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Se Israele non ha commesso crimini di guerra, perché rifiuta l’inchiesta della CPI?

Kamel Hawwash

10 aprile 2021 – Days Of Palestine

Il 5 febbraio i palestinesi hanno visto brillare in fondo ad un lungo tunnel una debole luce di giustizia. La Prima Camera Preliminare della Corte Penale Internazionale (CPI) “ha deciso a maggioranza che la giurisdizione territoriale della Corte sulla situazione in Palestina, uno Stato aderente allo Statuto di Roma della CPI, si estende ai territori occupati da Israele dal 1967.” Ora la CPI ha giurisdizione per investigare sui crimini che i palestinesi affermano essere stati commessi da Israele in Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza. La procuratrice della Corte, Fatou Bensouda, aveva precedentemente chiesto le indagini, affermando che vi era “una ragionevole base per ritenere” che si fossero verificati crimini di guerra.

Le reazioni in Palestina e in Israele sono state quelle previste. I palestinesi hanno accolto con favore la decisione. Il Ministro della Giustizia palestinese Mohammed Al-Shalaldeh ha plaudito alla decisione della CPI definendola “storica”.

La decisione della Corte Penale Internazionale è storica e rappresenta l’inizio immediato delle indagini sulle gravi violazioni nei territori occupati palestinesi”, ha detto Al-Shalaldeh. Ha poi aggiunto che la Corte darà priorità a tre dossier: la guerra israeliana contro Gaza del 2014, le colonie israeliane e i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha denunciato la decisione in una dichiarazione scritta. “Oggi la Corte Penale Internazionale ha dimostrato ancora una volta di essere un ente politico e non un’istituzione giudiziaria”, ha detto Netanyahu. “Con questa sentenza il tribunale ha violato il diritto delle democrazie a difendersi contro il terrorismo ed è stato manipolato da coloro che minano gli sforzi per estendere l’ambito della pace”, ha aggiunto.

Chiunque si aspettasse un cambio nella posizione americana dalla nuova amministrazione Biden è stato subito deluso. In una telefonata a Netanyahu la vicepresidente americana Kamala Harris gli ha detto che secondo la Casa Bianca gli USA sono contrari all’inchiesta della CPI su possibili crimini di guerra nei territori palestinesi.

Ciò ha fatto seguito ad un annuncio del Segretario di Stato USA Antony Blinken che diceva che Washington “è fermamente contraria e profondamente delusa” dalla decisione della CPI. Ha sottolineato che “Israele non è membro della CPI e non ha accettato la giurisdizione della Corte e siamo molto preoccupati per i tentativi della CPI di esercitare la propria giurisdizione sul personale israeliano”, ha affermato Blinken in un comunicato.

Israele deve essere rimasto un po’ sconcertato, ma certamente deluso, per il fatto che la stessa amministrazione (USA) recentemente ha tolto le sanzioni sul personale della CPI imposte dal predecessore di Biden, Trump, nel dicembre 2020. Il team di Blinken ha affermato: “Quella decisione rispecchia la nostra valutazione secondo cui le misure adottate erano inappropriate e inefficaci” prosegue l’amministrazione, “riguardo all’obiettivo di dissentire fortemente dalle azioni della CPI relative alle situazioni di Afghanistan e Palestina” ed opporsi agli “sforzi della CPI di rivendicare la giurisdizione sul personale di Stati non membri, quali gli Stati Uniti e Israele.”

Gli USA hanno preso questa decisione nonostante le indagini, che potrebbero prendere di mira personale militare USA per crimini commessi in Afghanistan. Ci si sarebbe potuti aspettare che Israele seguisse l’esempio e riconoscesse che la CPI è un tribunale indipendente e che il procuratore capo abbia condotto scrupolose consultazioni prima di sentenziare che la Corte ha giurisdizione sui Territori Palestinesi Occupati e che avrebbe condotto indagini su crimini commessi da entrambe le parti, compresi i palestinesi, a partire dal 2014. Tuttavia chi ben conosce l’atteggiamento di Israele nei confronti di un necessario esame esterno non si sarebbe sorpreso per il suo rigetto formale della decisione della CPI di indagare i crimini dei suoi dirigenti.

Israele è chiaramente preoccupato per la decisione della CPI. Dopo una riunione dei suoi vertici ha deciso di inviare una lettera alla Corte per comunicare il proprio rifiuto a collaborare. Alla riunione erano presenti, tra gli altri, il Primo Ministro, il Ministro della Difesa, il Ministro per gli Affari Strategici, il Ministro dell’Educazione, il Ministro dell’Acqua, il Procuratore Generale, il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale e il Capo di Stato Maggiore.

Coerentemente con la sua consolidata posizione Israele non collaborerà all’inchiesta della Corte Penale Internazionale su presunti crimini di guerra e sosterrà che la Corte non ha giurisdizione per avviare l’indagine. Durante la riunione Netanyahu ha sostenuto che “mentre i soldati dell’IDF (l’esercito israeliano) combattono con estrema moralità contro terroristi che commettono quotidianamente crimini, la Corte dell’Aja ha deciso di accusare Israele.” “Non vi è altro termine per questo, se non ipocrisia. Un’istituzione creata per lottare per i diritti umani si è trasformata in un’istituzione ostile che difende chi calpesta i diritti umani.”

Nella lettera da inviare alla CPI Israele sosterrà di avere la propria “magistratura indipendente” in grado di giudicare i soldati che commettano crimini di guerra.

I palestinesi chiederanno di fare diversamente, dato che le indagini di Israele sui propri crimini non hanno fatto giustizia. Prendiamo per esempio l’inchiesta sull’uccisione, nel 2018, dell’infermiera palestinese ventunenne Razan Al-Najjar vicino alla barriera di Gaza. Un’inchiesta israeliana ha affermato che “nel corso di un esame preliminare dell’incidente che ha avuto luogo il primo giugno 2018, in cui è stata uccisa una donna palestinese di 22 anni, è stato riscontrato che durante l’incidente sono stati sparati pochi proiettili e che nessuno sparo è stato deliberatamente o direttamente indirizzato a lei.” Commentando l’inchiesta, l’organizzazione per i diritti umani Al-Haq ha affermato: “L’esame preliminare frettolosamente concluso mette in luce l’incapacità di Israele di condurre un’indagine indipendente, efficace ed imparziale su presunti crimini di guerra.” Ha inoltre affermato:

Di fatto l’esercito israeliano agisce impunemente. Tra il 2005 e il 2009, su 800 denunce presentate per crimini di guerra, solo 49 indagini hanno portato ad incriminazioni.

Perciò Israele non può essere ritenuto affidabile nel condurre in modo imparziale proprie indagini, e questo è il motivo per cui è necessaria un’indagine esterna. Inoltre, ha una storia decennale di rifiuti di concedere accesso a squadre investigative internazionali per indagare su potenziali crimini di guerra.”

Nel 2002 è stato negato l’ingresso al campo al team di Amnesty International che indagava su potenziali crimini commessi dalle truppe israeliane nel campo profughi di Jenin. Il professor Derrick Pounder, che faceva parte del team di 3 persone inviato ad indagare su violazioni dei diritti umani, ha detto: “Il rifiuto di consentirci di svolgere o anche di aiutare altri a svolgere tali indagini è molto grave e solleva dubbi sulle motivazioni delle autorità.”

Nel 2009 al team guidato dal giudice Goldstone per indagare su possibili crimini commessi durante la guerra contro Gaza del 2008/09 Israele ha negato i visti, e il team ha dovuto entrare a Gaza attraverso l’Egitto. Alla fine il suo rapporto ha concluso che Israele e gruppi armati palestinesi erano colpevoli di crimini di guerra. Il rapporto ha inoltre riferito che ad Amnesty International, Human Rights Watch e B’Tselem era stato vietato di entrare a Gaza per condurre le proprie indagini.

Nel 2014 Israele ha nuovamente negato l’ingresso ai team che erano incaricati di indagare su potenziali violazioni dei diritti umani. La commissione investigativa dell’UNHCR [Alto Commissariato Nazioni Unite per i Rifugiati, ndtr.] ha rilevato che sia Israele che gruppi armati palestinesi avevano commesso crimini di guerra.

Israele ha anche negato l’ingresso ai relatori dell’ONU Richard Falk e Michael Link, relatore speciale ONU per i Territori palestinesi.

Forse Israele ha qualcosa da nascondere? Certo, sicuramente sì. Le sue violazioni dei diritti umani riempiono pagine su pagine di ogni dossier. Che riguardino i crimini di guerra nel corso delle ripetute guerre contro la popolazione palestinese indifesa e intrappolata a Gaza, o la sua illegale impresa coloniale, o il trasferimento della sua popolazione in aree illegalmente occupate, o il trasferimento di prigionieri palestinesi dai territori occupati nel proprio territorio. E le demolizioni di case, gli sgomberi delle famiglie?

Con questi foschi precedenti, giustizia impone che le violazioni israeliane vengano indagate e che Israele ne renda conto. I suoi dirigenti devono rispondere di persona dei loro presunti crimini di guerra e devono comparire di fronte al tribunale dell’Aja. Altrimenti continueranno a commettere crimini, con la consapevolezza di non doverne pagare le conseguenze. Le ruote della giustizia devono girare più veloci e allora i criminali di guerra israeliani non potranno più dormire tranquillamente la notte pensando che possono alzarsi al mattino e commettere impunemente altri crimini.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Days of Palestine.

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(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Vittoria del BDS: un giudice respinge il tentativo sionista di reprimere la libertà di espressione

Yvonne Ridley

8 marzo 2021 – Monitor de Oriente

Una soldatessa israeliana che negli Stati Uniti ha intentato un’azione penale per diffamazione da 6 milioni di dollari contro una palestinese cristiana ha visto come la sua iniziativa giudiziaria sia diventata controproducente. Nonostante il suo avvocato abbia sollecitato il giudice statunitense ad applicare la legge israeliana sulla diffamazione, che condanna le critiche contro lo Stato sionista a una pena fino a un anno di carcere, Rebecca Rumshiskaya ha perso la causa.

Il giudice californiano Craig Griffin ha rigettato ed escluso la sua richiesta e il tentativo di far applicare le leggi israeliane in una corte dassise della contea di Orange. Nella sua sentenza il giudice ha anche accolto la mozione contro la SLAPP della palestinese Suhair Nafal ed ha stabilito che Rumshiskaya deve pagare le spese giudiziarie della persona denunciata. Le leggi contro la SLAPP sono state ideate per dissuadere le persone dall’utilizzare i tribunali degli USA e la possibile minaccia di una denuncia per intimidire chi sta esercitando i propri diritti in base al Primo Emendamento [della costituzione USA, ndtr.] sulla libertà di espressione. Una “domanda strategica contro la partecipazione pubblica” [“azione temeraria”, nel codice civile italiano, ndtr.] (SLAPP), che il querelante non si aspetta di vincere, intende impedire la libertà di espressione.

Il risultato di questa denuncia è un duro colpo, in particolare per i tentativi che Israele sta facendo in tutto il mondo per mettere a tacere il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), soprattutto sulle reti sociali. È anche una grande vittoria per Nafal e i suoi sostenitori. Tuttavia lei ha sottolineato che si è trattato di una vittoria per tutti gli attivisti filo-palestinesi, sia sulle reti sociali che sul territorio. “Abbiamo molto lavoro davanti a noi, ma siamo instancabili e non ci arrenderemo fino a quando non vedremo che si sta facendo giustizia.”

Nel 2012 la californiana Rumshiskaya, 26 anni, andò a vivere in Israele e si arruolò nelle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndtr.] come istruttrice del Corpo di Educazione Giovanile. Due anni dopo che nel 2018 l’attivista del BDS Nafal aveva pubblicato sulla sua pagina Facebook una sua fotografia con armi e uniforme, [Rebecca] ha chiesto assistenza agli specialisti di “lawfare” [guerra giudiziaria, ndtr.] di “Shurat HaDin”[ong israeliana legata al governo che si occupa di intentare azioni legali contro chi critica Israele, ndtr.]. La palestinese aveva scaricato l’immagine della ragazza dal manifesto delle IDF dalla stessa pagina Facebook ufficiale dell’esercito.

Il post di Nafal faceva riferimento all’eroica paramedica palestinese di 21 anni Razan Al-Najjar, assassinata da un cecchino israeliano mentre stava prestando servizio come volontaria per aiutare i feriti durante le manifestazioni pacifiche della Grande Marcia del Ritorno che si sono tenute nel 2018 nei pressi del confine fittizio della Striscia di Gaza. Per stabilire un confronto tra le due donne Nafal ha collocato la foto promozionale di Rumshiskaya a fianco di quella della giovane paramedica. Non c’era assolutamente nessuna intenzione di suggerire che proprio questa soldatessa israeliana fosse stata coinvolta nell’assassinio di Al-Najjar. Lei aveva lasciato le IDF tre anni prima. Tuttavia alcuni sostenitori di Israele hanno cercato di stravolgere la storia e di affermare che il post di Nafal suggeriva che Rumshiskaya fosse responsabile della morte dell’operatrice sanitaria.

Nafal si è messa in contatto con l’ Arab American Anti-Discrimination Committee [Comitato Arabo Americano contro la Discriminazione] (ADC) per chiedere aiuto nella causa ed è stata rappresentata dall’avvocato Haytham Faraj, membro del consiglio nazionale dell’ADC. Secondo Faraj il lavoro principale dell’ufficio che rappresentava la soldatessa israeliana nella denuncia é incentrato nel far tacere e minacciare gli attivisti del BDS, quelli che criticano le violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale da parte di Israele.

Nel testo della denuncia presentata l’anno scorso da Shurat HaDin al tribunale californiano gli avvocati di Rumshiskaya hanno detto che l’“accusa”era chiaramente falsa, dato che durante il suo servizio militare lei non aveva mai combattuto nella Striscia di Gaza. Hanno aggiunto che la loro cliente lavorava per i diritti umani e partecipava a delegazioni congiunte di israeliani e arabi in Giordania e nella Cisgiordania occupata.

Con una dichiarazione drammatica che ha sfiorato l’isteria, l’avvocatessa israeliana Nitsana Darshan-Leitner ha affermato nella sua comunicazione: “Pare che stiamo tornando alla (infame falsificazione) dei “Protocolli dei Saggi di Sion” e ai sanguinari libelli antisemiti del passato. Rebecca e la sua famiglia hanno ricevuto minacce di morte solo perché lei ha deciso di unirsi alle IDF.”

Darshan-Leitner, fondatrice del centro giuridico israeliano Shurat HaDin, ha aggiunto: “La guerra contro l’antisemitismo si è estesa anche alla sfera giudiziaria e la richiesta di Rebecca è la punta di lancia della nostra lotta contro il movimento globale di boicottaggio contro Israele. Questo è un messaggio per tutti gli attivisti del BDS, che devono sapere che anche loro possono essere considerati responsabili della loro attività antisionista e potrebbero persino pagarne un prezzo alto.”

In un certo senso l’avvocatessa di Shurat HaDin ha avuto ragione. Questa causa giudiziaria ha sicuramente mandato un forte messaggio ai sostenitori del BDS, e cioè che devono continuare con il loro impegno fondamentale e totalmente pacifico per far sì che Israele paghi per le sue violazioni dei diritti umani.

L’avvocato statunitense Faraj ha affermato che la sentenza del giudice Griffin ha salvaguardato i diritti della comunità arabo-americana e palestinese alla libertà di espressione, compresa quella politica, stabiliti dal Primo Emendamento. Sottolineando che “gli Stati Uniti non sono Israele” ha aggiunto: “L’ex-soldatessa israeliana che ha denunciato la signora Nafal pretendeva che il tribunale applicasse la legge israeliana, che condanna chi critica Israele fino a un massimo di un anno di prigione. Il giudice ha rigettato la richiesta e il tentativo di applicare la legge israeliana.”

L’avvocato ha affermato che, concedendo a Nafal l’eccezione anti-SLAPP, il giudice ha inviato un chiaro messaggio secondo il quale gli Stati Uniti tollerano e attribuiscono importanza alla diversità di opinioni e punti di vista politici, e chi cerchi indebitamente di far tacere le critiche politiche dovrà pagarne il prezzo.

Non resta che sperare che il caso della California abbia un impatto qui in Gran Bretagna, dove i sionisti sono protagonisti di una caccia alle streghe per cercare di confondere le critiche a Israele con l’antisemitismo. La lobby filo-israeliana utilizza la screditata “definizione” di antisemitismo stilata dall’International Holocaust Remembrance Aliance [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, organismo intergovernativo cui aderiscono 34 Paesi, ndtr.] (IHRA) per cercare di bloccare qualunque discussione sullo Stato di Israele e sul suo disprezzo per le leggi e convenzioni internazionali. Alcuni degli esempi di “antisemitismo” citati nel documento dell’IHRA, che persino la persona che lo ha stilato ha affermato essere una “bozza di lavoro”, si riferiscono alle critiche contro Israele. Gli accademici hanno criticato la definizione, che è stata descritta come “non rispondente allo scopo”.

Il BDS deve affrontare molte sfide da parte degli alleati di Israele che gli permettono di agire impunito. Ironicamente alcuni di questi alleati sono veri antisemiti ai quali si lascia libertà di praticare il proprio peggior razzismo al mondo ogni volta che la lobby filo-israeliana fa dell’antisemitismo un’arma contro il popolo palestinese e i suoi sostenitori nella lotta per la pace e la giustizia. C’è gente che non impara mai.

Suhair Nafal ha detto: “Questa vittoria non è stata solo mia, è stata una vittoria di tutti gli attivisti filo-palestinesi, sia sulle reti sociali che sul territorio,” ha aggiunto. “Abbiamo davanti a noi molto lavoro da fare, ma siamo instancabili e non cederemo finché non sarà fatta giustizia.”

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Monitor de Oriente.

Yvonne Ridley

La giornalista e scrittrice britannica Yvonne Ridley propone analisi politiche su questioni relative al Medio Oriente, all’Asia e alla guerra mondiale contro il terrorismo. Il suo lavoro è stato pubblicato in molti quotidiani e riviste in tutto il mondo, da oriente a occidente, da testate come il Washington Post fino al Tehran Times e il Tripoli Post, riscuotendo riconoscimenti e premi negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Il lavoro di dieci anni per grandi testate in Fleet Street [via di Londra in cui si trovano le sedi dei principali quotidiani inglesi, ndtr.] ha esteso il suo ambito di azione ai media elettronici e radiofonici, ed ha prodotto una serie di documentari su temi palestinesi e internazionali, da Guantanamo alla Libia e alle Primavere Arabe.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




Gli ebrei USA stanno dalla parte di Black Lives. Perché non facciamo altrettanto con i palestinesi?

Oren Kroll-Zeldin

4 giugno 2020 – +972

Non denunciando apertamente l’uccisione di palestinesi come Iyad al-Allaq le associazioni di ebrei americani stanno svalutando la nostra presa di posizione contro la violenza di Stato in patria.

George Floyd e Iyad al-Hallaq non si sono mai incontrati. Vivevano a circa 6.000 km di distanza uno dall’altro in mondi completamente diversi. Ma un unico tragico destino, determinato dalla violenza dello Stato, unisce per sempre questi due uomini: Floyd, un nero disarmato, è stato ucciso dalla polizia a Minneapolis e la stessa settimana Hallaq, un palestinese disarmato affetto da autismo, è stato ucciso dalla polizia israeliana a Gerusalemme.

Una settimana dopo la sua uccisione, che ha provocato massicce proteste in tutti gli USA e nel resto del mondo a favore della giustizia razziale e per la fine delle brutalità della polizia, George Floyd è diventato famoso. Egli si è aggiunto a una lista troppo lunga di nomi che includono Breonna Taylor, Ahmaud Arbery, Michael Brown, Eric Garner, Tamir Rice, Philando Castile, Oscar Grant e un numero infinito di neri americani, donne e uomini, uccisi dalla polizia.

Durante la scorsa settimana ho visto appelli di molte associazioni e dirigenti ebrei americani che chiedono alla propria comunità di familiarizzare con quei nomi e di unirsi alla lotta per la giustizia razziale. Queste azioni sono lodevoli e necessarie – in quanto ebrei dobbiamo partecipare attivamente a questi movimenti sociali sempre importanti e opportuni.

Eppure c’è un problema eclatante nel modo in cui molte importanti organizzazioni di ebrei americani stanno rispondendo a questo momento cruciale: non hanno applicato lo stesso approccio basato sui valori ai diritti dei palestinesi e alla violenza di Stato israeliana come fanno con la violenza poliziesca negli USA. A causa di questa incoerenza le risposte di molte associazioni ebraiche agli attuali avvenimenti negli USA sembrano nella migliore delle ipotesi vuote, nel peggiore opportuniste.

Non lo dico per sminuire l’appoggio ebraico al Movimento per la Vita dei Neri o per screditare la partecipazione degli ebrei alle attuali proteste. Non sto neppure mettendo sullo stesso piano la situazione dei neri negli Stati Uniti con quella dei palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana: sono contesti diversi dal punto di vista storico, politico, giuridico e culturale.

Tuttavia, date le loro terribili somiglianze e dato che la comunità ebraica americana è profondamente coinvolta in entrambi i Paesi, il silenzio delle organizzazioni ebraiche nei confronti della violenza di Stato israeliana parla da sé. Non schierandoci in modo inequivocabile a favore dei diritti dei palestinesi quando sono sottoposti a tali uccisioni extragiudiziarie stiamo svilendo la posizione della nostra comunità contro simili atti di violenza negli Stati Uniti.

Perché non c’è stata nessuna indignazione da parte dei dirigenti della comunità ebraica dopo che la polizia israeliana ha ucciso Iyad al-Hallaq? Perché nel 2016 i dirigenti della comunità ebraica non hanno alzato la voce dopo che Abdel Fattah al-Shafir, inerme dopo aver tentato di accoltellare un soldato israeliano, è stato giustiziato a bruciapelo da Elor Azaria, nonostante al-Shafir non rappresentasse una minaccia per i soldati? Perché è più probabile che ricordino il nome del soldato e non quello dell’uomo che ha ucciso?

E qual è stata la risposta due anni fa quando un cecchino dell’esercito israeliano ha colpito e ucciso Razan al-Najjar, l’infermiera volontaria palestinese di 21 anni assassinata durante la Grande Marcia del Ritorno di Gaza mentre stava curando un manifestante ferito? Perché la comunità ebraica ha risposto con indignazione quando la piattaforma politica del Movement for Black Lives [Movimento per le Vite dei Neri] ha incluso parole di solidarietà nei confronti dei palestinesi?

Quel silenzio di molte organizzazioni ebraiche americane è ora più che mai assordante. Per molti questa dissonanza rende più difficile prendere sul serio l’impegno degli ebrei per una giustizia razziale negli USA, mentre lo stesso gruppo lavora strenuamente per sostenere sistemi di oppressione simili in Palestina-Israele.

Il fatto che molti dipartimenti di polizia degli USA si addestrino con poliziotti israeliani rende ancora più sconvolgente il rifiuto di denunciare gli abusi nei confronti dei palestinesi. Secondo Amnesty International organizzazioni ebraiche come l’ Anti-Defamation League [Lega contro la Diffamazione, una delle principali organizzazioni della lobby filo-israeliana negli USA, ndtr.], l’American Jewish Committee [Comitato Ebraico Americano, una delle più antiche organizzazioni di difesa degli ebrei negli USA, ndtr.] e il Jewish Institute for National Security Affairs [gruppo di studio filo-israeliano con sede a Washington, ndtr.] hanno persino finanziato questi corsi di addestramento.

Quando la polizia negli USA e in Israele uccide persone disarmate nella stessa settimana dovremmo sentire le comunità e associazioni ebraiche esprimere lo stesso sdegno a favore della giustizia in entrambi i luoghi. Ma la triste verità è che non lo fanno.

Quindi sfido gli ebrei americani a chiedersi: come vi sentite riguardo al personale israeliano che addestra poliziotti americani? Se a questo riguardo qualcosa vi irrita, come si spiega ciò? Ne sapete qualcosa della campagna “Scambio letale” che intende porre fine alla collaborazione tra polizie degli USA e di Israele? La campagna vi scandalizza perché fa parte di Jewish Voice for Peace [organizzazione antisionista degli ebrei USA, ndtr.], che appoggia apertamente il BDS? Fin dove arriva il vostro impegno per la giustizia?

In definitiva essere un alleato si basa sull’impegno politico condiviso e sul rifiuto risoluto di accettare l’ingiustizia in ogni contesto. Ai dirigenti della comunità ebraica piace citare Martin Luther King, che com’è noto scrisse nella sua “Lettera dalla prigione di Birmingham” che “l’ingiustizia ovunque è una minaccia alla giustizia ovunque”. Per essere sinceri alleati nella lotta contro la disuguaglianza razziale noi ebrei dobbiamo portare avanti questa lotta sia negli Stati Uniti che in Israele e far leva sulla nostra influenza e sul nostro privilegio in entrambi i luoghi.

Il silenzio cui assistiamo oggi non è solo complicità, ma anche un tradimento dei valori ebraici e della ricca tradizione della partecipazione degli ebrei ai movimenti sociali. Dobbiamo unirci al Movimento per le Vite dei Neri e ad altri gruppi guidati dai neri e appoggiare attivamente le proteste nelle nostre strade. Ed è fondamentale che ci esprimiamo con lo stesso zelo e con la stessa giusta indignazione contro la violenza dello Stato israeliano e a favore della giustizia per i palestinesi.

Gli assassinii di George Floyd e di Iyad al-Hallaq dovrebbero essere di monito perché la natura interconnessa delle loro morti la raffiguri come la nostra lotta. Se siamo impegnati nella giustizia per tutti, allora dobbiamo rifiutare di sostenere i sistemi razzisti e disuguali che le rendono possibili.

Oren Kroll-Zeldin è il vicedirettore del Swig Program in Jewish Studies and Social Justice [Programma Swig per gli Studi Ebraici e la Giustizia Sociale] all’ università di San Francisco, dove è anche assistente nel dipartimento di Teologia e Studi religiosi.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)