Gli Stati Uniti sostengono di opporsi all’annessione mentre le mosse israeliane la fanno di fatto avanzare

Redazione di Palestine Chronicle

10 febbraio 2026 The Palestine Chronicle

Snodi cruciali

– La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ribadisce la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania

– Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha assaltato la città di Ni’lin a seguito delle misure governative che ampliano l’autorità israeliana sul territorio

– Le autorità israeliane hanno aumentato i poteri di controllo nelle Aree A e B e ampliato le politiche sulla proprietà terriera e le colonie

– Le forze militari israeliane hanno ordinato alle famiglie palestinesi vicino a Jenin di evacuare le case in vista del ritorno di militari in un ex campo

– Coloni ebrei israeliani illegali hanno bloccato una delegazione diplomatica russa in visita a Salfit per documentare la violenza dei coloni

Posizione degli Stati Uniti e contesto diplomatico

La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ha ribadito la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania occupata, sottolineando che l’obiettivo dell’amministrazione rimane il perseguimento della pace nella regione, secondo quanto ha riferito lunedì l’agenzia di stampa Reuters.

“Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un funzionario della Casa Bianca citato da Reuters.

La dichiarazione è arrivata mentre le tensioni si intensificavano a seguito di decisioni israeliane, largamente considerate come un’annessione sempre più rapida, che hanno attirato una crescente attenzione internazionale.

L’incursione di Smotrich

Tuttavia sul campo il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha preso d’assalto la città di Ni’lin, a seguito dell’approvazione da parte di Israele di misure che ne ampliano l’autorità in tutta la Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu [di proprietà del governo della Turchia, ndt.]

Smotrich ha descritto l’iniziativa come parte del tentativo di “ripristinare il controllo”, comprese azioni di repressione all’interno delle Aree A e B già amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese nell’ambito degli accordi di Oslo.

Il governo israeliano ha abrogato le restrizioni alla vendita di terreni, ha reso accessibili i registri di proprietà e ha trasferito l’autorità per i permessi di costruzione in alcune parti di Hebron (Al-Khalil) all’amministrazione civile israeliana.

Le modifiche consentono demolizioni e sequestri di proprietà anche in aree formalmente sotto l’amministrazione civile palestinese e ci si aspetta che facilitino l’espansione delle colonie nei territori occupati.

Illegali secondo il diritto internazionale

Tali misure sono illegali ai sensi del diritto internazionale, poiché la Cisgiordania occupata rimane un territorio sotto occupazione di guerra, dove alla potenza occupante è vietato esercitare l’autorità sovrana.

Estendendo la giurisdizione amministrativa, modificando i meccanismi di proprietà terriera e consentendo le confische, Israele sta di fatto sostituendo un’occupazione militare temporanea con una struttura di governo civile permanente.

Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante non può trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa, né può confiscare proprietà private se non per impellente necessità militare. Le nuove politiche facilitano invece l’espansione delle colonie, la legalizzazione retroattiva degli avamposti e cambiamenti demografici permanenti, azioni da sempre considerate gravi violazioni della Convenzione.

Gli organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, hanno ripetutamente affermato che le colonie israeliane in Cisgiordania non hanno validità giuridica e costituiscono violazioni del diritto internazionale. Le ultime misure pertanto non rappresentano riforme amministrative ma in pratica un consolidamento dell’annessione, alterando lo status giuridico del territorio senza una dichiarazione formale.

Evacuazioni forzate vicino a Jenin

In altro contesto, Anadolu ha riferito che le forze israeliane hanno ordinato a diverse famiglie palestinesi, più di cinquanta persone, di lasciare le loro case nel campo di Arraba, a sud di Jenin, in vista del previsto ritorno dei militari sul posto.

I residenti hanno iniziato a trasferire bestiame e beni senza alternative abitative dopo che gli è stato intimato di evacuare prima che l’esercito ristabilisca la sua presenza nell’ex campo militare sgombrato nel 2005.

Inviato russo ostacolato durante il tour in Cisgiordania

In un altro episodio, Anadolu ha riferito che nell’area di Salfit coloni ebrei israeliani illegali hanno ostacolato una visita sul campo dell’ambasciatore russo in Palestina, Gocha Buachidze, e dei funzionari al suo seguito.

La delegazione stava visitando le comunità colpite dagli attacchi dei coloni quando i coloni hanno bloccato il convoglio e lanciato minacce, impedendo la prosecuzione della visita.

I funzionari locali hanno descritto l’incidente come un’escalation della violenza dei coloni, sottolineando le centinaia di attacchi registrati negli ultimi anni e i piani in corso di decine di progetti di colonie nel governatorato.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il ministro di estrema destra Ben-Gvir sovrintende alla distruzione all’interno del complesso dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati

Redazione Palestine Chronicle

20 gennaio 2026 – The Palestine Chronicle

Le autorità israeliane hanno demolito le strutture all’interno della sede centrale dell’UNRWA a Gerusalemme Est, segnando una grave escalation contro l’agenzia delle Nazioni Unite e il suo ruolo al servizio dei rifugiati palestinesi.

Martedì le autorità di occupazione israeliane hanno effettuato operazioni di demolizione all’interno della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego dei Rifugiati Palestinesi (UNRWA) nella Gerusalemme Est occupata, in un’azione descritta dai funzionari palestinesi come una pericolosa escalation contro un organismo umanitario internazionale.

Le demolizioni hanno avuto luogo all’interno del complesso dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah. Secondo testimoni e palestinesi, sono state eseguite alla presenza del Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra.

Mentre le squadre israeliane si muovevano per distruggere le strutture all’interno della sua sede di Gerusalemme Est, l’UNRWA ha dichiarato di trovarsi di fronte a un “attacco senza precedenti”,

All’interno del complesso ONU

Secondo il Governatorato di Gerusalemme, i bulldozer israeliani hanno demolito uffici mobili e altre strutture all’interno del complesso dell’UNRWA. Il Governatorato ha affermato che, mentre i lavori di demolizione continuavano, le forze israeliane hanno anche issato la bandiera israeliana sul complesso, sostituendo quella delle Nazioni Unite.

I funzionari palestinesi hanno descritto l’iniziativa come parte di una “politica sistematica e ufficiale” che prende di mira un’agenzia delle Nazioni Unite che gode di immunità giuridica internazionale e svolge un ruolo insostituibile nel fornire servizi ai rifugiati palestinesi.

L’UNRWA assiste circa 192.000 rifugiati palestinesi nella sola Gerusalemme, fornendo istruzione, assistenza sanitaria e servizi sociali.

Ben-Gvir elogia la demolizione

Ben-Gvir ha accolto con favore la demolizione degli uffici dell’UNRWA, descrivendola come una “giornata storica” ​​e una celebrazione di quella che ha definito la sovranità israeliana su Gerusalemme.

Il vicesindaco israeliano Aryeh King si è spinto oltre, pubblicando sui social media che la rimozione dell’UNRWA da Gerusalemme era ora in corso, utilizzando un linguaggio provocatorio per descrivere l’agenzia.

Contesto giuridico e politico

La demolizione fa seguito alle misure legislative israeliane contro l’UNRWA.

Nell’ottobre 2024 la Knesset israeliana ha approvato una legge che vieta le operazioni dell’UNRWA e proibisce alle autorità israeliane di collaborare con l’agenzia.

Una seconda legge adottata a dicembre ha ordinato l’interruzione dei servizi di elettricità e acqua alle proprietà utilizzate dall’UNRWA.

Gli organismi internazionali hanno ripetutamente avvertito che lo smantellamento dell’UNRWA avrebbe conseguenze catastrofiche per milioni di rifugiati palestinesi che dipendono dai suoi servizi a Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza, in Libano, in Giordania e in Siria.

UNRWA

L’UNRWA è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1949 per fornire assistenza e protezione ai palestinesi sfollati durante la creazione di Israele.

Israele ha a lungo cercato di indebolire l’agenzia, considerando la sua esistenza come un riconoscimento dei diritti dei rifugiati palestinesi secondo il diritto internazionale.

La demolizione delle strutture dell’UNRWA a Gerusalemme Est avviene nel contesto di una più ampia campagna israeliana contro le istituzioni palestinesi nella città, che include chiusure forzate, demolizioni e restrizioni volte a ridisegnare il panorama demografico e politico di Gerusalemme.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Gli ospedali di Gaza sono ‘strapieni’ e i pazienti si trovano di fronte ad una grave penuria di farmaci

Redazione di Palestine Chronicle

6 gennaio 2026 – Palestine Chronicle

Il direttore dell’ospedale Al-Shifa ha chiesto forniture urgenti di farmaci e attrezzature mediche e l’apertura dei confini per i pazienti, avvertendo che ogni ritardo significa nuovi decessi.

Secondo il dott. Mohammed Abu Salmiya, direttore del complesso sanitario di Al-Shifa, nonostante l’accordo di cessate il fuoco gli ospedali di Gaza affrontano una situazione critica con un crescente numero dei pazienti, una grave carenza di medicinali e decessi quotidiani.

In un’intervista ad Al- Jazeera il dott. Abu Salmiya ha detto che il numero delle ferite dovute ai bombardamenti israeliani è diminuito, “c’è stato un significativo incremento degli ingressi in ospedale a causa dell’attuale epidemia di influenza” a Gaza, “che sta colpendo in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili.”

Queste comprendono i malati, gli anziani, le donne incinte e i bambini sotto l’anno di età, ha aggiunto.

Gli ospedali “adesso sono strapieni” di questi pazienti, e il tasso di occupazione (dei posti letto) arriva a “oltre il 150%.”

Carenza di medicinali

A causa della mancanza di medicinali, ha sottolineato, “la fase che stiamo attualmente attraversando è una delle peggiori in questa guerra di sterminio.”

Gli ospedali stanno lavorando ad oltre il 150% della loro capacità, assieme ad una grave carenza di medicinali e forniture mediche, ha affermato.

Il dott. Abu Salmiya ha detto che il 55% dei farmaci essenziali e il 70% delle forniture mediche sono indisponibili, sottolineando che alcune specializzazioni mediche sono carenti al 100%. Ciò, ha specificato, ostacola l’apporto delle cure necessarie anche nei casi di emergenza.

Inoltre circa il 50% i pazienti in dialisi renale non riceve le terapie farmacologiche, con decessi quotidiani continui, dovuti alla indisponibilità di oltre il 70% dei farmaci necessari.

Ha sottolineato che i pazienti oncologici stanno affrontando carenze simili che mettono a rischio le loro vite, mentre “decine di migliaia” di interventi chirurgici programmati sono stati bloccati a causa del divieto di ingresso in ospedale delle forniture mediche essenziali, in particolare per la chirurgia ortopedica, toracica e vascolare.

Restrizioni degli aiuti

[Il medico] ha affermato che gli aiuti che entrano coprono solo una quota limitata del fabbisogno.

Ha spiegato che la percentuale di farmaci che entrano in ospedale non supera il 20% e alcuni di questi farmaci non sono adeguati alle necessità urgenti degli ospedali.

Perciò ora all’interno dei nostri ospedali assistiamo ad un aumento dei decessi”, ha affermato il dott. Abu Salmiya.

Riguardo ai trasferimenti ospedalieri, ha spiegato che più di 20.000 pazienti hanno completato le procedure per andare all’estero per le cure, ma non hanno ottenuto il permesso di partire.

Questo ha causato finora la morte di circa 1.200 pazienti, compresi pazienti oncologici e bambini affetti da gravi malattie.

Le sfide del freddo

Il dott. Abu Salmiya ha anche affermato che, in seguito all’interruzione delle cure e al diffondersi di malattie respiratorie, gli ospedali sono di fronte ad un aumento significativo dei decessi tra i pazienti con patologie croniche e tra gli anziani.

A causa del clima freddo nella Striscia di Gaza le persone vivono in tende che non offrono protezione dal freddo”, ha affermato.

Al-Jazeera in lingua araba ha informato che le organizzazioni sanitarie di Gaza hanno messo in guardia dal collasso quasi totale del sistema sanitario a causa delle estese distruzioni di ospedali, dell’esaurimento di farmaci e delle continue restrizioni all’ingresso di attrezzature mediche.

Citando il Ministero della Sanità di Gaza, il rapporto afferma che un alto numero di ospedali è del tutto o parzialmente fuori servizio, mentre le restanti strutture operano con risorse limitate, tra una grave scarsità di carburante, acqua e attrezzature mediche essenziali.

Richiesta urgente a Israele

Le organizzazioni mediche internazionali hanno anche messo in guardia dalla diffusione di malattie infettive e dalla malnutrizione, in special modo tra i bambini, dato il sovraffollamento nei rifugi e il collasso dei servizi di assistenza sanitaria primaria, cosa che minaccia una probabile ondata di decessi.

Il dott. Abu Salmiya ha ribadito che l’interruzione dell’operazione militare di Israele nella Striscia non significa la cessazione delle morti. Ha richiesto la consegna urgente di farmaci e attrezzature mediche e l’apertura dei valichi per i pazienti, avvertendo che ogni ritardo comporta nuove vittime che avrebbero potuto essere salvate.

Dal 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano, con l’appoggio statunitense, ha scatenato una guerra genocida contro il popolo di Gaza. Finora questa campagna ha causato la morte di oltre 71.200 palestinesi e più di 171.000 feriti. La stragrande maggioranza della popolazione è stata sfollata e la distruzione delle infrastrutture non ha precedenti dalla seconda guerra mondiale. Migliaia di persone sono ancora disperse.

In aggiunta all’attacco militare, il blocco israeliano ha provocato una carestia provocata volontariamente, portando alla morte di centinaia di palestinesi – soprattutto bambini – e mettendone in pericolo di morte altre centinaia di migliaia.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele sta per ricominciare il genocidio? Tre scenari possibili per il futuro

Robert Inlakesh

30 dicembre 2025, The Palestine Chronicle

Dato che Tel Aviv rifiuta apertamente il ritiro e insiste sul disarmo, il cessate il fuoco” rischia di degenerare in una nuova strage di massa o in un lento tentativo di imporre il controllo e il trasferimento forzato della popolazione. Il dibattito su come sarà la Fase Due del cessate il fuoco a Gaza infuria, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump chiede il disarmo della resistenza palestinese. Nel frattempo, Gaza si rifiuta di consegnare le armi. Tuttavia la maggior parte delle analisi non coglie nel segno quando si tratta di interpretare i calcoli di Tel Aviv.

Il cosiddetto cessate il fuoco di Gaza si è dimostrato poco più di una pausa prolungata nel corso del massacro di civili. Sebbene sia ancora descritto come un cessate il fuoco, durante la “Fase Uno” si sono verificati tre importanti cambiamenti nella situazione sul terreno, mentre la guerra continuava a infuriare.

Il primo cambiamento importante, forse il più notevole, è stato l’impegno degli israeliani a non uccidere più una media di circa 100 civili al giorno. Il secondo è stato l’ingresso di maggiori aiuti a Gaza, sebbene non in quantità minimamente vicina a quella richiesta o concordata. Il terzo è stato uno scambio reciproco di prigionieri.

Valutare l’efficacia e le prospettive della prima fase del cessate il fuoco è importante per capire cosa potrebbe riservare la seconda fase, ammesso che venga raggiunta.

Per gli israeliani i vantaggi dell’attuazione parziale della Fase Uno sono stati numerosi. Innanzitutto l’elemento meno significativo è il fatto che si sono liberati dall’onere di rilasciare i prigionieri. Questo è stato importante per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che è riuscito a chiarire la questione del ritorno dei prigionieri, soprattutto in vista di una nuova tornata elettorale.

Poi ci sono altri vantaggi per gli israeliani. Gaza è uscita dalle prime pagine dei giornali internazionali, poiché le uccisioni quotidiane sono apparse troppo basse per essere considerate un problema importante dalla stampa occidentale di parte. Nel frattempo i soldati israeliani hanno potuto continuare a svolgere all’interno di Gaza lo stesso identico lavoro che ha costituito la maggior parte delle sue operazioni militari durante il genocidio: la demolizione di edifici.

Queste operazioni di demolizione, per le quali è stata impiegata forza lavoro israeliana privata a fianco delle unità del genio dell’esercito di occupazione, hanno costituito la stragrande maggioranza degli sforzi militari sul campo. Il combattimento faccia a faccia sul terreno non è mai stato una caratteristica rilevante del genocidio israeliano; Israele si è semplicemente rifiutato di combattere realmente le organizzazioni di resistenza palestinesi.

Una cosa che disturbava gli israeliani era che questi interventi di demolizione, che includevano talvolta la distruzione di ingressi dei tunnel, comportavano un alto rischio di imbattersi in imboscate armate. I combattenti palestinesi, infatti, preparavano trappole e organizzavano operazioni di imboscata contro le loro forze, specialmente quando Israele invadeva o rioccupava nuove aree in cui non aveva mantenuto una presenza permanente.

Quindi la Fase Uno dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza garantiva che i soldati non sarebbero stati esposti agli stessi pericoli di prima, poiché le organizzazioni di resistenza palestinesi avrebbero interrotto tutte le operazioni contro l’esercito invasore.

È importante tenere presente questa realtà quando si analizzano le decisioni prese da Israele, perché ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio, non una guerra convenzionale. L’intento di Israele è quello di annientare Gaza, rendendola totalmente inabitabile, con l’intenzione di procedere ad un’espulsione di massa. Questo è anche il motivo per cui raramente hanno preso di mira i bracci armati delle fazioni palestinesi, concentrandosi invece sul massimo danno alla popolazione civile.

Qualsiasi altro modo di inquadrare la questione è fuorviante e nasconde ciò che il regime israeliano ha commesso dal 7 ottobre 2023. Inoltre impedisce a qualsiasi analista di valutare criticamente le mosse di Israele.

Considerando tutto ciò, si consideri che gli israeliani hanno ormai trascorso oltre due mesi in cui le loro forze armate sono ancora operative, ma hanno avuto una pausa dai combattimenti o dal timore di essere vittime di imboscate. Inoltre, mentre i decisori di Tel Aviv e Washington elaboravano nuovi piani per i loro fronti contro Iran, Yemen e Libano, sono stati riparati i carri armati, i veicoli trasporto truppe e altri equipaggiamenti israeliani.

Inoltre è stata ridotta la necessità della presenza militare per motivi di sicurezza, poiché un cosiddetto Centro di Coordinamento Civile-Militare (CMCC) ha assunto il controllo della situazione e ha contribuito a plasmare la realtà sul campo. Ogni Paese coinvolto nel CMCC è stato quindi complice del genocidio.

Questa fase ha portato l’ulteriore vantaggio per gli israeliani di avere ora lo spazio per sperimentare nuovi approcci, evocare ulteriori complotti e cercare di trovare un modo per garantire la pulizia etnica della Striscia di Gaza. Come ha dichiarato esplicitamente il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il suo esercito non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio costiero assediato.

Fase Due e cosa ci riserverà

Se accettiamo il fatto che gli israeliani sono determinati a realizzare la pulizia etnica, che le loro operazioni militari hanno sempre cercato di raggiungere questo obiettivo e che continuano a tramare per ottenerlo, allora siamo arrivati al punto di partenza da cui valutare l’attuazione della cosiddetta Fase Due.

Durante la prima fase sono state gettate le basi per una nuova serie di atti criminali contro la popolazione di Gaza. La popolazione è stata sottoposta a innumerevoli pressioni, supervisionate dal criminale CMCC, tra cui la privazione di condizioni di vita sostenibili, con solo poche organizzazioni non governative che hanno sollevato la questione.

Le forze di sicurezza governative affiliate ad Hamas, nonostante i massimi sforzi per ristabilire l’ordine, si sono trovate ad affrontare una situazione impossibile: più di un milione di persone vivono in tende instabili o esposte a condizioni meteorologiche avverse, con carenza di forniture mediche adeguate; prodotti igienici e molti generi alimentari sono addirittura vietati. In questo contesto, la maggior parte delle persone non ha un lavoro, pochi ricevono stipendi adeguati e anche coloro che godono di una situazione economica migliore rimangono traumatizzati e impossibilitati a tornare a casa. Inevitabilmente, questo porta a problemi sociali che nessuna forza di sicurezza regolare può contrastare completamente.

Nel frattempo gli israeliani espandono la cosiddetta Linea Gialla dietro la quale avrebbero dovuto rimanere, usandola invece per giustiziare chiunque si avvicini a poche centinaia di metri da essa, dissuadendoli così dal tornare alle proprie case o terre, dove potrebbero eventualmente coltivare piccoli raccolti. Dietro questa linea di occupazione in continua espansione l’esercito israeliano e i mercenari distruggono sempre più infrastrutture. Tutto questo è monitorato dal CMCC, guidato da Stati Uniti e Israele.

Il piano è piuttosto esplicito nei suoi obiettivi ma ancora vago nelle sue precise fasi di attuazione. Sia i funzionari statunitensi che quelli israeliani hanno chiarito che mirano alla ricostruzione solo all’interno della parte della Striscia di Gaza controllata da Israele, dove cinque squadroni della morte legati all’ISIS vengono sostenuti da Israele e dagli Emirati Arabi Uniti (EAU).

La vergognosissima Risoluzione 2803 dell’ONU, approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) a novembre, rende evidente che l’obiettivo è quello di istituire un “Board of Peace”(BoP) [Tavolo della Pace, ndt.] e una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF). Il BoP rende Donald Trump il governatore di fatto di Gaza, e l’ISF è destinata a diventare una forza d’invasione multinazionale incaricata di combattere le fazioni della resistenza palestinese.

Lunedì scorso il nuovo portavoce delle Brigate Qassam di Hamas, che ha anche assunto lo pseudonimo di Abu Obeida, ha annunciato una ferma opposizione al disarmo, invitando invece gli israeliani a cedere le armi, in quanto responsabili di un genocidio. Tutte le fazioni palestinesi, ad eccezione del ramo principale di Fatah, che controlla l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sono unite su questo punto.

L’ANP è favorevole al piano di Donald Trump di governare la Striscia di Gaza e disarmare la resistenza con la forza, ma è irrilevante in termini di rappresentanza dei palestinesi. Questa autorità continua a esistere solo perché è sostenuta da israeliani, americani, sauditi ed europei, e il suo consenso presso il popolo palestinese, al di là della sua base di dipendenti, è inferiore al 10%. Non rappresenta nemmeno più i sentimenti della maggioranza dei sostenitori di Fatah.

Tutto questo per dire che se una Fase Due dovesse essere attuata, nessuna delle due parti sarebbe d’accordo. Il governo di Netanyahu chiede il disarmo, mentre le fazioni palestinesi chiedono l’autogoverno di Gaza e cederanno le armi solo se queste saranno consegnate a un nuovo Stato palestinese. Hamas ha chiarito che consentirà che un’amministrazione tecnocratica assuma il controllo di Gaza e non chiede che rimanga al governo della Striscia.

Considerando che nessuna delle due parti riesce a concordare sulle basi su cui avviare la Fase Due e tenendo presente che Israele e gli Stati Uniti sono le parti in possesso del predominio militare, ci sono tre modi in cui tale fase potrebbe svilupparsi:

Stati Uniti e Israele procederanno con l’attuazione violenta del loro piano, come stabilito nella vergognosa Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inizieranno a schierare una forza per il cambio di regime e tenteranno di attuare una serie di piani per avviare una lenta pulizia etnica del territorio.

Israele riprenderà il suo genocidio su vasta scala.

Il precario cessate il fuoco continuerà, ma rimarrà in una situazione di stallo. Ciò comporterà periodici episodi di violenza, mentre Israele e gli Stati Uniti tenteranno di attuare lentamente e parzialmente l’agenda ISF-BoP. Questo sarà un processo durante il quale la popolazione di Gaza sarà sottoposta a maggiori pressioni, ma non sufficienti a far crollare del tutto l’accordo.

Una Fase Due aggressiva?

Il primo modo possibile di attuazione della fase successiva dell’iniziativa di cessate il fuoco a Gaza rischierebbe probabilmente di soccombere alle immense pressioni che inevitabilmente si abbatterebbero su di esso. Se consideriamo solo l’ISF, si tratta di una ricetta per un disastro totale.

Imporre in modo aggressivo la Forza Internazionale di Stabilizzazione” alla popolazione di Gaza significa che questa inizierà a prendere di mira le fazioni della resistenza palestinese. Due problemi principali emergerebbero immediatamente. La resistenza ucciderebbe con certezza alcuni di questi soldati stranieri, che tornerebbero nei loro Paesi dorigine in sacchi per cadaveri, causando caos interno. Un approccio così pesante rischierebbe inoltre di provocare la morte di civili, un altro grave fallimento di per sé.

Gli israeliani sono irremovibili sul fatto che Turchia, Qatar e altre nazioni a maggioranza musulmana con cui sono in disaccordo non possano schierare le loro forze armate a Gaza. Che ottengano o meno ciò che vogliono, si consideri che questa forza armata significherebbe riunire alcune centinaia di soldati da un Paese, alcune migliaia da un altro, e così via.

Se questo contingente ISF venisse inviato a Gaza con un approccio aggressivo, considerando che finora non è stato raggiunto alcun accordo su come attuare questa iniziativa di invasione né su quali i Paesi coinvolti, esso si troverebbe catapultato in un complesso contesto di guerra urbana. I membri di questo contingente parleranno lingue diverse, seguiranno dottrine militari diverse, saranno impreparati, probabilmente mal equipaggiati per i compiti che dovranno svolgere e, secondo quanto riportato, saranno solo poche decine di migliaia.

Donald Trump si è recentemente vantato che le nazioni che, a suo dire, stanno partecipando al suo cosiddetto “piano di pace” lavoreranno per distruggere Hamas se si rifiutasse di disarmarsi, vantandosi persino che le forze israeliane non sarebbero obbligate ad agire e che le forze d’invasione straniere farebbero tutto il lavoro per loro.

Per condurre un’operazione di cambio di regime di questa natura, la ISF dovrebbe essere forte di almeno 250.000 uomini. Si tenga presente che mobilitare una forza d’invasione multinazionale di questo tipo richiederebbe molti mesi, un’enorme quantità di finanziamenti e il requisito fondamentale sarebbe che combattesse davvero, a differenza dell’esercito israeliano, che si è rifiutato di attaccare sul campo le fazioni della resistenza palestinese.

Se un’ISF composta da poche decine di migliaia di uomini cercasse di sconfiggere la resistenza palestinese subirebbe perdite più gravi di quelle subite dall’esercito israeliano. Qualsiasi nazione araba o a maggioranza musulmana che schierasse delle forze potrebbe subire proteste di massa o ribellioni contro il proprio ruolo nel genocidio. Senza entrare nei dettagli, ciò non ha senso e se venisse tentato fallirebbe rapidamente. Persino gli egiziani, che insieme a Israele saranno i garanti della strategia, hanno raccomandato l’ingresso di una forza analoga alla UNIFIL libanese a Gaza, cosa che non è stata approvata dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Israele infrange il cessate il fuoco

Un’altra possibile evenienza è che Benjamin Netanyahu decida di infrangere il cessate il fuoco. Alcuni sostengono che ciò non accadrebbe perché gli Stati Uniti sono impegnati nel loro “piano di pace”. Questa non è un’argomentazione seria. Donald Trump ha dimostrato di essere disposto ad accettare qualsiasi scelta israeliana. Non è un leader forte su questo tema e possiede chiaramente un livello di conoscenza della regione che ci si potrebbe aspettare da uno studente di scuola superiore pubblica che ha studiato storia senza prestare molta attenzione.

Ci sono solo due circostanze in cui gli israeliani potrebbero rompere completamente il cessate il fuoco. La prima è che non credano più che i piani che hanno cercato di attuare nell’ambito del cosiddetto cessate il fuoco possano funzionare e che ci sia un qualche vantaggio politico nel tornare a combattere senza esclusione di colpi. La seconda è che temano che la resistenza palestinese possa lanciare un’offensiva mentre l’esercito israeliano fosse impegnato anche contro Hezbollah e l’Iran.

La violazione del cessate il fuoco dimostrerebbe come gli israeliani siano privi di una direzione e di un piano coerente per porre effettivamente fine ai combattimenti sul fronte di Gaza. Ciò significherebbe che stanno semplicemente tornando al genocidio totale, con la speranza che alla fine si presenti un’opportunità che permetta una pulizia etnica di massa, o un lento processo di pulizia etnica attraverso lo sterminio di altre decine di migliaia di civili.

In bilico tra la fase uno e la fase due

Un’altra opzione è che israeliani e americani ritardino la rottura del cessate il fuoco. Significherebbe lasciare la situazione in una fase di stallo, non permettere il suo crollo totale, ma intraprendere un processo di tentativi ed errori attraverso il quale tentare lentamente di realizzare gli elementi della “Fase Due”.

Questa è un’evenienza molto probabile, pensata per mantenere chiuso il fronte di Gaza e concentrarsi maggiormente su Iran, Libano e forse persino sullo Yemen. Potremmo quindi aspettarci di vedere l’ISF dispiegata in modo meno consistente di quanto attualmente previsto a Washington, l’attuazione di piani disastrosi che coinvolgano mercenari e la distribuzione di aiuti, e qua e là tentativi di pulizia etnica della popolazione. Tutti questi piani fallirebbero miseramente, ma non senza infliggere sofferenze alla popolazione civile di Gaza.

Nel frattempo l’alleanza USA-Israele terrà Teheran nel mirino. L’idea alla base di tutto ciò sarebbe quella di schiacciare la popolazione civile di Gaza dando la priorità ad Iran e Hezbollah quali principali minacce strategiche.

Israele fallisce nel proteggersi dall’Iran e da Hezbollah

Le cospirazioni di Washington e Tel Aviv contro Gaza possono essere sconfitte, ma questo dipende in gran parte da Hezbollah e Iran. Se Iran e Hezbollah riuscissero a infliggere colpi gravissimi agli israeliani, rifiutandosi di stare al loro gioco di conflitti difensivi di breve durata, allora Israele verrebbe trascinato a fondo.

Tutto ciò che si richiede a Hezbollah e all’Iran è che non smettano di colpire, indipendentemente dal grado di carneficina inflitta al loro popolo. Se Hezbollah trascina l’esercito israeliano in territorio libanese e rifiuta le richieste di cessate il fuoco, costringendo invece gli israeliani a una guerra destinata a protrarsi per molti mesi, e l’Iran fa lo stesso, gli israeliani si troveranno in una grave crisi.

I dettagli di tali conflitti sono argomento di approfondimento e potrebbero verificarsi molteplici esiti, ma è sufficiente dire che mosse importanti da parte di Libano e Iran potrebbero mettere gli israeliani in una posizione di grande debolezza, tale da consentire persino azioni rilevanti da parte di Gaza.

Se Iran e Hezbollah venissero sconfitti o messi fuori gioco per un periodo ancora più lungo dopo aver accettato dei cessate il fuoco insensati dopo brevi periodi di combattimento, subendo anche l’assassinio di personaggi di spicco, questo sarebbe l’esito più favorevole per Benjamin Netanyahu. Le vittorie in questi campi aprirebbero la porta alla pulizia etnica della Striscia di Gaza, anche se lentamente piuttosto che con una fuga precipitosa verso la penisola del Sinai. Questo, naturalmente, presupponendo che non si aprano improvvisamente altri fronti importanti a preoccuparli.

Allo stato attuale gli israeliani si trovano in una posizione di grande debolezza, non essendo riusciti a sconfiggere nessuno dei loro nemici. L’unica eccezione è la caduta del precedente regime siriano, che non combatteva direttamente contro Israele ma costituiva un importante ponte di terra per l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran. Per ora la Siria può essere considerata una vittima di Israele, ma non rappresenta una minaccia immediata.

In definitiva Israele ha combattuto per oltre due anni e non è riuscito a sconfiggere la resistenza palestinese, Hezbollah, Ansarallah [gruppo armato yemenita, ndt.], l’Iran o qualsiasi altro suo avversario, anche dopo aver inferto colpi di varia entità a ciascuno di loro. La “vittoria totale” a lungo agognata da Netanyahu non sembra probabile, eppure continua a raddoppiare gli sforzi per raggiungere questo obiettivo. La ragione principale di ciò è il rifiuto della popolazione di Gaza, e anche del Libano, di arrendersi.

Robert Inlakesh è giornalista, scrittore e documentarista. Si occupa principalmente del Medio Oriente, con particolare attenzione alla Palestina. Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’ecocidio a Gaza: trasformare un territorio in zona di morte

Dan Steinbock

27 novembre 2025 – Palestine Chronicle

La distruzione israeliana ha trasformato Gaza in una zona di morte inabitabile. Questo è il risultato di decenni di ecocidio deliberato e degli sforzi intenzionali dell’Occidente per minare le leggi sul genocidio e sull’ecocidio.

Il passo finale del più complessivo probabile genocidio è l’ecocidio, cioè la distruzione intenzionale di un ambiente atto a consentire la vita umana.

In cambio l’ecocidio è in diretto rapporto con la decimazione della riproduzione della cultura che Raphael Lemkin, il pioniere della Convenzione sul Genocidio, ha associato al concetto di “genocidio culturale”.

Gaza è un caso da manuale.

Il lungo tentativo giuridico di eliminare l’ecocidio

In “The Obliteration Doctrine” [La Dottrina dell’Eliminazione] dimostro nei minimi dettagli come Lemkin dovette scendere a compromessi riguardo alla sua idea. Mentre ottenne un forte appoggio dai Paesi del Sud Globale, le ex-potenze coloniali, guidate da Stati Uniti e Gran Bretagna, minarono il tentativo di Lemkin. Di conseguenza l’attuale Convenzione sul Genocidio non è che il torso mutilato dell’idea originaria.

Da quando alla Conferenza dell’ONU sullo Sviluppo Umano del 1972 Olof Palme, il primo ministro svedese, accusò gli Stati Uniti di ecocidio, la guerra è stata spesso vista, insieme all’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e ai disastri industriali, come la causa principale dell’ecocidio.

Nel diritto ambientale l’ecocidio (dal Greco antico oikos, ‘casa’, e dal latino caedere, ‘uccidere’) definisce la distruzione dell’ambiente da parte degli esseri umani. Spesso è stato associato con il genocidio. In effetti alla fine degli anni ’90 l’ecocidio in tempo di pace avrebbe dovuto essere incluso nello Statuto di Roma [da cui è nata la Corte Penale Internazionale, ndt.].

Tuttavia è stato cancellato a causa delle obiezioni di Regno Unito, Francia e Stati Uniti, cioè dalle ex-potenze coloniali. Tale censura non avrebbe sorpreso Lemkin, che sapeva bene che queste potenze non volevano pagare per i propri crimini nella Corte Mondiale. Comunque in seguito a ciò lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale non contempla il reato di ecocidio in tempo di pace, ma solo in tempo di guerra.

Appena qualche mese prima del 7 ottobre 2023 il Gruppo di Esperti Indipendenti per la Definizione Giuridica di Ecocidio lo ha definito come “azioni illegali e ingiustificate commesse con la consapevolezza che ci sia una sostanziale probabilità di un danno grave e su ampia scala o a lungo termine provocato all’ambiente da queste azioni.”

Il pluridecennale ecocidio a Gaza

Molto prima del 7 ottobre 2023 per trent’anni, in parallelo con i colloqui di pace di Madrid e Oslo, la Striscia di Gaza era stata progressivamente isolata dalla Cisgiordania e dal mondo esterno in generale, essendo nel contempo sottoposta a ripetuti attacchi militari israeliani.

In termini di danni ambientali il deterioramento è peggiorato dal 2014, quando la distruzione con i bulldozer di terreni agricoli ed edificabili da parte dell’esercito israeliano nei pressi del confine orientale di Gaza è stata accompagnata dall’irrorazione aerea senza preavviso con erbicidi per distruggere le coltivazioni. Queste pratiche illegali non solo hanno distrutto intere aree di terreni in precedenza coltivabili lungo la barriera di confine, ma anche orti e aree agricole per centinaia di metri all’interno del territorio palestinese, provocando la perdita di mezzi di sussistenza per gli agricoltori di Gaza.

Da un punto di vista storico questo massiccio bombardamento ha riportato ai primi giorni della Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti sganciarono bombe su dighe della Corea del Nord per inondare i campi e provocare una carestia tra i civili. Per rendere ancora peggiori questi stessi effetti, sul terreno vennero attaccati sistemi di irrigazione. La differenza è che a Gaza l’ampiezza geografica della distruzione è stata decisamente più ridotta che in Corea, ma la decimazione è stata molto più efficace, intensa e letale.

Violenza colonialista e guerra ambientale

Fin dall’inizio la “Guerra ambientale a Gaza” è stata segnata dalla violenza colonialista. È stata fin dalla fine degli anni ’40 una parte intrinseca dell’espulsione dei palestinesi e dell’occupazione israeliana. Oltretutto la devastazione è fondamentale per la Dottrina della Distruzione dell’esercito israeliano, iniziata in Libano negli anni 2000 e perfezionata a Gaza negli anni 2023-25. In questo senso la Nakba [espulsione dei palestinesi dalle loro terre iniziata nel 1947-49, ndt.] ha anche una dimensione ambientale meno nota, “la completa trasformazione del contesto, del clima, del suolo, la perdita dell’ambiente, della vegetazione e dei cieli indigeni. La Nakba è un processo di vulnerabilità al cambiamento climatico imposta dai colonizzatori.”

Anche alla vigilia del 7 ottobre gli analisti della Banca Mondiale hanno avvertito che, in Cisgiordania e a Gaza, fattori di fragilità, intralci allo sviluppo e vulnerabilità al cambiamento climatico erano strettamente interconnessi in seguito a decenni di frammentazione della terra, di restrizioni al movimento di persone e beni, di ricorrenti episodi di conflitti violenti, di persistente incertezza politica e delle politiche e di mancanza di sovranità su risorse naturali fondamentali.

Come l’effetto finale della Guerra di Gaza, danni generalizzati alle aree urbane per l’uso di ordigni esplosivi hanno avuto come conseguenza un impatto diretto sui servizi idrici e milioni di tonnellate di macerie, rifiuti tossici e la distruzione di terreni agricoli. Ciò ha portato a focolai di malattie trasmissibili dalle pessime condizioni di acqua, situazione sanitaria e igiene, insieme al rischio di esposizione a una vasta gamma di ulteriori materiali pericolosi e al collasso del controllo ambientale.

La zona di morte

Pertanto tutto ciò, il danno alle infrastrutture idriche e la distruzione urbana su vasta scala, insieme al sistema sanitario gravemente compromesso, ha posto una minaccia di lungo termine sia alla salute pubblica che alle condizioni di vita.

Il futuro che attendeva i palestinesi alla fine delle ostilità era una Gaza trasformata in una “inabitabile zona di guerra e di morte.”

Alla fine dell’aprile 2024 la distruzione di Gaza da parte di Israele aveva già creato 37 milioni di tonnellate di macerie. Ciò rappresenta una media di 300 kg di detriti per m2 di terra nella Striscia di Gaza. Peggio: in molti di questi mucchi e cumuli di rovine e di edifici in macerie c’erano bombe inesplose, e ci sarebbero voluti 15 anni di intenso lavoro per spostarle, presupponendo di avere a disposizione 100 camion al giorno.

Considerando il fatto che in media circa il 10% degli ordigni sganciati non esplode, si sarebbe dovuto garantire per anni un gran numero di gruppi di sminamento. Più continua la guerra più tempo di vorrà per terminare il lavoro di sgombero.

Durante i primi due mesi dell’attacco israeliano contro Gaza le emissioni da lì previste erano superiori alle emissioni annuali di 20 singoli Paesi e territori.

Anzi, le emissioni totali sono aumentate fino a più di quelle di oltre 33 singoli Paesi e territori, se si includono le infrastrutture belliche costruite sia da Israele che da Hamas, come la rete di tunnel di Hamas e la barriera protettiva israeliana o “Iron Wall”. In quest’ottica i costi in anidride carbonica della ricostruzione di Gaza si riveleranno enormi. 

Ricostruire emissioni

In effetti la ricostruzione di Gaza darà come risultato un dato di emissioni annuali totali superiore a quello di oltre 130 Paesi, portandole allo stesso livello di quelle della Nuova Zelanda.

La stragrande maggioranza delle 281.000 tonnellate di anidride carbonica (CO2) generate nei primi due mesi di ostilità può essere ricondotta ai bombardamenti aerei e all’invasione di terra di Gaza da parte di Israele.

Circa metà delle emissioni totali di anidride carbonica è derivata dagli aerei cargo statunitensi che hanno trasportato forniture militari a Israele. Per contro i razzi sparati da Hamas in Israele nello stesso periodo hanno provocato 713 tonnellate di CO2, equivalenti a 300 tonnellate di carbone. Non c’è stata alcuna simmetria tra le due macchine belliche.

La brutale offensiva iniziale di Hamas è stata surclassata dalla distruzione da parte di Israele di quella che una volta era Gaza. Peggio ancora, queste stime sono molto prudenti perché basate solo su due mesi di guerra, che a giugno 2024 era già durata tre volte di più.

Cosa più importante, l’effettivo impatto ambientale dell’anidride carbonica potrebbe dimostrarsi da cinque a otto volte superiore se si includono le emissioni dell’intera catena di approvvigionamento della guerra.

Oltretutto quello che è successo a Gaza non si limiterà a Gaza. Neppure chi ne è colpevole potrà evitare di avvelenare sé stesso.

Ripercussioni dell’ecocidio

Il costo totale per la ricostruzione di Gaza è stimato in decine di miliardi di dollari per decenni, e alcune proiezioni raggiungono addirittura i 70 miliardi.

La distruzione di Gaza ha inflitto danni ambientali gravissimi e potenzialmente irreversibili, compresi il generale inquinamento di acqua, suolo e aria con sostanze tossiche, il collasso di infrastrutture fondamentali e massicce emissioni di anidride carbonica.

Gli effetti di questa catastrofe ambientale probabilmente replicheranno quelli di precedenti conflitti che hanno comportato estese distruzioni ambientali, come ad esempio l’uso dell’agente orange da parte degli USA in Vietnam, che in un modo o nell’altro probabilmente verranno patiti dai cittadini israeliani negli anni o decenni a venire.

Nel futuro prevedibile questo impatto fondamentale su Israele potrebbe includere crisi della sanità pubblica, inquinamento delle acque, effetti agricoli ed economici negativi, un crescente contributo al cambiamento climatico, per non parlare delle preoccupazioni per la sicurezza derivanti dalla deliberata creazione a Gaza di un ambiente inabitabile.

Come hanno già messo in guardia un decennio fa alcune organizzazioni ambientaliste israeliane, le acque reflue non trattate da Gaza che scorrono nel Mediterraneo sono una bomba a orologeria. In seguito alla devastazione di Gaza, la distruzione degli impianti di trattamento delle acque di scarico crea un significativo rischio di malattie infettive, persino il colera, che potrebbero diffondersi lungo la costa. In più, il potenziale inquinamento con acqua di mare, metalli pesanti e prodotti chimici degli acquiferi costieri condivisi pone una minaccia a lungo termine alle riserve di acqua dolce di Israele.

La scomoda verità è che l’inquinamento dell’acqua, come l’ecocidio, non conosce frontiere.

  • Autore di The Fall of Israel (La Caduta di Israele] (2024) e di The Obliteration Doctrine [la Dottrina della Distruzione] (2025) il dottor Dan Steinbock è il fondatore di Difference Group e ha lavorato presso l’India, China and America Institute (US), lo Shanghai Institute for International Studies (China) e l’ EU Center (Singapore).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’incubo tossico di Gaza – 260.000 tonnellate di rifiuti richiedono urgentemente l’intervento internazionale

Redazione di PC

5 novembre 2025 – Palestine Chronicle

Il comune di Gaza sta affrontando una catastrofe sanitaria e ambientale senza precedenti per le oltre 260.000 tonnellate di rifiuti che si sono accumulati per strada e in discariche provvisorie.

Il grave accumularsi dei rifiuti a Gaza City ha generato un disastro sanitario e ambientale su larga scala, denunciano le autorità e gli abitanti. Lo scrive in un articolo il giornale Al-Araby Al-Jadeed.

La crisi è provocata dalla guerra genocidaria di Israele, che non solo ha impedito l’accesso alla principale discarica ufficiale, ma ha anche distrutto circa l’85% dei veicoli e dei macchinari comunali, rendendo impossibile lo svolgimento di servizi essenziali.

Il portavoce del municipio, Husni Muhanna, ha detto a Al-Araby Al-Jadeed che la situazione a Gaza City è “estremamente critica,” viste le oltre 260.000 tonnellate di rifiuti ammassate in strada o in discariche estemporanee. Muhanna attribuisce questa crisi alla mancanza di veicoli, alla scarsità di carburante (necessario per rendere operativi i pochi camion rimasti) e alle restrizioni imposte dall’esercito israeliano che impediscono agli operatori ecologici del comune di accedere a Juhor ad-Dik, la discarica ufficiale a sud-est di Gaza City.

Muhanna ha affermato che certe vie della città sono diventate vere e proprie “discariche improvvisate a cielo aperto”, il che costituisce una diretta minaccia alla vita delle persone e accresce la “reale possibilità che scoppi un’epidemia o inizino a diffondersi malattie infettive”.

Conseguenze disastrose per la salute e per l’ambiente

Quali siano gli effetti catastrofici dell’accumulo dei rifiuti è ben specificato nell’articolo:

Questi enormi cumuli di rifiuti creano un ambiente ideale per la proliferazione di insetti, roditori e mosche, e favoriscono il diffondersi di malattie come tifo, colera, epatite virale e affezioni respiratorie.

Il percolato tossico che viene a prodursi nelle discariche penetra nelle falde acquifere, aumentando il rischio di malattie gastrointestinali e di avvelenamento cronico.

A esacerbare la crisi — osserva Muhanna — c’è anche il fatto che, nell’intento di risolvere il problema delle esalazioni, gli abitanti appiccano il fuoco ai rifiuti in maniera incontrollata e questo provoca inquinamento dell’aria e aggrava ancora di più le condizioni delle persone affette da asma.

La dottoressa Sulaf Deeb, medico specializzato in igiene e sanità pubblica, parlando ad Al-Araby Al-Jadeed ha denunciato un significativo incremento dei casi di affezioni respiratorie, dermatiti e problemi gastrointestinali, specie tra i bambini e gli anziani che vivono nei pressi di siti dove vengono accumulati i rifiuti.

Per di più, la fuoriuscita di sostanze tossiche dai rifiuti non adeguatamente gestiti determina un degrado ambientale a lungo termine, come la contaminazione del suolo e delle falde acquifere, l’emissione di gas serra e la distruzione della biodiversità.

Gli abitanti raccontano la loro sofferenza

L’impatto psicologico che pesa quotidianamente sui gazawi è gravissimo. Ahmed Abdel Hadi, 42 anni, che vive nel centro di Gaza City, dice che le condizioni sono diventate insopportabili. Definisce intollerabile l’odore che regna in città, soprattutto nelle ore pomeridiane, spiegando che i suoi figli soffrono tutti di allergie e tossiscono costantemente. Ha anche osservato l’allarmante presenza di ratti, mosche e zanzare al calar della sera, confessando di sentirsi in uno stato di paura continua dovuto all’altissima probabilità di contrarre malattie e alla totale mancanza di sicurezza igienico-sanitaria.

Khalil Dahman, che ha un banco a un mercato nelle vicinanze di una di queste aree di scarico improvvisate, ha subìto un notevole calo delle vendite e sta perdendo i clienti, che non riescono più a tollerare i miasmi o i fumi provenienti dai rifiuti incendiati. È una situazione che si ripercuote negativamente sul sostentamento di tutta la popolazione, e anche l’immagine della città ne risulta deturpata.

L’appello del comune

Malgrado le sue attività siano al collasso, il comune sta lavorando con le risorse rimaste per spostare temporaneamente i rifiuti in siti più interni, come la discarica nel quartiere di Al-Yarmouk. Il portavoce comunale Husni Muhanna lancia comunque un appello urgente agli organismi internazionali affinché intervengano inviando macchinari e attrezzature pesanti necessarie alla raccolta e alla movimentazione dei rifiuti.

Sollecita con urgenza la fornitura di equipaggiamenti protettivi per gli operatori ecologici, nonché il permesso di accedere in sicurezza alla discarica ufficiale.

Il comune ha in programma di ricostruire da cima a fondo il sistema di gestione dei rifiuti solidi, dopo la guerra, concentrandosi su risanamento, differenziazione e riciclaggio, ma — sottolinea Muhanna — perché tutto ciò sia possibile è necessario togliere il blocco navale su Gaza e garantire l’ingresso di risorse essenziali come carburante e attrezzature.

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




Il “Piano di pace” di Trump per Gaza: il buono, il brutto e il cattivo

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

29 settembre 2025 The Palestine Chronicle

Questa analisi esamina il “Piano di pace” di Trump per Gaza, delineandone i potenziali vantaggi, le insidie ​​e le contraddizioni di fondo

È ancora troppo presto per emettere un verdetto definitivo sulla proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra e al genocidio israeliani a Gaza.

Da diversi giorni circolano sui media indiscrezioni sulla natura della proposta, per lo più attribuite a funzionari statunitensi anonimi. Lunedì la Casa Bianca ha finalmente rivelato i punti principali del piano. L’idea è stata presentata dallo stesso Trump durante una conferenza stampa a Washington congiunta con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Anche lì hanno continuato a emergere contraddizioni. Ad esempio, l’ultima versione della proposta richiede che la Resistenza palestinese “abbandoni le armi”, mentre precedenti indiscrezioni si riferivano specificamente alla rinuncia di Hamas alle “armi d’attacco”, un termine vago e indefinito.

Finora né Hamas né alcun altro partito all’interno della Resistenza Palestinese ha rilasciato una risposta formale. In precedenza tuttavia un alto funzionario di Hamas, Husam Badran, aveva dichiarato ad Al-Jazeera che l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair – che si vociferava avrebbe avuto un ruolo in qualsiasi meccanismo di ricostruzione o di transizione – non era benvenuto a Gaza in nessuna circostanza.

Alla luce di tutto ciò ecco alcuni commenti iniziali sulla proposta e sulla sua capacità di soddisfare– o meno – le aspettative di Israele e della Resistenza Palestinese.

Il Buono

Per prima cosa Israele non occuperà né annetterà la Striscia di Gaza.

Se sia Washington che Tel Aviv fossero sinceri su questo punto, si tratterebbe di un risultato importante per la Resistenza palestinese. Fin dall’inizio del genocidio le organizzazioni palestinesi hanno ripetutamente affermato che non si permetterà a Israele di occupare un solo centimetro di Gaza.

Inoltre Netanyahu ha dichiarato innumerevoli volte che l’obiettivo finale di Israele è il controllo totale della Striscia e che non cederà su questo punto. Se il piano di Trump lo costringesse a farlo, questo segnerebbe una battuta d’arresto decisiva per gli obiettivi bellici di Israele.

In secondo luogo nessuno sarà costretto a lasciare Gaza e coloro che se ne andranno avranno il diritto di tornare.

Anche questo è un risultato notevole per i palestinesi, considerando che l’obiettivo a lungo termine di Israele è lo spopolamento di Gaza. Leader e funzionari israeliani hanno già apertamente e ripetutamente proposto il trasferimento di massa dei cittadini di Gaza in Egitto e in altri paesi.

I palestinesi sono ben consapevoli che una seconda Nakba distruggerebbe il loro progetto nazionale. Gaza è il cuore pulsante della resistenza palestinese; una pulizia etnica qui azzopperebbe il più ampio movimento di liberazione palestinese e consentirebbe a Israele di spostare completamente la sua attenzione sulla Cisgiordania. Impedire questo risultato è quindi un successo strategico.

In terzo luogo gli aiuti potranno entrare a Gaza senza ostacoli attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie affiliate.

Questo è un’altra importante conquista non solo per i palestinesi ma anche per la comunità internazionale, che ha costantemente respinto i tentativi di Stati Uniti e Israele di emarginare l’UNRWA e sostituirla con entità sospette come la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Se questa proposta venisse attuata invertirebbe la campagna pluriennale di Israele contro l’UNRWA e riaffermerebbe la centralità delle Nazioni Unite nella fornitura di aiuti umanitari ai palestinesi.

Il Cattivo

Per prima cosa l’istituzione del Board of Peace [Consiglio di Pace], un nuovo organismo internazionale che supervisionerebbe la ricostruzione di Gaza. Secondo quanto riferito l’organismo sarebbe presieduto dallo stesso Trump con il coinvolgimento dell’ex primo ministro Blair [processato per crimini di guerra legati all’invasione dell’Iraq del 2003, ndt.], del genero di Trump Jared Kushner e dei partner regionali.

Dati i noti precedenti di Blair in Medio Oriente, il suo incrollabile sostegno a Israele e i suoi stretti legami con Netanyahu, un simile scenario distorcerebbe quasi certamente gli sforzi di ricostruzione a favore degli interessi israeliani e rafforzerebbe gli attori opportunisti all’interno di Gaza. Fonti locali hanno già espresso il timore che possano coinvolgersi reti criminali e uomini d’affari affiliati a figure di delinquenti come Yasser Abu Shabab [militante palestinese e leader delle Forze popolari, un gruppo armato anti-Hamas nella Striscia di Gaza autorizzato e finanziato da Israele, ndt.vedi Zeitun]

Questo è un punto spinoso e sarà difficile, se non impossibile, da valutare. Tecnicamente la Resistenza depone le armi in assenza di una guerra importante o di un’escalation militare, e le riprende – a parte poche eccezioni – solo quando Israele lanci una grave aggressione alla Striscia.

Poiché le fazioni palestinesi non operano apertamente né conservano le loro armi in arsenali pubblicamente noti non è chiaro come osservatori “indipendenti” possano anche solo iniziare a verificare un simile processo. In linea di principio tuttavia questa condizione darebbe a Netanyahu un pretesto per presentare la proposta come una vittoria, anche se niente fosse concretamente cambiato sul campo.

Terzo, l’ultimatum di 72 ore e il graduale ritiro israeliano.

Secondo la proposta i palestinesi devono rilasciare tutti i prigionieri israeliani entro 72 ore, senza alcuna garanzia che Israele rispetti i propri obblighi, tra cui il ritiro completo e il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi.

Data la lunga storia di violazioni degli accordi di cessate il fuoco da parte di Netanyahu, è altamente improbabile che la Resistenza accetti questa clausola alla lettera. Per loro, il rischio di cedere la loro merce di scambio più forte senza ricevere garanzie vincolanti sarebbe troppo grande.

Il Brutto

Il contesto generale rende la proposta ancora più dubbia. Il genocidio israeliano a Gaza è stato reso possibile – militarmente, politicamente e finanziariamente – da due successive amministrazioni statunitensi. Washington ha permesso a Israele di violare ripetutamente il cessate il fuoco di gennaio-marzo, rendendo inutili le garanzie statunitensi.

Inoltre gli Stati Uniti non sono riusciti a frenare l’escalation regionale di Israele. Israele ha esteso il conflitto a Libano, Yemen, Siria e Iran, senza alcuna reale resistenza da parte degli Stati Uniti, anzi con il loro totale sostegno.

Il 9 settembre gli Stati Uniti hanno persino permesso a Netanyahu di bombardare nella più totale impunità il loro più stretto alleato al di fuori della NATO, il Qatar, nonostante le forze americane fossero di stanza vicino all’area presa di mira da Israele.

In questo contesto è difficile considerare gli Stati Uniti come un garante neutrale e affidabile. Questa proposta potrebbe invece essere una manovra politica per ottenere attraverso la diplomazia ciò che Israele non è riuscito a ottenere militarmente: l’indebolimento o l’eliminazione della Resistenza palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele ha creato una “cellula di legittimazione” per “insabbiare” gli omicidi di giornalisti a Gaza

Redazione di Palestine Chronicle

12 agosto 2025, Palestine Chronicle

Perché ucciderlo proprio ora, alla vigilia dei piani per conquistare Gaza City? La risposta è chiara. Penso che Israele abbia ucciso Anas Al Sharif semplicemente perché era un giornalista”. Yuval Abraham.

I servizi segreti israeliani hanno istituito un’unità speciale allo scopo di giustificare le azioni dell’esercito a Gaza, compresa l’uccisione di giornalisti, secondo il giornalista investigativo israeliano Yuval Abraham.

Dopo il 7 ottobre, una squadra chiamata ‘Cellula di legalizzazione’ è stata istituita all’interno di AMAN (i servizi segreti militari)”, ha scritto Abraham su X lo scorso lunedì, dopo l’ultimo omicidio, portato a termine con un attacco aereo, di sei giornalisti, tra cui il reporter di Al Jazeera Anas Al Sharif.

Gli agenti dei servizi segreti cercano informazioni per fornire una ‘legittimazione’ alle azioni dell’esercito a Gaza: errori nel lancio di missili da parte di Hamas, uso di scudi umani, utilizzo della popolazione civile, il consueto armamentario che ben conosciamo”, ha aggiunto.

Abraham ha detto che “la principale missione della Cellula di legittimazione era di trovare dei giornalisti che potessero essere presentati dei media come segretamente affiliati ad Hamas”, aggiungendo che questa unità ha attivamente identificato i giornalisti uno ad uno ed ha cercato informazioni su di loro”.

Non hanno trovato nulla”

Abraham ha confermato che “hanno passato delle intere giornate alla ricerca di qualcosa, e non hanno trovato nulla”.

Perché fare delle ricerche del genere? Per come la capisco io, per fornire ai media un modo per ‘legittimare’ in generale il fatto che dei giornalisti sono stati uccisi”, ha aggiunto Abraham.

Abraham ha aggiunto che “identificare un giornalista come un membro di Hamas sotto copertura permette di insabbiare la morte di tutti gli altri giornalisti”.

Il giornalista ha fatto notare che Israele “ha ammesso che l’obiettivo dell’attacco alla tenda della stampa davanti all’ospedale al-Shifa era Anas Al Sharif”.

Osservando che “era noto da mesi dove si trovava”, Abraham si è chiesto il motivo della tempistica dell’omicidio di Al Sharif.

Perché ucciderlo ora? Alla vigilia dei piani per conquistare Gaza City? La risposta è chiara. Io penso che Israele abbia ucciso Anaf Al Sharif semplicemente perché era un giornalista”, ha aggiunto Abraham.

I documenti [presentati dall’esercito israeliano] sono stati il mezzo”, ha aggiunto ancora. “Per lo stesso motivo per cui si sono attivati per cercare dei giornalisti che potessero essere presentati come membri di Hamas, per fornire una ‘legittimazione’ all’uccisione di giornalisti in generale… E per lo stesso motivo ai media internazionali viene impedito di entrare a Gaza: per fare in modo che i crimini siano visti di meno”.

Questi ultimi omicidi fanno salire a 238 il numero di giornalisti assassinati durante il genocidio contro Gaza in corso dall’ottobre 2023.

Un “grande massacro” in preparazione

Lo scorso lunedì il direttore dell’ospedale Al Shifa, il dottor Mohammed Abu Salmiya, ha preavvisato che l’uccisione dei giornalisti da parte di Israele è avvenuta in preparazione di un “grande massacro” che Israele non vuole venga raccontato dai media.

Ecco cosa temiamo: che l’esercito di occupazione stia preparando un “grande massacro”, ma questa volta senza che ne siano trasmessi i suoni o le immagini”, ha dichiarato il dottor Abu Salmiya. Israele vuole uccidere ed espellere il maggior numero possibile di palestinesi di Gaza City, ma questa volta senza le voci di Anas, Mohammed, Al Jazeera e degli altri canali satellitari”.

I corrispondenti di Al Jazeera Anas Al Sharif e Mohammed Qreiqea sono stati uccisi nell’attacco, insieme ai cameramen Ibrahim Zaher e Moamen Aliwa, e al loro assistente Mohammed Nofal. Anche un altro giornalista, Mohammed Al Khalidi, è deceduto in seguito alle ferite.

L’avvertimento di Al Sharif

Il mese scorso Al Sharif aveva avvertito in una dichiarazione su X che l’esercito israeliano “ha lanciato una campagna di minacce e incitamenti all’odio contro di me a causa del mio lavoro come giornalista per Al Jazeera”.

Ha aggiunto: “lo ribadisco: Io, Anas Al Sharif, sono un giornalista senza affiliazioni politiche. La mia unica missione è raccontare la verità dal campo, così com’è, senza pregiudizi. In un momento in cui una carestia mortale sta devastando Gaza, dire la verità è diventato, agli occhi dell’occupazione, una minaccia”.

L’assassinio di Al Sharif e dei suoi colleghi ha suscitato condanne e manifestazioni di cordoglio in tutto il mondo.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




A Gaza acqua contaminata e malnutrizione causano la diffusione del morbo di Guillain-Barré

Redazione

5 agosto 2025 – The Palestine Chronicle

Il Dott. Munir al-Bursh afferma che Gaza rischia una mortalità di massa a causa di malattie e fame, mentre i casi di morbo di Guillain-Barré aumentano e gli aiuti medici rimangono bloccati.

Il Dott. Munir al-Bursh, Direttore Generale del Ministero della Salute palestinese nella Striscia di Gaza, ha avvertito che l’acqua contaminata è la causa principale della recente diffusione della sindrome di Guillain-Barré (GBS) nell’enclave assediata, sottolineando che attualmente a Gaza non è disponibile alcun trattamento per la malattia.

Parlando ad Al-Jazeera al-Bursh ha spiegato che la malattia, che spesso esordisce con perdita improvvisa del controllo muscolare a partire dalle gambe per poi diffondersi verso le parti superiori, colpisce in particolare i bambini.

Finora sono stati documentati almeno 95 casi, di cui 45 bambini. Le persone colpite presentano un grave deterioramento neurologico, comprese difficoltà respiratorie, che possono degenerare in condizioni letali.

Lunedì il Ministero della Salute ha segnalato tre decessi per GBS. Ha attribuito la diffusione della malattia a infezioni atipiche e al peggioramento della malnutrizione acuta nel contesto del blocco e del conflitto in corso.

Il Ministero ha avvertito che la malattia potrebbe propagarsi rapidamente a causa del deterioramento delle infrastrutture sanitarie di Gaza e della mancanza di cure mediche.

Al-Bursh ha affermato che in seguito all’insorgenza della GBS nella popolazione il Ministero aveva precedentemente allertato l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha descritto una situazione di “mortalità su larga scala”, derivante sia dai bombardamenti israeliani che dagli attacchi ai civili nei punti di distribuzione degli aiuti.

Ha sottolineato il grave sovraffollamento a Gaza, osservando che la popolazione è ora concentrata solo nel 18% del territorio della Striscia, con circa 40.000 persone per chilometro quadrato, condizioni che accelerano la trasmissione di malattie infettive.

Secondo al-Bursh dall’inizio della guerra sono stati uccisi più di 18.000 bambini, mentre le malattie continuano a devastare i più piccoli e vulnerabili di Gaza. Oltre alla GBS, ha segnalato 1.116 casi di meningite nel 2025, insieme a diffuse insorgenze di malattie respiratorie e altre malattie infettive.

Ha avvertito che la crisi sanitaria potrebbe diventare ancora più catastrofica se la guerra e il blocco dovessero continuare, data la crescita del numero di bambini affetti da malnutrizione acuta e la totale mancanza di accesso al latte e altri beni essenziali. Gli individui vulnerabili, tra cui bambini e malati cronici, sono i primi a essere colpiti dalla fame, che ora si sta diffondendo alla popolazione adulta.

Al-Bursh ha affermato che Gaza si sta avvicinando alla quinta fase della carestia – uno stadio che contempla carestia di massa e mortalità estesa – a causa dell’assedio in corso e del rifiuto dell’occupazione israeliana di consentire l’ingresso nella Striscia di aiuti umanitari e beni alimentari essenziali.

Lunedì il Ministero della Salute ha confermato altri cinque decessi dovuti a carestia e malnutrizione, che portano il numero totale di vittime legate alla fame a 180, di cui 93 bambini.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele distrugge oltre 1.000 camion di aiuti mentre Gaza affronta una carestia catastrofica

Redazione di Palestine Chronicle

26 luglio 2025 – Palestine Chronicle

L’esercito israeliano ammette di aver distrutto vaste scorte di cibo e medicine destinate a Gaza mentre i morti per fame aumentano e cresce l’indignazione globale.

In un netto inasprimento della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza sotto assedio, l’emittente israeliana KAN ha confermato che l’esercito israeliano ha distrutto decine di migliaia di pacchi di aiuti, tra cui grandi quantità di cibo e medicine, destinati alla popolazione affamata del territorio.

Citando fonti dell’esercito israeliano, il servizio ha rivelato che il carico di più di 1.000 camion di aiuti umanitari è stato deliberatamente distrutto.

Le stesse fonti hanno dichiarato: “Ci sono migliaia di pacchi lasciati sotto al sole e se non saranno trasportati a Gaza saremo costretti a distruggerli”. Nonostante la crescente pressione internazionale affinché gli aiuti siano consegnati, le autorità israeliane hanno sostenuto che la distruzione [degli aiuti] fosse dovuta a presunte carenze “nel meccanismo di distribuzione”.

Compiuto al culmine di ciò che gli esperti umanitari e le organizzazioni internazionali definiscono una carestia senza precedenti, tale atto ha suscitato un’ondata di condanne. L’intera popolazione della Striscia di Gaza, oltre 2,3 milioni di persone, è stata spinta al limite della sopravvivenza da più di 21 mesi di guerra, assedio e politiche di sistematica privazione del cibo.

I resoconti provenienti da Gaza descrivono una realtà sempre più tetra: persone che sopravvivono nutrendosi di cibo per animali, erba, o addirittura nulla. Le famiglie sfollate ormai si cibano di bucce di patate, erbacce e farina ricavata da foglie di mais essiccate poiché l’accesso ai generi alimentari di base è diventato pressoché impossibile. Negli ospedali e nei rifugi i medici riferiscono un aumento nei decessi per malnutrizione, in particolar modo tra i bambini, gli anziani e i pazienti affetti da patologie croniche.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza 122 persone, per lo più bambini, hanno già perso la vita per cause legate alla fame. I dati più recenti rivelano che l’11,5% dei minori soffre di malnutrizione acuta grave, una percentuale classificata come catastrofica dagli standard sanitari globali. Le organizzazioni umanitarie avvertono che queste cifre sottostimano probabilmente la reale portata della tragedia, dato il collasso del sistema sanitario e dei meccanismi di monitoraggio nella maggior parte del territorio.

La distruzione degli aiuti umanitari non è un episodio isolato ma rientra in un più ampio schema di ostruzionismo. Israele mantiene un blocco ferreo sulla Striscia di Gaza da quasi vent’anni, ma le condizioni sono peggiorate drasticamente dall’inizio della guerra.

Le ONG internazionali e le agenzie dell’ONU hanno ripetutamente accusato il governo israeliano di bloccare o ritardare le spedizioni di aiuti, a volte per settimane, mentre decine di migliaia di tonnellate di generi alimentari, acqua e attrezzature mediche marciscono ai valichi di frontiera.

Le richieste di assunzione di responsabilità si fanno sempre più insistenti. In un’intervista concessa ad Al Jazeera questa settimana, Michael Fakhri, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione, ha condannato senza mezzi termini le azioni di Israele.

“Servono sanzioni, subito”, ha dichiarato. “Le condanne non bastano più. Israele sta ostacolando l’ingresso degli aiuti, che si accumulano ai confini sotto gli occhi del mondo intero.”

Fakhri ha sottolineato che le organizzazioni umanitarie non possono operare liberamente e che la fame inflitta alla popolazione di Gaza deve essere riconosciuta come una forma di punizione collettiva e potenzialmente uno strumento di genocidio. Ha aggiunto che una pressione continua da parte araba e internazionale è essenziale per spezzare l’assedio e garantire aiuti immediati.

Nel frattempo, l’indignazione pubblica esplode in tutto il mondo. Negli ultimi giorni enormi manifestazioni hanno riempito le piazze di grandi città, da Londra, New York e Parigi a Istanbul e Johannesburg, con i dimostranti che chiedono un cessate il fuoco immediato, la fine del blocco e l’accesso umanitario completo e senza restrizioni a Gaza.

Questi sviluppi arrivano in un momento di crescente attenzione per il governo israeliano, che si trova sempre più isolato a livello diplomatico. Diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno accusato Israele di usare la fame come arma di guerra.

Un numero crescente di giuristi e funzionari ONU sostiene che le azioni israeliane possano costituire una violazione della Convenzione sul Genocidio e del diritto internazionale umanitario.

Nonostante ciò, le autorità israeliane continuano a negare ogni responsabilità. I portavoce del governo sostengono che la mancata distribuzione degli aiuti dipenda dal collasso delle infrastrutture civili a Gaza, omettendo però il fatto che gran parte di tali infrastrutture è stata deliberatamente colpita e distrutta dai bombardamenti israeliani.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)