Perché il nuovo statuto di Hamas è rivolto ai palestinesi e non agli israeliani

Amira Hass – 3 maggio 2017 Haaretz

Il documento radicale è basato su una nozione fondamentale: le concessioni fatte dall’OLP e da “Fatah”, la fazione predominante di Abbas, non hanno fatto cambiare Israele.

Il nuovo “Documento dei principi generali e delle politiche” di Hamas non è stato stilato per piacere ad Israele o agli israeliani. La sua negazione del fatto che gli ebrei abbiano una qualche affinità religiosa, emotiva o storica con questa terra è inequivocabile. Afferma che il progetto sionista non prende di mira solo i palestinesi, ma è anche un nemico del popolo arabo e musulmano e mette in pericolo la pace e la sicurezza di tutto il mondo. E pertanto, secondo il documento, mette in pericolo tutta l’umanità. Alla fine, l’unica frase su uno Stato nei confini del 1967 è molto meno clamorosa di come è stata dipinta.

La novità si trova in altri aspetti del documento, che è rivolto in primo luogo e soprattutto al popolo palestinese, e contiene articoli ed affermazioni formulati durante anni di negoziati con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina sulla riconciliazione nazionale. Il documento è rivolto anche al mondo esterno, ma non ai governi occidentali. Piuttosto si rivolge agli Stati arabi e musulmani e ai movimenti popolari nei Paesi occidentali che appoggiano la lotta dei palestinesi contro l’occupazione.

Questo documento molto radicale è stato scritto con la coscienza del fatto che la conclusione che ne segue è molto diffusa tra i palestinesi: le concessioni su principi fondamentali fatte dall’OLP e dalla sua fazione predominante, Fatah, non hanno fatto cambiare Israele; al contrario, gli hanno permesso di intensificare il processo di appropriazione di terre e la sua dominazione sul popolo palestinese.

In tutto ciò che non riguarda Israele, il documento dimostra che Hamas è un’organizzazione sensibile alle critiche. O, come l’ha definita lunedì il capo politico Khaled Meshal, sa come cambiare e rinnovarsi, e riconosce il pericolo della fossilizzazione. La principale critica interna palestinese (a parte la politicizzazione della religione) è stata che Hamas non è un movimento nazionale palestinese, ma piuttosto è al servizio di un progetto straniero.

Questa critica si fonda sullo statuto di Hamas del 1988, in cui si definisce in primo luogo come un movimento di resistenza religioso islamico (piuttosto che come palestinese) e come una branca della Fratellanza Musulmana. Il sito web “Il Nuovo Arabo” [media arabo progressista in lingua inglese con sede a Londra, ndt.] ha scoperto che nelle circa 12.000 parole dello statuto la parola “Allah” compare 73 volte, “Islamico” 64 volte “jihad” 36 volte e “Palestina” solo 27 volte. Quindi lo statuto originale ha creato l’impressione che la Palestina ed il suo popolo fossero semplici strumenti nella lotta per diffondere la religione islamica.

Il nuovo documento è stato adeguato all’auto definizione di Hamas: “un movimento palestinese islamico nazionale di liberazione e di resistenza” (in quest’ordine), il cui obiettivo è di liberare tutta la Palestina e di combattere “il progetto sionista” (piuttosto che gli ebrei). Il punto di partenza dello statuto – che la radice del conflitto è religiosa – è scomparso dal nuovo documento. Ma anche nel nuovo documento l’Islam rimane una fonte di autorità; la Palestina è una terra araba e musulmana, e l’Islam è ciò che attribuisce a questa terra il suo particolare ruolo.

I cristiani, le donne e l’OLP

Ci sono altri tre punti salienti su cui il documento è attento alle critiche interne. Primo, si rivolge ai cristiani palestinesi facendo riferimento alla Palestina come al luogo in cui è nato Gesù. Secondo, l’affermazione dello statuto del 1988 sul ruolo delle donne in casa e in famiglia e come “le generatrici di uomini” che lottano per la liberazione è stato sostituito da un’affermazione generica sul ruolo fondamentale delle donne nella società. Terzo, il nuovo documento accetta l’OLP come “la cornice nazionale per il popolo palestinese,” in contrasto con lo sprezzante atteggiamento verso l’OLP dello statuto [precedente].

Il nuovo documento non contiene nessuno degli articoli e delle affermazioni anti-semiti che caratterizzavano lo statuto. Sostenitori del movimento, soprattutto in Occidente, avevano consigliato da molto tempo di cambiare quelle disposizioni.

Un membro di Hamas ha detto ad Haaretz che quasi subito dopo che lo statuto è stato pubblicato nel 1988, persone del movimento invitarono a cambiare queste parti. Lo statuto non era stato scritto in modo collettivo, ha spiegato, e non è “né scientificamente né giuridicamente” accurato.

Ha affermato che i membri di Hamas deportati nel 1992-93 a Marj El Zhour [dopo l’uccisione di 6 soldati in Cisgiordania, Israele deportò 415 membri di Hamas e della Jihad islamica su una collina sul confine con il Libano, dove rimasero per 4 mesi, finché vennero riportati a Gaza e in Cisgiordania, ndt.], in Libano, furono i primi a discutere seriamente la necessità di modifiche. Ma queste non sono mai state fatte perché ciò richiedeva un lungo e complesso processo di riflessione e dibattito durante i difficili periodi di escalation militare.

Lo statuto in sé non è stato abrogato. E’ un documento storico che si riferisce ad un particolare momento nella storia dell’organizzazione, e Hamas non vi sta rinunciando; né il nuovo documento è chiamato “statuto”. Cancellarlo vorrebbe dire ripetere l’umiliazione subita dall’OLP, quando dovette annunciare l’abolizione di alcuni articoli del suo statuto del 1968 perché contraddicevano gli accordi di Oslo. Ma lo statuto di Hamas non è più la piattaforma ideologica ufficiale dell’organizzazione.

Non come il Comintern

Hamas ha reciso ogni rapporto con la Fratellanza Musulmana solo perché il movimento non è citato nel nuovo documento? Contrariamente alle affermazioni di Fatah, ha detto il membro di Hamas, il rapporto di Hamas con la Fratellanza Musulmana è sempre stato puramente emotivo, non istituzionalizzato, organizzato, gerarchico, in cui ogni organizzazione gregaria dovesse obbedire a ordini dall’alto, una specie di Comintern sovietico. Il fatto è che, in Paesi differenti, i partiti affiliati alla Fratellanza Musulmana hanno adottato politiche differenti.

Il membro di Hamas ha anche notato che il lavoro sul documento è iniziato nel 2013, quando Mohammed Morsi, della Fratellanza Musulmana, era ancora presidente dell’Egitto. In altre parole, non era guidato dalla necessità di realpolitik per ingraziarsi l’Egitto dopo che il governo dei Fratelli Musulmani è stato rovesciato.

Ma è chiaro che nel nuovo documento Hamas cerca di liberarsi da ogni rapporto con l’estremismo religioso islamico. Il documento sottolinea che “si oppone all’intervento nelle questioni interne di ogni Paese.” E Meshal ha detto esplicitamente che il contesto adeguato per la lotta armata è solo l’opposizione all’occupazione in Palestina, e non all’estero.

Si potrebbe vedere questo come realismo politico, data la dipendenza dell’organizzazione dall’Egitto, che è l’unica porta d’uscita di Gaza, governata da Hamas, verso il mondo. Ma ciò riflette anche una reale preoccupazione per l’immagine dell’Islam e la consapevolezza del fatto che Hamas ed i suoi sostenitori devono prendere le distanze dall’essere identificati con lo Stato Islamico.

La versione finale del documento contiene un’affermazione contraria alla cooperazione (che definisce come “collaborazionismo”) con Israele in materia di sicurezza, che non era presente nelle bozze diffuse in precedenza. Il documento inoltre non riconosce la legalità degli accordi di Oslo, ma si riferisce al suo prodotto, l’Autorità Nazionale Palestinese, affermando che l’obiettivo dell’ANP è di essere utile a tutto il popolo palestinese. O, come ha spiegato Meshal, la coerenza con i principi non nega il riconoscimento dei fatti determinati dalla realtà.

Lo stesso vale per l’affermazione in merito alla creazione di uno Stato “lungo i confini del 4 giugno 1967.” Per anni i principali dirigenti di Hamas hanno detto, esplicitamente o implicitamente, che il movimento vuole accettare un compromesso a condizione che non includa un riconoscimento di Israele. Ma il documento afferma semplicemente che Hamas riconosce che un simile Stato – compreso il “ritorno dei rifugiati”- è “una formula di consenso nazionale”. Bisogna ancora vedere se i rigidi principi del documento intendano effettivamente rendere più facile ad Hamas dimostrare flessibilità politica nel “gestire il conflitto”, per usare le parole del documento.

Il documento non fa riferimento ad Hamas come un partito di governo, ma solo come un movimento di resistenza. Ciò è un utile compromesso caratteristico delle doti acrobatiche di Hamas. Ciò permette all’organizzazione di crogiolarsi nella gloria di un movimento di resistenza, che a sua volta contribuisce a conservare la Striscia di Gaza come un bastione del governo nazionale.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Esponenti israeliani e palestinesi reagiscono all’abbandono della soluzione a due Stati da parte di Trump

16 febbraio 2017, Maannews

Betlemme (Ma’an) – A seguito del controverso incontro avvenuto mercoledì tra il presidente USA Donald Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu, i dirigenti israeliani e palestinesi hanno reagito in modo positivo e negativo riguardo all’evidente mutamento della politica statunitense con l’abbandono del sostegno alla soluzione a due Stati.

Mercoledì durante una conferenza stampa che ha preceduto l’incontro Trump ha risposto a una domanda riguardo alla posizione della sua amministrazione rispetto alla soluzione a due Stati il giorno dopo che un funzionario USA aveva detto che il Paese non era necessariamente legato alla soluzione politica come l’unica in grado di porre termine al conflitto israelo-palestinese

Io considero sia [la soluzione] a due Stati che a un solo Stato e mi piace quella che piace a entrambe le parti” ha detto Trump, provocando una risata di Netanyahu. “Posso vivere con entrambe”.

Mentre esponenti della comunità internazionale hanno riposto la soluzione del conflitto israelo-palestinese sulla soppressione delle colonie illegali israeliane e sulla soluzione a due Stati, un numero crescente di attivisti palestinesi, dato l’attuale contesto politico, criticano questa soluzione come insostenibile e poco inadeguato ad assicurare una pace duratura e propongono invece uno Stato bi-nazionale con uguali diritti per israeliani e palestinesi.

Le reazioni israeliane

Gli esponenti politici israeliani di destra sono stati pronti a manifestare il consenso sull’incontro tra Trump e Netanyahu, con il quotidiano israeliano Haaretz che ha citato il ministro dell’Istruzione dell’estrema destra israeliana Naftali Bennet che ha affermato: “ La bandiera palestinese è stata ammainata dal pennone ed è stata rimpiazzata da quella israeliana. I palestinesi hanno già due Stati – Gaza e la Giordania – Non c’è nessun bisogno di un terzo.”

Il ministro ha anche scritto sui social media: “Una nuova era. Nuove idee. Nessun bisogno di un terzo Stato oltre alla Giordania e a Gaza. Un grande giorno per gli israeliani e per gli arabi ragionevoli.”

In precedenza Bennett aveva manifestato il suo appoggio a Trump dicendo a novembre , in seguito alle elezioni presidenziali negli USA, che una presidenza Trump avrebbe posto fine allo sforzo per realizzare uno Stato palestinese indipendente.

La vittoria di Trump è un’opportunità per Israele per rimangiarsi immediatamente l’idea di Stato palestinese al centro del Paese (Israele) il che potrebbe mettere in discussione la nostra sicurezza e la nostra giusta causa” ha detto allora Bennett. “Questa è la posizione del presidente eletto, che è scritta nel suo programma elettorale e dovrebbe essere la nostra politica, semplice e chiara. L’epoca di uno Stato palestinese è tramontata”.

Nel frattempo il ministro israeliano della pubblica sicurezza , Gilad Erdan del partito Likud è stato citato da Haaretz per aver detto che l’opinione di Trump sul conflitto israelo-palestinese “prova che siamo in una nuova epoca. La presa di posizione del presidente indica che la soluzione a due Stati non è l’unica soluzione per raggiungere la pace e che è venuto il momento di rovesciare l’equazione e di esercitare una pressione sulla parte palestinese”.

I ministri della destra in generale hanno espresso la loro opinione secondo cui Israele stava entrando in “una nuova epoca” non condizionata dalla soluzione a due Stati o da obiettivi di pace da lungo tempo formulati dalla comunità internazionale.

Secondo quanto riferito, il ministro israeliano della cultura Miri Regev, anche lui del partito Likud, ha detto che “l’epoca dei congelamenti è finita. È la fine del blocco delle costruzioni in Giudea e Samaria” come Israele definisce la Cisgiordania, aggiungendo che “oggi a Washington è cominciata una nuova era diplomatica”.

Altri ministri della destra hanno manifestato il proprio sollievo per il fatto che il governo israeliano non deve più fare finta di sostenere la soluzione a due Stati che gli sforzi internazionali per la pace hanno individuato per decenni quale percorso per uscire dall’impasse israelo-palestinese.

Finalmente si è posto fine a un’idea sbagliata e pericolosa: istituire uno Stato palestinese terrorista nel cuore della Terra di Israele” ha detto il ministro israeliano della scienza e della tecnologia Ofir Akunis, citato da Haaretz.

Nel frattempo la deputata della Knesset, Shelly Yacimovic, dell’Unione Sionista [coalizione tra il partito Laburista e Kadima. Ndtr.], ritenuto il partito “più a sinistra” nel panorama politico israeliano, avrebbe affermato che le dichiarazioni di Trump mercoledì sera non si allontanano in alcun modo da quelle delle precedenti amministrazioni USA, sottolineando che Trump ha espresso il suo dissenso riguardo all’espansione delle colonie israeliane e che il suo appoggio per trovare una soluzione soddisfacente per entrambe le parti è più articolato.

Le reazioni palestinesi e internazionali

A seguito della conferenza stampa l’ambasciatore palestinese presso le Nazioni Unite Riyad Mansour ha emesso un comunicato in cui afferma che la pace non si potrà realizzare “senza stabilire le basi di un processo di pace” e ha evidenziato il fatto che la maggioranza della comunità internazionale continua a sostenere la soluzione a due Stati nonostante le prese di posizione di Trump e Netanyahu.

Nel frattempo il portavoce di Hamas Hazem Qasim si è appellato all’Autorità Nazionale Palestinese perché abbandoni i negoziati con Israele e la convinzione che gli Stati Uniti siano in grado di svolgere una funzione di mediazione nel processo di pace, aggiungendo che Trump ha chiarito il fatto che l’attuale e le precedenti amministrazioni USA hanno parteggiato per Israele.

Nel suo comunicato Hazem Qaim ha detto che “ gli Stati Uniti non sono mai stati affidabili riguardo a dare al popolo palestinese i suoi diritti” aggiungendo che gli USA hanno solamente “provveduto a coprire Israele perché continuasse l’aggressione contro il popolo palestinese e l’espropriazione delle nostre terre”.

Egli ha anche detto che l‘amministrazione degli Stati Uniti, rimangiandosi la propria già debole posizione sulla soluzione a due Stati, indica un’escalation della tendenza USA a favore dell’occupazione israeliana.

Il dirigente di Fatah Rafaat Elayyan ha anche rilasciato un comunicato di condanna dell’incontro, affermando che Netanyahu e Trump hanno “palesemente affossato il sogno di istituire uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est”. Egli ha anche detto che Trump ha disconosciuto il diritto internazionale e tutti gli accordi precedenti tra palestinesi e israeliani per ottenere la pace nella regione.

Elayyan ha aggiunto: “Siamo di fronte a un’occupazione che rifiuta di creare uno Stato indipendente e mira ad annettere ad Israele la Cisgiordania e Gerusalemme, espandendo le colonie con l’appoggio dell’amministrazione USA.” Continuando ha sollecitato la dirigenza palestinese ad “intraprendere una nuova strategia” fondata su un’unità che possa porre fine al conflitto interno alla Palestina.

Se l’incontro Trump-Netanyahu non è sufficiente per unire il nostro fronte nazionale, allora non saremo mai capaci di confrontarci con questa sfida”, ha aggiunto Elayyan.

Elayyan ha anche detto che i palestinesi fanno affidamento sul vertice arabo che si terrà ad Amman il prossimo mese, in cui gli Stati arabi e islamici dovrebbero emettere un comunicato per appoggiare il popolo palestinese e i suoi diritti “ prima che sia troppo tardi”.

Elayyan ha aggiunto che Trump ha dato “semaforo verde al governo israeliano per continuare nell’attività di colonizzazione e di aggressione nei confronti del popolo palestinese” e ha sottolineato che gli Stati Uniti saranno responsabili di qualunque “situazione esplosiva” nella regione.

Il popolo palestinese continuerà la propria lotta per la libertà e la democrazia” ha detto.

Nel frattempo il responsabile della comunicazione del movimento Fatah, Nasser al-Qudwa, ha detto che “respingere la soluzione a due Stati significa respingere il processo di pace” e ha sottolineato che qualunque alternativa provocherebbe “un confronto doloroso e sanguinoso”.

Egli ha anche detto che l’abbandono della soluzione a due Stati non comporterà la scomparsa o l’indebolimento dell’idea palestinese per uno Stato indipendente e che quella soluzione a uno Stato unico dove tutti i cittadini avrebbero uguali diritti è “ semplicemente senza senso e impossibile”

Al-Qudwa ha aggiunto che la dirigenza palestinese e Fatah hanno una posizione chiara, sottolineando l’importanza di una presenza nazionale palestinese e della formazione di uno Stato palestinese, osservando che i diritti palestinesi sono “ non negoziabili”.

Il raggruppamento di sinistra Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP) ha scritto in un comunicato che l’incontro Trump-Netanyahu ha segnato “un chiaro punto di svolta per porre fine agli obiettivi dei palestinesi” aggiungendo che il cambiamento di politica costituisce una violazione del diritto internazionale.

Il FPLP ha indicato cinque iniziative che ritiene debbano essere prese per rispondere al recente mutamento della politica statunitense-israeliana: dichiarare una presa di posizione unitaria che respinga la politica statunitense-israeliana; ritirare il riconoscimento [dello Stato] di Israele; organizzare urgentemente un incontro tra tutte le forze nazionaliste e islamiche per stabilire una nuova strategia nazionale da contrapporre alle imminenti sfide e difendere i diritti nazionali; cessare immediatamente il conflitto nazionale palestinese e continuare gli sforzi di tenere una sessione del Consiglio nazionale palestinese; cessare da parte dell’Autorità nazionale palestinese “di creare illusioni” a livello internazionale e  ritirarsi dagli accordi di Oslo.

Intanto mercoledì l’Alta Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e per la Politica di Sicurezza Federica Mogherini ha detto che la UE sosterrà sempre la soluzione a due Stati, aggiungendo che “senza dubbio la nostra ambasciata (italiana) rimarrà a Tel Aviv… e noi siamo ancora dell’opinione che la soluzione sia la coesistenza tra i due Stati: Israele e Palestina”.

Mercoledì il segretario generale dell’Organizzazione della Liberazione della Palestina (OLP) Saeb Erekat ha detto che la soluzione a due Stati era già un compromesso raggiunto con molte difficoltà come base per una pacifica risoluzione del conflitto, e che la proposta alternativa israeliana equivarrebbe a una soluzione di apartheid.

Contrariamente al disegno di Netanyahu di un solo Stato con due sistemi, [cioè] l’apartheid, l’unica alternativa a due Stati democratici e sovrani con i confini del 1967 è un solo Stato laico e democratico con uguali diritti per ognuno, cristiani, musulmani ed ebrei su tutta la Palestina storica,” ha detto Erekat.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Nonostante le dichiarazioni di Trump durante l’incontro con Netanyahu, Abbas e i palestinesi tirano un sospiro di sollievo.

Amira Hass, 16 febbraio 2017 Haaretz

Trump è arrivato e Trump se ne andrà, mentre i palestinesi insistono con la loro richiesta di essere liberati dalla dominazione israeliana, che per loro significa occupazione militare, colonialismo, apartheid.

La dirigenza palestinese non ha nascosto la sua preoccupazione circa le notizie che gli americani hanno rinunciato ad appoggiare la creazione di uno Stato palestinese. Di fatto questo non è stato il messaggio inequivocabile che le dichiarazioni di Donald Trump hanno trasmesso nella conferenza stampa di mercoledì. Ognuna delle parti potrebbe rintracciarvi elementi per rafforzare la propria posizione.

Anche se gli Stati Uniti rinunciassero effettivamente a sostenere uno Stato palestinese, che cosa cambierebbe in realtà? Le amministrazioni USA precedenti a Trump hanno parlato di qualche soluzione dei due Stati e non hanno fatto niente per portarla avanti. Cioè, non hanno fatto niente per impedire ad Israele di bloccarla. Però le loro dichiarazioni e le loro promesse hanno indotto la dirigenza palestinese di Ramallah a mentire a sé stessa ed al suo popolo facendo credere che questa fosse la soluzione che la grande potenza appoggiava.

Questa costante menzogna – accompagnata da una massiccia assistenza finanziaria americana – è stata uno degli strumenti con cui la dirigenza dell’OLP, Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese hanno continuato a dar ragione della propria esistenza. Quella menzogna ha aiutato a giustificare il mantenimento degli accordi con Israele, compreso il coordinamento per la sicurezza. Non stupisce che gli USA eroghino considerevoli contributi finanziari alle forze di sicurezza palestinesi.

La nuova musica che adesso arriva dalla Casa Bianca pone la domanda se i cambiamenti negli Stati Uniti possano indebolire ancor più lo status della leadership palestinese agli occhi dei palestinesi stessi e se quindi la sua esistenza sia in pericolo.

Trump è arrivato e Trump se ne andrà, mentre i palestinesi insistono con la loro richiesta di essere liberati dal giogo israeliano, che per loro significa occupazione militare, colonialismo, apartheid. Per il popolo palestinese che vive qui [nei Territori Occupati] e per quello della diaspora questi non sono slogan, ma la realtà quotidiana.

Ventiquattro anni fa questa Nazione ha avuto una leadership popolare che ha fatto un generoso regalo ad Israele e agli ebrei – la soluzione dei due Stati. E’ così che i palestinesi hanno interpretato gli accordi di Oslo. Ma Israele ha rifiutato il dono.

La dirigenza palestinese poteva capire anche prima dell’assassinio di Yitzhak Rabin che Israele stava bluffando. Che mentre diceva “due Stati” creava enclaves. L’OLP si è intrappolata nella politica dei negoziati nella speranza che l’Occidente avrebbe fatto pressioni su Israele, che ci sarebbero stati cambiamenti politici positivi in Israele e che gli Stati arabi sarebbero intervenuti. Ma c’è anche un’altra ragione. La dirigenza palestinese ha trasformato la burocrazia di un’organizzazione per la liberazione nazionale in una burocrazia che governa, completa di autoconservazione e aggrappata alla propria posizione.

Il timore del presidente dell’ANP Mahmoud Abbas e dei suoi colleghi di una deriva militare che danneggerebbe il loro popolo (come la Seconda Intifada) è reale e giustificato. Ma si confonde con gli interessi personali suoi e del gruppo di potere.

Al tempo stesso, ha preso forma l’illusione di una sovranità limitata all’interno delle enclaves palestinesi. L’ANP in Cisgiordania e Hamas a Gaza forniscono i servizi di base alla popolazione e rendono possibile l’attività pubblica, cosa che non era concessa sotto l’occupazione israeliana diretta.

Pur con tutte le critiche all’ANP per la corruzione, i metodi dittatoriali, l’inefficienza, le carenze nei servizi sociali, ecc., essa continua comunque a provvedere alle necessità fondamentali immediate della popolazione.

La presidenza Trump non è una ragione sufficiente per sciogliere l’ANP e gettare la società palestinese nel caos e nello scompiglio. La leadership palestinese ha ottenuto un’altra pausa.

Mercoledì un ufficiale della sicurezza palestinese ha rivelato ai media palestinesi l’incontro del capo della CIA con Abbas. Il messaggio che sta dietro alla fuga di notizie è chiaro. “Non preoccupatevi, l’esistenza dell’Autorità Palestinese sta a cuore agli Stati Uniti. Le istituzioni di Washington comprendono che il mantenimento del regime di enclaves garantisce una sorta di stabilità della sicurezza.”

Probabilmente stanno dicendo la stessa cosa al nuovo presidente. L’elemento più importante che può compromettere questa precaria stabilità non è Trump, ma un’escalation dell’oppressione israeliana e della sua politica di colonizzazione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Analisi: un colpo di fortuna insperato? La presidenza Trump potrebbe essere un bene per la Palestina

4 gennaio 2017, Maannews
di Ramzy Baroud
Israele ha le vertigini. Il 20 gennaio ci sarà una specie di secondo natale e Donald Trump è un gioviale vecchio Babbo Natale che porterà doni.

Tutto è già scritto, dal momento che il presidente eletto Trump ha nominato, come prossimo ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, un estremista, David Friedman, che ha intenzione di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme e appoggia l’espansione delle colonie illegali che hanno già frantumato l’ipotetico stato di Palestina in bantustan di tipo sudafricano.

Quindi deve suonare strano, se non assolutamente provocatorio, insinuare che una presidenza Trump potrebbe essere il colpo di grazia di cui i palestinesi, e di fatto l’intero Medio Oriente, hanno bisogno per liberarsi del peso di una politica estera americana autoritaria, arrogante e futile che è durata per decenni.

Senza dubbio una presidenza Trump è palesemente terribile per i palestinesi nel breve termine. Il personaggio non prova nemmeno a mostrare la minima imparzialità o un’ombra di equilibrio nel suo approccio al più duraturo e delicato conflitto del Medio Oriente.

Secondo il flusso quasi ininterrotto dei suoi tweets, Trump sta contando i giorni fino a quando potrà mostrare ai leaders israeliani quanto filo-israeliana sarà la sua amministrazione. Poco dopo che gli Stati Uniti il 23 dicembre si sono astenuti dal voto sulla Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha condannato le illegali colonie israeliane, il presidente eletto ha twittato: “Per quanto riguarda l’ONU, le cose cambieranno dopo il 20 gennaio.”

Trump è di nuovo ricorso a Twitter, poco dopo che John Kerry ha pronunciato un importante discorso politico sul conflitto israelo-palestinese, in cui il segretario di stato ha rimproverato Israele di compromettere la soluzione dei due stati ed ha definito l’attuale governo di Benjamin Netanyahu il più a destra della storia di Israele.

Nella sua replica Trump ha invitato Israele a “tener duro” fino al suo insediamento il 20 gennaio. Anche i leaders israeliani guardano a quella data, quelli del calibro di Naftali Bennett, capo del partito estremista Casa Ebraica, si attendono una ‘riconfigurazione’ delle relazioni tra Israele e Stati Uniti, una volta che Trump sarà presidente.

Inoltre Bennett, che è anche il ministro dell’educazione di Israele, lo scorso novembre ha dichiarato ai giornalisti: “Abbiamo l’opportunità di reimpostare la struttura di tutto il Medio Oriente, dobbiamo cogliere questa opportunità e sfruttarla.”

Una delle imminenti opportunità offerte dalla presidenza Trump, ha detto Bennett, è che “l’epoca dello stato palestinese è tramontata.”

Certo, Kerry ha ragione; l’attuale governo israeliano è il più di destra ed il più estremista, una prospettiva destinata a non cambiare presto, dato che riflette fedelmente il clima politico e sociale del paese.

Leggete come ha risposto Bennett al discorso di Kerry.

Kerry mi ha citato tre volte nel suo discorso, senza nominarmi, per dimostrare che noi siamo contrari ad uno stato palestinese”, ha detto, “perciò lasciatemelo dire esplicitamente: sì. Se dipendesse da me, non creeremo un altro stato terrorista nel cuore del nostro paese.”

All’insistenza di Kerry sul fatto che Gerusalemme dovrebbe essere la capitale sia di Israele che della Palestina, Bennett ha risposto: “Gerusalemme è stata la capitale degli ebrei per 3.000 anni. Sta scritto nella Bibbia, apritela e leggetela.”

La presa del fanatismo religioso sulla politica di Israele è irreversibile, quanto meno nel futuro prevedibile. Mentre nel passato i politici ebrei laici utilizzavano i precetti religiosi per attrarre i fedeli ebrei in cambio dei loro voti e per popolare le colonie illegali, adesso sono i gruppi religiosi che stabiliscono i criteri delle principali politiche israeliane.

E allora come può tutto questo essere un bene per i palestinesi? In parole povere: la chiarezza.

Da quando funzionari statunitensi di medio livello hanno accettato di incontrare una delegazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) in Tunisia alla fine degli anni ’80, gli Stati Uniti hanno scelto un cammino piuttosto inverosimile per fare la pace. Subito dopo che gli Stati Uniti hanno “reclutato” con riluttanza l’OLP – una volta che quest’ultima ha dovuto superare mille ostacoli politici per ottenere un cenno di assenso americano – sono rimasti gli unici a definire che cosa comportasse la “pace” tra Israele ed i suoi vicini palestinesi ed arabi.

La Casa Bianca ha stabilito i parametri del “processo di pace”, ha costretto in parecchie occasioni gli arabi ad approvare qualunque “visione” della pace gli Stati Uniti ritenessero conveniente ed hanno diviso gli arabi tra ‘moderati’ e ‘radicali’, basandosi esclusivamente su come un determinato paese avrebbe recepito i dettami di ‘pace’ degli USA nella regione.

Senza alcun mandato, gli Stati Uniti si sono auto-nominati ‘ un onesto intermediario per la pace’, ed hanno fatto di tutto per compromettere il rispetto di quegli stessi parametri che avevano posto per raggiungere la supposta pace. Mentre arrivava a definire la costruzione delle colonie illegali israeliane un ‘ostacolo alla pace’, Washington finanziava le colonie e l’esercito di occupazione incaricato di proteggere quelle entità illegali; faceva appello a ‘costruire la fiducia’ mentre, nello stesso tempo, finanziava l’esercito israeliano e giustificava le guerre di Israele a Gaza e la sua eccessiva violenza nella Cisgiordania e a Gerusalemme occupate.

In altri termini, per decenni, gli Stati Uniti hanno fatto esattamente il contrario di ciò che predicavano pubblicamente.

La schizofrenia politica americana sta toccando il suo massimo in questo momento. Mentre Obama ha osato fare una cosa incredibile a dicembre – quando si è astenuto dal voto su una risoluzione che chiedeva ad Israele di porre fine alle sue colonie illegali in Cisgiordania – solo poche settimane prima ha concesso ad Israele “ il più cospicuo finanziamento militare nella storia.”

Nel corso degli anni il cieco appoggio americano ad Israele ha accresciuto le aspettative di quest’ultimo al punto che adesso prevede che il sostegno continui, anche quando Israele è governato da estremisti che stanno ulteriormente destabilizzando una regione già fragile ed instabile. Nella logica israeliana queste aspettative sono del tutto razionali.

Gli Stati Uniti hanno svolto la funzione di facilitatori dell’aggressività politica e militare israeliana, tenendo buoni i palestinesi e gli arabi con vuote promesse, a volte con minacce, elemosine e semplici parole.

I cosiddetti ‘palestinesi moderati’, del genere di Mahmoud Abbas e della sua Autorità Nazionale Palestinese, sono stati debitamente rabboniti, certo, perché hanno ottenuto i privilegi del ‘potere’, insieme al riconoscimento politico statunitense, permettendo intanto ad Israele di conquistare tutto ciò che rimaneva della Palestina.

Ma quel tempo è certamente finito. Finché gli USA continueranno a permettere l’intransigenza di Israele, una presidenza Trump probabilmente segnerà un totale abbandono del linguaggio ambiguo di Washington.

Il male non sarà più un bene, ciò che è sbagliato non è giusto e il militarismo non è fare la pace. Di fatto, Trump è destinato a mostrare la politica estera americana per quello che veramente è ed è stata per decenni. La sua presidenza probabilmente porrà tutte le parti in causa di fronte ad una difficile scelta su dove collocarsi riguardo alla pace, alla giustizia e ai diritti umani.

Anche i palestinesi dovranno fare una scelta, affrontare la realtà durata decenni con un fronte unito, oppure schierarsi al fianco di coloro che intendono ‘ riconfigurare’ il futuro del Medio Oriente sulla base di una fosca interpretazione delle profezie bibliche.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato internazionalmente, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: storia non raccontata di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Analisi: Fatah, tieniti i tuoi applausi – la classe politica palestinese è marcia fino al midollo

6 dicembre 2016   MA’AN NEWS AGENCY

di Ramzy Baroud

Nel luglio del 2003 l’allora Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat definì Mahmoud Abbas un ‘traditore’, che “ha tradito gli interessi del popolo palestinese”.

Arafat ha detestato Abbas fino alla fine. Questo particolare sfogo si verificò durante un incontro con l’inviato delle Nazioni Unite Terje Larsen. L’incontro ebbe luogo pochi mesi dopo che Arafat era stato costretto dagli Stati Uniti, da Israele e da altre potenze occidentali a nominare Abbas primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Storicamente Abbas è stato il meno popolare tra i leaders di Fatah – gente come Abu Jihad, Abu Iyad e lo stesso Arafat. Questi leaders popolari per lo più sono stati assassinati, emarginati o sono morti in circostanze misteriose. Molti ritengono che Arafat sia stato avvelenato da Israele con l’aiuto di palestinesi, e Abbas recentemente ha asserito di sapere chi ha ucciso Arafat.

Eppure, nonostante la sua impopolarità, Abbas ha mantenuto sempre posizioni rilevanti. La lotta di potere tra lui ed Arafat, che è culminata nel 2003, durata fino alla morte di Arafat nel novembre 2004, non ha certo favorito la scialba immagine di Abbas tra i palestinesi.

Talvolta sembra che più Abbas diventa impopolare, più aumenta il suo potere. E’ stato appena rieletto capo del suo partito politico, Fatah, nel corso del suo settimo congresso tenuto a Ramallah il 29 novembre. A 81 anni è leader di Fatah, capo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Comunque il suo discorso tirato per le lunghe durante circa tre ore il 30 novembre non ha portato nulla di nuovo; slogan ritriti e sottili messaggi agli Stati Uniti e Israele che la sua ‘rivoluzione’ si manterrà moderata e nonviolenta.

Tenendo conto del momento critico nella storia della Palestina, l’astratta retorica di Abbas esprime la profondità della crisi interna dei gruppi dirigenti politici palestinesi.

I ripetuti scrosci di applausi che il noioso e banale discorso di Abbas ha ricevuto dai quasi 1400 sostenitori che partecipavano alla conferenza sono un riflesso dell’ incancrenito tribalismo politico che oggi pervade Fatah, il principale partito dell’OLP e, senza dubbio, il partito che lanciò la moderna rivoluzione palestinese.

Ma il partito di oggi è una pallida ombra di ciò che era in origine. I fondatori di Fatah erano giovani ribelli entusiasti e preparati. I loro principali scritti del 1959 rivelavano i loro primi modelli, soprattutto la guerriglia della resistenza algerina contro il colonialismo francese.

La guerriglia in Algeria ha avuto una profonda influenza su di noi”, dicevano i loro comunicati.

Quando ‘tutti’, ai vertici politici di Fatah, votano per Abbas, mentre la maggioranza dei palestinesi lo rifiuta, si è portati a concludere che Fatah non rappresenti in modo fedele il popolo palestinese, né che abbia neanche lontanamente il polso della piazza palestinese.

Se pur si volessero ignorare gli ‘yes-men’ di Fatah, non si può ignorare il fatto che l’attuale lotta tra le elites palestinesi è quasi totalmente slegata dalla lotta contro Israele.

I palestinesi subiscono quotidiane violenze: le colonie ebraiche occupano le colline palestinesi e continuano ad espandersi, i soldati israeliani scorazzano sulla terra palestinese occupata e lo stesso Abbas non può muoversi liberamente senza un previo ‘coordinamento di sicurezza’ con l’esercito israeliano.

Inoltre i palestinesi sono divisi in fazioni, regioni e clan; i favoritismi politici, la corruzione finanziaria e il palese tradimento stanno divorando il corpo politico palestinese come un cancro incurabile. Discorsi su ‘unità’, ‘riconciliazione’ e ‘costruzione dello stato’ non sono altro che parole, mentre i palestinesi conducono la loro triste esistenza sotto il tallone dei soldati, ai checkpoints e sotto il sordo ma esasperante ronzio dei droni militari.

Eppure le elites di Fatah hanno applaudito Abbas circa 300 volte durante il suo discorso di tre ore. Che cosa applaudono, esattamente? Che cosa è stato ottenuto? Quale strategia ha proposto per mettere fine all’occupazione israeliana?

Molta terra palestinese è stata persa tra il sesto congresso di Fatah nel 2009 ed il settimo. Questo non è un risultato, ma un motivo di allarme.

La triste verità è che nessun palestinese che si rispetti dovrebbe applaudire la vuota retorica; mentre i membri rispettabili di Fatah dovrebbero urgentemente riconsiderare tutti insieme questa devastante deriva.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, scrittore e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza’.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Israele sta spingendo verso una guerra civile palestinese?

Maannews 7 settembre 2016

Di Ramzy Baroud

La divisione all’interno della società palestinese ha raggiunto livelli inediti, diventando un grave ostacolo sul cammino verso una strategia unitaria per porre fine alla violenta occupazione israeliana o compattare i palestinesi dietro un singolo obbiettivo.

Il neoeletto Ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman, ultranazionalista, lo ha capito fin troppo bene. La sua tattica, fin dalla sua nomina lo scorso maggio, è incentrata nell’investire maggiormente su queste divisioni, come via per annientare ancor di più la società palestinese.

Lieberman è un “estremista”, anche rispetto ai bassi standard dell’esercito israeliano. Il suo passato è pieno di dichiarazioni violente e razziste. Tra i suoi più recenti exploit troviamo l’attacco a Mahmoud Darwish, il più famoso poeta palestinese. E’ arrivato al punto di paragonare la poesia di Darwish – che si schiera per la libertà del suo popolo – all’autobiografia di Adolph Hitler, Mein Kampf.

Ma non è certo la dichiarazione più scandalosa di Lieberman.

Le passate provocazioni di Lieberman sono moltissime. Recentemente, nel 2015, ha minacciato di decapitare con un’ascia i cittadini palestinesi di Israele, se non fossero totalmente fedeli allo “stato ebraico”, ha propugnato la pulizia etnica dei cittadini palestinesi di Israele ed ha lanciato una minaccia di morte all’ex Primo Ministro palestinese, Ismail Haniye.

A parte le scandalose dichiarazioni, l’ultima trovata di Lieberman è comunque la più stravagante.

Il Ministro della Difesa israeliano sta pianificando di evidenziare in diversi colori le comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata, distinguendole in verdi e rosse, dove verde significa “buono” e rosso “cattivo”; in base a ciò, le prime dovranno essere premiate per il loro buon comportamento, mentre le seconde subiranno una punizione collettiva, se anche un solo membro della comunità oserà opporre resistenza all’esercito di occupazione israeliano.

Un piano di questo genere è stato tentato circa 40 anni fa, ma è del tutto fallito. Il fatto che un’idea così mostruosa si palesi nel XXI° secolo senza scatenare lo scalpore internazionale è vergognoso.

Le mappe colorate di Lieberman verranno accompagnate da una campagna per far rinascere le “Leghe di villaggio”, un altro esperimento israeliano fallito, mirante ad imporre una leadership palestinese “alternativa”, “reclutando” notabili palestinesi – leaders non eletti democraticamente.

La soluzione di Lieberman sta nel costituire una leadership che, come le Leghe di villaggio degli anni ’70 e ’80, sicuramente sarà considerata collaborazionista e traditrice dall’insieme della società palestinese.

Ma che cosa sono esattamente le “Leghe di villaggio”, e questa volta funzioneranno?

Nell’ottobre 1978 dei sindaci palestinesi eletti, insieme a consiglieri comunali e diverse istituzioni nazionaliste, iniziarono una campagna di mobilitazione di massa sotto l’egida del National Leadership Committee, il cui principale obbiettivo era contestare il Trattato di Camp David – firmato da Egitto ed Israele – e le sue conseguenze politiche di emarginazione dei palestinesi.

In quel momento, il Movimento era la rete di palestinesi più strutturata ed unitaria che fosse mai stata creata nei territori occupati. Israele immediatamente represse con durezza i sindaci, i dirigenti sindacali ed i nazionalisti di diverse istituzioni professionali.

La risposta a livello nazionale fu ribadire l’unità dei palestinesi a Gerusalemme, in Cisgiordania ed a Gaza, tra cristiani e musulmani, tra palestinesi in patria ed in “shattat”, o diaspora. La risposta di Israele fu analogamente dura. A partire dal 2 luglio 1980 partì una campagna di uccisioni contro i sindaci democraticamente eletti.

Gli accordi di Camp David ed i tentativi di eliminare i leader nazionalisti nei territori occupati, e poi la crescente violenza degli ebrei estremisti in Cisgiordania, determinarono proteste di massa, scioperi generali e violenti scontri tra giovani palestinesi e soldati israeliani.

Il governo israeliano fece in modo di destituire i sindaci eletti della Cisgiordania, poco dopo aver insediato, nel novembre 1981, una “Amministrazione Civile” per governare i territori occupati direttamente attraverso il proprio esercito. L’amministrazione militare aveva l’obbiettivo di emarginare qualunque leadership palestinese effettivamente rappresentativa e consolidare ulteriormente l’occupazione. Ancora una volta i palestinesi risposero con uno sciopero generale e una mobilitazione di massa.

Israele ha sempre cercato di creare una leadership alternativa per i palestinesi. Questi sforzi culminarono nel 1978, quando costituì le “Leghe di Villaggio”, conferendo ai loro membri poteri relativamente ampi, incluso quello di approvare o respingere i progetti di sviluppo nei territori occupati. Furono date loro armi e usufruirono anche della protezione militare israeliana.

Ma anche questo era destinato al fallimento, in quanto i membri della Lega vennero considerati dei collaborazionisti da tutte le comunità palestinesi.

Qualche anno dopo Israele riconobbe il carattere artificioso della sua creatura, ed il fatto che i palestinesi non potevano essere indotti ad accettare l’impostazione israeliana di occupazione militare permanente e di autonomia di facciata.

Nel marzo 1984 il governo israeliano decise di sciogliere le “Leghe di villaggio”. Non che Lieberman sia un brillante studente di storia, ma che cosa spera comunque di ottenere da questo stratagemma?

Le elezioni municipali del 1976 galvanizzarono le energie dei palestinesi per raggiungere l’unità; misero insieme idee comuni e trovarono una piattaforma unitaria nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Oggi la discordia interna alla Palestina è inequivocabile. Il protratto conflitto tra Fatah e Hamas ha alterato profondamente il discorso nazionalista sulla Palestina, trasformandolo in una forma di tribalismo politico.

La Cisgiordania e Gaza sono divise, non solo geograficamente, ma anche geopoliticamente. Fatah, che è già in difficoltà su più di un fronte, sta precipitando in ulteriori divisioni tra sostenitori dell’attuale anziano leader, Mahmoud Abbas, e l’ esiliato, benché onnipresente, Mohammed Dahlan.

Ancor più pericoloso di tutto questo è il fatto che il sistema israeliano di premi o punizioni ha effettivamente diviso i palestinesi in classi: quelli molto poveri, che vivono a Gaza e nell’area C della Cisgiordania, e quelli relativamente benestanti, la maggior parte dei quali è legata all’Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah. Dal punto di vista di Lieberman, deve essere una buona occasione per perfezionare e imporre di nuovo le “Leghe di villaggio”. Che funzionino nella forma originale o falliscano poco importa, poiché l’idea è di creare ulteriore divisione tra i palestinesi, generare disordine sociale, conflitto politico e, forse, replicare la breve guerra civile di Gaza dell’estate 2007.

La comunità internazionale dovrebbe respingere del tutto questi progetti arcaici e queste idee distruttive, e costringere Israele a rispettare il diritto internazionale, i diritti umani, e le scelte democratiche del popolo palestinese.

Quelle potenze che si sono imposte come “mediatori di pace” e garanti del diritto internazionale dovrebbero capire che Israele è bravissimo ad appiccare incendi, ma quasi mai capace di spegnerli.

E Lieberman – il buttafuori russo diventato uomo politico e poi ministro della difesa – non deve essere lasciato libero di colorare la mappa delle comunità palestinesi, di premiarle e punirle a suo piacimento.

Una breve occhiata alla storia ci dice che le tattiche di Lieberman falliranno; il problema però è: a quale costo?

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà. Storia non raccontata di Gaza’.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale della Ma’an News Agency.

Traduzione di Cristiana Cavagna




In Cisgiordania le discriminazioni non scarseggiano quando si tratta di acqua

Haaretz

di Amira Hass – 2 luglio 2016

Israele sta chiedendo il rinnovo del Comitato Congiunto per l’Acqua, ma i palestinesi hanno sperimentato che la commissione si limita a rafforzare le colonie e a perpetuare il controllo israeliano sulle risorse idriche

“Convocare il Comitato Congiunto per l’Acqua.” Questo è il mantra israeliano tirato fuori in risposta alle vicende relative alla scarsità d’acqua in Cisgiordania. Da quando i palestinesi hanno iniziato a boicottare per parecchi anni il lavoro del Comitato, si continua a sostenere che non si è potuto ammodernare e riparare le infrastrutture idriche.

Questa è stata anche la replica che Haaretz ha ricevuto la scorsa settimana dall’Autorità Israeliana per l’Acqua e dall’ufficio di coordinamento delle attività governative nei territori, in risposta a un quesito sul perché dall’inizio di giugno la compagnia israeliana delle acque (Mekorot) ha ridotto la quantità di acqua che vende ai palestinesi nel distretto di Salfit e a Nablus.

Mekorot ha dato una risposta simile al settimanale Makor Rishon [giornale di destra e vicino al movimento dei coloni. Ndtr.], che una settimana fa ha dato notizia di una riduzione nell’erogazione dell’acqua in numerose colonie, quartieri e avamposti illegali in Cisgiordania.

Effettivamente dalla fine del 2010 i palestinesi hanno smesso di approvare le richieste di progetti per l’acqua e le fognature presentati dalla controparte israeliana al Comitato Congiunto per l’Acqua (JWC). Inizialmente hanno rifiutato di firmare i verbali delle riunioni. Poi hanno smesso di parteciparvi. Il primo ministro palestinese del tempo era Salam Fayyad, mentre il capo dell’Autorità Palestinese per l’Acqua era il ministro Shaddad Attili. I palestinesi erano arrivati alla conclusione – qualcuno dice con troppo ritardo – che, con il pretesto della condivisione e della reciprocità, Israele stava estorcendo loro un consenso scritto e una manifesta approvazione che consentiva lo sviluppo delle infrastrutture idriche nelle colonie e persino di incrementarne la fornitura d’acqua. Allo stesso tempo stava limitando lo sviluppo e l’espansione delle infrastrutture idriche palestinesi e perpetuando l’ineguale divisione dell’acqua tra israeliani e palestinesi.

Nel 2014, dopo che Rami Hamdallah è diventato primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, Attili – che gli israeliani consideravano un guastafeste e la causa del problema – è stato sollevato dall’incarico; Mazen Ghoneim è stato nominato al suo posto. Tuttavia, nonostante qualcuno abbia interpretato questo come un cedimento alle pressioni israeliane per riprendere il lavoro del Comitato, la posizione dei palestinesi non è cambiata.

“Il Comitato si riunisce” – cioè è richiesta l’approvazione dell’altra parte – “solo quando si tratta di progetti per i palestinesi,” ha detto la scorsa settimana ad Haaretz il ministro Ghoneim. “Gli israeliani fanno tutto quello che vogliono nelle colonie, quando vogliono. Non chiedono il nostro permesso di costruire ed espandere insediamenti e avamposti, perciò perché dovrebbero ottenere la nostra approvazione per gli acquedotti?”

Un chiara prova è arrivata la scorsa settimana: il 20 giugno il sito web dell’amministrazione per gli appalti del governo israeliano ha pubblicato un bando per un condotto fognario congiunto israelo-palestinese, che sarà posto di fianco al percorso della rete fognaria già esistente tra Givat Ze’ev, Bir Naballah e Al Jib [la prima è una colonia, gli altri due sono villaggi palestinesi. Ndtr.]. L’Autorità Palestinese per l’Acqua ha detto ad Haaretz che ciò viene fatto a sua insaputa.

Secondo COGAT [il Coordinamento per le Attività Governative nei Territori, ente del ministero della Difesa israeliano che si occupa delle attività civili nei Territori Occupati. Ndtr.], si tratta solo di una risistemazione e di un lavoro di manutenzione di una conduttura già esistente, e di conseguenza non richiede il consenso del Comitato. Tuttavia, secondo fonti palestinesi, quando il JWC era operativo i palestinesi dovevano chiedere l’approvazione israeliana per la ristrutturazione (sostituzione e manutenzione) di ogni tubatura esistente – persino nelle aree A e B, che sono sotto il controllo dell’ autorità civile palestinese. Senza tale approvazione, anche per le aree A e B, i Paesi donatori, e soprattutto gli Stati Uniti, non avrebbero finanziato i progetti.

L’articolo 40 degli accordi interinali del 1995 tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che tratta di questioni relative ad acqua e sistema fognario, stabiliva che i palestinesi sarebbero stati nelle condizioni di estrarre circa 118 milioni di m³ annui dall’Acquifero Montano in Cisgiordania. In più l’accordo stabiliva che Israele avrebbe venduto ai palestinesi altri 30 milioni di m³ e che durante il periodo dell’accordo (fino al 1999) avrebbero potuto incrementare la quota di altri 80 milioni di m³ annui dai loro pozzi di perforazione nel bacino orientale o “da altra fonte”.

Secondo i calcoli della Banca Mondiale, la quantità destinata ai palestinesi in Cisgiordania era circa il 20% delle estrazioni dall’Acquifero Montano. Il resto dell’acqua – cioè la maggior parte del totale – era destinata ad Israele per il consumo delle colonie e all’interno di Israele. Il ruolo del JWC era quello di mettere in pratica gli impegni delle parti in base all’articolo 40 e di gestire i sistemi idrici e fognari in Cisgiordania.

All’inizio i palestinesi videro questa norma come una base per estendere la propria indipendenza nel settore idrico. Oggi, 17 anni dopo che l’accordo avrebbe dovuto terminare, secondo i calcoli dell’Autorità Palestinese delle Acque i palestinesi stanno ricevendo solo 103 m³ all’anno dall’Acquifero Montano.

In confronto, secondo uno studio di B’Tselem [organizzazione israeliana per i diritti umani. Ndtr.], i cui dati sono stati aggiornati nel 2013, 28 siti di perforazione di Mekorot nella Valle del Giordano (il Bacino Orientale) producono circa 32 milioni di m³ all’anno, cioè poco meno di un terzo del totale dell’acqua che i palestinesi stanno estraendo da tutto l’Acquifero Montano. La grande maggioranza di quei 32 milioni di m³ è destinata a circa 10.000 coloni ebrei nella Valle del Giordano, per usi domestici ed agricoli, rispetto ai 103 milioni di m³ destinati a tutti i 2,7 milioni di palestinesi della Cisgiordania.

La popolazione palestinese in Cisgiordania è cresciuta di circa un milione dal 1995. In seguito a ciò ora i palestinesi non hanno altra alternativa che comprare una maggiore quantità di acqua da Israele rispetto a quella stabilita originariamente.

Uno studio inglese pubblicato nel 2013 ha rilevato che la discriminazione contro i palestinesi è stata applicata anche dal JWC. Il ricercatore, Jan Selby dell’università del Sussex, ha scoperto che tra il 1995 e il 2008 la proporzione tra i progetti palestinesi approvati dal Comitato (cioè, approvata anche dalla parte israeliana) è stata minore dei progetti che sono stati approvati nelle colonie: è stato approvato non più del 66% delle domande palestinesi di perforare pozzi rispetto al 100% delle richieste israeliane; tra il 50% e l’80% delle richieste per reti di fornitura idrica per la popolazione palestinese è stato approvato, rispetto al 100% per i coloni; e il 58% delle domande di impianti per la purificazione di acque di scolo dei palestinesi rispetto al 96% per i coloni.

Selby ha anche scoperto che la portata degli impianti approvati di stoccaggio dell’acqua degli israeliani è circa cinque volte maggiore di quella delle loro controparti palestinesi – 4.723 cm³ per gli israeliani rispetto ai 965 cm³ per i palestinesi. E il diametro più frequente delle tubature per i palestinesi è di 2 pollici, rispetto agli 8 e 12 pollici per gli israeliani.

Durante lo stesso periodo, i 174 progetti di cisterne/riserve di stoccaggio per i palestinesi avevano una capienza totale di 167.950 cm³ rispetto ai 28 impianti simili per gli israeliani con una capienza totale di 132.250 cm³.

Selby conclude che l’espansione delle infrastrutture nelle colonie è stata portata avanti con l’approvazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, perché è apparso chiaro che altrimenti Israele non avrebbe consentito la ristrutturazione e lo sviluppo delle infrastrutture idriche palestinesi.

Fonti dell’Autorità Palestinese per le Acque preferiscono dire oggi che nei primi anni “abbiamo firmato progetti di interesse comune (cioè condutture comuni per le colonie e le comunità palestinesi). Progressivamente ci si è preteso da noi che approvassimo progetti solo per le colonie in cambio dell’approvazione dei nostri progetti.”

Queste fonti hanno aggiunto che i progetti più grandi, che avrebbero potuto essere messi in atto solo nell’area C [sotto totale controllo israeliano e dove si trovano le riserve idriche. Ndtr.] sono anche passati per la complicata burocrazia dell’Amministrazione Civile [il governo militare israeliano in Cisgiordania. Ndtr.], che a volte ha ritardato o bloccato la loro messa in opera. E Selby ha scoperto anche che, prima ancora che un progetto venisse sottoposto al processo di approvazione dell’Amministrazione Civile, un progetto israeliano è stato approvato dal Comitato Congiunto delle Acque mediamente entro due mesi, mentre per un progetto palestinese ce ne sono voluti 11.

La ricerca di Selby riassume la crescente frustrazione palestinese e spiega la decisione di lasciare il Comitato Congiunto.

Una portavoce del COGAT ha affermato che “il miglioramento delle condizioni delle infrastrutture idriche in Cisgiordania richiede la progettazione di nuove condutture, in quanto quelle esistenti hanno raggiunto la portata massima e quindi è necessario convocare il Comitato Congiunto per le Acque.”

Ha aggiunto: “Notiamo che alla luce delle difficoltà che l’Autorità Nazionale Palestinese sta continuando a porre al comitato, i progetti idrici e fognari sono stati approvati unilateralmente per dare una prima risposta al problema dell’acqua per entrambe le popolazioni della regione.”

Uri Schor, un portavoce dell’Autorità Israeliana per le Acque, ha detto ad Haaretz: “Nel novembre 2011 il direttore dell’Autorità per le Acque, nel quadro del Comitato Congiunto, ha dato la sua approvazione ai palestinesi per 43 progetti per la ristrutturazione di punti di perforazione esistenti, per la sostituzione e per nuovi punti di perforazione. “Nell’ottobre 2012,” ha scritto, “c’è stato un accordo tra le due parti per fissare il prezzo dell’acqua in più per la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.” Una fonte palestinese ha detto ad Haaretz che le richieste di perforazione approvate dall’autorità erano state presentate molto tempo prima e che l’accordo sui prezzi era stato stabilito solo per un anno.”

Dall’ottobre 2012, ha aggiunto Schor, “il governo palestinese ha preso la decisione politica di non approvare nessun altro progetto israeliano (contravvenendo all’accordo sull’acqua) silurando in tal modo un contesto di collaborazione che ha reso possibile rifornire entrambe le popolazioni della Cisgiordania.”

Invece i palestinesi affermano che il recente taglio massiccio nella fornitura di acqua alle loro comunità ha lo scopo di ricattarli per farli tornare al Comitato Congiunto per le Acque e per “far loro approvare i progetti esclusivamente destinati alle colonie illegali, in modo da renderli apparentemente legali.”

All’Autorità Palestinese per le Acque fanno notare che, proprio come lo status dell’area C e le relazioni economiche (il Protocollo di Parigi), destinate ad essere provvisorie, anche l’articolo 40 e le quote di acqua imposte ai palestinesi dovevano essere temporanei.

Ma quello che doveva essere provvisorio è diventato permanente. I palestinesi dicono che le loro richieste di emendare l’articolo 40 non hanno ricevuto risposta. Oggi l’unica soluzione realistica, affermano, è permettere loro di cominciare subito a perforare nel più ricco Bacino occidentale dell’Acquifero Montano.

Da parte sua, il ministro Ghoneim riassume la posizione israeliana: “Israele ci tratta come clienti di un’impresa e non come un popolo che ha un diritto legale sulle fonti idriche del nostro Paese.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Secondo un sopravvissuto il ragazzino palestinese stava festeggiando la visita di amici prima di essere ucciso dall’esercito

Ma’an News

22 giugno, 2016

Ramallah (Ma’an) – Dopo mezzanotte di lunedì cinque adolescenti palestinesi stavano tornando a casa dopo aver passato il pomeriggio in una piscina del villaggio di Beit Sira, a ovest di Ramallah, per festeggiare il recente arrivo dal Qatar di alcuni amici che erano venuti a passare l’estate nella loro cittadina d’origine, Beit Ur al-Tahta.

Tuttavia la loro allegria è finita quando un soldato israeliano ha cominciato a sventagliare l’auto con proiettili veri, uccidendo il quindicenne Mahmoud Raafat Badran e ferendo gravemente altri quattro ragazzi, uno dei quali ha raccontato a Ma’an lo svolgimento degli eventi che ha portato alla morte del ragazzino.

Uno dei feriti, il sedicenne Dawood Issam Abu Hassan, ha raccontato a Ma’an che sono stati “sorpresi da un uomo vestito di nero in borghese che è saltato fuori da una Toyota bianca ed ha iniziato a sparare contro di loro.” Il soldato è stato in seguito identificato dai media israeliani come appartenente alla brigata Kfir.

Dawood ha detto che lui e un altro ragazzino che era in auto hanno tentato di scappare dal veicolo dopo che è stato colpito per la prima volta e si sono nascosti sotto un ponte lì vicino per evitare altri colpi di arma da fuoco.

Nel frattempo Mahmoud è stato colpito a morte dalle fucilate e anche due fratelli sono rimasti seriamente feriti nell’episodio. Due dei feriti sono stati identificati da Ma’an come Majdi Badran, 16 anni, che arrivava dal Qatar, ed è stato colpito al torace, e Khaled Badran, in gravi condizioni.

Secondo Dawood le forze israeliane sono arrivate rapidamente ed hanno immediatamente iniziato a sfasciare l’auto palestinese, che si era schiantata contro il guardrail.

I genitori dei ragazzi, appena arrivati dal Qatar, hanno raccontato a Ma’an che stavano viaggiando in un’auto che seguiva quella in cui si trovavano i loro figli e sono stati obbligati ad assistere all’episodio che si è svolto davanti a loro e che hanno definito un “crimine israeliano”.

Gli operatori delle ambulanze della Mezzaluna Rossa palestinese hanno detto che i soldati israeliani hanno impedito ai soccorritori di raggiungere i palestinesi feriti per oltre un’ora e mezza.

Il padre di Mahmoud lavora come ambasciatore per il ministero degli Esteri palestinese in Arabia Saudita da parecchi anni, e fino al 1999 ha scontato una condanna a 15 anni nelle prigioni israeliane.

L’esercito israeliano ha ammesso di avere “erroneamente” aperto il fuoco contro passanti innocenti dopo che giovani palestinesi avrebbero lanciato pietre contro veicoli di coloni israeliani in quella zona. I mezzi di informazione israeliani inizialmente hanno comunicato che Mahmoud e i suoi amici che viaggiavano nell’auto erano “terroristi”.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto a Ma’an che al momento dell’incidente alcuni giovani palestinesi avevano lanciato pietre e bottiglie molotov contro automobili di coloni israeliani in circolazione sulla strada 443 a ovest di Ramallah, aggiungendo che “le forze israeliane hanno agito per proteggere altri veicoli dal pericolo immediato, hanno sparato contro i sospetti e i passanti sono stati erroneamente colpiti.”

La strada è la principale via di collegamento tra Gerusalemme e le colonie israeliane illegali nella Cisgiordania occupata, il che la rende una posizione privilegiata per i giovani palestinesi che lanciano pietre in quella zona.

Ai palestinesi è stato totalmente vietato l’uso della strada 443 – denominata “la strada dell’apartheid” dai palestinesi del luogo – fino al 2009, quando una sentenza della Corte Suprema israeliana ha stabilito che il divieto al transito da parte dei palestinesi dovesse essere tolto. Tuttavia le forze israeliane continuano a limitare fortemente l’accesso dei palestinesi alla strada con il posizionamento di checkpoint dove i palestinesi sono obbligati a sottoporsi a pesanti misure di sicurezza per ottenere il permesso di passare.

Martedì l’esercito israeliano ha aperto un’inchiesta sull’uccisione. Tuttavia, secondo l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, solo il 3% delle indagini intraprese dall’esercito israeliano hanno portato all’incriminazione contro soldati, cosa che lascia ai palestinesi ed ai gruppi per i diritti umani pochissime speranze che l’indagine possa avere effettive conseguenze.

Mercoledì il membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina Taysir Khalid, del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP) ha denunciato l’assassinio.

“Il fatto che le truppe israeliane sparino frequentemente agli incroci ed ai checkpoint militari in tutta la Cisgiordania è il risultato naturale dell’educazione prevalente e dell’incoaraggiamento da parte dei circoli militari e politici israeliani,” ha detto Khalid.

Ha aggiunto che prendere di mira giovani palestinesi riflette il “cieco razzismo” che permea la società israeliana.

Martedì il segretario generale dell’OLP Saeb Erekat ha duramente condannato l’omicidio dicendo: “Questo assassinio a sangue freddo riconferma la nostra richiesta al relatore speciale ONU in merito alle esecuzioni extragiudiziarie, sommarie o arbitrarie, perché inizi un’immediata e ampia indagine sulle uccisioni extragiudiziarie israeliane contro i palestinesi, soprattutto bambini,” afferma il comunicato.

“La comunità internazionale ha la responsabilità di smettere di concedere l’impunità ad Israele per i crimini che commette contro la terra e le persone della Palestina occupata.”

Tuttavia il ministro degli Esteri israeliano ha detto in risposta all’omicidio: “Se non fosse per la difficile situazione della sicurezza, che è interamente il risultato dell’istigazione e del terrorismo palestinese, Israele non sarebbe obbligato ad utilizzare la forza per proteggere i propri civili,” nonostante l’ammissione da parte dell’esercito israeliano che Badran non aveva niente a che vedere con il lancio di pietre.

Mahmoud è uno degli oltre 220 palestinesi che sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni da quando un’ondata di ribellione politica ha travolto i territori palestinesi e Israele in ottobre. Benché un numero notevole di palestinesi siano stati uccisi in scontri con le forze israeliane, per la maggior parte sono stati colpiti a morte dopo presunti attacchi e tentativi di attacco contro israeliani, con circa 30 israeliani uccisi durante lo stesso periodo.

Gruppi per i diritti umani hanno contestato la narrazione israeliana, sostenendo che le uccisioni di palestinesi da parte delle forze israeliane rappresentano “esecuzioni extragiudiziarie”, in quanto sono state messe in atto anche quando non c’erano minacce di immediato pericolo [per i soldati. Ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




La disgregazione politica, la cultura e l’identità nazionale palestinese

16 marzo 2016

Al-Shabaka

di Jamil Hilal

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente no-profit il cui obiettivo è di stimolare e far progredire il dibattito pubblico sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

Il commentatore politico di Al-Shabaka Jamil Hilal è un sociologo indipendente e scrittore palestinese ed ha pubblicato molti libri e numerosi articoli sulla società palestinese, il conflitto arabo-israeliano e sui problemi del Medio Oriente.

Il campo politico palestinese, dominato dall’Organizzazione della Liberazione della Palestina (OLP) fin dalla fine degli anni ’60, è stato disintegrato da quando in base agli accordi di Oslo è stata fondata l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Qual è stato l’impatto della supremazia dell’OLP e quali sono state le ripercussioni della sua disgregazione per la classe politica palestinese? E fino a che punto la disgregazione del campo politico ha colpito quello culturale e il suo contributo all’identità nazionale palestinese? Queste sono le questioni affrontate in questo articolo.

Il predominio dell’OLP nel contesto politico palestinese è iniziato nel 1968 dopo la battaglia di Al-Karameh [città giordana in cui avvenne uno scontro tra l’esercito israeliano, quello giordano e i guerriglieri palestinesi e fu considerato una sconfitta per gli israeliani. Ndtr.], che le ha permesso di istituire un relazione centralizzata con le comunità palestinesi nella Palestina storica, in Giordania, in Siria, in Libano, nel Golfo, in Europa e nelle Americhe. Queste comunità hanno sostanzialmente accettato l’OLP come proprio unico rappresentante legittimo, nonostante le influenze esterne su di essa, compresa la sua pesante dipendenza da aiuti esterni, gli alti e bassi dei suoi rapporti con il Paese di residenza e le sue relazioni regionali ed internazionali. In conseguenza di ciò, le condizioni e caratteristiche specifiche di ogni comunità sono state ignorate, così come le prerogative nazionali, sociali e organizzative.

Dalla sua posizione dominante, l’OLP è stata anche in grado di consolidare le pratiche delle elite politiche comuni al mondo arabo e a livello internazionale, ma che non avrebbero dovuto mettere radici all’interno del popolo palestinese a causa della sua dispersione territoriale e della lotta per la liberazione. Il fatto che l’OLP sia emersa ed abbia funzionato in un contesto regionale ed internazionale ostile alla democrazia sia in teoria che in pratica ha contribuito a questo sviluppo. La regione araba è stata dominata da regimi con un’ideologia totalitaria e nazionalistica, così come da monarchie ed emirati teocratici autoritari; la democrazia era vista come un concetto occidentale estraneo e colonialista. Allo stesso tempo, l’OLP e le sue fazioni hanno formato alleanze con i paesi socialisti e del Terzo Mondo, pochi dei quali godevano della democrazia politica. La natura parassitaria delle istituzioni e delle fazioni dell’OLP e la dipendenza dall’aiuto e dal sostegno di Paesi arabi e socialisti non democratici ha rafforzato un approccio elitario e non-democratico alla politica.

Un terzo aspetto dell’egemonia dell’OLP è stato che le sue fazioni sono state sottoposte a una militarizzazione formale fin dall’inizio, in parte a causa dei conflitti armati dell’OLP con regimi arabi ostili e in parte per il fatto di essere costantemente attaccate da Israele. Questa militarizzazione formale, opposta alle tattiche belliche della guerriglia, ha aiutato a giustificare la relazione estremamente centralizzata tra la dirigenza politica e i suoi sostenitori.

Tra gli anni ’70 e i ’90 le fazioni e le istituzioni dell’OLP hanno sofferto molti duri colpi a causa dei cambiamenti della situazione regionale e internazionale. Questi hanno incluso l’espulsione dalla Giordania in seguito agli scontri armati nel 1970-71; la guerra civile scoppiata in Libano nel 1975, l’invasione israeliana nel 1982, l’espulsione dell’OLP dal Paese e i massacri di Sabra e Shatila; la guerra contro i campi palestinesi in Libano del 1985-86. La Prima Intifada (la rivolta popolare) contro Israele in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza alla fine del 1987 è stata anche il periodo nel quale l’islam politico per la prima volta ha occupato il contesto politico palestinese (1988). Il collasso dell’Unione Sovietica alla fine del 1989, la prima guerra del Golfo nel 1990-91 e il conseguente isolamento finanziario e politico dell’OLP hanno notevolmente eroso le sue alleanze e le sue fonti di finanziamento.

Le ripercussioni della disgregazione

Durante la Prima Intifada, l’elite politica palestinese non ha capito l’importanza di riorganizzare il movimento nazionale palestinese né di ricostruire le relazioni tra la dirigenza centralizzata e le varie comunità palestinesi. Inoltre l’OLP non ha trovato un modo per affrontare l’islamismo politico quando è emerso sulla scena palestinese come una filiazione della “Fratellanza musulmana” e non ha integrato Hamas nelle istituzioni politiche palestinesi. Allo stesso tempo, Hamas non si è ridefinito come un movimento nazionale. Il movimento politico palestinese, che è stato in un primo tempo indicato come un movimento nazionale o come una rivoluzione ha iniziato a essere citato come “il movimento nazionale ed islamico.”

Infatti la Prima Intifada ha portato la dirigenza politica a centralizzare ulteriormente i processi decisionali: ha firmato gli accordi di Oslo senza consultare le forze politiche e sociali all’interno o fuori dalla Palestina. Oslo ha fornito all’OLP la razionalizzazione politica, organizzativa ed ideologica per marginalizzare le istituzioni rappresentative nazionali palestinesi che esistevano, con l’argomento che stava costruendo il nucleo di uno Stato palestinese. L’ANP è stata esclusa dall’occuparsi dei palestinesi in Israele ed ha perso interesse fin da subito verso i palestinesi in Giordania. I suoi rapporti con loro, così come con i palestinesi in Libano, in Siria, nei Paesi del Golfo, in Europa e in America sono stati largamente ridotti a formalità burocratiche attraverso le sue ambasciate e gli uffici di rappresentanza in quei Paesi.

Quando la definizione dell’ANP come un’autorità con un autogoverno limitato su alcune parti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza non ha portato ad uno Stato palestinese, le elite politiche sono state private di un potenziale centro di sovranità statale; ciò ha accelerato la disgregazione del movimento nazionale. La vittoria di Hamas nelle elezioni legislative del 2006 ed il suo controllo sulla Striscia di Gaza nel 2007 hanno contribuito alla frammentazione dell’autorità di auto-governo in due entità sovrane, una rimasta su una parte della Cisgiordania e l’altra nella Striscia di Gaza. Entrambe queste autorità rimangono sottoposte all’occupazione ed al controllo di uno Stato coloniale d’insediamento che continua a colonizzare in modo aggressivo la terra e ad espellere palestinesi dai due lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Giordania precedente all’occupazione del 1967. Ndtr.]

La disgregazione del campo politico nazionale ha avuto una serie di ripercussioni. Le istituzioni rappresentative nazionali sono svanite e le elite politiche locali sono diventate dominanti. I dirigenti hanno derivato la loro “legittimazione” dalla loro posizione del passato nel partito o nell’organizzazione e dalla loro interazione diplomatica con Stati regionali ed istituzioni internazionali. Il discorso che è prevalso localmente ed internazionalmente ha ridotto la Palestina ai territori occupati nel 1967 e il popolo palestinese a quelli che vivono sotto l’occupazione israeliana, marginalizzando quindi i rifugiati e gli esiliati così come i palestinesi con cittadinanza israeliana. L’apparato di sicurezza in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è cresciuto considerevolmente come dimensioni e come destinatario di risorse nel bilancio generale. La natura parassitaria delle autorità nelle due aree era legata alla dipendenza dagli aiuti esterni e dal trasferimento di fondi, e l’influenza dei capitali privati nelle loro economie si è accresciuta.

Ci sono stati anche significativi mutamenti fondamentali nella struttura sociale in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Questi mutamenti includono la comparsa di una classe media relativamente estesa che fornisce di personale le istituzioni e le agenzie dell’ANP in aree come l’educazione, la salute, la sicurezza, le finanze e la pubblica amministrazione, così come nei settori di nuovi servizi, in quelli bancari e nelle molte ONG che sono state fondate. Intanto la classe lavoratrice si è ridotta di dimensioni. Le disuguaglianze tra diversi segmenti della società sono aumentate e il tasso di disoccupazione è rimasto alto, soprattutto tra i giovani ed i neolaureati. La mentalità dell’ “impiego pubblico” si è diffusa, sostituendo la forma mentis del combattente per la libertà. Benché Fatah e Hamas si autodefiniscano come movimenti di liberazione, sono stati trasformati in strutture gerarchiche e burocratiche e mirano in buona misura alla propria sopravvivenza.

Le elite politiche ed economiche non si vergognano di ostentare i propri privilegi ed il proprio benessere nonostante continui l’occupazione coloniale repressiva. La classe media in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sa molto bene che i propri standard e stili di vita sono legati all’esistenza di queste due autorità di auto-governo. Tuttavia la maggior parte della popolazione rimane sottoposta all’oppressione ed all’umiliazione da parte delle forze militari israeliane e dei coloni armati, e non patisce solo per la mancanza di una vita decente e di un futuro lavorativo, ma anche della mancanza di una qualunque soluzione nazionale in futuro. L’assedio draconiano di Israele ed Egitto contro Gaza rimane più che mai pesante, punteggiato di devastanti guerre israeliane, e la pulizia etnica dei palestinesi da Gerusalemme continua inesorabile, per mezzo di espulsioni, cancellazione di permessi e una vasta gamma di altre modalità.

Queste condizioni costituiscono la premessa per una situazione esplosiva nei territori occupati nel 1967. Però, poiché l’OLP, i partiti politici, il settore privato e la maggior parte delle organizzazioni della società civile non si sono mobilitati o non hanno potuto mobilitarsi contro l’occupazione, gli scontri con le forze di occupazione militare di Israele e con i coloni nell’”ondata di collera” in corso dall’ottobre 2015 sono rimasti per lo più atti individuali, con caratteristiche locali, senza una visione unitaria e una dirigenza nazionale.

La disgregazione del campo politico palestinese ha anche portato ad una crescente oppressione e discriminazione contro le comunità palestinesi in tutta la Palestina storica così come nella diaspora. I cittadini palestinesi nella parte di Palestina che è diventata Israele nel 1948 devono far fronte a una serie crescente di leggi discriminatorie. Anche i rifugiati palestinesi in e da Siria, Libano, Giordania ed altrove devono affrontare discriminazioni ed abusi. Soprattutto, lo status della causa palestinese ha conosciuto un passo indietro nel mondo arabo e a livello internazionale, una situazione esacerbata dalle guerre interne ed esterne in alcuni Paesi arabi.

Eppure la cultura fiorisce e alimenta l’identità nazionale

Oggi il popolo palestinese non ha né uno Stato sovrano né un efficace movimento di liberazione nazionale. Tuttavia c’è un considerevole rafforzamento dell’identità nazionale palestinese, dovuto in buona parte al ruolo del settore culturale nel mantenimento e nell’arricchimento della narrazione palestinese. Il ruolo della cultura per alimentare l’identità ed il patriottismo palestinesi ha una lunga storia. Dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948 e la sconfitta delle elite politiche dell’epoca e del movimento nazionale, la minoranza palestinese in Israele ha sostenuto l’identità nazionale attraverso un significativo fiorire culturale: poesia, narrativa, musica e cinema.

Lo scrittore e giornalista palestinese Ghassan Kanafani lo ha colto nel suo notevole libro sulla letteratura resistenziale palestinese (al-adab al-mukawim fi filistin al-muhtala 1948-1966 [Letteratura della resistenza nella Palestina occupata. Ndtr.]), pubblicato a Beirut nel 1968. Altre figure letterarie fondamentali comprendono i poeti Mahmoud Darwish e Samih Al Qasim, il sindaco di Nazareth e poeta Tawfik Zayyad e lo scrittore Emile Habibi, sia nelle sue opere, come il “Pessottimista”, che attraverso il giornale comunista Al-Ittihad, di cui è stato uno dei fondatori.

Negli anni ’50 e ’60, quando gli israeliani hanno mantenuto i cittadini palestinesi sotto governo militare, la letteratura, la cultura e le arti sono servite a rafforzare e proteggere la cultura e l’identità arabe e la narrazione nazionale palestinese. Questi lavori sono stati letti in tutto il mondo arabo e altrove, e hanno permesso ai rifugiati palestinesi e agli esiliati di conservare la propria identità attraverso i continui legami con la cultura e l’identità della propria patria.

I “palestinesi del 1948”, come sono spesso definiti nel discorso palestinese, hanno giocato anche un ruolo nell’informare gli altri palestinesi ed arabi sul modo in cui l’ideologia sionista modella la politica israeliana e sui meccanismi di controllo repressivo. Molti degli studiosi ed intellettuali palestinesi del ’48 sono approdati nei centri di ricerca palestinesi ed arabi a Beirut, a Damasco e altrove ed hanno aiutato a sviluppare questa comprensione.

Da allora, soprattutto in periodi di crisi politica, il settore culturale ha offerto ai palestinesi maggiori possibilità rispetto alla sfera politica per unirsi in attività che trascendessero i confini geopolitici con forme e generi culturali ed ogni sorta di produzione intellettuale. Letteratura, cinema, musica e arte continuano ad essere prodotti, ed in misura sempre maggiore, andando da scrittori, registi ed artisti noti in tutto il mondo fino ai giovani artisti e scrittori di oggi a Gaza, in Cisgiordania e tra i palestinesi all’estero. Tutto ciò viene diffuso in moltissimi modi, comprese le reti sociali, favorendo e rafforzando i legami tra palestinesi e tra arabi e l’interazione al di là dei confini.

La vitalità del patriottismo palestinese è radicata nella narrazione storica palestinese e si basa sulle esperienze quotidiane delle comunità che affrontano la spoliazione, l’occupazione, la discriminazione, l’espulsione e la guerra. E’ forse questa vitalità che porta i giovani palestinesi, molti dei quali nati dopo gli accordi di Oslo del 1993, ad affrontare i soldati israeliani ed i coloni in ogni parte della Palestina storica. Ciò spiega anche le grandi folle che partecipano ai cortei funebri dei giovani palestinesi uccisi dai soldati e dai coloni israeliani e nella raccolta di fondi per ricostruire le case demolite dai bulldozer israeliani come punizione collettiva delle famiglie di quanti sono stati uccisi nell’attuale rivolta giovanile.

Tuttavia evidenziare l’importanza e la vitalità del settore culturale non colma l’assenza di un valido movimento politico, costruito su solide basi democratiche. Dobbiamo imparare dalle lacune delle istituzioni originali del movimento e superarle, piuttosto che sprecare forze, tempo e risorse per recuperare un quadro politico disintegrato e decaduto. Dobbiamo anche andare oltre quei concetti e quelle pratiche che l’esperienza ci ha mostrato aver fallito, come l’altissimo livello di centralizzazione: le politiche devono essere affidate al popolo ed alla base. Dobbiamo anche salvaguardare la nostra cultura nazionale da concetti ed approcci che asserviscono le menti, paralizzano il pensiero e il libero arbitrio, promuovono l’intolleranza, santificano l’ignoranza e nutrono i miti. Dovremmo piuttosto favorire i valori di libertà, giustizia e uguaglianza.

Abbiamo bisogno di una visione totalmente nuova dell’azione politica. Una tale visione può essere intravista nel linguaggio che sta prendendo forma tra i gruppi di giovani e nei rapporti tra le forze politiche palestinesi all’interno della Linea Verde, che riflettono una profonda coscienza dell’impossibilità di convivere con il sionismo in quanto ideologia razzista e regime coloniale di insediamento che criminalizza la narrazione storica palestinese.

Al cuore di questa emergente coscienza politica si trova la necessità di coinvolgere le comunità palestinesi nel processo di discussione, stesura e adozione di politiche nazionali inclusive: si tratta sia di un loro diritto che di un loro dovere. E’ ugualmente importante riconoscere il diritto di ogni comunità a definire la propria strategia nell’affrontare gli specifici problemi che deve affrontare mentre partecipa all’autodeterminazione di tutto il popolo palestinese.

Costruire un nuovo movimento politico non sarà facile a causa dei crescenti interessi di fazione e il timore di principi e pratiche democratici. Quindi è necessario incoraggiare iniziative di base per creare leadership locali, con la più ampia partecipazione possibile da parte di individui e istituzioni della comunità, seguendo il promettente esempio dei palestinesi del ’48 nell’ organizzare l'”Alto Comitato di Monitoraggio per i cittadini arabi di Israele” per difendere i loro diritti ed interessi, e dei palestinesi della Cisgiordania e di Gaza nella Prima Intifada. Anche il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) è un esempio di successo di questo nuovo tipo di consapevolezza politica e di organizzazione, che riunisce diverse fazioni politiche, organizzazioni della società civile e sindacati dietro una visione ed una strategia unitarie.

Qualcuno potrà pensare che questa discussione è utopica o idealista, ma noi abbiamo disperatamente bisogno di ideali nell’attuale caos e faziosità distruttiva. E abbiamo una ricca storia di attivismo politico e di creatività culturale a cui attingere.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Perché è pericoloso confondere Hamas e ISIS

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente e no-profit il cui obiettivo è di informare e approfondire il dibattito pubblico sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel quadro delle leggi internazionali.

Questo editoriale politico è stato redatto da Belal Shobaki, membro della redazione politica di Al-Shabaka

Di Belal Shobaki

Al-Shabaka e Ma’an News

Mentre i suoi sforzi di mettere in relazione la resistenza palestinese contro l’occupazione militare con il terrorismo globale non sono una novità, Israele ha esteso la sua propaganda verso l’opinione pubblica araba e occidentale.

Così facendo, sta chiaramente tentando di sfruttare l’avversione internazionale nei confronti di movimenti che si sono spostati verso l’estremismo e il terrorismo sostenendo di rappresentare l’Islam. “Hamas è l’ISIS e l’ISIS è Hamas,” ha dichiarato il primo ministro Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite nel 2014.

Eppure Netanyahu e l’establishment politico israeliano, così come anche tutti quei regimi arabi che estendono lo stesso biasimo su ogni movimento islamista per i propri fini, sanno meglio di chiunque altro che Hamas e Daesh non sono legati tra loro.

Non solo Hamas e Daesh [acronimo dall’arabo Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, denominazione del gruppo fondamentalista prima della proclamazione dello Stato Islamico. Attualmente viene utilizzato da chi nega la legittimità di questa auto-proclamazione. Ndtr.] non sono collegati, essi sono acerrimi nemici, e Daesh ha denunciato Hamas come movimento di apostati. L’analista politico di Al-Shabaka Belal Shobaki analizza le principali caratteristiche per cui Hamas differisce da Daesh, compreso il suo approccio alla giurisprudenza, la posizione riguardo alla natura dello Stato e le relazioni con le altre religioni. Egli sostiene che è particolarmente importante per il movimento nazionale palestinese respingere questi tentativi di confondere Hamas con Daesh e sottolinea i rischi insiti nel non farlo.

Destinato ad un vantaggio politico a breve termine

La confusione tra Hamas e Daesh ignora la realtà dei fatti. Il contesto politico in Palestina è definito dall’occupazione, mentre quello dei Paesi arabi nei quali Daesh è nato sono determinati dall’autoritarismo e dalla repressione e anche da conflitti settari e religiosi, un contesto ideale per l’emergere di un’ideologia radicale motivata da una violenza indiscriminata.

Per Israele, però, il tentativo di legare i due gruppi potrebbe avere successo sia in ambito regionale che internazionale. Molti mezzi di comunicazione arabi non hanno scrupoli nel riferirsi a questa organizzazione terroristica come “Stato Islamico”, benché non lo sia affatto, mentre molti media occidentali accolgono senza esitazione la commistione fatta da Israele tra Hamas e Daesh. I regimi arabi non sono interessati a difendere l’immagine di Hamas. Persino l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non si occupa di difendere l’immagine internazionale di Hamas a causa dell’avversione politica tra Fatah e Hamas.

Hamas è considerata parte della “Fratellanza musulmana”, che è vista come una minaccia per alcuni Stati arabi autoritari, soprattutto nel Mashreq arabo [termine che, a seconda delle denominazioni, può indicare i Paesi che si trovano dal sud est della Turchia all’Iraq e al nord dell’Arabia saudita, oppure anche l’Egitto, il Sudan e tutta la penisola arabica. Ndtr.]. Perciò per i regimi arabi un modo per lottare contro la “Fratellanza musulmana” è dichiarare che condivide una base comune o persino che sia sinonimo di Daesh, come sostiene il regime egiziano, e quindi utilizzare questa vicinanza come giustificazione per escluderla dalla partecipazione alla vita politica.

I rapidi sviluppi negli ultimi cinque anni in Egitto, il Paese che rappresenta l’unico sbocco per la Striscia di Gaza palestinese, ha spinto Hamas verso l’economia informale dei tunnel. L’atteggiamento ufficiale egiziano dopo il colpo di Stato di Abdel Fattah Sisi contro il governo eletto del presidente Mohammad Morsi è diventato più duro contro la Striscia di Gaza, con l’accusa ad Hamas di collaborare con i gruppi jihadisti nel Sinai, lo stesso discorso sostenuto da Israele e dai suoi media. Tuttavia questa affermazione è scorretta. Da un lato per Hamas è troppo rischioso mantenere uno stretto rapporto con i jihadisti del Sinai, dall’altro a Gaza reprime chi ne accoglie l’ideologia.

Qualunque rapporto Hamas abbia stabilito con questi gruppi è limitato a garantire le necessità dell’enclave assediata da Israele e dall’Egitto. Questa interazione non è motivata da una comune identità ideologica o da un’inimicizia condivisa contro il regime egiziano. Piuttosto, Hamas ha cercato ansiosamente di mantenere aperte linee di comunicazione con il regime egiziano persino quando dai media venivano mosse accuse di legami tra Hamas e i gruppi salafiti jihadisti del Sinai. Hamas ha anche ripetutamente detto di essere desiderosa di ricostruire i rapporti con l’Egitto per garantire il flusso legale di beni, servizi e persone a Gaza.

E’ importante rifiutare questo discorso relativo a uno dei maggiori movimenti politici palestinesi: escludere gli islamisti moderati dalla vita politica presenta il rischio di spingere la società palestinese verso il radicalismo, nel qual caso sia Fatah che Hamas si troverebbero a lottare contro gruppi di takfiri [sunniti che accusano altri sunniti di apostasia. Ndtr.]. La seguente argomentazione dimostrerà le effettive differenze tra Hamas e Daesh, così come l’estremamente concreta ostilità tra loro.

Differenze dottrinarie

Hamas si colloca come un movimento islamico moderato e una derivazione della “Fratellanza musulmana”, con una autorità giurisprudenziale basata sull’interpretazione, mentre Daesh adotta un approccio letterale che affronta i testi islamici isolandoli dal loro contesto storico e rifiuta di ‘interpretarli in base agli sviluppi attuali. Pertanto per Daesh, e per altri gruppi takfiri in generale, movimenti come Hamas sono secolari e non-islamici, in quanto Hamas è principalmente un movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana e crede in uno Stato islamico moderato.

Inoltre, Hamas non prende in considerazione i testi in modo letterale, lascia spazio all’ ijtihad – interpretazione ed uso della discrezionalità. Alcuni studiosi hanno rappresentato questi movimenti lungo una linea orizzontale, con la destra che rappresenta i sostenitori della fedeltà al testo e la sinistra che rappresenta i sostenitori dell’interpretazione. Utilizzando questa classificazione, la “Fratellanza musulmana” si può trovare lungo la linea piuttosto verso sinistra, mentre Daesh è all’estrema destra.

Daesh definisce Hamas e il suo discorso come devianti. Da parte sua Hamas ha condannato le minacce di Daesh e le ha considerate come parte di una campagna diffamatoria che si estende oltre la Palestina. Quando queste minacce si sono materializzate, Hamas non ha mancato di condannarle. Mahmoud al-Zahar, un importante leader di Hamas, ha dichiarato: “La minaccia di Daesh si fa sentire sul campo, e stiamo gestendo la situazione dal punto di vista della sicurezza. Chiunque commetta un’offesa alla sicurezza verrà trattato in base alla legge, e con chiunque voglia discutere ideologicamente ci si confronterà ideologicamente; prendiamo questo argomento molto seriamente.”

Infatti Hamas si è confrontato decisamente con un gruppo simile a Daesh. Nell’agosto 2009, Abdul Latif Musa, leader del gruppo armato “Jund Ansar Allah (Sostenitori dei Soldati di Dio)”, ha annunciato nella moschea di Ibn Taymiyyah la creazione dell’Emirato Islamico a Gaza. In precedenza il gruppo era stato accusato della distruzione di bar e di altri luoghi nella Striscia di Gaza, spingendo il governo di Hamas allo scontro. Le forze di sicurezza, appoggiate dalle Brigate Al-Qassam (l’ala militare di Hamas), hanno circondato la moschea di Ibn Taymiyyah e, quando il gruppo di Musa si è rifiutato di arrendersi, Hamas ha posto fine sul nascere al progetto di emirato uccidendo i membri del gruppo.

Hamas è stato criticato per aver usato la violenza, ma ha giustificato le sue azioni sostenendo che la violenza che avrebbe potuto essere perpetrata da simili gruppi sarebbe stata molto peggiore di quella messa in atto per sradicare l’estremismo nella Striscia di Gaza.

I sostenitori di Daesh a Gaza sono molto meno di quelli di Hamas, soprattutto grazie al fatto che questi gruppi non hanno storicamente contribuito alla resistenza contro l’occupazione. Alcuni sondaggi suggeriscono che il 24% dei palestinesi pensa in modo positivo ai movimenti jihadisti, ma questa percentuale è esagerata. Quando qualche palestinese plaude all’ostilità dei gruppi jihadisti nei confronti degli USA, non è perché creda a questi gruppi ma piuttosto perché vede gli USA, con il loro illimitato appoggio ad Israele, giocare un ruolo distruttivo.

Diverse opinioni sullo Stato

Hamas e Daesh differiscono nella loro visione dello Stato moderno, sia in teoria che in pratica. Come già notato, Hamas ha sempre puntato sull’ ijtihad o discrezionalità, sviluppando il proprio pensiero e le proprie opinioni. E’ quindi scorretto giudicare la posizione di Hamas sullo Stato laico e sulla democrazia in base ai primi scritti del movimento da cui è derivato, la “Fratellanza musulmana”. Hamas sostiene di aver accolto a questo proposito nuove concezioni ed è arrivata ad accettare pienamente la democrazia e il concetto di Stato laico.

D’altronde la stessa “Fratellanza musulmana” è cambiata. Lo sceicco Yusuf al-Qaradawi, l’autorità giurisprudenziale della “Fratellanza musulmana” nel suo complesso, che vive in Qatar, ha stabilito in varie occasioni, anche nel suo libro “Lo Stato nell’Islam”, che nell’Islam non esiste il concetto di Stato confessionale.

Secondo al-Qaradawi, l’Islam sostiene uno Stato laico fondato sul rispetto dell’opinione del popolo fondata sull’Islam, ed anche sui principi della responsabilità e del pluralismo politico. Benché la discussione sul rapporto tra Islam e democrazia sia precedente alla “Fratellanza musulmana”, ha acquisito maggiore chiarezza dopo gli anni ’50, quando numerosi pensatori islamici, compresi al-Qaradawi, il leader tunisino co-fondatore di Ennahda Rached Ghannouchi e il filosofo algerino Malek Bennabi, hanno affermato che l’Islam e la democrazia non si escludono a vicenda.

All’estremo opposto, il movimento rappresentato da Daesh rifiuta la democrazia nella sua totalità e la considera un sistema di governo apostata. Benché alcuni gruppi jihadisti non denuncino gli islamici che partecipano al processo democratico come apostati, considerano errata questa scelta. Daesh vede in ogni espressione di democrazia, come le elezioni, una manifestazione di apostasia ed ogni movimento o individuo che vi partecipi come apostati.

Al contrario, la “Fratellanza musulmana” ha partecipato alle elezioni fin dalla sua nascita, quando il suo fondatore Hassan al-Banna decise di competere nelle elezioni parlamentari egiziane che il partito El-Wafd [partito laico e liberale egiziano. ndtr.] al potere cercò di tenere nel 1942. Benché Al-Banna non poté partecipare perché il governo rifiutò la sua candidatura, la “Fratellanza musulmana” è stata presente nei parlamenti arabi e a volte nel potere esecutivo.

Quando Hamas decise di non partecipare alle elezioni del 1996 per l’Autorità Nazionale Palestinese, la sua posizione si centrava su una presa di posizione politica ed ideologica nei confronti degli accordi di Oslo. Tuttavia Hamas permise ai suoi membri di partecipare alle elezioni come indipendenti. Quando le circostanze mutarono e gli accordi del Cairo del 2005 divennero il quadro di riferimento per le elezioni dell’ANP al posto degli accordi di Oslo, Hamas decise di partecipare. Candidò molti membri del movimento e alcuni indipendenti in una lista “Cambiamento e Riforma”, che prese parte alle elezioni per il parlamento, ottenendo la maggioranza dei voti.

Partecipando alle elezioni, Hamas ha dimostrato che intende operare in uno Stato moderno e in un sistema democratico. Ha invocato governi di coalizione che includessero partiti di sinistra e laici. Il suo governo, così come la lista di candidati al parlamento, includeva donne e il suo primo governo comprendeva ministri musulmani e cristiani.

Invece nelle zone sotto il suo controllo Daesh si è scagliato contro ogni istituzione moderna, rifiutandosi di riconoscere i confini o le identità nazionali. Governa in base a decisioni caotiche e soggettive. Benché Daesh sia stato ansioso di utilizzare termini amministrativi derivanti dalla tradizione islamica, come califfato e shura (consultazione), l’essenza del suo modo di governare contraddice sotto molti aspetti la maggioranza dei testi irrefutabili come fonti della legislazione islamica.

Per esempio, non si attiene alle condizioni stabilite nel Corano e nella Sunna (l’insegnamento del profeta Maometto) per dichiarare guerra o per la protezione dei civili e il trattamento riservato ai prigionieri durante un conflitto. Un altro esempio è l’imposizione della jizya (una tassa riscossa ai non-musulmani), che non si ritiene applicabile agli abitanti originari di un territorio anche se non sono musulmani. Inoltre ha attaccato luoghi di culto e ha assalito i fedeli nelle loro case, in chiara violazione del Corano e della Sunna.

In un certo senso Daesh assomiglia a regimi ibridi del Terzo Mondo che usano un vocabolario moderno e democratico per descrivere i propri processi politici, benché rimangano essenzialmente autoritari.

Punti di vista opposti nel modo di trattare l’Altro

La differenza più significativa tra Hamas e Daesh riguarda la loro posizione nei confronti dei fedeli di altre religioni. Durante la sua formazione, Hamas ha pubblicato uno statuto che utilizza un vocabolario religioso per descrivere il conflitto. In seguito a severe critiche, Hamas di fatto messo da parte questo capitolo e non l’ha più considerato un punto di riferimento autorevole, come alcuni dei suoi leader hanno confermato.

Nella sua intervista al giornale ebreo “Forward” [storico giornale ebraico di New York. Ndtr.], il presidente del Comitato centrale di Hamas Moussa Abu Marzouk ha confermato che lo statuto era marginale per il movimento e non una fonte d’ispirazione delle sue politiche. Ha aggiunto che molti membri stavano discutendo di cambiarlo perché una serie di politiche attuali di Hamas lo contraddicevano. I dirigenti della direzione di Hamas all’estero non sono stati gli unici a disconoscere lo statuto. Il leader di Hamas a Gaza Ghazi Hamad è andato anche oltre in un’intervista al giornale saudita “Okaz”, nella quale ha affermato che lo statuto era oggetto di discussione e valutazione per aprirsi al mondo. Sami Abu Zuhri, un giovane dirigente di Hamas che è stato il portavoce del movimento durante la Seconda Intifada, in un’intervista al “Financial Times” ha sollecitato un allontanamento dell’attenzione dallo statuto del 1988 e un giudizio su Hamas formulato in base alle affermazioni dei suoi dirigenti.

Oggi Hamas adotta il versetto del Corano che recita: “Allah non ti allontana da coloro che non lottano contro di te a causa della religione e non ti cacciano dalla tua casa – dall’essere giusto e dall’agire in modo corretto verso di loro. Quindi Allah ama quelli che si comportano bene.” Questo versetto impone correttezza e giustizia quando si affrontano popoli di altre religioni. A differenza di Daesh, Hamas l’ha messo in pratica. Oltre a nominare nel suo governo ministri cristiani, ha celebrato il Natale con i cristiani palestinesi inviando una delegazione ufficiale in visita durante la festa. Invece Daesh ha minacciato le vite di chi celebra il Natale in tutto il mondo.

Qualcuno potrebbe pensare che si tratta di passi con i quali Hamas cerca di imbellettare il suo governo autoritario.

Tuttavia ci sono poche differenze tra il potere di Hamas e quello di Fatah. Le violazioni dei diritti umani commesse dal governo di Gaza non possono essere un indice della somiglianza tra Hamas e Daesh, ma piuttosto un indicatore di malgoverno. La dirigenza politica di Hamas in qualche occasione ha denunciato queste pratiche, per esempio quelle commesse dal ministero degli Interni sotto la direzione di Fathi Hammad.

Quando alcune persone sono state aggredite da gruppi estremisti a Gaza, Hamas e il governo sono intervenuti per garantire la loro sicurezza e per punire gli aggressori, come nel caso del giornalista britannico Alan Johnston, che Hamas ha liberato dai suoi rapitori radicali, e dell’uccisione dell’attivista della solidarietà italiana Vittorio Arrigoni.

La posizione del movimento riguardo agli sciiti è simile a quella verso i cristiani. In un momento in cui il Medio Oriente sta vivendo una guerra mediatica tra sciiti e sunniti, Hamas si rifiuta di condannare gli sciiti come apostati ed ha mantenuto relazioni politiche con loro. Quando i rapporti con l’Iran hanno cominciato a diventare tesi durante la crisi siriana, il dissenso è stato politico piuttosto che dottrinario. Al contrario Daesh non solo considera apostati gli sciiti, ma anche tutti i gruppi sunniti che sostengono un’altra ideologia, e pensa che debbano essere combattuti.

Persino il trattamento che le due organizzazioni riservano ai nemici è differente. Hamas considera l’occupazione israeliana come il nemico, mentre Daesh ritiene che il nemico siano tutti gli altri. Daesh si è vantato dei suoi numerosi crimini contro l’umanità nel modo in cui ha trattato le vittime di sequestro ed i civili sotto il suo controllo, persino bruciando vivo il pilota giordano Muath al-Kasasbeh. Ha tentato di legittimare la propria condotta disumana distorcendo o mal interpretando i testi religiosi. Hamas ha porto le proprie condoglianze alla famiglia di Muath al-Kasasbeh ed ha condannato le azioni di Daesh. Si metta a confronto la brutalità di Daesh con il trattamento riservato da Hamas al soldato israeliano Gilad Shalit durante la sua prigionia, come ha riportato lo stesso Jerusalem Post [giornale israeliano di destra in lingua inglese vicino al Likud. Ndtr.].

Migliorare le relazioni con Hamas

Sia Hamas che Daesh sono sulla lista delle organizzazioni terroristiche in molti Paesi, compresi gli Stati membri dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Tuttavia la presenza di Hamas in queste liste è chiaramente motivata da ragioni politiche: a differenza di Daesh, Hamas non ha mai preso di mira o chiesto di colpire un’entità diversa dall’occupazione israeliana. Hamas è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche in seguito all’11 settembre 2001, benché non avesse niente a che fare con quell’attacco terroristico. La natura politica della posizione contro Hamas è sottolineata dal fatto che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 17 dicembre 2014 ha emesso una sentenza in cui ha esortato a cancellare Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche. La Corte ha sostenuto che l’ordine di inserire Hamas nel 2003 era basato su informazioni dei mezzi di informazione piuttosto che su solide prove.

Inoltre molti esponenti politici europei ed americani, noti per il loro impegno contro le organizzazioni terroristiche in tutto il mondo, si sono incontrati con dirigenti di Hamas in più di un’occasione, compresi parlamentari europei e l’ex presidente degli USA Jimmy Carter, che si è incontrato con Ismail Haniyeh a Gaza nel 2009 e con Khalid Meshaal al Cairo nel 2012.

La conclusione è che il tentativo di Israele di sfruttare un Medio Oriente caotico coinvolgendo Hamas come un gruppo terroristico legato a Daesh è senza fondamento. Hamas è ideologicamente, intellettualmente, dal punto di vista giurisprudenziale e politico diverso da Daesh. I mezzi di comunicazione che adottano la narrazione israeliana offendono la propria professionalità e la propria credibilità.

I movimenti palestinesi non devono permettere che i dissidi con Hamas giustifichino accuse che danneggiano la causa palestinese sul piano internazionale e creano tensioni su quello locale. Hamas deve anche capire che le differenze tra l’organizzazione e Daesh non significano che il suo controllo su Gaza sia privo di abusi e violazioni dei diritti umani, e di conseguenza deve rivedere la propria condotta ed essere più attenta nel suo discorso politico. Dovrebbe superare il doppio discorso, uno per un pubblico locale e un altro per quello internazionale, in quanto ogni parola proferita da un qualunque dirigente di Hamas è diffuso all’esterno come un messaggio di Hamas al resto del mondo.

Quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), guidata da Fatah, e i regimi arabi, soprattutto in Egitto, non si oppongono agli sforzi di mettere in relazione Hamas con Daesh -o, in effetti, occasionalmente contribuiscono a questi sforzi -, ne possono “beneficiare” a breve termine, indebolendo Hamas come oppositore politico. Tuttavia questo fatto comporta il rischio di destabilizzare la società palestinese a medio-lungo termine. L’esclusione degli islamisti moderati potrebbe spingere la società palestinese verso la radicalizzazione, nel qual caso sia Fatah che Hamas si troverebbero a combattere contro gruppi takfiri.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(trad. di Amedeo Rossi)