Gay pride e bandiera palestinese

Perché sono andato a una manifestazione del Gay Pride in Israele con una bandiera palestinese

Respingo la strumentalizzazione della lotta del movimento LGBTQ+ da parte del governo per perseguire le sue mire suprematiste.

 

Shai Gortler e Haokets

17 luglio 2020 – +972

 

A quanto pare una manifestazione della comunità LGBTQ+ in Israele non è politica almeno fino a quando non si sventola la bandiera palestinese. Quando l’ho fatto al Pride di Tel Aviv il mese scorso, un omonazionalista ha prima cercato di coprirla con la bandiera arcobaleno più grande che aveva in mano, poi ha finito con l’aggredire violentemente Sapir Sluzker-Amran, attivista e avvocata, intervenuta in aiuto di un’altra donna che stava cercando di difendermi.

Alcuni potrebbero chiedersi quale sia il legame fra la lotta LGBTQ+ e la bandiera palestinese. Durante tutto il mio attivismo nelle politiche LGBTQ+ in Israele-Palestina sono stato testimone di due tentativi effettuati da chi sta al potere di sfruttare le battaglie della comunità LGBTQ+ per portare avanti obiettivi di suprematismo bianco e di colonialismo di insediamento. Sto raccontando questi eventi per sviluppare una teoria: i diritti conquistati a scapito di quelli più marginalizzati di noi sono solo temporanei, mentre solo ampie coalizioni di svantaggiati ci possono evitare di essere noi i prossimi ad essere perseguitati dai regimi repressivi.

Nel 2010 facevo parte di un gruppo dell’associazione israeliana LGBT che chiedeva di tenere il primo Pride in assoluto a Beersheva. Il sindaco Ruvik Danilovich pose la condizione per concedere il finanziamento municipale che l’evento si tenesse nella piazza della Grande Moschea di Beersheva. Nel 1948, dopo aver espulso dalla città i residenti palestinesi, Israele prese il controllo della moschea, usandola prima come prigione, poi come tribunale e infine trasformandola in un museo. Il comune continua a rifiutarsi di riconsegnare l’edificio al culto degli abitanti musulmani. Quando abbiamo ricevuto il messaggio rivoluzionario che la città era intenzionata a sostenere il nostro evento, il direttore del museo ci chiese di astenerci dal tenere spettacoli di drag queen, in ossequio alla relazione della commissione intergovernativa che raccomanda di rispettare la moschea quale luogo sacro.

Noi attivisti locali della sezione israeliana di Beersheva dell’associazione LGBT sostenemmo che il comune forse stava cercando di rafforzare le sue pretese nei confronti della moschea rappresentando i musulmani come omofobi (basandosi sul loro presupposto che i musulmani avrebbero protestato per la realizzazione di un evento del Pride nei pressi di una moschea), mentre simultaneamente cercavano di ingraziarsi l’opposizione omofoba alla manifestazione presentandola come un’iniziativa ebraica che avrebbe ulteriormente deprivato i musulmani. Noi abbiamo rifiutato di essere usati in questo modo e il Comune ha fatto marcia indietro. Da quella decisione in poi i musulmani della comunità LGBTQ+ continuano a partecipare a eventi e parate del Pride a Beersheva.

Vorrei aggiungere un fatto personale: io e il mio partner siamo stati inseriti in quella che il Ministero del lavoro, affari sociali e servizi sociali chiama “lista di attesa B” per le adozioni. Il diritto israeliano ci discrimina in quanto coppie dello stesso sesso e stabilisce che solo “un uomo e la propria moglie” possa adottare bambini. Ma, nel 2008, è diventato possibile per le coppie dello stesso sesso adottare bambini nei casi in cui non ci fossero coppie eterosessuali disposte a farlo a causa dell’età o delle condizioni di salute del bambino.

L’anno scorso ad agosto, Amir Ohana, il ministro della Giustizia, lui stesso gay, ha presentato una proposta di legge che cerca di emendare la discriminazione contro le coppie dello stesso sesso (ma lasciando intatta la discriminazione contro i genitori single). Comunque, con la scusa della legge sull’uguaglianza, Ohana ha infilato un altro emendamento per cui le adozioni sarebbero autorizzate dal tribunale anche nel caso in cui “non si trovasse una persona della stessa religione dell’adottato.”

Il diritto israeliano impone rigide limitazioni alle adozioni interconfessionali. Questa scelta, secondo il professor Michael Karayanni, è stata condizionata dai rapimenti di bambini ebrei da parte di cristiani durante e dopo l’Olocausto e dal desiderio del legislatore di evitare atti simili. Ma l’emendamento proposto da Ohana avrebbe, in effetti, permesso a genitori ebrei di adottare bambini musulmani, dato che la richiesta di adozioni nella comunità ebraica israeliana supera il numero dei bambini a disposizione per l’adozione, mentre la tendenza è all’opposto nella comunità musulmana nel Paese.

Il numero di bambini interessati da questa proposta di emendamento a breve termine non è alto: nel 2019 sono stati adottati solo nove bambini musulmani. Comunque, pur modificando parzialmente la discriminazione legale contro la comunità LGBTQ+, la versione corrente della legislazione proposta potrebbe danneggiare i cittadini palestinesi in Israele, perché faciliterebbe la possibilità di portar via bambini palestinesi dalle loro case, persino senza il consenso dei loro genitori. Anche se gli emendamenti alla legge israeliana, incluso quello sull’adozione interreligiosa, sono molto necessari, quelli di noi che stanno lottando contro la discriminazione omofobica non desiderano l’uguaglianza a scapito di altri.

E allora perché ho sventolato la bandiera palestinese a una manifestazione del Pride? Non perché la libertà di espressione è riservata esclusivamente a ebrei, non per una sopravalutazione del nazionalismo e neppure per i giovani queer palestinesi che sventolavano bandiere arcobaleno a fianco di quelle di trans-bisessuali per il resto della parata del corteo dopo il violento attacco.

Io impugnavo la bandiera palestinese per ricordare a coloro fra noi che rifiutano l’uso che il governo fa della lotta dei LGBTQ+ per calpestare altri. A differenza della coalizione che al momento si è formata fra i settori privilegiati della nostra comunità e il regime suprematista, noi chiediamo di  immaginare delle alternative.

Invece di fare video di propaganda per la polizia, noi chiediamo a Itai Pinkas, rappresentante di spicco della comunità LGBT nel consiglio comunale di Tel Aviv-Giaffa, di fare i nomi di alcuni di quelli che sono assassinati dalla brutalità della polizia: Iyad al-Hallaq [palestinese autistico, ndtr.], Solomon Teka [ebreo israeliano di origine etiope, ndtr.] e Shirel Habura [israeliano con problemi psichiatrici]. Per Tel Aviv chiediamo, invece dell’attuale sindaco Ron Huldai che una volta ha detto che “due gay che si baciano mi fanno schifo come scarafaggi” e che “ogni città ha bisogno di un buco del culo” durante una discussione sui quartieri LGBTQ+ e mizrahi [ebrei originari di Paesi arabi e musulmani, ndtr.] che circondano la stazione centrale degli autobus di Tel Aviv e che ha profanato il cimitero di al-Is’af a Giaffa ignorando i suoi abitanti, un sindaco che si impegni per tutti.

Non potevo fare a meno di pensare, in silenzio perché alcuni pensieri non possono essere detti ad alta voce nelle piazze cittadine, agli abitanti che vivevano nel villaggio palestinese di Summayl [i cui abitanti furono espulsi nel dicembre 1947, ndtr.], un tempo situato all’incrocio delle strade Arlozorov e Ibn Gabirol, la cui storia la maggior parte degli israeliani non ha modo di conoscere. La manifestazione del Pride per l’eguaglianza si è svolta sulla loro terra senza chiedere il loro consenso mentre loro stessi, rifugiati o sfollati, vorrebbero far ritorno a quella stessa terra.

I mizrahi mandati dal governo israeliano a occupare Summayl sono stati sostituiti, e continuano a esserlo, con ricchi padroni di Huldai. Anche i gay che una volta si incontravano al parco dell’Indipendenza, che ha preso il posto del cimitero di Summayl, sono stati cacciati.

Cosa succederebbe se, invece di permettere a un regime bianco colonialista e suprematista di sfruttare le comunità LGBTQ+ prima di rivolgere il suo potere contro di noi, continuassimo a formare coalizioni con altri che lo combattono? Mi sembra già di sentire gli omonazionalisti imbracciare le armi, ma so che sbagliano. Non sono io ad aver portato relazioni di potere tra israeliani e palestinesi alla manifestazione, sono sempre state davanti ai nostri occhi.

Il prof. Shai Gortler è un borsista post-dottorato presso il Centre for Humanities Research, University of the Western Cape, Cape Town.

Haokets è una rivista online israeliana senza scopo di lucro, indipendente e progressista che ospita discussioni critiche su temi socioeconomici, culturali e filosofici, di attivismo per i diritti umani, di femminismo e politiche mizrahi, con un blog in inglese.

 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

 




Apeirogon: un altro passo falso colonialista dell’editoria commerciale

Susan Abulhawa

11 marzo 2020 – Al Jazeera

L’ultimo romanzo di Colum McCann mistifica la situazione della colonizzazione della Palestina presentandola come un ‘conflitto complicato’ fra due parti eguali.

Il regista hollywoodiano Steven Spielberg ha recentemente acquistato i diritti cinematografici di un romanzo su ” Israele Palestina ” prima della sua pubblicazione, fatto che potrebbe riportarci a vivere un momento culturale di un deplorevole deja vu.

A metà degli anni ’50, i potenti produttori di Hollywood finanziarono la stesura di un romanzo di Leon Uris per vendere all’immaginazione popolare occidentale le tesi filo-israeliane.

Il resultato fu “Exodus”, un best seller che diventò un blockbuster nelle sale. Narra una storia vera (una nave che trasportava rifugiati ebrei diretta in Palestina) che fu all’origine di un mito costruito ad arte – una terra senza popolo per un popolo senza terra – che serviva a metter in ombra i custodi indigeni di quella terra.

Era il romantico lieto fine di cui l’Europa aveva bisogno dopo il genocidio della propria popolazione ebrea. Milioni di persone se lo sono bevuto e l’hanno accettato come verità assoluta, per giunta con l’autorità della Bibbia.

Ma era una bugia, come adesso tutti sanno.

La Palestina aveva un’antica e articolata organizzazione sociale e quando i sionisti europei calarono sul loro Paese, commettendo massacri e pogrom ben documentati per espellere i palestinesi, questi invocarono invano l’aiuto del resto del mondo. Solo quando ci siamo organizzati in una guerriglia armata e abbiamo dirottato degli aeroplani il mondo è stato finalmente costretto a fare i conti con la nostra esistenza.

Non potendo più sostenere la tesi che la Palestina fosse sempre stata disabitata, i sionisti hanno cambiato la narrativa tramite innumerevoli film, libri e annunci pubblicitari che caricaturizzavano i palestinesi appiattendoli nell’unica dimensione di terroristi arabi irrazionali, immagini che persistono ancora nei media popolari.

Poi è arrivato Internet e i social hanno reso il mondo più piccolo. Di colpo, le masse hanno avuto accesso a video, foto, resoconti di testimoni oculari, media indipendenti, certificazioni delle violazioni dei diritti umani e relazioni ONU che mettevano a nudo la sadica oppressione dei palestinesi.

‘È complicato’ e altri miti mutevoli

Negli ultimi vent’anni Israele si è trovato in difficoltà nel tentativo di approntare una strategia per affrontare questa scoperta nota a tutti del suo marciume coloniale. È diventato più difficile nascondere l’umanità dei palestinesi.

Israele ha siglato un accordo con Facebook e collaborato con altre grandi compagnie di social media per censurare le pagine palestinesi; ha bollato i critici di Israele come antisemiti, distruggendo carriere e anche peggio; ha messo in piedi un “Progetto di guerra giudiziaria” per trascinare studenti e attivisti in tribunale; e, con successo, ha promosso all’estero leggi che criminalizzano le critiche a Israele.

Sul fronte culturale, Israele ha utilizzato delle campagne di pubbliche relazioni con le quali i suoi sostenitori hanno impregnato il discorso pubblico con citazioni quali: “è complicato” – un “conflitto” che “va avanti da migliaia di anni “.

Purtroppo ci viene propinato il racconto delle “due parti” come se la distruzione di una società indigena indifesa sia una questione di due parti uguali che semplicemente non si capiscono, ma che avrebbero solo bisogno di una spintarella, forse un po’ più di dialogo, per amarsi, e voilà! Kumbaya [“Vieni qui”, titolo di uno spiritual degli anni ’30, ndtr.], mio Signore.

Però nessuno di questi grandi sforzi ha smorzato la crescita della campagna del BDS, Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, un movimento globale di resistenza popolare che ha coinvolto, ovunque nel mondo, milioni di persone stanche della straordinaria impunità di Israele e della ininterrotta colonizzazione della Palestina.

In breve, nulla è riuscito a replicare lo spettacolare exploit pubblicitario di “Exodus”. Fino ad ora, forse.

Apeirogon

Entra Apeirogon.

Un apeirogon è un poligono con un numero infinito di lati. È anche il titolo dell’ultimo romanzo di Colum McCann, una specie di sostegno infinito al discorso di Israele dei “due lati”.

Il romanzo è più una biografia che un’opera di narrativa. È basato su una storia vera, quella di un’amicizia fra un palestinese e un israeliano. Bassam Aramin è un palestinese la cui figlia, Abir, fu uccisa con un colpo sparato alla testa da un soldato israeliano nel 2007 e Rami Elhanan è un israeliano la cui figlia, Smadar, fu uccisa in un attacco suicida nel 1997.

Il suo messaggio centrale è quello del potere dell’empatia ed entrambi i protagonisti hanno espresso un totale sostegno al libro. Io ho parlato con Bassam Aramin che mi ha informata che loro tre andranno insieme in tournée. Ma, come Exodus, racconta una storia vera per vendere una bugia molto più grande.

Colonizzatori e nativi

Immaginate questo, per prendere a prestito lo stile narrativo di McCann: da qualche parte nella Riserva di Pine Ridge, una ragazzina della Nazione Oglala Lakota, la cui testa viene fatta esplodere dal figlio irritabile di un colonizzatore bianco, muore dissanguata tra le braccia del padre che non può far nulla per lei. Un altro colonizzatore bianco fa amicizia con il padre della fanciulla nativa (deve essere su iniziativa dell’uomo bianco, perché il padre non può lasciare la riserva) e fra i due uomini sboccia un’amicizia basata sul dolore condiviso di aver perso una figlia. La figlia del bianco è stata uccisa da un gruppo di giovani guerrieri che avevano attaccato un insediamento che aveva invaso le loro terre. L’amicizia fra i due uomini è sincera. La perdita che ogni giorno li tormenta è la stessa.

Ed ecco che arriva uno scrittore che è così commosso dalla loro insolita amicizia, dalla storia che ci sta dietro e da quello che lui pensa rappresenti una speranza per il futuro della Nazione, da decidere di scrivere un libro su di loro. È una specie di tentativo di amplificare le voci di pace, nato dalla convinzione ostinata che si possa risolvere qualsiasi cosa tramite il benevolo entusiasmo di gente ben intenzionata.

Lo scrittore non cerca di nascondere gli orrori inflitti sui corpi dei nativi. Anzi, presenta la vera faccia della violenza e dei traumi inflitti dai colonizzatori. Ma qui sta il trucco: lui presenta la violenza di una ribellione dei nativi locali nello stesso modo e descrive l’insicurezza e la paura che i colonizzatori bianchi devono tragicamente subire quale conseguenza della resistenza indigena contro le loro colonie.

Vedete? C’è un’implicita equiparazione. Tutte le paure sono le stesse, tutta la violenza è la stessa, tutta l’insicurezza è la stessa. Il padre degli Oglala Sioux racconta allo scrittore di come, attraverso questa amicizia, sia riuscito a vedere, per la prima volta, l’umanità dei bianchi. L’uomo bianco gli dice lo stesso a proposito dell’umanità degli indigeni.

E così, il motore genocida del colonialismo americano che, insieme alla schiavitù, ne ha sostenuto l’intera economia, diventa semplicemente un grande malinteso, un problema da risolvere con il dialogo, l’empatia e la semplice comprensione che, come dice McCann, citando la rivelazione del suo protagonista palestinese: “Anche loro hanno delle famiglie.”

Sostituite i palestinesi con gli Oglala Lakota, la Palestina invece della Riserva di Pine Ridge e mettete gli israeliani al posto dei colonizzatori bianchi (anche se questi non hanno bisogno di essere sostituiti) e avrete, in poche parole, il romanzo di Colum McCann, molto pubblicizzato e molto atteso, che potrebbe diventare probabilmente un film di gran successo.

Voglio chiarire che non sto paragonando, o mettendo sullo stesso piano, forme o esempi di ingiustizia. Sto cercando di ribadire, usando un momento storico orrendo che è stato compreso solo retrospettivamente, che è il massimo della menzogna suggerire che le storie di relazioni individuali in circostanze in cui le differenze fra le forze sono enormi non sono altro che la normalizzazione di un evento secondario e certamente non una critica alle macchinazioni che sostengono un’oppressione strutturale.

Si può anche fare paragoni con l’apartheid in South Africa in un bantustan [territori semiautonomi in cui venivano relegati i nativi africani, ndtr.], o con il Belgio in Congo, o con la Germana nazista nel ghetto di Varsavia o con il Ku Klux Klan nel Mississippi. Dopotutto, anche i membri di quelle orribili istituzioni avevano delle famiglie, no?

Exodus 2.0

Apeirogon potenzialmente è un Exodus 2.0, una nuova versione, riorganizzata e adeguata alla crescente consapevolezza dell’opinione pubblica delle sofferenze palestinesi sotto il giogo di un inarrestabile orrore israeliano.

Ho chiesto a Bassam se l’avesse letto. “Ho provato, ma era troppo doloroso, ” ha detto. Riesco a capire perché, dato che McCann amplia i dettagli delle uccisioni delle due ragazzine, spargendone pezzetti qui e là in centinaia di pagine, aggiungendo un nuovo dettaglio ad ogni ripetizione, fino a che uno non è più così sorpreso da quello che era straziante da leggere molte volte nelle prime pagine. È un modo interessante per descrivere la normalizzazione della violenza, se questo è quello che McCann intendeva fare.

Intervallati nella storia, ci sono cuciti insieme pezzi diversi di informazioni, dai modelli di migrazione degli uccelli ai re antichi, dalla Cappella Sistina agli esplosivi, in una specie di profondità obbligata che mira a legare insieme tutte le cose, ovunque, in ogni tempo, tutto ciò che, in qualche modo, riguarda “Israele Palestina “.

In altre parole: “tutto è così tanto, tanto complicato.”

Prendete, per esempio, l’idea che il nucleo di ‘Fat Man’, la bomba atomica usata dagli USA per sterminare ogni cosa che si muovesse, ondeggiasse, saltasse, volasse o respirasse nella città di Nagasaki avesse “le dimensioni di un sasso che può essere lanciato ” (presumibilmente dalle mani di un ragazzino palestinese).

Il centro drammatico della peggiore paura di ogni genitore è intrecciato in questo vertiginoso caleidoscopio di banalità mondiali. Queste mi sarebbero piaciute se non agissero come uno specchietto per le allodole linguistico, offuscando quella che è veramente la più semplice, vecchia vicenda nella storia dell’umanità: un potente gruppo di persone ruba una terra, la colonizza e cerca di togliere di mezzo gli indigeni.

Le paludi di Hule

McCann dedica molto spazio del libro agli uccelli – le loro singole specie, i modelli delle migrazioni e le relazioni ornitologiche. Ma da nessuna parte cita che, all’incirca nel momento in cui Leon Uris stava scrivendo Exodus, Israele stava prosciugando le paludi di Hule, che chiamava una “palude malarica”. Il progetto era pubblicizzato come ingegnosità sionista. Gli ebrei europei dichiararono che stavano ” redimendo la terra ” che, dicevano loro, era stata lasciata andare in rovina dagli arabi arretrati.

In realtà, questi nuovi coloni europei distrussero un vasto tesoro della biodiversità regionale che era stato un grande luogo di sosta dove centinaia di milioni di uccelli migratori si rifocillano. Si stima che oltre 100 specie animali scomparvero dall’area o si estinsero.

Questo episodio della storia sionista è probabilmente l’analogia migliore con il libro di McCann: un progetto ambizioso per “redimere”, concepito da stranieri, che non sapevano niente del luogo, della sua storia ed ecologia; desiderosi di rimediare, civilizzare e avanzare delle pretese, ben intenzionati; fiduciosi della loro propria gloria, ma in realità profondamente pericolosi – in modo irreparabile per le vite dei più vulnerabili.

Rafforzando il concetto di “conflitto complicato” fra “due parti”, il libro racconta una scena in cui una soldatessa israeliana, brandendo una pistola, lega, insulta e picchia Bassam Aramin, disarmato, con le mani in alto in segno di resa con una macchia rosa sui palmi. Ore dopo, quando la soldatessa si rende conto che la macchia rosa veniva dai dolcetti della figlia di Bassam ammazzata e non da un esplosivo, è veramente dispiaciuta. Chi può biasimare la padrona della piantagione se, a ragione, è un po’ impaurita dei negri con palmi macchiati? Come se picchiare i palestinesi ai checkpoint non fosse abituale, o come se i cecchini israeliani non ci ammazzassero per sport, inneggiando quando fanno centro.”

Al lettore viene detto parecchie volte che Rami Elhanan Gold proviene da una famiglia “antica”, un abitante di Gerusalemme da “sette generazioni.” Ma non ci viene detto cosa ciò significhi.

Primo, Rami proviene da una piccola minoranza di ebrei israeliani che in realtà può far risalire la propria stirpe nel Paese a prima della Seconda Guerra Mondiale. Secondo, è parte di una minoranza persino più piccola, il cui lignaggio in Palestine risale a prima della Prima Guerra Mondiale. Terzo, gli antenati di Rami, come tutti i “popoli del libro” (quelli con religioni monoteiste) erano stati accolti e protetti in Palestina sotto il governo musulmano, durato oltre 1200 anni.

Quarto, nulla di tutto ciò impedì a Rami o ai suoi genitori di impugnare le armi contro i loro vicini non-ebrei quando il sionismo promise di dar loro potere e proprietà. Che slealtà.

Le storie che McCann sceglie di non rivelare sono, beh, rivelatrici.

Per la cronaca, io sono di Gerusalemme da almeno 22 generazioni. Israele mi ha buttata fuori dalla mia patria quando avevo 13 anni. Perché ero una “illegale”.

In nessun modo sapere che anche gli israeliani “hanno una famiglia ” mi costringerà mai ad accettare il mio esilio forzato.

Tali scomode verità, o persone scomode, non hanno un posto nelle narrazioni coloniali riduzioniste di empatia e dialogo.

Chi racconta la storia

Per anni, Spielberg e la sua famiglia hanno raccolto fondi e sostenuto Israele e la sua occupazione della Palestina. Che progetti di trasporre questo libro sul grande schermo è totalmente in linea con le sue dichiarazioni secondo cui darebbe la vita per Israele.

Io non capisco perché McCann gli abbia venduto i diritti. Temo che, proprio come gli uomini bianchi privilegiati hanno usato Exodus per vendere una montatura coloniale nel 1958, un nuovo gruppo di uomini bianchi privilegiati a Hollywood userà Apeirogon per vendere un nuovo capitolo culturale contemporaneo di menzogne colonialiste.

Io non conosco McCann, anche se sospetto che abbia scritto il suo libro con un senso di solidarietà e il desiderio di promuovere il “dialogo”. Ma è possibile fare grandi danni avendo le più nobili intenzioni. La retorica del dialogo può essere attraente, l’idea che parlare per trovare un’umanità comune sia tutto quello che ci vuole per smantellare il razzismo strutturale e le nozioni di supremazia etnocentrica. Può trasformare ogni tipo di persona, persino le vittime stesse, in persone che contribuiscono a diffondere l’ingiustizia.

Come ben sanno i palestinesi, avendo fatto proprio questo per quasi trent’anni, dialogo e negoziati hanno sempre favorito i potenti.

È chiaro che McCann abbia fatto lunghe ricerche, incluse lunghe conversazioni con i personaggi principali di questo libro e forse, presentando una storia vera, ha tentato di indicare la via in merito ai temi etici che riguardano l’appropriazione. Ma c’è un messaggio coloniale complessivo che si presta alla propaganda sionista. È come Jared Kushner che, dopo aver letto 25 libri, pensa che ciò lo qualifichi a fare l’“accordo del secolo”, una “soluzione” per accontentare “tutte le parti ” del “conflitto”.

Susan Abulhawa è una scrittrice palestinese

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione Mirella Alessio)




Come rispondere a questa domanda: “Riconosci ad Israele il diritto di esistere?”

Steven Salaita

10 dicembre 2019 – Mondoweiss

Quando gli antisionisti discutono di Medio Oriente, raramente si pone la questione dell’esistenza di Israele. È quasi esclusivamente un argomento dei filoisraeliani. Noi ci concentriamo sulla liberazione nazionale, su come sopravvivere alla repressione, sulle strategie della resistenza, sul recupero delle storie rimosse, sulle complesse (e a volte delicate) relazioni all’interno di una popolazione indigena disgregata da decenni di aggressione. Che uno Stato colonialista – o qualunque Stato, in realtà – non possieda alcun diritto ontologico è un assunto non esplicitato.

“Riconosci il diritto di Israele ad esistere?” simula un rispetto per gli oppressi, ma è un’asserzione del tutto differente, che trasforma complesse idee di liberazione in un grossolano test di correttezza politica. Dare priorità allo Stato come degno di rilievo, come qualcosa a cui automaticamente dobbiamo rispetto, riconduce la vita agli imperativi del capitale.

Lo scopo principale della domanda è attribuire una posizione bieca ai dissidenti. Essa raggiunge tale obbiettivo anche quando i dissidenti non ne hanno sostenuto la distruzione. La mera difesa della vita dei palestinesi è sufficiente ad evocare il timore dei coloni per la propria esistenza. Per gente cresciuta nel dogma ortodosso, Israele è sinonimo di progresso, tecnologia e produzione. Affermare la sua esistenza è un sostegno allo status quo; non importa quanto sia assurda come premessa morale, negli ambienti capitalisti è una domanda del tutto sensata.

Ci sono tantissime ragioni per evitare la domanda. La prima ragione è pratica: noi non promuoviamo la distruzione di comunità umane, ma di ideologie che portano al razzismo e all’ineguaglianza. Confondere il popolo ebraico (o di qualunque nazionalità) con l’esistenza di un regime violento e rapace è sia insidioso che immorale. Quel genere di confusione è un grave danno per gli attivisti e gli intellettuali che si impegnano per un mondo migliore – e per le comunità per le quali un mondo migliore è una necessità per sopravvivere. Nessuno mi ha mai chiesto di ribadire l’esistenza di un altro Stato-Nazione, una richiesta che avrei analogamente rifiutato. I sionisti pretendono continuamente per Israele un trattamento speciale.

Inoltre è una grave impudenza per gli alfieri di uno Stato fondato sulla distruzione della Palestina e che da 80 anni compie una pulizia etnica chiedere alle vittime della sua crudeltà di essere riconosciuto. Ancor peggio, il riconoscimento non è che la punta dell’iceberg della domanda. Ci viene chiesto anche di legittimare l’apartheid e di ignorare la costante perpetrazione di crimini di guerra. La conclusione è avallare Israele come una componente militarizzata dell’imperialismo occidentale – in altri termini, affermare l’esistenza di un’entità profondamente disumana.

Prendiamo in considerazione la domanda nel contesto del Nord America, dove viene posta più frequentemente. Quelli tra noi che operano in questa area geografica non hanno l’autorità di rinunciare a circa l’80% (e probabilmente al 100%) della Palestina storica. Non vi è alcun diritto per un occidentale di abbandonare la Palestina dietro pressione di un’insistenza falsamente umanitaria da parte dei sionisti, secondo cui la loro perfidia è giustificata perché ci renderà in qualche modo cittadini più responsabili.

Sono felice, anzi ansioso, di affermare il diritto del popolo ebraico di vivere in pace e sicurezza ovunque, un diritto che spetta ad ogni essere umano senza ordine di priorità. Ma non intendo ratificare la fondazione cruenta di Israele o il suo culto della supremazia razziale. In fin dei conti, quando i sionisti chiedono di affermare il diritto di Israele ad esistere, ciò che in realtà chiedono è l’affermazione della non esistenza dei palestinesi.

Al di là di questi fattori filosofici, politici e pratici, vi è una valida ragione psicologica per respingere la domanda. In questo presunto conflitto i sionisti sono gli oppressori e godono di un sostegno pressoché universale nei centri del potere politico ed economico. Hanno più finanziamenti, l’accesso ai principali media e l’appoggio dell’esercito USA. Tuttavia i palestinesi hanno un unico tipo di potere che non necessita di denaro, di piattaforme o di armamenti: la capacità di negare legittimità a Israele. È un piccolo potere, privo di strumenti concreti, ma è comunque potere, del tipo che solo un pazzo o un opportunista potrebbe cedere. Quando un oppressore fa della sottomissione la base della responsabilità civile, l’insolenza è l’unica risposta dignitosa.

Steven Salaita

Il più recente libro di Steven Salaita è ‘Inter/nationalism: decolonizing native America and Palestine’ [Inter/nazionalismo: decolonizzare l’America dei nativi e la Palestina].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Due narrazioni sulla Palestina

Le due narrazioni sulla Palestina: il popolo è unito, le fazioni no

 

Ramzy Baroud

8 maggio 2019 – Palestine Chronicle

 

Le due narrazioni sulla Palestina: il popolo è unito, le fazioni no

Ramzy Baroud

8 maggio 2019 – Palestine Chronicle

 

La conferenza internazionale sulla Palestina, tenutasi a Istanbul tra il 27 e il 29 aprile, ha riunito molti relatori e centinaia di accademici, giornalisti, attivisti e studenti, provenienti dalla Turchia e da tutto il mondo.

La conferenza è stata una rara occasione per sviluppare una discussione di solidarietà internazionale sia inclusivo che lungimirante.

Vi è stato un consenso quasi totale sul fatto che il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (contro Israele) (BDS) debba essere appoggiato, che il cosiddetto ‘accordo del secolo’ di Donald Trump debba essere respinto e che la normalizzazione debba essere evitata.

Tuttavia quando si è trattato di articolare gli obbiettivi della lotta palestinese, la narrazione si è fatta indecisa e poco chiara. Benché nessuno dei relatori abbia difeso una soluzione con due Stati, il nostro appello per uno Stato unico democratico fatto da Istanbul – o da ogni altro luogo fuori dalla Palestina – è apparso quasi irrilevante. Perché la soluzione di uno Stato unico diventi l’obiettivo principale del movimento mondiale a favore della Palestina, l’appello deve provenire da una leadership palestinese che rifletta le genuine aspirazioni del popolo palestinese.

Un relatore dopo l’altro ha invocato l’unità dei palestinesi, pregandoli di fare da guida e di articolare un discorso nazionale. Molti altri nel pubblico si sono detti d’accordo con quella posizione. Qualcuno ha addirittura lanciato la retorica domanda: “Dov’è il Mandela palestinese?” Fortunatamente il nipote di Nelson Mandela, Zwelivelile “Mandla” Mandela, era tra i relatori. Ha risposto con enfasi che Mandela era solo il volto del movimento, che comprendeva milioni di uomini e donne comuni, le cui lotte e sacrifici hanno infine sconfitto l’apartheid.

Dopo il mio intervento alla conferenza, nell’ambito della mia ricerca per il mio prossimo libro su questo argomento, ho incontrato alcuni prigionieri palestinesi scarcerati.

Alcuni degli ex prigionieri si definivano di Hamas, altri di Fatah. Il loro racconto è apparso per la maggior parte libero dal deprecabile linguaggio fazioso da cui siamo bombardati sui media, ma anche lontano dalle narrazioni aride e distaccate dei politici e degli accademici.

“Quando Israele ha posto Gaza sotto assedio e ci ha negato le visite dei familiari, anche i nostri fratelli di Fatah ci sono venuti in aiuto”, mi ha detto un ex prigioniero di Hamas. E ogni volta che le autorità carcerarie israeliane maltrattavano chiunque dei nostri fratelli, di qualunque fazione, compresa Fatah, tutti noi abbiamo resistito insieme.”

Un ex prigioniero di Fatah mi ha detto che, quando Hamas e Fatah si sono scontrate a Gaza nell’estate del 2007, i prigionieri hanno sofferto moltissimo.

 “Soffrivamo perché sentivamo che il popolo che dovrebbe combattere per la nostra libertà si stava combattendo al proprio interno. Ci siamo sentiti traditi da tutti.”

Per incentivare la divisione le autorità israeliane hanno collocato i prigionieri di Hamas e di Fatah in reparti e carceri diversi. Intendevano impedire ogni comunicazione tra i leader dei prigionieri e bloccare qualunque tentativo di trovare un terreno comune per l’unità nazionale.

La decisione israeliana non era casuale. Un anno prima, nel maggio 2006, i leader dei prigionieri si erano incontrati in una cella per discutere del conflitto tra Hamas, che aveva vinto le elezioni legislative nei Territori Occupati, e il principale partito dell’ANP, Fatah.

Tra questi leader vi erano Marwan Barghouti di Fatah, Abdel Khaleq al-Natshe di Hamas e rappresentanti di altri importanti gruppi palestinesi. Il risultato è stato il Documento di Riconciliazione Nazionale, probabilmente la più importante iniziativa palestinese da decenni.

Quello che è diventato noto come Documento dei Prigionieri era significativo perché non era un qualche compromesso politico autoreferenziale raggiunto in un lussuoso hotel di una capitale araba, ma una effettiva esposizione delle priorità nazionali palestinesi, presentata dal settore più rispettato e stimato della società palestinese.

Israele ha immediatamente denunciato il documento.

Invece di impegnare tutte le fazioni in un dialogo nazionale sul documento, il presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas, ha dato un ultimatum alle fazioni rivali: accettare o respingere in toto il documento. Abbas e le fazioni contrapposte hanno tradito lo spirito unitario dell’iniziativa dei prigionieri. Alla fine, l’anno seguente Fatah e Hamas hanno combattuto la loro tragica guerra a Gaza.

Parlando con i prigionieri dopo aver ascoltato il discorso di accademici, politici ed attivisti, sono stato in grado di decifrare una mancanza di connessione tra la narrazione palestinese sul campo e la nostra percezione di tale narrazione dall’esterno.

I prigionieri mostrano unità nella loro narrazione, un chiaro senso progettuale, e la determinazione a proseguire nella resistenza. Se è vero che tutti si identificano in un gruppo politico o nell’altro, devo ancora intervistare anche un solo prigioniero che anteponga gli interessi della sua fazione all’interesse nazionale. Questo non dovrebbe sorprendere. Di certo, questi uomini e queste donne sono stati incarcerati, torturati ed hanno trascorso molti anni in prigione per il fatto di essere resistenti palestinesi, a prescindere dalle loro tendenze ideologiche e di fazione.

Il mito dei palestinesi disuniti e incapaci è soprattutto un’invenzione israeliana, che precede l’avvento di Hamas, e persino di Fatah. Questa nozione sionista, che è stata fatta propria dall’attuale primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sostiene che ‘Israele non ha partner per la pace’. Nonostante le concessioni senza fine da parte dell’Autorità Palestinese a Ramallah, questa accusa è rimasta un elemento fisso nelle politiche israeliane fino ad oggi.

A parte l’unità politica, il popolo palestinese percepisce l’‘unità’ in un contesto politico totalmente diverso da quello di Israele e, francamente, di molti di noi fuori dalla Palestina.

‘Al-Wihda al-Wataniya’, ovvero unità nazionale, è un’aspirazione generazionale che ruota intorno a una serie di principi, compresi la resistenza come strategia per la liberazione della Palestina, il diritto al ritorno dei rifugiati e l’autodeterminazione per il popolo palestinese come obiettivi finali. È intorno a questa idea di unità che i leader dei prigionieri palestinesi hanno steso il loro documento nel 2006, nella speranza di scongiurare uno scontro tra fazioni e di mantenere al centro della lotta la resistenza contro l’occupazione israeliana.

La Grande Marcia del Ritorno, che è tuttora in atto a Gaza, è un altro esempio quotidiano del tipo di unità che il popolo palestinese persegue. Nonostante gravi perdite, migliaia di manifestanti persistono nella loro unità per chiedere la libertà, il diritto al ritorno e la fine dell’assedio israeliano.

Da parte nostra, sostenere che i palestinesi non sono uniti perché Fatah e Hamas non riescono a trovare un terreno comune è del tutto ingiustificato. L’unità nazionale e l’unità politica tra le fazioni sono due questioni differenti.

È fondamentale che non facciamo l’errore di confondere il popolo palestinese con le fazioni, l’unità nazionale intorno alla resistenza e ai diritti con i compromessi politici tra gruppi politici.

Per quanto riguarda la visione e la strategia, forse è tempo di leggere il ‘Documento di Riconciliazione Nazionale’ dei prigionieri. Lo hanno scritto i Nelson Mandela della Palestina, migliaia dei quali sono tuttora nelle carceri israeliane.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra, 2018). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli studi globali e internazionali, Università di California, Santa Barbara.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 

 




Essere gay a Gaza: quattro testimonianze dalla Striscia

24 aprile 2017

In questi ultimi giorni di tensione politicamente satura di notizie sconvolgenti sulle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) in paesi di maggioranza musulmana, e tra le mille preoccupazioni per i civili che si trovano tra l’incudine e il martello di potenze distruttive, uno dei pensieri sfugge verso chi nella sua diversità sessuale subisce tanto quanto il resto dei popoli più oppressi da anni a questa parte: i gay di Gaza.

Questa è la prima parte della traduzione di un articolo pubblicato a settembre dell’anno scorso su Dkhlak che racconta la quotidianità di molte persone, non soltanto a Gaza, attraverso testimonianze di uomini che non trovano modi per vivere liberamente il proprio orientamento sessuale. La seconda parte sarà pubblicata lunedì 1 maggio. L’autore dell’articolo ha deciso di non rivelarsi per paura delle conseguenze che possono minacciare la sua libertà, se non addirittura la sua vita.

L’omosessualità nella striscia di Gaza

L’obiettivo di questo articolo è fare luce sugli omosessuali palestinesi, una parte emarginata della comunità che vive nella Striscia di Gaza, raccontando le loro sofferenze, le loro esperienze e la loro battaglia in rapporto all’omofobia radicata in una società devota ipocritamente alla religione.

Sono centinaia quelli che vivono sotto un velo segreto che a malapena li protegge dalle minacce di morte, che li costringe a reprimere la loro vera identità e li obbliga a vivere nelle menzogne per garantirsi il diritto di sopravvivenza. Questo e tanto altro fa sì che chiunque, come me, voglia incontrarli e raccontarli, trovi la missione quasi impossibile da compiere. D’altronde, chi cerca di dar voce ai più deboli e supportarli non riconosce limiti al possibile e quindi raggiungerà i propri obiettivi.

Incontrarli e conoscerli

Un giorno, mentre sfogliavo alcuni siti arabi di cronaca e notizie internazionali, ho trovato un articolo che parlava di un forum online specializzato in incontri tra uomini omosessuali, creato da un ragazzo gay libanese. Questo nuovo social mi ha parecchio incuriosito, perché includeva utenti da tutto il mondo. Ho deciso di aprire un account per capire al meglio i suoi meccanismi.

Una delle opzioni era la ricerca degli utenti più vicini usando il GPS: mi ha sorpreso quante persone della mia città fossero iscritte, tutte da Gaza e di tutte le età. Ho chattato con molti cercando di capire come facevano a incontrarsi e dove, soprattutto perché se tu fossi eterosessuale e incontrassi una ragazza in segreto e venissi scoperto anche una sola volta basterebbe per rinchiuderti in prigione per anni.

Purtroppo per mancanza di testimonianze di sesso femminile non ho potuto scrivere l’articolo includendo anche le ragazze lesbiche di Gaza, anche perché su quel social ho trovato solo maschi.

L’incontro nel mondo virtuale

In questa parte dell’articolo vi riporterò alcune storie che mi sono state raccontate nelle chat private avute con dei ragazzi, vi illustrerò le loro vite, i loro rapporti familiari e le sfide che affrontano.

M.T. 29 anni

“Sono sposato e vivo con mia moglie e i miei 3 figlioli. Sono stato costretto a sposarmi a 20 anni perché fa parte delle nostre tradizioni e costumi in questa parte della Striscia. Non mi sono rifiutato semplicemente perché non volevo dichiararmi omosessuale in una famiglia molto religiosa… Penso che se avessi detto la verità sarei stato lapidato in una fossa di fronte alla moschea dai miei stessi fratelli.

“Ti racconto un episodio che non potrò mai dimenticare, uno tra i tanti dipinti di paure e minacce: quattro anni fa avevo una relazione con un uomo di cinquant’anni, di Gaza. Lo incontrai in Egitto durante un viaggio. Quando tornai nella Striscia, era difficile incontrarci e quindi passavamo molto tempo al telefono, ma dopo qualche tempo le spie di Hamas lo avevano scoperto e indotto a svelare il nostro rapporto.

“Mi convocarono per un interrogatorio, non mi chiamavano mai con il mio nome: ‘Vieni, pervertito!’, ‘Siediti, frocio!’, ‘Dio ti maledica, adultero, fai schifo’… Ammetto di aver subito violenze anche fisiche da parte delle forze dell’ordine, però l’unica mia preoccupazione era che non volevo che la mia famiglia e i miei amici sapessero di me: se mia moglie fosse venuta a saperlo? Avrei perso i miei figli, mi avrebbero allontanato da tutti i miei cari.

“Allora li pregai e mi inginocchiai chiedendo loro di non dire nulla a nessuno. L’interrogatorio finì con una multa di 1300 sicli [circa 330 euro; ndr] pagati alle autorità in cambio del silenzio. La somma era enorme rispetto a quello che guadagnavo, ma ero pronto a vendere parti del mio corpo pur di pagarli e pur di garantirmi il loro silenzio.

“Dopo quella volta e da quel giorno mi accontento delle amicizie virtuali tramite i social, principalmente per non sentirmi solo. Spero che un giorno le cose cambieranno, pur sapendo già che sono a metà della mia vita, ma non so se resisterò ancora nell’attesa di quel futuro”.

M.Q., 18 anni

La sua storia è stata per me la più difficile da digerire.

“Mio padre è un ingegnere informatico, mi controllava il computer attraverso programmi che installava di nascosto sul portatile. Due anni fa stavo scrivendo a un mio amico giordano non sapendo che mio padre leggesse tutti i messaggi, quando all’improvviso e senza dire una parola mio babbo mi ha picchiato, gridandomi ‘Mio figlio è gay? Non ti ho saputo educare!’. Ma non bastava. Mi portò da imam che praticavano l’esorcismo, sedute settimanali durante le quali venivo picchiato, frustato e torturato.

“Durò un anno e mezzo questa situazione. Credevo sempre di più che sarei morto presto, magari suicidandomi. Presi una manciata di pillole, le ingoiai, ma fui salvato da mia madre che mi sentì tossire mentre lottavo contro la morte.

“Il cuore di mio padre si addolcì e smise di portarmi alle sedute di esorcismo, però mi fece seguire da uno psichiatra per curarmi dall’omosessualità. Il medico mi dava varie medicine da assumere giornalmente, ma non fidandomi di lui ho cercato gli effetti dei medicinali prescritti: era un misto tra antidepressivi e alcune pillole per placare la libido fino a togliermela del tutto, o almeno questo è quello che credono i medici a Gaza.

“Mi viene da piangere. Non ho ancora raggiunto i vent’anni e già le mie sofferenze mi consumano la vita.

“Mi sono cancellato dai siti per un lungo periodo, fino a quando non ho comprato segretamente un tablet che ora mi permette di condividere i miei sentimenti con il mio amico giordano e di trovarmi nuovi amici come me senza rischiare di essere spiato da mio padre. Il mio sogno è di finire il liceo qui e continuare gli studi all’estero, dove potrò vivere la mia vera natura liberamente e senza paura”.

Aymen, 36 anni

“Cerco di proteggere la mia identità sessuale il più possibile, anche se quotidianamente i miei genitori cercano di convincermi a sposarmi con una donna qualsiasi per costruire un mio nucleo familiare, così loro potranno godersi i miei figli come già fanno con i nipoti dei miei parenti e fratelli. Non li biasimo, perché un nativo di Gaza non può rimanere single fino a quest’età: o è malato di mente o lo è fisicamente, e chi più ne ha più ne metta.

“Ma non posso… Non posso mentire a una ragazza e sposarla senza amarla. Il matrimonio non è un semplice contratto da firmare o una saltuaria relazione sessuale, come mi insegna la società e la religione: il matrimonio è serenità e scambio emotivo d’amore tra due persone e non riesco a trovare ciò se non con un uomo. Ogni giorno spero di poter abbandonare questo paese intellettualmente sterile, però non riesco a lasciare i miei genitori anziani e bisognosi di assistenza. A volte penso al suicidio, ma so che non è la soluzione.

“Sono musulmano e molto credente, tuttavia sprofondo nella depressione quando sento parlare gli imam di omosessualità e di come gli omosessuali dovrebbero essere lapidati e massacrati. Non credo che Allah sia come dicono: Egli è misericordioso, non giudica qualcuno per una caratteristica innata come l’orientamento sessuale. Sono stato creato così e continuo a sperare nella misericordia di Allah che ci ha fatti come siamo”.

S.H. 20 anni

Ho deciso di concludere questa prima serie di interviste con quest’ultima storia, raccontatami da un ragazzo che successivamente è diventato un caro amico.

“Ho scoperto la mia omosessualità da molto piccolo. Il mio modo effeminato di essere mi faceva riconoscere. Ho subito un forte bullismo dalla più tenera età, nonostante abbia cercato di cambiare.

“La mia vita a Gaza era letteralmente infernale, non potevo vestirmi come desideravo né incontrare persone gay come me. A scuola ero perseguitato dai bulli, che non erano soltanto studenti, ma anche alcuni insegnanti che facevano parte dell’organizzazione di Hamas: avevano la barba come segno di estremismo religioso ed erano duri nei loro trattamenti.

“Dopo che Hamas ha preso il controllo sulla Striscia, la maggior parte degli insegnanti ha lasciato il lavoro nelle scuole statali ed è stata sostituita da persone appartenenti all’organizzazione di stampo religioso. Infatti tra i primi cambiamenti adottati nelle scuole statali c’erano le lezioni di educazione fisica trasformate in addestramento militare. Mi ricordo ancora tutti i nomignoli dispregiativi che usava un poliziotto per chiamarmi al mio arrivo a scuola e durante l’addestramento…

“Ho resistito fino a che ho potuto e poi ho chiesto a mia madre di trasferirmi in una scuola privata, sapendo che il problema non sarebbe mai cessato di esistere, però almeno mi sarei allontanato dall’eccessivo bullismo.

“Finii il liceo con il massimo dei voti, guadagnandomi una borsa di studio negli Stati Uniti. Fin dal primo giorno che ho messo piede negli USA mi sento libero, mi vesto come voglio e non subisco più aggressioni e violenze. Sono fiero di essere omosessuale, sono out and proud. La cosa più importante che ho fatto qui finora è stata quella di dire la verità ai miei genitori: mio padre fa ancora molta fatica ad accettarmi, mentre mia madre mi ha espresso il suo supporto dicendomi che mi amerà comunque io sia”.

* * *

Concludendo, penso che la sofferenza dei gay palestinesi di Gaza sia la regola del giorno di tutti gli omosessuali nei paesi arabi, ma spero che l’alba della libertà sia vicina. Spero che cadano i nostri dittatori, così potremo finalmente vivere senza paura le nostre libertà. Se ciò non accadrà, continueremo ad abbandonare i nostri paesi, lasciandoli nelle mani sporche di questi governi che scelgono solamente guerre e isolamento, per dirigerci verso il mondo occidentale che sarà sicuramente più misericordioso di noi.

 

autore anonimo per Dkhlak
introduzione e traduzione di Lyas
©2017 Il Grande Colibrì




Alla conferenza di Parigi Trump era il convitato di pietra

Barak Ravid, 16 gennaio 2017 Haaretz

In molti dei discorsi dei ministri degli esteri era evidente il timore per quanto accadrà dopo l’ insediamento del presidente eletto: la domanda che aleggiava nell’aria era se questa sarà l’ultima conferenza di pace per i prossimi quattro anni.

PARIGI. Decine di ministri degli esteri partecipanti alla conferenza di pace di Parigi si sono avvicinati al Segretario di Stato John Kerry. Alcuni gli hanno stretto la mano, altri lo hanno abbracciato, alcuni hanno addirittura voluto essere fotografati con lui. L’evento è stato l’addio della comunità internazionale all’amministrazione Obama ed ha avuto la funzione di terapia di gruppo alla vigilia dell’ insediamento alla Casa Bianca del presidente eletto Donald Trump, venerdì prossimo.

Nella sala della conferenza Trump era il convitato di pietra. La paura per ciò che avrebbe comportato il 20 gennaio era evidente negli interventi di molti ministri degli esteri, specialmente in quelli degli ospiti francesi.

C’è incertezza sulla politica estera di Trump verso gran parte del mondo, ma soprattutto relativamente alla questione israelo-palestinese. La domanda che non è mai stata esplicitata direttamente, ma aleggiava nell’aria, era se la riunione di Parigi sarà l’ultima conferenza di pace per i prossimi quattro anni.

Le dichiarazioni di Trump e dei suoi consiglieri sul trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme; la nomina di David Friedman, sostenitore delle colonie, come ambasciatore in Israele; le risposte di Trump del mese scorso sia alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu sulle colonie, sia al discorso di Kerry sul processo di pace; infine l’esultanza tra le fila dei politici di destra e degli attivisti delle colonie dopo la sua elezione – questi sono solo alcuni dei motivi per cui così tanti ministri degli esteri presenti alla conferenza erano preoccupati.

Sia il presidente francese Francois Hollande che il suo ministro degli esteri Jean-Marc Ayrault hanno sottolineato che la conferenza intendeva inviare a Trump un messaggio riguardo al consenso internazionale sulla necessità di promuovere la pace tra Israele e Palestina ed una soluzione di due stati.

E avevano ragione. I ministri degli esteri europei erano presenti in forza; tutti gli stati arabi sunniti con cui il primo ministro Benyamin Netanyahu spera di migliorare i rapporti hanno inviato i propri ministri degli esteri; ed anche molti degli stati africani che Netanyahu ha corteggiato hanno inviato rappresentanti per dimostrare il loro sostegno alla creazione di uno stato palestinese.

Ma c’era consenso anche ad un livello più puntuale: attraverso l’opposizione del consesso al trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e il timore che ciò infiammerebbe il Medio Oriente.

Trump costituiva un fattore importante anche nelle considerazioni dei paesi che si sono opposti alla conferenza, incluso Israele. “Questi sono gli spasmi mortali del mondo di ieri”, ha detto Netanyahu, dando inizio alla riunione di governo di domenica. “Il futuro sarà diverso”.

Netanyahu ha fantasticato per settimane sul suo primo incontro allo studio ovale con Trump, che pare avrà luogo nella prima settimana di febbraio. Ha atteso per otto lunghi anni questo incontro.

Ma Trump spiega anche perché la Russia ed il Regno Unito avessero riserve rispetto alla conferenza di Parigi ed hanno inviato solo rappresentanti di basso livello. I russi sperano di sfruttare l’era Trump per realizzare il loro sogno di ospitare una conferenza di pace a Mosca – o almeno un summit tra Netanyahu ed il presidente palestinese Mahmoud Abbas. I britannici, che adesso stanno programmando la loro uscita dall’Unione Europea, stanno facendo ogni sforzo per differenziarsi dalle politiche dell’amministrazione Obama ed allinearsi con ciò che immaginano sarà la politica di Trump.

Comunque, sia quelli che temono Trump sia quelli che lo attendono con impazienza potrebbero finire con l’essere in qualche modo delusi. Le audizioni di conferma [dei ministri nominati da Trump al Congresso americano per ottenerne l’approvazione, ndtr] del Segretario di Stato Rex Tillerson e del Segretario alla Difesa James Mattis designati hanno chiarito che le politiche dell’amministrazione Trump sono, nel migliore dei casi, non del tutto definite e nel caso peggiore inesistenti su quasi tutte le questioni, compresa quella israelo-palestinese. Quindi lo scoramento degli europei e dei palestinesi e la soddisfazione di Netanyahu e dei coloni potrebbero entrambi rivelarsi prematuri.

Nelle ultime settimane Trump ed il suo staff hanno sottolineato che il processo di pace tra Israele e Palestina sarà in cima alle loro priorità. Presto scopriremo come pensano di fare. Per ora, non è chiaro neppure se lo sanno loro stessi.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il direttore di B’Tselem: perché ho parlato contro l’occupazione all’ONU

di Hagai El-Ad

Haaretz16 ottobre 2016

Non ci sono possibilità che la società israeliana, di sua spontanea volontà e senza alcun aiuto, metta fine all’incubo. Troppi meccanismi nascondono la violenza che mettiamo in atto per controllare i palestinesi.

Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché mi sforzo di essere umano. E gli esseri umani, quando si assumono la responsabilità di un’ingiustizia contro altri esseri umani, hanno l’obbligo morale di fare qualcosa.

Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché sono israeliano. Non ho un altro Paese. Non ho un’altra cittadinanza né un altro futuro. Sono nato e cresciuto qui e qui sarò sepolto: mi sta a cuore il destino di questo luogo, il destino del suo popolo e il suo destino politico, che è anche il mio. E alla luce di tutti questi legami, l’occupazione è un disastro.

Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché i miei colleghi di B’Tselem ed io, dopo così tanti anni di lavoro, siamo arrivati ad una serie di conclusioni. Eccone una: la situazione non cambierà se il mondo non interviene. Sospetto che anche il nostro arrogante governo lo sappia, per cui è impegnato a seminare la paura contro un simile intervento.

L’intervento del resto del mondo contro l’occupazione sarebbe semplicemente legittimo come per qualunque questione di diritti umani. Lo è ancora di più quando ciò coinvolge un problema come il fatto che governiamo su un altro popolo. Non è una questione interna israeliana. E’ palesemente una questione internazionale.

C’è un’altra conclusione: non ci sono possibilità che la società israeliana, di sua spontanea volontà e senza alcun aiuto, metta fine all’incubo. Troppi meccanismi nascondono la violenza che mettiamo in atto per controllarli. Si sono accumulate troppe giustificazioni. Ci sono state troppe paure e troppo odio – da entrambe le parti – nel corso degli ultimi 50 anni. Alla fine, ne sono sicuro, israeliani e palestinesi porranno fine all’occupazione, ma non lo possiamo fare senza l’aiuto del resto del mondo.

Le Nazioni Unite sono molte cose. Molte di queste sono problematiche, altre sono realmente stupide. Con queste non sono d’accordo. Ma le Nazioni Unite sono anche l’organizzazione che ci ha dato uno Stato nel 1947, e questa decisione è la base della legittimità internazionale del nostro Paese, l’unico di cui sono cittadino. E ogni giorno di occupazione che passa, non solo ci mangiamo con diletto la Palestina, distruggiamo anche la legittimità del nostro Paese.

Non capisco cosa il governo voglia che facciano i palestinesi. Abbiamo dominato la loro vita per circa 50 anni, abbiamo fatto a pezzi la loro terra. Noi esercitiamo il potere militare e burocratico con grande successo e stiamo bene con noi stessi e con il mondo.

Cosa dovrebbero fare i palestinesi? Se osano fare manifestazioni, è terrorismo di massa. Se chiedono sanzioni, è terrorismo economico. Se usano mezzi legali, è terrorismo giudiziario. Se si rivolgono alle Nazioni Unite, è terrorismo diplomatico.

Risulta che qualunque cosa faccia un palestinese, a parte alzarsi la mattina e dire “Grazie, Raiss”- “Grazie, padrone” – è terrorismo. Cosa vuole il governo, una lettera di resa o che i palestinesi spariscano? Non possono sparire.

Neanche noi possiamo sparire, né staremo in silenzio. Dobbiamo ripeterlo ovunque: l’occupazione non è il risultato di un voto democratico. La nostra decisione di controllare le loro vite, per quanto ci possa stare bene, è un’espressione di violenza, non di democrazia. Israele non ha un’alternativa legittima per continuare in questo modo.

E il resto del mondo non può continuare a trattarci come è accaduto finora – tutte parole e niente fatti.

Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché sono ottimista, perché sono israeliano, perché sono nato ad Haifa e vivo a Gerusalemme [due città in cui vivono molti palestinesi. Ndtr.], e perché non sono più giovane e ogni giorno della mia vita è stato accompagnato dal nostro controllo su di loro. E perché è impossibile andare avanti così.

Non dobbiamo continuare in questo modo. Ho parlato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro l’occupazione perché mi sforzo di essere umano.

Hagai El-Ad è il direttore esecutivo del gruppo per i diritti umani di B’Tselem.

(traduzione di Amedeo Rossi)




I giovani palestinesi soffrono di un continuo disagio, l’occupazione israeliana.

Parlando di Terza Intifada, i palestinesi con meno di 30 anni discutono su chi vedono alla testa delle ultime violenze.

Al Jazeera

Mentre le prime pagine dei media si concentrano sui drammatici attacchi all’arma bianca da parte di palestinesi e israeliani, gli uni contro gli altri, contemporaneamente nelle ultime settimane migliaia di giovani palestinesi sono scesi in strada in Israele, a Gerusalemme est, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza per chiedere la fine della pluridecennale occupazione israeliana, per protestare contro le violenze delle forze di sicurezza israeliane e dei coloni e per chiedere il riconoscimento dei loro diritti umani.

Ovviamente gli accoltellamenti sono una novità, mentre le proteste sono di lunga data – tranne per il fatto che oggi coinvolgono una nuova generazione di palestinesi, quelli che sono cresciuti nell’epoca del processo di pace di Oslo e delle conseguenti frustrazioni e fallimenti. Come le proteste della prima Intifada nel 1987, alcune delle manifestazioni di oggi sono pacifiche, mentre altre si sono trasformate in scontri con le forze di sicurezza israeliane.

Mentre i veterani palestinesi e gli analisti affrontano la questione se gli attuali avvenimenti presentino le caratteristiche di una nuova intifada, Al Jazeera si è messa in contatto con un certo numero di palestinesi con meno di 30 anni in tutta la regione. Abbiamo posto loro due domande:

1) Chi pensi che diriga l’attuale rivolta?

2) Se queste proteste e questi scontri continueranno, come ti aspetti che risponderanno le forze di sicurezza israeliane, i coloni e l’Autorità Nazionale Palestinese?

Alcune delle loro risposte sono state tradotte dall’arabo, altre sono state espresse in inglese ma sono state corrette.

Lema Nazeeh

Avvocata di 27 anni di Ramallah, Cisgiordania

Questa sollevazione popolare è spontanea e chi la guida è la nuova generazione – soprattutto studenti medi ed universitari. Questa volta siamo scesi in strada e abbiamo raddoppiato la resistenza ovunque, a cominciare da Gerusalemme fino alla Cisgiordania e a Gaza. Stanno partecipando anche i palestinesi che vivono nei territori del ’48 [in Israele]. Il messaggio della nuova generazione è che la Palestina sarà libera e che siamo determinati a porre fine all’occupazione e al terrorismo dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Per continuare, abbiamo bisogno di creare un comitato unitario in cui il popolo si possa organizzare e dirigere il movimento al di fuori dell’establishment politico.

I palestinesi di qualunque parte devono essere uniti nella resistenza contro l’occupazione – manifestando a Gaza, Gerusalemme, Haifa, Ramallah, Betlemme, Yaffa ed Hebron. Finché continuerà l’occupazione dobbiamo continuare a resistere per una vita di libertà e dignità.

Le forze di sicurezza israeliane ed i coloni continueranno con la loro violenza e il terrorismo contro di noi, ma noi, il popolo, abbiamo una sola voce, che il governo israeliano, i gruppi sionisti e i membri della comunità internazionale complici dei crimini israeliani contro i palestinesi non potranno mai far tacere. Non è il momento di aver paura.

Fadi Salah Al Shaik Yousef

28 anni, specialista in sviluppo infantile a Gaza City, Gaza

Questa intifada popolare, che non è organizzata né diretta da nessuna autorità, è una reazione normale a tutti gli anni di ingiustizia, di crimini e di umiliazioni perpetrati da Israele contro il popolo palestinese. Considerando il grande numero di palestinesi uccisi e feriti per mano delle forze di sicurezza israeliane si tratta di una reazione assolutamente normale.

Queste proteste e questi scontri accadono perché il popolo palestinese ha perso ogni speranza nei propri dirigenti, persino nell’umanità. Abbiamo scoperto che le soluzioni pacifiche non stanno portando alla fine dell’occupazione – per cui dobbiamo continuare a resistere.

La gente di Gaza ormai non ha più niente da perdere, per cui siamo pronti ad aiutare in ogni caso la Cisgiordania. Noi marciamo fino alla frontiera con Israele e protestiamo per dire ai nostri fratelli in Cisgiordania che siamo solidali con loro e respingeremo ogni attacco israeliano contro di loro.

Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese possono tentare di controllare la situazione, ma non ci riusciranno. Nessuno lo può fare. E’ anche difficile prevedere dove porterà tutto questo. Siamo abituati al fatto che Israele commetta dei crimini e poi faccia la parte della vittima. Non mi aspetto che questo cambi. Da parte sua l’Autorità Nazionale Palestinese deve cessare ogni forma di coordinamento in materia di sicurezza con l’occupante.

Come questo finirà dipenderà dalla volontà del popolo e dal livello di sostegno diretto o indiretto che riceveremo dalle varie fazioni palestinesi.

Nadine Khoury

16 anni, studentessa di scuola superiore a Taybeh, in Cisgiordania

Vorrei puntualizzare che questo non sta succedendo solo da una settimana. Ho vissuto qui in Palestina da circa tre anni e mezzo e mi sono resa conto che questi atti inumani sono molto comuni nella vita palestinese (il che non li rende meno tragici).

Penso effettivamente che i palestinesi stiano cercando di iniziare una terza intifada perché ne hanno abbastanza di vivere accanto a questa gente che continua a prendersi la loro terra, a uccidere i loro figli ed hanno realmente il coraggio di fare e giustificare tutto ciò. Tuttavia, anche se sono d’accordo che una terza insurrezione può essere la nostra unica possibilità di liberarci dell’occupazione israeliana, non penso che ora sia il momento migliore. I palestinesi non hanno la tendenza a pensare ed agire tutti insieme, per cui, finché non troveranno un’unità, personalmente non penso che ci sarà un’intifada. Vivendo in Palestina, posso notare la brutalità da ambo le parti per cui, per il momento, non vedo che la situazione si possa calmare  a breve.

Se e finché questi scontri continueranno, credo che le forze di sicurezza israeliane ed i coloni seguiteranno ad usare la forza, in ogni modo possibile, per reprimere una terza intifada. Israele vuole solo mantenere il controllo sul popolo palestinese e sulla indebolita Autorità Nazionale Palestinese. So che il popolo palestinese continuerà a lottare ardentemente per la propria terra, i propri diritti e la propria libertà. Una kefiah (hatta, copricapo palestinese, ndt.) e una pietra non sono niente rispetto a un giubbotto antiproiettile e a un cecchino. Purtroppo è una lotta impari e il mondo sta a guardare quello che succede.

Omar Daraghmeh

27 anni, traduttore a Tubas, Cisgiordania

La recente violenza è il risultato dell’assenza di un qualunque orizzonte politico tra i palestinesi e le autorità d’occupazione israeliane a causa della continua aggressione israeliana (dell’esercito e dei coloni) contro i palestinesi in generale e la profanazione della sacra moschea di Al-Aqsa in particolare.

Le tensioni spariranno e la tranquillità verrà gradualmente ripristinata a meno che la più ampia maggioranza della popolazione palestinese si unisca alla sollevazione, sopratutto i gruppi armati palestinesi nei campi di rifugiati della Cisgiordania o nella Striscia di Gaza sotto assedio.

Ci si aspetta che Israele scateni una guerra contro Gaza mentre darà mano libera ai coloni e chiuderà Gerusalemme e la Cisgiordania e intensificherà la campagna di arresti.

D’altra parte l’Autorità Nazionale Palestinese se ne verrà fuori con le sue inutili dichiarazioni, terrà qualche “riunione d’emergenza” e chiederà una “protezione internazionale” per i palestinesi mentre contemporaneamente reprimerà ogni protesta palestinese contro l’occupazione.

Tarek Bakri

29 anni, ingegnere e ricercatore a Gerusalemme

Forse quello che è successo alla moschea di Al-Aqsa ha spinto molti altri a partecipare alla rivolta, ma la vedo come qualcosa di più grande. Riguarda l’occupazione e le sue politiche. A un certo punto crediamo che ci sia  una parte che sta eliminando l’altra. Gli israeliani stanno portando avanti una sorta di lenta pulizia etnica a Gerusalemme  attraverso esecuzioni immediate e seminando la paura per fare in modo che i palestinesi lascino la città. Israele vuole che Gerusalemme abbia una maggioranza ebraica.

Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a queste umiliazioni quotidiane. Succederà che i palestinesi alzeranno il livello della resistenza. Nel frattempo aumenterà la violenza dei coloni. Ma le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese rimarranno a guardare.

Raya Shamali

17 anni, studentessa di scuola superiore ad Arraba, Israele

La tensione tra le due parti è sempre stata  alta ed ogni tanto qualcosa la scatena e la rende più evidente. L’attuale situazione sta portando a scontri ancora peggiori tra i sionisti e i palestinesi e tra i cittadini palestinesi di Israele e il governo.

Ciò che sta avvenendo ora, i giovani palestinesi che lottano contro l’occupazione, è simile a quello che è successo nella seconda intifada, durante la quale questa generazione è cresciuta. Purtroppo è probabile che ciò porti a molti morti da entrambe le parti e colpisca in tutti gli ambiti della vita.

Finché le proteste continuano, mi aspetto che le forze di sicurezza israeliane continueranno nella repressione e nel razzismo verso i palestinesi. Mi aspetto anche che i coloni israeliani intervengano in modo più deciso.

E’ difficile dire cosa faranno le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese. O cercheranno di porre fine a quello che stanno facendo quelle israeliane, cosa che ci potrebbe portare a una guerra, o reprimeranno i manifestanti in modo che la situazione non diventi ancora peggiore.

Mustafa Staiti

29 anni, fotografo cinematografico a Jenin, Cisgiordania

Per la mia generazione – nata a metà degli anni ’80 durante la prima rivolta e che ha vissuto la seconda in tutti i suoi aspetti – è più facile avere un’opinione su quando tutto ciò diventerà quello che chiamiamo intifada. Una nuova azione può obbligare il mondo a trovare una soluzione finale per i palestinesi, o terminare con un altro disastro ad aggiungersi alla pulizia etnica a danno dei palestinesi. Quelli che scendono in strada adesso sono di una generazione più giovani di me. Sono nati nel culmine della violenza durante la seconda intifada – sono arrabbiati, senza paura e non gli importa quello che gli possa succedere. Non hanno niente da perdere; hanno sempre vissuto in guerra.

L’Autorità Nazionale Palestinese è instabile perché è legata ad accordi che dovrebbe mandare al diavolo, ma ciò porterebbe a una divisione o ad una violenza tra palestinesi. Israele cercherà di occupare più terra e continuerà ad usare la mano pesante. I coloni saranno i più soddisfatti se l’esercito israeliano invaderà la Cisgiordania e se si avanzerà verso l’idea di un unico Stato di Israele [compresi i Territori Occupati].

Mariam Barghouti

22 anni, studentessa universitaria a Ramallah, Cisgiordania

Credo ci sia una grande discrepanza tra il dibattito in corso all’estero sul fatto  se questa sia una terza intifada o no e la realtà sul terreno, dove questa discussione appare insensata. Al di là delle etichette, i giovani palestinesi stanno esprimendo il proprio malessere contro l’aggressione israeliana e i fallimenti della dirigenza palestinese per trovare una concreta soluzione per il popolo palestinese.

La grande maggioranza dei giovani che scendono in piazza ha tra i 13 e i 27 anni. E’ importante notarlo perché questa è la generazione di Oslo. E’ una generazione che non conosce una realtà oltre il muro dell’apartheid o le tattiche repressive dell’Autorità Nazionale Palestinese. Quello a cui stiamo assistendo non sono solo casuali atti di violenza, questa frustrazione ha infettato il popolo palestinese ormai da anni, stiamo lentamente implodendo. Piccoli atti di protesta in Cisgiordania, razzi da Gaza, scontri nella Palestina storica [Israele], tutto questo va a braccetto. Non possiamo decontestualizzare la situazione attuale dal passato. Ogni reazione è stata preceduta da un’azione, sia che si tratti del progressivo aumento dell’aggressione israeliana o della repressione da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese. Non è solo uno scontro  nei confronti dell’aggressione israeliana, ma un messaggio all’Autorità Nazionale Palestinese che si creerà una rivolta se continueranno la normalizzazione dell’occupazione, tenendo tranquillo Israele grazie al coordinamento per la sicurezza, pretendendo contemporaneamente di parlare in nome dei palestinesi.

Questo è un momento cruciale, in cui i giovani diventano protagonisti. Le voci che erano rimaste assenti dalle politiche israelo-palestinesi stanno erompendo attraverso il suono di cori, pietre, accoltellamenti e qualunque altro metodo disponibile. Non si può dire dove finirà tutto ciò, ma non credo che adesso sia importante. La situazione potrebbe benissimo terminare con l’aiuto dell’Autorità Nazionale Palestinese, succube di Israele; oppure l’escalation potrebbe continuare ad aumentare finché formeremo una dirigenza dal basso che possa iniziare a formulare delle richieste. Comunque il messaggio chiaro è che per ogni azione c’è una reazione e questa è la reazione della gioventù palestinese al  fallimento dei negoziati e alle continue aggressioni israeliane.

Finché gli scontri continueranno da parte dei giovani palestinesi, le forze di sicurezza israeliane risponderanno nell’unico modo che conoscono, cioè con la violenza. E’ insito nella loro struttura coloniale opprimere e opporsi ad ogni forma di resistenza palestinese. E’ una tattica istituzionalizzata e non una reazione alle manifestazioni palestinesi. Le vite dei coloni sono state turbate dai palestinesi, non si sentono più a loro agio nella loro opera di colonizzazione e ciò potrebbe avere uno di questi due risultati, potrebbero accentuare  la violenza contro i palestinesi (come vediamo attualmente), o capire che la colonizzazione non gli conviene economicamente o socialmente e questo potrebbe obbligarli a voler lasciare le loro colonie. La differenza tra i giovani palestinesi e i coloni israeliani è che i giovani palestinesi non hanno dietro di loro un appoggio, si sostengono uno con l’altro. D’altra parte i coloni hanno il sostegno dell’esercito israeliano e naturalmente del sistema giudiziario israeliano, che non li incolperà né li condannerà per le continue violenze perpetrate contro i palestinesi.

Quanto alle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, non agiranno senza un ordine della dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese. Attualmente stanno permettendo ai giovani palestinesi di scontrarsi con le forze di sicurezza israeliane non per un sincero appoggio al popolo palestinese, ma perché stanno attenti a che la rabbia  in piazza non si rivolga contro di loro. D’altro canto ho detto “permettono” ai giovani, perché l’Autorità Nazionale Palestinese ha ancora il potere di placare l’ira dei giovani che scendono in strada. Il silenzio dell’Autorità Nazionale Palestinese potrebbe benissimo essere un metodo per lasciare che i giovani che manifestano si stanchino invece di cercare di tranquillizzare le masse come fanno di solito. Quello che è orribile comunque è la possibilità che l’Autorità Nazionale Palestinese utilizzi lo spirito dei giovani in piazza come una merce di scambio con Israele per rafforzare la propria legittimità in Cisgiordania come l’unica autorità in grado di ottenere la calma e controllare le masse palestinesi e obbligare Israele a tornare al tavolo dei negoziati.

Stilato da Renee Lewis, Ehab Zahriyeh, Nadeem Muaddi e Nadia AbuShaban

(Traduzione di Amedeo Rossi)