L’antisionismo è una forma di antisemitismo?

Azmi Bishara

15 marzo 2019, il lavoro culturale

Durante la visita del 27 febbraio scorso al cimitero ebraico di Quatzenheim, nel dipartimento francese del Basso Reno, il presidente Francese Emmanuel Macron ha promesso di prendere «misure legali» per combattere l’antisemitismo, dichiarando: «agiremo, approveremo delle leggi e puniremo». Successivamente Macron ha visitato il Memoriale dell’Olocausto a Parigi assieme ai Presidenti del Senato e dell’Assemblea Nazionale.

Il giorno seguente, in un discorso alla 34° cena annuale del CRIF (Conseil Représentatif des Institutions Juives de France, n.d.r.), Macron ha promesso che la Francia adotterà una definizione di antisemitismo nella sua legislazione in conformità con quella utilizzata dall’International Holocaust Remembrance Alliance. Questa include l’antisionismo, che Macron ha definito «una delle forme moderne di antisemitismo».[1] Non c’è alcun dubbio che i ripugnanti graffiti che hanno dissacrato quelle tombe costituiscano un crimine d’odio antisemita. Ma in che modo questo ha a che fare con l’antisionismo e certe posizioni verso Israele?

A prescindere dal fatto che Macron voglia veramente, o addirittura possa far approvare una legge del genere, sembra che il presidente francese abbia ben poche conoscenze sia sull’antisionismo sia sull’antisemitismo. Macron sarà sorpreso di apprendere che, non solo alcuni dei più importanti pensatori antisionisti sono degli intellettuali ebrei di varie sensibilità politiche, ma che lo stesso antisionismo, come il sionismo, è un fenomeno ebraico, sviluppatosi originariamente come risposta ebraica al sionismo. Sarà difficile per Macron classificare l’antisionismo come forma di antisemitismo dato che non esiste alcuna connessione tra le due idee.

È vero che prima e dopo la creazione di Israele, e in un contesto di intensa attività sionista in Palestina, ci sono state alcune intersezioni tra il rifiuto indigeno del sionismo in quanto progetto coloniale (non ebraico) e alcuni tratti della propaganda antisemita europea. Questa propaganda ha fornito terminologie e teorie del complotto pronte per l’importazione in Palestina, ma non c’era alcuna relazione storica o teorica tra i due fenomeni. Il rifiuto arabo e palestinese del sionismo non era una questione di ostilità etnica, religiosa o sociale verso gli ebrei ma di rifiuto della conquista coloniale del loro Paese, proprio come gli algerini rifiutavano di accettare l’insediamento di coloni nel loro Paese e altri popoli hanno fatto e farebbero a prescindere dalla loro religione o dalla religione dei coloni.

Tutte le risoluzioni approvate dalle conferenze palestinesi e siriane degli anni Venti rappresentano i primi esempi di distinzione tra ebrei “nazionali” (ovvero indigeni) e coloni ebrei. Il ripugnate (per quanto raro) utilizzo da parte di una certa retorica del nazionalismo arabo di elementi tratti dal linguaggio dell’estrema destra europea, specialmente dopo la sconfitta del 1967, rappresenta la generalizzazione di una propaganda ostile nel contesto di un conflitto militare. La propaganda interna israeliana invece è stata tutt’altro che timida nell’utilizzare un linguaggio e un immaginario razzista per colpire arabi e musulmani. Il razzismo antiarabo ha infatti penetrato il sistema educativo israeliano, la retorica militare e mediatica e molti lavori di letteratura.[2]

Gli ebrei antisionisti hanno giustificato la loro posizione sulla base di argomentazioni religiose, morali e intellettuali, sia da sinistra sia da posizioni liberali. Proprio come esistono degli ebrei antisionisti, in Europa e negli Stati Uniti ci sono anche molti antisemiti che ammirano sia Israele sia il sionismo. Il motivo di questa ammirazione può essere il poderoso stato coloniale che il sionismo ha costruito, il militarismo israeliano, o il modello che Israele ha offerto nella lotta al terrorismo e ai musulmani. In alcuni casi dietro l’ammirazione si nasconde un doppio fine, dato che il sionismo agisce per svuotare l’Europa della sua popolazione ebraica. Questo è quello che gli antisemiti vogliono. I movimenti antisemiti hanno osservato con soddisfazione gli ebrei concentrarsi in un Paese del Medio Oriente, così da non essere più una seccatura per l’Europa.

Non sussiste alcuna sovrapposizione sostanziale tra antisemitismo e antisionismo. Quindi perché sostenere che l’antisionismo sia un fenomeno ebraico?

Il sionismo emerse in seguito alla creazione di una nuova definizione di giudaismo che storicamente ha trasformato il significato dell’ebraicità. È logico che la prima reazione a questo avvenimento sarebbe apparsa in seno alla comunità ebraica. Per i credenti, il sionismo ha riformulato l’essere ebreo dall’essere “il popolo eletto di Dio”, “il popolo del libro” o “un popolo come nessun altro” all’essere parte di una nazione etnica che, come altre nazioni europee del diciannovesimo secolo, cerca di acquisire la sovranità nazionale nella forma di uno Stato-nazione (fuori dall’Europa nel caso di Israele). Anche per i laici il sionismo ha riformulato il giudaismo e lo ha trasformato dall’essere una religione – che non avrebbe dovuto rappresentare un ostacolo all’integrazione nelle nazioni degli Stati laici di cui erano cittadini – in un’identità etnica.

Le prime posizioni antisioniste apparvero all’interno delle principali correnti religiose ebraiche, non solo perché il sionismo è un movimento secolare, ma anche perché il sionismo ha commesso il peccato imperdonabile di secolarizzare il giudaismo stesso, trasformando la religione in una nazionalità etnica.

Le correnti religiose ebraiche hanno modificato la loro idea di popolo eletto di Dio. Alcuni gruppi credono che Dio abbia posto gli ebrei al di sopra degli altri popoli, mentre altri traggono il significato di “eletto” dai tempi della profezia, facendone derivare dei doveri religiosi ed etici e maggiori obblighi piuttosto che privilegi. Esistono molte altre idee. Tuttavia, c’è un consenso generale nel rifiutare l’idea che l’ebraismo sia una nazione che lotta per l’edificazione di uno Stato in questo mondo. Alcuni di questi movimenti aspettano l’arrivo del Messia per costruire uno Stato paradisiaco e salvare il popolo ebraico. Il sionismo è quindi considerata una falsa profezia, incarnata dal progetto statuale, che si proclama (falso) Messia e interferisce nel lavoro di Dio. La maggioranza delle correnti religiose ebraiche, siano esse chassidiche, pseudomistiche o ultraortodosse modaliste, si sono opposte a questa secolarizzazione della comunità ebraica.[3]

Ci fu una ristretta corrente del pensiero religioso ebraico che si intersecò col sionismo, dando vita al movimento Mizrahi. Questo movimento, secondo l’opinione mia e di molti altri, ha formato il nucleo della successiva sovrapposizione tra nazionalismo e religione nei movimenti dei coloni e nelle organizzazioni di estremisti nazionalisti religiosi in Israele. Prima della crescita di questo movimento, religiosità ebraica e “sionistizzazione” erano completamente separate. L’espansione dei movimenti nazional-religiosi in Israele può essere fatta risalire alla crescita in influenza della Yeshiva Mercaz HaRav a Gerusalemme e all’euforia israeliana in seguito al “miracolo divino” del 1967, che portò all’occupazione di “Giudea e Samaria” (la Cisgiordania) e “alla riunificazione” dell’Israele biblica sotto lo Stato di Israele.

Fino ad allora, il sionismo secolare ha fatto uso della religione per necessità, perché era altrimenti impossibile giustificare la scelta della Palestina come luogo in cui edificare lo Stato senza un collegamento biblico ed anche perché la risposta data dal sionismo e dallo Stato di Israele alla domanda “chi è un ebreo?” – una domanda necessaria per definire la cittadinanza – era la definizione di ebrei come formulata dal giudaismo. Da tempo ho previsto che questi movimenti sarebbero cresciuti e che la loro retorica sarebbe divenuta egemonica come risultato delle pratiche di occupazione e della convergenza tra retorica sionista e retorica religiosa nella giustificazione dell’occupazione di Gerusalemme e della Cisgiordania.[4]

La seconda corrente in contrasto col sionismo è la sinistra ebraica. Alcuni all’interno dei partiti comunisti (in particolare i Bolscevichi russi), consideravano il sionismo un movimento borghese che avrebbe condotto alla separazione dei lavoratori ebrei dalla lotta del proletariato per una società più giusta; per essi, la questione ebraica e l’oppressione di tutte le minoranze poteva risolversi con la fine dello sfruttamento e con la lotta di classe. I bundisti ebrei concepivano l’ebraicità sia in una dimensione religiosa che culturale/nazionale. Essi credevano che la questione ebraica si sarebbe risolta grazie al socialismo, ma che i problemi degli ebrei erano simili a quelli del resto della popolazione russa, e che questi problemi si sarebbero risolti attraverso l’ottenimento dello status legale di minoranza. Essi vedevano il sionismo come un movimento isolazionista che cercava di contribuire alle attività coloniali nel Levante Arabo a non a una soluzione della questione ebraica in Europa.[5]

Nelle province russe, in Polonia e nei Paesi baltici, la sinistra ebraica inquadrata in movimenti e sindacati lasciò crescere alcune correnti sioniste che aspiravano a combinare la liberazione nazionale e di classe attraverso la creazione di colonie socialiste in Palestina. Essi non furono però in grado di risolvere la contraddizione tra ciò che vedevano come liberazione nazionale e di classe e le pratiche di colonizzazione della terra di un altro popolo, rimanendo così prigionieri di questa contraddizione. Il movimento antisionista di sinistra rimase forte per tutto il Ventesimo secolo, poiché il numero degli ebrei nei movimenti di sinistra, comunisti e socialisti d’Europa, inclusa la Francia, era alto rispetto alla proporzione degli ebrei nella popolazione generale. Essi credevano che la soluzione alla questione ebraica risiedesse nel risolvere il problema delle classi sociali in Europa.

Una terza corrente è rappresentata dagli ebrei assimilazionisti composta di liberali, democratici e altre forze non-ideologiche di cui facevano parte il filosofo Hermann Cohen, lo scrittore Karl Kraus e molti altri. Anche lo stesso padre del sionismo, Herzl, era in favore dell’assimilazione prima di assistere al processo Dreyfus in Francia. Molti di essi credevano che la transizione degli europei verso la democrazia liberale avrebbe garantito agli ebrei cittadinanza e integrazione nelle loro società.[6] Era questo il caso della maggioranza degli ebrei tedeschi, francesi e britannici che furono sopresi dal Nazismo rendendoli nuovamente coscienti della loro ebraicità. Le tragiche vicende di persone come Stefan Zweig, forse anche lo stesso Walter Benjamin, ne furono espressioni particolarmente rappresentative. Ma più importanti sono i milioni di ebrei cui nessun scrittore o pensatore dà voce.

Nei lavori in cui Zygmunt Bauman trae alcune lezioni dall’Olocausto, specialmente nel suo Modernità e Olocausto, egli tenta di tenere assieme una posizione generale contro il razzismo, l’estremismo nazionalista e la xenofobia a un’opposizione al trattamento del popolo palestinese da parte di Israele. Nel suo libro Bauman rifiuta la pretesa israeliana di parlare a nome delle vittime e la strumentalizzazione sionista dell’olocausto.[7] Hannah Arendt e altri pensatori lo hanno preceduto con critiche simili che derivavano da una morale universale e dal rifiuto di ogni forma di razzismo, compreso il razzismo ebraico.

Il sionismo ha da allora criticato gli ebrei per essersi fatti ingannare dalle idee socialiste e liberali e dal fallimento delle loro politiche. Gli scrittori sionisti rivendicano il successo del sionismo nell’aver colto l’ideologia dominante dell’epoca, il nazionalismo; i sionisti, una volta una minoranza tra gli ebrei, sono riusciti dove le idee più popolari tra gli ebrei hanno fallito. Secondo la loro visione, il sionismo ha riconosciuto che la soluzione alle questioni etniche non risiedeva nella democrazia liberale o nel socialismo, ma nell’edificazione di uno Stato. Secondo questa visione, il nazismo e l’antisemitismo sono le migliori conferme del fatto che il sionismo sia stata la scelta migliore e che gli assimilazionisti in Germania, Francia e nel resto d’Europa si sbagliavano.

Il dibattito ha fino a ora ignorato la natura di questa “soluzione nazionale” della questione ebraica e la sua natura di progetto coloniale portato avanti a danno di altri, i palestinesi. Al contrario, si continua a riflettere sul sionismo come se fosse una questione europea, interna e soprattutto ebraica.

Come affronterà questi fatti il signor Macron? L’ignoranza non è una scusa per i capi di Stato, soprattutto di uno Stato importante come il suo. Questi dibattiti sono parte della storia della Francia, non solo della Germania. Come dimostra l’esperienza di Herzl, l’antisemitismo francese ha contribuito alla nascita del sionismo. La Francia ha fornito il prototipo di integrazione civile, ma l’antisemitismo ha ciononostante rialzato orrendamente la sua testa durante il caso Dreyfus, “risvegliando” Herzl e facendogli aprire gli occhi su una “realtà” che non aveva mai visto prima: ovvero, che la discriminazione degli ebrei nei Paesi europei era una malattia cronica e incurabile e che gli ebrei sarebbero rimasti degli stranieri in Europa nonostante tutti gli sforzi fatti per essere assimilati.[8]

L’involontario e oggettivo alleato ideologico del sionismo è l’antisemitismo. Il pensatore ebreo Claude Montefiore lo osservò agli inizi del Ventesimo secolo nella sua critica della creazione di una doppia lealtà per gli ebrei.[9] Inoltre, il sionismo sin dalla sua nascita, non solo ha considerato l’antisemitismo una malattia eterna che appesta i popoli dei Paesi dove vivono gli ebrei, ma ha anche plasmato una visione negativa (quasi razzista) dell’ebreo debole, umiliato e reietto che non possiede un carattere e un sentimento nazionale.

antisionismo e antisemitismoIl libro di Herzl descrive lo Stato ebraico dipingendo con tratti dispregiativi gli immigrati ebrei russi in Europa centrale, utilizzando una terminologia che non sarebbe apparsa fuori luogo in un dizionario antisemita.[10] In seguito il sionismo sviluppò il “profilo” dell’ebreo israeliano così sicuro di sé al punto di diventare aggressivo, che lavora la terra e che imbraccia le armi, che riesce a salvarsi dal vittimismo diventando un occupante (un persecutore).

Storicamente, sono stati l’antisemitismo e le ondate persecutorie sofferte dagli ebrei che hanno dato vita al loro progetto. I gruppi ebraici sono stati persuasi a emigrare dai loro Paesi sotto il peso delle diverse ondate di antisemitismo in Europa, che si trattasse delle Centurie Nere in Russia, dei nazisti in Germania o dei razzisti francesi. Ma dopo ogni ondata, erano gli Stati Uniti e non Israele la destinazione preferenziale della maggior parte degli emigranti. Anche quando perseguitati, la maggior parte degli ebrei non divenne sionista. Per essi, il progetto sionista era qualcosa di distinto che cercava di raggiungere degli obiettivi che non avevano niente a che fare con la fine delle loro sofferenze.

È naturale per i non-ebrei non essere sionisti. Il sionismo è un movimento ebraico. Non preoccupa i non-ebrei a meno che non rappresenti una minaccia o comporti idee e pratiche che contraddicano i loro principi. E non ogni intellettuale in disaccordo col sionismo diventa necessariamente ostile o essenzialmente antisionista. Né, certamente, questo comporta posizioni negative nei confronti degli ebrei.

Coloro che odiavano gli ebrei per motivi religiosi, etnici o sociali (le tre fonti dell’antisemitismo), lo facevano ben prima dell’emergere del sionismo. La maggioranza di coloro che erano contrari al sionismo erano ebrei. L’antisemitismo, religioso o sociale, è un fenomeno razzista che esisteva prima del sionismo. Tuttavia, non si tratta più del fenomeno centrale nella vita sociale dell’occidente, e non divenne mai un fenomeno globale, diversamente da quanto Israele ha cercato di sostenere per ragioni politiche.[11]

Non si può affermare che arabi e musulmani del diciannovesimo secolo fossero antisionisti. Non sapevano nemmeno che cosa fosse e il sionismo non significava nulla per loro. Quando l’ostilità nei confronti del sionismo cominciò a crescere in Palestina, questa non era di carattere intellettuale, ma piuttosto si trattava di un’attitudine collettiva di contadini, intellettuali e borghesia nazionale di una popolazione che aveva vissuto in Palestina per secoli e si opponeva alla colonizzazione della propria terra, in particolare dopo aver compreso che si trattava di un progetto politico teso alla creazione di uno Stato risultante dalla Dichiarazione Balfour nel Mandato Britannico.

Allo stesso tempo, la fondazione di uno Stato ebraico in un Paese dove vivevano una maggioranza araba e una piccola minoranza ebraica, poteva solo significare l’espulsione della prima dalla propria terra. La tolleranza era il sentimento prevalente a quel tempo, con ebrei praticanti che vivevano in Palestina da prima del sionismo. Questo è chiaro dati i numerosi quartieri ebraici a Gerusalemme, Hebron, Tiberiade e Safed. Gli arabi non avevano familiarità con l’antisemitismo.

L’impero ottomano e i Paesi arabi hanno vissuto occasionalmente ondate di istigazione e pratiche brutali contro le minoranze religiose, specialmente in tempo di crisi. Tuttavia, si trattava di eccezioni e non della regola.  Non c’erano particolari fenomeni di ostilità antiebraica da potersi definire antisemiti. Bisogna anche ricordare che una delle prime condanne contro gli insediamenti sionisti in Palestina venne dalla comunità ebrea ortodossa di Gerusalemme. Furono i primi a denunciare ideologicamente gli insediamenti sionisti in Palestina in una petizione diretta al Sultano ottomano.[12]

Le posizioni all’interno della comunità ebraica sono cambiate da quando il sionismo è riuscito a fondare uno Stato. Il sionismo rimase un movimento minoritario all’interno dell’ebraismo internazionale fino alla vittoria israeliana nella guerra del 1967, la quale attrasse ampio sostegno per Israele e convinse gli ebrei in tutto il mondo che il progetto era realistico e che non si trattava solo di avventurismo. Ma il più importante cambiamento è avvenuto proprio in Israele. Molti partiti religiosi si sono legati ai servizi forniti dallo Stato, “sionistizzandosi” nella loro partecipazione al nazionalismo israeliano durante la lotta contro gli arabi. La destra e la sinistra israeliana, che avevano solo affinità trascurabili con la sinistra e la destra ebraica prima della fondazione dello Stato ebraico, sono emerse parallelamente al militarismo israeliano e alla vanità del potere, col profilarsi di un conflitto per la definizione del carattere laico o religioso dello Stato.

Herzl appare un laico moderato rispetto alla classe politica di questo Stato. Sosteneva la concessione di eguali diritti civili agli arabi e voleva tenere fuori Gerusalemme e il cosiddetto “Monte del Tempio” per preservare il carattere laico del suo futuro Stato. Ma Israele che occupa tutta Gerusalemme, la Cisgiordania, le Alture del Golan, che assedia Gaza e possiede armamenti nucleari, continua a presentarsi come una vittima e utilizza la memoria dell’Olocausto per rappresentare delle vittime che non hanno mai chiesto questa rappresentanza. Allo stesso tempo taccia di antisemitismo chiunque in occidente critichi le sue politiche.

Le questioni del razzismo e del sionismo si sovrapposero con le politiche internazionali. Il 10 novembre 1975, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione 3379 la quale affermava che “il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale”. Questa risoluzione fu abrogata dalla risoluzione 46/86 il 16 dicembre 1991, dopo la caduta del comunismo.[13]

In entrambi i casi, pesarono questioni di alleanze internazionali e il passaggio, nell’equilibrio internazionale del potere, da una fase di alleanza tra Paesi neutrali e il campo socialista negli anni Sessanta e Settanta, in cui l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) raggiunse un certo peso, alla rottura di queste alleanze. Il rapporto tra Israele e Stati Uniti ha giocato un ruolo chiave in tutto ciò, ma l’antisemitismo non era in questione ma lo erano le pratiche di Israele nei confronti dei palestinesi sotto occupazione. Questo non è cambiato, si è piuttosto aggravato, con crescenti livelli di razzismo nella stessa Israele, secondo quanto riferito da indagini israeliane di ogni tipo.[14]

La destra estrema di oggi nei Paesi europei, la cui retorica e cultura politica sono in linea col “profilo” dell’antisemitismo, ammira Israele e Netanyahu. L’antisemita è sbalordito nel vedere Israele che costruisce il muro di separazione in Palestina, guarda con stupore le sue politiche verso gli arabi, esempi che l’Europa e l’America dovrebbero seguire, in amore di Putin e Trump e in odio dei musulmani. L’antisemitismo contemporaneo non è antisionismo, ma xenofobia e, in particolare, islamofobia. L’antisemitismo non può essere combattuto ingraziandosi i favori di lobbisti e politici israeliani durante un meeting. Esso ci impone di combattere tutti i tipi di razzismo, che sia diretto contro gli ebrei, i musulmani, i neri o i bianchi.

[1] “Macron announces measures to combat anti-Semitism in France”, France 24, 21 febbraio 2019: https://amp.france24.com/en/20190220-macron-announces-measures-combat-anti-semitism-france-crif-definition-anti-zionism; and Richard Lough, “France’s Macron says anti-Zionism is a form of anti-Semitism”, Reuters, 21 febbraio 2019: https://uk.reuters.com/article/uk-france-antisemitism-idUKKCN1QA1GX

[2] Daniel Bar-Tal and Yona Teichman, Stereotypes and Prejudice in Conflict: Representations of Arabs in Israeli Jewish Society(Cambridge: Cambridge University Press, 2009). Mazal Mualem, “Anti-Arab racism becomes tool in Israeli elections”, Al-Monitor,  10 febbraio 2015 at: http://bit.ly/2Udgp5i; Nurit Peled-Elhanan, Palestine in Israeli School Books: Ideology and Propaganda in Education, (New York: I.B. Tauris, 2012); Ben White, Palestinians in Israel: Segregation, Discrimination and Democracy, forward by Haneen Zoabi (London: Pluto Press, 2012),. Ali Abunimah, “Anti-Arab racism and incitement in Israel”, The Electronic Intifada, 30 marzo 2008: http://bit.ly/2IAmS8V;

[3] La posizione degli ebrei ortodossi è ben nota, come anche la formazione del partito antisionista Agudat Israel nel 1912. Non è possibile citare qui i numerosi esempi della forte ostilità che gli ebrei ortodossi provarono verso il sionismo. Ma lo stesso si può dire dell’ebraismo riformista. Posizioni antisioniste apparvero anche prima del Primo Congresso Sionista del 1897, per esempio alla conferenza conservatrice di Francoforte (1845) e alla conferenza rabbinica di Filadelfia (1869) o alla Piattaforma di Pittsburgh (1885) e in una risoluzione approvata durante la prima Conferenza Centrale del Gruppo Riformista (1890).

[4] Azmi Bishara, “Dawwamat ad-Din wa’d-Dawla fi Isra’il”, ad-Dirasat al-Filistiniyya 1:3 (Summer 1990), p. 24 (accessed on 28/02/2019, https://bit.ly/2Eyv7hv).

[5] La sezione ebraica del Partito Comunista Sovietico (Yevsektsiya), ad esempio, adottò una posizione esplicitamente antisionista nel suo sforzo di mobilitare i lavorati ebrei all’interno delle organizzazioni rivoluzionarie, e invocò una soluzione alla “questione ebraica” sulla base della lotta al capitalismo, all’imperialismo e alla discriminazione razziale e religiosa che includeva la lotta ai capitalisti ebrei alleati col sionismo.

[6] Durante la prima metà del Diciannovesimo secolo, Marx e Bruno Bauer animarono il dibatto su quale fosse la soluzione, la democrazia liberale o il socialismo. Bauer credeva che la cittadinanza in ogni stato democratico europeo fosse sufficiente all’integrazione degli ebrei in quanto cittadini, mentre Marx sosteneva che la società dovesse prima essere liberata del capitale affinché gli ebrei fossero anch’essi liberati.

[7] Zygmunt Bauman, Modernity and the Holocaust (Ithaca, N.Y.: Cornell University Press, 1989).

[8] Il caso Dreyfus iniziò nel 1894 quando il Capitano Alfred Dreyfus, un ebreo francese, fu accusato di tradimento sulla base di accuse secondo le quali avrebbe inviato informazioni sensibili in Germania. Il caso divise gli intellettuali e i politici francesi fino al 1906 e portò Herzl a fare della “soluzione al problema ebraico” la sua ossessione. In proposito si veda: Katrin Schultheiss, “The Dreyfus Affair and History,” Journal of The Historical Society, vol. 12, no. 2 (June 2012), pp. 189-203, visitato il 28 febbraio 2019: https://bit.ly/2HaWd0f; “Herzl,” Neue Freie Presse, June 1899, in: Alex Bein, Theodor Herzl: A Biography (New York: Jewish Publication Society of America, 1941).

[9] Geoffrey Alderman, Modern British Jewry, (New York: Clarendon Press of Oxford University Press, 1992) Rev.ed.1998, p. 232.

[10] Theodor Herzl, A Jewish State: An Attempt at a Modern Solution of the Jewish Question (New York: The Maccabaean Publishing Co, 1904), pp. 12-13.

[11] La deputata americana Ilhan Omar è stata oggetto di un’ampia campagna che l’ha accusata di antisemitismo per via di un tweet critico nei confronti di un gruppo di pressione israeliano (AIPAC), una lobby che lavora apertamente ed ufficialmente per influenzare i politici, le cu attività dovrebbero essere oggetto di critiche, anche pesanti se necessario. Nel giro di dodici ore, la leadership del Partito Democratico ha rilasciato un comunicato in cui rimproverava Omar per il suo tweet, per il quale lei stessa si è scusata. Molti repubblicani hanno continuato ad invocare la sua espulsione dalla commissione affari esteri del Congresso. Si veda in proposito: “Muslim Congresswoman Ilhan Omar in anti-Semitism row after criticising pro-Israel politicians” The New Arab, 12 febbraio 2019: http://bit.ly/2EcDYUV; John Bowden, “Omar deletes tweets at center of anti-Semitism controversy”, The Hill, Feb. 26, 2019, https://bit.ly/2Vmwcif ; Sheryl Gay Stolberg, “Ilhan Omar Apologizes for Statements Condemned as Anti-Semitic”, The New York Times, 11 febbraio 2019: https://nyti.ms/2I9ywY3.

[12] Zvi Sobel, Benjamin Beit-Hallahmi (eds.), Tradition, Innovation, Conflict: Jewishness and Judaism in Contemporary Israel, (New York, State University of New York Press, 2012), pp. 5-7.

[13] “United Nations General Assembly Resolution 3379: Elimination of All Forms of Racial Discrimination”, 10 novembre 1975: http://bit.ly/2Tha6QM ; “General Assembly Resolution 46/86, Revocation of Resolution 3379”, 16 dicembre 1991: http://bit.ly/2SYRWDW.

[14] Si veda: “Huquq al-Insan 2016: Tahdidat wa-Furas”, ACRI, 16/12/2016 (accessed on 26/02/2019 at http://bit.ly/2IErryU); Aviram Zino, “Racism in Israel on the Rise”, Ynet News, 12 August 2007, accessed at: http://bit.ly/2Nu0zAH.

Azmi Bishara, ex membro palestinese del parlamento israeliano è direttore dell’Arab Center for Research and Policy Studies.

( Traduzione di Saverio Leopardi)




C’è un complotto per spopolare i campi di rifugiati palestinesi in Libano?

Ramzy Baroud

19 dicembre 2018, Foreing Policy Journal

Ai rifugiati palestinesi in Libano vengono negati i diritti umani fondamentali e molti avrebbero perso le speranze di tornare nella terra d’origine come via di scampo

Ogni tanto su Facebook spunta fuori un inquietante video composto dall’audio di una preghiera registrata e dalla foto di un tal ‘Hajj Jamal Ghalaini’. La voce è quella di un presunto sceicco religioso, che prega per il benessere dell’uomo nella foto perché salvi la gioventù palestinese nei campi di rifugiati in Libano, agevolando la loro partenza per l’Europa.

Il video sarebbe solo l’ennesimo strano post sui social media, se non fosse per il fatto che Ghalaini è una persona reale, il cui nome ricorre nella continua tragedia dei rifugiati palestinesi in Libano. Molti hanno attribuito il successo della propria “fuga” dal Libano citando questa persona che, gentilmente, dicono, ha reso il loro viaggio verso l’Europa molto più economico di qualunque altro trafficante di esseri umani.

Sappiamo poco di Ghalaini, salvo che sembra operare impunemente, senza gravi conseguenze legali da parte delle autorità libanesi o dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che si suppone abbia la responsabilità dei rifugiati palestinesi in Libano.

Sta succedendo qualcosa di strano.

Subito dopo che l’amministrazione USA di Donald Trump ha iniziato a promuovere il proprio “accordo del secolo”, i rifugiati palestinesi – un problema fondamentale della lotta nazionale palestinese che è stato messo da parte anni fa – sono tornati al centro dell’attenzione.

Benché il progetto di Trump debba essere ancora pienamente reso noto, le prime indicazioni suggeriscono che esso porti a escludere totalmente Gerusalemme da qualunque futuro accordo tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Lo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme e la stessa affermazione di Trump che “Gerusalemme è fuori dalle trattative”, sono sufficienti a confermare questa supposizione.

Un’altra componente dell’”accordo” di Trump è risolvere la questione dei rifugiati senza il loro rimpatrio e senza rispettare le leggi internazionali, soprattutto la risoluzione 194 delle Nazioni Unite, che chiede il diritto al ritorno per i profughi palestinesi che nel 1948 furono cacciati dalle proprie case nella Palestina storica, e per i loro discendenti.

Molte notizie di stampa hanno menzionato un elaborato piano americano per declassare lo status dei rifugiati, per mettere in discussione i dati ONU che indicano il loro attuale numero e per bloccare i finanziamenti indispensabili all’UNRWA, l’organizzazione dell’ONU responsabile dei servizi ai rifugiati.

Il Libano è stato una piattaforma importantissima per la continua campagna che riguarda i rifugiati palestinesi, soprattutto perché la popolazione di profughi in quel Paese è significativa in termini di numeri e la loro difficile situazione ha urgente bisogno di aiuto.

Sembra esserci un programma operativo, che coinvolge molte parti in causa, per privare la popolazione palestinese del Libano dello status di rifugiati ed eludere così il loro “diritto al ritorno”. A qualcuno questa potrebbe sembrare una pia illusione, dato che il “diritto al ritorno” è “inalienabile”, quindi non negoziabile.

Eppure, ovviamente, senza rifugiati che chiedano collettivamente questo diritto, il problema da richiesta urgente e tangibile potrebbe trasformarsi in aspirazione sentimentale, impossibile da raggiungere. È per questo che lo spopolamento dei campi di rifugiati libanesi, che sta avvenendo a una velocità allarmante, dovrebbe preoccupare i palestinesi più di ogni altro problema del momento.

Ho parlato con Samaa Abu Sharar, attivista palestinese in Libano e direttrice della Majed Abu Sharar Media Foundation [Fondazione per i Media Majed Abu Sharar, centro di formazione per giornalisti rivolto ai rifugiati palestinesi in Libano, ndtr.]. Mi ha raccontato che negli ultimi anni la natura delle conversazioni tra i rifugiati è cambiata. In passato “praticamente tutti, dai giovani agli anziani, parlavano del loro desiderio di tornare un giorno in Palestina; ora la maggioranza, soprattutto tra i giovani, esprime solo un desiderio: andarsene in qualunque altro Paese li voglia accogliere.”

È risaputo che i rifugiati palestinesi in Libano sono emarginati e angariati, soprattutto se confrontati con altre popolazioni di rifugiati in Medio Oriente. Vengono loro negati i più fondamentali diritti umani di cui godono gruppi libanesi o stranieri, o persino diritti garantiti ai rifugiati in base alle convenzioni internazionali. Ciò include il diritto al lavoro, in quanto viene loro negato l’accesso a 72 diverse professioni.

Lasciati senza speranza, con una vita di abbandono e di totale miseria in 12 campi di rifugiati e in altri “campi di raccolta” in tutto il Libano, i rifugiati palestinesi hanno resistito per molti anni, guidati dalla speranza di tornare un giorno alla loro terra natale, la Palestina.

Ma i rifugiati e il loro “diritto al ritorno” non sono più una priorità per la dirigenza palestinese. Di fatto è stato così per quasi due decenni.

La situazione è peggiorata. Con la guerra in Siria, altre decine di migliaia di rifugiati hanno inondato i campi, che mancano dei servizi più essenziali. Questa miseria si è ulteriormente accentuata quando l’UNRWA, su pesanti pressioni USA, è stata obbligata a cancellare o ridurre molti dei suoi servizi essenziali.

Un censimento dalla tempistica sospetta, il primo di questo genere, dall’Amministrazione Centrale di Statistica libanese, condotto lo scorso dicembre insieme all’Ufficio Centrale di Statistica palestinese, ha stabilito che il numero di rifugiati palestinesi in Libano è di soli 175.000.

La tempistica della sua realizzazione è interessante perché la ricerca è stata condotta nel momento in cui l’amministrazione USA si dava da fare per ridurre il numero di rifugiati palestinesi, in previsione di un accordo tra l’ANP e Israele.

Secondo le statistiche dell’UNRWA ci sono più di 450.000 rifugiati palestinesi registrati dall’ONU.

Non c’è dubbio che ci sia un’ondata di rifugiati palestinesi che vogliono andarsene dal Libano. Alcuni ci sono riusciti solo per trovarsi alle prese con un altro miserabile status di rifugiato in Europa. Com’era prevedibile, alcuni sono tornati.

Chiaramente c’è chi non vede l’ora di liberare il Libano dalla sua popolazione palestinese, da cui il disinteresse nei confronti di Ghalaini e di analoghe reti di trafficanti di uomini.

C’è più di una rete organizzata che contribuisce all’emigrazione di palestinesi a prezzi che recentemente sono scesi per essere accessibili a un più vasto numero di persone,” mi ha detto Abu Sharar. La conclusione che molti di questi giovani uomini e donne ora traggono è che “non c’è nessun futuro per loro in Libano.”

Non è questo il felice, trionfante finale che generazioni di rifugiati palestinesi in Libano hanno sperato e per cui hanno lottato durante gli anni.

Ignorare la miseria dei rifugiati palestinesi del Libano comporta un costo pesante. Procrastinare la loro problematica situazione fino ai “negoziati per lo status finale”, una chimera che non si è mai realizzata, sta ora portando a una duplice crisi: il peggioramento delle sofferenze di centinaia di migliaia di persone e la sistematica distruzione di uno dei principali pilastri del “diritto al ritorno” dei rifugiati palestinesi.

SULL’AUTORE

Ramzy Baroud

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra). Baroud ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Globali e Internazionali, Università della California a Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le prossime elezioni in Israele si giocheranno su chi è più violento con i palestinesi

Haggai Matar

14 novembre 2018 – + 972.mag

Le dimissioni del ministro della Difesa Lieberman potrebbero benissimo portare a elezioni anticipate già nel prossimo mese di marzo. In molti andranno alle urne con una sola domanda in testa: quanta forza dovremmo usare contro i palestinesi?

Pare proprio che in Israele si andrà a elezioni anticipate. Mercoledì scorso il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha annunciato le sue dimissioni, e che il suo partito, “Israel Beitenu” [Israele Casa Nostra, ndtr.], abbandonerà la coalizione di governo in seguito a quella che ha definito “resa al terrorismo” da parte di Netanyahu. Le dimissioni inaspettate sono giunte appena un giorno dopo che Israele ed Hamas hanno accettato una tregua che ha messo fine al più violento riacutizzarsi [degli scontri] al confine di Gaza dalla guerra del 2014.

Subito dopo il suo [di Lieberman, ndtr.] annuncio, la “Casa Ebraica”, partito di destra – principale sfidante di Lieberman per il titolo di “falco” al governo – ha rilasciato una dichiarazione secondo cui abbandonerà anch’essa la coalizione, a meno che il leader del partito, Naftali Bennett, non prenda il posto di Lieberman alla Difesa. È molto difficile che Netanyahu accetti queste condizioni, perché ciò significherebbe il probabile sgretolamento della sua coalizione, dando il via a elezioni anticipate in primavera, anziché, come previsto, nel novembre 2019.[In effetti il Primo ministro israeliano è riuscito ad evitare il ricorso alle elezioni anticipate evitando l’ultimatum di Bennet nei giorni successivi alla pubblicazione di quest’articolo Ndtr]

La mossa di Lieberman è perfettamente logica, se si considera che il suo partito, che ha solo cinque dei 120 seggi alla Knesset, potrebbe non farcela a superare la soglia di sbarramento alle elezioni, come emerge da diversi sondaggi (Lieberman, ironia della sorte, era tra coloro che si sono battuti per innalzare lo sbarramento, nel tentativo di tener fuori dal parlamento i partiti arabi). Lasciare il suo incarico e accusare Netanyahu di essere troppo “morbido” con Hamas potrebbe essere semplicemente il suo biglietto per la sopravvivenza politica.

Lieberman ha usato il palco anche per attaccare Netanyahu per aver fatto marcia indietro sulla demolizione di Khan Al-Ahmar, per aver permesso che il denaro e il carburante del Qatar entrassero a Gaza e per l’ultima tregua. Meno di un giorno dopo la manifestazione dei sostenitori del Likud a Sderot, città del sud, contro Netanyahu, per chiedere una più dura rappresaglia contro Gaza, dopo che oltre 400 razzi erano stati lanciati dalla Striscia contro Israele, Lieberman ora fa affidamento sul pubblico rancore contro la risposta “indulgente” del primo ministro, che ha avuto il sostegno di tutti i capi della sicurezza.

Se questo è dunque il lancio della campagna elettorale nazionale 2019, gli israeliani che andranno alle urne potrebbero trovarsi davanti a una domanda: quanta forza dovremmo usare contro i palestinesi? Sulla base delle ultime 24 ore, le risposte della maggior parte dei partiti politici oscilleranno tra “molta” e “molta di più”.

Lieberman e Bennett non sono stati i soli a criticare il cedimento di Netanyahu davanti a Hamas: pare che anche i leader di centro come Yair Lapid [del partito Yesh Atid, ndtr.] e l’ex primo ministro Ehud Barak [del partito Laburista, ndtr.], oltre ad altri membri del partito Laburista, abbiano attaccato il primo ministro per la sua condotta. Davanti alle dure reazioni degli avversari politici a destra e a sinistra, Netanyahu potrebbe sentirsi costretto a lanciare qualche tipo di azione militare, a Gaza o in Cisgiordania, o sul fronte nord contro l’Iran in Siria, o contro Hezbollah in Libano. Purché riesca a salvare la faccia e mantenere la sua immagine di audace comandante in capo.

Anche se per qualche imprevedibile cambiamento degli eventi la coalizione di Netanyahu dovesse riuscire a sopravvivere con una maggioranza risicata di 61 seggi (su 120) alla Knesset, i recenti sviluppi sono molto indicativi dello stato attuale delle cose nel dibattito politico israeliano. Se escludiamo “Casa Ebraica”, con il suo programma esplicito di annessione della Cisgiordania, il Meretz, partito di sinistra, e la “Lista Unitaria” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.], che sostengono fortemente la soluzione dei due Stati, la maggioranza dei partiti della Knesset, o in corsa per entrarci, non hanno alcun programma su come porre fine al conflitto con i palestinesi. Nessuno ha veramente intenzione di sostenere la soluzione dei due Stati, compresi i possibili negoziati con l’OLP o Hamas, e la fine dell’occupazione e del blocco contro Gaza. La soluzione a uno Stato non è nemmeno sulla carta.

L’unica opzione su cui la maggior parte dei partiti sembra concordare, anche se in modo non ufficiale, è mantenere lo status quo, con vari livelli di espansione coloniale in Cisgiordania, e la durezza dell’assedio contro Gaza. Nemmeno Lieberman ha altro da offrire. La triste verità è che l’opinione pubblica ebrea israeliana è divisa, in realtà, solo sul grado di violenza da usare contro i palestinesi, il tutto mantenendo intatto lo status quo.

(Traduzione di Elena Bellini)

 

 

 




Perché Netanyahu ha insistito davvero per un cessate il fuoco a Gaza

Meron Rapoport

Mercoledì 14 novembre 2018,Middle East Eye

Per la prosecuzione della sua strisciante ma sicura politica di annessione, il primo ministro israeliano ha bisogno di tranquillità, non di guerra.

Arrendevole di fronte al terrorismo” e “vigliacco” – questi sono stati i termini usati da Avigdor Lieberman per descrivere il comportamento del governo israeliano e del primo ministro Benjamin Netanyahu e per giustificare le sue dimissioni da ministro della Difesa.

Si potrebbe ragionevolmente supporre che le dimissioni di Lieberman riguardino principalmente considerazioni politiche. Con le elezioni che si avvicinano vuole essere visto come uno che non si arrende ad Hamas. Lieberman, uno sperimentato animale politico, capisce che identificare Netanyahu come un codardo può essere sfruttato per i propri fini.

Non è l’unico. Martedì a Sderot [città del sul di Israele colpita dal lancio di razzi da Gaza, ndtr.] centinaia di manifestanti si sono riuniti all’entrata in città, bruciando pneumatici e gridando: “Bibi vattene.” Sembrava che avessero preso per buono il ritratto di Netanyahu come un leader vigliacco. Al contempo, il ministro dell’Educazione Naftali Bennett ha sottolineato che la decisione del governo di accettare il cessate il fuoco a Gaza non è stata di suo gradimento.

Non è una novità. Fin dall’attacco del 2014 contro Gaza [l’operazione “Margine Protettivo”, ndtr.] Bennett ha cercato di presentare Netanyahu come un primo ministro indeciso che non ha il coraggio di “fare la cosa giusta”, cioé distruggere Hamas.

Un “uomo di pace”?

Ma non è stato solo a destra che Netanyahu è stato dipinto come un leader debole. Yair Lapid di Yesh Atid [partito di centro, ndtr.], Avi Gabbay del partito Laburista e altri hanno fatto a gara per criticare la “mancanza di coraggio” di Netanyahu di fronte ad Hamas. “Netanyahu è fallimentare e ha ceduto ad Hamas sotto attacco,” ha detto l’ex primo inistro Ehud Barak [del partito Laburista, ndtr.] in risposta alla decisione del cessate il fuoco.

Più o meno ogni 5 minuti qualcuno ha postato su Facebook il video in cui Netanyahu, come capo dell’opposizione nel 2009, prometteva di “distruggere il regime di Hamas”, presentando questa clip come ulteriore prova della distanza tra le sue dichiarazioni bellicose e il suo carattere indeciso e vigliacco.

In un recente articolo su “Haaretz” [giornale israeliano di centro-sinistra, ndtr.] l’editorialista Gideon Levy ha messo in evidenza il lato positivo di Netanyahu, descrivendolo come un “uomo di pace”. E’ stato scritto pochi giorni prima dell’inizio dell’attuale serie di violenze, ma immagino che la rapida approvazione del cessate il fuoco con Hamas non faccia che rafforzare i suoi argomenti principali.

Levy ci ricorda, e a ragione, che durante i suoi 12 anni in carica – compreso il suo primo periodo come primo ministro dal 1996 al 1999 – Netanyahu ha iniziato solo una guerra, rispetto alle due che Olmert fece in modo di scatenare in tre anni come primo ministro. Netanyahu, nota Levy, è stato “uno dei primi ministri più pacifisti che abbiamo mai avuto.”

Tuttavia sia alla critica riguardo alla vigliaccheria di Netanyahu che agli elogi per la sua moderazione sfugge il punto principale del suo comportamento. Netanyahu è un ideologo – un ideologo della “Terra di Israele”. Dal momento in cui per la prima volta assunse l’incarico di primo ministro nel 1996, e sicuramente dal suo ritorno al potere nel 2009, è stato molto deciso nell’evitare la formazione di uno Stato palestinese indipendente tra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

Politica di annessione

Netanyahu la vede come una missione storica, tramandatagli da suo padre, che a sua volta l’ha ricevuta dal defunto leader sionista Zeev Jabotinsky. Nella Terra di Israele la sovranità ebraica è l’unica possibile, con l’esclusione di qualunque altra. Evitare una sovranità straniera nella Terra di Israele è fondamentale per l’esistenza del popolo ebraico e, indirettamente, della civiltà occidentale. La legge dello “Stato-Nazione” è una manifestazione di questo processo ideologico.

Ma Netanyahu non è un fanatico. Capisce la realtà. Comprende che la comunità internazionale non accetterebbe l’annullamento degli accordi di Oslo insieme allo smantellamento dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Persino sotto Donald Trump, che ha fatto più di qualunque altro precedente presidente USA per incoraggiare questo progetto, il riconoscimento internazionale di un processo che porti alla distruzione della sovranità palestinese è praticamente impossibile.

Quindi quello che Netanyahu deve fare è guadagnare tempo – da una parte, per iniziare un processo politico che crei un congelamento, e dall’altra per continuare l’impresa di colonizzazione e la creazione di fatti sul terreno in Cisgiordania e a Gerusalemme est, sperando che nei prossimi 10, 20 o 30 anni non ci saranno altre opzioni che uno Stato di Israele con il potere esclusivo sulla storica Terra di Israele.

Per continuare questa strisciante ma certa annessione, Netanyahu ha bisogno di tranquillità. L’annessione totale fa rumore, per cui vi si oppone, anche al costo di attacchi velenosi da parte di Bennett e di dirigenti all’interno dello stesso Likud. Una guerra fa rumore, per cui lavora per ridurre il conflitto, anche se ciò significa che un sergente della riserva come Lieberman lo dipinga come un vigliacco.

La divisione tra Hamas e Fatah

L’atteggiamento di Netanyahu verso Hamas dev’essere visto in questo contesto. Netanyahu si è quasi sempre tenuto lontano da una guerra totale di annichilimento contro il potere di Hamas a Gaza – ma non perchè sia timoroso della prospettiva della violenza o di una esibizione di potenza. Al contrario – dal suo punto di vista, una esibizione di potenza è più importante dei principi.

Le altre Nazioni rispettano fino ad un certo punto i principi, ma rispettano molto di più la potenza,” ha detto solo pochi giorni fa durante un incontro della sua fazione nel Likud. Ma Netanyahu non vuole rumore. Soldati che muoiono a Gaza fanno rumore; migliaia di civili palestinesi morti fanno rumore; l’occupazione della Striscia di Gaza è un terremoto che porterebbe l’attenzione di tutto il mondo sulla situazione dei palestinesi, sull’occupazione, sul fatto che i negoziati sono congelati. Questa è l’ultima cosa che Netanyahu vuole.

Ma c’e un’altra questione in ballo, qualcosa di più profondo. Netanyahu ha “ereditato” la divisione tra Hamas e Fatah, tra la Cisgiordania e Gaza, quando ha ripreso il lavoro di primo ministro nel 2009. Dal suo punto di vista, questa divisione è una fondamentale risorsa politica.

Dall’inizio degli anni ’90 Israele ha aspirato a tagliare fuori Gaza dalla Cisgiordania rifiutando permessi di uscita e imponendo il blocco, e poi con il suo assedio alla Striscia di Gaza. L’idea era che finchè le due parti del corpo politico palestinese sono separate tra loro, le possibilità dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dei palestinesi in generale di chiedere uno Stato si riducono.

Il fatto che oggi ci siano due governi separati che operano a Gaza e in Cisgiordania è una miniera d’oro politica per chiunque desideri far fallire un qualunque processo che possa portare ad uno Stato palestinese indipendente. E Netanyahu, come abbiamo visto, è esattamente quell’uomo.

La “ricostruzione” di Gaza

Quindi dal punto di vista di Netanyahu conservare il potere di Hamas a Gaza è un vantaggio strategico di prim’ordine. Secondo lui qualunque processo che possa probabilmente portare alla fondazione di uno Stato palestinese indipendente a Gaza, separato dalla Cisgiordnaia, è una benedizione. Se Gaza diventa il suo “emirato”, come piace chiamarlo alla gente di destra, questo sarebbe un colpo mortale alle pretese di Mahmoud Abbas, o di qualunque suo potenziale successore, di rappresentare il popolo palestinese nei negoziati per porre fine all’occupazione e fondare uno Stato indipendente.

Questo concetto spiega l’improvvisa preoccupazione di Netanyahu per la “ricostruzione” di Gaza – e sottolinea anche la ragione per cui ha accettato l’ingresso, davanti alle telecamere, di valigie piene di 15 milioni di dollari dal Qatar, destinati unicamente a pagare i dipendenti di Hamas a Gaza.

Spiega anche perché Netanyahu ha evitato un’occupazione di Gaza. Se un simile passo militare dovesse in qualche modo accadere senza costare le vite di centinaia di israeliani e di migliaia o forse decine di migliaia di palestinesi – e senza diventare una catastrofe mediatica a livello internazionale – Israele alla fine si troverebbe a dover consegnare Gaza ad Abbas e all’ANP, rafforzando così la loro presenza nel mondo. E’ esattamente quello che Netanyahu sta cercando di evitare.

Ciò non significa che Hamas sia una creazione di Netanyahu o di Israele, come gente di Fatah afferma in ogni conversazione privata, e ogni tanto anche in pubblico. Hamas è una spina nel fianco di Israele. Nell’ultimo periodo di violenze Hamas ha di nuovo dimostrato di poter tranquillamente paralizzare la vita quotidiana in vaste aeree di Israele. L’impressione che ha dato è che le sue capacità militari siano solo migliorate e che in futuro sarà ancora più pericolosa – forse non come Hezbollah, ma non lontana dal suo livello.

Il dilemma di Netanyahu

Tuttavia Netanyahu si trova in una posizione difficile. Da una parte, per tutte le ragioni succitate, è molto importante per lui mantenere Hamas al potere a Gaza. Dall’altra, finchè Hamas governa a Gaza, Netanyahu non è in grado di trasmettere una sensazione di sicurezza a centinaia di migliaia di israeliani nel sud del Paese. E inoltre, poichè si oppone per principio a qualunque negoziato con i palestinesi, Netanyahu non ha un percorso verso un accordo a lungo termine che tranquillizzi la situazione. Non ha altra possibilità che essere d’accordo a farla finita con Hamas.

Hamas capisce bene il dilemma di Netanyahu. La fazione palestinese sa che Netanyahu sa che non cercherà di eliminarla. Quindi nelle attuali circostanze Hamas può lanciare centinaia di razzi contro Israele, sapendo che alla fine Netanyahu accetterà un cessate il fuoco appena Hamas, attraverso la mediazione egiziana, glielo offre. Nell’ultima fase di violenze Hamas ha sfruttato questo circolo vizioso per raggiungere una chiara vittoria politica, e così facendo ha messo in luce la debolezza di Netanyahu.

Netanyahu deve essere cosciente di questo circolo vizioso, ma, data quella che egli vede come la sua missione storica di evitare la formazione di uno Stato palestinese indipendente, è pronto a pagare il prezzo politico per quello che l’opinione pubblica potrebbe vedere come mancanza di coraggio e codardia. Il prezzo politico questa volta è stato particolarmente alto.

E’ ragionevole supporre che le dimissioni di Lieberman spingeranno a nuove elezioni e alla fine del quarto governo Netanyahu, che, fino a non molto tempo fa, sembrava così stabile. Sarebbe sicuramente ironico se fosse Hamas, che Netanyahu ha lavorato così duramente per tenere in vita e per difendere dalle minacce di Abbas, che in conclusione porterà alla fine del regno di Netanyahu.

  • Meron Rapoport  è un giornalista e scrittore israeliano, vincitore del “Premio internazionale Napoli per il Giornalismo” per un’inchiesta sul furto di ulivi a danno di proprietari palestinesi. E’ stato capo della redazione notizie di Haaretz ed ora è un giornalista indipendente.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Gaza: sei morti nelle sparatorie fra Israele e Hamas

MEE staff,

12 novembre 2018 (aggiornato 13 novembre), Middle East Eye

Decine di attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza uccidono sei palestinesi, i missili di Hamas fanno morire un palestinese in Israele

Quattro palestinesi sono stati uccisi lunedì e altri due martedì, quando l’esercito israeliano ha sferrato decine di attacchi aerei sulla Striscia di Gaza, mentre centinaia di missili venivano lanciati dall’enclave assediata.

Il ministero della Sanità di Gaza ha identificato i sei palestinesi uccisi come Mohammed Zakariya al-Tatari, 27 anni, Mohammed Zuhdi Odeh, 22 anni, Hamad Mohammed al-Nahal, 23 anni, Moussa Iyad Abd al-Aal, 22 anni, Khaled Riyadh al-Sultan, 26 anni e Musaab Hoss, 20. Da lunedì pomeriggio sono stati feriti altri 25 palestinesi.

Secondo quanto riferito da Haaretz, un palestinese è stato ucciso da un missile partito da Gaza che ha colpito la sua casa nella città israeliana di Ashkelon. Il razzo avrebbe ferito gravemente anche due donne che si trovavano nella casa.

La morte del quarantenne, un palestinese originario della città di Hebron in Cisgiordania, è la prima morte confermata dovuta alla raffica di razzi lanciati da Gaza iniziata lunedì pomeriggio, a seguito di una micidiale operazione delle forze speciali israeliane nell’enclave.

Secondo quanto riportato dai media israeliani, l’esercito israeliano ha colpito almeno 70 bersagli a Gaza, mentre 300 missili sono stati lanciati dal territorio palestinese verso Israele per tutto il lunedì.

Un attacco israeliano ha ucciso un altro palestinese martedì, ha detto il Ministro della Salute di Gaza, portando così a cinque il bilancio delle vittime nell’enclave in meno di 24 ore.

Un testimone oculare a Gaza ha detto a Middle East Eye che l’esercito israeliano lunedì ha bombardato l’edificio che a Gaza City ospita la stazione televisiva Al-Aqsa, legata a Hamas.

I media locali e internazionali hanno riferito che l’edificio è stato completamente distrutto durante l’attacco, e le strutture vicine danneggiate.

Non ci sono state notizie di vittime, secondo quanto riferito da Reuters.

L’attacco aereo è arrivato dopo che i militari israeliani hanno sparato cinque missili antideflagranti vicino all’edificio, hanno riferito a Reuters funzionari e testimoni palestinesi.

“Proprio come abbiamo affrontato gli attacchi precedenti, stiamo gestendo anche questo”, ha detto Rami Abu Dayya, un cameraman che ha lavorato per Al-Aqsa TV negli ultimi 14 anni durante i quali ha assistito a quattro diversi attacchi israeliani contro l’edificio.

Abu Dayya, 33 anni, ha detto anche di aver personalmente subìto tre diverse ferite durante gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza negli ultimi anni.

“Israele sta cercando di mettere a tacere i media palestinesi. Tuttavia, pochi minuti dopo che l’edificio di Al-Aqsa è stato preso di mira, siamo stati in grado di riprendere le trasmissioni [da un altro luogo] “, ha detto lunedì a MEE.

Dawoud Shihab, capo dell’ufficio stampa della fazione palestinese Islamic Jihad, ha affermato che la distruzione dell’edificio del canale televisivo Al-Aqsa e di molte altre case è stata “un attacco grave e aggressivo”.

“Ciò provocherà un’escalation nella rappresaglia della resistenza (palestinese)”, ha detto Shihab in una dichiarazione.

Nel contempo, il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che l’esercito israeliano avrebbe colpito 70 bersagli nell’enclave palestinese assediata intorno alle 16 di lunedì.

Il sistema israeliano di difesa missilistica Iron Dome ha intercettato circa 60 dei 300 razzi lanciati da Gaza verso Israele, ha riferito il giornale. La maggior parte dei razzi sono atterrati in zone disabitate, ha detto l’esercito israeliano, ha riferito Haaretz.

Gli attacchi aerei israeliani hanno colpito anche case appartenenti agli attivisti di Hamas a Rafah e Khan Younis, nel sud di Gaza, e un hotel a Gaza utilizzato dal governo di Hamas per gestire la sua agenzia di sicurezza interna.

Saeb Erekat, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha detto che Israele è responsabile degli attacchi a Gaza e del deterioramento della situazione nel territorio.

“Ribadiamo la nostra richiesta di protezione internazionale. Chiediamo alla comunità internazionale di fare tutto il necessario per prevenire un nuovo massacro a Gaza “, ha detto Erekat.

Anche l’Egitto ha invitato Israele a fermare le violenze a Gaza, secondo quanto riferito dalla televisione pubblica/ egiziana, e come riportato da Reuters.

Le fonti dicono che l’Egitto avrebbe comunicato a Israele la necessità di impegnarsi in un processo di allentamento della tensione e ha anche intensificato l’impegno con i palestinesi a tale riguardo.

Abu Obeida, portavoce dell’ala armata di Hamas Brigate al-Qassam, ha twittato “quello che è successo ad Ashkelon è responsabilità del comando nemico”.

A seguito delle violenze, il gabinetto di sicurezza israeliano è stato convocato per martedì mattina.

 

Violenze dopo un fallito raid israeliano

Haaretz ha riferito di un soldato israeliano di 19 anni rimasto gravemente ferito da “un missile anti-carro ” che ha colpito un autobus nel sud del territorio israeliano nel distretto regionale di Shaar HaNegev.

Il servizio sanitario di emergenza israeliano Magen David Adom (MDA), che ha portato l’adolescente al Soroka Medical Center di Beersheba, ha descritto l’incidente come un’esplosione. Altri sei israeliani sono stati leggermente feriti nella città meridionale di Sderot, secondo MDA.

Le sirene hanno suonato nel sud di Israele per tutto il pomeriggio e la sera, e una è risuonata anche vicino al Mar Morto.

Mda ha detto che 50 israeliani sono stati ricoverati all’ospedale Barzilai di Ashkelon, per tutta la giornata di lunedì. Fra di essi, 19 persone sono state ferite da razzi, mentre altre 31 sono state curate per lo shock, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Ynet.

Il quotidiano ha riferito che il personale del Soroka Medical Center di Beersheba ha curato lunedì altri tre israeliani feriti dal lancio di razzi, e altri 44 sotto shock.

La violenza di lunedì fa seguito al micidiale raid dell’esercito israeliano via terra e via aria su Gaza domenica sera, durante il quale sette palestinesi – tra cui un comandante dell’ala militare di Hamas, le brigate al-Qassam – e un ufficiale israeliano sono stati uccisi.

L’incidente, che costituisce un raro esempio di truppe di terra israeliane penetrate così addentro nella Striscia di Gaza, ha scatenato la paura di un’escalation di violenza nel territorio costiero palestinese.

Lunedì l’inviato del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il Medio Oriente, Jason Greenblatt, ha manifestato il suo totale sostegno a Israele, fedele alleato degli Stati Uniti, e ha twittato che “gli attacchi con i razzi e i colpi di mortaio contro le città israeliane devono essere condannati da tutti”.

“Israele è ancora una volta costretto a ricorrere all’azione militare per difendere i suoi cittadini e noi stiamo con Israele che si difende dagli attacchi”, ha detto Greenblatt.

L’incursione israeliana e il successivo scambio di fuoco hanno avuto luogo nonostante gli sforzi egiziani di negoziare un accordo tra Hamas e Israele, in mezzo alle continue proteste di massa a Gaza che mettono sotto pressione Israele affinché ponga fine al blocco della Striscia.

Di recente, Israele ha accettato di consentire al Qatar di donare milioni di dollari in aiuti per contribuire a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici di Gaza e per coprire i costi del carburante necessario ad alleviare una crisi nell’elettricità.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva in precedenza difeso la sua decisione di permettere al Qatar di trasferire denaro a Gaza nonostante le critiche del suo governo, dicendo di voler evitare la guerra, se non fosse stata necessaria.

Israele ha ucciso più di 200 palestinesi e ne ha feriti circa 20.000 dall’inizio più di sette mesi fa delle proteste della Grande Marcia del Ritorno.

I partecipanti alle marce settimanali hanno chiesto la fine del paralizzante assedio di Gaza, in essere da 11 anni, e il permesso per i profughi palestinesi di tornare alle case dei loro antenati.

Aggiornamenti di Mohammed Asad e Maha Hussaini a Gaza

Questo articolo è disponibile in francese sull’edizione francese di Middle East Eye.

(traduzione di Luciana Galliano)




La “Grande Marcia del Ritorno” ha raggiunto i suoi obiettivi?

Motasem Dalloul

8 novembre 2018, Middle East Monitor

Sono passati 32 fine settimana da quando i palestinesi della Striscia di Gaza hanno lanciato massicce proteste chiedendo la rimozione del blocco israeliano e il diritto a tornare alle loro case, da cui sono stati espulsi nel 1948 per far posto alla creazione dello Stato di Israele.

Nell’arco di otto mesi tre ministeri palestinesi hanno annunciato una serie di sussidi che comprendono aiuti urgenti per un ammontare di 5 milioni di dollari da destinare a 50.000 famiglie, 200 dollari al mese per 5.000 famiglie di palestinesi uccisi o gravemente feriti durante la “Grande Marcia del Ritorno”, il pagamento del 60% dei salari di luglio per i dipendenti pubblici e la creazione di 10.000 posti di lavoro destinati ai laureati.

Nel contempo l’ambasciatore del Qatar a Gaza, Mohammed Al-Emadi, martedì ha annunciato che sta per visitare la Striscia assediata per seguire progetti che il suo governo sta finanziando e iniziarne di nuovi. Ciò avviene solo una settimana dopo che il petrolio qatariota ha iniziato ad essere immesso nell’unica centrale elettrica di Gaza, consentendo alla Striscia di avere più ore di elettricità al giorno. Fonti ufficiali hanno detto che ne arriverà dell’altro.

L’analista politico Naji Al-Zaza, vicino ai responsabili politici di Hamas, ha affermato: “Gli accordi per porre fine all’assedio hanno dato come risultato salari per 43.000 dipendenti, lavoro per 10.000 laureati, 5 milioni di dollari per 50.000 famiglie, 200 dollari mensili per le famiglie dei martiri e dei feriti, l’estensione della zona di pesca da 3 a 12 miglia e presto ce ne saranno altri.”

L’ex membro del comitato politico di Hamas e giornalista Mustafa Al-Sawwaf ha confermato che questo è “il primo passo a cui ne seguiranno altri.”

Sul terreno, il “Comitato Popolare per la Grande Marcia del Ritorno e La Fine dell’Assedio” ha già preso iniziative per ridurre le proprie attività. Ciò è risultato evidente nei suoi ordini ai manifestanti perché non si avvicinino alla barriera o non trasformino in violente le manifestazioni pacifiche.

Ciò ha dato come risultato un basso numero di vittime lo scorso venerdì. Fonti mediche di Gaza hanno informato di soli 32 feriti, compresi 25 [causati da] gas lacrimogeni e sette con ferite lievi da pallottole vere o ricoperte di gomma. Martedì sera il Canale 14 della televisione israeliana ha detto: “Sono passati sette giorni senza che da Gaza vengano lanciati palloni e aquiloni incendiari.”

L’analista israeliano di questioni arabe Zvi Bar’el ha affermato che la “Grande Marcia del Ritorno” ha mostrato che Israele ha imposto l’assedio per obbligare i palestinesi a ribellarsi contro Hamas, e invece loro si sono espressi contro l’occupazione, obbligando Israele a iniziare colloqui per una tregua.

Fatah ha comunque detto che i risultati sono parte della messa in pratica del piano americano noto come l’“accordo del secolo”. L’alto dirigente di Fatah Azzam Al-Ahmad ha detto ad una radio locale che “queste intese forniscono una chiarissima spinta all’accordo del secolo americano…Ciò dimostra che Hamas e le cosiddette fazioni della resistenza a Gaza non stanno più lottando contro Israele, ma stanno al suo fianco nella sua guerra contro la legittima rappresentante dei palestinesi – l’OLP.”

L’importante dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina [storico gruppo marxista della resistenza armata, ndtr.] a Gaza Rabah Muhanna ha messo in guardia “tutte le fazioni palestinesi dal cadere nella trappola dell’‘accordo del secolo’. L’occupazione israeliana e i governi arabi stanno cercando di utilizzare queste misure, annunciate la scorsa notte, per dividere Gaza dalla Cisgiordania e affossare gli obiettivi dei palestinesi prima di far approvare l’‘accordo del secolo’,” ha sottolineato.

Nel contempo il capo della Jihad Islamica Khaled Al-Batsh ha detto: “Queste agevolazioni sono frutto dei sacrifici del popolo palestinese a Gaza.” Ha ribadito che la resistenza palestinese, compreso il suo movimento, “non rinuncerà mai al tentativo di raggiungere tutte le aspirazioni dei palestinesi.”

Parlando a MEMO [Middle East Monitor, ndtr.] Ali Hussein, un abitante disoccupato di Gaza, ha detto: “Accettiamo tutte queste misure che alleviano la nostra situazione in quanto crediamo che si tratti del primo passo per rompere l’assedio israeliano. Mille miglia iniziano con un singolo passo, ma cosa ne è delle garanzie per essere sicuri che Israele rispetterà i suoi impegni?”

“Le garanzie,” ha detto a MEMO il dottor Salah Abdel-Ati [dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina a Gaza e uno dei responsabili della Grande Marcia del Ritorno, ndtr.], “sono date dall’assicurazione di Egitto e ONU che Israele deve mantenere le sue promesse.”

Il membro del comitato palestinese incaricato di rompere l’assedio ha detto che il blocco israeliano contro la Striscia di Gaza è un “crimine e una forma di punizione collettiva e prima o poi deve essere totalmente eliminato.”

I palestinesi, ha sottolineato, “non rimarranno schiavi delle politiche israeliane,” evidenziando che troveranno nuovi modi per obbligare l’occupante a rimanere fedele ai suoi impegni.

“Le proteste della Grande Marcia del Ritorno hanno riportato in cima all’agenda internazionale il problema dei rifugiati palestinesi e del loro diritto a tornare alle loro case e hanno spinto un gran numero di istituzioni internazionali a prendere decisioni a favore dell’UNRWA [agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, ndtr.], la cui esistenza significa la sostenibilità della questione dei rifugiati.”

La “Grande Marcia del Ritorno” continuerà come previsto, ha detto Abdel-Ati, cercando di raggiungere pacificamente “maggiori risultati” e di far sapere all’occupante e ai mediatori che “mai rinunceremo o torneremo indietro.”

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Perché l’OLP ha sospeso il riconoscimento di Israele?

Mariam Barghouti

3 novembre 2018, Al Jazeera

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha sospeso il riconoscimento di Israele per la seconda volta in tre anni.

Il 30 ottobre, mentre stavo scorrendo le notizie sulla Palestina, ho ricevuto una telefonata da un’amica. “È il momento dell’anno”, mi ha detto con una grande risata, “in cui la nostra autoproclamata leadership decide di giocare a nascondino e di minacciare di sospendere il coordinamento sulla sicurezza con Israele.”

Il Comitato Centrale palestinese (PCC) ha annunciato di autorizzare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a sospendere il riconoscimento di Israele e il coordinamento sulla sicurezza con Tel Aviv. Ha sostenuto che le sospensioni rimarranno in vigore fino a quando Israele riconoscerà lo Stato palestinese sulla base dei confini precedenti al 1967, con Gerusalemme est come capitale.

Abbiamo riso entrambe, ma più per la tragicità della situazione che per altro. Il PCC fece lo stesso annuncio nel 2015. La ripetizione è stata davvero tragica e rivelatrice della natura di questi sforzi – che sono mere considerazioni, niente più che risibili tattiche spaventapasseri.

L’espressione “coordinamento per la sicurezza” è di per sé fuorviante. In realtà, è una strada a senso unico: l’Autorità Nazionale Palestinese collabora con Israele a spese dei palestinesi. Non c’è mai stata reciprocità. Questa cosiddetta “cooperazione” è una delle caratteristiche degli Accordi di Oslo del 1993, che sono nati morti.

La paura di Israele

Per molti versi la decisione del PCC di dichiarare – ancora una volta – che sospenderà il coordinamento sulla sicurezza e revocherà il riconoscimento di Israele non è stata una sorpresa né qualcosa di significativo.

Ciò che invece è stato davvero sorprendente rispetto all’accaduto è stata la reazione di Israele.

In seguito all’annuncio i media israeliani sono andati in fibrillazione, dimostrando quanto Israele tema ogni ipotesi di serio confronto con la Palestina. Anche una semplice affermazione da parte dell’OLP (che, come testimonia il passato, è improbabile che venga davvero messa in atto) sembra provocare un grave turbamento sul fronte politico israeliano.

Questo riflette le paure interiorizzate da Israele che i palestinesi effettivamente uniscano i loro sforzi di resistenza e e che ancora una volta alimentino un rafforzato sentimento di confronto.

Abbiamo già visto molti esempi di ciò.

L’anno scorso, quando la sedicenne Ahed Tamimi schiaffeggiò due soldati israeliani che avevano fatto irruzione del suo cortile, comparve nuovamente la stessa paura interiorizzata nei media, nella società e negli ambienti politici israeliani. Lei venne arrestata, giudicata in un tribunale militare e condannata a otto mesi di prigione insieme a sua madre Nariman.

Qualunque comportamento che in qualche modo si discosti dalla narrazione secondo cui la popolazione palestinese è compiacente e impotente, che sia una ragazzina che affronta i soldati o una leadership normalmente sottomessa che improvvisamente dichiara che potrebbe sospendere la propria collaborazione con i colonizzatori, è terrorizzante per Israele.

Ma quando l’OLP e l’Autorità Nazionale Palestinese compiono passi apparentemente coraggiosi come l’annuncio di martedì solo per tornare al momento in cui il loro potere e il loro patrimonio (acquisito attraverso corruzione, autoritarismo e clientelismo) sono nuovamente al sicuro, essi indeboliscono il piccolo punto di forza che i palestinesi hanno verso Israele.

O non riescono a vedere quanto i loro voltafaccia, le tattiche da spaventapasseri ed i falsi proclami di resistenza stiano colpendo la popolazione palestinese, oppure ne sono ben consci e semplicemente non se ne curano.

Ma c’è un aspetto ancor più sinistro nell’ultima dichiarazione del PCC. Non solo essa indebolisce la resistenza palestinese con il suo carattere indeterminato e inaffidabile, ma ha anche delle connotazioni che mettono in luce la totale condiscendenza dell’OLP e dell’ANP al sistema coloniale.

Minacciando di revocare il riconoscimento di Israele, la leadership palestinese ancora una volta ricorda al mondo che, nei fatti, accetta la legittimità di Israele. Segnala anche che continuerà a farlo finché Israele sarà così gentile da concedergli qualche briciola. Questo tipo di ipocrita contrattazione non è altro che un semaforo verde per Israele per proseguire nelle sue pratiche colonialiste, per prosperare e persistere nel suo violento saccheggio delle terre e delle risorse palestinesi e nel massacro del popolo palestinese.

Ricordiamoci che questo massacro non è soltanto memoria del passato, un evento che ha avuto luogo solamente 70 anni fa durante la Nakba [la Catastrofe, cioè l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre da parte delle milizie sioniste, ndtr.]. È tuttora in corso. Solo dal 30 marzo di quest’anno, in una sola città – Gaza – sono stati uccisi almeno 218 palestinesi.

Il fatto che questa decisione possa essere persino presa (di nuovo) mostra la decennale complicità dell’OLP nella cancellazione dei crimini di Israele. Nel suo riconoscimento e cooperazione con Israele, l’OLP ignora la crisi dei rifugiati palestinesi ed il loro diritto al ritorno a casa o ad una compensazione. Inoltre cancella del tutto migliaia di palestinesi con cittadinanza israeliana e la loro lotta per continuare a vivere sulla loro terra come cittadini di seconda classe.

Un tentativo disperato di recuperare legittimità

Se osserviamo con sufficiente attenzione l’annuncio del PCC del 2015 e quest’ultimo, vedremo che emerge chiaramente un disegno.

L’annuncio del 2015 giunse esattamente un anno dopo l’aggressione israeliana a Gaza che costò più di 2.100 vite palestinesi – e causò oltre 108.000 sfollati. Vi furono proteste in Cisgiordania contro l’ANP e la sua complicità con Israele.

L’annuncio di questa settimana è arrivato quando le proteste contro il colonialismo israeliano a Gaza sono arrivate alla 31esima settimana. Intanto l’ANP sta rapidamente perdendo legittimità e trasformando la Palestina in uno Stato di polizia agli occhi dei palestinesi e del mondo, continuando ad investire nelle forze di sicurezza per far rigare dritta la popolazione e compiacere Israele.

Ha represso brutalmente i manifestanti palestinesi che intendevano contestare le sanzioni dei loro dirigenti contro la Striscia di Gaza. Inoltre l’amministrazione Trump ha incoraggiato il governo di Israele spostando la sua ambasciata nel Paese da Tel Aviv a Gerusalemme e riconoscendo la città come capitale indivisibile di Israele.

In altri termini, entrambi gli annunci sono arrivati in un momento di instabilità per la Palestina e i palestinesi, quando la leadership palestinese stava per perdere ogni legittimità. Gli annunci, nella loro vacuità, sono tentativi disperati dell’OLP e dell’ANP di legittimarsi agli occhi dei palestinesi e della comunità internazionale come i soli adeguati tutori e rappresentanti del popolo palestinese.

La lotta dei palestinesi è stata ridotta a inchiostro e strette di mano nel 1993, e l’OLP e l’ANP non sembra possano abbandonare quella mentalità 25 anni dopo. Vogliono rimanere i leader riconosciuti della causa palestinese, a qualunque costo.

Oggi i palestinesi sono costretti a gestire i tragici risultati della vergognosa collaborazione della loro leadership, i suoi giganteschi fallimenti e le sue devastanti manovre politiche. Nonostante questo, le grida di libertà del popolo palestinese non saranno soffocate da vuote dichiarazioni e giochi politici.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese-americana che vive a Ramallah.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il comitato dell’OLP vota la sospensione del riconoscimento dello Stato di Israele

MEE staff

Lunedì 29 ottobre 2018, Middel East Eye

Il comitato centrale dell’OLP ha votato per sospendere tutti gli impegni presi con “le autorità occupanti”, fino a che Israele non riconoscerà lo Stato palestinese.

Il comitato centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha annunciato la sospensione del riconoscimento dello Stato di Israele.

Nella sua decisione, resa nota lunedì sera dopo una riunione, l’OLP ha detto che annullerà tutti i suoi impegni verso le “autorità occupanti” fino a che Israele non riconoscerà uno Stato palestinese entro i confini del 1967 con Gerusalemme est come capitale.

Questo comprende la cooperazione per la sicurezza e gli accordi commerciali stabiliti tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese.

Se le decisioni del comitato centrale non sono vincolanti, rappresentano però una raccomandazione all’ANP sulle future decisioni politiche. Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas era presente alla riunione.

Nel 2015 il comitato centrale aveva già chiesto la fine del coordinamento per la sicurezza con Israele.

Ha incaricato Abbas e il Comitato Esecutivo dell’OLP di dar seguito alle decisioni di lunedì.

Il comitato ha anche esplicitamente disapprovato il processo di pace condotto da Donald Trump ed il suo piano di “accordo del secolo” per porre fine al conflitto.

L’agenzia di notizie ufficiale palestinese Wafa ha riferito che “il comitato ha apprezzato gli sforzi del presidente (Abbas)… per insistere nel rifiuto dell’accordo del secolo e nel contrastarlo con tutti i mezzi disponibili per farlo fallire, come anche nel ritenere l’amministrazione USA partner del governo israeliano di occupazione e parte del problema, non la soluzione”.

Il Consiglio inoltre ha attaccato Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, accusandolo di non aver rispettato il suo impegno e l’accordo di unificazione firmato nell’ottobre dell’anno scorso.

Abbas è sembrato appoggiare le decisioni di lunedì, dicendo che è arrivato il momento di mettere in atto le precedenti misure approvate dal comitato centrale.

Secondo una dichiarazione pubblicata da Wafa, Abbas ha chiamato i palestinesi ad unirsi dietro all’OLP come “unico legittimo rappresentante” del popolo palestinese.

Di fronte alla crescente pressione da parte di Washington per porre fine all’assistenza pubblica dell’Autorità Nazionale Palestinese alle famiglie dei prigionieri e delle persone uccise dalle forze israeliane, Abbas ha detto: “Gli stanziamenti per le famiglie dei martiri e dei feriti costituiscono una linea rossa: non possiamo negoziare riguardo ai loro diritti.”(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il mattino seguente

Edward Said

21.10.1993  The London Review of Books

Ora che è svanita parte dell’euforia, possiamo riesaminare l’accordo Israele-OLP con il dovuto buonsenso. E ciò che emerge da questa analisi è un accordo più lacunoso e più sfavorevole, almeno per la maggior parte della popolazione palestinese, di quello che in molti si aspettavano. La volgarità mondana della cerimonia alla Casa Bianca, lo spettacolo degradante offerto da un Yasser Arafat che ringraziava tutti per aver sospeso la maggior parte dei diritti del suo popolo e la fatua solennità della performance di Bill Clinton, che sembrava un imperatore romano del ventesimo secolo mentre guida due re vassalli a rituali di riconciliazione e di rispetto: tutto questo ha oscurato solo temporaneamente le proporzioni davvero sorprendenti della capitolazione palestinese.

Quindi, prima di tutto, chiamiamo l’accordo con il suo vero nome: uno strumento della resa palestinese, una Versailles palestinese. Ciò che lo rende peggiore è che, almeno negli ultimi quindici anni, l’OLP avrebbe potuto negoziare un accordo ben migliore di questo piano Allon modificato, senza così tante concessioni unilaterali a Israele. Per ragioni che la leadership conosce bene, tutte le precedenti aperture sono state rifiutate. Per citare solo un esempio di cui sono personalmente a conoscenza: alla fine degli anni Settanta, il Segretario di Stato americano Cyrus Vance mi chiese di convincere Arafat ad accettare la Risoluzione ONU 242 con una clausola, accettata dagli Stati Uniti e formulata dall’OLP, che avrebbe insistito sui diritti nazionali del popolo palestinese e sulla sua autodeterminazione. Vance promise che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto immediatamente l’OLP e avrebbero inaugurato negoziati con Israele. Arafat rifiutò categoricamente l’offerta, come fece con altre offerte simili. Poi c’è stata la Guerra del Golfo e, a causa delle disastrose posizioni assunte in quel periodo, l’OLP perse ancora più terreno. Le conquiste dell’intifada erano state gettate al vento e oggi i sostenitori del nuovo documento dicono: “Non avevamo alternative”. Il modo corretto di frasare il concetto è: “Non avevamo scelta perché abbiamo perso o buttato via molte altre alternative, lasciandoci solo questa”.

Per poter avanzare verso l’autodeterminazione palestinese – che ha un significato solo se ha come obiettivo la libertà, la sovranità e l’uguaglianza, piuttosto che la perenne sottomissione a Israele – dobbiamo riconoscere onestamente dove siamo adesso, ora che l’accordo temporaneo sta per essere negoziato. Ciò che appare particolarmente mistificante è il modo in cui così tanti leaders palestinesi e gli intellettuali al loro seguito continuino a parlare dell’accordo come di una “vittoria”. Nabil Shaath l’ha definita una “completa parità” tra israeliani e palestinesi. Ma rimane il fatto che Israele non ha concesso nulla, come ha affermato anche l’ex Segretario di Stato americano James Baker in un’intervista televisiva, tranne, in modo blando, il riconoscimento dell’esistenza dell’ OLP come rappresentante del popolo palestinese. Come sostenuto dalla “colomba” israeliana Amos Oz nel corso di un’intervista alla BBC, “questa è la seconda più grande vittoria nella storia del sionismo”.

Invece, il riconoscimento da parte di Arafat del diritto all’esistenza di Israele porta con sé tutta una serie di rinunce: alla Carta dell’OLP; alla violenza e al terrorismo; a tutte le risoluzioni ONU pertinenti, eccezion fatta per la 242 e la 338 che non dicono una parola sui diritti e le aspirazioni dei palestinesi. Di conseguenza, l’OLP ha accantonato numerose altre risoluzioni ONU (che, insieme ad Israele e agli Stati Uniti, sembra ora voler tentare di modificare o rescindere) che, dal 1948, hanno riconosciuto ai palestinesi lo status di rifugiati, compresi il diritto al rimpatrio o ad essere indennizzati. I palestinesi avevano vinto numerose risoluzioni internazionali – approvate, tra gli altri, dalla Comunità Europea, dal movimento dei paesi non allineati, dalla Conferenza Islamica e dalla Lega Araba, così come dall’ONU – risoluzioni che vietavano o condannavano gli insediamenti, le annessioni e i crimini israeliani contro il popolo sotto occupazione.

Sembrerebbe quindi che l’OLP abbia posto fine all’intifada, che non incarnava il terrorismo o la violenza ma il diritto palestinese alla resistenza, anche se Israele continua ad occupare la Cisgiordania e Gaza. Nel documento, la considerazione principale riguarda la sicurezza di Israele, mentre non si parla della sicurezza dei palestinesi dalle incursioni israeliane. Nella sua conferenza stampa del 13 settembre, Rabin è stato molto esplicito sul fatto che Israele avrebbe mantenuto il controllo. E inoltre, che Israele si sarebbe tenuta il fiume Giordano, i confini con l’Egitto e la Giordania, il mare, la terra tra Gaza e Gerico, Gerusalemme, gli insediamenti e le strade. Nel documento c’è ben poco che faccia pensare ad una rinuncia israeliana alla violenza contro i palestinesi o, come è stato costretto a fare l’Iraq dopo il suo ritiro dal Kuwait, ad un risarcimento alle vittime delle sue politiche degli ultimi 45 anni.

Né Arafat né gli altri leaders palestinesi che hanno incontrato gli israeliani ad Oslo hanno mai visto un insediamento israeliano. Ne esistono oltre duecento, principalmente su colline, promontori e punti strategici in tutta la Cisgiordania e a Gaza. Molti probabilmente si ridurranno fino a morire, ma i più grandi sono progettati per essere permanenti. Un sistema indipendente di strade li collega ad Israele, creando una discontinuità invalidante tra i principali centri della popolazione palestinese. La terra occupata da questi insediamenti, più la terra destinata all’esproprio, ammonta – si calcola – ad oltre il 55 per cento della superficie totale dei Territori Occupati. La sola “grande Gerusalemme”, annessa ad Israele, comprende un’enorme fetta di terra virtualmente rubata, pari ad almeno il 25 per cento del totale. Gli insediamenti di Gaza nel nord (tre), nel centro (due) e nel sud, lungo la costa fra il confine egiziano fino a Khan Yunis (12), costituiscono almeno il 30% della Striscia. Inoltre, Israele ha sfruttato tutte le falde acquifere della Cisgiordania e ora utilizza circa l’80% dell’acqua per gli insediamenti e per Israele. (Probabilmente ci sono simili installazioni idrauliche anche nella “zona di sicurezza” libanese occupata da Israele.) Quindi negli accordi di Oslo la questione del dominio (se non il furto definitivo) della terra e delle risorse idriche passa inosservato nel caso dell’acqua, o, nel caso della terra, viene rimandato ad una soluzione futura.

Ciò che peggiora ulteriormente le cose è che tutte le informazioni sugli insediamenti, la terra e l’acqua sono detenute da Israele, che le ha condivise solo in minima parte con i palestinesi, così come non ha condiviso le entrate generate dalle tasse spropositate che ha imposto su di loro per 26 anni. Tavoli tecnici di ogni tipo (ai quali hanno partecipato palestinesi non residenti in Palestina) sono stati istituiti dall’OLP nei territori per prendere in considerazione tali questioni, ma ci sono poche prove che i risultati delle commissioni, se ce ne sono stati, siano stati utilizzati dalla delegazione palestinese a Oslo. Quindi rimane l’impressione di un’enorme discrepanza tra ciò che Israele ha ottenuto e ciò che i palestinesi hanno concesso o trascurato.

Dubito che ci sia un solo palestinese che, assistendo alla cerimonia della Casa Bianca, non abbia sentito che un secolo di sacrificio, privazione e lotta eroica stava finendo nel nulla. E la cosa che disturbava di più e che mentre Rabin ha pronunciato un discorso, Arafat ha pronunciato parole che suonavano come un accordo di affitto. Lungi dall’essere visti come vittime del sionismo, i palestinesi sono stati presentati agli occhi del mondo come i suoi aggressori pentiti: come se le migliaia di vittime dei bombardamenti israeliani sui campi profughi, gli ospedali e le scuole in Libano; l’espulsione da Israele di 800.000 persone nel 1948 (i cui discendenti ora sono circa tre milioni, molti dei quali privi di nazionalità); la conquista della loro terra e della loro proprietà; la distruzione di oltre quattrocento villaggi palestinesi; l’invasione del Libano; le devastazioni di 26 anni di brutale occupazione militare – come se tutte queste sofferenze fossero state riassunte nell’essere un popolo di terroristi e violenti, rinunciando a rivendicarle e facendole passare sotto silenzio. Israele ha sempre descritto la resistenza palestinese come terrorismo e violenza, e quindi anche nella formulazione dell’accordo ha ricevuto uno storico dono morale.

Ed in cambio, cosa si è ottenuto esattamente? Il riconoscimento israeliano dell’OLP – indubbiamente un significativo passo avanti. Oltre a ciò, anche accettando che le questioni sulla terra e la sovranità vengano rimandate ai “negoziati sullo status finale”, i palestinesi hanno in effetti rinunciato alla loro rivendicazione unilaterale e internazionalmente riconosciuta sulla Cisgiordania e su Gaza: questi sono ora diventati “territori contesi”. Così, con l’assistenza palestinese, a Israele è stata riconosciuta almeno una rivendicazione alla pari su questi territori. Il calcolo israeliano sembra puntare sul fatto che accettando di fare i poliziotti a Gaza – un lavoro che Begin cercò già di far fare a Sadat quindici anni fa – l’OLP cadrà presto in disgrazia in favore dei concorrenti locali, Hamas fra gli altri. E inoltre, piuttosto che diventare più forti durante il periodo provvisorio, i palestinesi potrebbero indebolirsi, diventare più succubi di Israele, e quindi essere meno in grado di opporsi alle rivendicazioni israeliane quando inizierà l’ultima serie di trattative. Ma sulla questione di come, con quale specifico meccanismo, passare dallo stato provvisorio ad uno successivo, il documento è intenzionalmente reticente. Questo significa, minacciosamente, che lo stato provvisorio potrebbe essere quello definitivo?

I commentatori israeliani hanno suggerito che entro, diciamo, sei mesi l’OLP e il governo di Rabin negozieranno un nuovo accordo che rinvierà ulteriormente le elezioni, consentendo così all’OLP di continuare a governare. Vale la pena ricordare che almeno due volte durante la scorsa estate Arafat ha affermato che la sua esperienza di governo si basa sui dieci anni durante i quali ha “controllato” il Libano, un pensiero non confortante per i molti libanesi e palestinesi che hanno un ricordo molto amaro di quel periodo. E al momento non esiste una procedura di svolgimento delle elezioni, anche se fossero programmate. L’imposizione del potere dall’alto e il lungo retaggio dell’occupazione non hanno contribuito alla crescita delle istituzioni democratiche e di base. Indiscrezioni della stampa araba indicano che l’OLP avrebbe già nominato i ministri fra la sua cerchia ristretta di Tunisi, e i vice ministri fra residenti fidati della Cisgiordania e di Gaza. Ci saranno mai istituzioni veramente rappresentative? Non si può essere molto ottimisti, dato il totale rifiuto di Arafat di condividere o delegare il potere, per non parlare delle risorse finanziarie che lui solo conosce e controlla.

Sulle questioni di sicurezza interna e di sviluppo economico Israele e l’OLP sembrano ora allineati. Membri e consulenti dell’OLP hanno incontrato funzionari del Mossad sin dallo scorso ottobre per discutere dei problemi di sicurezza, compresa la sicurezza di Arafat. E questo nel periodo della peggiore repressione israeliana sui palestinesi sotto occupazione militare. Il pensiero alla base della collaborazione è che impedirà a qualsiasi palestinese di manifestare contro l’occupazione. Nonostante il fatto che Israele non si ritirerà, ma si limiterà a un ridispiegamento. Inoltre, i coloni israeliani resteranno dove sono sempre stati, sotto una giurisdizione diversa da quella dei palestinesi. L’OLP diventerà quindi spalleggiatore di Israele, una prospettiva infelice per la maggior parte dei palestinesi. È interessante notare che l’African National Congress di Mandela si rifiutò sempre di fornire funzionari di polizia al governo sudafricano finché il potere non sarebbe stato condiviso, proprio per evitare di apparire come spalleggiatori del governo bianco. Alcuni giorni fa si è saputo che ad Amman 170 membri dell’esercito di liberazione della Palestina, addestrati in Giordania per il lavoro di polizia a Gaza, si sono rifiutati di cooperare proprio per la stessa ragione. Con circa 14.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane – alcuni dei quali saranno forse rilasciati da Israele – c’è una contraddizione intrinseca, per non dire incoerenza, con le nuove disposizioni sulla sicurezza. Ci sarà più spazio per la sicurezza palestinese?

L’unico argomento su cui la maggior parte dei palestinesi è d’accordo è lo sviluppo economico, descritto nei termini più ingenui che si possano immaginare. Ci si aspetta che la comunità mondiale dia alle aree semi-autonome un sostegno finanziario su larga scala; dalla diaspora palestinese ci si attende lo stesso. Tuttavia, tutti i finanziamenti per la Palestina dovranno essere convogliati attraverso il “Comitato congiunto di cooperazione economica israelo-palestinese”, anche se, secondo il documento, “entrambe le parti coopereranno sia congiuntamente che unilateralmente con attori regionali e internazionali per sostenere questi obiettivi”. Israele è il potere economico e politico dominante nella regione – e il suo potere è naturalmente rafforzato dalla sua alleanza con gli Stati Uniti. Oltre l’80 per cento dell’economia della Cisgiordania e di Gaza dipende da Israele, che probabilmente controllerà le esportazioni, la produzione e la manodopera palestinesi nel prossimo futuro. A parte la piccola classe imprenditoriale e borghese, la grande maggioranza dei palestinesi è impoverita e priva di terra, soggetta ai capricci della produzione israeliana e della comunità commerciale che impiega i palestinesi come manodopera a basso costo. La maggior parte dei palestinesi, dal punto di vista economico, rimarrà quasi certamente nella stessa situazione, anche se ora dovrà lavorare nel settore privato, in parte nel settore di servizi controllati dai palestinesi, tra cui resort, piccoli impianti di assemblaggio, fattorie e simili.

Un recente studio del giornalista israeliano Asher Davidi cita Dov Lautman, presidente dell’Associazione israeliana dei produttori: “Non è importante se ci sarà uno Stato palestinese, un’autonomia o uno stato palestinese-giordano. I confini economici tra Israele e i territori devono rimanere aperti”. Con le sue istituzioni ben sviluppate, le strette relazioni con gli Stati Uniti e la sua economia aggressiva, Israele in pratica incorporerà i territori economicamente, mantenendoli in uno stato di dipendenza permanente. Israele si rivolgerà poi al resto del mondo arabo, usando i benefici politici dell’accordo palestinese come trampolino per irrompere nei mercati arabi, che sfrutterà e probabilmente dominerà.

Ad inquadrare tutto questo sono gli Stati Uniti, l’unica potenza globale, la cui idea di Nuovo Ordine Mondiale si basa sul dominio economico di poche corporazioni gigantesche e sulla pauperizzazione, se necessario, delle popolazioni subalterne (anche quelle nei paesi sviluppati). Gli aiuti economici per la Palestina sono supervisionati e controllati dagli Stati Uniti, scavalcando di fatto le Nazioni Unite, le cui agenzie UNRWA e UNDP sarebbero di gran lunga in miglior posizione per farlo. Prendi il Nicaragua e il Vietnam. Entrambi sono ex nemici degli Stati Uniti; Il Vietnam ha effettivamente sconfitto gli Stati Uniti, ma ora ne ha bisogno economicamente. Il boicottaggio contro il Vietnam continua e i libri di storia vengono scritti in modo tale da mostrare come i vietnamiti abbiano peccato e “maltrattato” gli Stati Uniti per il suo gesto idealistico di aver invaso, bombardato e devastato il loro paese. Il governo sandinista del Nicaragua è stato attaccato dal movimento Contra finanziato dagli Stati Uniti; i porti del paese sono stati minati, la sua gente devastata da carestie, boicottaggi e ogni forma immaginabile di insicurezza. Dopo le elezioni del 1991, che portarono al potere un candidato sostenuto dagli Stati Uniti, la signora Chamorro, gli Stati Uniti promisero molti milioni di dollari in aiuti, di cui solo 30 milioni si sono materializzati. A metà settembre tutti gli aiuti furono interrotti. Ci sono ora carestia e guerra civile in Nicaragua. Non meno sfortunati sono stati i destini di El Salvador e Haiti. Gettarsi fra le braccia, come ha fatto Arafat, della tenera misericordia degli Stati Uniti significa quasi certamente subire lo stesso destino che gli Stati Uniti hanno riservato ai popoli ribelli o “terroristi” del Terzo mondo, dopo che questi hanno promesso di non resistere più agli Stati Uniti.

Di pari passo con il controllo economico e strategico dei paesi del Terzo mondo che sono in possesso di risorse necessarie agli Stati Uniti come il petrolio, o che capitano nei paraggi, viene il controllo del sistema dei media, la cui presa sul pensiero è davvero sbalorditiva. Per almeno venti anni, Yasser Arafat era stato considerato l’uomo meno attraente e moralmente repellente sulla terra. Ogni volta che appariva nei media, o che si parlava di lui, veniva presentato come se avesse un solo pensiero in testa: uccidere ebrei, in particolare donne e bambini innocenti. Nel giro di pochi giorni, i “media indipendenti” hanno completamente riabilitato Arafat. Ora è diventato una figura accettata e amabile il cui coraggio e il cui realismo hanno concesso a Israele i suoi diritti. Si è pentito, è diventato un ‘amico’, e lui e il suo popolo sono ora dalla “nostra” parte. Chiunque si opponga o critichi il suo operato è un fondamentalista come i coloni del Likud o un terrorista come i membri di Hamas. È diventato quasi impossibile dire qualsiasi cosa tranne che l’accordo israelo-palestinese – di solito senza leggerlo o esaminarlo, oppure parlandone in modo poco chiaro, senza dozzine di dettagli cruciali – è il primo passo verso l’indipendenza palestinese.

Per quanto riguarda i critici e gli analisti veramente indipendenti, il problema è come possono liberarsi dal sistema ideologico presentato dall’accordo e dai media. Ciò di cui necessitiamo adesso sono la memoria e lo scetticismo, se non addirittura il sospetto. Anche se è palesemente ovvio che la libertà palestinese in senso reale non sia stata raggiunta, e chiaramente non si pianifica che questo possa avvenire al di là dei limiti angusti imposti da Israele e dagli Stati Uniti, la celebre stretta di mano diffusa in tutto il mondo non è pensata solo per simboleggiare un grande momento di successo, ma anche per cancellare le realtà passate e presenti.

I palestinesi con un minimo di onestà dovrebbero essere in grado di vedere che la grande maggioranza delle persone che l’OLP dovrebbe rappresentare non trarrà veramente vantaggi dall’accordo, se non sul piano cosmetico. È vero, i residenti della Cisgiordania e di Gaza sono giustamente lieti di vedere che alcune truppe israeliane si ritireranno, e che potrebbero iniziare a entrare grosse somme di denaro. Ma è palese disonestà non rendersi conto di ciò che l’accordo comporta in termini di ulteriore occupazione, controllo economico e profonda insicurezza. Poi c’è il gigantesco problema dei palestinesi che vivono in Giordania, per non parlare delle migliaia di profughi apolidi in Libano e in Siria, stati arabi “amichevoli” che hanno sempre avuto una legge per i palestinesi e una per i nativi. Questi doppi standard si sono già rafforzati, come testimoniano le spaventose scene di ritardo e di molestie che si sono verificate sul ponte Allenby da quando è stato annunciato l’accordo.

Quindi cosa si deve fare, se piangere sul latte versato è inutile? La prima cosa è mettere in chiaro non solo le virtù dell’essere riconosciuti da Israele e accettati alla Casa Bianca, ma anche le mancanze veramente gravi. Prima il pessimismo della ragione, poi l’ottimismo della volontà. Non si può migliorare una situazione negativa che è in gran parte dovuta all’incompetenza tecnica dell’OLP – che ha negoziato in inglese, una lingua che né Arafat né il suo emissario a Oslo conoscono, senza alcun consulente legale – finché almeno a livello tecnico non sono coinvolte persone che possono pensare con la loro testa e non essere meri strumenti di quella che è ormai una unica autorità palestinese. Trovo straordinariamente scoraggiante che tanti intellettuali arabi e palestinesi, che una settimana prima si lamentavano dei modi dittatoriali di Arafat, del suo controllo unilaterale sul denaro, della cerchia di cortigiani e parassiti che lo hanno circondato a Tunisi negli ultimi anni, dell’assenza di responsabilità e di riflessione, almeno dalla Guerra del Golfo, abbiano improvvisamente fatto una giravolta di 180 gradi, iniziando ad applaudire il suo genio tattico e la sua vittoria finale. La marcia verso l’autodeterminazione può essere intrapresa solo da un popolo con aspirazioni e obiettivi democratici. Altrimenti non ne vale la pena.

Dopo tutto il trambusto per celebrare “il primo passo verso uno stato palestinese”, dovremmo ricordare a noi stessi che molto più importante che avere uno stato è il tipo di stato che abbiamo. La storia del mondo postcoloniale è sfigurata da tirannie di partiti unici, oligarchie rapaci, dislocazione sociale causata da “investimenti” occidentali e pauperizzazione su larga scala causata da carestie, guerre civili o rapine a titolo definitivo. Più che un fondamentalismo religioso, il semplice nazionalismo non è, e non potrà mai essere, la “risposta” ai problemi delle nuove società secolari. Purtroppo si possono già vedere nella potenziale statualità della Palestina i lineamenti di un matrimonio tra il caos del Libano e la tirannia dell’Iraq.

Se ciò non dovesse accadere, è necessario affrontare una serie di problemi specifici. Uno è la diaspora palestinese, che è all’origine dell’ascesa al potere di Arafat e dell’OLP, che li ha mantenuti lì finora, e che adesso è relegata in esilio permanente o con status di rifugiato. Poiché i palestinesi della diaspora costituiscono almeno la metà della popolazione totale palestinese, i loro bisogni e aspirazioni non sono trascurabili. Una piccola parte della comunità di esuli è rappresentata dalle varie organizzazioni politiche “ospitate” dalla Siria. Un numero significativo di indipendenti (alcuni dei quali, come Shafik al-Hout e Mahmoud Darwish, si sono dimessi in segno di protesta dall’OLP) hanno ancora un ruolo importante da svolgere, non semplicemente applaudendo o condannando a margine, ma sostenendo specifiche modifiche alla struttura dell’OLP, cercando di cambiare l’atmosfera trionfalistica del momento in qualcosa di più appropriato, mobilitando il sostegno e costruendo un’organizzazione all’interno delle varie comunità palestinesi in tutto il mondo per continuare la marcia verso l’autodeterminazione. Queste comunità sono rimaste disilluse, prive di leaders e indifferenti da quando è iniziato il processo di Madrid.

Uno dei primi compiti è un censimento palestinese, che deve essere considerato non solo come un esercizio burocratico, ma come l’affrancamento dei palestinesi ovunque essi siano. Israele, Stati Uniti e stati arabi – tutti loro – si sono sempre opposti ad un censimento: darebbe ai palestinesi un profilo troppo alto nei paesi in cui dovrebbero essere invisibili, e prima della Guerra del Golfo avrebbe reso chiara ai vari governi del Golfo al loro dipendenza da una comunità ‘ospite’ impropriamente grande, di solito sfruttata. Soprattutto, l’opposizione al censimento deriva dal rendersi conto che, se i palestinesi fossero contati tutti insieme, nonostante la dispersione e l’espropriazione, tramite quell’esercizio potrebbero avvicinarsi a costituire una nazione piuttosto che una semplice raccolta di persone. Ora più che mai, tenere un censimento e forse, in seguito, elezioni mondiali – dovrebbe essere un elemento chiave nell’agenda dei palestinesi ovunque. Sarebbe un atto di autorealizzazione storica e politica al di fuori dei limiti imposti dall’assenza di sovranità. E darebbe corpo al bisogno universale di partecipazione democratica, ora apparentemente limitato da Israele e dall’OLP in un’alleanza prematura.

Certamente un censimento dovrebbe sollevare ancora una volta la questione del ritorno per quei palestinesi che non sono in Cisgiordania e a Gaza. Questo problema deve essere sollevato ora, anche se è stato compresso nella formula generale del “rifugiato”, rinviata alle trattative finali da tenersi in un indefinito futuro. Il governo libanese, ad esempio, ha pubblicamente scaldato la retorica contro la cittadinanza e la naturalizzazione per i 350-400.000 palestinesi in Libano, la maggior parte dei quali sono apolidi, poveri, permanentemente in stallo. Una situazione simile si verifica in Giordania e in Egitto. Queste persone, che hanno pagato il prezzo più pesante di tutti i palestinesi, non possono né essere lasciate a marcire né sbattute da qualche altra parte contro la loro volontà. Israele è in grado di offrire il diritto al ritorno ad ogni ebreo nel mondo: i singoli ebrei possono diventare cittadini israeliani e vivere in Israele in qualsiasi momento. Questa straordinaria iniquità, intollerabile per tutti i palestinesi da quasi mezzo secolo, deve essere rettificata. È impensabile che tutti i rifugiati del 1948 vogliano o siano in grado di tornare in un posto così piccolo come uno stato palestinese: d’altra parte, è inaccettabile che a tutti venga detto di trasferirsi altrove, o di abbandonare qualsiasi idea di rimpatrio o risarcimento.

Una delle cose che l’OLP e i palestinesi indipendenti dovrebbero quindi fare è sollevare una questione non affrontata dagli Accordi di Oslo – per svuotare di contenuti in anticipo i colloqui sullo status finale – ovvero chiedere il risarcimento ai palestinesi che sono stati vittime di questo terribile conflitto. Sebbene secondo il desiderio del governo israeliano (espresso con forza da Rabin alla sua conferenza stampa di Washington) l’OLP dovrebbe chiudere “le sue cosiddette ambasciate”, questi uffici dovrebbero essere mantenuti aperti selettivamente in modo che le richieste di rimpatrio o risarcimento possano essere sottomesse.

In sintesi, dobbiamo passare dallo stato di supina abiezione in cui gli accordi di Oslo sono stati negoziati (“accetteremo qualsiasi cosa se ci riconoscete”) ad uno che ci consenta di perseguire accordi paralleli con Israele e gli arabi in merito alle aspirazioni nazionali palestinesi, piuttosto che a quelle municipali. Ma ciò non esclude la resistenza contro l’occupazione israeliana, che continua indefinitamente. Finché esistono occupazione e insediamenti, legittimati o meno dall’OLP, i palestinesi e tutti quanti devono denunciarli. Una delle questioni non sollevate, né dagli Accordi di Oslo, né dallo scambio di lettere OLP-Israele o dai discorsi di Washington, è se la violenza e il terrorismo a cui l’OLP rinuncia includano la resistenza non violenta, la disobbedienza civile e così via. Questi sono diritti inalienabili di qualsiasi popolo a cui si neghi la piena sovranità e l’indipendenza, e devono essere sostenuti.

Come tanti governi arabi impopolari e antidemocratici, l’OLP ha già iniziato ad appropriarsi dell’autorità definendo “terroristi” e “fondamentalisti” i suoi oppositori. Questa è demagogia. Hamas e la Jihad islamica sono contrari all’accordo di Oslo, ma hanno detto più volte che non useranno la violenza contro altri palestinesi. Inoltre, la loro influenza combinata equivale a meno di un terzo dei cittadini della Cisgiordania e di Gaza. Per quanto riguarda i gruppi con base a Damasco, mi sembrano paralizzati o screditati. Ma ciò non esaurisce affatto l’opposizione palestinese, che comprende anche noti esponenti laici, persone impegnate in una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese, realisti e democratici. Mi considero parte di questo gruppo che, credo, sia molto più grande di quanto si pensi.

Il pensiero centrale in questa opposizione è il disperato bisogno di una riforma all’interno dell’OLP, per metterlo in guardia fin da ora sul fatto che affermazioni riduttive sull’unità nazionale non sono più una scusa per l’incompetenza, la corruzione e l’autocrazia. Per la prima volta nella storia palestinese tale opposizione non può essere equiparata al tradimento, se non con una logica assurda e insensata. La nostra affermazione è che siamo contrari al settarismo palestinese e alla cieca lealtà verso la leadership: rimaniamo impegnati nei vasti principi democratici e sociali di responsabilità e capacità che il nazionalismo trionfalista ha sempre cercato di annullare. Credo che un’opposizione su vasta scala alla pasticciata storia dell’OLP emergerà nella diaspora, ma arriverà ad includere anche persone e partiti nei Territori Occupati.

Infine, c’è la questione confusa dei rapporti tra israeliani e palestinesi che credono nell’autodeterminazione per due popoli, reciprocamente e con pari diritti. Le celebrazioni sono premature e, per troppi ebrei israeliani e non israeliani, sono una facile via d’uscita dalle enormi disparità che rimangono. I nostri popoli sono già troppo legati l’uno all’altro in un conflitto e in una storia condivisa di persecuzione perché basti  uno spettacolino in stile americano per poter curare le ferite e aprire la via da seguire. Ci sono ancora una vittima ed un carnefice. Ma può esserci solidarietà nel lottare per porre fine alle ingiustizie, e gli israeliani possono fare pressioni sul loro governo per porre fine all’occupazione, all’esproprio e agli insediamenti. Dopo tutto, i palestinesi hanno ben poco da dare. La comune battaglia contro la povertà, l’ingiustizia e il militarismo deve ora essere unita seriamente, e senza le richieste rituali di sicurezza psicologica per gli israeliani – perché se non ce l’hanno ora, non la avranno mai. Più di ogni altra cosa, questo dimostrerà se la simbolica stretta di mano sarà davvero un primo passo verso la riconciliazione e la vera pace.

 Traduzione a cura dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze




Rivendicare la dimensione politica della narrazione palestinese

Hazem Jamjoum

12  settembre 2018, Al Shabaka

Nota del redattore: questo articolo inaugura il “Circolo sulle Politiche di narrazione e dibattito” di Al-Shabaka, un gruppo di analisti politici di Al-Shabaka che collabora al di là dei confini per affrontare la questione se i palestinesi debbano avere una sola e legittima narrazione e, se sì, quale dovrebbe essere. Il circolo politico di Al-Shabaka è un tentativo metodologico specifico di coinvolgere un gruppo di analisti in studi e riflessioni sul lungo periodo intorno ad un punto di fondamentale importanza per il popolo palestinese.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), un tempo incarnazione del movimento di liberazione palestinese, si è praticamente trasformata in un’entità non sovrana – l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) – che che svolge il ruolo di carceriere di un arcipelago di prigioni nella Cisgiordania occupata. La frattura prodotta da questa trasformazione si è manifestata nella società palestinese in tutto il mondo in una serie di gravi lacerazioni nella narrazione storica palestinese. Nel 25° anniversario dell’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, questo articolo fa il punto su uno scenario fra i più significativi per il prosieguo della lotta di liberazione, nonostante la resa dell’OLP a Oslo, e cioè gli approcci alla liberazione basati sui diritti, e ne valuta i pro e contro.1

Trattando di comunità di persone, “narrazione” è la “nostra” storia, chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando e perché.

Ovunque vi sia stata una dominazione straniera, sono invariabilmente emersi movimenti nazionali anticolonialisti, rivendicando spesso la narrazione immaginaria di un idilliaco passato pre-coloniale (e anacronisticamente nazionale). Questo passato, ci dice la narrazione, è stato lacerato dalla brutalità del colonizzatore e può essere superato solo da un’eroica lotta anti-coloniale che conduca alla liberazione. Questa liberazione è spesso immaginata nella forma di uno Stato indipendente, sovrano e immancabilmente nazionale.

Il “politico” è espressione del potere in un corpo sociale. Per quanto esteso possa essere questo potere, si coagula in specifici assi di interazione che creano gerarchie complesse e concentrate di privilegi e marginalità, condizionando così il limite entro cui gruppi e individui possono costruire la propria storia.2

In effetti, il politico è un luogo di lotta in costante cambiamento. Nei contesti coloniali le linee di potere nazionali e razziali diventano così importanti nelle narrazioni tanto dei colonizzatori quanto dei colonizzati da appiattire sia le società coloniali che quelle native: le strutture interne di subordinazione – come la supremazia maschile in entrambe le società – sono superate dalla narrazione nazionale e rimandate ad una utopica data futura, al “Giorno dell’Indipendenza”, quando l’asse di subordinazione ” principale” (leggi: coloniale) cesserà di esistere.

Nella maggior parte dei casi in Asia, Africa e America Latina, la transizione postcoloniale ha comportato la trasformazione delle leadership della liberazione in un nuovo genere di dispotismo.3 Questi gruppi dirigenti hanno indossato il mantello della lotta mentre svolgevano corrotte attività di autoritarismo in quanto Stati sovrani in un contesto neo-coloniale – e dal 1980, anche neoliberista. Per i palestinesi queste nuove forme di dominazione e immiserimento strutturali agiscono aggravando la brutalità dell’espansione coloniale in corso, intensificata dal fatto che le strutture dell’Autorità Nazionale Palestinese sono la prima linea di difesa di Israele, in conformità agli accordi di pace di Oslo.

L’approccio basato sui diritti: cedere la politica all’Autorità Nazionale Palestinese

Cercando di superare l’impasse costituito dagli accordi di Oslo e dal grave squilibrio di potere militare e diplomatico che ha portato a quello storico atto di sottomissione, alcuni palestinesi inseriti strategicamente nel fiorente settore delle ONG hanno visto nel sistema giuridico internazionale una possibilità di liberazione. Mosso dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, quest’ultimo ha sottolineato il diritto di individui e comunità ad essere liberi da crudeltà e dominazioni arbitrarie. L’adozione da parte palestinese di una strategia “basata sui diritti” per contrastare l’impasse di Oslo aveva lo scopo di aggirare il monopolio internazionale dell’ANP come rappresentante dei palestinesi.

Questo approccio ha riunito insieme gruppi e individui dell’intero spettro politico e istituzionale in un amalgama che è arrivato ad autodefinirsi “società civile” palestinese. Questa tendenza ha evitato di rivendicare una rappresentanza politica dei palestinesi, concentrandosi invece sulla rappresentanza “civile”, morale-giuridica. L’ANP e la “società civile” hanno quindi iniziato una elegante ‘dabka’ (danza palestinese, ndtr.): la difesa basata sui diritti eviterebbe di pestare i piedi ai politici, lasciando all’ANP la scelta delle campagne che rientrano nella propria narrazione in quanto tutore delle preoccupazioni nazionali palestinesi, pur mantenendo i piedi ben piantati nei pragmatici anti-principi della divisione e dell’irrisolto processo di pace.

Questa strategia della società civile basata sui diritti ha avuto un grande successo, come ben si vede nel prolungato slancio delle campagne di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), nonostante che la crisi di legittimazione della leadership sia dell’OLP che dell’ANP abbia contrassegnato gli ultimi decenni di politica palestinese. Sottolineo la parola “nonostante” perché la dirigenza dell’Autorità Palestinese ha regolarmente adottato misure per sabotare l’azione della campagna BDS. I successi basati sui diritti, tuttavia, hanno avuto un costo: spostando l’enfasi sull’ambito giuridico, la lotta palestinese, almeno su scala internazionale, rischia di perdere di vista la sua natura fondamentalmente politica.

Questo è esemplificato dalla frase: “Chiediamo il diritto al ritorno”. È  una formula che omette di dire che i palestinesi espulsi hanno già diritto al ritorno. La richiesta politica dovrebbe essere il ritorno effettivo dei palestinesi e, insieme ad esso, tutte le conseguenze politiche per un progetto coloniale che nega questo ritorno per scopi di ingegneria demografica di supremazia razziale. Se qualcuno ti sequestra, il problema non è che il tuo diritto alla libertà sia stato violato, ma che non sei più libero.

Le implicazioni più generali del cedere “il politico” all’ANP nell’arena internazionale non si limitano al modo in cui concettualizziamo e formuliamo obiettivi di liberazione della Palestina, quali esigere il ritorno oppure rivendicare il diritto al ritorno. Dato il primato del nazionalismo nella narrazione OLP-ANP (“Siamo la Nazione palestinese, abbiamo diritto a uno Stato palestinese”), quali sedi abbiamo per discutere di classe, genere e liberazione sessuale all’interno della società palestinese in tutto il mondo?

Come ci relazioniamo con le lotte regionali e globali per la giustizia socio-politica, e come vogliamo che si relazionino con noi? È una questione di particolare importanza, poiché la maggior parte dei palestinesi ha sperimentato le deportazioni della perdurante Nakba e continua a condurre la lotta di liberazione oltre i confini del territorio sotto il controllo coloniale israeliano.

A un certo livello, concentrare l‘attenzione sul formalismo del diritto ci priva del linguaggio e dello spazio per pensare sino in fondo a queste domande. Ad un altro livello, questi ambiti giuridici hanno un significativo effetto determinante su quali movimenti e strutture politiche scegliamo come alleati e, soprattutto, su come e su quali basi impostiamo tali alleanze e rapporti di solidarietà. La ben nota American Civil Liberties Union [Unione Americana per le Libertà Civili, potente Ong statunitense che si occupa di diritti civili e libertà individuali, ndtr.] (ACLU) può essere un alleato potente e molto apprezzato per arginare l’ondata di violazioni dei diritti costituzionali che, per esempio, gli organizzatori BDS devono affrontare negli Stati Uniti. Tuttavia, c’è una chiara linea oltre la quale un’istituzione professionale con un mandato legale come l’ACLU non può andare – una linea che si ferma molto prima di porre pubblicamente la propria autorità a favore di una “causa controversa” come la liberazione palestinese.

Un movimento popolare organizzato come i “Dream Defenders” [‘Difensori di Sogni’, organizzazione americana per i diritti umani, ndtr.], al contrario, , non si pone simili limiti. Non si impegna per la liberazione palestinese in quanto galvanizzato dalle sfumature dell’esegesi del diritto internazionale sfornata dalla società civile palestinese. Secondo l’analisi dei ‘ “Dream Defenders”, la lotta palestinese è una lotta politica contro l’ingiustizia di un colonialismo di insediamento razzista, che assomiglia e gode di una “relazione speciale” con lo Stato coloniale razzista che i “Dream Defenders” contrastano con la propria lotta. La linea che distingue il sostegno istituzionale dalla solidarietà nella lotta raramente è sottile: segna la differenza tra i contributi attentamente pianificati da parte di soggetti consolidati e la solidarietà che rischia in prima persona di coloro che non hanno nulla da perdere se non le proprie catene.

La politica dei diritti, dei gentleman della legge e delle istituzioni legali, ha offerto alla “società civile” palestinese un modo per aggirare l’impasse di Oslo permettendo ai suoi leader – e ai nostri unici legittimi rappresentanti – l’accesso alla buona società.4 Questo è potuto accadere a costo di abbassare la guardia, e cioè ad una condizione per cui l’ordine legale internazionale stabilisce non solo un limite alle nostre richieste politiche, ma anche il linguaggio che usiamo nel ragionarci immaginando cosa possa significare per noi liberazione. Questo basso livello, o “giuristizzazione” e depoliticizzazione della politica palestinese ha fatto sì che istituzioni ben finanziate e altamente professionalizzate – quelle, come l’ACLU, con il massimo da perdere in termini di accessi, finanziamenti e problemi di pubbliche relazioni – diventino sia partner privilegiati che modelli per la nostra stessa organizzazione politica quando ci imbarchiamo in una “difesa” basata sui diritti.

È un’ulteriore ragione per cui l’Autorità Nazionale Palestinese non percepisce alcuna minaccia al suo ruolo in prima linea di difesa del colonialismo israeliano di insediamento dalle campagne basate sui diritti: tali campagne operano con la stessa logica, linguaggio e limiti del compromesso tra gentiluomini che l’OLP ha adottato nella sua metamorfosi in ANP. Faremmo bene a ricordare che ogni grande vittoria palestinese non avrebbe potuto essere raggiunta senza i sacrifici dei poveri “Andala” [popolare figura di bambino palestinese ideata dal famoso artista vignettista Naji Al- Ali, ucciso nel 1987, ndtr.] della società palestinese, all’interno e all’esterno del territorio della Palestina del Mandato [britannico]. Anche se alcuni indossano collane con Andala, che valgono più di tutto quello che ci vuole a mantenere per diversi mesi la famiglia di un bambino rifugiato, ciò non dovrebbe farci dimenticare che ogni grande resa palestinese è stata il prodotto dei compromessi fra gentleman della buona società.

Consideriamo, ad esempio, la centralità dei lavoratori e dei contadini nello sciopero generale del 1936 e la rivolta armata che durò fino al 1939, e il ruolo delle grandi famiglie di proprietari terrieri palestinesi nel porre fine a entrambi i movimenti di massa. Si potrebbe anche confrontare il servizio di intelligence libanese (il temuto deuxième bureau [secondo ufficio]) – contro il quale si ribellò il movimento dei rifugiati palestinesi perché venisse cacciato dai campi in Libano negli anni Sessanta – all’attuale ruolo dell’ “ambasciata” dell’OLP in Libano, che agevola la raccolta di informazioni e il monitoraggio dei palestinesi in quel paese. È molto più importante in questo articolo contrapporre il movimento di massa dei palestinesi da entrambi i lati della “Linea Verde” [il confine tra Israele e i Territori Palestinesi Occupati, ndtr.] iniziato negli anni Settanta e culminato nell’Intifada del 1987 al ruolo della danarosa élite palestinese nel sostenere “la pace dei coraggiosi” [definizione data da Arafat agli accordi di Oslo, ndtr.].

Cosa succede alle campagne BDS? Al massimo, ci dovrebbe essere maggiore partecipazione e sostegno al BDS, specialmente da parte di coloro che ne riconoscono le possibilità politiche e i limiti nella cornice legale. È ben oltre il mandato delle campagne BDS affrontare le politiche sociali delle comunità palestinesi, per non parlare della politica delle strategie di liberazione e delle “soluzioni”. Le organizzazioni BDS non pretendono di essere organizzazioni rappresentative o assemblee, anzi, non possono esserlo, e dal momento che prendono di mira prevalentemente terze parti –imprese, fondi di investimento, istituzioni culturali, accordi interstatali – che non sono né lo Stato israeliano né il regime collaborazionista palestinese, non possono essere ritenute responsabili dei fallimenti del movimento di liberazione in generale.

È altrettanto importante rendersi conto che il tentativo di rendere Israele moralmente e legalmente responsabile a livello internazionale non è una politica in sé e per sé, meno che mai una strategia di liberazione. È una tattica ausiliaria che, al massimo, contribuisce a creare le giuste condizioni per una lotta politica che ponga fine al progetto sionista di insediamento coloniale che ha istituito uno Stato etnico esclusivista e patriarcale in Palestina. Ciò che ho cercato di evidenziare qui sono le insidie dell’elevare una tattica – l’uso di forum e istituzioni legali internazionali a sostegno degli obiettivi di liberazione – allo stato di strategia della liberazione. Vale la pena notare che la tattica della “lotta armata” ha goduto di una simile esaltazione in quanto soluzione mirabolante che avrebbe liberato la Palestina.

Alla ricerca di una narrazione della mobilitazione politica per arrivare alla liberazione

Come accennato, quando i movimenti di liberazione basano le loro strategie di liberazione e le loro narrazioni sulla solidarietà delle istituzioni internazionali, sono costretti a rispettare la lingua e la logica di quelle istituzioni. Una delle migliori illustrazioni storiche di ciò viene proprio dall’esperienza dell’OLP. Dopo la guerra del 1967, il principio della spartizione della Palestina raggiunse lo status del “consenso internazionale” attraverso le interpretazioni della risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [che prevedeva il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati e il reciproco riconoscimento degli Stati, ndtr.]. Molti Stati arabi erano davvero ansiosi di sottoscriverlo, per eludere l’OLP e parlare in nome dei palestinesi accettando quel consenso a nome dei palestinesi. La spartizione è stata praticamente data come precondizione per il riconoscimento internazionale dell’OLP come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese, e la leadership dell’OLP ha visto quella legittimazione come condizione preliminare per la liberazione. In altre parole, non ci sarebbe stato alcun discorso di “pistola e ramo d’ulivo” da parte di Yasser Arafat all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel novembre 1974 se la Lega Araba non avesse appoggiato l’OLP come detentore del monopolio politico palestinese al summit di Rabat un mese prima. Tale riconoscimento, a sua volta, non si sarebbe verificato se l’OLP non avesse avallato ufficialmente la spartizione della Palestina nel suo programma di dieci punti del giugno 1974.

Anche con il senno di poi, non possiamo biasimare del tutto Arafat per aver riconosciuto sia la debolezza dell’OLP nello squilibrio internazionale del potere quanto il pericolo che altre entità più potenti potessero usurpare il diritto ad una rappresentanza autonoma che i palestinesi avevano faticato tanto a conquistare. Allo stesso modo, i rappresentanti politici palestinesi negli anni 2000 hanno dovuto trovare un modo per eludere la dura realtà dei fatti, cioè che il programma del 1974 avesse dato il via alla trasformazione della leadership politica palestinese in un’appendice del potere coloniale di insediamento mantenendone il monopolio sulla rappresentanza politica palestinese. Analogamente, posto che operare nell’ambito della società civile globale richiede il linguaggio del diritto internazionale e il consenso internazionale come base comune per la comunicazione e il processo decisionale, non possiamo criticare i sostenitori delle campagne basate sui diritti di fare tutto il possibile per usare l’accordo internazionale riguardo ai diritti umani per accusare Israele delle sue violazioni.

Piuttosto che cercare un capro espiatorio, spero invece di trasmettere l’urgenza di promuovere forum e azioni in cui le questioni politiche siano al centro dell’attenzione, al di sopra e al di là delle limitazioni a livello nazionale o del consenso dell’opinione pubblica internazionale. Non è un invito ad abbandonare il diritto internazionale. Piuttosto, si vuole sostenere il ritorno allo spirito originario dell’Intifada del 2000, quando i leader che sarebbero diventati la “società civile palestinese” stavano formulando insieme sia gli inizi del BDS che i modi di usare il regime legale internazionale per aggirare l’impasse politica di Oslo.

Nel 2004, quando la Corte Internazionale di Giustizia emise il suo verdetto [di condanna, ndtr.] sulle conseguenze del muro di separazione di Israele, l’ormai famoso romanziere China Miéville [scrittore, fumettista, saggista ed attivista britannico, ndtr.] stava concludendo il suo libro Between Equal Rights. Dopo essersi informato sul modo in cui gli organizzatori politici palestinesi cercavano di rispondere alla storica sentenza, prima che andasse in stampa Miéville ha aggiunto al manoscritto quanto segue:

… proprio memori della realtà politica che sta alla base della concezione e stesura del diritto internazionale, i palestinesi sono pronti a mettere da parte la “legalità internazionale” della loro stessa vittoria giudiziaria internazionale per tentare invece di usarla per mobilitare l’opinione pubblica extra-legale. È la consapevolezza che è la pressione popolare dal basso piuttosto che il diritto internazionale a rappresentare la migliore speranza per la causa palestinese e che la sentenza giudiziaria internazionale più “progressista” funziona meglio fuori dal campo del diritto internazionale.”

La scelta di Miéville dell’espressione “opinione pubblica” rappresenta il tipo di mobilitazione politica di massa a cui in quegli anni ci si riferiva a livello internazionale con “globalizzazione dell’intifada” – una mobilitazione che andasse ben oltre la lotta per ottenere uno Stato in cui i VIP palestinesi potessero sfruttare persone molto poco importanti senza interferenze da parte del colonialismo di insediamento. La globalizzazione dell’intifada è stata la politica delle manifestazioni per il ritorno dei rifugiati nel 2011, ed è stata la politica delle “Marce del Ritorno” simili ma ben più estese nella Striscia di Gaza degli ultimi mesi.

Questa mobilitazione ha distrutto la narrazione illusoria del conseguimento dello Stato attraverso le sottigliezze di un ordine internazionale che non ha mai mostrato alcuna propensione a far valere i propri standard morali-legali nei confronti di Israele. Ancora una volta, erano gli esausti Andala a gettare in campo i propri corpi mentre i gentiluomini sfruttavano ciò che rimaneva dei loro cadaveri a brandelli per farne miglior uso nei salotti VIP.

È tempo che la politica che sta alla base dell’intifada globale sia considerata fondamentale nel plasmare il modo in cui usiamo il diritto internazionale come uno dei tanti strumenti di lotta, non il contrario. La narrazione che ci aiuta a vedere e ad agire chiaramente ai fini della mobilitazione politica verso la liberazione deve essere messa al centro dell’attenzione – non la narrazione che esibisce la nostra vittimizzazione nazionale “basata sui diritti” di fronte alla piccola nobiltà della buona società, nella speranza che l’élite palestinese possa assicurarsi un buon posto da cui godersi la grottesca orgia dello sfruttamento che consuma il nostro mondo.

Hazem Jamjoum

Membro del gruppo di commentatori politici di Al-Shabaka, Hazem Jamjoum è laureato in Modern Middle East History presso la New York University. I suoi testi si concentrano, tra gli altri temi, sugli approcci politico-economici al colonialismo israeliano e alla formazione delle élite palestinesi, e sulle critiche alle “soluzioni” di gestione del conflitto basate sulla spartizione.

(traduzione di Luciana Galliano)

1 Al-Shabaka è grato per gli sforzi compiuti dai difensori dei diritti umani per tradurre i suoi pezzi, ma non è responsabile di alcun cambiamento di significato.

2 L’importanza di questi elementi – come classe, genere, razza, abilità, sessualità e così via – non risiede nel loro essere identità che esistono in natura, ma nella loro costruzione sociale come identità che conferiscono uno status ai loro possessori. In altre parole, il loro significato è funzione dei regimi di disuguaglianza che li rendono significativi come categorie politiche, non come singoli indicatori di identità di per sé.

3 Fra le analisi più profonde rimangono quelle scritte come predizioni: Frantz Fanon, The Pitfalls of National Consciousness (Grove Press 1961 – Le insidie della coscienza nazionale), I dannati della terra (Einaudi 2007, ed. orig. The Wretched of the Earth, Grove Press 1961).

4 In un passaggio memorabile dell’autobiografia di Shafiq al-Hout [scrittore e politico dell’OLP, ndtr.] (che non c’è nella traduzione inglese), l’importante personaggio, all’opposizione nell’OLP, racconta di essere stato scherzosamente sgridato per aver criticato la quantità di tempo trascorso dai leader dell’OLP nei salotti VIP. Chi lo ha redarguito ha cinicamente spiegato che l’accesso dell’OLP nei salotti VIP è stato il principale, se non l’unico, esito positivo del sacrificio dei martiri palestinesi.