Per la prima volta dal 2006 Israele uccide tre attivisti palestinesi in Cisgiordania con bombardamenti aerei

Redazione di Al Jazeera, Palestine Chronicle

21 giugno 2023 – Palestine Chronicle

Per la prima volta dalla Seconda Intifada (sollevazione) palestinese [rivolta avvenuta in Cisgiordania e a Gaza dal 2000 al 2005, ndt.], l’esercito di occupazione israeliano ha effettuato nei pressi di Jenin un assassinio dall’aria di palestinesi.

Mercoledì sera i media palestinesi hanno riferito che un aereo israeliano ha effettuato l’omicidio di un gruppo di palestinesi nella regione di Jalameh vicino alla città di Jenin, nel nord della Cisgiordania.

In un comunicato l’esercito israeliano ha affermato di aver colpito i palestinesi con un “drone dopo che i suoi membri (presuntamente) hanno aperto il fuoco nell’area di Jalameh.”

L’esercito di occupazione israeliano ha anche dichiarato che “la cellula colpita ha effettuato attacchi con armi da fuoco in città israeliane”.

Secondo il comunicato di fonte militare l’ultima volta che l’esercito di occupazione israeliano ha colpito attivisti palestinesi con uccisioni dall’alto è stato nel 2006.

Nel frattempo il Palestinian Civil Defence ha affermato che dentro un veicolo sono stati trovati tre corpi e che “le forze di occupazione si stanno coordinando con le ambulanze israeliane per sequestrare i corpi dei martiri (palestinesi)”.

Al Jazeera ha riferito che le forze di occupazione hanno sparato ai palestinesi che stavano cercando di andare verso il luogo in cui si trovava l’auto colpita per recuperare i corpi.

Cambiamento di politica

Il Canale 14 israeliano ha riferito che il cambiamento della politica di uccisione usando bombardamenti aerei è supportato dal ministro israeliano della difesa Yoav Galant e approvato dal primo ministro Benjamin Netanyahu.

In risposta le Brigate di Jenin, un ramo del braccio armato della Jihad Islamica, le Brigate Al-Quds hanno emesso una dichiarazione:

Un gruppo di nostri eroi ha versato il proprio sangue in un vile assassinio effettuato da un drone dell’esercito di occupazione. (Gli assassinii) non indeboliranno la nostra volontà e i dirigenti del nemico dovranno subire la punizione”.

Le Brigate di Jenin hanno rivelato i nomi dei tre palestinesi: Suhaib al-Ghoul e Muhammad Owais delle Brigate Al-Quds e Ashraf al-Saadi dell’ala militare di Fatah, le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’industria dell’hasbara: decostruire la macchina propagandistica israeliana

M. Reza Behnam

8 giugno 2023 – Palestine Chronicle

Tuttavia Tel Aviv sta incontrando difficoltà sempre maggiori a nascondere il suo consolidato sistema di apartheid e il continuo genocidio, soprattutto alla luce delle politiche e prassi apertamente razziste dell’attuale regime di destra messo insieme dal suo primo ministro perseguito dalla giustizia, Benjamin Netanyahu.

Quasi sempre la mattina, mentre mi preparo per fare footing, mi sintonizzo su BBC News. Ultimamente il notiziario presenta, in sobrio stile britannico, il numero dei palestinesi uccisi la notte precedente dall’esercito israeliano durante le sue incursioni quasi quotidiane in case e campi di rifugiati nei territori palestinesi occupati. Quando cerco sui siti di notizie americani per saperne di più, essi non fanno menzione di queste atrocità. Invece le onde radio sono piene di notizie sulla guerra tra Russia e Ucraina e sulla morte di civili.

Quello che molti americani non sapranno da queste fonti di “notizie” è che nel 2022 l’esercito israeliano ha ucciso in Cisgiordania e a Gerusalemme est più di 170 civili palestinesi, tra cui 30 minorenni, e che dall’inizio del 2023 l’esercito di occupazione israeliano ha già ammazzato 158 palestinesi, tra cui 26 minori.

Quello che non sapranno è che Israele controlla le vite e le risorse (l’accesso all’acqua potabile) di circa 7 milioni di palestinesi, e che le città, villaggi, case, coltivazioni e attività economiche palestinesi sono state sistematicamente distrutte e ripopolate con oltre 750.000 occupanti illegali ebrei (“abitanti”).

Non sapranno dei 56 anni di occupazione, spoliazione, demolizioni di case, coprifuoco, posti di controllo, muri, blocchi, permessi, raid notturni, uccisioni mirate, tribunali militari, detenzioni amministrative, migliaia di prigionieri politici, minori palestinesi torturati e di 56 anni di oppressione e umiliazione da parte di Israele.

Cosa spiega l’“eccezionale” trattamento deferente che Israele riceve mentre altri che violano i diritti umani sono condannati o sanzionati dagli Stati Uniti e dai loro alleati?

Buona parte della spiegazione ha a che fare con la poderosa ed efficace industria delle pubbliche relazioni di Israele gestita dallo Stato, che si basa su miti e falsità. Dalla sua fondazione nel 1948 Israele ha creato con successo una nuova assurdità a se stante che ha fatto sembrare l’illegalità come legale, apparire morale l’immoralità e democratico ciò che è antidemocratico. Ha magistralmente spacciato una serie di miti che sono diventati parte della narrazione politica e dei principali media.

Fin dall’inizio i fondatori sionisti di Israele ammantarono di termini eroici il loro vero obiettivo di creare un “Grande Israele”, uno Stato ebraico non solo in Palestina, ma in Giordania, nel sud del Libano e sulle Alture del Golan siriane.

Una storia e figure retoriche inventate sui “buoni” israeliani, che portavano sviluppo a una terra spopolata, creando miracoli agricoli nel deserto e reclamando una storica terra promessa, si sono profondamente radicate.

In realtà i sionisti, come il primo capo del governo di Israele nato in Polonia David Ben-Gurion, videro il piano di partizione della Palestina dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948 come il primo passo verso una futura espansione.

I piani di colonizzazione di Israele

Nel suo libro Vittime [Rizzoli, Milano, 2002] Benny Morris scrive che in una lettera al figlio del 1937 Ben-Gurion architettò il progetto sionista per colonizzare la Palestina: “Nessun sionista può rinunciare a una minima parte della Terra di Israele. (Uno) Stato ebraico su una parte (della Palestina) non è la fine, ma un inizio…attraverso di esso incrementiamo la nostra potenza, e ogni incremento di potenza agevola l’appropriazione del Paese nella sua totalità. Fondare un (piccolo) Stato…servirà come leva molto potente nel nostro storico tentativo di redimere tutto il Paese.”

Che per realizzare i suoi progetti colonialisti Israele avrebbe dovuto trasferire e togliere di mezzo con la forza la popolazione autoctona palestinese venne cancellato dalla narrazione israeliana.

In conseguenza di questa efficace campagna di disinformazione molti americani sono arrivati a credere che Israele sia uno Stato democratico, progressista e umano, una piccola ma coraggiosa Nazione che si difende contro violenza e terrorismo “stranieri”.

Nel realizzare la sua missione annessionista del “Grande Israele”, Israele ha creato un’altra finzione per legittimare la sua scelta di fare la guerra nel 1967. Benché la guerra dei Sei Giorni, iniziata nel giugno 1967, si sia dimostrata un cruciale punto di svolta nella storia contemporanea del Medio Oriente, il mito israeliano della vulnerabilità e le invenzioni sulla “Nazione sotto assedio” rimangono ampiamente indiscussi.

I produttori di miti sionisti

Cinquantasei anni fa l’aviazione militare israeliana attaccò le basi aeree di Egitto, Siria e Giordania, distruggendo a terra oltre l’80% degli aerei da guerra. Le truppe israeliane occuparono rapidamente la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza egiziane, la West Bank giordana e le Alture del Golan siriane. Secondo i verbali del governo israeliano questo attacco non fu difensivo, ma preventivo e pianificato.

Gli israeliani erano pienamente consapevoli della necessità di avviare una campagna di disinformazione insieme alle loro operazioni militari preventive per placare le reazioni avverse da parte di Washington e di altre potenze occidentali.

Il mito israeliano secondo cui lo Stato ebraico stava lottando per la sua sopravvivenza fisica contro un nemico arabo più potente ebbe una forte presa sui dirigenti politici e sull’opinione pubblica statunitensi. Di fatto i leader arabi non avevano nessun piano di invasione e i dirigenti israeliani sapevano che era facile vincere la guerra. La menzogna sulla distruzione totale era diventata un dogma irrefutabile a Washington, il mantra del “diritto all’autodifesa” consentì a Tel Aviv di continuare la sua annessione illegale della terra palestinese conquistata.

I costruttori di miti sionisti si diedero di nuovo da fare negli anni ’80. Per controbattere alle critiche ricevute in seguito ai bombardamenti indiscriminati sul Libano e al massacro di palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila a Beirut nel 1982, Israele nel 1983 partorì il Progetto Hasbara (“spiegazione” in ebraico).

Quell’anno l’American Jewish Congress [organizzazione creata per difendere gli interessi ebraici negli USA e all’estero, ndt.] sponsorizzò una conferenza di alti dirigenti, giornalisti e accademici di Israele e degli USA a Gerusalemme per elaborare una strategia volta a riabilitare Israele, cementare l’appoggio economico e militare statunitense e rendere estremamente difficile criticare le azioni di Israele.

[Il progetto] Hasbara creò strutture permanenti negli Stati Uniti e in Israele per influenzare il modo in cui in futuro il mondo, soprattutto gli americani, avrebbe pensato a Israele e al Medio Oriente. Gli argomenti che svilupparono sono riconoscibili nel discorso attuale, tra cui: l’importanza strategica di Israele per gli Stati Uniti; la sua vulnerabilità; i suoi valori condivisi con l’Occidente; il suo desiderio di pace. Israele definisce ora “diplomazia pubblica” la sua continua propaganda hasbara.

Mezzi di informazione, giornalisti, accademici, politici e personaggi dello spettacolo sono arrivati al punto di aspettarsi pressioni se superano il livello di accettabilità del discorso stabilito da Israele e dai suoi sostenitori. Narrazioni alternative che evidenziano gli abusi israeliani sono liquidate come anti-israeliani o ricevono la temuta etichetta di antisemite. I propagandisti israeliani hanno fatto in modo di confondere le critiche al regime – anti-sionismo – con l’antisemitismo. L’accusa di antisemitismo si è dimostrata un potente strumento retorico per difendere Israele da ogni colpa. Ha distrutto carriere e reputazioni.

Sfidare i miti israeliani

La defunta Helen Thomas, famosa giornalista, Norman Finkelstein, importante intellettuale ebreo, scienziato politico e scrittore, e Fatima Mohammed, laureata nel 2023 alla scuola di diritto della CUNY [università della città di New York, ndt.] sono tra quanti hanno voluto sfidare la violenta ondata di critiche che avrebbero dovuto inevitabilmente affrontare per “aver osato” mettere in discussione i miti israeliani.

Helen Thomas, icona nazionale e importante corrispondente dalla Casa Bianca di UPI [agenzia di notizie USA, ndt.] nel 2010 è stata obbligata a porre fine alla sua carriera durata 57 anni per aver insistentemente messo in discussione pubblicamente il sostegno statunitense a Israele. In seguito Thomas ha osservato: “In questo Paese non puoi criticare Israele e sopravvivere.”

Nel 2007 la De Paul University [università cattolica con sede a Chicago, ndt.] rifiutò una cattedra a Norman Finkelstein a causa delle sue critiche a Israele. Nei suoi libri Finkelstein ha sostenuto che l’antisemitismo è stato usato per reprimere le critiche alle politiche israeliane verso i palestinesi, e che l’Olocausto è sfruttato da alcune istituzioni ebraiche per i propri interessi e per nascondere l’illegale occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza. Dato che il suo nome è stato calunniato, Finkelstein non ha più potuto insegnare.

Nel suo recente discorso di commiato dai suoi colleghi laureati, Fatima Mohammed ha condannato Israele per aver perpetuato la Nakba (la Catastrofe), affermando che “il nostro silenzio non è più accettabile…La Palestina non può continuare ad essere l’eccezione nella nostra ricerca di giustizia.” Come prevedibile, Mohammed ha dovuto affrontare un’immediata condanna pubblica da parte di politici statunitensi e organizzazioni filo-israeliane, che l’hanno accusata di antisemitismo e hanno chiesto che l’università non riceva più finanziamenti a causa del suo discorso.

Nel dicembre 2008 e gennaio 2009 Israele, come in precedenza, schierò la sua macchina di pubbliche relazioni. Questa volta fu per contrastare le critiche ricevute per i massicci bombardamenti della Striscia di Gaza durati 22 giorni, in cui vennero uccisi 1.398 palestinesi.

L’Israel Project

The Israel Project [Il progetto Israele] (TIP), organizzazione filo-israeliana con sede a Washington, assoldò Frank Luntz, militante e stratega politico del partito Repubblicano, per sostenere la sua immagine. Luntz intraprese un ampio studio per scoprire come inserire la narrazione israeliana nei principali mezzi di comunicazione. I risultati vennero riportati in un documento intitolato The Israel Project’s 2009 Global Language Dictionary [Il dizionario del linguaggio globale 2009 di The Israel Project].

Il linguaggio del manuale di Luntz, con i suoi discorsi scritti per i sostenitori di Israele, è penetrato nel pensiero, nel vocabolario e nei commenti di politici, accademici e dei principali mezzi di comunicazione americani, israeliani ed europei.

Nel suo libretto di 18 capitoli Luntz insegna ai sostenitori di Israele come adattare le risposte a differenti uditori, descrive quello che gli americani vogliono sentire e quali parole e frasi utilizzare e quali evitare. Fornisce una guida su come affrontare affermazioni da parte di palestinesi e ostentare compassione nei loro confronti. Luntz avverte di sottolineare sempre il desiderio di pace da parte di Israele, benché inizialmente affermi come non voglia realmente una soluzione pacifica.

Ai sostenitori viene raccomandato di dare la falsa impressione che il cosiddetto “ciclo di violenza” stia andando avanti da migliaia di anni, che le due parti sono ugualmente in errore e che la catastrofe Palestina-Israele sia incomprensibile. Sollecita i sostenitori a sottolineare la necessità israeliana di sicurezza, evidenziando che gli americani risponderanno favorevolmente se i civili israeliani vengono dipinti come vittime innocenti del “terrorismo” palestinese.

Luntz afferma che, quando viene detto agli americani che l’Iran sostiene Hezbollah e Hamas, essi tendono ad essere più favorevoli a Israele. Quindi, quando si parla di loro, bisogna ripetere continuamente Hamas ed Hezbollah “sostenuti dall’Iran”.

Nelle rare occasioni in cui i principali mezzi di comunicazione riportano le violenze di Israele, si adeguano al lessico ufficiale del dizionario di Luntz. L’esercito di occupazione israeliano, per esempio, viene definito forze “di difesa” o “di sicurezza”, i coloni sionisti (occupanti abusivi) vengono definiti “abitanti”, le colonie sioniste sono definite “insediamenti” o “quartieri”, i palestinesi “aggrediscono”, mentre gli israeliani semplicemente “reagiscono”.

Normalizzare l’anomalo

Tra le falsificazioni più evidenti c’è la descrizione del ginepraio israelo-palestinese come un “conflitto” tra due popoli con le stesse risorse politiche e militari e le stesse rivendicazioni, quando in realtà si tratta di un conflitto tra il colonizzatore, Israele, e il colonizzato, i palestinesi.

Per 75 anni la propaganda israeliana gli ha consentito di essere un’eccezione, di farsi beffe impunemente delle norme e delle leggi internazionali. Grazie ai suoi miti Israele ha avuto una notevole influenza nel definire la politica USA in Medio Oriente. Le campagne di incessante e metodica disinformazione del Paese dal 1948 fino ad ora hanno consentito a Israele di piantare la bandiera sionista su terra palestinese e nei cuori e nelle menti degli americani.

Tuttavia Tel Aviv sta incontrando difficoltà sempre maggiori a nascondere il suo consolidato sistema di apartheid e il continuo genocidio, soprattutto alla luce delle politiche e prassi apertamente razziste dell’attuale regime di destra messo insieme dal suo primo ministro perseguito dalla giustizia, Benjamin Netanyahu. Ma l’industria israeliana dell’hasbara rimane impavida. Il TIP ha chiuso nel 2019 dopo che i suoi finanziamenti si sono prosciugati, ma la Democratic Majority for Israel [Maggioranza Democratica per Israele] (DMFI) continua a portare avanti la missione dell’hasbara israeliana.

Israele sa che la narrazione che racconta a se stesso e al mondo è apocrifa e che lo Stato ebraico, nella sua attuale forma, è illegale e ingiusto. Di conseguenza, nel tentativo di rendere l’apocrifo reale e legale l’illegittimo, Israele continua la sua costante guerra ideologica per normalizzare l’anomalo in Palestina.

Reza Behnam è un politologo specializzato nella storia, la politica e i governi in Medio Oriente. Ha concesso questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ci sono stati dei feriti a causa di un attacco delle forze israeliane a palestinesi che stavano seguendo il funerale di un bimbo ucciso

Redazione di Palestine Chronicle (WAFA, PC)

6 giugno 2023 – Palestine Chronicle

Due giovani palestinesi sono stati trasferiti all’ospedale dopo essere stati colpiti e feriti dalle forze israeliane nel villaggio. Le loro condizioni di salute sono state definite moderatamente gravi.

L’agenzia di notizie ufficiale palestinese WAFA ha riferito che martedì un giovane palestinese è stato colpito e ferito a un piede e un altro è stato colpito in faccia da una pallottola di acciaio ricoperta di gomma nel villaggio di Nabi Saleh, vicino Ramallah, in seguito al corteo funebre di un bambino ucciso, Mohammed Tamimi.

Centinaia di persone hanno partecipato al funerale di Mohammad Haitham Tamimi di due anni, morto lunedì, quattro giorni dopo essere stato colpito alla testa da soldati israeliani nel villaggio di Nabi Saleh.

Un attivista locale contro le colonie e contro il muro ha affermato che due giovani sono stati trasferiti all’ospedale dopo essere stati colpiti e feriti dalle forze israeliane nel villaggio. Le loro condizioni di salute sono state definite moderatamente gravi.

Le forze israeliane hanno anche attaccato gli abitanti del villaggio con una raffica di candelotti di gas lacrimogeni e granate stordenti, causando problemi respiratori a decine di persone.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




In un comunicato inviato a Palestine Chronicle Spotify spiega perché una canzone popolare di Mohammed Assaf è stata censurata

Redazione di Palestine Chronicle

21 maggio 2023 – Palestine Chronicle

In un comunicato inviato a Palestine Chronicle un’agenzia di pubbliche relazioni che rappresenta Spotify MENA [acronimo inglese per Paesi del Medio Oriente e Nord Africa, ndt.] afferma che la ragione della rimozione di una canzone popolare del famoso artista palestinese Mohammed Assaf “non è stata decisa da Spotify ma dal distributore.”

Il comunicato di Spotify, inviato tramite Publicist Inc., sostiene anche che “anticipiamo che nel prossimo futuro verrà reinserita e ci scusiamo per ogni inconveniente provocato.”

Nel breve comunicato si legge:

Spotify intende offrire sulla propria piattaforma un’ampia gamma di musiche, ma la disponibilità può variare nel tempo e a seconda dei Paesi. La rimozione di alcuni contenuti di Mohammed Assaf non è stata decisa da Spotify ma dal distributore. Anticipiamo il suo reinserimento nel prossimo futuro e ci scusiamo per qualunque inconveniente provocato.”

In precedenza Palestine Chronicle e altre fonti avevano dato notizia che Spotify e Apple Music avevano deciso di eliminare la canzone “Ana Dammi Falastini” (Il mio sangue è palestinese) di Assaf accusandolo di antisemitismo.

Secondo Roya News [rete informativa giordana, ndt.], dopo aver scoperto che la sua canzone era stata eliminata da entrambe le piattaforme, il cantante palestinese ha condiviso la sua sorpresa in una intervista con Al-Araby al-Jadeed [Il Nuovo Arabo, sito web di notizie in arabo con sede a Londra, ndt.].

Assaf avrebbe detto di aver ricevuto una mail ufficiale in cui si menzionavano accuse di antisemitismo come ragione per la cancellazione della canzone.

Assaf, nato e cresciuto a Gaza, ha sottolineato su Instagram che la canzone è stampata nel cuore di qualunque persona onesta e libera.

Secondo Doha News [blog di notizie con sede in Qatar, ndt.], “la decisione da parte del gigante dello streaming di eliminare la canzone è arrivata dopo che una petizione organizzata dalla filo-sionista “We Believe in Israel” [Noi crediamo in Israele] (WBII) e dal Consiglio dei Deputati ha raccolto circa 4.000 firme.”

Per Israele cancellare la Palestina ed escludere il popolo palestinese dalla storia della sua stessa terra è sempre stato un comportamento strategico,” ha scritto in un recente articolo il giornalista ed editorialista palestinese di Palestine Chronicle Ramzy Baorud, commentando la decisione israeliana di impedire ad Assaf di tornare in Palestina.

La cultura palestinese è stata molto utile alla lotta del popolo palestinese. Nonostante l’occupazione e l’apartheid israeliane, essa ha dato ai palestinesi un senso di continuità e coesione, legandoli tutti a un senso collettivo di identità che ruota intorno alla Palestina,” aveva scritto Baroud.

Nota di redazione: aggiungiamo all’articolo di Palestine Chronicle il testo della canzone censurata da Spotify in modo che i lettori possano verificare quanto ci sia di antisemita.

Il mio sangue è palestinese

Tenendo fede al mio giuramento, seguendo la mia religione

Mi troverai sulla mia terra

Appartengo al mio popolo, sacrifico la mia anima per lui

Il mio sangue è palestinese, palestinese, palestinese,

il mio sangue è palestinese.

Siamo rimasti con te, nostra patria

Con il nostro orgoglio e identità araba

La terra di Gerusalemme ci ha chiamati

(Come) il suono della voce di mia madre che mi chiama

Palestinese, palestinese,

il mio sangue è palestinese.

Tenendo fede al mio giuramento, seguendo la mia religione

Mi troverai sulla mia terra

Appartengo al mio popolo, sacrifico la mia anima per lui

Il mio sangue è palestinese, palestinese, palestinese,

il mio sangue è palestinese.

Oh madre, non preoccuparti

La tua patria è un castello fortificato

A cui sacrifico la mia anima

E il mio sangue, e le mie vene.

Tenendo fede al mio giuramento, seguendo la mia religione

Mi troverai sulla mia terra

Appartengo al mio popolo, sacrifico la mia anima per lui

Il mio sangue è palestinese, palestinese, palestinese,

il mio sangue è palestinese.

 Sono palestinese, figlio di una famiglia libera

Sono valoroso e vado a testa alta

Tengo fede al mio giuramento per la mia patria

Non mi sono mai piegato di fronte a nessuno

Palestinese, palestinese

Il mio sangue è palestinese.

Tenendo fede al mio giuramento, seguendo la mia religione

Mi troverai sulla mia terra

Appartengo al mio popolo, sacrifico la mia anima per lui

Il mio sangue è palestinese, palestinese, palestinese,

il mio sangue è palestinese.

(traduzione dall’inglese dell’articolo e del testo della canzone di Amedeo Rossi)




La marina israeliana apre il fuoco contro le barche dei pescatori palestinesi lungo la costa di Gaza

Redazione di Palestine Chronicle (PC, WAFA)

17 maggio 2023 – Palestine Chronicle

L’agenzia ufficiale palestinese di notizie WAFA ha riferito che le navi della marina dell’occupazione israeliana hanno preso di mira le barche dei pescatori mentre stavano navigando nel mare lungo la costa nord della Striscia di Gaza.

Il corrispondente dell’agenzia WAFA ha affermato che i soldati della marina israeliana hanno preso di mira con pallottole e candelotti di lacrimogeni le barche dei pescatori che stavano navigando nel mare al largo della città di Beit Lahiya e nell’area di Al-Waha. I soldati hanno obbligato con la forza i pescatori a tornare a riva.

Da ottobre 2000 le organizzazioni che si occupano di diritti umani a Gaza hanno documentato molte violazioni israeliane, incluse uccisioni e confische delle barche, contro pescatori che, in base agli accordi tra palestinesi e israeliani garantiti a livello internazionale, hanno il permesso di pescare al largo entro le 4-6 miglia nautiche.

Nonostante gli accordi firmati permettano ai pescatori di muoversi nel mar Mediterraneo entro le 12 miglia nautiche, la marina israeliana prende di mira i pescatori di Gaza quasi ogni giorno e non permette loro di andare oltre le tre miglia nautiche, limite che i pescatori dicono essere insufficiente per poter prendere pesci.

Un grande numero di abitanti di Gaza fa affidamento sulla pesca per la vita quotidiana alla luce del rigido assedio decennale imposto dallo Stato di Israele alla Striscia di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Liegi si unisce ad altre città dell’UE nel boicottaggio di Israele

Palestine Chronicle Staff

26 aprile 2023 – Palestine Chronicle

La città belga di Liegi ha approvato una mozione per interrompere  ogni rapporto con Israele, diventando l’ultima città europea in ordine di tempo ad aver votato misure simili contro Tel Aviv.

Secondo quanto riportato dai mezzi di comunicazione belgi, la mozione della città di Liegi approvata lunedì accusa le autorità israeliane di gestire un regime di “apartheid, colonizzazione e occupazione militare.”

La mozione, presentata dal Partito dei Lavoro del Belgio [partito della sinistra marxista, ndt.] (PTB), chiede la sospensione dei rapporti con Israele finché le autorità israeliane “metteranno fine alle sistematiche violazioni dei (diritti del) popolo palestinese.”

CItando la Nakba e il diritto al ritorno dei palestinesi, la mozione elenca tutte le principali violazioni delle leggi internazionali da parte di Israele, chiedendo il boicottaggio a livello nazionale di tutti i beni e servizi israeliani prodotti nei territori occupati.

Liegi è la terza città europea ad aderire al boicottaggio di Israele dopo Barcellona in febbraio e, più di recente, Oslo.

Il Comitato Nazionale del BDS palestinese (BNC) ha accolto positivamente la decisione ed ha chiesto che altre città in tutto il mondo “seguano l’incoraggiante esempio di Barcellona, Oslo e Liegi, interrompendo i rapporti con l’Israele dell’apartheid in appoggio alla lotta palestinese per #DismantleApartheid (smantellare l’apartheid).”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Mentre i palestinesi seppelliscono Yousef Abu Jaber, rimangono in sospeso delle domande riguardo alla morte del turista italiano

Redazione di Palestine Chronicle (PC, WAFA)

11 aprile 2023 – Palestine Chronicle

L’agenzia di notizie ufficiale palestinese WAFA ha riferito che la famiglia di un cittadino palestinese di Israele, che è stato colpito a morte dalla polizia dopo che lo scorso venerdì avrebbe attuato un attentato con la sua auto a Tel Aviv, sta sollevando dubbi riguardo alle giustificazioni delle autorità israeliane per averlo ucciso.

Yousef Abu Jaber, di 45 anni, è stato seppellito lo scorso martedì mattina nella città di Kafr Qasim, ma molte domande rimangono in sospeso sulle circostanze relative alla sua uccisione.

La polizia israeliana ha dichiarato che Abu Jamer è stato colpito a morte dopo aver lanciato la sua auto contro un gruppo di persone a Tel Aviv, provocando la morte di un turista italiano e il ferimento di altri.

La famiglia di Abu Jaber sta contestando la versione degli eventi della polizia, dichiarando che è stato un incidente d’auto e non un attacco.

Egli non ha un passato nazionalista, non si interessa alle notizie,” ha detto Omar Abu Jaber, il fratello di Yousef.

La famiglia ha chiesto un’indagine sull’incidente, affermando che l’arma che secondo la polizia israeliana lui avrebbe usato non è stata trovata e che la polizia ha nascosto i video che documentano l’incidente.

Inoltre la famiglia ha affermato che la polizia israeliana e i servizi di emergenza hanno cambiato molte volte la loro versione, sollevando dubbi su come gli eventi si siano svolti.

Secondo WAFA, il servizio di ambulanza Magen David Adom ha inizialmente dichiarato che il turista italiano è stato ucciso dai colpi di un’arma da fuoco e poi ha cambiato il suo comunicato, sostenendo che è morto per essere stato investito.

All’inizio la polizia israeliana ha anche dichiarato che Abu Jaber ha cercato di tirare fuori un’arma dalla sua auto e per questo è stato colpito a morte da un poliziotto in seguito all’incidente. Tuttavia, qualche ora dopo il fatto la polizia ha cambiato versione e ha affermato che la presunta arma era una pistola di plastica. La polizia non ha fornito documentazione riguardo all’arma giocattolo.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Sale la tensione in Cisgiordania a causa di una campagna di arresti lanciata dalle forze di occupazione israeliane

Redazione di Palestine Chronicle

28 marzo 2023 – Palestine Chronicle

Middle East Monitor ha riferito che lunedì notte hanno avuto luogo scontri tra le forze di occupazione israeliane e i palestinesi mentre le truppe effettuavano alcuni arresti in Cisgiordania e a Gerusalemme occupate.

Scontri hanno avuto luogo anche a Jenin, dove le forze israeliane hanno arrestato palestinesi accusati di prendere parte ad azioni di resistenza popolare contro le forze di occupazione e i coloni ebrei illegali.

Le incursioni sono state concentrate nei governatorati di Hebron (Al-Khalil), Nablus, Jenin e Betlemme. Sono state fatte irruzioni in decine di case e beni personali sono stati confiscati. Alcuni abitanti sono stati interrogati per molte ore.

Due dei palestinesi arrestati erano gli ex-prigionieri Ammar Jawabreh e Wael Al-Badawi. Le loro case nel campo di Al-Aroub a nord di Hebron sono state prese d’assalto dalle forze di occupazione israeliane.

Le truppe israeliane hanno anche arrestato Ismail Al-Hawamdeh di Al-Samou’, a sud di Hebron, dopo aver fatto incursione nella sua casa e confiscato i suoi beni.

Quando le forze di occupazione hanno preso d’assalto un’altra casa ad Al-Aroub, hanno arrestato un giovane mentre altri hanno tirato pietre ai veicoli blindati usati dalle truppe.

Scontri sono scoppiati anche tra un gruppo di palestinesi e le forze di occupazione al posto di controllo di Salem, ad ovest di Jenin. Non è stata riferita la presenza di vittime.

Nel governatorato di Gerusalemme, le forze di occupazione hanno fatto un’incursione nella casa di famiglia del ragazzo palestinese Muhammad Al-Zaliani nel campo di Shuafat. Esse hanno preso le misure della casa in previsione di una successiva demolizione.

Secondo le autorità israeliane, il ragazzo ha provato ad effettuare un accoltellamento al posto di controllo di Shuafat alcuni mesi fa.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Gas algerino contro ideologia di destra: l’Italia cambierà la sua posizione su Gerusalemme?

Romana Rubeo e Ramzy Baroud

21 marzo 2023 – Palestine Chronicle

Il 9 marzo, quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha lasciato Tel Aviv per andare a Roma, è stato portato all’aeroporto Ben Gurion in elicottero perché manifestanti antigovernativi avevano bloccato tutte le strade di accesso.

La visita di Netanyahu non è stata accolta con molto entusiasmo neppure in Italia. Nel centro di Roma è stato organizzato un sit-in di attivisti filo-palestinesi con lo slogan “Non sei il benvenuto”. Anche una traduttrice italiana, Olga Dalia Padoa, si è rifiutata di tradurre il suo discorso nella sinagoga di Roma previsto per il 9 marzo.

Persino la presidentessa dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, benché come prevedibile abbia ripetuto il suo amore e sostegno a Israele, ha manifestato le sue preoccupazioni per le istituzioni dello Stato di Israele.

Di ritorno a Tel Aviv il viaggio di Netanyahu in Italia è stato stroncato dal leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid come “un dispendioso e inutile fine settimana a spese dello Stato.” Ma il viaggio di Netanyahu in Italia, oltre a passare un fine settimana a Roma o distogliere l’attenzione dalle continue proteste in Israele, aveva altri scopi.

In un’intervista pubblicata il 9 marzo dal quotidiano italiano La Repubblica il Primo Ministro ha spiegato gli ambiziosi obiettivi che stavano dietro al suo viaggio in Italia: “Vorrei che ci fosse una maggiore cooperazione economica,” ha affermato. “Abbiamo gas naturale, ne abbiamo tanto e vorrei parlare di come portarlo in Italia per contribuire al suo sviluppo economico.”

Nelle scorse settimane la Prima Ministra Giorgia Meloni ha fatto la spola tra vari Paesi alla ricerca di lucrosi contratti per il gas. Meloni non vuole solo garantire al suo Paese le necessarie forniture di energia in seguito alla crisi tra Russia e Ucraina, ma vuole che Roma diventi il principale snodo europeo per l’importazione e l’esportazione di gas. Israele lo sa ed è particolarmente preoccupato che l’importante accordo per il gas dell’Italia con Algeria del 23 gennaio possa minacciare la posizione economica e politica di Israele in Italia, in quanto l’Algeria continua a rappresentare il baluardo della solidarietà con i palestinesi in Medio Oriente e in Africa.

Oltre al gas, Netanyahu aveva altre questioni in mente. “Dal punto di vista strategico parleremo di Iran. Dobbiamo impedirgli di avere l’atomica perché i suoi missili potrebbero raggiungere molti Paesi, compresa l’Europa, e nessuno vuole essere preso in ostaggio da un regime fondamentalista con armi nucleari,” ha detto Netanyahu con il consueto linguaggio allarmistico e stereotipato riguardo ai suoi nemici in Medio Oriente.

Netanyahu ha due principali richieste da fare all’Italia: non votare contro Israele alle Nazioni Unite e, cosa più importante, riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Benché Gerusalemme sia considerata dalla comunità internazionale una città palestinese occupata, Netanyahu vuole che, in base all’inconsistente logica della “forte ed antica tradizione tra Roma e Gerusalemme”, Roma cambi la propria posizione, che è coerente con il diritto internazionale.

In base alla stessa logica di esportazione di materie prime e armi in cambio di fedeltà politica con Israele all’ONU, Netanyahu ha ottenuto grandi successi nel normalizzare i rapporti tra il suo Paese e molte Nazioni africane. Ora sta applicando lo stesso modus operandi in Italia, una potenza europea e la nona economia mondiale.

Che questa strategia sia un risultato della crescente sudditanza dell’Europa nei confronti di Washington e Tel Aviv o dell’incapacità di Netanyahu di comprendere il cambiamento delle dinamiche geopolitiche nel mondo è un’altra questione. Ma è chiaro che Netanyahu ha percepito che l’Italia è un Paese che ha disperatamente bisogno dell’aiuto di Israele. Durante l’incontro con Meloni Netanyahu ha promesso di fare dell’Italia uno snodo del gas per l’Europa e di aiutare Roma a risolvere i suoi problemi idrici, mentre da parte sua Meloni ha insistito che “Israele è un partner fondamentale in Medio Oriente e a livello globale.”

Tuttavia la risposta più entusiastica alla visita di Netanyahu è venuta dal ministro italiano delle Infrastrutture Matteo Salvini, di estrema destra, che ha fortemente appoggiato la richiesta israeliana di riconoscere Gerusalemme come sua capitale “in nome della pace, della storia e della verità.” Per quanto in contraddizione con la politica estera italiana, la sua reazione non è affatto sorprendente. Il capo della Lega in passato è stato spesso criticato per il suo linguaggio razzista. Tuttavia Salvini negli ultimi anni si è “trasformato”, soprattutto dopo una visita nel 2018 in Israele, dove ha dichiarato il suo amore per Israele e ha criticato i palestinesi. È stato allora che Salvini ha iniziato a crescere a livello politico italiano in generale, invece che regionale.

Ma questa non è la posizione solo di Salvini. Il governo italiano ha accolto positivamente la visita di Netanyahu senza alcuna critica nei confronti delle politiche radicali del suo governo di estrema destra portate avanti nella Palestina occupata. Mentre questa posizione è in linea con la politica estera italiana, non c’è da stupirsene neanche da un punto di vista ideologico.

Benché in passato, grazie alle forze rivoluzionarie che hanno avuto un grande impatto nel definire il discorso politico italiano durante la Seconda Guerra Mondiale e la successiva liberazione del Paese dal fascismo, la politica italiana abbia dimostrato una notevole solidarietà con la lotta del popolo palestinese per la liberazione e il diritto all’autodeterminazione, questa posizione è cambiata nel corso degli anni. Mentre la politica interna italiana arretrava verso destra, l’agenda della sua politica estera in Palestina e Israele si è spostata decisamente verso una posizione filo-israeliana. Ora quanti vengono percepiti come filo-palestinesi nel governo italiano sono pochi e spesso definiti politici radicali.

Tuttavia, nonostante il discorso ufficiale a favore di Israele in Italia, le cose per Netanyahu non sono così facili come possono sembrare, soprattutto quando si tratta di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

In effetti Meloni non ha manifestato un sincero impegno verso la richiesta israeliana. Al contrario, lo scorso agosto, in un’intervista con la Reuter [agenzia di stampa inglese, ndt.], ancor prima di diventare prima ministra italiana Meloni era sembrata cauta, affermando solo che si tratta di “una questione diplomatica e dovrebbe essere valutata insieme al ministero degli Esteri.”

C’è una ragione dietro all’esitazione di Meloni. Il riconoscimento italiano di Gerusalemme come capitale di Israele collocherebbe Roma fuori dal diritto internazionale. In una lettera aperta a Meloni la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha ricordato al governo italiano che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele rappresenterebbe un’aperta violazione del diritto internazionale.

La politica estera italiana deve anche rendere conto a quella collettiva dell’Unione Europea, di cui Roma è parte integrante. L’UE sostiene la posizione dell’ONU, secondo cui Gerusalemme est è una città palestinese occupata e l’annessione della città nel 1980 da parte di Israele è illegale.

Oltretutto il recente accordo storico dell’Italia con la compagnia statale algerina del gas, Sonatrach, a gennaio, rende particolarmente difficile per Roma prendere una posizione estremista a favore di Israele. Il delicato equilibrio geopolitico risultante dalla crisi del gas, di per sé un risultato diretto della guerra tra Russia e Ucraina, rende ogni cambiamento nella politica estera italiana riguardo a Palestina e Israele simile a un atto di autolesionismo.

Almeno per il momento il gas arabo è per l’Italia molto più importante di quello che potrebbe offrire Netanyahu. Secondo quanto riferito da “BNE Intellinews” il nuovo accordo tra Roma e Algeri garantirà all’Italia 9 miliardi di m3 di gas, oltre alle forniture che già passano per il gasdotto TransMed. Questa infrastruttura vitale connette l’Algeria all’Italia attraverso la Sicilia che, a sua volta, utilizza gasdotti sotto il mar Mediterraneo. “L’espansione di questi percorsi vitali è già stata programmata, al fine di aumentare l’attuale capacità di 33,5 miliardi di m3 all’anno”, aggiunge il sito web di notizie economiche.

Benché sia una figura politica di estrema destra senza una particolare vicinanza o rispetto per le regole stabilite a livello internazionale, Meloni comprende che gli interessi economici prevalgono sull’ideologia. “Oggi l’Algeria è il nostro primo fornitore di gas,” ha affermato Meloni in una conferenza stampa ad Algeri dopo aver firmato l’accordo. Il contratto, ha detto, fornirà al Paese “un mix di energia che difenderà l’Italia dall’attuale crisi energetica.”

Un simile fatto renderebbe impossibile per l’Italia allontanarsi, almeno per ora, dalla sua attuale posizione riguardo a Gerusalemme e all’illegale occupazione israeliana della Palestina. Mentre sarà difficile per Israele convincere l’Italia a cambiare posizione, Algeria, Tunisia e altri Paesi arabi potrebbero alla fine trovare un varco per scoraggiare l’Italia dal suo cieco appoggio a Israele.

Romana Rubeo è una giornalista italiana e caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli appaiono su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo, co-curato con Ilan Pappé, è La nostra visione per la liberazione: parlano i leader e gli intellettuali palestinesi impegnati. Fra gli altri libri My Father was a Freedom Fighter [Mio padre era un combattente per la libertà] e The Last Earth [L’ultima terra]. Baroud è Senior Research Fellow non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Le forze israeliane uccidono un giovane palestinese vicino a Ramallah

Redazione di Palestine Chronicle

18 marzo 2023 – Palestine Chronicle

L’agenzia ufficiale di notizie WAFA ha informato che venerdì notte un giovane palestinese è stato ucciso dalle forze di occupazione israeliane all’ingresso nord della città di Ramallah nella Cisgiordania occupata.

Il ministero della Sanità palestinese ha affermato in una dichiarazione che il giovane, identificato come il ventitreenne Yazan Omar Khasib, è stato colpito da soldati israeliani al posto di controllo militare all’ingresso di Ramallah.

Khasib è stato arrestato in condizioni critiche dai soldati israeliani, ed è stato dichiarato deceduto a causa delle ferite pochi minuti dopo.

All’ambulanza e al personale medico palestinesi è stato negato dall’esercito israeliano l’accesso alla area in cui il giovane è stato ferito.

In seguito alla sparatoria l’esercito israeliano ha chiuso il posto di controllo al traffico palestinese.

L’ultimo crimine israeliano porta a 89 il numero di palestinesi uccisi dalle forze di occupazione israeliane dall’inizio dell’anno, tra cui 17 minorenni e una donna anziana.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)