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Cinema palestinese: Mai Masri, pioniera su tutti i fronti

Marina Da Silva

19 settembre 2020 – Orient XXI

Pubblicato in inglese, Love and resistance in the films of Mai Masri [Amore e resistenza nei film di Mai Masri] di Victoria Brittain rende finalmente omaggio al formidabile lavoro, ininterrotto, della prima regista palestinese.

Con 3000 notti, suo primo film di finzione uscito nel 2015, in cui tratta della detenzione delle donne palestinesi in Israele, Mai Masri ottiene un clamoroso successo. Del resto la carriera della prima regista palestinese, essenzialmente costituita da documentari e da opere impegnate, non è iniziata ieri. In ‘Love and resistance in the films of Mai Masri’, (purtroppo non ancora tradotto in francese [né in italiano, ndtr.], la giornalista Victoria Brittain si lancia in un’analisi appassionata del lavoro e del percorso della regista. Pubblicato per le edizioni Palgrave Macmillan, in una collana che si occupa di illustrare il cinema del mondo arabo nel suo contesto storico, geografico e culturale, la prefazione è dedicata “agli artisti, poeti, scrittori, registi palestinesi che hanno mantenuta viva la memoria e la speranza”. L’autrice sintetizza e spiega il percorso di Mai Masri e del suo compagno di lavoro e di vita Jean Chamoun, deceduto a Beirut nel 2017. Si erano incontrati nel 1981 nella capitale libanese, appena prima dell’invasione israeliana, e non si sarebbero più lasciati, legati dal loro amore e dalla certezza del potere di trasformazione del cinema, che avrebbero messo in pratica sul campo della guerra e dell’occupazione.

Nelle prigioni israeliane

Victoria Brittain ha scelto di ripercorrere l’opera di Mai Masri in modo non esaustivo né cronologico, come se volesse coglierne immagini dense, nei suoi film e nella sua vita, che gettano luce le une sulle altre. Il primo capitolo è ampiamente dedicato a 3000 notti, al suo processo di realizzazione – girato in un carcere dismesso in Giordania – e che ha maturato in lei per una ventina d’anni, alimentato dalla sua conoscenza intima della detenzione che mutila tutte le famiglie palestinesi, e che è una metafora dell’occupazione.

Quando era tornata a Nablus per filmare la prima intifada era già stata colpita dalla storia di una donna che aveva partorito in prigione, ammanettata e circondata da soldati, che si sarebbe incarnata nella figura di Layal, la protagonista: “Nel 2015, quando è stato realizzato il film, nelle prigioni israeliane si trovavano 6000 palestinesi, uomini, donne e minori. È la storia di una di loro.” Il film si avvale anche della sua relazione di vicinanza con ex detenute, tra cui Kifah Afifi o Soha Bechara, rinchiuse nel sinistro campo di tortura di Khyam nel sud del Libano. Mai Masri tornerà a girare con loro dopo la liberazione del sud del Libano, nel 2000 (Donne oltre la frontiera), conservando per sempre, contro l’oblio, le immagini e la memoria del campo che sarebbe stato distrutto dall’esercito israeliano durante l’invasione del 2006.

Donne e bambini in prima linea

Il capitolo intitolato “Gli israeliani e la mia casa – Nablus e Shatila: Sotto le macerie (1983); I bambini del fuoco (1990)” lega tra loro due opere a prescindere dalla data della loro realizzazione. La presenza di donne e bambini e la brutalità con cui vengono precipitati nella guerra sono ricorrenti nei film che spesso ha girato sotto il frastuono delle bombe e vivendo lei stessa le peggiori situazioni di esposizione al pericolo.

Che si tratti della Palestina occupata o dei campi dei rifugiati, non smette di mostrare il loro destino comune: in “Tortura e amore nel sud del Libano: Fiori selvatici donne del sud del Libano, 1986; Donne oltre le frontiere, 2004”, dove si ascolta Kifah Afifi rievocare la brutalità del campo di Khyam: “Sono morta cento volte ogni giorno in quella cella”, e Soha Bechara, che ha messo in gioco la propria vita per la liberazione del suo Paese, ripetere: “Non dimentichiamo la Palestina”.

La Linea Verde: la generazione della guerra – Beirut (1989)” documenta più da vicino la guerra civile libanese e gli scontri fratricidi al di là della linea di confine est-ovest della capitale, considerato “uno dei film contro la guerra più potenti del cinema arabo”, secondo il quotidiano L’Orient le jour.

Gli scomparsi della guerra civile libanese

Con “Gli scomparsi: Sogni sospesi (1992); Lanterne di memoria (2009)” entrano nell’obbiettivo della cinepresa i 17.000 scomparsi della guerra civile. A 25 anni di distanza i film testimoniano il lavoro accanito delle famiglie per ritrovare i loro cari. Wadad Hilwani, uno dei personaggi di Sogni sospesi, alla ricerca del suo sposo, crea insieme ad altri una dinamica che si ispira alla “lezione dell’Argentina, dove le madri di Plaza de Mayo hanno costretto il governo a rivelare ciò che sapeva.” La costruzione di questo processo politico di rivendicazione delle famiglie finirà per costringere a sua volta lo Stato libanese a porre la questione all’interno dell’agenda politica del Paese.

Lanterne di memoria è dedicato più specificamente al ritorno in Libano di Samir Qantar, militante del Fronte per la Liberazione della Palestina, liberato nel 2008 nel quadro di uno scambio di prigionieri negoziato da Hezbollah. Prigioniero per 27 anni, è accolto come un eroe nazionale. Verrà assassinato dagli israeliani durante un raid in Siria nel 2015.

La Palestina nei campi

In “La mia Palestina: I ragazzi di Shatila (1998)” Victoria Brittain spiega che Mai Masri indulge sul campo profughi palestinese più emblematico, presso il quale viveva, con l’obbiettivo di riferirsi ai massacri che vi furono commessi nel settembre 1982. Con tenacia, e il più delle volte con la complicità di Jean Chamoun, la regista esplora la memoria storica personale e collettiva dei palestinesi, la collega al presente, rifiuta di rinunciare al sogno e alla speranza del ritorno. In “E’ il mio Paese: Frontiere di sogni e di paure (2001)” accompagna nell’arco di cinque anni un percorso di incontro tra ragazzi dei campi di Shatila e di Dheisheh, vicino a Betlemme, descrivendo i legami che riescono a tessere al di là delle frontiere.

Contro la negazione e l’oblio

C’è poi “Museo della memoria: Diari di Beirut” (2006) sulla morte di Rafik Hariri; “Lasciate che gli arabi vedano: 33 giorni” (2007), sulla guerra del 2006. Mai Masri è dovunque, in tutti i momenti forti, quelli chiari e quelli bui. Farà anche il ritratto di Hanan Ashrawi, scrive l’autrice in “Andando avanti: Hanan Ashrawi – una donna del suo tempo (1995)”. Racconta non solo la storia delle persone, ma dà loro un volto e ci fa entrare in relazione con loro. Registra tutte le lotte, in Palestina e in Libano, accompagna una nuova generazione che lotta in continuità con coloro che hanno conosciuto il trauma del 1948, inventando forme artistiche per “prendere il controllo della narrazione”, contro la narrativa che nega la loro esistenza.

Nella sua conclusione Victoria Brittain mostra come, al di là di tutte le vicende di distruzione, violenza e tortura, Mai Masri si sia sempre sforzata di individuare i momenti di vita e di resistenza. “I suoi film sono l’antitesi degli stereotipi che disumanizzano e tolgono i loro diritti ai palestinesi”. Ciò rende uniche le sue immagini che, lungi dalla disperazione e dall’afflizione, si ostinano a cercare, anche nella più grande sofferenza, l’amore e la bellezza. In questo, dice Victoria Brittain, “lei non documenta solo ciò che viene fatto subire ai palestinesi dal 1948, ma mostra chi sono veramente.”

Marina Da Silva

Giornalista e militante di base.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




La bomba Peter Beinart: “Non credo più in uno Stato ebraico”

Sylvain Cypel

24 luglio 2020 – Orient XXI

È una bomba che l’accademico americano Peter Beinart ha lanciato all’inizio di luglio nel suo ambiente intellettuale ed affettivo con la pubblicazione uno dopo l’altro di due articoli nei quali mette in discussione l’esistenza stessa dello Stato di Israele. “Yavneh: A Jewish Case for Equality in Israel-Palestine” (Yavneh: un appello ebraico per l’uguaglianza in Israele – Palestina) è comparso il 7 luglio nel trimestrale progressista Jewish Currents, di cui Beinart è redattore capo. Il secondo, sotto il titolo più provocatorio “I No Longer Believe in a Jewish State” (Non credo più in uno Stato Ebraico), è uscito il giorno dopo sul New York Times.

Fortemente impregnato di cultura ebraica, osservante senza essere praticante, Peter Beinart (49 anni) è politologo, docente alla City University di New York. È anche giornalista, collaboratore fisso del mensile the Atlantic [rivista progressista USA di cultura, letteratura, politica estera, salute, economia, tecnologia e scienza politica, ndtr.] e del quotidiano ebraico di New York The Forward [storico giornale della comunità ebraica USA, ndtr.]. Si definisce da sempre sionista progressista (“liberal”). Nel suo articolo sul New York Times si rivolge direttamente a quelli che hanno la sua stessa affiliazione sionista, alla quale intende essere fedele, per dire a loro di aver aderito con entusiasmo all’idea degli accordi di Oslo, firmati nel 1993, quella dei due Stati per due popoli che vivessero in pace uno di fianco all’altro. Così, scrive, si poteva continuare ad essere “al contempo progressisti e sostenitori di uno Stato ebraico.” Ma “gli avvenimenti (che hanno fatto seguito ad Oslo) hanno spento questa speranza.” Non possiamo esimerci dal constatare che “nella pratica, Israele ha già annesso la Cisgiordania da molto tempo.” Quanto alla possibilità di due Stati sovrani separati, essa è svanita (è divenuta, precisa in un altro articolo, un “mascheramento” per meglio inasprire la spoliazione dei palestinesi occupati. Noi ebrei progressisti dobbiamo affrontare questa realtà e “deciderci”. Quanto a lui, la questione è risolta: bisogna, conclude, “sposare l’obiettivo non dei due Stati, ma quello dell’uguaglianza dei diritti per gli ebrei ed i palestinesi” che abitano questa stessa terra.

Israele, uno Stato intrinsecamente segregazionista

Sul piano politico questa uguaglianza, secondo lui, può prendere la forma di uno Stato unico con diritti uguali per tutti – un uomo, una donna, un voto -, oppure di una “confederazione di due Stati profondamente integrati” tra loro. In questi due casi, continua, Israele smetterà di essere uno Stato ebraico. A quelli che pretendono nel migliore dei casi che sia un utopista, e nel peggiore un traditore della causa sionista, Beinart ribatte in anticipo che in primo luogo Israele è già di fatto uno Stato binazionale, dove una nazione ne domina un’altra. E in secondo luogo che “la soluzione dell’uguaglianza dei diritti è diventata più realista di quella della separazione” dati gli sviluppi sul terreno, dove le due popolazioni vivono sempre più interconnesse, mentre ogni giorno tra loro si rafforza la segregazione. In breve, dato che lo Stato ebraico non potrà più essere altro che quello che è diventato, uno Stato intrinsecamente segregazionista, ritiene che sia venuto il momento di trarne le conseguenze: questo Stato non ha più un futuro, almeno un futuro degno di essere appoggiato.

Quale sarebbe pertanto il futuro politico degli ebrei su questa terra comune agli israeliani e ai palestinesi? In subordine, come rimanere sionisti rinunciando nel contempo allo Stato ebraico? Beinart tenta di rispondere più nel dettaglio a queste domande nell’altro articolo, più lungo e più intimo. Il nocciolo della sua risposta risiede in un’idea…a dir poco bizzarra: “L’essenza del sionismo, proclama, non è di costruire uno Stato ebraico sulla Terra d’Israele, ma di crearvi un focolare ebraico.” D’altra parte “i primi sionisti si preoccupavano, innanzitutto, di creare un posto che servisse come rifugio e un luogo di rivitalizzazione” dell’ebraismo, non uno Stato.

Egli fa appello ai mani di Ahad Haam (Asher Ginsburg), uno dei primi sionisti che, contro il fondatore del movimento Théodor Herzl, alla fine del XIX secolo sostenne la creazione non di uno Stato ebraico, ma di un centro culturale sulla terra d’Israele che costituisse essenzialmente un polo spirituale per gli ebrei di tutto il mondo. Ahad Haam criticò anche l’atteggiamento dei primi coloni ebrei in Palestina nei confronti della popolazione locale.

Beinart fa anche riferimento a Martin Buber, filosofo ebreo tedesco sionista che negli anni ’30 propugnava l’edificazione di uno Stato binazionale di ebrei e arabi palestinesi insieme. Promuovere l’uguaglianza tra ebrei israeliani e arabi palestinesi “non vuol dire necessariamente abbandonare il sionismo”, ma solo l’idea di uno Stato ebraico, sostiene Beinart. Meglio: sarebbe tornare in qualche modo a un sionismo originario. Preservare il futuro degli ebrei israeliani passerebbe per l’abbandono di un Stato ebraico a beneficio di uno Stato binazionale (o di una confederazione) in cui gli ebrei non avrebbero più a disposizione un loro Stato, ma un “focolare” culturale che potrebbero sviluppare in pace.

L’uguaglianza e la parità al cuore del progetto

Nell’immediato, è improbabile che l’argomento della preservazione del sionismo convinca i sionisti contemporanei, e neppure i palestinesi, in primo luogo perché il libro fondatore del sionismo non si intitola “Il focolare ebraico”, né “Il centro spirituale ebraico”, ma piuttosto “Lo Stato ebraico”, e che non si tratta di un equivoco. Inoltre perché i pensatori a cui Beinart fa riferimento rimasero entrambi estremamente marginali in seno al sionismo. Infine, e soprattutto, perché si può difficilmente cancellare più di un secolo di storia del sionismo “reale”, che ha costantemente mostrato che intendeva erigere uno Stato etnico ebraico a danno della popolazione autoctona della Palestina.

Ma in fondo la questione che sembra assillare Beinart, cioè la conservazione della legittimità iniziale del sionismo, non ha nessuna importanza pratica per l’oggetto stesso del suo articolo, perché l’essenziale è che egli colloca al centro delle sue preoccupazioni le nozioni di uguaglianza, di parità tra di due protagonisti del conflitto, gli ebrei israeliani e i palestinesi. Si può condividere o essere in disaccordo con la prospettiva di uno Stato in comune evocata da Beinart, o anche considerarla possibile ma irrealistica nell’immediato. In ogni caso, non si può eludere la questione della necessaria uguaglianza “in dignità e diritti”, come dice la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dei palestinesi con i loro oppressori. Ponendo questo presupposto come la chiave per la fine del conflitto, Beinart ammette di giungere a una rottura radicale con lo Stato d’Israele e la sua politica segregazionista, e chiede ai suoi lettori di portare fino in fondo questa rottura insieme a lui.

Ciò che è necessario, ritiene, è uscire dalla trappola infernale che blocca ogni sviluppo della situazione. Perché, secondo lui, l’apparente status quo attuale porta al peggio, cioè all’esasperazione di una tendenza israeliana il cui vero obiettivo mira a una nuova “espulsione massiccia” dei palestinesi. L’annessione di una grande parte della Cisgiordania prevista da Israele, scrive, “non è la fine del viaggio. Non è che una stazione lungo la via che porta all’inferno.”

Una legge del ritorno per gli ebrei e i palestinesi

A partire da qui Beinart propone di promuovere lo Stato binazionale come unica opzione, innanzitutto perché una simile prospettiva, l’idea dell’uguaglianza, porta a pensare al suo contenuto. Così, a differenza del Sudafrica del dopo apartheid, l’uguaglianza dei cittadini in uno Stato comune tra palestinesi e israeliani dovrà non solo proteggere i diritti individuali di ognuno, ma anche i diritti nazionali delle due popolazioni. Beinart immagina una legge del ritorno che, contrariamente a quella che attualmente esiste in Israele a favore esclusivo degli ebrei, riguarderebbe sia gli ebrei che i palestinesi della diaspora, come l’aveva immaginata a suo tempo l’intellettuale palestinese Edward Said, E ne conclude:

Dopo generazioni, gli ebrei hanno concepito lo Stato ebraico come un tikun (il termine, di origine biblica, significa “riparazione”), un rimedio, un mezzo per superare l’eredità del genocidio. Ma ciò non ha funzionato. Per giustificare l’oppressione dei palestinesi da parte nostra, l’idea di uno Stato ebraico ha richiesto che vedessimo in loro dei nazisti (…) Il vero tikun risiede nell’uguaglianza, in un focolare ebraico che sia anche un focolare palestinese. Solo aiutando i palestinesi ad avere accesso alla libertà noi ci libereremo del peso del genocidio.”

E sogna, in uno Stato comune, un “museo della Nakba [la “Catastrofe”, la pulizia etnica che ha cacciato buona parte della popolazione palestinese dall’attuale territorio dello Stato di Israele, ndtr.]” che sarebbe costruito sul luogo che ospita il cimitero di Deir Yassin, luogo simbolo di un massacro commesso nel 1948 dalle forze israeliane. Deir Yassin, villaggio raso al suolo diventato il quartiere ebraico di Kfar Shaul, si trova solo a 1,5 km dallo Yad Vashem, il museo memoriale della Shoah.

Sviluppando questa visione, Beinart aderisce a quella di Avraham Burg, ex-presidente del parlamento israeliano e dell’Organizzazione Sionista Mondiale che, dopo il fallimento dei negoziati di Camp David nel luglio 2000, ha progressivamente cambiato opinione a favore di un abbandono delle basi ideologiche del sionismo, sostenendo l’idea che uno Stato ebraico porterà alla rovina gli israeliani ebrei “chiusi in un ghetto sionista”, in quanto questo Stato strumentalizza il passato degli ebrei per meglio imporre ai palestinesi un regime di ingiustizia permanente.

Beinart aderisce soprattutto alle idee del grande storico anglo-americano Tony Judt, che nel 2003 aveva suscitato negli Stati Uniti una clamorosa polemica interrogandosi sulla possibilità di uno Stato unico comune degli ebrei israeliani e dei palestinesi, cioè un futuro in cui non ci sarebbe più posto per uno Stato ebraico. Riservando solo ai cittadini ebrei una serie di diritti, l’idea stessa di uno Stato ebraico, riteneva, era “ancorata ad un altro tempo”, quello di un nazionalismo su base etnica. Quindi la società israeliana non poteva che sprofondare in una chiusura criminale senza futuro. In conclusione Israele “è diventato oggi dannoso per gli ebrei.”

La sua posizione appoggia una campagna antisemita”

Diciassette anni fa Judt era stato oggetto di una virulenta campagna da parte delle istituzioni ebraiche americane, che intendevano rendere illegittima la sua voce. Nonostante il sostegno della New York Review of Books [prestigiosa rivista culturale statunitense, ndtr.], si era ritrovato molto isolato. Oggi gli articoli di Peter Beinart sono stati accolti nella comunità ebraica e fuori da essa in modo molto diverso. Da questo punto di vista sono sintomatici dell’evoluzione in atto negli Stati Uniti.

In Israele gli articoli di Beinart sono stati nel complesso ignorati (e in Francia ancor di più). Sul quotidiano Haaretz [principale quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] Gideon Levy, anche lui sostenitore di uno Stato binazionale, l’ha calorosamente applaudito: finalmente, scrive, “Beinart ha visto la luce.” Il suo collega Anshel Pfeffer, al contrario, respinge la “realtà pratica” della sua visione, sia per gli ebrei israeliani che per i palestinesi. Beinart, sostiene, non vive dove succedono le cose, ma in un ambiente di intellettuali palestinesi e israeliani emigrati negli Stati Uniti. Su Yedioth Aharonoth, il principale quotidiano israeliano, Dror Yemini scrive: “Negare agli ebrei il diritto di possedere un focolare nazionale è antisemita. Beinart non è antisemita. Le sue intenzioni sono diverse, ma la sua posizione sostiene una campagna antisemita.” Un classico…

Al contrario negli Stati Uniti gli articoli sono stati molto discussi, provocando reazioni spesso prevedibili. Alan Dershowitz, l’“avvocato” compulsivo di Israele in ogni circostanza, ha ovviamente evocato una “soluzione finale alla Beinart”. Ma in un tweet l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale di Barak Obama, Ben Rhodes, ha lodato il suo “coraggio” e la sua “riflessione”. E Rob Eshman, editore di The Forward, il sito quotidiano ebraico di New York, il giorno dopo è andato oltre: “Che ci piaccia o meno, Peter Beinart descrive la realtà.”

Lo status quo è inaccettabile”

Sul Los Angeles Times l’editorialista Nicholas Goldberg fornisce una chiave di lettura delle molteplici reazioni registrate: “Alcuni diranno che Beinart tradisce il sionismo e mette in pericolo gli ebrei, altri che propone la sola alternativa etica, moderna ed ugualitaria a un secolo di nazionalismi falliti. Molti preferiranno rilanciare l’opzione dei due Stati. Io faccio parte di quest’ultima categoria. Ma il cambiamento di opinione di Beinart, benché provocatorio, è stimolante. Ci ricorda che lo status quo è inaccettabile.”

Questa reazione è sintomatica del cambiamento epocale a cui si assiste negli Stati Uniti. A differenza del fiume di ingiurie che ha subito Judt 17 anni fa, l’idea di una vita di ebrei e palestinesi in uno Stato comune è ammessa da molti come legittima. Certo, su questo punto Pfeffer ha ragione: senza dubbio ciò è più vero negli ambienti accademici che in quelli politici, così come il sostegno al boicottaggio di Israele è più diffuso nei campus americani che altrove. Ma, fino a nuovo ordine, è proprio in quegli ambienti che in genere nascono le idee nuove. E la legittimità delle idee professate da Beinart è significativa del processo di delegittimazione che riguarda ormai lo Stato d’Israele negli Stati Uniti in circoli che non smettono di allargarsi – in primo luogo nel cuore stesso dell’ebraismo americano.

Sylvain Cypel

È stato membro del comitato di redazione di Le Monde, e in precedenza direttore di redazione del Courrier international [settimanale francese simile a Internazionale, ndtr.]. È autore di Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse [I murati vivi. La società israeliana in un vicolo cieco] (La Découverte, 2006) e di L’État d’Israël contre les Juifs [Lo Stato d’Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




La terra, radice della narrazione nazionale israeliana

Mehdi Belmecheri-Rozental

26 maggio 2020 – Orient XXI

Per lo Stato israeliano la storia palestinese non può esistere, perché perturberebbe la narrazione nazionale, basata sulla continuità storica dai tempi biblici alla fondazione di Israele. In nome di questo rapporto con la terra che sarebbe esclusivo, la politica israeliana fa di tutto per spogliare la memoria palestinese delle sue tradizioni e della sua cultura.

Ogni Nazione ha i suoi miti fondatori, scrive un’autorappresentazione nazionale al servizio dei propri interessi. Per la giovane Nazione israeliana una frase serve da matrice per la costruzione di questo immaginario: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Questa affermazione più volte smentita definisce ancor oggi la strategia israeliana per costruire la propria narrazione nazionale e dimostrare la legittimità di Israele su questa terra. Come diceva nel 1998 Ariel Sharon: “Tutti si devono muovere, correre a impossessarsi di quante più colline possibile per ingrandire le colonie, perché tutto quello che prenderemo rimarrà nostro”. La colonizzazione è, in effetti, una delle linee guida di tutti i governi che da decenni si sono succeduti alla testa del Paese.

Per Israele la posta in gioco non è solamente conquistare ettari di terreno in più, ma anche iscrivere la propria presenza su questa terra all’interno di una lunga storia. Nei territori palestinesi occupati come dall’altra parte del muro di separazione, ieri come oggi sono visibili le tracce di questa lotta per affermarsi come padrone della terra.

Non è facile sradicare la presenza di un popolo. Nel 1948, quando venne creato Israele, centinaia di migliaia di palestinesi abbandonarono in tutta fretta i loro villaggi per sfuggire alle milizie sioniste e all’esercito israeliano. Quest’ultimo fu il primo a utilizzare il termine “Nakba” (catastrofe) minacciando quei contadini in un volantino: “Se volete sfuggire alla Nakba, evitare il disastro, un inesorabile sterminio, arrendetevi.” Tuttavia questo termine è diventato un tabù nella società israeliana. La Nakba la ossessiona perché il suo ricordo scrosta la vernice israeliana. Se Israele riconoscesse di aver espulso con la violenza 800.000 palestinesi, confesserebbe la legittimità del diritto al ritorno dei loro discendenti. Come spiega il ricercatore Thomas Vescovi, l’idea “che al momento della creazione del Paese i suoi combattenti non siano stati vittime ma carnefici rovinerebbe la ‘purezza delle armi’, di cui si fregia l’esercito detto ‘di difesa’ di Israele.” È in questa prospettiva che Israele ha lavorato per cancellare la storia palestinese, per meglio riscrivere la propria.

Un villaggio nascosto sotto i cactus e i pini

A nord di Nazareth Emad mi accompagna sulle rovine del villaggio di Saffuriyya. Vi si reca regolarmente con i giovani palestinesi che vivono in Israele. Il suo obiettivo è di non lasciare che Israele soffochi il ricordo di questi luoghi. David Ben Gurion aveva detto: “Dobbiamo fare di tutto per assicurarci che i palestinesi non tornino più, i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno.”

Emad cerca di lottare contro questa cancellazione delle tracce della vita dei palestinesi. Girando per questi luoghi è difficile vedere i resti di questo villaggio. Ma Emad, grazie alle ricerche fatte e a numerosi documenti, racconta la sua storia. Davanti a un campo di cactus e a un bosco di pini ci spiega che sono stati piantati dagli israeliani per far sparire le tracce del villaggio, una pratica frequente in Israele. Un po’ più lontano, sulla cima di una collina, come per nascondere per sempre nella loro ombra i ruderi palestinesi, sono stati costruiti dei villaggi israeliani: Tzippori, ha-Solelim, Allon ha -Galil Hosha’aya.

E il villaggio di Saffuriyya non è affatto l’unico. Se Amadou Hampâté Bâ sosteneva che “in Africa quando muore un anziano è una biblioteca che brucia”, il motto si ripete in Palestina. Il villaggio di Lifta è uno dei pochissimi che non sia stato distrutto o nascosto, anche se il luogo è molto degradato. Yacoub è la memoria dei luoghi. Nel corso della visita alle rovine del villaggio mostra e parla con nostalgia dei forni tradizionali in cui sua madre faceva cuocere il pane. Questa terra che li ha nutriti è oggi minacciata di distruzione dalla vicina autostrada e dai programmi immobiliari in progetto che fioriscono nel quadro della colonizzazione di Gerusalemme.

In territorio israeliano ci sono centinaia di villaggi distrutti. L’Ong israeliana “Decolonizer”, fondata da due antropologi, ha creato una mappa che censisce tutte le località palestinesi demoliti dal XIX secolo fino ai giorni nostri, così come i villaggi palestinesi minacciati di distruzione. Questa mappa è un prezioso strumento di memoria contro i progetti dello Stato israeliano che si impegna a cancellare la storia palestinese per radicare meglio la propria storia in quelle terre.

In questo progetto Israele ridisegna anche i paesaggi, sradicando gli alberi che segnano una presenza storica palestinese e piantandone altri. Nel parco Ayalon-Canada, tra Tel Aviv e Gerusalemme, le rovine di tre villaggi palestinesi, Yalou, Imwas e Beit Nouba, distrutti nel 1967, sono invisibili, coperte dagli alberi. L’antropologa Chiristine Pirinoli ha quindi fatto una ricerca su come Israele ha cancellato la Palestina trasformandone il paesaggio: “Rimboschire, disboscare, piantare e sradicare sono azioni efficaci per agire sul paesaggio e trasformarlo in modo permanente – sono i mezzi per appropriarsi dello spazio e consolidare la propria supremazia; d’altra parte l’albero è il simbolo stesso del radicamento di un popolo sulla propria terra. In questo caso è al contempo il sostegno della memoria nazionale e una garanzia dell’appropriazione di una terra contesa.” Effettivamente “da una parte, rappresentando il successo di mettere radici nell’ ‘antica patria’, garantisce una continuità simbolica tra il passato descritto nella Torah e il presente; dall’altra consente di cancellare dalla terra ogni segno della storia palestinese che rischia di minacciare la sua trasformazione in territorio nazionale ebraico.”

Scavi di dimensione ideologica

Per sostituire la propria memoria a quella palestinese Israele investe anche negli scavi archeologici. A Gerusalemme, Hebron, Sebastia, ovunque Israele perfora e scava il terreno. Per affermarsi come proprietario legittimo di questa terra lo Stato israeliano intraprende o appoggia degli scavi archeologici per dimostrare una continuità storica tra il passato dei libri sacri e la sua creazione. Qualche anno fa il primo ministro Benjamin Netanyahu ha sostenuto che “Israele non occupa una terra straniera: l’archeologia, la storia e il buon senso dimostrano che noi abbiamo dei legami particolari con questo territorio da più di tremila anni.” Dall’inizio dell’occupazione di Gaza e della Cisgiordania, nel 1967, Israele ha realizzato degli scavi totalmente illegali nei territori palestinesi occupati.

A Gerusalemme gli scavi sono ampiamente visibili nella Città Vecchia, ma anche fuori dalle sue mura. Mahmoud, membro della comunità africana a Gerusalemme, una piccola comunità di musulmani originari del Senegal, del Ciad e del Niger che vive qui da parecchi secoli, è una delle memorie storiche della città. Guidandomi per le strade di Gerusalemme parla degli scavi archeologici di Israele nella Città Vecchia. Spiega che nel 1967, all’indomani della guerra dei Sei Giorni, Israele si è affrettato a radere al suolo il quartiere Harat al-Magharba (quartiere dei maghrebini). Esso si trovava ai piedi del Muro del Pianto. Vi risiedevano centinaia di abitanti e vennero distrutti edifici storici, costruiti in epoca ayyubide [dinastia curdo-musulmana fondata dal Saladino e durata dal 1174 al 1250, ndtr.].

Arrivando sulla spianata che si trova davanti al muro è impossibile immaginare che abbia preso il posto di un quartiere arabo raso al suolo. In compenso sono visibili grandi scavi. Sono stati intrapresi sotto la Spianata delle Moschee, con il rischio di indebolire le fondamenta su cui si trovano la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia. Questi lavori hanno come scopo ritrovare le tracce del tempio di Erode e di affermare la legittimità di Israele su questo spazio sacro. Nella società israeliana molte voci reclamano la ricostruzione del tempio e quindi la distruzione delle due moschee.

Nel 2016 l’Unesco ha adottato una risoluzione contro la politica israeliana in questi luoghi che appartengono al patrimonio dell’umanità. All’esterno delle mura della Città Vecchia, nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme est, anche una Ong sionista, Elad, scava per trovare l’originaria città di David. Gli scavi hanno danneggiato numerose case palestinesi in un quartiere che subisce la colonizzazione israeliana.

Dal 1967, nella più totale illegalità rispetto al diritto internazionale, sono stati realizzati da parte del governo o di Ong israeliane centinaia di scavi nei territori occupati. A Sebastia, per esempio, il villaggio è minacciato dagli scavi archeologici che intendono dimostrare che questo territorio è il sito della Samaria biblica. Di fronte alla forza militare israeliana gli abitanti del villaggio, come nel resto dei territori palestinesi occupati, hanno difficoltà a lottare contro questo fenomeno.

A Hebron si riscontra lo stesso processo attorno alla Tomba dei Patriarchi, dove i coloni portano avanti degli scavi per dimostrare in base ai racconti biblici la legittimità della loro presenza, cacciando al contempo i palestinesi dalle loro case con la violenza. La narrazione nazionale israeliana si costruisce con i bulldozer e distrugge ogni altra memoria che la potrebbe ostacolare.

La cucina come rapporto con la terra

Per inserirsi al meglio in questo spazio millenario, Israele non esita neppure ad appropriarsi della cucina palestinese. Nel campo di rifugiati di Ein El-Sultan, limitrofo a Gerico, Khader, un abitante del campo, invita a condividere una scodella di hummus e un piatto di dajaj mahlous a base di pollo, riso e sumac, una spezia acidula coltivata soprattutto nei dintorni di Jenin, nel nord della Cisgiordania. Evoca una cultura gastronomica palestinese di “condivisione e convivialità”, tradizione venuta “dalle nostre campagne”. Khader si indigna quando evoca le vicine colonie “che ci rubano le terre, l’acqua e gli alberi.” Gerico si trova alle porte della valle del Giordano, di cui Israele prepara l’annessione. Questa valle è la zona più fertile della Palestina e l’86% dei terreni agricoli è stato rubato dai coloni israeliani, che si impossessano dei frutti di questa terra etichettandoli come “prodotti in Israele”. E questa appropriazione delle coltivazioni arriva fin nel piatto.

Nelle strade di Tel Aviv è frequente trovare ristoranti che cucinano questi piatti palestinesi con l’etichetta di “cucina israeliana”. Per Israele l’appropriazione culinaria dei piatti della Palestina e dei Paesi vicini si iscrive nella ricerca della stesura della propria narrazione nazionale, con l’eredità gastronomica a segnare il rapporto agricolo con questa terra. Rania, cuoca palestinese, spiega che “è una strategia israeliana molto aggressiva. È pura propaganda, il tentativo di ridefinirsi positivamente attraverso il cibo. […] È così che per un mese su una rete nazionale il pubblico francese si è beccato la promozione della “gastronomia israeliana” attraverso la trasmissione condotta dallo chef Cyrill Lignac: “Uno chef in Israele.”

Di fronte a questa situazione i palestinesi contrattaccano. Rania ha deciso di aprire un centro culturale, “ARDI”, per farne l’“incrocio di tutte le nostre eccellenze, che siano gastronomiche o artistiche. Un luogo per degustare un piatto tradizionale palestinese, rifornirsi di spezie palestinesi o orientali […] ARDI mi permette anche di mantenere un legame concreto con la Palestina e di sviluppare dei progetti con le donne di laggiù: la mia grafica è una giovane palestinese di Ramallah, le spezie saranno prodotte da cooperative di donne ed è in corso una collaborazione con le fabbriche di ceramica.” Così vengono diffuse forme di resistenza per difendere le radici dei palestinesi in questa terra.

Israele impone quindi con la forza la sua volontà di radicare la propria Nazione a spese di ogni altra memoria e cultura, dissoda questa terra patrimonio dell’umanità e del popolo palestinese per farne scomparire i semi e insediarvisi meglio. Ma costruire un Paese e unire una Nazione su un immaginario riduttivo sacrificando la memoria dell’Altro non è un simbolo di un nazionalismo disgustoso, origine di troppi conflitti?

Mehdi Belmecheri-Rozental

Laureato in scienze sociali all’École des hautes études [Scuola di Studi Superiori] (EHESS), la sua tesi ha riguardato “Il video come strumento di lotta in Palestina”.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




«I palestinesi non hanno mai perso l’occasione di perdere un’occasione»?

Alain Gresh

16 marzo 2020 ORIENT XXI

La citazione è vecchia, ma è stata modificata per favorire una propaganda che addossa ai palestinesi la colpa del fallimento della pace durante questi ultimi decenni. Si era appena dopo la guerra dell’ottobre 1973 e per la prima volta si tenne una conferenza a Ginevra che coinvolse Israele, la Giordania e l’Egitto. Il Cairo, che aveva proposto di invitare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che stava per essere ammessa alle Nazioni Unite come osservatore, si vide opporre un veto israeliano.

Fu in seguito al fallimento di questa conferenza che Abba Eban, allora rappresentante di Israele alle Nazioni Unite, pronunciò questa frase destinata ad essere infinite volte ripetuta e rivolta contro i palestinesi: “Gli arabi non perdono mai l’occasione di perdere un’occasione”, accusa ripresa in occasione del rifiuto dei palestinesi del piano di Trump, che avalla l’annessione da parte di Israele di un terzo della Cisgiordania e di Gerusalemme e la creazione di uno “Stato” palestinese senza alcuna sovranità.

Questa narrazione corrisponde alla realtà? Nel 1982 la Lega Araba riunì i suoi vertici a Fèz: per la prima volta il mondo arabo adottò collettivamente un progetto di pace globale che avrebbe visto riconosciuto il diritto di “tutti gli Stati della regione a vivere in pace”, in cambio della creazione di uno Stato palestinese. Iniziativa storica accettata dall’OLP, respinta da Israele al momento stesso in cui l’insieme del mondo arabo si dichiarava pronto a riconoscerlo.

In seguito alla guerra condotta contro l’Iraq (dopo l’invasione del Kuwait da parte di questo Paese), il 30 ottobre 1991 il presidente George H. Bush presentò un piano di pace e convocò, insieme all’agonizzante URSS, una conferenza a Madrid. Il Primo Ministro israeliano non volle parteciparvi: per una volta Washington torse il braccio a Israele e lo costrinse, sotto minaccia di sanzioni economiche, ad andarci. Ma il veto israeliano contro la presenza dell’OLP fu mantenuto.

Negoziare finalmente con l’OLP

Alla fine Israele negoziò segretamente con l’OLP e nel settembre 1993 firmò insieme ad essa gli Accordi di Oslo. Il loro carattere iniquo saltava agli occhi: l’OLP riconosceva ufficialmente Israele, il quale in cambio si limitava a riconoscere….l’OLP. Tuttavia i palestinesi fecero la scommessa della pace. Speravano che l’autonomia che veniva loro concessa avrebbe portato alla creazione di uno Stato.

Ma l’applicazione degli accordi si procrastinava, mentre la costruzione delle colonie accelerava. Nel settembre 1995, intervenendo al parlamento israeliano, il Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin precisò le rivendicazioni del suo Paese:

  • annessione di Gerusalemme e di molte colonie, cioè circa il 15% del territorio della Cisgiordania;
  • creazione del confine di sicurezza di Israele sul fiume Giordano

Un’altra volta, Israele perdeva un’occasione di pace!

Come noto, l’impasse degli accordi di Oslo portò alla seconda Intifada nel contesto di una rinnovata violenza. Per uscirne, il 27 e 28 marzo 2002 si tenne a Beirut un vertice della Lega Araba. Esso propose, con l’avallo dell’OLP, di considerare che il conflitto con Israele fosse terminato e di stabilire delle “normali relazioni con Israele” a tre condizioni:

  • il ritiro totale di Israele dai territori occupati nel 1967;
  • la creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale;
  • una soluzione giusta” del problema dei rifugiati.

Nuovo rifiuto israeliano.

La situazione nei territori [palestinesi] occupati si deteriorò, con una repressione israeliana senza precedenti e sanguinosi attentati palestinesi. Fu in questo contesto che il 30 aprile 2003 il Quartetto – composto da Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite – adottò una “road map”. Non era un nuovo piano di pace, bensì un quadro che fissava dei parametri e un calendario per favorire i negoziati e la loro applicazione. L’OLP accettò, Israele anche, ma con così tante condizioni da svuotare la proposta di ogni senso.

Dal mese seguente il Primo Ministro Ariel Sharon pretese come requisito per i negoziati la rinuncia da parte dei palestinesi al loro “diritto al ritorno”. Il 2 febbraio 2004 annunciò la sua decisione di smantellare le colonie a Gaza e ritirarsi da quel territorio. Progresso della pace? Egli rifiutò di discutere del ritiro con l’Autorità Nazionale Palestinese – che viveva sotto blocco militare a Ramallah. I suoi consiglieri spiegarono che l’obbiettivo era di allentare la pressione internazionale per colonizzare meglio la Cisgiordania.

Chi è, alla fine, che non ha perso occasione di perdere un’occasione?

Alain Gresh

Esperto di Medio Oriente, è autore di diversi libri, tra cui ‘De quoi la Palestine est-elle le nom?” (Che cosa è ciò che si chiama Palestina?)

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Alla ricerca del “gene ebraico”

Sylvain Cypel

5 febbraio 2020 – Orient XXI

Il 5 febbraio Sylvain Cypel ha pubblicato “L’État d’Israël contre les Juifs” [Lo Stato di Israele contro gli ebrei, La Decouverte, 2020], un libro che studia l’evoluzione della società israeliana dopo due decenni. Presentiamo un’anticipazione tratta dal quarto capitolo, che riguarda “la ricerca del gene ebraico”. Quando il libro è stato scritto la Corte Suprema israeliana non aveva ancora confermato, come ha fatto lo scorso 24 gennaio, il diritto del grande rabbinato a ricorrere alla genetica per verificare l’ebraicità di una persona, cosa messa in discussione dal partito Israele Casa Nostra (estrema destra laica [che rappresenta soprattutto gli immigrati da territori dell’ex-Unione Sovietica, ndtr.]) e da alcune organizzazioni laiche.

Dietro a questa spinta per accogliere le tesi dei suprematisti bianchi, che in Israele resta limitata ai circoli colonialisti più attivi, si profila un fenomeno che è invece in forte espansione: l’idea di preservare la purezza razziale. Questa idea è evidentemente legata al desiderio profondo di stare tra noi, concepito come un vero e proprio ideale di vita. Il 9 febbraio 2016 Netanyahu ha così annunciato un “piano pluriennale per circondare Israele di recinzioni per la sicurezza.” Sapendo che questa idea avrebbe ricevuto un’accoglienza molto favorevole da parte dell’opinione pubblica, ha proseguito: “In fin dei conti lo Stato di Israele per come lo vedo io sarà totalmente recintato. Mi si dirà: insomma, cos’è che volete, proteggere la villa? La risposta è: sì. Circonderemo tutto lo Stato di Israele di barriere e recinzioni? La risposta è: sì. Nel contesto in cui viviamo, ci dobbiamo difendere di fronte a bestie selvagge.” La metafora della “villa nella giungla”, di un Israele unico Stato civilizzato circondato da animali selvatici, era già stata formulata dal primo ministro laburista di allora, Ehud Barak, dopo il fallimento dei negoziati di pace a Camp David nell’estate del 2000.

Sposare una norvegese?

Questa concezione è alla base del ripiegamento su se stessi che esclude la presenza dell’altro. Può portare a tendenze razzializzanti desunte da motivi diversi dal solo bisogno di sicurezza e che sono, per lo più, di ispirazione religiosa e ancor più derivano dall’intreccio tra misticismo e nazionalismo. Nella religione ebraica, per come viene praticata in Israele, dove un rabbinato molto tradizionalista si è visto concedere dai pubblici poteri la gestione di tutta la vita familiare (nascita, matrimonio, divorzio, morte, ecc.) e dove il matrimonio civile è legalmente sconosciuto, i “matrimoni misti”, cioè le unioni tra ebrei e non ebrei, sono impossibili.

Questo rifiuto, inizialmente di carattere teologico, spesso va ad aggiungersi a espressioni più o meno accentuate di razzismo. Così, quando nel gennaio 2014 venne resa pubblica la relazione che Yair Netanyahu, figlio del primo ministro, aveva con Sandra Likanger, una studentessa norvegese, la rivelazione provocò immediatamente le reazioni estreme dei sostenitori della purezza ebraica. “Qualunque ebreo che intenda conservare le proprie radici vuole vedere il proprio figlio sposato a un’ebrea. In quanto primo ministro di Israele e del popolo ebraico (Benjamin Netanyahu) deve dar prova di responsabilità nazionale difendendo a casa propria i valori che rappresenta,” dichiarò al Jerusalem Post Nissim Ze’ev, deputato del partito ultraortodosso Shas. Questa relazione provocò problemi persino all’interno del Likud [partito di destra di Netanyahu, ndtr.]. Molti ricordarono che se, dio non voglia, il figlio del primo ministro avesse avuto dei bambini con quella norvegese, essi non sarebbero stati ebrei, dato che l’ebraicità viene trasmessa per via materna, almeno per quelli, purtroppo numerosi, che credono a queste fesserie biologico-culturali. Sarebbe stato un tradimento della razza, il dramma finale. Cosa si sarebbe detto della Norvegia se le sue autorità cristiane e i suoi parlamentari si fossero lamentati della storia sentimentale del figlio del primo ministro con una studentessa ebrea? Che sono razzisti, no?

In ogni caso non sposare un arabo

Ovviamente la questione si mette male quando un ebreo o un’ebrea intendono sposare un coniuge arabo. Il fatto che si tratti di un arabo contribuisce in Israele a rendere ancora più grave il tradimento della razza. Quando nel 2018 l’attore e cantante israeliano Tsahi Halevi ha annunciato che, dopo quattro anni di vita in comune, avrebbe celebrato il suo fittizio (in quanto proibito dalla legge) “matrimonio” con la giornalista e presentatrice della televisione Lucy Aharish, una palestinese di Israele musulmana, l’indignazione è stata molto maggiore. Il ministro degli Interni dell’epoca, Arye Dery, si è lanciato in un avvertimento. Ha dichiarato alla radio militare: “Questo matrimonio non è una buona cosa. I vostri figli avranno dei problemi riguardo al loro status”, poi ha suggerito alla signorina di convertirsi all’ebraismo. Oren Hazan, deputato del Likud, ha chiesto che lo Stato non riconoscesse le unioni tra membri di comunità diverse. “Lucy, niente di personale, ma dovresti sapere che Tsahi è mio fratello, il popolo ebraico è composto dai miei fratelli. Abbasso l’assimilazione!” ha twittato prima di accusare Halevi di “islamizzarsi”.

Altri, come il deputato Yair Lapid [leader di un partito di centro, ndtr.] o il ministro religioso Naftali Bennett [di un partito di estrema destra dei coloni, ndtr.] hanno espresso anche loro il rifiuto di questa unione. Il deputato palestinese alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr] Salman Masalha ha denunciato il “razzismo” veicolato da questi commenti e il disgusto che gli provocavano. Ha ricordato a tutti questi difensori della purezza ebraica che nei Paesi musulmani vige il divieto totale alle donne di sposare un non–musulmano e che, se ai maschi viene data l’autorizzazione, la cosa è di fatto vietata. “I Dery, Lapid e Bennett”, ha concluso, “non sono diversi” dai loro equivalenti nei Paesi musulmani.

Resta il fatto che la salvaguardia della purezza ebraica non è una questione senza conseguenze. La manifestazione più inaudita di questa ideologia nello Stato di Israele per come è diventato è l’emergere di una scuola scientifica che intende fare della “genetica ebraica” l’alfa e l’omega della giustificazione del sionismo, cioè del “diritto storico” degli ebrei a tornare alla propria terra ancestrale e del carattere unico, nel senso di eccezionale, di eletto, di questa nazione. Il 13 gennaio 2014 si tenne a Tel Aviv un simposio accademico sul tema “Ebrei e razza: genetica, storia e cultura”. I docenti universitari discussero parecchio, alcuni sostenendo l’esistenza di una “razza” ebraica, altri mostrandosi di parere radicalmente contrario. Ma anche solo il titolo degli interventi provoca un forte malessere: “Le razze hanno una storia?”, “Razza ebraica o razze ebraiche?”, “La genetica può decidere chi è ebreo?”, ecc.

L’ebraicità può essere individuata con l’analisi genetica”

Si resta un po’ sconcertati. Certo, tra gli anglosassoni, che influenzano tutta l’università israeliana, il termine “razza” ha un doppio significato: senza mettere in dubbio l’unicità della razza umana, serve anche ad indicare i gruppi umani, soprattutto in funzione del colore della loro pelle, non associarvi necessariamente una dimensione razzista. Detto ciò, che numerosi conferenzieri durante questo colloquio abbiano utilizzato l’espressione “identità razziale ebraica” ha fatto rizzare i capelli in testa a molti altri. Alla confluenza tra biologia, demografia e geografia, gli specialisti della “genetica delle popolazioni” sono l’avanguardia di questa moda. E in Israele i loro collegamenti sono sempre più attivi. Esistono istituzioni accademiche, in Israele e negli Stati Uniti, che ormai si dedicano alla ricerca del “gene ebraico”, cioè di una caratteristica genetica che non apparterrebbe che agli ebrei e che intenderebbero portare alla luce.

Per esempio, il professore americano Harry Ostrer, che dirige un laboratorio di genetica nella facoltà di medicina dell’università ebraica privata Yeshiva, a New York, nel 2012 fece scalpore con la pubblicazione di un’opera intitolata “Patrimonio. Una storia genetica del popolo ebraico”. Ostrer vi evoca quello che chiama un “fondamento genetico dell’ebraicità”. I titoli dei sei capitoli sono espliciti: il primo è “Avere l’aria da ebreo”, il secondo “Fondatori”, il terzo “Genealogie”, il quarto “Tribù”, il quinto “Caratteri” e l’ultimo inevitabilmente s’intitola “Identità”. Il libro provocò sulla New York Review of Books [importante rivista bisettimanale USA con articoli su letteratura, cultura e attualità, ndtr.] la critica di un celebre genetista di Harvard, Richard Lewontin, che lo respinse in toto.

Tuttavia il professor Ostrer ha numerosi emuli in Israele in certi circoli universitari, come alla clinica universitaria dell’ospedale Rambam di Haifa. Nel 2014 per fare un’inchiesta vi incontrai il genetista Gil Atzmon. “È dimostrato che l’ebraicità può essere identificata dall’analisi genetica, per cui la nozione di popolo ebraico è convincente”, dichiarò (come se la storia da sola non fosse sufficiente). Prudente, respingeva l’idea di “un gene ebraico distintivo”, ma, aggiunse, “ciò non significa che la scienza non lo troverà, la ricerca avanza.” In compenso, secondo lui, “i geni permettono di ricostruire in modo sempre più netto la storia ininterrotta di un popolo ebraico legato ai suoi geni e a un fenotipo (l’insieme dei caratteri comuni)”. E quella popolazione in 25 secoli sarebbe rimasta “geneticamente” omogenea?

Il ricercatore conviene che ci furono importanti conversioni all’ebraismo, soprattutto tra il I e il IV secolo, e anche in seguito, nel bacino del Mediterraneo. “Ma,” affermò, “non sono state abbastanza significative da bloccare la tendenza.” Gli ebrei, per ragioni dovute alle persecuzioni e alla loro conseguente propensione a rinchiudersi per proteggersi, avrebbero pertanto conservato una “identità genetica”.

Nazionalisti che avanzano mascherati”

Sarebbe riduttivo dire che queste tesi sollevano indignazione, in primo luogo tra molti genetisti e ancor di più tra gli storici. Questi ultimi, che siano ultranazionalisti o progressisti, si sono opposti tutti quasi senza eccezione a queste “costruzioni”. La ricercatrice israeliana Eva Jablonka, co-autrice di “L’evoluzione in quattro dimensioni”, adepta appassionata dell’uso della genetica nelle scienze sociali, rifiuta tuttavia radicalmente l’uso che ne fanno i ricercatori del “gene ebraico”, “nazionalisti che avanzano mascherati”, dice, e che non cercano altro che dimostrare quello a cui credono: l’esistenza di un popolo trimillenario rimasto inalterato, quindi unico. Un’assurdità, continua, altrettanto insulsa che credere che i Galli siano gli antenati dei francesi di oggi. Ma un’assurdità che trova sempre più adepti in Israele, soprattutto da parte dei mistici ultranazionalisti.

L’ideologia di Hitler era corretta al 100%”

Così il rabbinato israeliano ha iniziato a fare appello alla genetica per testare l’ebraicità delle persone giudicate “dubbie”. In questo modo, ha notato l’analista israeliano Noah Slepkov, “spingendo (le persone) a fare test genetici, il rabbinato israeliano cade nella trappola della scienza delle razze del XIX secolo.”

Si dirà, e con ragione, che queste tendenze inquietanti, queste tesi sull’ideologia “corretta al 100% di Hitler” – in precedenza, nello stesso capitolo, il libro cita le affermazioni del rabbino Giora Redel, responsabile della scuola militare religiosa Bnei David, che nell’aprile 2019 ha dichiarato in pubblico che “l’ideologia di Hitler era corretta al 100%, ma diretta contro la parte sbagliata”, in altri termini Hitler avrebbe sbagliato bersaglio, prendendosela con gli ebrei invece che con i veri demoni, gli arabi o i musulmani -, queste tesi sulla “genetica ebraica”, sul “popolo-razza”, rimangono marginali in Israele. Ma si sbaglierebbe a non prendere sul serio la loro costante espansione.

Nel 1967, quando Israele si impadronì del Muro del Pianto, il grande rabbino dell’esercito, Shlomo Goren, in un momento di fervore mistico chiese immediatamente di far saltare in aria la Cupola della Roccia, un luogo santo musulmano, per ricostruire al suo posto il Terzo Tempio. La classe politica israeliana lo prese per quello che era: un pazzo pericoloso.

Moshe Dayan, il vincitore della guerra (era ministro della Difesa) replicò: “Ma chi ha bisogno di un Vaticano ebraico?” Cinquantatré anni dopo i sostenitori della “ricostruzione del Tempio” non sono più degli emarginati da deridere, hanno deputati, associazioni generosamente finanziate, propagandisti ascoltati. El-Ad, un’organizzazione che fa parte di questo movimento, è stata ufficialmente incaricata dal governo israeliano di fare degli scavi archeologici nei pressi della Spianata delle Moschee. Si avrebbe torto a ignorare il peso di questa estrema destra, che sia laica o ancor più mistica, nell’evoluzione di Israele. Le sue idee progrediscono costantemente. È lei che sostiene in primo luogo tutte queste tesi razziali e razziste. Se domani dovesse arrivare al potere – a cui è già fortemente legata senza detenerne ancora le principali leve – è tutto il Medio Oriente che potrebbe ritrovarsi trascinato verso una deflagrazione letteralmente vertiginosa che fin d’ora fa gelare il sangue.

Sylvain Cypel è stato membro della redazione di Le Monde [giornale francese di centro-sinistra, ndtr.] e in precedenza direttore della redazione del Courrier intenational [settimanale francese simile a Internazionale in Italia, ndtr.]. È autore di “Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse” [Chiusi dietro un muro. La società israeliana in una situazione senza uscita] La Découverte, 2006.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Il Cile, terreno di sperimentazione per le armi israeliane

Ramona Wadi

2 dicembre 2019 – Orient XXI

I mapuche come i palestinesi. I governi cileni, di destra come di sinistra, non hanno rinunciato al retaggio militare e giudiziario della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990). Israele contribuisce alla loro lotta contro le popolazioni autoctone mapuche e fornisce loro armi e formazione. La criminalizzazione della resistenza mapuche da parte del Cile può essere paragonata alla repressione della resistenza palestinese da parte di Israele.

Il Cile si è riunito per protestare in tutto il Paese contro il presidente di destra Sebastian Piñera e il suo programma neoliberista messo in atto dal vecchio dittatore Augusto Pinochet. I manifestanti chiedono le sue dimissioni ed esigono la redazione di una nuova costituzione per sbarazzarsi del retaggio della dittatura.

L’instaurazione da parte di Piñera dello stato d’assedio e del coprifuoco in tutto il Cile ricorda il periodo della dittatura di Augusto Pinochet. Come allora, le forze armate sono impegnate nell’escalation di violenze contro i cittadini con assassinii, pestaggi e torture a carattere sessuale. La repressione indiscriminata ha attirato l’attenzione, in quanto ricorda il passato. La militarizzazione e la criminalizzazione della resistenza cilena affondano le radici nelle leggi antiterrorismo adottate da Pinochet e dai governi che si sono succeduti dopo la transizione verso la democrazia per zittire le comunità di indios mapuche [popolazione nativa del sud del Cile, ndtr.].

Israele appoggia le violazioni dei diritti umani dell’attuale governo cileno con la vendita di tecnologie militari e di sorveglianza. Dall’epoca della dittatura di Pinochet, la CIA aveva previsto che il Cile avrebbe continuato ad acquistare armi da Israele “senza timore di irritare gli Stati arabi, a condizione che il Paese mantenga relazioni discrete con Tel-Aviv ed eviti di approvare pubblicamente le politiche israeliane.”

Alla ricerca di nuovi partner

Pinochet poté mantenere legami con Israele e con gli Stati arabi perché evitava di adottare “una posizione chiara sulle questioni controverse del Medio Oriente”. I governi successivi alla dittatura non hanno agito in modo diverso, oscillando con la stessa doppiezza, protetti dall’impegno per [la soluzione dei] due Stati da parte della comunità internazionale.

A partire dal 1973, all’indomani della guerra arabo-israeliana, gli Stati africani hanno iniziato a rompere le relazioni diplomatiche con Israele. Lo hanno così obbligato a cercare altri Paesi per stringere rapporti diplomatici e militari con lo scopo di compensare la perdita della collaborazione con l’Africa. Dato che gli Stati Uniti erano saldamente insediati in America latina grazie al loro sostegno alle dittature militari e alle operazioni nell’insieme della regione per eliminare qualunque influenza socialista o comunista, il Cile – che aveva riconosciuto Israele nel 1949 – era un obiettivo prioritario per il governo israeliano. Come reazione alle crescenti preoccupazioni della comunità internazionale riguardo alle violazioni dei diritti umani in Cile, nel 1976 gli Stati Uniti furono obbligati a imporre un embargo sulle armi, nonostante il fatto che avevano finanziato Pinochet per atrocità analoghe. Anche se è possibile che la CIA sia andata oltre le decisioni del Congresso, Israele era in prima fila per intrufolarsi nello spazio lasciato libero e fare del Cile uno dei suoi principali acquirenti di armi della regione.

Un documento declassificato della CIA fornisce importanti informazioni sugli acquisti di armamenti dal Cile a Israele. Dal 1975 al 1988 Israele ha venduto sistemi radar, missili aria-aria, materiale navale e sistemi aeronautici e antimissilistici. Una delle ragioni per le quali Pinochet aveva scelto Israele – oltre al fatto che si trattava di armamenti sofisticati e che ammirava l’esercito israeliano – dipendeva dal fatto che “Tel-Aviv non subordinava le sue vendite ad alcuna precondizione politica.” Ciò era tanto più importante per Pinochet in quanto Israele faceva dichiarazioni pubbliche di sostegno al ritorno della democrazia in Cile, fornendo al contempo alla dittatura delle armi utilizzate nel momento in cui l’Operazione Condor – un piano su scala regionale messo in atto nel 1975 dalle dittature di estrema destra latinoamericane per sterminare gli oppositori di sinistra – era in pieno svolgimento. Oltre alla vendita di armi al Cile, Israele ha dato la possibilità all’esercito di Pinochet di familiarizzarsi con la sua industria bellica e di far partecipare i piloti cileni e i loro ufficiali a esercitazioni di addestramento.

Leggi analoghe

Nel periodo che ha seguito la caduta delle dittature, i governi cileni hanno conservato la Costituzione di Pinochet. Le leggi antiterrorismo del 1984 che egli utilizzava per prolungare la detenzione senza processo sono state quasi sempre riutilizzate contro le comunità mapuche, sia dai governi di centro sinistra che da quelli di destra. Queste leggi sono simili alla detenzione amministrativa utilizzata da Israele contro i palestinesi, incarcerati senza accuse né processo e la cui detenzione viene periodicamente rinnovata. La criminalizzazione della resistenza mapuche contro lo sfruttamento neoliberista ricorda la repressione della resistenza palestinese da parte di Israele. Le due comunità autoctone devono affrontare le stesse lotte e la stessa repressione. La sorveglianza è una misura costantemente utilizzata contro i mapuche, una tattica altrettanto fondamentale nella colonizzazione israeliana della Palestina. Nella regione dell’Araucania i governi cileni hanno utilizzato le tecnologie di sorveglianza israeliane. La militarizzazione della regione è una conseguenza diretta dell’utilizzazione delle leggi antiterroristiche contro i mapuche.

Elbit [industria tecnologica che produce anche sistemi di sicurezza e bellici, ndtr.], IAI [compagnia israeliana del settore aereo e militare, ndtr.] e Rafael [impresa specializzata nei sistemi di difesa e antimissilistici, ndtr.] sono le principali fornitrici del governo cileno. Elbit e IAI sono ampiamente utilizzate contro la popolazione palestinese. Dopo i sistemi di sorveglianza, l’assistenza informatica, le bombe al fosforo bianco, la distruzione di tecnologie fino alla tecnologia aerea utilizzata da Israele per bombardare Gaza, l’industria militare israeliana è richiestissima in America latina, con il pretesto della lotta contro il traffico di droga e l’attraversamento delle frontiere. Ma è piuttosto alle popolazioni autoctone che i governi della regione riservano controllo e repressione.

Nel 2018 gli eserciti israeliano e cileno hanno firmato in Cile con il generale di divisione Yaacov Barak e il generale cileno Ricardo Martinez nuovi accordi di cooperazione in materia di formazione militare e di addestramento, di comando e di metodi di addestramento. Durante il suo soggiorno, Ehud Barak [ex generale e politico laburista israeliano, ndtr.] ha ispezionato la brigata Lautaro per le operazioni speciali. L’ex-comandante di questa brigata, Javier Iturriaga, è stato nominato da Piñera capo della difesa nazionale quando il governo ha imposto lo stato d’assedio per combattere le proteste in tutto il Cile.

Armi “testate sul campo”

Israele commercia le sue armi e tecnologie con il marchio “testate sul campo”. I palestinesi di Gaza rappresentano un terreno di sperimentazione umana per collaudare questa tecnologia bellica. Ogni governo che acquista armi da Israele si rende così complice dell’aggressione colonialista contro i palestinesi. In Cile questa aggressione si trasforma in qualcosa di ancora più sinistro. L’acquisto di equipaggiamento militare in Israele da parte del governo per perseguitare i mapuche riproduce la repressione della lotta anticolonialista dei palestinesi da parte di Israele.

Se i rapporti attuali tra Israele e il Cile non sono più nascosti all’attenzione dell’opinione pubblica, Israele mantiene il “segreto difesa” sui rapporti che vigevano tra i due Paesi durante il periodo della dittatura. Mentre gli Stati Uniti hanno declassificato numerosi documenti che evidenziano il loro ruolo nel sostegno alla dittatura di Pinochet, Israele al contrario conserva per sé più di 19.000 pagine di documenti secretati, anche se contengono informazioni su familiari ebrei di cittadini israeliani scomparsi nell’epoca di Pinochet.

Rifiuto di aprire gli archivi

L’esercito cileno mantiene un patto del silenzio che spiega quanto sia difficile ottenere informazioni, per non parlare dell’impossibilità di rendere giustizia alle migliaia di torturati, uccisi e desaparecidos durante la dittatura. In certi casi documenti declassificati contribuiscono a compensare la mancanza di informazioni. Il rifiuto di Israele di aprire i suoi archivi sul periodo della dittatura di Pinochet impedisce di rendere giustizia a suoi stessi cittadini, due dei quali nel 2016 hanno avviato un’azione giudiziaria perché vengano pubblicati documenti che svelino la collaborazione di Israele con Pinochet. Questi documenti fornirebbero probabilmente delle informazioni su due vittime sparite e giustiziate, Ernesto Traubman e David Silberman.

Il Cile ha mantenuto stretti rapporti con l’aviazione militare israeliana durante il periodo della dittatura, fatto che non manca di sollevare domande sul coinvolgimento israeliano nelle pratiche di Pinochet, che consistevano nel far sparire nell’oceano da un aereo detenuti giustiziati. Inoltre un gruppo d’élite della Direzione Nazionale di Informazione Cilena (DINA) è stato addestrato in Israele dal Mossad.

Oltre alla ricerca di informazioni sugli assassinii e le sparizioni dei loro genitori, Lily Traubman e Daniel Silberman hanno anche precisato che il loro obiettivo finale è di mostrare l’ampiezza del coinvolgimento di Israele con la dittatura di Pinochet: “La vendita di armi dovrebbe essere regolamentata dalla legge e dovrebbero esistere dei criteri chiari che stabiliscano il divieto di vendita di armi a Paesi o a regimi dittatoriali che violano costantemente i diritti umani.”

L’esistenza e la violenza del colonialismo israeliano hanno fatto di Gaza un terreno di sperimentazione militare permanente, dando ad Israele un vantaggio sicuro al momento di vendere la sua tecnologia a governi altrettanto determinati a reprimere i propri cittadini. “Testato sul campo” è un eufemismo utilizzato dal ministero della Difesa israeliano, ultima manifestazione della disumanizzazione dei cittadini palestinesi. In Cile, la situazione senza uscita in cui si trovano i mapuche è identica, tra la spoliazione e la violenza. Di fatto si può paragonare la lotta di liberazione dal colonialismo a quella contro lo sfruttamento liberista. Mapuche e palestinesi sono stati vittime di una pulizia etnica dal loro territorio da parte dei colonizzatori e i rapporti militari tra il Cile e Israele servono al miglioramento della militarizzazione. La normalizzazione del colonialismo e del neoliberismo su scala internazionale alimenta le violazioni dei diritti umani perpetrate contro le popolazioni autoctone senza che queste violazioni siano mai sanzionate.

È molto probabile che sia la determinazione dei governi cileni, di centro sinistra come di destra, a rafforzare la loro presenza militare nella regione dell’Araucania per perseguitare i mapuche che fa di Israele un partner sempre utile per il Cile. Durante la campagna elettorale Piñera ha promesso di cambiare le leggi antiterrorismo per combattere meglio i mapuche. Nella misura in cui le proteste non si arresteranno finché non verrà abrogata la Costituzione di Pinochet, Israele vedrà aprirsi davanti a sé ulteriori prospettive redditizie in Cile a danno di tutta la popolazione.

Ramona Wadi

Giornalista

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Elezioni Israeliane:Benjamin Netanyahu: mandarlo via o no?

Sylvain Cypel

16 settembre 2019 – Orient XXI

Poche divergenze separano il Likud dai suoi avversari del partito Blu e Bianco sulla maggior parte delle questioni. Ma la vera – la sola? – posta in gioco delle elezioni israeliane è il futuro del primo ministro Benjamin Netanyahu

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non è mai sembrato così vicino ad andarsene di quanto lo sia oggi, e mai una campagna elettorale è sembrata altrettanto vuota di contenuti di quella che dovrebbe portare, martedì 17 settembre, all’elezione del prossimo parlamento israeliano, la Knesset. Queste elezioni dovrebbero definire il futuro dell’uomo che ha governato Israele senza interruzione dal 2009 e la cui influenza su questo Paese è stata di gran lunga la più significativa dall’inizio di questo secolo. A tre giorni dal voto, i sondaggi, stabili dall’inizio della campagna, danno un vantaggio molto netto alla destra e all’estrema destra israeliana dei coloni (otterrebbero la metà dei voti, senza contare i loro alleati religiosi ortodossi). Ma, date le sue divisioni, la sua prevalenza non le garantisce necessariamente di riuscire a mettere insieme una maggioranza assoluta di 61 seggi su 120 per governare.

Le elezioni dell’aprile 2019, da cui la destra era uscita vincitrice, avevano così dato luogo a una paralisi politica, in quanto il partito di estrema destra nazionalista laica “Israele Casa Nostra”, guidata da Avigdor Lieberman, aveva rifiutato di allearsi con i partiti religiosi senza la garanzia dell’approvazione di una legge sulla partecipazione dei giovani “uomini in nero” (i “timorati di dio”, chiamati anche religiosi ultra-ortodossi) al servizio militare, o a un servizio civile obbligatorio. Questa situazione si potrebbe ripetere martedì.

Dieci anni, ora basta!

Potrebbe essere così soprattutto se Lieberman ottenesse, come gli attribuiscono i sondaggi, una decina di deputati, incrementando la sua possibilità di danneggiare il Likud, il principale partito della destra guidato da Netanyahu, e se il Likud non riuscisse a superare il suo principale rivale, un’alleanza ibrida di centro destra denominata “Blu e Bianco” (i colori della bandiera) che unisce diversi ex-capi di stato maggiore a una formazione laica di centro. Secondo i sondaggi, questa alleanza pareggerebbe con il Likud. Ha fatto campagna elettorale avendo come solo programma “mandarlo a casa”, sulla posizione “Netanyahu, dieci anni, ora basta”. Niente sul futuro dei palestinesi, niente sulle questioni economiche e sociali, vaghezza sulle sfide della società (in particolare sul posto della religione); l’elemento più significativo della sua campagna elettorale è stata l’assenza di un qualunque programma definito del leader di questa alleanza, il generale Benny Gantz.

La semplice ostilità nei confronti di Netanyahu non pare sufficiente a permettere ai blu e bianchi di superarlo. Ma, per la prima volta, l’uomo che ha unificato la destra e l’estrema destra sotto la sua bandiera, ormai invischiato in molti casi di conflitto d’interesse e di arricchimento personale, sembra dare segni evidenti di affanno, accompagnati dalla sensazione che la sua aura si sgretoli. Benny Begin, figlio dello storico dirigente della destra nazionalista israeliana Menachem Begin, ha annunciato che, per la prima volta nella sua vita, non voterà per il Likud, proprio a causa della “corruzione” dell’uomo che lo dirige. Ormai è la sua stessa persona che rischia di ostacolare la rielezione di Netanyahu.

I quattro scenari

Nell’attuale situazione si possono individuare quattro alternative principali, a seconda dei risultati del voto:

– Netanyahu vince di nuovo, e questa volta con una maggioranza che gli permette di prescindere dal sostegno dell’estrema destra laica per formare un governo. Sarebbe una vittoria imprevista. É possibile, ma improbabile;

– Netanyahu vince ma non a sufficienza per formare un governo senza il sostegno di Lieberman, che si nega. Ma i blu e bianchi sono ancor meno in condizione di governare. È la paralisi. Ciò fa immaginare che nel Likud emerga un’opposizione che tenti di uscirne liberandosi della tutela divenuta ingombrante di Netanyahu. La principale probabilità sarebbe un governo di unità nazionale, probabilmente senza Netanyahu. Si aprirebbe la via per processare l’ex-primo ministro per corruzione, concussione, frode e abuso di fiducia. Altra possibilità, poco probabile ma da non escludere, Netanyahu propone un governo di unità con i blu e bianchi. Questi hanno lasciato intendere che rifiuterebbero, ma potrebbero cambiare opinione;

– I blu e bianchi vincono di poco. Non potrebbero governare che formando un governo di unità nazionale con il Likud o costituendo una coalizione con i partiti religiosi ortodossi in cui questi non avrebbero nessuna obiezione ad inserire anche l’estrema destra laica. Certamente, rimangiarsi gli impegni ha una lunga tradizione nella politica israeliana, ma questa possibilità resta tuttavia molto aleatoria;

– Né il Likud né i blu e bianchi sono in condizioni di formare una coalizione e non si accordano per un governo di coalizione. Israele entra in un’epoca d’instabilità istituzionale. Poco probabile ma non da escludere.

“Un attacco terroristico contro la democrazia”

Nell’attesa, durante la campagna elettorale Netanyahu ha mostrato dei segni di debolezza e di agitazione non abituali. Non che abbia modificato il suo metodo usuale per convincere l’elettorato ad avere fiducia in lui. Come nel 2015, quando aveva fatto appello su Facebook ai suoi elettori il giorno stesso del voto perché si mobilitassero per opporsi alla “sinistra” che “portava delle orde di arabi a votare in massa” e di andare ai seggi per impedirne il successo, questa volta si è ripetuto facendo della sinistra (nella quale include illecitamente i suoi avversari blu e bianchi) e ancor più dei media  l’oggetto di attacchi incessanti, seguendo una linea in cui si riconosce la mano del maestro Trump (“Essi” non imporranno la loro volontà al popolo). Quando la catena televisiva Canale 12 ha proposto un programma sui “casi” di Netanyahu, questi ha invocato “un attacco terroristico contro la democrazia”.

E, naturalmente, ancora una volta ha lusingato le tendenze più razziste del suo elettorato, inventando letteralmente notizie false secondo le quali “gli arabi” avevano commesso brogli nelle urne durante le elezioni dell’aprile 2019, esigendo che il suo partito fosse autorizzato a installare delle telecamere nei seggi arabi. L’obiettivo era, evidentemente, di fare pressione sugli elettori arabi per farli votare il meno possibile. Netanyahu non è riuscito in questa operazione (l’inchiesta della polizia ha trovato ben pochi casi di sospetta frode elettorale nella “zona araba”, il caso più inoppugnabile è stato a favore…del Likud). Ma può sperare che questo fallimento gli sia in parte favorevole, perché compatta il suo elettorato su base razzista nella sensazione di essere ingiustamente vessato.

Lo spettro di un dialogo tra Teheran e Washington

Peraltro queste operazioni nascondono male il fatto che Netanyahu non riesce a convincere che la sua alleanza con Donald Trump resti altrettanto solida di quanto l’ha rivendicata fin dall’inizio della sua campagna. Il primo ministro israeliano ha fatto fin da subito di questa alleanza la base della sua rielezione. Perché potrebbe legittimamente rivendicare una vicinanza simbiotica con il presidente americano, e che Trump è stato letteralmente plebiscitato dall’opinione pubblica ebraica israeliana. Tuttavia questa volta il presidente americano non ha risposto, a dir poco, alle sue aspettative. Finora aveva periodicamente offerto a Netanyahu dei “regali” molto utili: nel dicembre 2017 il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, nel maggio 2018 l’uscita americana dall’accordo con l’Iran sul nucleare, infine il riconoscimento dell’annessione israeliana del Golan siriano nel marzo 2019, alla vigilia delle precedenti elezioni politiche in Israele. Ma questa volta non ha offerto nessun appiglio spettacolare a Netanyahu, e il vago riferimento a un trattato israelo-americano di mutua difesa fatto dal presidente americano tre giorni prima delle elezioni non cambia niente, dato che un trattato simile è stato da sempre considerato con molta reticenza dal sistema militare israeliano.  In compenso l’atteggiamento che Trump ha tenuto sulla questione iraniana – che si è concluso con la destituzione da parte del presidente americano, il 10 settembre, del suo consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton, l’uomo politicamente più vicino alle idee di Netanyahu – ha posto il primo ministro israeliano in conflitto con il presidente americano,

Perché, in uno dei momenti che gli sono consueti, l’8 settembre 2019 Donald Trump ha dichiarato di non escludere di incontrare prossimamente il presidente iraniano Hassan Rohani, lasciando intravedere che spera di raggiungere un nuovo accordo con la repubblica islamica. Nel dibattito che oppone nella Casa Bianca i nazionalisti aggressivi (John Bolton, Mike Pompeo.. .) favorevoli a un’offensiva militare contro Teheran a quelli che le sono ostili e cercano un’uscita dalla crisi, Trump ha scelto. Siccome le sue minacce di guerra non hanno portato Teheran al pentimento e le sanzioni hanno avuto un impatto reale sul regime iraniano, ma insufficiente a piegarlo, il nuovo atteggiamento della Casa Bianca indica che Trump ha fatto la sua scelta. Non è favorevole alla linea israelo-saudita. E Bolton, che ne era il pilastro, era “troppo radicale”, secondo Trump. Ormai, a quanto dice il quotidiano [israeliano di centro sinistra, ndtr.] Haaretz, l’organizzazione di un futuro vertice Trump-Rohani “è una questione certa, secondo gli ambienti militari israeliani” e la prima conseguenza potrebbe essere che Israele venga obbligato a “moderarsi contro Hezbollah e l’Iran sulla frontiera nord”, cioè nei massicci attacchi aerei che conduce da molti mesi contro le forze iraniane in Siria e anche, di recente, in Iraq, a cui finora Teheran non ha reagito.

Quello che i dirigenti israeliani temono di più è che Trump si impegni in un’operazione diplomatica simile a quella che ha condotto riguardo alla Corea del Nord. In altri termini, che dopo aver alzato la voce e mostrato i denti, finisca per firmare un accordo lungi da tutto quello per cui si era impegnato, presentandolo come un successo eccezionale. In tal ipotetico caso, ritengono molti commentatori israeliani, dopo aver definito Trump come il presidente più filo-israeliano della storia, Israele avrebbe dei problemi ad opporsi.

Il Likud e l’opposizione centrista uniti contro l’Iran

Netanyahu ha immediatamente reagito con nuovi bombardamenti contro le truppe iraniane in Siria e spiegando che non era il momento di “allentare la pressione” su Teheran. Su questo terreno ha ricevuto l’appoggio di Moshe Yaalon, un ex-capo di stato maggiore che è stato anche ministro della Difesa e che oggi si trova al terzo posto della … lista dei blu e bianchi. “Il problema è il rifiuto degli americani ad affrontare la situazione. E quando non lo si fa, si dimostra la propria debolezza,” ha dichiarato il 9 settembre durante una conferenza all’Istituto internazionale di antiterrorismo.

Come si vede, sul tema di cui Israele ha fatto il proprio principale problema regionale, cioè il rapporto con il regime iraniano, Netanyahu e il suo oppositore si uniscono (d’altronde una parte dei dirigenti dei blu e bianchi sogna di vincere e di mettere in piedi un governo di unità con il Likud). Ma quando, in risposta all’atteggiamento di Trump, Netanyahu ha fatto uscire delle nuove “informazioni” ottenute dal Mossad [servizi segreti israeliani, ndtr.] per mostrare che Teheran viola i suoi impegni a non rilanciare il suo programma nucleare militare, questa operazione ha avuto una scarsa eco negli Stati Uniti. Bisogna dire che le sue “prove” risalivano a prima dell’accordo internazionale del 2015 con l’Iran e riguardavano un sito… poi distrutto da Teheran! Quanto ai dirigenti dei blu e bianchi, hanno accusato Netanyahu di utilizzare “delle informazioni sensibili relative alla sicurezza per fini elettorali.”

Appello all’odio contro gli arabi

Per la felicità di Netanyahu, Trump domani può di nuovo cambiare opinione sull’Iran, come in Afghanistan ha dichiarato “morto” un accordo con i talebani che sembrava già raggiunto. E l’attacco contro le installazioni petrolifere saudite del 14 settembre potrebbe servire come pretesto. Nell’attesa, per la prima volta, il primo ministro israeliano è apparso non allineato con quello che ha trasformato nel suo mentore esclusivo. Un fatto che non l’ha aiutato a convincere gli elettori che solo il suo ritorno al potere potrebbe garantire loro il sostengo senza incertezze del padrino americano, come lo definisce da tre anni.

A qualche giorno dalla scadenza, Netanyahu ha moltiplicato le promesse nei confronti della sua base, tra cui quella di annettere immediatamente la valle del Giordano se vincerà. Potrebbe sperare in un nuovo “regalo” di Trump dell’ultimo minuto. O tirare fuori dal suo cappello un’ultima provocazione per mobilitare un elettorato di destra più apatico del solito. Questi ultimi giorni, in un’atmosfera d’isteria frenetica, Netanyahu ha condotto “la campagna più razzista e disgustosa mai fatta” in Israele (a parte i kahanisti [sostenitori del partito razzista Kach, messo fuori legge ed ora riammesso alle elezioni, ndtr.]), descritta dal cronista politico di Haaretz. Il suo partito, il Likud, ha moltiplicato gli incitamenti all’odio in tutte le direzioni, focalizzati in prevalenza contro “gli arabi” – che “ci vogliono annichilire tutti, donne, bambini e uomini, e permetterebbero all’Iran di sterminarci”, diffuse sulla sua pagina Facebook prima di ritrattarle. Questi “incitamenti all’odio sono diventati così frequenti che l’opinione pubblica sembra apatica di fronte alle sue nuove manifestazioni,” ha notato un editoriale dello stesso quotidiano. Si noti che, se i palestinesi d’Israele sono stati i principali bersagli, non sono stati gli unici; gli intellettuali, i laici, i media liberi, i giudici e tutti i sostenitori di un pensiero liberale sono allo stesso modo stati vittime di campagne d’odio della destra.

I principali vantaggi di Netanayhu restano tuttavia il fatto di non aver contro di sé alcun avversario in condizioni di contestare il suo peso politico e di continuare ad incarnare indubbiamente nel modo più totale l’evoluzione politica della società israeliana da due decenni. Ma, a volte, il desiderio di cambiare è più forte di tutto.

Sylvain Cypel

Ha fatto parte della direzione redazionale di Le Monde e in precedenza è stato direttore della redazione del “Corriere internazionale”. É autore di “Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse” [I murati. La società israeliana bloccata, ndtr.], La Découverte, 2006.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Palestina occupata. Passate la notte in una colonia!

Anna Mutelet e Annabelle Martella

14 agosto 2019 – Orient XXI

Accogliere il turista di passaggio è una pratica sempre più diffusa tra i coloni israeliani. Ma dietro all’ospitalità si nasconde un obiettivo politico: migliorare l’immagine delle colonie e dell’occupazione.

Montagna tranquilla, ancora un po’ selvaggia, coperta di verde e di fiori sbocciati al sole, il monte Gerizim ha tutto della meta sognata per un “couchsurfer” [letteralmente ‘surfista del divano’, termine inglese che indica un ospite che a titolo gratuito viene sistemato a dormire su un sofà, ndtr.], Ophir ne è convinto. “Guardate un po’ che vista!” Un “vero regalo” con il quale è fiero di poter sorprendere gli invitati fugaci che si succedono da circa un anno nel suo salotto di Har Brakha.

Riguardo all’atmosfera, il suo profilo sul sito di alloggi gratuiti couchsurfing. com sembra predisporre il contesto: Pink Floyd, spiritualità e natura. Ma quello che Ophir non specifica è che Har Brakha (in ebraico “monte della benedizione”) è una colonia israeliana situata in terra palestinese, nel nord della Cisgiordania. Un territorio illegale agli occhi del diritto internazionale.

Peraltro non è il caso di vedervi un tentativo di dissimulazione, perché come tutti i coloni della sua generazione Ophir ha fatto la scelta di vivere qui come risultato di un “sogno di bambino” e della ricerca di “questa terra di Samaria, promessa agli ebrei nella Bibbia”. Perché precisare una cosa che si giudica così naturale? Al contrario, è un progetto molto particolare che l’ha spinto ad iscriversi come ospite su “Couchsurfing”: “Ho un messaggio da trasmettere al mondo: mostrare che qui tutto va bene, viviamo in pace.”

Vacanze di sogno ai piedi delle vigne

A prima vista a Har Brakha, abbarbicata a 880 metri d’altezza dietro a una barriera di sicurezza, la vita è prospera. Nella colonia il tempo sembra fermarsi.

Sulle strade ci sono poche macchine, ma molti bambini che camminano soli all’uscita da scuola. Si è ben lontani dall’agitazione di Nablus, polverosa e caotica, situata a valle e bastione della Seconda Intifada palestinese (2000-2006). Ophir vaga per la montagna e le sue vigne che si estendono a perdita d’occhio. Una parte di esse viene coltivata dai cristiani evangelici che si sono aggiunti agli ebrei di Har Brakha.

Negli Stati Uniti mio padre coltivava patate. Un giorno ha scoperto che nella Bibbia non si coltivavano patate, ma semmai vigne. Ed è venuto ad abitare qui,” spiega Nate, che parla di qui come “Israele”.

Nelle strade della colonia e in mezzo ai tralci delle vigne è difficile capire che Har Brakha ha preso forma al di là della “Linea Verde” – i confini dello Stato ebraico suggellati nel 1949. Unico segno della storia, un posto di guardia militare che testimonia della presenza dell’esercito su queste terre nel 1982, prima di lasciar posto ai primi membri della comunità religiosa.

Circa 2.000 persone vivono oggi a Har Brakha. Nella Cisgiordania occupata dopo gli anni ’90 il numero dei coloni è triplicato, per raggiungere i 420.000 abitanti, senza considerare Gerusalemme est.

Ma non è questa storia profana che Ophir vuole raccontare ai suoi ospiti. Questa guida turistica professionista confida nel suo metodo e nella sua narrazione: “Le persone vengono, ci si diverte, si beve del vino, gli faccio incontrare degli abitanti della regione, e qui possono sperimentare la pace.”

Sì, è legale”

Se ci si basa sui commenti lasciati su couchsurfing.com, è una ricetta che funziona. “Ho imparato molto durante questo soggiorno, ci penserò sicuramente per molto tempo,” oppure: “Sono contento che tu faccia vedere cos’è la vita nelle colonie”. Cisco, che non aveva mai visitato una colonia, una volta tornato in Romania ne conclude: “Ciò consente di avere una vita semplice in famiglia. Onestamente, non si può chiedere di meglio.”

A un centinaio di chilometri a sud nella colonia di Kfar Adumim, Yonadav, 18 anni, quest’estate ha iscritto la sua famiglia su couchsurfing.com. Come Ophir, la sua abitazione seduce molti viaggiatori. Alle porte del deserto, vicino a Gerusalemme, anche questo luogo ha una dimensione biblica.

Più che la pace, sono le loro voci che Yonadav e la sua famiglia vogliono far sentire: “La maggior parte del tempo le persone non conoscono che una sola storia, e hanno una cattiva immagine di Israele.” Anche se non è la motivazione all’origine del fatto di mettere a disposizione la loro casa ai “couchsurfer”, “ciò ci permette di dare quest’altra versione, soprattutto a quelli che hanno viaggiato nei territori palestinesi”, riconosce il liceale, che non ha mai lasciato il suo Paese. Questa versione è lunga una riga, la prima della sua descrizione: “Vivo in una colonia, non è pericoloso, e sì, è legale”. Insomma, fedele alla dottrina del governo. Del resto Yonadav ha aggiornato il suo profilo poco più di un mese fa, dopo la visita di due ospiti che pensavano che abitasse in un villaggio arabo.

Un’esperienza buffa, che deriva dai riferimenti ambigui proposti dalla piattaforma “Couchsurfing”. Quando si digita “Cisgiordania” nella barra di ricerca, gli annunci che vengono visualizzati includono a casaccio ospiti palestinesi o coloni, senza specificazioni relative a chi risiede in una colonia. Stesso risultato se si cerca “Giudea e Samaria”, termini di origine biblica che corrispondono alla denominazione amministrativa utilizzata dalle autorità israeliane per definire le zone a maggioranza ebraica che si trovano in Cisgiordania, a parte Gerusalemme est. A causa di questi riferimenti schizofrenici e a meno di spulciare i 23.864 annunci, impossibile ottenere la cifra totale delle sistemazioni relative alle colonie.

Per avere un ordine di idee che si avvicini al massimo alla realtà, è possibile non far apparire altro che ospitanti che indichino di parlare ebraico, prendendo in considerazione delle zone geografiche sufficientemente lontane per evitare che i risultati si sommino. Così si trovano 47 persone ospitanti ad Ariel, 323 a Modin Illit, o ancora 518 a Alfei Menashe. Quanto alle Alture del Golan, che fanno parte dei territori occupati da Israele contemplati nella risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, se ne trovano 231.

Presi di mira da Amnesty International

Ma queste risoluzioni e altre critiche internazionali che fanno delle colonie uno degli ostacoli principali alla soluzione del conflitto israelo-palestinese non sembrano influenzare le esperienze dei viaggiatori. Sui profili di Ophir, di Yonadav e di molti altri, i commenti vantano il loro senso di ospitalità, le loro virtù culinarie, o la bellezza dei luoghi. Scoprire che nelle colonie si fa del “couchsurfing” come ovunque altrove. “Tutti se ne fregano! assicura Ophir. “Si beve del vino, il paesaggio è gradevole. È tutto quello che interessa. La sua unica esperienza negativa non è andata oltre lo stadio virtuale. “Non è mai venuta, perché quando ha capito che era qui, nella cosiddetta ‘Cisgiordania’, mi ha scritto che a Ginevra dicono ‘così e cosà’, e che quello che fate è male. Ride. “Le ho detto: va bene, a Ginevra dicono così, ma c’è dio. E io scelgo dio.

Peraltro il turismo nelle colonie può essere un turismo qualunque? Per Amnesty International e per molte altre Ong la risposta è no. In un rapporto al vetriolo pubblicato lo scorso gennaio l’organizzazione per la difesa dei diritti umani prende di mira le attività di Booking.com, Airbnb, Expedia e TripAdvisor per le loro offerte nelle colonie, accusate di contribuire “alla conservazione, allo sviluppo e all’estensione delle colonie di popolamento illegale, che costituiscono dei crimini di guerra in base al diritto penale internazionale, traendone profitto. In sostanza, queste compagnie sono accusate di normalizzare la situazione. In novembre Airbnb ha ritirato tutte le sue offerte di affitto nella Cisgiordania occupata, prima di cambiare idea in aprile e di riproporne circa 200, minacciata di denuncia in Israele come negli Stati Uniti. Ormai, garantisce la compagnia, “Airbnb non ricaverà nessun profitto dall’attività nella regione.”

La piattaforma “Couchsurfing”, che ha superato il livello di 4 milioni di utenti, fornisce un servizio gratuito, tranne che per i membri cosiddetti “verificati”, che pagano una cifra fissa al sito e di cui fanno parte un certo numero di coloni. Senza contare che nessun avvertimento compare sulle pagine delle sistemazioni in zona occupata.

Il turismo nelle colonie costituisce una questione strategica per Israele, che d’altronde nel 2018 ha raggiunto il suo record complessivo di visitatori con quasi 4 milioni di viaggiatori. A colpi di sovvenzioni, finanziamenti dei programmi o statuti speciali, negli ultimi anni il governo ha massicciamente investito in Cisgiordania. Ultimo aiutino a metà maggio: lo Stato promette fino al 20% di sovvenzioni agli imprenditori che vogliano costruire o ingrandire i propri hotel in “Giudea e Samaria”. Sul “Jerusalem Post” il sindaco di Efrat si è rallegrato di questa misura: “I turisti sono i migliori ambasciatori nella promozione del sionismo e nella lotta contro il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).” L’obiettivo: “Vedranno così che non c’è una guerra quotidiana e che non c’è apartheid.” Come su “Couchsurfing”?

Anna Mutelet

Giornalista.

Annabelle Martella

Giornalista.

(traduzione di Amedeo Rossi)