviluppo Turistico della Palestina utilizzò anche mappe della Palestina per mostrare luoghi biblici ebraici sulla topografia esistente, costruendo in ultima analisi un legame visuale sia per immaginare una continuità ebraica in Palestina dall’antichità al presente, sia per pianificare un esteso insediamento coloniale che avrebbe oscurato qualunque concetto di appartenenza ai palestinesi.

Nel continuo tentativo di legittimare le loro rivendicazioni sulla terra, i sionisti hanno utilizzato l’archeologia. Come ha sostenuto l’antropologa Nadia Abu El-Haj nel suo fondamentale Facts on the Ground, le organizzazioni sioniste e la società israeliana degli anni ’50 e ’60 esaltarono l’archeologia come “hobby nazionale”, fondamentale per la “formazione e l’adozione di un immaginario coloniale-nazionale e per dare consistenza alle proprie rivendicazioni territoriali” (3).

In effetti Edward Said ha evidenziato come, attraverso un turismo fondato su un’archeologia selettiva e una descrizione orientalista degli arabi e dei palestinesi, i sionisti eliminarono il ricordo storico della Palestina e dei palestinesi (4). In altre parole, l’archeologia era uno strumento di legittimazione legato fondamentalmente allo svago turistico e collettivo, gettando le basi di quella che è emersa nell’attualità come una delle destinazioni turistiche più popolari.

Fin dalla sua creazione nel 1948 lo Stato di Israele ha sostenuto il progetto sionista, con la narrazione della superiorità infrastrutturale, intellettuale e produttiva sulla popolazione palestinese che continua a opprimere attraverso l’occupazione militare e le continue espulsioni. Oltretutto oggi il ministero del Turismo israeliano ribadisce i concetti di progresso e superiorità intellettuale israeliana insieme a labili e discutibili rivendicazioni di racconti biblici che forniscono un falso senso di continuità con il passato.

Il continuo utilizzo da parte di Israele delle narrazioni bibliche per escludere i palestinesi dalle guide ufficiali e dai viaggi turistici è particolarmente evidente a Gerusalemme, l’epicentro del turismo religioso. Le guide turistiche israeliane su Gerusalemme si rivolgono in particolare ai visitatori cristiani ed ebrei, con descrizioni di itinerari e luoghi che spesso mettono in evidenza solo storie giudaico-cristiane. Nel 2011 il ministero del Turismo ha descritto come segue il quartiere musulmano di Gerusalemme: “Il quartiere musulmano presenta chiese e moschee, e ci sono varie case e yeshiva [scuole religiose, ndtr.] ebraiche tuttora rimaste,” omettendo il fatto che le case ebraiche in quel quartiere sono state acquistate di recente, spesso da coloni sionisti estremisti appoggiati dall’esercito israeliano (5).

Più di recente, quando il governo israeliano ha promesso l’annessione della Valle del Giordano e di parti della Cisgiordania, il ministero del Turismo israeliano ha esaltato il turismo nelle colonie della Cisgiordania come area per investimenti strategici. Di sicuro ciò comprende il turismo nelle colonie controllate da Israele, definite illegali dalle leggi internazionali, ed esclude le città e cittadine palestinesi, in molte delle quali lo Stato israeliano vieta l’ingresso ai suoi cittadini.

Oltre a sviluppare siti di turismo archeologico nelle terre palestinesi occupate, le campagne turistiche di Israele in Cisgiordania circostanziano il furto illegale di terra palestinese. Sia il turismo storico che quello attuale, che partecipa all’impresa di colonizzazione illegale, accelerano l’annessione israeliana compresa nel più complessivo progetto coloniale sionista e sono complici della negazione ai palestinesi del diritto alla loro terra e all’autodeterminazione.

L’impatto dannoso del turismo nelle colonie

Le illegali colonie israeliane nei TPO costituiscono una minaccia per l’autodeterminazione palestinese. Negano anche l’accesso dei palestinesi alle risorse naturali e culturali e il loro uso. Infatti lo sfruttamento di queste risorse per il turismo da parte dei coloni ostacola lo sviluppo economico dei palestinesi, creando dipendenza dall’aiuto estero e consentendo all’impresa colonialista israeliana di prosperare. Cioè, il successo e la sostenibilità della colonizzazione israeliana attraverso il turismo nelle colonie dipendono dalla più complessiva oppressione economica e militare inflitta ai palestinesi attraverso le colonie.

Per illustrare le dimensioni dell’impresa coloniale di Israele nei TPO è importante contestualizzare il differente accesso alla terra e alle risorse tra i palestinesi e lo Stato israeliano. In particolare, oltre il 60% della Cisgiordania costituisce l’Area C, sottoposta al totale controllo amministrativo e militare israeliano. Un rapporto del 2017 dell’UNOCHA [Agenzia delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, ndtr.] evidenziava che oltre il 10% della Cisgiordania si trova all’interno dei confini municipali delle colonie, costituendo ulteriori zone cuscinetto attorno agli insediamenti a cui i palestinesi non possono accedere. Mentre i confini fisici delle colonie costituiscono oltre il 5% della Cisgiordania, un rapporto del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU del 2013 ha evidenziato che oltre il 43% della Cisgiordania è sotto la giurisdizione dei consigli dei coloni israeliani. In più il rapporto ha mostrato che questi consigli controllano l’86% della Valle del Giordano e del Mar Morto.

Al-Haq, organizzazione non governativa indipendente palestinese per i diritti umani, ha pubblicato molti rapporti sullo sfruttamento economico della terra e delle risorse palestinesi in Cisgiordania per il turismo nelle colonie. Nel suo rapporto dell’aprile 2020 accusa le aziende turistiche e i loro Paesi d’origine di essere convolti nell’impresa di colonizzazione in Cisgiordania, tra gli altri territori occupati. In seguito a questi rapporti, aziende turistiche come Airbnb, che operano nelle colonie israeliane, sono state oggetto di campagne di base per il disinvestimento e perché rispondano delle violazioni dei diritti umani. Inoltre Amnesty International ha criticato parecchie compagnie perché traggono profitto operando nelle colonie israeliane, con nomi particolarmente noti nell’industria turistica come TripAdvisor, Expedia, Booking.com e Airbnb. 

Nel dicembre 2017 il Dipartimento degli Affari Negoziali dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha pubblicato un rapporto che documenta l’impatto negativo dello sviluppo turistico nelle colonie sul settore turistico palestinese. Il rapporto evidenzia che, secondo il rapporto dell’OCHA del 2017, se l’Area C fosse trasferita sotto il controllo palestinese, come previsto dagli Accordi di Oslo, l’economia palestinese crescerebbe in modo notevolissimo, pari a un aumento del 35% del PIL. Tuttavia nel 2016, quando Israele ha approvato 20 milioni di dollari di finanziamento per le colonie, il ministero del Turismo israeliano e il primo ministro Netanyahu hanno entrambi sottolineato che i principali obiettivi di questi finanziamenti sono stati i luoghi turistici e la costruzione di hotel nelle colonie della Cisgiordania. Poi, nel gennaio 2020, il ministro della Difesa Naftali Bennett [del partito di estrema destra dei coloni Yamina, ndtr.] ha approvato la costruzione di parchi nazionali e riserve naturali in Cisgiordania come parte di una spesa di oltre 110 milioni di dollari nel primo trimestre dell’anno, la più alta in un decennio, nelle colonie della Cisgiordania.

Israele nega anche attivamente ai palestinesi lo sviluppo economico del proprio settore turistico, limitando il movimento dei turisti, dei lavoratori palestinesi del settore e del trasporto turistico. Nel rapporto del dicembre 2017 l’OLP ha documentato le differenti prassi per la concessione di licenze del ministero del Turismo israeliano, scoprendo che le guide turistiche israeliane contano oltre 8.000 permessi di accesso approvati a siti in Israele e in Cisgiordania, mentre i permessi approvati ai palestinesi rappresentano lo 0,5%. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha anche chiesto permessi per sviluppare oltre 10 siti turistici in Cisgiordania. Come nel caso di tentativi simili a Gerusalemme est, Israele li ha sistematicamente negati.

Tali ostacoli allo sviluppo dei palestinesi rappresentano un’attiva continuazione dell’originaria narrazione sionista della maggiore capacità di sfruttare la terra con una profezia che si auto-avvera, utilizzata allora per rappresentare un destino decretato dalla Bibbia. Infatti, oltre ad essere luoghi per i profitti delle imprese, le colonie israeliane sono diventate uno scenario per rafforzare “il rapporto del popolo ebraico con la terra di Israele.”

Turismo religioso a sostegno del colonialismo di insediamento israeliano

Il turismo religioso è fondamentale nella narrazione sionista dei diritti in base alla Bibbia e della continuità dell’insediamento ebraico in Palestina. Le città palestinesi di Betlemme, Gerico, Nablus, Ramallah, al-Khalil (Hebron) e villaggi come Sabastia e Burqin sono tra i molteplici luoghi di grande significato religioso nella tradizione abramitica. Molti di questi siti sono centri del turismo cristiano, che continua a giocare un ruolo particolarmente importante nella diffusione della narrazione coloniale sionista, soprattutto tra i turisti degli Stati Uniti. Mentre questi luoghi si trovano nei TPO e sarebbero fondamentali per attirare pellegrini e promuovere il settore turistico palestinese, Israele li rivendica come luoghi storici propri.

Negli itinerari di programmi e viaggi religiosi sionisti compaiono in modo considerevole parecchi luoghi problematici. Herodion, per esempio, un sito archeologico e parco nazionale in Cisgiordania, vede scavi devastanti e la rimozione di reperti nonostante l’opposizione dell’ANP in base alle leggi. Nel contempo questi scavi hanno anche lasciato i villaggi vicini senza acqua per oltre tre settimane. Oltretutto, benché sia una colonia illegale costruita su terre di proprietà del villaggio palestinese di Bi’lin, il governo israeliano ha riconosciuto Modi’in Illit come città israeliana, in flagrante violazione delle leggi internazionali e persino di quelle israeliane. Un altro sito è l’acquedotto di Biyar, rovine romane di 2000 anni fa che, benché vengano pubblicizzate come un sito del patrimonio culturale israeliano, si trovano sulla terra palestinese occupata, rafforzando la narrazione dell’antica storia ebraica per legittimare e continuare l’occupazione della terra. Nel solo 2014 le visite turistiche all’acquedotto hanno portato un profitto di 4,5 milioni di dollari.

Il Jerusalem Walls National Park [Parco Nazionale dei Muri di Gerusalemme] è un altro esempio, costruito nella Gerusalemme est occupata e utilizzato in tempi diversi per giustificare la demolizione di case palestinesi per fare spazio al “cammino della Bibbia”. Un altro luogo è Tel Shiloh, un sito archeologico su territorio palestinese occupato che attrae annualmente decine di migliaia di turisti cristiani e dove è stato costituito un parco tematico biblico con finanziamenti della famiglia statunitense Falic, che appoggia gruppi di coloni di destra e lo sviluppo delle colonie. L’appropriazione da parte di Israele di questi siti per il turismo religioso, insieme a molti altri nella Gerusalemme est occupata come la Città di David (Silwan), il Giardino di l’Orto del Getsemani (Monte degli Ulivi) e la Via Dolorosa (Città Vecchia), rafforza la narrazione sionista di un’eterna appartenenza ebraica per negare la questione dell’espulsione dei palestinesi.

In questo senso per decenni i principali finanziatori e sostenitori sionisti dello Stato di Israele hanno garantito il turismo religioso verso Israele all’insegna dei rapporti interreligiosi, dell’appoggio a Israele o del pellegrinaggio. Figure come Naty Saidoff, Sheldon Adelson, Steve Green, Ira Rennert, Roger Hertog, Simon Falic e la famiglia Falic, così come l’attuale ambasciatore USA in Israele, David Friedman, sono tra i grandi donatori e finanziatori che appoggiano sia lo sviluppo di colonie israeliane, compresi esplicitamente sia lo sviluppo turistico e le aziende vitivinicole che il sostegno e l’educazione sionisti filoisraeliani negli USA. Significativamente parecchi di questi donatori statunitensi sono anche noti finanziatori di gruppi di estrema destra ed islamofobi.

I turisti religiosi continuano ad essere coinvolti in queste dinamiche, e dunque diventano parte della diffusione della strategia sionista di colonizzazione di insediamento, appoggiando materialmente il furto e l’occupazione delle terre palestinesi e la continua violazione dei diritti umani dei palestinesi. Il caso di studio che segue illustra il danno provocato ai palestinesi dall’industria del turismo dei cristiano-sionisti.

Passages: uno caso di studio del turismo cristiano-sionista

Passages [Passaggi] è un’organizzazione statunitense dli turismo religioso che considera visitare Israele un “rito di passaggio per ogni cristiano”, anche per “rendere la storia di Israele parte della propria storia.” Il programma è lautamente sovvenzionato da finanziatori cristiani ed ebrei conservatori e negli USA lo si può trovare presso 157 tra università e organizzazioni. Le università sono per lo più cristiane, ma includono anche alcune grandi università pubbliche come, tra le altre, la Texas A&M, l’università della Florida e quella del Minnesota. Passages vanta anche 7.000 ex-studenti in tutti gli Stati Uniti. Non sorprende che abbia espliciti legami con il governo israeliano e sarebbe frutto dell’ingegno di Ron Dermer, ambasciatore di Israele negli USA. Nel 2015 Dermer ha ospitato all’ambasciata israeliana a Washington il lancio del programma. All’avvenimento hanno partecipato anche l’ambasciatore USA in Israele, David Friedman, e l’ex-ambasciatore israeliano negli USA, Michael Oren.

Una ricerca su Passages di Friends of SabeelNorth America [Amici di Sabeel, ong cristiana per la pace in Terra Santa, ndtr.] (FOSNA), insieme ad alcune organizzazioni di solidarietà con la Palestina nei campus, ha rivelato i problematici itinerari percorsi dai tour, compresi i luoghi degli itinerari turistici, così come la narrazione cristiano-sionista che vi viene proposta (6). In questi viaggi Passages glorifica Israele come Stato moderno che manifesta una continuità provvidenziale con un passato biblico, rendendo strategicamente irrilevante l’espulsione e l’oppressione dei palestinesi. Questa narrazione sionista è emblematica dello sfruttamento del turismo religioso da parte di Israele per nobilitare e favorire il suo progetto colonialista, presentando falsamente la situazione come una disputa territoriale (tra niente di meno che esseri superiori e selvaggi) invece che un’occupazione.

Oltre a problematiche visite alle Alture del Golan occupate e ad ex-avamposti delle Israeli Defense Force [Forze di Difesa Israeliane] (IDF), FOSNA riporta che il viaggio intende evidenziare la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e la presunta drammatica vulnerabilità di Israele, inquadrando vari giorni del viaggio nel contesto dei rischi che Israele corre a causa dei suoi vicini, compreso un viaggio a Sderot, la città israeliana di fronte a Gaza. Sderot non è una città di importanza religiosa per i viaggiatori cristiani ed è nota per le opinioni di estrema destra dei suoi abitanti. Infatti Sderot è stata il luogo del famoso incidente degli abitanti seduti sulle sdraio a guardare i bombardamenti israeliani di Gaza durante l’offensiva del 2014, che uccise oltre 2.000 palestinesi e 73 israeliani.

Passages afferma esplicitamente la sua intenzione di sviluppare sentimenti filo-israeliani tra i leader cristiani negli USA. È modellato su Birthright Israel, o Taglit, che offre viaggi totalmente pagati e molto pubblicizzati a giovani ebrei americani perché visitino Israele e che in anni recenti è stato avversato da campagne nazionali da parte di organizzazioni ebraiche progressiste USA per la sua rappresentazione ingannevole di Israele. Tuttavia i viaggi di Passages sono oggetto di un’attenzione molto meno critica e un impegno molto minore per documentare e contrastare i loro discutibili programmi.

Cosa importante, sebbene i viaggi di Passages si concentrino sull’esperienza religiosa cristiana in Terra Santa, essi intendono esplicitamente collegare il fatto di essere in Israele con l’appoggio allo Stato di Israele. Infatti il programma di Passages mette in risalto dialoghi con soldati israeliani, una visita alla Knesset [il parlamento, ndtr.] israeliana ed esperienze culturali per comprendere la “cultura tecnologicamente innovativa” e “il dinamismo economico” di Israele. Nel contempo gli itinerari del viaggio ignorano, o affrontano in modo superficiale, le vicende dei musulmani e dei palestinesi nella regione e non mettono in discussione l’illegale occupazione di molti dei luoghi religiosi visitati in Cisgiordania. Di fatto una particolare narrazione della persecuzione di cristiani ed ebrei e di Israele come rifugio religioso si prestano ad un progetto di estraniamento islamofobico comune a molti mezzi di comunicazione americani.

Le testimonianze di ex-partecipanti ai viaggi di Passages riflettono la prospettiva adottata dall’agenzia turistica e non sorprende che sul suo sito in rete Passages sottolinei queste testimonianze. Per esempio un partecipante al viaggio scrive: “Non sono la stessa persona che ero quando sono partito per Israele. Ho una motivazione nuova per stare dalla parte di Israele, e sento che i piani di Dio per la mia vita dopo l’università sono di sostenere la Terra Santa nel mio lavoro futuro. Grazie a Passages, il mio cuore è pieno della passione di sentirmi unito a Israele.” L’aspirazione politica a “stare dalla parte di Israele” implica un’avversione nei confronti di ogni critica allo Stato di Israele e, in quanto programma che si basa sulla fede, il viaggio riesce alla fine ad identificare l’impegno biblico o spirituale per la Terra Santa con il progetto coloniale sionista laico.

Un partecipante ha sottolineato che il suo viaggio in Israele è stato particolarmente speciale non solo per le visite ai siti biblici, ma anche per l’opportunità di saperne di più su Israele come “Stato moderno”. Una descrizione del genere espone il progetto sionista: promuovere l’immagine di uno Stato eccezionale, tecnologicamente avanzato, e di un popolo a cui vengono sovrapposte le immagini orientaliste degli arabi come sottosviluppati. Un’altra ha scritto che il suo viaggio “ha messo Israele ed il popolo ebraico al centro del mio cuore quando rifletto sulla mia fede cristiana (…). Mi trovo a parlare di Israele a chiunque sia disposto ad ascoltarmi.” Le dichiarazioni di alcuni dei partecipanti indicano un sentimento di autentico impegno interconfessionale nel “conflitto”, sottolineando costantemente anche l’ammirazione per il moderno Stato di Israele.

Ciò che molte testimonianze hanno in comune è la sconcertante riproposizione della propaganda sionista riguardo a un progresso superiore al resto del Medio Oriente, un discorso sulla divina provvidenza incarnata dallo Stato ebraico e una connessione esplicita tra la storia antica e biblica e il moderno Stato di Israele, tutto ciò con poche, o senza, discussioni sui duemila anni che ci sono in mezzo, dove figurano ampiamente la storia islamica così come l’espulsione coloniale sionista dei palestinesi. Il quadro continua a mettere in ombra, e di fatto a giustificare, l’oppressione dei palestinesi da parte di Israele.

Passages esemplifica la più complessiva infrastruttura del turismo religioso al servizio del discorso coloniale sionista e il progetto israeliano di costruzione dello Stato. Ciò è particolarmente evidente nel contesto del tentativo di una vasta annessione da parte di Netanyahu, che ha coltivato forti rapporti politici con gli evangelici statunitensi, l’80% dei quali si identifica come cristiano-sionista. Passages fa parte di parecchi programmi analoghi che intendono promuovere il dialogo interreligioso mobilitando attivamente ed esplicitamente l’appoggio al progetto colonialista, sia storico che in corso, da parte di Israele in Palestina. Non solo questi viaggi lavorano per ridurre al silenzio e inficiare le storie e le narrazioni palestinesi, ma sostengono anche materialmente un settore turistico nelle terre palestinesi occupate illegalmente, cosa che mina gli stessi tentativi dei palestinesi per una sostenibilità economica duratura.

Alternative e suggerimenti

Nel 2019 la Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI) ha pubblicato l’appello delle organizzazioni della società civile palestinese per un turismo etico. La dichiarazione chiede ai turisti di “non nuocere” e di evitare i luoghi storici e religiosi nei TPO controllati dalle autorità israeliane o promossi come siti israeliani. Allo stesso modo le organizzazioni cristiane palestinesi hanno prodotto una guida turistica che chiede ai visitatori cristiani di sostenere le agenzie di viaggio palestinesi come Walk Palestine, viaggi organizzati dal Siraj Center for Holy Land Studies [Centro Saraj per gli Studi sulla Terra Santa] a Beit Sahur, e di evitare i viaggi organizzati dagli israeliani o i siti sfruttati da Israele nei TPO.

I gruppi americani come Eyewitness Palestine [Testimone oculare in Palestina] forniscono anche delle opzioni alternative ai pellegrini e ad altri turisti per visitare la Palestina evitando di essere complici dell’oppressione e dell’occupazione israeliane. Inoltre un numero crescente di iniziative “Palestine Trek” [Escursione in Palestina] nei campus universitari, come quelli di Harvard, Cambridge e Berkeley, offrono opportunità per un turismo etico in Palestina che possa evitare le rappresentazioni intese a “rifarsi un’immagine con la fede” da parte di Israele e di contribuire materialmente all’industria turistica israeliana. Insieme ad altre, queste alternative rafforzano i diritti umani e la dignità palestinesi e fanno da modello affinché la società civile sostenga delle alternative.

Altri suggerimenti includono:

  • Le organizzazioni della società civile, e in particolare le organizzazioni religiose negli Stati Uniti, dovrebbero valutare in modo critico il ruolo del turismo a favore di Israele nella legittimazione dell’annessione illegale e delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi.

  • Le organizzazioni di sostegno alla Palestina con sede nei campus degli Stati Uniti possono giocare un ruolo importantissimo, opponendosi ai viaggi degli studenti nei TPO o negli altri territori occupati. I viaggi di Passages possono servire da obiettivo principale delle campagne per bloccare la complicità con le violazioni israeliane dei diritti umani, nel quadro di una campagna più ampia per porre fine all’occupazione israeliana condizionando al rispetto del diritto internazionale l’aiuto militare americano a Israele.

  • Le autorità di controllo e i responsabili politici devono riconoscere la necessità di porre fine alle attività economiche con soggetti israeliani dall’altra parte della Linea Verde [cioè nei territori occupati, ndtr.]. Le imprese che operano nei TPO dovrebbero quanto meno essere obbligate ad adottare misure di controllo con effetti di interdizione per garantire che non contribuiscano a progetti colonialisti israeliani illegali, né ne traggano benefici.

Note:

1. Rashid Khalidi, The Hundred Year’s War on Palestine: A History of Settler Colonialism and Resistance, 1917-2017 [La Guerra dei Cent’Anni contro la Palestina: una storia di colonialismo di insediamento e di resistenza] (New York: Metropolitan Books, 2020), p. 7.

2. Benny Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict,1881-2001 (New York: Vintage Books, 2001), 91 [Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, Milano, 2001], p. 91.

3. Nadia Abu El-Haj, Facts on the Ground: Archaeological Practice and Territorial Self-Fashioning in Israeli Society [Fatti sul terreno: pratiche archeologiche e auto-produzione del territorio nella società israeliana] (Chicago: University of Chicago Press, 2001), p. 2.

4. Edward Said, The Question of Palestine [La questione palestinese, Gamberetti Editrice, Roma, 1995] (New York: Vintage Books, 1992), p. 158.

5. Yara Hawari, “The Old City of Jerusalem; Whose Heritage? Tourism, Narratives and Orientalism” [La Città Vecchia di Gerusalemme: quale eredità? Turismo, Narrazioni e Orientalismo], p. 22

6. FOSNA e qualche altra associazione universitaria anonima di solidarietà è riuscita a partecipare a un viaggio di Passages e l’ha condiviso con l’autrice per questo articolo. L’itinerario non è stato pubblicato, ma le informazioni in questa sezione riguardante i viaggi di Passages vengono direttamente dal programma del tour.

Halah Ahmad

Halah Ahmad, analista politica di Al-Shabaka, ha conseguito il master in Politiche Pubbliche all’Università di Cambridge come studentessa del programma Lionel de Jersey Harvard presso l’Emmmanuel College. Ha fatto ricerche in politica strategica per agenzie governative e Ong in Grecia, Albania, a Berlino, in Cisgiordania, a San Francisco, a Chicago e a Boston. Attualmente dirige lavori su politica e relazioni pubbliche presso il Jain Family Institute, un istituto per le ricerche in scienze sociali applicate con sede a New York. Le sue ricerche riguardano vari argomenti, dallo sviluppo equo e il benessere sociale all’urbanistica, al turismo, all’espulsione, alle questioni abitative e alla giustizia economica. Halah si è laureata con lode in religioni comparate e sociologia ad Harvard.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gal Gadot [attrice israeliana], Stephen Miller [nuovo consigliere politico della Casa Bianca] e Richard Spencer [giornalista e attivista di destra statunitense]: lo strano caso di ciò che li accomuna

Benny Blend

17 ottobre 2020 palestinechronicle

“Qualunque cosa si pensi del suo essere stata scelta come Cleopatra”, ha twittato Steven Salaita [studioso, autore e docente americano], “non si deve mai dimenticare che Gal Gadot ha servito con orgoglio (e continua a sostenere) un esercito coloniale noto per mutilare e uccidere civili”. Quasi subito, dice Salaita, Richard Spencer ha risposto al twitt postando le sue critiche, aprendo così il forum di Salaita ai suoi 80.000 seguaci nazisti.

“Per molte ore”, lamenta Salaita, “non sono riuscito a capire se gli orrendi commenti razzisti che si riversavano sulla mia pagina fossero di sostenitori dello Stato ebraico o di nazionalisti bianchi antisemiti”.

In queste parole Salaita condensa il paradosso che vede i sionisti indistinguibili dai nazionalisti bianchi antisemiti. Alla fine, i seguaci di Spencer non amano gli ebrei più di qualunque altro “diverso”, quindi questa sovrapposizione è sensata tanto quanto Gal Gadot, forte sostenitrice delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) nei panni di Cleopatra regina egiziana (sebbene di origine greca).

In effetti, subito dopo l’approvazione della legge di Israele sullo “Stato-Nazione” nel luglio 2018, Spencer aveva twittato:

“Apprezzo molto la legge sullo Stato Nazione di Israele. Gli ebrei sono ancora una volta all’avanguardia, nel loro ripensare una politica e una sovranità rivolte al futuro, mostrando un percorso di progresso agli europei “. E continuava: “La critica dei media liberali alla legge dello Stato-Nazione come “antidemocratica” ne rivela la falsità. Quando dicono “democratico” intendono in realtà non il governo del popolo, ma un ordine sociale liberale e multiculturale”.

Proprio quell’ambiente molto “liberale e multiculturale” aveva fornito un porto sicuro a rifugiati come la mia famiglia, ma ora qualcuno lo condanna perché cozza con la nozione di Stato ebraico di Israele. Quando fu istituito nel 1948 Israele si rifiutò di riconoscere la nazionalità, facendo così una inedita distinzione tra “cittadinanza” e “nazionalità”. Sebbene tutti gli israeliani siano poi cittadini, lo Stato è definito “nazione ebraica” che appartiene solo agli ebrei israeliani e a quelli della diaspora.

Nel luglio 2018, la coalizione di governo del primo ministro Benjamin Netanyahu ha convertito in legge il decreto dello “Stato-Nazione del popolo ebraico”. A lungo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto ai palestinesi di riconoscere l’esistenza del suo paese come “Stato-Nazione del popolo ebraico”. In effetti, si tramuta in legge ciò che era già presente nelle istituzioni e nella vita quotidiana israeliane. Dichiarando il diritto all’autodeterminazione nazionale “unicamente per il popolo ebraico”, si toglie quel diritto ai cittadini palestinesi e va in pezzi ogni parvenza di democrazia o uguaglianza fra il popolo.

In sostanza, la legge sulla nazionalità non ha cambiato molto. Però ha trasformato il razzismo de facto in razzismo de jure, esattamente quello che i nazionalisti bianchi vorrebbero accadesse qui.

“Al centro del problema”, osserva Salaita, c’è Stephen Miller, scrittore di discorsi e consigliere politico di Donald Trump. Attingendo alle ricerche finanziate da eugenetisti e a scrittori nazionalisti bianchi, Miller ha contribuito anche agli attacchi di Trump contro i messicani e musulmani che cercano di entrare nel paese.

In Hate Monger: Stephen Miller, Donald Trump, and the White Nationalist Agenda (2020, Mercanti di odio: SM, DT e il programma dei nazionalisti bianchi), Jean Guerrero traccia l’ascesa di Miller sino a diventare l’architetto delle politiche di Trump su confini e immigrazione.

E’ interessante notare che, nel 2004, ancora studente alla Duke University, Miller aveva guidato un’iniziativa dell’associazione Students for Academic Freedom fondata da David Horowitz per protestare contro l’assegnazione da parte dell’Università di un palco al Palestine Solidarity Movement, movimento palestinese centrato sulla resistenza all’occupazione israeliana con l’azione diretta e non violenta (Guerrero, p. 90).

Nel marzo del 2007 Miller organizzò un dibattito sull’immigrazione con Richard Spencer, allora studente universitario. Come scrive Guerrero, Spencer si definiva “sionista” per i bianchi, appropriandosi in tal modo di una espressione di sostegno allo Stato ebraico nonostante nella sua sfera di influenza “alternativamente bianca” (p. 101) [alt-white o anche alt-right è un movimento di subcultura politica non strutturato promosso da Spencer che sostiene ideologie di destra e suprematismo bianco, ndtr.] sia diffuso l’antisemitismo.

Contribuendo alla confusione, Guerrero definisce “sionista” un termine “ebraico”, aggravando così (almeno per me) la confusione del far coincidere il sionismo con l’ebraismo piuttosto che riconoscerlo come movimento politico separato.

In questo modo, Miller ha tempestivamente indicato ciò che Salaita chiama “fulcro”, consentendo sia ai nazionalisti bianchi che ai sionisti di lanciare insulti alle critiche di Salaita sull’ultimo ruolo da protagonista di Gadot.

A sua volta Spencer ha definito il suo obbiettivo una “sorta di sionismo bianco”, che incoraggerebbe i bianchi a costruire una patria simile a Israele, un Altneuland – un vecchio, nuovo paese, ha spiegato, usando un termine attribuito a Theodor Herzl, fondatore del sionismo moderno.

“L’ho detto ai sionisti”, conclude Salaita, “quando ai nazisti piace quello che fai, devi davvero ripensarci”.

– Benay Blend ha conseguito il dottorato in Studi Americani presso l’Università del New Mexico. I suoi lavori accademici includono ” ‘Né la patria né l’esilio sono parole’: ‘Conoscenza locale’ nelle opere di scrittori palestinesi e nativi americani” in un volume a cura di Douglas Vakoch e Sam Mickey (2017). Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Netanyahu scagionato per lo scandalo dei sottomarini

Ben Caspit

16 ottobre 2020 – Al Monitor

Adesso che il procuratore generale ha deciso di non indagare su di lui né per lo scandalo dei sottomarini né per quello della compravendita di azioni, il primo ministro Benjamin Netanyahu può tirare un sospiro di sollievo.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu può star tranquillo, dato che il procuratore generale Avichai Mandelblit ha annunciato il 15 ottobre che non ordinerà un’indagine penale per la compravendita di azioni, spiegando ancora una volta il motivo per cui non lo incriminerà per il caso dei sottomarini.

Il primo episodio si riferisce all’acquisto di azioni che gli ha fruttato un considerevole guadagno in seguito alla loro vendita al miliardario americano Nathan Milikowsky, suo cugino. Il secondo riguarda l’acquisto di sottomarini e navi da guerra dall’acciaieria tedesca Thyssenkrupp.  

I due scandali continuano a perseguitare Netanyahu e hanno fatto emergere un movimento di protesta contro la sua condotta e la sua permanenza al potere. Una petizione presentata alla Corte Suprema include dichiarazioni da parte di ex ufficiali di alto grado della difesa. Il 15 ottobre, Benny Gantz, principale alleato di Netanyahu nel governo e ministro della Difesa, ha annunciato che stava prendendo in considerazione la nomina di una commissione di inchiesta all’interno del ministero della Difesa per andare a fondo sullo scandalo dei sottomarini acquistati per oltre un miliardo dall’azienda tedesca. Gantz, lui stesso un ex capo di stato maggiore dell’esercito, che nelle ultime tre campagne elettorali ha usato la vicenda per provocare Netanyahu adesso sta cercando di approfittarne per forzare il primo ministro a presentare e approvare il bilancio dello Stato e a nominare un procuratore generale e il capo della polizia.

La storia potrebbe rivelarsi la più rischiosa per Netanyahu, per cui le conseguenze politiche potrebbero essere enormi. I tre atti di accusa che il procuratore generale Mandelblit ha depositato contro Netanyahu nel gennaio 2020, incluso uno per corruzione, non hanno intaccato il sostegno fra i suoi seguaci, indifferenti alle accuse di regali illeciti e tentativi di controllare i media israeliani. Però quella dei sottomarini è tutta un’altra storia. Netanyahu sapeva che se lui o i suoi collaboratori fossero stati accusati di ricavare un guadagno personale da un appalto militare persino i suoi più ardenti sostenitori l’avrebbero abbandonato.

Per sua fortuna, Mandelblit l’ha scagionato, dicendo fin dall’inizio delle indagini che non era un sospettato, persino quando la polizia raccomandava di incriminare alcuni dei suoi collaboratori e parenti.

Netanyahu deve aver tirato un sospiro di sollievo, allora e di nuovo questa settimana, ma non può comunque rilassarsi. Molti israeliani si sentono traditi e l’ondata di proteste è culminata questa settimana quando dal nord e sud di Israele è arrivato a Gerusalemme un lungo corteo di auto e camion recanti modelli di sottomarini di cartone. Il Movimento per la Qualità al Governo in Israele ha presentato una petizione all’Alta Corte chiedendo che Netanyahu sia interrogato sul caso che coinvolge anche l’accordo israeliano con la Germania per vendere sottomarini all’Egitto. Sono state anche presentate decine di dichiarazioni scioccanti da parte di alti ufficiali dell’establishment della difesa. Generali della riserva, ufficiali di alto grado e tutti quelli che sono coinvolti nell’acquisto hanno descritto nei dettagli le pesanti pressioni esercitate dall’ufficio del primo ministro per acquistare direttamente dalla Thyssenkrupp anche grandi motovedette, senza fare una gara d’appalto internazionale.

La Corte Suprema deciderà questo mese. Il 15 ottobre Mandelblit ha presentato la sua risposta al ricorso spiegando perché Netanyahu non sia stato messo sotto accusa. Mandelblit ha anche annunciato che non indagherà sull’acquisto di 600.000 dollari di azioni della SeaDrift, un’azienda siderurgica controllata da Milikowsky (che sembra fornisca anche alcuni prodotti alla Thyssenkrupp). Netanyahu ha venduto le azioni con un guadagno enorme nonostante le performance in caduta dell’azienda.

Mandelblit ha ammesso che Netanyahu ha notevolmente beneficiato da questa transazione, ma ha anche dichiarato che non c’erano prove sufficienti per un’inchiesta penale. Ha concluso che Netanyahu non era a conoscenza del conflitto di interesse e che la vendita costituisse un vantaggio illecito.

Queste decisioni hanno suscitato le dure critiche degli oppositori di Netanyahu, ma anche enorme soddisfazione fra i suoi sostenitori. Mandelblit è anche lui al centro di un nuovo scandalo scoppiato questa settimana a causa di registrazioni segrete di sue conversazioni di alcuni anni fa con Efi Nave, il potente capo dell’Ordine degli avvocati israeliano, poi costretto a dimettersi e incriminato per frode e millantato credito.

Negli ultimi mesi i sostenitori di Netanyahu hanno condotto una campagna concertata contro la credibilità di Mandelblit per provare che le accuse avevano una motivazione politica o che era stato ricattato dall’ex pubblico ministero Shai Nitzan per incastrare Netanyahu. Anche se tutte queste teorie complottiste sono maldestre, destabilizzano ancor più Israele. Il pubblico ministero è al centro della tempesta perfetta, metà degli israeliani sono convinti che ha incastrato Netanyahu per farlo cadere e l’altra metà pensa che in realtà sia in combutta con Netanyahu e il suo seguito, come prova la sua decisione di questa settimana di non indagare e di far decadere le accuse perché non sufficienti per mandarlo in galera.

Molti degli accoliti di Netanyahu concordano che la sua era è più vicina alla fine che a un nuovo inizio. È già chiaro che quando lui uscirà dalla scena politica, lo Stato dovrà ricostruire le istituzioni che lui ha mandato in rovina.

Per ora sul fronte “sottomarini” Netanyahu può star tranquillo. Se fosse stato incriminato il suo nome sarebbe stato disonorato per sempre come traditore e la sua memoria infangata. Se riuscirà a prenderne le distanze potrà continuare a combattere per un posto nella storia e anche per la sua poltrona come primo ministro, a cui non ha intenzione di rinunciare.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il segreto di Naftali Bennett per arrivare al potere: lui non è Netanayhu

Akiva Eldar

5 ottobre 2020 – Al Jazeera

Il declino di Netanyahu potrebbe segnare l’ascesa di un altro leader israeliano, persino più a destra di lui.

All’inizio di aprile, in seguito alle elezioni per la ventitreeesima Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.], la pandemia da coronavirus ha salvato il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ha fornito al campo rivale, guidato dal capo dell’alleanza Blu e Bianco Benny Gantz e dal leader del partito Laburista Amir Peretz una ragione o – si potrebbe affermare – una scusa per evitare le quarte elezioni in meno di due anni, formando un governo di “unità” guidato da Netanyahu.

Dopo sei mesi, 1.500 morti per la pandemia e più di 800.000 nuovi disoccupati israeliani, la fallimentare gestione della crisi da parte di Netanyahu sta rafforzando l’ascesa stellare del suo arci-nemico, Naftali Bennett, capo dell’alleanza di destra “Yamina” [Verso Destra].

Mentre Israele sta lottando per contenere una risorgente epidemia COVID-19, l’imprenditore di alta tecnologia conservatore che è entrato in politica otto anni fa sta decollando nei sondaggi.

Una recente inchiesta resa pubblica da Channel 12 [televisione privata israeliana, ndtr.] indica che, se le elezioni si dovessero tenere ora, “Yamina” di Bennett guadagnerebbe abbastanza voti da ottenere 21 seggi, un aumento significativo rispetto ai 6 che ha attualmente. Ciò suggerisce che circa mezzo milione di votanti, che equivalgono più o meno a 15 seggi alla Knesset, si sono spostati dal centro politico e dalla destra moderata verso un partito nazional-religioso che chiede l’annessione della Cisgiordania e promuove la colonizzazione, la paralisi del sistema giudiziario e la discriminazione contro le minoranze.

Yamina”, una reincarnazione del partito della Nuova Destra guidato da Bennett e dalla sua collega, la parlamentare Ayelet Shaked, nelle elezioni dell’aprile 2019 ha ottenuto meno di 140.000 voti e non è riuscita ad entrare nella Knesset. Come mai ora sta raccogliendo l’appoggio di più di 700.000 elettori?

Cosa ha portato persino il giornalista Gideon Levy, alfiere di estrema sinistra di Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.], ad acclamare Bennett, il patrono delle colonie nei territori occupati, come “la prossima cosa concreta… una persona seria…che corre da un ospedale all’altro… un uomo d’azione… (che) ha delle conoscenze di epidemiologia, come ha già dimostrato nel campo della difesa e dell’educazione [Bennett è stato sia ministro della Difesa che dell’Educazione, ndtr.]”?

Di primo acchito è difficile conciliare la dichiarata preferenza di Bennett per l’annessione della Cisgiordania rispetto agli accordi di pace con gli Stati del Golfo con la sua popolarità tra una maggioranza di israeliani che esprime un ampio sostegno pubblico per tali accordi. In agosto le inchieste hanno indicato che circa l’80% degli israeliani preferisce una normalizzazione con gli Emirati Arabi Uniti all’annessione della Cisgiordania.

La crescente popolarità di Bennett non è dovuta ad uno spostamento ideologico. I sondaggi indicano che “Yamina” non ha preso più di sei-sette seggi dal partito Likud di Netanyahu (sceso da 36 a 29 seggi). Gli altri sono per lo più cittadini ebrei pragmatici che in precedenza hanno votato per l’alleanza Blu e Bianco di Gantz e per il partito Laburista di centro-sinistra.

Ora stanno pensando di dare il proprio voto a Bennett non perché da un momento all’altro siano diventati odiatori di arabi e a favore dell’espansione delle colonie. Di fatto molti di loro si sono uniti alle proteste contro i tentativi del governo di screditare le istituzioni giudiziarie e la polizia.

Piuttosto, il principale punto di forza di Bennett è il fatto di non essere Netanyahu. Nel suo quindicesimo anno al potere la posizione di Netanyahu come leader insostituibile si è chiaramente sgretolata. Persino tradizionali elettori del Likud non accettano più il comportamento edonistico della famiglia Netanyahu.

Solo il mese scorso, mentre gli israeliani stavano soffrendo a causa di un altro blocco totale, il primo ministro ha portato sua moglie e i due figli maggiori a Washington per la firma degli accordi di pace con gli Stati del Golfo. Si dice che si sarebbe persino portato valigie piene di vestiti sporchi per farli lavare e pulire a secco gratis durante il suo soggiorno nella residenza degli ospiti alla Casa Bianca.

Al contrario Bennett ha la reputazione di politico onesto e modesto, che si preoccupa della sicurezza e del benessere del popolo ebraico. E, in mezzo alla più grave crisi sanitaria ed economica che Israele abbia conosciuto, c’è una disperata ricerca di un politico saggio, o almeno competente, con un progetto.

Attualmente, sotto il potere di Netanyahu, c’è un secondo blocco totale in tutto il Paese senza una chiara strategia di uscita. Alcuni reparti di isolamento per il COVID-19 hanno esaurito i letti e/o il personale, mentre il sistema scolastico è allo sfascio.

Nel contempo Netanyahu è impegnato a condurre guerre personali e sta ulteriormente perfezionando le sue capacita di sopravvivenza politica per l’ultima prova – il suo tentativo di evitare un processo per corruzione.

Bennett, in quanto membro dell’opposizione parlamentare, non si deve assumere responsabilità per l’errata politica sanitaria ed economica. Non deve attraversare il campo minato della suscettibilità dei suoi alleati di coalizione, soprattutto quelli dei partiti ultraortodossi, non deve districarsi tra loro e l’interesse generale. Invece ha allestito il suo podio nel ruolo di principale critico del governo ed ha persino pubblicato un libro su come affrontare una pandemia.

Bennett beneficia anche del vuoto creatosi nel centro politico in seguito al passaggio di Blu e Bianco da oppositore ad alleato del governo.

La crescente irrilevanza politica dell’alleanza è stata chiaramente evidenziata dal fatto che Netanyahu ha tenuto i nascenti accordi con gli EAU e il Bahrein nascosti al suo ministro della Difesa e primo ministro in alternanza Gantz e al suo ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi (anche lui un alto dirigente del partito). Come prevedibile, negli attuali sondaggi Blu e Bianco è precipitato dai 35 seggi che ha nella ventunesima Knesset a un sostegno a una sola cifra.

Dopo l’esplicita sfida del deputato Ofer Shelah al leader del partito, Yair Lapid, è a rischio anche il futuro di un altro partito di centro, Yesh Atid.

Altrettanto importante rispetto ai tre fattori che hanno aiutato Bennett a trasformarsi gradualmente da leader di un piccolo partito nazional-religioso nel capo seriamente indicato come candidato a primo ministro è l’elemento che lo ostacolava: l’ideologia. La maggioranza degli ebrei israeliani, dalla destra radicale al centro, è intenzionata a designare un leader che non creda nella pace e che propugni il potere arbitrario della maggioranza e l’oppressione dei deboli.

Questo pragmatismo del centro politico non promette niente di buono per la politica israeliana. L’ascesa di Bennett, un uomo che crede nella superiorità degli ebrei e nella perpetuazione dell’occupazione e dell’oppressione del popolo palestinese, non porterà la pace, la stabilità e la prosperità a Israele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.


Akiva Eldar

Akiva Eldar è uno scrittore israeliano ed è un ex-editorialista e opinionista di Haaretz.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Coronavirus: Israele si rivolge all’esercito mentre si intensifica il giro di vite contro la pandemia

Lily Galili da Tel Aviv, Israele

25 settembre 2020 – Middle East Eye

Mentre peggiora la crisi da Covid-19, gli israeliani stanno vedendo nell’esercito un salvatore, ma il Paese assomiglia sempre più a un regime militare

Lasciate vincere l’esercito”, è un vecchio slogan israeliano coniato dai dirigenti della destra durante la Seconda Intifada (2000-2005).

Voleva dire: non lasciate che i politicanti vigliacchi, la sinistra amante dei palestinesi, i tribunali di parte e i media ostili interferiscano con l’azione dell’esercito, basta lasciare che faccia quello che ci vuole per vincere.

Circa 20 anni dopo questo slogan ha subito una curiosa modifica. Ora dice: “Lasciate che le IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] vincano il Covid-19.”

Sottinteso: dato che nessun altro ha la più pallida idea di come fare, sicuramente non i politici né altre istituzioni civili al potere, lasciamo che l’esercito israeliano si prenda in carico la gestione della pandemia. Ha le competenze, la tecnologia e, cosa più importante, non è tra i 120 membri del parlamento israeliano, ognuno dei quali ha una propria agenda.

In un sondaggio dell’opinione pubblica reso noto in luglio da Channel 12 [canale televisivo privato israeliano, ndtr.], il 57% delle persone interpellate appoggiava la posizione del ministro della Difesa Benny Gantz [del partito di centro destra Blu e Bianco, ndtr.], che sosteneva che “la gestione del coronavirus deve essere trasferita al Comando del Fronte Interno (dell’esercito israeliano) e al ministero della Difesa”. Solo il 20% si opponeva a questa idea.

Gantz non è stato il primo a sostenerla. Il suo predecessore come ministro della Difesa, Naftali Bennett [del partito di estrema destra Yamina, ndtr.], e molti altri ufficiali di alto grado della riserva hanno affermato la stessa cosa. Ma all’epoca il primo ministro Benjamin Netanyahu era restio ad affidare la gestione della crisi al suo arci-rivale.

Ma il Covid-19 aveva progetti diversi. Durante un’intervista del 13 aprile un importante funzionario della sicurezza in anonimato ha detto ad Amos Harel, principale esperto del giornale Haaretz per le questioni militari, che “l’esercito israeliano non può risolvere la crisi da coronavirus.” Lo stesso giornale progressista ha messo in guardia contro l’intervento dell’esercito nella crisi civile.

Lasciate che l’esercito ci salvi

Arriviamo velocemente a cinque mesi dopo: questa settimana Harel ha chiesto esplicitamente al capo di stato maggiore Aviv Kochavi di “accettare la sfida mentre Israele affronta una dilagante epidemia da coronavirus.”

Il cambiamento è principalmente un riflesso della disperazione totale e della perdita di fiducia nel disastroso governo Netanyahu.

Questi risultati non sorprendono affatto, considerando l’enorme fallimento del governo nell’affrontare la crisi. Secondo tutti i sondaggi la maggioranza degli israeliani ha perso fiducia nel modo in cui il governo sta affrontando la pandemia, una bella differenza rispetto alla generale soddisfazione per l’operato del governo in occasione della prima ondata del virus in marzo-aprile.

Un numero crescente di israeliani crede che gli interessi politici e personali di Netanyahu, soprattutto le accuse di frode e corruzione che lo minacciano, siano la principale motivazione per il modo in cui affronta la crisi, mentre altri ministri del suo governo sembrano semplicemente del tutto incompetenti.

Il sentimento prevalente è che i cittadini israeliani siano stati abbandonati da una dirigenza indifferente, più preoccupata di salvare il proprio lavoro o grandi, irrilevanti gesti come l’“accordo di pace” con gli EAU e il Bahrein, venduto dallo stesso Netanyahu per lo più come una miniera d’oro turistica.

L’esercito, che gode ancora di un alto livello di fiducia da parte dell’opinione pubblica, sembra essere il naturale salvatore, tanto più che la crisi sanitaria è stata definita con un chiaro gergo militare. La pandemia è una “guerra”, il coronavirus è un “nemico” e ogni cittadino è mobilitato per combattere un’ardua battaglia che i suoi dirigenti stanno continuando a perdere giorno dopo giorno.

Sono profondamente turbata dal gergo militare che viene imposto a tutti noi riguardo a questo maledetto coronavirus,” ha scritto sulla sua pagina Facebook Rana Abu Fraiha, una premiata regista israelo-palestinese.

Linguaggio bellico

Persino il fallimento nella gestione di questa crisi viene dipinto con tinte guerresche. In un’intervista televisiva il generale in pensione ed ex-capo della direzione dell’intelligence militare dell’esercito Amos Yadlin ha paragonato la pandemia all’esperienza traumatica della guerra arabo-israeliana del 1973.

Anche nel 1973 fu l’arrogante ed egocentrico governo che venne visto come responsabile del disastro, mentre l’esercito israeliano salvò la Nazione. Questa narrazione è in sintonia con gli israeliani, nonostante una grande differenza: al contrario della guerra, una crisi sanitaria è una questione civile. Il pericolo, per quanto riguarda l’intervento dell’esercito, è di annullare questa distinzione.

L’uso del gergo militare nel contesto del Covid-19 e la ridotta mobilitazione dell’esercito non sono una particolarità di Israele. Sta succedendo negli Stati Uniti e anche in altri Paesi colpiti dal coronavirus. Ma in Israele, dove la presenza dell’esercito nella sfera pubblica è una realtà quotidiana, incaricare i soldati della vita di civili ha una lunga storia.

Per oltre 50 anni gli israeliani hanno controllato le vite dei palestinesi sotto occupazione militare. La costruzione del muro di separazione tra Israele e la Cisgiordania occupata ha persino fatto nascere un nuovo titolo militare, “coordinatore della vita quotidiana”, un ufficiale incaricato di risolvere le difficoltà che affrontano i palestinesi che vivono nei pressi del muro, come l’accesso alle proprie terre. Essere controllati da un “coordinatore della vita quotidiana” in mezzo alla crisi da coronavirus agli israeliani può quindi sembrare assolutamente normale.

Le forze dell’esercito e della sicurezza sono ovunque ed hanno un importante ruolo nella gestione della pandemia.

Solo per citare qualche esempio, il Comando del Fronte Interno ha organizzato alberghi del coronavirus per i malati meno gravi e gestisce case di cura; il servizio segreto ha la licenza di tracciare i telefonini per individuare casi di contagio; il Mossad è stato mobilitato per cercare e procurare apparecchiature mediche; sono stati schierati battaglioni nelle città a maggioranza ultra-ortodossa per aiutare la popolazione.

Parlando con MEE, il professor Yagil Levy, esperto in rapporti civico – militari presso la Open University [università a distanza, ndtr.] del dipartimento di sociologia di Israele, definisce questa situazione unica come la “securizzazione della crisi da coronavirus in Israele.”

Inquadrare l’epidemia come una questione securitaria ha iniziato a svilupparsi quando la gestione della crisi è stata affidata (da Netanyahu) al Consiglio per la Sicurezza Nazionale,” afferma. “Ciò è sensato in un Paese in cui il sistema della sicurezza rimane potente, ed è davvero una tentazione, dato che le IDF sono percepite come competenti e libere da condizionamenti politici.

Tuttavia la legittimazione della securizzazione della salute può facilmente portare alla legittimazione dell’uso di metodi illeciti e alla facile accettazione di violazioni dei diritti civili,” aggiunge Levy. Questo slittamento giunge in un periodo in cui Netanyahu e il suo entourage sono impegnati con successo in un attacco contro tutte le istituzioni della democrazia israeliana.

L’interminabile dibattito parlamentare sul nuovamente rigido blocco totale non ha affatto dedicato tempo a discutere del suo impatto sulla società israeliana. Al contrario, molte ore sono state dedicate a trovare il modo per contrastare le settimanali manifestazioni di massa davanti alla residenza di Netanyahu.

Lockdown o repressione?

Sembra che la vera intenzione del nuovo rigido lockdown non sia interrompere la catena dell’infezione ma piuttosto quella delle manifestazioni.

Ciò è particolarmente problematico in quanto oggi Israele si trova in mezzo ad una crisi istituzionale, in cui le vecchie norme dell’emergenza invocate fin dal 1948 lasciano il posto a uno stile di governo dittatoriale. In questo clima, non c’è una discussione pubblica sugli immediati pericoli nel superare la distinzione tra un appoggio costruttivo dell’esercito e una totale sostituzione da parte dei militari.

Un pubblico dibattito è una missione impossibile in una società profondamente divisa e preoccupata della sopravvivenza individuale. La società israeliana ora sta pagando il prezzo di un decennio di politica interna intenzionalmente divisiva e di erosione di ogni elementare senso di solidarietà.

In assenza di un pubblico dibattito sulla linea che separa la sfera civile da quella militare, l’Institute for National Security Studies [Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, legato all’esercito e diretto da Yadlin, ndtr.] e l’Israeli Democracy Institute [Istituto della Democrazia Israeliana, centro di ricerca indipendente, ndtr.] hanno pubblicato una serie di articoli sotto il titolo “Rapporti tra società ed esercito sotto il coronavirus: indicazioni dalla prima ondata.”

In un documento sotto questo titolo, il politologo Stuart Cohen pone la domanda: “Intervento militare e coronavirus: si tratta davvero di una china pericolosa?”

Cohen si riferisce a una preoccupazione manifestata dal professor Eviatar Matania, fondatore ed ex- capo dell’Israel National Cyber Directorate [Direzione Nazionale Informatica di Israele, che si occupa di difesa informatica e di sviluppo di tecnologie legate alla sicurezza, ndtr.], che ha messo in guardia contro l’affidamento della crisi a un ente essenzialmente non democratico come l’esercito.

Cohen sostiene che le preoccupazioni sono esagerate e che tutte le forze di difesa sono lì per assistere e non per prendere il potere.

La sua opinione deriva dalla prima ondata della pandemia, relativamente ben gestita. In base a queste circostanze, persino quelli che hanno sollevato dubbi hanno sostenuto che affidare la gestione della crisi all’esercito sia stato accettabile solo in circostanze eccezionali e a causa dell’imminente collasso del sistema civile.

Tuttavia, dato che i casi in Israele sono in forte aumento e gli ospedali sotto organico dichiarano lo stato d’emergenza, l’esercito ora si sta preparando a proporsi come l’ultima istituzione a disposizione in questa crisi nazionale.

In assenza di un equilibrio democratico, con dirigenti politici per i quali la democrazia non è altro che un ostacolo, il pericolo è appena dietro l’angolo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Pace senza giustizia: perché la sinistra in Israele sostiene gli accordi di Netanyahu coi Paesi del Golfo

Orly Noy,

23 settembre 2020 – Middle East Eye

Senza coraggio storico e priva di una solida determinazione morale, la sinistra sionista plaude ai pericolosi accordi conclusi dal governo più di destra che Israele abbia mai avuto

Se ci fosse stato bisogno di un’ulteriore prova dell’intrinseca incapacità della sinistra sionista di Israele di analizzare correttamente le circostanze politiche e rispondere di conseguenza, l’abbiamo avuta quando i leader di questo fronte si sono affrettati a concedere la loro benedizione agli “accordi di pace” tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e successivamente con il Bahrain.

Tamar Zandberg, leader del partito Meretz [storico partito della sinistra sionista, ndtr.], ha dichiarato di “plaudire alla decisione di rinunciare all’annessione e di passare invece a un accordo con un importante Paese arabo”. Peace Now [movimento israeliano non-governativo pacifista, ndtr.] ha dichiarato che “l’accordo con gli Emirati Arabi Uniti è un grande passo nella giusta direzione”.

Nitzan Horowitz, presidente del partito Meretz, ha affermato che “l’instaurazione di relazioni con gli Emirati Arabi Uniti dimostra che la revoca dell’annessione e [il perseguimento] di una soluzione a due Stati è la via per la normalizzazione regionale”.

Il New Israel Fund [organizzazione statunitense no profit per la giustizia e uguaglianza in Israele, ndtr.] lo ha descritto come un importante sviluppo. Anche Gideon Levy, il giornalista di solito più critico e attento, ha plaudito all’iniziativa: “Qualsiasi tentativo da parte di Israele di essere accettato con mezzi non violenti nel contesto regionale in cui è entrato con passo pesante circa un secolo fa è uno sviluppo positivo”.

Un triste scherzo

Indaffarata a concedere le sue benedizioni, la sinistra ebraica israeliana è stata del tutto cieca alla reazione ovunque profondamente critica dei palestinesi all’accordo. Che avrebbe dovuto essere in sé un campanello di allarme.

Ma a prescindere dalla ferma opposizione palestinese, la natura problematica della posizione della sinistra israeliana sarebbe stata evidente, se qualcuno si fosse preso la briga di chiedersi in cosa consistessero veramente quegli accordi, cosa spingesse il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a firmarli, a favore di chi fossero stati progettati e quale fosse il loro obiettivo.

Normalizzazione: che scherzo triste.

Basta guardare agli accordi di pace che Israele ha firmato con l’Egitto e la Giordania per capire esattamente quanto Israele sia oggi “normalizzato” agli occhi dei cittadini di quei Paesi. Non solo non si sono mai visti turisti egiziani o giordani per le strade di Israele, gli accordi non sono serviti a mitigare il modo in cui gli egiziani e i giordani vedono Israele – come un brutale occupante.

Non appena i nuovi accordi sono stati resi pubblici, il popolo del Bahrein stava già protestando con rabbia contro qualsiasi normalizzazione con Israele. Mentre gli accordi di Israele con l’Egitto e la Giordania hanno portato almeno a un’era senza guerre con due dei vicini e hanno risolto controversie di confine di vecchia data, l’accordo con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein non servono nemmeno a qualcosa di simile. Quale conflitto risolvono esattamente questi accordi?

Quand’è che abbiamo paventato una guerra con gli Emirati Arabi Uniti? Quale nostro confine è ora più sicuro? Israele non ha confini con gli Emirati Arabi Uniti o il Bahrein.

Eludere la questione palestinese

È triste e scoraggiante che la sinistra ebraica in Israele si sia affrettata a sposare un accordo il cui obiettivo principale, oltre all’apertura di un altro mercato per l’industria delle armi israeliana, è di eludere la questione palestinese e ottenere la legittimità regionale pur continuando a perpetrare l’occupazione, le violenze e la spoliazione del popolo palestinese.

L’argomento della sinistra secondo cui un accordo con Emirati Arabi Uniti e Bahrein “ha tolto dal tavolo l’opzione dell’annessione” è infantile in modo imbarazzante. Sin dall’inizio l’annessione è stata una minaccia architettata per fornire a Israele proprio questo spazio di manovra.

Bisognerebbe essere davvero ingenui per pensare che le relazioni con gli Emirati Arabi Uniti o il Bahrein possano eliminare dal programma l’annessione. Dopotutto, Netanyahu e il suo governo di estrema destra esistono da oltre un decennio. Se davvero avessero voluto l’annessione, l’avrebbero realizzata molto tempo fa.

Ma poiché l’annessione de facto si rafforza quotidianamente senza comportare alcun costo reale per Israele né a livello locale né internazionale, Netanyahu non ha alcun interesse a scatenare l’opinione pubblica mondiale attraverso un’annessione de jure.

Al contrario con quella vuota minaccia miete capitale politico, mentre la deplorevole stoltezza della sinistra alimenta la sua corsa.

Contrariamente a quanto sostiene la sinistra, non solo questi accordi non fanno nulla per risolvere il conflitto con i palestinesi, peggio, ribadiscono il vecchio slogan della destra: puoi ottenere la pace per la pace, non è necessario pagare per la pace restituendo la terra.

L’etica della “pace”

Come spiegare allora il sostegno della sinistra ebraica israeliana a un accordo così irrealistico e dannoso?

Ha molto a che fare con l’etica della “pace” abbracciata tanto orgogliosamente dalla sinistra israeliana come fronte israeliano della pace. Penso non sia un caso che la sinistra sionista abbia scelto come emblema la “pace”, piuttosto che l’idea di giustizia.

Questo è in realtà da sempre uno dei maggiori inganni nel ruolo di quella che è conosciuta come la sinistra sionista: convertire la richiesta di giustizia in vaghi sogni di pace. Non che la pace non sia un valore importante; anzi. I Paesi, come le persone, dovrebbero certamente aspirare alla pace. Ma quando la pace diventa una via per aggirare la giustizia, non solo la giustizia viene fatta a pezzi, di fatto non si raggiunge nemmeno la pace.

La ragione per cui la sinistra sionista in Israele preferisce parlare più di pace e meno di giustizia ha a che fare con il carattere del sionismo. Il sionismo può offrire vuoti accordi di pace ma non può offrire alcun tipo di giustizia, perché per sua natura aspira a preservare ed estendere la superiorità ebraica e i privilegi che ne derivano.

Così, questa sinistra immaginaria a Oslo è stata in grado di imporre ai palestinesi un “accordo di pace” progettato per perpetuare l’inferiorità palestinese nei confronti di Israele (e nemmeno il poco che Oslo ha promesso ai palestinesi è stato reso effettivo da Israele) – ma Israele si è attentamente astenuto da qualsiasi accenno alla giustizia storica per non aprire il vaso di Pandora dell’ingiustizia intrinseca che è stata la Nakba.

Oggi, senza coraggio storico e priva di una solida determinazione morale, una sinistra che sta gradualmente scomparendo plaude agli accordi manipolatori e pericolosi conclusi dal primo ministro del governo più a destra che Israele abbia mai avuto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica della redazione di Middle East Eye.

Orly Noy è una giornalista e attivista politica che risiede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)