Perché l’ONU ha partecipato ad una conferenza israeliana con un simpatizzante del nazismo?

 

Maureen Clare Murphy -14 September 2017, Electronic Intifada

Che cosa ci faceva il coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente in una conferenza sull’antiterrorismo insieme a sostenitori del genocidio e ideologi di destra che vedono il mondo come un conflitto tra la civiltà giudaico-cristiana e i suoi nemici?

Di per sé la presenza di Nickolay Mladenov alla conferenza annuale dell’Istituto Internazionale per l’Antiterrorismo ad Herzliya [sede di un’università privata che ha stretti rapporti con i servizi di sicurezza e l’esercito israeliani, ndt.] è sconvolgente, così come le sue affermazioni come oratore principale.
 
Durante una parte improvvisata prima di esporre le sue osservazioni scritte, Mladenov ha affermato che in futuro l’Europa, come Israele, dovrà sempre più discutere dell’“equilibrio tra diritti umani individuali e sicurezza, tra lo Stato e l’individuo e tra quello che si può e si deve fare e quello che non si può e non si deve fare, in base alle leggi dello Stato e al diritto internazionale nella lotta contro il terrorismo.”
 
Che i diritti non si possano negoziare, ma siano da “bilanciare”, è una strana nozione da suggerire da parte di un importante funzionario dell’ONU.
 
Il discorso di Mladenov è stato esposto alla presenza della ministra della Giustizia israeliana, Ayelet Shaked, che a suo tempo ha promosso un appello genocida a favore del massacro delle madri palestinesi “che fanno nascere piccoli serpenti.”
Ha condiviso questo appello sulla sua pagina Facebook nel 2014, poco prima dell’attacco israeliano contro Gaza che ha ucciso più di uno ogni 1.000 palestinesi che vivono lì.
 
Diritti individuali versus sionismo
 
Shaked più di recente ha denigrato il sistema giudiziario che lei stessa dirige, per quello che ha definito il suo rispetto dei diritti umani a spese del sionismo, l’ideologia dello Stato di Israele.
 
Il sionismo non può continuare, e, lo affermo in questa sede, non continuerà ad inchinarsi al sistema dei diritti individuali intesi in modo universalistico che li separa dalla storia della Knesset (il parlamento israeliano) e dalla storia del diritto che tutti noi conosciamo,“ ha dichiarato Shaked.
 
Ha descritto la cosiddetta “Legge sullo Stato-Nazione” di Israele – che impone all’Alta Corte israeliana di favorire il “carattere ebraico” dello Stato rispetto a quello “democratico” – come una “rivoluzione morale e politica.”
E’ stato in presenza di estremisti etnocratici come Shaked, che rifiutano il concetto di diritti universali, che Mladenov ha affermato che “resistere fermamente contro il terrorismo deve essere parte integrante di ogni processo di pace,” e che “dobbiamo opporci al terrorismo ogniqualvolta e ovunque si manifesti.”
 
Uno dei co-relatori di Mladenov alla conferenza è stato Gilad Erdan, ministro israeliano degli Affari Strategici che supervisiona un programma di “attività segrete” per combattere il movimento non violento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) in appoggio ai diritti dei palestinesi.
 
Secondo un importante analista israeliano, queste attività possono riguardare “campagne diffamatorie, persecuzione e minacce alla vita degli attivisti” così come “infrangere e violare la loro privacy.”
 
Minacce contro i difensori dei diritti umani
 
Erdan ha promesso che gli attivisti del BDS “sapranno che pagheranno un prezzo per questo,” minacciando esplicitamente il difensore dei diritti umani e co-fondatore del movimento BDS Omar Barghouti.
Erdan ha anche dichiarato che “ogni terrorista dovrebbe sapere che non sopravviverà agli attacchi che sta per perpetrare,” una politica di “sparare a vista” messa in atto contro decine di presunti assalitori palestinesi, compresi bambini, che corrisponde di fatto ad una sentenza di morte – nonostante il bando alla pena capitale in Israele.
 
Mladenov concorda con la politica israeliana secondo cui il “bilanciamento” tra diritti individuali e sicurezza necessita di un compromesso persino riguardo al diritto alla vita di un individuo?
 
In ogni caso sembra che Mladenov pensi che i palestinesi non abbiano il diritto all’autodifesa o alla resistenza.
 
Durante il suo discorso si è vantato di un rapporto redatto lo scorso anno dal cosiddetto “Quartetto per la Pace in Medio Oriente” (cioè l’ONU, l’UE, gli USA e la Russia) che identifica “l’incremento della militanza” da parte di gruppi palestinesi e, con le parole di Mladenov, “quello che sta succedendo a Gaza”, come un ostacolo alla pace.
 
Le sue osservazioni fanno eco alla posizione presa dal suo collega Robert Piper, il capo coordinatore delle questioni umanitarie dell’ONU in Palestina. L’ufficio di Piper quest’anno ha pubblicato un rapporto segnalando l’allineamento dell’organizzazione mondiale con Israele ed i suoi sostenitori internazionali nello spingere per la resa totale di Gaza.
 
Quel rapporto reputa illegittimo il governo di Hamas lì – nonostante la vittoria del partito nelle ultime elezioni legislative palestinesi – a causa del suo rifiuto di ottemperare alla richiesta del Quartetto di “riconoscere il diritto di Israele ad esistere e di rinunciare alla violenza.” Una richiesta simile di rinunciare alla violenza e di riconoscere il diritto all’esistenza dei palestinesi non è stata fatta ad Israele .
 
 
Resistenza al terrorismo di Stato
 
Alla conferenza di Herzliya Mladenov ha detto che Israele ha “convissuto per decenni con il terrorismo”, ma non ha ricordato che lo Stato stesso [di Israele] è stato fondato sul terrorismo e sulla pulizia etnica.
 
Né ha riconosciuto che i palestinesi, come qualunque altro popolo occupato, hanno il diritto all’autodifesa – un diritto riconosciuto dalle leggi internazionali.
 
Ma l’antiterrorismo è il paradigma attraverso il quale Stati come gli USA ed Israele – utilizzando una violenza massiccia e indiscriminata contro civili, di cui non sono mai stati chiamati a rispondere – portano avanti i propri interessi egemonici.
 
Un’occupazione militare infinita e bellicosa consente inoltre ad Israele di vendere la sua esperienza “antiterroristica” e i suoi armamenti come “collaudati in battaglia” – sulla pelle dei palestinesi.
 
L’antiterrorismo è il ringhioso smalto del “marchio Israele” e sembra che l’ONU se lo sia comprato.
 
Durante il suo discorso Mladenov ha ricordato che il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha recentemente formato un ufficio per l’antiterrorismo – un impegno che ha comportato “approfondite discussioni” con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e con esponenti dell’esercito israeliano.
 
Mladenov ha solo accennato alla necessità di un orizzonte politico che conservi la speranza di un futuro migliore in Medio Oriente.
 
 “Sacrifici umani”
 
Non ha evocato uno scontro di civiltà come David Friedman, il curatore fallimentare [di un casinò di Trump, ndt.] e finanziatore delle colonie, che funge da inviato di Trump in Israele.
 
Durante il suo discorso alla conferenza Friedman ha ripetutamente fatto riferimento al “terrorismo islamista radicale.”
 
Friedman che, come Mladenov, ha espresso le proprie opinioni nell’anniversario degli attacchi dell’11 settembre negli USA, ha affermato: “Sappiamo che gli israeliani non solo condividono il nostro lutto di fronte al terrorismo, ma anche la nostra determinazione a colpire i terroristi islamici radicali ovunque siano e di garantire che le loro tattiche non diventino mai dei successi politici.”
 
Ha letto un elenco di attacchi condotti da palestinesi contro israeliani, e di telefonate di condoglianze che ha recentemente fatto alle famiglie di israeliani uccisi da aggressori palestinesi, compresi due poliziotti che, ha detto, sono stati accoltellati da “terroristi islamisti radicali” – confondendo i palestinesi che resistono all’occupazione militare israeliana con i combattenti dello Stato Islamico in Siria. Friedman ha sostenuto che gli israeliani non sono i soli nella regione a soffrire in conseguenza del terrorismo, ma non si riferiva ai palestinesi uccisi dalle forze di occupazione israeliane.
 
Riprendendo l’ormai sfatato argomento secondo cui le scuole palestinesi insegnano “l’istigazione” [alla violenza contro gli israeliani, ndt.], Friedman ha affermato: “I ragazzi palestinesi che imparano a odiare gli ebrei invece di imparare matematica e scienze sono i sacrifici umani della causa dell’estremismo radicale.”
 
Non importa che le forze israeliane abbiano ucciso più di trenta bambini palestinesi nel 2016 – facendone così l’anno più sanguinoso per i bambini palestinesi in Cisgiordania da più di un decennio – ed ucciso decine di bambini nelle loro case a Gaza nell’estate del 2014.
 
La maggiore attenzione dei media nei confronti della conferenza sull’antiterrorismo a Herzliya ha riguardato la partecipazione di Sebastian Gorka, il consigliere di Donald Trump recentemente destituito e pseudo-intellettuale con legami con gruppi nazisti e violentemente anti-semiti in Europa.
 
Gorka ha ricevuto una calda accoglienza quando ha assicurato ad un pubblico che  ne ha condiviso il discorso che “America ed Israele sono Stati fondatori della civilizzazione giudaico-cristiana e insieme sfideremo i nostri comuni nemici.”
Che cosa ha a che vedere un inviato ONU per la pace con una simile compagnia?
 
(traduzione di Amedeo Rossi)
 



Le condanne dell’occupazione israeliana non sono sufficienti

Amira Hass

6 settembre 2017, Haaretz

Europei, le vostre denunce non sono considerate da Israele una priorità. Dovete adottare sanzioni che provochino danni.

Olanda, Belgio e Francia: non è sufficiente condannare solo a parole la politica di distruzione da parte di Israele, che danneggia impianti e edifici finanziati con il denaro dei vostri contribuenti. Va bene che siate arrabbiati, ma il ritmo con cui si accumula la vostra rabbia rimane ampiamente in ritardo rispetto alla velocità ed al ritmo pericoloso dei bulldozer dell’Amministrazione Civile (il governo militare dei territori palestinesi occupati, ndt.) in Cisgiordania e delle forze di difesa delle colonie.

Le condanne non vengono viste come una priorità. Dovete intraprendere azioni concrete. Sì, aperte e dichiarate sanzioni che hanno la possibilità di diventare più dure. Sanzioni che provochino danni. Potrebbe essere l’ultima opportunità per scuotere dalla sua indifferenza e criminale compiacenza l’israeliano medio, compresi uomini d’affari, turisti, studiosi, agricoltori e tifosi del calcio estero.

Smettete di aver paura del ricatto emotivo israeliano. Israele fa leva sulla memoria delle nostre famiglie assassinate in Europa per accelerare l’espulsione dei palestinesi dalla maggior parte del territorio della Cisgiordania alle enclave dell’Autorità Nazionale Palestinese. E’ questa l’intenzione che sta dietro a tutte le demolizioni, le confische e i divieti di costruzione, di pascolo e di irrigazione dei campi. Chiunque pianifica ed attua queste piccole, graduali espulsioni sta già pensando alla grande espulsione, verso la Giordania. E che cosa farete allora? Emetterete condanne ed invierete cisterne d’ acqua e tende a chi è stato espulso?

Il 24 agosto il ministro degli Esteri Didier Reynders ed il vice primo ministro e ministro della Cooperazione allo Sviluppo Alexander De Croo belgi hanno reso pubblica una condanna ufficiale della confisca delle roulotte che dovevano essere utilizzate per la scuola dal primo al quarto grado nel villaggio palestinese di Jubbet Adh-Dhib, e della confisca di pannelli solari per la scuola nell’accampamento beduino di Abu Nuwwar.

I belgi hanno sottolineato di essere tra coloro che hanno finanziato quelle strutture. “Il Belgio continuerà a lavorare insieme ai suoi partner, come in passato, per chiedere alle autorità israeliane di interrompere queste demolizioni”, recita il comunicato del ministero degli Esteri.

Uno dei partner è l’Olanda, il cui parlamento ha dedicato del tempo per discutere delle demolizioni israeliane, più di quanto abbia fatto la Knesset (il parlamento israeliano, ndtr.). Questo è ciò che i ministri del governo olandese hanno riferito il mese scorso ai membri del parlamento, relativamente alla confisca dei pannelli solari a Jubbet Adh-Dhib in giugno: il primo ministro Benjamin Netanyahu ha promesso in una lettera di restituire i pannelli solari all’Olanda. (Il portavoce dell’ufficio del primo ministro non ha né confermato né smentito l’informazione).

Dopo la confisca, il villaggio è stato condannato ad avere solo due ore di elettricità al giorno, prodotta da un generatore. Negli ultimi 20 anni il villaggio ha sottoposto almeno quattro richieste all’Amministrazione Civile per essere collegato alla rete elettrica e tutte sono state respinte. L’esperienza insegna che Israele non concede, o difficilmente lo fa, permessi di costruzione nell’area C (che copre circa il 60% della Cisgiordania, ed è sotto totale controllo israeliano). Il tentativo olandese di ottenere un permesso dall’Amministrazione Civile per un progetto, una prova del nove, non ha condotto a risultati positivi. In quanto forza occupante, ad Israele è vietato distruggere e confiscare le proprietà, tranne che in caso di necessità in tempo di guerra.

Anche la Francia ha annunciato orgogliosamente di essere stata partner nella costruzione umanitaria nell’area C e ad Abu Nuwwar. Anche la Francia ha condannato le ultime demolizioni ed ha chiesto che venissero restituite le strutture confiscate. In sei mesi Israele ha demolito 259 strutture palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme est, afferma il comunicato di condanna francese. Nello stesso periodo il governo israeliano ha approvato la costruzione di oltre 10.000 unità abitative nelle colonie – tre volte di più che in tutto l’anno scorso.

Quindi la distruzione delle comunità palestinesi, l’evacuazione della famiglia Shamasneh dalla sua casa a Gerusalemme e i piani del ministro della Difesa Avigdor Lieberman di demolire Sussia e Khan al-Akhmar sono l’altra faccia della medaglia della costruzione delle colonie.

E’ così che Israele attua un’espulsione graduale. In assenza di sanzioni, può tirare un profondo respiro di sollievo e la sua fiducia nella propria capacità di attuare il suo piano è salda. Chi meglio di voi, e soprattutto della vostra vicina Germania, sa a cosa conducono i piani di espulsione limitata, e quale mentalità criminale producono nella società che li progetta?
(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Solo i palestinesi possono cambiare la loro realtà

Amira Hass, 23 agosto 2017, Haaretz

I palestinesi sono dei prigionieri convinti di non potercela fare senza le donazioni dei loro carcerieri.

Cominciamo dalla fine: anche se i palestinesi avessero un’unica, unita, rispettata leadership che avesse una reputazione di integrità, ed anche se i suoi membri avessero eccellenti doti intellettuali, si dedicassero al loro popolo ed avessero capacità strategiche, sarebbe stato difficile per loro sfidare l’ attività di esproprio/acquisizione che Israele continua a rafforzare e intensificare. Difficile, ma possibile.

Ma non c’è un’unica leadership, ce ne sono parecchie, e litigano tra di loro anche quando appartengono allo stesso partito (Fatah), organizzazione (OLP) o contesto istituzionale (due governi). Non è colpa del Presidente palestinese Mahmoud Abbas, ma di un sistema e di un modus operandi di cui lui è al tempo stesso uno dei creatori ed uno dei risultati.

L’atteggiamento della popolazione verso la leadership è caratterizzato da sospetto, sdegno e disprezzo, insieme a paura. Le accuse più blande rivolte alla leadership di Ramallah parlano di mancanza di organizzazione, inefficienza e indolenza. Quelle più gravi riguardano la corruzione e l’attaccamento al potere per motivi personali e settari. Accuse simili sono lanciate in modo leggermente meno esplicito al governo ed alle Ong di Gaza.

A molti è chiaro che il quadro di riferimento di Oslo, che è scaduto nel 1999, era una trappola. I Paesi donatori a favore dei palestinesi continuano a sostenerlo per timore di un disastro umanitario ancor più grave, della perdita di controllo e perché sono incondizionatamente fedeli ad Israele. Le donazioni sono diminuite, ma restano una trappola. Implicano obbedienza e mantenimento della “calma”, o consentono solo una collera di bassa intensità. Ma i palestinesi sono dei prigionieri convinti di non potercela fare senza le donazioni dei loro carcerieri.

La testa gira ed il cuore duole, perché di fronte a loro c’è un nemico sofisticato, malvagio ed efficiente, che non ha confini.

Visivamente, l’immagine di una piovra potrebbe essere appropriata, ma vi sono due problemi nell’utilizzarla per raffigurare il regime israeliano. Uno è che ricorda le caricature antisemite, ma quello è il problema di un regime che imita le caricature. Il secondo è che Israele sfodera molto più di otto tentacoli, in quanto mette insieme diverse tradizioni di dominazione – occupazione militare, colonialismo (l’espulsione di un popolo dalla sua patria per insediare altri al suo posto) e apartheid (poiché l’espulsione non è del tutto riuscita, ne è seguita la separazione basata sull’ineguaglianza). Dovrebbe essere chiaro che questo si riferisce alla situazione su entrambi i lati della Linea Verde (linea di demarcazione tra Israele ed i Paesi arabi confinanti fino alla guerra del 1967, ndtr.). Israele ha avuto un’opportunità per cambiare nel 1993. Ha scelto di non coglierla.

Un’immagine più adeguata potrebbe essere quella di un computer che emette comandi in tutte le direzioni. Una volta programmato, non si ferma più. Spedisce squadre armate a irrompere nelle case della gente mentre dorme ed a confiscare denaro e proprietà; squadroni di distruzione a demolire asili, case e pozzi: squadre armate non ufficiali a scacciare pastori e contadini. Impiega anche ladri di terra – funzionari, progettisti, architetti e imprese di costruzione – che fanno in modo che i palestinesi soffochino nei loro centri abitati. Lo spazio è tutto per gli ebrei, dice il comando supremo. Il computer emette anche comandi mentali: ignora qualunque cosa dedicandoti in modo esclusivo all’eredità ebraica. Attraverso l’orgoglio per la nostra Nazione, che produce premi Nobel, elimina qualunque altra cosa come non importante. Declama la nostra sofferenza ed eroismo ad Auschwitz.

Contro gli efficienti e complessi apparati israeliani stanno i palestinesi, con una pletora di dirigenti in competizione, strategie in conflitto, ministri del governo che non si coordinano tra loro, un’informazione che non è di dominio pubblico e non è accurata, la faticosa duplicazione di istituzioni il cui lavoro si sovrappone, i vuoti slogan e la disperazione. Una manifestazione di questa disperazione è l’enunciato che Israele è la parte forte, per cui il cambiamento può e deve venire solo da Israele. Ma no, gli israeliani non hanno interesse a cambiare la situazione. Noi ne traiamo beneficio. La spinta al cambiamento può e deve venire dagli stessi palestinesi, a casa loro.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Benny Morris e Daniel Blatman riprendono la discussione sulla scia dell’uscita del libro di Adel Manna “Nakba e sopravvivenza”

NOTA REDAZIONALE: riteniamo interessante per il lettore seguire il dibattito storiografico sulla guerra del ’47-’48 da cui è nato lo Stato di Israele che viene proposto ai lettori israeliani dal quotidiano “Haaretz”.

Come in altri articoli[vedi http://zeitun.info/?s=pulizia+etnica ]che abbiamo già tradotto, il principale protagonista è lo storico ebreo- israeliano Benny Morris, autore negli anni ’90 di importanti studi che hanno messo in serio dubbio la narrazione israeliana sugli avvenimenti che portarono all’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi, e che in seguito è passato ad un attivo sostegno delle politiche dei governi israeliani, ed in particolare del Likud. In questo caso se la prende con un suo collega israeliano-palestinese che ha scritto un libro su quelle tragiche vicende. Come in precedenti circostanze, sullo stesso giornale gli risponde un altro storico ebreo- israeliano Daniel Blatman, che si è occupato di studiare l’Olocausto e i movimenti ebraici europei non sionisti, come il Bund, partito socialista ebraico .

Israele non ha messo in atto una “politica di espulsione” contro i palestinesi nel 1948

Il problema dei rifugiati palestinesi fu il risultato di un piano strategico sionista e della “pulizia etnica”, sostiene erroneamente lo storico Adel Manna nel suo libro “Nakba e sopravvivenza”, in cui “strage” ed “espulsione” compaiono in quasi tutte le pagine.

Haaretz

di Benny Morris – 29 luglio 2017

Ho affrontato la lettura del nuovo libro del prof. Adel Manna, “Nakba e sopravvivenza: lo storia dei palestinesi che sono rimasti con qualche speranza ad Haifa e in Galilea, 1948-1956”. Conosco bene la narrazione dei palestinesi – una narrazione di spossessamento e discriminazione, di sventura storica e di infinita ingiustizia senza averne alcuna colpa.

In questa narrazione c’è solo una parte che è nel giusto ed una quantità di cattivi, tra i quali i sionisti sono i più importanti. La narrazione è stata diffusa ormai da decenni dalla dirigenza palestinese e dagli opinionisti arabi, così come dagli storici e studiosi arabi e dai loro sostenitori, tra cui Walid Khalidi e Rashid Khalidi, Edward Said ed Ilan Pappe. I loro libri riempiono gli scaffali delle biblioteche e delle librerie dell’Occidente. In Israele, i loro scritti sono in buona parte introvabili in quanto la maggior parte di essi non è stata tradotta in ebraico.

Questo vuoto non sarà riempito dalla pubblicazione, in ebraico, da parte dell’istituto Van Leer e dalla casa editrice Hakibbutz Hameuchad, di “Nakba e sopravvivenza”, (Nakba significa “catastrofe”, come è nota ai palestinesi la guerra del 1948), ma questo non è il libro che speravo. Manna, un musulmano di Majdal Krum in Galilea, ha studiato all’Università Ebraica di Gerusalemme e per anni ha insegnato in varie università e college. Il suo campo di studi comprende la storia della Palestina, i palestinesi e Gerusalemme nel periodo ottomano e in quello contemporaneo e il conflitto arabo-israeliano.

Da una conoscenza superficiale di Manna, credevo che egli conoscesse la storia della Palestina e dello Stato di Israele. Ho sperato che sarebbe riuscito ad evitare la narrazione palestinese e a costruire una storia basata sulla documentazione e sui fatti, dimostrando un’apertura intellettuale e una visione dei due lati della medaglia. Sono rimasto deluso. A dire la verità, Manna non nasconde il suo punto di partenza. Nella sua introduzione c’è un impegno o una avvertenza che il libro è scritto “dalla prospettiva dei sopravvissuti…Nel mio libro ho scelto di non adottare la posizione dello storico imparziale che nei suoi scritti lascia da parte le proprie posizioni personali ed ideologiche”, (forse tutte o in gran parte già implicite nell’uso della parola “sopravvissuti”- come se gli arabi che rimasero in Israele dopo il 1948 cercassero di sopravvivere ad una continua politica e ad una campagna intese alla loro eliminazione).

Devo avvertire i lettori che le 377 pagine dense e fitte di “Nakba e sopravvivenza” sono affette da innumerevoli ripetizioni, sia di racconti (per esempio, quello dell’esecuzione di cinque giovani arabi a Majdal Krum il 5 novembre del 1948, che è raccontata almeno tre volte) e di varie recriminazioni. La descrizione complessiva di quello che è successo qui nel 1948 come “massacro ed espulsione” o “espulsione e massacro” compare in quasi tutte le pagine almeno una volta, se non varie. Quindi oserei dire che il numero di volte in cui nel libro compare questa frase è superiore al numero di arabi che sono stati uccisi in casi in cui hanno avuto luogo stragi.

Vale la pena notare, peraltro, che massacri di arabi contro ebrei, e ce ne sono stati, sono appena citati nel libro – e quando Manna fa riferimento al massacro nella raffineria di petrolio ad Haifa il 30 dicembre 1947 lo definisce come un “attacco” o un “grave attacco”, non come un massacro. Questo è il modo in cui le cose compaiono in una narrazione rispetto ad un vero saggio storiografico.

Il libro è diviso in due parti. Il primo affronta quello che successe nel 1948 e il secondo si concentra su quello che avvenne tra il 1949 e il 1957 agli arabi che rimasero in Israele, che si definiscono come “abitanti palestinesi dello Stato di Israele” o come “arabi del 1948”. In entrambe le parti l’enfasi è posta sul corso degli eventi nel nord – la Galilea ed Haifa – con pochissimo spazio dedicato a quello che successe nel centro e nel sud del Paese.

Nel suo lavoro Manna fa ampio uso della stampa araba (cosa che approvo), della stampa di sinistra ebraica e dei verbali di processi, soprattutto sentenze dell’Alta Corte di Giustizia, relative alla minoranza araba ed ai partiti politici arabi dal 1948 al 1957.

Buona parte del libro si basa su interviste che lui o altre persone hanno fatto ad arabi che hanno vissuto il 1948 e il primo decennio di vita dello Stato di Israele. Manna difende appassionatamente il valore della “storia orale” come una fonte attendibile per la ricostruzione degli avvenimenti e di sentimenti del passato. Attraverso “Nakba e sopravvivenza” egli “mostra” che quello che la gente ricorda 40 o 50 anni dopo i fatti è coerente con quello che viene raccontato nella documentazione che è arrivata fino a noi da quegli anni (ciò contrariamente alla mia non molto vasta esperienza, che ammetto, secondo cui non c’è una tale coerenza, oppure gli intervistati semplicemente non ricordano niente). Non fornisce dettagli su come le interviste sono state condotte. A volte non dice neppure quando si sono svolte o chi ha fatto l’intervista.

E’ ovvio che Manna ha fatto una ricerca di archivio molto povera (praticamente tutte le sue note sono annotazioni archivistiche approssimative e/o non corrette; per esempio la maggior parte dei riferimenti all’Archivio dell’esercito israeliano). Quasi tutte le citazioni da fonti primarie sono riferite di seconda mano da ricerche di altre persone, compresi libri che ho scritto io (a proposito dei quali Manna fa sia apprezzamenti positivi che riserve, alcune delle quali giustificate). Ha accuratamente scelto cosa inserire nel suo libro e cosa escludere.

Progetto strategico sionista

Per lo più gli storici distorcono la storia non attraverso grossolane falsificazioni ma piuttosto ignorando documenti e fatti importanti. Riguardo alla guerra del 1947-49, la storia di Manna è semplice: gli ebrei espulsero gli arabi dai luoghi in cui vivevano e lo fecero anche negli anni successivi alla guerra; non ci fu un conflitto tra due movimenti nazionali, ognuno dei quali con richieste legittime; di fatto non ci fu neppure una guerra: ci fu solo un’espulsione e nient’altro.

A merito di Manna, egli nota che i dirigenti degli arabi di Palestina e quelli arabi della regione rifiutarono effettivamente il piano di spartizione [della Palestina tra ebrei sionisti e palestinesi, ndt.] (adottato dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 1947, che secondo Manna era immorale), ma dimentica di citare che il giorno seguente alcuni palestinesi aprirono il fuoco e iniziarono attacchi che in alcune settimane si ingigantirono fino a diventare una guerra civile generalizzata – la prima fase della guerra che andò dal novembre 1947 al maggio 1948. Per come la vede Manna, la guerra semplicemente scoppiò; nessuno le diede inizio.

Il suo argomento centrale, di fatto il tema del libro, è che il problema dei rifugiati palestinesi sia nato come conseguenza di un progetto sionista che venne coscientemente adottato fin dall’inizio e in conseguenza di una messa in pratica sistematica di questo progetto: “Il trasferimento degli arabi dalle zone del Paese verso i vicini Stati arabi era diventato un obiettivo dichiarato fin dal rapporto della commissione Peel [commissione del potere mandatario inglese in seguito alla più importante rivolta palestinese contro inglesi e sionisti, ndt.] del 1937. Il piano dell’offensiva ebraica (Piano D), messo in atto nell’aprile 1948, era un importante anello nella pianificazione dell’espulsione dei palestinesi, (ma) la politica di pulizia etnica fu molto più estesa e complessa di qualunque piano scritto… In Galilea una politica di pulizia etnica venne messa in pratica nelle prime fasi della guerra, in zone che erano state destinate allo Stato ebraico in base al piano di spartizione [della Palestina deciso dall’ONU, ndt.].

Manna indica due azioni iniziali dell’Haganah [principale milizia armata sionista, da cui è nato l’esercito israeliano, ndt.] subito nel dicembre 1947 (le azioni a Khisas e a Balad al-Sheikh) come manifestazioni del “desiderio da parte dei dirigenti dell’Yishuv (la popolazione ebraica del Paese prima della fondazione dello Stato di Israele) che nessun palestinese rimanesse nella Galilea orientale e nella pianura costiera.” In seguito menziona come risultato di questa politica l’ “espulsione” degli abitanti di Tiberiade, Safed, Beit She’an, Giaffa, Haifa e Acri nell’aprile e maggio del 1948. Manna continua a dire che durante la seconda metà della guerra, dal maggio 1948 al gennaio 1949 – durante la guerra convenzionale che fece seguito all’invasione della Palestina da parte degli Stati arabi vicini – la politica di Israele fu e rimase l’espulsione della popolazione araba locale. Infine Manna sostiene che questa politica fu ancora perseguita dal 1949 al 1956. Secondo lui il divieto di ritorno dei rifugiati e le espulsioni di massa di “infiltrati” nei primi anni dopo il 1948 furono manifestazioni di questa politica, e nota che la sua stessa famiglia fu era tra le persone espulse da Majdal Krum in Libano nel 1949.

Manna afferma che Israele usò leggi contro l’infiltrazione per espellere quanti più arabi possibile dal nascente Paese, comprese persone che non erano infiltrate ma risultavano non possedere un certificato del registro dell’anagrafe o una carta d’identità israeliana. Indica persino il massacro di Kafr Qasem [in cui, in concomitanza con la guerra contro l’Egitto per il controllo del canale di Suez, 48 ignari contadini palestinesi con cittadinanza israeliana di ritorno dai campi vennero uccisi dall’esercito israeliano che, senza informarli, aveva anticipato il coprifuoco in vigore nelle zone arabe del Paese, ndt.] nella cosiddetta “Zona del Triangolo” del 29 ottobre 1956 come una manifestazione di questa politica.

Le argomentazioni di Manna non sono convincenti. Ha ragione quando dice che c’era una politica di espropriazione delle terre e di discriminazione contro gli arabi che rimasero in Israele (benché il governo militare e l’imposizione di restrizioni alla libertà di movimento fossero misure logiche alla luce dei tentativi di distruggere l’Yishuv e della continua ostilità, compresa la violenza da parte degli arabi nei Paesi limitrofi, tra cui rifugiati dalla Palestina, contro lo Stato di Israele ed i suoi abitanti ebrei). Ma, una politica di espulsione dal 1949 al 1956? Se ci fosse stata una simile politica, perché non venne messa in pratica? Perché il numero di arabi in Israele è aumentato costantemente, in parte per le infiltrazioni di rifugiati all’interno di Israele che, nel corso degli anni, ottenero la carta d’identità?

L’autore sostiene anche che l’intenzione di Israele era di approfittare della campagna del Sinai per espellere la minoranza araba dal Paese, ma il piano è fallito a causa della mancata partecipazione della Giordania alla guerra. Anche questo non ha fondamento. In Israele c’erano sicuramente figure di spicco, tra cui il capo di stato maggiore dell’esercito Moshe Dayan, che negli anni ’50 speravano che scoppiasse un’altra guerra e permettesse a Israele di occupare la Cisgiordania o forse persino di espellere in Giordania gli arabi israeliani. Tuttavia non si trattava di una “politica” statale.

Nessun ordine di espulsione

Torniamo al 1948. Se Manna avesse letto i documenti dell’archivio dell’Haganah, dell’archivio dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] o degli archivi di Stato di Israele (o la versione aggiornata del 2003 del mio libro sul problema dei rifugiati “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi rivisto”), avrebbe scoperto che non ci fu una politica di espulsione dei “palestinesi” e che l’Haganah non espulse arabi prima dell’aprile 1948 (con l’eccezione degli abitanti arabi di Cesarea, in cui le motivazioni non avevano niente a che fare con la lotta contro gli arabi). Avrebbe anche trovato che l’Haganah e i dirigenti dell’Agenzia Ebraica (il governo dell’Yishuv) si attennero alla politica di accettazione del piano di spartizione (benché certamente non ne fossero contenti), che includeva una numerosa minoranza araba nello Stato ebraico che si stava formando. Il 24 marzo 1948 Yisrael Galili, capo del comando nazionale dell’Haganah (e di fatto il vice del ministro della Difesa David Ben-Gurion) emise un ordine generale alle brigate e ai settori dell’Haganah perché si attenessero alla politica del momento di lasciare al loro posto e di garantire la pace e la sicurezza delle comunità arabe nella zona destinata al nascente Stato (salvo che in casi eccezionali per ragioni militari).

Persino nel passaggio dell’Yishuv a una strategia di attacco nell’aprile e maggio 1948 dopo quattro mesi di strategia difensiva, i suoi dirigenti e membri dello Stato Maggiore dell’Haganah non adottarono una politica di “espulsione degli arabi” e le varie unità operarono in modo diverso a seconda della zona. Il “piano D”, dal 10 marzo 1948, non obbligava ad “espellere gli arabi” – anche se ai comandanti di brigata era stato dato il permesso di espellere le popolazioni arabe o di consentire loro di restare. Molto dipendeva dalle caratteristiche degli arabi del posto, dal comportamento degli abitanti e dalla personalità dei comandanti ebrei, oltre che dalle circostanze in ogni singola zona.

Ad Haifa fu la dirigenza araba che chiese ai suoi abitanti di andarsene (il sindaco ebreo, Shabtai Levy, e gli attivisti del sindacato dei lavoratori Histadrut [sindacato sionista, ndt.] chiesero loro di rimanere); a Tiberiade non ci furono espulsioni (benché forse le autorità del mandato britannico incoraggiarono l’esodo degli arabi); a Giaffa la popolazione se ne andò a causa della pressione militare ebraica e della previsione di un’occupazione ebraica dopo il ritiro delle truppe britanniche; a Safed scapparono a causa della conquista della città da parte del Palmach [milizia armata sionista inserita nell’Haganah, ndt.], non in conseguenza di ordini per espellerli; ad Acri non ci fu un ordine di espulsione e la maggioranza degli abitanti rimase in città dopo che venne occupata il 18 maggio.

Manna ha ragione quando dice che durante l’operazione “Hiram” alla fine dell’ ottobre 1948 e nelle settimane successive i soldati dell’IDF misero in atto una serie di massacri (a Saliha, Hula, Jish, Safsaf, Eilabun, Majdal Krum, Arab al-Mawasi e altrove) e qui e là espulsero villaggi (Jish, Eilabun, Birim e altri). Ed è anche vero che il trattamento dei drusi [minoranza religiosa considerata eretica dai musulmani, ndt.](che avevano in effetti stretto un’alleanza con l’Yishuv) e dei cristiani fu diversa da quello dei musulmani, che nei mesi precedenti avevano attaccato l’Yishuv. Tuttavia non ci fu una politica e non ci fu uniformità di comportamento tra le unità e gli ufficiali.

Il 12 novembre Ya’akov Shimoni, un funzionario del ministero degli Esteri (che in precedenza era stato un importante membro del servizio di intelligence dell’Haganàh (lo Sha’i)), visitò la Galilea con altri funzionari del ministero e parlò con i soldati e con altri ufficiali e funzionari sul campo. Scrisse: “Il trattamento (a Hiram) degli abitanti arabi della Galilea come nei confronti dei rifugiati arabi che stavano vivendo nei villaggi della Galilea o nelle loro vicinanze ha riflettuto un comportamento casuale ed è stato diverso da luogo a luogo in base alle iniziative di un comandante o dell’altro o di un ufficiale e dell’altro dei vari dipartimenti del governo: in un luogo hanno espulso e in un altro hanno lasciato la popolazione sul posto; in un posto hanno accettato la resa di un villaggio e in un altro invece no; in un posto hanno favorito i cristiani e in un altro hanno trattato cristiani e musulmani allo stesso modo senza distinzione; in un posto hanno persino consentito ai rifugiati che erano scappati in un primo momento dopo la conquista di tornare alle proprie case, e in un altro non l’hanno permesso.”

E il 18 novembre Shimoni aggiunse: “Troppe mani stanno mescolando la polenta…Loro (i comandanti dell’IDF) non hanno nessun ordine chiaro in mano o una prassi chiara riguardo al modo di comportarsi con gli arabi.”

E’ vero che dopo la visita di Ben-Gurion ai comandi del fronte settentrionale alla fine dell’operazione “Hiram” venne emanato alle brigate dell’esercito un ordine (generico) a nome di Moshe Carmel, comandante del fronte, per “aiutare” gli abitanti ad andarsene, ma la direttiva arrivò troppo tardi e non venne messa in pratica alla lettera. In un posto espulsero [la popolazione araba], in un altro non lo fecero.

L’argomentazione di Manna è che i massacri dell’operazione “Hiram” vennero organizzati “dall’alto” e intendevano far scappare gli arabi. Tuttavia: 1) Manna non ha nessuna documentazione che dimostri un simile rapporto e 2) in molti dei villaggi in questione fughe o espulsioni di massa non avvennero in seguito a massacri, né a Dir al-Assad né a Majdal Krum (qui Manna si sbaglia riguardo al suo villaggio: non ci fu un’espulsione da Majdal Krum), né a Arab al-Mawasi, né a Jish né a Hule. E’ possibile che comandanti sul campo abbiano pensato che un massacro avrebbe portato a una fuga di massa; forse un’ansia di vendetta, o solo semplice crudeltà erano la causa di queste uccisioni. Non ci sono prove in un senso o nell’altro, salvo sul fatto che unità di tre diverse brigare (la Golani, la Settima e la Carmeli) misero in atto una serie di massacri durante quelle settimane.

C’è in effetti il sospetto – ma sulla base del materiale che è a disposizione dell’analisi pubblica è impossibile arrivare alle conclusioni certe nel modo in cui lo fa Manna. Ma è vero che gli esecutori di questi crimini non furono puniti (in apparenza grazie all’intervento del ministro della Difesa).

In più bisogna notare che dal giugno 1948 la politica del governo di Israele fu di proibire ai rifugiati di tornare nel Paese, e che questa politica venne messa in pratica durante tutta la guerra e nel dopoguerra in modo sistematico (benché decine di migliaia di rifugiati riuscirono ad infiltrarsi nel Paese o venne loro consentito di tornare nel quadro di un “ricongiungimento familiare” o con accordi speciali. Per esempio, il vescovo George Hakim e centinaia di altri cristiani, come gli abitanti di Eilabun, tornarono grazie a detti accordi e alla fine ottennero la cittadinanza israeliana, come gli stessi genitori di Manna, che si infiltrarono nel Paese dopo un lungo periodo nel campo di rifugiati di Ain al-Hilweh in Libano).

“Successo parziale”

Per cui è stato così che alla fine della guerra 125.000 arabi rimasero nello Stato di Israele e 160.000 alla fine del 1949, la maggioranza dei quali nel nord. Manna non spiega per niente come ciò accadde, citando solo quelli, tra i 20.000 e i 30.000, che vennero cooptati all’interno della popolazione del Paese nel maggio 1949 con l’annessione allo Stato del “Triangolo”, che va da Umm al-Fahm fino a Kafr Qasem. Egli sostiene che questi individui utilizzarono vari metodi per “sopravvivere” (collaborando con le autorità, nascondendosi in grotte nei pressi dei loro villaggi, e così di seguito). Non spiega perché, se c’era davvero una politica complessiva di espulsione, non sia stata messa in pratica, perché l’esercito e la polizia non espulsero semplicemente gli arabi rimasti, villaggio dopo villaggio, e lasciarono anche un gran numero di arabi ad Haifa, Acri e Giaffa, molti dei quali musulmani.

Riguardo a Nazareth, in cui la maggior parte della popolazione araba rimase, Manna giustamente nota la sensibilità israeliana verso l’opinione pubblica del mondo cristiano. Ma riguardo a Majdal Krum? A chi all’estero sarebbe importato che gli abitanti del villaggio di Manna o di quelli vicini – Sakhnin, Dir Hana, Arrabeh, oggi tutti grandi villaggi o cittadine – venissero espulsi alla fine dell’ottobre 1948? Nell’estate del 1948 l’IDF consigliò al governo che Acri venisse svuotata dei suoi abitanti. Perché, se l’espulsione era la prassi, non vennero espulsi fuori dal Paese, a Giaffa o altrove? Ben-Gurion temeva il suo ministro per le Minoranze, Bechor Sheetrit (che si oppose all’espulsione degli abitanti di Acri)?

Non ci sono spiegazioni per tutto ciò, tranne l’assenza di una qualunque politica di espulsione, anche se Ben-Gurion e molti altri volevano che nello Stato ebraico rimanessero quanti meno arabi possibile, e certamente non ci fu un’ espulsione sistematica come sostiene Manna. Non fu la “tenacia” degli abitanti dei villaggi che impedì la loro espulsione – se ci fosse stato un ordine di espulsione, se ne sarebbero andati (come successe a Caesarea, Eilabun, Lod, Ramle e in altri luoghi in cui agli abitanti venne ordinato di andarsene).

“Nonostante i molti tentativi da parte dell’esercito e di altri elementi di espellere gli arabi dalla zona, il successo fu solo parziale,” scrive Manna. Un’assurdità. Quando qualcuno punta contro di te e contro la tua famiglia un fucile e ti dice di andartene, soprattutto dopo che ha già ucciso alcuni dei tuoi vicini, tu te ne vai. Le spiegazioni di Manna sono semplicemente poco serie.

L’autore ha apportato un significativo contributo al discorso sugli arabi in Israele, sottolineando l’influenza della Nakba sulle loro vite e mentalità negli anni successivi al 1948. Queste cose non sono state interiorizzate da molti ebrei israeliani. Ci sono molti passi del libro in cui Manna critica il suo stesso popolo. Descrivendo le azioni degli arabi nella rivolta del 1936-1939, ad esempio, li accusa di aver commesso “gravi atti di terrorismo contro soldati e civili, incendiando campi e distruggendo proprietà…Il terrorismo venne impiegato anche all’interno della stessa comunità araba, soprattutto contro gli oppositori della rivolta.”

Scrive anche che i dirigenti della rivolta, compreso Haj Amin al-Husseini [Gran Muftì di Gerusalemme e leader politico palestinese, ndt.] assunsero “posizioni estremiste e intransigenti, che causarono gravi danni” ai palestinesi. Tuttavia questi lampi di lucidità critica sono davvero rari. A un certo punto Manna critica i palestinesi (ed i loro storici?) e afferma che non hanno ancora condotto “un dibattito critico e serio sulla storia della Nakba e sulle sue implicazioni.” Si direbbe che ha ragione.

Per la Nakba non c’era bisogno di una “politica di espulsione”

A differenza di quanto sostiene Benny Morris, il saggio di Adel Manna “Nakba e sopravvivenza” è un libro stimolante, degno di nota per il suo approccio metodologico nel presentare una storia credibile e sfaccettata della tragedia palestinese del 1948

Haaretz

Di Daniel Blatman – 4 agosto 2017

Le critiche di Benny Morris all’importante libro “Nakba e sopravvivenza: la storia dei palestinesi che sono rimasti ad Haifa e in Galilea, 1948-1956” di Adel Manna (vedi articolo “Israele non aveva una “politica di espulsione” contro i palestinesi nel 1948,” 29 luglio) sono parte dei tentativi dello storico – durati in modo continuativo per 15 anni – di negare quello che egli sosteneva in passato: che Israele mise in atto una pulizia etnica a tutti gli effetti durante la guerra di indipendenza di Israele del 1948. (“Nakba”, che significa catastrofe, è il termine utilizzato dagli arabi per descrivere la guerra, quando più di 700.000 arabi fuggirono o furono espulsi dalle loro case durante un periodo di circa due anni).

In passato Morris lo ha affermato con encomiabile coraggio. In un dibattito con lo scrittore israeliano Aharon Megged sulle pagine di Haaretz nel 1994 dichiarò: “Il nuovo materiale fattuale che è stato reso pubblico nei documenti (per esempio: dettagli che sono stati celati riguardo a massacri, espulsioni ed espropri condotti dalle forze di difesa ebraiche nel 1948 e negli anni seguenti) hanno dato luogo a una diversa interpretazione dell’impresa sionista. La principale aspirazione del sionismo era di risolvere i problemi del popolo ebraico nella Diaspora con la costruzione di un’entità statale che sarebbe stata un rifugio per gli ebrei e un Paese modello.”

“Ma,” continuava Morris, “i sionisti avevano anche altri obiettivi: prendere il controllo della Terra di Israele dal mare al fiume [Giordano] per sostituire i palestinesi che vi vivevano: per cacciarli fuori dal Paese nel momento decisivo le forze di difesa del movimento sionista diedero espressione al bisogno bellicoso ed espansionista che è sempre stato alla base dell’ideologia sionista, e fecero in modo – sia con mezzi per farli fuggire e espellerli, o impedendo il ritorno dei rifugiati – di spingere fuori dai confini dello Stato in formazione la grande maggioranza degli arabi che vivevano nelle zone che divennero lo Stato di Israele, ed anche di allargare lo Stato oltre le linee disegnate dalla risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU nel 1947 [che diede il beneplacito alla partizione della Palestina, ndt.].”

Il Benny Morris del 1994 ha fatto un lavoro migliore per spiegare quello che il dott. Manna afferma nel suo libro. Ma negli ultimi anni Morris ha cercato di “correggere un errore” e di dimostrare che le conclusioni a cui è arrivato con le sue ricerche sull’espulsione dei palestinesi erano in realtà sbagliate. Non so cosa gli abbia fatto cambiare le conclusioni riguardo alla catastrofe che Israele inflisse al popolo palestinese nel 1948. Quello che è peggio è il fatto che Morris critichi maliziosamente una ricerca che sta cercando, in modo equilibrato e critico, di affrontare la Nakba e le sue conseguenze da un punto di vista che non corrisponde alla narrazione sionista – una narrazione che anche Morris aveva duramente contestato in passato per i suoi preconcetti ideologici.

Morris nella sua recensione afferma: “Riguardo alla guerra del 1947-49, la storia di Manna è semplice: gli ebrei espulsero gli arabi dai luoghi in cui vivevano e lo hanno fatto anche negli anni successivi alla guerra; non è avvenuto un conflitto tra due movimenti nazionali, ognuno dei quali con richieste legittime; di fatto non c’è neppure stata una guerra: c’è stato solo un’espulsione e nient’altro.” Ma questa non è un’affermazione simile a quelle che egli stesso aveva fatto 23 anni fa?

Nel suo libro Manna fa uno stimolante tentativo di scrivere una storia sfaccettata della tragedia palestinese, e il suo approccio metodologico è degno di nota. Ha ragione quando sostiene che la ricerca israeliana riguardante gli avvenimenti che hanno riguardato il 1948 soffre del problema di una separazione innaturale tra la “ricerca ebraica” e la “ricerca araba”. In altre parole, tra la storia scritta dagli storici ebrei e quella scritta dagli storici arabi. Ci sono molte ragioni di questa divisione, dal fatto di comprendere le lingue pertinenti all’influenza delle narrazioni nazionali sullo storico.

A differenza di molti dei suoi critici, Manna parla correntemente l’arabo, l’ebraico e l’inglese, ed è questa la ragione per cui, per esempio, può leggere ed esaminare non solo documenti ufficiali dell’Haganah (la milizia armata ebraica pre-statale), ma può anche analizzare la stampa araba e altre fonti arabe. In altre parole, a differenza di Morris, le cui ricerche si basano principalmente sui documenti ufficiali degli archivi israeliani ed inglesi, Manna presenta un quadro complesso e più credibile della tragedia palestinese.

La tendenziosità di Morris è chiara, per esempio, anche nelle sue critiche a Banna riguardo alle interviste che ha raccolto dai sopravvissuti della Nakba, che sono ora uomini e donne anziani. Com’è possibile, contesta Morris, che dopo così tanti anni la gente ricordi quello che accadde realmente? Secondo Morris ” Attraverso ‘Nakba e sopravvivenza’ egli «mostra» che quello che la gente ricorda 40 o 50 anni dopo i fatti è coerente con quello che viene raccontato nella documentazione che è arrivata fino a noi da quegli anni (ciò contrariamente alla mia non molto vasta esperienza, che ammetto, secondo cui non c’è una tale coerenza, oppure gli intervistati semplicemente non ricordano niente).”

In altre parole secondo Morris quello che importa realmente per comprendere “quello che accadde realmente” è quello che ha trovato lui negli archivi israeliani o britannici. Strano, dato che in una recensione che scrisse nell’edizione ebraica di Haaretz (“Quei rifugiati non hanno nessun posto in cui tornare, 24 novembre 1992) in una raccolta enciclopedica pubblicata dall’Instituto per gli Studi Palestinesi sui villaggi palestinesi che furono cancellati dalle mappe nel 1948, pensava in modo diverso: “Gli autori non hanno intervistato rifugiati (e tra pochi anni non ne rimarrà nessuno”), affermò.

Benny Morris crede ancora che il ruolo dello storico non sia altro che quello di raccontare ai suoi lettori quello che ha trovato in un archivio e in documenti resi pubblici da qualche organizzazione governativa o meno. Se gli studi sull’Olocausto, per esempio, avessero continuato ad essere basati su un approccio simile – come è stato in realtà il caso della storiografia tedesca negli anni ’70 – non avremmo saputo praticamente niente sulle vite degli ebrei e sui loro tentativi di sopravvivere durante gli anni della loro grande tragedia, come oggi sappiamo grazie alle molte testimonianze degli stessi sopravvissuti.

Ed è proprio quello che fa Manna: propone la storia della tragedia nazionale del suo popolo dal punto di vista della vittima, del sopravvissuto. La politica di Israele sul problema palestinese e la politica di espulsione non sono il cuore del libro: quello che vi si trova è la storia dell’espulsione e della sopravvivenza.

Anche sulla questione dell’espulsione Morris si agita nel tentativo di allontanare se stesso da quello che era una volta. Ma qui cammina su un terreno minato: ricercatori seri del fenomeno della violenza di massa non devono trovare una prova inequivocabile dell’esistenza di una “politica di espulsione” per arrivare alla conclusione che sono stati commessi crimini contro l’umanità. Egli asserisce che non ci fu una politica di questo tipo, e se ci furono direttive emesse per perpetrare massacri nei villaggi palestinesi esse furono comunicate, egli afferma, “attraverso un ordine (generico).”

Si potrebbe pensare che quando gli Ottomani decisero di espellere gli armeni nel 1915 lo abbiano pubblicato sulla stampa ufficiale, o quando Ratko Mladic decise di massacrare oltre 7.000 musulmani bosniaci, uomini e ragazzi, a Srebrenica nel 1995 abbia reso pubblico il suo ordine. Ordini e istruzioni di attuare tali crimini sono dati oralmente, in discussioni riservate e in modo implicito, in un linguaggio ambiguo. Ciò non significa che quelli che li mettono in atto non sappiano esattamente quello che intende la persona che dà questi ordini ambigui.

Morris scopre la prova definitiva della debolezza delle affermazioni di Manna riguardo alle espulsioni nel fatto che alla fine della guerra 160.000 arabi rimasero all’interno di Israele. Questa è un’espulsione? Se ci fosse stata una politica di espulsione, chiede, come è possibile che siano rimasti così tanti palestinesi? Ciò mi ricorda quello che hanno scritto i negazionisti dell’Olocausto nei primi anni dopo la II guerra mondiale. Una soluzione finale? Di cosa state parlando? Com’è possibile che centinaia di migliaia di ebrei siano rimasti in ogni Paese europeo, e milioni in Unione Sovietica? Forse, sostengono questi antisemiti, molte centinaia di migliaia morirono per le dure condizioni in vari posti – ma…camere a gas e uccisioni di massa?

Ovviamente nessuna ricerca è priva di errori e di affermazioni imprecise. Questo è vero anche per la ricerca di Manna, e Morris cita alcune di queste. Ma il libro di Manna è un importante contributo allo studio della tragedia palestinese e soprattutto una rara opportunità per il lettore ebreo di comprendere gli aspetti umani della grande catastrofe che l’indipendenza nazionale del suo popolo ha inflitto a membri di una nazione che ha vissuto in questo Paese per molti anni prima di essa.

(traduzione di Amedeo Rossi)




“Fanculo, spazzate via Gaza”, dice un portavoce della nuova campagna UE

Ali Abunimah e Dena Shunra – 3 agosto 2017, Electronic Intifada

L’Unione Europea ha ingaggiato come volto di una nuova campagna promozionale un israeliano che invoca una violenza genocida contro i palestinesi.

Avishai Ivri compare in un video postato lo scorso mese dall’ambasciata dell’UE a Tel Aviv sulla sua pagina Facebook.

“L’Unione Europea. Pensate che sia contro Israele, vero?” Inizia a dire Ivri. “Lasciate che vi sorprenda.”

Ivri allora elenca statistiche sui rapporti commerciali e turistici, intese a convincere gli spettatori israeliani di quanto l’Unione Europea favorisca Israele. Ha anche vantato che l’UE è un acquirente dell’industria bellica di Israele, sopratutto droni.

L’UE “è il miglior vicino che abbiamo,” ha concluso Ivri.

Appoggio il genocidio

Ivri era un autore di “Latma”, un spettacolo di sketch ormai terminato che rifletteva punti di vista di estrema destra e razzisti, come raffigurare migranti e rifugiati dai Paesi africani come scimmie.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg.

Durante l’attacco israeliano del novembre 2012 che uccise 174 palestinesi [si riferisce all’operazione “Pilastro di difesa”, ndt.], Ivri auspicò che fosse ancora più violento.

“C’è una strategia che non è ancora stata sperimentata; 1.000 arabi uccisi per ognuno dei nostri morti,” twittò. “Penso che dalla scorsa settimana siano in debito con noi di 5.000 [morti].”

Durante lo stesso attacco Ivri raccomandò: “Fanculo, spazzate via Gaza.”

Ivri è un convinto sostenitore della soluzione dello Stato unico, ma in cui palestinesi e israeliani non avrebbero gli stessi diritti. Al contrario, appoggia l’eliminazione dei palestinesi come intero popolo – un obiettivo che corrisponde alla definizione del diritto internazionale di pulizia etnica e probabilmente di vero e proprio genocidio.

Nel gennaio 2013 Ivri ha twittato che “Giudea e Samaria” – il nome che Israele utilizza per la Cisgiordania occupata – “possono sempre essere annesse, punto e basta.” Se i palestinesi oppongono resistenza, avverte, “saranno portati via, su camion. La forza è sempre un’opzione, ma preferiamo una soluzione concordata (ma sennò, la forza).”

“Non esiste una cosa come una nazione palestinese e sicuramente non ha interesse in uno Stato,” a twittato in febbraio.

“Nello Stato di Israele a 500 anni da oggi nessuno ricorderà che ci fosse una cosa chiamata palestinesi, ” ha twittato in maggio.

“I palestinesi sono una Nazione?” chiese nel 2012, prima di rispondersi: “Sono merda.”

Ivri vede i continui attacchi israeliani contro i palestinesi come la possibilità per Israele di mettere in atto il suo progetto violento teso ad eliminare la Palestina.

Durante l’attacco israeliano dell’estato 2014 contro Gaza che ha ucciso più di 2.200 palestinesi [si riferisce all’operazione “Margine protettivo”, ndt.], compresi 550 bambini, Ivri ha invocato la conquista totale del territorio costiero – così come della Cisgiordania.

Ivri ha twittato: “In 10 anni, quando Israele sarà il potere sovrano sia a Gaza che in Giudea e Samaria, ci domanderemo a cosa abbiamo pensato per 30 (o 60) anni e perché non lo abbiamo fatto parecchi anni fa.”

“Nessuno governerà Gaza per Israele. Solo Israele lo può fare,” ha twittato durante lo stesso attacco israeliano, aggiungendo che “i giorni al potere” del capo dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas “sono contati, e dopo che se ne sarà andato Israele governerà anche sulla Giudea e Samaria.”

Durante l’attacco Ivri ha anche diffuso un articolo in cui sosteneva che Israele sarebbe stato giustificato se avesse tagliato le forniture idriche ed elettriche a Gaza – cosa che è stata fatta, violando le leggi internazionali.

Disumanizzare i palestinesi

Ivri giustifica questo tipo di violenza che sostiene lo sterminio con la demonizzazione e disumanizzazione totale delle vittime del regime di occupazione e di apartheid israeliano. Ironicamente, a volte riconosce l’esistenza dei palestinesi unicamente per individuarli come demoni.

“I palestinesi sono gli eredi dei nazisti,” ha twittato nel maggio 2016, aggiungendo che la bamdiera palestinese “significa una sola cosa = un appello per uccidere ebrei, ovunque siano.”

Questo è stato un argomento costante. Nell’ottobre 2014 ha offerto una “sintesi: i palestinesi sono nazisti.”

Non hanno ancora costruito camere a gas,” ha affermato, perché “la cosa più moderna che hanno avuto a disposizione sono ordigni esplosivi artigianali. Ma sono assolutamente nazisti.”

Durante l’attacco del 2014 contro Gaza, ha twittato che “Hamas è nazista. Non come loro, non approssimativamente, non qualcosa di simile. Nazisti.”

Nell’ottobre 2015, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha provocato uno scandalo internazionale assolvendo Hitler dall’ideazione dello sterminio di milioni di ebrei europei e accusando invece un palestinesi [il Gran Muftì di Gerusalemme, ndt.], Ivri ha detto la sua appoggiandolo palesemente.

“I palestinesi si sono offerti volontari per aiutare Hitler,” ha affermato Ivri. “E’ una cosa ben nota.”

Di norma, ci si aspetterebbe che la UE rifiutasse paragoni gratuiti di altri avvenimenti con il genocidio nazista. Ma a quanto pare ciò va bene purché il bersaglio siano i palestinesi.

L’istigazione di Ivri non prende di mira solo i palestinesi nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Odia anche i palestinesi cittadini di Israele, riferendosi ai beduini come a una “bomba ad orologeria”.

Si fa anche promotore della discriminazione razziale nelle assunzioni: “Un datore di lavoro non può sapere se i suoi dipendenti potenziali sono coinvolti nel terrorismo. Cosa dovrebbe fare? Chiaramente non vorrebbe assumere per niente arabi. Mettetevi per un attimo nei suoi panni.”

Sostegno a favore di crimini di guerra

Il sostegno di Ivri a favore di crimini di guerra contro palestinesi è costante e disinvolto. Quando nel marzo 2016 Elor Azarya ha giustiziato a sangue freddo il palestinese ferito e impossibilitato a nuocere Abd al-Fattah Yusri al-Sharif – un omicidio per cui al medico dell’esercito è stato comunque data una lieve condanna – Ivri l’ha approvato.

“Un esercito veramente etico si assicura che i terroristi siano morti,” ha twittato.

Dal 2016, Israele ha incrementato la sua campagna contro i difensori dei diritti umani. Persino l’UE ha cercato di sollevare una timida protesta contro la cosiddetta legge israeliana della “trasparenza”, che inasprisce i controlli sui gruppi per i diritti umani che ricevono finanziamenti dai governi europei.

Ivri si è unito agli attacchi senza sosta del governo israeliano contro i gruppi, compreso l’israeliano B’Tselem, che documentano soprusi contro i palestinesi.

Lo scorso dicembre ha twittato che “B’Tselem e il resto delle organizzazioni europee operanti in Israele sono un’ulteriore arma nell’arsenale degli odiatori degli ebrei e di Israele nel mondo.”

L’UE promuove l’odio

Una richiesta via mail di “The Electronic Intifada” all’ambasciata UE di Tel Aviv includeva una domanda su quanto denaro dei contribuenti europei abbia ricevuto come compenso Ivri per il video.

L’ambasciata non ha risposto a questa domanda né alle altre sul costante incitamento di Ivri al razzismo ed alla violenza, compresi crimini di guerra.

Ma in precedenza l’ambasciatore dell’UE a Tel Aviv non ha fatto segreto del suo punto di vista estremista a favore di Israele.

In una lettera aperta che riflette sull’imminente fine dei suoi quattro anni come ambasciatore, Lars Faaborg-Andersen ha ricordato che da giovane negli anni ’70 passò un periodo in un kibbutz – una forma di colonia sionista che giocò un ruolo cruciale nella pulizia etnica dei palestinesi, ma che godette di una rosea reputazione progressista tra occidentali ingenui o complici [del sionismo].

“In quei giorni giovani europei e americani affluivano in Israele per partecipare all’esperimento dei kibbutz socialisti e dimostrare la propria solidarietà con David nella sua lotta per la sopravvivenza contro i Golia arabi che lo circondavano, ” ha scritto Faaborg-Andersen, facendo rispuntare la mitologia sionista che toglie di mezzo la Nakba, l’espulsione da parte di Israele della grande maggioranza della popolazione palestinese nel 1948, così come la successiva occupazione e colonizzazione della terra palestinese.

Durante il suo incarico come ambasciatore, Faaborg-Andersen e i suoi colleghi dell’UE hanno fatto tutto il possibile per promuovere la guerra di Israele contro la lotta palestinese per la sopravvivenza e la libertà, compreso il finanziamento dell’industria bellica e i torturatori israeliani, partecipando agli attacchi di Israele contro il movimento nonviolento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni e continuando ad essere pienamente complici del brutale assedio israeliano contro Gaza.

L’ambasciata dell’UE a Tel Aviv ha anche svolto il ruolo di campo di addestramento per membri della lobby di Israele a Bruxelles.

Ma sicuramente il risultato personale più vergognoso di Faaborg-Andersen sarà di essersi calato nella parte di aperto sostenitore della violenza genocida come il volto dell’Unione Europea e dei suoi molto strombazzati “valori”.

Ofer Neiman ha contribuito alla ricerca.

Ali Abunimah è direttore esecutivo di Electronic Intifada. Dena Shunra è traduttrice ed autrice.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Analisi: le voci palestinesi ed ebree devono sfidare insieme il passato di Israele

Ramzy Baroud, 

24 aprile 2017, Ma’an News

Analisi: le voci palestinesi ed ebree devono sfidare insieme il passato di Israele.

Israele ha fatto ricorso a tre principali strategie per soffocare le richieste palestinesi di giustizia e diritti umani, compreso il diritto al ritorno per i rifugiati.

Una è dedicata a riscrivere la storia; un’altra tenta di sviare l’attenzione dalle varie situazioni nel loro complesso; una terza mira a rivendicare la narrazione palestinese come essenzialmente israeliana.

La riscrittura della storia ha visto la luce molto prima di quanto alcuni storici possano pensare. La macchina della hasbara (propaganda israeliana, ndtr.) israeliana si è messa in movimento quasi contemporaneamente al Piano Dalet (Piano D), che prevedeva la conquista militare della Palestina e la pulizia etnica dei suoi abitanti.

Ma l’attuale narrazione relativa alla “Nakba” – o “Catastrofe” – che ha colpito il popolo palestinese nel 1947 e 1948 è stata orchestrata negli anni ‘50 e ‘60.

In un articolo intitolato: “Il pensiero catastrofico: Ben Gurion ha cercato di riscrivere la storia?”, Shay Hazkani ha rivelato l’interessante processo attraverso cui il primo ministro di Israele, Ben Gurion, ha lavorato a stretto contatto con un gruppo di studiosi ebrei israeliani per sviluppare la versione degli eventi per descrivere ciò che avvenne nel 1947-48: la fondazione di Israele e la distruzione della Palestina.

Ben Gurion intendeva diffondere una versione della storia che coincidesse con la posizione politica di Israele. Aveva bisogno di “prove” per sostenere tale posizione.

Le “prove” alla fine sono diventate “storia” e non è stata permessa nessun’altra narrazione per contestare l’ appropriazione israeliana della Nakba.

Ha scritto Hazkani: “Probabilmente Ben Gurion non ha mai sentito il termine ‘Nakba’, ma ben presto, alla fine degli anni ’50, il primo Primo Ministro di Israele ha compreso l’importanza della narrazione storica”.

Il premier israeliano ha assegnato agli studiosi dipendenti dalla pubblica amministrazione il compito di confezionare una storia alternativa, che continua ancor oggi a permeare il pensiero israeliano.

Sviare l’attenzione dalla storia – o dall’attuale realtà della terribile occupazione della Palestina – è un’operazione che è durata per quasi 70 anni.

Dall’iniziale mito della Palestina come “terra senza popolo per un popolo senza terra” fino all’odierna pretesa che Israele sia un’icona di civiltà, tecnologia e democrazia, circondata da selvaggi arabi e musulmani, le distorsioni ufficiali da parte di Israele sono incessanti.

Perciò mentre i palestinesi si organizzano per commemorare la guerra del 5 giugno 1967, che ha portato, finora, a 50 anni di occupazione militare, Israele sta allestendo una grande festa, un’ imponente “celebrazione” della sua occupazione militare dei palestinesi.

L’assurdità non sfugge a tutti gli israeliani, ovviamente.

Uno Stato che celebra 50 anni di occupazione è uno Stato che ha smarrito la direzione ed ha perso la propria capacità di distinguere il bene dal male”, ha scritto l’opinionista israeliano Gideon Levy su Haaretz.

Che cosa c’è precisamente da celebrare, Israele? Cinquant’anni di spargimenti di sangue, di violenze, di depredazione e sadismo? Solo società che non hanno coscienza celebrano simili anniversari.”

Levy sostiene che Israele ha vinto la guerra del 1967, ma “ha perso quasi tutto il resto.”

Da allora, l’arroganza di Israele, il suo disprezzo per il diritto internazionale, “il perdurante disprezzo per il mondo intero, la presunzione e la prepotenza” hanno raggiunto livelli senza precedenti.

L’articolo di Levy si intitola: “La nostra Nakba.”

Levy non cerca di recuperare la narrazione palestinese, ma dimostra sinteticamente che i trionfi militari di Israele sono stati una disgrazia, specialmente perché non ne è seguito alcun senso di riflessione nazionale o tentativo di correggere le ingiustizie del passato e del presente.

Comunque il processo di rivendicazione del termine “Nakba” è stato perseguito astutamente dagli autori israeliani per molti anni.

Per quegli studiosi, “la Nakba ebraica” si riferisce agli ebrei arabi che sono arrivati nel nuovo Stato indipendente di Israele, in gran parte in seguito alla pressione dei dirigenti sionisti perché gli ebrei di tutto il mondo “facessero ritorno” alla patria biblica.

Un editoriale del Jerusalem Post lamentava che “la macchina propagandistica palestinese ha convinto l’opinione pubblica mondiale che il termine ‘rifugiato’ è sinonimo del termine ‘palestinese’.”

Facendo questo, gli israeliani che tentano di appropriarsi della narrazione palestinese sperano di creare un’equiparazione nel discorso, che ovviamente non corrisponde alla realtà.

L’editoriale fornisce la cifra di 850.000 “rifugiati ebrei” della “Nakba ebraica”, numero di poco superiore a quello dei rifugiati palestinesi espulsi dalle milizie israeliane al momento del processo di fondazione di Israele.

Fortunatamente, queste pretese in malafede sono sempre più smentite anche da voci ebraiche.

Poche, ma significative, voci tra gli intellettuali israeliani ed ebrei in tutto il mondo hanno il coraggio di riconsiderare il passato di Israele.

Si contrappongono giustamente a una versione della storia che è stata accettata in Israele e in Occidente come l’ indiscussa verità che sta dietro la nascita di Israele nel 1948, l’occupazione militare di ciò che rimaneva della Palestina nel 1967 ed altre circostanze storiche.

Questi intellettuali lasciano un segno nel discorso Palestina-Israele dovunque vadano. Le loro voci sono particolarmente significative nel contrastare le verità ufficiali e i miti storici israeliani.

Scrivendo su “Forward” [giornale della comunità ebrea di New York fondato nel 1897, ndtr.], Donna Nevel rifiuta di accettare che la discussione sul conflitto in Palestina abbia inizio con la guerra e l’occupazione del 1967.

Nevel critica i cosiddetti sionisti progressisti, che insistono nell’impostare la discussione solo sul problema dell’occupazione, limitando così ogni possibilità di soluzione alla “soluzione dei due Stati.”

Non solo questa “soluzione” è superata e non è praticamente possibile, ma la discussione esclude la “Nakba”, ossia “Catastrofe”, del 1948.

Ha scritto Nevel: “La Nakba non rientra in queste discussioni perché è la conseguenza e la più chiara manifestazione del sionismo. Chi ignora la ‘Nakba’ – cosa che hanno sistematicamente fatto le istituzioni sioniste ed israeliane – rifiuta di riconoscere il sionismo come illegittimo fin dall’inizio della sua realizzazione.”

Questa è esattamente la ragione per cui la polizia israeliana recentemente ha bloccato la “Marcia del Ritorno”, che i palestinesi svolgono ogni anno in Israele.

Per anni Israele ha temuto che un crescente movimento tra i palestinesi, gli israeliani ed altri nel mondo spingesse per un cambio di paradigma per comprendere le radici del conflitto in Palestina.

Questo nuovo modo di pensare è stato una conseguenza razionale della fine del “processo di pace” e dell’abbandono della soluzione dei due Stati.

Incapace di sostenere i suoi miti fondativi, non in grado nemmeno di offrire un’alternativa, il governo israeliano adesso sta usando misure coercitive per rispondere al nascente movimento: punire chi insiste nel commemorare la “Nakba”, sanzionare le organizzazioni che prendono parte a tali eventi, fino a perseguire come traditori gli individui ed i gruppi di ebrei che si discostano dalle posizioni ufficiali.

In questi casi la coercizione difficilmente funziona.

La Marcia (per il Ritorno) è rapidamente cresciuta di dimensione rispetto agli anni scorsi, nonostante le misure sempre più repressive delle autorità israeliane”, ha scritto Jonathan Cook su Al-Jazeera.

Sembra che 70 anni dopo la fondazione di Israele il passato ancora incomba pesantemente.

Fortunatamente alle voci palestinesi che si sono levate contro la narrazione ufficiale israeliana si sono ora unite in numero crescente voci israeliane.

E’ mediante una nuova narrazione comune che si può ottenere una reale comprensione del passato, insieme alla speranza che la visione di pace per il futuro possa sostituire quella attuale – che può essere sostenuta soltanto con l’oppressione militare, le disuguaglianze e la pura e semplice propaganda.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: storia non raccontata di Gaza.’

Le opinioni espresso in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




“Pulizia etnica” di chi?: l’appropriazione israeliana della narrazione palestinese

Dina Matar, Al-Shabaka– 26 marzo 2017

Sintesi

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente sostenuto in un video postato sulla sua pagina Facebook che la richiesta palestinese di smantellare le colonie israeliane illegali nei Territori Palestinesi Occupati costituisce un atto di “pulizia etnica” contro i coloni ebrei israeliani. L’attribuzione di questo termine ai coloni da parte di Netanyahu ha colpito molti analisti ed ha creato un intenso dibattito sui media internazionali. Eppure questo discorso non è che l’esempio più recente di una strategia israeliana di appropriazione di una narrazione di vittimizzazione per sollecitare l’appoggio dell’opinione pubblica.

II primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente sostenuto in un video postato sulla sua pagina Facebook che la richiesta palestinese di smantellare le colonie israeliane illegali nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) costituisce un atto di “pulizia etnica” contro i coloni ebrei israeliani (1). Il termine, che è stato originariamente utilizzato come un eufemismo durante la campagna serba contro i bosniaci, è rapidamente passato a descrivere pratiche estremamente violente, uccisioni di massa ed espulsioni forzate durante conflitti e guerre. E’ stato usato anche da molti studiosi, così come nel dibattito pubblico, in riferimento alle pratiche sioniste contro la popolazione palestinese immediatamente prima e durante la Nakba del 1948. Queste pratiche comprendono la distruzione di oltre 500 villaggi palestinesi e l’espulsione di circa 730.000 palestinesi dalle loro case.

L’attribuzione di questo termine ai coloni israeliani da parte di Netanyahu ha raccolto più di un milione di visualizzazioni sulla sua pagina Facebook, e ne ha portati altri milioni attraverso la ridiffusione del video su altre piattaforme dei social media. Ciò ha colpito molti analisti, ha creato un intenso dibattito nei media internazionali e ha portato ad una condanna di una personalità come l’allora segretario generale dell’ONU Ban ki-moon, che lo ha definito “inaccettabile e oltraggioso.” Eppure questo discorso, benché più provocatorio del solito, non è che l’ultimo esempio di una strategia israeliana di appropriazione di una narrazione della vittimizzazione per sollecitare l’appoggio dell’opinione pubblica.

Questo commento delinea la storia delle pretese israeliane di questa narrazione dalle prime campagne del movimento sionista all’inizio del XX secolo fino ad oggi. Puntualizza i modi in cui questa strategia retorica è stata utilizzata per giustificare le azioni dello Stato di Israele a danno dei palestinesi. Si conclude con suggerimenti su come dirigenti, intellettuali, giornalisti e attivisti palestinesi possono opporsi alla strategia israeliana di appropriazione per sostenere le loro richieste per l’autodeterminazione ed i diritti umani dei palestinesi.

Narrazioni della vittimizzazione nel loro contesto

In ogni conflitto gli attori fanno ricorso alle narrazioni di vittimizzazione per giustificare le aggressioni, le invasioni e persino l’uccisione di civili. Una tale retorica intende stabilire il dualismo tra bene e male, tra vittima e carnefice. Ciò mobilita sostenitori contro “il nemico”. Come vediamo con Israele e in altri conflitti, le narrazioni di vittimizzazione servono a legittimare azioni violente e spesso preventive contro “il nemico”, perpetuando indefinitamente il ciclo di violenza e vittimizzazione.

I politici israeliani utilizzano narrazioni che privilegiano la vittimizzazione ebraica rispetto alle vite ed i diritti dei palestinesi.

Al contrario, le narrazioni palestinesi di vittimizzazione si basano sull’ingiustizia insita nella dichiarazione Balfour del 1917 [in cui la Gran Bretagna si impegnava ad appoggiare la creazione di un “focolare ebraico” in Palestina. Ndt.], che iniziò ad essere messa in atto prima e durante il Mandato britannico del 1923 e fino al piano di partizione ONU del 1947. Queste opinioni continuano fino ad oggi, e sono esacerbate dalla mancanza di volontà della comunità internazionale, e del mondo arabo, di imporre le leggi internazionali e i diritti umani fondamentali. Quindi la narrazione di vittimizzazione dei palestinesi non può essere discussa al di fuori di questo contesto e delle continue azioni politiche e militari israeliane contro i palestinesi nei TPO. La situazione include una diseguale dinamica di potere dovuta al fatto che Israele è la potenza più forte e l’occupante; un gran numero di vittime palestinesi, compresi bambini, in conseguenza di azioni ed attacchi israeliani; il controllo israeliano di spazio e territorio, così come di risorse e mobilità.

Di conseguenza, mentre un’analisi di come la storia delle persecuzioni contro gli ebrei e la loro vittimizzazione è stata, ed è tuttora, utilizzata per giustificare le azioni dello Stato di Israele non dovrebbe mai perdere di vista i fatti e il contesto di quella persecuzione molto concreta, allo stesso tempo è necessario esaminare attentamente l’utilizzo di questa narrazione per comprendere come un gruppo, gli ebrei israeliani, ha ottenuto la condizione di vittima, mentre un altro, i palestinesi, non l’ha avuta, rafforzando uno squilibrio di potere in cui i diritti degli ebrei israeliani sono favoriti a spese dei diritti dei palestinesi.

Dalla vittimizzazione alla pulizia etnica

La persecuzione degli ebrei in Europa è radicata nell’antisemitismo e nei molti modi in cui ha colpito le comunità ebraiche in luoghi e tempi diversi. Quanto alla narrazione della persecuzione, essa si può far risalire alla fine del XIX° secolo, quando Theodor Herzl, uno dei padri del sionismo, ha attinto alla storia delle persecuzioni contro gli ebrei in Europa per legittimare il progetto nazionalista dello Stato israeliano e le sue pratiche di colonialismo di popolamento. Dopo la Seconda guerra mondiale, questa storia di persecuzioni è stata di nuovo invocata per giustificare la fondazione dello Stato di Israele. Infatti, la Dichiarazione di Indipendenza di Israele afferma che

l’Olocausto … in cui milioni di ebrei in Europa sono stati spinti al macello dimostra ancora una volta oltre ogni dubbio l’esigenza impellente di risolvere il problema della mancanza di una patria e della dipendenza ebraiche attraverso la rinascita dello Stato ebraico sulla terra di Israele, che spalancherà le porte della patria ad ogni ebreo” (2).

Dalla creazione di Israele, le narrazioni storiche che danno valore alla vittimizzazione ebraica rispetto alle vite ed ai diritti palestinesi sono state utilizzate ripetutamente dai politici israeliani. Il primo ministro Golda Meir, ad esempio, ha affermato che gli ebrei hanno un “complesso di Masada”, un “complesso del pogrom” e un “complesso di Hitler”, e l’ex primo ministro Menachem Begin ha tracciato un parallelo tra i palestinesi ed i nazisti (3).

Alcuni studiosi hanno suggerito che i dirigenti israeliani e sionisti hanno manipolato la memoria delle persecuzioni contro gli ebrei, soprattutto in rapporto all’Olocausto, come strumento diplomatico nel loro rapporto con i palestinesi. Per esempio, lo storico israeliano Ilan Pappe, nel suo libro “L’idea di Israele”, sostiene che questi dirigenti hanno costruito un’idea degli israeliani come vittime, un’auto-rappresentazione che impedisce loro di vedere la situazione dei palestinesi. Questo, afferma, ha impedito una soluzione politica al conflitto arabo-israeliano (4).

In anni recenti nuove prove e studi hanno iniziato a mettere in dubbio le principali rivendicazioni del movimento sionista. Al contempo il movimento internazionale di solidarietà in appoggio dei palestinesi è andato crescendo, in parte grazie alle piattaforme digitali che permettono all’opinione pubblica internazionale un accesso diretto alla storia ed alla situazione vissuta dai palestinesi. Ciò ha spinto i dirigenti, i manager, i portavoce israeliani ed i loro mezzi di comunicazione a concentrarsi su differenti strategie per mantenere il controllo sull’opinione pubblica occidentale (5).

Queste includono l’uso di un discorso – come l’utilizzo da parte di Netanyahu della pulizia etnica – per fare riferimento a cittadini ebreo-israeliani come vittime di continue persecuzioni da parte dei palestinesi, con la consapevolezza che questi termini hanno specifici significati giuridici e, secondo le leggi internazionali, sono considerati crimini contro l’umanità. Ma sono i significati emotivi associati ai termini, soprattutto se sono intesi per agire come ricordi della lunga storia di persecuzione degli ebrei, che servono a promuovere la vittimizzazione degli ebrei israeliani a spese delle esperienze di oppressione dei palestinesi. Il termine “pulizia etnica” deve ancora essere utilizzato ufficialmente in Occidente riguardo alla Nakba, esponendolo così all’appropriazione da parte di Israele.

Più o meno in contemporanea con l’affermazione di Netanyahu sulla pulizia etnica, il ministro degli Affari Esteri israeliano ha ri-postato un video a questo proposito sulla sua pagina Facebook, che era stato originariamente reso pubblico nel 2013. Il video, intitolato “Benvenuti nella patria del popolo ebraico”, è stato pubblicizzato come una breve storia degli ebrei. Segue le vicende di una coppia di ebrei, chiamati Giacobbe e Rachele, quando la loro patria (la “Terra di Israele”) viene invasa da vari gruppi, compresi gli assiri, i babilonesi, i greci, gli arabi, i crociati, l’impero britannico e, alla fine, i palestinesi. Ciò quindi suggerisce che gli ebrei sono sopravvissuti ad una serie di brutali invasioni, con i palestinesi come unici invasori rimasti. Il video ha provocato una dura reazione da parte degli attivisti palestinesi e di quelli che lavorano per i loro diritti, a causa del chiaro tentativo di riscrivere la storia del conflitto, inquadrando gli ebrei israeliani come vittime al posto dei palestinesi e con l’utilizzo di un linguaggio razzista e violento nella raffigurazione dei palestinesi.

Il video di Netanyahu sulla pulizia etnica è l’ultimo di una serie di video ideati e prodotti da David Keyes, il portavoce di Netanyahu per i media esteri, che è stato nominato nel marzo 2016. Keyes è stato uno degli uomini chiave dell’incremento delle campagne di propaganda a favore di Israele sui social media. Dalla sua nomina, sono stati postati otto video con Netanyahu che affronta una vasta gamma di problemi. Tutti sono stati apprezzati dai suoi sostenitori in Israele e negli USA.

Con una simile attenzione verso l’Occidente, quindi non è forse sorprendente che nel video sulla pulizia etnica e in altri Netanyahu comunichi in inglese, con versioni disponibili sottotitolate in ebraico e in arabo.

Contrastare la strategia retorica di Israele

La storia delle persecuzioni contro gli ebrei è un problema che colpisce in profondità gli israeliani e, più in generale, la comunità internazionale, soprattutto in Europa. Tuttavia l’uso di termini come pulizia etnica per mano dei palestinesi da parte di Israele lo rappresenta falsamente come vittima ed i palestinesi come aggressori. Questa retorica può essere utilizzata nella prassi pericolosa di vedere qualunque critica delle azioni israeliane come antisemitismo o come ostile nei confronti di Israele. Ciò aiuta ad ostacolare i tentativi da parte dei palestinesi e dei movimenti di solidarietà con i palestinesi di rendere Israele responsabile delle sue azioni, come le uccisioni extragiudiziali e la costruzione illegale di colonie nei TPO.

Dato che le dispute sulla narrazione sono diventate più frequenti e più visibili nell’era digitale, e dati i modi in cui un particolare linguaggio può essere utilizzato per distogliere l’attenzione dagli sviluppi sul terreno, l’uso evidente del discorso della vittimizzazione da parte di Netanyahu non può essere ignorato. L’attenzione su questo sviluppo è particolarmente fondamentale in questo frangente, in cui Israele progetta di espandere le colonie e possibilmente di annettersi altro territorio occupato, e la determinazione e la capacità internazionali di risolvere il conflitto sono più che mai deboli. E’ anche necessario, e strategico, prestare una particolare attenzione in un anno che segna il centenario dalla dichiarazione Balfour, il cinquantennale della guerra del 1967 e i trent’anni dalla prima Intifada palestinese.

L’appropriazione del discorso sulla vittimizzazione da parte di Israele richiede un impegno più efficace da parte dei portavoce, delle élite politiche e degli attivisti palestinesi nella sfera pubblica per esporre la realtà delle azioni di Israele e sollecitare l’appoggio internazionale per la Palestina e per i palestinesi. Ciò non significa partecipare ad una futile battaglia su chi meriti di essere chiamato la vera vittima nel conflitto, ma costruire una campagna coordinata per confutare attraverso delle prove le pretese israeliane.

Una simile campagna dovrebbe contestare la narrazione israeliana utilizzando immagini ed il linguaggio dei diritti umani internazionali che facciano appello all’opinione pubblica ed ai dirigenti occidentali. Dovrebbe sempre basarsi su prove, fatti e contesti, per respingere i tentativi di disinformazione ed iniziative di travisamento. La campagna dovrebbe anche addestrare la dirigenza politica e il personale diplomatico palestinesi nell’uso di un discorso politico rivolto ai palestinesi, su scala regionale ed internazionale, per garantire che il dibattito non legittimi il discorso sionista, per esempio, con l’uso involontario di metafore antisemite. I palestinesi che guidano la campagna e i gruppi della solidarietà internazionale devono utilizzare Twitter e altre reti sociali per confutare i media principali con la situazione reale sul terreno nei TPO, rivolgendosi al contempo ai cittadini palestinesi di Israele e a quelli rifugiati ed esiliati, utilizzando il linguaggio dei diritti e delle leggi internazionali.

Infine, la campagna dovrebbe impegnare professionisti dei media per formare palestinesi e gruppi di sostegno su come controbattere alle narrazioni e affermazioni propagandistiche, nonché su come utilizzare i mezzi di comunicazione digitale per raggiungere un pubblico globale.

Solo con questi sforzi congiunti la strategia israeliana di appropriazione della narrazione palestinese può essere contestualizzata e quindi svelata come un discorso che intende mascherare la violenza del colonialismo di insediamento israeliano.

Note:

(1) Il numero dei coloni è stimato in 600.000. Vedi Ilan Pappe, “La pulizia etnica della Palestina”, Fazi, 2008. Vedi anche Isabel Kershner, “Benjamin Netanyahu Draws Fire After Saying Palestinians Support ‘Ethnic Cleansing’” [Benjamin Netanyahu provoca un incendio dopo aver detto che i palestinesi sostengono ‘una pulizia etnica’], New York Times, September 12, 2016.

(2) Dov Waxman, “The Pursuit of Peace and the Crisis of Israeli Identity: Defending/Defining the Nation” [Il perseguimento della pace e la crisi dell’identità israeliana: difendere/definire la Nazione), (London: Palgrave Macmillan, 2006).

(3) Waxman, 49-56.

(4) Ilan Pappe, “The Idea of Israel: A History of Power and Knowledge” [L’idea di Israele: una storia di potere e di conoscenza], (London: Verso, 2014)

(5) Come ha sostenuto Edward Said, è “il senso sionista del ‘mondo come sostegno e pubblico’ che ha fatto della lotta sionista per la Palestina una lotta che è stata lanciata, comunicata e alimentata nelle grandi capitali dell’Occidente,” con tanto successo – e che ha garantito, fino a un certo punto, la condiscendenza e la complicità dell’Occidente. Edward Said, “Permission to Narrate”(Permesso di Raccontare), Journal of Palestine Studies 13, 3 (Spring 1984): 27-48.

(6) Frank Luntz, “The Israel Project’s Global Language Dictionary” (Il dizionario linguistico del progetto globale di Israele), 2009.

Dina Matar

Membro di Al-Shabaka, Dina Matar è docente in comunicazione politica del Centro per gli Studi sui Film e i Media alla Scuola di Studi Orientali e Africani. Lavora sui rapporti tra cultura, comunicazione e politiche, con una particolare attenzione alla Palestina, al Libano e alla Siria. E’ autrice di “What it Means to be Palestinian: Stories of Palestinian Peoplehood”[Cosa significa essere palestinese: storie di gente palestinese] (Tauris, 2010); co-curatrice di “Narrating Conflict in the Middle East: Discourse, Image and Communication Practices in Palestine and Lebanon” [Raccontare il conflitto in Medio Oriente: discorso, immagine e pratiche comunicative in Palestina e in Libano), (Tauris, 2013) e co-autrice di “The Hizbullah Phenomenon: Politics and Communication” [Il fenomeno Hezbollah: politiche e comunicazione], (Hurst, 2014). Matar è anche co-fondatrice e redattrice del “The Middle East Journal of Culture and Communication” [Giornale del Medio oriente di Cultura e Comunicazione].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un documento segreto rivela che Israele espulse abitanti di Gaza subito dopo la guerra dei Sei Giorni

Yotam Berger, 15 marzo 2017, Haaretz

Il memorandum del Ministero degli Esteri rivela che l’esercito israeliano fu impegnato in un’azione di punizione collettiva, in cui scacciò dozzine di residenti del campo profughi e demolì case, per una mina antiuomo le cui tracce portavano al campo.

Un documento segreto del Ministero degli Esteri datato 15 giugno 1967 rivela che Israele espulse dei palestinesi dalla Striscia di Gaza come punizione collettiva per rappresaglia rispetto ad un tentato attacco alle truppe israeliane.

Il documento descrive una visita di funzionari del Ministero degli Esteri all’ufficio del governatore militare a Gaza e parla della decisione di espellere dozzine di palestinesi da Gaza verso il Sinai, dopo che era stata piazzata una mina antiuomo destinata a colpire le forze di sicurezza israeliane. Il documento classificato fu scritto da Avner Arazi, che all’epoca era in servizio al dipartimento per l’Asia del Ministero degli Esteri.

Il dottor Guy Laron, un docente del dipartimento di relazioni internazionali dell’Università Ebraica, ha detto ad Haaretz: “Non so niente di questo episodio, ma vi sono state espulsioni e massacri alla fine della guerra. Non facevano parte della storia ufficiale, ma sono accaduti.”

Ha detto di non aver letto di questo specifico episodio, ma ha citato un esempio relativo all’unità di commando Shaked avvenuto alla fine della guerra. “E’ accaduto sotto il comando di Benjamin Ben-Eliezer (poi deputato e più volte mnistro laburista, ndtr), il 10 o l’11 giugno. C’è anche la storia dei beduini di Rafah, avvenuta dopo, nel gennaio 1972. Furono espulsi migliaia di beduini, si stima dai 6.000 ai 20.000.”

Il documento è stato scoperto da membri di Akevot, l’istituto di ricerca sul conflitto israelo-palestinese. Il direttore esecutivo di Akevot, Lior Yavne, ha detto ad Haaretz: “Quello che è eccezionale in questa storia è che i funzionari del Ministero degli Esteri hanno immediatamente scritto un memorandum di intesa. Non era il loro compito. Dovevano firmare un accordo con UNRWA (agenzia ONU per i profughi palestinesi, ndtr.). Sembra che fossero turbati da quanto avevano visto.”

Il documento descrive la visita di Arazi a Gaza il 14 giugno, giorni dopo la fine della guerra dei Sei Giorni, in cui incontrò il governatore militare di Gaza. I funzionari ricevettero un’informativa sugli avvenimenti dei giorni seguiti alla presa di Gaza. “Il 12 o il 13 una mina antiuomo è esplosa nelle vicinanze di Gaza”, asserisce il documento. “L’indagine ha riscontrato che la mina era stata posata poco prima che esplodesse. Le tracce hanno condotto ad alcune case nel campo profughi di Al-Tarabshe (sic).”

Secondo il documento, gli israeliani chiesero agli abitanti delle case di segnalare le persone che avevano compiuto l’attacco. “Poco tempo dopo, sono comparse 110 persone che si sono dichiarate soldati dell’esercito di liberazione palestinese, assumendosi la responsabilità collettiva,” afferma il documento.

Arazi descrive le ripercussioni di questo atto. “Non hanno voluto sentir parlare di segnalare chi tra loro avesse compiuto l’azione”, ricorda. “Gli furono concesse tre ore per rivelare gli autori dell’azione, altrimenti sarebbero stati puniti tutti – fu deciso di trasferire nel Sinai tutti quelli che non avessero risposto al termine dell’ultimatum e abbandonarli! Pare che nel frattempo sia stata eseguita la punizione. L’esercito fece anche esplodere otto case alle quali conducevano le tracce.”

Il documento descrive anche altri episodi in cui l’esercito cercò di far pressione sulla popolazione palestinese perché consegnasse armi e soldati alle forze di sicurezza.

“Il governo ha chiesto ai residenti del campo profughi nella Striscia di consegnare tutte le armi in loro possesso”, è scritto nel documento. “Loro non hanno risposto a questo appello. Perciò il governo ha chiesto al rappresentante locale dell’Unrwa di indicare un deposito in cui chi possedeva armi potesse riporle nella notte senza essere ricercato o dover essere identificato. Questo metodo è stato più efficace.” E inoltre: “Nell’ipotesi che alcuni soldati egiziani si nascondessero in case del campo profughi, i residenti del campo sono stati invitati a consegnare questi soldati. Non vi è stata alcuna risposta.”

Laron sostiene che ci sono testimonianze oculari di espulsioni di massa dalla Cisgiordania appena finita la guerra. “E’ successo alla fine della guerra in Cisgiordania”, ha detto. “Probabilmente c’era qualche piano organizzato, riguardo al quale non sono stati diffusi documenti. Tuttavia, ci sono resoconti di soldati che arrivavano sui camion e spingevano i residenti ad andarsene, li trasportavano per espellerli”, ha aggiunto.

“Uri Avnery, nelle memorie che ha appena pubblicato, sostiene di aver incontrato soldati dell’unità che dicevano che quello era il loro lavoro – attuare un piano organizzato finalizzato all’espulsione dei residenti della Cisgiordania”, ha continuato Laron. “Il comandante generale, Uzi Narkiss, appena prima della guerra disse che, se ce lo permettessero, potremmo scacciare gli arabi dalla Cisgiordania in 48 ore. Senza dubbio furono esiliate migliaia di persone.”

Yavne, dell’istituto Akevot, ha detto che la testimonianza nel documento del governatore di Gaza nel 1967 dimostra che le demolizioni delle case e le espulsioni sono state usate come strumento di punizione nei territori da parte dell’esercito fin dai primi giorni dell’occupazione. Riguardo all’ufficiale che parlò con i funzionari del Ministero, Yavne ha aggiunto: “I giuristi dello stato tendono a negare che le demolizioni delle case siano parte di una politica di punizioni, ma la testimonianza del generale Gaon mostra la vera natura dell’azione di demolizione, che danneggia sempre coloro che non sono coinvolti nel conflitto.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Divide et Impera: come il sistema scolastico semina divisione tra i palestinesi di Israele

Mona Bieling Middle East Eye – Martedì 27 ottobre 2016

Com’è strutturato attualmente, il sistema scolastico israeliano serve chiaramente ai principali interessi dello Stato piuttosto che a quelli degli studenti arabo- palestinesi.

Il sistema educativo in Israele è uno dei principali contesti in cui cittadini arabo-palestinesi di Israele ed ebrei sono segregati gli uni dagli altri, in quanto le scuole sono rigidamente separate in differenti settori in base sia alla religione che all’etnia.

Nella sua attuale struttura il sistema è stato fondato nel 1953 con la legge statale per l’educazione che ha definito il quadro giuridico per la formazione di due aree: una per gli ebrei laici e una per i praticanti. Poiché in questa legge la minoranza palestinese non viene citata, ne è scaturita quasi inevitabilmente la costituzione di un settore scolastico arabo separato dai due previsti per gli ebrei.

Nonostante un emendamento della legge nel 2000, il settore destinato agli arabi non ha una posizione giuridica ufficiale, ma esiste come “non ufficiale ma riconosciuto”accanto ai due sistemi ebraici “ufficiali e riconosciuti”. Quindi, fin dall’istituzione del sistema scolastico statale nel 1953, agli israeliani arabo- palestinesi ed a quelli ebrei è in genere impedito di andare a scuola insieme.

Recenti tentativi di prendere in considerazione separatamente la popolazione araba cristiana di Israele riguardo al servizio militare [gli arabo-israeliani non fanno il servizio militare. Ndtr.] e all’educazione suggeriscono che il sistema educativo nella sua struttura attuale non si limita ad offrire una formazione culturale ai cittadini dello Stato. Il ministero dell’Educazione ha il controllo totale dei curricula di ogni tipo di scuola – ebraica, drusa e araba sia pubbliche che private, dall’asilo alle superiori.

Ci sono due modi prevalenti in cui il sistema educativo statale promuove la divisione tra i cittadini palestinesi di Israele: direttamente, attraverso la separazione delle diverse comunità religiose in scuole distinte, la definizione del curriculum e l’assegnazione dei docenti e dei presidi; indirettamente, con questioni relative ai finanziamenti, alle infrastrutture, alle scuole private e all’accesso all’educazione superiore.

Perciò il sistema educativo israeliano può essere visto come un’arma politica utilizzata dal governo per raggiungere i suoi scopi di rafforzamento del carattere ebraico dello Stato piuttosto che per fornire la migliore formazione possibile a tutti i cittadini.

Le divisioni create tra i palestinesi con cittadinanza israeliana avranno anche conseguenze per il tentativo più complessivo dei palestinesi di avere uno Stato e l’autodeterminazione. Pertanto la separazione tra le comunità palestinesi, una dentro Israele e l’altra fuori, come ho fatto in questo articolo, è esclusivamente funzionale all’analisi e non intende inficiare il concetto di una nazione palestinese che li comprenda.

Tener lontani i drusi

I principali e più evidenti interventi attivi da parte di Israele nel sistema educativo per dividere la sua popolazione palestinese sono i tentativi di separare la comunità in base alla religione.

La politica del divide et impera come pratica all’interno del sistema educativo risale al 1956, quando è stato fondato un sistema scolastico separato per i drusi di Israele. Questo sviluppo deve essere visto nel più complessivo contesto del tentativo di Israele di separare la comunità drusa come “un popolo a parte”, non legato in nessuno modo alla comunità palestinese.

Anzi, la lealtà dei drusi verso lo Stato è stata sottolineata e garantita includendo nell’esercito israeliano per il servizio militare tutti i maschi drusi e promuovendo ciò nelle scuole druse. Perciò, come mi ha detto la scorsa estate Ra’afat Harb, un attivista druso, sia il contesto che il curriculum nelle scuole druse sono diversi rispetto alle altre scuole degli arabo-palestinesi.

Il risultato dell’educazione segregata, limitata e tendenziosa nelle scuole druse è che l’identità drusa è stata rimodellata in modo da corrispondere all’obiettivo dello Stato e della maggioranza ebraica. Ovviamente l’identità è sempre un concetto mutevole, che è diverso sia individualmente che collettivamente, e si può manifestare in vario modo. Di nuovo, secondo Harb, ci sono drusi che si identificano come palestinesi, come arabi, come israeliani o persino come sionisti.

Tuttavia, attraverso il sistema educativo, lo Stato ha attivamente inibito lo sviluppo di un’identità araba e palestinese dei drusi ed ha invece imposto loro un’identità unicamente drusa/israeliana. Così facendo lo Stato ha chiaramente seguito un progetto per allontanare i drusi dalla comunità arabo-palestinese.

Sfide per gli arabi beduini

Un’altra divisione molto importante creata all’interno della comunità palestinese in Israele è quella tra arabi cristiani/musulmani da una parte e arabi beduini dall’altra.

La maggioranza dei beduini di Israele vive nel Naqab (Negev), nel sud del paese, dove devono sopportare condizioni di vita miserabili a causa del tentativo israeliano di espellerli dalla loro terra e concentrarli in pochi villaggi e cittadine.

Secondo Noga Dagan-Buzaglo, un ricercatore del centro “ADVA” (Informazione sull’Uguaglianza e la Giustizia Sociale in Israele), in quanto abitanti di villaggi non riconosciuti [dallo Stato israeliano. Ndtr.], i beduini patiscono le peggiori condizioni di vita del Paese.

Benché lo Stato sia obbligato a fornire educazione a tutti i cittadini dall’età di 3 o 4 anni, le scuole nel Naqab si possono trovare solo in villaggi e cittadine riconosciuti. Ciò rende difficile ai genitori dei villaggi non riconosciuti mandare a scuola i propri bambini in modo regolare.

Secondo Muhammad Zidani, ricercatore, e Muna Haddad, avvocato, entrambi di Adalah, il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele, poiché i genitori possono essere processati se non mandano i figli a scuola, alcune famiglie si sono spostate dai villaggi non riconosciuti a quelli riconosciuti per facilitare la frequenza scolastica ed evitare denunce penali.

Anche a questo proposito, l’educazione è utilizzata come uno strumento politico per imporre la volontà dello Stato ai suoi cittadini arabi, in questo caso spostando una parte della popolazione dalla sua terra d’origine.

Isolare gli arabi cristiani

Un terzo, e abbastanza recente, sviluppo è il tentativo di Israele di isolare gli arabi cristiani come ha fatto con i drusi per 60 anni.

Nel 2013 sono aumentati i tentativi dello Stato per incoraggiare gli arabi cristiani ad arruolarsi nell’esercito israeliano, approfittando del fatto che sono meno numerosi degli arabi musulmani, e cercando di creare timore per la “crescente ‘minaccia musulmana’ nella regione.” L’attuale tentativo dello Stato di assegnare agli arabi cristiani una nuova etnicità aramaica è collegato a questo.

Odna Copty, che lavora per il Comitato di Monitoraggio dell’Educazione Araba (FUCAE), afferma che gli arabi cristiani come lei sono ora definiti come aramaici piuttosto che arabi.

“Dicono che siamo un gruppo con religioni diverse e non abbiamo niente in comune, ” afferma. “Quando parlo con qualcun altro che è arabo, non mi viene mai in mente di chiedergli specificamente della sua religione, perché nella cultura araba non è educato fare domande simili.”

L’intento dello Stato di isolare i cristiani e fare in modo che adottino una nuova identità aramaica non ha ancora attecchito tra la gente. Al contrario, molti arabo-palestinesi come Copty deridono questi tentativi come artificiosi e destinati a fallire.

Tuttavia il passato dimostra che simili iniziative hanno avuto successo nel contesto dei drusi. Pertanto questa nuova strategia del divide et impera dovrebbe essere presa sul serio piuttosto che liquidata come assurda.

La storia di qualcun altro

La seconda area importante in cui lo Stato mette in atto direttamente la sua politica del divide et impera sono i contenuti che gli alunni studiano a scuola. Tutto il sistema educativo è basato “sui valori della cultura ebraica e sui successi in campo scientifico, sull’amore per la patria e la lealtà nei confronti dello Stato e del popolo ebraico (…)” come stabilito nella legge dell’Educazione Statale del 1953.

In pratica, ciò significa che i curricula destinati ai settori ebraici laici o religiosi intendono insegnare agli studenti i valori del sionismo ed il punto di vista ebraico. Di conseguenza, gli studenti arabo-palestinesi durante i 14 anni di scuola non apprendono niente della storia o della cultura del loro stesso popolo.

Oltretutto l’immagine degli arabo-palestinesi descritta per loro nei libri di testo è negativa, se non apertamente razzista.

Le differenze tra gli arabo-palestinesi sono evidenziate in un nuovo e controverso testo di educazione civica introdotto in maggio dall’attuale ministro dell’Educazione Naftali Bennett.

Nonostante accese proteste da parte della comunità arabo-palestinese, Bennett ha insistito per la pubblicazione di un libro che, tra le altre cose, “senza ragione distingue tra le componenti musulmane, cristiane, aramaiche e druse di Israele e dedica più attenzione al servizio militare di quest’ultima piuttosto che al sottogruppo più ampio “, cioè gli arabi musulmani.

Legata a questo problema è l’assunzione di insegnanti e presidi nelle scuole arabe. All’interno della comunità palestinese in Israele è risaputo che il ministero dell’Educazione non nomina le persone più adatte a questo lavoro, ma quelle che collaborano con lo Stato.

Il fatto che lo Shabak (Shin Bet), il servizio di sicurezza interno di Israele, sia coinvolto nelle assunzioni – e nella selezione che le precede- degli insegnanti e dei presidi dimostra quanto Israele consideri fondamentale la nomina delle persone ‘giuste’. Scegliendo insegnanti e presidi leali, o per lo meno non critici, lo Stato garantisce che verranno insegnati solo i contenuti previsti dal curriculum scolastico. Persino nelle scuole private, che hanno un certo grado di libertà riguardo all’assunzione dei docenti e ai contenuti, gli insegnanti sono consapevoli del loro ruolo all’interno del sistema e aderiscono in maggioranza alla narrazione dominante.

Tutti questi aspetti presi insieme garantiscono che lo Stato, grazie all’intervento diretto nel sistema educativo, trasmetta solo la narrazione sionista dominante, che dovrebbe tutelare il carattere ebraico dello Stato. Questa prassi intende seminare divisioni tra gli studenti arabo-palestinesi, perché nega l’esistenza di una Nazione palestinese e sottolinea piuttosto ogni aspetto che separa la comunità in termini di religione o di altro.

Buona educazione – se te lo puoi permettere

Israele tenta anche di indebolire la coesione nella comunità arabo-palestinese in un modo più indiretto e sottile. Anche se le cifre esatte variano, è evidente che il ministero dell’Educazione assegna molti meno fondi alle scuole arabe che a quelle ebraiche, con il risultato di una grave mancanza di risorse in tutte le scuole pubbliche arabe.

Le scuole dei beduini sono considerate ben fornite se si tratta di edifici di mattoni con acqua corrente ed elettricità. In seguito al costante lavoro del FUCAE, il ministero dell’Educazione è totalmente al corrente della quantità di denaro necessaria annualmente per studente al fine di ridurre la differenza tra studenti ebrei ed arabi.

Tuttavia, secondo Aatef Moadei, direttore generale del FUCAE, Israele è interessato a gestire questa differenza piuttosto che a ridurla. L’indifferenza dello Stato è ancora più evidente quando si prende in considerazione il fatto che è diretta contro persone che rappresentano oltre il 20% dei suoi stessi cittadini, che pagano tutti le tasse e si aspettano di vedere in cambio investimenti significativi.

In conseguenza della mancanza di fondi e della carenza delle infrastrutture nella maggior parte delle scuole pubbliche, le scuole private arabe sono diventate l’alternativa preferita per i genitori che vogliono che i propri figli ricevano un’educazione migliore. Molte scuole private arabe sono gestite ed in parte finanziate da chiese, il che significa che hanno più fondi di cui avvalersi e maggiore libertà nella gestione degli affari interni della scuola. Le scuole delle chiese arabe sono aperte a tutti gli alunni arabi, non solo ai cristiani.

Tuttavia, poiché i genitori devono pagare le tasse d’iscrizione a queste scuole, le famiglie arabe più povere, che sono in genere musulmane, sono escluse da questa alternativa. Di conseguenza, con i finanziamenti volutamente scarsi alle scuole pubbliche e obbligando la comunità araba a rivolgersi all’educazione privata, che è in parte a pagamento, ancora una volta lo Stato impone una divisione della comunità in base alla religione, oltre a mettere in evidenza la stratificazione in base alla classe sociale.

Mantenere poco istruiti gli studenti

La strategia dello Stato riguardo al sistema educativo arabo intende garantire che i cittadini palestinesi di Israele rimangano poco istruiti, pur fornendo loro la formazione sufficiente a mascherare la realtà sia per la comunità internazionale che per l’opinione pubblica israeliana.

Il grave deficit nel sistema scolastico determina una bassa partecipazione degli arabi all’educazione superiore: solo uno studente arabo su quattro arriva all’educazione superiore, rispetto a uno su due studenti ebrei. Di conseguenza, le misure dirette ed indirette attuate dallo Stato non portano solo al rafforzamento delle differenze all’interno della comunità arabo palestinese.

Su scala più ampia, queste misure configurano anche un sistema che produce forza lavoro relativamente poco qualificata, per esempio formando insegnanti arabi poco qualificati, cosa che, a sua volta, avrà un effetto sulla prossima generazione di alunni arabo- palestinesi – garantendo una costante marginalizzazione della minoranza palestinese in Israele.

Democrazia solo di nome

Quindi lo Stato interferisce direttamente e indirettamente nel settore dell’educazione araba e intende imporre la separazione tra i cittadini arabo- palestinesi in Israele sulla base dell’etnia, della religione, della geografia e della classe sociale. Il sistema scolastico, così com’è ora, serve agli interessi dello Stato piuttosto che a quello degli studenti.

I palestinesi in Israele sono consapevoli delle diversità della loro comunità. Tuttavia sostengono che il governo utilizza il sistema educativo per rafforzare le differenze esistenti, che non sarebbero così problematiche se non fossero sottolineate continuamente dallo Stato. Il controllo delle loro scuole da parte del ministero dell’Educazione e soprattutto l’assoluta mancanza di libertà riguardo ai contenuti insegnati sono due pratiche che rifiutano ampiamente.

Dunque la comunità araba palestinese di Israele chiede una completa autonomia per il settore dell’educazione araba, per farsi totalmente carico della distribuzione dei fondi, dei contenuti dei curricula e dell’assunzione degli insegnanti in tutte le scuole arabe.

L’autonomia del settore educativo arabo in Israele sarebbe un importante passo verso il miglioramento dell’educazione araba in generale. Inoltre determinerebbe un cambiamento per i cittadini arabo- palestinesi di Israele, ponendo fine ai tentativi dello Stato di dividerli in comunità sempre più ridotte per mettere in crisi il movimento nazionale palestinese.

Anche se questo obiettivo può sembrare utopico, è di cruciale importanza che Israele inizi a trattare tutti i suoi cittadini, ebrei e non, allo stesso modo se vuole continuare a chiamarsi e ad essere chiamato una democrazia.

– Mona Bieling è una dottoranda in Storia Internazionale presso l’Istituto Universitario di Studi Internazionali e Sviluppo (IHEID) di Ginevra, Svizzera. Questa ricerca è stata realizzata con il sostegno di Baladna – Associazione per la Gioventù Araba di Haifa, Israele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Migliaia di arabi ed ebrei marciano insieme a Tel Aviv contro il razzismo e le demolizioni di case

  1. Nota redazionale: nel presente articolo gli autori utilizzano costantemente ed esclusivamente i termini “arabo/i” ed “ebreo/i” intendendo “palestinesi con cittadinanza israeliana” e “israeliani ebrei”. Si tratta del modo in cui sono solitamente denominati i due gruppi in Israele. Pur non condividendo questo modo di definirli, per correttezza rispetto agli autori abbiamo conservato queste categorie anche nella traduzione.

Inoltre sulla morte del palestinese ucciso durante l’evacuazione del villaggio beduino viene riportata solamente la versione della polizia contraddetta da testimonianze e da un video.

di Jack Khoury e Or Kashti |. 5 febbraio 2017 | Haaretz

I promotori sostengono che la protesta, in cui i discorsi sono stati fatti in arabo e in ebraico, è una nuova fase della lotta civile di ebrei e arabi.

Migliaia di persone, arabi ed ebrei, hanno marciato sabato sera [4 febbraio 2017] a Tel Aviv in una manifestazione di protesta contro le demolizioni di case delle scorse settimane a Kalansua e a Umm al-Hiran e contro ulteriori misure di demolizione di altre case.  

Gli organizzatori hanno detto che circa 5000 manifestanti hanno partecipato al corteo, che è iniziato all’incrocio tra le due strade King George ed Allenby e si è concluso nella piazza Dizengoff.

Alcune associazioni ebraiche e arabe hanno partecipato all’organizzazione della protesta, che i promotori hanno definito come una nuova fase della lotta civile degli ebrei e degli arabi. I discorsi sono stati fatti in arabo e in ebraico e i dimostranti hanno sventolato sia bandiere israeliane che palestinesi.

Amal Abu Sa’ad, la vedova di Yakub Abu al-Kiyan, che è stato ucciso il mese scorso durante le operazioni di demolizione delle case illegali del villaggio beduino non autorizzato di Umm al-Hiran, nel Negev , ha parlato ai manifestanti: “È importante per me essere qui e parlarvi e trasmettere il messaggio al primo ministro e ai suoi ministri. Nonostante la vostra rozza istigazione, il razzismo e una discriminazione nella legislazione, nella sua applicazione, nelle infrastrutture e nei servizi pubblici, non riuscirete a creare divisioni tra i cittadini del Paese. Voi che siete qui oggi siete la prova che ebrei e arabi possono e vogliono vivere insieme e con uguali diritti.”

Amal Abu Sa’ad ha chiesto al governo di istituire una commissione d’inchiesta indipendente per indagare sull’evacuazione di Umm al-Hiran. Al-Kiyan è stato ucciso dalla polizia quando con la sua auto ha investito e ucciso il sergente maggiore della polizia Erez Levi e ferito un altro graduato.

Il parlamentare Ayman Odeh, leader della Lista Unita [coalizione di partiti della minoranza palestinese in Israele, ndt] ha fatto un discorso e ha detto: “Oggi sono venute qui migliaia di persone, arabi ed ebrei, da tutto il Paese per protestare vivamente contro l’attacco del governo alla popolazione araba, per chiedere l’uguaglianza, il riconoscimento dei villaggi non autorizzati e una commissione d’inchiesta ufficiale dello Stato per analizzare tutti i fatti riguardanti la brutale evacuazione di Umm al-Hiran”

Il parlamentare Dov Khenin (Llista Unita) ha detto: “ Le migliaia di persone che hanno manifestato questa sera a Tel Aviv esprimono una voce di speranza e di intelligenza nei confronti di un governo che sceglie l’istigazione e l’odio. Sappiamo che l’istigazione è l’ultimo rifugio di quelli che hanno fallito.”

L’alto comitato arabo di inchiesta (the Higher Arab Monitoring Committee) ha reso nota la decisione di appellarsi a Israele e all’opinione pubblica internazionale. Centinaia di cittadini ebrei hanno partecipato alle recenti proteste contro le demolizioni di case, ha detto Raja Za’atra di Hadash [partito comunista che fa parte della coalizione Lista Unita , ndt], che presiede il sottocomitato del partito incaricato delle pubbliche relazioni con l’opinione pubblica israeliana.

Za’atra ha detto che dalla costituzione della Lista Unita, un maggior numero di politici della comunità araba ritiene di importanza strategica la costruzione di ponti per il dialogo e la collaborazione con le forze democratiche presenti nella società israeliana. Ha aggiunto che questo è particolarmente vero alla luce dell’aumento del razzismo e dei duri attacchi del primo ministro Benjamin Netanyahu e del suo governo contro la popolazione araba e contro la democrazia.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)