Sfollamenti senza fine: la tragedia delle espulsioni forzate a Tulkarem e Jenin

Fayha Shalash – Ramallah

24 aprile 2025 – Palestine Chronicle

Decine di migliaia di palestinesi continuano a subire sfollamenti e perdite a Tulkarem e in altri campi profughi della Cisgiordania settentrionale sotto la continua aggressione militare israeliana.

Tasneem Sleit continua a patire le sofferenze dello sfollamento dopo essere stata espulsa con la sua famiglia dalla loro casa nel campo di Tulkarem, come decine di migliaia di altri palestinesi.

L’aggressione militare israeliana contro i campi profughi nella Cisgiordania settentrionale è in corso da tre mesi, senza che se ne veda una fine.

Tutti i residenti dei campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati sfrattati con la forza dalle loro case e centinaia di queste abitazioni sono state demolite nell’ambito di un piano più ampio per cancellare i campi profughi e alterarne completamente la struttura con il pretesto di eliminare le cellule della resistenza armata.

Oltre 40.000 sfollati da questi campi vivono in condizioni difficili, senza alcun sostegno palestinese ufficiale. Più della metà di loro si è stabilita in centri, residenze e locali pubblici nelle città di Jenin e Tulkarem, soffrendo per la mancanza di aiuti e un futuro incerto.

Non c’è disperazione più grande

Il 27 gennaio un aereo israeliano ha bombardato un obiettivo nel campo di Tulkarem uccidendo due palestinesi. In quel momento, Tasneem si trovava fuori dalla sua casa, nel quartiere di al-Madaris, e non è riuscita a rientrarvi a causa di un raid su larga scala dell’esercito israeliano.

Da allora Tasneem non ha più visto la sua casa. Lei e suo marito sono stati costretti a prendere in affitto un’abitazione alla periferia del campo, ma l’esercito israeliano l’ha presa d’assalto il 12 marzo, trasformandola in una caserma militare e costringendo la famiglia a fuggire ancora una volta.

“Qualche settimana fa i miei genitori hanno ricevuto dal tribunale israeliano un ordine di demolizione della loro casa all’interno del campo. In seguito ho saputo che la mia casa era stata demolita. Non c’è sensazione più penosa di questa: vedere i ricordi, gli oggetti personali e gli anni meravigliosi che abbiamo trascorso lì svanire in momenti simili. È una cosa estremamente dura”, ha dichiarato al Palestine Chronicle.

“Gli sfollati sono completamente esausti”, dice Tasneem nel descrivere la loro situazione, mentre l’esercito israeliano annuncia che rimarrà nei campi fino al prossimo anno, senza un futuro chiaro davanti a loro.

Stiamo aspettando notizie di un ritiro così da poter tornare alle nostre case, la maggior parte delle quali è stata distrutta, e quelle rimaste sono gravemente danneggiate. La vita nel campo è insostenibile. C’è chi dice che torneremo al campo anche se dovremo vivere in una tenda, pur sapendo che ci è proibito ricostruire le nostre abitazioni,afferma.

Gli sfollati non cercano solo cibo; hanno anche bisogno di molte cose che non sono disponibili, come i vestiti che hanno lasciato nelle loro case, ora sepolti sotto le macerie, e beni di prima necessità per i bambini.

La maggior parte dei volontari che si occupano degli sfollati ha smesso di lavorare, incapace di far fronte al carico sempre più gravoso. Per non parlare dell’elevato numero di abitanti di Tulkarem le cui case sono state distrutte dai soldati perché si affacciavano sul campo o utilizzate come caserme militari.

Gli abitanti non hanno alternative abitative oltre ai rifugi già sovraffollati.

Quando finirà la nostra tragedia?

L’autista di ambulanze Hazem Masarweh sta vivendo i giorni più difficili dopo essere stato sfollato dalla sua casa nel campo di Jenin.

Masarweh ci ha raccontato di essere stato costretto a lasciare l’abitazione all’inizio dell’offensiva. È riuscito a prendere una casa in affitto per evitare di essere confinato nei rifugi, ma non possiede utensili per cucinare o per fare il bucato.

“Tutti gli aiuti alimentari forniti agli sfollati contengono cereali da cucinare, ma non abbiamo fornelli né forni, il che ha aggravato le nostre sofferenze”, ci ha detto.

Per distribuire il pesante carico Hazem e i suoi due figli sono stati costretti a trasferirsi in un luogo mentre sua moglie e sua figlia si sono spostate in un altro e il figlio maggiore in un terzo. Si fanno visita ogni 20 giorni.

Masarweh possiede il Centro Medico Ibn Sina, dove l’esercito israeliano ha fatto irruzione più volte distruggendone i contenuti. Non è a conoscenza della sorte della sua casa all’interno del campo.

Stiamo vivendo uno stato psicologico complesso. Cerchiamo di sopravvivere con quel poco che abbiamo, e pensiamo costantemente alle nostre case e ai vicoli del campo in cui siamo cresciuti. Ci torneremo mai? Come saranno ora? Quando finirà la nostra interminabile tragedia?

Forse la preoccupazione maggiore per gli sfollati è la mancanza di prospettive o di una fine a questa aggressione, come per le precedenti incursioni. Il continuo sfollamento grava pesantemente sulle spalle degli espulsi e sulle loro speranze di una vita dignitosa, che sembrano un miraggio sotto l’occupazione.

FayhaShalash è una giornalista palestinese di Ramallah. Si è laureata all’Università di Birzeit nel 2008 e da allora lavora come reporter e conduttrice. I suoi articoli sono apparsi su diverse pubblicazioni online. Ha collaborato con questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gallant: l’esercito israeliano ha prodotto una finta foto di un tunnel di Gaza per giustificare la presenza militare

Redazione di Palestine Chronicle

22 aprile 2025 Palestine Chronicle

Yoav Gallant sostiene che la foto utilizzata per rivendicare la scoperta di un enorme tunnel a Gaza sia stata messa in scena per ritardare un accordo sui prigionieri ed esagerare le minacce militari.

L’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha ammesso che una foto ampiamente diffusa rilasciata dall’esercito israeliano, che sembra mostrare un grande tunnel nel Corridoio di Filadelfia, vicino al confine tra Gaza e l’Egitto, è un falso.

Secondo l’Israeli Broadcasting Corporation (KAN), Gallant ha affermato che il presunto tunnel non è mai esistito. Ciò che è stato effettivamente scoperto è una trincea profonda pressapoco un metro.

Ha affermato che la foto è stata utilizzata per supportare le affermazioni sull’esistenza di tunnel lungo il corridoio, per esagerare l’importanza strategica della Strada di Filadelfia e fondamentalmente per bloccare i progressi su un accordo di scambio di prigionieri.

La foto in questione è stata diffusa per la prima volta lo scorso agosto dai media israeliani, che l’hanno descritta come la prova di un enorme tunnel a più livelli che sarebbe stato costruito da gruppi di resistenza palestinesi.

All’epoca, è stata salutata come una scoperta importante: un tunnel a tre piani, che si era detto facesse parte di una vasta rete sotterranea e che avrebbe lasciato di stucco le truppe israeliane.

Gallant ha ora rivelato che la foto aveva un fine politico: sottolineare la presunta minaccia rappresentata dal Corridoio di Filadelfia e giustificare azioni militari con il pretesto di ostacolare il contrabbando di armi, nonostante l’affermazione fosse infondata.

In realtà il “tunnel” mostrato nell’immagine era un normale canale di drenaggio e il veicolo militare nella foto era stato posizionato semplicemente per accentuare l’illusione.

Al momento della pubblicazione della foto il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva insistito sul fatto che l’esercito non si sarebbe ritirato dal Corridoio di Filadelfia, nonostante l’opposizione all’interno delle istituzioni militari e di sicurezza israeliane.

“Non faremo marcia indietro sulla nostra richiesta riguardo al Corridoio di Filadelfia e non mi interessa la posizione dei servizi di sicurezza”, avrebbe dichiarato Netanyahu durante un incontro con le famiglie delle soldatesse.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Una vittoria contro la macchina della disinformazione: come Albanese ha sconfitto la lobby israeliana

Robert Inlakesh

6 aprile 2025 – The Palestine Chronicle

Francesca Albanese, forse la funzionaria delle Nazioni Unite più attaccata, è diventata uno delle più strenui difensori dei diritti umani nella Palestina occupata. Nonostante le innumerevoli accuse rivoltele, i divieti d’ingresso in diversi Paesi e persino le minacce di morte, è riuscita a ottenere il rinnovo del suo incarico alle Nazioni Unite.

Dopo aver ricevuto la nomina a Relatrice Speciale per i Territori Palestinesi Occupati nel maggio 2022, la studiosa e avvocata di diritto internazionale italiana, Francesca Albanese, ha rischiato di essere eventualmente estromessa dal suo incarico.

A seguito di notizie secondo cui una sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) avrebbe deciso se la nota Relatrice Speciale avrebbe mantenuto il suo incarico, è emersa l’ennesima campagna diffamatoria.

L’UNHRC ha ufficialmente ribadito che Albanese manterrà il suo incarico fino al 2028, dissipando diverse voci su una sua possibile estromissione. Sebbene accuse infondate di “antisemitismo”, “sostegno ad Hamas” e “terrorismo” siano state a lungo rivolte al Relatore Speciale delle Nazioni Unite (UNSR), di recente i gruppi di pressione filo-israeliani hanno ovviamente intensificato le loro campagne.

Mentre la rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite ha recentemente tentato di esercitare pressioni per far licenziare Albanese, sostenendo che avesse sposato un “antisemitismo virulento, che demonizza Israele e sostiene Hamas”, l’amministrazione Trump si è ritirata dall’UNHRC in buona misura a causa delle sue critiche a Israele.

Questo fatto indebolisce la posizione del governo statunitense, fermamente filo-israeliano e anti-palestinese. Lo stesso Donald Trump usa persino il termine “palestinese” come insulto contro i suoi oppositori politici.

Albanese è stata oggetto di critiche fin dal suo ingresso alle Nazioni Unite nel 2022, il che ha spinto circa 65 studiosi ebrei a difenderla firmando una dichiarazione in cui si legge: “È evidente che la campagna contro (Albanese) non mira a combattere l’antisemitismo dei nostri giorni. Si tratta essenzialmente di tentativi di metterla a tacere e di indebolire il suo mandato di alto funzionario delle Nazioni Unite che denuncia le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele”.

Dopo il 7 ottobre 2023, con l’inizio della guerra a Gaza, le accuse contro Albanese hanno raggiunto livelli senza precedenti.

Si è rifiutata di moderare la sua opposizione ai crimini di guerra ed è stata una delle prime funzionarie delle Nazioni Unite a opporsi ai governi occidentali che cercavano di affermare che la storia fosse iniziata il 7 ottobre.

La rappresentante speciale dell’ONU ha ricevuto persino un divieto di ingresso in Francia dopo aver dichiarato che le affermazioni secondo cui l’attacco di Hamas sarebbe stato motivato da “antisemitismo” erano errate. Fin dall’inizio del conflitto ha lanciato l’allarme sui piani israeliani di pulizia etnica a Gaza, venendo etichettata come “sostenitrice di Hamas”, “antisemita” e “di parte”. Mentre il governo israeliano e i suoi difensori hanno sostenuto che tale politica non esistesse, definendo tali accuse “antisemite”, Israele ora persegue apertamente la pulizia etnica.

Nel marzo 2024 Albanese ha anche pubblicato un rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Anatomia di un genocidio”, che ha ricevuto un’enorme quantità di reazioni negative. I gruppi filo-israeliani sono stati implacabili nei loro attacchi alla Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite (UNSR). UN Watch, un sito web filo-israeliano che perseguita le figure di spicco che criticano le politiche di Tel Aviv, ha persino pubblicato un rapporto di 60 pagine in cui si afferma che la Relatrice Speciale promuove la propaganda di Hamas, alimentando “l’antisemitismo e il terrorismo jihadista”.

La litania di attacchi alla sua figura ha spaziato dal definirla “antisemita”, “simpatizzante del terrorismo”, fino a “negazionista dell’Olocausto” il tutto senza prove. Ha anche ricevuto attacchi personali e affermazioni infondate sui suoi finanziamenti.

Nel luglio del 2024 una notizia falsa utilizzata per delegittimare Albanese è stata quella secondo cui avrebbe ricevuto finanziamenti da una serie di gruppi di attivisti filo-palestinesi in Australia. Il sito web UN Watch ha affermato che associazioni australiane erano “filo-Hamas”, un’accusa anch’essa senza prove.

Tuttavia i media israeliani e alcuni settori dei media occidentali hanno diffuso la notizia secondo cui l’UNSR era accusata di ricevere fondi da un “gruppo filo-Hamas”. Queste affermazioni sono rimaste senza fondamento per mancanza di prove, mentre la funzionaria delle Nazioni Unite ha dichiarato pubblicamente che il suo lavoro non è retribuito.

Il 1° ottobre Francesca Albanese ha pubblicato un altro rapporto per le Nazioni Unite intitolato “Genocidio come cancellazione colonialista”. Proseguendo nel suo impegno per la causa dei diritti umani dei palestinesi, Albanese viaggia frequentemente, partecipa a conferenze e rilascia interviste, fornendo informazioni

A marzo, un gruppo estremista sionista chiamato “Betar”, che ha apertamente elogiato e minacciato tattiche descritte dall’ex direttore della CIA, Leon Panetta, come “terrorismo”, ha persino minacciato di consegnare un cercapersone ad Albanese. Questa intimidazione si basa sugli attacchi esplosivi con cercapersone perpetrati indiscriminatamente in tutto il Libano da Israele, che hanno ucciso e ferito civili e membri di Hezbollah.

Il fatto che la Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati rimanga al suo posto è una vittoria contro una montagna di organizzazioni filo-israeliane e funzionari governativi occidentali finanziati da gruppi della lobby filo-israeliana. È anche una prova del fatto che le accuse mosse contro Albanese sono infondate.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Olmert e Gantz lanciano l’allarme: la minaccia di una guerra civile in Israele è più vicina che mai

Redazione di The Palestine Chronicle

25 marzo 2025 The Palestine Chronicle

In una crisi politica e istituzionale sempre più profonda i leader israeliani avvertono che le divisioni interne stanno mettendo a repentaglio la sicurezza e la stabilità dello Stato.

Benny Gantz, leader del partito israeliano Blu e Bianco, e l’ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Gadi Eisenkot hanno avvisato che Israele è “in pericolo” a causa delle crescenti divisioni interne, e l’ex primo ministro Ehud Olmert ha affermato che Israele è “molto vicino alla guerra civile”.

Questi commenti giungono in un momento di crescente crisi politica innescata dall’ostinazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel licenziare il capo dello Shin Bet, Ronen Bar.

Le divisioni all’interno di Israele si sono acuite in seguito alla decisione di Netanyahu di licenziare Bar, al congelamento temporaneo di tale decisione da parte della Corte Suprema e al voto unanime di sfiducia del governo nei confronti della procuratrice generale Gali Baharav-Miara, tutti fattori che hanno suscitato una vasta indignazione pubblica.

“È vero che esistono molte sfide alla sicurezza dall’estero, ma la sicurezza di Israele è a rischio a causa delle divisioni interne”, ha affermato lunedì Gantz in una dichiarazione.

“Quando dividiamo il nostro popolo all’interno, rafforziamo la resistenza di Hamas e gli diamo la speranza di poterci spezzare. La questione più urgente ora è il ritorno dei nostri soldati rapiti”.

“Chiunque ora lo ignori sta consapevolmente danneggiando la sicurezza dello Stato. Ciò che sta accadendo sta gettando le basi per la prossima catastrofe e rafforzando i nostri nemici”, ha aggiunto.

Nel frattempo Eisenkot ha osservato che “mentre la maggior parte dei cittadini israeliani sostiene il ritorno immediato dei rapiti e la continuazione della guerra decisiva al terrorismo fino alla sua sconfitta, il governo è concentrato sulla lotta contro i capi dei servizi di sicurezza e il sistema giudiziario”.

La decisione di licenziare Bar

Il procuratore generale di Israele ha criticato la decisione di licenziare Bar definendola “piena di incongruenze” e ha affermato che “il processo di selezione di un nuovo capo dello Shin Bet non può iniziare prima che venga emessa una sentenza giudiziaria”. Venerdì la Corte Suprema ha congelato temporaneamente la decisione del governo di licenziare Ronen Bar fino alla fine dell’esame delle petizioni contro la decisione presentate dai partiti di opposizione. La Corte ha programmato un’udienza l’8 aprile per esaminare le petizioni. Il governo israeliano ha fatto ricorso alla Corte Suprema, sostenendo che l’annuncio di Bar di aver perso fiducia nei suoi superiori equivalga a dimissioni, consentendo così il licenziamento.

Nel frattempo il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha continuato ad attaccare il capo dello Shin Bet, etichettando l’ordine di Bar di indagare sul lavoro dell’agenzia di sicurezza interna [il suo ministero, ndt.] come pericoloso, illegale e come un tentativo di colpo di stato militare. Ben-Gvir ha aggiunto che “Secondo i rapporti Ronen Bar ha raccolto informazioni contro di me, la polizia israeliana e il servizio carcerario”. Ha criticato la decisione di licenziare Bar sostenendo che avrebbe dovuto essere presa dopo il suo fallimento nel 7 ottobre. Ha anche chiesto la formazione di un comitato governativo per indagare sul comportamento “inaccettabile” di Bar.

“Tempesta perfetta”

Nel frattempo lunedì, parlando al New York Times, Olmert ha detto che “le fondamenta dello stato (di Israele) stanno tremando. Netanyahu è pronto a sacrificare tutto per la sua sopravvivenza, e siamo più vicini a una guerra civile di quanto la gente creda”, ha avvertito, aggiungendo: “A Gaza siamo tornati a combattere, e per cosa? E all’estero non ricordo un tale odio, una simile opposizione allo Stato di Israele”.

Questa non è la prima volta che Olmert critica il governo israeliano guidato da Netanyahu.

Lo scorso marzo, in un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz, Olmert ha sostenuto che Israele aveva solo due scelte: un immediato cessate il fuoco o la morte dei prigionieri israeliani attualmente detenuti a Gaza.

“Le aspettative che il nostro disgraziato governo aveva creato riguardo agli obiettivi della guerra erano infondate, irreali e irraggiungibili fin dall’inizio”, ha scritto Olmert.

“Netanyahu, se fosse stato pienamente consapevole quando ha dichiarato la prima volta questo impegno da spaccone o quando lo ha ripetuto in ciascuna delle sue grottesche conferenze stampa, avrebbe dovuto sapere che non c’era alcuna possibilità di ottenere (la distruzione di Hamas – nda.)”, ha aggiunto.

Olmert è stato primo ministro dal 2006 al 2009.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Le tre principali menzogne dell’ex-portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari

Romana Rubeo  

9 marzo 2025 – Palestine Chronicle

Romana Rubeo esamina il ruolo dell’ex-portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari nella diffusione di false informazioni e propaganda nella guerra in corso contro Gaza.

I media israeliani hanno informato che domenica l’esercito israeliano ha annunciato che il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha nominato Avi Dovrin come portavoce ufficiale.

Ciò è avvenuto dopo che venerdì Zamir ha deciso di licenziare il portavoce dell’esercito Daniel Hagari. Come megafono di uno degli eserciti più immorali al mondo il lascito di Hagari è stato segnato da costanti menzogne e propaganda intese a mascherare o giustificare i crimini di Israele.

Ciò è iniziato persino prima dell’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza il 7 ottobre 2023. Nel maggio 2022, per esempio, Hagari affermò falsamente che la giornalista palestinese Shireen Abu Akleh era stata uccisa da combattenti palestinesi a Jenin. Le sue affermazioni, fatte nonostante prove schiaccianti indicassero cecchini israeliani come responsabili, intendevano sviare la responsabilità per la tragica uccisione della stimata giornalista palestinese.

Abu Akleh, nota per anni di coraggiosi reportage dalla Palestina occupata, venne uccisa mentre informava su un’operazione militare israeliana nel campo profughi di Jenin. La sua morte suscitò una condanna unanime e sollevò preoccupazioni riguardo al fatto che le forze di occupazione israeliane prendevano di mira i giornalisti.

Durante il genocidio in corso le ripetute mistificazioni, illazioni e la diffusione di false informazioni sono state sistematicamente smentite, persino dai principali media occidentali.

Questo modello di disinformazione ha contribuito al crescente isolamento di Israele e alla perdita di fiducia nei suoi confronti sul piano internazionale.

Qui di seguito ci sono alcuni significativi esempi di affermazioni false diffuse da Hagari.

L’ospedale pediatrico Rantisi

Il 13 novembre 2023 Hagari ha sostenuto che l’esercito israeliano aveva scoperto un centro di comando “con un arsenale di armi che includeva granate, giubbotti esplosivi e altri ordigni conservati da combattenti di Hamas nel seminterrato dell’ospedale Rantisi, un nosocomio pediatrico specializzato nel trattamento di pazienti oncologici”, ha informato l’agenzia di notizie Reuter.

Questa affermazione intendeva giustificare gli attacchi contro gli ospedali e il sistema sanitario di Gaza iniziati molto presto nella guerra genocida.

In un aggiornamento televisivo Hagari ha detto che avevano “trovato anche indizi che indicano che Hamas vi ha tenuto degli ostaggi” e che la questione era “oggetto di indagine.”

La dichiarazione era stata fatta anche a un gruppo di giornalisti che accompagnavano l’esercito israeliano e avevano visitato l’ospedale. Nonostante le illazioni fossero state immediatamente smentite dalle autorità sanitarie del posto e da commentatori arabi, ci è voluto quasi un anno perché venissero smascherate dai principali media occidentali.

L’ottobre scorso, parlando al [programma] Posto di Ascolto di Al Jazeera un giornalista della CNN di nome ‘Adam’ ha descritto l’episodio come “un momento imbarazzante” per la CNN.

‘Adam’ ha raccontato che, quando il redattore per la politica internazionale della CNN Nic Robertson è stato accompagnato dall’esercito israeliano a visitare l’ospedale pediatrico Rantisi bombardato a Gaza, Hagari gli ha mostrato su un muro un documento scritto in arabo, sostenendo che fosse una lista dei turni di membri di Hamas che controllavano gli ostaggi.

Tuttavia è risultato che il documento era un calendario, “e in arabo erano scritti i giorni della settimana. Ma nel reportage diffuso Nic Robertson ha incluso le affermazioni israeliane,” ha affermato Adam.

L’ospedale Al-Shifa

Il 15 novembre 2023 l’esercito israeliano ha preso d’assalto per la prima volta l’ospedale Al-Shifa, la più grande struttura ospedaliera di Gaza.

L’attacco ha tenuto intrappolati all’interno del complesso migliaia di pazienti e sfollati, mentre centinaia di palestinesi sono stati uccisi e feriti dai soldati israeliani.

Settimane prima dell’attacco Hagari aveva iniziato a costruire un caso pubblico.

Il 17 ottobre 2023, durante una conferenza stampa, Hagari ha sostenuto che l’esercito aveva “prove concrete” che vari edifici ospedalieri a Gaza erano direttamente coinvolti nelle attività di Hamas.

Oltretutto, secondo il portavoce dell’esercito israeliano, gli edifici erano stati costruiti su una rete di tunnel sotterranei che sarebbero stati accessibili dall’interno degli ospedali.

Il 22 novembre 2023, una settimana dopo l’attacco, Hagari ha affermato in una dichiarazione filmata che “i terroristi sono venuti qui per dirigere le loro operazioni.”

Questa volta è stato il Washington Post a smentire le dichiarazioni israeliane, affermando in un articolo del 21 dicembre 2023 che “le prove presentate dal governo israeliano sono insufficienti per dimostrare che Hamas abbia utilizzato l’ospedale come centro di comando e di controllo.”

L’articolo era basato su un’analisi del Washington Post di riprese open-source, immagini satellitari e tutti i materiali resi pubblici dall’IDF [l’esercito israeliano, ndt.].”

L’analisi del Post ha concluso che “le stanze collegate alla rete di tunnel scoperte dai soldati dell’IDF non mostrano alcuna chiara prova dell’uso militare da parte di Hamas.” Oltretutto “nessuno dei cinque edifici ospedalieri identificati da Hagari sembra essere collegato alla rete di tunnel,” e non c’erano “prove che i tunnel potessero essere accessibili dai reparti ospedalieri.”

Notizie false sugli arresti

L’esercito israeliano ha preso d’assalto l’ospedale Al-Shifa una seconda volta il 18 marzo 2024. Dopo un assedio di due settimane terminato il primo di aprile l’ospedale è stato quasi totalmente distrutto e centinaia di palestinesi morti sono stati trovati nelle fosse comuni dentro e attorno all’ospedale.

Nel tentativo di giustificare l’ennesimo crimine di guerra, il 22 marzo Hagari ha sostenuto che durante l’irruzione nell’ospedale Al-Shifa l’esercito ha arrestato importanti ufficiali di Hamas.

L’esercito israeliano ha reso pubblico un collage di foto che mostravano che il capo delle Brigate Al-Qassam [il braccio armato di Hamas, ndt.] Raed Saad era tra gli arrestati.

Secondo il Times of Israel [giornale israeliano in lingua inglese, ndt.] in una conferenza stampa il portavoce dell’esercito israeliano ha vantato l’arresto di comandanti di Hamas “molto importanti”.

Tuttavia poche ore dopo in un’intervista ad Al Jazeera un ufficiale della sicurezza di Hamas ha detto che “la lista delle foto di arrestati all’ospedale Al-Shifa rilasciata dal portavoce dell’esercito di occupazione è imprecisa.”

“Alcune delle foto sulla lista sono di persone che attualmente si trovano fuori da Gaza e altre sono di martiri [palestinesi uccisi dagli israeliani, ndt.]” ha continuato l’ufficiale, notando che “tre delle foto sulla lista sono di medici rilasciati in precedenza dall’occupazione.”

Più tardi lo stesso giorno l’esercito israeliano e lo Shin Bet [il servizio di intelligence interna di Israele, ndt.] hanno ammesso la pubblicazione di rapporti ingannevoli, attribuendola a un “errore umano”.

Hagari non è l’unico militare israeliano il cui nome sarà macchiato per sempre dal fatto di aver fornito false giustificazioni al genocidio di Israele contro i palestinesi. Egli è solo uno dei sintomi di un problema molto più profondo.

La sua improvvisa scomparsa dalla scena in seguito al fallimento israeliano nel raggiungere i suoi obiettivi militari a Gaza evidenza i fallimenti più complessivi di Israele su tutti i fronti, compresa l’hasbara, la sua macchina propagandistica ufficialmente riconosciuta e fondata sulle menzogne.

Romana Rubeo è una giornalista italiana ed è caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La lotta di Masafer Yatta: i cinque punti salienti dell’intervista di The FloodGate ad Alaa Hathleen

Romana Rubeo

4 marzo 2025 The Palestine Chronicle

Nel podcast The FloodGate, Voices from Palestine, Alaa Hathleen di Masafer Yatta parla della vita sotto il regime militare, della violenza dei coloni e della continua lotta della comunità contro la pulizia etnica

Il 2 marzo il documentario No Other Land ha vinto un Oscar; vi si documenta la lotta dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana in corso a Masafer Yatta.

In questa puntata di The FloodGate, Robert Inlakesh di Palestine Chronicle ha parlato con Alaa Hathleen, attivista e abitante di Masafer Yatta, della vita sotto il regime militare, delle realtà quotidiane dello sfollamento e della resistenza incrollabile della comunità contro le forze israeliane e gli attacchi dei coloni.

Masafer Yatta è uno dei casi di più lunga data di pulizia etnica nella Cisgiordania occupata, eppure la sua gente si rifiuta di essere cancellata.

Ecco cinque punti chiave della testimonianza di Alaa Hathleen.

1. Sotto attacco

Per decenni Israele ha applicato una combinazione di governo militare, pressione economica e uso manipolatorio delle leggi per cacciare i palestinesi dalla loro terra. Alaa Hathleen non vede alcun futuro per una soluzione a due Stati, perché l’occupazione non ha lasciato alcuno spazio all’autodeterminazione palestinese.

“Ci hanno attaccato in ogni settore: sanità, istruzione ed economia. Con questi attacchi stanno cercando in ogni modo di farci andare via “, ha affermato Alaa.

“Ad esempio, per il mio villaggio c’è una sentenza legale della corte israeliana che afferma che la terra è nostra, eppure non ci è permesso viverci. Questa è la realtà secondo la legge israeliana. Abbiamo sofferto in ogni aspetto del vivere”.

“Anche in merito all’istruzione subiamo attacchi da parte dei coloni. Soffriamo per le demolizioni delle case e le operazioni militari. Non vogliono che viviamo qui; vogliono cacciarci con diversi mezzi, tra cui la violenza dei coloni e le demolizioni”, ha continuato Alaa, aggiungendo: “Per loro, questa è Area C [sotto il controllo israeliano totale ma temporaneo in base agli accordi di Oslo, ndt.], ma per noi è la nostra casa. Ecco perché non esiste una soluzione a due Stati per la Palestina”.

2. Perché siamo diventati attivisti

Per molti palestinesi l’attivismo non è una scelta, ma una necessità. L’attivismo di Alaa è profondamente personale, plasmato sia dall’occupazione che dalle lotte della sua famiglia.

“Sono sia un fisioterapista che un attivista, ma nessuna delle due attività è stata una scelta: sono diventato attivista dopo aver visto come l’occupazione ci ha negato tutti i diritti, quando hanno dichiarato la mia terra e la mia area zone militari, proibendoci di usarle”, ha detto.

“Sono diventato fisioterapista dopo che nel 2013 mio padre ha avuto un ictus. Era estremamente difficile accedere alla fisioterapia, quindi in quel momento ho deciso di dedicarmi a questo e lavorare sodo per aiutare la mia comunità”.

Alaa ha spiegato che non ci sono scuole nella zona. “Ogni giorno dovevo camminare per circa 10 chilometri attraverso montagne e valli solo per andare a scuola. Molte volte, i coloni ci hanno attaccati e picchiati, ma ero determinato a continuare i miei studi per sostenere la mia gente”, ha affermato.

3. Gli attacchi dei coloni

La violenza dei coloni è una minaccia quotidiana a Masafer Yatta e le autorità israeliane non offrono alcuna protezione agli abitanti palestinesi. Al contrario, facilitano gli attacchi assicurandosi che i coloni agiscano impunemente.

“I coloni ci attaccano mentre la polizia tarda il più possibile a rispondere, aspettando che i coloni abbiano terminato le distruzioni prima di arrivare. A volte, quando li chiamiamo, ci dicono: ‘Dove sono i coloni? State mentendo’ e invece di fermare gli aggressori ci arrestano”.

Altre volte, secondo Alaa, le forze israeliane riconoscono che i coloni ebrei israeliani illegali stanno facendo qualcosa di illecito, ma sostengono di non poterli fermare.

“Ci dicono sempre di presentare denunce alla stazione di polizia e, sebbene abbiamo presentato migliaia di denunce, non è cambiato nulla”.

“Non ci è permesso difenderci”, ha continuato. “Se ci proviamo, ci arrestano e ci mettono in prigione. Questa è la nostra realtà”.

4. Pulizia etnica e piani di annessione

Il governo israeliano supporta direttamente la violenza dei coloni, consentendo l’accaparramento di terre e l’espansione degli insediamenti. Masafer Yatta non sta solo subendo l’occupazione, sta anche affrontando un continuo processo di pulizia etnica.

“Il governo israeliano sostiene questi coloni, portandoli qui per attaccarci e continuare nei loro tentativi di sfrattare i palestinesi dalla loro terra”, ha detto Alaa.

“Siamo trattati come prigionieri: il nostro villaggio è chiuso e a volte decidono di aprire i cancelli. Ogni giorno affrontiamo attacchi da parte di coloni, soldati e amministrazione civile israeliana [il governo militare sui territori occupati, ndt.]. Emettono costantemente ordini di demolizione per le nostre case, cercando di cacciarci via”.

5. Dignità e diritti

Nonostante le difficoltà quotidiane la gente di Masafer Yatta si rifiuta di rinunciare alla propria terra. La resistenza è radicata nella loro dignità e nella determinazione a restare.

“Vogliono spostarci nelle città, ma noi rifiutiamo. Questa è la nostra terra, questa è la nostra vita. Vivremo qui con dignità e libertà, o saremo sepolti sotto di essa con i nostri antenati. Non c’è altra scelta”.

Purtroppo, ha affermato Alaa, questa questione è stata ampiamente ignorata dai media. “Ha ricevuto pochissima attenzione, ma rimane una delle lotte più importanti che affrontiamo”.

Romana Rubeo è una scrittrice italiana ed è caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Hamas ha annunciato il rinvio dello scambio dei prigionieri: per quale regione e perché in questo momento – Analisi

Robert Inlakesh

11 febbraio 2025 – Palestine Chronicle

Ora Hamas deve fare del suo meglio per negoziare l’ingresso a Gaza di aiuti sufficienti garantendo al contempo la fine della guerra e il governo per il dopoguerra in modo da ridare vita al territorio e ricostruirlo.

Lunedì Abu Obeida, il portavoce delle Brigate Al-Qassam di Hamas, ha rilasciato un comunicato affermando che, viste le continue violazioni dalla tregua da parte di Israele, lo scambio di prigionieri verrà rinviato alla prossima settimana. Quella che ora è presentata come una possibile ragione per il fallimento dell’accordo, è invece una tattica negoziale in un frangente critico.

Lo scambio di prigionieri sionisti programmato per sabato prossimo… verrà rinviato a data da destinarsi,” ha annunciato il portavoce militare di Hamas. Il messaggio continua: “Noi confermiamo il nostro impegno in base ai termini dell’accordo purché la potenza occupante lo sia altrettanto”. 

Anche se i politici israeliani hanno immediatamente iniziato a sostenere che Hamas ha violato l’accordo di cessate il fuoco e Itamar Ben-Gvir, il famigerato sodale nella coalizione di estrema destra del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha invocato un’immediata campagna di bombardamenti, sul terreno niente è sostanzialmente cambiato. Tuttavia dichiarazioni provocatorie come quelle di Ben-Gvir sono scontate e anche importanti in questa situazione.

Facendo seguito alla dichiarazione di Abu Obeida, in cui accusa Israele di violazioni dei termini del cessate il fuoco, Hamas ha deciso di pubblicare una lista delle molteplici violazioni israeliane dell’accordo fra cui: 

  • Rallentare il ritorno degli sfollati nel nord di Gaza.” 

  • Prendere di mira civili con bombardamenti e sparatorie che hanno provocato numerose morti in tutta la Striscia.” 

  • Ostacolare l’ingresso di forniture essenziali per ripararsi, come tende, case prefabbricate, carburante e macchinari necessari per rimuovere le macerie e recuperare i corpi.”

  • Ritardare la consegna di materiale sanitario essenziale e di risorse necessarie per riattivare gli ospedali e il settore sanitario.” Hamas ha affermato di aver rilevato da sé le succitate violazioni al cessate il fuoco, ma queste sono state ben documentate anche da gruppi per i diritti, da giornalisti e citate da funzionari delle Nazioni Unite. Tuttavia le violazioni israeliane sono iniziate il 19 gennaio alle 8:30 (ora locale), circa 15 minuti dopo la prevista entrata in vigore dell’accordo. 

L’uccisione di civili con attacchi aerei e colpi sparati da cecchini è continuata nelle settimane seguenti, oltre ad altre violazioni del cessate il fuoco, tuttavia Hamas ha scelto di non aprire il fuoco o persino di non rilasciare dichiarazioni minacciose in risposta, come invece è successo oggi.

Perché Hamas lo sta facendo ora?

I commenti a caldo proposti dalla maggioranza degli analisti all’indomani della dichiarazione di Hamas si concentrano quasi completamente su un approccio riguardante un battibecco tra due litiganti. Mentre divampano queste polemiche su chi abbia violato il cessate il fuoco e su quale delle parti cerchi di far fallire l’accordo è importante prendere in esame il contesto più a fondo.

Come detto sopra, Hamas ha scelto di non sparare una sola pallottola o razzo, né di minacciare o ritardare il rilascio dei prigionieri israeliani per settimane durante le quali ci sono state violazioni quotidiane del cessate il fuoco. Ci sono stati momenti in cui l’esercito israeliano ha giustiziato minori, rallentato il ritorno degli sfollati palestinesi alle proprie case per 24 ore e limitato l’accesso alla Striscia di Gaza di beni essenziali: tutto ciò avrebbe dato a Hamas l’imperativo morale di ostacolare l’accordo per porre fine a tali violazioni dell’accordo.

Se Hamas si è trattenuta da ritorsioni per motivi affettivi, legali e morali, ha poi segnalato nelle sue dichiarazioni che da oggi sono strategicamente calcolati e non semplicemente una reazione. La tempistica della dichiarazione del portavoce delle Brigate Al-Qassam sembra anche coincidere ed essere legata al ritorno del team israeliano di negoziatori da Doha.

Nel corso della scorsa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha cambiato i componenti della sua delegazione di negoziatori, lanciando a quanto si dice l’idea di un’estensione della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco. Queste modifiche al corso del processo negoziale sono state aggravate dalle minacce del presidente USA Donald Trump di impossessarsi della Striscia di Gaza, oltre alla pulizia etnica della popolazione del territorio.

Ora Israele ha anche ritirato le sue forze dal corridoio Netzarim, che divide il nord dal resto di Gaza, abbandonando quella che potrebbe essere una posizione militare chiave nel caso decidesse di ritornare nel territorio, mentre la maggioranza degli sfollati dal nord del territorio è anche ritornata nei suoi quartieri distrutti.

Un altro fattore da considerare è che il primo ministro israeliano è riuscito fino ad ora a tenere insieme la sua coalizione di estrema destra, anche se parlamentari chiave del blocco del Sionismo Religioso hanno minacciato di affondare il governo nel caso approvasse la seconda delle tre fasi dell’accordo di cessate il fuoco. È interessante notare che le proposte piuttosto stravaganti ed estremamente illegali di Donald Trump sono riuscite a persuadere i falchi nella coalizione di Netanyahu che il cessate il fuoco è un buon accordo, molto probabilmente aiutando a salvarlo.

Incoraggiato dalla retorica intransigente del presidente americano, Netanyahu si è imbarcato in una serie di sparate in cui non solo ha appoggiato l’idea della pulizia etnica della gente di Gaza da spostare in Nazioni vicine, ma ha persino detto che l’Arabia Saudita dovrebbe ritagliare una parte del suo territorio per fare uno Stato palestinese.

Ironicamente queste minacce estreme sono riuscite a unire il Medio Oriente non con Israele ma contro. Contrariamente alle affermazioni di Netanyahu e Trump su fatto che Riyadh avrebbe abbandonato la sua richiesta di una via praticabile per uno Stato palestinese in cambio di un accordo di normalizzazione con Tel Aviv, si è solo raddoppiata la posta. Infatti le dichiarazioni di condanna di Israele che arrivano dall’Arabia Saudita sono le più forti da decenni. 

Hamas è al centro di questa svolta regionale apparentemente estemporanea, che è stata certamente uno dei fattori della decisione di cominciare ad applicare una pressione sulla compagine di negoziatori israeliani. 

Il sovrano hashemita della Giordania, il re Abdullah II, si è opposto fortemente e pubblicamente alla proposta USA-Israele di trasferire centinaia di migliaia, se non quasi un milione di palestinesi da Gaza nel suo territorio. Ed è stato riportato che l’esercito egiziano si stia mobilitando per affrontare ogni importante sviluppo destabilizzante. Sia Il Cairo che Amman temono ripercussioni potenziali per la sopravvivenza dei loro leader nel caso di un’espulsione di massa da Gaza.

Nel frattempo anche l’Arabia Saudita è stata messa in una posizione difficile. Come la Giordania e l’Egitto, è in rapporti amichevoli non solo con gli USA ma anche con Israele. Tuttavia, tenendo in considerazione la caduta del governo di Bashar al-Assad in Siria, oltre allo stato d’animo popolare dei sauditi che sostengono la causa palestinese, normalizzare le relazioni con Israele proprio ora e permettere un importante evento destabilizzante nella regione che potrebbe persino causare il collasso della monarchia giordana è un rischio che al momento non vogliono accollarsi.

Un altro fattore importante qui è il disgelo delle relazioni fra Riyadh e Teheran, combinato con il recente indebolimento dell’asse della resistenza a guida iraniana. Essenzialmente ciò significa che c’è poco da guadagnare unendosi a un’alleanza contro l’Iran che potrebbe riaccendere il conflitto congelato in Yemen, al momento con un ruolo secondario da giocare. In tale scenario l ‘Arabia Saudita sarebbe completamente subordinata agli USA, cosa che limiterebbe opportunità future in un emergente mondo multipolare. Detto ciò, la minaccia di destabilizzazione in Arabia Saudita va in due direzioni: se si spingesse troppo in là nell’opporsi ad americani e israeliani anch’essa potrebbe incorrere nelle loro ire.

Hamas ha deciso di rilasciare ora la sua dichiarazione quando la regione è unita contro il piano israeliano-statunitense di invasione/pulizia etnica. Le Nazioni arabe e islamiche probabilmente adotteranno presto una piattaforma comune e collaboreranno nel presentare proposte urgenti per ottenere l’attuazione del cessate il fuoco a Gaza nel corso della seconda e terza fase. Ciò include appoggiare l’affermazione di un governo postbellico nella Striscia di Gaza.

D’altro canto Israele ha poco margine in questa situazione, a parte mettere in atto piani che provochino una destabilizzazione regionale massiccia e la ripresa del suo catastrofico genocidio a Gaza. Questo è il motivo per cui, fino ad ora, le minacce israeliane contro Gaza si sono concentrate su quale sarà la sua risposta se fallirà lo scambio di prigionieri sabato, fra cinque giorni.

Se Israele nei prossimi giorni effettuasse degli attacchi aerei avrebbe due opzioni: far fallire completamente il cessate il fuoco o effettuare solo attacchi a caso che uccideranno civili ma non in modo che porterebbe alla fine del cessate il fuoco. Tuttavia c’è anche una trappola se gli israeliani decidessero di attuare attacchi significativi a Gaza, perché ciò darebbe quindi ad Hamas, e forse al suo alleato Ansarallah [gli Houthi yemeniti, ndt.], la scusa per rispondere allo stesso modo.

Se Hamas lanciasse dei razzi verso gli insediamenti israeliani, forse persino verso Tel Aviv, sarebbe una grave fonte di imbarazzo per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e potrebbe persino incoraggiare i suoi alleati estremisti a minacciare il crollo della sua coalizione. Gli alleati di Netanyahu come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir credono che Hamas debba essere annientata scacciando l’intera popolazione dalla Palestina. Perciò i razzi di Hamas potrebbero innescare reazioni emotive da parte loro che metterebbero Netanyahu in una difficile posizione politica.

 Nel frattempo le famiglie degli ostaggi israeliani che sono ancora prigionieri a Gaza hanno già preso l’iniziativa di bloccare le strade principali a Tel Aviv, chiedendo l’attuazione dell’accordo sul cessate il fuoco.

Al momento Hamas deve cercare di fare del suo meglio per negoziare l’ingresso di aiuti sufficienti a Gaza, garantendo allo stesso tempo la fine della guerra e la formazione di un’amministrazione per rivitalizzare e ricostruire il territorio. Sebbene possa essere una scommessa pericolosa da parte sua, sembra essere un tentativo di utilizzare il clima attuale per far pressione sugli israeliani perché consentano il passaggio di aiuti sufficienti, spianando la strada anche al successo delle prossime fasi dell’accordo di cessate il fuoco. 

Qui il jolly è rappresentato da un potenziale piano USA-Israele per ricorrere a livelli folli di violenza che farebbero precipitare l’intera regione nel caos. 

Robert Inlakesh è un giornalista, scrittore e documentarista. Si interessa di Medio Oriente ed è specializzato in Palestina. Ha fornito questo contributo a The Palestine Chronicle. 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il momento cruciale per la Cisgiordania: l’azzardo israeliano e il tradimento dell’ANP- Analisi

Ramzy Baroud

22 gennaio 2025 – Palestine Chronicle

La sempre più dura campagna militare israeliana in Cisgiordania, insieme alla complicità dell’ANP, crea le condizioni per uno scontro cruciale nella resistenza palestinese. L’esercito israeliano continua la sua offensiva contro il campo profughi di Jenin, una campagna militare che è iniziata praticamente subito dopo l’annuncio di un cessate il fuoco a Gaza.

Benché l’epicentro dell’offensiva rimanga Jenin, dove sono stati uccisi o feriti molti palestinesi, sono state attaccate anche importanti città della Cisgiordania. Le incursioni israeliane hanno raggiunto vari villaggi e campi profughi, portando all’arresto di molti palestinesi.

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che a lungo ha agito come la presunta avanguardia dei diritti dei palestinesi, sta partecipando attivamente alla campagna israeliana. Di fatto l’ANP è stata coinvolta nella pacificazione della resistenza a Jenin e in altre zone della Cisgiordania prima degli attacchi israeliani, preparando a quanto pare il terreno per una più vasta repressione da parte dell’esercito israeliano.

Il ruolo dell’ANP

Ironicamente l’ANP ha chiamato la sua azione a Jenin, durata dal 5 dicembre al 21 gennaio, “Proteggere la Patria”. Eppure l’operazione ha semplicemente cercato di pacificare la “patria” rendendo più facile alla missione militare israeliana di completarla.

Il livello di violenza dell’ANP contro i palestinesi in Cisgiordania è sempre più comparabile a quello di Israele, rafforzando ulteriormente l’affermazione secondo cui l’ANP è di fatto uno strumento di controllo dell’occupazione israeliana sui palestinesi.

Nel 2007 Gaza si ribellò contro l’ANP in quello che all’epoca venne erroneamente definito come uno scontro tra Hamas e Fatah, quest’ultimo partito dominante nell’OLP e fazione del presidente Mahmoud Abbas.

Non è chiaro se una simile rivolta contro l’ANP sia possibile in Cisgiordania, almeno per il momento, considerando che la popolazione palestinese vi deve affrontare tre livelli di violenza: dell’esercito israeliano, dei coloni israeliani illegali armati e delle forze di sicurezza di Abbas.

Sperando di “risparmiare il sangue palestinese”, il 14 gennaio la resistenza di Jenin aveva accettato di firmare un accordo con l’ANP, consentendo alle forze dell’ANP di entrare a Jenin senza scontri purché evitassero di prendere misure violente contro la resistenza. L’ANP avrebbe violato l’accordo lasciando zone di Jenin aperte all’ingresso dell’esercito israeliano.

Il tempo delle richieste all’ANP di dare priorità all’unità nazionale rispetto al “coordinamento per la sicurezza” con Israele è finito, in quanto ora i palestinesi vedono l’ANP come parte integrante dell’esercito israeliano.

La tempistica

Ma perché Israele attacca la Cisgiordania, e perché proprio ora?

L’operazione militare israeliana in Cisgiordania, nome in codice “Muro di Ferro”, secondo fonti della sicurezza israeliana citate dal [canale televisivo] Channel 14 è stata ufficialmente condotta con lo scopo di “distruggere infrastrutture terroristiche a Jenin” e impedire un nuovo 7 ottobre. Tuttavia ciò non può essere vero. Persino con l’accresciuta resistenza nel nord della Cisgiordania la regione appare impreparata per un’operazione come “Inondazione Al-Aqsa” del 7 ottobre.

La logica di “Muro di Ferro” risiede piuttosto all’interno del campo politico e psicosociale. Primo, stando a David K. Rees, che lo ha scritto su Times of Israel, a Gaza Israele è stato sconfitto, una sconfitta senza precedenti nella storia del Paese. Dal punto di vista ufficiale israeliano l’impatto psicologico di questa sconfitta richiede un’azione immediata per impedire alla società e ai media israeliani di soffermarsi sulle sue conseguenze più ampie e a lungo termine.

Questa è in parte la ragione per cui Israele sta attaccando la Cisgiordania, che, almeno per adesso, rappresenta il ventre molle della resistenza palestinese, in parte a causa della repressione operata dall’ANP. La stessa logica può spiegare perché Israele ha accettato il cessate il fuoco in Libano, avanzando nel contempo incontrastato in Siria.

Il fatto che Israele mostri i muscoli significa in buona misura mandare un messaggio di forza e controllo all’opinione pubblica israeliana, che ha perso fiducia nel suo esercito, nella sua intelligence e nelle sue istituzioni politiche.

Secondo, l’operazione israeliana in Cisgiordania è parte di uno scambio politico tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze, l’estremista Bezalel Smotrich. Quest’ultimo, benché si sia opposto al cessate il fuoco a Gaza, è rimasto nel governo, appoggiando la litigiosa coalizione di Netanyahu.

A differenza del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha dato le dimissioni insieme al suo partito, Otzma Yehudit (Potere Ebraico), Smotrich è rimasto, a condizione di portare avanti una grande operazione militare in Cisgiordania, aprendo la strada a un’ulteriore espansione delle colonie illegali.

Questo scambio beneficia sia Smotrich che Netanyahu. Smotrich ora può aggiungere ulteriori seguaci alla sua base di estrema destra, sostenendo di essere stato inflessibile riguardo alla sicurezza nazionale a Gaza, reprimendo nel contempo i palestinesi in Cisgiordania.

Per Netanyahu è anche un modo per accontentare i sostenitori di Smotrich, in quanto l’incremento della base elettorale di quest’ultimo potrebbe indebolire l’influenza di Ben-Gvir, poiché entrambi competono per lo stesso elettorato.

Una nuova Intifada?

I leader israeliani accentuano la violenza in Cisgiordania per conquistare vantaggi politici, ma non stanno prestando molta attenzione agli avvertimenti dei dirigenti dell’esercito e dell’intelligence. Il 9 gennaio, per esempio, il [canale televisivo] Channel 12 israeliano ha informato che il capo di stato maggiore Herzi Halevy e importanti ufficiali hanno messo in guardia il gabinetto di guerra sul fatto che la Cisgiordania è sul punto di esplodere e che le tensioni potrebbero portare a una “terza intifada (rivolta).”

In effetti gli errori di calcolo in Cisgiordania potrebbero tendenzialmente portare alla tanto attesa rivolta popolare che, se avvenisse, sarebbe difficile, se non impossibile, controllare in base alle tempistiche dell’esercito israeliano.

La rabbia palestinese derivante dal genocidio israeliano a Gaza, insieme al senso collettivo di vittoria per il cessate il fuoco, rende molto concreta la possibilità di un’Intifada. Se ciò avvenisse, buona parte della Cisgiordania e della vita politica palestinese cambierebbe.

L’ANP ha già scelto da che parte stare nell’imminente conflitto. Il governo israeliano, scosso dalla sconfitta a Gaza, è pronto a impegnarsi in altri azzardi militari. Il mondo continua a guardare in silenzio come ha fatto durante i 471 giorni del genocidio israeliano.

La Cisgiordania insorgerà con la stessa forza e determinazione per vincere contro l’occupazione israeliana come hanno fatto i suoi fratelli a Gaza? Se la risposta è sì, l’occupazione israeliana dovrà affrontare un altro duro colpo, aprendo la strada alla liberazione dei palestinesi.

(La caporedattrice di Palestine Chronicle Romana Rubeo ha contribuito a questa analisi.)

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. É autore di sei libri. Il suo ultimo libro, una co-curatela con Ilan Pappé, è “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out” [La nostra visione per la liberazione: leader e intellettuali palestinesi impegnati prendono posizione]. Il dott. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Villaggio vacanze israeliano a Gaza: la grottesca realtà dietro il genocidio

Jeremy Salt

1 gennaio 2025Palestine Chronicle

Le recenti azioni di Israele a Gaza, dal costruire un villaggio vacanze per i suoi soldati alla distruzione di ospedali, evidenziano una grottesca disconnessione dalle sofferenze umane.

La vera notizia del giorno non è che l’esercito israeliano ha costruito un villaggio vacanze per soldati stanchi sulla costa di Gaza, non lontano da Jabaliya che quegli stessi soldati hanno metodicamente distrutto negli ultimi tre mesi.

Il villaggio è solo un mostruoso memento di quanto lo Stato di Israele e la maggioranza del suo popolo si sono allontanati dalla normale umanità.

La vera notizia è l’uccisione di altri palestinesi, la distruzione definitiva dell’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahia, l’assassinio o il rapimento del personale e dei pazienti e lo spostamento di feriti gravi in altri ospedali che persino i principali media ammettono che non sono più operativi.

Il personale medico è stato portato verso una destinazione sconosciuta, forse la prigione Sde Teiman dove è stato assassinato uno degli altri medici rapiti, il dr. Adnan al Bursh, chirurgo ortopedico, laureato al King’s College. Secondo Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, è stato stuprato a morte.

L’eroismo dei palestinesi è sintetizzato dal dr. Hussam Abu Safiya, il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, che è stato picchiato con manganelli e bastoni mentre veniva trascinato via.

Il figlio del dr. Abu Safiya, Ibrahim, era stato ucciso dagli israeliani a ottobre. Il dr. Abu Safiya era stato ferito nel corso di un attacco di droni, ma è rimasto fino alla fine con il suo personale e i suoi pazienti. Non si sa dove sia ma ovviamente la sua vita è in pericolo perché potrebbe fare la stessa fine di Adnan al Bursh.

Nel villaggio vacanze israeliano per soldati stressati per colazione ci sono caffé freddo, toast, bibite a vari gusti e frappè. Alla colazione seguono pranzi e cene preparati alla griglia e poi al bar si servono caffè con cialde belghe, pretzel freschi e meringhe.

Ci sono sale massaggio per corpi stanchi e cliniche mobili per controlli medici e dentistici. Ci sono docce, internet, popcorn, caramelle e acqua fresca a volontà, comode poltrone a sacco per poltrire, PlayStation per divertirsi e frutta e gelati per “quando fa caldo.”

Tel Aviv dista da Gaza meno di 80 chilometri. Le stesse delizie sono disponibili a Tel Aviv giorno e notte, ma da Tel Aviv non si può vedere la distruzione e non si possono sentire le urla dei feriti e dei moribondi.

Il villaggio vacanze è vicino a Jabaliya, che i soldati che si prendono una pausa per rimettersi in sesto dai loro gravosi doveri hanno passato gli ultimi tre mesi a distruggere. Due giorni dopo Natale hanno invaso l’ospedale Kamal Adwan, distruggendone i reparti specialistici, assassinando 5 operatori sanitari, portando via gli altri con addosso solo la biancheria intima e spostando 350 persone al gelo. Cinquanta persone che vi si erano rifugiate sono state ammazzate in un attacco aereo contro un edificio nell’area dell’ospedale.

Il giornalista Gideon Levy ha paragonato questo resort a ‘La Zona di Interesse’, film di Jonathan Glazer sulla vita che conducevano, appena oltre il muro del campo di concentramento di Auschwitz, il suo comandante Rudolf Hoss, sua moglie e i loro figli. Si potevano sentire urla e colpi di armi da fuoco in lontananza e l’arrivo dei treni mentre i bambini giocavano in giardino e la moglie si prendeva cura delle piante e chiacchierava con gli ospiti. Lo scenario è idilliaco, i bambini passano giorni fantastici.

Non lontano dal villaggio vacanze di Gaza per soldati israeliani, non lontano dalle loro colazioni, grigliate e meringhe servite con il caffè, tutto come in un hotel di lusso, i bambini muoiono di freddo e fame, sono uccisi da cecchini e fatti a pezzi da missili e proiettili dei carri armati.

Da tempo Gaza è diventata una riserva di caccia di esseri umani, con i soldati israeliani che accumulano le loro prede e ora possono andare nel loro villaggio per riprendersi dallo stress con un bel massaggio o rilassandosi su una poltrona a sacco.

Israele sta celebrando un anno di una sfilza di ‘vittorie’, come chiama il genocidio a Gaza, e l’uccisione di migliaia di civili in Libano. Ha sfruttato la crisi in Siria per impossessarsi di ulteriori territori siriani, sta lanciando attacchi missilistici contro lo Yemen e si sta preparando per un attacco contro l’Iran.

Netanyahu sta dando vita a un mondo immaginario come fosse un guerriero ebreo per essere annoverato tra migliori fra loro, mentre la storia lo ricorderà come un abbietto criminale di guerra e il vigliacco assassino di massa di donne e bambini.

C’è la causa e c’è la battaglia. La Palestina è la causa e Israele non la distruggerà mai. Gaza è la battaglia eppure Israele, con tutta la sua potenza armata, non è riuscito a sconfiggere Hamas neanche dopo 15 mesi. L’altra battaglia persa, totalmente e decisamente, è quella contro l’opinione pubblica globale. Questo è un terreno che non riguadagnerà mai più, indipendentemente da quanto a lungo riuscirà a mantenere la sua stretta sulla Palestina.

Anche se Hamas non fosse in grado di sparare un altro colpo, la causa continuerà fino alle nuove generazioni. I giovani palestinesi che sono sopravvissuti a Gaza e i loro discendenti non produrranno un altro Arafat o un odiato Mahmoud Abbas. Non si perderà altro tempo in un altro ‘processo di pace’ allestito come una trappola mortale. Il modello per le generazioni future sarà Yahya Sinwar e il loro slogan sarà la riedizione del vecchio, ‘ciò che è stato preso con la forza può solo essere ripreso con la forza.’ [frase di Gamal Abdel Nasser Hussein, presidente dell’Egitto, ndt.]

Il mondo non può più permettersi uno Stato come Israele, come non poteva permettersi una Germania nazista, una lezione che ha imparato troppo tardi. La furia illegale di Israele nella storia sta nella stessa categoria e, come negli anni ’30, sembra che almeno il mondo occidentale imparerà la lezione troppo tardi.

Ehud Barak, l’ex primo ministro israeliano, una volta disse che Israele era la villa nella giungla. Ovviamente Israele non è una villa, ma uno Stato d’apartheid genocida. La ‘giungla’ è quella che ha creato e la ‘legge della giungla, ’ non quella dell’umanità, è quella che Israele ha scelto di seguire.

La ‘villa’ è il villaggio vacanze costruito a Gaza e la giungla è l’apocalisse che i soldati israeliani hanno creato poco lontano. I bambini muoiono di fame e freddo mentre loro mangiano cialde belghe.

Questo esempio attuale della ‘banalità del male’ di Hannah Arendt è una replica della trama de ‘La zona di Interesse’, con Rudolf Hoss che osserva dalla finestra della sua villa i figli che giocano in giardino e la moglie che raccoglie fiori mentre appena oltre il muro gli internati del campo sono sterminati.

Nel discorso di accettazione agli Academy Award per la vittoria del suo film il regista ha detto che nel girare ‘La zona di interesse’ “tutte le nostre scelte sono state fatte per riflettere e confrontarci con il presente, non per dire ‘guarda quello che hanno fatto allora’, ma ‘guarda quello che noi facciamo oggi.’ Aveva in mente Gaza come esempio presente per far vedere ‘dove conduce la disumanizzazione al suo peggio.’

Rudolf Hoss fu impiccato per i suoi crimini. Contro Netanyahu la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità eppure quando nel luglio 2024 ha parlato davanti al Congresso USA è stato interrotto dagli applausi quasi ogni minuto e ci sono state parecchie standing ovation, che è sicuramente come Hoss sarebbe stato accolto se avesse parlato a un raduno del partito nazista.

Dietro le fantasie dell’‘unica democrazia del Medio Oriente’ e dell’‘esercito più etico del mondo’, l’Occidente ha umanizzato l’inumano per decenni. Mai chiamato a rendere conto dei propri crimini, Israele è stato libero di continuare a commetterli, al punto di buttare in faccia al mondo un genocidio, sicuro che se la sarebbe cavata anche per questo e, protetto dagli USA, forse se la caverà. Quello che si vede dietro una facciata morale crollata è l’evidenza di ‘dove porta la disumanizzazione nel peggiore dei casi’.

Si stima che, come se avessero colto dei segnali premonitori, dal 7 ottobre 2023 un milione di israeliani abbia lasciato il Paese. Molti probabilmente non ritorneranno, dato che nessuna persona ‘normale’ vorrebbe vivere in un ambiente di conflitto permanente, rischiando la vita propria e quella delle proprie famiglie.

Si stanno allontanando da una popolazione che vuole sradicare il nemico completamente e impossessarsi delle sue terre. Non importano i mezzi: massacri, cecchini, attacchi missilistici, bombardamento di ospedali, bruciare vivi donne e bambini e lo stupro dei prigionieri nelle galere israeliane da parte dei soldati; importa solo il risultato finale.

Una società simile è ‘normale’ solo se le stesse opinioni sono condivise da quasi tutti. Questa è la ‘normalità’ di gente completamente indottrinata che è continuamente istigata da violenti fanatici razzisti che siedono nella Knesset e detengono posizioni cruciali nel governo israeliano.

Coloro che non sono nella norma in questo contesto, disgustati dai crimini commessi a loro nome, hanno tratto la conclusione di non avere posto né futuro per sé stessi e le proprie famiglie in Israele.

Mentre aumenta il flusso dell’emigrazione, Israele, in guerra al suo interno e minacciato dall’esterno, si ridurrà ancor di più a una fortezza teocratica e fascista, un’altra Masada, disprezzata dal mondo e condannata a crollare.

Questo è ciò che sembra riservare il futuro, a meno di qualche drammatico capovolgimento interno della direzione presa da Israele per decenni e di cui al momento non c’è traccia.

Anzi, i ‘successi’ dell’ultimo anno hanno convinto la cricca al governo che la vittoria totale su tutti i nemici di Israele è a portata di mano.

Va tuttavia detto che gli USA, partner nei crimini di Israele, possono cambiare prospettiva qualora lo vogliano. Alla fine potrebbero perdere la pazienza con Israele, ma questo succederà quando e se Israele non servisse più ai loro interessi strategici.

Jeremy Salt ha insegnato per molti anni all’Università di Melbourne, alla Bosporus University di Istanbul e alla Bilkent University di Ankara, specializzandosi in storia moderna del Medio Oriente. Tra le sue recenti pubblicazioni c’è il suo libro del 2008, The Unmaking of the Middle East. A History of Western Disorder in Arab Lands (University of California Press) [La disfatta del Medio Oriente. Due secoli di interventi occidentali nei paesi islamici, Elliot, 2009] e The Last Ottoman Wars. The Human Cost 1877-1923 (University of Utah Press, 2019).

Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Un’inconsapevole auto-rappresentazione mentale è la fonte del genocidio

Richard Forer

11 novembre 2024 – The Palestine Chronicle

Se il velo che maschera l’ingiustizia e la disumanità di Israele cadesse dai loro occhi, i sionisti vedrebbero quegli stessi caratteri in sé stessi

Uno degli argomenti “storici” più comuni che la maggioranza dei sionisti usa a difesa delle incessanti violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e delle generazioni che hanno messo i palestinesi sotto occupazione è che la parte ebraica ha accettato il piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 mentre la parte araba lo ha respinto. Pertanto è colpa dei palestinesi se non c’è pace, è colpa loro se sono sotto occupazione, è persino colpa loro se l’esercito israeliano ha passato l’anno scorso a Gaza a “difendere” il proprio Paese principalmente da donne e bambini.

I sionisti non vogliono conoscere la storia. Per loro è pura malignità. Quindi la totalità della loro conoscenza del piano di spartizione delle Nazioni Unite o di qualsiasi altro evento con cui colpevolizzano gli arabi è costituita da argomenti pretestuosi, i cui resoconti distorcono automaticamente, per negarla o giustificarla, l’oppressione israeliana sul popolo indigeno. I sionisti interpretano come minacce mortali alla loro immagine di sé qualsiasi cosa metta in discussione le frasi ad effetto di uno o due slogan a cui si aggrappano per dimostrare l’innocenza israeliana e la colpevolezza palestinese, e faranno o diranno qualsiasi cosa per illudersi di aver almeno temporaneamente estinto la minaccia, incluso accusare di antisemitismo chiunque consideri Israele come ingiusto e disumano.

In base a ciò possono convincersi che ogni critica è inaffidabile e può essere liquidata a priori. Ma non possono sottrarsi alla responsabilità per il loro ruolo nella sofferenza di un intero popolo perché, nel loro inconscio, la possibilità di potersi sbagliare evoca la stessa paura della morte che proverebbero se si trovassero di fronte a un plotone di esecuzione nazista.

Non ho mai incontrato un difensore di Israele che fosse ragionevolmente informato della storia. Questo perché non vogliono conoscere la storia. Ancora più rivelatrice è la realtà che l’Israele che stanno difendendo non esiste. È un’immagine idealistica nella loro mente che proiettano sull’Israele che esiste, l’Israele che dal momento della sua nascita ha espulso, espropriato, assassinato e calunniato i palestinesi. Allo stesso modo, non si preoccupano di Israele. Ciò che gli interessa è mantenere, a tutti i costi, la loro immagine ideale di Israele.

Israele è un sostituto di sé stessi. Quando difendono o si preoccupano di “Israele”, stanno realmente e semplicemente difendendo le loro presunte, limitate e mortali identità, la loro immagine di sé. E poiché, consapevolmente e inconsapevolmente, interpretano la critica a Israele come una minaccia mortale, motivo per cui non vogliono conoscere la storia, non c’è limite a ciò che faranno per difendere le convinzioni e le rappresentazioni che emanano dalle loro presunte identità e le rafforzano. Manderanno i loro figli in guerra prima di interrogarsi sulla propria identità.

A qualcuno di loro ho detto che se fossi stato rapito da bambino e cresciuto come musulmano in Arabia Saudita, è improbabile che sarei stato il difensore di Israele che sono stato. Avrei avuto lo stesso corpo con gli stessi geni ma con una visione del mondo completamente diversa.

A loro non importa. Niente di tutto ciò ha importanza per loro. La loro lealtà incondizionata è rivolta alle loro presunte identità, indipendentemente dal fatto che, in larga misura, le loro identità siano il prodotto di una qualche condizione in cui sono stati cresciuti.

Incorporando Israele nelle loro presunte identità, i sionisti vedono lo Stato ebraico nel modo in cui vogliono vedere sé stessi, come giusto e umano, e poiché si sono convinti che non difenderebbero mai l’ingiustizia e la disumanità, anche Israele è, ipso facto, giusto e umano.

Se il velo che maschera l’ingiustizia e la disumanità di Israele cadesse dai loro occhi, i sionisti vedrebbero quegli stessi caratteri in sé stessi.

In tutti i casi, tranne alcuni rarissimi, l’immagine di sé, l’identità del loro ego interpreterebbe un confronto di questo genere come una minaccia mortale, e contemplare la morte è insopportabile perché suscita una paura esistenziale, ma poiché la paura esistenziale è il prisma attraverso cui vedono il confronto Israele-Palestina, sono smarriti.

La necessità di evitare un confronto interiore che susciti questa paura e smarrimento è il motivo per cui è così difficile convincere i sionisti a istruirsi sulla storia documentata. Non solo sono troppo spaventati per comprendere che un impegno sincero nell’apprendere la storia documentata potrebbe alleviare il loro smarrimento e ripristinare la loro umanità, non sanno nemmeno di essere confusi. Né sanno contemplare la propria disumanità. Non possono nemmeno ammettere di non aver mai studiato la storia. Lo smarrimento è anche il motivo per cui i sionisti insistono nel volere la pace mentre allo stesso tempo giustificano il genocidio che Israele ha minacciato di perpetrare più di un anno fa.

Determinato a impossessarsi di tutta la Palestina, dal 1948 Israele ha ignorato numerose opportunità di pace che avrebbero potuto rendere superflue le ostilità odierne, ma i sionisti non vogliono saperlo. Né vogliono sapere che, anziché condurre una guerra difensiva, Israele ha deliberatamente assassinato, fatto morire di fame, torturato e ripulito etnicamente una popolazione per lo più indifesa, e che il suo esito preferito è la morte perché i palestinesi morti non possono fare irruzione nei kibbutz. La negazione è di gran lunga preferibile all’assumersi la responsabilità del proprio ruolo nella sofferenza di milioni di palestinesi o del proprio ruolo nelle condizioni che hanno contribuito all’assalto di Hamas il 7 ottobre 2023.

Tutti sono capaci di giustificare il proprio comportamento, persino Hitler, Biden, Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich, gli ultimi tre membri della coalizione di governo di Israele che l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert definisce “macellai, killer, assassini e terroristi”.

Ecco i fatti chiave sulla divisione con cui i sionisti non vogliono avere nulla a che fare. Nel 1947 l’ONU formò l’UNSCOP (Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina) per decidere se la divisione fosse una soluzione valida all’impasse ebraico-araba. Il Comitato concluse che la divisione avrebbe privato i palestinesi del loro diritto all’autodeterminazione. Consapevole che la Gran Bretagna voleva porre fine al suo mandato e lasciare la Palestina, e che le bande terroristiche ebraiche (Irgun, Stern Gang) erano così feroci che opporsi alla divisione avrebbe potuto portare a un aumento della violenza, approvò comunque la divisione.

Per più di un decennio i leader ebrei hanno chiarito che la spartizione sarebbe stata il primo passo verso la conquista di tutta la Palestina.

Il primo presidente di Israele Chaim Weizmann: “Gli ebrei sarebbero degli sciocchi a non accettare [la spartizione] anche se [la terra loro assegnata] fosse grande quanto una tovaglia”.

Il primo Primo Ministro di Israele David Ben-Gurion: “Quando saremo diventati una potenza forte come risultato della creazione di uno Stato, aboliremo la spartizione e ci espanderemo in tutta la Palestina”.

Il piano di spartizione delle Nazioni Unite diede il 56 % della Palestina e l’80 % della costa alla parte ebraica, pose Gerusalemme e Betlemme, l’1% della Palestina, sotto un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite e lasciò il restante 43% della loro patria ai palestinesi. Entro una settimana dalla sua approvazione, la parte ebraica violò l’accordo trasferendo il rabbinato capo a Gerusalemme.

Sulla base dell’“accettazione” ebraica e del rifiuto palestinese della spartizione, i sionisti insistono sul fatto che Israele ha sempre voluto la pace mentre i palestinesi non l’hanno mai voluta. Come si può credere che Israele si sarebbe accontentato del 56 % della Palestina senza Gerusalemme quando non si è mai accontentato del 78 % della Palestina che ha rubato, per usare le parole di Ben-Gurion, nel 1948? I sionisti ignorano opportunisticamente la dichiarazione di Ben-Gurion secondo cui la spartizione era strumentale al sogno sionista di “espandersi in tutta la Palestina”. Inizialmente la popolazione palestinese sarebbe stata pari al 49 % della popolazione totale dello Stato ebraico diviso. Con un tasso di natalità più elevato, sarebbero diventati la maggioranza nel giro di pochi anni. È del tutto ingenuo pensare che Israele avrebbe accettato un simile risultato.

Come alternativa alla divisione le nazioni arabe avevano proposto un unico Stato con uguali diritti per ebrei e palestinesi. La parte ebraica respinse la loro proposta, principalmente perché dava ai palestinesi gli stessi diritti che dava agli ebrei. Con sorpresa di alcuni, il futuro primo ministro Menachem Begin si preoccupò che la parte araba avrebbe accettato la divisione. Perché? Dal momento che la parte ebraica non aveva mai avuto intenzione di onorare la divisione, sarebbe stato più facile giustificare un’espansione di Israele “in tutta la Palestina” che non rubare uno Stato palestinese che le nazioni arabe avevano già accettato.

La visione del mondo sionista è falsa e disonesta. I sionisti ingannano sé stessi con affermazioni facilmente confutabili. Poi propagandano tali affermazioni a chiunque voglia ascoltare. Peggio ancora la loro visione del mondo nega l’umanità del popolo palestinese. Per evitare di trovarsi faccia a faccia con la propria disumanità i sionisti consegnano al mondo intero una sofferenza senza fine. Un modo per uscire da questo dilemma è non dare nulla per scontato, studiare la storia con l’intento di scoprire la verità e riflettere su chi saremmo senza credenze e rappresentazioni che credono al diritto all’autodeterminazione di un popolo mentre rifiutano quello di un altro.

Richard Forer è l’autore di Wake Up and Reclaim Your Humanity: Essays on the Tragedy of Israel-Palestine (Svegliati e rivendica la tua umanità. Saggi sulla tragedia Israele-Palestina) e Breakthrough: Transforming Fear Into Compassion: A New Perspective on the Israel-Palestine Conflict (La svolta. Trasformare la paura in compassione: una nuova prospettiva sul conflitto Israele-Palestina).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)