Il presente e la sua storia

Chiara Cruciati, Michele Giorgio,  Cinquant’anni dopo, Edizioni Alegre, Roma 2017, pp.223, euro 15,00

Chi segua le drammatiche vicende del territorio tra il Giordano ed il mare e la tragedia infinita di Gaza, o legga il Manifesto, per cui gli Autori scrivono spesso, non ha bisogno di leggere il sottotitolo e il risvolto per capire che i cinquant’anni sono dopo la guerra israelo-palestinese del 1967. E non fa fatica a condividere la tesi del fallimento della soluzione dei due Stati, a cui non si vede alternativa; e quindi della prosecuzione indefinita dell’occupazione e della violenza sempre più asimmetrica che ne discende.

I primi tre capitoli dei nove del libro raccontano le vicende politiche, militari, culturali, la propaganda, delle due parti in conflitto. Poi vengono raccontate le storie particolari, da quella tragica e conflittuale di Gaza, di Hamas e di Fatah, degli abitanti non schierati in nessuna milizia; delle scelte di Israele e delle colonie ebraiche in Cisgiordania; di Gerusalemme e della sua asimmetrica riunificazione con la forza; della resistenza palestinese, nelle sue fasi. Chiudono un capitolo sulla economia vincolata, chiusa, dipendente, dei territori occupati, e uno sulla situazione internazionale, perché in questo come in tutte le situazioni di conflitto civile locale, malgrado la grande forza militare di Israele, sono le Grandi Potenze che stabiliscono le regole del gioco e determinano il risultato, perché lo accettano, anche se non lo producono direttamente, mentre ne impediscono altri.

Cosa ci dà il libro che non si trova negli articoli, di oggi e di ieri

Il libro ci dà una ricostruzione accurata ed equilibrata del contesto e del passato, che è ciò che manca anche ai lettori attenti, ben informati, ma non specialisti. Anche i lettori attenti possono aver cambiato idea nel corso del tempo, essersi informati negli anni, ma aver trascurato di ricostruire i precedenti. Ci aiuta a completare la nostra conoscenza degli atti, delle ideologie, della propaganda, delle parti in conflitto. che sono state sempre più di due – si pensi alla rivalità tra Olp e Hamas, o all’interno dell’Olp. Ci aiuta a capire che non esistono vittime assolute, eterne: non Israele, malgrado le stragi di ebrei in Europa, 75 anni fa; non chi governa Gaza, malgrado i massacri di innocenti. Ci ricorda che nella guerra senza fronti che si combatte in Palestina da un secolo l’immagine, la percezione, l’opinione pubblica mondiale, il consenso degli Stati, la loro disponibilità a fornire armi e denaro, sono stati spesso determinanti.

Il libro ci racconta i mutamenti, reali e d’immagine, nel tempo. Descrive l’acquisizione delle risorse strategiche, economiche e militari da parte di Israele; il controllo dell’acqua e del territorio. La propaganda delle due parti. Le divisioni e i conflitti interni dei palestinesi. L’evoluzione dei partiti israeliani – e la loro convergenza sul nazionalismo. Gli eccessi anche dell’Olp e del Fplp. Il sostegno di Israele ai Fratelli Musulmani, contro i più aggressivi laici. La nascita di Hamas; il cambiamento di politica di Israele nei suoi confronti; la guerra intestina a Gaza. L’origine e lo sviluppo delle due intifade; l’occupazione del Libano e Sabra e Chatila; l’uccisione di Rabin e la vittoria degli estremisti in Israele, fino alla vittoria di Netanyahu e alla situazione attuale, dominata da partiti estremisti, ultranazionalisti e religiosi.

Il punto di vista degli autori

Ho definito equilibrata ed accurata la ricostruzione degli autori. Nessuno ha la competenza per garantire l’oggettività e la completezza di una storia così intricata. Intendo dire che gli autori si sono messi dal punto di vista degli uomini, delle donne, dei bambini, presenti sul territorio tra il Giordano ed il mare e che non hanno trascurato di raccontare strumentalità e violenze da ambedue le parti. Non hanno idealizzato né i partiti e i dirigenti palestinesi né quelli israeliani. Anche per Gaza, che è un campo di concentramento a cielo aperto, e per Gerusalemme, che è un simbolo per mezzo mondo, per ambedue le parti in conflitto, hanno guardato alle condizioni degli abitanti, non sostenuto la santità dei guerrieri o la giustezza delle decisioni dei leader.

Naturalmente, per quel che riguarda la completezza, anche un non professionista può citare episodi che lo hanno toccato da vicino o che hanno avuto un’eco importante in Italia e di cui il libro non parla o che nomina appena.

Il sequestro dell’Achille Lauro, l’uccisione di Klinghoffer, ebreo ed invalido, il confronto armato di Sigonella, è noto a tutti quelli che hanno l’età per ricordarlo. Le due stragi di Fiumicino, del 1973, la più grave, con una trentina di morti, e quella dell’85, mi sono ben presenti, perché nella prima morì bruciato un mio vecchio collega in partenza per Teheran; la rappressaglia israeliana per la strage di Monaco mi è ben presente perché uno dei presunti complici uccisi era molto amico di vari redattori del Manifesto che erano sicuri della sua innocenza e ne parlavano. Ma se si dovesse parlare dei singoli morti di questa come di altre guerre contemporanee ci vorrebbe un’enciclopedia.

Gli autori cercano di dare un quadro generale, e registrano la sconfitta, l’impossibilità di usare la forza, da parte dei palestinesi. E sostengono che non avere la forza non vuol dire non avere ragioni, se non addirittura ragione, sul punto fondamentale della libertà dall’occupazione.

Francesco Ciafaloni

Francesco Ciafaloni, nato il primo agosto 1937 a Teramo, ha lavorato come ingegnere del petrolio per l’Agip dal 1961 al 1966. E’ stato redattore di Paolo Boringhieri dal ’66 al ’70 e poi di Giulio Einaudi dal ’70 alla crisi dell’inizio degli anni ’80. Da allora ha lavorato soprattutto coi migranti, prima alle dipendenze della Cgil, poi come volontario. Ha lavorato per il “Comitato oltre il razzismo”. Attualmente collabora con i mensili “Una città” e “Gli asini” e con il sito “Workingclass”.




Alcuni Stati arabi temono che una rivolta palestinese possa far scoppiare un’altra primavera araba

Zvi Bar’el – 30 luglio 2017, Haaretz

Non tutti gli Stati musulmani sono uguali quando si tratta del “diritto” di proteggere quello che i musulmani chiamano il “Nobile Santuario”

In uno sconcertante comunicato rilasciato giovedì la famiglia reale saudita ha accreditato voci secondo cui re Salman si è riunito con alcuni leader mondiali per determinare un “punto di svolta” che ha portato al fatto che il Monte del Tempio [definizione ebraica della Spianata delle Moschee, ndt.] venisse riaperto ai fedeli musulmani.

La dichiarazione non rivela chi abbiano contattato il re o suo figlio Mohammed. Tuttavia è probabile che ci sia stata un colloquio con alti funzionari israeliani – se non direttamente, quanto meno attraverso consiglieri del principe ereditario che hanno noti legami con i dirigenti israeliani.

Il Monte del Tempio, o Haram al-Sharif (come è noto ai musulmani), può anche essere un luogo santo, ma la soluzione alla tempesta che si è scatenata in merito per due settimane è politica – ed ognuno dei “padri” della crisi sta cercando di attribuirsi una parte dell’onore di averla risolta.

Allo stesso modo c’è stata una lotta di potere sulla sovranità e sul controllo tra il WAQF (l’ente fiduciario religioso musulmano del luogo) e il governo israeliano, una lotta concentrata sul mantenere lo status quo – una cosa che è emersa da decisioni politiche, non religiose.

Il contenimento della crisi era pertanto focalizzato su due piani: prevenire che la crisi diventasse internazionale e che coinvolgesse le Nazioni Unite; evitare che straripasse nelle città musulmane nei Paesi arabi e musulmani. Ciò avrebbe provocato il fatto che i regimi arabi perdessero il controllo dello sviluppo della crisi e mettessero a rischio le delicate relazioni tra loro e l’opinione pubblica.

Proteste di massa – persino quelle derivanti da sentimenti religiosi – possono rapidamente trasformarsi in proteste contro la politica interna, la mancanza di libertà di espressione, le difficoltà economiche e la mancanza di democrazia.

La novità nell’attuale questione è che Israele non era l’unico a temere un’intifada palestinese. Molti dirigenti arabi condividevano la preoccupazione perché – come dimostrato durante le “Primavere arabe” all’inizio di questo decennio – le rivolte sono un male pericoloso e contagioso e un’intifada palestinese non è più solamente un riflesso di una lotta nazionalista contro l’occupazione israeliana. Potrebbe mobilitare una tale solidarietà di massa che potrebbe mettere i regimi arabi in violento contrasto con i loro popoli.

Il movimento di protesta egiziano Kefaya è nato nel 2004, per combattere le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, l’occupazione USA dell’Iraq e per la richiesta di riforme in Egitto. La potenzialità del Monte del Tempio di mobilitare le masse e la minaccia che ciò pone sono molto maggiori, e non solo perché riguarda tutti gli Stati islamici. Questo potenziale impedisce ai regimi musulmani di bloccare qualunque manifestazione generi, a causa dell’aureola sacra che la circonda, imponendo loro di apparire come se appoggiassero le richieste dell’opinione pubblica contro chi viola la sacralità del luogo.

Ma non c’è santità senza politica, e quello che appare come un sito universale dei musulmani – che richiede ad ogni musulmano che lo protegga con ogni suo mezzo – ha alla sua base anche dispute interne tra Stati arabi e musulmani. Fa tornare alla mente la controversia ebraica sul controllo del Muro del Pianto e delle relative preghiere.

Non tutti gli Stati musulmani sono uguali quando si tratta del “diritto” di proteggere il Monte del Tempio. Da una parte c’è l’Iran, uno Stato musulmano sciita che santifica il Monte del Tempio e rilascia dichiarazioni militanti contro il fatto che Israele lo stia trasformando in un sito ebraico. Ma gli Stati arabo-sunniti non accordano all’Iran il diritto di esprimere un parere sulla questione. Ma persino tra gli Stati islamici sunniti l’Afganistan o la Malaysia non hanno lo status dell’Egitto o della Giordania, e quello della Turchia e del Qatar non è lo stesso dell’Arabia saudita quando si tratta del Monte del Tempio. Ciò non perché siano meno musulmani o arabi, ma perché la controversia è politica e solo i noti “membri di un circolo ristretto” hanno il permesso di avere un ruolo in questa particolare contesa.

Il circolo ristretto ha anche una rigida gerarchia. Per esempio, l’unico rappresentante dei luoghi santi islamici in Palestina, secondo la decisione della Lega araba, è l’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che riunisce la maggior parte delle fazioni palestinesi, ndt.]. Ma lo stesso Yasser Arafat, che forzò la mano della Lega per ottenere la rappresentanza esclusiva, condivise la responsabilità con altri Stati arabi quando venne messo in discussione il futuro del Monte del Tempio.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas sta seguendo le orme di Arafat a questo proposito. Potrebbe respingere una richiesta del presidente USA Donald Trump, ma non dell’Arabia saudita.

Il diritto degli Stati arabi di intervenire sulla questione palestinese in generale, e del Monte del Tempio in particolare, dipende principalmente dalla loro presenza nell’arena mediorientale. Per esempio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan può maledire Israele quanto vuole, chiedere al mondo musulmano di andare al Monte del Tempio a manifestare la propria adesione all’islam, accusare Israele di volersi impossessare del luogo sacro e impegnarsi a non demordere finché non venga ristabilito lo status quo sul Monte del Tempio. Ma in pratica il suo peso e la sua autorità nell’influenzare l’ANP o i capi religiosi della Cisgiordania, per non parlare di Israele, sono quasi nulli.

I contatti della Turchia con Hamas, il suo schierarsi con il Qatar nella crisi con l’Arabia Saudita, il suo prendere le distanze dall’Egitto e le sue relazioni con l’Iran lasciano Erdogan con un microfono in mano ma senza una voce politica reale. Questa settimana Erdogan si è recato in Arabia saudita per conservare le proprie relazioni con re Salman e offrirsi di mediare tra l’Arabia saudita e il Qatar, ma senza molto successo.

Membro della coalizione sunnita istituita da re Salman, la Turchia sta già cominciando ad apparire in Arabia saudita come uno Stato non così amichevole. Recentemente Erdogan ha inasprito i toni contro l’Europa, soprattutto la Germania, e un quotidiano filo-governativo questa settimana ha affermato che la Germania di Angela Merkel è peggiore di quella di Hitler per odio e oppressione.

Inoltre Erdogan sta continuando a scontrarsi con Trump, mentre i suoi legami con la Russia sono sempre più stretti, con un accordo previsto per l’acquisto di missili S-400, che ha provocato una tempesta nella NATO.

La Turchia ha uno status strategicamente importante, con cui Erdogan si diverte a giocare, ma, in questo particolare gioco dello squash, sta andando incontro a un solido muro arabo.

L’Egitto sta prendendo una posizione a parte, riflessa non solo dalla presa di distanza dall’incidente del Monte del Tempio, ma anche nei tentativi del presidente Abdel-Fattah al-Sissi di stabilizzare i confini con Gaza a spese dell’ANP; nel suo preponderante sostegno all’acerrimo nemico di Abbas, Mohammed Dahlan; negli accordi che i capi dell’intelligence egiziana hanno ottenuto con Hamas per aprire il valico di confine di Rafah e piazzare un impianto energetico finanziato dagli Emirati Arabi Uniti – tutto ciò non ha permesso al presidente egiziano di fare pressione o influenzare Abbas. Ora Sissi è più interessato al processo di riconciliazione in Libia per proteggere i confini occidentali dell’Egitto da una infiltrazione terroristica.

Non c’è da sorprendersi, quindi, che le piazze egiziane siano rimaste in silenzio durante il clamore del Monte del Tempio e i media egiziani si siano occupati di altri problemi scottanti.

Sissi si sta coordinando e mantiene colloqui soprattutto con il re di Giordania Abdullah, con il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman e con Israele. Ciò è in contrasto con l’ex-presidente Hosni Mubarak, che in situazioni simili era solito convocare le parti al Cairo per definire una soluzione egiziana (non sempre con successo).

Il re di Giordania Abdullah II ha ricevuto un affronto da Netanyahu, che ha festeggiato il “rilascio” da Amman della guardia di sicurezza israeliana, mentre il re si agitava nel tentativo di spiegare gli avvenimenti. La Giordania è vista come la polveriera più sensibile riguardo al Monte del Tempio – tra l’altro perché la “Fratellanza Musulmana” in Giordania gode non solo di un riconoscimento legale rispetto all’Egitto e all’Arabia saudita, ma anche perché ha 16 dei 130 seggi in parlamento. Ma la sua rappresentanza simbolica non riflette il reale potere nelle strade, dimostrato dalla sua capacità di mobilitare manifestanti e di infiammare gli animi quando le questioni riguardano i rapporti con Israele in generale e i luoghi santi in particolare.

La Giordania, attraverso il Waqf, è la titolare riconosciuta del complesso della moschea di Al-Aqsa, e in base agli accordi di pace con Israele deve essere consultata su ogni questione riguardante lo status quo del luogo. La sua responsabilità, pertanto, non si limita a preservare la libertà di culto ad Al-Aqsa. La Giordania è vista come responsabile di fronte al mondo musulmano, anche se l’ANP ha preso il ruolo di unico rappresentante dei luoghi santi. Così, ogni episodio fuori dalle regole nel luogo santo potrebbe far vacillare lo status del re sia nel suo regno che rispetto agli altri Stati musulmani.

I dettagli dell’accordo raggiunto con Israele questa settimana non sono del tutto chiari. La Giordania ha annunciato che non è stato siglato nessun accordo e che il rilascio della guardia di sicurezza Ziv, che ha sparato ed ucciso due cittadini giordani [all’interno dell’ambasciata israeliana ad Amman, ndt.] è dovuto al suo rispetto dei protocolli internazionali riguardanti il personale diplomatico. Ma fonti giordane hanno detto ad Haaretz che “la rapidità con cui ha avuto luogo la liberazione, insieme alla rimozione dei metal detector (alle entrate del Monte del Tempio), indica che è stato fatto un accordo ed è probabile che consista in ulteriori impegni israeliani che non sono stati resi noti.”

Se Israele si è preso tali impegni, questi non riguardano necessariamente il Monte del Tempio, ma piuttosto la cooperazione militare e di intelligence tra i due Stati – o piuttosto l’intercessione israeliana presso Trump per incrementare l’aiuto USA alla Giordania.

Una delle domande ancora senza risposta è perché, contrariamente alle stime e alle previsioni di funzionari della Difesa israeliana, non sia scoppiata un’intifada su larga scala. A prima vista negli attuali avvenimenti del Monte del Tempio sono presenti tutti gli ingredienti che nel 2000 hanno fatto scoppiare la Seconda Intifada. Un oltraggio al luogo santo; misure per la presa di possesso ebraica dell’ingresso al sito; l’assenza di un processo di pace; l’indifferenza araba ed internazionale; una lotta interna tra palestinesi. Ma l’errore di fondo nell’affidarsi ad un’analogia come strumento per analizzare e valutare il comportamento dei dirigenti e dell’opinione pubblica sta nel dare molta importanza alle similitudini e ignorare o eliminare le differenze.

E’ possibile fare un elenco di innumerevoli differenze tra il contesto, le circostanze e il comportamento politico e militare di israeliani e palestinesi nel 2000 e nel luglio 2017. Ma sembra che la differenza fondamentale sia che la Seconda Intifada scaturì dal successo della Prima Intifada, che portò alla firma degli accordi di Oslo.

I tragici risultati della Seconda Intifada – sia dal punto di vista umanitario che strategico – sono rimasti profondamente impressi nella memoria collettiva palestinese. E’ difficile immaginare quale sia la data di scadenza di un trauma simile. La guerra civile in Libano rappresenta ancora un’efficace protezione contro un suo nuovo scoppio. Forse anche in Palestina il trauma funziona ancora – ma è meglio non metterlo alla prova.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele sotto tiro per gli attacchi a giornalisti palestinesi ed agenzie di informazione

30 luglio 2017, Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) – Nei giorni scorsi le forze israeliane sono state oggetto di una severa condanna per attacchi a giornalisti palestinesi e agenzie di informazione, in seguito ad un’incursione nella notte di sabato contro una società di produzione mediatica a Ramallah ed a molteplici attacchi a giornalisti che informavano sulle proteste di massa nei territori palestinesi occupati contro le misure di sicurezza, ora ritirate, alla Moschea di Al-Aqsa.

In un raid all’alba di sabato le forze israeliane hanno fatto irruzione nella sede di PalMedia, una società di produzione nel settore dei media, che fornisce servizi di trasmissione a parecchi organi di informazione, tra cui Russia Today, al-Mayadeen, al-Manar e al-Quds News, hanno messo a soqquadro gli uffici e distrutto attrezzature, con l’accusa di presunta “istigazione”.

Hanan Ashrawi, membro del comitato esecutivo dell’OLP, ha denunciato il raid in una dichiarazione in cui ha affermato che “le politiche israeliane di violenza e repressione sono un palese tentativo di spezzare la risolutezza del popolo palestinese” e configurano una violazione delle leggi internazionali sui diritti umani relativamente alla libertà di espressione.

Israele si sta chiaramente impegnando in una costante politica che prende di mira deliberatamente i mezzi di comunicazione ed i giornalisti palestinesi che lavorano con coraggio per rappresentare la narrazione umana palestinese e che informano sull’ occupazione militare israeliana e le sue permanenti politiche di apartheid e di pulizia etnica,” ha detto.

Queste politiche israeliane di violenza e repressione, come anche i recenti attacchi contro esponenti della stampa palestinese all’interno e intorno a Gerusalemme est occupata, sono un palese tentativo di spezzare la tenacia del popolo palestinese.”

Ha invitato la comunità internazionale ad agire immediatamente per “frenare la continua violazione da parte di Israele delle leggi e delle convenzioni internazionali e per sostenere i nostri sforzi nonviolenti e diplomatici per chiedere giustizia e protezione per il popolo palestinese in tutte le sedi giuridiche internazionali.”

Anche il Centro Palestinese per lo Sviluppo e la Libertà dei Media (Mada) domenica ha rilasciato una dichiarazione in risposta al raid contro PalMedia ed a ciò che ha definito un palese incremento degli attacchi contro giornalisti “che svolgono il proprio lavoro informando circa i sit-in pacifici organizzati da abitanti di Gerusalemme.”

La grande quantità di violenti attacchi indiscriminati contro media e giornalisti conferma la persistenza delle violazioni e dell’aggressione dell’occupazione israeliana alle libertà dei mezzi di comunicazione con diversi mezzi violenti”, ha dichiarato l’ONG con sede a Ramallah.

Mada considera questi incidenti come mezzi per impedire che si diffonda al resto del mondo la vera immagine di ciò che sta avvenendo sul terreno e le politiche messe in atto contro i palestinesi, ed inoltre insiste sull’urgente necessità di perseguire i responsabili di tali attacchi, che sono tuttora impuniti.”

Mada ha affermato che, nelle ultime due settimane, ha osservato decine di violazioni commesse dalle forze israeliane nei confronti di giornalisti a Gerusalemme.

Questi attacchi erano di diverso tipo, ma comprendevano arresti, pestaggi, minacce, confisca e distruzione di attrezzature, impedimento di trasmettere gli avvenimenti, interrogatori ed il fatto di prendere di mira giornalisti con pallottole vere e lacrimogeni.”

Il 22 luglio la corrispondente televisiva di Ma’an Mirma al-Atrash è stata colpita da un candelotto di gas lacrimogeno e lievemente ferita al viso durante una protesta nella città di Betlemme, in Cisgiordania.

Mada ha sottolineato il violento arresto, filmato, del fotogiornalista Fayez Abu Rmeila durante una protesta il 25 luglio, aggiungendo che egli è stato sottoposto a due interrogatori dopo che è stato spinto e picchiato da un poliziotto che gli ha anche confiscato la carta di identità e la memory card.

Abu Rmeila ha detto a Mada che “a causa di una disputa insorta tra me ed il poliziotto, lui mi ha aggredito e minacciato di spaccarmi la testa se avessi parlato in malo modo.” In seguito ha detto di essere stato nuovamente picchiato, insultato ed ingiuriato nel centro di detenzione.

Il rapporto di Mada elenca almeno altri 11 giornalisti, inviati di organi locali ed internazionali come la Reuters, aggrediti a Gerusalemme da poliziotti israeliani.

Anche l’Ong “Reporter Senza Frontiere” ha condannato gli ostacoli posti dalle forze israeliane alla copertura mediatica nel corso della crisi di Al-Aqsa, azione che era già stata ampiamente denunciata dal sindacato palestinese dei giornalisti, dal ministero dell’Informazione palestinese, dal “Comitato di Protezione dei Giornalisti” e da altri.

In una dichiarazione rilasciata venerdì, l’organizzazione internazionale per la libertà di stampa ha accusato le forze israeliane di fare uso di “intimidazione, divieto di accesso, violenza ed arresti per limitare o impedire la copertura mediatica delle manifestazioni e degli scontri scatenati dall’introduzione di ulteriori misure di sicurezza intorno alla Moschea di Al-Aqsa nella città vecchia di Gerusalemme.”

In seguito ad un precedente raid contro l’ufficio di PalMedia tre anni fa, “Reporter Senza Frontiere” ha affermato che il raid “si è aggiunto al lungo elenco di violazioni dei diritti dei mezzi di informazione palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane, attraverso continue minacce, arresti ed operazioni militari.”

Israele è stato accusato di etichettare qualunque mezzo di informazione critico nei confronti di Israele e delle sue politiche nelle comunità palestinesi come “istigazione”, allo scopo di reprimere le critiche alle politiche discriminatorie di Israele, alla sua perdurante occupazione della Cisgiordania giunta al suo cinquantesimo anno e al suo decennale assedio della Striscia di Gaza, che ha precipitato quel territorio in una interminabile crisi umanitaria.

Nel bel mezzo delle proteste a Gerusalemme, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha anche accusato la rete televisiva satellitare Al Jazeera, con sede in Qatar, di aver “incitato deliberatamente alla violenza” ad Al-Aqsa attraverso la sua informazione sugli eventi, ed ha chiesto che gli organi competenti israeliani chiudano i suoi uffici in Israele.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Gerusalemme unifica i musulmani attraverso la lotta

Amira Hass – 23 luglio 2017, Haaretz

Benché alla maggioranza dei palestinesi non sia consentito visitare Al-Aqsa, questo luogo sacro sta facendo quello che l’assedio di Gaza e l’espansione delle colonie non riescono a fare: unirli.

Un giovane laico della zona di Ramallah ha espresso il suo stupore per come Gerusalemme ha unificato l’intero popolo palestinese ed ha paragonato l’assalitore di venerdì notte ad Halamish [colonia israeliana in cui un palestinese ha ucciso a coltellate tre coloni, ndt.], Omar al Abed, al Saladino. Un paragone stupido, siamo tutti d’accordo. Eppure il bisogno di tirare in ballo il Saladino racchiude tutta la difficoltà tra i palestinesi in merito a quelli che percepiscono come i nuovi crociati.

Questo giovane non può andare a Gerusalemme est e nella Città Vecchia, che si trova a meno di 30 km (circa 18 miglia) da casa sua, perché anche in periodi normali Israele non concede permessi di ingresso “come quello” a persone della sua età. E forse è tra coloro che considerano umiliante dover chiedere un permesso di ingresso per andare in una città palestinese. L’ultima volta che ha visitato [Gerusalemme] aveva 13 anni – cioè circa 13 anni fa.

Quindi questo giovane palestinese venerdì non ha sentito alcuni dei predicatori parlare a Gerusalemme della loro discendenza da Saladino. Poiché i palestinesi sono stati bloccati dal loro [dei religiosi musulmani, ndt.] divieto di entrare ad Al-Aqsa attraverso i metal detector israeliani, sedicenti predicatori hanno parlato a gruppi di fedeli che si sono radunati nelle strade di Gerusalemme est e della Città Vecchia, circondati dal personale della polizia di frontiera che puntava contro di loro i lunghi fucili.

Uno di questi predicatori ha detto che se non fosse stato per le posizioni e le azioni di vari regimi stranieri nel passato e nel presente, gli ebrei non avrebbero sconfitto i palestinesi. Poi ha fatto una pausa ed ha aggiunto: “Se non fosse per l’Autorità Nazionale Palestinese, collaborazionista, gli ebrei non avrebbero il sopravvento.” Ed ha anche chiesto: “E’ possibile che oggi, in tutti gli eserciti musulmani del mondo, nessuno possa generare un Saladino?” E allora ha promesso che verrà il giorno in cui eserciti da Giacarta, da Istanbul e dal Cairo arriveranno per liberare la Palestina, Gerusalemme e Al-Aqsa.

Un altro predicatore ha fatto affermazioni simili a un turista turco prima del sermone. Il contenuto e lo stile ricordavano il partito islamista salafita Hizb El Tahrir: non c’è da sostenere una lotta armata contro gli occupanti israeliani, ma una fede incrollabile nel giorno in cui il mondo musulmano si mobiliterà e sconfiggerà i “crociati ebrei”.

Quando il predicatore se n’è andato, solo in pochi si sono uniti all’appello che metteva in guardia gli ebrei che “l’esercito di Maometto ritornerà” – ma nessuno ha protestato contro la definizione dell’ANP come “collaborazionista”. In ogni caso, le sue attività sono vietate a Gerusalemme. Israele ha estromesso l’OLP (a cui l’ANP è in teoria subordinata) da ogni ruolo di unificazione, culturale, sociale o economico, che ha avuto fino al 2000. Un vuoto di potere come questo può essere riempito solo da enti religiosi e da portavoce che possano dar senso ad una vita piena di sofferenze. La coerente posizione dell’OLP e dell’ANP, secondo cui questo non è un conflitto religioso e che ad Israele non dovrebbe essere consentito di trasformarlo in tale, a Gerusalemme non risulta molto convincente.

Dato che la maggioranza dei palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania non può andare a Gerusalemme, la città – e soprattutto la moschea di Al-Aqsa – è per loro un luogo astratto, un “concetto” o una foto sul muro; non una realtà che conoscono concretamente. Ma questo luogo astratto, Al-Aqsa, sta facendo quello che non riesce a fare l’assedio di Gaza con i suoi 2 milioni di prigionieri, l’espansione delle colonie e la confisca dei serbatoi di acqua e dei pannelli solari alle comunità dell’Area C [in base agli accordi di Oslo, la parte della Cisgiordania temporaneamente sotto totale controllo israeliano, ndt.]: li sta unificando. Il discorso anti-colonialista, che è essenzialmente nazionalista, politico e laico, è canalizzato dai post di Facebook, dagli articoli eruditi che non raggiungono il grande pubblico e da vuoti slogan pronunciati da leader, il cui periodo di leadership e di governo è ormai da tempo scaduto.

In altre parole, il discorso e la vecchia dirigenza nazionalisti oggi non sono più considerati importanti. Al contrario, Al-Aqsa riesce a creare un’opposizione popolare di massa al dominio straniero da parte di Israele – e ciò scatena l’immaginazione e l’ispirazione delle masse di altri che non possono andare a Gerusalemme. Non solo persone non credenti si sono recate ai luoghi di preghiera a Gerusalemme il venerdì per stare con il proprio popolo. Anche numerosi palestinesi cristiani si sono uniti ai fedeli musulmani ed hanno pregato, a modo loro, verso Al-Aqsa e la Mecca.

Ovviamente, si tratta in primo luogo della forza del credo religioso. Più profonda è la fede, maggiore è lo sfregio alle sue componenti sacre. Il fatto che Al-Aqsa sia un luogo per tutti i musulmani è un elemento che le attribuisce maggiore importanza. Ma non si tratta solo di quello: Gerusalemme ha la maggior concentrazione di palestinesi che si trovano a diretto contatto con il potere straniero di Israele, con tutto quello che ciò rappresenta in termini di negazione dei loro diritti e di umiliazione per loro. Non hanno bisogno di “luoghi simbolici” dell’occupazione, come i posti di controllo militari, per ricordarsi dell’occupazione o esprimere la loro rabbia. E la spianata di Al-Aqsa, da parte sua, è il luogo in cui la maggior parte dei gerosolimitani si possono riunire in un unico posto per sentirsi parte di una collettività. E dal momento in cui questo diritto di riunirsi gli viene tolto, protestano come un sol uomo – il che ricorda anche agli altri palestinesi che sono tutti uno solo, e stanno soffrendo per lo stesso dominio straniero.

Ma questa stessa opinione pubblica unificata non può più esprimere la propria unità in azioni collettive. E’ chiusa e tagliata fuori all’interno di enclave sovrane, e divisa in classi sociali con differenze sociali, economiche ed emotive sempre più grandi. La via verso il luoghi simbolici dell’occupazione, che circondano ogni enclave, è bloccata dalle forze di sicurezza palestinesi come dall’adattamento alla vita all’interno dell’enclave.

Questa è la base politica e reale della continua presenza di assalitori solitari, che non fanno riferimento all’origine delle loro azioni: prima di tutto, l’intollerabile prosecuzione dell’occupazione; poi la suggestione di Al-Aqsa come un luogo che unifica, religiosamente e socialmente; la dirigenza deludente, indebolita e debole; la volontà di morire che è una miscela di fede nel paradiso e di disperazione nei confronti della vita.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Seguire il percorso della causa palestinese a partire dal 1967

Nadia Hijab, Mouin Rabbani, 5 giugno 2017 Al-Shabaka

Guardando al passato

Alla vigilia del 5 giugno 1967 i palestinesi erano dispersi tra Israele, la Cisgiordania (inclusa Gerusalemme est) governata dalla Giordania, la Striscia di Gaza amministrata dall’Egitto e le comunità di rifugiati in Giordania, Siria, Libano e altri Paesi più lontani.

Le loro aspirazioni di salvezza ed autodeterminazione poggiavano sugli impegni dei leader arabi a “liberare la Palestina” – che all’epoca si riferiva a quelle parti della Palestina mandataria che erano diventate Israele nel 1948 – e soprattutto sul carismatico leader egiziano Gamal Abdel-Nasser.

La Guerra dei Sei Giorni, che portò all’occupazione israeliana dei territori palestinesi di Cisgiordania, Gerusalemme est e Striscia di Gaza, delle alture del Golan siriane e della penisola del Sinai egiziana, apportò drastiche modifiche alla geografia del conflitto. Produsse anche un profondo cambiamento nella politica palestinese. Con una netta rottura rispetto ai decenni precedenti, i palestinesi divennero padroni del proprio destino invece che spettatori di decisioni regionali ed internazionali che influivano sulle loro vite e determinavano la loro sorte.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che era stata fondata nel 1964 sotto l’egida della Lega Araba nel suo primo incontro al vertice, nel 1968-69 fu surclassata dai gruppi guerriglieri palestinesi che si erano sviluppati clandestinamente dagli anni ’50, con a capo Fatah (il movimento nazionale di liberazione palestinese). La sconfitta araba del 1967 determinò un vuoto in cui i palestinesi riuscirono a ristabilire l’egemonia sulla questione della Palestina, a trasformare le componenti disperse della popolazione palestinese in un popolo unito e in un soggetto politico ed a porre la causa palestinese al centro del conflitto arabo-israeliano.

Questo, che è stato forse il più importante risultato dell’OLP, ha tenuto alto lo spirito della richiesta palestinese di autodeterminazione, nonostante la miriade di ferite inferte da Israele e da alcuni Stati arabi – e nonostante quelle autoinflitte. Le sconfitte subite dall’OLP sono state molte, anche se è riuscita a porre la questione palestinese ai primi posti dell’agenda internazionale. Vale la pena ripercorrere i successi e le sconfitte dell’OLP per comprendere in che modo il movimento nazionale palestinese è arrivato alla situazione attuale.

La prima vittoria dell’OLP ha anche gettato i semi di una sconfitta. La battaglia di Karameh del 1968 nella Valle del Giordano, in cui i guerriglieri e l’esercito giordano respinsero un corpo di spedizione israeliano molto più potente, guadagnò al movimento molti aderenti palestinesi ed arabi, sia rifugiati, sia guerriglieri, sia uomini d’affari di tutto lo spettro politico. Al tempo stesso, l’implicita minaccia alla monarchia hashemita era evidente e le relazioni palestinesi con la Giordania peggiorarono fino a che l’OLP venne espulso dalla Giordania durante il ‘settembre nero’ del 1970. Questo in pratica ha significato che l’OLP non ebbe più una potenzialità militare credibile contro Israele, ammesso che l’abbia mai avuta. Anche se i palestinesi avrebbero mantenuto un’estesa presenza militare in Libano fino al 1982, si trattava di una misera alternativa alla più lunga frontiera araba con la Palestina storica.

Durante la guerra dell’ottobre 1973, l’Egitto e la Siria ottennero parziali vittorie contro Israele, ma subirono anche gravi sconfitte, dimostrando che anche gli Stati arabi avevano solo limitate possibilità contro Israele. Al tempo stesso, il movimento nazionale palestinese raggiunse il suo culmine a livello internazionale con il discorso del defunto leader palestinese Yasser Arafat all’Assemblea Generale dell’ONU nel 1974, con il riconoscimento da quel momento dell’OLP come l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. In quello stesso anno l’OLP iniziò anche a porre le basi per una soluzione di due Stati quando il suo parlamento, il Consiglio Nazionale Palestinese, adottò un piano in 10 punti per istituire una “autorità nazionale” in ogni parte della Palestina che era stata liberata.

Il processo fu necessariamente dolorosamente lento, in quanto condusse la maggioranza dei palestinesi a riconoscere che un eventuale Stato palestinese non sarebbe stato stabilito sulla totalità dei territori del precedente mandato britannico. Dal 1974, l’accettazione del dato di fatto di Israele come Stato e la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza sarebbe progressivamente diventato l’obiettivo del movimento nazionale palestinese.

La visita a Gerusalemme dell’allora presidente egiziano Anwar Sadat nel 1977, che condusse agli Accordi di Camp David del 1979 e al ritiro di Israele dalla penisola del Sinai, completato nell’aprile del 1982, aprì la strada all’invasione israeliana del Libano nello stesso anno. Il principale obiettivo di Israele era estromettere l’OLP dal Paese e consolidare l’occupazione permanente dei Territori Palestinesi Occupati (TPO). Con l’uscita dal conflitto del più potente degli Stati arabi, la capacità dell’OLP di ottenere una soluzione di due Stati fu gravemente compromessa ed il conflitto arabo-israeliano si trasformò gradualmente in un conflitto iasraelo-palestinese, molto più conveniente per Israele.

Mentre l’OLP cercava di riunificarsi in Tunisia ed in altri Paesi arabi, nei TPO ebbe luogo una delle più grandi sfide ad Israele, con lo scoppio della prima Intifada nel dicembre 1987, in gran parte guidata da una leadership cresciuta all’interno [della Palestina]. Ciò riportò in auge l’opzione di contrastare in modo vincente Israele sulla base di una mobilitazione di massa non violenta in dimensioni che non si vedevano più dalla fine degli anni ’30.

Tuttavia l’OLP si dimostrò incapace di capitalizzare il successo locale e globale della prima Intifada. Alla fine, la dirigenza dell’OLP in esilio mise i propri interessi, soprattutto l’ambizione di ottenere l’ appoggio dell’Occidente, ed in particolare dell’America, al di sopra dei diritti nazionali del popolo palestinese, espressi nella Dichiarazione di Indipendenza adottata nel 1988 ad Algeri.

Queste contraddizioni divennero palesi nel 1992-93, quando la dirigenza palestinese dovette scegliere se appoggiare la posizione negoziale della delegazione palestinese a Washington, che insisteva su una moratoria totale delle attività di colonizzazione israeliane [in Cisgiordania] come precondizione per accordi transitori di autogoverno, oppure condurre negoziati segreti con Israele che concessero molto meno, ma la riportarono ad una posizione di rilievo internazionale sulla scia del conflitto del Kuwait del 1990-91. In seguito agli accordi di Oslo del 1993, l’OLP riconobbe Israele e il suo “diritto ad esistere in pace e sicurezza”, nel contesto di un documento che non menzionava né l’occupazione, né l’autodeterminazione, né l’esistenza di uno Stato, o il diritto al ritorno. Prevedibilmente, i decenni seguenti hanno visto un’accelerazione esponenziale del colonialismo di insediamento israeliano e l’effettiva vanificazione delle intese per l’autonomia previste in vari accordi israelo-palestinesi.

Guardando avanti

Sotto alcuni aspetti, oggi la situazione è tornata al punto di partenza del 1967. Il movimento nazionale palestinese complessivamente unitario che è stato egemone dagli anni ’60 agli anni ’90 si è disintegrato, forse in modo definitivo. Oggi è diviso tra Fatah e Hamas, con quest’ultimo, insieme alla Jihad islamica, escluso dall’OLP, mentre dilagano le divisioni all’interno di Fatah e dell’OLP. I palestinesi a Gaza soffrono tremendamente sotto un assedio israeliano decennale, che sta peggiorando a causa delle pressioni su Hamas da parte dell’ANP e di Israele. I palestinesi nei campi profughi in Siria e in Libano stanno patendo terribilmente per la guerra civile in Siria e la precedente frammentazione dell’Iraq, ed anche per i conflitti tra differenti gruppi all’interno dei campi.

Quanto ad Israele, il 1967 lo ha trasformato da Stato della regione a potenza regionale. E’ impaziente di normalizzare i rapporti con l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo arabo, usando l’Iran come spauracchio per alimentare questa relazione. A sua volta, vuole usare tale alleanza per imporre un accordo ai palestinesi che di fatto perpetuerebbe il dominio israeliano, ottenendo un trattato di pace finale in cui manterrebbe il controllo della sicurezza nei TPO, conserverebbe le sue colonie e continuerebbe la colonizzazione.

Ma sul percorso di Israele verso la legittimazione dell’occupazione continuano a sussistere ostacoli, che mantengono aperta la porta ad un movimento e ad una strategia palestinesi per ottenere diritti e giustizia. Non è cosa da poco il fatto che, in un lasso di tempo di mezzo secolo, nessuno Stato abbia formalmente approvato l’occupazione israeliana del territorio palestinese – o siriano. Se da un lato i governi europei, ad esempio, hanno temuto che facendolo avrebbero compromesso i loro rapporti con altri Paesi della regione, dall’altro sono anche tra i più impegnati a sostenere un ordine internazionale basato sulle leggi; il ricordo della Prima e della Seconda Guerra Mondiale non è stato cancellato. Essi quindi non possono riconoscere l’occupazione israeliana, anche se non sono stati in grado di sfidare Israele negli stessi termini con cui hanno affrontato l’occupazione russa della Crimea.

Inoltre l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, poco dopo che lo scorso anno il Regno Unito ha votato per abbandonare l’Unione Europea, rafforza la determinazione dell’Unione Europea a consolidare il proprio potere economico e politico e a ridurre la dipendenza dagli USA per la difesa. Questo offre ai palestinesi un’opportunità per appoggiare le modeste misure europee, come il divieto di finanziare la ricerca delle imprese delle colonie israeliane e l’etichettatura dei prodotti delle colonie, e per promuovere la distinzione tra Israele e la sua impresa coloniale, per usare le parole della Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di dicembre 2016.

Israele sta incontrando resistenza anche in situazioni inaspettate. Mentre il movimento nazionale palestinese si è indebolito, il movimento globale di solidarietà con la Palestina, compreso il movimento a guida palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), lanciato nel 2005, è cresciuto rapidamente, soprattutto in seguito ai ripetuti attacchi israeliani alla Striscia di Gaza. Questo contrasta con la situazione negli anni ’70 e ’80, quando l’opinione pubblica occidentale tendenzialmente dava un ampio sostegno ad Israele. Israele sta reagendo ferocemente contro questo movimento, assimilando le critiche ad Israele con l’antisemitismo e istigando i legislatori negli USA ed in Europa a vietare le iniziative di boicottaggio. Tuttavia finora non è riuscito a soffocare il dibattito o a impedire alle chiese e ai gruppi studenteschi in tutti gli USA di sostenere attività di solidarietà con il popolo palestinese.

L’opposizione di Israele è anche indebolita in conseguenza di una terza tendenza che è interamente autoprodotta. Il fatto che sia riuscito a violare impunemente il diritto internazionale con la sua occupazione dei territori palestinesi, così come con i propri cittadini palestinesi, lo sta portando a strafare. Persino la determinazione di Trump a “fare un accordo” che consegnerebbe sicuramente ad Israele vaste porzioni della terra palestinese ed il controllo permanente sulla sicurezza, probabilmente si scontrerà con il sempre più potente movimento di destra [israeliano], che respinge per principio ogni concessione ai palestinesi.

Certo, la crescente ondata di quella che può solo essere definita come legislazione razzista sta palesando non solo le sue azioni attuali, ma anche quelle del periodo precedente e immediatamente successivo al 1948. Per esempio, per citarne solo alcune, la legge sulla cittadinanza e sulla famiglia, prorogata ogni anno dal 2003, nega ai cittadini palestinesi di Israele il diritto a sposare palestinesi dei territori occupati e di parecchi altri Paesi; la continua distruzione di villaggi palestinesi all’interno di Israele, come anche in Cisgiordania; la legge che legalizza retroattivamente il furto di terre private palestinesi in Cisgiordania. Tutto ciò rende impossibile immaginare che Israele accetti valori sia universali che “occidentali”, quali lo stato di diritto e l’uguaglianza.

Un utile indicatore di questo disvelamento è il rapido aumento di ebrei non israeliani che si allontanano sempre più da Israele, comprese associazioni come ‘Jewish Voice for Peace’. Quando prendono la parola, le rituali accuse di antisemitismo sono facilmente confutate ed essi legittimano altri a prendere posizioni simili.

Un altro ambito in cui Israele ha esagerato è stato fare del sostegno ad esso una questione di parte. Dal momento che il partito repubblicano [americano] assicura che non ci sono problemi tra sé ed Israele, l’opinione tra le fila del partito democratico si sposta stabilmente a favore dei diritti dei palestinesi ed i rappresentanti democratici sono lentamente sempre più incoraggiati ad alzare la voce.

Queste tendenze di lungo termine contrarie alle violazioni israeliane delle leggi internazionali non possono di per sé salvaguardare i diritti dei palestinesi. Il passaggio dall’egemonia araba sulla questione della Palestina all’egemonia palestinese alla fin fine ha prodotto il disastro di Oslo. Ciò che è necessario è una formula che unisca la mobilitazione palestinese in patria e all’estero con una strategia araba per conseguire l’autodeterminazione. E, benché gli sforzi per trasformare l’OLP in un reale rappresentante nazionale [del popolo palestinese] siano finora falliti, esistono modi per fare pressione su componenti dell’OLP che ancora funzionano – per esempio, in Paesi dove dei settori di rappresentanza diplomatica palestinese sono tuttora efficienti – allo scopo di rilanciare il programma e la strategia nazionali.

Oggi i palestinesi si trovano senza dubbio nella peggiore situazione che abbiano vissuto a partire dal 1948. Eppure, se mobilitano le risorse che hanno a disposizione – anzitutto e soprattutto il proprio popolo ed il crescente bacino di consenso mondiale nei confronti dei loro diritti e della loro libertà – possono ancora elaborare e mettere in atto con successo una strategia per garantirsi il loro posto al sole.

Nadia Hijab

Nadia Hijab è direttrice esecutiva di ‘Al-Shabaka: the Palestinian policy network’, che ha co-fondato nel 2009. E’ spesso relatrice di conferenze e commentatrice sui media ed è ricercatrice presso l’Istituto di Studi sulla Palestina. Il suo primo libro, Womanpower: the arab debate on women at work [Manodopera femminile: il dibattito arabo sul lavoro delle donne] , è stato pubblicato dalla Cambridge University Press ed è inoltre co-autrice di Citizens apart: a portrait of the palestinian citizens of Israel [Cittadini messi da parte: un ritratto dei cittadini palestinesi di Israele] (I.B. Tauris).

Mouin Rabbani

Il consulente politico di Al-Shabaka Mouni Rabbani è uno scrittore ed analista indipendente specializzato nella questione palestinese e nel conflitto arabo-israeliano. E’ ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sulla Palestina ed è tra i redattori del Middle East Report. I suoi articoli sono usciti anche su The National ed ha scritto articoli di commento per il New York Times.

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente, neutrale e non-profit, il cui obiettivo è educare e favorire il dibattito pubblico sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel contesto del diritto internazionale.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Perché il nuovo statuto di Hamas è rivolto ai palestinesi e non agli israeliani

Amira Hass – 3 maggio 2017 Haaretz

Il documento radicale è basato su una nozione fondamentale: le concessioni fatte dall’OLP e da “Fatah”, la fazione predominante di Abbas, non hanno fatto cambiare Israele.

Il nuovo “Documento dei principi generali e delle politiche” di Hamas non è stato stilato per piacere ad Israele o agli israeliani. La sua negazione del fatto che gli ebrei abbiano una qualche affinità religiosa, emotiva o storica con questa terra è inequivocabile. Afferma che il progetto sionista non prende di mira solo i palestinesi, ma è anche un nemico del popolo arabo e musulmano e mette in pericolo la pace e la sicurezza di tutto il mondo. E pertanto, secondo il documento, mette in pericolo tutta l’umanità. Alla fine, l’unica frase su uno Stato nei confini del 1967 è molto meno clamorosa di come è stata dipinta.

La novità si trova in altri aspetti del documento, che è rivolto in primo luogo e soprattutto al popolo palestinese, e contiene articoli ed affermazioni formulati durante anni di negoziati con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina sulla riconciliazione nazionale. Il documento è rivolto anche al mondo esterno, ma non ai governi occidentali. Piuttosto si rivolge agli Stati arabi e musulmani e ai movimenti popolari nei Paesi occidentali che appoggiano la lotta dei palestinesi contro l’occupazione.

Questo documento molto radicale è stato scritto con la coscienza del fatto che la conclusione che ne segue è molto diffusa tra i palestinesi: le concessioni su principi fondamentali fatte dall’OLP e dalla sua fazione predominante, Fatah, non hanno fatto cambiare Israele; al contrario, gli hanno permesso di intensificare il processo di appropriazione di terre e la sua dominazione sul popolo palestinese.

In tutto ciò che non riguarda Israele, il documento dimostra che Hamas è un’organizzazione sensibile alle critiche. O, come l’ha definita lunedì il capo politico Khaled Meshal, sa come cambiare e rinnovarsi, e riconosce il pericolo della fossilizzazione. La principale critica interna palestinese (a parte la politicizzazione della religione) è stata che Hamas non è un movimento nazionale palestinese, ma piuttosto è al servizio di un progetto straniero.

Questa critica si fonda sullo statuto di Hamas del 1988, in cui si definisce in primo luogo come un movimento di resistenza religioso islamico (piuttosto che come palestinese) e come una branca della Fratellanza Musulmana. Il sito web “Il Nuovo Arabo” [media arabo progressista in lingua inglese con sede a Londra, ndt.] ha scoperto che nelle circa 12.000 parole dello statuto la parola “Allah” compare 73 volte, “Islamico” 64 volte “jihad” 36 volte e “Palestina” solo 27 volte. Quindi lo statuto originale ha creato l’impressione che la Palestina ed il suo popolo fossero semplici strumenti nella lotta per diffondere la religione islamica.

Il nuovo documento è stato adeguato all’auto definizione di Hamas: “un movimento palestinese islamico nazionale di liberazione e di resistenza” (in quest’ordine), il cui obiettivo è di liberare tutta la Palestina e di combattere “il progetto sionista” (piuttosto che gli ebrei). Il punto di partenza dello statuto – che la radice del conflitto è religiosa – è scomparso dal nuovo documento. Ma anche nel nuovo documento l’Islam rimane una fonte di autorità; la Palestina è una terra araba e musulmana, e l’Islam è ciò che attribuisce a questa terra il suo particolare ruolo.

I cristiani, le donne e l’OLP

Ci sono altri tre punti salienti su cui il documento è attento alle critiche interne. Primo, si rivolge ai cristiani palestinesi facendo riferimento alla Palestina come al luogo in cui è nato Gesù. Secondo, l’affermazione dello statuto del 1988 sul ruolo delle donne in casa e in famiglia e come “le generatrici di uomini” che lottano per la liberazione è stato sostituito da un’affermazione generica sul ruolo fondamentale delle donne nella società. Terzo, il nuovo documento accetta l’OLP come “la cornice nazionale per il popolo palestinese,” in contrasto con lo sprezzante atteggiamento verso l’OLP dello statuto [precedente].

Il nuovo documento non contiene nessuno degli articoli e delle affermazioni anti-semiti che caratterizzavano lo statuto. Sostenitori del movimento, soprattutto in Occidente, avevano consigliato da molto tempo di cambiare quelle disposizioni.

Un membro di Hamas ha detto ad Haaretz che quasi subito dopo che lo statuto è stato pubblicato nel 1988, persone del movimento invitarono a cambiare queste parti. Lo statuto non era stato scritto in modo collettivo, ha spiegato, e non è “né scientificamente né giuridicamente” accurato.

Ha affermato che i membri di Hamas deportati nel 1992-93 a Marj El Zhour [dopo l’uccisione di 6 soldati in Cisgiordania, Israele deportò 415 membri di Hamas e della Jihad islamica su una collina sul confine con il Libano, dove rimasero per 4 mesi, finché vennero riportati a Gaza e in Cisgiordania, ndt.], in Libano, furono i primi a discutere seriamente la necessità di modifiche. Ma queste non sono mai state fatte perché ciò richiedeva un lungo e complesso processo di riflessione e dibattito durante i difficili periodi di escalation militare.

Lo statuto in sé non è stato abrogato. E’ un documento storico che si riferisce ad un particolare momento nella storia dell’organizzazione, e Hamas non vi sta rinunciando; né il nuovo documento è chiamato “statuto”. Cancellarlo vorrebbe dire ripetere l’umiliazione subita dall’OLP, quando dovette annunciare l’abolizione di alcuni articoli del suo statuto del 1968 perché contraddicevano gli accordi di Oslo. Ma lo statuto di Hamas non è più la piattaforma ideologica ufficiale dell’organizzazione.

Non come il Comintern

Hamas ha reciso ogni rapporto con la Fratellanza Musulmana solo perché il movimento non è citato nel nuovo documento? Contrariamente alle affermazioni di Fatah, ha detto il membro di Hamas, il rapporto di Hamas con la Fratellanza Musulmana è sempre stato puramente emotivo, non istituzionalizzato, organizzato, gerarchico, in cui ogni organizzazione gregaria dovesse obbedire a ordini dall’alto, una specie di Comintern sovietico. Il fatto è che, in Paesi differenti, i partiti affiliati alla Fratellanza Musulmana hanno adottato politiche differenti.

Il membro di Hamas ha anche notato che il lavoro sul documento è iniziato nel 2013, quando Mohammed Morsi, della Fratellanza Musulmana, era ancora presidente dell’Egitto. In altre parole, non era guidato dalla necessità di realpolitik per ingraziarsi l’Egitto dopo che il governo dei Fratelli Musulmani è stato rovesciato.

Ma è chiaro che nel nuovo documento Hamas cerca di liberarsi da ogni rapporto con l’estremismo religioso islamico. Il documento sottolinea che “si oppone all’intervento nelle questioni interne di ogni Paese.” E Meshal ha detto esplicitamente che il contesto adeguato per la lotta armata è solo l’opposizione all’occupazione in Palestina, e non all’estero.

Si potrebbe vedere questo come realismo politico, data la dipendenza dell’organizzazione dall’Egitto, che è l’unica porta d’uscita di Gaza, governata da Hamas, verso il mondo. Ma ciò riflette anche una reale preoccupazione per l’immagine dell’Islam e la consapevolezza del fatto che Hamas ed i suoi sostenitori devono prendere le distanze dall’essere identificati con lo Stato Islamico.

La versione finale del documento contiene un’affermazione contraria alla cooperazione (che definisce come “collaborazionismo”) con Israele in materia di sicurezza, che non era presente nelle bozze diffuse in precedenza. Il documento inoltre non riconosce la legalità degli accordi di Oslo, ma si riferisce al suo prodotto, l’Autorità Nazionale Palestinese, affermando che l’obiettivo dell’ANP è di essere utile a tutto il popolo palestinese. O, come ha spiegato Meshal, la coerenza con i principi non nega il riconoscimento dei fatti determinati dalla realtà.

Lo stesso vale per l’affermazione in merito alla creazione di uno Stato “lungo i confini del 4 giugno 1967.” Per anni i principali dirigenti di Hamas hanno detto, esplicitamente o implicitamente, che il movimento vuole accettare un compromesso a condizione che non includa un riconoscimento di Israele. Ma il documento afferma semplicemente che Hamas riconosce che un simile Stato – compreso il “ritorno dei rifugiati”- è “una formula di consenso nazionale”. Bisogna ancora vedere se i rigidi principi del documento intendano effettivamente rendere più facile ad Hamas dimostrare flessibilità politica nel “gestire il conflitto”, per usare le parole del documento.

Il documento non fa riferimento ad Hamas come un partito di governo, ma solo come un movimento di resistenza. Ciò è un utile compromesso caratteristico delle doti acrobatiche di Hamas. Ciò permette all’organizzazione di crogiolarsi nella gloria di un movimento di resistenza, che a sua volta contribuisce a conservare la Striscia di Gaza come un bastione del governo nazionale.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Esponenti israeliani e palestinesi reagiscono all’abbandono della soluzione a due Stati da parte di Trump

16 febbraio 2017, Maannews

Betlemme (Ma’an) – A seguito del controverso incontro avvenuto mercoledì tra il presidente USA Donald Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu, i dirigenti israeliani e palestinesi hanno reagito in modo positivo e negativo riguardo all’evidente mutamento della politica statunitense con l’abbandono del sostegno alla soluzione a due Stati.

Mercoledì durante una conferenza stampa che ha preceduto l’incontro Trump ha risposto a una domanda riguardo alla posizione della sua amministrazione rispetto alla soluzione a due Stati il giorno dopo che un funzionario USA aveva detto che il Paese non era necessariamente legato alla soluzione politica come l’unica in grado di porre termine al conflitto israelo-palestinese

Io considero sia [la soluzione] a due Stati che a un solo Stato e mi piace quella che piace a entrambe le parti” ha detto Trump, provocando una risata di Netanyahu. “Posso vivere con entrambe”.

Mentre esponenti della comunità internazionale hanno riposto la soluzione del conflitto israelo-palestinese sulla soppressione delle colonie illegali israeliane e sulla soluzione a due Stati, un numero crescente di attivisti palestinesi, dato l’attuale contesto politico, criticano questa soluzione come insostenibile e poco inadeguato ad assicurare una pace duratura e propongono invece uno Stato bi-nazionale con uguali diritti per israeliani e palestinesi.

Le reazioni israeliane

Gli esponenti politici israeliani di destra sono stati pronti a manifestare il consenso sull’incontro tra Trump e Netanyahu, con il quotidiano israeliano Haaretz che ha citato il ministro dell’Istruzione dell’estrema destra israeliana Naftali Bennet che ha affermato: “ La bandiera palestinese è stata ammainata dal pennone ed è stata rimpiazzata da quella israeliana. I palestinesi hanno già due Stati – Gaza e la Giordania – Non c’è nessun bisogno di un terzo.”

Il ministro ha anche scritto sui social media: “Una nuova era. Nuove idee. Nessun bisogno di un terzo Stato oltre alla Giordania e a Gaza. Un grande giorno per gli israeliani e per gli arabi ragionevoli.”

In precedenza Bennett aveva manifestato il suo appoggio a Trump dicendo a novembre , in seguito alle elezioni presidenziali negli USA, che una presidenza Trump avrebbe posto fine allo sforzo per realizzare uno Stato palestinese indipendente.

La vittoria di Trump è un’opportunità per Israele per rimangiarsi immediatamente l’idea di Stato palestinese al centro del Paese (Israele) il che potrebbe mettere in discussione la nostra sicurezza e la nostra giusta causa” ha detto allora Bennett. “Questa è la posizione del presidente eletto, che è scritta nel suo programma elettorale e dovrebbe essere la nostra politica, semplice e chiara. L’epoca di uno Stato palestinese è tramontata”.

Nel frattempo il ministro israeliano della pubblica sicurezza , Gilad Erdan del partito Likud è stato citato da Haaretz per aver detto che l’opinione di Trump sul conflitto israelo-palestinese “prova che siamo in una nuova epoca. La presa di posizione del presidente indica che la soluzione a due Stati non è l’unica soluzione per raggiungere la pace e che è venuto il momento di rovesciare l’equazione e di esercitare una pressione sulla parte palestinese”.

I ministri della destra in generale hanno espresso la loro opinione secondo cui Israele stava entrando in “una nuova epoca” non condizionata dalla soluzione a due Stati o da obiettivi di pace da lungo tempo formulati dalla comunità internazionale.

Secondo quanto riferito, il ministro israeliano della cultura Miri Regev, anche lui del partito Likud, ha detto che “l’epoca dei congelamenti è finita. È la fine del blocco delle costruzioni in Giudea e Samaria” come Israele definisce la Cisgiordania, aggiungendo che “oggi a Washington è cominciata una nuova era diplomatica”.

Altri ministri della destra hanno manifestato il proprio sollievo per il fatto che il governo israeliano non deve più fare finta di sostenere la soluzione a due Stati che gli sforzi internazionali per la pace hanno individuato per decenni quale percorso per uscire dall’impasse israelo-palestinese.

Finalmente si è posto fine a un’idea sbagliata e pericolosa: istituire uno Stato palestinese terrorista nel cuore della Terra di Israele” ha detto il ministro israeliano della scienza e della tecnologia Ofir Akunis, citato da Haaretz.

Nel frattempo la deputata della Knesset, Shelly Yacimovic, dell’Unione Sionista [coalizione tra il partito Laburista e Kadima. Ndtr.], ritenuto il partito “più a sinistra” nel panorama politico israeliano, avrebbe affermato che le dichiarazioni di Trump mercoledì sera non si allontanano in alcun modo da quelle delle precedenti amministrazioni USA, sottolineando che Trump ha espresso il suo dissenso riguardo all’espansione delle colonie israeliane e che il suo appoggio per trovare una soluzione soddisfacente per entrambe le parti è più articolato.

Le reazioni palestinesi e internazionali

A seguito della conferenza stampa l’ambasciatore palestinese presso le Nazioni Unite Riyad Mansour ha emesso un comunicato in cui afferma che la pace non si potrà realizzare “senza stabilire le basi di un processo di pace” e ha evidenziato il fatto che la maggioranza della comunità internazionale continua a sostenere la soluzione a due Stati nonostante le prese di posizione di Trump e Netanyahu.

Nel frattempo il portavoce di Hamas Hazem Qasim si è appellato all’Autorità Nazionale Palestinese perché abbandoni i negoziati con Israele e la convinzione che gli Stati Uniti siano in grado di svolgere una funzione di mediazione nel processo di pace, aggiungendo che Trump ha chiarito il fatto che l’attuale e le precedenti amministrazioni USA hanno parteggiato per Israele.

Nel suo comunicato Hazem Qaim ha detto che “ gli Stati Uniti non sono mai stati affidabili riguardo a dare al popolo palestinese i suoi diritti” aggiungendo che gli USA hanno solamente “provveduto a coprire Israele perché continuasse l’aggressione contro il popolo palestinese e l’espropriazione delle nostre terre”.

Egli ha anche detto che l‘amministrazione degli Stati Uniti, rimangiandosi la propria già debole posizione sulla soluzione a due Stati, indica un’escalation della tendenza USA a favore dell’occupazione israeliana.

Il dirigente di Fatah Rafaat Elayyan ha anche rilasciato un comunicato di condanna dell’incontro, affermando che Netanyahu e Trump hanno “palesemente affossato il sogno di istituire uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est”. Egli ha anche detto che Trump ha disconosciuto il diritto internazionale e tutti gli accordi precedenti tra palestinesi e israeliani per ottenere la pace nella regione.

Elayyan ha aggiunto: “Siamo di fronte a un’occupazione che rifiuta di creare uno Stato indipendente e mira ad annettere ad Israele la Cisgiordania e Gerusalemme, espandendo le colonie con l’appoggio dell’amministrazione USA.” Continuando ha sollecitato la dirigenza palestinese ad “intraprendere una nuova strategia” fondata su un’unità che possa porre fine al conflitto interno alla Palestina.

Se l’incontro Trump-Netanyahu non è sufficiente per unire il nostro fronte nazionale, allora non saremo mai capaci di confrontarci con questa sfida”, ha aggiunto Elayyan.

Elayyan ha anche detto che i palestinesi fanno affidamento sul vertice arabo che si terrà ad Amman il prossimo mese, in cui gli Stati arabi e islamici dovrebbero emettere un comunicato per appoggiare il popolo palestinese e i suoi diritti “ prima che sia troppo tardi”.

Elayyan ha aggiunto che Trump ha dato “semaforo verde al governo israeliano per continuare nell’attività di colonizzazione e di aggressione nei confronti del popolo palestinese” e ha sottolineato che gli Stati Uniti saranno responsabili di qualunque “situazione esplosiva” nella regione.

Il popolo palestinese continuerà la propria lotta per la libertà e la democrazia” ha detto.

Nel frattempo il responsabile della comunicazione del movimento Fatah, Nasser al-Qudwa, ha detto che “respingere la soluzione a due Stati significa respingere il processo di pace” e ha sottolineato che qualunque alternativa provocherebbe “un confronto doloroso e sanguinoso”.

Egli ha anche detto che l’abbandono della soluzione a due Stati non comporterà la scomparsa o l’indebolimento dell’idea palestinese per uno Stato indipendente e che quella soluzione a uno Stato unico dove tutti i cittadini avrebbero uguali diritti è “ semplicemente senza senso e impossibile”

Al-Qudwa ha aggiunto che la dirigenza palestinese e Fatah hanno una posizione chiara, sottolineando l’importanza di una presenza nazionale palestinese e della formazione di uno Stato palestinese, osservando che i diritti palestinesi sono “ non negoziabili”.

Il raggruppamento di sinistra Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP) ha scritto in un comunicato che l’incontro Trump-Netanyahu ha segnato “un chiaro punto di svolta per porre fine agli obiettivi dei palestinesi” aggiungendo che il cambiamento di politica costituisce una violazione del diritto internazionale.

Il FPLP ha indicato cinque iniziative che ritiene debbano essere prese per rispondere al recente mutamento della politica statunitense-israeliana: dichiarare una presa di posizione unitaria che respinga la politica statunitense-israeliana; ritirare il riconoscimento [dello Stato] di Israele; organizzare urgentemente un incontro tra tutte le forze nazionaliste e islamiche per stabilire una nuova strategia nazionale da contrapporre alle imminenti sfide e difendere i diritti nazionali; cessare immediatamente il conflitto nazionale palestinese e continuare gli sforzi di tenere una sessione del Consiglio nazionale palestinese; cessare da parte dell’Autorità nazionale palestinese “di creare illusioni” a livello internazionale e  ritirarsi dagli accordi di Oslo.

Intanto mercoledì l’Alta Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e per la Politica di Sicurezza Federica Mogherini ha detto che la UE sosterrà sempre la soluzione a due Stati, aggiungendo che “senza dubbio la nostra ambasciata (italiana) rimarrà a Tel Aviv… e noi siamo ancora dell’opinione che la soluzione sia la coesistenza tra i due Stati: Israele e Palestina”.

Mercoledì il segretario generale dell’Organizzazione della Liberazione della Palestina (OLP) Saeb Erekat ha detto che la soluzione a due Stati era già un compromesso raggiunto con molte difficoltà come base per una pacifica risoluzione del conflitto, e che la proposta alternativa israeliana equivarrebbe a una soluzione di apartheid.

Contrariamente al disegno di Netanyahu di un solo Stato con due sistemi, [cioè] l’apartheid, l’unica alternativa a due Stati democratici e sovrani con i confini del 1967 è un solo Stato laico e democratico con uguali diritti per ognuno, cristiani, musulmani ed ebrei su tutta la Palestina storica,” ha detto Erekat.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Nonostante le dichiarazioni di Trump durante l’incontro con Netanyahu, Abbas e i palestinesi tirano un sospiro di sollievo.

Amira Hass, 16 febbraio 2017 Haaretz

Trump è arrivato e Trump se ne andrà, mentre i palestinesi insistono con la loro richiesta di essere liberati dalla dominazione israeliana, che per loro significa occupazione militare, colonialismo, apartheid.

La dirigenza palestinese non ha nascosto la sua preoccupazione circa le notizie che gli americani hanno rinunciato ad appoggiare la creazione di uno Stato palestinese. Di fatto questo non è stato il messaggio inequivocabile che le dichiarazioni di Donald Trump hanno trasmesso nella conferenza stampa di mercoledì. Ognuna delle parti potrebbe rintracciarvi elementi per rafforzare la propria posizione.

Anche se gli Stati Uniti rinunciassero effettivamente a sostenere uno Stato palestinese, che cosa cambierebbe in realtà? Le amministrazioni USA precedenti a Trump hanno parlato di qualche soluzione dei due Stati e non hanno fatto niente per portarla avanti. Cioè, non hanno fatto niente per impedire ad Israele di bloccarla. Però le loro dichiarazioni e le loro promesse hanno indotto la dirigenza palestinese di Ramallah a mentire a sé stessa ed al suo popolo facendo credere che questa fosse la soluzione che la grande potenza appoggiava.

Questa costante menzogna – accompagnata da una massiccia assistenza finanziaria americana – è stata uno degli strumenti con cui la dirigenza dell’OLP, Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese hanno continuato a dar ragione della propria esistenza. Quella menzogna ha aiutato a giustificare il mantenimento degli accordi con Israele, compreso il coordinamento per la sicurezza. Non stupisce che gli USA eroghino considerevoli contributi finanziari alle forze di sicurezza palestinesi.

La nuova musica che adesso arriva dalla Casa Bianca pone la domanda se i cambiamenti negli Stati Uniti possano indebolire ancor più lo status della leadership palestinese agli occhi dei palestinesi stessi e se quindi la sua esistenza sia in pericolo.

Trump è arrivato e Trump se ne andrà, mentre i palestinesi insistono con la loro richiesta di essere liberati dal giogo israeliano, che per loro significa occupazione militare, colonialismo, apartheid. Per il popolo palestinese che vive qui [nei Territori Occupati] e per quello della diaspora questi non sono slogan, ma la realtà quotidiana.

Ventiquattro anni fa questa Nazione ha avuto una leadership popolare che ha fatto un generoso regalo ad Israele e agli ebrei – la soluzione dei due Stati. E’ così che i palestinesi hanno interpretato gli accordi di Oslo. Ma Israele ha rifiutato il dono.

La dirigenza palestinese poteva capire anche prima dell’assassinio di Yitzhak Rabin che Israele stava bluffando. Che mentre diceva “due Stati” creava enclaves. L’OLP si è intrappolata nella politica dei negoziati nella speranza che l’Occidente avrebbe fatto pressioni su Israele, che ci sarebbero stati cambiamenti politici positivi in Israele e che gli Stati arabi sarebbero intervenuti. Ma c’è anche un’altra ragione. La dirigenza palestinese ha trasformato la burocrazia di un’organizzazione per la liberazione nazionale in una burocrazia che governa, completa di autoconservazione e aggrappata alla propria posizione.

Il timore del presidente dell’ANP Mahmoud Abbas e dei suoi colleghi di una deriva militare che danneggerebbe il loro popolo (come la Seconda Intifada) è reale e giustificato. Ma si confonde con gli interessi personali suoi e del gruppo di potere.

Al tempo stesso, ha preso forma l’illusione di una sovranità limitata all’interno delle enclaves palestinesi. L’ANP in Cisgiordania e Hamas a Gaza forniscono i servizi di base alla popolazione e rendono possibile l’attività pubblica, cosa che non era concessa sotto l’occupazione israeliana diretta.

Pur con tutte le critiche all’ANP per la corruzione, i metodi dittatoriali, l’inefficienza, le carenze nei servizi sociali, ecc., essa continua comunque a provvedere alle necessità fondamentali immediate della popolazione.

La presidenza Trump non è una ragione sufficiente per sciogliere l’ANP e gettare la società palestinese nel caos e nello scompiglio. La leadership palestinese ha ottenuto un’altra pausa.

Mercoledì un ufficiale della sicurezza palestinese ha rivelato ai media palestinesi l’incontro del capo della CIA con Abbas. Il messaggio che sta dietro alla fuga di notizie è chiaro. “Non preoccupatevi, l’esistenza dell’Autorità Palestinese sta a cuore agli Stati Uniti. Le istituzioni di Washington comprendono che il mantenimento del regime di enclaves garantisce una sorta di stabilità della sicurezza.”

Probabilmente stanno dicendo la stessa cosa al nuovo presidente. L’elemento più importante che può compromettere questa precaria stabilità non è Trump, ma un’escalation dell’oppressione israeliana e della sua politica di colonizzazione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Analisi: un colpo di fortuna insperato? La presidenza Trump potrebbe essere un bene per la Palestina

4 gennaio 2017, Maannews
di Ramzy Baroud
Israele ha le vertigini. Il 20 gennaio ci sarà una specie di secondo natale e Donald Trump è un gioviale vecchio Babbo Natale che porterà doni.

Tutto è già scritto, dal momento che il presidente eletto Trump ha nominato, come prossimo ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, un estremista, David Friedman, che ha intenzione di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme e appoggia l’espansione delle colonie illegali che hanno già frantumato l’ipotetico stato di Palestina in bantustan di tipo sudafricano.

Quindi deve suonare strano, se non assolutamente provocatorio, insinuare che una presidenza Trump potrebbe essere il colpo di grazia di cui i palestinesi, e di fatto l’intero Medio Oriente, hanno bisogno per liberarsi del peso di una politica estera americana autoritaria, arrogante e futile che è durata per decenni.

Senza dubbio una presidenza Trump è palesemente terribile per i palestinesi nel breve termine. Il personaggio non prova nemmeno a mostrare la minima imparzialità o un’ombra di equilibrio nel suo approccio al più duraturo e delicato conflitto del Medio Oriente.

Secondo il flusso quasi ininterrotto dei suoi tweets, Trump sta contando i giorni fino a quando potrà mostrare ai leaders israeliani quanto filo-israeliana sarà la sua amministrazione. Poco dopo che gli Stati Uniti il 23 dicembre si sono astenuti dal voto sulla Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha condannato le illegali colonie israeliane, il presidente eletto ha twittato: “Per quanto riguarda l’ONU, le cose cambieranno dopo il 20 gennaio.”

Trump è di nuovo ricorso a Twitter, poco dopo che John Kerry ha pronunciato un importante discorso politico sul conflitto israelo-palestinese, in cui il segretario di stato ha rimproverato Israele di compromettere la soluzione dei due stati ed ha definito l’attuale governo di Benjamin Netanyahu il più a destra della storia di Israele.

Nella sua replica Trump ha invitato Israele a “tener duro” fino al suo insediamento il 20 gennaio. Anche i leaders israeliani guardano a quella data, quelli del calibro di Naftali Bennett, capo del partito estremista Casa Ebraica, si attendono una ‘riconfigurazione’ delle relazioni tra Israele e Stati Uniti, una volta che Trump sarà presidente.

Inoltre Bennett, che è anche il ministro dell’educazione di Israele, lo scorso novembre ha dichiarato ai giornalisti: “Abbiamo l’opportunità di reimpostare la struttura di tutto il Medio Oriente, dobbiamo cogliere questa opportunità e sfruttarla.”

Una delle imminenti opportunità offerte dalla presidenza Trump, ha detto Bennett, è che “l’epoca dello stato palestinese è tramontata.”

Certo, Kerry ha ragione; l’attuale governo israeliano è il più di destra ed il più estremista, una prospettiva destinata a non cambiare presto, dato che riflette fedelmente il clima politico e sociale del paese.

Leggete come ha risposto Bennett al discorso di Kerry.

Kerry mi ha citato tre volte nel suo discorso, senza nominarmi, per dimostrare che noi siamo contrari ad uno stato palestinese”, ha detto, “perciò lasciatemelo dire esplicitamente: sì. Se dipendesse da me, non creeremo un altro stato terrorista nel cuore del nostro paese.”

All’insistenza di Kerry sul fatto che Gerusalemme dovrebbe essere la capitale sia di Israele che della Palestina, Bennett ha risposto: “Gerusalemme è stata la capitale degli ebrei per 3.000 anni. Sta scritto nella Bibbia, apritela e leggetela.”

La presa del fanatismo religioso sulla politica di Israele è irreversibile, quanto meno nel futuro prevedibile. Mentre nel passato i politici ebrei laici utilizzavano i precetti religiosi per attrarre i fedeli ebrei in cambio dei loro voti e per popolare le colonie illegali, adesso sono i gruppi religiosi che stabiliscono i criteri delle principali politiche israeliane.

E allora come può tutto questo essere un bene per i palestinesi? In parole povere: la chiarezza.

Da quando funzionari statunitensi di medio livello hanno accettato di incontrare una delegazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) in Tunisia alla fine degli anni ’80, gli Stati Uniti hanno scelto un cammino piuttosto inverosimile per fare la pace. Subito dopo che gli Stati Uniti hanno “reclutato” con riluttanza l’OLP – una volta che quest’ultima ha dovuto superare mille ostacoli politici per ottenere un cenno di assenso americano – sono rimasti gli unici a definire che cosa comportasse la “pace” tra Israele ed i suoi vicini palestinesi ed arabi.

La Casa Bianca ha stabilito i parametri del “processo di pace”, ha costretto in parecchie occasioni gli arabi ad approvare qualunque “visione” della pace gli Stati Uniti ritenessero conveniente ed hanno diviso gli arabi tra ‘moderati’ e ‘radicali’, basandosi esclusivamente su come un determinato paese avrebbe recepito i dettami di ‘pace’ degli USA nella regione.

Senza alcun mandato, gli Stati Uniti si sono auto-nominati ‘ un onesto intermediario per la pace’, ed hanno fatto di tutto per compromettere il rispetto di quegli stessi parametri che avevano posto per raggiungere la supposta pace. Mentre arrivava a definire la costruzione delle colonie illegali israeliane un ‘ostacolo alla pace’, Washington finanziava le colonie e l’esercito di occupazione incaricato di proteggere quelle entità illegali; faceva appello a ‘costruire la fiducia’ mentre, nello stesso tempo, finanziava l’esercito israeliano e giustificava le guerre di Israele a Gaza e la sua eccessiva violenza nella Cisgiordania e a Gerusalemme occupate.

In altri termini, per decenni, gli Stati Uniti hanno fatto esattamente il contrario di ciò che predicavano pubblicamente.

La schizofrenia politica americana sta toccando il suo massimo in questo momento. Mentre Obama ha osato fare una cosa incredibile a dicembre – quando si è astenuto dal voto su una risoluzione che chiedeva ad Israele di porre fine alle sue colonie illegali in Cisgiordania – solo poche settimane prima ha concesso ad Israele “ il più cospicuo finanziamento militare nella storia.”

Nel corso degli anni il cieco appoggio americano ad Israele ha accresciuto le aspettative di quest’ultimo al punto che adesso prevede che il sostegno continui, anche quando Israele è governato da estremisti che stanno ulteriormente destabilizzando una regione già fragile ed instabile. Nella logica israeliana queste aspettative sono del tutto razionali.

Gli Stati Uniti hanno svolto la funzione di facilitatori dell’aggressività politica e militare israeliana, tenendo buoni i palestinesi e gli arabi con vuote promesse, a volte con minacce, elemosine e semplici parole.

I cosiddetti ‘palestinesi moderati’, del genere di Mahmoud Abbas e della sua Autorità Nazionale Palestinese, sono stati debitamente rabboniti, certo, perché hanno ottenuto i privilegi del ‘potere’, insieme al riconoscimento politico statunitense, permettendo intanto ad Israele di conquistare tutto ciò che rimaneva della Palestina.

Ma quel tempo è certamente finito. Finché gli USA continueranno a permettere l’intransigenza di Israele, una presidenza Trump probabilmente segnerà un totale abbandono del linguaggio ambiguo di Washington.

Il male non sarà più un bene, ciò che è sbagliato non è giusto e il militarismo non è fare la pace. Di fatto, Trump è destinato a mostrare la politica estera americana per quello che veramente è ed è stata per decenni. La sua presidenza probabilmente porrà tutte le parti in causa di fronte ad una difficile scelta su dove collocarsi riguardo alla pace, alla giustizia e ai diritti umani.

Anche i palestinesi dovranno fare una scelta, affrontare la realtà durata decenni con un fronte unito, oppure schierarsi al fianco di coloro che intendono ‘ riconfigurare’ il futuro del Medio Oriente sulla base di una fosca interpretazione delle profezie bibliche.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato internazionalmente, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: storia non raccontata di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Analisi: Fatah, tieniti i tuoi applausi – la classe politica palestinese è marcia fino al midollo

6 dicembre 2016   MA’AN NEWS AGENCY

di Ramzy Baroud

Nel luglio del 2003 l’allora Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat definì Mahmoud Abbas un ‘traditore’, che “ha tradito gli interessi del popolo palestinese”.

Arafat ha detestato Abbas fino alla fine. Questo particolare sfogo si verificò durante un incontro con l’inviato delle Nazioni Unite Terje Larsen. L’incontro ebbe luogo pochi mesi dopo che Arafat era stato costretto dagli Stati Uniti, da Israele e da altre potenze occidentali a nominare Abbas primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Storicamente Abbas è stato il meno popolare tra i leaders di Fatah – gente come Abu Jihad, Abu Iyad e lo stesso Arafat. Questi leaders popolari per lo più sono stati assassinati, emarginati o sono morti in circostanze misteriose. Molti ritengono che Arafat sia stato avvelenato da Israele con l’aiuto di palestinesi, e Abbas recentemente ha asserito di sapere chi ha ucciso Arafat.

Eppure, nonostante la sua impopolarità, Abbas ha mantenuto sempre posizioni rilevanti. La lotta di potere tra lui ed Arafat, che è culminata nel 2003, durata fino alla morte di Arafat nel novembre 2004, non ha certo favorito la scialba immagine di Abbas tra i palestinesi.

Talvolta sembra che più Abbas diventa impopolare, più aumenta il suo potere. E’ stato appena rieletto capo del suo partito politico, Fatah, nel corso del suo settimo congresso tenuto a Ramallah il 29 novembre. A 81 anni è leader di Fatah, capo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Comunque il suo discorso tirato per le lunghe durante circa tre ore il 30 novembre non ha portato nulla di nuovo; slogan ritriti e sottili messaggi agli Stati Uniti e Israele che la sua ‘rivoluzione’ si manterrà moderata e nonviolenta.

Tenendo conto del momento critico nella storia della Palestina, l’astratta retorica di Abbas esprime la profondità della crisi interna dei gruppi dirigenti politici palestinesi.

I ripetuti scrosci di applausi che il noioso e banale discorso di Abbas ha ricevuto dai quasi 1400 sostenitori che partecipavano alla conferenza sono un riflesso dell’ incancrenito tribalismo politico che oggi pervade Fatah, il principale partito dell’OLP e, senza dubbio, il partito che lanciò la moderna rivoluzione palestinese.

Ma il partito di oggi è una pallida ombra di ciò che era in origine. I fondatori di Fatah erano giovani ribelli entusiasti e preparati. I loro principali scritti del 1959 rivelavano i loro primi modelli, soprattutto la guerriglia della resistenza algerina contro il colonialismo francese.

La guerriglia in Algeria ha avuto una profonda influenza su di noi”, dicevano i loro comunicati.

Quando ‘tutti’, ai vertici politici di Fatah, votano per Abbas, mentre la maggioranza dei palestinesi lo rifiuta, si è portati a concludere che Fatah non rappresenti in modo fedele il popolo palestinese, né che abbia neanche lontanamente il polso della piazza palestinese.

Se pur si volessero ignorare gli ‘yes-men’ di Fatah, non si può ignorare il fatto che l’attuale lotta tra le elites palestinesi è quasi totalmente slegata dalla lotta contro Israele.

I palestinesi subiscono quotidiane violenze: le colonie ebraiche occupano le colline palestinesi e continuano ad espandersi, i soldati israeliani scorazzano sulla terra palestinese occupata e lo stesso Abbas non può muoversi liberamente senza un previo ‘coordinamento di sicurezza’ con l’esercito israeliano.

Inoltre i palestinesi sono divisi in fazioni, regioni e clan; i favoritismi politici, la corruzione finanziaria e il palese tradimento stanno divorando il corpo politico palestinese come un cancro incurabile. Discorsi su ‘unità’, ‘riconciliazione’ e ‘costruzione dello stato’ non sono altro che parole, mentre i palestinesi conducono la loro triste esistenza sotto il tallone dei soldati, ai checkpoints e sotto il sordo ma esasperante ronzio dei droni militari.

Eppure le elites di Fatah hanno applaudito Abbas circa 300 volte durante il suo discorso di tre ore. Che cosa applaudono, esattamente? Che cosa è stato ottenuto? Quale strategia ha proposto per mettere fine all’occupazione israeliana?

Molta terra palestinese è stata persa tra il sesto congresso di Fatah nel 2009 ed il settimo. Questo non è un risultato, ma un motivo di allarme.

La triste verità è che nessun palestinese che si rispetti dovrebbe applaudire la vuota retorica; mentre i membri rispettabili di Fatah dovrebbero urgentemente riconsiderare tutti insieme questa devastante deriva.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, scrittore e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza’.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)