Perché l’occupazione non è casuale

Rod Such

 18 settembre 2017 The Electronic Intifada

La più grande prigione al mondo: una storia dei territori occupati, di Ilan Pappe, Oneworld Books (2017)

Secondo “La più grande prigione al mondo”, il nuovo libro dello storico israeliano Ilan Pappe, fin dal 1963 – quattro anni prima della guerra del 1967 – il governo israeliano stava progettando l’occupazione militare ed amministrativa della Cisgiordania.

La pianificazione dell’operazione – nome in codice “Granit” (granito)- ebbe luogo durante un mese nel campus dell’università Ebraica nel quartiere di Givat Ram a Gerusalemme ovest. Gli amministratori militari israeliani responsabili del controllo dei palestinesi si riunirono con funzionari legali dell’esercito, figure del ministero dell’Interno e avvocati privati israeliani per stilare le norme giuridiche ed amministrative necessarie per governare sul milione di palestinesi che all’epoca vivevano in Cisgiordania.

Questi piani facevano parte di una strategia più complessiva per mettere la Cisgiordania sotto occupazione militare. Questa strategia era denominata in codice “Piano Shacham”, dal nome del colonnello israeliano Mishael Shacham che ne era l’autore, e venne ufficialmente presentata dal capo di stato maggiore dell’esercito israeliano il 1 maggio 1963.

Pappe ha sostenuto a lungo che la guerra del 1967 e l’occupazione che ne seguì non furono “l’impero casuale” descritto dai sionisti progressisti. Pappe ritiene che un “Grande Israele” fosse stato prospettato fin dal 1948, e la sua pianificazione sia avvenuta fin dalla guerra di Suez del 1956.

La novità contenuta in “La più grande prigione al mondo” è il resoconto dettagliato da parte di Pappe esattamente di quello che i pianificatori israeliani avevano stabilito nel 1963: ossia “la più grande mega-prigione per un milione e mezzo di persone – un numero che sarebbe cresciuto fino a quattro milioni – che sono ancor oggi, in un modo o nell’altro, incarcerati all’interno dei muri reali o virtuali di questa prigione.”

Sistema di controllo

La descrizione da parte di Pappe degli incontri di Givat Ram ricorda il modo in cui aprì il suo libro più venduto, “La pulizia etnica della Palestina”, con la sua descrizione della “Casa Rossa” a Tel Aviv in cui il “Piano Dalet” (il Piano D) – per espellere quasi un milione di palestinesi – fu ordito 15 anni prima.

E in un certo senso “La più grande prigione al mondo” completa una trilogia, che comprende anche “I palestinesi dimenticati: una storia dei palestinesi in Israele”, che include la storia del popolo palestinese sotto il sionismo dal 1948 ad oggi.

Pappe afferma che il governo israeliano comprese nel 1963 che non sarebbe stato in grado di condurre un’espulsione di massa delle dimensioni della Nakba, espulsione forzata dei palestinesi nel 1948, a causa del controllo internazionale. Ciò spiega perché cominciò a disegnare un sistema di controllo e di divisione che avrebbe garantito una colonizzazione di successo in Cisgiordania, avrebbe privato i palestinesi dei diritti umani fondamentali, non concedendo loro la cittadinanza, e avrebbe garantito che la loro condizione di non cittadini nel loro stesso Paese non sarebbe mai stata negoziabile.

Benché la guerra del 1967 abbia determinato l’espulsione di altri 180.000 palestinesi (secondo le Nazioni Unite) e forse addirittura 300.000 (secondo il libro di Robert Bowker “Palestinian refugees: Mythology, Identity, and the Search for Peace [Rifugiati palestinesi: mitologia, identità e la ricerca della pace]), secondo Pappe gli incontri di Givat Ram e quelli che seguirono prospettarono una specie di amministrazione carceraria per i palestinesi rimasti.

Già il 15 giugno, tre giorni dopo la fine della guerra, una commissione di direttori generali, compresi tutti i ministri del governo responsabili dei territori appena occupati, iniziò ad edificare quella che Pappe chiama una “infrastruttura per l’incarcerazione” dei palestinesi. Tutta questa pianificazione, egli scrive, ora si può trovare in due volumi di resoconti resi pubblici, per un totale di migliaia di pagine, derivanti dai verbali degli incontri del comitato.

Quasi subito dopo la conclusione della guerra, Israele iniziò a mettere in atto un piano ideato da Yigal Alon – membro del parlamento israeliano, la Knesset. Il piano era di creare dei “cunei” de-arabizzati, serie di colonie solo di ebrei in Cisgiordania “che avrebbero separato palestinesi da palestinesi ed essenzialmente annesso parti della Cisgiordania ad Israele.”

Questi cunei, inizialmente nella valle del Giordano e sulle montagne orientali, sarebbero stati più tardi perfezionati da Ariel Sharon, ministro dell’Edilizia di Israele e più tardi primo ministro. Alla fine avrebbero assunto le caratteristiche concrete di una prigione, nella forma di posti di blocco, di un muro dell’apartheid e di altre barriere fisiche.

Pappe contesta la tesi secondo cui le colonie israeliane, illegali secondo il diritto internazionale, siano state il risultato di un movimento messianico nazional –religioso, un argomento sostenuto in modo più articolato da Idith Zertal e Akiva Eldar nel loro libro “Lords of the Land: The War Over Israel’s Settlements in the Occupied Territories, 1967-2007.” [“Signori della terra: la guerra sulle colonie israeliane nei territori occupati, 1967-2007]. Al contrario fornisce prove che dimostrano il fatto che i governi sionisti laici, compreso quello di Golda Meir, del partito Laburista, corteggiarono questo movimento e lo utilizzarono per promuovere l’espansione coloniale da parte di Israele.

Percepibile

Non ci volle molto, comunque, prima che lo schema del governo provocasse una resistenza di massa, iniziata con la Prima Intifada del 1987-1993. Gli accordi di Oslo cercarono di affrontare questa resistenza. Pappe mostra che gli accordi di Oslo non ebbero mai l’obbiettivo di arrivare ad uno Stato palestinese e che definirono semplicemente la creazione di piccoli cantoni simili ai bantustan dell’apartheid sudafricano, con benefici aggiuntivi per il fatto che i costi e le responsabilità dell’occupazione vennero in larga misura trasferiti a importanti donatori ed organizzazioni internazionali – soprattutto l’Unione Europea – ed all’Autorità Nazionale Palestinese appena creata.

E’ qui che la metafora della prigione di Pappe diventa più percepibile. Finché l’ANP darà seguito alle proprie responsabilità riguardo alla sicurezza, la resistenza palestinese verrà messa a tacere, i palestinesi potranno vivere in una prigione di minima sicurezza “senza diritti civili ed umani fondamentali”, ma con l’illusione di una limitata autonomia. Appena la resistenza si manifesta, tuttavia, Israele impone i controlli di una prigione di massima sicurezza.

Quindi negli anni seguenti la Cisgiordania è diventata la prigione di minima sicurezza e Gaza- con Hamas alla guida della resistenza – è diventata quella di massima sicurezza. I palestinesi, scrive Pappe, “potrebbero essere sia i detenuti della prigione aperta della Cisgiordania o incarcerati in quella di massima sicurezza della Striscia di Gaza.” Tutto quello che è avvenuto dopo la guerra del 1967, nota Pappe, segue la “logica del colonialismo di insediamento” e quella logica prevede la possibile eliminazione dei palestinesi autoctoni. Tuttavia questo risultato non è inevitabile. Un’alternativa è possibile, afferma Pappe, se Israele smantella le colonie e apre la strada “alla logica dei diritti umani e civili.”

Rod Such è un ex curatore delle enciclopedie “World Boook” ed “Encarta” [una cartacea e l’altra digitale, entrambe pubblicate negli USA, ndt.]. Vive a Portland, Oregon, ed è attivo nella campagna di Portland “liberi dall’occupazione”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un nuovo rapporto fornisce dettagli sul “vasto e sistematico abuso” da parte di Israele su minori a Gerusalemme est

Sheren Khalel

25 ottobre 2017, MondoWeiss

Un nuovo rapporto stilato dalle associazioni israeliane per i diritti umani ‘HaMoked:Centro per la difesa delle persone’ e B’Tselem, con l’appoggio dell’Unione Europea, ha rivelato “un vasto, sistematico abuso da parte delle autorità israeliane” nei confronti di centinaia di ragazzi detenuti a Gerusalemme est occupata.

Il rapporto, intitolato ‘Senza protezione: la detenzione degli adolescenti palestinesi a Gerusalemme est’, è stato diffuso mercoledì e riporta in dettaglio una ricerca su 60 dichiarazioni giurate raccolte tra maggio 2015 e ottobre 2016.

Le associazioni hanno riscontrato diversi casi di abuso su minori in custodia della polizia israeliana.

I ragazzi palestinesi di Gerusalemme est vengono tirati giù dal letto nel mezzo della notte, ammanettati senza che ve ne fosse la necessità, interrogati senza aver avuto la possibilità di parlare con un avvocato o con i loro familiari prima dell’inizio dell’interrogatorio e senza essere informati del loro diritto a rimanere in silenzio”, hanno riscontrato le associazioni. “Vengono poi tenuti in condizioni durissime, trattenuti ripetutamente in custodia cautelare per ulteriori periodi di giorni e persino di settimane, anche dopo che il loro interrogatorio è terminato. In alcuni casi, a tutto ciò si accompagnano insulti o minacce verbali e violenze fisiche.”

Mentre il rapporto raccoglie casi di un anno fa, questi arresti di ragazzi continuano. Per esempio, il 23 ottobre le forze israeliane hanno fatto irruzione nel villaggio di Issawiya a Gerusalemme est durante incursioni notturne, provocando scontri tra i giovani del luogo e le forze israeliane armate di tutto punto.

Gli scontri non sono una novità per il conflittuale villaggio, situato vicino all’università ebraica di Israele e all’ospedale Hadassah, ma quel che in genere finisce magari con qualche arresto e ferimento, ha invece provocato fino a 51 palestinesi arrestati e portati via dalle forze israeliane – 27 dei quali tra i 15 e i 18 anni di età, secondo le informazioni del Comitato palestinese per le questioni dei prigionieri.

Il rapporto diffuso mercoledì dà un’idea di ciò che quei ragazzi potrebbero stare affrontando adesso.

I ragazzi si trovano soli in una situazione minacciosa e sconcertante, senza che nessuno spieghi loro di che cosa sono sospettati, quali siano i loro diritti, con chi possano comunicare, quanto durerà il processo e quando potranno tornare alle loro case e famiglie,” afferma il rapporto. “Fino a quando non vengono rilasciati, non hanno accanto nessun adulto di cui si possano fidare e i loro genitori sono tenuti lontani. Queste prassi di arresto ed interrogatorio lasciano libere le autorità di far pressione sui minori detenuti perché confessino le accuse.”

Andare contro il protocollo

Analizzando la legislazione ed il protocollo israeliani, le associazioni hanno scoperto che in questi casi le forze israeliane hanno spesso violato le loro stesse regole.

Per esempio, mentre la legge israeliana prevede che le forze di polizia arrestino i giovani solo in casi estremi, le testimonianze raccolte da B’Tselem e HaMoked dimostrano che solo nel 13% dei casi “la polizia non ha proceduto all’arresto”, per cui le associazioni hanno potuto stabilire che gli arresti sono “la prassi di azione prevalente” della polizia israeliana, quando ha a che fare con minori palestinesi nella Gerusalemme est occupata.

Inoltre, in base alla procedura israeliana, la contenzione fisica dei giovani “può essere utilizzata sui minori solo in casi eccezionali”; tuttavia, nei 60 casi esaminati dal rapporto, almeno l’81% dei minori è stato ammanettato prima di essere caricato su un veicolo della polizia, mentre il 70% è rimasto in manette durante gli interrogatori.

La legge israeliana vieta anche che, tranne che in circostanze eccezionali, i minori siano interrogati di notte, ma il 25% dei minori ha riferito di interrogatori notturni e il 91% è stato arrestato nel proprio letto nel mezzo della notte.

Il rapporto ha documentato che “anche se, almeno in alcuni casi, i poliziotti hanno aspettato fino al mattino per iniziare l’interrogatorio, i ragazzi vi sono giunti stanchi e spaventati dopo una notte insonne.”

I minori, arrestati nel loro letto nel mezzo della notte, hanno potuto contattare le loro famiglie solo “in rari casi”. Consentire la presenza dei genitori non è previsto dalla legge israeliana dopo un arresto ufficiale e, pur se la polizia ha la discrezionalità di concederla, al 95% dei minori presi in considerazione nel rapporto non è stata consentita la presenza di un genitore dopo l’arresto.

Il rapporto ha scoperto che solo il 70% dei minori ha compreso di avere il diritto di rimanere in silenzio, perché temevano che gli venisse fatto del male se non avessero risposto alle domande dei poliziotti.

Mentre il 70% di loro ha potuto parlare con un avvocato durante o prima degli interrogatori, B’Tselem e HaMoked hanno rilevato che in molti casi ai ragazzi è stato dato il telefono privato di chi li stava interrogando per parlare con l’avvocato e le conversazioni erano “inadeguate ed inutili perché i minori capissero i propri diritti e ciò a cui andavano incontro.”

Sarebbe ovvio che il sistema di applicazione della legge trattasse questi ragazzi in un modo consono alla loro età, che tenga conto della loro maturità fisica e psichica, riconoscendo che ogni atto potrebbe avere ripercussioni a lungo termine sugli stessi adolescenti e sulle loro famiglie”, spiega il rapporto. “Sarebbe ovvio che il sistema trattasse i ragazzi umanamente e correttamente e fornisse loro le protezioni fondamentali. Ma non è così.”

Secondo il rapporto, il 25% dei minori interrogati ha detto che è stata usata violenza su di loro, benché il rapporto non fornisca dettagli specifici su quale tipo di lesioni siano state provocate.

Inoltre, più della metà dei ragazzi ha detto che quelli che li interrogavano gli urlavano minacce e offese verbali. A quasi un quarto di loro non è stato permesso di andare in bagno e non è stato fornito cibo quando lo chiedevano.

Negare ai ragazzi cibo ed acqua è stato uno dei metodi principali per farli confessare, in quanto l’83% dei minori ha detto che una delle principali ragioni per cui ha firmato le confessioni è stato che aveva fame – l’80% delle dichiarazioni di confessione era in ebraico, per cui i ragazzi non potevano leggere ciò che stavano firmando.

Dietro gli arresti

Secondo l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer, vi sono diverse importanti ragioni per cui le forze israeliane fanno la scelta di arrestare minori nella Gerusalemme est occupata, oltre al mantenimento della legge e dell’ordine.

Addameer ritiene che i soldati e i poliziotti israeliani prendano di mira i giovani per esercitare pressione sulle famiglie e le comunità, spingendole a “interrompere la mobilitazione sociale” contro l’occupazione. Inoltre Addameer ha rilevato che l’arresto dei ragazzi quando sono giovani potrebbe dissuaderli dal partecipare a scontri e lanci di pietre – l’accusa più comune sollevata contro i giovani. Infine, Addameer riferisce di aver raccolto testimonianze che suggeriscono che i minori vengono “sistematicamente” arrestati e sollecitati a “divenire informatori” e a “fornire informazioni sia su importanti personalità coinvolte nelle attività militanti, sia su altri ragazzi partecipanti alle manifestazioni.”

Il rapporto di B’Tselem e HaMoked conclude che la politica israeliana nei confronti dei minori di Gerusalemme est è una politica appositamente creata e utilizzata dallo Stato per far pressione sui palestinesi della città perché se ne vadano, trattando la popolazione come se fosse esclusa dal sistema.

Il regime israeliano di applicazione della legge tratta i palestinesi di Gerusalemme est come membri di una popolazione ostile, che sono tutti, minori ed adulti, presunti colpevoli fino a che non si provi la loro innocenza, e mette in atto contro di loro misure estreme che non oserebbe mai impiegare contro altri settori della popolazione”, continua il rapporto. “Il sistema della giustizia di Israele sta, per definizione, da un lato della barricata e i palestinesi dall’altro: i poliziotti, gli agenti carcerari, i procuratori e i giudici sono sempre cittadini israeliani che arrestano, interrogano, giudicano e imprigionano ragazzi palestinesi che vengono considerati come nemici pronti a nuocere agli interessi della società israeliana.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Riflessioni pessottimistiche* da Gaza assediata.

Haidar Eid

20 Ottobre 2017, Mondoweiss

Non si può capire il mortale, medievale blocco imposto a Gaza avulso dal colonialismo di insediamento israeliano in Palestina. L’orrore inflitto a Gaza infatti è radicato nella frammentazione politica causata dall’apartheid israeliano, consolidato dagli accordi di Oslo e innescato dalle lotte delle fazioni per la conquista del potere di un bantustan trasformato in un campo di concentramento.

La ragione che sta dietro a questo blocco genocida, imposto dall’apartheid israeliano e sostenuto da un Quartetto del Medio Oriente [composto da Russia, Stati Uniti, Ue e Onu, ndt.] complice, è che ci si aspetta che noi, 2 milioni di gazawi, riconosciamo il diritto di Israele a esistere sui nostri villaggi, che hanno subito la pulizia etnica e da cui siamo stati espulsi nel 1948, e che rinunciamo alla nostra resistenza in quanto sarebbe una forma di violenza. E’ così che questo “crimine di punizione collettiva” viene giustificato. La comunità internazionale ci sta praticamente dicendo che dobbiamo collaborare con gli occupanti per essere accettati, che dobbiamo considerare normale l’apartheid e il colonialismo di insediamento. Se non lo facciamo allora siamo condannati e dobbiamo pagare un pesante prezzo riguardo alla vita dei nostri bambini.

Allora la domanda è se si sia chiesto alla popolazione nativa del Sud Africa di riconoscere il diritto all’esistenza dell’apartheid? O, per dirla più brutalmente, se ci si aspettava che le vittime ebree del nazismo collaborassero con il mostro nazista perché venissero accettate come esseri umani?!

Quanto i sionisti odiano la popolazione di Gaza si concretizza nel tentativo di Israele di affogare letteralmente Gaza nella merda! I bianchi suprematisti del Sud Africa, o i nazisti del Terzo Reich, o il Ku Klux Klan nel sud degli USA hanno mai pensato di costruire per quello scopo un cavolo di fogna che si è rotta ed ha versato il suo contenuto sulle loro vittime?

Ultimamente ci siamo ridotti a una vita vegetativa dentro a un campo di concentramento, la più grande prigione all’aria aperta del mondo.

Ma, a differenza delle vittime del nazismo, continuiamo a ricordare a noi stessi di stare abbastanza attenti da non cadere nella trappola di credere che la nostra causa sia un’eccezione, per quanto estrema.

Io appartengo alla generazione che non ha vissuto la Nakba, una generazione di cui si pensava che si sarebbe rassegnata a 50 anni di occupazione militare e a 69 anni di espropriazione e apartheid. Ma abbiamo deciso di sollevarci e resistere. Da qui il nostro appello per il BDS, in riferimento al movimento antiapartheid e ad altre lotte contro il colonialismo di insediamento.

Come lo vedo io, è che, permettendo a Israele di imporre un blocco senza precedenti su 2 milioni di civili e di intraprendere tre guerre di grandi proporzioni contro di loro nel 2008, 2012 e nel 2014, con il risultato di 4000 morti e il ferimento di decine di migliaia, oltre alla distruzione delle infrastrutture, la comunità post seconda guerra mondiale ha fallito nel salvaguardare i principi di giustizia e di pace. Tocca pertanto alla società civile prendere l’iniziativa. Da qui la speranza che è stata creata tra i palestinesi dall’enorme successo del movimento del BDS. Come continuo a ripetere, è l’unico barlume di speranza che noi, vittime dell’occupazione, dell’apartheid e del colonialismo d’insediamento, abbiamo nell’era di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu.

*Il termine “pessottimista” è tratto dal capolavoro di Emile Habibi “La vita segreta di Saeed, il pessottimista”. È il risultato della fusione delle parole arabe pessimista (al-mutasha’em) e ottimista (al-mutafa’el)

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Dagli yemeniti ai palestinesi

Amira Hass

16 agosto 2017,Haaretz

Nella lotta contro la sottomissione ed il potere c’è la speranza che il confronto aiuterà più persone ad uscire allo scoperto – e non dopo 66 anni – per rompere il silenzio, resistere all’oppressione e formare una coalizione.

Lo scandalo del rapimento di bambini yemeniti (ed altri) per fortuna non si spegne, e più se ne parla e si ricorda, meglio è. Anche se i diretti responsabili non sono qui per rispondere delle loro azioni, è stato provato più volte quanto fossero giuste le denunce delle famiglie.

Questa volta è stato un articolo di venerdì su Yedioth Ahronoth che ci ha riportato la storia dei bambini yemeniti rapiti. Tamar Kaplansky ha intervistato Shulamit Malik, che all’inizio degli anni ’50 è stata un’educatrice in un asilo nido di Hapoel Hamizrahi [partito politico sionista religioso degli anni ’50, ndt.] nel campo di transito per immigrati di Yatziv. Malik ha preso l’inziativa dell’intervista; aveva letto un editoriale di Kaplansky e ha deciso di rompere il suo silenzio.

Risulta che Malik ha rotto il suo silenzio per la prima volta 20 anni fa. Contattò Rami Tzuberi, un avvocato che stava rappresentando alcune delle famiglie di bambini che erano scomparsi. Tzuberi disse di aver dato il nome di Malik alla commissione di inchiesta, ma non venne mai chiamata a testimoniare. Come educatrice si rese conto del rapporto tra le eleganti delegazioni che arrivavano a visitare la struttura ed i bambini sani che sparivano pochi giorni dopo. E dopo essere diventata nonna, si ricordò disperata dei genitori che arrivavano per prendere i loro figli – dopo una lunga giornata di lavoro – e scoprivano il letto vuoto.

La sua testimonianza non dice niente di nuovo sul fenomeno in sé. Conferma quanto fossero nel giusto le famiglie, per decenni, quando raccontavano della metodica sparizione dei bambini.

Le famiglie e gli attivisti, che non hanno lasciato cadere la questione, possono servire da modello per ogni gruppo dominato e ridotto al silenzio nella società. La vicenda è un’importante lezione per ogni giornalista e direttore di giornale: per favore, date ascolto alla gente. Soprattutto quando non sono persone importanti, ricche, famose, melliflue e dell’alta società. Ascoltatela anche se una cinepresa non documenta tutto quello che è successo e la gente non ha documenti ufficiali per confermarne i racconti. Mostrate un fondamentale scetticismo nei confronti di chiunque sia al potere. Hanno sempre qualcosa da nascondere, sotto un sacco di scherno e di arroganza.

La tentazione di tracciare un parallelo con i nostri palestinesi sottomessi – e non è solo un accenno – è grande. Perché non siamo qui solo per descrivere la realtà, ma soprattutto per cambiarla. Nella lotta contro la sottomissione ed il potere c’è la speranza che il confronto aiuterà più persone ad uscire allo scoperto – e non dopo 66 anni – per rompere il silenzio, resistere all’oppressione e coalizzarsi.

Ma la tentazione di non tracciare un parallelo è ancora più grande. Oggi la nostra cultura politica, con i crudeli amplificatori delle reti sociali, non consente che si senta la logica di un simile parallelo. Nel nostro tempo, il sistema di potere di quell’epoca iniziale che ha rapito soprattutto bambini ebrei arabi [provenienti dai Paesi arabi, ndt.] da un lato è immediatamente identificata istantaneamente con gli ashkenaziti [ebrei provenienti dall’Europa centro-orientale, ndt.], da una parte, e dall’altro con gli infidi sinistrorsi amanti degli arabi. E così per molti è apparentemente un semplice dettaglio insignificante il fatto che l’asilo nido in cui Malik lavorava fosse diretto da Hapoel Hamizrahi, che non era esattamente di sinistra, e da esso siano nati il partito Nazional Religioso e più tardi Habayit Hayehudi [“La casa ebraica”, partito di estrema destra dei coloni, ndt.], proprio come dice Kaplansky.

Né la nostra opinione pubblica ha recepito il fatto che l’establishment del Mapai-Mapam abbia utilizzato prassi socialiste (di sinistra) come uno strumento per raggiungere obiettivi ultranazionalisti, etnici (conquista del suolo, espulsione dei palestinesi). L’establishment intenzionato all’espulsione è rimasto quello che era: anche se oggi non include solo ashkenaziti, anche se i successori del Mapai ripudiano, e a buon diritto, il titolo di “sinistrorsi”, anche se bambini non sono rapiti ma lasciati con percorsi educativi a un livello più basso. La terminologia è così comunemente oscurata che la destra utilizza i bambini rapiti contro la sinistra anti-nazionalista; cioè, contro chi si oppone all’occupazione.

Non dobbiamo essere come loro. Il riconoscimento dell’ingiustizia metodica e calcolata che i dirigenti ashkenaziti (sì!) hanno perpetrato contro i bambini rapiti e le loro famiglie non è subordinato all’opposizione contro la metodica politica israeliana di sconfiggere i palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il Kansas non mi permette di formare insegnanti di matematica perché boicotto Israele

Esther Koontz

12 Ottobre 2017,

ACLU [American Civil Liberties Union, organizzazione USA che difende i diritti civili e le libertà individuali negli USA]

Faccio parte della Chiesa mennonita [confessione cristiana che discende dagli anabattisti olandesi, ndt.]. Sono anche stata un’insegnante di matematica per quasi un decennio. A causa delle mie opinioni politiche lo Stato del Kansas ha deciso che non posso contribuire alla formazione di altri insegnanti di matematica.

La scorsa primavera sono stata scelta per partecipare ad un progetto che forma insegnanti di matematica nelle scuole pubbliche in tutto il Kansas. In maggio, dopo aver terminato un corso di formazione di due giorni, ero pronta ad assumere l’incarico.

Ma in giugno il Kansas ha approvato una legge che chiede ad ogni singola persona o impresa che intendano concludere un contratto di appalto con lo Stato di non essere impegnate nel boicottaggio di Israele. Questa legge mi colpisce personalmente. Come membro della Chiesa mennonita degli USA e come persona preoccupata dei diritti umani di qualunque popolo – e soprattutto della continua violazione dei diritti umani dei palestinesi in Israele e in Palestina – ho scelto di boicottare beni di consumo prodotti da imprese israeliane e internazionali che traggono profitto dalla violazione dei diritti dei palestinesi.

Mi sono occupata per la prima volta della situazione in Israele e Palestina quando ho visitato la regione all’inizio degli anni 2000, mentre svolgevo un incarico di tre anni con la Comissione Centrale mennonita in Egitto. Questo interesse si è accresciuto lo scorso autunno, quando la nostra Chiesa ha ospitato una serie di seminari settimanali tenuti da un membro della nostra congregazione. Ci ha parlato del suo viaggio in Israele e Palestina su invito di un gruppo di cristiani palestinesi. E ci ha mostrato conferenze in video di organizzazioni non governative, sostenitori dei diritti dei bambini ed ex-soldati israeliani sul trattamento dei palestinesi da parte del governo israeliano.

Alla fine degli otto incontri abbiamo parlato di come il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni possano contribuire a mettere fine all’occupazione del governo israeliano, nello stesso modo in cui queste tattiche hanno aiutato a smantellare l’apartheid in Sudafrica. Ho lasciato l’incontro con la convinzione di dover fare la mia parte per appoggiare la lotta palestinese per l’uguaglianza, anche se questo dovesse solo significare non comprare l’hummus “Sabra” [crema di ceci tipica del Medio oriente, prodotto da questa ditta israeliana, che prende il nome dai primi sionisti insediatisi in Palestina, ndt.] o un apparecchio della SodaStream [impresa israeliana specializzata nella produzione di sistemi di filtraggio e potabilizzazione dell’acqua, ndt.].

Poi il 6 luglio 2017 la Chiesa mennonita USA ha approvato a stragrande maggioranza una risoluzione che invoca la pace in Israele e in Palestina. Ha chiesto ai mennoniti “di fare passi concreti e specifici per risolvere” l’”ingiustizia e la violenza” che sia i palestinesi che gli ebrei hanno subito. E ci invita “a evitare l’acquisto di beni associati ad azioni violente o politiche di occupazione militare, compresi quelli prodotti nelle colonie.” Questa risoluzione ha rafforzato la mia decisione di partecipare al boicottaggio.

Pochi giorni dopo ho ricevuto una mail da una funzionaria del Dipartimento dell’educazione dello Stato del Kansas. Diceva che, per partecipare al progetto di formazione in matematica dello Stato, avrei dovuto firmare un attestato in cui affermavo di non boicottare Israele. In particolare avrei dovuto sottoscrivere la seguente dichiarazione:

In quanto individuo o fornitore che inizia un contratto con lo Stato del Kansas, con la presente si certifica che l’individuo o l’impresa citata di seguito non sono attualmente impegnati in un boicottaggio di Israele.”

Ero sbalordita. Pare assurdo che la mia decisione di partecipare ad un boicottaggio politico possa avere un qualche effetto sulla mia possibilità di lavorare per lo Stato del Kansas.

Dopo aver aspettato per alcune settimane ed aver preso in considerazione le alternative a mia disposizione, ho risposto con una mail ed ho detto al funzionario che non potevo firmare il certificato per una questione di coscienza. Avrei potuto ancora partecipare al programma di formazione dello Stato? Mi ha risposto che, sfortunatamente, non avrei potuto. Avrei dovuto firmare la dichiarazione per essere pagata.

Sto sfidando questa legge perché credo che il Primo Emendamento [della Costituzione USA, ndt.] protegga il mio diritto, ed il diritto di ogni americano, a prendere delle decisioni come consumatore in base alle mie convinzioni politiche. Non c’è bisogno di condividere le mie opinioni o essere d’accordo con le mie decisioni per comprendere che questa legge viola la mia libertà di parola. Lo Stato non dovrebbe dire alle persone quali cause possano o non possano appoggiare.

Sono anche dispiaciuta di non poter essere una formatrice in matematica per lo Stato del Kansas a causa delle mie opinioni politiche sui diritti umani nel mondo. Le due cose sembrano assolutamente slegate e non in rapporto tra loro. Il mio attivismo a favore della libertà per tutti, israeliani e palestinesi, non dovrebbe incidere sulla mia capacità di formare insegnanti di matematica. Spero che questa legge sia riconosciuta come una violazione della Costituzione.

Esther Koontz è una formatrice alla scuola “Horace Mann Dual Language Magnet” di Wichita, Kansas, è membro della Chiesa mennonita degli USA. Le opinioni espresse in questo messaggio sono dell’autrice: l’ACLU non prende posizione sul boicottaggio di Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’eroe sionista progressista Barak si vanta che la sinistra israeliana ha “liberato” i territori occupati per gli ebrei

Jonathan Ofir

 30 settembre 2017, Mondoweiss

Questa settimana l’ex-primo ministro israeliano ‘di sinistra’ Ehud Barak ha seriamente vuotato il sacco riguardo all’occupazione del 1967 da parte di Israele, esprimendo in termini non ambigui che non si tratta di una questione esclusivamente della destra, come i suoi critici spesso amano dire. Barak ha dimostrato che è qualcosa di cui la “sinistra” è integralmente partecipe. E lo abbiamo sentito dalla bocca del diretto interessato – il diretto interessato chiamato ‘fulmine’ (in ebraico ‘Barak’ vuol dire fulmine).

Nel suo articolo su Haaretz, Barak ha lamentato il fatto che nella recente manifestazione che ha festeggiato i 50 anni dell’occupazione (pubblicizzata con lo slogan “Siamo tornati a casa”), non ci fossero abbastanza esponenti di ‘sinistra’. Barak ha detto che non c’era una rappresentanza sufficientemente nazionale: “Una cerimonia nazionale avrebbe sottolineato quello su cui siamo d’accordo e che ci unisce, piuttosto che quello che ci divide e separa,” ha scritto.

Sì, Barak sente che la ‘sinistra’ è esclusa, e non le viene riconosciuto a sufficienza il merito per la sua parte nell’occupazione e nel progetto di colonizzazione!

Una commemorazione nazionale avrebbe dovuto sottolineare che le persone che hanno costruito l’esercito israeliano e guidato la guerra per la liberazione di quelle parti della terra erano Yitzhak Rabin, Haim Bar-Lev, Motta Gur ed altri (che in seguito si rivelarono essere ‘di sinistra’, dio ce ne scampi), e che il partito che consolidò e guidò l’impresa di colonizzazione per un decennio, soprattutto in base a considerazioni relative alla sicurezza, furono l’odiato ‘Allineamento’ [significato della parola ebraica “Maarakh”, nome della coalizione israeliana di centro sinistra al potere in Israele dal 1969 al 1991, ndt.], il precursore del partito Laburista,” ha scritto.

Ah! L’ironia non potrebbe essere maggiore. Barak, nel suo patetico tentativo di giocare un ruolo centrale in qualunque cosa sia “nazionale”, in realtà finisce per sentirsi escluso, in quanto ‘di sinistra’, dai festeggiamenti. Nel suo sproloquio finisce per confermare che non c’è una reale differenza tra destra e sinistra sioniste – né storicamente, né nell’attualità.

Ciò è quello che il giornalista di “Haaretz” Gideon Levy sta sottolineando ormai da un po’ di tempo, e la sua risposta è arrivata il giorno dopo con l’articolo intitolato “Quale opposizione? Ehud Barak si adegua a Netanyahu ed ai coloni”, sottotitolato “Il valoroso ‘campo della pace’ di Israele è orgoglioso del numero di colonie che ha costruito, un tasso di costruzione all’anno che Netanyahu potrebbe solo sognarsi.”

Levy nota come Barak stia utilizzando lo stesso linguaggio degli estremisti di destra del governo, con frasi come “noi siamo orgogliosi del nostro ruolo nel ritorno in ogni parte della terra e nell’ impresa di colonizzazione che è indispensabile alla nostra sicurezza”, e Levy conclude che “questo è il segno distintivo di sinistra del partito Laburista, praticamente l’unica opposizione che Netanyahu abbia. Eppure è dubbio che Netanyahu si esprimerebbe in modo diverso.”

Di certo, come conclude Levy, l’articolo di Barak è “sorprendente” e dovrebbe essere ricordato e sottolineato in futuro come il vero volto della sinistra israeliana senza maschera. Barak nel suo articolo entra in dettagli per suggerire quali oratori avrebbero potuto essere scelti per rappresentare la ‘sinistra’:

Una commemorazione nazionale avrebbe dovuto includere sul palco il generale (della riserva) Elad Peled, un uomo che ha liberato Safed all’età di 21 anni, come capo di un’unità del Palmach [brigata d’elite facente parte dell’Haganah, milizia sionista durante il mandato britannico, ndtr.], e poi ha liberato tutta la Samaria [zona settentrionale della Cisgiordania nella denominazione ebraica, ndt.] all’età di 40, come capo della 36ima divisione,” scrive.

Ha liberato tutta la Samaria” – è chiaro?

Barak continua suggerendo persone come Dalia Rabin, la figlia del “capo di stato maggiore dell’esercito israeliano che ha presieduto alla vittoria”, Isaac Herzog, “leader dell’opposizione e figlio dell’ex capo dell’intelligence militare ed ex presidente Chaim Herzog, che dissipò i timori dell’opinione pubblica prima e durante la guerra con apparizioni in televisione – all’epoca un nuovissimo mezzo di comunicazione – e ricoprì il ruolo di primo governatore di Gerusalemme unificata,” così come Hila Elazar- Cohen, “la figlia maggiore del generale David Elazar, che pretese l’attacco e la conquista delle Alture del Golan fin dal primo giorno di guerra, e lo guidò dal quarto.”

Barak poi plaude al “Piano Allon”, proposto dal dirigente di sinistra Yigal Allon in seguito alla guerra del 1967 per conservare grandi parti della Cisgiordania e colonizzarle:

Una cerimonia statale avrebbe profuso elogi alla lungimiranza del “Piano Allon” e alla logica interna della fondazione di blocchi di colonie, di costruire quartieri ebraici a Gerusalemme est e di stabilire colonie lungo il fiume Giordano –una dimensione imposta da una seria prospettiva per la sicurezza e condivisa da tutti gli strati della società,” scrive.

Barak ha assolutamente ragione – il progetto di occupazione e di colonizzazione non è cosa che sia successa solo a causa di qualche colono messianico di destra – è stato un progetto premeditato in cui la destra e la sinistra sono state coinvolte fin dall’inizio.

La differenza tra Barak e i coloni di destra è piuttosto cavillosa a questo riguardo – riguarda le colonie isolate che non si trovano nei ‘blocchi di colonie’, che Barak vede come non utili per la sicurezza, ma che esistono piuttosto solo per rispettare il comandamento religioso di ‘colonizzare la terra’. Barak pensa che quello che realmente unirebbe tutti gli israeliani, piuttosto che separarli, sarebbe “innanzitutto la sicurezza, la convinzione che l’unità del popolo ha la precedenza sull’unità della terra, ed i valori della “Dichiarazione di indipendenza” – al contrario di “un progetto reazionario, nazionalista, macchiato di messianismo che minaccia tutto il nostro futuro.”

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Barak è un uomo di molti miti, ed ha avuto un ruolo centrale nella creazione di parecchi di essi. Ha uno status mitologico in quanto militare più decorato di Israele, noto come il “signor Sicurezza”, un uomo che venera la ‘sicurezza’ come se fosse un dio. Ha anche creato il mito dell’’offerta generosa’ che avrebbe fatto nel 2000 ad Arafat – un’offerta che era essenzialmente equivalente a bantustan [zone destinate ai neri nel Sudafrica dell’apartheid, ndt.]. Al contempo ha creato il mito correlato che, poiché Arafat ha rifiutato questa ‘offerta generosa’, ciò era la prova che “non c’era nessun interlocutore”.

La nozione di ‘sicurezza’ di Barak è quella classica sionista quando si tratta di palestinesi – controllo, ‘autonomia’, accerchiamento e, cosa più importante, separazione. Separazione oggi è la parola d’ordine della sinistra israeliana, e molti dimenticano che apartheid significa ‘separazione’. Il risultato concreto dei bantustan e della ‘separazione’, come la mette in pratica Israele, è l’apartheid, e lo abbiamo visto per moltissimi decenni. Tutto quello che Barak vuole è conservare la capacità di nasconderlo meglio e quei coloni ‘messianici’ di destra stanno fuorviando la richiesta di ‘sicurezza’.

Ma la richiesta di ‘sicurezza’ di Barak è fuorviata anche dalla sua stessa gente. Il suo stesso ministro degli Esteri nel 1999-2001, Shlomo Ben-Ami, chiama ‘mitica’ la richiesta di sicurezza nella valle del Giordano. Eppure i dirigenti di sinistra confermano la volontà di Barak di ‘legittimare’ i ‘blocchi di colonie’, che è la ragione per cui il leader della sinistra Isaac Herzog si è lamentato della risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dello scorso anno, che ha condannato tutte le colonie (comprese quelle di Gerusalemme est) come “flagranti violazioni” delle leggi internazionali. Herzog era arrabbiato per il danno che questo ha causato ai “blocchi di colonie” – il danno fatto alla loro legittimità.

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Dopo tutto quello che è stato detto e fatto, l’unica differenza tra Barak ‘di sinistra’ e i coloni ‘messianici’ è che egli cerca di mettersi al servizio della vera religione di Stato di Israele – il sionismo – in base alla nozione più laica di ‘sicurezza’, mentre i coloni più di destra sono più interessati alle questioni della promessa divina.

In fin dei conti il “ritorno ad ogni parte della terra” di Barak non è poi così diverso dallo slogan ufficiale della cerimonia: “Siamo tornati a casa”. Il suo “liberata tutta la Samaria” non è poi così diverso dal “questa terra è nostra, tutta è nostra” dell’alta diplomatica israeliana Tzipi Hotoveli [vice-ministra degli Esteri e deputata del Likud, ndt.]. A volte succede che i principali dirigenti della sicurezza di Israele sputino il rospo in questo modo. Uno dei più rappresentativi uomini della sicurezza di Israele, Moshe Dayan, lo ha fatto parecchie volte. Una delle sue ammissioni più gravi è stata sulla guerra del 1967 e sulla fase preparatoria ad essa, che aveva più a che fare con le scaramucce con la Siria sul confine del Golan e nelle zone smilitarizzate. Nel 1976 disse al generale Israel Tal che i siriani il quarto giorno non erano “una minaccia per noi”, e spiegò come avvenne la maggioranza delle schermaglie:

So come iniziò là almeno l’80% degli scontri. Secondo me, più dell’80%, ma parliamo di circa l’80%. Successe così: mandavamo un trattore per arare una certa zona dove non si poteva fare niente, nell’area smilitarizzata, e sapevamo in anticipo che i siriani avrebbero iniziato a sparare. Se non sparavano, avremmo detto al trattore di andare ancora più avanti, finché i siriani si sarebbero infastiditi e avrebbero sparato. E allora avremmo utilizzato l’artiglieria e poi anche le forze aeree, e fu così che andò,” disse Dayan (come documentato da Serge Schmemann sul New York Times nel 1997).

Dayan spiegò anche a Tal che la vera ragione che stava dietro le provocazioni e la successiva conquista era in realtà solo l’avidità – l’avidità di terra:

Là gli abitanti dei kibbutz vedevano terra buona per l’agricoltura,” disse. “E bisogna ricordare che quello era un periodo in cui la terra agricola era considerata la cosa più importante e di valore.”

Tal si stava chiedendo se là non ci fosse veramente un problema di ‘sicurezza’. “Quindi tutto quello che volevano gli abitanti dei kibbutz era la terra?” chiese.

Dayan, pur confermando che naturalmente loro “volevano levarsi di torno i siriani”, tuttavia disse:

Le posso dire con assoluta sicurezza: la delegazione che andò a convincere Eshkol [all’epoca primo ministro israeliano, ndt.] di conquistare le Alture non stava pensando a queste cose. Stava pensando alla terra delle Alture. Senta, anch’io sono un coltivatore. Dopo tutto sono di Nahalal, non di Tel Aviv, e ne so qualcosa. Li vidi e parlai con loro. Non cercarono neanche di nascondere la loro avidità per quella terra.”

Come documentato in “1967” di Tom Segev, p. 388, la delegazione che descrive Dayan era stata inviata su ordine del generale David Elazar, capo del comando settentrionale al tempo della conquista. È lo stesso generale che Barak suggerisce che avrebbe dovuto essere rappresentato dalla sua figlia maggiore.

Barak può continuare a rimproverare quelli di destra perché sono troppo fanatici sulla questione della terra, ma lui è in realtà altrettanto avido di essa. Sta solo nascondendo l’avidità con la ‘sicurezza’, ed è quello che i sionisti hanno fatto da sempre.

Jonathan Ofir

  • Musicista, direttore d’orchestra, scrittore/blogger israeliano residente in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’ambasciatore di Trump in Israele esce dai ranghi

Maureen Clare Murphy

29 settembre 2017,Electronic Intifada

Qual’è la politica di Donald Trump riguardo ad Israele e i palestinesi? Nessuno all’interno dell’amministrazione del presidente sembra in grado di dirlo.

In un’intervista ad un sito di informazioni israeliano, David Friedman, ambasciatore di Trump a Tel Aviv, ha avanzato ipotesi in contraddizione con decenni di politica statunitense e con le posizioni sostenute dall’amministrazione.

La risposta del Dipartimento di Stato ai suoi commenti dà ulteriormente l’impressione di una politica estera in totale confusione.

Alla domanda sulle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, Friedman ha risposto a ‘Walla! News’[portale di notizie israeliano legato al gruppo editoriale di Haaretz, ndt.]:

Penso che le colonie siano parte di Israele. Penso che ci si aspettasse questo quando fu adottata la risoluzione 242 nel 1967.”

Friedman, a lungo avvocato fallimentare di Trump, si riferiva ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che, di fatto, sottolinea “l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la guerra” e chiede il ritiro di Israele dal territorio occupato nella guerra del 1967.

L’interpretazione di Friedman contraddice direttamente diverse successive risoluzioni che riaffermano esplicitamente l’illegalità delle colonie israeliane in Cisgiordania.

Il trasferimento da parte di Israele della sua popolazione civile in un territorio che occupa è una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e quindi è un crimine di guerra.

Friedman, tra l’altro, è un importante finanziatore di una di quelle colonie.

Cambiamento radicale

L’ambasciatore ha minimizzato l’importanza delle colonie, affermando: “Voglio dire, stanno semplicemente occupando il 2% della Cisgiordania.”

Era totalmente fuori strada.

La realtà è che Israele dispone di un massiccio sistema di colonie da insediamento in tutta la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est. Più della metà della Cisgiordania è stata confiscata per le colonie o interdetta in altro modo ai palestinesi.

Per decenni la politica USA è stata di considerare le colonie come un ostacolo ad uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. E lo scorso dicembre gli USA hanno permesso che il Consiglio di Sicurezza approvasse una risoluzione che riaffermava l’illegalità di tutte le colonie.

Ma l’opposizione a parole degli Stati Uniti alle colonie non ha mai coinciso con i fatti: le diverse amministrazioni hanno continuato a staccare assegni in bianco ad Israele, mentre gli insediamenti continuavano ad espandersi. I commenti di Friedman rappresentano un cambiamento radicale di quella politica, per quanto inefficace possa essere stata.

Alla domanda di ‘Walla!’ se sarebbe mai arrivato a pronunciare forte e chiaro le parole “soluzione dei due Stati”, Friedman ha detto che l’espressione ha perso ogni significato perché “significa cose differenti per gente diversa.”

Quanto al significato che ha per lui, ha glissato. “Non ha significato, non ho certezze. Per quanto mi riguarda, non mi interessano le etichette, mi interessano le soluzioni”, ha detto.

E’ uscito dai ranghi?”

Nella conferenza stampa di giovedì la portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert ha faticosamente cercato di riconciliare quanto detto da Friedman con la politica dell’amministrazione che rappresenta.

Le sue affermazioni – e intendo essere estremamente chiara su questo punto – non devono essere lette come un modo per pregiudicare l’esito di qualunque negoziato che gli Stati Uniti possano avere con israeliani e palestinesi. Non devono neanche segnalare un mutamento nella politica USA”, afferma Nauer.

E’ uscito dai ranghi?”, chiede un giornalista.

E’ almeno la seconda volta che da questa tribuna lei ha dovuto in qualche modo smentire le notazioni dell’ambasciatore Friedman, quando ha tirato fuori la ‘presunta occupazione’”, dice un altro giornalista, riferendosi ad un recente commento di Friedman al giornale di destra Jerusalem Post, in cui insinuava che gli Stati Uniti non considerano Cisgiordania e Gaza occupate da Israele.

E aggiunge: “Anche se non si tratta di un cambio di posizione, la sensazione che l’ambasciatore in Israele sia di parte relativamente a questo conflitto sta creando problemi agli USA?”.

Abbiamo alcuni dirigenti e rappresentanti del governo USA molto efficienti, compresi Jason Greenblatt e Mr. Kushner, che dedicano un’enorme quantità di tempo alla regione”, risponde Nauert, riferendosi a due dei consiglieri di Trump.

Il giornalista dell’Associated Press Matt Lee sottolinea che “il problema nasce dal fatto che Friedman è l’ambasciatore confermato dal Senato. Né Greenblatt né Kushner lo sono…

Si presume che gli ambasciatori in qualunque Paese parlino in nome e con l’autorità del presidente degli Stati Uniti. Non pensa che questo generi confusione?”

Ambasciatore di chi?

Bella domanda. Durante l’intervista Friedman si è comportato come se fosse l’ambasciatore di Israele negli USA, invece che l’ambasciatore degli USA in Israele.

Ha ribadito che l’amministrazione Trump trasferirà l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme – un’altra rottura rispetto a decenni di politica statunitense e consenso internazionale. Si trattava di una promessa fatta durante la campagna elettorale di Trump, ma su cui poi egli ha fatto marcia indietro, una volta entrato in carica.

Alla domanda se l’ambasciata verrà trasferita nel corso della presidenza Trump, Friedman ha risposto: “Sicuramente lo spero. Questo era uno degli impegni del presidente e lui è un uomo che mantiene la parola…La questione non è se, ma quando.”

Friedman ha affermato che un accordo di pace potrebbe essere raggiunto entro alcuni mesi, ma che non avrebbe fornito alcun dettaglio sui criteri dei presunti negoziati di pace.

Riguardo alla sfiducia da parte palestinese a causa dei suoi finanziamenti alle colonie, l’ambasciatore si è vantato di aver incontrato Majid Faraj, il capo della polizia segreta del leader dell’ANP Mahmoud Abbas, ed il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat.

Penso che comprendano il mio punto di vista,” ha detto Friedman, aggiungendo: “Non credo sia un problema di diffidenza, credo che abbiano avuto a che fare in precedenza con persone che hanno quelle idee.”

Benché dica che è Trump che prende le decisioni nella sua cerchia ristretta, il riferimento di Friedman al “mio punto di vista” suggerisce che l’ambasciatore stia lavorando a briglia sciolta. Ma si comporta ancora come avvocato di Trump.

Sulla questione posta da Walla! circa la molto criticata difesa da parte di Trump di una mobilitazione di nazionalisti bianchi a Charlottesville il mese scorso, che ha causato la morte di una contro-manifestante, Friedman ha detto: “Non ho dubbi che lui non sia minimamente in nessun modo ed in nessuna forma, razzista, misogino, antisemita, omofobo, o qualunque altro aggettivo possiate inventare. Quello non è lui.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 

 




Rilasciato dal carcere dell’ANP, Issa Amro avverte che la legge di censura sul web minaccia l’ultima linea di difesa contro Israele

Sheren Khalel,

20 settembre 2017, Mondoweiss

Rilasciato dal carcere una settimana fa, Issa Amro è immediatamente tornato al lavoro. In una casetta sulla collina nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron, che funge da quartier generale per ‘Youth Against Settlements’ (YAS) (‘Giovani contro le colonie’, ndt.), un’organizzazione fondata e guidata da Amro, sedeva circondato da un gruppo di militanti, operatori di ONG, un avvocato e amici che bevevano il caffè all’ombra degli alberi nel cortile davanti alla casa.

L’argomento, come sempre, era l’occupazione israeliana – comunque la scorsa settimana Amro non è stato rilasciato da un carcere israeliano, ma da quello dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e non è stato arrestato a causa del suo attivismo a Hebron, ma per un post su Facebook in difesa di un uomo con cui è politicamente in disaccordo.

Amro è stato arrestato il 4 settembre, un giorno dopo aver utilizzato i social media per criticare l’ANP in merito all’arresto di Ayman al-Qawasmeh, un giornalista palestinese direttore di Radio al-Hurriyeh (Radio Libertà) ad Hebron, ed è stato rilasciato dopo una settimana.

“Ad essere sincero, non ho un buon rapporto con Ayman”, ha detto francamente Amro. “Non sono affatto d’accordo con lui, in realtà quando Radio Hurriyeh mi ha chiamato non ho mai accettato di fare un’intervista con loro, ma per me si tratta di una questione di principio – i giornalisti devono essere rispettati – il governo non dovrebbe arrestare i giornalisti. Non dovrebbe arrestare nessun palestinese che abbia semplicemente espresso la propria opinione, ognuno ha la libertà di parola per dire che Abu Mazen (il presidente palestinese Mahmoud Abbas) non lo rappresenta, è una nostra libertà, abbiamo questo diritto. Quando hanno arrestato Ayman (al-Qawasmeh) hanno lanciato il messaggio che avrebbero arrestato altri giornalisti, ed è ciò che stanno facendo – è ciò che hanno fatto.”

Inizialmente Radio al-Hurriyeh è stata chiusa dalle forze israeliane con l’accusa di istigazione. Frustrato dall’incapacità dell’ANP di proteggere la popolazione palestinese da simili azioni da parte delle forze israeliane, al-Qawasmeh ha messo su Facebook un caustico post in cui chiedeva le dimissioni del presidente Mahmoud Abbas, del primo ministro Rami Hamdallah e del governatore di Hebron Kamel Hmeid. Tre giorni dopo è stato arrestato dalle forze dell’ANP.

“Quando ho visto che era stato arrestato ed ho scritto il post contro l’arresto, l’ANP ha pensato che avrei iniziato a mobilitare la gente contro l’arresto di Ayman. Sanno che sono in grado di mobilitare i media e lo temevano – ma alla fine il lavoro l’hanno fatto loro, arrestandomi hanno mobilitato loro stessi i media. Quando mi hanno arrestato li ho avvertiti che era una cattiva idea. Ho detto: ‘Non arrestatemi, interrogatemi e portatemi in tribunale, ma non arrestatemi, perché questo danneggerà l’ANP.’”

Amro ha detto che era preoccupato che il suo arresto potesse portare l’attenzione sul suo lavoro al di fuori di Israele, puntando i riflettori sull’ANP, un obiettivo più facile, ma che lui considera secondario rispetto all’occupazione.

“Ho cercato di spiegare che non avevo mai avuto intenzione di spostare tutta la solidarietà nei miei confronti che è contro Israele dirigendola contro l’ANP, perché so che la solidarietà collegata a me contro Israele non sarebbe nulla in confronto alla solidarietà che potrei sollevare contro l’ANP, ma ciò non è mai stato quello che volevo. Ho spiegato loro che la solidarietà contro di loro sarebbe stata dieci volte più forte perché molti hanno paura di Israele”, ha detto, spiegando che molte istituzioni, organizzazioni e figure diplomatiche americane ed europee non vogliono criticare pubblicamente Israele a causa della loro politica interna, mentre è facile per loro prendere di mira l’ANP.

“Ero anche preoccupato che l’opposizione palestinese potesse usarmi come veicolo contro altri palestinesi – ecco perché ho mantenuto un basso profilo quando sono stato rilasciato – il mio nemico principale è l’occupazione e il mio principale impegno è contro Israele, non contro l’ANP, anche se sono molto in disaccordo con la sua politica. Non intendo attaccare l’ANP mentre Israele è qui ad occupare la mia terra ed a far pressione sull’ANP perché faccia ciò che sta facendo. Voglio contrastare la causa principale, non l’effetto collaterale.”

Durante la settimana di detenzione, Amro è stato interrogato quotidianamente, con l’ANP che insinuava che l’attivista fosse una spia straniera, una tattica utilizzata dai governi totalitari in tutto il mondo.

Ha detto: “Sono stato a lungo interrogato sul fatto se io do informazioni a organizzazioni europee o delle Nazioni Unite o ad altre organizzazioni internazionali. Volevano sapere se io do giudizi sul lavoro dell’ANP, o delle sue forze di sicurezza. Mi hanno chiesto tante volte se sono una spia delle agenzie internazionali o dei servizi segreti internazionali che lavoravano contro l’ANP, passando informazioni su di essa. Hanno cercato di impostare le cose in modo da farmi ammettere che forse sono una vittima di questo genere di gruppi, insinuando che magari erano venuti a farmi delle domande e io non avevo capito che cosa stesse accadendo.”

La legge sui reati informatici

Amro è stato incarcerato in base alla nuova legge dell’ANP sui reati informatici, che prevede pesanti sanzioni pecuniarie e l’arresto per chiunque critichi sul web l’ANP – compresi giornalisti e informatori.

In ultima analisi, Amro è convinto che l’ANP l’abbia arrestato per due motivi: primo, lui pensa che il governo gli stia alle costole da tempo perché si è sempre rifiutato di inserire il suo movimento, “YAS”, rispettato a livello internazionale, all’interno del partito Fatah; secondo, pensa che, arrestando una persona politicamente rilevante come lui, l’ANP abbia voluto mandare il messaggio che “nessuno è al sicuro” dall’essere perseguito in base alla nuova legge dell’ANP sulla censura.

“Pensano che noi siamo contro l’ANP, ma non è vero. Noi siamo contro la corruzione e contro la legge sull’informatica – come tutti i palestinesi – e contro l’arresto e l’intimidazione dei giornalisti,” ha detto. “Sosteniamo la libertà di parola, la libertà di stampa, la libertà di espressione, questo è ciò che dichiariamo. Nello YAS non abbiamo reali posizioni politiche perché siamo per l’unità, non siamo per o contro Fatah, siamo per la Palestina e contro l’occupazione, questo è il nostro unico obbiettivo.”

Abbas ha promulgato la “Legge sui reati informatici” a luglio con un decreto presidenziale. La legge è stata criticata da ONG e organizzazioni umanitarie di tutto il mondo, compresa Amnesty International, che ha documentato che essa è sufficientemente estensiva da poter essere usata contro normali cittadini che mettono post sui social media, che potrebbero ricadere sotto di essa per aver semplicemente ritwittato notizie o i post di altre persone.

Secondo Amnesty International, in base alla nuova legge chiunque sia accusato di violare la norma postando qualcosa che potrebbe costituire turbativa dell’“ordine pubblico”, dell’ “unità nazionale” o della “pace sociale”, potrebbe essere condannato al carcere e fino a 15 anni di lavori forzati.

Amro ha detto che la legge è un perfetto esempio di come l’ANP si aggrappi a varie alternative nel contesto di un’amministrazione sempre più impopolare.

“Durante il mio interrogatorio, mi hanno detto di considerare quanti attacchi ricevesse l’ANP dalla gente e mi hanno chiesto in quale altro modo avrebbero potuto fermarli se non con una legge come questa,” ha detto. “Ho detto loro che non avrebbero dovuto fermarli, ma lasciare che le persone esprimano la propria opinione e che dovrebbero cercare di comportarsi meglio, e ancora che quello che le persone dicono è affar loro, dovrebbero dare spazio alla gente perché condivida le proprie idee ed imparare da essa.”

A luglio almeno dieci giornalisti sono stati convocati dall’ANP per essere interrogati, mentre in agosto almeno sei giornalisti sono stati arrestati. Inoltre l’ANP ha chiuso o bloccato l’accesso ad almeno 29 siti web, la maggior parte dei quali sono siti di informazione collegati a rivali di Fatah.

Al-Qawasmeh è stato rilasciato il 6 settembre, dopo aver trascorso tre giorni nel carcere dell’ANP. La sua stazione radio rimarrà chiusa per almeno sei mesi. Anche se Amro raramente concorda con il punto di vista di al-Qawasmeh, ha detto che i palestinesi devono agire insieme per difendere il diritto alla libertà di parola per tutti.

“Con questa legge sulla censura ci stanno distruggendo. Noi usiamo i diritti umani e la libertà di espressione come strumenti per attaccare l’occupazione, per distruggere la falsa immagine che Israele ha costruito – stiamo usando le nostre voci per mostrare che Israele è un Paese occupante e che eseguendo questo tipo di arresti contro attivisti, giornalisti ed altri gruppi ci stanno togliendo questo strumento, perché il popolo si ritroverà perseguitato da entrambi i governi,” ha detto. “Come può il popolo sostenere l’ANP, se arrestano le persone che lo difendono? Stanno attaccando uno dei pochi strumenti che ancora possiamo usare contro Israele – la nostra voce.”

Mentre è stato rilasciato su cauzione, l’attivista ha ancora delle imputazioni da parte dell’ANP, compresi il disturbo dell’“ordine pubblico”, l’“aver provocato conflitti” e l’“oltraggio alle massime autorità”.

L’ANP non ha ancora fissato un processo. Inoltre Amro ha a suo carico 18 imputazioni da parte di Israele per il suo attivismo, comprese, fra le altre, quelle di “manifestazione non autorizzata”, “ingresso in zona militare chiusa”, “istigazione” e “intralcio a pubblico ufficiale”.

Amro ha affermato di non aver intenzione di lasciare che il suo arresto impedisca il suo lavoro o influenzi il suo normale comportamento.

“ Niente di tutto ciò mi fermerà, perché questo è il mio compito ed ho i miei principi – sono un difensore dei diritti umani – non posso essere tale ed al tempo stesso avere paura di Israele e dell’ANP”, ha detto Amro. “Sono certo che ci sarà un prezzo, c’è sempre, per ottenere un cambiamento bisogna pagare un prezzo, e se non lo si vuole pagare non si può essere un leader del cambiamento.”

Sheren Khalel è una giornalista multimediale freelance, che si occupa di Israele, Palestina e Giordania. Il suo interesse si incentra sui diritti umani, le questioni femminili ed il conflitto israelo-palestinese. Khalel ha lavorato per l’agenzia Ma’an News a Betlemme ed attualmente vive a Ramallah e Gerusalemme. La si può seguire su Twitter all’indirizzo @Sherenk

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il BDS è l’unico nostro strumento contro l’occupazione e l’apartheid israeliani

Ruchama Marton

26 settembre, 2017 | Haaretz

Pensare che Israele possa rimediare a un regime coloniale e di apartheid senza un aiuto esterno è un’illusione pericolosa fondata sull’ orgoglio machista israeliano.

Nel suo articolo su Haaretz, Uri Avnery risponde a quello che ho detto alla mia festa di compleanno degli 80 anni. “Alcuni dei miei amici pensano che la lotta sia persa, che non sia più possibile cambiare Israele ‘dal di dentro’, che solamente una pressione dall’esterno può aiutare e che la pressione esterna in grado di fare questo è il movimento del boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Uno di questi amici è la dottoressa Ruchama Marton”, egli scrive.

Avnery afferma: “Prima di tutto respingo decisamente l’idea che non c’è nulla che noi possiamo fare per salvare lo Stato, e che noi dobbiamo confidare negli stranieri perché facciano il lavoro per noi. Israele è il nostro Stato. Abbiamo la responsabilità di questo”.

Ecco la mia risposta

Non ho mai detto in qualunque momento o posto che io, o noi, la sinistra non sionista definita radicale, vogliamo o ci aspettiamo che qualcuno nel mondo faccia il nostro lavoro per noi. Non soltanto non è etico, è anche stupido e non praticatibile. Dalla guerra civile in Spagna, una guerra che è stata persa, al Sud Africa, una guerra che ha vinto, e a tutte le altre lotte, i nativi hanno sempre lottato e sono stati uccisi insieme ai loro sostenitori in giro per il mondo, mai separatamente. Sotto questo profilo, la sinistra radicale in Israele è in ottima compagnia. Avnery non ha alcun diritto di dire di me o di noi che aspettiamo qualcuno da fuori Israele che lotti per noi. Questo è sicuramente sbagliato.

La lotta corretta, secondo me, è la lotta anti colonialista e anti apartheid. Chiunque si illuda di poter vincere questa battaglia senza l’aiuto esterno cade in un errore, in un’illusione pericolosa fondata sull’orgoglio machista sionista israeliano. Io e solo io.

Oggi la questione della pace non è rilevante. È piuttosto un argomento di convenienza, troppo bello e al momento non praticabile. Schierarsi per la pace non è una posizione politica ma è un’adesione di facciata. Avnery conosce qualcuno di destra o di sinistra che si oppone alla pace? La questione attuale è quella dell’occupazione e dell’apartheid.

La lotta anti coloniale ha una tradizione rispettabile e quella contro l’apartheid ha una strategia che ha funzionato. È vero che quelli che hanno lottato per un cambiamento politico reale e non solo per salvare il Paese, hanno avuto bisogno di rinunciare ai privilegi a loro garantiti dal regime di apartheid.

Il diritto alla politica è il diritto più importante. Senza questo è come “Lasciate in pace gli animali”. Lottare per un ambulatorio nei territori occupati è come lottare per una mangiatoia per un cavallo. Il regime totalitario riduce il cittadino “ad avere diritti”, il diritto al cibo, alla casa, all’istruzione e alla salute. Quando il diritto alla politica è negato, la persona è ridotta allo stato di animale. Chiunque non abbia voglia di combattere per il diritto alla politica, lotta solo per il proprio corpo. Vale la pena chiedersi – siamo solo l’aspirina dell’occupante?Un cerotto dell’apartheid?

Voglio dare ai giovani che desiderano lottare gli strumenti per pensare criticamente. In altre parole, non stare al gioco del governo e al suo progetto. Dobbiamo imparare a dire che non accettiamo più le leggi del governo. Ciò significa assumere dei rischi e rinunciare ai nostri privilegi, che stanno dentro le regole dettate dal regime. Come ha detto Ralph Waldo Emerson: “Gli uomini validi non devono obbedire troppo bene alle leggi.”

Fintantochè gli ebrei israeliani che non sostengono il BDS pensano che sia possibile cambiare dall’interno, essi sono come la parabola della lepre che voleva cambiare dall’interno il leone. Così il leone l’ha mangiata. La lepre è entrata nel leone ma la sua storia è finita. Oggi cambiare dall’interno è un’illusione, la sinistra radicale non può pensare e agire in questo modo.

La sinistra sionista ha paura del radicalismo perché ha paura di rimanere sola, senza una tribù. Il problema è che esiste un’altra tribù, una più grande, e che si trova all’esterno. Per esempio, la tribù internazionale del BDS in crescita. È il nostro alleato perché non abbiamo alleati all’interno della nostra tribù nativa. Dobbiamo essere consapevoli che, dall’interno siamo troppo pochi e troppo deboli. Senza i nostri alleati di fuori non possiamo fare molto. I traditori di oggi saranno gli eroi di domani.

Avenery dice: “Penso che boicottare proprio Israele sia uno sbaglio. Porterebbe l’intera opinione pubblica israeliana nelle braccia dei coloni, mentre il nostro compito sarebbe di isolare i coloni nei territori occupati e di separarli dall’opinione pubblica israeliana. Il nostro compito qui è di raggruppare, riorganizzare e raddoppiare i nostri sforzi per sconfiggere l’attuale governo e portare l’area pacifista al potere”

Io gli rispondo: Stai argomentando in base ad un presupposto senza fondamento circa il futuro, basato solamente sulla paura di rimanere solo, perché l’opinione pubblica israeliana nella sua interezza si unirà ai coloni. La maggior parte lo ha già fatto. Il BDS è l’unica arma nonviolenta che può indurre la società israeliana ebraica a prendere consapevolezza del dominio e della sofferenza dell’occupazione quando venga costretta a pagarne il prezzo.

Se l’occupazione e l’apartheid portano a una sofferenza economica, culturale e diplomatica a causa di un boicottaggio internazionale, è molto probabile che possa avvenire un cambiamento nella visione israeliana che è basata da un lato sull’enorme beneficio che deriva al Paese e ai suoi cittadini ebrei dall’occupazione e dalla separazione, dall’altro sulla vigliaccheria di quella che viene definita la sinistra israeliana, o campo pacifista.

Dr.Ruchama Marton è la fondatrice e presidentessa di Physicians for Human Rights – Israel [Medici per i Diritti Umani-Israele]. Le sue opinioni non rappresentano quelle dell’associazione.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato sul sito Haokets.

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Crimini di guerra e ferite aperte: la dottoressa che ha sfidato la segregazione israeliana

Alon Mizrahi

 12 settembre 2017,+972

In occasione dei suoi 80 anni, Ruchama Marton, la fondatrice di “Physicians for Human Rights-Israel”, parla delle atrocità di cui è stata testimone quando era soldatessa, del duraturo potere del femminismo e perché solo un aiuto dall’esterno ha la possibilità di porre fine al dominio militare israeliano sui palestinesi.

Ruchama Marton viene dalla generazione che si potrebbe chiamare 1.5 degli attivisti israeliani contro l’occupazione. Era un po’ troppo giovane per partecipare al piccolo gruppo di avanguardia che fondò la rivoluzionaria organizzazione socialista Matzpen negli anni ’60, ma abbastanza grande da aver preso lezioni da una testa calda, il professor Yeshayahu Leibowitz [grande intellettuale e teologo ebreo israeliano, molto critico con gli esiti del sionismo, ndt.] a Gerusalemme. Là, mentre frequentava la facoltà di medicina, ha rivoluzionato la procedura di ammissione per le studentesse, che portò all’abolizione delle quote di ammissione. E quando scoprì che nella facoltà di medicina c’era un bando contro le donne in pantaloni, si ribellò anche contro di esso.

Marton ha fondato “Physicians for Human Rights-Israel” [“Medici per i Diritti Umani – Israele”] durante la Prima Intifada, portando il termine “diritti umani” nel discorso politico israeliano. Nata in Israele, dove ha passato tutta la sua vita, è stata per più di 40 anni una psichiatra impegnata. Il suo rapporto con questo posto è complicato e doloroso, quasi impossibile.

Marton non modera le sue parole quando si tratta delle organizzazioni di sinistra e per la pace, che vede come una specie di “società umanitaria”, attribuendo scarsa importanza ad un attivismo che non faccia i conti direttamente con la violazione dei diritti umani, il cui nucleo centrale sono i diritti politici.

Per tutta la sua vita si è indignata per l’ingiustizia e la segregazione. Tra la lotta contro lo sciovinismo, il patriarcato e quella di tutta una vita contro l’occupazione, rifiuta di rimanere in silenzio.

Ho incontrato Marton per un’intervista nella sua casa di Tel Aviv in occasione dei suoi 80 anni. Avevo previsto che non mi sarebbe stato facile. Avevo ragione.

Come psichiatra con anni di esperienza voglio iniziare con quella che ritengo una grande domanda. Perché siamo così ossessivamente legati alla disumanizzazione degli arabi? Perché sembra che il maggior desiderio di questo posto sia negare ai palestinesi qualunque tipo di riconoscimento e di legittimazione? In fin dei conti a questo punto non ha uno scopo concreto, abbiamo già vinto.

Cosa intende con ‘non ha uno scopo concreto?’ Non ha senso. Serve agli interessi sionisti. A ogni singolo [interesse].

Mi spieghi

Innanzitutto, siamo colonialisti. Il sionismo è colonialista. E la prima cosa che un buon colonialista fa è spogliare. Spogliare di cosa? Di tutto quello che può. Di quello che è importante, di tutto quello che gli serve. Della terra. Delle risorse naturali. E, naturalmente, dell’umanità. Dopotutto è ovvio che per controllare qualcun altro devi portargli via la sua umanità.”

Ma questo progetto non è terminato? Non è che noi adesso siamo in guerra e stiamo per conquistare un nuovo territorio. La “Guerra di indipendenza” [denominazione sionista della guerra contro palestinesi ed arabi nel 1947-48, ndt.] è finita molto tempo fa. Abbiamo vinto. Abbiamo già tracciato dei confini. Perché abbiamo ancora bisogno di quella mentalità?

Quali confini? Non ci sono confini, non ci saranno confini, e non vedo che ci sia una qualunque intenzione di tracciarli ora. Ma, oltre a ciò, la spoliazione è un compito senza fine. Quel popolo occupato, quel popolo spogliato, che sia all’interno o all’esterno della Linea Verde [il confine tra Israele e Giordania fino alla guerra del ’67 e all’occupazione israeliana della Cisgiordania, ndt.], non è d’accordo. Non si arrende. Non accetta di essere spogliato della sua terra, della sua acqua, della sua umanità. Come ha detto Hannah Arendt: “Senza diritti politici non c’è essere umano. I diritti politici vengono prima di ogni altra cosa. Prima del diritto di proprietà, di movimento, di riunione e associazione. Quelli sono tutti molto belli, ma sono secondari. Senza diritti politici, tutto quello che fai è beneficienza. Senza diritti politici, non c’è niente.”

La famiglia di Ruchama è arrivata in Israele da una regione rurale della Polonia. Entrambi i suoi genitori sono cresciuti in famiglie religiose, come la maggioranza degli ebrei in quei tempi, sicuramente quelli che vivevano fuori dalle grandi città. Dice che suo padre era così affascinato dalle idee comuniste che per mesi risparmiò segretamente denaro per poter andare in Russia negli anni ’20.

La notte prima che se ne andasse,” racconta, “suo padre entrò nella sua stanza e disse: ‘So che hai risparmiato denaro e so per fare cosa. Voglio chiederti che tu mi prometta una cosa. Vuoi andartene? Vai. Vai in America, vai in Palestina. Promettimi solo che non andrai in Russia. Ti uccideranno.’ Mio padre fece la promessa e la mantenne.”

I suoi genitori si sono stabiliti nel quartiere di Geula a Gerusalemme. Lei è nata nel 1937. Si ricorda il Mandato britannico a Gerusalemme?

Certo. Ricordo i soldati australiani che pattugliavano le strade, e che camminavo verso il “Muro del Pianto” con mia nonna. Avremmo camminato attraverso la Città Vecchia, oltre il mercato arabo; non avevamo paura. Non c’era neanche una grande amicizia, ma non c’era paura.

A Gerusalemme ogni notte c’era il coprifuoco. Ricordo una notte in cui rimasi a dormire da un’amica fin dopo il coprifuoco, scesi in strada e iniziai a camminare verso casa. Un soldato australiano mi chiamò, ma non capii quello che mi stava dicendo, in quanto non parlavo inglese. Mi raggiunse e cercò di capire cosa stessi facendo là, dove stessi andando.

Era un gigante, probabilmente alto 2 metri. Non so come successe, ma mi prese per mano e mi accompagnò a casa. Una ragazzina con un gigantesco soldato australiano.

La nonna che soleva portarmi con sé verso il Muro del Pianto venne uccisa da una bomba all’inizio della Guerra di Indipendenza. Uscì per prendere acqua con un secchio da un vicino che aveva bambini piccoli e venne colpita da una bomba sparata dagli arabi. Poco dopo ci spostammo a Tel Aviv, che era un mondo totalmente diverso.

Tel Aviv era molto diversa da Gerusalemme. Aveva un’atmosfera di stravaganza e di sfrenatezza. Vivevamo in una zona ai confini della città: c’erano pochissime case là. Era circondata da orti, da giardini arabi e da campi di canna da zucchero che crescevano lungo il fiume Yarkon [in arabo El-Auja, il “sinuoso”, ndt.]. Era un altro mondo.”

Aveva degli amici a Tel Aviv? Non deve essere stato facile.

Io non conoscevo nessuno lì, ovviamente. E genitori e figli di quella generazione difficilmente parlavano tra loro. Ma nella casa di fronte a noi, l’unica casa vicina, c’era una famiglia araba. Avevano un orto, un giardino e un piccolo gregge di pecore e capre.

Avevano due bambini, Zeidin, che aveva circa un anno meno di me, e Fatima, che era un po’ più grande di me. Erano i miei migliori amici. Eravamo soliti giocare insieme, passare insieme le giornate negli orti e in mezzo alla natura. Gli volevo bene.

Alla fine del 1947 arrivarono dei soldati e cacciarono la famiglia. Mi ricordo che stavo lì a guardare svolgersi quella scena. Caricarono i loro pochi averi e la vecchia nonna su un asino e partirono verso l’est. La loro casa esiste ancora – è stata trasformata in una sinagoga.”

Anche durante la guerra del Sinai del 1956 [combattuta da Francia, Inghilterra ed Israele contro l’Egitto di Nasser, che aveva nazionalizzato il canale di Suez, ndt.] lei ha assistito a scene che l’hanno profondamente segnata.

L’assassinio di prigionieri da parte dei soldati della mia unità, la ‘Givati’.”

Cosa successe lì?

Nei giorni che seguirono l’invasione israeliana della penisola del Sinai, i soldati egiziani continuavano ad arrendersi. Venivano fuori dalle dune di sabbia, a volte a piedi nudi, bruciati dal sole del deserto, sporchi e sudati, con le mani in alto.

I nostri soldati gli sparavano. A decine di loro, forse più. E’ proprio quello che ho visto. Scendevano dalle dune e i soldati prendevano i fucili e li uccidevano.”

E cosa ne facevano? Li lasciavano semplicemente lì sulla sabbia?

Sì. Questo mi fece stare male. Fisicamente male. Vomitai ed ero in uno stato terribile. Andai dal mio comandante e gli chiesi di andarmene. Gli raccontai che era a causa di quello che era successo. Non c’è bisogno di dirlo, lui “non sapeva” assolutamente di cosa stessi parlando. Ma mi autorizzò ad andarmene e chiesi un passaggio per tornare a casa.

Volevo parlare di quello che era successo. Volevo pubblicarlo, ma nessuno accettò. Mi dissero di lasciar perdere. Avevo amici che lavoravano per dei giornali, e pensai, ingenuamente, che avrebbero voluto pubblicarlo. Nessuno accettò di occuparsene. Quando avevo 19 anni sapevo già che quello che mi dicevano del sionismo e dell’esercito era un sacco di menzogne.”

Una ricerca su internet sull’uccisione di prigionieri durante la guerra del Sinai porta a una serie di siti, compresa un’intervista al generale Arieh Biro, che ammise che lui e i suoi soldati uccisero prigionieri egiziani durante la guerra. Posso solo presumere che le uccisioni che ebbero luogo furono molto più frequenti e gravi di quelle scoperte dall’ “inchiesta” ordinata da Shimon Peres nel 1995.

Dopo l’esercito lei è andata alla facoltà di medicina. All’epoca c’erano quote per le donne. 

Sì. C’era un numero stabilito e non volevano che molte donne diventassero medico. Per cui le limitavano a una quota del 10%. Ho condotto una lotta contro ciò insieme ad altri studenti e membri della facoltà, che portò alla cancellazione della quota. Da allora le donne sono ammesse alla facoltà di medicina in Israele in base ai loro titoli, proprio come gli uomini.”

Dopo tutti i suoi anni di lavoro con la psicologia umana e il conflitto, vede qualche cambiamento? Se ho capito bene [quello che lei ha detto], nonostante tutte le notevoli capacità propagandistiche che Israele ha sviluppato, nonostante il continuo lavaggio del cervello, da quanto sta dicendo sembra che fosse lo stesso negli anni ’50.

In primo luogo il sionismo e quello che un essere umano è sono due cose che non si incontrano. Ma qui non c’è stato un cambiamento essenziale. E’ sempre lo stesso. E’ vero che la macchina della propaganda sionista renderebbe orgogliosi i sovietici, ma l’essenza delle convinzioni su questioni fondamentali, sul trattamento degli arabi e sul loro posto – queste convinzioni non sono cambiate.”

Una salute mentale rivoluzionaria

A 80 anni Marton è ancora una psichiatra in attività. Nei suoi molti anni di professione ha sostenuto e fatto campagna per portare la cura della salute mentale fuori dagli ospedali psichiatrici e all’interno della società.

Sono rimasto molto sorpreso che ci fosse qualcuno in Israele che parlasse di cure psichiatriche come parte della comunità. Ciò significa davvero normalizzare la salute mentale.

Perché non ci dovrebbe essere un consultorio psichiatrico all’interno degli ambulatori di quartiere? Ci dovrebbero essere un optometrista, un otorinolaringoiatra e uno psichiatra. Esattamente nello stesso posto, allo stesso piano, nello stesso corridoio, in base allo stesso concetto.”

Lei ha creduto in questo fin dall’inizio della sua carriera e ha fatto passi concreti per realizzarlo.

Sono stata la prima persona in Israele che ha fatto una proposta al sistema sanitario – sono andata fin da Shimon Peres e da altri, ho detto loro che i consultori psichiatrici non devono essere all’interno degli ospedali psichiatrici. Non è altro che un disastro. Le persone hanno un terribile stigma che le scoraggia dall’entrare in un ospedale psichiatrico.

C’era un direttore, Davidson (il prof. Shamai Davidson, direttore dell’ospedale “Shalvata” dal 1973 al 1986. Arrivò in Israele da Dublino nel 1955), era veramente un santo, comprese veramente e appoggiò l’idea di cure psichiatriche inserite nella comunità. Il concetto di comunità è una cosa che si era portato dalla diaspora. Mi stette ad ascoltare con il cuore aperto e fu colui che portò avanti quella rivoluzione e che portò all’apertura di un ambulatorio per il trattamento psichiatrico a Morasha, e poi a Ramat Hasharon, e da lì si è diffuso.

A tutt’oggi il progetto non è stato completato. Ma abbiamo rotto quel muro iniziale.

Sa quante persone non chiedono un aiuto perché l’ambulatorio è situato all’interno di un ospedale psichiatrico? E quindi cosa succede? Crollano e vengono ospedalizzate. Grandioso! Abbiamo ottenuto quello che volevamo.”

Sto ascoltando quello che dice, e penso: c’è qualcosa di giustificato in merito al timore della gente nei confronti del sistema psichiatrico. Qualcosa riguardo alla percezione di se stesso e del paziente da parte del sistema – è qualcosa di insano.

E’ verissimo. Quello era ciò per cui stavo lottando. Ma oggi i miei giorni di lotta sono passati. Dopo 30 o 40 anni ne ho avuto abbastanza. Forse non sono riuscita in tutto, ma in alcune cose sì. Sono molto orgogliosa di questo.”

Lei pensa al conflitto israelo-palestinese o alla storia del sionismo in termini psicologici? La storia dell’uccisione di prigionieri, per esempio, simile a quello che ho sentito da persone a me vicine, mi riempie di profonda vergogna.

Sono affascinata dall’argomento della vergogna. E’ un sentimento su cui ho lavorato per la maggior parte degli anni. Credo che senza vergogna non ci sia speranza per il mondo – non ci sia essere umano. Senza vergogna una persona può fare qualunque cosa. Una delle cose che ci sono successe è che abbiamo perso ogni vergogna. I soldati che sparavano ai prigionieri non si vergognavano. E’ per questo che fecero quello che fecero.”

In quale altro posto lei vede esempi di questa mancanza di vergogna?

Nella mia professione. I palestinesi coinvolti nel terrorismo, o quanto meno accusati di questo, sono mandati ad un esame psichiatrico. Si sorprenderà di saperlo, ma semplicemente non ci sono palestinesi con problemi mentali – almeno non del tipo che gli impedisca di essere giudicati da Israele. I palestinesi non hanno il diritto di essere pazzi.”

Psichiatri israeliani esaminano imputati palestinesi e sanno che soffrono di vari problemi psichiatrici, eppure li dichiarano in grado di essere processati?

Certo che lo sanno. E come so che loro lo sanno? Perché dopo che sono stati giudicati e mandati in carcere, ricevono medicine per la schizofrenia. E non si tratta di errori dovuti all’ignoranza. Sto parlando di bravi medici. Ciononostante fanno diagnosi ridicole e sbagliate.

Ci sono andata ed ho visto con i miei occhi. Ho parlato ai prigionieri. All’epoca ho scritto di questo sul giornale. Sono stata sanzionata dall’ordine dei medici israeliani per aver fatto i nomi dei medici coinvolti in queste diagnosi. Avevano intenzione di denunciarmi, ma hanno deciso di lasciar perdere per non rendere noti tutti gli sporchi trucchi che si svolgono a porte chiuse. Allora sono stata obbligata a scrivere una lettera di scuse. Ho scritto la lettera, che includeva due righe di scuse, seguite da un resoconto completo delle cose che ho saputo, comprese le diagnosi sbagliate e quello che c’era dietro. Finora quella lettera non è mai stata pubblicata.”

Quella non è stata la fine dei problemi di Marton e “Physicians for Human Rights-Israel” (PHRI) con l’ordine dei medici israeliani e con le istituzioni israeliane. Nel 2009 l’ordine ha annunciato che avrebbe rotto i rapporti con “PHRI” dopo che l’organizzazione ha accusato dottori israeliani di partecipare alle torture. Inoltre l’amministrazione tributaria ha rifiutato di rinnovare lo status come associazione pubblica dell’organizzazione per fini fiscali, da quando ha pubblicato una dichiarazione secondo la quale l’occupazione è una violazione dei diritti umani – compreso il diritto alla salute. Secondo l’amministrazione tributaria, queste affermazioni sono ritenute “politiche”.

La medicina è una questione politica

Com’è nato “Medici per i Diritti Umani – Israele”?

Quando ho deciso di fare qualcosa di concreto, qualcosa di politico, ho utilizzato quello che avevo a disposizione: la medicina. Ho contattato un’organizzazione di medici palestinesi. Volontari palestinesi andavano sul terreno a curare le persone, e mi sono unita a loro.

In seguito ho iniziato ad organizzare volontari israeliani. Ho dovuto pregare persone di venire con me il sabato mattina. All’inizio sono riuscita a trovare due persone, che sembravano un grande risultato. Ora vanno (in Cisgiordania) circa 30 volontari con un ambulatorio mobile.

Ho stabilito io le regole dell’organizzazione: siamo sempre insieme noi e i palestinesi. Non è mai una delegazione di bianchi colonialisti che vanno a salvare i nativi. Lavoriamo insieme in pieno accordo con i nostri colleghi palestinesi: sono loro a dire dove hanno bisogno di noi e nell’assoluta maggioranza dei casi è lì che andiamo.”

E dove lavorate? Non è che abbiano ambulatori organizzati.

Ambulatori? C’è a malapena qualche ambulatorio in quei villaggi, e quelli che ci sono sono piccoli e inutilizzabili per gruppi numerosi come il nostro. Utilizziamo scuole e uffici delle amministrazioni locali. E non c’è bisogno di fare grandi annunci – la voce gira nel villaggio e in quelli vicini. La prima cosa il sabato mattina è che c’è già troppa gente.”

Che tipo di cure fornite?

Tutto quello che si può fare sul campo, compresi interventi chirurgici relativamente semplici. Portiamo con noi medicine regalate, e scriviamo prescrizioni per quelle che non abbiamo. Quando c’è la necessità di esami complicati li inviamo a diversi ospedali dell’Autorità Nazionale Palestinese e in Israele. Anche ciò ha implicato molti anni di lotta.”

Lo Stato di Israele non si è mai ritenuto responsabile della salute di quelli che occupa.

E’ vero. Ma fino a Oslo, o alla Prima Intifada, c’erano ospedali palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, che dopo il 1967 erano diventati ospedali pubblici israeliani. C’era un bilancio molto ridotto per la salute, niente a che vedere con un Paese normale. Ma, per esempio, c’era uno stanziamento di fondi per le vaccinazioni. Paradossalmente nei campi dei rifugiati la situazione era molto migliore, dato che erano sotto la responsabilità dell’UNRWA [l’agenzia ONU per i profughi palestinesi, ndt.].

Quando scoppiò la Prima Intifada una delle decisioni prese dall’allora ministro della Difesa Yitzhak Rabin fu di bloccare il bilancio dei servizi medici palestinesi. Quando lo venni a sapere mi precipitai a Londra e mi presentai agli uffici della BBC. Parlai loro della situazione nei territori occupati e inviarono un’equipe per fare un breve servizio sulla decisione e sulle sue conseguenze, ossia gente che moriva in casa per la mancanza di cure mediche. Il clamore convinse Rabin a ripristinare almeno una parte degli stanziamenti.”

Vai a casa, vestiti

Pochi giorni fa sul giornale c’era una foto del capo del Mossad che visitava la casa del consigliere per la sicurezza nazionale degli USA. Nella foto tutte le persone erano uomini. Sono molto contento di dire che una simile foto oggi mi sembra strana.

Ciò mi riporta all’argomento della segregazione. E’ così che alle persone si insegna a pensare di se stesse. Quella separazione, il fatto che ci sia una tribuna per le donne (nella sinagoga) ed ora vogliano la separazione [tra i sessi] anche nell’esercito e nelle università. La segregazione è la radice di ogni male.

Le mie prime battaglie non sono state sul problema palestinese. Sono state femministe, anche se all’epoca non le chiamavo così.

Lei è una donna orgogliosa.

Non abbastanza. Sono troppo orgogliosa per chiedere un riconoscimento e a volte sono piena di risentimento per non averlo ottenuto. Per esempio, sono stata la prima ad introdurre il concetto di “diritti umani” nel dibattito israeliano. Prima c’erano i “diritti civili”, ma i diritti umani come concetto politico sono stati merito mio.”

Eppure lei ancora non se la sente di chiedere che le venga riconosciuto.

E’ vero. Forse è il risultato della mia educazione femminile. Non femminista, femminile. Quella che insegna alle donne a non farsi notare. Ad essere gentili, a sorridere, a non essere arrabbiate. A non iniziare mai una frase con la parola “Io”. E’ così che sono educate le donne.”

Lei è indignata dallo sciovinismo [maschile]. Non è molto diverso dalla sua indignazione contro l’occupazione.

Per tutta la mia vita ho dovuto lottare contro stigmi e norme separate per le donne. Con il fatto che alle donne non fosse permesso mettersi i pantaloni nella facoltà di medicina nella fredda Gerusalemme. Quando mi sono presentata con i pantaloni una docente mi ha detto: ‘Tu, signorina, vai a casa, vestiti come si deve e torna indietro.’ Sono andata a casa e non sono tornata. Ho scatenato un putiferio ed alla fine ho vinto.”

Critiche a ogni parte

Lei è molto critica con la Sinistra israeliana e con il modo in cui si oppone all’occupazione.

Non c’è una Sinistra israeliana. Quello che dobbiamo fare è ricostruire da zero le organizzazioni dei diritti umani israeliane in modo che siano disposte a lottare per porre fine all’apartheid. Apartheid che distingue tra quelli che hanno tutto e quelli che non hanno niente. Quelli a cui è consentito tutto e quelli a cui tutto è proibito. Se non vogliono intraprendere questa lotta, per cosa stanno lottando? Per la loro stessa immagine.

Non puoi combattere contro il colonialismo, l’occupazione, l’apartheid – chiamalo come vuoi- avendo un ruolo alla corte del governo, in base al programma del governo. Devi rompere questi confini.”

Effettivamente il partito Laburista ha mantenuto l’occupazione per ben 10 anni e non ha fatto niente a questo proposito.

Non dica che il Mapai [il predecessore del partito Laburista, in cui è confluito nel 1968, ndt.] non ha fatto niente. Sono stati quelli che hanno fondato le colonie. Begin [fondatore del Likud e dal 1977 al 1983 primo capo del governo israeliano di destra, ndt.] è stato l’unico leader giusto che abbiamo avuto. Dico sul serio. Sotto il suo governo la tortura è stata totalmente vietata. Quando il capo dello Shin Bet andò da lui e gli chiese: ‘Signore, neanche uno schiaffo?’ disse: ‘No, neanche uno schiaffo.’”

Begin vietò di demolire case, vietò le espulsioni. E’ stato l’unico uomo giusto a Sodoma. Non c’è mai stato un solo uomo giusto né prima né dopo di lui.”

Ho sempre pensato, ed ancora penso, che la normale Destra revisionista [i seguaci della corrente di destra del sionismo, ndt.] moderata sia il campo con le migliori possibilità di trattare gli arabi in modo umano.

Non voglio un trattamento umano degli arabi. Voglio diritti politici. Poi puoi essere umano o quello che vuoi. Senza diritti politici continui ad essere un colonialista, un occupante, un sostenitore dell’apartheid.

Un’organizzazione dei diritti umani che non voglia lottare per questo sta ululando alla luna. E’ priva di senso.”

In un certo senso lei sta parlando anche di se stessa. E’ una resa dei conti personale.

E’ vero. Le sto parlando dopo 30 o forse 50 anni di lotta contro l’occupazione. Abbiamo bisogno di aiuto esterno. E sto parlando soprattutto di una cosa: il BDS [il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele, ndt.].”

Lavorare per questa causa in Israele non è facile.

Ride. “E’ una questione che riguarda i traditori, e i traditori di oggi sono gli eroi di domani. Chiunque non voglia pagare quel prezzo non sa come lottare. Se non paghi un prezzo tu stai lottando solo per la tua bella immagine. Finché l’occupazione continuerà, finché continuerà l’apartheid, non importa se tu sei un po’ più o un po’ meno bello.”

Si ferma un momento a pensare.

Dobbiamo lottare contro l’idea della segregazione, perché è una separazione tra me e la politica, tra gli arabi e la loro terra, tra gli arabi e la loro dignità umana. La segregazione è la ferita. E’ l’asse attorno al quale girano le cose.”

Anche se gli ebrei portarono qui con sé l’idea della segregazione. In fin dei conti, c’è ogni sorta di segregazione tra gli stessi ebrei, in base a divisioni etniche, religiose e politiche.

Sicuramente qui c’è segregazione a tutti i livelli. Dopotutto, qui siamo divisi tra ebrei di prima e di seconda categoria, e sotto di loro ci sono i palestinesi cittadini di Israele, e i palestinesi in Cisgiordania sono ancora più in basso. E proprio in fondo alla scala ci sono i richiedenti asilo e i rifugiati (“Medici per i Diritti Umani” ha una “clinica aperta” che fornisce cure mediche ai rifugiati e ai richiedenti asilo).

La segregazione esiste all’interno della nostra società come un principio politico fondamentale. Se cancelliamo la segregazione, poi che succede? Sarà un disastro politico per il regime – non solo per la Destra.

Se penso a quello che la mia organizzazione ha fatto – ai viaggi a Gaza, alla distribuzione di medicinali per la solidarietà, al tentativo di infrangere la segregazione – quello è stato il nostro maggior risultato.”

Alon Mizrahi è uno scrittore e un blogger presso “Local Call” [“Chiamata locale, sito in ebraico di +972, ndt.], dove il suo articolo è stato per la prima volta pubblicato in ebraico. E’ stato tradotto dall’originale in ebraico da Shoshana London Sappir.

(traduzione di Amedeo Rossi)