Iron Dome: la farsa del finanziamento USA

Richard Falk

lunedì 4 Ottobre 2021, GLOBAL JUSTICE IN THE 21ST CENTURY

Che gli Stati Uniti paghino il conto per ricostituire la scorta di missili nel sistema difensivo israeliano Iron Dome (Cupola di Ferro) utilizzato durante l’attacco a Gaza in maggio è una caricatura di legalità e giustizia.

E che una tale iniziativa conquisti il sostegno di un voto di 420 a 9 in una Camera dei Rappresentanti (USA) altrimenti disperatamente divisa dovrebbe essere d’imbarazzo anziché l’occasione per ristabilire questa discutibile Relazione Speciale senza contare quanto il suo incondizionato mantenimento sia avverso al benessere della gente del Medio Oriente e alla razionalità strategica della politica estera USA.

Mistificazioni sulla Cupola di Ferro

Ci sono stati molti ragionamenti falsi attorno a questa ultima affermazione promiscua del militarismo israeliano. La Cupola di Ferro si presenta al mondo come arma puramente difensiva il cui solo ruolo è salvare la vita di civili innocenti. Se è così, perché non installare una Cupola di Ferro a Gaza, come ha osservato Alison, dov’è realmente necessaria a una popolazione del tutto priva di difesa e assediata che ha subìto un massiccio numero di vittime civili per ripetuti attacchi missilistici israeliani da molti anni.

Iron Dome

Chiunque sia consapevole della devastazione e delle vittime civili subite dalla popolazione di Gaza lo scorso maggio capirebbe che Israele ci penserebbe due volte prima di lanciare un’operazione militare aggressiva se la sua popolazione e le sue città fossero esposte ad attacchi di rappresaglia come la gente di Gaza. Non c’è bisogno di essere uno studioso di strategia militare per sapere che offesa e difesa sono letalmente interconnesse in condizioni di combattimento.

Non solo la Cupola di Ferro viene mal rappresentata, ma l’implicito attacco militare, con il nome in codice IDF [dell’esercito israeliano – ndt] sconcertante di “Guardiano delle Mura”, è stato falsamente descritto come risposta ‘difensiva’ al ‘terrorismo’ di Hamas e gruppi armati associati. Ignorati da tale reportage mediatico sono lo sfondo e il contesto israeliani molto incendiari. I razzi da Gaza furono preceduti da una serie di provocazioni israeliane a Gerusalemme-Est e in Cisgiordania; compresa la protezione alle marce ebraiche estremiste per i quartieri palestinesi con cantilene come ‘morte agli arabi’, la violenza dei coloni contro i palestinesi, e parecchie intrusioni e interferenze con la liturgia musulmana nel complesso di Al Aqsa durante un periodo di vacanze religiose.

Confronto fra vittime civili

Quando si facciano e le valutazioni di responsabilità per perdite di vite e un’autentica identificazione degli autori del terrorismo, è illuminante comparare le statistiche sulle vittime di queste periodiche operazioni militari israeliane condotte contro una società di Gaza intrappolata e del tutto vulnerabile. Uno dei princìpi basilari del diritto umanitario internazionale è il requisito che qualunque ricorso alla forza militare sia proporzionato nella reazione; un’altra norma primaria è la proibizione di ‘punizione collettiva’ all’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra. Nell’Operazione Piombo Fuso, del 2008-09, furono uccisi 14 israeliani e 1434 palestinesi; e nell’Operazione Pilastro di Difesa, del 2012, 6 israeliani e 158 palestinesi; nell’Operazione margine Protettivo, del 2014, 73 israeliani e 2100 palestinesi; in Guardiano delle Mura, del 2021, 12 israeliani e 256 palestinesi.

Questo confronto di vite perse è rivelativo, ma ancora lungi dal ritratto completo di uni-lateralità. A Gaza dopo le rispettive carneficine si nega di routine l’accesso ai materiali necessari per riparare il peggio dei danni inflitti a persone e cose, alquanto arbitrariamente per lunghi periodi, aggravando quella che a Gaza passa per normalità nei periodi migliori, ossia gli intervalli durante attacchi massicci, a parte i frequenti attacchi militari limitati, la violenza confinaria, e le innumerevoli intrusioni con droni di sorveglianza e sorvoli con schianti supersonici.

Contro uno sfondo così tormentato, il governo USA dovrebbe almeno trattenersi da sovvenzionare il militarismo israeliano addirittura oltre i già deprecabili $3.8 miliardi annui. Aldilà delle considerazioni morali e legali, ci si chiede perché Israele debba essere destinatario di tanta carità geopolitica godendo di una economia è robusta e di uno dei più alti redditi pro capite al mondo, con vantaggiose tecnologie di punta e un redditizio mercato in espansione per la sua industria delle armi e i programmi formativi antiterrorismo.

Non solo gli USA dovrebbero vergognarsi, ma sentirsi pure umiliati per erigere una tale piattaforma parlamentare bipartite pur restando nettamente spaccati su prospettive che dovrebbero essere imperativi apolitici: una politica confinaria e sull’immigrazione umana, finanziamento adeguato delle infrastrutture e della protezione sociale, mantenere aperto il processo elettorale a tutti i cittadini e preservare la democrazia politica nonostante la violenza insurrezionale, e dedicare tutti i fondi pubblici disponibili ad affrontare le minacce multiple attribuibili al cambiamento climatico.

E riguardo alle armi nucleari israeliane?

È anche rilevante la prospettiva strategica. In Medio Oriente persistono gravi pericoli di guerra in larga parte perché l’Occidente non sa trattare equanimemente gli armamenti nucleari. Molto tempo addietro ha facilitato acquisizione, possesso e sviluppo segreti di tale armamento da parte d’Israele ed è impegnato alla guerra se necessario per frustrare il presunto approccio dell’Iran alla soglia nucleare [militare]. Non osando Washington sfidare l’opzione nucleare d’Israele, gli USA sono costretti contro i propri interessi ad unirsi a Israele (e all’Arabia Saudita) nel confrontare l’Iran.

Dovrebbe essere evidente ad ogni osservatore equanime che l’Iran ha un persuasivo caso di sicurezza per un deterrente nucleare date le costanti minacce e violazioni della propria sovranità da parte delle provocazioni militari israeliane e USA. Dovrebbe essere ovvio che sicurezza, pace e sviluppo economico beneficerebbero tutti i popoli del Medio Oriente se nella regione fosse istituita una zona priva di armi nucleari, monitorata e verificata internazionalmente. Al tempo stesso ridurrebbe quasi a zero i pericoli di una guerra regionale e le inibizioni strategiche collegate al tenere Israele come unico paese cui è permesso avere tale armamento senza neppure una pretesa di rendicontazione.

E riguardo all’apartheid israeliana?

Ciò che sarebbe in primo piano nella sovvenzione di un apparato militare straniero sarebbe qualche riflessione sulla sua classifica nell’àmbito dei diritti umani. Nel caso di Israele, il fatto che l’anno scorso sia B’Tselem sia Human Rights Watch, entrambe rispettate ONG per i diritti umani, abbiano concluso dopo studi esaurienti che Israele fosse colpevole del crimine di apartheid, conclusione asserita anche nei particolari concreti dall’intrepido giornalista israeliano Gideon Levy. L’apartheid è elencata fra i crimini contro l’umanità nello Statuto di Roma, struttura portante del trattato che regola l’attività del Tribunale Penale Internazionale.

Il Parlamento [USA] finge di non vedere il crescente consenso sulla nozione che Israele è uno stato di apartheid, conclusione virtualmente riconosciuta dalla statuizione del 2018 nella sua stessa Legge Fondamentale che Israele è lo stato del popolo ebraico, con l’ulteriore implicazione della supremazia ebraica non solo in Israele bensì anche nei Territori Palestinesi Occupati, cioè in tutta quanta la Palestina storica. E con tutto ciò i media mainstream annotano blandamente questa dubbia riaffermazione di sostegno a Israele senza manco tentare di trattare le implicazioni dubbie di tale passo diplomatico di blocco.

E riguardo al diritto di resistenza palestinese?

In considerazione di quanto sopra, il discorso su Israele/Palestina dovrebbe come minimo riconoscere un diritto palestinese di resistenza operativo entro i limiti stabiliti dal diritto internazionale. È ora di smettere di sminuire la resistenza palestinese come ‘terrorismo’ e l’oppressiva dominazione israeliana come intrinsecamente ‘difensiva’.

Tenendo conto di queste considerazioni, dovremmo cominciare a renderci conto di quanto sia stata regressiva la mossa di donare $1 miliardo per una nuova fornitura di missili Cupola di Ferro a questo punto. Dovremmo fare una pausa di ringraziamento alla Squadra per aver tenuto saldamente, chiedendoci perché i Rappresentanti che sostengono le lotte delle persone di colore d’America manchino di esibire pur minimi segni di solidarietà con le vittime dell’ardua prova palestinese.


Richard Falk

Richard Falk è membro della Rrte TRANSCEND, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale all’università di Princeton, Ricercatore Distinto al Centro Orfalea di Studi Globali dell’UCSB, autore, co-autore o capo-redattore di 60 libri, e portavoce e attivista su affari mondiali. Nel 2008, il Consiglio delle Nazioni Unite sui Diritti Umani (UNHRC) ha nominato Falk a due mandati triennali come Rapporteur Speciale ONU sulla “situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967”. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California, associate al campus locale dell’Università di California, e presiede da vari anni il consiglio d’amministrazione della Nuclear Age Peace FoundationIl suo libro più recente è On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization, and Disarmament (2019

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis




Vaccinare i palestinesi solo se è funzionale a Israele

Maureen Clare Murphy

12 marzo 2021 – The Electronic Intifada

Come direbbero i ragazzini, Il COGAT [Coordinatore delle attività governative nei territori: unità del ministero della difesa israeliano che coordina le questioni civili tra il governo di Israele, le forze di difesa israeliane, le organizzazioni internazionali, i diplomatici e l’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] ricomincia con le sue stronzate.

All’inizio di questa settimana l’ente militare israeliano ha twittato foto di lavoratori palestinesi mentre vengono vaccinati contro il COVID-19 ai posti di blocco in Cisgiordania.

Il COGAT, famigerato per la sua propaganda mediocre e strumentale, ha affermato che l’iniziativa sui vaccini “è un passo importante per assicurare la salute pubblica e la stabilità economica”.

“Fatevi vaccinare!” ha implorato il COGAT, il quale troppo spesso ritarda o nega ai palestinesi i permessi di viaggio per accedere alle cure mediche.

Tuttavia la stragrande maggioranza dei palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana, anche se lo volesse, non potrebbe essere vaccinata.

Mentre Israele si vanta della sua campagna di vaccinazione di tutti i suoi cittadini, ha rifiutato di fornire il vaccino ai palestinesi che vivono sotto occupazione, in base a quanto previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra.

Vaccinare i palestinesi a vantaggio di Israele

Israele ha recentemente iniziato a fornire vaccini a circa 130.000 palestinesi che lavorano nelle sue fabbriche, nei suoi cantieri e nelle sue colonie, il lavoro sottopagato e sfruttato da cui dipende l’economia israeliana.

Ma Israele non fornirà vaccini ai restanti oltre 5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Come ha detto un palestinese alla Reuters “ Anche i lavoratori palestinesi che [gli israeliani] hanno vaccinato, lo hanno fatto a vantaggio della comunità israeliana, non in funzione del benessere dei lavoratori”.

 

Omar Shakir, direttore del programma di Human Rights Watch [organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, ndtr.] ha osservato che “vaccinare solo quei palestinesi che entrano in contatto con israeliani rafforza [l’idea] che per le autorità israeliane la vita palestinese conti solo nella misura in cui influisca sulla vita ebraica”.

Nel frattempo le unità di terapia intensiva degli ospedali di alcune aree della Cisgiordania stanno attualmente operando al 100% della capacità, poiché nelle comunità palestinesi del territorio i casi di COVID-19 sono in aumento.

Nelle ultime due settimane le città palestinesi hanno introdotto blocchi totali per controllare la crescita del numero delle infezioni da COVID-19, proprio mentre il vicino Israele ha iniziato a revocare le restrizioni procede con una delle campagne di vaccinazione più veloci al mondo”, ha riferito la Reuters.

Apartheid sanitario

La disparità nell’accesso ai vaccini COVID-19 è un chiaro esempio del regime israeliano di apartheid imposto dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.

“Il regime israeliano mette in campo leggi, pratiche e violenze di Stato progettate per cementare la supremazia di un gruppo – gli ebrei – su un altro – i palestinesi”, ha affermato l’associazione per i diritti umani B’Tselem [organizzazione israeliana non governativa che documenta le violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, ndtr.] in un recente studio.

La distribuzione del vaccino è una dimostrazione scioccante di come gli strateghi israeliani si muovano in modo di volta in volta differente riguardo ai gruppi sottoposti alle sue norme inique.

Mentre i palestinesi con cittadinanza o residenza israeliana hanno diritto a ricevere i vaccini da Israele, i palestinesi in possesso di documenti di identità della Cisgiordania sono stati cacciati dai siti di vaccinazione gestiti da Israele.

L’apartheid sanitario nei territori sotto il controllo di Israele non è una novità.

Physicians for Human Rights-Israel [Medici per i diritti umani: ONG no profit con sede negli Stati Uniti che utilizza medicina e scienza per documentare le gravi violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, ndtr.] ha affermato che le disparità nelle condizioni della salute tra israeliani e palestinesi derivano direttamente dall’occupazione.

Uno studio del 2015 dell’organizzazione ha rilevato che l’aspettativa di vita dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza è di circa 10 anni inferiore a quella in Israele.

Lo stesso studio ha rilevato che la mortalità infantile e la mortalità materna erano quattro volte superiori in Cisgiordania e Gaza rispetto a Israele.

Nello stesso anno, uno studio dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha individuato nell’assedio da parte di Israele una delle ragioni dell’aumento a Gaza, per la prima volta in 50 anni, del tasso di mortalità infantile.

Le organizzazioni palestinesi per i diritti umani affermano che il regime dell’apartheid israeliano “ha portato per decenni alla frammentazione e al deterioramento del sistema sanitario” della Cisgiordania e di Gaza.

Ciò ha “negato ai palestinesi il diritto al soddisfacimento di standard ottimali di salute fisica e mentale”.

Vaccini al posto di blocco

La salute dei palestinesi è profondamente intrecciata con l’occupazione israeliana. Il COGAT lo dimostra inconsapevolmente nei suoi tweet sui lavoratori palestinesi che ricevono le vaccinazioni ai posti di blocco militari, che chiama eufemisticamente “punti di passaggio“.

Qualsiasi vaccino che i palestinesi ricevano, sia da Israele che da qualunque altro organismo, dovrebbe passare attraverso i posti di blocco israeliani.

Israele ha rallentato il primo trasferimento di dosi di vaccino agli operatori sanitari a Gaza poiché alcuni parlamentari hanno cercato di condizionare la spedizione a concessioni politiche da parte di Hamas.

Lo ha fatto mentre trasferiva vaccini in altri Paesi in cambio del loro sostegno politico:

giovedì i palestinesi di Gaza hanno ricevuto 40.000 dosi del vaccino russo Sputnik V.

Secondo quanto riferito, le dosi costituivano una donazione da parte degli Emirati Arabi Uniti, assicurata da Muhammad Dahlan, l’ex capo dell’intelligence dell’Autorità Nazionale Palestinese diventato signore della guerra e rivale del leader dell’ANP Mahmoud Abbas all’interno della fazione di Fatah.

Dahlan ha condotto una breve e sanguinosa guerra civile a Gaza dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni legislative palestinesi del 2006. Le sue forze sono state sconfitte e Dahlan ora vive in esilio nello Stato del Golfo ricco di petrolio.

Secondo la Reuters, Dahlan ha dichiarato che metà della spedizione di vaccini a Gaza sarebbe stata assegnata ai palestinesi in Cisgiordania.

I pochissimi vaccini che sono arrivati ​​in Cisgiordania non sono stati distribuiti equamente dall’Autorità Nazionale Palestinese che, secondo quanto riferito, li ha assegnati alle élite del partito di Fatah, agli organi di informazione allineati e ai loro familiari.

Resta da vedere se Israele consentirà il trasferimento delle dosi da Gaza alla Cisgiordania, o se il COGAT scoprirà in esso una utilità propagandistica.

E così i palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare continueranno ad aspettare mentre la loro salute viene gestita da Israele, da Dahlan e dall’Autorità Nazionale Palestinese in termini di battaglia politica e mentre i Paesi terzi stanno a guardare senza far nulla.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’apartheid vaccinale di Israele

Amira Hass

 

1 marzo 2021 – Haaretz

I ceppi del COVID non terranno in considerazione le bugie di Israele secondo cui esso “non è responsabile” della salute dei palestinesi.

La domanda scomoda ogni giorno è: “Sei stata vaccinata?” La risposta imbarazzata è “sì.” A chiedere sono vicini e amici palestinesi, conoscenti e intervistati, residenti in Cisgiordania (esclusa Gerusalemme Est) e nella Striscia di Gaza. Non lo fanno con l’intenzione di mettermi in imbarazzo, né tanto meno di farmi vergognare. Esprimono un interesse umano e amichevole. Di solito alla mia risposta replicano: “É fantastico.” Il disagio e l’imbarazzo derivano dal fatto che noi, cittadini di Israele, veniamo vaccinati e loro no. 

Anche se possiamo vantarci di essere primi al mondo per la vaccinazione di cittadini e residenti, resta il fatto che Israele ha escluso dalla vaccinazione circa 4,5 milioni di palestinesi, sebbene essi vivano tutti sotto il suo controllo. Il governo continua a dichiarare di non essere responsabile della loro salute. Allora va ricordato: ciascuno di quei 4,5 milioni è iscritto nel registro della popolazione palestinese controllata da Israele.

 

Che cosa si intende per controllo? È Israele a decidere chi è nel registro. Se il certificato di nascita di qualche neonato palestinese non viene convalidato da Israele, quel neonato non viene registrato. Non è sufficiente la certificazione del Ministero degli Interni palestinese per fare avere la carta di identità ad una sedicenne di Gaza, Hebron o Barta’a. Ci vuole il consenso di Israele. I funzionari del Ministero degli Interni israeliano che lavorano per l’Amministrazione Civile devono confermare i dettagli della carta di identità, che altrimenti viene considerata “contraffatta.”

 

Per favore, ditemi quale altro Paese del mondo sia “non responsabile” della salute di quelle stesse persone che ha l’autorità di riconoscere come “esistenti” oppure no.

E questo si aggiunge alle altre questioni relative ai palestinesi su cui è Israele a decidere: la quantità di acqua che consumano, le restrizioni al loro diritto di muoversi, l’entità del loro sviluppo economico, le università palestinesi in cui hanno diritto a studiare, l’estensione della terra che possono coltivare.

 

L’elenco dei settori in cui si esplica il dominio di Israele sui palestinesi “che non possono beneficiare dei nostri vaccini” è più lungo di quanto non si possa illustrare esaurientemente in questo articolo.

Eppure, come prevedibile, la vaccinazione dell’apartheid non fa scalpore in Israele. Le considerazioni morali per noi non valgono.

 

Vi siete imbattuti in qualche appello di docenti di filosofia di università israeliane che chiedano al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di vaccinare senza alcuna discriminazione l’intera popolazione che risiede in questo Paese fra il Mare Mediterraneo e il fiume Giordano? Avete sentito dei rabbini in Israele chiedere al governo, in nome della loro autorità spirituale, di fare in modo che l’efficace campagna di vaccinazione non trascuri nessuno?

Queste sono domande retoriche. Grazie a gruppi per i diritti umani, si è aperta un’unica crepa in quell’insensibilità: vaccineremo i palestinesi che lavorano in Israele. 

 

Per noi le considerazioni legali valgono solo se sono a nostro vantaggio, e a patto che l’unica interpretazione legale sia Ginevra-à-la-carte. [Geneva-Shmeneva nel testo di Hass – l’aggiunta del prefisso “shm” in yiddish trasforma il termine in modo da sminuirlo e/o ridicolizzarlo, ndtr]. Vale a dire che Israele non è una potenza occupante e che quindi non è vincolato dalle Convenzioni di Ginevra per quanto concerne i suoi obblighi di potenza occupante.

Anche se le organizzazioni internazionali hanno decretato l’opposto.  Quando ci viene bene, decidiamo che gli Accordi di Oslo sono vincolanti: per esempio, la clausola che l’Autorità Nazionale Palestinese è responsabile della salute degli abitanti.

Ma se ci conviene, storciamo il naso davanti al fatto che gli Accordi di Oslo avrebbero dovuti essere validi solo per cinque anni, e davanti alla clausola che vieta alle parti di stabilire fatti sul terreno in modo tale da avere un impatto sulla fase permanente.

 

L’utilitarismo sanitario ormai è l’unica cosa che sta a cuore all’ebreo medio in Israele, come dimostra la tardiva consapevolezza che i lavoratori palestinesi devono essere vaccinati. La scorsa settimana ONE – movimento internazionale di lotta alla povertà – ha affrontato il problema dell’iniqua distribuzione mondiale dei vaccini, con le Nazioni ricche che si accaparrano circa un miliardo di dosi in più del necessario, mentre quelli poveri non sono in grado di acquistarli.

“Ogni nuova infezione rappresenta una possibilità di mutazione” ha rammentato ONE nella sua dichiarazione. “Ci sono già oltre 4.000 varianti di Covid-19 e alcune varianti – come quelle sud-africana e inglese – si stanno dimostrando più contagiose di altre.

Ogni nuovo ceppo del virus presenta un aumento del rischio che la malattia evolva al punto da rendere inefficaci gli attuali vaccini, strumenti diagnostici e trattamenti. I leader delle Nazioni ricche non renderanno alcun servizio né ai loro cittadini né al resto del mondo accumulando vaccini.”

Se questo vale per gli USA e la Francia nei confronti di Messico e Marocco, vale sicuramente anche per Israele e i palestinesi.

 

Non sono soltanto i palestinesi che lavorano in Israele o nelle colonie a vivere gomito a gomito con la società israeliana. I palestinesi che vengono nei centri commerciali in Cisgiordania e i coloni che frequentano attività commerciali palestinesi nell’Area C [sotto il totale controllo israeliano, ndtr], quali negozi di alimentari, officine meccaniche, chioschi di falafel; i soldati che fanno irruzione tutte le sere nelle case dei palestinesi, li arrestano, li picchiano e li ammanettano, si avvicinano alle loro facce per urlare contro di loro; gli agenti del Servizio di Sicurezza Shin Bet che respirano la stessa aria viziata delle persone che torturano per poi tornare a casa e passare del tempo nel parco vicino con i figli; i palestinesi di Gerusalemme hanno parenti e amici in Cisgiordania, nonché soci e imprese dove si incontrano; i commercianti palestinesi si vedono con quelli israeliani; i palestinesi con cittadinanza israeliana non hanno smesso di andare a trovare i fratelli e le sorelle in Cisgiordania.

 

Non esiste una separazione ermetica fra le due popolazioni, né può esistere.

Le subdole mutazioni del virus non tengono in considerazione le bugie di Israele secondo cui esso “non è responsabile” della salute dei palestinesi.

   

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)

 




L’occupazione ai tempi del COVID-19: Israele va considerato responsabile della salute dei palestinesi

Yara Asi 

15 novembre 2020 – Al-Shabaka

Introduzione

A marzo e aprile 2020, mentre gran parte del mondo si adeguava alla nuova normalità di lockdown e coprifuoco, molti palestinesi hanno rivissuto circostanze familiari. Quando sono stati segnalati i primi casi di COVID-19 in Cisgiordania, vicino a Betlemme, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha imposto il lockdown su quel governatorato. Gli spostamenti all’interno della Cisgiordania sono stati ridotti in modo simile ai peggiori periodi delle restrizioni di movimento sotto l’occupazione israeliana. 

Inoltre, la Giordania ha chiuso il valico di frontiera del ponte Re Hussein, il principale punto di entrata e uscita per i palestinesi della Cisgiordania, chi lavorava in Israele è stato mandato a casa o gli è stato detto di restare in Israele, e agli abitanti di Gaza che sono sottoposti ad un rigido assedio e hanno solo due punti di entrata e uscita, è stata imposta una quarantena obbligatoria per chiunque tornasse a casa a Gaza dall’estero. Infatti, agli inizi del lockdown, il blocco di Gaza è stato descritto come un vantaggio potenziale, dato che si pensava che la restrizione dei movimenti riducesse possibili focolai.

Questo editoriale tratta dei tre modi in cui il quadro giuridico dell’occupazione, come definito dal diritto internazionale umanitario (DIU), non ha fornito l’assistenza sanitaria pubblica ai palestinesi in tempi di COVID-19. Per prima cosa analizza il “de-sviluppo” attivo e passivo del sistema sanitario palestinese prima della pandemia. Secondo, esamina i modi in cui Israele non ha rispettato i suoi obblighi di legge verso i palestinesi sul COVID-19. E in conclusione analizza come, limitando le iniziative palestinesi, l’occupazione abbia peggiorato la situazione sanitaria.

Sebbene non ci sia dubbio che il DIU abbia probabilmente dei limiti nella protezione dei diritti delle popolazioni oppresse, il mio documento ne usa il linguaggio per ritenere Israele responsabile della salute dei palestinesi. In questo modo, anche in base ai criteri limitati previsti dalla comunità internazionale, in questo momento di crisi sanitaria Israele non sta adempiendo ai doveri giuridici minimi di una potenza occupante. Così facendo, ha contribuito attivamente al deterioramento della salute e del benessere dei palestinesi. Il documento propone parecchie raccomandazioni per affrontare la presente crisi. 

Il quadro giuridico dell’occupazione e i suoi limiti

Nel 1967, con la guerra dei Sei Giorni, lo Stato di Israele conquistò la Penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme Est e le alture del Golan. Da allora, quasi tutti i governi e organismi internazionali, inclusi il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Corte internazionale di Giustizia, l’Assemblea generale dell’ONU, il Comitato internazionale della Croce Rossa, hanno riconosciuto Israele come potenza occupante. Eppure lo Stato di Israele non definisce come occupazione la propria presenza nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), ma anzi la contesta attivamente. Israele e i suoi sostenitori hanno obiettato che la natura dello status o degli obblighi di Israele quale potenza occupante è cambiata con gli accordi di Oslo e che dopo il “disimpegno” del 2005 almeno Gaza non è occupata. Nonostante queste argomentazioni, quasi tutte le organizzazioni internazionali hanno continuato a riconoscere questi territori come occupati, inclusa la Striscia di Gaza. In risposta, Israele e i suoi alleati hanno combattuto per delegittimare le Nazioni Unite e trasformare il concetto di “occupazione” in un problema di intransigenza palestinese, basandosi sulla narrazione che tutti i palestinesi sono potenziali minacce alla sicurezza di Israele, giustificando di conseguenza la loro punizione collettiva. 

Il DIU fornisce un quadro solido delle responsabilità delle parti coinvolte in un conflitto armato e delle responsabilità di una potenza occupante verso la popolazione civile sotto il suo controllo. La convenzione dell’Aja del 1907 concernente le guerre terrestri rispecchiava le norme della fine del XIX secolo sulle dichiarazioni che regolavano gli atti di guerra e a tutt’oggi è critica verso le indagini del DIU sulle violazioni dei diritti umani. L’articolo 42 definisce un territorio come occupato “quando è effettivamente posto sotto l’autorità di un esercito ostile,” e altri articoli attribuiscono all’occupante una serie di responsabilità, inclusa quella di garantire la sicurezza pubblica e di prevenire il sequestro di proprietà private. A corollario della convenzione dell’Aja del 1907, le quattro Convenzioni di Ginevra firmate nel 1949 hanno ulteriormente rafforzato le protezioni e i diritti in guerra e sono considerate il cuore del DIU.

La quarta Convenzione di Ginevra, che protegge i civili, fu adottata dopo le atrocità della Seconda Guerra Mondiale. La sezione III descrive le protezioni a vasto raggio garantite ai civili nei territori occupati. Ci sono parecchi articoli rilevanti nella descrizione degli obblighi legali di Israele nei confronti della popolazione palestinese, specialmente durante questa pandemia. L’articolo 53, per esempio, vieta la distruzione di proprietà privata o pubblica. L’articolo 55 impone che la potenza occupante garantisca alla popolazione rifornimenti di cibo e medicinali, specialmente quando “le risorse dei territori occupati sono inadeguate.” L’articolo 56 richiede specificatamente alla potenza occupante di garantire e mantenere la sanità e l’igiene pubbliche, mentre l’articolo 59 chiede alla potenza occupante di facilitare gli sforzi di soccorso umanitario. 

Ma cosa più importante, l’articolo 60 dice chiaramente che gli invii di soccorso umanitario “non esonereranno affatto la potenza occupante dalle responsabilità che le incombono in virtù degli articoli 55, 56 e 59.” In altre parole, la presenza di aiuti da parti terze per soddisfare bisogni umanitari nei TPO non sostituisce il dovere dello Stato di Israele di soddisfare quei bisogni al meglio delle proprie capacità. In marzo l’ONU ha ribadito questa responsabilità quando Michael Lynk, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina, ha dichiarato che “il dovere legale, stabilito dall’articolo 56 della quarta Convenzione di Ginevra, richiede che Israele, la potenza occupante, debba garantire che tutte le necessarie misure preventive a sua disposizione siano utilizzate per ‘combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie.’”

All’inizio l’ONU aveva lodato la cooperazione “eccellente” fra le autorità israeliane e quelle palestinesi nella gestione della pandemia. Tuttavia l’errore di interpretare questi sforzi come cooperazione serve solo a consolidare la percezione del quasi-Stato di Palestina e dello Stato di Israele come entità equiparabili. Inoltre è importante contestualizzare questa cooperazione. Michael Lynk “ha già notato in precedenza che Israele è in ‘grave violazione’ dei propri obblighi internazionali riguardanti il diritto alla salute dei palestinesi che vivono sotto occupazione.” Questa presunta cooperazione sul COVID-19 è più probabilmente da collegare a un atteggiamento pragmatico riguardo al rischio di diffusione di una malattia infettiva, considerando la presenza di centinaia di migliaia di coloni in Cisgiordania e il costante traffico transfrontaliero di lavoratori palestinesi in Israele e di soldati israeliani in Cisgiordania. Come detto così tante volte negli ultimi mesi, il COVID-19 “non fa differenze fra persone né si ferma ai confini.”

Il de-sviluppo del settore sanitario palestinese  

Oggi nessuna analisi del frammentato settore sanitario palestinese è completa senza una comprensione dei fattori che l’hanno portato al suo stato attuale. Fattori sociali e politici determinanti per la salute sono profondamente radicati nei modi in cui l’occupazione e le sue restrizioni si manifestano in tutti gli aspetti della vita quotidiana palestinese. Sicuramente il blocco e i continui attacchi alla Striscia di Gaza hanno portato a scarsità di cibo, elettricità e forniture mediche in un territorio con infrastrutture distrutte. La Cisgiordania ha anche sofferto continue perdite di territori e frammentazione, abbinate a finanziamenti assolutamente insufficienti al settore sociale sotto l’autorità di un’ANP in difficoltà. Le risorse sanitarie sono insufficienti, specialmente per salute mentale, condizione femminile e giovanile. Decenni di dipendenza dagli aiuti hanno diminuito lo sviluppo a lungo termine e accresciuto la dipendenza dagli aiuti.

La dipendenza dell’ANP dagli aiuti e dai prestiti si è rivelata particolarmente disastrosa nell’era del COVID-19, dato che le agenzie di finanziamento stanno fronteggiando necessità globali senza precedenti che hanno limitato la loro possibilità di soddisfare tutti gli aiuti necessari. Inoltre, Israele controlla tutte le importazioni ed esportazioni nei TPO e ha da tempo proibito o limitato le importazioni di materiali giudicati a “doppio uso,” che sono cioè percepiti come un rischio per la sicurezza. Sono elencati articoli come il cemento per costruire strutture sanitarie, i prodotti chimici, incluso il carburante per generatori negli ospedali, prodotti farmaceutici e molte apparecchiature mediche. Ciò continua a porre ostacoli significativi al sistema di assistenza sanitaria palestinese e alla sua possibilità di combattere il COVID-19. Solo durante il suo attacco a Gaza nel 2014 Israele ha distrutto migliaia di case e circa 73 strutture mediche, la maggior parte delle quali non può essere ricostruita a causa delle restrizioni sulle importazioni. Osservatori dell’ONU hanno duramente criticato Israele perché ostacola gli aiuti umanitari ai palestinesi e demolisce strutture finanziate da donatori.

Questo de-sviluppo economico e infrastrutturale della Palestina ha portato a precarie condizioni di salute per molti palestinesi, aumentando di conseguenza le probabilità che sviluppassero gravi sintomi di COVID-19. I TPO denunciano alti livelli di obesità e, allo stesso tempo, tassi di malnutrizione, anemia, e diabete di tipo 2 superiori a quelli auspicabili. I TPO hanno anche affrontato la scarsità di personale sanitario negli anni precedenti alla pandemia. Il personale medico, specialmente a Gaza, è stato ucciso nel corso di attacchi dell’esercito israeliano. Queste minacce, la pessima situazione economica in ulteriore peggioramento e la mancanza di risorse spingono alcuni studenti di medicina ad andare a lavorare altrove. 

Oltre all’occupazione, l’ANP non è riuscita a reagire in modo adeguato alla pandemia. Probabilmente c’era da aspettarselo anche prima del suo inizio a marzo 2020. Infatti, poco prima, i medici in tutta la Palestina avevano scioperato per un mese a causa dei ritardi nei pagamenti degli stipendi. Gli effetti distruttivi dei mancati investimenti a lungo termine dell’ANP nel settore sanitario sono aggravati dall’infrastruttura israeliana di apartheid: i checkpoint, i valichi di frontiera, il muro di separazione e il sistema di permessi che limita i movimenti delle persone e le forniture necessarie. 

Le condizioni scadenti del sistema sanitario costringono molti palestinesi che hanno bisogno di assistenza specialistica a far domanda per ottenere permessi sanitari rilasciati da Israele per essere curati in ospedali israeliani o a Gerusalemme Est. Tuttavia nel 2019 è stato approvato solo il 64% dei permessi medici di Gaza e l’81% della Cisgiordania. Inoltre, dopo che l’ANP ha interrotto il coordinamento civile con Israele in risposta al piano di annessione del 2020 e il rallentamento del piano dell’Onu per facilitare i permessi, Israele ha approvato solo la metà di quelli urgenti richiesti da Gaza alla fine della primavera. Perciò a molti palestinesi che hanno contratto il COVID-19 e che soffrivano di patologie pregresse è stato impedito di ricevere cure mediche adeguate, incluso l’accesso ai respiratori. 

Politicizzare la salute dei palestinesi durante il COVID-19

Mentre Israele ha dato all’ANP formazione e attrezzature, inclusi i kit per i test per tener sotto controllo la diffusione del virus, Yael Ravia-Zadok, vice direttore della Divisione economica del Ministero degli Esteri [israeliano], già agli inizi della pandemia aveva anche chiarito che “le necessità dei palestinesi sono maggiori di quelle che lo Stato di Israele possa soddisfare.” Allo stesso tempo, Danny Danon, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, ha così risposto alle critiche dell’ANP sulla gestione del COVID-19 da parte di Israele nei TPO: 

I palestinesi stanno ritornando al loro comportamento naturale: antisemitismo, anti-israelismo, infangare senza motivo e tentare di usare la situazione per ottenere vantaggi politici […] Il mio messaggio è molto chiaro: i palestinesi devono scegliere. Se vogliono continuare a ricevere aiuti per il coronavirus, devono smettere di istigare all’odio.”

Quindi i palestinesi devono dimostrare di meritarsi gli aiuti, senza criticare i comportamenti del governo israeliano, o rischiano di essere accusati di incitamento all’odio e di antisemitismo. Questo ricorda i tentativi di punire i palestinesi quando, nel 2012, hanno cercato il riconoscimento dello Stato da parte dell’Onu, e gli USA hanno bloccato 147 milioni di dollari in aiuti, o quando, l’anno scorso, Netanyahu ha definito “proclami antisemiti” le inchieste della Corte Penale Internazionale su potenziali crimini di guerra commessi nelle colonie. 

Già nel gennaio 2020, organizzazioni come l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi, si sono mobilitati per proteggere dalla pandemia i rifugiati palestinesi che vivono nei campi. Inoltre alla fine di marzo l’OCHA, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari, ha preparato un progetto anti- Covid nei TPO e il Comitato Ad Hoc ha chiesto ai donatori milioni di dollari in aiuti. Paesi come Turchia e Arabia Saudita hanno contribuito con denaro e forniture mediche. La Banca mondiale ha approvato un prestito di 30 milioni di dollari per ripristinare i redditi delle famiglie. Persino gli Stati Uniti, che avevano tagliato quasi tutti gli aiuti ai palestinesi, inclusi i fondi all’URNWA e quelli che andavano agli ospedali a Gerusalemme Est, hanno reso noto un modesto aiuto per aiutare la loro risposta al COVID-19. A maggio anche Israele ha destinato 800 milioni di shekel (circa 200 milioni di euro) per aiuti, ma sotto forma di un prestito garantito dai futuri introiti fiscali palestinesi che Israele riscuote.

Perciò parte di quello che va sotto il nome di cooperazione può essere considerato come l’allentamento di alcune delle restrizioni imposte da Israele sui palestinesi per permettere ad altri di fornire aiuti. Inoltre Israele ha agito in modo strategico con i suoi cosiddetti aiuti. Ad aprile 2020 il ministro della difesa Naftali Bennet aveva affermato che gli aiuti a Gaza sarebbero stati condizionati al recupero dei resti di due dei suoi soldati morti nella guerra del 2014. Bennett aveva persino collegato la crisi umanitaria a Gaza al recupero dei corpi dei soldati: “Se si parla di problemi umanitari a Gaza, anche Israele ha delle necessità umanitarie, che sono principalmente il recupero dei caduti.” E poi in agosto, in risposta agli attacchi con palloni incendiari da Gaza che avevano causato decine di incendi, Israele ha lanciato attacchi aerei, impedito l’importazione di combustibile, limitato l’accesso alle zone di pesca e bloccato 30 milioni di dollari di aiuti a Gaza provenienti dal Qatar. 

Blocco degli sforzi palestinesi per affrontare il COVID-19

L’ANP, dopo una risposta iniziale efficace con veloci lockdown e chiusure, è stata poi criticata per la sua scarsa leadership, ma le va riconosciuto che non aveva risorse sufficienti né il potere di fare di più. Oltre a mancare dell’autonomia necessaria per costruire un sistema sanitario pubblico funzionale, i palestinesi non hanno neppure autonomia per rispondere in tempo reale a crisi sanitarie. A Gerusalemme Est, dove Israele limita pesantemente le operazioni dell’ANP, le autorità israeliane hanno trascurato di costruire e promuovere strutture sufficienti per eseguire i test o fornire dati accurati, e le ONG sono dovute intervenire per garantire informazioni aggiornate in arabo. 

Inoltre l’esercito israeliano ha regolarmente bloccato le iniziative sanitarie palestinesi. Non solo Israele ha fatto un raid su un centro di test a Silwan, ha anche arrestato i suoi organizzatori per prevenire “ogni attività dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gerusalemme.” Un altro esempio: le autorità israeliane non assistono aree come Kufr Aqab, che sono tecnicamente all’interno dei confini stabiliti da Israele, ma fuori dal muro di separazione. Ne risulta che, dato che Israele vieta attività dell’ANP in queste aree, i palestinesi sono lasciati senza servizi pubblici. Le autorità sanitarie si sono impegnate ad aprire cliniche e centri per i tamponi in queste aree, e solo quando l’ONG palestinese Adalah ha presentato una petizione alla Suprema Corte Israeliana. Israele ha inoltre respinto gli sforzi di volontari palestinesi per limitare i movimenti o chiudere attività commerciali, anche se alcuni abitanti palestinesi di queste aree hanno il permesso di viaggio e quindi avrebbero potuto diffondere il contagio in Israele e Cisgiordania.

La diffusione dell’infezione è una grande preoccupazione nelle prigioni israeliane, dove a giugno 2020 c’erano più di 4.000 prigionieri e detenuti palestinesi. Centinaia sono in detenzione amministrativa a tempo indeterminato senza processo o accusa. Mentre all’inizio della pandemia gli esperti di diritti umani dell’Onu chiedevano il rilascio in massa dei prigionieri, e centinaia di detenuti israeliani venivano rilasciati in anticipo, nessuna azione simile è stata presa per i palestinesi. Nonostante i vari resoconti di prigionieri e guardie carcerarie israeliane positive al virus, a luglio la Corte Suprema Israeliana ha deliberato che i prigionieri palestinesi non hanno diritto al distanziamento fisico.  

Dato che le politiche israeliane hanno soffocato la possibilità di sviluppare la loro economia da parte dei palestinesi, specialmente nel vitale settore agricolo, molti palestinesi in Cisgiordania sono costretti a lavori poco qualificati in Israele, mentre in genere agli abitanti di Gaza non vengono dati permessi di lavoro. Infatti in Israele quasi il 70% della manodopera nei cantieri edili è palestinese. Questi lavoratori non possono lavorare da casa e, data l’elevata disoccupazione, quelli che hanno un lavoro devono mantenerli. Molto di questo lavoro è continuato e infatti il ministero dei Transporti israeliano ha previsto un’ accelerazione dei progetti durante il lockdown. Ciò promuove il costante sviluppo dell’economia israeliana mentre quella palestinese è crollata, oltre ai salari bassissimi di questi lavoratori. 

A parte lo squilibrio economico, ciò aumenta il rischio sanitario di quelli in Cisgiordania dato che molti lavoratori sono stati rimandati a casa senza testarli. Alcune delle prime morti in Cisgiordania sono state ricondotte a palestinesi che lavoravano in Israele. Oltre alla riluttanza a fare i tamponi ai lavoratori, le condizioni di alloggio e lavoro di migliaia di lavoratori rimasti in Israele durante il lockdown sono state in gran parte ignorate dal governo israeliano, persino quelle di chi era costretto a dormire in una struttura per il deposito dei rifiuti a Gerusalemme, dove non c’erano alloggi per fermarsi la notte.

Come detto sopra, il blocco israeliano su Gaza e le restrizioni in Cisgiordania hanno causato la scarsità delle grandi dotazioni necessarie per cure complesse, come i ventilatori. All’inizio di aprile 2020, l’80-90% dei 256 ventilatori in Cisgiordania e gli 87 nella Striscia di Gaza erano già occupati. Mentre Israele temeva che la disponibilità di 40 ventilatori per 100.000 persone fosse insufficiente, la Striscia di Gaza ne aveva solo 3 per 100.000 persone. Anche dopo l’inizio della pandemia, i fornitori di attrezzature mediche che avevano lavorato direttamente con il ministero della Salute palestinese per importare prodotti avevano difficoltà a ottenere l’approvazione del Coordinatore israeliano delle Attività del Governo nei Territori (COGAT). Un fornitore ha cercato per tre anni senza successo di fare entrare apparecchiature mediche a Gaza. 

Per aggirare questi problemi, i palestinesi hanno trovato modi per produrre ventilatori con i materiali disponibili e dopo una richiesta di assistenza del ministero degli Esteri palestinese, un’Ong australiana ha donato all’ANP ventilatori e altre apparecchiature. Comunque anche queste donazioni urgentemente necessarie devono essere approvate e avallate dal governo israeliano e saranno mandate in Israele prima di essere distribuite a Ramallah.

Le autorità israeliane hanno anche confiscato materiali indispensabili per attrezzare cliniche e alloggi di emergenza nella valle del Giordano, inclusi materiali per installare tende e un generatore. Dopo una temporanea interruzione delle demolizioni all’inizio di aprile 2020, alla fine di quel mese Israele ha demolito 65 strutture a Gerico e al-Khalil (Hebron), lasciando senza casa decine di palestinesi, inclusi almeno 25 bambini. 

Nonostante l’aumento dei casi positivi in Israele e in Cisgiordania, durante la primavera e l’estate le demolizioni sono continuate e hanno incluso un centro indispensabile per fare i test nell’Area C [in base agli accordi di Oslo sotto totale ma temporaneo controllo israeliano, ndtr.] vicino ad al-Khalil, l’epicentro della pandemia in Cisgiordania. Inoltre le demolizioni a Gerusalemme Est stanno per superare i numeri degli anni precedenti, al settembre 2020 sono state distrutte approssimativamente 90 unità residenziali. 

Mentre la violenza strutturale dell’occupazione è particolarmente evidente in questi tempi di crisi globale, la violenza diretta non è cessata. Gaza è stata impegnata in un conflitto attivo per la maggior parte dell’estate, aerei e artiglieria israeliana hanno colpito aree nella Striscia in risposta ai palloni incendiari e ai razzi. In Cisgiordania, incursioni e raid dell’esercito israeliano sono continuati e la popolazione palestinese temeva che i soldati israeliani che entravano nelle loro case o lavoravano nei checkpoint potessero essere infettati.

Raccomandazioni

Come affermato dall’Onu in occasione del cinquantesimo anniversario dell’occupazione israeliana, “l’occupazione impedisce che il precedente flusso di aiuti si traduca in tangibili miglioramenti in termini di sviluppo. Molto del sostegno dei donatori è stato usato per limitare i danni, interventi umanitari e sostegno al budget.” Che siano l’interminabile e astratto dibattito su uno Stato o due o l’enorme industria degli aiuti che privilegia sorveglianza e governance a sanità ed agricoltura, molto di ciò che si fa “per” i palestinesi cambia molto poco la macabra realtà. Ciò nasconde semplicemente l’esistente crisi umanitaria, ora aggravata dalla crisi sanitaria globale che sta mettendo a dura prova persino gli Stati più stabili e ricchi. Definire “tranquillo” ogni periodo senza una guerra attiva è una falsità quando scoppia una crisi come quella del COVID-19 e nessun organismo vuole e può proteggere le vite dei palestinesi. 

Ecco quello che è disperatamente necessario per affrontare la crisi sanitaria in Palestina durante la pandemia da COVID-19: I leader palestinesi che fino a ora e per varie ragioni non sono stati all’altezza nell’ occuparsi dei palestinesi durante la pandemia, devono guardar oltre lo status quo e avere un “approccio forte e socialmente collaborativo” che vada incontro alle necessità dei palestinesi.

  • Israele deve liberare i prigionieri politici palestinesi, con la massima urgenza quelli anziani e i malati cronici, e allo stesso tempo deve migliorare le condizioni di quelli che stanno scontando una condanna.

  • Per proteggere questa popolazione marginalizzata, che è stata colpita in modo sproporzionato dalla pandemia, è necessaria una giusta definizione dello status dei rifugiati palestinesi in tutto il Medio Oriente, incluso il ritorno e l’implementazione dei diritti negli Stati ospiti. Fino all’inizio di tale implementazione, la comunità internazionale dovrebbe ripristinare la possibilità da parte dell’UNRWA di provvedere a servizi sanitari ed educativi nelle comunità dei rifugiati palestinesi invece di dover far affidamento ad appelli urgenti e altri tentativi di raccolta fondi ad hoc.

  • Israele deve togliere l’assedio a Gaza, specialmente per permettere l’ingresso di prodotti medici e materiali per costruire strutture sanitarie e di personale medico a sostegno di quello drammaticamente carente a Gaza. Allentare le restrizioni delle importazioni in Cisgiordania alleggerirebbe inoltre il peso sulle strutture mediche.

  • La comunità internazionale, inclusi Unione europea, Lega Araba e Consiglio di Sicurezza dell’ONU devono far pressione su Israele affinché faccia ogni sforzo per adempiere ai suoi obblighi di potenza occupante in in base alla Quarta Convenzione di Ginevra. Dovrebbero chiedere che Israele cessi tutte le incursioni in Cisgiordania, fermi tutte le demolizioni e metta in atto particolari sistemi di protezione per i lavoratori palestinesi in Israele.

  • Yara Asi è ricercatrice post-dottorato presso l’università della Florida centrale, dove per oltre 6 anni ha insegnato nel Dipartimento di Gestione sanitaria e informatica. È borsista Fulbright USA della Cisgiordania nel 2020-2021. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla salute globale e lo sviluppo in popolazioni fragili e colpite dalla guerra. 

Oltre ad aver lavorato in una delle prime organizzazioni di assistenza certificate negli Stati Uniti, ha anche collaborato con Amnesty International USA, con lArab Center Washington DC, il Palestinian American Research Center, [Centro Palestinese Americano di Ricerca] e con Al-Shabaka, un network per le politiche palestinesi su temi relativi alla sensibilizzazione. Ha tenuto conferenze su argomenti relativi alla salute globale, come sicurezza alimentare, informatica biomedica e donne nel sistema sanitario, e ha pubblicato le sue ricerche in molti articoli per riviste, capitoli di libri e altro. Il suo libro di prossima uscita con la Johns Hopkins University Press tratta delle minacce poste da guerre e conflitti a salute pubblica e sicurezza umana.

(tradotto dall’inglese da Mirella Alessio)




Covid-19 in Palestina : la duplice lotta dei palestinesi contro l’epidemia e l’apartheid

Samah Jabr

26 aprile 2020Chronique de Palestine

Ho scritto questo articolo in una giornata che ha visto la conferma di un aumento improvviso e in controtendenza dei casi di Covid-19 tra i palestinesi del piccolo quartiere di Silwan, a Gerusalemme est.

In quello stesso giorno dei soldati israeliani al posto di controllo di Qalandia mi hanno negato l’accesso al mio luogo di lavoro a Ramallah, nonostante gli avessi mostrato il mio documento di responsabile ufficiale d’urgenza del Ministero della Salute palestinese – che è stato ignorato dai soldati con queste parole: “Noi non riconosciamo un simile documento.”

Nella Palestina occupata la pandemia di Covid-19 ha già colpito le diverse comunità palestinesi, ciascuna delle quali dispone di un sistema sanitario fragile, non integrato nel sistema nazionale. Al tempo stesso è documentato il fatto che i palestinesi di Gerusalemme e quelli del 1948 [cioè con cittadinanza israeliana, ndtr.], che sono in carico al sistema sanitario israeliano, soffrono da tempo di disuguaglianze nelle cure.

Tali disuguaglianze hanno già un impatto sulle patologie croniche, sulla speranza di vita e sui tassi di mortalità. La risposta del sistema sanitario israeliano al Covid-19 ha accentuato il divario tra la maggioranza ebrea (80% della popolazione) e la minoranza palestinese (20%), servite dallo stesso sistema.

Nonostante che la minoranza palestinese sia sovra-rappresentata tra gli operatori sanitari all’interno del sistema sanitario israeliano, le loro comunità sono state tuttavia insufficientemente servite durante questa pandemia. Le forniture di materiale informativo in lingua araba sono state tardive, l’accesso ai servizi Covid-19 nelle città arabe è stato difficoltoso. Non vi è stata una rappresentanza araba nel Comitato di salute d’ emergenza e vi è stata una enorme carenza nei test.

Tutti questi elementi hanno contribuito all’aumento dei casi che attualmente osserviamo nelle comunità arabe. Mentre mobilitava la maggioranza ebrea per affrontare la pandemia, il Primo Ministro israeliano si è impegnato in una odiosa campagna discriminatoria contro la partecipazione araba nel governo ed ha criticato ingiustamente i palestinesi affermando che non rispettavano le regole di isolamento – forse per fornire in anticipo una falsa spiegazione nel caso di un aumento del numero di palestinesi contagiati.

In realtà i quartieri palestinesi hanno aderito alle regole relative alla pandemia più scrupolosamente di quelli ebrei, benché fossero trattati peggio. Il sovrintendente della polizia Yaniv Miller, incaricato di assistere le pattuglie nelle zone ebraiche che non rispettavano l’isolamento, ha dichiarato alle reclute dell’esercito: “Vi ricordo, ragazzi, che non ci troviamo nei territori (occupati) della Cisgiordania, né sul confine. Un poliziotto ci mette molto a sparare. Un poliziotto spara solo come ultima risorsa dopo che hanno sparato su di lui,” (riportato da Haaretz il 3 aprile 2020).

Con un altro tentativo di mascherare le ineguaglianze nella prestazione di servizi sanitari, la ministra israeliana della Cultura Miri Regev [del partito di destra Likud, ndtr.] è persino riuscita a scovare due cittadini arabi, Ahmad Balawneh, un infermiere, e Yasmine Mazzawi, un’ addetta alle ambulanze, per far loro accettare il suo invito ad accendere una torcia durante le commemorazioni del Giorno dell’Indipendenza [israeliana] il 29 aprile, che è anche il giorno della Nakba [lett. catastrofe, la pulizia etnica operata dalle milizie sioniste, ndtr.] palestinese…Un insulto collettivo, camuffato da premio!

La situazione in Cisgiordania e a Gaza riflette i differenti livelli di oppressione politica cui sono sottoposte le due regioni. Recentemente ho descritto le misure prese dal Ministero della Salute in Cisgiordania in un’intervista, che spiega che le rigide misure riguardo all’isolamento, con tutti i loro devastanti effetti economici, sono la miglior linea di condotta che l’Autorità Nazionale Palestinese potesse adottare, stante la nostra mancanza di risorse a livello di cure sanitarie specialistiche e l’assenza di sovranità sui nostri confini.

Gaza è ancor meno preparata e più svantaggiata: lì la situazione potrebbe essere molto pericolosa a causa dell’impatto assai negativo dell’assedio e delle condizioni socio-economiche devastanti. La popolazione di Gaza sopravvive con una densità di 5.000 abitanti per km2 e una forte incidenza di anemia, malnutrizione e insicurezza alimentare.

Gli abitanti di Gaza soffrono di una serie altrettanto rilevante di patologie croniche e di problemi di salute mentale; sono alla mercé di una vasta gamma di poteri oppressivi che decidono su qualunque cosa e su chiunque entri e fugga dalla sua gabbia. L’interruzione degli aiuti americani – una punizione politica – ha compromesso l’UNRWA (agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.), gli ospedali palestinesi di Gerusalemme e molti altri ambiti del sistema sanitario in Palestina.

Malgrado questa realtà, Israele intende vantarsi del suo sostegno, della sua generosità e del suo aiuto all’Autorità Nazionale Palestinese. Le Nazioni Unite hanno lodato Israele per la sua “eccellente” collaborazione con l’Autorità Nazionale Palestinese nella lotta contro il Covid-19 attraverso diverse fasi: il trasferimento di 25 milioni di dollari all’Autorità Nazionale Palestinese (a partire dai soldi delle imposte precedentemente trattenuti!), l’invio di attrezzature mediche in Cisgiordania e a Gaza – tra cui 20 apparecchi respiratori da aggiungersi agli 80 già esistenti – , 300 kit per i test e 50.000 mascherine.

Israele ha lasciato passare verso i territori palestinesi i materiali ordinati dall’OMS ed ha consentito a Gaza di ricevere denaro dal Qatar. Quelli che sono impressionati dalla bontà di Israele sembrano ignorare l’articolo 56 dellaquarta Convenzione di Ginevra che stabilisce: “Con tutti i mezzi di cui dispone, la potenza occupante ha il dovere di assicurare e  di mantenere, con la collaborazione delle autorità nazionali e locali, i presidi e i servizi medici e ospedalieri, la sanità pubblica e l’igiene nel territorio occupato, in particolare per ciò che riguarda l’adozione e l’applicazione delle misure profilattiche e preventive necessarie a lottare contro la diffusione delle malattie contagiose e delle epidemie. Il personale medico di tutte le categorie è autorizzato a svolgere le proprie funzioni.”

Coloro che fanno gli elogi di Israele sembrano anche ignorare che l’epidemia dell’occupazione continua ad infierire come sempre, con le demolizioni di case – mentre tutti sono esortati a “restare a casa” – le uccisioni e gli arresti, mentre si pianifica l’annessione della Valle del Giordano.

Passa inosservata l’unica prescrizione specifica per la pandemia: che i soldati israeliani devono indossare un equipaggiamento di protezione individuale quando entrano a Betlemme per arrestare delle persone. E passa inosservato il fatto che le forze israeliane letteralmente scaricano gli operai palestinesi ai posti di controllo della Cisgiordania ogni volta che sospettano che questi lavoratori siano contagiati.

Non si nota neanche il tentativo del governo israeliano di scambiare prigionieri israeliani con gli aiuti sanitari a Gaza! La verità è che Israele è responsabile della malattia dei palestinesi e del deterioramento del loro benessere, cosa che avrà ripercussioni sulla nostra epigenetica (*) per le future generazioni.

In queste circostanze i palestinesi si uniscono a tutti coloro che oggi sulla Terra lottano contro la pandemia. Facendolo, intendiamo affermare il nostro desiderio di sovranità e ci sentiamo anche meglio preparati ad affrontare la chiusura e l’incertezza di molte altre comunità in cui si litiga per acquistare armi da fuoco o stoccare le merci dei supermercati, o procurarsi materiale sanitario al mercato nero.

In Palestina cerchiamo di accettare questa sfida con spirito di collaborazione sociale e di altruismo. I nostri risultati ci permettono di dire che “fin qui va tutto bene” e ci rendiamo conto che questa non è la tappa più difficile nella nostra lunga lotta per l’autodeterminazione e per la libertà.

L’urgenza dovuta alla pandemia infatti contribuisce a rafforzare la fiducia dei palestinesi nelle nostre capacità di essere indipendenti e non ci sentiamo soli in questa battaglia. Al di là di ciò, crescono le nostre speranze di poter utilizzare l’ambito della medicina come una forma di diplomazia in tempi di crisi, creando dei canali per collaborare con altri Paesi che ci avevano lasciati soli nella nostra lotta nazionale….

L’attuale crisi non deve impedirci di lavorare per i nostri obbiettivi a lungo termine. È ora più urgente che mai mettere fine all’assedio di Gaza e al sistema di apartheid che riduce la Palestina ad un incubatore di epidemie sanitarie e sociali.

Nota :

(*) Meccanismo che modifica la fisionomia dei geni.

La dottoressa Samah Jabr è una psichiatra che lavora a Gerusalemme est e in Cisgiordania. Attualmente è responsabile dell’Unità di salute mentale del Ministero della Sanità palestinese. Ha insegnato in università palestinesi e internazionali. La dottoressa Jabr funge spesso da consulente delle organizzazioni internazionali in materia di sviluppo della salute mentale. È anche una prolifica scrittrice. Il suo ultimo libro è stato tradotto in francese: ‘Dietro i fronti – cronache di una psichiatra psicoterapeuta palestinese sotto occupazione’ [ed. italiana: “Dietro i fronti”, Sensibili alle foglie, 2019].

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

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Un funzionario dell’ONU: Israele è giuridicamente responsabile della salute dei palestinesi

Redazione, Middle East Monitor, Reti sociali

21 marzo 2020 – Palestine Chronicle

Un importante funzionario dell’ONU ha annunciato che durante la lotta contro il coronavirus Israele è giuridicamente responsabile di fornire i servizi sanitari per garantire la salute dei palestinesi nei Territori Occupati.

Secondo il relatore speciale dell’ONU per la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, Michael Lynk, “l’obbligo giuridico, stabilito dall’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, prevede che Israele, la potenza occupante, debba garantire che ogni misura preventiva necessaria a sua disposizione venga utilizzata per ‘combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie’.

Link ha aggiunto: “Al centro dei tentativi da parte di Israele, dell’Autorità Nazionale Palestinese e di Hamas di contenere e bloccare questa pandemia deve essere messo in atto un approccio centrato sui diritti umani.”

Ha continuato: “Il diritto alla dignità prevede che ogni persona sotto la loro autorità debba godere di pari accesso ai servizi sanitari e dell’uguaglianza di trattamento.

In un comunicato che ha inviato giovedì, Lynk ha manifestato la propria preoccupazione per il fatto che i primi documenti informativi per incrementare la consapevolezza sulla diffusione del CODIV-19 diffusi dal ministero della Salute israeliano siano stati scritti quasi esclusivamente in ebraico.

Ciò significa che i palestinesi, in Israele o nei territori occupati, non hanno potuto usufruire di questo importante materiale.

In precedenza il relatore speciale aveva notato che Israele sta “violando in modo grave” i suoi obblighi internazionali riguardo al diritto alle cure mediche dei palestinesi che vivono sotto occupazione.

Relativamente alle sue preoccupazioni riguardanti Gaza, ha dichiarato:

Sono particolarmente preoccupato del potenziale impatto di COVID-19 su Gaza. Il suo sistema sanitario era al collasso anche prima della pandemia. Le sue scorte di medicinali essenziali sono cronicamente scarse.”

Gaza, con una popolazione di due milioni di persone, è sottoposta a un ermetico assedio israeliano dal 2006, quando il gruppo palestinese Hamas ha vinto le elezioni politiche democratiche nella Palestina occupata. Da allora Israele ha effettuato numerosi bombardamenti e diverse guerre su vasta scala che hanno provocato la morte di migliaia di persone.

“La verità è che a Gaza – né, francamente, nella Palestina occupata – nessuna ‘preparazione’ può bloccare la diffusione del coronavirus,” ha scritto il giornalista palestinese e redattore di “The Palestine Chronicle” Ramzy Baroud.

“Ciò di cui c’è necessità è un cambiamento fondamentale e strutturale che liberi il sistema sanitario palestinese dal terribile impatto dell’occupazione israeliana e dalle politiche del governo israeliano di continuo assedio e di ‘quarantene’ imposte per ragioni politiche – note anche come apartheid,” ha aggiunto Baroud.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nel 2019 Israele ha sparato 347 volte sui pescatori di Gaza

Maureen Clare Murphy

10 gennaio 2020 – The Electronic Intifada

Israele e i suoi leader non provano vergogna di vantarsi per aver commesso crimini di guerra, benché siano sottoposti al controllo del Tribunale penale internazionale.

Più volte l’anno scorso il COGAT, braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana [il COGAT è un’unità del ministero della difesa israeliano che si occupa di coordinare le questioni civili tra il governo di Israele, le forze di difesa israeliane, le organizzazioni internazionali, i diplomatici e l’autorità palestinese, ndtr.], ha annunciato che stava adottando punizioni collettive contro i pescatori palestinesi, ponendo limitazioni all’accesso alle acque costiere di Gaza.

In quattro casi ha proibito del tutto la navigazione ai pescatori di Gaza.

Punizione collettiva

L’anno scorso per venti volte Israele ha annunciato modifiche riguardo l’accesso alle acque costiere di Gaza. Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, ha trattato l’industria della pesca di Gaza come “una leva per esercitare pressioni” sui due milioni di palestinesi che vivono nel territorio sottoposto al blocco economico israeliano dal 2007.

La punizione di una popolazione civile per atti di cui non ha alcuna responsabilità è vietata ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, che Israele ha ratificato.

Nel corso del 2019 Israele ha imposto restrizioni ai pescatori come punizione collettiva dopo il lancio dal territorio di palloncini incendiari e razzi.

Ma Al Mezan, un’organizzazione per i diritti umani di Gaza [ONG con sede nel campo profughi di Jabalia nell’estremo nord della Striscia di Gaza che difende i diritti socio-culturali ed economici dei palestinesi, ndtr.] afferma che il vero obiettivo delle restrizioni e della violenza di Israele contro i pescatori è la distruzione del settore della pesca.

Tradizionale pietra miliare dell’economia di Gaza, l’industria della pesca si è ridotta negli ultimi anni. Nel 2000 a Gaza erano impiegati nell’industria circa 10.000 palestinesi. Oggi ci sono solo circa 2.000 pescatori che pescano regolarmente.

Nel 2019 Al Mezan ha registrato 351 violazioni contro i pescatori di Gaza.

L’anno scorso si sono verificati 347 casi in cui Israele ha aperto il fuoco contro i pescatori di Gaza, causando 16 feriti.

Nel febbraio dello scorso anno un pescatore, Khaled Saidi, è stato colpito mentre era in mare da numerosi proiettili di metallo rivestiti di gomma e i militari israeliani lo hanno arrestato.

L’ occhio destro di Saidi è stato rimosso in un ospedale israeliano e lui è stato presto rimandato a Gaza. Ma non gli è stato permesso di rientrare in Israele per le cure all’occhio sinistro, anch’esso ferito, nonostante avesse un appuntamento in un ospedale israeliano.

Alla fine si è recato al Cairo per le cure. I medici non sono stati in grado di rimediare alla lesione al suo occhio rimanente.

“Ora la mia condizione economica è inferiore allo zero, non lavoro affatto”, dice il giovane padre in un breve video sulle violazioni di Israele contro i pescatori palestinesi prodotto da Al Mezan.

I pescatori feriti sono [resi] inabili al lavoro, a volte in modo permanente, privando le loro famiglie di un reddito.

Le forze israeliane inoltre inseguono e trattengono i pescatori e le loro navi. L’anno scorso sono stati fermati trentacinque pescatori, tra cui tre minori. Nove degli arrestati si trovano ancora nelle prigioni israeliane.

Al-Mezan sostiene che le forze di occupazione ordinano ai pescatori fermati di togliersi i vestiti e di dirigersi a nuoto nelle acque marine verso le cannoniere israeliane, anche nel gelo invernale. I pescatori fermati dagli israeliani sono sottoposti a umilianti interrogatori e a varie forme di tortura fisica.

In base alla documentazione di Al Mezan, nel 2019 le forze israeliane hanno sequestrato quindici imbarcazioni e ci sono stati 11 casi di danneggiamento alle proprietà dei pescatori.

Violazioni

Secondo l’organizzazione per i diritti le violazioni contro il settore della pesca di Gaza impoveriscono ulteriormente coloro che dipendono da esso e aumentano l’insicurezza alimentare della popolazione in generale.

Al Mezan afferma che gli abusi israeliani nei confronti dei pescatori di Gaza violano anche la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare [UNCLOS, entrata in vigore nel novembre del 1994 e ratificata da 156 Stati più la UE, fissa un regime globale di leggi ed ordinamenti degli oceani e dei mari, e stabilisce norme che disciplinano tutti gli usi delle loro risorse, ndtr.].

L’articolo 3 di tale convenzione stabilisce che “Ogni Stato ha il diritto di stabilire l’estensione del suo territorio marino fino a un limite non superiore a 12 miglia nautiche [22,224 km. ndtr.]”.

Israele attualmente limita [l’accesso] alle acque ai pescatori fino a 6 miglia nautiche al largo della costa settentrionale di Gaza e tra le 9 e le 15 miglia al largo delle sue coste centrali e meridionali. Ai pescatori è proibito l’accesso alle acque di Gaza in un’area di 1,5 miglia situata parallelamente al suo confine settentrionale e in un’area di 1 miglio parallela al suo confine meridionale.

L’articolo 56 della convenzione afferma che uno Stato costiero ha “diritti sovrani allo scopo di esplorare e sfruttare, conservare e gestire le risorse naturali” delle sue acque.

Al Mezan afferma che le parti [contraenti] internazionali hanno la responsabilità legale e morale delle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele.

(Traduzione di Aldo Lotta)




Salute e diritti umani a Gaza: vergogna del mondo

 Richard Falk,

27 novembre 2019 R.Falk Blog

Nota preliminare:

Questo post è dedicato alla salute e ai diritti umani a Gaza. Si basa su una presentazione video di alcune settimane fa a una conferenza su questo tema tenutasi a Gaza. Non fa alcuno sforzo di aggiornamento in riferimento all’ultimo ciclo di violenza scatenato dall’assassinio mirato di Baha Abu-Ata, un comandante militare della Jihad islamica, il 12 novembre. Sono profondamente convinto delle questioni sollevate da questo post non solo perché sono stato testimone delle condizioni di vita a Gaza e ho amici a Gaza che hanno sopportato difficoltà e ingiustizie per così tanto tempo senza perdere il loro calore umano o persino la loro speranza. I miei contatti con Gaza e i Gazawi nel corso di molti anni sono stati allo stesso tempo stimolanti e profondamente scoraggianti, da una profonda comprensione delle carenze della condizione umana unita a uno sguardo edificante, al coraggio spirituale di persone che sono così pesantemente perseguitate.
Riflettendo sul terrificante destino imposto al popolo di Gaza, ho provato vergogna dei silenzi assurdi, in particolare di quei governi e dei loro leader nella regione e in quei paesi con una responsabilità storica (il Regno Unito) e influenza geopolitica (gli Stati Uniti). Prendo inoltre nota con allarme del rifiuto dei media mainstream di prestare attenzione allo squallore sopportato da così tanto tempo dal popolo di Gaza. Se mai la norma della “responsabilità di proteggere” venisse applicata in base alle necessità umanitarie, Gaza sarebbe in cima alla lista, ma ovviamente non c’è nessuna lista, e se mai ce ne fosse una, data l’attuale atmosfera internazionale, Gaza rimarrebbe tra quelli non elencati! Questa inattenzione verso il popolo di Gaza è così acuta da estendere la rete della complicità criminale ben oltre i confini di Israele.]
 
 

Salute e diritti umani a Gaza: vergogna del mondo

Voglio iniziare porgendo i miei saluti a tutti coloro che sono qui oggi. Vorrei che le condizioni a Gaza fossero diverse, permettendomi di condividere l’esperienza della conferenza direttamente con voi prendendovi parte personalmente e attivamente. Il tema della conferenza tocca le politiche e la pratica degli abusi israeliani che stanno perseguitando la popolazione di Gaza da così tanto tempo. La popolazione di Gaza sta affrontando una situazione deplorevole da quando l’occupazione è iniziata nel 1967, ma tale situazione è molto peggiorata dopo le elezioni di Gaza del 2006, rafforzata dai cambiamenti nell’amministrazione politica avvenuti l’anno successivo. Le politiche di Israele sono state sistematicamente crudeli e aggressive, ignorando gli standard legali e i valori morali applicabili al comportamento di una Potenza Occupante. Tali standard e valori sono incorporati nel diritto internazionale umanitario (IHL) e nel diritto internazionale dei diritti umani (IHRL).

Promuovere il diritto alla salute è tra i più fondamentali dei diritti umani, articolati per la prima volta nella Costituzione dell’Organizzazione mondiale della sanità del 1946: “Il diritto di ciascuno al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale”. Questo diritto è ulteriormente articolato nella Dichiarazione universale dei diritti umani, in particolare nell’articolo 25, e poi messo in forma di trattato dal Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali nel 1966. L’interferenza deliberata con il diritto alla salute è tra i peggiori abusi collettivi immaginabili di un popolo soggetto a un’occupazione militare. Israele, che fa affidamento su un regime di apartheid per mantenere il controllo sul popolo palestinese a fronte del suo diritto di resistenza protetto a livello internazionale, è stato particolarmente colpevole di un comportamento che ha palesemente, costantemente e intenzionalmente ostacolato e violato il diritto alla salute dell’intera popolazione civile di Gaza in vari modi.

La Grande Marcia del Ritorno incarna le brutalità della politica di occupazione israeliana, che include uno scioccante disprezzo per la salute fisica e mentale della popolazione civile palestinese che prende parte alle manifestazioni. Ci offre anche una metafora degli abusi del diritto alla salute e di altri diritti della popolazione di Gaza considerata come entità collettiva. Questo modello di abuso avviene nel contesto di persistenti e coraggiosi atti di resistenza palestinese a sostegno del loro diritto al ritorno in patria, un diritto affermato alle Nazioni Unite e chiaramente stabilito nella legislazione internazionale, che Israele ha rifiutato di sostenere per sette decenni, cioè fin dalla Nakba. Di fronte a un tale fallimento dei procedimenti internazionali per difendere i diritti dei palestinesi, il ricorso a una politica autonoma sembra ragionevole e, di fatto, l’unico percorso attualmente in grado di produrre risultati positivi. Il popolo di Gaza ha atteso abbastanza a lungo, anzi troppo a lungo, senza che i suoi diritti internazionali più elementari fossero protetti dalla comunità mondiale organizzata.

Una questione preliminare è se, come sostiene Israele, esso possa essere sollevato da tutti gli obblighi legali internazionali nei confronti del popolo di Gaza a causa del suo presunto “disimpegno” da Gaza nel 2005. Da una prospettiva di diritto internazionale, la rimozione fisica delle truppe occupanti dell’IDF dal territorio di Gaza e lo smantellamento degli insediamenti israeliani illegali non ha influito sullo status giuridico di Gaza come “territorio palestinese occupato”. Israele ha mantenuto uno stretto controllo su Gaza, che ha incluso massicci attacchi militari nel 2008-09, 2012 e 2014, nonché l’uso frequente di forza eccessiva, armi e tattiche illegali e il mancato rispetto dei vincoli della legge. Nonostante il “disimpegno”, Israele mantiene un effettivo e completo controllo sui confini, sullo spazio aereo e sulle acque marittime offshore di Gaza. In realtà, a seguito del blocco in atto dal 2007, l’occupazione è più intensa e violenta della forma di occupazione oppressiva che esisteva a Gaza prima del disimpegno. Dal punto di vista del IHL e IHRL, Israele è pienamente obbligato dal diritto internazionale a esercitare il suo ruolo di potere occupante e le sue affermazioni contrarie sono giuridicamente irrilevanti. Sfortunatamente, a causa delle realtà geopolitiche e della debolezza delle Nazioni Unite, queste affermazioni israeliane continuano ad avere una rilevanza politica poiché gli obblighi di Israele rimangono non rispettati e per lo più ignorati, creando una situazione inaccettabile in cui Israele gode di fatto dell’impunità e sfugge a tutte le procedure per rendere conto del proprio operato a disposizione mediante il ricorso al diritto internazionale e alle istituzioni giudiziarie internazionali.

È anche importante, a nostro avviso, comprendere il significato dei risultati del rapporto ESCWA (UN Economic and Social Commission for Western Asia) 2017 preparato da Virginia Tilley e da me stesso. Dopo aver esaminato le prove abbiamo concluso che Israele mantiene una struttura di controllo di apartheid sul popolo palestinese nel suo insieme, che ovviamente include la popolazione di Gaza. Il nostro punto principale è che Israele usa una varietà di mezzi per soggiogare e opprimere i palestinesi in modo da stabilire e sostenere uno Stato ebraico esclusivista in cui, secondo la Legge fondamentale israeliana del 2018, solo gli ebrei hanno l’autorità di rivendicare il diritto all’autodeterminazione. Circoscrivere il diritto all’autodeterminazione secondo esclusivi criteri razziali è un riconoscimento virtuale di un’ideologia di apartheid.

Occorre prendere atto più ampiamente che l’apartheid è un crimine contro l’umanità, secondo l’articolo 7 (j) dello Statuto di Roma che regola i lavori del Tribunale penale internazionale. Il carattere criminale dell’apartheid era stato in precedenza confermato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1973 sulla repressione e la punizione del crimine di apartheid. Se l’apartheid è effettivamente presente, tutti i governi hanno essi stessi degli obblighi legali e morali di unirsi allo sforzo di reprimere e punire. Come per le IHL e IHRL, la criminalizzazione dell’apartheid non è perseguita con meccanismi intergovernativi formali a causa di barriere erette dalla geopolitica e dalla relativa debolezza delle Nazioni Unite, ma ciò non significa che la designazione sia politicamente e moralmente insignificante. Poiché i governi si rifiutano di agire, la responsabilità e l’opportunità per l’applicazione della legge spetta ai popoli del mondo per fare ciò che il contesto formale dell’ordine mondiale non è in grado di fare.

Una tale ondata anti-apartheid di base si è verificata rispetto al regime sudafricano dell’apartheid, producendo un’inversione del tutto inaspettata dell’approccio da parte della leadership afrikaner del paese con conseguente rilascio di Nelson Mandela dal carcere dopo 27 anni di prigionia seguito dalla transizione pacifica verso una democrazia costituzionale multirazziale con i diritti umani promessi a tutti indipendentemente dalla razza. Un simile risultato era considerato impossibile in tutto lo spettro politico in Sudafrica fino al 1994, quando è effettivamente accaduto.

Non possiamo garantire, naturalmente, che la storia si ripeterà e libererà il popolo palestinese dal suo calvario secolare, ma nemmeno possiamo escludere la possibilità che la combinazione di resistenza palestinese e solidarietà globale avrà un effetto di empowerment e liberatorio. In parte, il movimento nazionale palestinese è l’ultima grande lotta incompiuta contro il colonialismo di insediamento europeo. Considerato in questo modo, il Progetto Sionista attraverso l’istituzione di Israele ha temporaneamente invertito il flusso della storia in Palestina per una serie di ragioni complicate, ma il destino finale della Palestina rimane in dubbio fino a quando la resistenza palestinese viene sostenuta e la solidarietà rimane solida. A questo proposito, la Grande Marcia del Ritorno è un potente segnale che la resistenza palestinese qui a Gaza continua a offrire energia ispiratrice a quelli di noi in tutto il mondo che credono che questa particolare lotta per la giustizia individuale e collettiva da parte di un popolo oppresso sia ciò che i diritti umani significano alle loro fondamenta.

La Grande Marcia è una metafora perfetta sia per il tema di questa conferenza che per la lotta che ha motivato i residenti indifesi di Gaza a chiedere questo diritto fondamentale di tornare in patria da cui sono stati ingiustamente e forzatamente espulsi. Questa richiesta è stata riaffermata in modo impressionante ogni venerdì per più di un anno di fronte al feroce accanimento di Israele sulla forza eccessiva sin dal suo inizio nel marzo 2018. Israele fin dall’esordio delle proteste ha adottato un approccio di forza eccessiva mirato a terrorizzare i manifestanti ricorrendo alla violenza letale nel duro tentativo di punire e distruggere questa formidabile sfida creativa al controllo israeliano di apartheid / coloniale. L’obiettivo di Israele sembra essere uno sforzo vano e illegale di minare la volontà palestinese di resistere dopo decenni di segregazione, scoraggiamento e abusi indicibili.

Allo stesso tempo, una tale risposta criminale da parte di Israele a questa angosciante rivendicazione del diritto da parte del popolo di Gaza è stata anche l’espressione culminante dell’assalto israeliano alla salute fisica e mentale della popolazione civile di Gaza. Non sorprende che gli oneri creati da 20.000 feriti Gaza abbiano travolto le già sopraffatte capacità mediche di Gaza. Molti dei feriti hanno sofferto ferite da arma da fuoco che hanno messo a repentaglio la vita e gli arti, con gravi infezioni e con bisogno di amputazione. Questa situazione di crisi nell’assistenza sanitaria è stata aggravata dalla carenza di medicinali antibiotici necessari e dalle tristi esperienze dei feriti abitanti di Gaza che richiedono un’attenzione specializzata che può essere ottenuta solo al di fuori di Gaza. Quelli così disperatamente bisognosi di cure mediche al di fuori di Gaza hanno incontrato difficoltà quasi insuperabili per ottenere i necessari permessi di uscita e di ingresso che Israele spesso ha rifiutato persino in circostanze normali. In relazione ai feriti negli eventi della Grande Marcia, la situazione era molto peggiore. Israele non era più disposto a concedere permessi di uscita ai feriti nella Grande Marcia, discriminando qualsiasi palestinese che avesse osato protestare pacificamente contro la negazione dei diritti a cui ogni essere umano sulla terra ha diritto. Un simile abuso viene intensificato penalmente in relazione agli abitanti di Gaza che dovrebbero essere particolarmente protetti in virtù della Quarta Convenzione di Ginevra e dell’IHL più in generale. Invece della protezione, l’approccio israeliano è stato quello di imporre una prolungata punizione collettiva non solo ai resistenti palestinesi, ma all’intera popolazione di Gaza in violazione diretta dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, e non per un breve intervallo associato a circostanze speciali, ma nel corso di decenni.

Al di là di queste eccezionali condizioni associate alle conseguenze mediche della Grande Marcia, Israele, non riuscendo a proteggere la popolazione civile di Gaza in condizioni di occupazione prolungata ingiustificata, è colpevole di diverse forme aggiuntive di punizione collettiva, ognuna delle quali ha un impatto negativo sulla salute di Gaza. Queste conseguenze con effetti negativi derivano dal mantenimento di un blocco spietato, dall’applicazione periodica di forza eccessiva ben oltre ogni ragionevole giustificazione della sicurezza e dall’applicazione di politiche e pratiche che riflettono il carattere apartheid / coloniale del suo approccio al popolo palestinese, che ha a lungo assunto una forma sinistra a Gaza. I risultati sulla salute sono disastrosi, come confermato da affidabili misure statistiche delle condizioni fisiche e mentali della popolazione, come dimostrato dall’indisponibilità di acqua potabile sicura, dall’esistenza di fognature aperte non trattate, dalla frequenza di lunghe interruzioni di corrente che interferiscono con gli ospedali e attrezzature mediche e studi che documentano l’elevata incidenza di gravi traumi vissuti da molti residenti di Gaza, compresi i bambini piccoli e particolarmente vulnerabili. Per quelli di noi che hanno visitato Gaza anche in quelle che potrebbero essere descritte come condizioni “normali”, siamo arrivati a chiederci come chiunque potesse sopportare tale stress senza soffrire una reazione traumatica.

Questa grave violazione del diritto alla salute della popolazione di Gaza dovrebbe essere motivo di oltraggio nella comunità internazionale e ricevere adeguata attenzione da parte dei media, ma le violazioni deliberate e massicce di Israele nei confronti di IHL e IHRL sono protette dalla geopolitica dalla censura e dalle sanzioni contro parte dei governi e delle Nazioni Unite, una realtà ulteriormente oscurata da media occidentali mainstream compiacenti che vengono fuorviati e manipolati da una campagna di propaganda israeliana attentamente orchestrata che presenta la sua condotta criminosamente illegale come un comportamento ragionevole intrapreso per proteggere la sicurezza nazionale di uno stato sovrano, un aspetto del suo diritto legale di difendersi da ciò che definisce un nemico terroristico. Tale propaganda israeliana falsifica le realtà della situazione in molti modi, ma crea alquanta confusione al di fuori di Gaza per distogliere l’attenzione dalla sofferenza imposta al popolo palestinese nel suo complesso, e in particolare alla popolazione civile di Gaza.

In questo contesto, diventa chiaro che gli sforzi di solidarietà di base per svelare queste verità ed esercitare pressioni nonviolente su Israele mediante la campagna BDS [Boicottaggio, Disinvestimento , Sanzioni, ndt] e altre iniziative sono contributi essenziali alle continue lotte di resistenza del popolo palestinese. E a differenza della risposta sudafricana, Israele con la sua sofisticata capacità di penetrazione globale ha tentato in ogni modo di screditare tale lavoro di solidarietà globale, arrivando persino a sfruttare la sua influenza all’estero per criminalizzare la partecipazione all’attività BDS incoraggiando l’uscita di leggi punitive e l’adozione di politiche amministrative restrittive in Europa e Nord America.

Consentitemi di porre fine a queste osservazioni affermando che, nonostante l’apparente squilibrio delle forze sul campo, la storia rimane fortemente dalla parte della lotta palestinese contro questo regime di apartheid israeliano. Gran parte del mondo si rende conto che il coraggioso popolo di Gaza è stato a lungo nell’occhio di una terribile e apparentemente infinita tempesta. È mio onore sostenere al mio meglio possibile la realizzazione del diritto all’autodeterminazione. Nonostante le apparenze contrarie, sono fiducioso che prevarrà la giustizia, che i palestinesi raggiungeranno i loro diritti e sorprenderanno il mondo come hanno fatto gli avversari dell’apartheid sudafricano una generazione fa. Spero di vivere abbastanza a lungo da visitare Gaza in futuro in un momento di libertà e celebrazione. Nel frattempo, auguro alla conferenza un grande successo.

Richard Falk è Professore emerito di diritto internazionale alla Princeton University e Presidente del Board of Trustees dell’ Euro-Mediterranean Human Rights Monitor

Traduzione di Angelo Stefanini




La tortura sistematica dei palestinesi nelle carceri israeliane

Yara Hawari

28 novembre 2019 – al Shabaka

Sintesi

Il recente caso di Samer Arbeed ha evidenziato ancora una volta l’uso sistematico della tortura nei confronti dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. I soldati israeliani hanno arrestato Arbeed nella sua casa di Ramallah il 25 settembre 2019. Lo hanno picchiato duramente prima di portarlo per un interrogatorio al centro di detenzione di Al Moscobiyye a Gerusalemme. Due giorni dopo, secondo il suo avvocato, è stato ricoverato in ospedale a causa delle pesanti torture ed è rimasto in condizioni critiche per diverse settimane. L’autorità giudiziaria aveva autorizzato in questo caso il servizio segreto israeliano, lo Shin Bet, a utilizzare “metodi fuori dall’ordinario” per ottenere informazioni senza passare per un procedimento giudiziario. Ciò ha indotto Amnesty International a condannare ciò che è accaduto ad Arbeed in quanto “tortura autorizzata con strumenti legali”. (1)

Nell’agosto del 2019, poco prima dell’arresto di Arbeed, le forze di occupazione israeliane hanno iniziato una campagna mirata contro i giovani palestinesi e hanno arrestato oltre 40 studenti dell’Università di Birzeit. Gli arresti sono aumentati dopo la carcerazione di Arbeed e, poiché a molti studenti è stato negato il diritto di incontrare i loro avvocati, si suppone anche che molti siano stati sottoposti a tortura.

I fatti sopra riportati non rappresentano una novità. Dall’istituzione dello Stato di Israele nel 1948, la Israeli Security Agency (ISA) ha sistematicamente torturato i palestinesi usando una varietà di tecniche. E sebbene molti Paesi abbiano inserito il divieto di tortura nella loro legislazione nazionale (nonostante rimanga una pratica diffusa con il pretesto della sicurezza dello Stato), Israele ha intrapreso una strada diversa: non ha adottato una normativa nazionale che vieti l’uso della tortura e i suoi tribunali hanno permesso di utilizzare la tortura nei casi di “necessità”. Ciò ha dato all’ISA via libera nel fare ampio uso della tortura contro i prigionieri politici palestinesi.

Questo breve resoconto si concentra sull’uso della tortura nel processo detentivo israeliano (sia al momento dell’arresto che nelle carceri), tracciandone i momenti storici e i più recenti sviluppi. Basandosi sul lavoro di varie organizzazioni palestinesi, il documento sostiene che la pratica della tortura, incorporata nel sistema carcerario israeliano, è sistematica e legittimata attraverso l’ordinamento giuridico interno. [Il documento] indica chiaramente alla comunità internazionale la strada per inchiodare Israele alle sue responsabilità e porre fine a queste violazioni.

La tortura e la legge

La questione della tortura occupa un posto importante nelle discussioni su etica e moralità. Molti hanno sostenuto che la pratica della tortura riflette una società malata e corrotta. In effetti, la tortura prevede la totale disumanizzazione di una persona e, una volta che ciò si verifica, i confini dell’abbruttimento sono senza limite. Inoltre, mentre il pretesto comune degli apparati di sicurezza per l’utilizzo della tortura è che possa fornire informazioni vitali, ciò si è dimostrato del tutto infondato. Molti esperti prestigiosi, e persino funzionari della CIA, sostengono che le informazioni ottenute sotto tortura sono generalmente false. I prigionieri possono essere costretti a confessare qualsiasi cosa per fermare la sofferenza a cui vengono sottoposti.

Il sistema giuridico internazionale proibisce la tortura sulla base del diritto internazionale consuetudinario nonché di una serie di trattati internazionali e regionali. L’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma: “Nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti”. Il diritto internazionale umanitario, che regola il comportamento delle parti durante il conflitto, include anche il divieto di tortura. Ad esempio, la terza Convenzione di Ginevra vieta la “violenza sulla vita e sulla persona, in particolare omicidi di ogni tipo, mutilazioni, trattamenti crudeli e torture”, nonché “oltraggi alla dignità personale, in particolare trattamenti umilianti e degradanti”. Inoltre, la Quarta Convenzione afferma: “Nessuna coercizione fisica o morale deve essere esercitata contro le persone sotto tutela, in particolare per ottenere informazioni da loro o da terzi”.

Il divieto di tortura è così assoluto che è considerato jus cogens [norme di carattere imperativo, ndtr.] nel diritto internazionale, il che significa che non è derogabile e che nessun’altra legge può soppiantarlo. Eppure la tortura continua ad essere utilizzata da molti Paesi in tutto il mondo. Amnesty International la definisce una crisi globale, affermando di aver denunciato negli ultimi cinque anni violazioni del divieto di tortura da parte della grande maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite.

La “guerra al terrore”, guidata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre, ha portato in particolare a terribili casi di torture sistematiche, inflitte soprattutto a prigionieri arabi e musulmani. Il campo di detenzione di Guantanamo Bay, istituito dagli Stati Uniti nel 2002 per detenere “terroristi”, è stato e continua ad essere un luogo di tortura. Immagini di prigionieri bendati, incatenati e inginocchiati a terra con tute arancione sono state diffuse in tutto il mondo. 

Tuttavia forse le immagini più esplicite di questa condizione storica sono giunte dal carcere militare americano di Abu Ghraib in Iraq. Foto trapelate e testimonianze di militari hanno rivelato che la prigione era un luogo di torture su larga scala, incluso lo stupro di uomini, donne e bambini. All’epoca, l’amministrazione americana condannò questi atti e cercò di far credere che si trattasse di incidenti isolati. Le organizzazioni per i diritti umani, inclusa Human Rights Watch [ong statunitense per i diritti umani, ndtr.], hanno riferito il contrario.

Inoltre, recenti testimonianze da Abu Ghraib rivelano legami sinistri tra gli interrogatori statunitensi e quelli israeliani. In un libro di memorie, un ex addetto americano agli interrogatori in Iraq ha affermato che l’esercito israeliano ha addestrato il personale americano in varie tecniche di interrogatori e torture, inclusa quella che è diventata nota come “seggiola palestinese”, in cui il prigioniero è costretto a sporgersi su una sedia in posizione accovacciata e con le mani legate ai piedi. La pratica, che provoca un dolore lancinante, è stata perfezionata sui palestinesi – da qui il suo nome – e adottata dagli americani in Iraq.

Nonostante questi scandali, sono state intraprese pochissime azioni per proteggere i prigionieri di guerra e la tortura continua ad essere giustificata in nome della sicurezza. Nella prima intervista di Donald Trump dopo che aveva prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti, egli ha dichiarato che, nel contesto della “guerra al terrore”, “la tortura funziona”. Anche prodotti di cultura di massa, quali programmi televisivi come “24” e “Homeland” [Patria, in italiano “Caccia alla spia”, serie televisiva statunitense, ndtr.] ” normalizzano l’utilizzo della tortura, in particolare contro arabi e musulmani, e promuovono l’idea che essa sia giustificata in funzione del bene superiore. Vi è stato anche un recente incremento di serie televisive e film che mettono in scena le attività del Mossad e dello Shin Bet, come “Fauda”, “The Spy” [La Spia, ndtr.] e “Dead Sea Diving Resort” [Paradiso delle immersioni nel Mar Morto, ndtr.], ognuno dei quali rende eroiche le attività dell’ISA mentre demonizza i palestinesi come terroristi. Queste serie e film presentano al mondo un’immagine di Israele che gli consente di giustificare le sue violazioni del diritto internazionale, compresa la tortura.

Mentre Israele ha ratificato la Convenzione contro la tortura (CAT) nel 1991, non l’ha integrata nella sua legislazione nazionale. Inoltre, nonostante la commissione delle Nazioni Unite sostenga il contrario, Israele sostiene che la CAT non si applica al territorio palestinese occupato. (2) Ciò consente a Israele di affermare che non esiste alcun crimine di tortura in Israele, tortura che è effettivamente consentita in caso di “necessità”, come è stato affermato a proposito del caso Arbeed. Questa “necessità” è anche conosciuta come la “bomba pronta ad esplodere”, una dottrina sulla sicurezza utilizzata da molti governi per giustificare la tortura e la violenza in situazioni considerate come strettamente dipendenti da contingenze temporali.

Israele ha anche approvato diverse sentenze sulla questione della tortura che hanno rafforzato e giustificato le attività dei suoi servizi di sicurezza. Ad esempio, nel 1987 due palestinesi dirottarono un autobus israeliano e vennero in seguito catturati, picchiati e giustiziati dallo Shin Bet. Sebbene ci fosse un divieto di pubblicazione sui media israeliani, i dettagli della tortura e dell’esecuzione trapelarono e portarono all’istituzione di una commissione governativa. Mentre la commissione concluse che “la pressione [sui detenuti] non deve mai raggiungere il livello di tortura fisica … un grado moderato di pressione fisica non può essere evitato”. Le raccomandazioni della commissione erano incompatibili con il diritto internazionale a causa della loro vaga definizione di “un grado moderato di pressione fisica “, e in sostanza diedero allo Shin Bet carta bianca al fine di torturare i palestinesi.

Oltre un decennio più tardi, e in seguito alla richiesta da parte delle organizzazioni per i diritti umani, nel 1999 la Corte di Giustizia israeliana ha emesso una sentenza secondo cui durante gli interrogatori dell’ISA non sarebbe stato più permesso usare mezzi fisici nel corso degli interrogatori, mettendo così al bando l’uso della tortura. La corte ha stabilito che quattro metodi comuni di “pressione fisica” (scuotimento violento, incatenamento a una sedia in una posizione di tensione, essere costretto a lungo in una posizione accovacciata e la privazione del sonno) erano illegali. Eppure la corte ha aggiunto una clausola che ha fornito una scappatoia per chi conduce gli interrogatori, vale a dire che coloro che utilizzino la pressione fisica non dovranno affrontare una responsabilità penale se si evince che lo abbiano fatto in una situazione di pericolo imminente o per la necessità di difendere lo Stato – in altre parole, se il detenuto risulti essere una minaccia immediata per la sicurezza pubblica.

La necessità della tortura in nome della sicurezza è stata riaffermata nel 2017, quando l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha emanato una sentenza a favore dello Shin Bet, con cui ha ammesso quelle che ha denominato “forme estreme di pressione” sul detenuto palestinese Assad Abu Ghosh. La giustificazione è stata che Abu Ghosh fosse in possesso di informazioni su un imminente attacco terroristico. La corte lo ha ritenuto “un interrogatorio con tecniche avanzate” piuttosto che una tortura e ha dichiarato che fosse giustificato dalla dottrina della “bomba pronta ad esplodere”. Analoghe sentenze sono state costantemente ripetute.

Sebbene le organizzazioni palestinesi per i diritti umani presentino regolarmente denunce alle autorità israeliane, raramente ricevono una risposta e, quando succede, è spesso per informare che il caso è stato chiuso a causa della mancanza di prove. In effetti, dal 2001 sono stati presentati 1.200 reclami contro i servizi di sicurezza per tortura, ma nessun agente è mai stato perseguito.

Il sistema carcerario israeliano: luoghi di tortura sistematica

Ogni anno il sistema carcerario militare israeliano detiene e incarcera migliaia di prigionieri politici palestinesi, principalmente dai territori del 1967 [territori occupati da Israele dopo la “Guerra dei Sei Giorni” del 1967, conquiste mai riconosciute dall’ONU, ndtr.]. Dall’inizio dell’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza e dell’istituzione della legge marziale in quelle aree Israele ha arrestato oltre 800.000 palestinesi, pari al 40% della popolazione maschile e un quinto della popolazione totale.

La legge israeliana consente inoltre ai militari di trattenere un prigioniero per un massimo di sei mesi senza accusa, secondo una procedura nota come detenzione amministrativa. Questo periodo può essere prolungato indefinitamente, mediante “imputazioni” tenute segrete. I prigionieri e i loro avvocati, quindi, non sanno di cosa sono accusati o quali prove vengono usate contro di loro. L’ultimo giorno del periodo di sei mesi chi è detenuto con tale modalità viene informato se sarà rilasciato o se la sua detenzione sarà ulteriormente prolungata. Addameer-the Prisoner Support and Human Rights Association [Sostegno ai prigionieri e associazione per i diritti umani, Ong palestinese costituita nel 1992, ndtr.] ha definito questa pratica come una forma di tortura psicologica.

È durante il periodo iniziale della detenzione, sia amministrativa che di altro tipo, quando i detenuti sono spesso privati del contatto con avvocati o familiari, che sono sottoposti alle forme più severe di interrogatori e torture. Se vengono sottoposti a processo, affrontano un giudizio da parte del personale militare israeliano e spesso si vedono negata un’ adeguata assistenza legale. Questo sistema è illegale ai sensi delle leggi internazionali e organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno documentato una vasta gamma di violazioni dei diritti umani.

Ai bambini non viene risparmiata l’esperienza della prigionia e della tortura all’interno del sistema militare israeliano e quasi sempre viene loro negata la presenza della tutela dei genitori durante gli interrogatori. Uno di questi esempi è del 2010, quando la polizia di frontiera israeliana ha arrestato il sedicenne Mohammed Halabiyeh nella sua città natale di Abu Dis. Al momento dell’arresto la polizia gli ha rotto una gamba e lo ha picchiato, prendendo intenzionalmente a calci la gamba ferita. È stato interrogato per cinque giorni consecutivi e ha dovuto affrontare minacce di morte e violenza sessuale. È stato quindi ricoverato in ospedale, dove gli agenti israeliani hanno continuato ad abusare di lui facendo penetrare siringhe all’interno del suo corpo e dandogli pugni in faccia. Halabiyeh è stato denunciato e sottoposto a processo come un adulto, come nel caso di tutti i minori palestinesi detenuti di età superiore ai 16 anni, in diretta violazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia. (3) Israele arresta, detiene e processa ogni anno da 500 a 700 minori palestinesi.

Attualmente ci sono 5.000 prigionieri politici palestinesi; tra questi 190 minorenni, 43 donne e 425 prigioniere in stato di detenzione amministrativa, di cui la maggior parte è stata sottoposta a qualche forma di tortura. Secondo Addameer, i metodi più comuni utilizzati dallo Shin Bet e dagli agenti addetti all’interrogatorio includono:

  • Tortura di posizione: i detenuti vengono obbligati a stare in posizioni forzate, spesso con le mani legate dietro la schiena e i piedi incatenati mentre sono costretti a sporgersi in avanti. Vengono lasciati in tali posizioni per periodi di tempo prolungati durante l’interrogatorio.
  • Pestaggi: i detenuti spesso subiscono pestaggi, sia a mani nude che con oggetti, e talvolta vengono tramortiti.
  • Isolamento: i detenuti vengono posti in isolamento o in confino solitario per lunghi periodi.
  • Privazione del sonno: ai detenuti viene impedito di riposare o dormire e sono sottoposti a lunghe sessioni di interrogatorio.
  • Tortura sessuale: uomini, donne e bambini palestinesi sono soggetti a stupri, molestie fisiche e minacce di violenza sessuale. Le molestie sessuali verbali sono una pratica particolarmente comune in cui i detenuti sono esposti a commenti su loro stessi o sui loro familiari. Questo tipo di tortura è spesso considerato efficace perché la vergogna per l’oltraggio sessuale impedisce ai detenuti di rivelarla.
  • Minacce per i familiari: i detenuti [devono] ascoltare minacce di violenza contro i familiari per essere spinti a fornire delle informazioni. Ci sono stati casi in cui membri della famiglia sono stati arrestati e interrogati in una stanza vicina in modo che il detenuto potesse sentire mentre erano sottoposti a tortura.  

I suddetti metodi di tortura lasciano danni permanenti. Mentre la tortura fisica può lasciare gravi danni fisici, tra cui ossa rotte e dolori muscolari e articolari cronici, soprattutto a causa di posizioni forzate o dell’essere costretti in un piccolo spazio, il danno psicologico può essere ancora peggiore, con condizioni come depressione profonda e duratura , allucinazioni, ansia, insonnia e pensieri suicidi.

Molti meccanismi di tortura richiedono la complicità degli attori all’interno del sistema giudiziario militare israeliano, incluso il personale medico. Ciò si verifica nonostante il codice deontologico, come definito dalla Dichiarazione di Tokyo e dal Protocollo di Istanbul, includa la clausola secondo cui i medici non devono collaborare con gli agenti che conducano interrogatori che comportino torture, non devono condividere informazioni mediche con i torturatori e devono opporsi attivamente alla tortura. In realtà i medici israeliani sono stati a lungo complici della tortura di detenuti e prigionieri palestinesi. Nel corso degli anni i giornalisti hanno scoperto documenti che rivelano che i medici approvano la tortura e riportano il falso per giustificare le lesioni inflitte durante gli interrogatori.

I medici sono anche complici dell’alimentazione forzata, un altro meccanismo di tortura, sebbene meno comune, usato dal regime israeliano. L’alimentazione forzata richiede che un detenuto sia legato mentre un tubo sottile viene inserito attraverso una narice e spinto fino allo stomaco. Il liquido viene quindi iniettato attraverso il tubo nel tentativo di alimentare il corpo. Il personale medico deve posizionare il tubo, che può finire per passare attraverso la bocca o la trachea invece che per l’esofago, nel qual caso deve essere retratto e sostituito. Questo non solo provoca grande dolore, ma può anche portare a gravi complicazioni mediche e persino alla morte.

Negli anni ’70 e ’80 diversi prigionieri palestinesi morirono per essere stati nutriti con la forza, provocando un ordine di cessazione da parte della Corte Suprema israeliana. Tuttavia, una legge della Knesset del 2012 ha ripristinato la legalità dell’alimentazione forzata nel tentativo di interrompere gli scioperi della fame dei palestinesi. In un documento inviato al primo ministro israeliano nel giugno 2015, l’Associazione Medica Mondiale [organizzazione internazionale che rappresenta i medici di tutto il mondo, ndtr.] ha affermato che “l’alimentazione forzata è violenta, spesso dolorosa e contraria al principio di autonomia individuale. È un trattamento degradante, disumano e può equivalere a tortura.”

Fermare la tortura israeliana

Per i palestinesi, la tortura è solo uno degli aspetti della violenza strutturale che affrontano nelle mani del regime israeliano, che li rinchiude in una prigione a cielo aperto e li priva dei loro diritti fondamentali. Ed è anche un aspetto che riceve scarsa attenzione dalla comunità internazionale, di solito perché le autorità israeliane usano argomenti relativi alla sicurezza dello Stato, rafforzati dalla narrativa della “guerra al terrore”. Questo è stato il caso di Samer Arbeed, che i media israeliani hanno definito un terrorista, facendo sì che la maggior parte degli Stati mantenga il silenzio sul suo trattamento nonostante sia stato presentata una petizione e siano state fatte pressioni da molte organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani. Come per tutte le violazioni contro il popolo palestinese, la tortura israeliana sollecita una messa in discussione sull’utilità dell’ordinamento giuridico internazionale.

Il 13 maggio 2016, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha raccomandato a Israele più di 50 misure a seguito di una revisione della sua conformità alla Convenzione contro la tortura, tra cui il fatto che tutti gli interrogatori dovrebbero avere una documentazione audio e visiva, che ai detenuti dovrebbero essere concessi esami medici indipendenti e che la detenzione amministrativa dovrebbe essere eliminata. Queste sono, naturalmente, raccomandazioni importanti e si dovrebbe fare in modo che Israele le rispetti. Tuttavia, in un momento in cui gli attori di Paesi terzi non sono generalmente disposti a ritenere Israele responsabile della violazione del diritto internazionale e dei diritti dei palestinesi, non sono sufficienti.

Di seguito vengono riportati alcuni passaggi che coloro che si impegnano per i diritti dei palestinesi nei contesti internazionali e nazionali possono adottare allo scopo di interrompere il carattere sistematico della tortura israeliana:

  • Le organizzazioni e i gruppi dovrebbero raccogliere prove sulla responsabilità penale individuale, al di fuori di Israele e Palestina, di coloro che sono coinvolti nella tortura dei palestinesi. La responsabilità può essere estesa non solo a coloro che commettono la tortura, ma anche a coloro che aiutano, favoriscono e omettono informazioni al riguardo. Ciò include il personale che interroga, i giudici militari, le guardie carcerarie e i medici. Poiché la tortura è un crimine di guerra dello jus cogens, è soggetta alla giurisdizione universale, il che significa che terze parti possono presentare denunce penali contro singoli individui. 4) Sebbene la responsabilità penale individuale non affronti necessariamente la struttura sistematica della tortura contro i palestinesi, essa mette sotto pressione le persone israeliane coinvolte limitando i loro movimenti e i viaggi all’estero.
  • In quanto unico organo giudiziario indipendente a cui è possibile accedere in grado di porre fine all’impunità per le violazioni dei diritti dei palestinesi, la Corte Penale Internazionale ha il compito di ritenere Israele responsabile. L’ufficio del procuratore, con tutte le informazioni e le relazioni dettagliate che gli sono state presentate, dovrebbe avviare un’indagine formale sulle violazioni all’interno del sistema carcerario israeliano.
  • Gli Stati firmatari delle Convenzioni di Ginevra e le organizzazioni internazionali per i diritti umani devono fare pressione sul Comitato Internazionale della Croce Rossa affinché ottemperi al proprio mandato al fine di proteggere i detenuti palestinesi e aprire un’indagine su tutte le accuse di tortura. (5)
  • La società civile e le istituzioni palestinesi dovrebbero continuare a sostenere coloro che lavorano per aiutare le vittime della tortura. Tale sostegno può essere potenziato da uno sforzo mirato e specifico per espandere tali risorse e renderle accessibili in tutte le aree della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Ciò dovrebbe includere anche l’impegno rivolto a rompere il tabù della ricerca di interventi terapeutici e l’eliminazione dello stigma riguardante la violenza sessuale. Le aggressioni sessuali di solito non vengono trattate interamente perché le vittime si vergognano troppo di raccontare il loro calvario e il fatto di non parlarne rende la guarigione più difficile. Creare spazi più sicuri per le testimonianze individuali e collettive è la chiave per aiutare i sopravvissuti a riprendersi.

Con tali azioni concertate, i palestinesi e i loro alleati possono lavorare per limitare la pratica della tortura così profondamente radicata nel sistema carcerario israeliano e coperta dalla legge israeliana, impegnandosi anche per aiutare a guarire coloro che ne hanno subito le conseguenze dolorose.

L’autrice desidera ringraziare Basil Farraj, Suhail Taha e Randa Wahbe per il loro supporto e competenza nella stesura di questo articolo.

Note:

  1. Questo documento è stato prodotto con il supporto di Heinrich-Böll-Stiftung [fondazione politica, con sede a Berlino, nata nel 1997 col nome del noto scrittore, e facente parte del partito dei Verdi tedeschi, ndtr.]. Le opinioni espresse nel presente documento sono quelle dell’autrice e pertanto non riflettono necessariamente l’opinione dell’Heinrich-Böll-Stiftung.
  2. Secondo B’tselem [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr-], “Israele sostiene di non essere vincolato dalle leggi internazionali sui diritti umani nei territori occupati, poiché essi non costituiscono un territorio israeliano ufficialmente sovrano. Mentre è vero che Israele non ha sovranità sui territori occupati, questo fatto non basta a sminuire il suo dovere di ottemperare alle disposizioni internazionali in materia di diritti umani. I giuristi internazionali non sono d’accordo con la posizione di Israele sulla questione, e questa è stata ripetutamente respinta dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e da tutte le commissioni delle Nazioni Unite che sovrintendono all’attuazione delle varie convenzioni sui diritti umani. Questi organismi internazionali hanno ripetutamente affermato che gli Stati devono rispettare le disposizioni sui diritti umani ovunque esercitino un controllo effettivo.”
  3. Nel 2009 Israele ha istituito un tribunale militare minorile per perseguire i minori di 16 anni – l’unico Paese al mondo a farlo. Secondo l’UNICEF, esso utilizza le stesse strutture e lo stesso personale giudiziario del tribunale militare per adulti.
  4. Lo dimostra il caso di Tzipi Livni; Livni è stata il ministro degli Esteri israeliano durante l’attacco a Gaza del 2009 che ha visto l’uccisione di oltre 1.400 palestinesi. Nello stesso anno, un gruppo di avvocati con sede nel Regno Unito è riuscito a ottenere che un tribunale britannico emettesse un mandato di arresto nei suoi confronti. Di conseguenza [Livni] ha dovuto annullare il suo viaggio nel Regno Unito ed è stata costretta ugualmente ad annullare il viaggio in Belgio nel 2017, quando la procura belga ha annunciato l’intenzione di arrestarla e di interrogarla sul suo ruolo nell’attacco.
  5. Di recente, in seguito all’arresto e alla tortura di Samer Arbeed, il Comitato internazionale della Croce Rossa ha rilasciato una dichiarazione, ma invece di condannare le violazioni israeliane ha condannato gli attivisti che hanno manifestato e occupato l’ufficio della CICR a Ramallah per protestare contro il silenzio dell’organizzazione su Arbeed.

Yara Hawari

Yara Hawari è il Membro Anziano per la politica palestinese di Al-Shabaka: The Palestinian Policy Network [Al Shabaka significa “La Rete”, è un’agenzia indipendente palestinese di informazioni politiche, ndtr.]. Ha completato il suo dottorato di ricerca in politica mediorientale presso l’Università di Exeter. La sua ricerca si è concentrata su progetti di storia orale e politiche della memoria, inquadrati più ampiamente all’interno degli studi autoctoni. Yara ha tenuto vari corsi universitari presso l’Università di Exeter e continua a lavorare come giornalista indipendente, pubblicando per vari media, tra cui Al Jazeera in inglese, Middle East Eye e The Indipendent.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I palestinesi condannano il ribaltamento della politica USA sulle colonie israeliane

Al Jazeera e agenzie di informazione

19 novembre 2019 – Al Jazeera

Gli USA dicono di non considerare più illegali le colonie israeliane, provocando aspre critiche da parte dei palestinesi e delle associazioni per i diritti

Palestinesi, associazioni per i diritti, politici ed altri hanno aspramente criticato l’amministrazione Trump dopo l’annuncio che gli Stati Uniti non considerano più le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata come “incompatibili” con il diritto internazionale.

Dopo aver studiato attentamente tutti gli aspetti del dibattito legale, questa amministrazione concorda ….che l’insediamento di colonie civili israeliane in Cisgiordania non è di per sé in contrasto con il diritto internazionale”, ha detto lunedì il Segretario di Stato USA Mike Pompeo quando ha dato l’annuncio.

Ha detto che l’amministrazione del presidente USA Donald Trump non si atterrà più all’opinione legale del Dipartimento di Stato del 1978 che affermava che le colonie erano “contrarie al diritto internazionale”.

Secondo diverse Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU, la più recente nel 2016, le colonie israeliane sono illegali in base al diritto internazionale, in quanto violano la Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta ad una potenza occupante di trasferire la propria popolazione nell’area da essa occupata.

L’annuncio USA, l’ultimo di una serie di iniziative dell’amministrazione Trump a favore di Israele, ha sollevato critiche immediate da parte di palestinesi, associazioni per i diritti e politici in tutto il mondo.

Un portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha detto che la decisione degli USA “è totalmente contraria al diritto internazionale.”

Washington “non è qualificata né autorizzata ad annullare le risoluzioni del diritto internazionale e non ha il diritto di concedere legittimità ad alcuna colonia israeliana”, ha dichiarato il portavoce della presidenza palestinese Nabil Abu Rudeinah.

Hanan Ashrawi, una importante negoziatrice palestinese e membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha scritto su Twitter, di fronte alla dichiarazione di Pompeo, che l’iniziativa rappresenta un altro colpo “al diritto internazionale, alla giustizia e alla pace.”

Il Ministro degli Esteri della Giordania, Ayman Safadi, ha avvertito che il cambiamento di posizione degli USA potrebbe comportare “pericolose conseguenze” sulle prospettive di riavviare il processo di pace in Medio Oriente.

Safadi ha detto in un tweet che le colonie israeliane nel territorio sono illegali ed annientano la prospettiva di una soluzione con due Stati, in cui uno Stato palestinese dovrebbe esistere a fianco di Israele, cosa che i Paesi arabi ritengono essere l’unica via per risolvere il pluridecennale conflitto arabo-israeliano.

‘Un regalo a Netanyahu’

Più di 600.000 israeliani vivono attualmente in colonie nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est occupata. Vi risiedono circa 3 milioni di palestinesi.

Le colonie sono state considerate per molto tempo un gravissimo ostacolo ad un accordo di pace israelo-palestinese.

Gruppi di monitoraggio hanno detto che, da quando Trump è diventato presidente, Israele ha accelerato la creazione di colonie.

L’annuncio di lunedì ha segnato un’altra significativa tappa in cui l’amministrazione Trump si è schierata a favore di Israele e contro le posizioni dei palestinesi e degli Stati arabi ancor prima di svelare il suo piano di pace israelo-palestinese a lungo rinviato.

Nel 2017 Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele e nel 2018 gli USA hanno aperto ufficialmente un’ambasciata nella città. La posizione politica USA precedentemente era stata che lo status di Gerusalemme doveva essere definito dalle parti in conflitto.

Nel 2018 gli USA hanno anche annunciato la cancellazione dei finanziamenti all’UN Relief and Works Agency [Agenzia ONU per l’Aiuto e il Lavoro] (UNRWA), l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi.

E in marzo Trump ha riconosciuto l’annessione israeliana delle Alture del Golan occupate nel 1981, facendo un favore al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, cosa che ha provocato una dura risposta da parte della Siria, che un tempo deteneva lo strategico territorio.

Lunedì Netanyahu ha plaudito al cambio di politica, dicendo che la mossa degli USA “corregge uno storico errore”.

Yousef Munayyer, direttore esecutivo della Campagna per i diritti dei palestinesi, ha definito l’annuncio di Pompeo “un altro regalo a Netanyahu e un semaforo verde ai leader israeliani per accelerare la costruzione di colonie e anticipare un’ annessione formale.”

Attualmente Netanyahu sta subendo pressioni interne su due fronti, dopo che all’inizio dell’anno in Israele si sono svolte elezioni inconcludenti. Il suo principale rivale politico, l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz, ha due giorni per cercare di formare un governo per sostituire Netanyahu, che sta anche affrontando una possibile incriminazione in tre casi di corruzione.

Nell’ultima campagna elettorale Netanyahu ha promesso di annettere ampie parti della Cisgiordania, una mossa che metterebbe ulteriormente a rischio una soluzione con due Stati.

Gantz ha accolto positivamente l’iniziativa statunitense, dicendo in un tweet che “il destino delle colonie dovrebbe essere deciso da accordi che rispettino le esigenze di sicurezza e promuovano la pace.”

Pompeo ha negato la volontà di dare sostegno a Netanyahu, dicendo: “La tempistica di questo (annuncio) non è collegata a niente che abbia a che fare con politiche interne in Israele o altrove.”

Reazioni

Un portavoce dell’Ufficio ONU per i Diritti Umani (OHCHR) ha detto di “condividere la posizione da tempo adottata dall’ONU sulla questione che le colonie israeliane violano il diritto internazionale.”

Rupert Colville ha detto anche che ci sono diverse risoluzioni ONU, come anche sentenze della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) che si riferiscono alla questione.

Il 9 luglio 2004 la CIG nel suo parere consultivo ha affermato che la costruzione da parte di Israele del muro di separazione e l’espansione delle colonie sono illegali ed alterano la composizione demografica dei Territori Palestinesi Occupati (TPO), compromettendo in tal modo gravemente la possibilità per i palestinesi di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione”, ha detto martedì ai giornalisti.

Al contempo l’Unione Europea ha detto di continuare a credere che l’attività di colonizzazione israeliana nei territori palestinesi occupati sia illegale in base al diritto internazionale e vanifichi le prospettive di una pace duratura.

La UE chiede ad Israele di porre fine all’attività di colonizzazione, in conformità con i suoi obblighi in quanto potenza occupante”, ha detto il capo della politica estera europea Federica Mogherini in una dichiarazione in seguito all’iniziativa USA.

Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, ha tweettato: “La fittizia dichiarazione di Pompeo non cambia niente. Trump non può spazzare via con questo annuncio decenni di diritto internazionale consolidato secondo cui le colonie israeliane sono un crimine di guerra.”

Anche il senatore USA Bernie Sanders, uno dei più importanti candidati democratici alle elezioni presidenziali USA, , ha detto la sua su Twitter: “Le colonie israeliane nei territori occupati sono illegali.

Risulta chiaro dal diritto internazionale e da molte risoluzioni delle Nazioni Unite. Ancora una volta il signor Trump sta isolando gli Stati Uniti e compromettendo la diplomazia per assecondare la propria base [elettorale] estremista”, ha detto Sanders.

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)