Non c’è destra o sinistra in Israele, solo sionismo e non sionismo

Gideon Levy |

17 ottobre 2021 – Haaretz

La scorsa settimana Angela Merkel ha espresso la sua ammirazione per la solidità della nuova coalizione israeliana. L’editorialista di Haaretz Carolina Landsmann si chiede su questo sito se abbiamo a che fare con un governo ambiguo oppure con uno che ha messo allo scoperto il più grande inganno di tutti i tempi. Il giornalista Ron Cahlili afferma che la destra ideologica e la sinistra sionista sono la stessa cosa. Tutti e due evocano una vecchia storia, quella del gatto che esce dal sacco: in Israele non c’è né sinistra né destra. L’unica divisione ideologica è tra sionisti, vale a dire quasi tutti, e non sionisti, molto meno numerosi.

La cancelliera può quindi tranquillizzarsi. Quando è stato formato l’attuale governo non è avvenuto nessun miracolo e la Germania non ha nulla da imparare da esso. Non c’è stata nessunacontingenza politica”, per usare la frase coniata dal primo ministro. L’attuale coalizione si mantiene facilmente poiché è una coalizione basata sul consenso, senza grandi divari tra i suoi componenti. Il Likud [il principale partito israeliano di centro destra, ndtr.] (meno Netanyahu) e gli ultra-ortodossi potrebbero formare un’estesa coalizione trasversale, che rappresenti una società ampiamente trasversale.

Questo governo sarà ricordato come quello che, pur non volendolo, ha smascherato il grande inganno. È sorto sulle onde dell’odio provato nei confronti di Netanyahu, e vive (e continuerà a vivere) sulla base dell’unità di fondo dei suoi componenti. Se domani mattina Merav Michaeli [leader del Partito Laburista Israeliano e Ministra dei Trasporti nel Governo Bennett, ndtr.] sostituisse Naftali Bennett [leader del partito Nuova Destra e attuale primo ministro israeliano ndtr.], non si verificherebbe alcun terremoto. A parte qualche cambio di stile, Israele resterebbe uguale a quello di prima.

Il presunto incarico epocale del primo primo ministro nazional-religioso non è foriero di cambiamenti. Non perché Bennett abbia tradito la sua ideologia, ma perché questa situazione concorda sorprendentemente bene con le posizioni delle componenti di sinistra di questo governo.

Non è che la sinistra sionista sia di destra, o che la destra ideologica abbia tendenze di sinistra. E non sono tutti degli opportunisti, il che sarebbe il segno della morte dell’ideologia. Al contrario, Israele ha un’ideologia, eccome! Un’ideologia dominante che mette in ombra tutto il resto. Si chiama sionismo ed è la religione che dirige e unifica la nazione. (Quasi) tutti sono sionisti e tutti credono nella supremazia ebraica su questo Paese, compresi i territori che esso occupa.

Sinistra e destra sono uguali nel loro culto delle Forze di Difesa Israeliane [esercito israeliano, ndtr.] e dello Shin Bet [l’agenzia interna d’intelligence dello Stato israeliano, ndtr.], il cui ruolo è il mantenimento del regime della supremazia ebraica sopprimendo ogni opposizione ad esso. Quando il nuovo capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha affermato che il servizio di sicurezza è il bastione della democrazia, aveva ragione. Proprio come la Stasi [organizzazione di sicurezza e spionaggio della ex Repubblica Democratica Tedesca, ndtr.], il ruolo di Bar è quello di sostenere il regime che, nel linguaggio dello Shin Bet e del popolo, è chiamato democrazia, piuttosto che tirannia ebraica.

Non c’è un membro di questa coalizione che stia pensando di porre fine all’occupazione, che la pensi diversamente sull’Iran anche l’assedio di Gaza è consensuale. Questo vale anche per le IDF [Forze di Difesa Israeliane, ndtr.] e per l’operato di insediamento coloniale in corso. Pertanto, non c’è nulla di sorprendente nel silenzio degli agnelli: nel loro intimo, tutti vogliono l’occupazione.

Le differenze sono nella confezione. La sinistra vuole avere un aspetto migliore, motivo per cui i suoi rappresentanti occasionalmente si recano presso il quartier generale palestinese della Muqata a Ramallah, sollevando eventualmente anche una proposta alla Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] riguardo ai pogrom in Cisgiordania. Non molto di più.

L’attuale governo ha scompaginato la mappa politica. Da questo momento in poi dobbiamo affermare la verità: non ci sono veri divari tra i sionisti. I non sionisti sono pochi, quasi tutti non ebrei, tutti privi di legittimazione. Ci sono differenze tra gli Haredi [gli ebrei ultra ortodossi, ndtr.] e gli ebrei laici, e divari tra gli ebrei Ashkenazi [discendenti degli ebrei provenienti dall’Europa centrale e orientale, ndtr.] e Mizrahi [gli ebrei provenienti dai Paesi del mondo arabo, ndtr.], ma i cliché su una polarizzazione in questa nazione sono vuoti e privi di significato. L’unico abisso si trova tra i sostenitori della supremazia ebraica e i loro oppositori. Ecco perché la maggior parte dei cittadini arabi del Paese non fa parte di questo gioco. Ecco perché Israele si sta avvicinando al momento della verità. Si relaziona con le proprie fondamenta nei termini di uno Stato ebraico in una terra con due popoli, esponendo la sua vera immagine in tutta la sua nudità.

Chi avrebbe mai creduto che un governo esplicitamente non ideologico che cerca di fuggire da tali argomenti come da un incendio sarebbe stato il primo governo a rivelare la verità? E la verità è che non sono molti i Paesi in cui l’ideologia appaia ancora così importante; non ci sono democrazie con una ideologia unica tirannica e dominante. Israele è uno Stato sionista proprio come l’Unione Sovietica era uno Stato comunista. Anche lì non è stato difficile mettere insieme un governo di comunisti moderati ed estremisti.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




‘Nel 1948 il lavoro non era finito. Gli arabi non erano stati cacciati dalle terre’

Shany Littman

6 ottobre 2021- Haaretz

Il più recente documentario del noto regista israeliano Avi Mograbi si basa sulle denunce dei soldati per smascherare l’occupazione israeliana. Non aspettatevi di vederlo alla tv israeliana o a qualche festival cinematografico locale

Il nuovo film di Avi Mograbi: “The First 54 Years – An Abbreviated Manual for Military Occupation,” [I primi 54 anni – un breve manuale per un’occupazione militare] non è stato fra le proposte di nessun festival cinematografico in Israele di quest’anno e, fino ad ora, neanche un canale televisivo israeliano si è offerto di trasmetterlo. Questa volta neppure le fondazioni senza fini di lucro che di solito sostengono i documentari vogliono essere coinvolte, anche se Mograbi è un regista da tempo molto apprezzato e i cui film precedenti hanno avuto un gran successo e sono stati presentati a decine di festival in tutto il mondo.

Il suo film ha comunque cominciato a fare il giro dei festival cinematografici internazionali e si è guadagnato una menzione d’onore al festival di Berlino. Ma il regista non è stato per niente sorpreso dalla sfilza di rifiuti ricevuti in Israele.

O è un brutto film o tratta di qualcosa con cui la gente non vuole fare i conti. Eppure all’estero è un enorme successo,” commenta.

Le sono state date delle spiegazioni per i rifiuti in Israele?

No. Ma non sono neanche uno di quelli che vanno a indagare. Sapevo che questo film avrebbe creato dei problemi.”

Un motivo, ipotizza, è che è basato sulle testimonianze dei soldati raccolte da Breaking the Silence, l’organizzazione israeliana contro l’occupazione fondata da veterani dell’esercito. Il gruppo raccoglie testimonianze di presunti abusi da parte dell’esercito nei territori occupati e su situazioni problematiche in cui i soldati si sono trovati durante il loro servizio militare.

Breaking the Silence non è, per usare un eufemismo, fra le organizzazioni più popolari in Israele,” aggiunge Mograbi. “Ho anche la sensazione che il personaggio che io interpreto nel film faccia arrabbiare persino quelli di sinistra, per il cinismo [del personaggio], a causa del fatto che alla sua radice c’è il male. Perché persino quando facciamo delle cose orribili, non vogliamo pensare che agiamo mossi dal male. Ma a questo personaggio tutto ciò non importa. Gli importa solo raggiungere gli scopi che si è prefissato.”

Mograbi interpreta un esperto o un oratore che spiega come attuare un’occupazione militare nel modo più efficiente. L’esperto organizza il film intorno allo sviluppo cronologico dell’occupazione nei territori, sostenendola con parecchi importanti criteri. Intrecciate con le testimonianze degli ex soldati, le spiegazioni machiavelliche dell’esperto rivelano come il processo sia metodico e agghiacciante. Il risultato è un film deliberatamente pedagogico, praticamente didattico. “Se vuoi la tua occupazione, ti aiuterò a evitare alcune delle parti più seccanti,” scherza Mograbi.

Praticamente sorvoli sulle cose poco chiare e presenti l’occupazione quasi come una formula matematica, rivelando che non c’è niente di casuale.

Quando guardi al risultato, capisci che non poteva semplicemente essere capitato così per caso. Qualcuno da qualche parte deve essersi seduto a tavolino e averlo studiato. Non sto dicendo che questo manuale esista in una cassaforte alla sezione operativa del Ministero della Difesa, ma esiste nelle menti di parecchie persone che l’hanno creata,” afferma.

A noi piace dare la colpa ai coloni, ma nella valle del Giordano hanno cominciato a costruire una fila di colonie subito dopo la guerra dei Sei Giorni. Quella linea secondo i leader ha delimitato il confine. E per tutti questi anni ci hanno venduto la storia che gli insediamenti civili lungo il Giordano stavano là come difesa. Ma per difendersi lungo il canale di Suez hanno costruito la linea Bar-Lev,” dice, facendo riferimento alle fortificazioni militari, “non si sono affidati a un manipolo di civili con trattori. E, come dice l’oratore nel film, la presenza dei civili trasmette un messaggio in termini di proprietà della terra.”

Il regista afferma che l’occupazione deve essere vista come parte di una sequenza di eventi che comporta la confisca della proprietà della terra e che risale alla guerra di Indipendenza israeliana del 1948.

Il lavoro non era stato completato nel ’48 perché la terra non fu sgombrata dagli arabi. Nella guerra del 1967, furono 250.000 le persone che fuggirono e a cui fu impedito di ritornare. Le azioni si sono sempre concluse sottraendo le terre e rendendo la vita difficile a quelli che vi erano rimasti in modo tale da incoraggiarli ad andarsene. Quando arriva qualcuno dall’estero a trovarmi lo porto ad Abu Dis che una volta era il cuore di un quartiere animato e che ora è attraversato dalle barriere di sicurezza,” dice, riferendosi alla cittadina della Cisgiordania alla periferia di Gerusalemme.

Per percorrere la stessa strada da un lato all’altro [della barriera] ci vogliono 40 minuti in auto, senza contare le attese ai checkpoint. Immagina se per venire a casa mia nel centro di Tel Aviv dovessi fare una deviazione passando da Holon quando casa tua dista appena un chilometro da qui. Se cerchi di immaginare di dover vivere così non è difficile vedervi il male.”

Quindi chi sono i cattivi? Chi è responsabile? Di chi è la colpa?

Non si tratta di una persona. Tutti i governi israeliani ne sono responsabili. Affinché Israele sia uno Stato ebraico, deve avere una maggioranza ebraica. E questa maggioranza non deve essere data per scontata. Quindi tale maggioranza deve essere rilevante e considerevole. Perché non si dà la cittadinanza agli abitanti dei territori? Perché non è dato loro un documento di identità israeliano e la possibilità di partecipare alla vita politica come cittadini a tutti gli effetti? Perché poi ci sarebbe il problema che non saremmo più la maggioranza e questo Paese smetterebbe di esistere come Stato ebraico.”

Quindi, secondo lei, quale sarebbe la soluzione?

Io non penso che i palestinesi mi stiano minacciando. Non è possibile che non si riesca a vivere insieme. Credo che la natura umana sia intrinsecamente buona, non intrinsecamente malvagia. L’idea che per vivere vicino ad altri si debba sottometterli al tuo potere secondo me non ha senso. E sono convinto che proprio com’è possibile avere eccellenti relazioni con i palestinesi a livello individuale, senza arrivare a picchiarsi, è anche possibile farlo a livello nazionale. Ma devi volerlo veramente, soprattutto quando ti trovi nel tipo di pasticcio in cui siamo. Io non vedo un briciolo di speranza che un giorno Israele non voglia più essere una potenza occupante e voglia concedere la cittadinanza a tutti i palestinesi dei territori occupati. Quindi potrebbe essere che questo finirà semplicemente in un folle bagno di sangue. Il futuro non sembra essere promettente.”

Sinistrismo come ribellione giovanile

Mograbi, 65 anni, è nato a Tel Aviv. Suo padre, Gabi, che veniva da una famiglia facoltosa arrivata dalla Siria, costruì il famoso Cinema Tel Aviv all’angolo di Ben-Yehuda e Allenby, più per un acuto senso degli affari che per un particolare amore per i film.

Negli anni ‘20 la famiglia stava costruendo un edificio al numero 72 di Herzl Street e mio zio Ya’akov, che stava supervisionando il progetto, un giorno notò che i muratori non pranzavano. Chiese il perché e gli dissero che stavano risparmiando per andare al cinema. Se gli operai saltavano i pasti per andare al cinema, doveva essere un buon affare, si disse. Così comprò il terreno e costruì il cinema.”

Mograbi dice che suo padre non era un cinefilo, ma che, senza volerlo, ha dato al figlio una cultura cinematografica molto ampia.

Aveva una qualità molto importante per un proprietario di cinema. Sentiva quali film sarebbero andati bene e quali non avrebbero avuto successo. Avevamo una relazione interessante. Lui guardava film in formato 35 mm in una piccola sala da proiezioni in Ahad Ha’am Street, prima che le copie venissero sottoposte alla censura e io mi sedevo a guardarle con lui. Ho visto cose che non avrei dovuto vedere, dato che ero un bambino,” ricorda Mograbi. “Ho lavorato nel cinema fin da ragazzo. Ma fra di noi c’era anche una grande tensione.”

Dice che suo padre si è sempre opposto ai suoi progetti di studiare cinematografia. “Quando avevo 18 anni stavo al botteghino quando proiettavamo Big Eyes di Uri Zohar, che era seduto dietro di me e poteva contare sulle dita di una mano i biglietti che avevo venduto. Mio padre entrò nel botteghino e mi disse, proprio davanti a lui: ‘È questo quello che vuoi diventare?’”

Invece di fare la scuola di cinema, Mograbi ha studiato filosofia all’università di Tel Aviv e arte presso la scuola d’arte di Hamidrasha che allora era a Ramat Hasharon. Ha cominciato a girare solo dopo la morte del padre, quando aveva 33 anni.

Fino ad ora tutti i suoi film sono stati imperniati su temi politici, a iniziare dal suo primo corto, “Deportation,” includendo il suo primo e ben noto film, “How I Learned to Overcome My Fear and Love Arik Sharon.” [Come ho fatto a superare le mie paure e amare Arik Sharon]. Sono stati seguiti da “Happy Birthday, Mr. Mograbi”, “Avenge But One of My Two Eyes” [Per uno solo dei miei due occhi], “August: A Moment Before the Eruption, [Agosto: un momento prima dell’eruzione]” “Z32” e il suo ultimo, “The First 54 Years” [I primi 54 anni]. Mograbi dice che pensava che i film potessero cambiare la realtà. Adesso non ci crede più, ma continua a farli su situazioni che sembrano cause perse, come l’occupazione.

Ho sempre pensato che se solo la gente avesse saputo quello che stava succedendo non avrebbe continuato a farlo e la realtà sarebbe cambiata. Ogni volta ero deluso che i miei film non riuscissero a fare il salto dalle pagine culturali al dibattito politico e sociale. All’estero, nel resto del mondo, avevo una fantastica carriera ed ero ammirato come regista e là, qualche volta, i miei film riuscivano persino a uscire dagli inserti culturali. Ma non qui,” osserva.

Nessuno dei miei film ci è riuscito, neppure ‘Per uno solo dei miei due occhi’ che pensavo avrebbe suscitato rabbia nei miei confronti perché alla fine del film urlo contro i soldati e non mi rivolgo a loro in modo gentile. Dopo quel film ho veramente provato un momento di disperazione, in cui mi sono chiesto se continuare a fare film.”

Il suo penultimo, “Between Fences” [Fra le recinzioni], che ha girato con il regista teatrale Chen Alon e che nessuna rete televisiva israeliana ha voluto trasmettere, è un documentario su un laboratorio teatrale per richiedenti asilo eritrei e sudanesi del centro di detenzione di Holot, basato sul metodo del “Teatro dell’oppresso” sviluppato dall’artista brasiliano Augusto Boal negli anni ’60 durante la dittatura militare in Brasile.

Il metodo stabilisce che si tratti di una produzione teatrale da parte di appartenenti a un gruppo emarginato che scrive una pièce basata sulla propria esperienza e la rappresenta davanti a un pubblico che assiste a una performance composta da due parti. La prima è l’opera teatrale in sé e nella seconda parte si scelgono volontari fra il pubblico che entrano nei panni del personaggio che sta soffrendo, recitano in una delle scene e suggeriscono una soluzione alternativa al dilemma che è stato presentato,” spiega Mograbi.

Boal diceva che questo tipo di teatro è essenzialmente una preparazione per una rivoluzione, non nel senso di imparare a fare bombe molotov e sparare, ma come tentativo di coinvolgere il pubblico, incitarlo all’azione, all’attivismo. Con il cinema non è possibile farlo, ma io vedo i miei film come un innesco, un tipo di sostegno o di servizio al cliente per quella brava gente di sinistra che non è contenta della realtà in cui sta vivendo.”

Mograbi è ben consapevole che questi film non convinceranno quelli che in partenza non lo sono già.

Le persone che vengono a vederli non appartengono mai all’opposizione. Quelli di destra non vanno a vedere i film di sinistra, non ne hanno bisogno per litigare con quelli di sinistra. Sostanzialmente il pubblico che viene a vedere il film è il coro, sono quelli che sono già stati convertiti. Ciononostante penso ancora che i film abbiano un ruolo da giocare nel rafforzare e offrire del materiale ai convertiti,” sottolinea. “La sinistra è in calo in tutto il mondo. Non è qualcosa che succede solo in Israele. Quindi io non ho più idee ingenue su come cambiare la realtà,” dice, prima di aggiungere velocemente: “Per la verità le ho ancora, ma solo nei miei sogni. A ogni film comincio pensando che questa volta lo spettatore morirà dalla voglia di agire, che non c’è altra soluzione e che è impossibile che non faranno niente dopo quello che hanno visto.”

Quindi ogni volta ti sottometti a un processo in cui menti a te stesso.

Non so farne a meno. La realtà che vedo mi addolora e mi sconvolge. Io non posso rimanere in silenzio e non esprimermi. Non penso che nessuno a cui importi veramente possa farlo. Ma sì, ogni volta che comincio a girare provo la stessa cosa: questa volta ci riuscirò. Questa volta succederà. Solo per scoprire ogni volta che la sua portata è molto più ridotta.”

Capisco che le mie possibilità di avere un impatto fuori dalla mia comunità siano minime. D’altro canto non penso che 10 anni prima della fine dell’apartheid ci fossero persone che dicevano: fra 10 anni non esisterà più. Così guardo alla realtà e cerco quel barlume di speranza che fra 10 anni l’occupazione non esisterà più. Non puoi chiamarmi un ottimista, ma uno deve avere il tipo di energia che hanno gli ottimisti che non riescono a rinunciare o a smettere di desiderare e sperare che le cose cambino,” dice Mograbi.

Perché pensa che i suoi film trovino un’accoglienza migliore all’estero?

Altrove è più facile perché non li riguarda direttamente. Sono appena stato in Francia per delle proiezioni del film [The First 54 Years], e c’era della brava gente di sinistra seduta in sala e hanno chiesto: ‘Come possono gli ebrei fare cose simili dopo tutto quello che hanno passato?’ che è una domanda logica. Come quando la gente chiede come sia possibile che i genitori abusati da piccoli possano a loro volta trasformarsi in genitori che fanno altrettanto. Ed io rispondo: ‘Come avete fatto, dopo l’occupazione tedesca in Francia, ad andare in Indocina e in Algeria e fare quello che avete fatto?’ Guardarsi dentro è molto più difficile che guardare fuori.”

Il pubblico migliore è in Francia, dice. “Quando c’è stata la prima di ‘How I Learned to Overcome My Fear and Love Arik Sharon’ al festival del documentario a Lussas nel 1997, per tre giorni dopo la proiezione ogni volta che camminavo lungo l’unica strada del paese tutti mi sorridevano. Avevano riso come matti guardando il film. L’hanno adorato. Una delle cose incredibili del festival è quanti giovani siano venuti anche se è un paesino in mezzo al nulla. Il pubblico è sempre più giovane,” nota.

La Francia è veramente l’ultima superpotenza cinematografica. Alle persone si insegna ad amare i film fin da piccoli e inoltre il governo sostiene i cinema che proiettano pellicole sperimentali e documentari, che altrimenti non potrebbero sopravvivere.”

Forse anche per noi è più facile guardare film che criticano altri posti.

Io ho un problema con i film che parlano delle sofferenze degli altri, film su persone che muoiono di fame nel terzo mondo. Questo voyeurismo necrofilo è molto inquietante. Spero di non cadere in tale necrofilia.”

Nonostante il caldo abbraccio che riceve all’estero, Mograbi non ha mai pensato di vivere altrove se non in Israele.

Nella mia situazione e con la mia posizione nel mondo potrei trasferirmi ovunque io voglia,” dice. “Ma non ho piani o desideri simili. Sono affezionato a questa città. Sono cresciuto a Tel Aviv e la conosco a menadito. Sottoterra all’angolo di Allenby e Ben-Yehuda sono sepolti tutti i miei sogni. Dove potrei andare? Anche ogni altro Paese a cui potrei pensare ha un suo passato sordido. Francia, Olanda, Belgio, America. E che tipo di film potrei fare fuori da Israele? Qui conosco le cose belle e quelle brutte. Vivo totalmente immerso nella storia e nella politica e cultura di questo posto e lo amo.”

Ma non ci sono momenti in cui si sente minacciato o emarginato?

No. Non ho mai ricevuto attacchi personali. Ho sofferto per qualcosa di persino peggiore: essere ignorato. Sono riconosciuto nella comunità cinematografica e in quella minuscola e sempre più piccola della sinistra, ma quando si fa un film che passa in televisione ci si aspetta una reazione da un po’ più di quelle centinaia o migliaia di persone che conosci già per nome. Essere ignorato può essere una cosa molto deprimente quando il tuo campo è quello dei mass media.”

Un legame molto stretto

Mograbi ha un legame molto stretto con Breaking the Silence. Fa parte del consiglio di amministrazione dell’organizzazione ed è stato uno dei suoi fondatori. “Quando l’abbiamo fondata, non avevo idea di quale fantastica organizzazione sarebbe diventata. Né immaginavamo che vasta portata avremmo ottenuto.”

Mograbi ha già fatto un film, “Z32” in cui ha usato la testimonianza data da un soldato di Breaking the Silence, ma per il suo nuovo documentario ha raccolto un gran numero di testimonianze di periodi diversi in un modo che non era mai stato fatto prima.

L’aspetto più unico viene dalle testimonianze di persone più anziane, alcune ben note, come Shlomo Gazit, l’ex capo dell’intelligence militare e Coordinatore delle attività del Governo nei Territori (che è morto l’anno scorso); l’attivista di lunga data per i diritti umani Yishai Menuhin; Guy Ben-Ner, videoartista; il musicista Ram Orion.

Originariarmente, Breaking the Silence ha raccolto testimonianze dal 2000 in poi perché quella era la loro generazione. Ma con l’avvicinarsi del 50esimo anniversario dell’occupazione abbiamo deciso di fare un progetto che avrebbe riempito le lacune degli anni precedenti, dal 1967 al 2000. Dopo che Shay Fogelman, che aveva supervisionato il progetto, e il team che aveva lavorato con lui, hanno finito di raccogliere le testimonianze, ho preso le centinaia di ore di materiale e ho cercato di metterle in un qualche ordine per decidere cosa farne. Poi mi sono reso conto che avrei potuto usarle per fare un film che descrivesse l’occupazione dai primi giorni a oggi.”

In questo film ci sono molte persone che non avevano mai parlato prima del loro incontro in quanto membri dell’esercito con una popolazione occupata.

Non ho scelto io chi intervistare. Non ho filmato o condotto le interviste. È essenzialmente basato su materiale di archivio, a parte i segmenti in cui appaio io. Una delle cose più forti sul fatto di avere a disposizione questa varietà di generazioni è la relazione padre/figlio. Da Shlomo Gazit che era andato a scuola con mio padre ai testimoni più giovani che ora hanno 30 anni. Senti cose come la mappatura delle case (per demolirle) e fare irruzione di notte nelle case e dire: ‘Questo è orribile,’ e poi scopri che è successo da sempre. Non è una pratica che è stata inventata dopo questa o quella intifada. Là è sempre stata fatta.”

Un’altra decisione chiave nel fare il film è stata quella di non includere i commenti personali e il bilancio che ne traggono gli intervistati, ma di focalizzarsi solo sulle azioni.

Tutti gli intervistati erano persone a cui il servizio militare ha provocato una qualche trasformazione. Molti di loro avevano cominciato con una posizione politica diversa da quella che hanno oggi, incluso Gazit, che è stato lì fin dall’inizio dell’occupazione. Ma ho deciso di non vederlo dal punto di vista psicologico. Mi sono concentrato solo sulla pratica concreta, sulle procedure, i meccanismi, gli ordini, le azioni. Infatti l’oratore non dice, ‘penso,’ ma dice, ‘faccio.’”

Limitandomi alle azioni, senza accorgermene ho dato vita al [personaggio del] professore e poi ho sentito la necessità di giocare con lui perché se il film avesse compreso solo testimonianze nessuno sarebbe riuscito a sopportarlo. Ho mostrato questa versione ai miei due figli che sono di sinistra, persone che pensano criticamente e persino loro alla fine tossichiavano imbarazzati.”

Originariamente Mograbi non pensava di recitare lui stesso la parte dell’esperto di occupazione, ma non è riuscito a trovare nessun altro che volesse farlo.

La cosa più incredibile è stata che tutti fin dall’inizio hanno respinto la possibilità che ci fosse un piano, che ci sia un enorme processo dietro questa cosa [l’occupazione]. Alcune delle persone con cui ho parlato sono ricercatori militari. E a un certo punto mi sono reso conto che non ci sarebbe stato nessuno dall’interno, dall’interno del sistema, che avrebbe parlato apertamente del grande piano strategico. Così mi sono offerto volontario. Ma si potrebbe dire che comunque Avi Mograbi avrebbe trovato un modo per ficcare il naso nel film, perché trovo il modo di inserirmi in tutti.”

Perché?

Deve entrarci l’ego, suppongo. È ancora un po’ un mistero.”

Devo ammettere che c’è un po’ di confusione. Parlando con lei è difficile separare i personaggi del film dalla persona reale. Quindi non è sempre chiaro se la conversazione è seria o sarcastica.

In tutti i film appaio come me stesso, ma, in molti, questo mio me stesso è lontano da quello che sono in realtà. Contribuisco con il mio magnifico corpo all’opera d’arte e fondamentalmente uso questa possibilità per guardare negli occhi lo spettatore, se si può metterla così, e parlare direttamente con lui,” aggiunge.

Ho cominciato quando ho fatto il film su Arik Sharon,” dice riferendosi all’ex primo ministro Ariel Sharon.

Ho dovuto interpretare un ruolo, non nel film, ma quando filmavo, perché ero uno dei fondatori del movimento Yesh Gvul (fondato per sostenere gli obiettori di coscienza), e sapevo che, se Sharon l’avesse scoperto, non mi avrebbe permesso di avvicinarlo. Durante le riprese mi sono comportato come questo regista che non ne sa niente. Ci sono alcune conversazioni ridicole. Non è mai a proposito delle politiche, ma solo su pecore e agnelli. Queste stupide conversazioni sono diventate il cuore del film. Hanno dato origine alla trama del film, un film su un regista e su quello che gli succede quando fa un film su Sharon,” afferma.

Da allora ogni film ha un motivo perché io ci sia. Evidentemente anche se volessi fare un film sulle molecole, troverei un modo per esserci, per nuotare fra le molecole.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Barghouti: l’Autorità Palestinese non ha autorità

28 settembre 2021 – Middle East Monitor

Ieri l’agenzia di stampa Sama [agenzia di notizie siriana, ndtr.] ha riferito che Marwan Barghout, membro del Comitato Centrale di Fatah, ha detto dal carcere: “ L’Autorità Palestinese (ANP) non ha autorità” e ha aggiunto che la battaglia per Gerusalemme “ha rivelato l’inettitudine e la fragilità” del sistema politico palestinese.

Barghouti ha anche detto che l’ANP “ha permesso all’occupazione israeliana di non spendere nulla,” facendo notare che l’occupazione “pratica la pulizia etnica ed è responsabile di molti atti di aggressione contro i palestinesi.”

Ha spiegato che la frazione principale dell’Olp ” ha accettato condizioni inferiori al minimo” necessario per raggiungere la pace con l’occupazione israeliana.

Immigrazione, colonie, rafforzamento dell’esercito e potenti alleanze internazionali “sono il pilastro dell’occupazione israeliana,” ha spiegato Barghouti, osservando che gli ebrei immigrati in Israele sono 32.000 all’anno e che il numero dei coloni ebrei israeliani nella Cisgiordania occupata è salito negli ultimi dieci anni a 200.000.

Nel frattempo Israele ha accresciuto la sua potenza militare e sta stringendo alleanze con Russia, Cina e India, oltre agli USA. Questo Stato occupante sta cercando al contempo di diventare una nazione centrale nella regione con cui i Paesi vicini stanno cercando di stringere alleanze, ha spiegato.

La recente battaglia per Gerusalemme avvenuta a maggio nei territori occupati e in Israele, “è la prova che, nonostante sofferenze e dolori, i palestinesi non smetteranno di combattere per i propri diritti,” ha concluso Barghouti.

Ciò ha anche “evidenziato l’inettitudine e la fragilità del sistema politico palestinese e dimostrato che dobbiamo produrre una nuova leadership alternativa tramite elezioni generali.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Siamo Ben e Jerry. Gelatai e uomini con saldi principii.*

Bennett Cohen e Jerry Greenfield

Il signor Cohen e il signor Greenfield hanno fondato la Ben & Jerry’s Homemade Holdings nel 1978

29 luglio 2021 – New York Times

*Nota redazionale: pubblichiamo questa lettera di Cohen e Greenfield pur non condividendone alcune affermazioni. Come affermato dalla commissione Onu Falk-Tilley, dall’ong israeliana B’Tselem e da un rapporto di Human RIghts Watch, che denunciano il fatto che Israele pratica un sistema di apartheid su tutto il territorio dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, non riteniamo che Israele possa essere considerato uno Stato democratico. Tuttavia ci pare molto significativa questa presa di posizione da parte di ebrei americani contro l’illegale occupazione dei territori palestinesi e il fatto che la lettera sia stata pubblicata dal New York Times, che in genera appoggia le politiche israeliane

Siamo i fondatori di Ben & Jerry’s. Siamo anche ebrei orgogliosi di esserlo. Costituisce una parte essenziale del nostro essere e di come ci siamo identificati per tutta la vita. Quando la nostra azienda ha iniziato ad espandersi a livello internazionale, Israele è stato uno dei nostri primi mercati esteri. Allora eravamo, e rimaniamo oggi, sostenitori dello Stato di Israele.

Ma è possibile sostenere Israele e opporsi ad alcune delle sue politiche, proprio come ci siamo opposti a politiche del governo degli Stati Uniti. Pertanto, sosteniamo inequivocabilmente la decisione dell’azienda di porre fine agli affari nei territori occupati, un’occupazione che la maggioranza della comunità internazionale, comprese le Nazioni Unite, ha dichiarato illegale.

Anche se non abbiamo più alcun controllo operativo sull’azienda che abbiamo fondato nel 1978, siamo orgogliosi della sua azione e crediamo che sia dalla parte giusta della storia. A nostro avviso, porre fine alle vendite di gelato nei territori occupati è una delle decisioni più importanti che l’azienda abbia preso nei suoi 43 anni di storia; è stata particolarmente coraggiosa da parte sua. Anche se sapeva che senza dubbio la risposta sarebbe stata rapida e pesante, Ben & Jerry’s ha preso l’iniziativa per rendere coerenti la sua azione e le sue attività con i suoi valori progressisti.

Il fatto che noi si sostenga la decisione dell’azienda non è una contraddizione, né è antisemita. In effetti, crediamo che questo atto possa e debba essere visto come la promozione dei concetti di giustizia e diritti umani, principi fondamentali dell’ebraismo.

Ben & Jerry’s è un’azienda che sostiene la pace. Da tempo chiede al Congresso di ridurre il budget militare degli Stati Uniti. Ben & Jerry’s si è opposta alla guerra del Golfo Persico del 1991, non solo a parole: una delle nostre primissime iniziative di missione sociale, nel 1988, è stata quella di introdurre il Peace Pop [uno stecco gelato con il simbolo della pace, ndtr.]. Faceva parte di uno sforzo per promuovere l’idea di reindirizzare l’1% dei budget della difesa nazionale in tutto il mondo per finanziare attività di promozione della pace. Vediamo la recente azione dell’azienda come parte di una traiettoria simile, non come anti-israeliana, ma come parte di una lunga storia pacifista.

Nella sua dichiarazione la società ha fatto una distinzione tra il territorio democratico di Israele e i territori occupati da Israele. La decisione di fermare le vendite al di fuori dei confini democratici di Israele non è un boicottaggio di Israele. La dichiarazione di Ben & Jerry non sostiene il movimento BDS.

La decisione, come affermato dall’azienda, di rendere le sue operazioni più coerenti con i suoi valori non è un rifiuto di Israele. È un rifiuto della politica israeliana di proseguire un’occupazione illegale che ostacola la pace e viola i diritti umani fondamentali del popolo palestinese che vive sotto occupazione. Come sostenitori ebrei dello Stato di Israele, respingiamo totalmente l’idea che sia antisemita mettere in discussione le politiche dello Stato di Israele.

Quando nel 2000 abbiamo lasciato il timone della società nell’accordo di acquisizione con Unilever [multinazionale inglese, ndtr.] abbiamo contrattato una struttura di governance unica. Quella struttura è la “magia” che sta dietro alla continua indipendenza di Ben & Jerry e al suo successo. Come parte dell’accordo, la società ha mantenuto un consiglio di amministrazione indipendente con la responsabilità di proteggere l’irrinunciabile integrità del marchio dell’azienda e di perseguire la sua missione sociale.

Crediamo che le imprese siano tra i soggetti più potenti della società. Crediamo che le aziende abbiano la responsabilità di usare il loro potere e la loro influenza per promuovere nella maggior misura possibile il bene comune. Nel corso degli anni, siamo anche arrivati ​​a credere che ci sia un aspetto spirituale negli affari, proprio come c’è nella vita degli individui. Quello che dai, ricevi. Ci auguriamo che per Ben & Jerry’s ciò rimanga centrale negli affari. Per noi questo è ciò che rappresenta questa decisione ed è per questo che siamo orgogliosi che, 43 anni dopo aver aperto una gelateria in una fatiscente stazione di servizio a Burlington, Vermont, i nostri nomi siano ancora sulle confezioni.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Diventa virale il cortometraggio su Sheikh Jarrah girato da un regista palestinese

Aziza Nofal

22 giugno 2021 – Al Monitor

Il giovane regista palestinese Omar Rammal continua a raccogliere commenti positivi per “The Place,” [Il Posto], il corto che ha prodotto e postato sui social durante i recenti eventi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme.

RAMALLAH, Cisgiordania — Il 15 maggio, quando il regista palestinese Omar Rammal, 23 anni, ha postato il corto “The Place,” [Il posto] sul suo canale YouTube, non si aspettava che diventasse virale. “Credevo che avrebbe ricevuto vari apprezzamenti, ma non così tanti,” ha detto Rammal ad Al-Monitor.

Il video apparso il 15 maggio sul suo account Instagram ha totalizzato più di 6 milioni di visualizzazioni e parecchi altri canali l’hanno condiviso. Rammal l’ha postato senza copyright in modo che fosse disponibile a chiunque volesse ripostarlo, per fare conoscere in tutto il mondo la realtà della Palestina, e di Sheikh Jarrah in particolare.

In “The Place”, che dura solo un minuto e mezzo, Rammal sintetizza l’espulsione di 28 famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, dove gruppi di coloni israeliani stanno tentando di espandersi.

Rammal ha deciso deliberatamente di postare il suo video proprio il giorno dell’anniversario della Nakba [la Catastrofe, la pulizia etnica operata dai sionisti nel ’47-’48, ndtr.] per dire che il furto delle case palestinesi continua da allora e che il quartiere di Sheikh Jarrah non sarà l’ultimo, perché ogni “posto” in Palestina è preso di mira in vista della continua occupazione.

Nel suo film si concentra sulla storia di una famiglia palestinese che parla della propria casa: c’è la mamma che dice che la sua cucina è “condita con amore”, la ragazzina che ama la sua cameretta e i suoi giocattoli, il ragazzo che rappresenta i giovani palestinesi e il padre che l’ha ereditata insieme a un albero nel giardino piantato dal nonno, la cosa che ama di più della casa.

Alle spalle di queste immagini “normali”, si vedono i coloni che stanno portando via i ricordi della famiglia a cui stanno rubando la casa.

Rammal ha voluto mettere i sottotitoli in inglese con un commento semplice alla fine che riassumesse il messaggio del film: “Il posto siamo noi … la nostra esistenza … i nostri ricordi e il nostro futuro.”

Quando a Rammal è venuta l’idea per “The Place,” ne ha parlato con il suo amico sceneggiatore Suleiman Tadros che l’ha aiutato a trasformarla in un copione. Il produttore Abdel Rahman Abu Jaafar e l’intera troupe, inclusi gli attori, sono tutti volontari che hanno contribuito, ognuno nel proprio ruolo, per sostenere la lotta palestinese.

Le riprese sono durate tre giorni, ma Rammal non ha pensato che il film fosse abbastanza potente fino a quando non hanno girato la scena della mamma, interpretata dall’attrice giordana Hind Hamed. “Riguardandola dopo le riprese mi sono venuti i brividi. È stato in quel momento che mi sono detto che avrebbe avuto un enorme impatto,” ha concluso Said.

Rammal crede che, oltre ad aver postato il film sui social in un momento in cui il mondo stava mostrando grande solidarietà alla causa palestinese e al quartiere di Sheikh Jarrah, il segreto del suo successo stia nel modo in cui ne ha trasmesso il messaggio umanitario.

Rammal osserva che il cinema palestinese e arabo, nonostante la carenza di risorse, se usato in modo intelligente e sensibile, può comunicare i temi palestinesi in tutto il mondo.

Lui paragona il successo di “The Place” a quello del suo primo film del 2019, “Hajez” (“Checkpoint”), che parla delle sofferenze quotidiane dei palestinesi ai checkpoint israeliani. Sebbene entrambi illustrino una realtà palestinese, il primo non era stato accolto molto bene a causa dell’esplicito messaggio politico.

Il successo di questo film pone Rammal davanti a una scelta: lui non vuole essere visto come un regista palestinese che fa solo vedere la lotta palestinese, dato che invece crede che si debba mostrare l’altro lato della vita dei palestinesi che non è diversa da quella di qualsiasi altra persona in qualunque altro posto. “È vero che la vita dei palestinesi è complicata dall’occupazione, ma noi viviamo la nostra quotidianità come chiunque altro.”

Lui sostiene che i registi palestinesi non dovrebbero solo presentare tematiche palestinesi o mostrare i palestinesi solo sotto una luce negativa o in modo superficiale, ma piuttosto dovrebbero concentrarsi nel rispecchiarne il lato umano e la vita quotidiana.

Rammal viene da Salfit, nella Cisgiordania settentrionale, e ha completato i suoi studi in cinematografia nella capitale giordana, Amman. Nel 2018 ha diretto: “Fatimah,” un breve documentario su una ragazza siriana sfollata in Giordania e ha partecipato a vari festival arabi e internazionali, come il film festival franco-arabo, l’Elia film festival di corti e il Winter Film Awards a New York.

“The Place” non ha solo trasmesso un messaggio palestinese in tutto il mondo. Ha anche dimostrato che il cinema palestinese può comunicare un’autentica storia palestinese usando in modo intelligente gli strumenti disponibili e i social per contrastare la narrazione israeliana che falsa l’immagine dei palestinesi.

(tradotto dall’inglese da Mirella Alessio)




Le risorse dimenticate di petrolio e gas della Palestina

Mahmoud Elkhafif

Coordinatore, Unità Assistenza al popolo palestinese, UNCTAD

21 giugno 2021 – Al Jazeera

Sarà necessaria un’equa distribuzione delle risorse di petrolio e gas nel bacino di Levante per il raggiungimento di un duraturo accordo politico ed economico tra Israele e Palestina.

Dopo l’ultima operazione militare di Israele e la conseguente massiccia devastazione a Gaza, la comunità internazionale ha promesso centinaia di milioni di dollari per aiutare la ricostruzione della Striscia. Tuttavia, una fine duratura del conflitto tra Israele e Palestina non sarà possibile senza investimenti a lungo termine nello sviluppo economico e umano della Palestina, pari a miliardi di dollari all’anno.

Uno strumento trascurato per generare queste entrate sarebbe quello di destinare alla Palestina la sua giusta quota di benefici dalle riserve di petrolio e gas naturale nei territori occupati e nel Mediterraneo orientale, che sono attualmente sfruttate solo da Israele.

Un recente studio della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) sottolinea che le nuove scoperte di gas naturale nel bacino di Levante sono dell’ordine di 3 trilioni di metri cubi, mentre si stima che il petrolio recuperabile sia di 1,7 miliardi di barili. Queste riserve offrono l’opportunità di distribuire e spartire circa 524 miliardi di dollari tra le varie parti della regione.

L’occupazione militare israeliana dei territori palestinesi dal 1967 e il blocco della Striscia di Gaza dal 2007 hanno impedito al popolo palestinese di esercitare qualsiasi controllo sulle proprie risorse di combustibili fossili, negandogli le tanto necessarie entrate fiscali e di esportazione e lasciando l’economia palestinese sull’orlo del collasso.

I costi economici inflitti al popolo palestinese sotto occupazione sono ben documentati: severe restrizioni alla circolazione di persone e merci; la confisca e distruzione di proprietà e beni; perdita di terra, acqua e altre risorse naturali; frammentazione del mercato interno ed esclusione dai mercati limitrofi e internazionali; e l’espansione delle colonie israeliane illegali secondo il diritto internazionale.

Il popolo palestinese esercita un controllo limitato anche sui propri margini e politiche di bilancio. Secondo le disposizioni del Protocollo di Parigi sulle relazioni economiche, Israele controlla la politica monetaria, i confini e il commercio palestinesi. Riscuote anche dazi doganali, IVA e imposte sul reddito dei palestinesi impiegati in Israele che poi versa al governo palestinese. L’UNCTAD stima che, sotto l’occupazione, il popolo palestinese abbia perso nel periodo 2007-2017 39,9 miliardi di euro di entrate fiscali, comprese le entrate trafugate da Israele e gli interessi maturati. In confronto, nello stesso periodo la spesa per lo sviluppo da parte del governo palestinese è stata di circa 3,7 miliardi di euro.

Il blocco prolungato e le ricorrenti operazioni militari a Gaza hanno ridotto più della metà della popolazione del territorio a vivere al di sotto della soglia di povertà e hanno un costo di 13,9 miliardi di euro di PIL all’anno. Questa cifra non tiene conto dell’enorme costo connesso all’opportunità negata al popolo palestinese di sfruttare il proprio giacimento di gas naturale al largo delle coste di Gaza.

L’accordo israelo-palestinese del 1995 sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza, noto come Accordo di Oslo II, ha conferito all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) la giurisdizione marittima sulle sue acque fino a 20 miglia nautiche dalla costa. Nel 1999 l’ANP ha firmato con il British Gas Group un contratto di 25 anni per l’esplorazione del gas e nello stesso anno è stato scoperto un grande giacimento di gas, Gaza Marine, a 17-21 miglia nautiche al largo della costa di Gaza. Tuttavia, nonostante le discussioni iniziali tra il governo israeliano, l’ANP e British Gas sulla vendita di gas ottenuto da questo giacimento e la fornitura dei tanto necessari ricavi ai territori palestinesi occupati, i palestinesi non hanno ottenuto alcun beneficio.

Dal blocco di Gaza del 2007 il governo israeliano ha stabilito di fatto il controllo sulle riserve di gas naturale al largo di Gaza. L’appaltatore, British Gas, da allora ha avuto a che fare con il governo israeliano, aggirando di fatto il governo palestinese per quanto riguarda i diritti di esplorazione e sviluppo.

Israele ha anche preso il controllo del giacimento di petrolio e gas naturale del Meged, situato all’interno della Cisgiordania occupata. Israele afferma che il campo si trova a ovest della linea di armistizio del 1948, ma la maggior parte del bacino si trova sotto il territorio palestinese occupato dal 1967.

Più di recente Israele ha iniziato a sviluppare nuove scoperte di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale, esclusivamente a proprio vantaggio.

Nel requisire e sfruttare le risorse di petrolio e gas palestinesi, Israele sta agendo in violazione della lettera e dello spirito del Regolamento dell’Aia, della Quarta Convenzione di Ginevra e di un insieme corposo di leggi umanitarie internazionali e dei diritti umani che si occupa dello sfruttamento di risorse comuni da parte di una potenza occupante, senza riguardo per gli interessi, i diritti e le quote della popolazione che subisce l’occupazione.

Dopo il recente attacco a Gaza la comunità internazionale ha finora promesso 860 milioni di dollari per la ricostruzione ma, anche prima dell’ultima aggressione militare, l’UNCTAD ha stimato necessaria una spesa di almeno 838 milioni di dollari per far uscire la popolazione di Gaza dalla povertà. Una quota equa dei proventi del petrolio e del gas fornirebbe ai palestinesi finanziamenti sostenibili da investire nella ricostruzione, riabilitazione e ripresa economica a lungo termine. L’alternativa è che queste risorse comuni vengano sfruttate individualmente ed esclusivamente da Israele e diventino un altro fattore scatenante di conflitti e violenze.

Naturalmente una ripresa economica sostenibile e una soluzione politica sostenibile vanno di pari passo. L’ONU mantiene la sua posizione di vecchia data secondo cui una pace duratura e globale può essere raggiunta solo attraverso una soluzione negoziata a due Stati. L’ONU continua a lavorare per la creazione di uno Stato di Palestina indipendente, democratico, contiguo, sovrano e vitale, che esista in pace e sicurezza con Israele. La sopravvivenza economica di uno Stato palestinese dipenderà dalla capacità dei palestinesi di controllare la propria economia e di avere un accesso equo alla loro quota di riserve di petrolio e gas in Palestina.

Le opinioni espresse in questo articolo sono proprie dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




È apartheid, dicono gli ambasciatori di Israele in Sudafrica

Ilan Baruch e Alon Liel

8 giugno 2021 – GroundUp

È chiaro più che mai che l’occupazione non è temporanea e che non c’è una volontà politica del governo israeliano di porvi fine.”

Nel corso delle nostre carriere nel corpo diplomatico siamo stati entrambi ambasciatori di Israele in Sudafrica. Ricoprendo questo ruolo abbiamo fatto esperienza diretta con la realtà dell’apartheid e con gli orrori che ha inflitto. Ma oltre a ciò, l’esperienza e la conoscenza che abbiamo acquisito in Sudafrica ci hanno aiutato a comprendere la realtà della nostra patria.

Per oltre cinquant’anni Israele ha governato i territori palestinesi occupati con un sistema legale a due regimi, secondo cui in Cisgiordania, nello stesso territorio, i coloni israeliani sono soggetti alla legge civile israeliana mentre i palestinesi sono soggetti alla legge militare. Il sistema contiene un’intrinseca diseguaglianza. In questo contesto, Israele ha operato per cambiare sia la geografia che la demografia della Cisgiordania tramite la costruzione di insediamenti che sono illegali ai sensi del diritto internazionale.

Israele ha sviluppato progetti per collegare tali insediamenti a Israele propriamente detto con investimenti intensivi per lo sviluppo di infrastrutture e di una vasta rete di superstrade, servizi idrici ed elettrici che hanno trasformato l’impresa degli insediamenti in un’agiata periferia. Questo è successo in contemporanea con l’esproprio e l’occupazione di enormi quantità di terra palestinese, inclusi sfratti e demolizioni di case palestinesi. Ciò significa che gli insediamenti sono costruiti e ampliati a spese delle comunità palestinesi che sono finite confinate in tratti di territorio sempre più piccoli.

Questa situazione ci ricorda una storia che l’ex ambasciatore Avi Primor ha descritto nella sua autobiografia a proposito di un viaggio in Sudafrica agli inizi degli anni ’80 con Ariel Sharon, allora ministro della Difesa. Durante la visita, Sharon aveva espresso grande interesse per il progetto dei bantustan. Anche solo una rapida occhiata alla mappa della Cisgiordania lascia pochi dubbi su dove Sharon abbia tratto ispirazione.

Oggi la Cisgiordania consiste di 165 “enclavi”, cioè comunità palestinesi circondate da territori occupati dagli insediamenti. Nel 2005, con lo smantellamento delle colonie di Gaza e l’inizio dell’assedio, essa è diventata semplicemente un’altra enclave, un territorio senza autonomia, circondato per la gran parte da Israele e perciò anch’esso controllato da Israele.

I bantustan del Sudafrica in regime di apartheid e la mappa dei territori palestinesi occupati oggi sono basati sulla stessa idea di concentrare la popolazione “indesiderabile” nell’area più piccola possibile, in una serie di enclavi non contigue. Cacciando gradualmente queste popolazioni dalle loro terre e ammassandole in sacche densamente popolate e frammentate, sia il Sudafrica allora, che Israele oggi, hanno operato per impedire l’autonomia politica e una vera democrazia.

Questa settimana commemoriamo i 55 anni dall’inizio dell’occupazione della Cisgiordania. È chiaro ora più che mai che l’occupazione non è temporanea e che non c’è la volontà politica del governo israeliano per porvi fine. s Human RightWatch [notissima ong per i diritti umani con sede negli USA, ndtr.] ha recentemente concluso che Israele ha varcato la soglia e che le sue azioni nei territori occupati ora rispondono alla definizione giuridica di crimine di apartheid secondo il diritto internazionale.

Israele è il solo potere sovrano che opera in questa terra e discrimina sistematicamente in base a nazionalità ed etnia. Tale realtà è, come abbiamo visto noi stessi, apartheid. È ora che il mondo riconosca che quello che abbiamo visto in Sudafrica decenni fa sta succedendo anche nei territori palestinesi occupati.

E proprio come il mondo si è unito nella lotta contro l’apartheid in Sudafrica, è ora che intervenga con un’azione diplomatica decisiva nel nostro caso e operi per costruire un futuro di uguaglianza, dignità e sicurezza sia per i palestinesi che per gli israeliani.

Ilan Baruch ha ricoperto la carica di ambasciatore di Israele in Sudafrica, Namibia, Botswana e Zimbabwe.

Alon Liel ha ricoperto la carica di ambasciatore di Israele in Sudafrica e di direttore generale del Ministero degli affari esteri israeliano.

Le opinioni espresse non sono necessariamente quelle di GroundUp.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Che genere di resistenza fareste?

Basman Derawi

7 giugno 2021 – We Are Not Numbers

Caro mondo,

che genere di resistenza volete che io faccia? Armata, disarmata, o niente del tutto, solo morire in silenzio in modo da non disturbarti?

Che genere di resistenza fareste voi se la vostra casa fosse stata rubata, se la vostra vita fosse solo un grumo nelle mani di qualcun altro? Di qualcuno che dice che il suo dio gli ha promesso la vostra terra?

Caro mondo,

immagino di camminare nelle strade di Sheikh Jarrah e trovare Yacoub (il colono) sulla porta della mia casa, che mi ordina di demolire la mia stessa casa, pezzo dopo pezzo, o di pagarlo perché lo faccia mentre io sto a guardare.

Immagino i giornalisti arrestati semplicemente perché fanno il loro lavoro, documentano i nostri tentativi di resistere, e i capi della protesta, arrestati nelle loro case, circondati da pericoli.

Non è così diverso da qui, quando cammino per le strade di Gaza, immerse nel buio (non c’è elettricità). Sento i droni che sibilano nelle mie orecchie. Vedo i calcinacci di un edificio, sento l’eco spettrale di bambini che piangono, la loro casa finita in un’esplosione di polvere.

Una guerra è finita, un’altra arriverà.

Caro mondo, non ho forse il diritto di resistere? L’occupazione è sempre giusta? Voi non fareste lo stesso se foste nei miei panni?

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Appello di cittadini ebrei israeliani: Fermate l’apartheid di Israele.

Maggio 2021 #IsraelisAgainstApartheid

Lettera aperta alla Comunità internazionale

Noi, ebrei israeliani, ci opponiamo alle azioni del governo israeliano e con la presente dichiariamo il nostro impegno ad agire contro di loro. Ci rifiutiamo di accettare il regime ebraico-suprematista e chiediamo alla comunità internazionale di intervenire immediatamente in difesa dei palestinesi a Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme, Galilea, Negev, al-Lydd, Yafa, Ramleh, Haifa e Palestina.

La supremazia ebraica è la pietra angolare del regime israeliano e il suo obiettivo coerente è trasferire e cancellare il popolo palestinese, la sua storia e la sua identità nazionale. Questo obiettivo si manifesta in continui atti di pulizia etnica mediante sfratti e demolizioni di case, brutale occupazione militare, negazione dei diritti civili e umani e legislazione di una serie di leggi razziste che culminano nel disegno di legge Stato-nazione, che definisce lo Stato Stato nazione del popolo ebraico ”, e solo loro.

Tutto quanto sopra forma effettivamente un regime di apartheid che crea aree simili a Bantustan e ghetto per le comunità native palestinesi. Crediamo che il sionismo sia un principio di governo non etico che porta intrinsecamente a un regime di apartheid razzista che ha commesso crimini di guerra e negato i diritti umani fondamentali ai palestinesi per oltre sette decenni. Tali crimini e violazioni includono: la distruzione di centinaia di città e villaggi e il loro spopolamento di 750.000 palestinesi nel 1948, insieme alla prevenzione attiva del ritorno dei rifugiati; l’espropriazione sistematica delle terre dei palestinesi e il loro trasferimento in proprietà ebraica sotto gli auspici dello stato; l’occupazione della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle alture del Golan e l’applicazione di un regime militare colonizzatore, che governa su milioni di palestinesi; la graduale annessione dei territori occupati nel 1967 dall’ingegneria demografica violenta; l’assedio in corso sulla striscia di Gaza e i persistenti massacri della popolazione di Gaza da parte dell’aviazione israeliana; la persecuzione politica dei palestinesi in tutta la Palestina e l’incitamento in corso contro la leadership politica e la società in generale; Tutte queste atrocità si verificano a causa dell’impunità che Israele riceve dalla comunità internazionale e in particolare dagli Stati Uniti.

Nelle ultime settimane, il governo israeliano ha aumentato i suoi tentativi di impossessarsi di case palestinesi a Gerusalemme Est (specialmente nel quartiere di Sheikh Jarrah) e ospitarvi coloni ebrei con l’obiettivo di completare la giudaizzazione della città iniziata nel 1967. Durante il mese del Ramadan, le forze israeliane hanno intensificato il loro violento assalto al complesso della Moschea di Al Aqsa, dando il via libera ai coloni per vandalizzare e danneggiare fisicamente i palestinesi in Cisgiordania, Gerusalemme e in tutti i territori del ’48. I movimenti dei coloni agiscono sotto gli auspici e in coordinamento con la polizia israeliana. I media israeliani stanno prendendo parte alla sfrenata istigazione contro i cittadini arabi di Israele. Di conseguenza, le folle ebraiche ricevono impunità per la loro violenza,

Mentre scriviamo questa dichiarazione, Israele sta commettendo un altro massacro nel ghetto di Gaza. Israele ha rifiutato diverse offerte di terze parti per negoziare un accordo di cessate il fuoco con i funzionari di Hamas e ha continuato a bombardare i quartieri di Gaza. Continua l’assedio disumano su circa due milioni di persone.

Come individui che appartengono alla parte dell’oppressore e che hanno cercato per anni di spostare l’opinione pubblica in Israele al fine di cambiare le basi dell’attuale regime, siamo da tempo giunti alla conclusione che è impossibile cambiare il suprematista regime ebraico senza intervento esterno.

Chiediamo alla comunità internazionale di intervenire immediatamente per fermare le attuali aggressioni israeliane, per adottare le richieste del movimento palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni; lavorare per l’attualizzazione del diritto palestinese al ritorno e per realizzare una giustizia storica; per raggiungere una soluzione giusta e democratica per tutti, basata sulla decolonizzazione della regione e sulla fondazione di uno stato di tutti i suoi cittadini.

#IsraelisAgainstApartheid

Firma la lettera

Elenco delle firme

  1. Ruchama Marton

  2. Melissa Danz

  3. Tal Dor

  4. Aya Kaniuk

  5. Shiri Eisner

  6. Shaul Tcherikover

  7. Rana Saba

  8. Esther Rapoport

  9. Yossef Mekyton

  10. Revital Sella

  11. Haley Firkser

  12. Michal Raz

  13. Avi Liberman

  14. Amitai Ben-Abba

  15. Shlomo Owen

  16. Shmuel Merzel

  17. Maayan Geva

  18. Hillel Garmi

  19. Zohar Atai

  20. Dina Hecht

  21. Naama Farjoun

  22. Ehud Shem Tov

  23. Daniel Roe

  24. Neta Golan

  25. Guy Avni

  26. Daniella Cramer

  27. Yonatan Shapira

  28. Einat Weizman

  29. Tali Shapiro

  30. Tom Pessah

  31. Keren Assaf

  32. Ofer Neiman

  33. Tami Dynes

  34. Guy Hirschfeld

  35. Tsipi Erann

  36. Aryeh Miller

  37. Vardit Shalfy

  38. O Ben David

  39. Haim Schwarczenberg

  40. Oren Feld

  41. Shira Havkin

  42. Oneg Ben Dror

  43. Rosana Berghoff

  44. Lirona Rosenthal

  45. Dror Shohet

  46. Guy Gillor

  47. Adi Shosberger

  48. Imri Hen

  49. Nuni Tal

  50. Dalit Baum

  51. Yoko Ram Chupak

  52. Maxine Kaufman-Lacusta

  53. Dalit Baum

  54. Yael Shomroni

  55. Bilha Golan Sündermann

  56. Noa Shaindlinger

  57. Noa Friehmann

  58. Yom Shamash

  59. Abigail Szor

  60. Ronnen Ben-Arie

  61. Anat Matar

  62. ayA Zamir

  63. Connie Hackbarth

  64. Adi Moreno

  65. Yasmine Halevi

  66. Kobi Snitz

  67. Alexander Eyal

  68. Ronen Wolf

  69. Anat Elzam

  70. Robert Nathan Suberi

  71. Oshra Bar

  72. Liat Rosenberg

  73. Shaindy Ort

  74. Ari Libero

  75. Shai Ilan

  76. Yasmin Eran- Vardi

  77. Miri Barak

  78. Tamar Selby

  79. Elian Weizman

  80. Aliza Dror

  81. Ruti Lavi

  82. Prof. Emmanuel Farjoun

  83. Michal Sapir

  84. Ayala Levinger

  85. Daphna Baram

  86. Yudit Ilany

  87. Odeliya Matter

  88. Yaniv Shachar

  89. Ofra Yeshua-Lyth

  90. Moshe Eliraz

  91. Elfrea Lockley

  92. Iris Hefets

  93. Oriana Weich

  94. Reut Ben-Yaakov

  95. Yoram Blumenkranz

  96. Tia Levi

  97. Bosmat Gal

  98. Rachel Beitarie

  99. Udi Raz

  100. Yael Friedman

  101. Alon Marcus

  102. Jasmin Wagner

  103. Orna Akad

  104. Avi Berg

  105. Inna Michaeli

  106. Galit Naaman

  107. Sharona Weiss

  108. Aya Breuer

  109. Tal Janner-Klausner

  110. Eran Torbiner

  111. Vered Bitan

  112. Pnina Werbner

  113. Irit Rotmensch

  114. Eliana Ben-David

  115. Mike Arad

  116. Karen Zack

  117. Adi Liraz

  118. Nadav Franckovich

  119. Rela Mazali

  120. Irit Segoli

  121. Maya Reggev

  122. Yam Nir-Bejerano

  123. Abey Mizrahi

  124. Hadas Leonov

  125. Tair Borchardt

  126. Yehudith Harel

  127. Yael Politi

  128. Itamar Shapira

  129. Regev Nathansohn

  130. Liad Kantorowicz

  131. David Benarroch

  132. Uri Gordon

  133. Zohar Efron

  134. Reuben Klein

  135. Yisrael Puterman

  136. Erica Melzer

  137. Yaara Benger Alaluf

  138. Anat Guthman

  139. Erella Grassiani

  140. Daniel Palanker Chas

  141. Einat Podjarny

  142. Yael Lerer

  143. Ya’ara Peretz

  144. Shirli Nadav

  145. Lihi Joffe

  146. Danielle Parsay

  147. Adi Winter

  148. Daphna Westerman

  149. Tslil Ushpiz

  150. Ella Janatovsky

  151. Nily Gorin

  152. Ora Slonim

  153. Rachel Hagigi

  154. Nahed Ghanayem

  155. Maayan Ashash

  156. Ruth Rosenthal

  157. Debby Farber

  158. Nicole Schwartz

  159. Sahar Vardi

  160. Hilla Dayan

  161. Rana Sawalha

  162. Galit Saporta

  163. Fanny-Michaela Reisin

  164. Adi Golan Bikhnafo

  165. Sharon Avraham

  166. Noa Roei

  167. Elliot Beck

  168. Jair Straschnow

  169. Haim Bresheeth-Zabner

  170. Amir Vudka

  171. Alma Ganihar

  172. Atalia Israeli Nevo

  173. Itamar Liebergall

  174. Jonathan Pollak

  175. Livnat Konopny Decleve

  176. Yanai Himelfarb

  177. Sigal Ronen

  178. Merav Devere

  179. Shiri Wilk Nader

  180. Dror K Levi

  181. Moshé Machover

  182. Yael Perlman

  183. Laurent Schuman

  184. Ferial Himel

  185. Ester Nili Fisher

  186. Abo Kouder Gaber

  187. Ur Shlonsky

  188. Rachel Giora

  189. Judit Druks

  190. Miri Michaeli

  191. Tal (y) Wozner

  192. Meir Amor

  193. Souraya Abeid

  194. Alon Benach

  195. Roni Gechtman

  196. Rahel Wachs

  197. Anat Rosenblum

  198. Yoav Beirach

  199. Dorit Naaman

  200. Noa Vidman

  201. Dror Dayan

  202. Ruthie Pliskin

  203. Yaara Shaham

  204. Inbar Tamari

  205. Herzl Schubert

  206. Assif Am-David

  207. Nadia Cohen

  208. Rachel Yagil

  209. Rani Nader Wilk

  210. Gony Halevi

  211. Tamar Katz

  212. Chagit Lyssy

  213. Sam Shtein

  214. Michal Baror

  215. Doron Ben David

  216. Miki Fischer

  217. Zhava Grinfeld

  218. Aviya Atai

  219. Nimrod Ronen

  220. Judith Tamir

  221. Yotam Ben-David

  222. Alex Cohn

  223. Avital Barak

  224. Maayan Vaknin

  225. Tamar Yaron

  226. Orit Ben David

  227. Maia Bendersky

  228. Oran Nissim

  229. Roni Tzoreff

  230. Udi Adiv

  231. Lilach Ben David

  232. Ayelet Yonah Adelman

  233. Tal Berglas

  234. Ronit Milano

  235. Terry Greenblat

  236. Mie Shamir

  237. Oren Lamm

  238. Ayelet Politi

  239. Udi Aloni

  240. Hava Ortman

  241. Liat Hasenfratz

  242. Marie Berry

  243. Revital Elkayam

  244. Asaf Calderon

  245. Nitza Aminov

  246. Isaac Johnston

  247. Amos Brison

  248. Michael Treiger

  249. Hadas Binyamini

  250. Sirli Bahar

  251. Ron Naiweld

  252. Maria Chekhanovich

  253. Yehonatan Chekhanovich

  254. Lisa Kronberg Chitayat

  255. Moriah Lavey

  256. Guy Yadin Evron

  257. Eran Efrati

  258. Zohar Weiss

  259. Orit Zacks

  260. Arielle Bareket

  261.  Sarah Raanan

  262. Dana Dahdal

  263. Zvi Gaster

  264. Raz BDV

  265. Emad Housary

  266. Mika Zacks

  267. Dorit Argo

  268. Lorraine Evrard

  269. Micha Kaplan Chetrit

  270. Hadar Kleiman

  271. Talma Bar-Din

  272. Orit Friedland

  273. Tali keren

  274. Oded Carmi

  275. Hadas Rivera-Weiss

  276. Avi Blecherman

  277. Lior wachtel

  278. Avi Greenman

  279. Dina Leibermann

  280. Zurqab Razaq

  281. Tamir Sorek

  282. Oded Jacob

  283. Itamar Avraham Cohen Scali

  284. Chen Israel

  285. Orly Noy

  286. Rand Warren Aronov

  287. Gila Avni

  288. Bekah Wolf

  289. Alon Lapid

  290. Ehud Kotegro

  291. Entissar kharoub

  292. Lotem Zabinski

  293. Shai Carmeli Pollak

  294. Yael Admoni

  295. Hen Levi

  296. Shahar Tsameret

  297.  Elik Nir

  298. Nir Nader

  299. Zoe Gutzeit

  300. Ossi Ron

  301. Raanan Alexandrowicz

  302. Sima Sason

  303. Ehud Sivosh

  304. Ben Gershovitz

  305. David Kortwa

  306. Gina Ben David

  307. Liel Green

  308. Evyatar shamir

  309. Tom Mosek

  310. Yael rozanes

  311. Anna Fox

  312. Ruhama Weiss

  313. Tirtza Tauber

  314. David Nir

  315. Coral Cohen

  316. Ayoub mohareb

  317. Daniel Roth

  318. Oz Shelach

  319. Yaar Peretz

  320. Rona Even Merrill

  321. Anat Biletzki

  322. Shachaf Polakow

  323. Michael Kaminer

  324. Yaffit Windler

  325. Maya Wind

  326. Max Somerstein

  327.  Hillel Barak

  328. Yaron Ben-Haim

  329. Ori Goldberg

  330. Milan Shiff

  331. Sivan Ben-Hayun

  332. Elana Wesley

  333. Tali Baram

  334. Hannah Goldman

  335. Ronen Meshulam

  336.  Rotem Bahat

  337. Toviel Rose

  338. Ronit Lentin

  339. Miriam Meir

  340. Sivan Tal

  341. Naama Golan

  342. Ruth Lackner Hiller

  343. Afia Begum

  344.  Gaia Beirak

  345. Yael Shomroni

  346. Assa Doron

  347. Ze’ev Ionis

  348. Mira Khazzam

  349. Michael Treiger

  350. Matan S. Cohen

  351. Smadar Carmon

  352. Amira Tasse

  353. Shelly Yosha

  354. Tal Frieden

  355. Shai Shabtai

  356.  Leah Even Chorev

  357. Bosmat Gal

  358. Reva Damir

  359.  Iris Stern Levi

  360. Wael Sayej

  361. Ronit marian kadishay

  362. Freda Guttman

  363. Diana Dolev

  364. Milan shiff

  365. Annelien Kisch-Kroon

  366. Debbie Eylon

  367. Galit Eilat

  368. Daniel Gagarin

  369. Eyal Mazor

  370. Yael Messer

  371. Omri Goren

  372. Rachel Hayut

  373. Daphne Banai

  374. Nadav Harari

  375. Meital Yaniv

  376. Yudit Yahav

  377. Elisheva Gavra

  378. Dalia Sachs

  379. Angela Godfrey-Goldstein

  380. Shlomo Perets

  381. Idit Nathan

  382. Haim Yacobi

  383. Edna Gorney

  384.  Hilla Kerner

  385. Naomi Raz

  386. Nir Lutati

  387. Daniel Ayzenberg

  388. Hava halevi

  389. Rona Sela

  390. Racheli Bar-Or

  391. Ruti Kantor

  392. Ayelet ophir

  393. Noki Olchovski

  394. Nina Jawitz

  395. Ma’ayan Levi

  396. Effi Ziv

  397. Reshef Agam-Segal

  398. Rami Heled

  399. Dalit Fresco

  400. Mirit Barashi

  401. Ido Even Paz

  402. Yoel Lion

  403. Michal Margaliot

  404. Tali Bromberg

  405. Sharon Cohen

  406. Hilla Bar-om

  407. Hanna Zohar

  408. Yuval Tenenbaum

  409. Lilit Bartana

  410. Gilad Nir

  411. Yael Gvirtz

  412. Namer Golan

  413. Ofir Shahar

  414. Maya Herman

  415. Guy Ronen

  416. Gidon Raz

  417. Ron Barkai

  418. Assaf Rotman

  419. Aaron Turgeman

  420. Asaf Ronel

  421. Nurit Peled-Elhanan

  422. Mia Perelmuter

  423. Sarit Tamura

  424. Avital Barak

  425. O Glicklich

  426. Roni Meyerstein

  427. Ofra Hoffman

  428. Eran Razgour

  429. Shai Gortler

  430. Jacob Katriel

  431. Ofer Shinar Levanon

  432. Heidi Stern

  433. Orly Dumitrescu

  434. Rotem Levin

  435. Atalia Omer

  436. Yossi Shabo

  437. Michal Schwartz

  438. Itay Snir

  439. Roy Wagner

  440. Ella Gur

  441. Hadar Solomon

  442. Esther Bar Nathan

  443. Jonathan Preminger

  444. Moria Rabbani

  445. Yeela Lahav Raz

  446. Miriam Turmalin

  447. Tuly Flint

  448. Ori Ben Shalom

  449.  Rom Yan

  450. Naftali Orner

  451.  Maya Ron Levinger

  452. Aaron Paz

  453. Liat Bar-oz

  454. Adili Liberman

  455. Barak Heymann

  456. Miki Levy

  457. Noam Keim

  458. Ruth Varon

  459. Tamir Erlich

  460. Amjad Darwish

  461. Annie Ohayon

  462. Noga Wolff

  463. Nadav Davidi

  464. Dr Moshe Behar

  465. Hila Rubinstein

  466. Anna Waisman

  467. Yehonatan Ben Yisrael

  468. Mazal Etedgi

  469.  Yaniv Shachar

  470. Yuval Naor

  471. Rotem Marty

  472. Maya Paz

  473. Jeff Halper

  474. Yael Meron

  475. Danae Elon

  476. Gali Schell

  477. Anna Kleiman

  478. O Shloman

  479. Gili Sercarz

  480. Natali Kalnitski

  481. Ohad Bracha

  482. Moriel Ram

  483.  Eliezer Moav

  484. O-Ren Horowitz

  485. Ilana Bernstein

  486. Tamar Aviyah

  487. Hugit Rubinstein

  488. Dafna Kaplan

  489. Yakov Pipman

  490. Netta Toledano

  491. Daphna Levit

  492. Noa Bar Hain

  493. Yuval Graff

  494. Amit Ben Haim

  495.  Noga Eilon

  496. Alma Katz

  497. Yom Omer

  498. Moshe Yamo

  499. Noga Hurvitz

  500. Arie Finkelstein

  501. Tali Rabin

  502. Romi Marcia Bencke

  503. Ilana Machover

  504. Michal Cohen

  505. Sigal Primor

  506. Michal Gabay

  507. Lea Pipman Dotan

  508. Yotam Ben Meir

  509. Kochav Shachar

  510. Haim Scortariu

  511.  Dotan Moreno

  512. Gaya Feldheim Schorr

  513. Ariel Koren

  514. Layla Natour

  515. Tamar Selby

  516. Maayan Iyar Averbuch

  517. Gilad Ben David

  518. Maya Eshel

  519. Itai Vonshak

  520. Matan Sandler Tadmor

  521. Hagit Borer

  522. Sharon Shmuel

  523.  Yosefa Loshitzky

  524. Noga Emuna Avisar

  525. Aya Kook

  526. Gabriel Schubiner

  527. Elham Rokni

  528. Tamar Goldschmidt

  529. Avigail y. Zeleke

  530. Ofer Tisser

  531. Revital Madar

  532.  Elana Lakh

  533. Zohar Regev

  534. Elana Summers

  535. Chava Finkler

  536. Sharon Orshalimy

  537. Guy Elhanan

  538. Michal Schendar

  539. Shir Darwin Regev

  540. N.Nur Zahor

  541. Ori Rom

  542. Noa Schwartz

  543. Anita S. Maroun

  544. Hani Abramson

  545. Glick Moshe

  546. Ortal Mizrahi

  547. Noam Schechter

  548. Yulie Cohen

  549. Eviatar Bach

  550.  Amnon Keren

  551. Ella Levenbach

  552. Omer Shokron

  553. Shira Shvadron

  554. Gadi Schnitzer

  555. Natalie Rothman

  556. Ron Cohen

  557. Michal Halevy

  558. Shelly Mehari

  559.  Andrea Koverman

  560. Ira Perelson

  561. Aviv Liplis

  562. Syed Fatima Hossain

  563. Yoav haas

  564. Vardit Goldner

  565. Nitzan Lebovic

  566. Nomi Drory

  567. Sivan Barak

  568.  Avi Berg

  569. Gabriela Vollick

  570. Avi Incisiker Cohen

  571. Raya Fidel

  572. Maya Ober

  573. Itamar Feigenbaum

  574. Agan Tsabari

  575.  Ronit Milo

  576. Lenny Lapon

  577. Alon Stotter

  578. Yael Kahn

  579. Moran Barir

  580. Omri Haven

  581. Felix Laub

  582. Daniella Aperlev

  583. Sarah Shapiro

  584. Yvonne Deutsch

  585. Itamar Stamler

  586.  Lia Tarachansky

  587. Naava Weiner

  588. Daniella Krishevsky

  589. Efrat Levy

  590. Howard Cohen

  591. Daniel Flexer

  592. Victor Herstigg

  593. Julie Weinberg-Connors

  594. David L. Mandel

  595. Hanan Offner

  596. Ayelet Ben-Yishai

  597. Itay Sapir

  598. Nizan Weisman

  599. Bryan Atinsky

  600. Naama Or

  601. Talia Krevsky

  602. Mali Assaf

  603. Tom Sela

  604. Maya Mukamel

  605. Sigal Oppenhaim Shachar

  606. Elizabet Freund

  607. Yossi Cohen

  608. Itzik Gil

  609. Nomi Shir

  610. Simma Chester

  611. Hadas Leonov

  612. Omri Cohen

  613. Gil Mualem-Doron

  614. Erez Moshe Amit

  615. Ehud Tamuz

  616. Tom Koren

  617. Rachel Milstein

  618. Gil Freund

  619. Yael Shein

  620. Rechavia Berman

  621. Shoshana Kahn

  622. Tania Jones

  623. Christoph Bugel

  624. Gaby Ron

  625. Mieka Polanco

  626. Naomi Lyth

  627. Ruth Noemi Pragier

  628. Tali Harkavi

  629. Danielle zini

  630. Mohammed Patel

  631.  Glick Moshe

  632. Yam-Nir Bejerano

  633. Sara Almog

  634. Susan Ettinger

  635. David Miller

  636. Michal David

  637. Yana Knopova

  638. Omer Shamir

  639. Simeon S. Jacob

  640.  Ruth Sevack

  641. Lee Hemminger

  642. Jonatan Israel

  643. Nora Gottlieb

  644. Roni Roseman

  645. Omer Sharir

  646. Atalia Omer

  647.  Mijal Kimel

  648. Ilya Ziblat Shay

  649. Lian Malki-Schubert

  650. David Nir

  651. Aviv Nitsan

  652. Valerie Malki

  653. Oz Malul

  654. Yael Edri

  655. Amir Zloof

  656. Sirah Foighel

  657. Keren Manor

  658. Eli Aminov

  659.  Yaara Shaham

  660. Abigail Yanow

  661.  Hagit Zohara M

  662. Daphna Thier 

  663.  Maya Lerman

  664. Yuula Benivolski

  665. Shlomit Altman

  666. Ivy Sichel

  667. Dalit Fresco

  668.  Eyal Sivan

  669. Marcelo Svirsky

  670. Anael Resnick

  671. Tamar Sarfatti

  672. Irit Halperin

  673. Yaar Koren

  674. Ada Bilu

  675. Julieta Kriger

  676. Jackie Yarosky

  677. Uri Rodberg

  678. Maayan Priel

  679. Hadas Kedar

  680. Michal Peleg

  681. Hava Lerman

  682. Tal Nitzan

  683. Einat Amir

  684. Mia Kerner

  685. Gil Schneider

  686. Tzvia Thier

  687. Marina Ergas

  688. Irit Halavy

  689. Shahar Shnitzer

  690. Avishay Halavy

( Traduzione di Flavia Donati)




Solidarietà con lo sciopero generale palestinese in tutta la Palestina storica

Comitato Nazionale Palestinese BDS

17 maggio 2021

Nota dell’editore: ciò che segue è un comunicato del Comitato Nazionale Palestinese BDS.

Mondoweiss a volte pubblica comunicati stampa e dichiarazioni di organizzazioni, nel tentativo di richiamare l’attenzione su questioni trascurate.

Ecco 5 azioni che potete fare per mostrare solidarietà con lo sciopero generale in Palestina il 18 maggio.

I palestinesi di Gerusalemme e di tutta la Palestina storica oggi partecipano ad uno sciopero generale per protestare contro i massacri a Gaza e la repressione e la pulizia etnica dell’apartheid contro le comunità palestinesi in ogni luogo.

Smantellare il regime israeliano di occupazione militare, colonialismo di insediamento ed apartheid sta nelle nostre mani.

I palestinesi chiedono una significativa solidarietà con il nostro sciopero generale. Smantellare il regime israeliano di occupazione militare, colonialismo di insediamento ed apartheid sta nelle nostre mani. E anche nelle vostre. Contiamo su di voi per mettere fine alla complicità dei vostri Stati, istituzioni, organizzazioni, unioni, chiese, eccetera, con i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità di Israele perpetrati contro il popolo autoctono palestinese. Il silenzio e l’equidistanza sono immorali, in quanto rafforzano l’impunità criminale di Israele.

Ecco 5 azioni che potete fare per mostrare che smantellare il regime israeliano di oppressione è anche nelle vostre mani:

  1. Inondate, tra gli altri, i deputati, i funzionari eletti a tutti i livelli, gli amministratori dell’università, i capi dei sindacati, di lettere che chiedono il loro sostegno a sanzioni mirate per smantellare l’apartheid israeliana, a partire da un embargo bilaterale su tutto il commercio di sicurezza militare e ricerca militare congiunta. Se fate parte di un sindacato portuale, mobilitatevi per bloccare gli imbarchi israeliani, in particolare quelli militari.

2. Indossate una kefiah palestinese come simbolo di solidarietà, o appendetela alla finestra o postatela sui vostri social media (profili), se li avete.

3. Unitevi ad un gruppo BDS nelle vicinanze, o formatene uno se non ne esistono. Fare campagne sostenibili e strategiche è la forma più efficace di realizzare una seria solidarietà.

4. Dichiarate la vostra comunità, chiesa, unione, quartiere, associazione, Zona Libera da Apartheid, che rifiuta di acquistare prodotti e servizi di imprese israeliane e internazionali che sono complici dell’apartheid e del colonialismo israeliani.

5. Iniziate/intensificate l’organizzazione della prossima Giornata Globale di Azione di massa per sabato 22 maggio, basandovi sulle manifestazioni globali dell’ultimo weekend. Dimostrate ai palestinesi a Gaza e ovunque, ancora una volta, che non sono soli.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)