Perché il New York Times non è al passo coi tempi su Israele-Palestina

Maha Nassar

21 dicembre 2022 – +972 Magazine

Un recente editoriale che critica il nuovo governo israeliano riflette gli stessi punti ciechi che hanno afflitto per decenni il giornale americano più autorevole.

Sabato scorso il comitato di redazione del New York Times ha fatto notizia nel pubblicare un articolo intitolato “L’ideale di democrazia nello Stato ebraico è in pericolo”. Pur ribadendo il proprio sostegno a Israele e alla soluzione dei due Stati l’editoriale avverte che il nuovo governo israeliano, che sarà guidato dal partito di destra Likud e comprende partner di estrema destra come Sionismo Religioso, Otzma Yehudit (Potere Ebraico) e l’anti-LGBTQ Noam rappresenta una “minaccia significativa” per il futuro del Paese e “potrebbe rendere militarmente e politicamente impossibile lo sviluppo di una soluzione a due Stati”.

Rispondendo via Twitter, il primo ministro entrante Benjamin Netanyahu si è offeso per quello che ha descritto come un “parere infondato” del comitato. Accusando il giornale di “demonizzare Israele da decenni”, ha criticato l’editoriale come tentativo di minare il suo governo eletto e di “delegittimare l’unica vera democrazia in Medio Oriente e il miglior alleato dell’America nella regione”.

Nonostante l’importante riconoscimento dell’editoriale dei pericoli della coalizione di estrema destra israeliana, come lettrice (e critica) di lunga data del New York Times ho comunque trovato l’articolo una perfetta riflessione sui punti ciechi che ancora affliggono il “giornale più autorevole.” In effetti l’ostinato rifiuto del comitato di includere nei suoi editoriali le prospettive palestinesi, nonostante gli assordanti inviti a farlo, lo porta a dare una interpretazione essenzialmente errata della realtà sul campo e, di conseguenza, fa sì che il giornale mantenga una comprensione deplorevolmente obsoleta di Israele-Palestina.

Pensiero unico e “da entrambe le parti”

Due anni fa ho pubblicato su +972 un’analisi che documentava la storica esclusione delle voci palestinesi dalle pagine di opinione di quattro importanti quotidiani e riviste americani: The Washington Post, The Nation, The New Republic e The New York Times. Sebbene il Times non fosse il peggiore, il suo curriculum è comunque spaventoso. Dei 2.490 articoli di opinione sui palestinesi che il giornale ha pubblicato tra il 1970 e il 2019 solo 46 sono stati scritti da palestinesi, una media inferiore al 2%.

E l’altro 98%? Secondo i database che ho consultato, la stragrande maggioranza è stata scritta dagli editorialisti del giornale e dai membri del comitato di redazione. È difficile sapere dove finiscano le opinioni di un gruppo e inizino quelle dell’altro; questo perché, secondo il sito web del Times, il comitato di redazioneè composto da giornalisti d’opinione che si affidano a ricerche, dibattiti e competenze individuali per raggiungere una visione condivisa su questioni importanti”. (È significativo che l’editoriale di domenica abbia citato un recente articolo di Thomas Friedman, editorialista e commentatore di lunga data sul Medio Oriente, che ha ripreso gran parte delle posizioni del comitato.)

Data questa coincidenza tra i giornalisti d’opinione e il comitato di redazione – e la mancanza tra loro di editorialisti palestinesi o arabi – non sorprende che sia emersa una sorta di pensiero unico. E questo pensiero unico colloca costantemente Israele, le opinioni e le prospettive israeliane al di sopra di quelle dei palestinesi.

Lo conferma una ricerca per parola chiave degli editoriali del Times che parlano di palestinesi. Tra il 1970 e il 2019, la parola pace” è apparsa 1.112 volte, ma giustizia” è apparsa solo 86 volte; terrore” è stato menzionato 649 volte, ma occupazionesolo 219 volte; la sicurezza di Israele” è stata invocata 90 volte, ma la libertà palestinese” è stata menzionata solo tre volte. Anche se le ricerche per parole chiave da sole non raccontano l’intera storia, ci aiutano a farci un’idea del tenore generale della copertura del Times: negli ultimi cinquant’anni Israele è stato senza dubbio presentato dai redattori del Times come uno stretto alleato, mentre i palestinesi sono stati costantemente inquadrati come un “problema”.

Ma per i palestinesi e per i loro alleati nella regione e nel mondo la Palestina non è un problemada risolvere per Israele, ma una causa per cui lottare. Dal 1948 lo Stato israeliano ha impedito ai palestinesi di vivere nella loro patria con libertà e dignità, vietando ai rifugiati di tornare alle loro case, discriminando i cittadini palestinesi all’interno di Israele e tenendo milioni di palestinesi sotto occupazione militare. Se c’è un problema da risolvere, il problema è quel regime.

Questo semplice fatto sembra essere sfuggito alla redazione del Times. Piuttosto che riconoscere la violenza sistemica, la discriminazione e la colonizzazione perpetrate da Israele contro i palestinesi, il comitato incolpa “entrambe le parti” per una situazione ampiamente asimmetrica. Ad esempio, l’editoriale di sabato attribuisce in parte lo spostamento a destra dell’elettorato israeliano ad “autentiche preoccupazioni per la criminalità e la sicurezza, specialmente dopo gli episodi di violenza tra arabi ed ebrei israeliani dello scorso anno”. Non fa menzione della violenza della polizia israeliana – a volte in collaborazione con milizie di vigilanti, anche negli insediamenti coloniali della Cisgiordania – a cui i cittadini palestinesi sono stati sottoposti durante quel periodo né della campagna di arresti di massa e punizioni collettive contro le comunità arabe nei mesi successivi.

Allo stesso modo, l’editoriale afferma che “le speranze per uno Stato palestinese si sono affievolite sotto la pressione combinata della resistenza di Israele e della corruzione, l’inettitudine e le divisioni interne palestinesi”. Questo “da entrambe le parti” può dare l’apparenza di un equilibrio, ma non riflette una realtà in cui Israele detiene il potere politico, economico e militare quasi totale sulla vita di ogni palestinese, in un sistema che un numero crescente di studiosi, organizzazioni per i diritti umani ed esperti legali definiscono di apartheid.

Prendiamo, ad esempio, il fatto che centinaia di case palestinesi vengono demolite ogni anno dai bulldozer israeliani per far posto agli insediamenti coloniali ebraici, ma non viceversa. O che centinaia di palestinesi sono minacciati di essere espropriati della loro terra a causa di una “zona per esercitazioni” militari israeliana, mentre gli abitanti israeliani non hanno tali paure. O che i palestinesi nei territori occupati debbono attraversare posti di blocco israeliani militarizzati con permessi o documenti d’identità rilasciati da Israele, ma nessun israeliano è costretto attraversare un posto di blocco palestinese. O che centinaia di migliaia di palestinesi sono stati arrestati e detenuti nelle carceri israeliane dal 1967, ma che non esiste un tale sistema di incarcerazione di massa imposto agli israeliani. O che i tribunali militari israeliani condannano i palestinesi con una percentuale superiore al 99%, ma nessun israeliano ha dovuto essere processato in un tribunale palestinese. Non ci sono “entrambe le parti” in tutto ciò.

Promuovere un quadro di giustizia

Questa ostinata insistenza nell’incolpare entrambe le parti riflette un “quadro di pace” profondamente imperfetto che ha dominato per decenni la lettura internazionale di Israele-Palestina. Questo quadro è incentrato sulla politica dell’identità e ignora la violenza strutturale che lo Stato perpetra contro i gruppi oppressi. Si concentra invece su atti di violenza spettacolare commessi da quei gruppi in risposta all’oppressione che devono affrontare, li incolpa per l’escalation del conflitto, quindi li usa per giustificare la violenza repressiva inflitta dalle forze armate più potenti.

Molti degli editoriali del Times degli ultimi 30 anni, dall’avvento degli Accordi di Oslo, sono improntati ad un quadro di pace. Trattano israeliani e palestinesi come aventi pari potere quando chiaramente non è così. Lodano Israele per i piccoli aggiustamenti alla sua violenza strutturale quotidiana contro i palestinesi, ma rimproverano i leader e la società palestinesi per gli atti di violenza compiuti a loro volta. Se la redazione del Times oggi suona antiquata, è perché la sua visione del mondo rimane bloccata agli anni ’90.

Più di recente stiamo assistendo al riemergere di quello che può essere definito un “quadro di giustizia”. Questo quadro presta maggiore attenzione a tutte le forme di violenza strutturale che le comunità affrontano, indipendentemente dalla loro identità. Piuttosto che parlare delle persone come problemi, i fautori pongono al centro le esperienze degli oppressi e lavorano per smantellare le strutture che li sovrastano.

Tale quadro sta diventando saliente specie negli Stati Uniti, grazie al lavoro di organizzazioni per la giustizia sociale e movimenti come Black Lives Matter. Queste forze hanno spinto sostenitori progressisti come il New York Times a prestare maggiore attenzione alle voci che vengono incluse e a quelle che continuano ad essere emarginate. Tali principi stanno lentamente trapelando anche nel modo in cui i media americani si occupano di Israele-Palestina. Lo abbiamo visto in evidenza durante gli eventi del maggio 2021: dei 27 articoli di opinione pubblicati sul Times quel mese sei erano di palestinesi, tra cui quelli della regista di Gerusalemme Rula Salameh e degli scrittori di Gaza Refaat Alareer e Basma Ghalayini.

A suo merito, il Times ha recentemente assunto più giornalisti palestinesi e arabi, tra cui Hiba Yazbek e Raja Abdulrahim. La loro cronaca è stata cruciale nel portare voci, esperienze e prospettive palestinesi a lettori che altrimenti non vi avrebbero avuto accesso. Il Times ha anche continuato a pubblicare editoriali di palestinesi, tra cui due recenti articoli dell’avvocata palestinese di Haifa Diana Buttu e uno del direttore generale di Al-Haq Shawan Jabarin.

È bello vedere una maggiore rappresentanza palestinese nella redazione notizie e nelle pagine editoriali. Ma questi cambiamenti non sono sufficienti finché la maggior parte delle opinioni presentate sul Times continuano a essere prodotte da progressisti filo-israeliani come Thomas Friedman e conservatori come Bret Stephens. Come abbiamo visto con l’editoriale di sabato, quando si parla di Israele-Palestina la redazione del Times soffre ancora dell’assenza di voci palestinesi. E di conseguenza i suoi membri si aggrappano ancora a miti vecchi e screditati sulla democrazia israeliana e su un futuro a due Stati.

Il comitato di redazione del Times è da molto tempo in ritardo quando si tratta di riconoscere ciò che sta accadendo sul campo in Israele-Palestina. Mentre le loro posizioni divengono sempre meno aderenti alla realtà forse i membri del comitato finalmente ascolteranno – ascolteranno davvero – ciò che i palestinesi hanno sempre sostenuto.

La Dott.ssa Maha Nassar è Professoressa Associata presso la School of Middle Eastern and North African Studies dell’Università dell’Arizona. È autrice di Brothers Apart: Palestines Citizens of Israel and the Arab World [Fratelli separati: cittadini palestinesi di Israele e del mondo arabo] (Stanford University Press, 2017).

Twitter: @mtnassar.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mondiali 2022: come i tifosi arabi dicono la verità a Israele sulla Palestina

Emile Badarin

2 dicembre 202-Middle East Eye

Rifiutando le interviste ai giornalisti israeliani, i tifosi arabi si rifiutano di conferire legittimità al sistema di apartheid dello Stato israeliano.

I giornalisti israeliani sono accorsi a Doha questo mese per coprire la Coppa del Mondo, alcuni trasformandola in una missione per far “parlare con Israele” l’opinione pubblica araba. Ma nelle frequenti interazioni catturate tramite i social media, i tifosi hanno cortesemente rifiutato l’offerta in modi diversi.

Alcuni si sono rifiutati di dialogare; altri hanno sottolineato il loro impegno per la causa palestinese; altri si sono semplicemente allontanati dopo aver capito che il giornalista proveniva da Israele.

La politica del riconoscimento ispira la “missione giornalistica” israeliana in Qatar e altrove. Questi giornalisti, come gran parte dell’opinione pubblica israeliana e dei media occidentali, sembrano essersi convinti che la Palestina e i palestinesi siano scomparsi dalla coscienza araba a causa dei mutamenti geopolitici in tutto il mondo arabo.

Per gli “esperti” israeliani e occidentali questi cambiamenti geopolitici hanno rappresentato una versione ridotta della fine della storia in Medio Oriente. Generalmente considerano la presunta “scomparsa” dei palestinesi come un fattore positivo che ha consentito nel 2020 i cosiddetti Accordi di Abramo e la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e quattro Stati arabi.

Forse non c’è occasione migliore per raccogliere i frutti della normalizzazione di una Coppa del Mondo ospitata da uno Stato arabo che ha temporaneamente permesso ai media israeliani di viaggiare liberamente e informare dal Qatar, anche se questo non ha legami ufficiali con Israele. Sembra che alcuni giornalisti israeliani si siano presi la briga di dimostrare che non sono stati solo i regimi arabi a riconciliarsi con – o meglio, a capitolare davanti al progetto coloniale sionista, ma anche la popolazione araba.

In questo senso l’atto di “parlare a Israele” è interpretato come una forma di riconoscimento, o almeno un potente indicatore di avvicinarsi sempre più verso l’evanescente punto finale del colonialismo di insediamento in Palestina. Punto finale che richiede la legittimazione della sovranità di Israele dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo [cioè su tutta la Palestina storica, ndt.] e la deportazione della popolazione indigena.

In Qatar hanno trovato l’opposto. Sebbene Israele abbia ottenuto il riconoscimento di alcuni regimi arabi, inclusa l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, non è riuscito assolutamente a ottenere il riconoscimento da parte dell’opinione pubblica araba.

Espropriazione dei palestinesi

Parlare con Israele” in questo contesto ha lo scopo di ottenere un riconoscimento popolare che legittimerebbe e normalizzerebbe la struttura del colonialismo d’insediamento israeliano che continua a espropriare i palestinesi. Pertanto, rifiutandosi di parlare, i cittadini arabi inviano un chiaro messaggio a coloro che sono al potere in Medio Oriente e in Occidente: sono contrari alla normalizzazione senza giustizia, indipendentemente da quanti accordi di “pace” firmi Israele con i regimi arabi.

Invece di “parlare” i tifosi arabi hanno mostrato uno specchio davanti alle telecamere israeliane, ricordando agli spettatori ciò che hanno ostinatamente tentato di dimenticare: la Palestina. Ciò ricorda ai giornalisti israeliani e al loro pubblico il colonialismo di insediamento, la pulizia etnica, l’occupazione, i rifugiati palestinesi e la Nakba (catastrofe) in corso dal 1948. I tifosi del Marocco alludevano a questo quando hanno dispiegato una bandiera della Palestina al 48° minuto della partita Marocco-Belgio.

Ciò che sorprende è lo shock israeliano nel vedere riflesso, nonostante il passare del tempo, l’indignazione per la violenza e la costruzione di Israele sulla terra rubata ai palestinesi che non è svanita.

Questa è la stessa realtà coloniale che la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh ha mostrato instancabilmente al mondo, fino a quando un cecchino israeliano le ha sparato uccidendola lo scorso maggio, un omicidio che è stato ripreso dalle telecamere. Inoltre non è un caso che un anno prima, nel maggio 2021, Israele abbia distrutto la torre dei media di Gaza che ospitava diverse agenzie di stampa internazionali che informavano dall’enclave assediata.

Come i tifosi di calcio in Qatar, Abu Akleh e i suoi colleghi giornalisti in Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme e altrove hanno alzato degli specchi che hanno riflesso la brutta immagine del colonialismo israeliano che i popoli arabi non hanno né dimenticato né perdonato. Mentre Abu Akleh è stata uccisa e il mondo non può più vedere il riflesso di Israele attraverso la sua macchina fotografica, non è stato possibile reprimere i messaggi dei tifosi in Qatar.

Coscienza distorta

Di conseguenza, alcuni giornalisti israeliani sembrano essersi rivolti alla narrativa del vittimismo per respingere l’immagine inquietante del colono, il che richiede creatività e autoinganno. È notevole la rapidità con cui alcuni sono ricorsi al “manuale” sionista, presentando il loro fallimento nell’ottenere una “buona parola” su Israele come una manifestazione di odio arabo e musulmano e un desiderio di “cancellare (gli israeliani) dalla faccia della terra”.

Non solo in Israele, ma in tutto il mondo del colonialismo d’insediamento europeo, il senso di vittimismo tra i coloni è un veicolo per rivendicare un’innocenza che galleggia in una coscienza distorta che rappresenta l’anormale e l’ingiusto come normale e giusto.

In questa prospettiva, Israele è solo un altro Stato “normale”- se non l’unico Stato civile e rispettoso dei diritti umani in Medio Oriente, indipendentemente dal fatto che secondo Human Rights Watch ha varcato la soglia dell’apartheid – che ha relazioni “normalizzate” con diversi Stati arabi: uno Stato che gli arabi dovrebbero ammirare, con cui fare amicizia e guardare come un esempio.

Affinché questa normalità immaginaria abbia un senso gli israeliani devono vivere il mito sionista della terra senza popolo per un popolo senza terra. Pertanto devono attivamente dimenticare che i palestinesi esistono davvero, anche dopo un secolo di espropriazione ed eliminazione da parte del colonialismo d’insediamento sionista. L’ironia di far dimenticare continuamente i palestinesi è che li rende più presenti.

Il movimento per i diritti civili dei neri negli Stati Uniti ha sostenuto la necessità di dire la verità al potere nella lotta contro la segregazione razziale e l’ingiustizia. Ma cosa succede se il parlare stesso può essere trasformato in un veicolo per togliere potere e spogliare?

Tentando di far parlare il popolo arabo con Israele i giornalisti hanno cercato un riconoscimento popolare che conferisse legittimità normativa all’apartheid e all’ingiustizia israeliane. Rifiutarsi di parlare è un atto di resistenza. Paradossalmente [il rifiuto di parlare, ndt.] sta dicendo la verità al potere dei regimi arabi, di Israele e del resto del mondo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Gli ebrei australiani stanno cambiando idea su Israele. E hanno bisogno di una voce nuova

Antony Loewenstein

12 novembre 2022 – The Sunaday Morning Herald

 

L’establishment ebraico ha espresso il proprio sdegno in seguito al recente annuncio del governo di Albanese che non avrebbe più riconosciuto Gerusalemme Est come capitale di Israele, riportando Canberra nel consesso globale dopo la decisione di Scott Morrison nel 2018 di imitare Donald Trump,

L’opinione pubblica ha sentito i portavoce ebrei delle organizzazioni sioniste condannare il governo per la sua presunta indifferenza e ignoranza. Anche il governo israeliano ha criticato la decisione, dicendo che sperava che l’Australia avrebbe gestito “altre questioni più seriamente e professionalmente”.

Questi critici speravano che protestando avrebbero dissuaso il governo di Albanese dal riconoscere lo Stato palestinese, una delle promesse preelettorali, o dal criticare troppo veementemente le politiche del governo israeliano.

L’Australia è stata per molto tempo fra i principali sostenitori di Israele e, nonostante il recente polverone, l’era Albanese non promette un cambiamento radicale. La decisione su Gerusalemme sembra più che altro una nota a marginale. Allo stesso modo riconoscere la Palestina sarebbe un piccolo passo, sebbene sia importante che l’Australia dimostri di considerare i palestinesi come esseri umani che meritano l’uguaglianza dei diritti.

Dopotutto Israele sta occupando illegalmente il territorio palestinese da oltre 55 anni. Il 2022 è destinato a essere il più letale per i palestinesi in Cisgiordania dal 2005. Israele sta accelerando la demolizione di case palestinesi e l’esercito israeliano è apertamente complice dei coloni ebrei in Cisgiordania. La fondazione di colonie è aumentata vertiginosamente.

Riportando la notizia su Gerusalemme inizialmente molti dei media australiani hanno ignorato le comunità palestinesi o arabe, intervistando solo esponenti ebrei. È stato solo alcuni giorni dopo che si è cominciato a chiedere ai palestinesi quali fossero le loro posizioni riguardo a Gerusalemme.

Ciò è un riflesso del potere politico in Australia sul conflitto israelo-palestinese: chi ce l’ha e chi no.

Quali sono le organizzazioni ebraiche che affermano di parlare per la comunità in Australia? Come sono state elette e chi garantisce loro legittimità? Molte parlano solo per se stesse, altre sono finanziate privatamente eppure quasi tutte parlano all’unisono.

L’obiettivo chiave della lobby israeliana è fare la guardia pretoriana dello Stato ebraico. Ogni opposizione è condannata come un tradimento e deve essere demonizzata. L’ho sperimentato di persona: messaggi di odio, minacce di morte e tentativi per far pressione sul mio editore nel 2006 affinché mandasse al macero il mio primo libro, il best-seller My Israel Question.

I principali gruppi cosiddetti sionisti, dall’Australia/Israel and Jewish Affairs Council [Consiglio degli Affari Australia/Israele ed Ebraici] (AIJAC) all’Executive Council of Australian Jewry [Consiglio Esecutivo dell’Ebraismo Australiano], si sono fossilizzati e sono incapaci di ammettere che stanno difendendo un Israele immaginario, un Paese “democratico” che esiste solo nelle loro menti. Una Nazione che occupa brutalmente 5 milioni di palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, non-cittadini soggetti a un governo militare che non possono votare in un’elezione israeliana, per definizione non è una democrazia.

Praticamente le principali organizzazioni per i diritti umani nel mondo, inclusi Human Rights Watch e Amnesty International e le principali associazioni israeliane hanno pubblicato rapporti che descrivono il sistema di apartheid dello Stato di Israele.

Le opinioni degli ebrei australiani su questi temi stanno cambiando, eppure ciò è raramente rispecchiato dalle loro associazioni comunitarie o dai principali media. Molti giovani ebrei votano per i Verdi, nonostante la vecchia generazione consideri il partito troppo favorevole ai diritti dei palestinesi.

Una ricerca del 2021 finanziata da Plus61J, organo di stampa ebraico, ha rivelato che il 62% dei circa 3500 intervistati sosteneva allo stesso modo gli israeliani e i palestinesi, l’11% era più a favore degli israeliani e il 19% più per i palestinesi. Il sostegno a favore dei palestinesi era particolarmente pronunciato fra i giovani tra i 18 e i 24 anni.

Queste cifre dovrebbero preoccupare l’establishment ebraico locale poiché seguono un trend simile a quello visto negli Stati Uniti nell’ultimo decennio, con numeri crescenti di giovani ebrei contrari a Israele. L’ex presidente USA Donald Trump ha accelerato questo spostamento sia appoggiando acriticamente il progetto coloniale israeliano durante il suo mandato che accusando recentemente gli ebrei americani di non essergli sufficientemente grati per il suo sostegno allo Stato ebraico. Un’inchiesta del 2021 fra gli ebrei americani ha rilevato che il 22% degli intervistati concorda sul fatto che “Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi” e il 25% che “Israele è uno Stato di apartheid”.

Le elezioni israeliane di questo mese, con l’incremento del sostegno a partiti di estrema destra, illiberali, anti-LGBT e antipalestinesi, hanno causato ulteriori grattacapi ai più intransigenti sostenitori di Israele in Australia e nel resto del mondo. Prima delle elezioni, Jeremy Leibler, presidente della Federazione Sionista d’Australia, ha detto che l’aumento del “razzismo” del politico di estrema destra Itamar Ben-Gvir era pericoloso poiché è un politico con un’“ideologia di odio”.

Eppure non sono altro che nodi che finalmente vengono al pettine. Per decenni l’estrema destra israeliana è stata de facto al potere con Benjamin Netanyahu, ora in ottima posizione per un ritorno in carica come primo ministro, avendo stretto vari accordi in anni recenti per legittimare a livello politico e persino nel cuore del governo politici che sostengono apertamente la pulizia etnica dei palestinesi.

Dov’era lo sdegno dell’establishment ebraico riguardo a questa situazione prima della scorsa settimana? Al contrario, ha passato anni avallando il programma di colonizzazione israeliano e utilizzando come arma l’accusa di antisemitismo contro chi criticava la politica israeliana.

Al momento c’è solo un’alternativa possibile per quei gruppi ebraici che sono o silenti o paralizzati davanti all’estrema destra. Il New Israel Fund (NIF) è un’organizzazione progressista, sionista [statunitense no profit, ndt.] che si esprime contro l’estremismo e crede in una “democrazia per tutti i suoi cittadini”. Comunque, a parte NIF, non ci sono qui enti autorevoli non-sionisti paragonabili all’influente Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, organizzazione ebraica antisionista che sostiene il movimento BDS. Fra i membri Noam Chomsky, Tony Kushner e Naomi Klein, ndt.] negli USA a offrire una visione più equilibrata.

La comunità ebraica locale ha fallito troppo a lungo nel sostenere davvero i diritti di tutti gli ebrei e delle minoranze dando la priorità invece alle forme più estreme di sionismo. È ora di essere responsabili e che voci nuove e più illuminate migliorino la nostra società multiculturale.

Molti ebrei della diaspora sentono che la propria identità è legata al destino dello Stato ebraico. Ma cosa succede quando quella Nazione occupa in modo arrogante un altro popolo per decenni? La comunità ebraica deve aprire la propria mente e creare coalizioni oltre la ristretta visione sionista del mondo.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente vissuto a Gerusalemme Est fra il 2016 e il 2020. Il suo prossimo libro è: The Palestine Laboratory: How Israel Exports The Technology Of Occupation Around The World [Il laboratorio Palestina: come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione nel mondo].

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israeliani, prendete atto: la resistenza armata all’occupazione è legale, non è terrorismo

Orly Noy

13 settembre 2022 – Middle East Eye

Nonostante ciò che afferma il diritto internazionale, l’opinione pubblica israeliana ha interiorizzato la nozione secondo cui, per definizione, non esiste una legittima lotta palestinese per la liberazione nazionale.

È improbabile che più di una manciata di ebrei in Israele sappia riferire correttamente quante incursioni abbia effettuato l’esercito israeliano la settimana scorsa in città palestinesi della Cisgiordania, quanti arresti abbia compiuto, o quante persone abbia ucciso.

Al tempo stesso è improbabile che vi sia stata più di una manciata di israeliani che non fosse a conoscenza della sparatoria su un autobus di soldati nella Valle del Giordano, avvenuta domenica 4 settembre.

Spari di palestinesi contro soldati israeliani –invece che israeliani che sparano a palestinesi – non è solo un inquietante episodio di “un uomo che morde un cane”, che ribalta l’ordine consueto richiedendo di essere raccontato dettagliatamente; in tutti quei reportage l’evento è stato definito come attacco terroristico ed i palestinesi armati come terroristi.

Non una parola sul fatto che gli spari erano rivolti contro un esercito occupante e sono avvenuti in una terra occupata.

I media israeliani hanno un ruolo chiave nel formare l’opinione pubblica al servizio della macchina di propaganda del potere, mantenendo l’opinione pubblica israeliana nella totale ignoranza dei fatti più importanti.

L’opinione pubblica israeliana, in generale, ha completamente interiorizzato la nozione secondo cui, per definizione, non esiste una lotta palestinese per la liberazione nazionale che sia legittima.

Analogamente alla radicale rimozione dalla coscienza israeliana della linea dell’armistizio del 1949, conosciuta anche come Linea Verde – al punto che la sola menzione della sua esistenza da parte della municipalità di Tel Aviv provoca minacce del Ministero dell’Educazione – anche la costante etichettatura di ogni lotta palestinese come terrorismo occulta l’importante distinzione ai sensi del diritto internazionale tra un’azione che prende di mira dei combattenti ed una diretta contro civili.

Un diritto legittimo

Il fatto è che il diritto internazionale riconosce il diritto legittimo di un popolo di lottare per la propria libertà e per la “liberazione dal controllo coloniale, dall’apartheid e dall’occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata”, come confermato, per esempio, dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1990.

L’uso della forza per ottenere la liberazione è legittimo. Il modo in cui viene usata la forza è disciplinato dalle leggi di guerra, il cui scopo principale è proteggere i civili non coinvolti da entrambe le parti.

I colpi sparati nella Valle del Giordano non erano diretti contro civili e non possono essere considerati un’azione terroristica. Sono stati un atto di resistenza contro un potere occupante, in una terra occupata.

Il regime israeliano e i suoi ossequiosi portavoce, i media israeliani, trattano ogni azione contro le forze di occupazione in una terra occupata esattamente come se fossero azioni contro civili nel cuore di Tel Aviv: atti terroristici perpetrati da terroristi.

Questa equiparazione non solo nega un fondamento legale o morale all’azione; è anche contraria agli interessi dei cittadini di Israele.

Le leggi di guerra pertinenti sono finalizzate anzitutto e soprattutto a proteggere i civili che non partecipano al ciclo di violenza e a circoscrivere tale violenza a chi effettivamente combatte.

Tuttavia Israele non riconosce la categoria di combattenti palestinesi: dal punto di vista israeliano ogni forma di resistenza, anche nonviolenta, alla sua occupazione ed oppressione costituisce un pericolo alla sicurezza che è facilmente riconosciuto come terrorismo, come quando recentemente Israele ha dichiarato che le sei più importanti ONG palestinesi sono organizzazioni terroristiche.

Questa è una doppia distorsione da parte di Israele. Se da un lato tratta tutte le azioni palestinesi, anche quelle dirette contro soldati, come atti di terrorismo, dall’altra Israele descrive ogni azione israeliana contro i palestinesi come legittima, anche quando quei palestinesi sono civili.

Tipica brutalità

Come esempio particolarmente vergognoso di questa politica, considerate le conclusioni finali pubblicate dall’esercito israeliano riguardo all’uccisione di Shireen Abu Akleh. L’esercito ha inizialmente sostenuto che Abu Akleh è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco palestinesi, una palese menzogna che è stata smascherata da una serie di organi di stampa che hanno esaminato minuziosamente le prove. La versione riveduta che l’esercito ha pubblicato in seguito è anch’essa lontana dall’essere coerente con le prove.

Il Procuratore Generale dell’esercito ha annunciato che non sarebbe stata aperta alcuna inchiesta, nonostante l’agghiacciante ammissione che Abu Akleh, che indossava un giubbotto che la identificava chiaramente come giornalista, è stata colpita a morte da un soldato che usava un fucile di precisione con mirino telescopico – che ingrandisce il bersaglio di quattro volte.

Altrettanto deprecabile la risposta israeliana alla richiesta americana davvero modesta di “riconsiderare” le procedure dell’esercito in Cisgiordania riguardo a quando è consentito aprire il fuoco.

Non che l’esercito smetta di assassinare persone innocenti, Dio non voglia, né che interrompa le incessanti irruzioni nelle città della Cisgiordania, gli arresti di massa, i prelevamenti notturni dei bambini dai loro letti – soltanto che si sforzi un po’ di più, se non è troppo difficile, di evitare altri casi simili.

I potenti Stati Uniti preferiscono non trovarsi coinvolti in casi del genere perché può succedere che la vittima abbia cittadinanza americana, come nel caso di Abu Akleh.

Israele, che ha risposto con la solita brutalità, non è disposto neppure all’atto formale di accettare a parole questa modesta richiesta. Il Primo Ministro Yair Lapid si è affrettato a dire agli americani che “nessuno ci imporrà le regole di ingaggio”.

Con lo stesso spirito il Ministro della Difesa Benny Gantz ha affermato: “Il capo di stato maggiore, e lui solo, decide e continuerà a decidere le politiche di ingaggio.”

In altri termini, Israele mette sull’avviso gli americani, in realtà il mondo intero: nessuno dirà mai a Israele quanti, chi, quando, dove o come uccideremo. E la questione è chiusa, fino alla prossima volta.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Orly Noy è la direttrice di B’Tselem – Centro israeliano di Informazione per i Diritti Umani nei territori occupati.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La relatrice speciale per l’ONU afferma che gli attacchi israeliani su Gaza sono “illegali”.

Redazione Al Jazeera

7 agosto 2022 – Al Jazeera

Francesca Albanese chiede alle Nazioni Unite di indagare se Israele abbia violato il diritto internazionale e di accertare le responsabilità.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati afferma che i raid aerei israeliani sulla Striscia di Gaza assediata “non solo sono illegali, ma irresponsabili”, invocando una soluzione diplomatica all’ultimo scoppio di violenza iniziato venerdì, quando Israele ha lanciato gli attacchi aerei su Gaza City.

La situazione a Gaza è sull’orlo di una crisi umanitaria”, ha detto Francesca Albanese ad Al Jazeera.

Il solo modo per garantire il benessere dei palestinesi ovunque siano è togliere l’assedio e permettere l’ingresso degli aiuti”.

Israele ha definito l’attacco come azione “preventiva” di autodifesa contro il gruppo della Jihad Islamica palestinese e ha detto che l’operazione sarebbe durata una settimana.

Albanese ha esecrato gli Stati Uniti per aver detto di ritenere che Israele aveva il diritto di difendersi. “Israele non può sostenere che si sta difendendo in questo conflitto”, ha detto Albanese.

L’ambasciatore statunitense in Israele, Tom Nides, venerdì ha scritto su twitter: “Gli Stati Uniti credono fermamente che Israele abbia il diritto di proteggersi. Ci stiamo impegnando con le diverse parti e invitiamo tutti alla calma.”

La sua posizione è stata ripresa dalla Ministra degli Esteri britannica Liz Truss, che ha detto che il Regno Unito “sta dalla parte di Israele e del suo diritto a difendersi” e ha condannato i gruppi terroristi che sparano ai civili e la violenza che ha provocato vittime da entrambe le parti.”

A partire da venerdì a Gaza sono stati uccisi almeno 31 palestinesi e 260 sono stati feriti. A sabato non sono stati riferiti feriti gravi dal lato israeliano, in quanto secondo l’esercito il sistema di difesa Iron Dome ha intercettato il 97% dei razzi lanciati dalla striscia assediata.

La protezione è ciò che ho chiesto in Palestina e non solo io. È necessario…proteggere le vite dei civili”, ha detto Albanese. “Non è possibile che Israele si stia difendendo dai civili dal 1967.”

La relatrice speciale, che è un’esperta indipendente responsabile del monitoraggio delle violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati e di riferirne all’ONU, ha chiesto all’ente internazionale di accertare se a Gaza sia stato violato il diritto internazionale e di garantire l’attribuzione delle responsabilità.

Ritengo che la mancanza di attribuzione di responsabilità rafforzi Israele”, ha detto Albanese. “Vedo come soluzione la fine dell’occupazione.”

Una commissione di inchiesta indipendente istituita dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU dopo la brutale guerra contro Gaza nel maggio 2021 ha affermato che Israele deve fare di più che “porre semplicemente fine all’occupazione” della terra che i dirigenti palestinesi esigono per un futuro Stato.

Di per sé la fine dell’occupazione non sarà sufficiente”, conclude il rapporto pubblicato a giugno. Aggiunge che devono essere prese misure per assicurare un uguale godimento dei diritti umani per i palestinesi.

Tuttavia fornisce prove che Israele “non ha intenzione di porre termine all’occupazione”, ma al contrario persegue il “completo controllo” dei territori occupati nel 1967.

La commissione conclude che il governo israeliano “ha agito in modo da alterare la demografia tramite il mantenimento di un contesto repressivo per i palestinesi e favorevole ai coloni israeliani.”

Gli USA hanno lasciato il Consiglio (per i Diritti Umani) nel 2018 imputando “un cronico pregiudizio” contro Israele e vi sono pienamente rientrati solo quest’anno.

Nel maggio 2021 un’offensiva militare durata 11 giorni contro Gaza ha ucciso oltre 260 palestinesi e ne ha feriti più di 2.000. In Israele sono state uccise 13 persone.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Accusare di apartheid non basta: un’intervista a Miloon Kothari, Alto Commissario ONU per i diritti umani 

David Kattenburg

25 luglio 2022 – Mondoweiss

Miloon Kothari, Alto Commissario ONU per i diritti umani chiarisce perché l’apartheid non basta a spiegare le cause alla radice della crisi palestinese.

Il viaggio di Joe Biden in Israele, nella Palestina occupata e in Arabia Saudita è finito in un lampo.

La Dichiarazione di Gerusalemme firmata da Biden e dal premier israeliano Yair Lapid cita le “ostilità con Hamas durate undici giorni nel maggio 2021,” e riafferma l’impegno di Washington a fornire a Israele, una potenza nucleare, 1 miliardo di dollari destinati alla difesa missilistica (oltre ai 3,8 miliardi che già riceve) e ad aiutare Israele a costruire “sistemi di armi laser ad alta energia” per difendersi da Iran e dai suoi “terroristi per procura.”

Nella Dichiarazione è degno di nota il riferimento al conflitto del maggio 2021 in cui furono uccisi oltre 250 gazawi, di cui 66 minori, e furono feriti migliaia di palestinesi. In seguito a quell’attacco il Consiglio ONU dei Diritti Umani (HRC) ha istituito una Commissione di Inchiesta per identificare “le cause profonde” degli undici giorni di violenza.

La Commissione ha presentato il suo primo rapporto al Consiglio ONU per i Diritti Umani il 7 giugno, probabilmente mentre si stilava la Dichiarazione di Gerusalemme di Biden e Lapid. A giudicare dal contenuto, il sostegno incondizionato che gli USA hanno sempre offerto a Israele sarà più complicato.

Il nome completo è lunghissimo e la dice lunga. Secondo Ia “Commissione d’Inchiesta indipendente e internazionale (COI) sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est e Israele”, “Israele” è effettivamente un unico Stato dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo], uno Stato chiaramente di apartheid, ma dove il problema fondamentale sono i coloni.

Navanethem (Navi) Pillay, giurista sudafricana con straordinarie credenziali (vedi sotto), presiede la Commissione, con l’australiano Chris Sidoti, consulente per i diritti umani, e Miloon Kothari, accademico e attivista indiano per i diritti umani e difensore del diritto alla casa.

Dopo il primo rapporto della Commissione, Mondoweiss ha intervistato Miloon Kothari. Le sue opinioni sono schiette e taglienti.

Un mandato sulle cause profonde

A differenza delle passate commissioni d’inchiesta dell’ONU sul “conflitto” in Medio Oriente, il mandato della Commissione Pillay non ha limiti temporali, non è soggetto a rinnovi annuali né a restrizioni nell’esame del conflitto che ha portato alla sua costituzione. Al contrario, le è stato detto di procedere con calma ed esaminare le “cause profonde sottostanti alle tensioni ricorrenti.”

E, in contrasto con le passate commissioni e i passati relatori speciali sui Territori Palestinesi Occupati (OPT), la Commissione è stata incaricata di esaminare la situazione sia nei Territori che in Israele “propriamente detto”, (“Israel itself,” come definito nel rapporto di giugno della Commissione).

“Quindi essenzialmente stiamo esaminando la situazione dei diritti umani dal fiume al mare,” dice Kothari a Mondoweiss. “Ci sono somiglianze dentro e fuori la Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania prima dell’occupazione nel 1967, ndt.] e quindi bisogna fare dei collegamenti.”

Il rapporto di giugno della Commissione sottolinea questi collegamenti.

“L’impunità alimenta il crescente risentimento fra il popolo palestinese nei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est e in Israele … La continua occupazione dei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est, il blocco di Gaza che dura da 15 anni e la pluriennale discriminazione entro i confini di Israele sono tutti intrinsecamente legati e non possono essere analizzati singolarmente” [corsivo aggiunto].

Miloon Kothari approfondisce il discorso.

“Ciò che è emerso nei territori occupati dal ’67 è già successo entro la Linea Verde fin dal ’48: i livelli di discriminazione, le leggi differenziate e lo spossessamento dei palestinesi in Israele,” dice Kothari a Mondoweiss. “Così io penso sia importante fare questa distinzione, ma anche tracciare dei parallelismi.”

Più facile a dirsi che a farsi. Israele non permetterà alla Commissione Pillay l’ingresso nello “Stato Ebraico” e l’Egitto non la lascerà entrare a Gaza (per ora). Quindi i commissari hanno incontrato palestinesi e israeliani ad Amman e in Europa. Una delegazione di trenta accademici ebrei israeliani, giornalisti ed ex diplomatici ha incontrato la Commissione a Ginevra.

Kothari dice a Mondoweiss: “In generale erano d’accordo con noi e ci hanno incoraggiato a continuare. L’ambasciatore israeliano non ha risposto a una richiesta di un incontro a Ginevra. Se pensano di avere qualcosa da dire dovrebbero lasciarci entrare e spiegare il loro punto di vista sull’intera situazione. Comunque non abbiamo perso la speranza. Continuiamo a provare. E a sperare che, prima o poi, ci permettano di entrare.”

Un’occupazione permanente

Una delle osservazioni più esplicite del primo rapporto della Commissione (limitato in questa fase alla revisione dei risultati delle precedenti commissioni ONU e dei relatori speciali) si riferisce all’apparente permanenza dell’occupazione israeliana.

“La Commissione nota la forza della prova indiziaria credibile che indica in modo convincente che Israele non ha intenzione di porre fine all’occupazione, attua chiaramente politiche per assicurare il controllo completo sui Territori palestinesi occupati e opera per alterare la demografia tramite il mantenimento di un contesto repressivo contro i palestinesi e favorevole ai coloni israeliani,” afferma il rapporto.

Come ha fatto notare Michael Lynk, ex relatore speciale ONU, un’occupazione belligerante “permanente” secondo il diritto internazionale è un ossimoro. Miloon Kothari va oltre.

“È stata illegale fin dagli inizi,” dice Kothari a Mondoweiss.

“Mi spingerei a sollevare la domanda sul perché (Israele è) membro delle Nazioni Unite. Perché… il governo israeliano non rispetta i propri obblighi come Stato membro dell’ONU. In realtà, sia direttamente che tramite gli Stati Uniti, cerca sempre di minare il funzionamento dell’ONU.”

E Kothari e gli altri commissari sostengono che Israele pratica il grave crimine di apartheid.

Citando osservazioni del Comitato ONU sui diritti Civili e Politici, la Commissione Pillay nota il “sistema a tre livelli sistema giuridico (israeliano) che concede uno stato civile, diritti e protezione legale differenziati a seconda che si tratti di cittadini ebrei israeliani, cittadini palestinesi di Israele e palestinesi residenti a Gerusalemme Est.”

Inoltre nel suo rapporto iniziale la Commissione sottolinea che “Israele applica una parte sostanziale della sua legislazione interna ai coloni israeliani in Cisgiordania, mentre i palestinesi sono soggetti alla legge militare israeliana.”

Limiti dell’apartheid

Ma la Commissione Pillay non è ancora pronta a uscire dal limbo dell’apartheid.

“L’apartheid è un paradigma/quadro per capire la situazione, ma non è sufficiente,” dice Kothari a Mondoweiss.

“Dobbiamo includere il colonialismo, temi generali come la discriminazione, l’occupazione e altre dinamiche per ottenere un quadro completo delle cause alla radice della crisi attuale… porre fine all’apartheid non porrà fine alla crisi dell’occupazione per il popolo palestinese … il tema dell’autodeterminazione richiede molti altri cambiamenti.”

Ma la Commissione Pillay “in futuro arriverà al tema dell’apartheid perché prenderemo in esame la discriminazione in generale, dal fiume al mare.” dice Kothari.

Nel frattempo la Commissione sta raccogliendo dati forensi per presentarli alla Corte Penale Internazionale (ICC) e alla Corte Internazionale di Giustizia.

“Il nostro lavoro consiste nel formare un archivio di tutte le testimonianze che riusciamo a raccogliere e poi, al momento appropriato, consegnarlo agli organi giudiziari che possono agire,” dice Kothari.

Documentare lo spossessamento

Il segretariato della Commissione Pillay ha a sua disposizione competenze in materia di indagine e consulenza legale, dice Kothari, ed è in contatto con la ICC. A giugno Kothari e i suoi colleghi si sono recati presso la Corte Penale Internazionale, dove hanno incontrato Nazhat Shameem Khan (nessun rapporto con il procuratore capo Karim Khan), la sostituta procuratrice e il suo team.

Mentre raccoglie testimonianze legali per futuri casi giudiziari, la Commissione Pillay progetta anche di individuare “la responsabilità di terzi” dalle “alte parti contraenti” della IV Convenzione di Ginevra. L’articolo 1 della Ginevra IV richiede loro di “rispettare e garantire il rispetto della convenzione in ogni circostanza.”

Fra i temi che la Commissione prenderà in esame con parti terze come USA, Canada e UE ci sono il trasporto di armi in Israele e il coinvolgimento delle loro imprese nell’occupazione a quanto pare permanente di Israele e l’impresa delle colonie, palesemente illegale.

“Speriamo di convincere questi Paesi ad andare oltre l’ideologia e la cieca fiducia in qualsiasi cosa faccia Israele,” dice Kothari.

La Commissione ha in mente di andare in Libano, Giordania, Egitto, Siria e Nord America, per parlare con la diaspora palestinese.

“Ci sono rifugiati che storicamente sono stati espropriati nei territori occupati,” dice Miloon Kothari a Mondoweiss.

Per documentarlo la Commissione userà dati geospaziali che “mostrano molto chiaramente… fino a che punto le dimensioni dell’occupazione si siano consolidate in Cisgiordania e i danni arrecati, per esempio, dal blocco di Gaza.”

Il rapporto della Commissione presenterà questi e altri risultati nel suo secondo rapporto all’Assemblea Generale dell’ONU nella terza settimana di ottobre 2022.

Pressioni politiche

Alcuni membri della Commissione andranno due settimane negli USA per partecipare a tavole rotonde in università e incontrare i parlamentari che siano interessati a incontrarla.

Kothari attira l’attenzione di Mondoweiss sull’Atto di Eliminazione della COI (Commissione di inchiesta). Appoggiato da 73 Repubblicani e 15 Democratici (inclusi Henry Cuellar, Josh Gottheimer e Ritchie Torres), la Risoluzione 7223 della Camera (dei Rappresentanti) chiede una riduzione del 25% degli stanziamenti USA per il Consiglio per i diritti umani che sembra corrispondere al lavoro della Commissione Pillay.

Niente fa arrabbiare gli alleati di Israele più della presidentessa sudafricana della Commissione. Navi Pillay è stata oggetto di attacchi al vetriolo dal momento della sua istituzione.

Le credenziali di Pillay sono notevoli. La prima donna ad aprire uno studio legale nella sua provincia natale di Natal, ha difeso attivisti anti-apartheid incarcerati a Robben Island, è stata giudice dell’Alta Corte del Sud Africa e poi del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda. Pillay al momento fa parte della Corte Internazionale di Giustizia, della Commissione Internazionale contro la pena di morte e del Consiglio Consultivo dell’Accademia Internazionale dei Principi di Norimberga. Presiede inoltre l’inchiesta para-giudiziaria sulla Detenzione nella Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Le sue credenziali non fanno vacillare i suoi oppositori negli USA o in Canada. La [lobby filoisraeliana canadese] B’Nao Brith ha fatto pressione sul governo canadese per farla licenziare ed è stata consigliata (o almeno così dice) di parlare direttamente con Bob Rae, l’ambasciatore canadese.

“Su suggerimento di Rae,” riferisce la BBC, ha anche “richiesto l’aiuto della missione canadese a Ginevra.”

Global Affairs Canada (dipartimento del Governo canadese) a cui è stato chiesto se la BBC avesse veramente chiesto alla missione canadese a Ginevra di far licenziare la dott.ssa Pillay, “educatamente” mi ha detto che non hanno “nulla da aggiungere.”

Dopo il rapporto della Commissione del 7 giugno, quando la porta della stalla era spalancata e i buoi scappati, il Canada si è unito agli Usa e ad altri venti Paesi nella condanna del lavoro della Commissione. La loro lettera al Consiglio per i diritti umani esprime “profonda preoccupazione” circa il mandato “aperto” della Commissione senza “clausola di caducità, data finale o limiti precisi.”

“Nessuno è al di sopra del controllo,” sottolinea la lettera. “Dobbiamo lavorare per opporci all’impunità e promuovere il principio di responsabilità sulla base di criteri applicati in modo coerente e universale.”

Comunque, continua la lettera, “noi crediamo che la natura del COI… dimostri ulteriormente la lunga e sproporzionata attenzione verso Israele da parte del Consiglio… Noi continuiamo a credere che questo esame lungo e sproporzionato debba terminare e che il Consiglio debba affrontare tutti i temi riguardanti i diritti umani, indipendentemente dal Paese, in modo imparziale.”

Miloon Kothari concorda che ‘il Consiglio debba affrontare tutti i temi riguardanti i diritti umani, indipendentemente dal Paese, in modo imparziale”, ma respinge la “doppiezza” e il “doppiopesismo” contenuti nel resto della lettera.

“Quando si parla di Ucraina, il diritto internazionale diventa molto, molto importante,” ha detto a Mondoweiss. “E si procede a testa bassa facendo notare tutte le violazioni commesse dalla Russia. Ma le stesse violazioni di occupazione e spossessamento compiute da Israele non ricevono lo stesso trattamento.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La commissione ONU sulla Palestina invita a cercare nuovi metodi per obbligare Israele a rispettare le leggi internazionali

Redazione di MEM

Martedì 14 giugno 2022 – Middle East Monitor

La commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati ha affermato ieri che la comunità internazionale deve urgentemente esplorare nuovi metodi per garantire che lo Stato di Israele rispetti il diritto internazionale.

L’ex commissaria ONU per i diritti umani Navy Pillay ha inviato al Consiglio per i diritti umani il primo rapporto della commissione sui territori palestinesi occupati e Israele.

Ha affermato che “anche noi siamo fermamente convinti che la continua occupazione del territorio palestinese, includendo Gerusalemme Est e Gaza, i 15 anni di assedio di Gaza e la pluriennale discriminazione all’interno dello Stato di Israele sono tutte collegate e non possono essere considerate separatamente”.

Dato il netto rifiuto da parte dello Stato di Israele di adottare concrete misure per implementare le conclusioni e le raccomandazioni delle precedenti commissioni, la comunità internazionale deve urgentemente esplorare nuove modalità per garantire l’ottemperanza al diritto internazionale.

L’ex giurista sudafricana ha affermato che la comunità internazionale non è riuscita a prendere significative misure per garantire il rispetto del diritto internazionale a parte di Israele obbligarlo a porre fine all’occupazione.

Pillay ha affermato che lo stato di “perpetua occupazione” della Palestina e la duratura discriminazione sia nello Stato di Israele sia in Palestina è la causa fondamentale della continua violenza.

L’ex responsabile della commissione ha affermato che “le minacce di deportazione forzata, le demolizioni, la costruzione ed espansione delle colonie, la violenza dei coloni e l’assedio di Gaza hanno contribuito e continueranno a contribuire a cicli di violenza.”

Ha affermato che la realtà perdurante da decenni porta ad un generale senso di disperazione e alla mancanza di ogni speranza tra i palestinesi in Palestina, Israele e nella diaspora.

Essi sono lasciati senza speranza di un futuro migliore che garantisca loro l’intero spettro dei diritti umani senza discriminazioni,” ha affermato Pillay.

La perdurante situazione di occupazione e discriminazione, ha spiegato, è usata dai palestinesi “che ricoprono incarichi di responsabilità” per giustificare le loro violazioni e irregolarità in violazione del diritto internazionale, incluso il fatto che l’autorità palestinese non sia riuscita a tenere le elezioni legislative e presidenziali.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Per gli israeliani è impossibile vedere un futuro

Gideon Levy

23 maggio 2022-Middle East Eye

Una società non può andare lontano con la testa nella sabbia e sicuramente non sarà in grado di far fronte alle sfide concrete che deve affrontare

Se c’è una cosa che manca completamente nell’agenda pubblica in Israele è una visione a lungo termine. Israele non guarda avanti, nemmeno di mezza generazione.

I bambini sono importanti in Israele e il tempo e l’energia a loro dedicati di solito superano largamente ciò che è normale in gran parte delle altre società, eppure nessuno parla di ciò che attende loro o i loro futuri figli.

Non c’è un solo israeliano, nemmeno uno, che sappia dove sia diretto il suo Paese.

Chiedi a qualsiasi israeliano o a qualunque politico, giornalista o scienziato, del centro, di destra o di sinistra: dove si sta andando? Come sarà il tuo Paese tra 20 anni? O 50? Non riescono nemmeno a immaginare come potrebbe essere tra 10 anni. Pochi israeliani potrebbero dire persino dove vorrebbero che il loro paese andasse, a parte slogan vuoti su pace, sicurezza e prosperità.

Domanda inquietante

Anche molto significativa è l’unica domanda che sorge sul lungo termine: Israele esisterà ancora tra 20 o 50 anni? Solo questo sentirai chiedere in Israele sul futuro. E poi l’altra domanda: ci sarà mai la pace? – che una o due generazioni fa era onnipresente, non è più all’ordine del giorno e quasi mai viene posta.

Ci sono pochissimi posti in cui le persone si chiedono se il loro paese esisterà o meno tra qualche decennio. La gente non se lo chiede in Germania o Albania, o in Togo o in Ciad. Questa domanda potrebbe non essere pertinente nemmeno per Israele: una potenza regionale potentemente armata, straordinariamente ben piazzata nel contesto internazionale, con tali abilità tecnologiche e prosperità, beniamina dell’Occidente…

Eppure pensate a come tanti israeliani continuino a porsi questa domanda, ultimamente più che mai. Notate gli incredibili sforzi che gli israeliani fanno per ottenere un secondo passaporto per sé stessi e per i loro figli: qualsiasi passaporto! Che sia portoghese o lituano, l’importante è avere qualche opzione oltre al passaporto israeliano, come se un passaporto israeliano fosse una specie di permesso temporaneo prossimo alla data di scadenza, come se non fosse possibile rinnovarlo per sempre.

 Tutto ciò suggerisce che l’abitudine israeliana di nascondere la testa sotto la sabbia riguardo al futuro del proprio Paese mascheri una paura radicata, e forse molto realistica, su ciò che il futuro potrebbe riservare. Gli israeliani hanno paura del futuro del loro Paese. Si vantano della potenza e delle capacità del loro Paese, una nazione giusta, un popolo eletto, una luce per le nazioni; sono estremamente vanagloriosi del loro esercito, delle proprie abilità, mentre allo stesso tempo una paura primordiale rode loro le viscere.

Il futuro del loro paese gli è oscuro, avvolto nella nebbia. A loro piace parlare in termini religiosi di eternità, di “una Gerusalemme unita per l’eternità” e “l’eterna promessa di Dio a Israele”, mentre in fondo non hanno idea di cosa accadrà al loro Paese domani o, al più tardi, dopodomani.

L’autoinganno non fornisce risposte

Il gioco si chiama repressione, negazione, auto-illusione in scala sconosciuta a qualsiasi altra società possa venire in mente. Proprio come per la maggior parte degli israeliani non esiste l’occupazione, e sicuramente non c’è apartheid, nonostante la montagna di prove sia sempre più alta, così, per la maggior parte degli israeliani, il domani non è una cosa reale. In Israele il domani non è una cosa reale in termini di ambiente o cambiamento climatico; il domani non è una cosa reale in merito ai rapporti con l’altra Nazione che vive accanto a noi con il nostro ginocchio sulla gola.

Provate a chiedere agli israeliani come sarà un giorno qui con una maggioranza palestinese tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, e nel migliore dei casi non otterrai altro che una scrollata di spalle. Dove sta andando tutto questo? Vivremo per sempre con le armi? Ne vale la pena?

Quello che scoprirete – pensate! – è che gli israeliani non si sono sinora mai posti questa domanda e peraltro nessuno gliel’ha mai chiesto. La loro espressione vi dirà che non hanno mai sentito una domanda così strana. In ogni caso non ci sarà risposta. Gli israeliani non hanno risposta.

Questa situazione è molto malsana, ovviamente. Una società non può andare lontano con la testa sepolta nella sabbia e sicuramente non sarà in grado di far fronte alle sfide che deve affrontare nella realtà. L’occupazione, che più di ogni cosa è ciò che definisce Israele oggi, presenta molte sfide – con le quali Israele rifiuta di fare i conti. Cosa accadrà con l’occupazione? Dove porterà le due società, occupante e occupata, israeliana e palestinese? Può l’occupazione andare avanti per sempre?

Fino a poco tempo fa ero convinto che l’occupazione non potesse durare per sempre. La storia ci ha insegnato che un popolo che lotta per essere libero di solito vince e che i regimi marci, come l’occupazione militare del popolo palestinese da parte di Israele, collassano su se stessi sgretolandosi dall’interno a causa della decadenza che inevitabilmente li pervade. Ma mentre l’occupazione israeliana si trascina e la sua fine si allontana continuamente, dei dubbi stanno lacerando la mia un tempo ferma convinzione che presto sarebbe sicuramente accaduto qualcosa che avrebbe fatto cadere l’occupazione, come un albero che sembra robusto ma all’interno è marcio.

Il caso più spaventoso è quello dell’America e dei nativi americani, storia di una conquista diventata permanente, con i conquistati ammassati in riserve dove hanno indipendenza e autodeterminazione solo in teoria e i loro diritti come cittadini vengono ignorati.

Occupazione senza fine

In altre parole, ci sono per davvero occupazioni che vanno avanti all’infinito, sfidando la statistica e tutte le previsioni, persistendo e durando fino a quando il popolo conquistato smette di essere una nazione e diventa una curiosità antropologica che vive nella sua gabbia in una riserva. Questo accade quando l’occupazione è particolarmente potente e i vinti sono particolarmente deboli e il mondo perde interesse per il loro destino. Un futuro del genere ora incombe sui palestinesi. Si trovano nel momento più pericoloso dalla Nakba nel 1948.

Divisi, isolati, privi di una leadership forte, sanguinanti ai margini della strada, stanno perdendo lentamente il loro bene più prezioso: la solidarietà che hanno suscitato in tutto il mondo, soprattutto nel sud del mondo.

Yasser Arafat era un’icona globale; non c’era posto sulla terra in cui il suo nome non fosse noto. Nessun leader palestinese oggi nemmeno gli si avvicina. Peggio ancora, la causa palestinese sta gradualmente scomparendo dall’agenda mondiale poiché questa ruota su questioni urgenti come la migrazione, l’ambiente e la guerra in Ucraina. Il mondo è stanco dei palestinesi, il mondo arabo si è stancato di loro molto tempo fa e gli israeliani non si sono mai interessati a loro. Ciò potrebbe ancora cambiare, ma le tendenze attuali sono profondamente scoraggianti.

Un’altra Nakba sul modello del 1948 non sembra un’opzione realistica per Israele al momento attuale; la seconda è una Nakba continua, insidiosa e strisciante ma senza drammi eclatanti. C’è certamente qualcuno in Israele che si trastulla con l’idea che dietro il paravento di una qualche guerra futura, Israele potrebbe “finire il lavoro” completato solo in parte nel 1948. Voci minacciose in questa chiave hanno risuonato più forte ultimamente, ma rimangono una minoranza nel discorso pubblico israeliano.

Continuare con gli insediamenti? Perchè no?. Alla maggior parte degli israeliani semplicemente non importa. Non sono mai stati negli insediamenti, non ci andranno mai e non gli importa proprio nulla se Evyatar viene evacuato oppure no.

La lotta si è spostata da tempo sul fronte internazionale. Il passaggio cruciale verrà solo da lì, come è successo in Sud Africa. Ma una parte del mondo ha semplicemente perso interesse, e il resto si aggrappa alla formula della soluzione a due Stati come se fosse sancita da un editto religioso. Eppure, la maggior parte dei decisori sa già che la soluzione dei due Stati è morta da tempo, se mai in effetti è stata viva e vegeta.

La strada è l’uguaglianza

L’unica via d’uscita da questa impasse sconfortante è creare un nuovo discorso, un discorso di diritti e di uguaglianza. Le persone devono smettere di ripetere gli slogan degli anni passati e abbracciare una nuova visione. Per la comunità internazionale, questo dovrebbe essere ovvio; per gli israeliani e, in misura minore, i palestinesi, l’idea è rivoluzionaria, spaventosa ed estremamente dolorosa.

Uguaglianza. Pari diritti dal fiume al mare. Una persona, un voto. Così semplice eppure così rivoluzionario. Questo percorso richiede un distacco dal sionismo e il rifiuto della supremazia ebraica, di abbandonare interamente l’autodeterminazione di entrambi i popoli, ma rappresenta l’unico raggio di speranza.

In Israele fino a pochi anni fa questa idea era considerata sovversiva e illegittima, un tradimento. È ancora vista così, ma con relativamente meno vigore. È diventata esprimibile. Ora spetta alle società civili occidentali e poi ai politici abbracciare il cambiamento. La maggior parte di loro sa già che questa è l’unica soluzione rimasta, ma ha paura ad ammetterlo per non perdere la formula magica di una continua occupazione israeliana fornita dall’ormai morta soluzione dei due Stati.

Il presente è profondamente scoraggiante, il futuro non è da meno. E tuttavia persistere nel pensare che si possa ancora sperare in qualcosa, che si possa ancora intraprendere qualche azione è della massima importanza. La cosa peggiore che potrebbe accadere in questa parte del mondo sarebbe che tutti perdessero interesse per ciò che accade qui e si rassegnassero alla realtà attuale. Questo non deve succedere.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Fare giornalismo in un tempo leggendario. La testimonianza personale di una giornalista

Shireen Abu Aqleh

Ottobre 2021 – This Week in Palestine

Nota Redazionale

Un articolo di Shereen Abu Aqleh dell’ottobre scorso che descrive la sua professione nella terra occupata da Israele e in particolare la capacità  della popolazione palestinese di Jenin di non abbassare mai la testa dinanzi all’invasore anche nei momenti più critici. Scriviamo queste poche righe con lo stato d’animo sconvolto dalle immagini che ci sono giunte da Gerusalemme Est per l’inaudito e violento attacco della polizia al corteo funebre.

Probabilmente è stata una coincidenza a riportarmi indietro di vent’anni. Quando sono arrivata a Jenin a settembre non mi aspettavo di rivivere questa travolgente sensazione. Jenin è ancora la stessa fiamma inestinguibile che abbraccia giovani senza paura che non si fanno intimidire da nessuna possibile invasione israeliana.

Il motivo per cui ho passato parecchi giorni e notti nella città è stato il successo dell’evasione dal carcere di Jalboa. È stato come tornare al 2002 quando Jenin visse qualcosa di unico, diverso da qualunque altra città in Cisgiordania. Verso la fine dell’Intifada di Al-Aqsa cittadini armati si sparpagliarono per tutta la città e sfidarono apertamente le forze di occupazione che intendevano invadere il campo.

Nel 2002 Jenin diventò una leggenda nella mente di molti. La battaglia nel campo contro le forze di occupazione in quell’aprile è ancora molto presente nella mente dei suoi abitanti, anche di quelli che non erano ancora nati quando accadde.

Tornando a Jenin adesso, 20 anni dopo, ho rivisto molti volti familiari. In un ristorante ho incontrato Mahmoud, che mi ha salutata chiedendomi: “Ti ricordi di me?” “Sì”, ho risposto, “Mi ricordo di te”. È difficile dimenticare quel viso e quegli occhi. Lui ha continuato: “Sono uscito di prigione pochi mesi fa”. Mahmoud era ricercato dagli israeliani quando lo incontrai negli anni dell’Intifada.

Ho rivissuto quelle sensazioni di ansia e di orrore che provavamo ogni volta che incontravamo una persona armata nel campo. Mahmoud è uno dei fortunati: è stato incarcerato e rilasciato, ma per gli abitanti di Jenin e per i palestinesi in generale i volti di molti altri sono diventati simboli o semplici ricordi.

Durante questa visita non abbiamo avuto difficoltà a trovare un posto dove stare, diversamente da dieci anni fa quando abbiamo dovuto sistemarci in casa di gente che non conoscevamo. A quel tempo le persone ci aprivano le loro case poiché non c’erano alberghi.

A prima vista la vita a Jenin può sembrare normale, con ristoranti, alberghi e negozi che aprono ogni mattina. Ma a Jenin si ha l’impressione di essere in un piccolo villaggio che controlla ogni straniero che arriva. In ogni strada la gente chiede alla troupe: “Siete della stampa israeliana?”. “No, siamo di Al-Jazeera”. La targa gialla del veicolo israeliano incute sospetto e paura. L’auto è stata fotografata e la foto è stata fatta circolare diverse volte prima che i nostri movimenti in città diventassero familiari per gli abitanti.

A Jenin abbiamo incontrato persone che non hanno mai perso la speranza: non hanno permesso alla paura di entrare nei loro cuori e non sono state spezzate dalle forze di occupazione israeliane. Probabilmente non è una coincidenza che i sei prigionieri che sono riusciti ad evadere fossero tutti dei dintorni di Jenin e del campo [profughi].

Per me Jenin non è un’effimera storia nella mia carriera o nella mia vita personale. È la città che mi può sollevare il morale e aiutarmi a volare. Incarna lo spirito palestinese che a volte trema e cade ma, oltre ogni aspettativa, si rialza per inseguire i suoi voli e i suoi sogni.

E questa è stata la mia esperienza come giornalista: nel momento in cui sono fisicamente stremata e mentalmente esausta, mi trovo di fronte ad una nuova, sorprendente leggenda. Può nascere da un piccolo spiraglio, o da un tunnel scavato sottoterra [riferimento all’evasione dei prigionieri di Jenin fuggiti dal carcere israeliano di Gilboa, ndtr.].

  Shireen Abu Aqleh

Per 24 anni ho coperto il conflitto israelo-palestinese per Al Jazeera. Oltre alla questione politica, il mio interesse è stato e sarà sempre la vicenda umana e la sofferenza quotidiana del mio popolo sotto occupazione. Prima di lavorare per il mio attuale canale sono stata co-fondatrice di radio Sawt Falasteen. Nel corso della mia carriera ho seguito quattro guerre contro la Striscia di Gaza e la guerra israeliana contro il Libano nel 2009, oltre alle incursioni in Cisgiordania. Inoltre ho coperto eventi negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Turchia e in Egitto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un giornale studentesco della università di Harvard appoggia il movimento BDS

Redazione di MEMO

1 maggio 2022 – Middle East Monitor

Un quotidiano gestito dagli studenti dell’università di Harvard ha annunciato il supporto e il sostegno per la campagna per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro l’occupazione israeliana, facendone uno dei più significativi passi intrapresi da una università americana contro l’occupazione.

Il comitato di redazione dell’Harvard Crimson ha annunciato sul suo giornale di ieri che adesso “orgogliosamente” appoggia il movimento BDS, affermando che “siamo orgogliosi di offrire infine il nostro supporto alla liberazione della Palestina e al BDS – ed esortiamo chiunque a fare altrettanto”.

Il comitato di redazione del giornale ha ammesso che, mentre in precedenza avevano una posizione “scettica”, questa è mutata in un sostegno totale della campagna BDS, insistendo che “in questo periodo il peso – delle violazioni israeliane dei diritti umani e del diritto internazionale e del grido di libertà [riferimento a un film sul Sudafrica dell’apartheid sulla vicenda di Stephen Biko, ndtr.] della Palestina – richiede questo passo.

Questo mutamento di pensiero, vi si afferma, è avvenuto attraverso le campagne educative e il materiale illustrativo presentati dalla Campagna di Solidarietà con la Palestina (Palestine Solidarity Campaign) dell’università.

Il comitato di redazione, oltre ad evidenziare l’occupazione israeliana in corso del territorio palestinese, le violazioni dei diritti umani a danno dei palestinesi e le costanti violazioni del diritto internazionale da parte di Tel Aviv, ha riconosciuto che c’è un “soverchiante squilibrio di potere” nella trattazione e nel dibattito attorno alla questione dello Stato di Israele e della Palestina.

Quello squilibrio, che pende massicciamente a supporto della narrativa israeliana all’interno delle istituzioni e dell’amministrazione americana, permette a 26 Stati nella Nazione di imporre pressioni legali sulle società che decidono di boicottare lo Stato di Israele.

Il comitato di redazione del giornale riconosce, da questo punto di vista, che “siamo pienamente consapevoli del privilegio del fatto di avere una testata istituzionale ed efficacemente anonima. Anche in questa sede universitaria molti dei nostri coraggiosi colleghi che sostengono la liberazione della Palestina possono essere trovati in liste di osservati speciali che tacitamente e vergognosamente li collegano al terrorismo.”

Nato nel 2005, il movimento BDS promuove il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dai territori palestinesi occupati della Cisgiordania, così come il boicottaggio di e il disinvestimento da società che gestiscono o hanno contratti con l’occupazione in corso.

Lotte a favore e contro il movimento sono state viste in università in tutte le Nazioni occidentali, in particolare negli USA, e hanno portato famose istituzioni come la Columbia University, l’università di Manchester e l’università dell’Illinois a Urbana-Champaign (UIUC) ad approvare risoluzioni e ad adottare misure a supporto del BDS.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)