Perché Israele demolisce: Khan Al-Ahmar come rappresentazione di un genocidio più vasto

 Ramzy Baroud

19 settembre 2018, Palestine Chronicle

Come avvoltoi, i soldati israeliani sono calati su Khan Al-Ahmar il 14 settembre, ricreando una scena sinistra con la quale gli abitanti di questo piccolo villaggio palestinese, situato a est di Gerusalemme, sono fin troppo familiari.

La posizione strategica di Khan Al-Ahmar fa sì che la storia che sta alle spalle dell’imminente demolizione israeliana del pacifico villaggio sia unica fra le distruzioni di case e vite palestinesi in tutta Gaza assediata e nella Cisgiordania occupata.

Nel corso degli anni, Khan Al-Ahmar, una volta parte di un vasto e continuo paesaggio palestinese, è risultato sempre più isolato. Decenni di colonizzazione israeliana di Gerusalemme Est e della Cisgiordania hanno lasciato Khan Al-Ahmar intrappolato tra massicci progetti coloniali israeliani in grande espansione: tra gli altri Ma’ale Adumim e Kfar Adumin.

Lo sfortunato villaggio, l’adiacente scuola e i suoi 173 residenti sono l’ultimo ostacolo al progetto ‘E1 Zone’, un piano israeliano che mira a collegare le colonie ebraiche illegali della Gerusalemme Est occupata con Gerusalemme Ovest, tagliando così del tutto fuori Gerusalemme Est dalle adiacenti aree palestinesi in Cisgiordania.

Come il villaggio di Al-Araqib nel Neqab (Negev), demolito da Israele e ricostruito 133 volte dai suoi residenti, gli abitanti di Khan Al-Ahmar stanno affrontando soldati armati e bulldozer militari a petto nudo e con tutta la solidarietà locale e internazionale che possono ottenere.

Tuttavia, nonostante le circostanze particolari e il contesto storico unico di Khan Al-Ahmar, la storia di questo villaggio non è che un capitolo nella lunga narrativa di una tragedia che si è protratta nel corso di settanta anni.

Sarebbe un errore parlare della distruzione di Khan Al-Ahmar o di qualsiasi altro villaggio palestinese al di fuori del più ampio contesto di demolizione che è al cuore della particolare specie di colonialismo di insediamento israeliano.

È vero che altre potenze coloniali usarono la distruzione di case e proprietà e l’esilio di intere comunità come tattica per soggiogare le popolazioni ribelli. Il governo del mandato britannico in Palestina usò la demolizione delle case come tattica di “deterrenza” contro i palestinesi che osarono ribellarsi all’ingiustizia durante gli anni ’20, ’30 e ’40, fino a quando Israele lo rimpiazzò nel 1948.

La strategia israeliana è ben più complicata di una semplice “deterrenza”. Ormai è inciso nella psiche israeliana che la Palestina debba essere distrutta perché Israele possa esistere. Pertanto, Israele sta conducendo una campagna apparentemente infinita per cancellare tutto ciò che c’è di palestinese perché, dal punto di vista israeliano, rappresenta una minaccia esistenziale.

Questo è l’esatto motivo per cui Israele vede la naturale crescita demografica palestinese come una “minaccia esistenziale” per l’ “identità ebraica” di Israele.

La cosa può essere giustificata solo da un grado irrazionale di odio e paura accumulatisi attraverso le generazioni, al punto da rappresentare ora una psicosi collettiva degli israeliani che i palestinesi continuano a pagare a caro prezzo.

La ricorrente distruzione di Gaza è sintomatica di questa psicosi israeliana.

Israele è un “paese che quando spari ai suoi cittadini, risponde con ferocia – e questa è una buona cosa”, è stata la spiegazione ufficiale offerta da Tzipi Livni, il ministro degli Esteri israeliano nel gennaio 2009, per giustificare la guerra del suo paese alla Striscia di Gaza già bloccata. La strategia “feroce” di Israele ha portato alla distruzione di 22.000 case, scuole e altre strutture durante una delle più letali guerre di Israele nella Striscia.

Alcuni anni dopo, nell’estate del 2014, Israele è diventato di nuovo “feroce”, portando a distruzioni e perdita di vite umane ancora maggiori.

La massiccia demolizione israeliana di case palestinesi a Gaza e in ogni altro luogo è iniziata decenni prima di Hamas. Non ha nulla a che fare con i metodi di resistenza che i palestinesi usano nella loro lotta contro Israele. La demolizione israeliana della Palestina, che si tratti di strutture fisiche reali o dell’idea, della storia, della narrativa e persino dei nomi delle strade, è una decisione in tutto e per tutto profondamente israeliana.

Una rapida analisi degli eventi storici dimostra che Israele ha demolito case e comunità palestinesi in diversi contesti politici e storici, in cui la “sicurezza” di Israele non era affatto in gioco.

Circa 600 città, villaggi e luoghi palestinesi sono stati distrutti tra il 1947 e il 1948 e circa 800.000 palestinesi sono stati esiliati per far spazio alla creazione di Israele.

Secondo il Land Research Centre (LRC), Israele aveva già distrutto 5.000 case palestinesi a Gerusalemme quando occupò la città nel 1967, portando all’esilio permanente circa 70.000 persone. Insieme al fatto che quasi 200.000 gerosolimitani furono cacciati durante la Nakba, la Catastrofe del 1948, e alla lenta e continua pulizia etnica, la Città Santa è stata costantemente distrutta fin dalla fondazione di Israele.

In effetti, tra il 2000 e il 2017 oltre 1.700 case palestinesi sono state demolite, spostando circa 10.000 persone. Questa non è una politica di “deterrenza” ma di cancellazione – lo sradicamento della stessa cultura palestinese.

Gaza e Gerusalemme non sono nemmeno esempi unici. Secondo il rapporto dello scorso dicembre del comitato israeliano contro le demolizioni di case (ICAHD), dal 1967 “sono state demolite circa 50.000 case e strutture palestinesi, espellendo centinaia di migliaia di palestinesi e incidendo sui mezzi di sostentamento di migliaia di altri”.

Mettendo insieme la distruzione dei villaggi palestinesi con la creazione di Israele e la demolizione di case palestinesi all’interno dello stesso Israele, l’ICAHD computa il numero totale di case distrutte dal 1948 a oltre 100.000.

Di fatto, come riconosce il gruppo stesso, questa stima è piuttosto prudente. Certo che lo è! Solo a Gaza e negli ultimi dieci anni, in cui abbiamo assistito a tre importanti guerre israeliane, sarebbero state distrutte circa 50.000 case e strutture.

Quindi, perché Israele distrugge implacabilmente, impunemente e senza rimorsi?

Per la stessa ragione per cui ha approvato delle leggi per cambiare i nomi storici delle strade dall’arabo all’ebraico. Per lo stesso motivo, ha recentemente approvato la legge razziale dello stato nazione, glorificando tutto ciò che è ebraico e ignorando e declassando completamente l’esistenza degli indigeni palestinesi, la loro lingua e la loro cultura – che risalgono a millenni.

Israele demolisce, distrugge e riduce in polvere perché, nella mentalità razzista dei governanti israeliani, non ci può essere spazio tra il Mare e il Fiume se non per gli ebrei; i palestinesi – oppressi, colonizzati e disumanizzati – non fanno minimamente parte dei calcoli spietati di Israele.

Non è solo questione di Khan Al-Ahmar. Si tratta della stessa sopravvivenza del popolo palestinese, minacciato da uno stato razzista che è stato autorizzato a “essere feroce” per 70 anni, senza controllo e senza ripercussioni.

– Ramzy Baroud è giornalista, autore e editore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra). Baroud ha conseguito il dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli Studi Globali e Internazionali, Università della California a Santa Barbara. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net.

(trad. di Luciana Galliano)

 

 




L’assedio israeliano a Gaza sta impedendo la consegna di 50 romanzi inviati a una biblioteca pubblica

Nada Elia

Mondoweiss 18 Dicembre 2017

Dovrebbe essere obbligatorio per i giornalisti occidentali leggere esempi della banalità del male israeliano, le indignazioni quotidiane che i palestinesi sopportano durante i periodi descritti dai media tradizionali come di “relativa calma”.

“Relativa calma”, per i giornalisti occidentali mainstream, è quando gli ebrei-israeliani non sono disturbati dalla resistenza palestinese alle violazioni dei diritti umani da parte di Israele. È in questi periodi di cosiddetta “calma” che Israele espande le sue colonie illegali, continua la pulizia etnica iniziata nel 1948 e concepisce nuove leggi che privano di diritti la popolazione indigena, favorendo così il sistema di apartheid che ora Israele abbraccia apertamente, niente che faccia ufficialmente notizia.

Per i quasi due milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza, dove il blocco imposto da Israele è giunto al decimo anno, questo articolo vorrebbe ricordare come i bambini continuano a studiare a lume di candela, i giovani a fare la doccia fredda perché non c’è acqua calda, le acque reflue non trattate a invadere le strade, le medicine salva-vita a mancare e i generatori a funzionare ventidue ore al giorno negli ospedali, mentre medici e personale medico sopraffatti cercano di salvare la vita di bambini nati pre-termine a causa dell’anemia della madre, un risultato della “dieta di sussistenza” imposta da Israele.

Questo articolo vorrebbe parlare dei soldati israeliani che sparano ai pescatori che cercano di guadagnarsi da vivere nelle proprie acque costiere e nominare le decine di migliaia di persone a cui viene negato il permesso di lasciare la prigione di Gaza, perché Israele ha posto un limite severo ai casi “umanitari” a cui è concesso di fuggire. Questo articolo non vorrebbe includere l’assassinio extragiudiziale di un doppio amputato in sedia a rotelle, o la demolizione dei tunnel attraverso i quali sono fatti passare di contrabbando elementi essenziali salvavita – tunnel non dissimili da quelli che consentivano agli ebrei europei di sopravvivere all’assedio del ghetto di Varsavia.

Una recente manifestazione della banalità del male è lo svuotamento delle biblioteche pubbliche nella Striscia di Gaza, qualcosa a cui Mosab Abu Toha si è dato come impegno di rimediare. Alla giovane età di 25 anni, l’insegnante di lingua inglese ha fondato la “Biblioteca pubblica Edward Said” a Gaza, una piccola e modesta biblioteca che spera fornirà agli abitanti della Striscia una finestra sul mondo attraverso la letteratura, principalmente in inglese. Ha detto che l’idea gli è venuta nel 2014, quando il dipartimento inglese della sua università, l’Università Islamica di Gaza, è stato colpito da un missile israeliano durante l’operazione Cast Lead. Ha lanciato una raccolta di fondi e ha ricevuto $15.000 in donazioni in un mese, cosa che gli ha permesso di affittare un piccolo spazio, costruire alcuni scaffali e inizialmente rifornirli con i suoi libri. Con il leggerissimo calo delle restrizioni su ciò che può entrare nella striscia di Gaza continuamente bloccata, alcune persone (tra cui Noam Chomsky e Katha Pollitt) hanno inviato libri ad Abu Toha, ma la consegna dei pacchi è ancora inaffidabile.

Più di recente, un donatore del Canada ha inviato una cassa di 50 romanzi alla biblioteca, per la quale hanno pagato $ 1200 a FedEx come spese di consegna. L’indirizzo a cui FedEx ha chiaramente accettato di consegnare, come evidente sull’etichetta di supporto, specifica Gaza come destinazione finale. FedEx subappalta a una compagnia palestinese, Wassel, ma quando Abu Toha ha chiesto informazioni sullo stato dei libri, Wassel lo ha informato che non effettua consegne a Gaza. Inoltre, a causa delle dimensioni della donazione, i libri sono considerati beni tassabili e ora sono trattenuti nella dogana israeliana. “Il mio amico ha pagato $1200 USD per spedire i libri al mio indirizzo e ora [vogliono] addebitarmi circa $700 USD come tasse sulle merci. I libri erano una donazione. Li ha comprati per $600 USD.”

Nel frattempo, FedEx Canada ha informato Abu Toha che, a meno che non paghi i $700 in tasse, i libri saranno distrutti. Ma anche se pagasse la tassa di $700, Abu Toha avrebbe comunque bisogno di andare in Cisgiordania e riportare i libri a Gaza di persona, cosa che ovviamente non può fare, a causa del blocco. Un’altra opzione sarebbe che il donatore canadese paghi per farli rispedire indietro. “Se il mio amico non coprirà il costo della restituzione dei libri, distruggeranno il pacco”, mi ha scritto Abu Toha. (FedEx Canada può essere contattato qui, e spinto a non distruggere i libri, avendo il donatore pagato oltre $1200 per consegnarli).

Abu Toha ha un sogno, una visione ed è determinato ad andare avanti. Il suo caso è uno tra milioni, letteralmente, di palestinesi che trovano ogni aspetto della loro vita quotidiana avvelenato da Israele. A livello più ampio, dobbiamo fare pressioni sul governo israeliano per porre fine alla sua occupazione e al regime di apartheid. Il modo migliore per farlo è attraverso il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), che ha cambiato la narrazione sul sionismo, mostrandolo per l’ideologia violenta e razzista che è. Questo cambiamento del discorso sta finalmente cominciando ad avere un impatto sulla politica, dato che ora abbiamo politici statunitensi che sostengono un disegno di legge che protegge i diritti dei bambini palestinesi – una svolta nell’impenetrabile scudo sionista. Nel frattempo, a livello più piccolo, possiamo sostenere la Biblioteca Edward Said facendo pressione su FedEx, o donando alla biblioteca (il sito web ha una lista dei desideri). Alcuni dei titoli che Abu Toha spera di ricevere includono “Go Tell It on the Mountain” di James Baldwin e l’opera di Toni Morrison, ma la biblioteca ha bisogno anche di più scaffali, più computer e vorrebbe potersi permettere uno spazio più ampio.

Ma per ora, il messaggio di Abu Toha è “per favore salvate i 50 libri”.

(Traduzione di Angelo Stefanini)




Il Randello della Democrazia

Recensione del libro Il Muro della Hasbara’. Il giornalismo embedded de “La Stampa” in Palestina, di Amedeo Rossi, Zambon Editore, Ottobre 2017.

Angelo Stefanini, 9 dicembre 2017.

Chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato”. È lo slogan che sintetizza perfettamente il meccanismo psicologico di controllo della realtà che nella neo-lingua coniata da George Orwell viene chiamato “bi-pensiero”.

Nel mondo distopico descritto nel romanzo 1984, il Partito del Grande Fratello può contare su di una popolazione ciecamente fiduciosa nei dettami del Partito grazie al suo totale controllo sul passato. Tale controllo è talmente assoluto da potere dichiarare che un determinato avvenimento non sia mai successo: nel momento in cui tutti i documenti circolanti riportano la medesima storia imposta dal Partito, allora “la menzogna diventa verità e passa alla storia“.

Nella realtà attuale le cose non vanno in modo molto diverso. Edward Bernays, conosciuto come il “padre delle pubbliche relazioni” (PR), l’inventore della propaganda a fini commerciali e politici, parlava di un “governo invisibile” che è il vero potere dominante del mondo reale: si riferiva al giornalismo, ai media. “Per una democrazia,” sostiene il celebre teorico della comunicazione Noam Chomsky, “la propaganda è quello che è il randello per uno stato totalitario“.i

Più comunemente, le notizie che ci raggiungono quotidianamente attraverso i media esercitano un’influenza potente sulla nostra percezione, dicendoci quali eventi siano importanti e modellando la nostra comprensione dei problemi. Per questo motivo, il controllo delle immagini e delle parole usate per raccontare le guerre moderne, in particolare il conflitto israelo-palestinese, è diventato un elemento essenziale. Che per Israele tale controllo sia decisivo l’ha ammesso candidamente l’ex Console Generale di Israele a New York, Alon Pinks: “Siamo attualmente in conflitto con i palestinesi e impegnarsi in una campagna di pubbliche relazioni di successo è una componente della vittoria in quel conflitto“.ii

Dopo il disastro d’immagine che fece seguito al massacro di Sabra e Shatila in Libano nel 1982, Israele decise di creare una struttura istituzionale permanente per condizionare come il mondo vede il Medio Oriente. Nacque così il Progetto Hasbara’ (ebraico per “spiegazione”) che la rivista indipendente israeliana online +972 Magazine definisce come “una forma di propaganda rivolta a un pubblico internazionale… allo scopo di influenzare il discorso in un modo che raffiguri positivamente l’operato e le politiche israeliane, comprese le azioni intraprese da Israele nel passato. Spesso, ne risulta anche un ritratto negativo degli arabi e in particolare dei palestinesi.iii

Un modo di “influenzare” il discorso può essere, per esempio, attraverso uffici stampa talmente efficaci a diffondere i loro comunicati che un giornalista potrebbe rimanere seduto a scrivere articoli nel proprio ufficio a New York o a Roma senza dover sprecare tempo o energia immergendosi nella pericolosa realtà. Oppure, per contrastare le critiche, utilizzare schiere di “guardiani” che tengano sott’occhio e facciano pressione su giornalisti e mezzi di comunicazione.

Il tutto diventa così contorto nel panorama del conflitto israelo-palestinese che la mancanza d’informazione, l’assenza d’immagini, la scarsità di analisi, il vuoto di voci che descrivano l’esperienza dei palestinesi sotto occupazione è talmente vasto che la gente non ha nemmeno l’idea che da cinquanta anni in quelle terre si stia consumando la profonda ingiustizia di una crudele occupazione militare e una progressiva colonizzazione condannate più volte dalla comunità internazionale.

È di tutto questo che tratta il libro di Amedeo Rossi. Militante per la causa palestinese, l’autore collabora con un gruppo che si dedica alla traduzione in italiano di articoli di giornali pubblicati in Israele o su mezzi d’informazione palestinesi, che poi sono inseriti nel sito Zeitun.info. Da questa sua esperienza è nato il libro Il muro della Hasbarà. Il giornalismo embedded de «La Stampa» in Palestina. Sulla scia di lavori fondamentali come quelli di Noam Chomskyiv o di Greg Philov, Rossi si propone di “analizzare i meccanismi attraverso i quali il discorso filo-israeliano viene trasmesso ai lettori” cercando “forme di controinformazione e di denuncia che aiutino a smascherare l’operazione di fiancheggiamento”, insomma gli effetti dell’hasbara’. E lo fa in modo eccellente utilizzando come caso di studio il quotidiano “La Stampa”.

Il libro prende di mira più in generale quella che nella Prefazione Moni Ovadia definisce con l’ossimoro di “libera stampa embedded”, la stampa che vuole apparire rispettabile pilastro dell’establishment presentandosi come oggettiva, equidistante e asettica. È ciò che il famoso inviato di guerra John Pilger in modo beffardo descrive come “professional journalism”. Proprio quello che Amedeo Rossi espressamente dichiara NON essere la sua ricerca, affermando: “chi scrive è schierato dalla parte dei palestinesi”. “Il pericolo per i media “, chiarisce con una delle numerose citazioni di Jerome Bourdon, storico della comunicazione dell’università di Tel Aviv, “non è quello di fare delle scelte, ma di negare che le fanno”.

Tra la Prefazione e la Post-fazione scorrono l’Introduzione e cinque capitoli. Nei primi tre l’autore prende in esame in ordine cronologico l’operazione “Piombo fuso” (cap.1), l’attacco alla Freedom Flottilla e il massacro sulla nave Mavi Marmora (cap.2) e l’operazione “Margine protettivo” (cap.3). Il corposo cap.4, che occupa circa la metà dell’intero libro, è dedicato all’analisi de “Il conflitto a bassa intensità”. Gli innumerevoli e dettagliati esempi citati lungo tutto il percorso di analisi degli articoli del quotidiano trovano una sintesi conclusiva nel cap.5 che documenta in modo impeccabile come “a dispetto di ogni verosimiglianza, la versione fornita dai portavoce ufficiali israeliani viene costantemente riportata dai mass media”, soprattutto quelli italiani a cominciare da La Stampa.

Ciò che questo lavoro esemplare aiuta a svelare è l’importanza di cogliere non solo cosa c’è nella storia, ma, soprattutto, quello che non c’è. In questo senso l’assenza di un’informazione è vitale tanto quanto la sua presenza in termini di come le persone danno un significato alla storia stessa. Il contesto è tutto. Il contesto che spesso manca nel racconto della “libera stampa embedded” è che la rivolta palestinese è il risultato di 50 anni di brutale occupazione e di 70 anni di continua Nakba (“catastrofe”) palestinese. Quando questi fatti non sono presenti nella storia, ci mette in guardia Amedeo Rossi, allora la notizia in realtà non ha alcun senso e nasconde una situazione inaccettabile. Questo è il motivo per cui la maggior parte degli occidentali non ha la minima idea di quale sia la storia e la realtà del conflitto.

Con questo coraggioso ed elegante lavoro di ricerca l’autore ci offre, in questi tristi momenti della vita dei palestinesi, una lettura indispensabile per comprendere come sia possibile che uno Stato che continua a violare il diritto internazionale, ignorando con arroganza decine di risoluzioni di condanna delle Nazioni Unite, possa essere dalla maggioranza dell’opinione pubblica ancora considerato il bastione della democrazia nel Medio Oriente, ed essere servilmente celebrato con l’offerta di ospitare l’inizio del Giro ciclistico d’Italia.

Un consiglio di ordine “tipografico” per la prossima edizione: arricchire l’Indice con i titoli delle sezioni e sotto-sezioni dei vari capitoli. Sarebbe un importante aiuto al lettore per avere davanti a se’, in un’unica pagina, il percorso analitico che compone la “disamina concreta, puntigliosa, certosina, inattaccabile”vi condotta al quotidiano La Stampa. Che ne esce nudo e disonorato per la… oggettività perduta.

ii “Peace, Propaganda & The Promised Land: Occupied Palestine”. https://bennorton.com/peace-propaganda-the-promised-land-occupied-palestine/

iii “Hasbara: Why does the world fail to understand us?” https://972mag.com/hasbara-why-does-the-world-fail-to-understand-us/27551/

iv Noam Chomsky & Edward S. Herman, La fabbrica del consenso. Ovvero la politica dei mass media. Il Saggiatore, 2014.

v Greg Philo and Mike Berry, Bad News From Israel, Glasgow University Media Group, 2004. Greg Philo and Mike Berry, More Bad News From Israel, Glasgow University Media Group 2013.

vi Nella Post-fazione di Ugo Giannangeli, p.367.




Chi è favorevole a un massacro a Gaza?

Gideon Levy, 15 giugno 2017, Haaretz

Un’altra ora senza elettricità a Gaza e verrà dato il segnale: razzi Qassam. Ancora una volta Israele sarà la vittima ed il massacro avrà inizio.

Israele e Gaza non sono di fronte ad un’altra guerra, né stanno gridando ad un’altra “operazione” o “attacco”. Questa mistificante terminologia ha lo scopo di fuorviare e banalizzare ciò che rimane della coscienza.

Ciò che è in questione ora è il rischio di un altro massacro nella Striscia di Gaza. Sotto controllo, misurato, non troppo massiccio, ma pur sempre un massacro. Quando dirigenti, politici e commentatori israeliani parlano di “prossimo round”, stanno parlando del prossimo massacro.

Non si farà una guerra a Gaza perché là non c’è nessuno che possa combattere contro uno degli eserciti più potentemente armati del mondo, anche se in televisione il commentatore sulle questioni militari Alon Ben David dice che Hamas può mettere in campo quattro divisioni. Non ci sarà neppure alcuna prodezza (israeliana) a Gaza, perché non vi è niente di eroico nell’attaccare una popolazione indifesa. Ed ovviamente non ci sarà moralità o giustizia a Gaza, perché non c’è moralità o giustizia nell’attaccare una gabbia chiusa piena di prigionieri che non hanno nemmeno dove fuggire, se potessero.

Allora chiamiamo le cose con il loro nome: questo è un massacro. E’ di questo che si parla adesso in Israele. Chi è per un massacro e chi è contrario? Sarà un bene per Israele? Contribuirà alla sua sicurezza ed ai suoi interessi o no? Abbatterà il governo di Hamas o no? Sarà vantaggioso per la “base” del Likud o no? Israele ha un’alternativa? Ovviamente no. Qualunque attacco a Gaza finirà in un massacro. Nulla può giustificarlo, perché un massacro non può essere giustificato. Perciò dobbiamo domandarci: siamo a favore o contro un altro massacro a Gaza?

I piloti stanno già scaldando i motori in pista, altrettanto pronti sono gli artiglieri e le soldatesse che brandiscono i comandi a distanza. Un’altra ora senza elettricità a Gaza e verrà dato il segnale: razzi Qassam. Ancora una volta Israele sarà la vittima, e milioni di israeliani torneranno nei rifugi. Siamo usciti da Gaza e guardate che cosa abbiamo ottenuto. Oh, Hamas, il più crudele di tutti, che ama la guerra.

Quale altro modo ha Gaza per ricordare al mondo la propria esistenza e la sua sofferenza disumana, se non i razzi Qassam? Sono stati tranquilli per tre anni e adesso sono i soggetti della ricerca coordinata di Israele e dell’Autorità Nazionale Palestinese: un grande esperimento sugli esseri umani. Un’ora di elettricità è sufficiente per l’esistenza umana? Forse lo sono 10 minuti? E che cosa accade agli umani del tutto senza elettricità? L’esperimento è al suo culmine, gli scienziati trattengono il respiro. Quando cadrà il primo razzo? Quando seguirà il massacro?

Sarà più tremendo dei due precedenti, perché la storia insegna che ogni “operazione” israeliana a Gaza è peggiore della precedente. Confrontiamo l’ “Operazione Piombo Fuso” (a fine 2009), con 1300 morti palestinesi, 430 dei quali bambini e 111 donne, con l’ “Operazione Margine Protettivo” (estate 2014), con 2.200 morti, 366 dei quali bambini, di cui 180 neonati e 247 donne. Complimenti per il progresso e l’aumento del numero di bambini uccisi. La nostra forza aumenta da un’operazione all’altra. Avigdor Lieberman ha promesso che questa volta si avrà la vittoria decisiva. In altre parole, questa volta il massacro sarà più tremendo di tutti i precedenti, se è mai possibile prendere sul serio qualunque cosa dica questo ministro della Difesa.

Non è il caso di dilungarsi sulle sofferenze di Gaza, comunque non interessano a nessuno. Per gli israeliani Gaza era ed è un covo di terroristi. Non ci sono persone come loro laggiù. Queste sono le menzogne che diciamo su Gaza. Là l’occupazione è finita, ha ha ha. Tutti i suoi abitanti sono assassini. Costruiscono tunnel per il terrorismo invece di inaugurare impianti ad alta tecnologia. No, davvero, come mai Hamas non ha sviluppato Gaza? Come osano? Come hanno potuto non impiantare un’industria sotto assedio, non sviluppare l’agricoltura in prigione e l’alta tecnologia in una gabbia?

Ed un’altra bugia che diciamo su Gaza – abbatteremo il governo di Hamas. Non è possibile e inoltre Israele non lo vuole veramente.

I numeri dei morti appaiono sistematicamente sui nostri schermi, senza significato per nessuno. Centinaia di bambini morti, chi può concepire una cosa simile? L’assedio non è un assedio e nemmeno il pensiero di un’ora di blocco dell’elettricità a Tel Aviv nel caldo asfissiante dell’estate provocherebbe un briciolo di empatia verso coloro che vivono quasi del tutto senza elettricità, ad un’ora di distanza da Tel Aviv.

Quindi continuiamo ad occuparci dei fatti nostri – la parata del gay pride, le agevolazioni edilizie per le giovani famiglie, l’insegnante pedofilo. E quando cade un razzo Qassam faremo finta di stupirci e, per la nostra sacra auto-vittimizzazione, i bravi piloti decolleranno all’alba, verso il prossimo massacro.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)