Il Gabinetto di Sicurezza israeliano approva all’unanimità l’espansione delle operazioni militari a Gaza

Jonathan Lis e Nir Hasson

5 maggio 2025 – Haaretz

Secondo un funzionario israeliano, Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana di lungo periodo a Gaza”.

Nella notte tra lunedì e venerdì il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato all’unanimità un piano per espandere le operazioni nella Striscia di Gaza, secondo quanto riferito da fonti a conoscenza del dibattito. In linea di principio i ministri hanno anche approvato un progetto per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite compagnie straniere.

I ministri sono stati informati di un piano in varie tappe che, come prima fase, prevede la presa e l’occupazione di aree aggiuntive lungo la Striscia e l’espansione della zona cuscinetto in mano alle IDF [le forze armate israeliane, ndt.], nel tentativo di fornire a Israele una ulteriore leva nei negoziati con Hamas.

Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, era assente dalla riunione di gabinetto e ha inviato il suo vice al suo posto.

Il Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir, ha dichiarato domenica, durante la visita a una base di commando della marina, che le IDF “opereranno in aree aggiuntive e distruggeranno tutte le infrastrutture, sia sopra che sottoterra”.

Durante la discussione del gabinetto di sicurezza è stato chiarito che la prossima fase della manovra militare mira ad aumentare la pressione su Hamas e a spingerla a mostrare flessibilità e ad accettare il rilascio di altri ostaggi con un altro accordo.

Secondo un funzionario israeliano, il piano prevede il trasferimento della popolazione della Striscia di Gaza a sud dell’enclave. Il funzionario ha affermato che Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana prolungata a Gaza”.

“Nel corso della discussione Netanyahu ha affermato che questo è un buon piano poiché può raggiungere gli obiettivi di sconfiggere Hamas e riavere gli ostaggi”, ha affermato il funzionario, aggiungendo che Netanyahu sta ancora spingendo per il piano di trasferimento [dei palestinesi fuori da Gaza, ndt.] e che sono attualmente in corso negoziati con diversi paesi su questo progetto.

Il Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse ha risposto che il piano dovrebbe essere denominato “piano Smotrich-Netanyahu” di “rinuncia agli ostaggi, alla sicurezza e alla resilienza nazionale di Israele”. Nella dichiarazione hanno affermato che questo piano è un’ammissione da parte del governo di scegliere i territori anziché gli ostaggi, il che, a loro dire, è contro la volontà di oltre il 70% degli israeliani.

In linea di principio i ministri del governo hanno anche approvato un piano per la futura distribuzione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza tramite aziende private straniere. Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir è stato l’unico a opporsi a questa proposta, discutendo l’argomento con il capo di stato maggiore delle IDF. “Non capisco perché dovremmo dare loro qualcosa: hanno abbastanza cibo lì. Dovremmo bombardare le riserve alimentari di Hamas”, ha dichiarato Ben-Gvir. Il Capo di Stato Maggiore ha risposto: “Queste idee sono pericolose per noi” e Ben-Gvir ha replicato: “Non abbiamo alcun obbligo legale di sfamare coloro che stiamo combattendo, c’è abbastanza cibo”.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è intervenuto, dicendo al Capo di Stato Maggiore che i ministri “possono esprimere opinioni diverse da quelle degli ufficiali dell’esercito”.

Il Procuratore Generale israeliano Gali Baharav-Miara ha osservato che Israele è legalmente obbligato a consentire l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Il Segretario di Gabinetto Yossi Fuchs ha osservato: “Per essere chiari, nessun ministro ha suggerito di farli morire di fame”. “Non l’ho detto”, ha replicato il Procuratore Generale.

Il Ministro Itamar Ben-Gvir ha interloquito: “C’è abbastanza cibo lì, non capisco. Da quando dovremmo automaticamente fornire aiuti a chiunque combatta contro di noi? Dove sta scritto esattamente nel diritto internazionale?”

A livello politico i presenti hanno indicato la prevista visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti tra circa dieci giorni come un potenziale catalizzatore che potrebbe spingere entrambe le parti verso un accordo, nonostante permangano significative divergenze.

Nel frattempo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha dichiarato domenica che nelle ultime nove settimane Israele ha bloccato l’ingresso di tutti i rifornimenti a Gaza. Di conseguenza, panetterie e mense comunitarie non sono più operative e i magazzini alimentari sono stati svuotati. “La struttura del piano che ci è stata presentata significherà che ampie zone di Gaza, comprese le persone meno mobili e più vulnerabili, continueranno a rimanere senza rifornimenti”, ha scritto l’organizzazione, aggiungendo che il piano “contravviene i fondamentali principi umanitari… È pericoloso costringere i civili a recarsi in zone militarizzate per ricevere cibo”. L’organizzazione ha inoltre osservato che il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il Coordinatore dei Soccorsi di Emergenza hanno chiarito che non parteciperanno a piani che non rispettino i “principi umanitari globali di umanità, imparzialità, indipendenza e neutralità”.

Il governo israeliano si è riunito domenica, dopo che le IDF sabato hanno iniziato a emettere migliaia di ordini di chiamata alle armi per i riservisti in preparazione dell’espansione della campagna a Gaza. Secondo fonti militari non è ancora chiaro quanto durerà il nuovo servizio dei riservisti, ma si prevede che sarà di “durata significativa”.

Le IDF hanno inoltre affermato che Hamas continua a respingere le proposte avanzate durante i negoziati e che gli obiettivi dichiarati della guerra, in particolare la restituzione degli ostaggi, non sono cambiati. La maggior parte dei riservisti verrà schierata per sostituire i soldati regolari attualmente in servizio al confine settentrionale e in Cisgiordania, liberando così ulteriori unità permanenti dell’esercito destinate a rafforzare le operazioni di combattimento a Gaza.

Questa mossa segna un allontanamento dal dispiegamento operativo pianificato per il prossimo anno, presentato in precedenza ai riservisti. Ancor prima della pubblicazione degli ordini di chiamata molti ufficiali e soldati avevano annunciato di non volersi presentare per la successiva tornata di combattimenti, spesso perché esausti.

Dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu la scorsa settimana ha dichiarato che “l’obiettivo supremo è ottenere la vittoria sui nostri nemici”, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha dichiarato ai ministri durante l’incontro che il ritorno degli ostaggi è più importante e che le IDF comprendono quanto questo sia un obiettivo cruciale per le decine di migliaia di riservisti che si arruolano per questo scopo.

Zamir ha anche recentemente chiarito ai ministri di opporsi all’impiego delle IDF per distribuire aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Ieri sera il governo ha approvato in linea di principio un piano per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite aziende straniere.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Nella Siria meridionale nasce una nuova violenta occupazione israeliana

Tareq al-Salameh 

10 aprile 2025 – +972 magazine

Forze israeliane sono avanzate per miglia all’interno del territorio siriano, confiscando terre e case, uccidendo contadini e cercando di dividere le diverse popolazioni della regione.

Mentre riprendeva le operazioni militari nella Striscia di Gaza, nelle ultime settimane Israele ha esteso le sue incursioni terrestri nella Siria meridionale, lanciando anche attacchi aerei in tutto il Paese, da Latakia a Homs alla zona rurale di Damasco. In un pesante attacco del 25 marzo le forze israeliane hanno bombardato Koya, un piccolo villaggio nella valle dello Yarmouk nel governatorato di Deraa, facendo almeno sei morti.

(Truppe israeliane) hanno iniziato a sparare ai contadini appena li hanno visti,” ha detto a +972 Nadia Aboud, 28enne giornalista della vicina città di Deraa, raccogliendo testimonianze degli abitanti del villaggio: “I contadini, che hanno preso le armi per difendere la loro terra, hanno risposto al fuoco.” La situazione è degenerata in uno scontro più generalizzato e l’esercito israeliano ha lanciato almeno un attacco aereo contro il villaggio. “Due (dei contadini) sono stati uccisi sul posto. Quando altri sono corsi per aiutarli, i combattimenti si sono intensificati.”

Benché Aboud sottolinei che “la gente di Deraa vuole la pace e che venga rispettato (l’accordo siro-israeliano di disimpegno del 1974),” avverte che la resistenza continuerà: “Se Koya viene di nuovo attaccato, lo difenderanno fino all’ultimo uomo.”

L’attacco contro Koya è stato tra i più mortali da quando Israele ha invaso la Siria, circa quattro mesi fa. L’8 dicembre, poche ore dopo il crollo del regime dell’ex-presidente siriano Bashar Al-Assad, le forze israeliane si sono spostate rapidamente per impadronirsi di posti di controllo abbandonati sulla cima delle montagne e occupare territorio in violazione dell’accordo del 1974. 

Da allora aerei israeliani hanno condotto voli quasi quotidiani e colpito ex-siti militari di Assad, 600 attacchi nei primi otto giorni delle operazioni militari. Nel contempo truppe di terra sono avanzate per 12 miglia all’interno del territorio siriano, costruendo almeno nove basi militari ed estendendo reti stradali e altre infrastrutture per le comunicazioni.

L’alto comando israeliano giustifica questi bombardamenti come necessari per impedire che depositi militari cadano nelle mani del nuovo governo di Damasco, guidato dal presidente ad interim Ahmed al-Sharaa. Eppure al-Sharaa non ha dato alcun segno di cercare un conflitto con Israele, concentrando la propria attenzione sulla ricostruzione della Siria e facendo pressioni per togliere le sanzioni internazionali, mentre l’influenza dell’Iran in Siria è stata sistematicamente indebolita dalla partenza di Assad. E sul terreno nei pressi degli ex-avamposti militari spesso rimane una miriade di villaggi, che ospitano migliaia di siriani che sopportano il peso della nuova e violenta occupazione militare israeliana.

Divide et impera

A Rasm al-Rawadi, un piccolo villaggio nei pressi di Quneitra nella zona cuscinetto demilitarizzata tra Siria e Israele, l’8 dicembre gli abitanti si sono svegliati al suono di colpi di armi da fuoco e un bombardamento aereo. “Alle 11 del mattino soldati (israeliani) hanno buttato giù le porte delle case per controllare ogni cosa all’interno,” racconta Ali al-Ahmad, sessantacinquenne anziano abitante del villaggio. “Mentre l’esercito israeliano perquisiva le case e alcune le distruggeva, molte famiglie sono state sistemate in una scuola.” Negli ultimi quattro mesi il villaggio è rimasto sotto il controllo di Israele e quasi 350 persone sono state cacciate dalle proprie case occupate, secondo al-Ahmad, per uso militare.

Benché inizialmente il primo ministro Benjamin Netanyahu abbia definito “temporanea” l’incursione israeliana nel sud della Siria, la crescente presenza militare israeliana suggerisce tutt’altro. Più di recente il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che Israele è pronto a rimanere a tempo indefinito nel Paese.

A gennaio Mohammed Fayyad, un avvocato e attivista per i diritti umani, è stato picchiato e arrestato dalle forze israeliane mentre informava sulle loro operazioni nel villaggio di Hamidye. Nel suo ufficio a Quneitra racconta a +972 che, oltre a questo violento scontro, ufficiali militari israeliani sono “entrati nei villaggi con veicoli civili bianchi per raccogliere dati, compilando questionari statistici con il pretesto di offrire aiuto umanitario.” Inoltre sostiene che hanno offerto di pagare agli abitanti del posto “almeno 75 dollari al giorno per la costruzione delle infrastrutture di basi militari.”

Dopo averci preso tutto ci offrono cibo, medicine, elettricità e lavoro,” spiega Fayyad. “Intendono provocare divisione e separazione dalla nuova amministrazione [di Damasco].” Ma finora, segnala, gli abitanti hanno respinto queste offerte e “rifiutano ogni interferenza riguardo alla divisione della Siria.”

Dopo un mese di relativa calma, il 24 febbraio famiglie di Quneitra e Deraa hanno sperimentato una notte di bombardamenti israeliani. Il giorno successivo si sono svegliati con carri armati e pick-up armati che attraversavano i loro villaggi. L’attacco è giunto proprio dopo la prima Conferenza per il Dialogo Nazionale, in cui dirigenti politici e religiosi di tutte le comunità si sono riuniti per discutere del futuro del Paese.

Abbiamo appena finito una guerra, ma non abbiamo problemi a iniziarne un’altra con Israele per difendere il nostro Paese,” dice a +972 il quarantasettenne Omar Hanoun nella sua casa nel villaggio di Al-Rafeed, nei pressi di Quneitra. Hanoun è stato uno degli organizzatori della protesta civile del 25 febbraio contro l’incursione dell’esercito israeliano mentre i soldati avanzavano nel villaggio dal Monte Peres, rimasto sotto il controllo israeliano fin dall’occupazione del Golan nella guerra del 1967.

Secondo Hanoun e altri abitanti del posto intervistati da +972 il comportamento dei soldati israeliani invasori ha seguito un modello simile in molti villaggi della regione. “Hanno distrutto alberi secolari e sparato a chiunque si avvicinasse,” afferma, descrivendo l’arrivo dell’esercito israeliano ad Al Asbah, un piccolo villaggio nei pressi di Al-Rafeed. “Hanno persino ucciso due giovani su una moto che avevano con sé un fucile, cosa normale in questa regione per proteggere il bestiame.”

Bader Safi, un insegnante della scuola locale a Kodana, un villaggio sul confine del Golan occupato, racconta a +972 che decine di soldati israeliani hanno confiscato terre degli abitanti e pattugliato regolarmente la cittadina con cani. “Ho perso il conto di quante volte sono entrati nel nostro villaggio,” afferma. “Un mio vicino e amico la cui terra è stata presa (dai soldati) sta vivendo a casa mia. Piange ogni giorno perché ha perso tutto.”

Sheikh Abu Nasr, 70 anni, di Al-Rafeed, sostiene che, quando l’esercito israeliano l’ha occupato la popolazione locale ha resistito agli ordini di rimanere chiusi in casa. “Crediamo che questa sia la nostra terra. Qui abbiamo piantato viti e fichi. Non riconosciamo lo Stato occupante,” afferma, aggiungendo che le forze del nuovo governo siriano non sono mai entrate nel villaggio per offrire assistenza. “Siamo soli, ma rimarremo qui sulla nostra terra anche se qualcun altro ci controlla.”

Sfruttare i drusi

Un’altra strategia utilizzata da Israele per giustificare la sua occupazione è sostenere di appoggiare i drusi della Siria meridionale, la terza minoranza religiosa più numerosa, il 3% circa della popolazione del Paese. Ricorrendo alla lealtà dei drusi israeliani, che in numero significativo prestano servizio nelle sue forze armate, Israele cerca di dipingere la sua presenza come approvata a livello locale.

Il 1 marzo Netanyahu e Katz hanno ordinato alle forze dell’esercito israeliano di prepararsi a difendere Jaramana, un villaggio druso del sud della Siria. “Non consentiremo al regime islamico estremista siriano di danneggiare i drusi,” ha dichiarato Katz, in seguito a informazioni su scontri nella periferia di Damasco. “Se il regime attacca i drusi a Jaramana risponderemo.”

Una volta piccolo quartiere nei pressi di Damasco, oggi Jaramana ospita più di un milione di lavoratori siriani. Secondo K. Aboulhosn, studente di arte di 25 anni che vi abita, Jaramana ora è una “cittadina multietnica e multireligiosa”, la cui popolazione è notevolmente aumentata durante la guerra civile, quando per via della sua relativa calma è diventata un “rifugio per sfollati da altre zone di Damasco.”

Dall’esterno i due scontri a Jaramana che hanno provocato la reazione israeliana, uno all’ospedale Al-Mujtahed e l’altro al checkpoint di Jaramana, sono sembrate una diatriba tra il personale locale della sicurezza e le forze del nuovo governo siriano guidato da Ahmad al-Shara. Ma secondo Makram Oubaid, avvocato del Comitato di Azione Civica di Jaramana, di fatto sono stati “due incidenti di natura personale non legati tra loro” che sono trascesi fino a un conflitto su più vasta scala. Alla fine gli scontri hanno portato a un accordo che consente alle forze di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) [gruppo salafita attualmente al potere in Siria, ndt.] che, secondo Oubaid, “sono intervenute solo per porre fine ai combattimenti e ripristinare l’ordine,” di istituire un ufficio e condividere le responsabilità della sicurezza nel villaggio con la popolazione drusa del posto.

Indipendentemente dalla natura degli scontri, per il governo israeliano la situazione ha rappresentato un’opportunità per sfruttare la popolazione drusa e affermare ulteriormente la sua influenza sulla Siria. Una settimana prima dell’incidente di Jaramana Netanyahu ha annunciato che Israele non avrebbe tollerato “alcuna minaccia contro la comunità drusa nel sud della Siria.”

Ora, mentre i diversi gruppi religiosi ed etnici siriani negoziano una fragile coesistenza dopo la caduta di Assad, l’invasione israeliana minaccia di spezzare questo delicato equilibrio. “L’intervento israeliano sta allargando la divisione tra i drusi e le altre comunità siriane,” dice a +972 Farid Ayach, trentaduenne professore di arti visive nel suo appartamento di Jaramana. “Sta anche provocando nei Paesi vicini tensioni che favoriscono (anche) gli interessi di Israele.”

Finora tutto indica che l’esercito israeliano non si ritirerà dalle zone occupate nel sud della Siria. Invece molti indizi segnalano un’ulteriore escalation in quanto Israele continua a rafforzare le sue posizioni e occupa ulteriore territorio. Tuttavia, in seguito agli attacchi di febbraio a Quneitra e Deraa, la popolazione locale si sta impegnando sempre più nella resistenza all’offensiva israeliana.

In varie parti di Damasco, così come a Deraa, Khan Arnabeh, Suwayda e in molti altri villaggi e cittadine di Quneitra sono avvenute manifestazioni contro l’invasione. Persino la comunità drusa ha rifiutato le offerte di aiuto umanitario e si è opposta. Quando il ministro della Difesa Katz ha promesso di “assistere” i drusi di Jaramana, le milizie druse di Suwayda si sono spostate verso Damasco, decise a difendere la propria gente dalla presunta missione di soccorso israeliana.

Il sud della Siria conserverà la sua dignità,” ha affermato Fayyad, l’avvocato e attivista dei diritti umani. “Abbiamo dei chiari principi: non vogliamo che si ripetano gli eventi del 1967 né abbandonare le nostre case e terre.”

Tareq al-Salameh è lo pseudonimo di un giornalista residente a Damasco che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il glorioso lascito della cosiddetta “guardiana della democrazia” israeliana

Orly Noy e Amos Brison

28 marzo 2025 – +972 Magazine

Bisogna resistere ai tentativi del governo di rimuovere la procuratrice generale. Ma persino per sua stessa ammissione lei ha orgogliosamente autorizzato i crimini di Israele contro i palestinesi.

“La procuratrice generale sembra una leonessa che lotta per la ‘democrazia ebraica’, ma quando si tratta dei rapporti (dello Stato) con gli arabi si trasforma nel (ministro della Sicurezza Nazionale Itamar) Ben Gvir [esponente dell’estrema destra dei coloni religiosi, ndt.].” È così che in un’intervista dello scorso anno a Local Call [edizione in ebraico di + 972, ndt.] Hassan Jabareen, direttore dell’associazione per i diritti civili dei palestinesi Adalah, ha descritto Gali Baharav-Miara, la consulente legale del governo israeliano. Adesso che il governo sta spingendo per cacciarla dal suo incarico, la stessa Baharav-Miara sta usando questo stesso argomento nel tentativo di dimostrare la propria lealtà.

Domenica scorsa il governo israeliano ha approvato con voto unanime una mozione di sfiducia contro la procuratrice generale, facendo il primo passo sia di un lunghissimo procedimento legale per cacciarla sia la mossa forse più audace finora del tentativo iniziato due anni fa di distruggere ogni controllo giudiziario. Con una proposta di 84 pagine il ministro della Giustizia e principale sostenitore del golpe contro il sistema giudiziario Yariv Levin ha accusato Baharav-Miara di agire “come longa manus degli oppositori del governo”; nel contempo il primo ministro Netanyahu ha inveito contro “lo Stato profondo di sinistra che utilizza il sistema giudiziario per ostacolare la volontà del popolo.”

La procuratrice generale non è l’unica funzionaria importante nel mirino del governo; anche Ronen Bar, capo del servizio della sicurezza [interna, ndt.]  Shin Bet, è finito sotto attacco, e un’ingiunzione della Corte Suprema è stata l’unica cosa che gli ha permesso di rimanere al suo posto dopo che il governo ha votato per cacciarlo.

Fine modulo

All’inizio della guerra Bar è stato preso di mira da Netanyahu in quanto figura chiave del sistema della sicurezza, nel tentativo di assolvere se stesso dalla responsabilità per gli errori del 7 ottobre, nonostante [Bar] abbia apertamente riconosciuto il ruolo dell’agenzia. In seguito, come Baharav-Miara, ha provocato ulteriore collera chiedendo la creazione di una commissione d’inchiesta statale su questi errori, una cosa a cui Netanyahu si oppone strenuamente nel timore che consideri responsabile anche lui.

Ma l’iniziativa che sembra aver segnato il destino di Bar è giunta all’inizio di marzo, quando ha approvato l’avvio di un’indagine sui rapporti tra due dei collaboratori più vicini al primo ministro e il governo del Qatar, ufficialmente nemico di Israele, in uno scandalo noto come “Qatargate”. Per anni Netanyahu ha personalmente agevolato i trasferimenti finanziari del Qatar ad Hamas a Gaza, considerandolo uno strumento per indebolire l’Autorità Palestinese e approfondire le divisioni tra palestinesi. Ora, con il suo circolo più intimo sotto inchiesta per accordi segreti con Doha, c’è un crescente rischio che i rapporti stessi di Netanyahu con lo Stato del Golfo possano essere indagati ancor più nel dettaglio.

In coincidenza con la ripresa della guerra a Gaza, dove 59 ostaggi israeliani continuano a rimanere in ostaggio, questi sviluppi hanno infiammato una nuova ondata di proteste di massa in Israele, con decine di migliaia di persone scese in piazza a Tel Aviv, Gerusalemme e in altre città. Sventolando bandiere israeliane e scandendo slogan contro la dittatura, che ricordano le manifestazioni che hanno scosso il Paese per buona parte del 2023, i dimostranti hanno bloccato le principali autostrade e si sono scontrati con la polizia, che ha risposto con granate stordenti e cannoni ad acqua.

Il progettato licenziamento di Baharav-Miara e Bar, insieme al più generale rafforzamento del potere del governo, compresa l’approvazione di una nuova legge che accentua il controllo governativo sulla selezione dei giudici, è stato identificato dall’opposizione alla Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] e nelle piazze come un assalto contro i presunti “garanti della legge”. Ma la loro risposta evidenzia una profonda contraddizione che illumina i limiti della cosiddetta democrazia israeliana.

Un via libera ai crimini di guerra

In risposta alla decisione del governo di licenziarla, Baharav-Miara ha reso pubblica una lettera in sua difesa che elenca le decisioni del governo che lei ha appoggiato nell’ultimo anno e mezzo. Alcune rappresentano una palese distorsione della legge, altre sono profondamente radicate nella discriminazione razziale e altre ancora riguardano evidenti crimini di guerra e contro l’umanità.

Dietro a quasi ogni esempio che cita nella sua lettera come prova della sua lealtà al governo ci sono orribili delitti che ha approvato. Per esempio, il cosiddetto “approccio operativo a Gaza” è un eufemismo per definire la guerra di Israele contro i palestinesi nella Striscia che ha portato ad accuse di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia. Questo “approccio” include ad esempio l’uccisione indiscriminata di civili definiti “danni collaterali” in un processo di selezione di obiettivi realizzato dall’intelligenza artificiale.

La “guerra contro il terrorismo e l’incitamento al terrorismo”, di cui pure si vanta la procuratrice generale nella sua lettera, ha significato arresti di massa di cittadini palestinesi di Israele dopo il 7 ottobre anche per minime espressioni di solidarietà con il loro popolo massacrato a Gaza, e tutto ciò mentre le reti sociali in ebraico sono state inondate di espliciti incitamenti al genocidio senza alcuna conseguenza nei confronti dei responsabili. Nei mesi che hanno seguito il 7 ottobre Baharav-Miara ha appoggiato la politica delle forze di polizia di Ben Gvir per impedire ai cittadini palestinesi di protestare contro la guerra mentre il sangue scorreva nelle strade di Gaza.

Nella sua lettera Baharav-Miara ha anche ricordato ai ministri di aver ampiamente collaborato con il governo per “espandere le colonie e sostenerle”, una politica che solo pochi giorni fa è stata descritta in un nuovo rapporto dell’ONU come un crimine di guerra. Che razza di esperto di diritto si vanta di aver appoggiato una così palese violazione delle leggi internazionali? Che razza di procuratore generale è fiero di aver legittimato crimini di guerra?

Ma non si è fermata qui, ha continuato ad elencare un’agghiacciante serie di ulteriori crimini che ha appoggiato: la detenzione amministrativa, lo strumento draconiano che Israele utilizza per incarcerare palestinesi senza accuse né processo; la demolizione punitiva di case di proprietà di quelli che Israele sostiene essere “terroristi”, molti dei quali non sono neppure stati accusati, per non dire condannati, di alcun crimine; il trattenimento di cadaveri di palestinesi come merce di scambio, un atto degno delle peggiori organizzazioni criminali; la difesa della “politica del governo sull’aiuto umanitario a Gaza”, un nauseante eufemismo per [definire] la sistematica privazione di cibo a oltre 2 milioni di esseri umani. Evidentemente questo è il glorioso lascito della cosiddetta guardiana della democrazia israeliana.

La verità è che Baharav-Miara ha totalmente fallito nel suo dovere fondamentale di mettere in guardia il governo contro le evidenti violazioni della legge e di perseguire i responsabili di questi crimini. La lettera che ha inviato ai ministri per difendere la sua posizione è davvero un’ammissione di quanto lei sia inadeguata per il suo ruolo. Mentre lamenta che “la proposta (di licenziarla) non riguarda una maggior fiducia, ma la richiesta di fedeltà politica,” la prima parte della sua lettera è una testimonianza della lealtà criminale che ha dimostrato per le illegali e sanguinarie politiche durante la guerra. Se non fosse per gli orrori incarnati in quelle parole, ci sarebbe da ridere.

Eppure, nonostante tutto ciò, gli israeliani devono ancora uscire a protestare contro il licenziamento di Baharav-Miara perché le forze che intendono sostituirla sono ancora più moralmente corrotte e pericolose di lei. Ogni giorno in cui questo sanguinario governo rimane al potere le vite di milioni di palestinesi sono in grave pericolo e dobbiamo resistergli in ogni modo possibile finché non cadrà.

Questa è anche la ragione per cui il deputato di Hadash [partito arabo-ebraico di sinistra, ndt.] Ayman Odeh chiede ai cittadini palestinesi di unirsi alle proteste. Odeh comprende meglio di chiunque altro il ruolo che Baharav-Miara e Bar giocano in questo miserabile sistema di oppressione (va ricordato che lo Shin Bet è noto, tra le varie cose, per ricattare i palestinesi LGBTQ+ per obbligarli a diventare informatori); il suo appello perché i cittadini palestinesi scendano in piazza non è un sostegno a loro quanto piuttosto un riflesso di quanto profondamente perversa e disperata sia diventata la situazione in Israele.

È essenziale resistere a questo governo e ai suoi instancabili tentativi di proteggersi dal controllo e dal dover rendere conto delle proprie azioni. Ma dipingere la procuratrice generale – che in base alle sue stesse ammissioni ha coperto praticamente ogni crimine israeliano nella guerra genocida contro Gaza e nella persecuzione dei cittadini palestinesi – come una campionessa della democrazia è una tragica farsa.

Baharav-Miara incarna la logica etnocratica di una democrazia solo per gli ebrei. Se questi giorni amari chiariscono qualcosa è che il concetto di una democrazia selettiva non è solo immorale, ma è un’illusione assurda, scollegata dalla realtà e in ultima istanza pericolosa sia per i palestinesi che per gli ebrei.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa dal Farsi. Dirige il consiglio esecutivo di B’Tselem ed è attivista del partito politico Balad [partito della minoranza araba, ndt.]. I suoi scritti riguardano le linee di intersezione e definizione della sua identità come mizrahi [ebrea originaria di un Paese a maggioranza musulmana, ndt.], donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive entro incessanti migrazioni e il costante dialogo tra loro.

Amos Brison è un redattore di +972 che risiede a Berlino.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




No Other Land: un duo di registi israeliano e palestinese lotta per denunciare l’apartheid mentre a Gaza infuria la guerra

Alex MacDonald

26 novembre 2024  Middle East Eye

Middle East Eye parla con Yuval Abraham e Basel Adra di minacce di morte, attacchi di squadracce e antisemitismo

A un certo punto del loro premiato documentario No Other Land il regista palestinese Basel Adra dice al suo co-regista israeliano Yuval Abraham di essere convinto che basteranno 10 giorni per scrivere e girare e avranno finito, e gli dice che è troppo impaziente di vedere la fine dell’occupazione della Cisgiordania da parte del suo Paese.

“Abituati a sbagliarti,” dice Adra, sardonicamente, ad Abraham, mentre girano in macchina per Masafar Yatta, un agglomerato di villaggi a sud di Hebron dove si trova casa sua. “Sei un fallito.”

Nel 2024, dopo 57 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania e oltre tre quarti di secolo dopo la Nakba, la ‘catastrofe’ che ha visto la cacciata dalle loro case di oltre 700.000 palestinesi, sembra più difficile che mai credere che un altro articolo, un rapporto o un documentario possano finalmente spingere il mondo ad agire.

No Other Land è disseminato di filmati risalenti all’infanzia di Adra che riprendono il padre attivista fronteggiare i soldati e i coloni israeliani esattamente come avrebbe poi fatto suo figlio.

Sebbene possa sembrare difficile che il documentario, girato nel corso di cinque anni fino all’ottobre 2023, sarà la goccia che farà finalmente traboccare il vaso dell’occupazione, ha certamente suscitato forti reazioni, sia positive che negative.

Abraham e Adra, rispettivamente a Gerusalemme e a Masafer Yatta, hanno detto a Middle East Eye che è stato difficile gestire le ripercussioni seguite al loro film. “Mi hanno sorpreso le reazioni in Germania,” ha detto Abraham.

” La Germania dice di sostenere Israele e gli israeliani, ma in realtà sta sostenendo gli israeliani che credono nella continuazione dell’occupazione e che, in un certo senso, ripetono le politiche dei loro governi.”

A febbraio i due registi hanno vinto il premio per i documentari al film festival della Berlinale; nel discorso di accettazione Abraham ha citato le leggi dell’”apartheid” che lo segregano dal suo co-regista invocando la fine dell’occupazione.

Per tutta risposta vari politici tedeschi hanno bollato i suoi commenti come “antisemiti”, dopo di che ha ricevuto minacce di morte e squadracce di estrema destra hanno attaccato la casa della sua famiglia in Israele.

In seguito il portale ufficiale online della Berlinale ha citato le ” tendenze antisemite” di No Other Land sebbene il commento sia poi stato rimosso.

Abraham ha detto che in Germania l’ossessiva repressione dei comportamenti filo-palestinesi sta rendendo sempre più difficile la vita per israeliani ed ebrei come lui che vogliono vedere la fine dell’attuale guerra a Gaza.

“Questa visione semplicistica su cosa significhi sostenere gli israeliani o il popolo ebraico… diplomaticamente, finanziariamente, significa continuare a fare quello che mostriamo nel film, cioè continuare a operare per impedire uno Stato palestinese.

Credo che abbiano agito non solo contro i palestinesi, ma anche contro gli israeliani perché considero i due popoli connessi e credo che la sicurezza sarà sempre uno sforzo comune,” dice.

‘Una storia di potere’

Tuttavia la controversia all’uscita del film ha solo accresciuto l’interesse per i suoi protagonisti, gli abitanti di Masafer Yatta.

Per decenni le autorità israeliane hanno cercato di sfrattare circa 1000 palestinesi residenti a Masafer Yatta per creare una “zona di tiro” militare, un campo di addestramento per l’esercito israeliano. 

Le loro case sono situate nell’Area C della Cisgiordania che resta sotto la totale autorità di Israele ed è costellata di colonie, illegali ai sensi del diritto internazionale, i cui abitanti attaccano regolarmente i palestinesi, vandalizzando case e veicoli e sparandogli contro.

Adra ha detto che dopo le controversie in Germania ha organizzato un’importante proiezione del film nel suo villaggio natale.

“Volevano veramente vederlo dopo tutte le storie su quello che era successo alla Berlinale, gli attacchi contro di me e contro Yuval da parte dei media israeliani e tedeschi,” ha detto.

“A marzo abbiamo fatto un’importante proiezione nel cortile della scuola con una grande affluenza di centinaia di persone della comunità, giornalisti e attivisti solidali.”

Adra ha detto che, oltre a vedere la loro lotta sullo schermo, l’esperienza è stata piena di nostalgia per molti degli anziani che vedevano i vecchi filmati ripescati dagli anni ‘90.

Un momento particolarmente memorabile era stata la visita nel 2009 dell’ex primo ministro britannico Tony Blair nella sua qualità di inviato di pace In Medio Oriente. All’epoca la sua visita, vista con scetticismo dal padre di Adra, aveva garantito la sospensione della distruzione di uno dei villaggi a Masafer Yatta.

Seguendo la visita Adra commenta fuoricampo “questa è una storia di potere”.

“Oggi siamo delusi,” ha detto a MEE.

Le immagini del massacro a Gaza sono ovunque mentre anche la Cisgiordania occupata ha subito un intensificarsi di attacchi dei coloni e dell’esercito israeliano, inclusi attacchi aerei – un’escalation che ha causato centinaia di morti.

“Eppure governi come quelli di Regno Unito, USA e Germania continuano a difendere Israele, sostenendolo e appoggiandolo,” ha detto Adra.

“Sono complici di occupazione, apartheid e genocidio a Gaza.”

“Fede” nel cinema

Per gli abitanti la lotta per proteggere le proprie case è stata sfinente e costosa, finanziariamente e fisicamente.

Una figura centrale del film è Harun Abu Aran, un abitante del villaggio rimasto completamente paralizzato quando un soldato gli sparò al collo mentre tentavano, inspiegabilmente, di confiscare un generatore.

Sua madre ha sempre cercato di accudirlo dentro la grotta in cui vivevano, occupandosi delle visite di giornalisti stranieri curiosi, lamentandosi delle condizioni inadeguate in cui era costretta a prendersene cura.

In coincidenza con la fine del film Abu Aran è morto per le ferite riportate.

“Porto una telecamera con me da quando ero un ragazzino… per filmare le prove, mostrarle e farle pubblicare,” ha detto Adra a MEE.

Ha detto che si è aggrappato alla “fede”, che se continuava a registrare e produrre le prove in modo che tutto il mondo vedesse, qualcuno finalmente avrebbe fatto qualcosa, che gli USA sarebbero riusciti a fare pressione su Israele.

Il 7 ottobre, poco dopo la fine delle riprese, c’è stato l’attacco di Hamas nel sud di Israele con l’uccisione di circa 1200 persone e la cattura di centinaia di israeliani portati come ostaggi a Gaza.

In risposta Israele ha lanciato un attacco devastante contro la Striscia di Gaza, uccidendo oltre 44.000 persone, causando lo sfollamento praticamente di tutta la popolazione e facendo sprofondare l’enclave nella fame, distruzione e disperazione.

“Per tutto lo scorso anno abbiamo guardato il genocidio in diretta sui nostri cellulari con tutti i video provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania… la situazione sul campo non fa che peggiorare,” ha detto Adra.

“E agli israeliani non importa delle pressioni internazionali, del diritto internazionale perché, sfortunatamente, gli USA li sostengono.”

La vita sta diventando più difficile anche per Abraham che fa parte del sempre più sparuto numero di israeliani che sostengono i diritti dei palestinesi, sgomento nell’assistere al fervore ultra-nazionalista e irredentista che ha sommerso il Paese in cui nessuna cifra di morti palestinesi sembra suscitare alcuna simpatia.

“Una sinistra israeliana c’è, al momento non rappresentata politicamente ed è molto piccola e sempre più perseguitata dal governo. Dal 7 ottobre lo spazio per le critiche si è veramente ristretto,” ha spiegato.

I recenti mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale (CPI) contro Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant sono stati pesantemente condannati in Israele, non solo dagli alleati politici ma anche dai leader all’opposizione.

Perfino Yair Golan, leader dei Democratici (una fusione del Partito laburista e di Meretz, di centro sinistra), li ha bollati come “vergognosi.”

“Io penso che la gente, specialmente nei paesi occidentali, voglia aggrapparsi alla speranza che se solo si sostituisse Netanyahu tutto migliorerebbe e ci sarebbe una soluzione politica, la soluzione dei due Stati, qualsiasi cosa,” ha detto Abraham.

“I partiti israeliani non sono intenzionati a esprimere neppure un minimo di critica verso il loro esercito nonostante la più alta Corte del mondo abbia definito crimini di guerra contro l’umanità le loro operazioni militari.”

Un atto di resistenza dall’interno

Masafer Yatta continua a respingere i tentativi di Israele per cancellarne l’esistenza. “È la nostra terra… ecco perché soffriamo per essa,” sono le parole di uno degli abitanti.

Lo scorso anno ha visto un’esplosione di violenza da parte dei coloni in Cisgiordania e Masafer Yatta non ha fatto eccezione.

Nel corso del weekend i coloni avrebbero attaccato la casa di un attivista locale nel villaggio di Tiwani e aggredito i suoi famigliari, ferendone due.

I soldati israeliani sono poi arrivati e invece di prendere di mira i coloni hanno sequestrato l’attivista.

Il film di Abraham e Adra presenta la Palestina alla vigilia di quella che è indubbiamente stata la maggiore crisi per i palestinesi dal 1967.

E con uno spazio per la resistenza palestinese che si è ridotto in Israele, nei territori occupati e, a quanto pare, anche in quasi tutto il resto del mondo, No Other Land sta combattendo un’ardua battaglia.

“Per noi il film è un atto di resistenza dall’interno e appena l’abbiamo finito volevamo farlo vedere il prima possibile,” conclude Adra.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Tutta la storia delle ingiustizie del sionismo in un solo villaggio beduino

Orly Noy

20 novembre 2024 – +972 Magazine

In collaborazione con LOCAL CALL

La distruzione di Umm Al-Hiran esemplifica la visione sionista dei palestinesi come transitori; pedine di scacchi movibili in un gioco di ingegneria demografica.

La settimana scorsa lo Stato di Israele ha appeso alla sua cintura lo scalpo di un’altra comunità palestinese portando a termine la demolizione di Umm Al-Hiran. La mattina del 14 novembre centinaia di poliziotti hanno preso d’assalto il villaggio beduino – situato nel deserto del Negev/Naqab nel sud di Israele – accompagnati da ufficiali delle forze speciali ed elicotteri. Gli abitanti, cittadini israeliani che hanno a lungo temuto che ciò accadesse, avevano già distrutto essi stessi la maggior parte delle strutture nel villaggio, per evitare di dover pagare multe salate. Ciò che è rimasto da distruggere alla polizia era la moschea.

E così 25 anni di battaglie legali per salvare il villaggio sono finite e gli abitanti sono rimasti senza casa. Se si vuole capire l’intera storia delle ingiustizie del sionismo contro i palestinesi – con tutte le discriminazioni, il razzismo, le espropriazioni e la violenza radicate in una visione di supremazia ebraica e in una concomitante ossessione per la questione demografica – non c’è bisogno di guardare più in là di Umm Al-Hiran.

Nel discorso ebreo-israeliano la distruzione di una comunità beduina a malapena fa alzare un sopracciglio, non parliamo di meritare titoli di giornali. Dopotutto era un “villaggio non riconosciuto” – un espediente linguistico che Israele utilizza per dipingere i cittadini beduini come invasori nelle loro stesse terre. Il pubblico israeliano percepisce la distruzione sistematica di queste comunità come una mera repressione di trasgressori. Ma gli abitanti di Umm Al-Hiran non solo non erano invasori, ma sono stati trasferiti là dallo Stato stesso.

Prima della nascita di Israele gli abitanti della comunità diventata Umm Al-Hiran vivevano nel nordovest del Negev. Nel 1952 il governo militare di Israele li trasferì con la forza più ad est, per espropriare la loro terra per la costruzione del Kibbutz Shoyal. Quattro anni dopo lo Stato decise di sradicarli nuovamente, spingendoli in una zona appena all’interno della Linea Verde, vicina all’estremità sudoccidentale della Cisgiordania, dove sono rimasti fino alla settimana scorsa.

In tutti questi decenni lo Stato non si è preoccupato di regolarizzare lo status del villaggio. Non ha fornito agli abitanti infrastrutture o servizi basilari come elettricità, acqua, educazione o impianti igienici. Questa è l’indecente immoralità del sionismo: privare gli abitanti palestinesi del Negev delle più elementari condizioni di vita per generazioni, per rimpiazzarli un giorno con una comunità ebraica in nome del “far fiorire il deserto”.

Il Negev costituisce più della metà del territorio dello Stato di Israele e vaste aree di esso sono vuote. Eppure lo Stato insiste nel distruggere villaggi arabi “non riconosciuti” per costruirne di nuovi ebraici. Nel caso di Umm Al-Hiran la nuova comunità originariamente doveva recare la versione ebraicizzata del nome del villaggio che stava rimpiazzando: Hiran. Qualcuno ha pensato di meglio e adesso verrà chiamata Dror – “libertà”.

Ovviamente non è una novità. Israele ha distrutto le comunità palestinesi e ha insediato ebrei al loro posto fin dalla sua fondazione. Solo nel corso della Nakba del 1948 ha spopolato centinaia di città e villaggi palestinesi. Ma la storia di Umm Al- Hiran presenta un altro aspetto dell’atteggiamento di Israele verso i palestinesi, che è essenziale per comprendere il modus operandi del sionismo: la percezione della presenza dei palestinesi come provvisoria.

Questa è una delle più violente espressioni della supremazia ebraica. I palestinesi sono visti come polvere umana che può essere semplicemente spazzata via, o come pedine di scacchi che possono essere spostate da un quadrato all’altro secondo l’eterno progetto di Israele di ingegneria demografica tra il fiume e il mare. E’ un aspetto essenziale della disumanizzazione di coloro sulle cui terre lo Stato ha posto le mire: la convinzione profonda che queste persone non abbiano radici e perciò spostarle da una parte all’altra non possa assolutamente essere considerato una rimozione.

In tal modo è possibile continuare ad ignorare le rivendicazioni degli abitanti dei villaggi della Galilea Iqrit e Bir’em, dopo più di mezzo secolo da quando l’Alta Corte ha sentenziato che deve essere loro permesso ritornare alle loro terre da cui furono espulsi durante la Nakba; è possibile condurre una vasta pulizia etnica in Cisgiordania col pretesto della sicurezza e della legalità; è possibile ordinare a centinaia di migliaia di abitanti di Gaza di evacuare ancora e ancora e ancora, trasformandoli in eterni nomadi come progettato dal sionismo – e, in cima a tutto ciò, considerare questo un atto umanitario.

L’ingegneria demografica del sionismo non si limita ai palestinesi. La storia di Givat Amal, un quartiere mizrahi (ebrei orientali, provenienti da Medio Oriente e Maghreb, ndtr.) di Tel Aviv che è stato sgomberato con la forza e demolito nel 2021, presenta molti parallelismi con la storia di Umm Al-Hiran: anche là lo Stato ha costretto una comunità emarginata a spostarsi in una zona di frontiera, non ha mai regolarizzato il suo status o i diritti alla terra e appena il valore del terreno è aumentato ha espulso gli abitanti per avidità. Intanto i “comitati di ammissione” approvati dallo Stato continuano a sostenere l’apartheid in centinaia di comunità ebree nel Negev e in Galilea, garantendo che le “persone giuste” vivano nei posti giusti.

Ma sono stati i palestinesi ad essere trasformati dal sionismo in un popolo precario con un’identità transitoria. E’ questo l’assunto che sta alla base del piano di scambio di terre sostenuto dieci anni fa da Avigdor Liberman, che contemplerebbe il trasferimento di parecchie comunità palestinesi all’interno di Israele in Cisgiordania insieme all’annessione da parte di Israele di alcuni insediamenti coloniali: oggi i palestinesi possono essere cittadini di Israele, ma domani, muovendo un dito, possono smettere di esserlo. (Liberman, un tempo considerato all’estrema destra della politica israeliana, è recentemente diventato una specie di eroe del centro-sinistra).

Forse ciò su cui poggia questa determinazione sionista di strappare i palestinesi dai loro luoghi è una paura interiorizzata del loro legame profondo con la terra. Forse è l’illusione che se vengono sradicati e scacciati da un posto all’altro un numero sufficiente di volte – vuoi con le marce della morte a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania, o la distruzione e l’espulsione nel Negev – alla fine si arrenderanno e se ne andranno.

Otto anni fa il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid ha scritto un tributo al movimento Hashomer Hachadash, in cui ha detto che “un uomo che pianta un albero non andrà da nessuna parte”. C’è qualcosa di notevole nei modi in cui a volte il subconscio fuoriesce dalla penna, a dispetto della persona che la impugna. Dopotutto lo Stato sa esattamente chi ha piantato gli ulivi che l’esercito bombarda a Gaza e i coloni bruciano in Cisgiordania. Ma anche dopo decenni di distruzioni, espulsioni e carneficine il sionismo rifiuta di accettare che non se ne andranno da nessuna parte.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa Farsi. E’ capo del consiglio esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. I suoi scritti si occupano delle linee di intersezione e definizione della sua identità come mizrahi, donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive entro un’incessante migrazione, e il costante dialogo tra di esse.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Uno sguardo sulla guerra di Israele contro gli attivisti stranieri che aiutano i palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

17 novembre 2024 – Haaretz

Nell’ultimo anno il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha iniziato a mettere in pratica una politica di espulsione degli attivisti stranieri filo-palestinesi, molti dei quali americani, con una serie di pretesti. Il risultato: un picco nel numero di attivisti costretti ad andarsene

Quando circa un mese fa l’attivista americano per i diritti umani Jaxson Schor, 22 anni, è stato arrestato in Cisgiordania, non capiva cosa stesse succedendo. Quella mattina era uscito con diversi altri attivisti stranieri per aiutare i palestinesi a raccogliere le olive vicino al villaggio di Qusra nella zona di Nablus quando all’improvviso i soldati lo hanno chiamato. “Mi hanno detto ‘Ciao, ciao’ e mi hanno chiesto il passaporto”, ricorda. “Gliel’ho dato e ho chiesto se c’era un qualche problema”.

I soldati gli hanno detto che non gli era permesso stare lì. “È stato molto surreale”, aggiunge, e descrive il seguito di una lunga giornata caratterizzata da interrogatori in una stazione di polizia, accuse di essere “un sostenitore di Hamas”, umiliazioni da parte della polizia e un’udienza presso la Population and Immigration Authority [Autorità su Popolazione e Immigrazione, ndt.]. Al termine della disavventura il suo visto e quello di un altro attivista arrestato insieme a lui sono stati revocati. E così i due stranieri venuti in Israele con l’intento di fare volontariato con i palestinesi si sono ritrovati espulsi dal Paese.

Non sono gli unici. L’anno scorso sempre più attivisti stranieri giunti per fare del volontariato con i palestinesi sono stati espulsi. I dati ottenuti da Haaretz mostrano che dall’ottobre 2023 almeno 16 di questi attivisti sono stati estradati da Israele dopo essere stati arrestati in Cisgiordania con l’accusa di varie violazioni.

L’avvocato Michal Pomeranz, che ha rappresentato alcuni degli attivisti espulsi, afferma che c’è stato un aumento del numero di arresti di volontari stranieri con falsi pretesti, nel tentativo di fare pressione su di loro affinché se ne andassero. “La situazione non è sorprendente alla luce del carattere dei decisori al governo, ma è esasperante”, afferma Pomeranz. “È inquietante e basata su analisi fittizie”.

Non è un caso che il numero di espulsioni sia aumentato, è anzi il risultato di una politica dichiarata del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che viene realizzata sul campo tramite una stretta cooperazione tra l’esercito, la polizia e la Population and Immigration Authority. Nel quadro di tale politica negli ultimi mesi Ben-Gvir ha ordinato che gli attivisti stranieri vengano interrogati presso l’Unità Centrale di Polizia di Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania occupata, ndt.], incaricata dei crimini gravi nel distretto di polizia che controlla i territori della Cisgiordania.

Parallelamente la sottocommissione della Knesset per la Giudea e la Samaria, guidata dal parlamentare Tzvi Succot (Partito del Sionismo Religioso), si è occupata ampiamente e approfonditamente della questione. Negli ultimi mesi la sottocommissione ha dedicato almeno cinque sessioni alla questione e ha invitato a partecipare rappresentanti dell’esercito e della polizia. Secondo Succot in queste sessioni i rappresentanti dell’esercito hanno riferito che ai soldati è stato chiesto di fotografare gli attivisti e i loro passaporti e di consegnare gli attivisti o la loro documentazione alla polizia.

La collaborazione fattiva dell’esercito è fondamentale, poiché sono i soldati che, per la maggior parte, eseguono gli arresti sul campo. Un documento ottenuto da Haaretz indica che l’esercito non esita a mettere in pratica la visione di Ben-Gvir e Succot. Nel documento, una lettera del GOC [comandante generale dell’esercito) Avi Bluth inviata dal Comando Centrale a una coalizione di organizzazioni di sinistra chiamata Olive Picking Partners Forum [forum degli attivisti volontari nella raccolta delle olive, ndt.], si afferma esplicitamente che “Il Comando Centrale impedirà e farà rispettare [sic] l’ingresso di attivisti stranieri che arrivano nei siti di raccolta delle olive con l’obiettivo di creare attriti”. In risposta a una domanda di Haaretz il portavoce dell’esercito israeliano ha negato che ci siano istruzioni ai soldati di arrestare gli attivisti stranieri.

Nel frattempo sembra che la collaborazione sia produttiva: la polizia riferisce che dall’inizio di quest’anno sono stati indagati 30 attivisti stranieri. Secondo i dati ottenuti da Haaretz, la maggior parte di coloro che sono stati espulsi sono stati interrogati con l’accusa di aver commesso reati minori come ostacolare un agente di polizia o un soldato durante lo svolgimento dei suoi doveri o la disobbedienza a un ordine in un’area militare interdetta. Tuttavia, alcuni sono stati indagati anche per reati più gravi come il sostegno a un’organizzazione terroristica o l’istigazione.

Dopo l’interrogatorio alcuni dei detenuti sono stati inviati a un’udienza presso la Population and Immigration Authority e successivamente espulsi, in quanto sospettati di aver commesso reati e col pretesto di violazione delle condizioni del loro visto. Altri non sono stati formalmente espulsi ma costretti di fatto a lasciare il Paese dalla polizia, che ha trattenuto i loro passaporti fino a quando non hanno presentato un biglietto aereo. In tutti i casi nella dichiarazione rilasciata sugli arresti la polizia si è assicurata di segnalarli come “anarchici”, assecondando la politica del ministro Ben-Gvir.

Sospetto: sostegno al terrorismo

Schor afferma che da quando è arrivato in Cisgiordania in agosto la maggior parte della sua attività lì consisteva nel fornire una “presenza protettiva”, ovvero accompagnare le comunità palestinesi con l’obiettivo di proteggere gli abitanti dall’esercito o dai coloni. Questo, dice, è ciò che stava facendo alla fine dell’estate quando è stato arrestato e gli è stato confiscato il passaporto. Per tre ore è stato trattenuto sul posto, mentre attivisti di destra documentavano l’arresto e dicevano agli amici di Schor che era proibito filmare o scattare foto e che lo avrebbero “buttato fuori” da Israele.

Uno di loro era Bnayahu Ben Shabbat, dell’organizzazione di destra Im Tirtzu. Alla fine è arrivata la polizia e hanno ammanettato i due volontari. Solo allora, afferma Schor, gli è stato detto che l’area era stata designata come zona militare interdetta. A quel punto è stato trasferito alla stazione di polizia, gli è stato sequestrato il cellulare e gli è stato comunicato che era in arresto con l’accusa di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti, di aver violato un ordine relativo ad un’area militare interdetta e di aver sostenuto un’organizzazione terroristica.

Durante l’interrogatorio gli è stato chiesto cosa stesse facendo in Cisgiordania, chi gli avesse indicato dove recarsi e chi fosse il “capo” della raccolta delle olive. Aggiunge che chi faceva da interprete in simultanea era inesperto e che gli ha persino urlato contro. In seguito a Schor è stato chiesto se avesse partecipato a una manifestazione di Hamas contro Israele, e ha risposto negativamente. Mi hanno detto che stavo mentendo e che ero venuto per combattere gli ebrei e per svolgere azioni terroristiche e che mi avrebbero cacciato dal Paese”, racconta. “Mi hanno chiesto più e più volte se stessi combattendo contro gli ebrei”.

Dopo di che hanno mostrato a Schor quattro sue fotografie. Dice che una di queste era stata scattata da un soldato, un’altra da un colono, una terza era stata presa da un social network e la quarta da un sito di notizie che aveva pubblicato la documentazione di una manifestazione a Ramallah a cui aveva partecipato qualche giorno prima. Ciò ha suscitato il sospetto che fosse stato pedinato anche prima del suo arresto. Alla fine dell’interrogatorio, racconta Schor, un poliziotto gli ha chiesto se fosse un anarchico e se fosse ebreo e gli ha detto: “Noi c’eravamo prima di te e Israele starà qui dopo di te”, e poi ha aggiunto: “Ti butteremo fuori da Israele per sempre”.

Dalla stazione di polizia Schor e l’altro attivista arrestato con lui sono stati portati per un’udienza presso la Population and Immigration Authority, dove i loro visti sono stati revocati. Nell’ultimo anno altri tre attivisti sono stati espulsi da Israele con una procedura simile, in seguito ad un’udienza ufficiale presso l’Authority. Ad altri sette è stato confiscato il passaporto dalla polizia, ed è stato restituito solo dopo la presentazione di un biglietto aereo; a tre è stato offerto il rilascio durante l’indagine a condizione che lasciassero il Paese e a uno, un ebreo britannico di nome Leo Franks, non è stato rinnovato il visto. Successivamente il suo passaporto è stato confiscato e la procedura che aveva iniziato per l’aliyah, l’immigrazione in Israele, è stata bloccata.

Una condotta simile si ritrova anche nella trascrizione dell’udienza di un attivista inglese espulso ad aprile, arrestato a Masafer Yatta in Cisgiordania con l’accusa di aver violato un divieto relativo ad un’area militare interdetta e di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti. Durante l’udienza all’attivista è stato chiesto perché fosse venuto in Israele insieme alle seguenti domande: “Hai visto che Israele sta attaccando i palestinesi e sei venuto per questo?” “Perché sei andato in giro con una macchina fotografica e hai scattato foto ai soldati? Ci sono delle ragioni particolari?” “Vuoi documentare gli attacchi dei soldati contro i palestinesi?”

Secondo l’avvocato Pomeranz, la Population and Immigration Authority non era tenuta ad accettare le considerazioni della polizia riguardo agli attivisti, specialmente nei casi in cui non erano stati portati in tribunale per la custodia cautelare o non erano stati incriminati. L’udienza presso l’Authority ha lo scopo di consentire loro di esporre le loro versioni e servire da premessa per giungere alla decisione se espellerli o meno.

Donne aggredite’

Gli attivisti in Cisgiordania provengono da vari Paesi, tra cui Stati Uniti, Belgio e Inghilterra: alcuni di loro affermano di aver sentito parlare per la prima volta della possibilità di andarci tramite post sui social media, altri grazie a conoscenze. I loro numeri non sono molto alti, con una stima di poche decine di arrivi ogni anno.

Il numero raggiunge il picco con l’avvicinarsi della stagione della raccolta delle olive, che è considerata a rischio. Nell’ultimo anno, affermano gli attivisti, il loro numero è cresciuto. Molti sono arrivati ​​di recente in risposta a un appello dell’organizzazione palestinese Faz3a (Fazaa), che mette in contatto gli attivisti stranieri con le comunità palestinesi minacciate. Altri sono collegati al più veterano e noto International Solidarity Movement (noto come ISM), in parte perché nel 2003 una delle sue attiviste, Rachel Corrie, è stata uccisa da un bulldozer dell’IDF nella Striscia di Gaza. Un’altra delle sue attiviste, Ayşenur Ezgi Eygi, una donna turco-americana, è stata uccisa a settembre a Beita, vicino a Nablus, dal fuoco vivo dell’esercito israeliano.

Di recente il lavoro degli attivisti stranieri in Cisgiordania si è insediato in un appartamento nel villaggio di Qusra. L’11 ottobre i soldati dell’IDF hanno sfondato la porta e perquisito il posto. Secondo gli attivisti i soldati hanno rovistato tra i loro effetti personali, fotografato i loro passaporti e arrestato un attivista palestinese residente nel villaggio. Inoltre, affermano, i soldati hanno esaminato le lettere scritte dagli attivisti che se ne erano andati.

Sebbene non siano qui da molto alcuni degli attivisti hanno già sperimentato violenze estreme. Ad esempio Vivi Chen, una residente del New Jersey giunta in Cisgiordania a luglio, afferma di aver già assistito a due aggressioni da parte di coloni che l’hanno segnata. “Sono rimasta così sorpresa perché loro [i coloni] erano ragazzi adolescenti e stavano aggredendo con tutta la loro forza donne che avrebbero potuto essere le loro madri”, afferma riferendosi ad un fatto avvenuto il 21 luglio a Qusra. Riguardo ad un altro più grave incidente racconta che cinque giovani palestinesi sono stati colpiti da proiettili veri, alcuni sparati dall’esercito.

Un’altra attivista, Lu Griffen, una siriana-americana di 22 anni, racconta che il 4 settembre, durante la sua seconda settimana in Cisgiordania, è stata violentemente aggredita dai coloni mentre accompagnava un pastore a Qusra. “Hanno iniziato a lanciarci pietre. Stavo correndo e una pietra mi ha colpito la testa e me l’ha spaccata”, racconta. Ricorda che anche dopo essere caduta i coloni hanno continuato a lanciare pietre su di lei e hanno spruzzato su di lei e gli altri dello spray al peperoncino.

Griffen spiega di essere stata attratta dall’attivismo in Cisgiordania dopo aver partecipato all’inizio di quest’anno alle proteste contro la guerra nei campus degli Stati Uniti. “È difficile spiegare come mi sento: l’indignazione, la tristezza. Qui la situazione è semplicemente sconvolgente”, dice. “Ho trascorso parte della mia vita in una zona di guerra, ma in quel momento non potevo fare nulla per il mio popolo siriano. E ora che sono abbastanza grande ho tempo, non ho figli o responsabilità che mi trattengano, non c’è niente che voglio fare di più che andare ad aiutare i palestinesi come loro ci stanno chiedendo”.

Indubbiamente però l’evento più traumatico per gli attivisti è stato l’uccisione dell’attivista turco-americana Ezgi Eygi. “All’inizio non credevo fosse morta”, ricorda Chen. “Quando è caduta e sono corsa da lei, potevo sentire il suo polso e ho detto ‘Sopravviverà’.” L’esperienza è stata particolarmente difficile, dice, a causa della diffamazione del nome e dell’attività di Ezgi Eygi. “Molti di noi hanno finito per scrivere le proprie ultime volontà come precauzione, perché vorremmo rendere le cose più facili alle nostre famiglie nel caso in cui accada qualcosa.”

Chen collega la morte di Ezgi Eygi a un incidente che l’ha preceduta nello stesso luogo: il ferimento di unattivista americana durante una manifestazione nel villaggio di Beita. “Se il governo americano avesse condannato l’uccisione di una cittadina americana in quel momento, non avrebbero avuto l’audacia di uccidere un altro straniero”, aggiunge. Secondo l’IDF, un’indagine preliminare sulla morte di Ezgi Eygi ha concluso che non sarebbe stata colpita intenzionalmente. La divisione investigativa criminale della polizia militare ha avviato un’indagine sull’incidente.

Dirgli addio’

Alcuni membri della Knesset, in particolare Tzvi Succot, hanno un problema di vecchia data con gli attivisti stranieri e sostengono che stanno causando danni allo Stato di Israele. All’interno del sottocomitato che presiede, Succot è molto impegnato nelle misure contro gli attivisti. “La legge afferma che chiunque entri nel Paese e violi i termini del suo visto può essere espulso”, dice ad Haaretz. “Quei ragazzi sono un danno strategico. In definitiva, le campagne contro Israele e le sanzioni provengono da loro. E quindi, quando vengono e molestano i soldati o entrano in un’area militare interdetta o commettono la più piccola infrazione, lo Stato di Israele deve dire loro addio/congedarli“.

Durante la conversazione con Haaretz Succot ha continuato a ripetere che il suo problema con gli attivisti consiste nel fatto che starebbero promuovendo un boicottaggio contro Israele. La sua argomentazione si basa sulla legge sull’ingresso in Israele del 2017, che proibisce di concedere un visto a chiunque promuova un boicottaggio dello Stato.

Nel frattempo Succot afferma di stare attualmente lavorando a una legislazione con l’obiettivo di istituire un’organizzazione statale che monitorizzi gli attivisti stranieri mentre sono in Israele e decida la loro espulsione nel caso che dopo il loro ingresso si scopra che abbiano fatto degli appelli al boicottaggio. “Al momento questo non sta accadendo, e quindi la soluzione tampone in questo momento è che se qualcuno viola le condizioni del visto, la legge consente di revocarlo”, aggiunge.

Il monitoraggio degli attivisti durante la loro permanenza in Israele, afferma, è attualmente svolto da organizzazioni civili senza scopo di lucro. Afferma che il recente aumento dell’attività sulla questione è il risultato di un coordinamento rafforzato tra l’IDF, la polizia e il Ministero dell’Interno. “Un soldato sul campo che incontra qualcuno del genere che violi la legge sa di dover registrare i suoi dati personali e il suo passaporto e inviarli alla polizia e poi al Ministero dell’Interno. Da lì, spiega, il passo verso la revoca del visto o l’espulsione dal Paese è breve.

La questione del boicottaggio è emersa nell’inchiesta sull’attivista Michael Jacobsen, 78 anni, dello Stato di Washington. Dopo la sua espulsione Succot ha rilasciato un comunicato stampa di encomio in cui ha ringraziato, tra gli altri, un’organizzazione non-profit chiamata The Legal Forum for the Land of Israel. Il 10 ottobre Jacobsen, che ha militato nell’esercito americano durante la guerra del Vietnam, stava accompagnando un palestinese che pascolava un gregge a Masafar Yatta. Ricorda che un soldato che ha identificato come colono gli ha chiesto il passaporto e poi gli ha detto che era ricercato dalla polizia. “Ha chiesto: ‘sei un membro dell’ISM [International Solidarity Movement]’, e io ho detto di no. E poi ha chiesto ‘sei un ebreo?’ e io ho detto di no, e lui [ha chiesto] ‘sei un terrorista?’ E io ho detto ‘no, sono un turista”.

Jacobsen è stato arrestato e portato alla stazione di polizia. Afferma che durante il tragitto ha cercato di scoprire perché lo stavano arrestando, ma non ha ricevuto informazioni. “Mi hanno detto che ero un terrorista perché ero un membro del BDS”, ha aggiunto, riferendosi al movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Alla stazione di polizia è stato interrogato con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento dei suoi doveri e di soggiorno illegale, un sospetto basato sull’accusa attribuitagli di sostegno al boicottaggio. “Chi ha condotto l’interrogatorio è stato molto borioso e maleducato con me”, racconta. “Ha detto che ero coinvolto in cinque diverse organizzazioni terroristiche”, ha continuato Jacobsen, citando le cinque come IHH Humanitarian Relief Foundation, Meta Peace Team, International Solidarity Movement, BDS e MPT.

Jacobsen afferma che Meta Peace Team è un’organizzazione di attivisti che gli ha fornito una formazione sulla resistenza non violenta, mentre IHH è un’organizzazione ombrello sotto la cui egida ha partecipato nell’aprile di quest’anno alla flottiglia verso Gaza per portare cibo e attrezzature mediche nella Striscia. Durante l’interrogatorio gli è stata anche mostrata la documentazione sulla sua attività presso Veterans for Peace in Corea del Sud, dove ha lavorato con i dimostranti contro l’istituzione di una base navale. Alla fine dell’interrogatorio gli è stata data una scelta. Poteva rimanere in stato di arresto o poteva essere inviato al confine con la Giordania. Ha scelto di andarsene, senza [partecipare ad] un’udienza presso la Population and Immigration Authority e senza sapere se sarebbe mai potuto tornare in Israele.

A ottobre due attivisti tedeschi sono stati espulsi da Israele in modo simile. Sono stati arrestati con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento del suo dovere, di riunione illegale e di far parte di un’organizzazione terroristica. Il sospetto di riunione illegale è stato attribuito a causa della loro appartenenza all’International Solidarity Movement, nonostante in Israele l’organizzazione non sia stata messa al bando.

La loro detenzione è stata prorogata due volte, e poi la polizia ha offerto loro la possibilità di scegliere tra lasciare il Paese o affrontare un’altra richiesta di proroga della loro detenzione. Se ne sono andati. Di recente la polizia ha fatto un’offerta simile a due donne americane, una suora e una pensionata di 73 anni, arrestate a South Hebron Hills con l’accusa di aver ostacolato un soldato nell’adempimento del suo dovere. Dopo il loro rifiuto, sono state rilasciate con un divieto di ingresso di due settimane in Cisgiordania.

Dalla sua attuale residenza negli Stati Uniti Jacobsen afferma che il fatto che la sua attività non violenta sia stata definita terroristica lo ha portato a opporsi alle azioni di Israele con ancora più veemenza: “Ok, mi chiami terrorista? Allora esprimerò le mie opinioni su ciò che sta facendo lo Stato sionista di Israele come attività terroristiche. In effetti, lo Stato di Israele sta usando tattiche terroristiche, sicuramente in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza”.

L’unità portavoce dell’IDF ha risposto: “Le forze di sicurezza, la polizia israeliana e l’amministrazione civile stanno agendo per consentire agli abitanti della zona di raccogliere le olive sui terreni di loro proprietà e, allo stesso tempo, stanno agendo per mantenere la sicurezza dei civili e delle comunità israeliane. In generale, non ci sono istruzioni per arrestare gli attivisti stranieri”. Il portavoce ha aggiunto che la decisione di effettuare una perquisizione nella casa degli attivisti a Qusra è derivata da una “segnalazione di attività insolite” in quel sito.

Per quanto riguarda la sparatoria contro l’attivista americana a Beita ad agosto l’esercito ha aggiunto che ciò sarebbe avvenuto dopo una segnalazione di “violento disturbo dell’ordine pubblico durante il quale i terroristi hanno lanciato pietre contro i militari, che hanno risposto utilizzando mezzi per disperdere le dimostrazioni e sparando in aria”. Hanno anche aggiunto che la segnalazione “è nota ed è in corso una verifica“.

La polizia israeliana ha risposto: “La polizia israeliana attua l’applicazione della legge con tutti i mezzi legali contro gli attivisti israeliani e stranieri che agiscono illegalmente interferendo con l’attività operativa delle forze di sicurezza e dimostrando sostegno e condivisione nei confronti delle organizzazioni terroristiche. Dall’inizio dell’anno circa 30 attivisti stranieri sono stati indagati per ostacolo e provocazione contro le forze di sicurezza, e incitamento, sostegno e incoraggiamento verso le organizzazioni terroristiche Hamas e Hezbollah. Alcuni di loro hanno lasciato il Paese al termine del loro interrogatorio e per altri è stata tenuta un’udienza dalla Populating and Immigration Authority, al termine della quale è stato revocato il loro permesso di soggiorno in Israele ed è stato proibito per il futuro l’ingresso nel Paese”.

La Population and Immigration Authority ha risposto: “Di norma un cittadino straniero che entra in Israele con un visto turistico è tenuto a rispettare lo scopo per cui è stato concesso il visto. Un turista che sfrutta la concessione del visto per altre attività, tra cui una condotta di disturbo contro le forze dell’ordine, viola le condizioni per cui è stato concesso il visto ed è consentito annullare il visto e richiedere la sua espulsione dal Paese. In pratica, stiamo parlando di una manciata di incidenti e solo di quelli in cui la polizia presenta prove di reati penali commessi dal titolare del visto”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un’inconsapevole auto-rappresentazione mentale è la fonte del genocidio

Richard Forer

11 novembre 2024 – The Palestine Chronicle

Se il velo che maschera l’ingiustizia e la disumanità di Israele cadesse dai loro occhi, i sionisti vedrebbero quegli stessi caratteri in sé stessi

Uno degli argomenti “storici” più comuni che la maggioranza dei sionisti usa a difesa delle incessanti violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e delle generazioni che hanno messo i palestinesi sotto occupazione è che la parte ebraica ha accettato il piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 mentre la parte araba lo ha respinto. Pertanto è colpa dei palestinesi se non c’è pace, è colpa loro se sono sotto occupazione, è persino colpa loro se l’esercito israeliano ha passato l’anno scorso a Gaza a “difendere” il proprio Paese principalmente da donne e bambini.

I sionisti non vogliono conoscere la storia. Per loro è pura malignità. Quindi la totalità della loro conoscenza del piano di spartizione delle Nazioni Unite o di qualsiasi altro evento con cui colpevolizzano gli arabi è costituita da argomenti pretestuosi, i cui resoconti distorcono automaticamente, per negarla o giustificarla, l’oppressione israeliana sul popolo indigeno. I sionisti interpretano come minacce mortali alla loro immagine di sé qualsiasi cosa metta in discussione le frasi ad effetto di uno o due slogan a cui si aggrappano per dimostrare l’innocenza israeliana e la colpevolezza palestinese, e faranno o diranno qualsiasi cosa per illudersi di aver almeno temporaneamente estinto la minaccia, incluso accusare di antisemitismo chiunque consideri Israele come ingiusto e disumano.

In base a ciò possono convincersi che ogni critica è inaffidabile e può essere liquidata a priori. Ma non possono sottrarsi alla responsabilità per il loro ruolo nella sofferenza di un intero popolo perché, nel loro inconscio, la possibilità di potersi sbagliare evoca la stessa paura della morte che proverebbero se si trovassero di fronte a un plotone di esecuzione nazista.

Non ho mai incontrato un difensore di Israele che fosse ragionevolmente informato della storia. Questo perché non vogliono conoscere la storia. Ancora più rivelatrice è la realtà che l’Israele che stanno difendendo non esiste. È un’immagine idealistica nella loro mente che proiettano sull’Israele che esiste, l’Israele che dal momento della sua nascita ha espulso, espropriato, assassinato e calunniato i palestinesi. Allo stesso modo, non si preoccupano di Israele. Ciò che gli interessa è mantenere, a tutti i costi, la loro immagine ideale di Israele.

Israele è un sostituto di sé stessi. Quando difendono o si preoccupano di “Israele”, stanno realmente e semplicemente difendendo le loro presunte, limitate e mortali identità, la loro immagine di sé. E poiché, consapevolmente e inconsapevolmente, interpretano la critica a Israele come una minaccia mortale, motivo per cui non vogliono conoscere la storia, non c’è limite a ciò che faranno per difendere le convinzioni e le rappresentazioni che emanano dalle loro presunte identità e le rafforzano. Manderanno i loro figli in guerra prima di interrogarsi sulla propria identità.

A qualcuno di loro ho detto che se fossi stato rapito da bambino e cresciuto come musulmano in Arabia Saudita, è improbabile che sarei stato il difensore di Israele che sono stato. Avrei avuto lo stesso corpo con gli stessi geni ma con una visione del mondo completamente diversa.

A loro non importa. Niente di tutto ciò ha importanza per loro. La loro lealtà incondizionata è rivolta alle loro presunte identità, indipendentemente dal fatto che, in larga misura, le loro identità siano il prodotto di una qualche condizione in cui sono stati cresciuti.

Incorporando Israele nelle loro presunte identità, i sionisti vedono lo Stato ebraico nel modo in cui vogliono vedere sé stessi, come giusto e umano, e poiché si sono convinti che non difenderebbero mai l’ingiustizia e la disumanità, anche Israele è, ipso facto, giusto e umano.

Se il velo che maschera l’ingiustizia e la disumanità di Israele cadesse dai loro occhi, i sionisti vedrebbero quegli stessi caratteri in sé stessi.

In tutti i casi, tranne alcuni rarissimi, l’immagine di sé, l’identità del loro ego interpreterebbe un confronto di questo genere come una minaccia mortale, e contemplare la morte è insopportabile perché suscita una paura esistenziale, ma poiché la paura esistenziale è il prisma attraverso cui vedono il confronto Israele-Palestina, sono smarriti.

La necessità di evitare un confronto interiore che susciti questa paura e smarrimento è il motivo per cui è così difficile convincere i sionisti a istruirsi sulla storia documentata. Non solo sono troppo spaventati per comprendere che un impegno sincero nell’apprendere la storia documentata potrebbe alleviare il loro smarrimento e ripristinare la loro umanità, non sanno nemmeno di essere confusi. Né sanno contemplare la propria disumanità. Non possono nemmeno ammettere di non aver mai studiato la storia. Lo smarrimento è anche il motivo per cui i sionisti insistono nel volere la pace mentre allo stesso tempo giustificano il genocidio che Israele ha minacciato di perpetrare più di un anno fa.

Determinato a impossessarsi di tutta la Palestina, dal 1948 Israele ha ignorato numerose opportunità di pace che avrebbero potuto rendere superflue le ostilità odierne, ma i sionisti non vogliono saperlo. Né vogliono sapere che, anziché condurre una guerra difensiva, Israele ha deliberatamente assassinato, fatto morire di fame, torturato e ripulito etnicamente una popolazione per lo più indifesa, e che il suo esito preferito è la morte perché i palestinesi morti non possono fare irruzione nei kibbutz. La negazione è di gran lunga preferibile all’assumersi la responsabilità del proprio ruolo nella sofferenza di milioni di palestinesi o del proprio ruolo nelle condizioni che hanno contribuito all’assalto di Hamas il 7 ottobre 2023.

Tutti sono capaci di giustificare il proprio comportamento, persino Hitler, Biden, Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich, gli ultimi tre membri della coalizione di governo di Israele che l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert definisce “macellai, killer, assassini e terroristi”.

Ecco i fatti chiave sulla divisione con cui i sionisti non vogliono avere nulla a che fare. Nel 1947 l’ONU formò l’UNSCOP (Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina) per decidere se la divisione fosse una soluzione valida all’impasse ebraico-araba. Il Comitato concluse che la divisione avrebbe privato i palestinesi del loro diritto all’autodeterminazione. Consapevole che la Gran Bretagna voleva porre fine al suo mandato e lasciare la Palestina, e che le bande terroristiche ebraiche (Irgun, Stern Gang) erano così feroci che opporsi alla divisione avrebbe potuto portare a un aumento della violenza, approvò comunque la divisione.

Per più di un decennio i leader ebrei hanno chiarito che la spartizione sarebbe stata il primo passo verso la conquista di tutta la Palestina.

Il primo presidente di Israele Chaim Weizmann: “Gli ebrei sarebbero degli sciocchi a non accettare [la spartizione] anche se [la terra loro assegnata] fosse grande quanto una tovaglia”.

Il primo Primo Ministro di Israele David Ben-Gurion: “Quando saremo diventati una potenza forte come risultato della creazione di uno Stato, aboliremo la spartizione e ci espanderemo in tutta la Palestina”.

Il piano di spartizione delle Nazioni Unite diede il 56 % della Palestina e l’80 % della costa alla parte ebraica, pose Gerusalemme e Betlemme, l’1% della Palestina, sotto un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite e lasciò il restante 43% della loro patria ai palestinesi. Entro una settimana dalla sua approvazione, la parte ebraica violò l’accordo trasferendo il rabbinato capo a Gerusalemme.

Sulla base dell’“accettazione” ebraica e del rifiuto palestinese della spartizione, i sionisti insistono sul fatto che Israele ha sempre voluto la pace mentre i palestinesi non l’hanno mai voluta. Come si può credere che Israele si sarebbe accontentato del 56 % della Palestina senza Gerusalemme quando non si è mai accontentato del 78 % della Palestina che ha rubato, per usare le parole di Ben-Gurion, nel 1948? I sionisti ignorano opportunisticamente la dichiarazione di Ben-Gurion secondo cui la spartizione era strumentale al sogno sionista di “espandersi in tutta la Palestina”. Inizialmente la popolazione palestinese sarebbe stata pari al 49 % della popolazione totale dello Stato ebraico diviso. Con un tasso di natalità più elevato, sarebbero diventati la maggioranza nel giro di pochi anni. È del tutto ingenuo pensare che Israele avrebbe accettato un simile risultato.

Come alternativa alla divisione le nazioni arabe avevano proposto un unico Stato con uguali diritti per ebrei e palestinesi. La parte ebraica respinse la loro proposta, principalmente perché dava ai palestinesi gli stessi diritti che dava agli ebrei. Con sorpresa di alcuni, il futuro primo ministro Menachem Begin si preoccupò che la parte araba avrebbe accettato la divisione. Perché? Dal momento che la parte ebraica non aveva mai avuto intenzione di onorare la divisione, sarebbe stato più facile giustificare un’espansione di Israele “in tutta la Palestina” che non rubare uno Stato palestinese che le nazioni arabe avevano già accettato.

La visione del mondo sionista è falsa e disonesta. I sionisti ingannano sé stessi con affermazioni facilmente confutabili. Poi propagandano tali affermazioni a chiunque voglia ascoltare. Peggio ancora la loro visione del mondo nega l’umanità del popolo palestinese. Per evitare di trovarsi faccia a faccia con la propria disumanità i sionisti consegnano al mondo intero una sofferenza senza fine. Un modo per uscire da questo dilemma è non dare nulla per scontato, studiare la storia con l’intento di scoprire la verità e riflettere su chi saremmo senza credenze e rappresentazioni che credono al diritto all’autodeterminazione di un popolo mentre rifiutano quello di un altro.

Richard Forer è l’autore di Wake Up and Reclaim Your Humanity: Essays on the Tragedy of Israel-Palestine (Svegliati e rivendica la tua umanità. Saggi sulla tragedia Israele-Palestina) e Breakthrough: Transforming Fear Into Compassion: A New Perspective on the Israel-Palestine Conflict (La svolta. Trasformare la paura in compassione: una nuova prospettiva sul conflitto Israele-Palestina).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un messaggio per gli ebrei che conosco e per gli ebrei che dovrebbero conoscere la verità

Salman Abu Sitta

29 ottobre 2024 – Middle East Monitor

È ora che veniate allo scoperto e prendiate posizione.

Al momento, in Occidente e in Israele, ci sono molti gruppi di ebrei che affermano di stare dalla parte della giustizia per i palestinesi in Palestina. Oscillano tra proporre un regime sionista, camuffato in panni pacifisti, a una prudente ma non significativa liberazione della Palestina.

Io vi dico: non potete continuare con questa altalena. Smettete di oscillare fra due estremi. Prendete posizione, proclamate la vostra lealtà a una tribù o a tutta l’umanità.

Non esistono una apartheid a metà, un’occupazione umana (come hanno sostenuto le macchine della propaganda), un compromesso tra l’assassino e la vittima, non esistono uccisioni o distruzioni giustificate.

Non nascondetevi dietro a slogan come “uguaglianza” o, in arabo, “musawa”, uno Stato Unico Democratico. Sono bustine che contengono una ricetta per un veleno.

L’occupante e l’assassino non hanno il diritto all’“autodifesa”. L’autodifesa non è un diritto di coloro che arrivano da oltreoceano per ammazzare e saccheggiare. L’autodifesa è il diritto del popolo di un Paese di difendersi contro gli invasori stranieri.

Non siete esseri umani giusti quando dite: ammazzate i bambini, ma non troppo, affamate la gente, ma tenete in vita qualcuno, metteteli in gabbia, ma con un guinzaglio lungo, distruggete gli ospedali, ma dategli cerotti.

Non potete mercanteggiare su quanta della loro terra rubata impossessarvi, metà o un po’ di più. Non predicate l’adesione alla “soluzione dei due Stati”. State semplicemente negoziando su quanta carne taglierete via dal corpo della Palestina.

Non accusate “le due parti”. State nascondendo il killer dietro la sua vittima.

Non potete offrire alla popolazione imprigionata una falsa libertà di parlare o respirare in base a quanto imposto dal carceriere e aspettarvi di essere applauditi.

Se siete un israeliano non potete vivere in Israele su una terra i cui proprietari vivono in un campo profughi.

Se siete un israeliano abbiate la decenza di non impiegare un lavoratore della Cisgiordania per coltivare per voi quello stesso campo che avete sottratto alla sua famiglia espulsa. Restituitegli ciò che è suo. 

Se siete un israeliano a Sderot che vive sulla terra del villaggio di Nejd i cui abitanti sono rifugiati a Gaza, a tre chilometri di distanza, non lamentatevi se vi tirano i tubi della cucina. Vi stanno dicendo che sono ancora qui e che non lasceranno la loro terra. 

Se siete un askenazita arrivato sui nostri lidi su una nave di trafficanti per uccidere, distruggere e derubare siete un codardo. Dovreste combattere i vostri compatrioti che vi hanno perseguitato dove vivevate. Non dovreste fare vela per un altro Paese per uccidere un popolo di cui non sapevate nulla, che non vi ha fatto del male.

Siate come i palestinesi: combattete con tutta la vostra forza l’aggressore, l’occupante, l’assassino.

Se non siete un attivista per la causa della giustizia state proteggendo l’assassino.

Rammentate che d’ora in poi la storia degli ebrei non sarà più ricordata per il dogma cristiano degli assassini di Gesù Cristo né per le atrocità dei nazisti, ma per le persistenti, continue e barbariche atrocità contro i palestinesi che rappresentano un genocidio durato finora più di 27.700 giorni.

Questo è un pesante fardello che potete scaricarvi dalle spalle mettendovi incondizionatamente dalla parte dei palestinesi.

I vostri migliori pensieri, il vostro latente concetto di giustizia che oscilla da zero a cento ha solo aiutato l’assassino.

Se siete veramente esseri umani giusti venite allo scoperto: unitevi alla resistenza palestinese, combattete l’aggressore sul campo, fianco a fianco con i palestinesi.

Questo è l’unico modo per ripristinare la giustizia.

La prova del nove per testare la vostra umanità è chiara: l’adempimento completo e senza restrizioni del Diritto al Ritorno con retribuzione, compensazione e risanamento delle perdite e dei danni materiali e immateriali, individuali e collettivi.

Tutto il resto è fuffa.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




In seguito all’invasione israeliana il tasso di povertà nei territori palestinesi è raddoppiato, riportando indietro lo sviluppo di Gaza ai livelli degli anni ‘50.

  1. Redazione di MEMO

22 ottobre 2024 – Middle East Monitor

Quest’anno il tasso di povertà in tutti i territori palestinesi occupati dovrebbe raggiungere quasi il 75% in seguito ai bombardamenti e all’invasione israeliane in corso nella Striscia di Gaza.

Secondo un nuovo rapporto del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), l’economia palestinese è attualmente scesa del 35% rispetto all’inizio dell’invasione israeliana un anno fa, cancellando oltre sette decenni di incremento e riportando i livelli di sviluppo a Gaza agli anni ‘50.

Alla fine del 2023 il tasso di povertà in tutti i territori palestinesi è stato del 38,8%, ma gli ulteriori 2,61 milioni di palestinesi che sono da allora caduti in povertà quest’anno hanno portato il totale a 4,1 milioni, rendendo il tasso quasi doppio, al 74,3%.

Achim Steiner, il direttore dell’UNDP, ha dichiarato che “l’immediata conseguenza della guerra, non solo in quanto a distruzione di infrastrutture fisiche, ma anche in termini di povertà, condizioni di vita e perdita dei mezzi di sostentamento è enorme.” Ha aggiunto che “il livello di distruzioni ha riportato indietro di anni, se non di decenni, lo Stato di Palestina in termini di percorso verso lo sviluppo.”

Steiner ha riconosciuto che, anche se i bombardamenti si fermassero e d’ora in poi gli aiuti umanitari fossero forniti ogni anno, ci vorrebbe almeno oltre un decennio prima che l’economia possa ritornare ai livelli di prima dell’invasione israeliana. “Proiezioni in questa nuova analisi confermano che a fronte della sofferenza immediata e dell’orrenda perdita di vite, è in corso anche una seria crisi nello sviluppo, che mette a repentaglio il futuro dei palestinesi per le prossime generazioni,” ha affermato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Esperti accolgono con favore la dichiarazione della CIG sull’illegalità della presenza israeliana nei territori palestinesi occupati

Redazione di MEMO

30 luglio 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì esperti di diritti umani dell’ONU e indipendenti hanno accolto con favore il parere legale della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) che ha definito “fuorilegge” l’occupazione israeliana della Palestina sollecitando Israele ad ottemperare alla sentenza.

In una dichiarazione gli esperti affermano che “il parere legale riafferma norme cogenti che proibiscono l’annessione, la colonizzazione, la segregazione razziale e l’apartheid e deve essere letto intrinsecamente dichiarativo e vincolante per Israele e per tutti gli Stati che supportano l’occupazione.”

Essi affermano che “la corte ha finalmente riaffermato un principio che non sembrava chiaro neppure alle Nazioni Unite: la libertà da una occupazione militare straniera, dalla segregazione razziale e dall’apartheid è assolutamente non negoziabile”.

Essi si sono detti favorevoli al riconoscimento da parte della corte del fatto che le parti coinvolte abbiano riconosciuto che convertire l’occupazione in annessione – come evidenziato da azioni come la demolizione di case, la negazione dei permessi di costruzione e il furto di territorio – viola la norma di diritto cogente che proibisce l’uso della forza per annettere territori occupati.

Gli esperti hanno affermato: “Possa questa sentenza storica essere l’inizio della realizzazione del diritto fondamentale del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla pace basate sulla libertà per tutti.”

Essi hanno messo in guardia riguardo agli attacchi intensificati contro la popolazione civile di Gaza e le sue risorse naturale in seguito al parere legale emesso il 19 luglio.

Israele deve adempiere a questo parere legale e ad altre sentenze della CIG emesse quest’anno,” hanno affermato. “Israele deve smettere di agire come se fosse il solo Paese al di sopra della legge.”

Hanno inoltre esortato tutti gli Stati a rivedere “immediatamente” tutti i legami diplomatici, politici ed economici con Israele, includendo affari e finanza, fondi pensione, università e fondazioni, chiedendo un embargo sulle armi, la fine di tutte le altre attività commerciali che possono danneggiare i palestinesi e sanzioni mirate, incluso il blocco dei beni per singoli individui ed entità coinvolti nelle politiche di occupazione illegale, segregazione razziale e apartheid.

Gli esperti hanno chiesto inchieste e azioni penali contro coloro che sono coinvolti in crimini nei territori palestinesi occupati.

Il recente parere della CIG, in risposta ad una richiesta del 2022 da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU, ha affermato che l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est e della Cisgiordania è “fuorilegge” e vi si deve porre fine “il più rapidamente possibile.”

Il parere ha affermato che Israele debba cessare ulteriori attività di colonizzazione ed “evacuare tutti i coloni dai territori palestinesi occupati.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)