Un’inconsapevole auto-rappresentazione mentale è la fonte del genocidio

Richard Forer

11 novembre 2024 – The Palestine Chronicle

Se il velo che maschera l’ingiustizia e la disumanità di Israele cadesse dai loro occhi, i sionisti vedrebbero quegli stessi caratteri in sé stessi

Uno degli argomenti “storici” più comuni che la maggioranza dei sionisti usa a difesa delle incessanti violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e delle generazioni che hanno messo i palestinesi sotto occupazione è che la parte ebraica ha accettato il piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 mentre la parte araba lo ha respinto. Pertanto è colpa dei palestinesi se non c’è pace, è colpa loro se sono sotto occupazione, è persino colpa loro se l’esercito israeliano ha passato l’anno scorso a Gaza a “difendere” il proprio Paese principalmente da donne e bambini.

I sionisti non vogliono conoscere la storia. Per loro è pura malignità. Quindi la totalità della loro conoscenza del piano di spartizione delle Nazioni Unite o di qualsiasi altro evento con cui colpevolizzano gli arabi è costituita da argomenti pretestuosi, i cui resoconti distorcono automaticamente, per negarla o giustificarla, l’oppressione israeliana sul popolo indigeno. I sionisti interpretano come minacce mortali alla loro immagine di sé qualsiasi cosa metta in discussione le frasi ad effetto di uno o due slogan a cui si aggrappano per dimostrare l’innocenza israeliana e la colpevolezza palestinese, e faranno o diranno qualsiasi cosa per illudersi di aver almeno temporaneamente estinto la minaccia, incluso accusare di antisemitismo chiunque consideri Israele come ingiusto e disumano.

In base a ciò possono convincersi che ogni critica è inaffidabile e può essere liquidata a priori. Ma non possono sottrarsi alla responsabilità per il loro ruolo nella sofferenza di un intero popolo perché, nel loro inconscio, la possibilità di potersi sbagliare evoca la stessa paura della morte che proverebbero se si trovassero di fronte a un plotone di esecuzione nazista.

Non ho mai incontrato un difensore di Israele che fosse ragionevolmente informato della storia. Questo perché non vogliono conoscere la storia. Ancora più rivelatrice è la realtà che l’Israele che stanno difendendo non esiste. È un’immagine idealistica nella loro mente che proiettano sull’Israele che esiste, l’Israele che dal momento della sua nascita ha espulso, espropriato, assassinato e calunniato i palestinesi. Allo stesso modo, non si preoccupano di Israele. Ciò che gli interessa è mantenere, a tutti i costi, la loro immagine ideale di Israele.

Israele è un sostituto di sé stessi. Quando difendono o si preoccupano di “Israele”, stanno realmente e semplicemente difendendo le loro presunte, limitate e mortali identità, la loro immagine di sé. E poiché, consapevolmente e inconsapevolmente, interpretano la critica a Israele come una minaccia mortale, motivo per cui non vogliono conoscere la storia, non c’è limite a ciò che faranno per difendere le convinzioni e le rappresentazioni che emanano dalle loro presunte identità e le rafforzano. Manderanno i loro figli in guerra prima di interrogarsi sulla propria identità.

A qualcuno di loro ho detto che se fossi stato rapito da bambino e cresciuto come musulmano in Arabia Saudita, è improbabile che sarei stato il difensore di Israele che sono stato. Avrei avuto lo stesso corpo con gli stessi geni ma con una visione del mondo completamente diversa.

A loro non importa. Niente di tutto ciò ha importanza per loro. La loro lealtà incondizionata è rivolta alle loro presunte identità, indipendentemente dal fatto che, in larga misura, le loro identità siano il prodotto di una qualche condizione in cui sono stati cresciuti.

Incorporando Israele nelle loro presunte identità, i sionisti vedono lo Stato ebraico nel modo in cui vogliono vedere sé stessi, come giusto e umano, e poiché si sono convinti che non difenderebbero mai l’ingiustizia e la disumanità, anche Israele è, ipso facto, giusto e umano.

Se il velo che maschera l’ingiustizia e la disumanità di Israele cadesse dai loro occhi, i sionisti vedrebbero quegli stessi caratteri in sé stessi.

In tutti i casi, tranne alcuni rarissimi, l’immagine di sé, l’identità del loro ego interpreterebbe un confronto di questo genere come una minaccia mortale, e contemplare la morte è insopportabile perché suscita una paura esistenziale, ma poiché la paura esistenziale è il prisma attraverso cui vedono il confronto Israele-Palestina, sono smarriti.

La necessità di evitare un confronto interiore che susciti questa paura e smarrimento è il motivo per cui è così difficile convincere i sionisti a istruirsi sulla storia documentata. Non solo sono troppo spaventati per comprendere che un impegno sincero nell’apprendere la storia documentata potrebbe alleviare il loro smarrimento e ripristinare la loro umanità, non sanno nemmeno di essere confusi. Né sanno contemplare la propria disumanità. Non possono nemmeno ammettere di non aver mai studiato la storia. Lo smarrimento è anche il motivo per cui i sionisti insistono nel volere la pace mentre allo stesso tempo giustificano il genocidio che Israele ha minacciato di perpetrare più di un anno fa.

Determinato a impossessarsi di tutta la Palestina, dal 1948 Israele ha ignorato numerose opportunità di pace che avrebbero potuto rendere superflue le ostilità odierne, ma i sionisti non vogliono saperlo. Né vogliono sapere che, anziché condurre una guerra difensiva, Israele ha deliberatamente assassinato, fatto morire di fame, torturato e ripulito etnicamente una popolazione per lo più indifesa, e che il suo esito preferito è la morte perché i palestinesi morti non possono fare irruzione nei kibbutz. La negazione è di gran lunga preferibile all’assumersi la responsabilità del proprio ruolo nella sofferenza di milioni di palestinesi o del proprio ruolo nelle condizioni che hanno contribuito all’assalto di Hamas il 7 ottobre 2023.

Tutti sono capaci di giustificare il proprio comportamento, persino Hitler, Biden, Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich, gli ultimi tre membri della coalizione di governo di Israele che l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert definisce “macellai, killer, assassini e terroristi”.

Ecco i fatti chiave sulla divisione con cui i sionisti non vogliono avere nulla a che fare. Nel 1947 l’ONU formò l’UNSCOP (Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina) per decidere se la divisione fosse una soluzione valida all’impasse ebraico-araba. Il Comitato concluse che la divisione avrebbe privato i palestinesi del loro diritto all’autodeterminazione. Consapevole che la Gran Bretagna voleva porre fine al suo mandato e lasciare la Palestina, e che le bande terroristiche ebraiche (Irgun, Stern Gang) erano così feroci che opporsi alla divisione avrebbe potuto portare a un aumento della violenza, approvò comunque la divisione.

Per più di un decennio i leader ebrei hanno chiarito che la spartizione sarebbe stata il primo passo verso la conquista di tutta la Palestina.

Il primo presidente di Israele Chaim Weizmann: “Gli ebrei sarebbero degli sciocchi a non accettare [la spartizione] anche se [la terra loro assegnata] fosse grande quanto una tovaglia”.

Il primo Primo Ministro di Israele David Ben-Gurion: “Quando saremo diventati una potenza forte come risultato della creazione di uno Stato, aboliremo la spartizione e ci espanderemo in tutta la Palestina”.

Il piano di spartizione delle Nazioni Unite diede il 56 % della Palestina e l’80 % della costa alla parte ebraica, pose Gerusalemme e Betlemme, l’1% della Palestina, sotto un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite e lasciò il restante 43% della loro patria ai palestinesi. Entro una settimana dalla sua approvazione, la parte ebraica violò l’accordo trasferendo il rabbinato capo a Gerusalemme.

Sulla base dell’“accettazione” ebraica e del rifiuto palestinese della spartizione, i sionisti insistono sul fatto che Israele ha sempre voluto la pace mentre i palestinesi non l’hanno mai voluta. Come si può credere che Israele si sarebbe accontentato del 56 % della Palestina senza Gerusalemme quando non si è mai accontentato del 78 % della Palestina che ha rubato, per usare le parole di Ben-Gurion, nel 1948? I sionisti ignorano opportunisticamente la dichiarazione di Ben-Gurion secondo cui la spartizione era strumentale al sogno sionista di “espandersi in tutta la Palestina”. Inizialmente la popolazione palestinese sarebbe stata pari al 49 % della popolazione totale dello Stato ebraico diviso. Con un tasso di natalità più elevato, sarebbero diventati la maggioranza nel giro di pochi anni. È del tutto ingenuo pensare che Israele avrebbe accettato un simile risultato.

Come alternativa alla divisione le nazioni arabe avevano proposto un unico Stato con uguali diritti per ebrei e palestinesi. La parte ebraica respinse la loro proposta, principalmente perché dava ai palestinesi gli stessi diritti che dava agli ebrei. Con sorpresa di alcuni, il futuro primo ministro Menachem Begin si preoccupò che la parte araba avrebbe accettato la divisione. Perché? Dal momento che la parte ebraica non aveva mai avuto intenzione di onorare la divisione, sarebbe stato più facile giustificare un’espansione di Israele “in tutta la Palestina” che non rubare uno Stato palestinese che le nazioni arabe avevano già accettato.

La visione del mondo sionista è falsa e disonesta. I sionisti ingannano sé stessi con affermazioni facilmente confutabili. Poi propagandano tali affermazioni a chiunque voglia ascoltare. Peggio ancora la loro visione del mondo nega l’umanità del popolo palestinese. Per evitare di trovarsi faccia a faccia con la propria disumanità i sionisti consegnano al mondo intero una sofferenza senza fine. Un modo per uscire da questo dilemma è non dare nulla per scontato, studiare la storia con l’intento di scoprire la verità e riflettere su chi saremmo senza credenze e rappresentazioni che credono al diritto all’autodeterminazione di un popolo mentre rifiutano quello di un altro.

Richard Forer è l’autore di Wake Up and Reclaim Your Humanity: Essays on the Tragedy of Israel-Palestine (Svegliati e rivendica la tua umanità. Saggi sulla tragedia Israele-Palestina) e Breakthrough: Transforming Fear Into Compassion: A New Perspective on the Israel-Palestine Conflict (La svolta. Trasformare la paura in compassione: una nuova prospettiva sul conflitto Israele-Palestina).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Oltre 300 casi”: le università e gli accademici israeliani affrontano un boicottaggio globale senza precedenti

Redazione di Palestine Chronicle

11 novembre 2024 – Palestine Chronicle

Secondo i dati il Belgio ha registrato il più alto numero di boicottaggi, raggiungendo il numero di oltre 40, seguito dagli Stati Uniti con più di 35.

Secondo Middle East Monitor (MEMO) la rete giornalistica israeliana Channel 12 ha informato che da quando Tel Aviv ha lanciato la sua guerra genocida contro la Striscia di Gaza assediata università e accademici israeliani stanno affrontando un boicottaggio globale senza precedenti.

Citando dati dell’Associazione dei Rettori Universitari Israeliani, secondo MEMO il canale ha affermato che dall’ottobre dello scorso anno sono stati riportati più di 300 casi di boicottaggio accademico di università e accademici israeliani.

In base a questi dati secondo il rapporto il Belgio ha registrato il più alto numero di boicottaggi, superando i 40, seguito dagli Stati Uniti con oltre 35, la Gran Bretagna con più di 20 e l’Olanda con più di 15. Invece l’Italia ha raggiunti più di 10 casi di boicottaggio in seguito a un’iniziativa lanciata dall’Unione dei Docenti Universitari.

Conferenze cancellate, rifiuti

Il boicottaggio globale delle università israeliane si è manifestato in varie forme, compresi 50 casi in cui articoli scientifici scritti da studiosi israeliani sono stati rifiutati, 30 conferenze di accademici israeliani cancellate e in altri 30 casi docenti stranieri si sono rifiutati di partecipare a conferenze scientifiche e giornate di studio organizzate da università israeliane.

I dati mostrano che in 30 casi collaborazioni scientifiche tra Israele e università straniere e programmi per lo scambio di studenti sono stati sospesi.

Il boicottaggio globale delle università israeliane ha incluso molte discipline, comprese storia, diritto, archeologia, studi ebraici, culture, scienze naturali e ingegneria.

I dati indicano che “la situazione è particolarmente grave” in Belgio, dove circa 15 borse di studio universitarie sono state annullate, oltre al rifiuto di rilasciare raccomandazioni e rapporti a ricercatori israeliani e ignorando messaggi scritti o verbali da parte loro.

Effetti a lungo termine

L’ex-portavoce del ministero degli Esteri, Emmanuel Nahshon, incaricato di combattere il boicottaggio accademico per conto dell’Associazione delle Università Israeliane, ha affermato che “il boicottaggio accademico è una delle principali sfide nel contesto internazionale che le università israeliane devono affrontare dal 7 ottobre.”

Nahson avrebbe aggiunto che il boicottaggio accademico è significativamente aumentato in seguito alla guerra che minaccia di prendere di mira lo status delle università israeliane.

Ha notato che l’associazione ha formato un gruppo di lavoro che utilizzerà mezzi legali, internazionali ed altri per “ridimensionare” il più possibile l’impatto della campagna di boicottaggio globale che le istituzioni e i ricercatori israeliani devono affrontare.

“Sfortunatamente stimiamo che questa lotta sarà a lungo termine e siamo pronti a questo attraverso un lavoro coordinato tra le università israeliane e con l’aiuto dei nostri amici in tutto il mondo,” ha aggiunto.

A livello internazionale, e soprattutto negli USA, le università hanno affrontato pressioni da iniziative degli studenti perché disinvestissero dalle istituzioni israeliane e boicottarle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




‘Tribunale di Umanità e Coscienza’- è stato istituito a Londra il Tribunale per Gaza

Redazione di Palestine Chronicle

5 novembre 2024 Palestine Chronicle

Perché istituire un Tribunale del Popolo nonostante il coinvolgimento della Corte Internazionale di Giustizia? Perché l’ordine internazionale ha fallito il suo compito – la CIG, anche dopo aver definito genocidio le azioni di Israele, non riesce a far rispettare le sue sentenze.”

La scorsa settimana si è riunito a Londra un gruppo di celebri intellettuali, giuristi, artisti, difensori dei diritti umani e rappresentanti dei media e delle organizzazioni della società civile per istituire il Tribunale per Gaza – un’iniziativa indipendente con il ruolo di “tribunale di umanità e coscienza”.

Gaza rappresenta un punto di rottura nel percorso storico dell’umanità, in cui prevale un sistema globale basato sul potere, non sulla giustizia”, afferma il sito web del Tribunale per Gaza. “Alla luce di questa prospettiva l’esigenza di considerare ciò che accade a Gaza nella sua dimensione storica, politica, filosofica e giuridica sta diventando un compito urgente e necessario per l’umanità.”

Guidato da Richard Falk, esperto emerito di diritto internazionale ed ex relatore speciale per l’ONU sui territori palestinesi occupati, il Tribunale sta intraprendendo una via alternativa alla giustizia internazionale, intesa a dare risalto alle voci della società civile nell’analisi delle violenze conseguenti al conflitto esacerbatosi dopo l’operazione della resistenza del 7 ottobre.

Perché è necessario?

Benché la causa di genocidio contro Israele sia attualmente all’esame della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), l’iniziativa è considerata come un Tribunale del Popolo.

Il fallimento dell’ordine internazionale nell’adempiere al suo compito è esattamente il motivo per cui è necessario un tribunale del popolo. La Corte Internazionale di Giustizia, nonostante abbia definito come genocidio l’attuale guerra di Israele, non è in grado di far rispettare le proprie sentenze”, afferma il sito web.

Il Tribunale per Gaza, convocato a Londra per due giorni di iniziali incontri preparatori, ha riunito circa 100 partecipanti.

Chi è coinvolto?

Tra i partecipanti all’incontro di Londra vi erano: Ilan Pappe, Jeff Halper, Ussama Makdisi,Ayhan Citil, Cornel West, Avi Shlaim, Naomi Klein, Aslı Bali, Mahmood Mamdani, Craig Mokhiber, Hatem Bazian, Mehmet Karlı, Sami Al-Arian, Frank Barat, Hassan Jabareen, Willy Mutunga, Victor Kattan, and Victoria Brittain.

Tra le organizzazioni partecipanti figurano: Legge per la Palestina (Law for Palestine), la Rete delle ONG palestinesi per l’ambiente (the Palestinian Environmental NGOs Network), la Rete araba per la sovranità alimentare (the Arab Network for Food Sovereignty (APN), Adalah, il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele (the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel), l’Organizzazione palestinese per i diritti umani (Palestinian human rights organization Al-Haq), BADIL, il Centro per i diritti umani Al-Mezan (Center for Human Rights), l’Associazione in sostegno dei prigionieri e dei diritti umani (the prisoner support and human rights group) Addameer, e il Centro Palestinese per i diritti umani (the Palestinian Center for Human Rights) (PCHR).

Quali sono i suoi obbiettivi?

Il Tribunale per Gaza ha due principali obbiettivi: uno particolare e uno universale. L’obbiettivo particolare è contribuire a porre termine il prima possibile ai tragici eventi e indicarne i responsabili alla coscienza pubblica.

L’obbiettivo universale è emettere una decisione fondata sui valori intellettuali e morali dell’umanità, tale da poter servire da punto di riferimento per impedire future atrocità in tutto il mondo. Soffermandosi sui complessi motivi per cui tali eventi possono accadere, e ancora accadono in questo momento della storia umana, il Tribunale intende spiegare perché l’umanità non sia stata capace di porre fine a tali atrocità /come l’umanità possa porvi fine.

Secondo il sito web “la legittimità del Tribunale deriva dal rivolgere l’attenzione alle annose ferite della questione palestinese, con un focus sulla attuale tragedia a Gaza.”

Il risultato

Il sito web afferma che il documento complessivo che verrà predisposto dal Tribunale dopo tutte queste ricerche e valutazioni colmerà un grave vuoto che le nazioni hanno lasciato e fungerà da linea guida per tutte le nazioni del mondo.

Come opera il Tribunale

Secondo il sito il Tribunale per Gaza principalmente è composto dal Comitato Presidenziale, dalla Grande Sezione e da 3 Sezioni specializzate, oltre che da sei Unità Amministrative e di supporto.

Operando come un tribunale di opinione [Organismo indipendente, non giurisdizionale come il “Tribunale Russell-Sartre”n.d.t.], la Grande Sezione del Tribunale sarà costituita da tutti i membri del comitato e da circa 10 persone invitate. Inoltre possono anche essere inclusi tra i membri della Sessione Pubblica giuristi, accademici, artisti e intellettuali che sono stati riconosciuti, ma non hanno fatto parte di queste sezioni. Le Sessioni Pubbliche prendono decisioni a maggioranza. E’ essenziale che l’opinione di ciascun membro sia riportata nella decisione ed ogni membro ha il diritto di scrivere valutazioni positive, negative o divergenti che vanno allegate alla decisione. 

Ogni sezione sarà composta da cinque o sei membri. Essi saranno scelti tra le persone autorevoli nei rispettivi ambiti di appartenenza. Le sezioni discuteranno e perverranno alle decisioni nell’ambito delle proprie specifiche aree di discussione, che comprendono la Sezione di Diritto Internazionale, la Sezione di Relazioni Internazionali e Ordine Mondiale e la Sezione di Storia, Etica e Filosofia.

Dato che lo scopo del Tribunale è quello di attirare l’attenzione sul genocidio in corso a Gaza, l’obbiettivo è che le sessioni di ogni sezione siano trasmesse dal vivo su canali di informazione internazionali come TRT World, Associated Press e Al Jazeera.

Sarà inoltre composto da Unità Amministrative e di Supporto.

Le Unità Amministrative assicurano l’efficiente e corretto funzionamento del Tribunale e garantiscono le condizioni necessarie per un equo processo decisionale. Le Unità di Supporto, create a discrezione del Comitato Presidenziale, facilitano le procedure che contribuiscono al raggiungimento degli obbiettivi del Tribunale.

Inclusività e Accessibilità

L’agenzia di stampa Anadolu ha riferito che in una dichiarazione il Tribunale ha sottolineato il proprio impegno all’inclusività e accessibilità, invitando associazioni della società civile palestinese e persone colpite direttamente dal conflitto a presentare prove e testimonianze.

Questo ente, hanno affermato gli organizzatori, ha lo scopo di colmare un vuoto, concentrando l’attenzione sull’impatto umano delle politiche e delle azioni di Israele sui civili palestinesi.

Oltre ad occuparsi degli eventi recenti l’apparato giuridico del Tribunale integrerà i temi del colonialismo di insediamento e dell’apartheid, contestualizzando le sue conclusioni all’interno del pluridecennale conflitto israelo-palestinese e di eventi storici quali la Nakba del 1948 e l’occupazione dei territori palestinesi successiva al 1967.

Secondo gli organizzatori il Tribunale per Gaza “deriva il suo potere e la sua autorità non dai governi, ma dalle persone in generale e dai palestinesi in particolare ed usa l’accumulazione intellettuale e di coscienza dell’umanità con cui chiunque di buon senso può concordare e che può produrre giudizi e documenti che possono essere di riferimento per problemi futuri.”

Seconda fase

Secondo gli organizzatori la seconda fase del Tribunale per Gaza è programmata per maggio 2025 a Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, in cui verranno condivise con il pubblico relazioni predisposte, testimonianze e bozze di dichiarazioni.

Nella sessione di Sarajevo si prevede che parlino rappresentanti di comunità colpite e testimoni esperti.

L’udienza principale del Tribunale, parte cruciale dell’iniziativa, è programmata per ottobre 2025 a Istanbul, Turchia.

A Istanbul un gruppo di esperti presenterà una bozza delle conclusioni e decisioni del Tribunale, comprendenti testimonianze e dichiarazioni di civili ed organizzazioni palestinesi colpiti dalla crisi.

Incessante genocidio

Ignorando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un immediato cessate il fuoco, Israele ha incassato la condanna internazionale durante la sua continua e brutale offensiva a Gaza.

Attualmente sotto processo di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio nei confronti dei palestinesi, Israele ha scatenato una devastante guerra contro Gaza a partire dal 7 ottobre (2023).

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza sono stati finora uccisi 43.391 palestinesi e feriti 102.347.

Inoltre almeno 11.000 persone risultano scomparse, probabilmente morte sotto le macerie delle loro case in tutta la Striscia.

Israele afferma che 1.200 soldati e civili sono stati uccisi durante l’operazione ‘Diluvio di Al-Aqsa’ del 7 ottobre. I media israeliani hanno pubblicato rapporti che suggeriscono che molti israeliani quel giorno sono stati uccisi da ‘fuoco amico’.

Milioni di sfollati

Organizzazioni palestinesi e internazionali dicono che la maggioranza degli uccisi e feriti sono donne e bambini.

La guerra israeliana ha provocato una grave carestia soprattutto al nord di Gaza, che ha condotto alla morte molti palestinesi, per la maggior parte bambini.

L’aggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di circa 2 milioni di persone da tutta la Striscia di Gaza, costringendo la grande maggioranza degli sfollati dentro la città meridionale densamente popolata di Rafah, vicino al confine con l’Egitto – in ciò che è diventato il più grande esodo di massa dalla Nakba del 1948.

Più avanti nel corso della guerra, centinaia di migliaia di palestinesi hanno cominciato a spostarsi dal sud verso il centro di Gaza in una continua ricerca di salvezza.

(PC, Anadolu)

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna) 




La lunga Storia della Palestina – Come i palestinesi vedono il loro futuro e il loro passato

Ramzy Baroud

28 ottobre 2024 – The Palestine Chronicle

Stranamente è stato lo storico israeliano Benny Morris a cogliere nel segno quando ha formulato una previsione onesta sul futuro del suo paese e della sua guerra contro i palestinesi.

I palestinesi considerano tutto da una prospettiva ampia, a lungo termine”, ha detto in un’intervista rilasciata al quotidiano israeliano Haaretz nel 2019. “Essi vedono che qui ci sono al momento cinque-sei-sette milioni di ebrei, circondati da centinaia di milioni di arabi. Non hanno motivo di arrendersi, perché lo Stato ebraico non può durare. Sono destinati a vincere. Nel giro di 30 – 50 anni, qualunque cosa accada, ci sconfiggeranno”.

Morris ha ragione. Ha ragione nel senso che i palestinesi non rinunceranno, che non può esistere una situazione in cui le società sopravvivono e prosperano per un tempo indefinito sulla base di segregazione razziale, violenza ed esclusione – esclusione dell’altro, i palestinesi, e auto-isolamento.

La stessa Storia della Palestina è una prova di questa verità. Se gli oppressi, gli abitanti nativi del territorio, non sono completamente spazzati via o decimati, probabilmente insorgeranno, combatteranno e riconquisteranno la loro libertà.

Deve essere terribilmente frustrante per Israele che tutte le uccisioni e la distruzione in corso a Gaza non siano state sufficienti a influenzare l’esito complessivo della guerra, a proposito della quale Netanyahu continua a parlare di “vittoria totale”.

La frustrazione di Israele è comprensibile perché come tutte le occupazioni militari del passato Tel Aviv continua a credere che basti una quantità sufficiente di violenza a sottomettere le nazioni colonizzate.

Ma il comportamento collettivo dei palestinesi è guidato da una mentalità diversa.

Tra i diversi approcci storiografici, gli storici francesi moderni distinguono tra “Storia evenemenziale” e “lunga durata”. In sintesi, la prima crede che la Storia sia il risultato dell’accumularsi di eventi che si susseguono nel tempo, mentre la seconda concepisce la Storia in modo ben più complesso.

La Storia per essere credibile deve essere colta nel suo insieme, non solo come totalità degli eventi recenti o antichi, ma la somma di sentimenti, l’emergere di idee, l’evoluzione della coscienza collettiva, identità, relazioni e sottili mutamenti che accadono alle società nel corso del tempo.

I palestinesi sono un perfetto esempio di come la Storia sia plasmata dalle idee e non dalle armi; dalla memoria più che dalla politica; dalla speranza collettiva, più che dalle relazioni internazionali. Essi conquisteranno infine la loro libertà perché hanno investito in una traiettoria a lungo termine di idee, memorie e aspirazioni comuni, le quali spesso si traducono in spiritualità o, meglio, una profonda, inamovibile fede che diventa sempre più forte, persino in tempi di orribili guerre.

Il professore Richard Falk, relatore speciale per le Nazioni Unite, in un’intervista rilasciatami nel 2020 ha sintetizzato la lotta in Palestina come una guerra tra quelli che hanno armi e quelli che hanno legittimità. Ha aggiunto che nel contesto dei movimenti di liberazione nazionale ci sono due tipi di guerra: la guerra propriamente detta, combattuta da soldati armati, e la guerra per la legittimità. La parte che vince quest’ultima è quella che alla fine prevarrà.

I palestinesi infatti davvero “considerano tutto da una prospettiva ampia, a lungo termine”. Condividere l’affermazione di Morris potrebbe sembrare strano dato che, dopotutto, le società sono spesso determinate dalle loro lotte di classe e agende socio-economiche interne, non da una visione a lungo termine unificata e coesa.

È a questo punto che la “lunga durata” assume massima importanza nel caso palestinese. Anche se i palestinesi non hanno sottoscritto un accordo collettivo per aspettare che gli invasori se ne vadano o che la Palestina diventi nuovamente un luogo di coesistenza sociale, razziale e religiosa, essi sono animati, anche se inconsciamente, dalla stessa energia che ha spinto i loro antenati a opporsi all’ingiustizia in tutte le sue forme.

Mentre molti politici e accademici sono occupati a rimproverare ai palestinesi la loro stessa oppressione, la società palestinese continua a evolversi sulla base di dinamiche completamente indipendenti. In Palestina per esempio la resilienza, o sumud , è una cultura profondamente radicata, difficilmente soggetta a influenze esterne, politiche o accademiche. È una cultura che è antica come il tempo. Innata. Intuitiva. Generazionale.

Questa saga palestinese ha avuto inizio molto prima della guerra, molto prima di Israele, molto prima del colonialismo moderno. Questa verità dimostra che la Storia non è mossa soltanto da semplici eventi, ma da innumerevoli altri fattori; che, mentre la “Storia evenemenziale” – gli aspetti politici, militari ed economici che concorrono a plasmare la Storia con eventi a breve termine – è importante, la Storia a lungo termine permette una più profonda comprensione del passato e delle sue conseguenze.

Questa discussione dovrebbe coinvolgere tutti coloro che hanno a cuore la lotta in Palestina e sono desiderosi di presentare una versione della verità che non sia orientata da futuri interessi politici ma da una profonda comprensione del passato. Soltanto allora potremo cominciare a liberare lentamente la narrazione palestinese da tutte le Storie di comodo calate sul popolo palestinese.

Non è cosa da poco, ma è inevitabile perché di importanza cruciale per liberarsi dai confini di linguaggio, eventi storici, ricorrenze, statistiche disumanizzanti e vero e proprio inganno sovrapposti [alla verità in modo da deformarla n.d.t].

In definitiva dovrebbe essere chiaro a ogni lettore accorto della Storia che mentre i jet da combattimento e le bombe anti-bunker possono cambiare il corso degli eventi storici nel breve termine, il coraggio, la fede e l’amore per la propria comunità determinano la Storia a lungo termine. È per questo che i palestinesi stanno vincendo la guerra per la legittimità, ed è per questo che la libertà per i palestinesi è solo una questione di tempo.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. É autore di sei libri. Il suo ultimo libro, una co-curatela con Ilan Pappé, è “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out” [La nostra visione per la liberazione: leader e intellettuali palestinesi impegnati prendono posizione]. Il dott. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA). Il suo sito è www.ramzybaroud.net

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




“Innegabile” – Indagine conferma la presenza dell’esercito israeliano quando Hind Rajab è stata uccisa a Gaza

Redazione

8 ottobre 2024 – Palestine Chronicle

Sky News ha analizzato immagini satellitari e comunicati stampa rilasciati dall’esercito israeliano e ha intervistato esperti di armi e di medicina legale.

Anche se l’esercito israeliano nega di essersi trovato nella zona il giorno in cui Hind Rajab, 6 anni, è stata uccisa a Gaza insieme a sei membri della sua famiglia, un’indagine di Sky News ha scoperto che la presenza dell’esercito nella zona è “innegabile”. Anche due paramedici che stavano cercando di salvarla sono stati uccisi.

L’emittente televisiva ha analizzato immagini satellitari e comunicati stampa dell’esercito israeliano e ha intervistato esperti di armi e di medicina legale.

I fatti risalgono al 29 di gennaio, quando Hind e i suoi parenti stavano cercando di scappare dal quartiere di Tel al Hawa, che – come ha riportato l’agenzia di stampa Anadolu – quel giorno era sotto attacco israeliano.

La famiglia si è divisa in due gruppi. Mentre i più si sono messi in marcia, Hind è salita su una piccola automobile nera con altre sei persone, segnatamente: lo zio della madre, Bashar Hamada; sua moglie, Ana’am; i loro quattro figli Layan, Raghad, Sarah e Mohammad.

Pochi minuti dopo la partenza, l’automobile è stata raggiunta da colpi di arma da fuoco nelle vicinanze di un distributore di benzina, a soli 350 metri dal suo punto di partenza.

La madre di Hind, Wissam Hamada, che era a piedi, ha assistito all’attacco ma non si è subito resa conto che l’auto di sua figlia era presa di mira.

Urla disperate

Dopo ore di tentativi per mettersi in contatto con i passeggeri del veicolo, la quindicenne Layan è riuscita a rispondere a una telefonata. Ha raccontato che tutte le persone all’interno “dormivano” e che lei e Hind erano state ferite.

Infine Layan ha passato il telefono a Hind, le cui disperate urla di aiuto sono state presto zittite da nuovi colpi di arma da fuoco.

La Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha tentato di inviare un’ambulanza ma ha richiesto l’autorizzazione da parte dell’esercito, dovendo entrare in quella che era diventata un’area militare soggetta a restrizioni.

Nonostante dopo diverse ore avesse ricevuto il via libera, l’operazione di salvataggio è finita in tragedia. Un colpo di artiglieria ha distrutto l’ambulanza partita dall’ospedale Al-Ahli mentre si avvicinava alla scena, uccidendo entrambi i paramedici a bordo.

Presenza di veicoli militari

Gli analisti di Sky News hanno ottenuto immagini satellitari ed esaminato i comunicati stampa dell’esercito israeliano, giungendo alla conclusione che diversi veicoli militari erano in azione nelle immediate vicinanze al momento dei fatti, contrariamente alle dichiarazioni dell’esercito israeliano.

L’emittente ha preso in esame le immagini satellitari del 29 gennaio, il giorno dell’attacco in questione.

“Si vedono almeno 15 veicoli militari nel quartiere di Tel al Hawa – dove è stata trovata l’automobile della famiglia. Il veicolo militare più vicino è a soli 300 metri. Una di queste foto è stata scattata alle 16.31 ora locale – poco più di un’ora prima che la Croce Rossa Palestinese ricevesse l’autorizzazione a mandare un’ambulanza”, si legge nell’articolo.

“Le immagini satellitari scattate nei giorni successivi all’attacco mostrano quanto consistente sia rimasta la presenza dell’esercito, con almeno 13 veicoli militari il 7 febbraio. Un giorno dopo, l’8 di febbraio, almeno nove veicoli militari sono stati visti nelle vicinanze dell’Università Islamica di Gaza”, prosegue l’articolo.

Arma di grosso calibro”

L’esercito israeliano ha dapprima negato ogni coinvolgimento, per poi ritirare un comunicato stampa che invece ne tradiva la presenza nel quartiere di Tel al Hawa al momento dell’attacco.

I danni subiti dall’ambulanza, che giorni dopo è stata ritrovata carbonizzata e abbandonata, suggeriscono che sia stata colpita da un’arma di grosso calibro, mentre l’automobile della famiglia recava decine di fori di proiettile sul fianco destro.

Sky News ha analizzato riprese sia della macchina che dell’ambulanza allo scopo di accertare i danni ai veicoli. Citando Amael Kotlarski, un dirigente del settore armamenti di JANES, agenzia privata che si occupa di analisi di sicurezza e difesa [tra le più accreditate al mondo nel campo dell’OSINT, ovvero intelligence basata sulla raccolta e analisi di dati pubblicamente disponibili, n.d.t.], riferisce che i danni dimostrano che “l’ambulanza è stata colpita da ‘un’arma di grosso calibro’, il proiettile della quale ha lasciato un foro di uscita riconoscibile sul retro del veicolo”.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato che, a causa dei ripetuti episodi in cui i paramedici sono stati presi di mira dall’esercito israeliano, le sue ambulanze non entrano in zone militari in assenza di previa autorizzazione.

Secondo l’esercito israeliano tuttavia l’ambulanza non avrebbe fatto alcuna particolare richiesta autorizzazione, dato che al momento non c’erano forze dispiegate nell’area.

Voglio giustizia”

Sky News ha detto di aver “geolocalizzato i filmati divulgati dall’esercito israeliano il 10 febbraio, che mostrano tre unità – la 401ma brigata, Shayetet 13 e il 52mo battaglione – in azione a meno di 650 metri dall’automobile in cui Hind è stata trovata”.

“Mentre non è chiaro in quale data precisa siano stati realizzati i filmati divulgati, la presenza dell’esercito israeliano nella zona è innegabile”, afferma l’emittente.

La madre di Hind, Wissam Hamada, chiede che “coloro che hanno commesso questo crimine spietato” siano “chiamati a risponderne”.

“Voglio giustizia per mia figlia”, ha detto a Sky News.

Il 30 aprile, gli studenti in protesta della Columbia University hanno occupato Hamilton Hall e l’hanno ribattezzata Hind’s Hall, lasciando cadere un grande striscione dalle finestre sopra l’ingresso dell’edificio.

Macklemore, cantante e autore americano, ha intitolato in suo onore due canzoni, Hind’s Hall e Hind’s Hall 2.

(PC, Anadolu)

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




In questo giorno – 42 anni dal massacro di Sabra e Shatila

Redazione Palestine Chronicle

16 settembre 2024 – Palestine Chronicle

Il 16 settembre si commemora il giorno in cui nel 1982 migliaia di palestinesi furono brutalmente massacrati nei campi profughi di Sabra e Shatila in Libano; atrocità considerata una delle più orrende della storia moderna.

Dopo aver assediato e bombardato la zona per giorni le milizie delle falangi libanesi sostenute da Israele attaccarono, uccidendo almeno 3.000 rifugiati palestinesi e civili libanesi.

Dopo l’assedio dei due campi il 15 settembre l’esercito israeliano sotto il comando di Ariel Sharon illuminò i cieli con razzi mentre le milizie libanesi armate entravano attraverso le linee dell’esercito israeliano e procedevano a uccidere chiunque si trovasse sul loro cammino, indipendentemente dal fatto che fossero anziani, donne o bambini.

Fecero anche irruzione nell’ospedale del campo e uccisero infermieri, medici e pazienti fuggiti dal massacro.

Nel corso di tre giorni, e sotto la sorveglianza dell’esercito di Sharon, le milizie continuarono il loro massacro finché la notizia non trapelò dal campo e le immagini terrificanti dei morti non furono viste in tutto il mondo. Solo allora venne esercitata pressione su Israele affinché fermasse le milizie.

La Commissione Kahan del 1983, istituita dal governo israeliano, rilevò che Sharon, all’epoca Ministro della Difesa, aveva la “responsabilità personale” del massacro.

Nonostante ciò, Sharon divenne in seguito, nel 2001, Primo Ministro di Israele.

Il 16 dicembre 1982 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro e lo dichiarò un atto di genocidio.

Genocidio in corso

Direi così: Israele sta conducendo dal 7 ottobre una guerra devastante contro Gaza ed è attualmente sotto processo presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi.

Inoltre il governo continua a ignorare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiede un cessate il fuoco immediato, ed è oggetto di una condanna internazionale a causa del persistere della sua brutale offensiva contro Gaza.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza nel genocidio in corso a Gaza operato da Israele a partire dal 7 ottobre 41.226 palestinesi sono stati uccisi e 95.413 feriti.

Inoltre, almeno 11.000 persone risultano disperse, presumibilmente morte sotto le macerie delle loro case in tutta la Striscia.

Israele afferma che durante l’operazione Al-Aqsa Flood del 7 ottobre sono stati uccisi 1.200 soldati e civili. I media israeliani hanno pubblicato report che suggeriscono che quel giorno molti israeliani sono stati uccisi da “fuoco amico”.

Le organizzazioni palestinesi e internazionali affermano che per la maggior parte le persone uccise e ferite sono donne e bambini.

La guerra di Israele ha provocato una grave carestia, soprattutto nel nord di Gaza, con conseguente morte di molti palestinesi, per lo più bambini.

L’aggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di quasi due milioni di persone da tutta la Striscia di Gaza, con la stragrande maggioranza degli sfollati costretti a trasferirsi nella sovraffollata città meridionale di Rafah, vicino al confine con l’Egitto, in quello che è diventato il più grande esodo di massa della Palestina dalla Nakba del 1948.

Col protrarsi della guerra centinaia di migliaia di palestinesi hanno iniziato a spostarsi dal sud alla zona centrale di Gaza in una continua ricerca di sicurezza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cimitero dei numeri – Israele trattiene 552 corpi, inclusi quelli di decine di minori

Redazione di Palestine Chronicle e WAFA

27 agosto 2024 – Palestine Chronicle

Le istituzioni hanno sottolineato che “è arrivato a 552 il numero dei corpi trattenuti nei cimiteri di numeri e nelle celle frigorifere.”

Martedì le Istituzioni dei Prigionieri e la Campagna Nazionale per il Recupero dei Corpi dei Martiri hanno riferito che le autorità dell’occupazione israeliana continuano a trattenere 552 corpi, inclusi 256 nei cosiddetti cimiteri dei numeri [in cui sono sepolti in forma anonima palestinesi uccisi da Israele, ndt.], insieme a centinaia della Striscia di Gaza.

Questa informazione è stata rilasciata in una dichiarazione congiunta dalla Palestine Prisoners Society [Società dei Prigionieri Palestinesi] (PPS), dalla Commissione di Detenuti ed Ex-Detenuti, dalla Fondazione Damir per i Diritti Umani e dalla Campagna Nazionale per il Recupero dei Corpi dei Martiri, in coincidenza con il Giorno Nazionale per il Recupero dei Corpi che cade annualmente il 27 agosto.

Le istituzioni hanno sottolineato che “il numero di corpi trattenuti nei cimiteri di numeri e celle frigorifere è arrivato a 552, inclusi 256 nei cimiteri dei numeri e 296 dal ritorno della politica di detenzione nel 2015.”

Le organizzazioni hanno anche osservato che i corpi trattenuti includono 9 donne, 32 prigionieri, 55 minori, 5 individui dai territori del 1948 [palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] e sei palestinesi rifugiati dal Libano.

La dichiarazione riferisce inoltre che “dall’inizio dell’aggressione israeliana il 7 ottobre, l’occupazione ha aumentato la detenzione dei corpi, dal momento che sta trattenendo 149 corpi e questo numero costituisce più della metà di quanti sono stati sequestrati dal 2015, osservando che questo dato non include i [corpi dei] martiri detenuti nella Striscia di Gaza.”

In più la dichiarazione aggiunge che “il numero [di corpi] di persone detenuti a Gaza dall’occupazione è stimato intorno alle centinaia, ma non c’è alcuna dichiarazione ufficiale da parte dell’occupazione riguardo l’effettivo numero di corpi di martiri ad oggi a Gaza.”

Nel frattempo, decine di civili e di famiglie di coloro i cui corpi sono trattenuti dall’occupazione israeliana oggi hanno preso parte a proteste nei governatorati di Ramallah, Jenin e Nablus chiedendo che le autorità israeliane restituiscano i corpi trattenuti dei palestinesi uccisi dall’esercito israeliano.

Genocidio in corso

Facendosi beffe della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiede il cessate il fuoco immediato, Israele ha fronteggiato una condanna internazionale durante la sua brutale offensiva in corso contro Gaza.

Attualmente sotto accusa davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi, dal 7 ottobre Israele sta conducendo una devastante guerra contro Gaza.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza 40.476 palestinesi sono stati uccisi e 93.647 feriti durante il genocidio israeliano in corso a Gaza a partire dal 7 ottobre.

Inoltre almeno 11.000 persone, presumibilmente morte sotto le macerie delle loro case dappertutto nella Striscia, non sono conteggiate.

Israele afferma che il 7 ottobre, durante l’operazione Inondazione di Al-Aqsa, sono stati uccisi 1.200 soldati e civili. I media israeliani hanno pubblicato rapporti secondo cui quel giorno molti israeliani sono stati uccisi dal “fuoco amico.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




10.000 soldati israeliani uccisi o feriti – Un’inchiesta giornalistica rivela la crisi tra i soldati israeliani a Gaza

Redazione

4 agosto 2024-Palestine Chronicle

Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha rivelato domenica che decine di migliaia di soldati israeliani figurano tra gli uccisi e i feriti nella guerra in corso a Gaza.

Secondo il rapporto “non meno di 10.000 soldati, uccisi o feriti durante i lunghi mesi di combattimenti nella Striscia di Gaza, risultano oggi dispersi dall’IDF”. Il giornale ha anche rivelato che secondo quanto registrato dal dipartimento di riabilitazione del Ministero della Sicurezza israeliano circa un migliaio di soldati “sono da considerare tra i feriti fisici e mentali [disabili, n.d.t.]”.

Nonostante queste cifre allarmanti, sia la Knesset che il governo hanno portato avanti la riformulazione e l’approvazione di una legge per estendere il servizio militare obbligatorio, lasciando i soldati regolari in uno stato di notevole frustrazione e incertezza.

Yedioth Ahronoth ha citato il padre di un soldato della Brigata d’élite Nahal, attualmente coinvolto nelle operazioni in corso a Rafah, nella parte meridionale di Gaza. Ha espresso preoccupazione per le condizioni affrontate dai soldati e ha affermato: “Nella storia delle guerre israeliane, una situazione del genere non si è mai verificata nemmeno nel 1948 quando i soldati combatterono per dieci mesi consecutivi in condizioni estremamente sfavorevoli“.

Il giornale ha anche riferito di un evento correlato: alcune soldatesse osservatrici di stanza sulle alture settentrionali del Golan sono state inaspettatamente informate che, nonostante il loro congedo fosse programmato per settembre, il loro servizio sarebbe stato prolungato di altri quattro mesi.

Secondo i dati ufficiali israeliani, soggetti a censura militare, dal 7 ottobre sono stati uccisi più di 690 ufficiali e soldati israeliani.

Tuttavia ci sono accuse interne secondo cui l’esercito sta nascondendo la vera portata delle sue perdite che vengono stimate significativamente più elevate.

Lo scorso luglio l’israeliano Channel 12 ha rivelato che dal 7 ottobre erano stati feriti a Gaza 20.000 soldati impegnati nelle operazioni di occupazione, di cui 8.298 classificati come disabili.

Il 12 luglio il gabinetto di guerra israeliano ha approvato una decisione per estendere il servizio militare obbligatorio a tre anni a causa della carenza di personale. Questa decisione sarà presentata al governo per l’approvazione e in seguito portata di fronte alla Knesset (parlamento) per la conversione in legge.

Il genocidio continua

Violando una che chiedeva un cessate il fuoco immediate, Israele ha dovuto affrontare la condanna internazionale durante la sua continua offensiva brutale su Gaza.

Attualmente sotto processo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi, Israele sta conducendo una guerra devastante su Gaza dal 7 ottobre.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, 39.550 palestinesi sono stati uccisi e 91.280 feriti nel genocidio in corso a Gaza da parte di Israele a partire dal 7 ottobre.

Inoltre, almeno 11.000 persone risultano disperse, presumibilmente morte sotto le macerie delle loro case in tutta la Striscia.

Israele afferma che 1.200 soldati e civili sono stati uccisi durante l’operazione Tempesta di Al-Aqsa il 7 ottobre. I media israeliani hanno pubblicato resoconti che suggeriscono che molti israeliani sono stati uccisi quel giorno da “fuoco amico”.

Le organizzazioni palestinesi e internazionali affermano che la maggior parte delle persone uccise e ferite sono donne e bambini.

La guerra israeliana ha provocato una grave carestia, soprattutto nel nord di Gaza, con conseguente morte di molti palestinesi, per lo più bambini.

L’aggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di quasi due milioni di persone da tutta la Striscia di Gaza, con la stragrande maggioranza degli sfollati costretti a trasferirsi nella densamente affollata città meridionale di Rafah vicino al confine con l’Egitto, in quello che è diventato il più grande esodo di massa della Palestina dalla Nakba del 1948.

Nel prosieguo della guerra, centinaia di migliaia di palestinesi hanno iniziato a spostarsi dal sud al centro di Gaza in una costante ricerca di sicurezza.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Borrell dell’Unione Europea: “L’UNRWA non è una organizzazione terroristica”

Redazione di Palestine Chronicle

15 luglio 2024 – Palestine Chronicle

L’agenzia Anadolu riferisce che lunedì il responsabile della politica estera dell’Unione Europea, Josep Borrell, ha ripetuto il rifiuto di etichettare l‘agenzia ONU per i rifugiati palestinesi come “organizzazione terroristica”.

Borrell ha affermato che “rifiutiamo ogni tentativo di etichettare l’UNRWA come ‘organizzazione terroristica’. Come può un’agenzia delle Nazioni Unite essere considerata una organizzazione terroristica?”

Queste considerazioni sono state fatte durante una conferenza congiunta con il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi a Bruxelles ai margini del quindicesimo incontro del Consiglio d’Associazione tra Unione Europea e la Giordania.

Borrell ha anche affermato che l’Unione Europea, insieme ad altri donatori internazionali, continuerà s supportare e finanziare l’UNRWA.

Borrell ha affermato che “concordiamo sul fatto che è fondamentale preservare l’insostituibile ruolo dell’UNRWA in tutta la regione, includendo sicuramente anche la Giordania.”

Non c’è stato alcun commento israeliano immediato sulla dichiarazione di Borrell.

Verso la fine di maggio il parlamento israeliano, la Knesset, ha votato una mozione preliminare per approvare una legge che designi l’UNRWA come “organizzazione terroristica”.

La legge inoltre impone che venga applicata la legge anti-terrorismo all’agenzia dell’ONU e che vengano interrotte tutte le comunicazioni e le relazioni tra Israele e l’agenzia.

Israele ha fatto azioni di lobby per chiudere l’UNRWA, dato che è l’unica agenzia ONU che ha un mandato specifico per occuparsi dei bisogni fondamentali dei rifugiati palestinesi.

Tel Aviv ha ripetutamente equiparato il personale UNRWA ai membri di Hamas con l’obiettivo di screditarlo, ma senza fornire prove delle accuse.

L’UNRWA è stata fondata da una risoluzione ONU nel 1949 e deve fornire assistenza e protezione ai rifugiati nelle sue cinque aree operative: Giordania, Siria, Libano, Cisgiordania e Striscia di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Genocidio di Gaza: raccontarne le storie come atto di resistenza all’oppressione e alla pulizia etnica

Benay Blend

14 luglio 2024 – Palestine Chronicle

Il racconto è stato a lungo una tattica nella cassetta degli attrezzi dei popoli colonizzati. Per i sopravvissuti al genocidio attesta la loro esperienza contro quanti negano che l’orrore sia mai esistito.

Quando ho insegnato (1991-1998) nel nord della Louisiana c’era una sopravvissuta del campo di sterminio di Auschwitz, Rozette “Rose” Lopes-Dias Van Thyn (1912-2010), che parlava negli istituti scolastici di quanto aveva vissuto.

Quando morì, Nico Van Thyn pubblicò la sua storia per controbattere a quanti “negano l’Olocausto, giustificano quello che successe, sostengono che si tratta di storia immaginaria” inventata dal popolo ebraico per conquistarsi appoggi. Oggi ci sono sopravvissuti all’Olocausto che credono che “mai più” significhi mai più per chiunque, quindi ora protestano contro il genocidio “di Israele” a Gaza. Per esempio Stephen Kapos, 86 anni, un sopravvissuto allo sterminio nazista nella nativa Ungheria, sostiene che “c’è una questione di responsabilità storica verso l’ingiustizia, il genocidio e il fascismo.”

Kapos denuncia che “se sei indifferente, se non prendi una posizione, senza dubbio sei almeno in parte colpevole e penso che sia imperativo affermare la propria opposizione e persino un certo livello di disagio e di rischi se si vuole essere liberi dalla colpa quando la storia giudicherà quello che sta accadendo.”

Il 9 luglio i nativi partecipanti alla National Native American Boarding School Coalition [Coalizione dei Convitti Nazionali per Nativi Americani] hanno parlato al National Public Radio (NPR) nel corso della trasmissione ‘Native American Calling’ di una legge per creare una commissione per la verità e la riconciliazione che indaghi sulle violenze negli internati per nativi del Canada e degli USA.

Mentre dal Canada hanno cominciato ad emergere racconti, c’è stato un parallelo aumento di persone che negano che quelle atrocità nei convitti siano mai esistiti. In risposta l’avvocatessa cree [tribù di nativi americani, ndt.] Eleanor Sunchild ha sostenuto che la negazione dei collegi residenziali equivale alla negazione dell’Olocausto e quindi dovrebbe essere aggiunta al codice penale come discorso d’odio.

Ciò che tiene insieme queste vicende è la negazione che ne segue da parte dell’oppressore e dei suoi sostenitori. Molto prima del 7 ottobre quello che Vacy Vlazna chiama “la negazione della Palestina” è esistita come strategia “per spazzare via i palestinesi dalla faccia della loro terra ancestrale e avanzare pretese fittizie su tutta la Palestina storica.”

Insieme alla pulizia etnica questa strategia continua come tale anche oggi. Per esempio, all’inizio del genocidio “di Israele” a Gaza, il presidente Biden ha negato l’accuratezza del conteggio del numero di morti da parte del ministero della Sanità [di Gaza], “creando una breccia a favore dei difensori della campagna di bombardamenti indiscriminati di Israele per sminuire la crisi.”

Biden, negando l’accuratezza del calcolo, si è unito ai negazionisti di un altro Olocausto che hanno sostenuto che la Germania non ha ucciso 6 milioni di ebrei. Quel numero è falso, sostengono, è stato creato dagli ebrei per ricevere indennizzi e attenzione.

In risposta il ministero ha pubblicato una lista con i nomi dei 6.747, tra cui 2.664 minori, che sono morti dall’inizio della campagna di bombardamenti al 26 ottobre.

“Ogni nome sulla lista è la storia di una profonda tragedia”, così inizia un’inchiesta di The Incercept. Tuttavia gli scettici non sono rimasti impressionati. Secondo il coordinatore del Consiglio della Sicurezza Nazionale per le comunicazioni strategiche, John Kirby, il ministero esiste in quanto è “un fronte per Hamas”, intendendo che “non possiamo accettare per oro colato niente che venga da Hamas, neanche dal cosiddetto ministero della Sanità.”

“Il sionismo non solo danneggia l’etica delle persone,” ha scritto Steven Salaita. “Inibisce la capacità di comprendere idee semplici riguardo al mondo.” Il primo esempio di questo modo di pensare, la negazione da parte di Biden, illustra come i sionisti vedano nella Palestina una “non-entità o negazione”, quindi non devono essere creduti neppure i suoi racconti.

Data questa logica è futile cercare di convincere i sionisti del contrario. Farlo significa essere etichettati come antisemiti. “Nessun tipo di discorso, dibattito o autodifesa,” scrive Ramzy Baroud, “può avere la possibilità di convincere i sionisti che chiedere la fine dell’occupazione militare della Palestina o lo smantellamento del regime di apartheid israeliana, o qualunque sincera critica alle politiche del governo di destra israeliano non sono di fatto azioni di antisemitismo.”

Dato il suo livello di intransigenza, come possono gli attivisti cambiare la mentalità sionista? Forse la risposta è che non possono. Invece il centro dovrebbe essere posto sui palestinesi stessi, conclude Baroud, sulla loro geografia, sulle complessità della loro politica e sulla ricchezza della loro cultura.”

Poco prima del 7 ottobre il giornalista Mohammed El-Kurd rifletteva sul ruolo della cultura nella liberazione della Palestina. È difficile immaginare ciò che può fare una poesia nella canna di un fucile,” ha ipotizzato, ma ha concluso che “il ruolo degli artisti nei movimenti di liberazione è lo stesso di ogni membro di quel movimento,” l’obbligo di costruire sulle conquiste del passato per avere un impatto sul presente.

In altre parole un obbligo di accettare la responsabilità di “partecipare alla salita”. Riflettendo sul passato El-Kurd rende omaggio al defunto Ghassan Kanafani, la cui capacità di trasformare le sofferenze del popolo palestinese nella letteratura della resistenza si è dimostrata una seria minaccia allo Stato sionista. Nel 1972, mentre viveva in esilio a Beirut, il Mossad collocò una bomba sulla sua auto trasformando in martiri lui e sua nipote.

L’eredità di Kanafani vive nel lavoro del poeta, raccontatore di storie e docente palestinese Refaat Alareer, anche lui ucciso da un bombardamento contro la sua casa il 6 dicembre 2023. In una commemorazione di Alareer Yousef AlJamal ha ricordato le parole del suo maestro: “Perché i palestinesi riescano a mantenere viva la loro memoria e la loro causa devono continuare a raccontare la loro versione della storia.”

“Attualmente a Gaza”, scrive Norman Saadi Nikro, “Israele sta distruggendo le basi istituzionali per la riproduzione e la conservazione della vita sociale e culturale, così come la possibilità amministrativa di conservare i dati e la documentazione attraverso cui si organizza la vita sociale e culturale.”

Distruggendo le case, continua, stanno cancellando oggetti personali attraverso cui le famiglie conservano la propria memoria. In questo contesto il racconto acquisisce importanza, in quanto conserva la narrazione che “Israele” intende distruggere per sostituirla con la propria.

“Come modalità dell’infrastruttura sociale e culturale,” conclude Nikro, “il racconto risuscita la memoria nella vita attraverso pratiche di resistenza alle narrazioni dei predatori.” Ciò collega le persone alla terra com’era una volta, com’è ora e cosa essa sarà in futuro.

Non tutte le storie sono raccontate con parole. Per esempio Reem Anbar, una suonatrice di oud e musicoterapista palestinese di Gaza, attraverso la sua musica “canta storie” della tua terra. Anbar, ora a Manchester, in Gran Bretagna, con il marito, lo scrittore e musicista Louis Brehony, sostiene la Palestina attraverso [il gruppo musicale] Gazelleband, che ha formato insieme a Brehony.

“A Gaza ho due fratelli, uno dei quali con tre figli piccoli, insieme a nonni, zie, zii, cugini e tutti i miei amici e vicini,” spiega Anbar. “Ora tutti loro hanno perso la casa a causa dei bombardamenti.”

Il 13 luglio 2024 Brehony ha postato su Facebook una foto di musicassette nella casa demolita del fratello di Reem a Hayy al-Nasar, a Gaza City. “Non resta altro che ricordi e amore per il luogo,” scrive. “E Rasheed Anbar, Ansam e i tre piccoli eroi, rimasti nonostante tutto nel quartiere.”

Per Reem è stato duro non essere a Gaza con la famiglia e gli amici. “Ho perso molti amici e vicini a causa dei bombardamenti israeliani,” chiarisce. Aggiunge che

Li hanno uccisi e hanno distrutto le loro case. Sono una persona forte ma da ottobre ho percepito un cambiamento nella mia vita. Non posso rilassarmi, sto continuamente pensando alla mia gente. La guerra ha fatto in modo che voglia lavorare di più come musicista palestinese perché esprimiamo il nostro messaggio e le nostre vicende attraverso la musica. Ho vissuto tre guerre e ho molti ricordi da condividere. Provo molte emozioni, ma le incanalo suonando il mio oud e attraverso esibizioni musicali.”

Nonostante le speranze e il massimo impegno di Israele, i palestinesi non hanno ancora dimenticato chi sono. E nessun negazionismo lo può cambiare,” conclude Baroud. Nonostante tutte le distruzioni e le espulsioni, nessuno degli sforzi di “Israele” ha ucciso il racconto.

– Benay Blend ha conseguito il dottorato in Studi Americani all’università del Nuovo Messico. Il suo lavoro accademico include “’Neither Homeland Nor Exile are Words’: ‘Situated Knowledge’ in the Works of Palestinian and Native American Writers” [Né patria né esilio sono parole: ‘saperi situati’ nel lavoro di scrittori palestinesi e americani]” curato da Douglas Vakoch and Sam Mickey (2017). Ha contribuito con questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)