Israele approva una nuova colonia e ordina di demolire un mercato a Hebron

Kaamil Ahmed

1 dicembre 2019 – Middle East Eye

I palestinesi accusano il cambiamento di politica degli USA sulle colonie illegali

Israele ha approvato una nuova colonia sul luogo in cui si trova un mercato palestinese a Hebron, nella Cisgiordania occupata, provocando rabbia tra i palestinesi che accusano [per questa decisione] il recente cambiamento di politica degli USA. Domenica il ministro della Difesa Naftali Bennett ha dato il via libera alla nuova colonia, che implicherebbe la distruzione dell’antico mercato all’ingrosso e potrebbe a quanto si dice raddoppiare la popolazione dei coloni.

Ciò fa seguito alla decisione degli USA in novembre di non considerare più illegali in base alle leggi internazionali le colonie israeliane nei territori palestinesi occupati.

La decisione israeliana di costruire una nuova colonia illegale nella Hebron occupata è il primo risultato tangibile della decisione USA di legittimare la colonizzazione; essa non deve essere decontestualizzata,” ha detto Saeb Erekat, segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Il mercato palestinese destinato ad essere coinvolto è chiuso dal 1994, quando il colono israeliano Baruch Goldstein uccise 29 palestinesi all’interno della moschea di Abramo, che gli ebrei conoscono come la Tomba dei Patriarchi, e Israele rispose accentuando la sua presenza militare attorno alla Città Vecchia.

Circa 800 coloni israeliani vivono nei pressi della Città Vecchia di Hebron, molto vicino ai suoi abitanti palestinesi, e sono accompagnati da una pesante presenza militare che secondo i palestinesi impone loro un sistema simile all’apartheid.

La colonia a Hebron è il volto peggiore del controllo israeliano nei territori occupati,” hanno affermato in un comunicato gli attivisti di Peace Now [organizzazione israeliana contraria all’occupazione israeliana della Cisgiordania, ndtr.] contro le colonie.

Per mantenere la presenza di 800 coloni in mezzo a 250.000 palestinesi, intere vie di Hebron sono chiuse ai palestinesi, negando loro la libertà di movimento e con gravi ripercussioni sulle loro condizioni di vita.”

Il portavoce della comunità di coloni di Hebron Yishai Fleischer ha ringraziato Bennett per la decisione ed ha affermato che il terreno su cui sorge il mercato è stato di proprietà di ebrei dal 1807.

Tuttavia secondo Peace Now la terra appartiene legalmente al Comune di Hebron e i suoi abitanti hanno goduto di un affitto tutelato che non ha consentito che venissero espulsi senza basi legali, benché ciò sia stato ignorato dai tribunali israeliani, che hanno aperto la strada alla nuova colonia.

Ayman Odeh, capo della Lista Unita, coalizione parlamentare di cittadini palestinesi di Israele, ha affermato che la decisione è parte di una “guerra contro la pace”.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Giornata della collera palestinese contro lo “Stato dei coloni”

Umberto De Giovannangeli

26 novembre 2019 Huffington Post

Negozi chiusi, come le scuole e gli uffici pubblici. Manifestazioni e scontri a Gerusalemme Est e in varie località della Cisgiordania (decine i feriti). È la “Giornata della rabbia” dei palestinesi. Una rabbia indirizzata contro le dichiarazioni del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, sulla legalità degli insediamenti palestinesi.

 

Fine dalle prime ore dell’alba, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno rafforzato la loro presenza nella Cisgiordania e lungo la barriera difensiva con la Striscia di Gaza. “Abbiamo dichiarato una Giornata della rabbia per rifiutare questa dichiarazione del segretario di Stato – afferma Wasel Abu Yousef, membro della Commissione politica dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) – Condanniamo completamente questo sforzo statunitense di legittimare gli insediamenti”.

Gran parte della comunità internazionale considera illegali gli insediamenti, sulla base della Quarta convenzione di Ginevra, che impedisce a una potenza occupante di trasferire parte della propria popolazione civile nei territori occupati. Da parte sua, Israele non considera la Cisgiordania un territorio occupato, ma conteso a causa dell’esito della guerra del 1967, quando fu sottratta al Giordania. Mahmoud al-Aloul, vice presidente di Fatah – la maggiore delle componenti dell’Olp – citato dalla Wafa, ha attaccato l’amministrazione Usa guidata da Trump ed Israele responsabili di “molti crimini” contro il popolo palestinese. Stanno veramente sbattendo le porte in faccia al diritto internazionale e spalancando quelle dell’estremismo, del terrorismo, della violenza, della corruzione, dello spargimento di sangue – ribadisce ad HuffPost il segretario generale dell’Olp Saeb Erekat – Costringono i popoli a convincersi che l’unico modo di risolvere i problemi sia attraverso la violenza e non con i mezzi pacifici”. E aggiunge: “La comunità internazionale deve prendere tutte le misure necessarie per rispondere a fare da deterrente a questo comportamento irresponsabile degli Usa che rappresenta una minaccia alla sicurezza globale e alla pace”.

Durissima è anche la presa di posizione dei partiti arabi israeliani: “Netanyahu usa l’improvvida sortita americana per riproporre una visione colonialista ed etnocentrica d’Israele – ci dice Ayman Odeh, presidente della Joint List (La Lista araba unita, 13 seggi, terza forza parlamentare, ndr), incluso dalla Rivista Time tra le 100 ‘stelle nascenti’ a livello mondale della politica – Per Netanyahu annettere la Giudea e Samaria (i nomi biblici della West Bank, ndr) è come realizzare una missione divina, oltre che una spregiudicata manovra politica per garantirsi il sostegno dei falchi legati al movimento dei coloni. Siamo al fondamentalismo che si fa politica. E costui pretenderebbe di continuare a fare danni in un nuovo governo!”

In una nota, diffusa ieri, il Comitato esecutivo del Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc) riafferma “la sua opposizione alla creazione e all’espansione degli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati dal 1967″. In risposta alla decisione del Governo Usa, del 18 novembre scorso, di considerare “non illegali” gli insediamenti civili israeliani in Cisgiordania, il Wcc ribadisce che “tale annuncio ribalta la politica statunitense finora applicata e si pone in netta contrapposizione con quella della comunità internazionale e delle Nazioni Unite”. Il Wcc “respinge questa posizione sbagliata nella legge e contraria al perseguimento di una pace giusta sia per i palestinesi che per gli israeliani” e “riafferma il diritto dello Stato di Israele di vivere in pace e sicurezza all’interno dei confini riconosciuti dalla comunità internazionale, e allo stesso tempo riconosce e sostiene lo stesso diritto per il popolo palestinese”.

“Siamo alla legalizzazione dello ‘Stato dei coloni’, in spregio alla legalità internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite”, incalza Hanan Ashrawi, già portavoce della delegazione palestinese ai negoziati di Washington, più volte ministra palestinese.

In questo clima di odio e di rabbia che crescono le giovani generazioni palestinesi. E nella “Giornata della rabbia”, vale come testimonianza diretta di una situazione drammatica, quanto scrive su Internazionale Amira Hass, firma storica di Haaretz, la giornalista israeliana che meglio conosce, avendola raccontata da anni, la realtà palestinese: “Vivo in Cisgiordania da abbastanza tempo per capire l’odio e il disgusto dei palestinesi, che assume contorni sempre più personali man mano che si allontana la speranza di ottenere la libertà. Negli ultimi venticinque anni Israele ha fatto tutto quello che era in suo potere per dimostrare le proprie ambizioni colonialiste, sfruttando nel modo più astuto il processo di negoziazione per strappare sempre più terre ai palestinesi e per smembrare ancora di più la loro collettività. Per contrastare questa politica sono stati usati tutti i mezzi possibili: manifestazioni individuali e di massa, post su Facebook e video, lancio di pietre, ordigni esplosivi e razzi da Gaza, appelli alle star della musica statunitense affinché non si esibissero in Israele, petizioni sui giornali, concerti di raccolta fondi e votazioni all’Onu.  Tutti questi mezzi hanno fallito. Lo Stato israeliano va avanti per la sua strada. Il mondo gli permette di comportarsi come se fosse al di sopra della legge, mentre i palestinesi vengono vivisezionati per ogni parola e ogni slogan che pronunciano, per ogni colpo che sparano…”. Due pesi e due misure. La speranza di pace si spegne anche così.




I palestinesi condannano il ribaltamento della politica USA sulle colonie israeliane

Al Jazeera e agenzie di informazione

19 novembre 2019 – Al Jazeera

Gli USA dicono di non considerare più illegali le colonie israeliane, provocando aspre critiche da parte dei palestinesi e delle associazioni per i diritti

Palestinesi, associazioni per i diritti, politici ed altri hanno aspramente criticato l’amministrazione Trump dopo l’annuncio che gli Stati Uniti non considerano più le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata come “incompatibili” con il diritto internazionale.

Dopo aver studiato attentamente tutti gli aspetti del dibattito legale, questa amministrazione concorda ….che l’insediamento di colonie civili israeliane in Cisgiordania non è di per sé in contrasto con il diritto internazionale”, ha detto lunedì il Segretario di Stato USA Mike Pompeo quando ha dato l’annuncio.

Ha detto che l’amministrazione del presidente USA Donald Trump non si atterrà più all’opinione legale del Dipartimento di Stato del 1978 che affermava che le colonie erano “contrarie al diritto internazionale”.

Secondo diverse Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU, la più recente nel 2016, le colonie israeliane sono illegali in base al diritto internazionale, in quanto violano la Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta ad una potenza occupante di trasferire la propria popolazione nell’area da essa occupata.

L’annuncio USA, l’ultimo di una serie di iniziative dell’amministrazione Trump a favore di Israele, ha sollevato critiche immediate da parte di palestinesi, associazioni per i diritti e politici in tutto il mondo.

Un portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha detto che la decisione degli USA “è totalmente contraria al diritto internazionale.”

Washington “non è qualificata né autorizzata ad annullare le risoluzioni del diritto internazionale e non ha il diritto di concedere legittimità ad alcuna colonia israeliana”, ha dichiarato il portavoce della presidenza palestinese Nabil Abu Rudeinah.

Hanan Ashrawi, una importante negoziatrice palestinese e membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha scritto su Twitter, di fronte alla dichiarazione di Pompeo, che l’iniziativa rappresenta un altro colpo “al diritto internazionale, alla giustizia e alla pace.”

Il Ministro degli Esteri della Giordania, Ayman Safadi, ha avvertito che il cambiamento di posizione degli USA potrebbe comportare “pericolose conseguenze” sulle prospettive di riavviare il processo di pace in Medio Oriente.

Safadi ha detto in un tweet che le colonie israeliane nel territorio sono illegali ed annientano la prospettiva di una soluzione con due Stati, in cui uno Stato palestinese dovrebbe esistere a fianco di Israele, cosa che i Paesi arabi ritengono essere l’unica via per risolvere il pluridecennale conflitto arabo-israeliano.

‘Un regalo a Netanyahu’

Più di 600.000 israeliani vivono attualmente in colonie nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est occupata. Vi risiedono circa 3 milioni di palestinesi.

Le colonie sono state considerate per molto tempo un gravissimo ostacolo ad un accordo di pace israelo-palestinese.

Gruppi di monitoraggio hanno detto che, da quando Trump è diventato presidente, Israele ha accelerato la creazione di colonie.

L’annuncio di lunedì ha segnato un’altra significativa tappa in cui l’amministrazione Trump si è schierata a favore di Israele e contro le posizioni dei palestinesi e degli Stati arabi ancor prima di svelare il suo piano di pace israelo-palestinese a lungo rinviato.

Nel 2017 Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele e nel 2018 gli USA hanno aperto ufficialmente un’ambasciata nella città. La posizione politica USA precedentemente era stata che lo status di Gerusalemme doveva essere definito dalle parti in conflitto.

Nel 2018 gli USA hanno anche annunciato la cancellazione dei finanziamenti all’UN Relief and Works Agency [Agenzia ONU per l’Aiuto e il Lavoro] (UNRWA), l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi.

E in marzo Trump ha riconosciuto l’annessione israeliana delle Alture del Golan occupate nel 1981, facendo un favore al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, cosa che ha provocato una dura risposta da parte della Siria, che un tempo deteneva lo strategico territorio.

Lunedì Netanyahu ha plaudito al cambio di politica, dicendo che la mossa degli USA “corregge uno storico errore”.

Yousef Munayyer, direttore esecutivo della Campagna per i diritti dei palestinesi, ha definito l’annuncio di Pompeo “un altro regalo a Netanyahu e un semaforo verde ai leader israeliani per accelerare la costruzione di colonie e anticipare un’ annessione formale.”

Attualmente Netanyahu sta subendo pressioni interne su due fronti, dopo che all’inizio dell’anno in Israele si sono svolte elezioni inconcludenti. Il suo principale rivale politico, l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz, ha due giorni per cercare di formare un governo per sostituire Netanyahu, che sta anche affrontando una possibile incriminazione in tre casi di corruzione.

Nell’ultima campagna elettorale Netanyahu ha promesso di annettere ampie parti della Cisgiordania, una mossa che metterebbe ulteriormente a rischio una soluzione con due Stati.

Gantz ha accolto positivamente l’iniziativa statunitense, dicendo in un tweet che “il destino delle colonie dovrebbe essere deciso da accordi che rispettino le esigenze di sicurezza e promuovano la pace.”

Pompeo ha negato la volontà di dare sostegno a Netanyahu, dicendo: “La tempistica di questo (annuncio) non è collegata a niente che abbia a che fare con politiche interne in Israele o altrove.”

Reazioni

Un portavoce dell’Ufficio ONU per i Diritti Umani (OHCHR) ha detto di “condividere la posizione da tempo adottata dall’ONU sulla questione che le colonie israeliane violano il diritto internazionale.”

Rupert Colville ha detto anche che ci sono diverse risoluzioni ONU, come anche sentenze della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) che si riferiscono alla questione.

Il 9 luglio 2004 la CIG nel suo parere consultivo ha affermato che la costruzione da parte di Israele del muro di separazione e l’espansione delle colonie sono illegali ed alterano la composizione demografica dei Territori Palestinesi Occupati (TPO), compromettendo in tal modo gravemente la possibilità per i palestinesi di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione”, ha detto martedì ai giornalisti.

Al contempo l’Unione Europea ha detto di continuare a credere che l’attività di colonizzazione israeliana nei territori palestinesi occupati sia illegale in base al diritto internazionale e vanifichi le prospettive di una pace duratura.

La UE chiede ad Israele di porre fine all’attività di colonizzazione, in conformità con i suoi obblighi in quanto potenza occupante”, ha detto il capo della politica estera europea Federica Mogherini in una dichiarazione in seguito all’iniziativa USA.

Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, ha tweettato: “La fittizia dichiarazione di Pompeo non cambia niente. Trump non può spazzare via con questo annuncio decenni di diritto internazionale consolidato secondo cui le colonie israeliane sono un crimine di guerra.”

Anche il senatore USA Bernie Sanders, uno dei più importanti candidati democratici alle elezioni presidenziali USA, , ha detto la sua su Twitter: “Le colonie israeliane nei territori occupati sono illegali.

Risulta chiaro dal diritto internazionale e da molte risoluzioni delle Nazioni Unite. Ancora una volta il signor Trump sta isolando gli Stati Uniti e compromettendo la diplomazia per assecondare la propria base [elettorale] estremista”, ha detto Sanders.

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 

 




Indignazione dopo che un video fatto filtrare mostra un poliziotto israeliano sparare a un palestinese alla schiena

Yumna Patel

4 novembre 2019 – Mondoweiss

Le reti sociali palestinesi si sono scatenate durante il fine settimana in quanto la gente ha manifestato la propria indignazione riguardo a un video filtrato clandestinamente che mostra un poliziotto di frontiera israeliano che spara a un palestinese alla schiena mentre l’uomo si allontana dai poliziotti con le mani in alto.

Il video, girato l’anno scorso, è stato fatto filtrare durante il fine settimana e divulgato sabato al pubblico dal Canale 13 israeliano.

Le immagini mostrano poliziotti di frontiera israeliani che ordinano a un palestinese non identificato di girarsi e allontanarsi da loro, che si trovavano a un posto di controllo tra la Cisgiordania e Gerusalemme.

Corri”, dicono i poliziotti all’uomo, che allora si gira prontamente, alza le mani e si allontana in gran fretta da loro.

Pochi secondi dopo, mentre un poliziotto filma con il suo telefonino, un altro poliziotto spara una pallottola ricoperta di gomma, che può essere letale se sparata a corta distanza, colpendo l’uomo alla schiena. Allora questi cade a terra e lo si sente gridare di dolore.

Secondo Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] l’incidente è stato reso noto lo scorso anno durante un’inchiesta relativa ad un’altra vicenda che ha coinvolto poliziotti di frontiera che hanno picchiato un palestinese senza alcun motivo apparente.

La poliziotta incriminata, che avrebbe circa 20 anni, è stata arrestata insieme ad altre quattro colleghe e congedata dalla polizia di frontiera solo per essere poi arruolata come soldatessa nell’esercito per terminare il suo servizio di leva.

Il portavoce della polizia israeliana Micky Rosenfeld ha detto ai media che gli altri poliziotti di frontiera presenti alla scena sono stati “esonerati dal servizio e alcuni di loro sono stati trasferiti ad altra mansione.”

Secondo Haaretz, lo scorso ottobre, durante un’udienza in tribunale per il poliziotto, il giudice avrebbe affermato che a quanto pare egli avrebbe sparato al palestinese “come un modo discutibile per divertirsi.”

Il video mostra la gravità del cieco odio e del razzismo sionista,” ha affermato in un comunicato l’OLP, dicendo che “le vite e il sangue dei palestinesi sono diventati uno spasso per gli assassini.”

Su twitter la dottoressa Hanan Ashrawi [storica dirigente politica palestinese, ndtr.] ha manifestato la propria rabbia, scrivendo: “Volgare e crudele disumanità: l’orrore inammissibile quando un palestinese disarmato viene colpito a sangue freddo solo perché ‘prodi’ soldati israeliani possono farlo con impunità e per il proprio divertimento. Basta #IsraeliCrimes. #FreePalestine.”

Buona parte della frustrazione manifestata dai palestinesi sulle reti sociali durante il fine settimana non deriva solo dalla sparatoria, ma anche dal presunto scambio di parole tra i poliziotti che ne è seguito.

Secondo Haaretz, prove presentate durante l’udienza relative alla poliziotta hanno incluso messaggi di testo tra lei è la sua unità in cui si vantava della sparatoria.

Nel suo reportage Canale 13 ha citato l’avvocato della poliziotta sospettata mentre dice che lei non è responsabile dello sparo. Il reportage include anche uno scambio su Whatsapp che avrebbe avuto luogo tra un altro soldato maschio dell’unità e qualcuno che potrebbe essere la sua fidanzata.

Schermate circolate sulle reti sociali mostrano la presunta fidanzata del poliziotto chiedere se è arrivato, e lui risponde. “Sì, siamo al portone, ma che te ne pare dello sparo? Sono o non sono un professionista?”, e un emoticon con un braccio piegato [per mostrare i muscoli].

La sua fidanzata risponde: “Sì, amore mio, sei un professionista. Sii prudente!” insieme a un emoticon con un cuoricino.

Mondoweiss non ha potuto verificare l’autenticità di questi messaggi.

In seguito alle reazioni durante il fine settimana, domenica il ministero della Giustizia israeliano ha affermato che deciderà nelle prossime settimane se presentare una denuncia contro la soldatessa o no.

La sparatoria ha suscitato un’accesa reazione da parte di gruppi per i diritti e di palestinesi in Cisgiordania, dove tali incidenti sono diventati normali ai posti di controllo e in altre zone in cui ai soldati israeliani viene data la possibilità di esercitare il proprio controllo sui palestinesi.

Questa documentazione eccezionale mostra quello che purtroppo è un avvenimento frequente: le forze di sicurezza israeliane che colpiscono un palestinese senza alcuna ragione,” ha detto su twitter il portavoce di B’Tselem [organizzazione israeliana per i diritti umani, ndtr.] Amit Gilutz. “Questi esempi sono il diretto risultato della cultura di impunità promossa da Israele, che è fondamentale per la continuazione del suo controllo militare sui palestinesi.”

B’Tselem ha continuamente criticato l’esercito israeliano per la sua mancanza di responsabilizzazione dei soldati che quotidianamente violano i diritti umani dei palestinesi, affermando:

Questo è il comportamento standard del sistema di applicazione delle leggi militari, basato sulla consapevolezza che avallare – anche implicitamente – le evidenti infrazioni dei soldati agli ordini senza rendere nessuno responsabile è ciò che consente il continuo uso di forza letale. Questa forza è fondamentale per la possibilità di Israele di conservare il suo controllo violento su milioni di palestinesi.”

Yumna Patel è l’inviata di Mondoweiss in Palestina.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ultima àncora di salvezza: la vera ragione dell’appello di Abbas alle elezioni

Ramzy Baroud

14 ottobre, 2019 – Middle East Monitor

L’appello alle elezioni nei territori occupati da parte del Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese [ANP] Mahmoud Abbas è uno stratagemma politico. Non ci saranno elezioni veramente democratiche sotto la leadership di Abbas. La vera domanda è: innanzitutto, perché lo ha fatto?

Il 26 settembre Abbas ha scelto la sede politica più importante al mondo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per proporre “elezioni generali in Palestina – in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza.”

Il leader palestinese ha fatto precedere al suo annuncio una nobile enfasi sulla centralità della democrazia nei suoi pensieri. “Fin dall’inizio abbiamo creduto nella democrazia come fondamento della costruzione del nostro Stato e della nostra società”, ha detto con inconfondibile disinvoltura. Ma, a conti fatti, è stata solo Hamas a rendere impossibile la missione democratica di Abbas – non Israele, e certo non il retaggio antidemocratico, evidente e corrotto della stessa ANP.

Al suo rientro da New York Abbas ha creato una commissione il cui compito, secondo i media ufficiali palestinesi, è di svolgere consultazioni con varie fazioni palestinesi riguardo alle elezioni che ha promesso.

Hamas ha immediatamente accettato l’invito alle elezioni, pur chiedendo maggiori delucidazioni. La principale richiesta del gruppo islamico, che controlla la Striscia di Gaza assediata, è di svolgere elezioni che comprendano contemporaneamente il Consiglio Legislativo Palestinese (CLP), la presidenza dell’ANP e soprattutto il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP) – la componente legislativa dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Mentre l’OLP è caduta sotto lo stretto controllo di Abbas e di una cricca interna al suo stesso partito Fatah, le altre istituzioni hanno operato senza alcun mandato democratico e popolare per quasi 13 anni. Le ultime elezioni del CLP si sono tenute nel 2006, seguite da uno scontro tra Hamas e Fatah che ha portato all’attuale rottura politica tra i due partiti. Quanto al mandato di Abbas, anch’esso è scaduto nel 2009. Ciò significa che Abbas, che apparentemente crede “nella democrazia come fondamento della costruzione del nostro Stato”, è un presidente che regna in modo antidemocratico senza alcun mandato per governare i palestinesi.

Non è che i palestinesi rinuncino a esplicitare i propri sentimenti. Più volte hanno chiesto ad Abbas di andarsene. Ma l’ottantatreenne è deciso a rimanere al potere – per quanto si possa definire ‘potere’ sotto il giogo dell’occupazione militare israeliana.

L’opinione prevalente dopo la richiesta di Abbas di elezioni è che, date le circostanze, una simile impresa sia semplicemente impossibile. Tanto per cominciare, dopo aver ottenuto il riconoscimento degli USA di Gerusalemme come capitale, è difficile che Israele permetta ai palestinesi di includere Gerusalemme est occupata in qualunque futura votazione.

D’altro lato, è probabile che Hamas rifiuti l’inclusione di Gaza nelle elezioni se esse fossero limitate al CLP e escludessero la carica di Abbas e il CNP. Senza un voto per il CNP la riorganizzazione e la rinascita dell’OLP resterebbero fantomatiche, un’opinione condivisa da altre fazioni palestinesi.

Essendo consapevole di questi ostacoli, Abbas sa già che le possibilità di reali elezioni eque, libere e veramente inclusive sono minime. Ma la sua proposta è l’ultima, disperata mossa per fermare il crescente risentimento tra i palestinesi e la sua incapacità per decenni di utilizzare il cosiddetto processo di pace per ottenere i diritti del suo popolo a lungo negati.

Ci sono tre principali ragioni che spingono Abbas a compiere questa mossa in questo specifico momento.

Primo, la fine del processo di pace e della soluzione dei due Stati, attraverso una serie di iniziative israeliane e americane, hanno lasciato l’ANP, e soprattutto Abbas, isolati e con scarse disponibilità finanziarie. I palestinesi che hanno sostenuto simili illusioni politiche non sono più la maggioranza.

Secondo, lo scorso dicembre la corte costituzionale dell’ANP ha stabilito che il presidente avrebbe dovuto indire le elezioni entro i prossimi sei mesi, cioè entro giugno 2019. La corte, anch’essa sotto il controllo di Abbas, ha inteso fornire al leader palestinese uno strumento giuridico per sciogliere il parlamento precedentemente eletto – il cui mandato è scaduto nel 2010 – e predisporre nuove basi per la sua legittimazione politica. Tuttavia egli non ha rispettato la decisione della corte.

Terzo, e più importante, il popolo palestinese è chiaramente stufo di Abbas, della sua autorità e di tutti gli intrighi politici delle fazioni. Infatti, secondo un sondaggio dell’opinione pubblica svolto a settembre dal Centro palestinese per la Ricerca Politica e di Opinione, il 61% di tutti i palestinesi in Cisgiordania e Gaza vuole che Abbas si dimetta.

Lo stesso sondaggio indica che i palestinesi rifiutano l’intero discorso politico che è stato alla base delle strategie politiche di Abbas e della sua ANP. Inoltre, il 56% dei palestinesi è contrario alla soluzione dei due Stati; quasi il 50% ritiene che l’azione dell’attuale governo dell’ANP di Mohammed Shtayyeh sia peggiore del precedente e il 40% vuole che l’ANP venga sciolta.

Significativamente, il 72% dei palestinesi vuole che le elezioni legislative e presidenziali si svolgano in tutti i territori occupati. La stessa percentuale vuole che l’ANP interrompa la sua partecipazione all’assedio imposto alla Striscia di Gaza.

Abbas si trova ora nella posizione politica più debole da quando ha preso il potere, molti anni fa. Privo del controllo sugli esiti politici che sono decisi da Tel Aviv e Washington, ha fatto ricorso ad una vaga richiesta di elezioni che non hanno possibilità di successo.

Mentre l’esito è prevedibile, Abbas spera che, per ora, potrà ancora una volta apparire come il leader impegnato che rivolge l’attenzione al consenso internazionale e ai desideri del suo popolo.

Ci vorranno mesi di spreco di energie, di contese politiche e di un imbarazzante circo mediatico prima che l’imbroglio delle elezioni vada in pezzi, lasciando il campo ad un gioco al massacro tra Abbas ed i suoi rivali che potrebbe durare mesi, se non anni.

È difficile che questa sia la strategia che il popolo palestinese – che vive sotto una brutale occupazione ed un soffocante assedio – necessiti o desideri. La verità è che Abbas e qualunque classe politica egli rappresenti sono diventati un vero ostacolo nel cammino di una nazione che ha un disperato bisogno di unità e di una strategia politica seria. Ciò che il popolo palestinese chiede con urgenza non è una timida chiamata al voto, ma una nuova leadership, una richiesta che ha ripetutamente espresso, benché Abbas rifiuti di ascoltare.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Bassam al-Sayeh, Faris Baroud e il lento omicidio dei prigionieri palestinesi

Ramzy Baroud

19 settembre Middle East Monitor

Bassam Al-Sayeh è solo l’ultima vittima della malasanità nelle prigioni israeliane. Al-Sayeh, palestinese di Nablus di 47 anni, è morto l’8 settembre scorso. Prima di lui, fu Faris Baroud a morire in una prigione di Nafha il 6 di febbraio.

Nel 2011, ad al-Sayeh fu diagnosticato un cancro alle ossa e al sangue, secondo quanto riportato da Samidoun, la Rete di Solidarietà dei Prigionieri Palestinesi. Pochi anni dopo è stato arrestato dai soldati israeliani dell’occupazione. Nel 2015 una corte militare israeliana lo ha condannato all’ergastolo per il presunto concorso nell’omicidio di un ufficiale israeliano in Cisgiordania.

Le organizzazioni e gli attivisti per i diritti umani che hanno seguito il caso avevano più volte segnalato quanto la vita di al-Sayeh fosse in pericolo a causa delle condizioni di vita estremamente dure nelle carceri di Ramleh e la scarsa attenzione medica dedicata ai malati di cancro. Si poteva fare ben poco per salvargli la vita.

In una dichiarazione del 9 settembre, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha accusato Israele di essere responsabile della morte di al-Sayeh. Altri gruppi hanno evidenziato come la malasanità sia un modo usato nelle prigioni israeliane per infliggere ulteriori punizioni ai palestinesi che resistono all’occupazione israeliana  persino dopo il loro arresto e condanna.

Secondo il movimento per i diritti dei prigionieri Samidoun, “Al-Sayeh è il 221º prigioniero palestinese a perdere la vita in una prigione israeliana, dove la malasanità e gli abusi medici hanno un ruolo rilevante nella contrazione di malattie e nella morte dei prigionieri palestinesi proprio come la tortura e il maltrattamento nell’assedio”.
Il gruppo di supporto ai prigionieri Addameer, di base a Ramallah, concorda: la Corte Suprema Israeliana “ha adottato una politica di malasanità volontaria contro prigionieri e detenuti”. Nell’arco delle rivolte della Seconda Intifada tra il 2000 e il 2008, 18 prigionieri sono morti per essere stata loro negata la dovuta cura medica.

Chi non muore deve affrontare il cronicizzarsi di malattie che spesso li accompagneranno per il resto della vita. Secondo Addameer “il numero di persone malate tra i prigionieri e detenuti è salito a 1000 casi, in confronto agli 800 casi di malattia registrati nel 2013”. Duecento di questi pazienti soffrono di malattie croniche, tra cui tumori, e 85 sono disabili a vita. Faris Baroud era uno di questi malati cronici e, proprio come Bassam al-Sayeh, è morto in prigione per l’omissione delle cure.

Baroud fu arrestato il 23 marzo 1991. Una corte militare israeliana lo ha condannato a 134 anni di reclusione, accusandolo di aver ucciso un colono ebreo israeliano armato che stava prendendo parte all’occupazione di Gaza.

Alla madre di Faris, Ria, fu proibito di far visita a suo figlio nella prigione di Nafha per tutti gli ultimi 15 anni. Alla donna, ormai settantenne, fu detto che la decisione era stata presa per “questioni di sicurezza”.

Faris era il suo unico figlio: era nato nel 1968, due anni dopo l’inizio dell’occupazione militare di Gaza. Suo padre, Ahmad Mohammad Baroud, era morto quando Faris era ancora un bambino. Ria, che non si risposò mai, ha dedicato la sua vita alla crescita del figlio, con cui viveva in una piccola casa nel campo profughi di Shati’, a Gaza.

Si dice che Faris sia stato torturato e tenuto in isolamento per più di dieci anni, e che gli fossero state vietate le visite dei familiari per più di metà della sua detenzione. Prima del suo arresto soffriva già di asma, condizione che si era poi aggravata.
Anni dopo il suo il suo incarceramento, Faris sviluppò una malattia renale che peggiorò per la negligenza nelle cure e fu inasprita ulteriormente dalla sua partecipazione a vari scioperi della fame per solidarietà verso altri prigionieri.

A Faris fu negata più volte la scarcerazione, da immediatamente dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993 a uno scambio di prigionieri nel 2011. Ne fu poi programmato lo scarceramento, insieme ad altri 29 detenuti, nel 2013 o 2014 nell’ambito di un accordo speciale anch’esso mandato a monte dal governo israeliano.

Dal 2002, a Ria fu proibito di far visita a suo figlio. Nonostante la sua salute peggiorasse e stesse perdendo la vista per un glaucoma, Ria è famosa per non aver mancato una sola delle veglie organizzate ogni lunedì dalle famiglie dei prigionieri palestinesi di fronte agli uffici della Croce Rossa, nella famosa Jala’ Street di Gaza.

A volte era l’unica a presentarsi, con in mano sempre la stessa fotografia incorniciata di suo figlio Faris vicino al cuore. Ria Baroud è morta il 18 maggio 2017, aveva 85 anni. Aveva passato quasi un terzo della sua vita lottando per rivedere suo figlio di nuovo libero.

Subito dopo la morte della madre, la salute di Faris si aggravò, sviluppando anche una forma di glaucoma molto aggressiva che secondo quanto riferito lo aveva portato a perdere l’80% della vista. Faris muore il 6 febbraio 2019 nella prigione di Nafha nel deserto di Naqab. Aveva 51 anni.

Questi non sono che cenni a due sole storie,nell’apparentemente infinita serie di episodi di sofferenza inflitta a migliaia di palestinesi e le loro famiglie.

I diritti dei prigionieri sono protetti da leggi internazionali, in particolar modo dagli Articoli 76 e 85 della quarta Convenzione di Ginevra. A Israele non dovrebbe essere permesso di continuare indisturbato questa mistificazione dei valori morali. I gruppi internazionali e le organizzazioni che rivendicano i diritti umani dovrebbero far sentire la propria voce per Bassam, Faris e le migliaia di detenuti palestinesi che soffrono e spesso muoiono soli nelle carceri israeliane.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non rispecchiano necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Maria Monno)




Il piano di annessione di Netanyahu ucciderà Israele

David Hearst

17 settembre 2019    Middle East Eye

L’annessione elimina tutti i muri accuratamente eretti da Israele per dividere i palestinesi, distruggendo dall’interno il sogno sionista di uno Stato a maggioranza ebraica.

Questa doveva essere la promessa elettorale più importante. Benjamin Netanyahu, l’uomo che governa Israele da quasi 30 anni, aveva previsto di assestare così il colpo di grazia ai suoi rivali politici della destra colonizzatrice. Avigdor Lieberman, l’ago della bilancia? Ora non più.

Tuttavia l’annuncio di Netanyahu che, se sarà rieletto, annetterà la Valle del Giordano e con essa quasi un terzo della Cisgiordania, non ha avuto l’effetto previsto.

Netanyahu si è vantato di essere in grado di annettere tutte le colonie  al centro della sua patria, grazie alla “sua relazione personale con il presidente Trump”.

Ma il presidente americano Donald Trump questa volta non è stato al gioco.

Bolton licenziato

La Casa Bianca ha emesso un comunicato che afferma che la politica americana al momento non è cambiata e per rafforzare il concetto Trump ha licenziato il suo consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, a lungo considerato dai dirigenti israeliani il proprio uomo a Washington.

Ben Caspit, corrispondente di Maariv (quotidiano israeliano, ndtr.), ha affermato che Netanyahu aveva chiesto a Trump un riconoscimento per l’annessione della Valle del Giordano simile a quello dato per le Alture del Golan. Bolton era d’accordo, ma Trump si è rifiutato.

Caspit ed altri corrispondenti hanno sottolineato che Netanyahu non aveva neppure bisogno di chiedere il permesso di Trump per annettere la Valle del Giordano, che ha una storia giuridica molto diversa da quella delle Alture del Golan, che sono state sottratte alla Siria.

Netanyahu ha bisogno soltanto di una maggioranza semplice alla Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] per annettere la Valle del Giordano, perché la legge che glielo permette esiste già. Questa legge, adottata dai deputati di sinistra nel 1967, perfezionava un’ordinanza risalente al mandato britannico, che autorizzava il governo ad emanare un decreto che enunciava in quali regioni della Palestina si dovevano applicare la giurisdizione e l’amministrazione dello Stato di Israele. È questa legge che ha permesso a Levy Eshkol [all’epoca primo ministro israeliano, ndtr.] di annettere Gerusalemme est nel 1967.

Poco importa. Questa defezione sensazionale è stata seguita da un’altra : la sua.

Netanyahu ha dovuto essere portato via dal palco dalle guardie del corpo nel mezzo di un discorso  della campagna elettorale a Ashdod, nel sud di Israele, quando dei razzi lanciati da Gaza hanno fatto suonare le sirene di allarme che annunciavano un attacco dal cielo. Era un avvertimento indirizzato a Netanyahu e a tutti i coloni israeliani dalla terra sulla quale si sono insediati.

La finzione ANP

Nessuna annessione, per quanto ampia, porrà fine a questo conflitto. I palestinesi se ne infischiano di sapere in che modo le loro terre sono occupate, o se effettivamente un ulteriore 33% sarà sottratto al 20% della Palestina storica che rimane loro.

Sapere in quale enclave, in quale bantustan o in quale prigione sono detenuti, o se l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è davvero dissolta, o se il presidente Mahmoud Abbas consegna le chiavi della Cisgiordania al più vicino comandante dell’esercito israeliano, tutti questi sono sofismi per loro. Allo stato attuale delle cose, Abbas deve chiedere il permesso all’esercito israeliano per ogni suo atto.

L’ANP non esiste veramente, non è che uno strumento con cui Israele obbliga i poliziotti palestinesi a liberare le strade prima che le sue forze armate entrino in tutta la Cisgiordania con incursioni notturne.

L’autonomia della zona A [in base agli accordi di Oslo sotto totale controllo palestinese, ndtr.] è in gran parte fittizia. Se l’ANP dovesse essere sciolta, l’unica preoccupazione di Israele sarebbero le circa 100.000 armi detenute dalle forze di sicurezza palestinesi.

A causa della loro natura priva di sostanza, tutte le istituzioni e le strutture palestinesi sono diventate ampiamente irrilevanti – tranne che come fonte di reddito – per gli stessi palestinesi. Poco importa sapere chi gestisce l’occupazione, né quante leggi vengono adottate per privarli della loro identità nazionale, dei loro diritti di proprietà e del loro Stato.

Qualunque cosa accada e qualunque sia il numero delle enclave create per i palestinesi, il nodo demografico di questo conflitto resterà lo stesso: oggi ci sono più palestinesi che ebrei israeliani tra il fiume [Giordano] e il mare [Mediterraneo].

Apartheid israeliano

Il vice capo dell’Amministrazione civile israeliana [ente che governa sui territori palestinesi occupati, ndtr.], generale Haim Mendes, ha presentato i seguenti dati alla Commissione affari esteri e difesa della Knesset lo scorso dicembre : vi sono attualmente 6,8 milioni di palestinesi tra il fiume e il mare (5 milioni a Gaza e in Cisgiordania, 1,8 milioni all’interno di Israele e di Gerusalemme est). Di contro, secondo l’Ufficio Centrale di Statistica, gli ebrei in Israele sono 6,6 milioni.

Il solo modo di cambiare il cuore del conflitto è sapere se, o quando, Israele procederà ad un’altra espulsione di massa o ad un’azione di pulizia etnica, come è avvenuto nel 1948 e nel 1967.

Diversamente, la vita dei palestinesi non cambierà. Questo significa che, qualunque siano le dichiarazioni fatte durante le campagne elettorali, gli ebrei israeliani stanno diventando una minoranza su quella che affermano essere la propria terra e non possono imporre la loro supremazia che attraverso l’apartheid.

Anche se ciò non modifica niente rispetto alla situazione di sudditanza imposta ai palestinesi nel loro Paese, modifica però la narrativa di Israele tra le elite politiche in Europa e negli Stati Uniti, alle quali Israele ha devoluto miliardi di shekel [valuta israeliana] per ingraziarsele.

Prima dell’annessione, e quando il principio “terra in cambio di pace” era ancora la narrazione dominante del processo di Oslo, la classe politica di sinistra e di destra in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in tutta Europa poteva aderire simultaneamente a interpretazioni che si escludevano l’un l’altra  per una soluzione del conflitto.

Potevano impegnarsi ad essere “sostenitori di Israele”, approvando al tempo stesso il diritto all’autodeterminazione palestinese in un Stato palestinese ipotetico – però mai realizzabile.

Perdita di legittimità internazionale

Per quanto riguardava Israele, il mito che ribadivano era che c’era qualcosa chiamato “Israele propriamente detto”, che è stato riconosciuto a livello internazionale – e poi, ahimè (grosso sospiro) c’erano cose chiamate colonie, che erano illegali, ma (altro grosso sospiro) che cosa ci si può fare? L’idea era che se soltanto le due parti fossero riuscite a fare dei compromessi, si sarebbe potuta trovare una soluzione territoriale.

Con l’annessione come politica ufficiale, tutto questo cambierebbe. Il momento in cui lo Stato di Israele consideri le colonie come facenti parte del proprio territorio,  sarà il momento in cui “Israele propriamente detto” cesserà di esistere. Tutto Israele diventerebbe una colonia. Lo Stato israeliano perderebbe la sua legittimità internazionale.

Se l’annessione è letale per l’immagine internazionale di Israele come Stato europeo avanzato in un deserto di arabi selvaggi, irragionevoli e agitati, lo è ancor di più nella prospettiva di costruire e mantenere uno Stato ebraico all’interno.

La concessione più deleteria che Yasser Arafat e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) hanno fatto nel corso del processo di Oslo non è stato il riconoscimento dello Stato di Israele, ma l’abbandono dei palestinesi – il 20% della popolazione – che ci vivono.

Lotta per la sovranità

Questo ha creato ogni sorta di anomalie. Gerusalemme era il cuore del conflitto e la capitale dello Stato palestinese, ma l’ANP, in quanto tale, non esercitava alcuna autorità sugli abitanti di Gerusalemme che là vivono.

Per una gran parte del processo di pace i “palestinesi del 1948” – quelli che sono stati autorizzati a restare, o che sono stati spostati all’interno del Paese al momento della creazione dello Stato di Israele – non hanno preso parte alla lotta contro l’occupazione. Avevano la cittadinanza israeliana e sono stati chiamati dai loro padroni “arabi israeliani”.

L’annessione cambia tutto ciò. Elimina in un colpo solo tutti i muri accuratamente eretti che Israele ha costruito per dividere i palestinesi, creando una gamma di blocchi carcerari sotto sorveglianza. Gaza, la Cisgiordania, i “palestinesi del 1948” e quelli della diaspora diventano un solo popolo che lotta per la sovranità nel proprio Paese.

Inconsapevolmente, l’annessione distrugge dall’interno il sogno sionista di uno Stato a maggioranza ebraica.

I dirigenti palestinesi che non sono stati assassinati o imprigionati da Israele erano essenziali per il mantenimento dello status quo, grazie al quale aree come la Valle del Giordano sono state annesse di fatto, se non ufficialmente.

Non è come se i palestinesi potessero realmente utilizzare e coltivare la Valle del Giordano, la loro terra più fertile. Essa si estende su circa 160.000 ettari e rappresenta quasi il 30% della Cisgiordania. Israele sfrutta la quasi totalità della Valle del Giordano per le proprie necessità e impedisce ai palestinesi di entrare o di utilizzare circa l’85% dell’area, sia per edilizia che per infrastrutture, per scopi agricoli o abitativi.

Nel 2016 ci vivevano 65.000 palestinesi e 11.000 coloni. Ciò significa che una minoranza della popolazione è autorizzata a spostarsi nell’85% della terra.

Una morte lenta

Israele non ha bisogno di annettere la Valle del Giordano. In realtà lo ha già fatto.

Dato che i dirigenti palestinesi sono moribondi, le future generazioni di palestinesi andranno alla ricerca di una prospettiva molto diversa. Saranno obbligati a riformulare la loro strategia, a correggere gli errori del passato e a considerarsi nuovamente come parte di un popolo espulso da un Paese.

L’annessione è la morte dell’Israele del 1948, uno Stato a maggioranza ebraica.

E’ la nascita di uno Stato ebraico minoritario che non può sopravvivere se non eliminando e controllando la sua maggioranza palestinese. Fare questo, in un continente a maggioranza araba e musulmana, equivale a votarsi ad una morte lenta e costante.

Quale che sia il numero di dirigenti palestinesi che compra, Israele suscita continuamente l’ira degli arabi e dei musulmani, dovunque vivano. Nessun muro, nessun esercito, nessuna flotta di droni, nessun arsenale nucleare, nessun presidente americano proteggeranno a lungo termine uno Stato con una minoranza ebraica.

 

David Hearst è caporedattore di Middle East Eye. Quando ha lasciato The Guardian, era capo editorialista della rubrica Esteri del giornale. Durante i suoi 29 anni di carriera, si è occupato dell’attentato con una bomba a Brighton, dello sciopero dei minatori, della reazione lealista in seguito all’accordo anglo-irlandese in Irlanda del nord, dei primi conflitti scoppiati in Slovenia e Croazia al momento della dissoluzione della ex-Yugoslavia, della fine dell’Unione Sovietica, della Cecenia e delle guerre che hanno contraddistinto l’epoca a lui contemporanea. Ha seguito il declino morale e fisico di Boris Eltsin e le circostanze che hanno permesso l’ascesa di Putin. Dopo l’Irlanda, è stato nominato corrispondente europeo per la rubrica Europa del Guardian, prima di trasferirsi nel 1992 all’ufficio di Mosca, assumendone la direzione nel 1994. Ha lasciato la Russia nel 1997 per andare all’ufficio Esteri, prima di diventare redattore capo della rubrica Europa e poi vice redattore capo della rubrica Esteri. Prima di lavorare al Guardian, David Hearst è stato corrispondente per la rubrica Educazione nel giornale The Scotsman.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Forze israeliane sparano lacrimogeni e proiettili di gomma all’interno di Al-Aqsa nel primo giorno di Eid

MEE e agenzie

11 agosto 2019 – Middle East Eye

Decine di palestinesi feriti durante le proteste dopo che a centinaia di coloni è stato consentito di entrare nell’area per una festa ebraica

Domenica la polizia israeliana ha sparato proiettili di gomma e lacrimogeni all’interno del complesso di Al-Aqsa a Gerusalemme dopo che fedeli musulmani hanno protestato contro circa 450 coloni israeliani a cui è stato consentito di entrare nel luogo sacro nonostante fosse il primo giorno di Eid al-Adha.

Le celebrazioni musulmane hanno coinciso con la festa ebraica di Tisha B’av [giorno di lutto e di digiuno che ricorda vari eventi funesti nella storia del popolo ebraico, tra cui la distruzione del Secondo Tempio, ndtr.], che vede un incremento delle visite di ebrei al complesso di Al-Aqsa.

Le azioni israeliane hanno rovinato l’atmosfera festosa all’interno della zona, mentre migliaia di fedeli musulmani vi si erano riuniti per celebrare l’Eid al-Adha.

La Mezzaluna rossa ha affermato che sono rimasti feriti almeno 61 palestinesi, di cui 15 portati in ospedale per essere curati.

La radio pubblica israeliana Kan ha detto che quattro poliziotti sono rimasti feriti.

Organizzazioni palestinesi avevano in precedenza chiesto ai musulmani di andare a pregare per l’Eid domenica ad Al-Aqsa dopo che gruppi di ebrei avevano annunciato piani per fare irruzione nell’area per celebrare la festa ebraica.

Pressioni dei coloni

Nel tentativo di alleggerire la tensione, le autorità locali avevano detto che avrebbero vietato ai non- musulmani, compresi gli ebrei, di visitare il sito domenica.

Tuttavia alcune fonti hanno detto a Middle East Eye che a centinaia di coloni israeliani è stato permesso di entrare domenica mattina, in quella che hanno affermato essere la prima volta che questo è stato consentito che avvenisse nel primo giorno di Eid. 

Più tardi durante la giornata sarebbe stato permesso ad altri coloni di entrare.

Gruppi di coloni hanno fatto pressione sulle autorità israeliane per permettere la presenza di visitatori ebrei sul luogo durante Tisha Be’Av, in modo che essi potessero piangere la distruzione di un tempio che credono si trovasse lì 2.000 anni fa.

Temendo che ai fedeli ebrei fosse consentito di entrare, domenica centinaia di palestinesi hanno tenuto una manifestazione fuori da una delle porte per impedire loro l’ingresso nella moschea sacra.

Mentre affrontavano la polizia nell’affollato complesso, i palestinesi gridavano: “Con la nostra anima e con il nostro sangue ti libereremo, Aqsa.”

Secondo testimoni ne sono seguiti tafferugli e, quando sono esplose granate assordanti e il fumo si è sparso in tutto il complesso, la folla è scappata.

È la nostra moschea, è il nostro Eid,” ha detto Assisa Abu Sneineh, 32 anni, aggiungendo che si trovava lì quando sono scoppiati gli scontri.

Improvvisamente (forze di sicurezza) sono arrivate ed hanno iniziato a picchiare e a sparare granate assordanti,” ha detto all’agenzia di notizie AFP.

Tra i feriti c’è il capo del Waqf islamico [ente religioso di controllo dei siti islamici della Spianata delle Moschee, ndtr.], Abdel Azeem Salhab, che fa parte dell’amministrazione del complesso di Al-Aqsa.

Foto postate in rete mostrano la folla scappare dalla polizia per sfuggire ai lacrimogeni e ai proiettili di gomma.

Azione irresponsabile e aggressiva’

Hanan Ashrawi, importante dirigente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha accusato Israele di aver provocato tensioni religiose e politiche.

L’irruzione nel complesso della moschea di Al-Aqsa da parte delle forze di occupazione israeliane in questa mattina di Eid è un’azione di sconsiderata aggressione,” ha detto in un comunicato.

Lo status del complesso di Al-Aqsa è uno dei problemi più delicati nel conflitto israelo-palestinese.

Il complesso di Al-Aqsa – che include la moschea di Al-Aqsa e la Cupola della Roccia – è considerato il terzo luogo più sacro per l’Islam.

I musulmani credono che, come affermato dal Corano, il profeta Maometto ascese in paradiso da lì.

Da quando hanno occupato Gerusalemme est nel giugno 1967, gli israeliani hanno pregato presso il Muro del Pianto, i resti del Secondo Tempio, considerato il luogo più sacro per l’ebraismo. Agli ebrei è consentito visitare il luogo durante un orario definito, ma non di pregarvi, per evitare di provocare tensioni.

Tuttavia coloni israeliani che entrano regolarmente nel complesso spesso recitano preghiere ebraiche sul posto.

Eid al-Adha commemora dio che mette alla prova la fede di Abramo ordinandogli di sacrificare suo figlio.

L’esercito [israeliano] e il ministero della Salute di Hamas hanno detto che, indipendentemente [dagli scontri ad Al-Aqsa], domenica sul confine di Gaza un palestinese ha sparato contro soldati israeliani, che hanno risposto al fuoco e lo hanno ucciso durante il terzo incidente del genere negli ultimi giorni.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele, gli Stati Uniti e il rompicapo della successione nell’ANP

Adnan Abu Amer

28 luglio 2019 – Al Jazeera

Gli USA e Israele vogliono estromettere dal potere il presidente Mahmoud Abbas, ma questo potrebbe non essere per loro la soluzione migliore.

Da quando a gennaio 2017 si è insediata l’amministrazione Trump, la pressione sul presidente palestinese Mahmoud Abbas perché si dimetta è salita. E’ ormai chiaro che Washington non vuole più trattare con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) sotto la sua direzione.

Il principale consigliere della Casa Bianca, Jared Kushner, di recente ha definito la decisione di Abbas di boicottare il convegno in Bahrain, in cui è stato presentato l’aspetto economico del piano di pace, “isterica e incoerente.”

Nel frattempo anche diversi dirigenti israeliani hanno fatto capire che sperano che Abbas lasci l’incarico. Alcuni, come l’ex Ministro degli Esteri Dore Gold, sono arrivati a sostenere che entro i prossimi sei mesi gli stessi palestinesi chiederanno un cambio di leadership.

L’attuale governo israeliano ha tentato attivamente di destabilizzare l’ANP attraverso diverse misure ostili, compreso il blocco del versamento di 140 milioni di dollari di entrate fiscali destinate al pagamento mensile dei salari. Questo, insieme ai tagli degli aiuti USA, ha posto Ramallah sotto una crescente pressione finanziaria.

Mentre è evidente che i governi americano e israeliano stanno cercando di spingere Abbas sull’orlo del precipizio, il loro piano per dopo la sua caduta è come minimo piuttosto vago. Anzi, diversi soggetti all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano hanno avvertito che una simile mossa potrebbe avere conseguenze pericolose.

La lotta per la successione

Il dibattito sulla successione per la leadership nell’Autorità Nazionale Palestinese prosegue da dieci anni. Il termine della presidenza Abbas è ufficialmente scaduto nel 2009 ed è stato provvisoriamente prorogato in quell’anno dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina [che riunisce le principali fazioni della resistenza palestinese tranne Hamas, ndtr.]. Da allora la Palestina non è stata in grado di svolgere elezioni presidenziali e parlamentari a causa dei continui dissidi tra Fatah e Hamas.

L’ottantatreenne presidente palestinese ha finora fatto resistenza non solo a dare le dimissioni, ma anche a nominare un suo vice e delineare un chiaro percorso per la sua sostituzione. Ma dato che la sua salute sta peggiorando, prima o poi la questione della successione dovrà essere risolta. Le forti pressioni da parte delle manovre americane e israeliane probabilmente accelereranno il processo, mentre all’interno della Cisgiordania sta crescendo il malumore, che negli ultimi due anni ha provocato molte grandi proteste di piazza.

Ci sono parecchie figure importanti all’interno di Fatah che negli ultimi anni sono emerse come contendenti per la carica di Abbas.

Mahmoud al-Aloul, vice capo del partito [al-Fatah, ndtr.] e governatore di Nablus, è uno dei favoriti. È assai popolare tra i sostenitori di Fatah per la sua posizione anti israeliana e finora ha anche evitato di essere coinvolto in scandali per corruzione.

Un altro candidato è Jibril Rajoub, uno dei principali leader di Fatah, presidente della Federazione Calcio palestinese ed ex capo delle forze di sicurezza preventive in Cisgiordania. È noto che ha molta influenza nell’ambito dei servizi di intelligence palestinese e gode della fiducia delle agenzie di sicurezza sia USA che israeliane.

Majed Faraj, capo del Servizio Generale di Intelligence, è un altro candidato forte alla successione di Abbas. E’ stato fidato collaboratore del presidente palestinese e ha guidato la delegazione palestinese che ha incontrato dirigenti americani, nonostante l’attuale boicottaggio dei colloqui con l’amministrazione Trump da parte dell’ANP.

Anche Saeb Erekat, segretario generale dell’OLP, è stato dato come possibile candidato. Tuttavia nel 2011 indiscrezioni note come ‘Palestinian Papers’, che hanno rivelato la volontà di Erekat di fare maggiori concessioni a Israele durante i negoziati, hanno lasciato una macchia indelebile sulla sua reputazione ed è improbabile che raccolga molto consenso popolare. Allo stesso modo Mohammed Dahlan, a lungo arcinemico di Abbas, è stato anch’egli un aspirante alla sua carica, almeno in passato. Ma le sue chances si sono recentemente ridotte a causa dei suoi stretti legami con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che attualmente sono impopolari in Palestina perché premono per la normalizzazione con Israele.

Benché tutti questi candidati (eccetto Dahlan) appoggino il boicottaggio dell’attuale amministrazione USA da parte di Abbas, la loro posizione potrebbe cambiare se uno di loro assumesse la presidenza dell’ANP. Con questa prospettiva Washington ha spinto attivamente per un cambio di leadership a Ramallah.

Il futuro dell’ANP

Se l’amministrazione Trump non è riuscita a impegnarsi direttamente con nessuno dei principali contendenti alla presidenza dell’ANP, ha invece coinvolto altre importanti figure palestinesi al di fuori della cerchia di Abbas. Negli ultimi due anni vi sono stati parecchi incontri tra dirigenti USA e vari rappresentanti dell’ élite politica e imprenditoriale palestinese.

Al tempo stesso personaggi politici che pare abbiano stretti legami con Washington, compresi l’ex Primo Ministro Salam Fayyad e l’imprenditore palestinese Adnan Majali, sono riapparsi sulla scena politica. L’anno scorso il secondo si è spinto fino a tentare di mediare un accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas.

Prima dell’incontro in Bahrain l’amministrazione USA è riuscita a trovare un uomo d’affari palestinese disposto a saltare il fosso e a partecipare: Ashraf al-Jabari di Hebron. All’inizio di quest’anno al-Jabari, che è stato definito un “amico” dall’ambasciatore USA in Israele David Friedman, ha annunciato che stava creando un partito in Cisgiordania chiamato ‘Riforma e Sviluppo’, che si contrapporrà al programma di Fatah per costituire uno Stato.

Washington probabilmente si rende conto che nessuno di questi personaggi ha una reale possibilità di succedere ad Abbas, perché è improbabile che vincano le elezioni, ma sono comunque utili per fare pressione sull’ANP. In fin dei conti, l’amministrazione Trump vuole che la leadership palestinese accetti le sue proposte di “pace” con Israele ed è scarsamente interessata a chi prenderà il potere dopo Abbas.

D’altro lato, in Israele diversi interlocutori non solo auspicano un cambio di leadership a Ramallah, ma sperano anche in un completo crollo dell’ANP. Parecchi dirigenti israeliani, attuali e del passato, hanno ripetutamente dichiarato “morti” gli accordi di Oslo ed hanno suggerito che è ora che i palestinesi accettino la sconfitta e smettano di pretendere uno Stato. Una soluzione che è stata proposta è che parti della Cisgiordania abitate da palestinesi siano connesse alla Giordania e godano di qualche forma di autonomia amministrativa.

Altri si sono spinti oltre, suggerendo che Israele cerchi di sciogliere l’ANP e stabilisca un governo palestinese a livello comunale sulla base di clan e famiglie. Questo presuppone una forma di autogoverno in cui Israele aiuti i leader locali in varie città della Cisgiordania a gestire le questioni quotidiane, come avveniva prima della creazione dell’ANP.

Mentre è sempre più chiaro che l’establishment israeliano spinge per la fine non solo dell’ANP, ma anche di ogni apparenza di Stato nei territori palestinesi occupati, alcuni, soprattutto nel settore della sicurezza, avvertono che questo potrebbe non essere la miglior soluzione per lo Stato israeliano. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz c’è il timore che, se l’ANP iniziasse a perdere il controllo sulla Cisgiordania, il coordinamento sulla sicurezza tra Israele e Ramallah potrebbe essere compromesso e altri elementi di opposizione potrebbero cercare di assumere il controllo.

Per questo motivo le agenzie di intelligence israeliane sono state solerti nel proteggere l’ANP e la presidenza di Abbas dai tentativi di indebolirli e a volte hanno paradossalmente agito contro le politiche ufficiali sia di Washington che di Tel Aviv.

Sebbene la leadership politica israeliana e i suoi alleati USA siano felici di dichiarare morto Oslo e pensino alla dissoluzione dell’ANP, ignorano però il fatto che per decenni Tel Aviv ha tratto i maggiori benefici dalle disposizioni stabilite da questi accordi. Esse hanno di fatto indebolito la lotta palestinese, imbrigliato l’attivismo politico e reso l’ANP il principale garante della passività politica palestinese.

Se Israele e Stati Uniti riusciranno ad infrangere questo status quo con le loro politiche aggressive, ciò che avverrà dopo potrebbe non essere di loro gradimento.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera

Adnan Abu Amer è capo del Dipartimento di Scienze Politiche dell’università Ummah a Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




La dichiarazione di Abbas secondo cui sta per “sospendere ogni accordo” con Israele è accolta dai palestinesi nel loro complesso con gli occhi al cielo

Yumna Patel

26 giugno 2019 – Mondoweiss

Giovedì il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha fatto una dichiarazione radicale, annunciando di essere in procinto di “sospendere ogni accordo” con Israele a partire da venerdì.

Annunciamo la decisione della dirigenza di interrompere l’operatività degli accordi firmati con la controparte israeliana,” ha detto Abbas, in seguito a una riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nella città di Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

La decisione di Abbas ha fatto seguito alla demolizione di case palestinesi da parte di Israele nelle zone sotto amministrazione dell’ANP [Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] della città di Sur Baher, a Gerusalemme est. La natura senza precedenti delle demolizioni ha provocato polemiche e reazioni a livello internazionale.

Non cederemo ai dettami e all’imposizione di un fatto compiuto sul terreno con la forza bruta, soprattutto a Gerusalemme,” ha detto, definendo le demolizioni un crimine di guerra e un atto di pulizia etnica.

Ha continuato facendo una serie di affermazioni, compreso il rifiuto di colloqui di pace a guida americana, ed ha chiesto di riprendere tentativi falliti di riconciliazione tra Hamas e Fatah. Riguardo alla cessazione degli accordi con Israele, Abbas ha detto che la sua leadership “inizierà a predisporre meccanismi” per mettere in pratica la sua decisione, a cominciare da venerdì.

Alla luce dell’insistenza dell’autorità occupante nella negazione di ogni accordo firmato e dei suoi impegni, dichiariamo la decisione della dirigenza di smettere di lavorare in base agli accordi firmati con la parte israeliana,” ha affermato.

Abbas ha dichiarato che la sua decisione diventerà effettiva venerdì, ma molti palestinesi e critici dell’ANP non sono rimasti con il fiato sospeso.

Le sue affermazioni fanno notizia, ma non sono nient’altro, notizie,” dice a Mondoweiss Dianna Buttu, giurista e analista politica che vive a Ramallah.

Ex-consigliera di Abbas nella sua veste di presidente dell’OLP, Buttu descrive le parole del presidente come “prive di significato.” E non è l’unica.

I palestinesi hanno utilizzato le reti sociali per esprimere il proprio scetticismo riguardo alle dichiarazioni di Abbas, che secondo loro ha già fatto un numero infinito di volte, ma non vi ha mai dato seguito.

È il periodo dell’anno in cui Mahmoud Abbas dice ‘niente più accordi con Israele.’ Il risultato è sempre lo stesso: il coordinamento per la sicurezza, gli accordi commerciali, la collaborazione con l’assedio di Gaza continuano. Ma ciò fa un bel titolone,” ha twittato la scrittrice e commentatrice politica palestinese-americana Mariam Barghouti.

Mariam ha proprio ragione,” dice Buttu a Mondoweiss. “Abbas fa solo chiacchiere.”

Minacce vaghe, trite e vuote

Una delle maggiori ragioni per cui attivisti e studiosi palestinesi alzano gli occhi al cielo riguardo alle grandi dichiarazioni di Abbas giovedì, dicono gli analisti a Mondoweiss, è dovuta alla natura vaga e generica delle sue affermazioni.

Abbas ha detto che “sospenderà ogni accordo”, ma la maggior parte delle persone si chiede: cosa significa concretamente?

Prima di tutto, annullare ogni accordo con Israele non è possibile,” dice a Mondoweiss Yara Hawari, docente universitaria palestinese e collaboratrice di Al-Shabaka [sito palestinese di notizie e di dibattito, ndtr.].

In secondo luogo, nota, Abbas non è stato per niente chiaro riguardo a di quali accordi stesse parlando.

Stava parlando di Oslo? Di annullare il coordinamento per la sicurezza con Israele, i protocolli di Parigi? Abbas non ha nessun interesse a farlo,” dice Hawari, definendo le sue dichiarazioni “ridicole”.

Hawari dice di non credere che “qualcuno prenda molto sul serio le sue dichiarazioni,” evidenziando l’ironia del fatto che se stesse davvero per sospendere o annullare ogni accordo con Israele, starebbe sostenendo anche la sua stessa fine.

Se annullano tutti gli accordi, cosa significherebbe ciò per la stessa ANP? L’ANP è stata fondata in base agli accordi di Oslo. Così se dovessimo prenderlo totalmente sul serio, ciò significherebbe lo smantellamento dell’ANP.”

Sia Hawari che Buttu concordano sul fatto che Abbas “doveva fare qualcosa” in seguito alle demolizioni di Sur Bahir, in quanto sono state una chiara violazione dell’“autorità” dell’ANP.

Ma il suo modo di “fare qualcosa”, dicono, è solo una ripetizione delle sue “solite vecchie” e vuote minacce.

Dicendo che sta per sospendere ogni accordo, vuole realmente dire questo?” chiede Buttu, mettendo in evidenza il fatto che la maggior parte degli accordi tra le due parti è all’interno del quadro in cui Israele “concede” benefici all’ANP.

Cose come la distribuzione dell’acqua, come il controllo da parte dell’ANP delle aree A e B, come il rilascio di passaporti. Sono tutte cose che l’occupante attualmente “concede” all’occupato. Vuole sacrificare tutto questo? Non lo credo,” dice Buttu. Una delle poche cose che l’ANP “concede” a Israele e su cui può far leva è la sua collaborazione per la sicurezza con le autorità israeliane.

Se Abu Mazen sta dicendo che sta per interrompere la collaborazione per la sicurezza, la domanda che mi resta è: lo dici sul serio?” chiede Buttu. “Tutte le volte che ne ha parlato in precedenza, non lo ha mai realmente fatto.”

In fin dei conti, indipendentemente da quante sferzanti dichiarazioni o minacce escono dalla bocca di Abbas, rimane lo stesso problema.

Non è mai chiaro,” afferma Buttu. “Tutto quello che ha sempre detto è che sta per sospendere gli accordi, ma non spiega mai i passi successivi che si stanno per fare. Le sue affermazioni devono essere seguite da fatti, e lui non lo fa mai.”

Se vuoi uccidere qualcuno, forma una commissione”

L’idea di Abbas riguardo al “prossimo passo” nella sospensione del processo, come ha affermato nel suo discorso di giovedì, era di formare una commissione per discutere possibili piani di azione.

Dichiariamo la decisione della dirigenza di smettere di lavorare in base agli accordi firmati con la controparte israeliana e di iniziare a predisporre meccanismi – a cominciare da domani – per formare una commissione per mettere in pratica ciò in accordo con le decisioni del Consiglio Centrale Palestinese,” ha sostenuto alla conclusione del discorso.

L’attivista palestinese e direttore di “BADIL”, il Centro delle Risorse per la Residenza dei Palestinesi e i Diritti dei Rifugiati, Nidal al-Azza, dice a Mondoweiss che l’idea di Abbas di formare una commissione è stata uno dei principali segnali d’allarme e segno rivelatore che non ha intenzione di prendere reali iniziative per appoggiare le sue dichiarazioni.

Oltre a non specificare quali accordi intenda sospendere, secondo al-Azza la concreta applicazione dell’ambigua decisione di Abbas è subordinata a “questa misteriosa commissione”.

(La commissione) non ha una scadenza né uno specifico mandato,” nota al-Azza. “Non sappiamo se una simile commissione ha un potere vincolante o solo quello di consigliare la dirigenza palestinese.”

Sia Hawari che Buttu si sono messe a ridere per il fatto che il primo piano d’azione di Abbas sia stato la formazione di una commissione.”

Quanto tempo si suppone ci vorrà a questa commissione di attuazione?” chiede Hawari. “Abbas ha formato un sacco di commissioni che avrebbero dovuto realizzare un sacco di cose. Non ha alcun significato.”

Riferendosi a un detto comune in arabo, Buttu dice a Mondoweiss: “Se vuoi uccidere un problema, forma una commissione.”

È quello che sta facendo. Vuole dimostrare indignazione senza prendere nessuna iniziativa concreta,” afferma.

Invece di dire ‘Oslo è finito’ e cercare di trovare un altro modo per togliere di mezzo questo giogo attorno al nostro collo, invece di aderire al BDS, cercando di liberare l’economia palestinese da quella israeliana, di insistere realmente perché [Israele] debba rispondere delle sue responsabilità,” dice Buttu, “Abbas sceglie di formare una commissione.”

È tutta la solita strategia meschina nello solito gioco.”

Yumna Patel è l’inviata in Palestina di Mondoweiss.

(traduzione di Amedeo Rossi)