Gli Epstein file: perché i mizrahim israeliani devono affrontare una battaglia esistenziale
Orly Noy
14 febbraio 2026 – Middle East Eye
I timori espressi da Ehud Barak riguardo a una “maggioranza araba” dovrebbero allarmare non solo i palestinesi, ma anche gli ebrei che egli considera inferiori.
Alla luce dei legami di lunga data dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak con il trafficante di minori a fini sessuali Jeffrey Epstein – legami che sono continuati anche dopo la condanna penale di quest’ultimo – nessuno si aspettava che le registrazioni di Barak rivelate come parte dei file Epstein si concentrassero su argomenti virtuosi, come l’eliminazione della discriminazione contro le donne o la schiavitù dei bambini.
Eppure nessuno aveva previsto che ciò che sarebbe emerso da quelle registrazioni sarebbe sembrato quasi un programma di ingegneria razziale in Israele.
In una registrazione audio di oltre tre ore, che si ritiene risalga alla metà degli anni 2010, Barak esprime profonde perplessità sul futuro demografico di Israele, mettendo in guardia da uno Stato binazionale e, in ultima analisi, da uno Stato con una “maggioranza araba”.
La prospettiva di una maggioranza araba, o solo dell’esistenza di Israele all’interno di una regione prevalentemente araba, sembra suscitare nel navigato politico laburista qualcosa che va oltre l’ansia, provocando disprezzo e repulsione.
Ma in realtà ciò non è così sorprendente. È stato proprio Barak a coniare l’espressione “una villa nella giungla” per descrivere la posizione di Israele in Medio Oriente, utilizzandola in un discorso del 1996 quando era ministro degli Esteri.
È facile intuire cosa pensi Barak della regione. E, se il Medio Oriente è una giungla, allora è chiaro che non solo i suoi abitanti non ebrei, ma anche molti dei suoi comuni cittadini ebrei possono essere considerati inferiori rispetto ai proprietari della villa.
Le osservazioni di Barak nella registrazione di Epstein sono la sintesi di questa visione del mondo. Egli sostiene che i fondatori e i primi leader di Israele, ebrei ashkenaziti di origine europea, furono obbligati ad accogliere gli ebrei dei paesi arabi per “salvarli”.
Ma ora, dice, è possibile essere selettivi e “controllare la qualità in modo molto più efficace, molto più di quanto abbiano fatto i padri fondatori di Israele”. A tal fine, propone di privare l’establishment ortodosso del suo monopolio sulla conversione e di consentire conversioni di massa delle popolazioni “giuste”. In altre parole, per le popolazioni bianche.
Equilibrio demografico
Come, secondo lui, ciò dovrebbe essere attuato nella pratica? Molto semplicemente: assorbendo un altro milione di russi, che altererebbero in modo permanente l’equilibrio demografico di Israele. Negli anni ’90, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, circa un milione di immigrati provenienti dal blocco si sono trasferiti in Israele.
Il vantaggio, secondo l’amico del trafficante di minori a scopo sessuale, è che tra quel milione ci sarebbero “molte ragazze giovani e belle”.
Ascoltando questa conversazione è difficile non ricordare le scuse pubbliche pronunciate da Barak nel 1997, a nome del Partito Laburista, ai figli delle comunità mizrahi – ebrei immigrati in Israele dai paesi del Medio Oriente – per i torti subiti nei primi anni di vita dello Stato.
A quanto pare Barak crede che, in fondo, quelli che hanno subito un torto sono stati proprio i fondatori dello Stato, costretti ad accogliere tutti gli ebrei provenienti dalla “giungla” circostante.
Ma Barak commette un doppio errore. Innanzitutto, invece di aver rappresentato una risposta al deterioramento della situazione degli ebrei mizrahi nei loro Paesi d’origine, Israele è stato piuttosto l’agente che ha accelerato tale deterioramento.
In secondo luogo, i fondatori di Israele e i predecessori ideologici di Barak non hanno esattamente accolto a braccia aperte gli ebrei provenienti dai Paesi arabi e musulmani. Alcuni immigrati mizrahi sono stati sottoposti a test selettivi prima di essere ritenuti degni di accoglienza.
L’iconico poeta israeliano Natan Alterman ha scritto di questo in “La fuga dell’immigrato Danino”, che racconta la storia di un uomo emigrato dal Marocco in Israele poco dopo la fondazione dello Stato e costretto a correre durante una visita medica per determinare se fosse fisicamente idoneo ad entrare nel Paese; forse Barak conosce questa storia grazie alla struggente interpretazione di Habrera Hativeet [gruppo musicale israeliano specializzato in musica etnica, ndt.].
“Razzismo ripugnante”
Ma non meno offensiva dei commenti sprezzanti di Barak è stata la gioia con cui esponenti della destra israeliana si sono avventati su questa registrazione, come se avessero trovato un grande tesoro.
Canale 14 [rete radiotelevisiva israeliana di estrema destra, ndt.] si è affrettato a trasmetterla con il titolo “Razzismo ripugnante: l’archivio Epstein rivela le registrazioni scioccanti di Ehud Barak”.
Barak è stato anche attaccato dai membri dello Shas, il partito ultraortodosso che è un pilastro fondamentale della coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu e che sostiene di parlare a nome di molti ebrei mizrahi. In un discorso furioso il membro dello Shas alla Knesset Yakov Margi ha definito Barak un “razzista spregevole”.
Il leader dello Shas Aryeh Deri ha utilizzato la registrazione per denunciare i “Kaplanisti” (manifestanti antigovernativi di sinistra) [dal nome della via in cui si svolgono le proteste, ndt.] e per ingraziarsi Netanyahu, il tutto in un unico tweet.
“Ehud Barak, capo della tribù dei ‘Kaplanisti’ e dell’élite di sinistra, ha rivelato il suo piano razzista per cambiare la demografia di Israele”, ha scritto Deri. “Se Netanyahu avesse pronunciato queste osservazioni razziste sugli ebrei di origine mediorientale avrebbe fatto notizia su tutti i telegiornali”.
Alcuni potrebbero vedere questo come un’indignazione selettiva da parte di Deri. Nel 2020 è rimasto in silenzio quando è stata pubblicata una registrazione del fidato consigliere di Netanyahu, Natan Eshel, che faceva osservazioni ampiamente condannate come razziste e discriminatorie nei confronti degli ebrei mizrahi.
Né ha parlato nel 2016 dopo che la moglie del primo ministro, Sara Netanyahu, è stata citata in giudizio, e condannata, da un ex domestico che l’aveva accusata di aver fatto commenti denigratori sulle sue origini marocchine.
Deri è rimasto nuovamente in silenzio nel 2017 dopo che Netanyahu ha risposto alle critiche del suo allora ministro delle Finanze, di origini libiche, suggerendo che il suo “gene mizrahi aveva dato i numeri”. Il commento è stato ampiamente denunciato come razzista e Netanyahu è stato costretto a scusarsi.
Difendere la “villa”
In realtà, da quando Barak ha coniato questa espressione, il leader israeliano che ha abbracciato con più entusiasmo la metafora della “villa nella giungla” è stato proprio Netanyahu.
Durante una visita al confine giordano nel 2016 Netanyahu ha illustrato il suo progetto di una barriera di separazione dichiarando: “Mi diranno: è questo che vuoi fare, difendere la villa? … La risposta è: sì, senza alcun dubbio. Nel contesto in cui viviamo, dobbiamo difenderci dalle bestie selvagge”.
Nonostante le differenze tra Netanyahu e Barak, essi condividono qualcosa di molto più profondo: un forte disprezzo sia per il territorio arabo in cui Israele si trova sia per molte delle persone che vi abitano.
Per Barak e coloro che condividono la sua politica il disgusto nei confronti dei mizrahim, che considerano inferiori, ha portato alla loro esclusione dai centri di potere e ricchezza. Al contrario, Netanyahu e i suoi alleati hanno coltivato con entusiasmo quella stessa immagine di inferiorità, violenza e barbarie per sfruttarla a proprio vantaggio.
In ultima analisi, i mizrahim sono rimasti “popolo della giungla” agli occhi di entrambi gli schieramenti. Se la popolazione mizrahi in Israele apprezza la vita – la vita nel senso di un’esistenza umana significativa – allora deve interiorizzare definitivamente questa realtà.
Ciò è particolarmente urgente poiché la destra messianica, razzista e kahanista [seguagi del suprematismo ebraico del rabbino Kahane, ndt.] sta trascinando Israele nel baratro del fascismo, cercando al contempo di garantire che i mizrahim diventino il volto violento di quel fascismo.
Netanyahu e i suoi alleati inquadrano questo cambio di regime nel linguaggio pulito e asettico della legge e della giurisprudenza, sapendo bene che attivisti politici come Yoav Eliasi (meglio conosciuto come “L’Ombra”) e Mordechai David metteranno a loro disposizione le loro “risorse mizrahi”, conferendo a queste mosse la patina populista di cui hanno bisogno.
Un momento cruciale
Il fatto che segmenti così vasti del pubblico mizrahi in Israele si siano arruolati con tanto entusiasmo in un progetto volto a fortificare le mura di quella stessa “villa nella giungla” all’interno della quale essi stessi saranno confinati in modo permanente in una posizione di inferiorità – è una tragedia così profonda da provocare sia dolore che rabbia.
Coloro che hanno insegnato ai giovani mizrahim a gridare “morte agli arabi”, per non parlare dell’uccisione degli arabi come atto patriottico, nutrono un profondo disprezzo per i loro antenati, che vivevano come nativi nel territorio arabo e che avrebbero reagito con orrore a tali grida di odio.
E chi saranno i sicari del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir [dell’estrema destra kahanista, ndt.] una volta approvata la sua legge sulla pena di morte contro i “terroristi” palestinesi, se non proprio quei giovani mizrahi?
Fortificare le mura di una villa immaginaria non è – e non potrebbe mai essere – nell’interesse dei mizrahim.
Non c’è un solo punto dello spettro sionista che non sminuisca la nostra identità di discendenti di questa regione. I pionieri della lotta dei mizrahi, come le Pantere Nere israeliane [movimento di protesta composto da ebrei immigrati dai Paesi del Medio Oriente e del Maghreb, ndt.] e i ribelli di Wadi Salib [quartiere di Hebron che vide nel 1959 la sollevazione dei suoi abitanti, ebrei originari del Marocco, ndt.] lo hanno capito quasi intuitivamente.
Il nostro interesse era, e rimane, un’alleanza con i nostri fratelli e sorelle palestinesi nella lotta per abbattere le mura della struttura coloniale, a favore di uno spazio civico in cui la nostra identità non sia calpestata, umiliata e sfruttata a vantaggio di coloro che disprezzano la nostra stessa esistenza.
Da quando è iniziato il genocidio a Gaza il sionismo è passato da una fase grottesca a una cannibalistica. Il ruolo che assegna ai mizrahim in questa fase è la cosa più terribile che abbiamo mai vissuto.
È il momento di prestare nuova attenzione alle registrazioni di Barak, alle vanterie di Netanyahu, al cappio appuntato sul bavero di Ben Gvir e di decidere. Potrebbe non esserci più un altro momento simile.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
Orly Noy è presidentessa di B’Tselem – Centro israeliano di informazione per i diritti umani nei territori occupati.
(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)