Come sarebbe uno Stato di Israele non coloniale?

Nasim Ahmed

3 marzo 2019 – Middle East Monitor

Mentre si avvicinano le elezioni [israeliane, ndt.] del 9 aprile, MEMO intervista i parlamentari ed ex parlamentari arabi della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] in merito alla loro esperienza di lavoro all’interno del sistema politico israeliano e alle loro speranze per il futuro.

Il contrasto tra democrazia ed etnocrazia è al centro della narrazione israeliana. I fondatori dello Stato erano convinti di gettare le basi di uno Stato democratico, che si sarebbe impegnato per il bene di “tutto il suo popolo”. La Dichiarazione di Indipendenza israeliana era chiara sul fatto che si sarebbe trattato di uno Stato fondato sui principi di “libertà, giustizia e pace, guidato dalle visioni dei profeti di Israele; avrebbe garantito pieni ed eguali diritti sociali e politici a tutti i suoi cittadini, senza distinzioni in base a differenze di fede religiosa, razza o sesso; avrebbe garantito libertà di religione, coscienza, lingua, educazione e cultura”.

Nobili ideali, certo, tuttavia la narrazione ufficiale è servita non solo a nascondere il razzismo insito nel sionismo, ma anche le sfide inconciliabili che nascono dall’imposizione di un’etnocrazia in una terra già popolata da un popolo appartenente a un diverso gruppo etnico. Coloro che hanno capito cosa avrebbe comportato il sionismo, come ad esempio il compianto giornalista Christopher Hitchens, si sono opposti ad esso per principio: “Sono un anti-sionista, sono una di quelle persone di origine ebraica che credono che il sionismo sarebbe un errore anche se non ci fossero i palestinesi”. Hitchens, che molti considerano uno dei più forti sostenitori dei valori liberali occidentali e un altrettanto strenuo oppositore del dogmatismo, ha inoltre dichiarato che non avrebbe mai potuto accettare il presupposto di uno Stato ebraico, perché si trattava di “un’idea stupida, messianica e superstiziosa”.

Il contrasto tra quell’idea e gli ideali dei padri fondatori di Israele è stato un tema ricorrente sia per i sostenitori dello Stato che per i suoi oppositori. Di solito, i sostenitori di Israele sono segnati da dogmatismo. Il ministro degli Interni britannico, Sajid Javed [del partito Conservatore, di origine pakistana, ndt.], per esempio, ha citato la narrazione della fondazione di Israele quando ha dichiarato “Se dovessi andare a vivere in Medio Oriente, c‘è solo un posto in cui potrei andare. Israele!” Spiegando perché non andrebbe in nessun Paese a maggioranza musulmana, ha aggiunto che Israele è “l’unica Nazione in Medio Oriente che condivide gli stessi valori democratici della Gran Bretagna e l’unica Nazione in Medio Oriente in cui la mia famiglia sentirebbe il caloroso abbraccio della libertà e dell’indipendenza“.

Javed è un simbolo per coloro che sono pro-Israele e scattano in sua difesa armati di nient’altro che frasi fatte per affrontare la realtà di undici milioni di palestinesi che non hanno mai provato alcun “caloroso abbraccio di libertà e indipendenza” da parte di Israele. Essi sono la prova vivente dell’inconciliabile contrasto tra democrazia ed etnocrazia intessuto nel paradosso sionista, emerso in modo così catastrofico che perfino ex primi ministri dello Stato sionista hanno manifestato la loro preoccupazione per la tendenza (di Israele) a diventare uno Stato di apartheid.

Quasi nessuno ha conosciuto tale contrasto in Israele meglio di Haneen Zoabi. La parlamentare della Knesset ha deciso di non partecipare alle prossime elezioni, in aprile. Nonostante ciò, mi ha detto che spera di risolvere un giorno la situazione e trasformare Israele da regime coloniale a democrazia piena, che non discrimini sulla base di chi è o non è ebreo. Membro del partito arabo-israeliano Balad, Zoabi è parlamentare dal 2009 e al centro della tensione che scuote il cuore di Israele, i cui sostenitori non hanno mai smesso di ricordarci, a sostegno della loro tesi, che “l’unica democrazia del Medio Oriente” ha Zoabi e un’altra decina di membri arabi in parlamento.

Come riesce a conciliare il fatto di essere una parlamentare della Knesset con l’aver denunciato che Israele non è una vera democrazia? “Quando gli Stati Uniti hanno permesso agli afroamericani di salire in autobus, ma hanno preteso che sedessero solo nei posti in fondo, ecco, questa era forse uguaglianza?” ha risposto tuonando. “Sei nella Knesset, ma non nel posto dal quale è possibile cambiare qualcosa, cambiare effettivamente qualcosa”.

In questo metaforico autobus, aggiunge, esistono 85 leggi razziste che ti impediscono di cambiare davvero le cose. “Siamo sempre seduti più in basso. Tu sali sull’autobus, ma devi sederti dietro. L’autobus su cui sali assicura speciali privilegi agli ebrei. Puoi gridare, ma non hai niente come il Primo Emendamento della Costituzione americana a proteggerti. C’è razzismo, ci sono articoli di legge razzisti, ma non c’è alcuna Costituzione a difendere i tuoi diritti.”

Le leggi razziali menzionate sono state al centro di campagne da parte di gruppi per la promozione dei diritti come “Adalah”, Centro per i Diritti della Minoranza Araba (Legal Centre of Arab Minority Rights) in Israele. Il gruppo per i diritti umani, con sede ad Haifa, ha documentato ogni legge discriminatoria all’interno del Paese. Più della metà pare siano state adottate dopo le elezioni del 2009, che portarono al potere la coalizione più di destra nella storia dello Stato, guidata dal primo ministro Benjamin Netanyahu. La più recente tra le leggi discriminatorie è la legge sullo Stato-Nazione [Jewish Nation-State Law], che è stata denunciata perché codifica l’apartheid in Israele.

Secondo Zoabi, l’apartheid di tipo israeliano è stata occultata da una potente narrazione che presenta al resto del mondo lo Stato come una democrazia liberale, con un ragionamento di giustificazione di carattere colonialista. “C’è un forte sentimento di giustificazione che permette a Israele di discriminare i suoi stessi cittadini palestinesi,” spiega. “Esiste un discorso morale che ti fa sentire in dovere di apprezzare il Paese anche se ti viene riconosciuto solo il 10% dei tuoi diritti”.

Utilizzando la classica dinamica del colonizzatore contro il colonizzato, la parlamentare di Nazareth aggiunge che Israele fa anche un ragionamento morale per spiegare perché può negare ai palestinesi i loro diritti nazionali. “Esiste una ragione etica per cui dovrebbero negare la tua storia e identità di palestinese, anche se ci riconoscono il 20% dei nostri diritti civili e nessuno di quelli nazionali. Ed esiste un ragionamento che illustra perché dovremmo accettare la nostra inferiorità e la posizione di popolo oppresso.” Il tragico impatto di tale potente narrazione, spiega Zoabi, è il motivo per cui Israele non considera la sofferenza dei palestinesi e la loro discriminazione come vera sofferenza e reale discriminazione.

La funzione dello Stato di Israele non è essere neutrale verso tutti i suoi cittadini, ma riconoscere un ruolo dominante agli ebrei a spese della popolazione autoctona”, ribadisce. “Israele non può garantire diritti individuali a tutti i suoi cittadini, perché lo Stato si definisce come Stato ebraico”.

Anche se non si ricandiderà alle elezioni legislative di aprile, Zoabi dice di essere determinata a restare in politica; mi ha detto che è tempo di sviluppare il programma politico del partito Balad e il suo progetto: “L’idea è di fare una campagna per uno Stato di tutti i cittadini, e contestare la concezione di uno Stato ebraico e democratico. Non esiste un modo democratico di essere uno Stato ebraico”. Il suo obiettivo, ribadisce, è di trasformare Israele in uno Stato non coloniale. “Il sionismo è un’ideologia coloniale e l’unico modo di avere una democrazia è di separare lo Stato dal sionismo”.

Come sarebbe Israele come Stato non coloniale, non sionista? “Immaginiamo una democrazia. Non diciamo che chi è arrivato come colonizzatore ora se ne deve andare; diciamo che chi è arrivato come colonizzatore oggi ha la possibilità di vivere insieme a noi”.

Israele, insiste Zoabi, non deve continuare con i tentativi di spostamento e sostituzione dei palestinesi – la popolazione autoctona – ma deve cercare di coesistere con loro. “L’unico modo di coesistere con noi è eliminare dall’agenda gli obiettivi coloniali e sviluppare uno Stato per tutti i cittadini di Israele. Non a spese della nostra identità e del nostro legame con i palestinesi nel resto del mondo.

Contemporaneamente, Balad ha una visione democratica di accettazione di tutti gli israeliani come normali esseri umani in uno Stato normale. Il suo messaggio agli ebrei israeliani, dice Haneen Zoabi, è semplice: “Vorremmo riconoscervi come collettività, però all’interno di uno Stato che non si identifichi esclusivamente con voi, ma che si identifichi con me e con voi allo stesso livello.” Uno Stato del genere sarà uno Stato diverso con una diversa simbologia, e sarà una democrazia. “Su questa base, io non difendo solo i miei diritti, ma anche il diritto degli ebrei come popolo, perché anche loro hanno il diritto di vivere in un Paese normale. Forse non hanno scelto di vivere in uno Stato razzista, di apartheid, ma nessuno ha dato loro un’alternativa. Balad offre una vera alternativa.”

(traduzione di Elena Bellini)




L’antirazzismo selettivo di Macron Un’intervista con Maxime Benatouil

Intervista di David Broder

27 febbraio 2019, Jacobin

Emmanuel Macron ha descritto l’antisionismo come una nuova forma di antisemitismo. Eppure associando tutti gli ebrei francesi allo Stato di Israele rischia di alimentare il risentimento tra le vittime del razzismo.

Se prendiamo in parola Emmanuel Macron, la Francia ha un crescente problema di antisemitismo. La scorsa settimana il presidente si è rivolto al Consiglio Rappresentativo delle Organizzazioni Ebraiche del Paese, denunciando un aumento dell’antisemitismo “senza precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale”. Già l’11 febbraio il suo ministro degli Interni ha informato che il 2018 ha visto un incremento del 74% degli attacchi contro ebrei. Fonti governative hanno anche messo in rapporto questa evoluzione con le proteste dei “gilet gialli”, mentre ministri hanno imputato a questo “flagello” atti di vandalismo contro un negozio di bagel [ciambelle tipiche della cucina ebraica, ndt.] e recenti attacchi contro giornalisti.

Eppure molti ebrei francesi sono critici riguardo al tentativo di strumentalizzare affermazioni antisemite. Le notizie sul coinvolgimento di “gilet gialli” nell’attacco al negozio di bagel si sono presto dimostrate infondate, e il tentativo del presidente di considerare l’antisionismo una nuova forma di antisemitismo ha offuscato la distinzione tra ebrei e Israele. Allo stesso tempo gli ebrei antirazzisti hanno sottolineato i pericoli di un atteggiamento di doppio standard che non prenda altrettanto seriamente dell’antisemitismo l’islamofobia e il razzismo contro i neri.

Per Maxime Benatouil, un importante esponente dell’“Union Juive Française pour la Paix” [Unione Ebraico Francese per la Pace] (UJFP), la lotta contro l’antisemitismo deve essere unita a una coerente difesa delle minoranze. Ha parlato con David Broder di “Jacobin” della presenza di atteggiamenti antisemiti nelle proteste dei “gilet gialli”, del tentativo di Macron di strumentalizzare gli attacchi contro gli ebrei e del pericolo di mettere le minoranze le une contro le altre.

D.B.: Il filosofo Bernard-Henri Lévy ha sostenuto che l’antisemitismo è al cuore del movimento dei “gilet gialli”. Le sue affermazioni rientrano in una più complessiva narrazione per cui ministri e la stampa a favore di Macron hanno dipinto il movimento come di estrema destra o guidato da fascisti. C’è qualche prova che le idee contro l’establishment o cospirative tra i “gilet gialli” siano legate ad argomenti antisemiti?

M.B.: I commenti di Bernard Henry-Levy sono sintomatici della reazione contro i “gilet gialli”. Questo è un vero movimento sociale di classi lavoratrici e popolari ed è nato al di fuori delle strutture politiche tradizionali in cui tradizionalmente si inseriva la loro attività. È vero che in questo movimento ci sono stati indizi di antisemitismo, su cui i media francesi si sono particolarmente soffermati, e nelle proteste ci sono state anche figure come l’ex-attore Dieudonné (noto per il suo uso del gesto della quenelle [allungare un braccio sinistro verso il basso piegando il destro verso la spalla sinistra, considerato politicamente sospetto di filo-nazismo, ndt.] e per la promozione di temi antisemiti).

Ma non c’è un particolare antisemitismo tra i “gilet gialli” come tali, più di quanto ce ne sia nel resto della società francese. E anche in quanto il loro movimento riflette la società nel suo complesso, quando è cresciuto è diventato più politicizzato e c’è stata più opposizione tra i “gilet gialli” contro il razzismo, il sessismo, l’omofobia e quindi l’antisemitismo. In questo senso, lo sviluppo politico del movimento è stato veramente sorprendente.

D.B.: Ci sono comunque prove di crescenti aggressioni contro ebrei, dimostrate in particolare dall’uccisione lo scorso anno della sopravvissuta all’Olocausto Mireille Knoll. Infatti è stato detto che c’è stato un aumento del 74% di incidenti antisemiti in Francia. Cosa pensi ci sia dietro a questo?

M.B.: È terribile che siano avvenuti così tanti incidenti antisemiti – è stato detto che lo scorso anno ci sono stati 531 di questi atti. Ma non sono sicuro che sia una buona idea presentare questi dati in questo modo. Mentre i numeri che il ministero degli Interni ha fornito ai media francesi hanno riferito di un aumento del 74% da un anno all’altro, di fatto anche solo dieci anni fa il numero di questi incidenti era attorno a 800 all’anno, molti di più di ora. Forse la decisione di parlare di un aumento senza dare un’indicazione della tendenza generale è stato un errore, o forse ci sono ragioni politiche per voler dipingere questo quadro.

Il governo sta tentando di suggerire che c’è un aumento di incidenti antisemiti legati ai “gilet gialli” – per esempio quando ci sono state scritte razziste su un negozio di bagel a Parigi, il fatto che fossero in giallo è stato preso dal governo come una prova che fosse stato fatto da questi dimostranti dei “gilet gialli”, e i ministri hanno twittato in tal senso. Ma è risultato che i graffiti erano comparsi due giorni prima della manifestazione in questione, e in ogni caso non lungo il suo percorso.

D.B.: La scorsa settimana c’è stata una tempesta mediatica dopo che lo scrittore Alain Finkielkraut è stato chiamato “sporco sionista” da un “gilet giallo”. Mentre la parola “sionista” potrebbe essere usata come una parola in codice per “ebreo” oppure no, non pensi che questo tipo di incidenti prestino il fianco a critiche contro il movimento, o almeno diano l’impressione che non dimostri solidarietà agli ebrei di fronte all’antisemitismo?

M.B.: Finkielkraut è uno scrittore notoriamente di destra ed è certamente un sionista, con una lunga lista di polemiche contro i palestinesi. Ma chiamarlo “sporco sionista” o dire “tornatene a Tel Aviv” può chiaramente avere una dimensione antisemita.

Oltre che riconoscere questo, è anche il caso di chiarire due cose su Finkielkaut e su questo incidente. Ha immediatamente tentato di strumentalizzarlo come se lui fosse un antirazzista. Ma non è stato affatto come se un cittadino ebreo qualunque, magari con una kippah [zuccotto tipico degli ebrei, soprattutto religiosi, ndt.], fosse passato per caso vicino alla manifestazione e fosse poi stato aggredito da “gilet gialli”.

Invece Finkielkraut è un personaggio pubblico famoso. In effetti lui stesso è noto per attacchi razzisti, per esempio in un’intervista con Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndt.] qualche anno fa in cui definì la squadra di calcio francese “nera-nera-nera” (stravolgendo la descrizione corrente della sua caratteristica multirazziale, “bianco-nero-arabo”), lamentando che non ci fossero abbastanza giocatori bianchi.

Finkielkraut lavora per una delle principali emittenti radio statali ed ha invitato nel suo spettacolo un polemista ebreo ancora più di destra, Éric Zemmour. Zemmour ha riabilitato l’eredità del regime di Vichy del maresciallo Pétain, affermando che aveva cercato di salvare gli ebrei francesi e cose del genere.

Quindi ovviamente questi incidenti sono negativi e non dovrebbero avvenire, ma difficilmente possono essere utilizzati da simili personaggi per dipingere i “gilet gialli” come promotori dell’antisemitismo.

D.B.: In seguito all’incidente di Finkielkraut, martedì scorso a Parigi ci sono state due diverse proteste contro l’antisemitismo: cosa le divideva?

M.B.: Esse rappresentavano due concezioni molto diverse di cosa significhi “antirazzismo”. Prima ho parlato di strumentalizzazione politica, e infatti una delle proteste è stata convocata dal partito Socialista (PS), nell’evidente tentativo di raccogliere sostegno dietro di sé. Il PS è stato a lungo un partito importante, ma nelle elezioni presidenziali del 2017 è crollato al 6% dei voti ed è stato persino obbligato a lasciare il suo storico quartier generale.

Cercando di rivitalizzare la sua base ha convocato una manifestazione che includeva i principali partiti, o almeno “La République en Marche” di Emmanuel Macron e i “Republicains”, di destra. La dimostrazione era un modo per mettere insieme i partiti politici di centro e di destra.

Non sono stati invitati non solo il “Rassemblement national” (ex–Front National) di Marine Le Pen, ma neppure, inizialmente, “La France Insoumise” [partito di sinistra, ndtr.]. È stato un tentativo di strumentalizzare l’antisemitismo, con la volontà di dare l’impressione che al partito di Jean-Luc Mélenchon non gliene fregasse niente di questo problema. Tuttavia personalità di destra e razziste sono state incluse nella marcia convocata dal partito Socialista, compreso Éric Ciotti, un parlamentare dei “Républicains” che voleva introdurre misure per vietare a chi accompagna i bambini per attività extra-scolastiche di portare simboli religiosi, in particolare da aprte di donne che indossano l’hijab [velo islamico, ndt.].

Per noi dell’“Union Juive Française pour la Paix” (UJFP) – un’organizzazione ebraica antirazzista e antisionista – non ha senso manifestare mano nella mano con gente come quella. Allo stesso tempo forze della sinistra – “France Insoumise”, il partito comunista, ma anche quelli come il “Parti des Indigènes de la République” [Partito degli Indigeni della Repubblica, partito che si definisce antiimperialista, anticolonialista e antisionista, ndt.], la cui portavoce Houria Bouteldja per anni ha affrontato attacchi diffamatori infondati, probabilmente in quanto donna araba che difende la giustizia – non dovrebbero farsi coinvolgere in un dibattito di merda, come quello che è divampato in contesti britannici e americani, riguardo a se sono o meno “antisemiti”.

Invece noi di UJFP martedì abbiamo contribuito a organizzare una manifestazione separata che ha insistito sulla necessità di lottare contro l’antisemitismo come parte di un antirazzismo coerente. La manifestazione nel quartiere di Menilmontant a Parigi si è tenuta insieme al “Nuovo Partito Anticapitalista” [gruppo di sinistra di origine troskista, ndt.] e ad altre organizzazioni, come “Indigènes de la République” e altri gruppi che rappresentano lavoratori arabi e persone di origine africana.

Non si può lottare contro il razzismo in un modo che non fa che assolvere lo Stato dalle sue responsabilità nel promuovere l’antisemitismo, l’islamofobia, il razzismo contro i neri e i rom, e quindi la dinamica distruttiva creata quando cerca di dare la prevalenza alla lotta contro una forma di razzismo rispetto alle altre.

D.B.: Enzo Traverso ha segnalato la sensazione di discriminazione che può nascere quando lo Stato prende in considerazione meno seriamente il razzismo contro alcune minoranze rispetto ad altre – facendo loro intendere che sono considerate e protette di meno. Infatti, mentre lo Stato francese proclama di lottare contro l’antisemitismo, è da notare quanto poco i suoi dirigenti abbiano respinto l’idea che in Francia gli ebrei non siano sicuri, per esempio, quando dopo gli attacchi del novembre 2015 a Parigi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato che gli ebrei francesi dovrebbero andare in Israele per essere davvero sicuri. Come si può separare l’antirazzismo dalla “vittimizzazione competitiva” o dallo scatenare le minoranze le une contro le altre?

M.B.: Nel 2017 Emmanuel Macron ha organizzato la prima commemorazione delle incursioni di “Vel d’Hiv”, in cui gli ebrei vennero radunati in un velodromo di Parigi prima di essere trasportati ai campi della morte in Germania. Scandalosamente lo ha fatto insieme a Benjamin Netanyahu, con il risultato che il capo di una potenza straniera è stato dipinto come se fosse un rappresentante degli ebrei francesi, e quindi come se questi ultimi cittadini fossero meno francesi. Comunque durante questo evento Netanyahu è stato molto contento di sentire Macron descrivere l’antisionismo e la campagna per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) come una pericolosa nuova forma di antisemitismo.

Quello che vorremmo sarebbe che la società e lo Stato francesi prendessero ogni forma di razzismo altrettanto seriamente di quanto fanno con l’antisemitismo. La lotta contro gli attacchi agli ebrei non può essere perseguita in un modo che alimenta al contempo l’islamofobia o prende di mira altre minoranze. Quindi stiamo cercando di creare uno spazio antirazzista in cui possiamo collaborare e studiare strategie con altri movimenti antirazzisti in modo che non ci si limiti a rispondere all’ultima offesa antisemita e poi non si dica nient’altro sul razzismo.

Per fare un esempio di ciò, quando la sopravvissuta all’Olocausto Mireille Knoll è stata uccisa e poi c’è stato un corteo contro l’antisemitismo, certo non ci siamo sentiti di partecipare a una manifestazione che includeva anche il Front National [partito di estrema destra francese, ndt.] (FN). Di fatto in quell’occasione persino la Lega per la Difesa Ebraica, un’organizzazione di estrema destra e ultra-sionista, non ha voluto rimanere in silenzio riguardo alla presenza del FN. Il modo particolare in cui lo Stato lotta contro l’antisemitismo, ignorando altre forme di razzismo, mentre presenta ogni attacco contro un cittadino ebreo come un attacco a tutta la repubblica francese, può in parte alimentare teorie cospirative e risentimento verso gli ebrei, se sono visti come protetti in un modo in cui altri non lo sono. Facciamo molto di più contro l’antisemitismo quando lottiamo contro ogni razzismo che quando lo prendiamo in considerazione come qualcosa di isolato.

D.B.: Negli scorsi giorni Emmanuel Macron ha proposto di classificare l’“antisionismo” come una forma di antisemitismo in sé. C’è stato persino il suggerimento che ciò potrebbe portare a una nuova legge per criminalizzare alcune forme di critica a Israele. Quali reali misure vi aspettate che ciò comporti?

M.B.: L’antisionismo e l’opposizione contro Israele sono opinioni politiche che non dovrebbero in nessun caso essere soggette a restrizioni da parte della legge. Ovviamente l’antisionismo è un’idea che può avere molti significati diversi, dalla generalizzata opposizione al progetto sionista tra gli ebrei prima della fondazione dello Stato di Israele nel 1948, alla posizione di quanti non vogliono distruggere Israele ma piuttosto trasformarlo in uno Stato per tutti i suoi cittadini, compreso il circa 20% della popolazione che è arabo-palestinese. Ovviamente di recente la legge sullo Stato-Nazione ha invece declassato lo status ufficiale dell’arabo in Israele ed ha imposto una discriminazione ancora più pesante contro i palestinesi.

Emmanuel Macron è stato invitato a pronunciare il discorso inaugurale della cena del Consiglio delle Organizzazioni Rappresentative degli Ebrei (CRIF), che, nonostante un passato più di sinistra, è diventato molto di destra e una forza filo-israeliana tra gli ebrei francesi – quasi una seconda ambasciata israeliana – anche se i media francesi spesso lo presentano come la voce di tutta la “comunità ebraica”. È molto più di destra e tollerante riguardo ai neonazisti persino dell’AIPAC [potente organizzazione lobbystica degli ebrei americani a favore di Israele, ndt.]. Lo possiamo vedere nella sua totale mancanza di reazione riguardo all’iniziativa di Netanyahu di offrire posizioni chiave ai kahanisti [dal rabbino Meir Kahane, capo del partito israeliano di ultradestra Kach, messo fuori legge negli anni ’80, ndtr.] (suprematisti ebrei, che si oppongono fermamente alle critiche per l’uccisione di palestinesi), se verrà rieletto.

Il CRIF ha spinto perché l’antisionismo venga classificato come antisemitismo, e quando Macron ha parlato alla cena ha detto che dietro all’opposizione all’esistenza di Israele c’è “la negazione dell’ebreo”. Ha detto che la definizione di antisemitismo proposta dall’“International Holocaust Remembrance Alliance” [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, organizzazione intergovernativa che intende promuovere la memoria dell’Olocausto formata da 31 Paesi membri, ndtr.] (IHRA) dovrebbe essere adottata per legge, compresi gli esempi specifici che elenca. Questi ultimi hanno già provocato polemiche nel partito Laburista in Gran Bretagna, perché specificano che è antisemita dire che “l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista.”

Ciò significherebbe che chi critica il colonialismo di insediamento potrebbe essere considerato un “antisemita” sulla base del fatto che si oppone al “diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico”. Non si sa quali passi concreti si stiano per fare. Ma, dato che Macron ha parlato di inserire la definizione dell’IHRA nel codice penale, questo potrebbe ulteriormente criminalizzare e impedire il lavoro della campagna francese del BDS e il movimento di solidarietà con la Palestina.

Per ora i partiti di sinistra – come “La France Insoumise” (LFI) e il partito comunista francese – sono rimasti piuttosto silenziosi riguardo alle critiche nei confronti di questa iniziativa, perché non vogliono essere trascinati in un’altra polemica a questo proposito. Non hanno dimostrato molto coraggio. Adrien Quatennens, un giovane e brillante deputato di LFI, ha detto che “non è un’idea molto buona”.

Ma noi, come organizzazione ebraica antisionista, stiamo rispondendo in modo più deciso. Insieme ai nostri alleati resisteremo contro questo attacco alla libertà di parola. In quanto oppositori coerenti dell’antisemitismo e antirazzisti conseguenti difenderemo il diritto a criticare Israele e – soprattutto – a dimostrare solidarietà con i palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Politici israeliani condannano il matrimonio tra due personaggi celebri, un ebreo e una musulmana, come un tentativo di “fare del male al nostro Stato”

Jonathan Ofir

15 ottobre 2018, Mondoweiss

Mercoledì si sono sposati la conduttrice televisiva arabo-israeliana musulmana Lucy Aharish (la prima a presentare uno spettacolo in ebraico) e l’attore ebreo israeliano Tzahi Halevy (noto per la serie televisiva di Netflix “Fauda” [serie televisiva israeliana che racconta operazioni dell’esercito israeliano nei Territori Occupati, ndtr.]).

Il loro matrimonio è stato quello che si potrebbe semplicemente considerare informale in Israele, sulla spiaggia di Hadera [città israeliana a sud di Haifa, ndtr.]. Ciò a causa del fatto che la legge israeliana non consente matrimoni interreligiosi. L’opzione lasciata a simili coppie è di fare una cerimonia informale in Israele, ma sposarsi in modo veramente ufficiale in un altro Paese, dove questo sia poi riconosciuto retroattivamente dallo Stato [di Israele]. Aharish e Halevy hanno nascosto la loro relazione per circa 3 anni, per evitare reazioni violente – che ovviamente ci sono state.

Molti politici di destra hanno condannato e denunciato il matrimonio. Il ministro degli Interni Arye Deri [del partito religioso di destra “Shas”, ndtr.] ha detto:

L’infermità dell’assimilazione sta consumando il popolo ebraico ovunque. È una loro questione privata. Ma, come ebreo, devo dirvi che sono contrario a queste cose perché dobbiamo preservare il popolo ebraico. I (loro) figli cresceranno, andranno a scuola e poi si vorranno sposare, e allora dovranno affrontare problemi difficili. Se lei (Aharish) anela all’ebraismo, allora c’è il processo di conversione.”

Il parlamentare del Likud Oren Hazan è stato più virulento su Facebook e Twitter:

Non condanno Lucy Aharish per aver sedotto l’anima di un uomo ebreo per fare del male al nostro Stato ed impedire a una nuova progenie ebraica di continuare il lignaggio ebraico. Al contrario, è invitata a convertirsi all’ebraismo. Condanno Tsahi l’ebreo islamico, che ha portato (lo spettacolo televisivo) “Fauda” un passo troppo in là. Fratello, svegliati. Lucy, non è una questione personale, ma sappi che Tsahi è mio fratello e il popolo di Israele è il mio popolo. Basta assimilazione.”

Benché Aharish si definisca come la maggior parte degli israeliani vorrebbe –“araba-israeliana” – lei viene da una società palestinese, dove persino quelli che sono cittadini israeliani come lei si definiscono palestinesi in una percentuale di 2/3. Aharish e Halevy sembrano essersi resi conto di questo paradigma – “Abbiamo sottoscritto un accordo di pace”, ha scherzato la coppia sugli inviti al matrimonio. Aharish in passato ha chiarito che la sua identità è prima di tutto “israeliana” – e che la sua appartenenza nazionale è per lei ancora più importante che la sua appartenenza di genere. Nel 2015 ha detto a “Times of Israel” [giornale israeliano indipendente in inglese, ndtr.]:

Oggi quando la gente mi chiede ‘Cosa sei?’, dico che sono un’israeliana. Non mi vergogno della mia appartenenza a Israele. Poi sono una donna, e poi sono un’araba musulmana. In quest’ordine: israeliana, donna e araba musulmana.”

Aharish si è anche esibita in feste nazionali di Israele, come quando nel 2015 ha acceso una torcia durante la cerimonia del Giorno dell’Indipendenza sul Monte Herzl, per il suo lavoro come “giornalista musulmana all’avanguardia.”

In apparenza, non si può essere più “assimilati”, nel senso nazionale israeliano, di Lucy Aharish. Si trova proprio nella condizione in cui molti sionisti vogliono che stiano gli ‘arabi’: orgogliosa di essere ‘israeliana’ (benché questa nazionalità non esista), accettando la discriminazione che [i palestinesi] patiscono (di cui Lucy Aharish è consapevole), e dando scarsa importanza all’unicità complessiva palestinese nella loro autodefinizione.

Ma ovviamente ciò non è sufficiente a scongiurare la “piaga”, perché, in definitiva, Lucy Aharish non è ebrea, quindi non appartiene alla razza superiore.

La sinistra sionista comunque è stata sollecita nel condannare le succitate osservazioni vergognosamente razziste. Non c’è da sorprendersi, perché Aharish rappresenta l’arabo ‘buono’.

La deputata laburista Stav Shafir dell’Unione Sionista [coalizione di centro, all’opposizione, ndtr.] ha scritto sulle reti sociali:

Lo dirò in modo educato: la coraggiosa e generosa Lucy Aharish capisce che essere ebreo significa qualcosa di meglio della persona che ha twittato quel post disgustoso e razzista che sono obbligata a condividere qui – nella speranza che chiunque veda con chi abbiamo a che fare e quale feccia Netanyahu abbia portato nelle nostre case.”

Ahimè, la dichiarazione di Shafir dipinge precisamente l’ipocrisia dei “sionisti progressisti” – Lucy Aharish è kosher [cioè conforme alle regole, in ebraico, ndtr.], in base a un certo tipo di standard ‘ebreo’, che in effetti è più sionista di quanto sia ebraico. Perché Sharif usa questo linguaggio? Stava di fatto ripetendo un’affermazione del leader del suo partito, Avi Gabbay, che l’anno scorso ha detto che “la sinistra ha dimenticato cosa significhi essere ebreo”, e Gabbay stava ripetendo quello che aveva detto Netanyahu. Quindi il cerchio dell’ipocrisia si è chiuso – la sinistra sionista rimprovera la destra sionista mentre l’asseconda.

Oren Hazan, totalmente conscio di questa ipocrisia, l’ha utilizzata in difesa delle sue prime dichiarazioni:

Le vostre reazioni, che cercano di trasformare l’assimilazione nella cosa giusta ed eroica da fare, spiegano quello che il primo ministro Netanyahu e il segretario dell’Unione Sionista (Avi) Gabbay dicono: “La sinistra ha dimenticato cosa significa essere ebrei.”

Eppure la sinistra e il centro sionisti sono stati molto coinvolti in questa condanna razzista di mescolarsi con gli ‘arabi’. L’ex dirigente di sinistra Isaac Herzog ha messo in guardia l’Unione Sionista dall’essere percepita come “amante degli arabi”, e solo pochi mesi fa, quando stava per assumere il suo nuovo incarico di capo dell’Agenzia Ebraica, ha descritto i matrimoni misti, in particolare negli USA, come una “piaga”.

Nel “centro progressista” sionista c’è il deputato Yair Lapid, che in seguito al cosiddetto “matrimonio misto” (cosiddetto perché entrambi i coniugi erano musulmani – la donna si era semplicemente convertita dall’Ebraismo) del 2014 ha detto: “Se mi darebbe fastidio che mio figlio si sposasse con una non ebrea…mi darebbe moltissimo fastidio.”

Quindi ora la parlamentare laburista Shelly Yachimovitch, che ha “concordato con tutto quanto” ha detto Yair Lapid quando ha fatto il discorso di cui sopra, a sua volta ha condannato le affermazioni razziste della Destra, usando la metafora di Harry Potter: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Come dovreste ricordare, i Mangiamorte [personaggi negativi dei libri di Harry Potter, ndtr.] credevano che dovessero esistere solo quelli con il sangue puro, e chiunque sposasse un Babbano [traduzione italiana di Muggle, esseri umani senza poteri magici, ndtr.] era considerato un traditore del sangue. E mi spiace di utilizzare una metafora troppo delicata,” ha scritto.

Ieri anche Yair Lapid è intervenuto contro il matrimonio tra Aharish e Halevy, affermando che i matrimoni misti sono un problema perché “non ci siamo ancora ripresi dall’Olocausto.” Parlando alla radio dell’esercito, Lapid ha dichiarato di avere “un problema con i matrimoni misti” e di preferire “che il popolo ebraico aumenti di numero e non diminuisca. Ora ci sono meno ebrei di quanti ce ne fossero prima dell’Olocausto e stiamo cercando di crescere.” La condanna ‘progressista’ di Lapid delle affermazioni della Destra non riguardava il loro carattere davvero rivoltante dal punto di vista etico, ma piuttosto il loro tempismo:

Diciamo, a qualcuno non è piaciuto, non avrebbero potuto aspettare una settimana? Dovevano dirlo proprio nel giorno dei festeggiamenti della coppia?”

Il deputato di centro sinistra dell’Unione Sionista Yoel Hasson si è aggiunto alla condanna della Destra:

Il volto razzista, oscurantista e imbarazzante che non possiamo più vedere. Immaginate solo cosa potrebbe succedere se il Likud dovesse avere di nuovo 30 seggi e più.”

Ma quel volto razzista, oscurantista e imbarazzante non è solo della Destra. Lo è molto di più il volto del sionismo, di Destra, di Sinistra e di Centro. Le condanne da sinistra sono come se metà del volto condannasse l’altra metà per essere brutto.

Sionismo vuol dire un esclusivismo ebraico razziale e nazionalista. Può darsi che la sinistra sionista si sia truccata da progressista, ma si tratta dello stesso volto. Ed è un problema serio.

Questi cosiddetti ‘matrimoni misti’ sono comunque estremamente rari. I dati del 2015 mostrano che su circa 58.000 matrimoni registrati solo 23 sono stati tra ‘arabi ed ebrei’. È meno di uno su duemila (meno dello 0,05%) in uno Stato in cui i cittadini israelo-palestinesi sono circa il 20%. Ovviamente stiamo sentendo tanto chiasso riguardo a questo perché i due sono famosi. In generale c’è solo un rumoroso silenzio su questo apartheid culturale, che è profondamente inculcato socialmente. Ovviamente ciò riguarda molto più che non solo l’assimilazione, ed ebrei nei confronti di non ebrei. Quando parliamo di ‘ebrei e arabi’ stiamo di fatto parlando del contesto coloniale dello Stato ebraico e dei palestinesi. Quindi non si tratta solo di religione. Riguarda l’egemonia, la dominazione e la purezza razziale, e questa è una questione profondamente sionista. I sionisti non possono scagliare la prima pietra.

Dopo tutto quello che è stato detto, auguri ai novelli sposi.

Su Jonathan Ofir

Musicista, conduttore e blogger/scrittore che vive in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Attore israeliano appoggia il BDS

Finalmente libero, l’attore israeliano Itay Tiran appoggia il BDS e afferma che il sionismo è razzismo

Jonathan Ofir

8 settembre 2018,Mondoweiss

 

Sono rimasto molto colpito dalla recitazione di Itay Tiran nell’avvincente mini-serie britannica “La promessa”, diretta da Peter Kosminsky. La serie riguarda Israele-Palestina, e va avanti e indietro tra gli anni precedenti la fondazione dello Stato [di Israele] e gli avvenimenti attuali. Tiran recitava la parte di un ebreo israeliano di sinistra che si unisce a “Combattenti per la pace” [gruppo di israeliani e palestinesi per la pace e la convivenza, inizialmente formato solo da ex-combattenti, ndtr.], e sua sorella lo considera un antisionista. È molto credibile nel suo ruolo, mentre sfida i suoi genitori “sionisti progressisti” e mette in evidenza la loro ipocrisia.

Ora l’attore trentottenne sta per lasciare Israele per andare in Germania, ed ha rilasciato ad “Haaretz” [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] un’intervista in cui si esprime liberamente. Parla a favore del BDS [movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele, ndtr.], in modo ragionato. Definisce il sionismo razzista – non come iperbole –, si esprime a questo proposito in modo razionale e logico.

È davvero liberatorio leggerlo. Ci sono espressioni che i sionisti stanno cercando di vietare in tutto il mondo – ed egli è totalmente libero di parlarne! Immagino che se lo sia tenuto in serbo per il momento in cui sarebbe andato via, perché le conseguenze che ne possono derivare in Israele possono essere disastrose.

Negli estratti di intervista pubblicati finora da “Haaretz” (pensano di pubblicare l’intervista completa nel supplemento culturale in ebraico di “Haaretz”), Tiran dice che il BDS è assolutamente legittimo:

Il BDS è una forma di resistenza assolutamente legittima. E se noi vogliamo invocare un certo tipo di discussione politica che non è violenta, dobbiamo rafforzare queste voci, anche se è difficile. Del resto non importa quello che faranno i palestinesi. Quando commettono un atto di terrorismo vengono definiti terroristi violenti, sanguinari. E quando appoggiano il BDS sono terroristi politici. Se ciò che alla fine porterà a una soluzione qui saranno pressioni non violente, portate avanti come discorso politico, allora perché non appoggiarlo?

È un atteggiamento umanitario, ed è anche concreto, e penso che eviterà le prossime guerre.

Non è certo un’opinione condivisa in Israele, che ha interi ministeri e notevoli fondi destinati a lottare contro il BDS. Tiran va anche oltre.

Parla del fascismo di Israele, e della sua negazione:

Ti alzi la mattina, bevi il tuo caffè e leggi i giornali. Vedi un articolo e dici: ‘Dunque questo è il momento in cui siamo diventati fascisti o no?’ Stai lì seduto e giochi una specie di gioco e gradualmente capisci che tutto quello che fai è continuare a farti quella domanda e a stare al gioco, senza deciderti.

Parla di come la legge fondamentale recentemente approvata, che dichiara Israele lo Stato-Nazione del popolo ebraico, non sia per niente nuova, e che in questo senso non è del tutto negativa, se serve come segnale d’allarme:

Se la legge sullo Stato –Nazione è un punto di riferimento, in base al quale stabilire dove è arrivata la società israeliana, allora è chiaramente una legge razzista e non egualitaria, un altro passo nella deriva nazionalista che avviene qui. D’altra parte dico che non è solo negativa. Perché? Perché fa emergere una sorta di subcosciente collettivo che qui c’è sempre stato. La “Dichiarazione di Indipendenza” e discorsi su uguaglianza e valori, tutto ciò fu l’autoesaltazione di un colonialismo che si vantava di essere un liberalismo illuminato. C’è gente che si definisce ancora di centrosinistra, e pensa ancora che se inseriscono la parola “uguaglianza” nella legge tutto sarà a posto. Non lo credo. E realmente, l’obiezione giustificata della Destra è stato: ‘Aspettate un attimo, ma c’è la legge del [diritto al] ritorno. Come mai solo la legge sullo Stato – Nazione vi fa diventare matti?’

Ottima osservazione. Quindi l’intervistatore, Ravit Hecht, gli pone un’importante domanda:

 “Pertanto stai dicendo che il sionismo, non importa quale, è uguale al razzismo?”

“Sì”, risponde Tiran.

Semplicemente così. L’ex ambasciatore di Israele all’ONU Chaim Herzog si infuriò su tale questione, e com’è noto fece a pezzi la risoluzione del 1975 che equiparava il sionismo al razzismo. L’ambasciatore USA all’ONU, Daniel Patrick Moynihan, pronunciò un famoso discorso denunciando la risoluzione come opera dei nazisti.

L’aberrazione dell’antisemitismo ha assunto l’aspetto di una sanzione internazionale. L’Assemblea Generale oggi concede un indulto simbolico – e qualcosa in più – agli assassini di sei milioni di ebrei europei.

E c’è Tiran, che accetta l’equazione, razionalmente, pacificamente e inequivocabilmente.

Di conseguenza la discussione prosegue.

“Che il sionismo equivalga al colonialismo?” chiede Hecht.

“Sì, esatto. Tutti noi dobbiamo quindi vedere la verità, e poi prendere posizione.”

Non potrebbe essere più chiaro di così. Non è complicato. L’intervista integrale sicuramente sarà qualcosa a cui guardare con impazienza. Come ho già detto, una liberazione.

 

Su Jonathan Ofir

Musicista israeliano, conduttore e blogger / writer che vive in Danimarca.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Purezza razziale e coppie miste in Israele

I sostenitori della purezza razziale in Israele: uniti nel timore degli ebrei che amano non-ebrei

Se i politici effettivamente progressisti sperano di allontanare Israele dal baratro, dovranno impegnarsi a favore di ogni sorta di uguaglianza

Middle East Eye

 

David Sheen – Mercoledì 27 giugno 2018

Nel pomeriggio di un Sabbath [sabato ebraico, giorno di festa settimanale, ndtr.] alla fine di novembre del 2014 tre giovani membri della banda di strada israeliana razzista “Lehava” hanno fatto irruzione nell’unica scuola di Gerusalemme che non è segregata in base alla religione.

Dopo che uno dei suoi complici ha tracciato con lo spray sui muri della scuola graffiti con la scritta “Nessun matrimonio misto”, Yitzhak Gabay, 22 anni, ha dato fuoco alla scuola con il benzene che aveva portato con sé.

Un anno dopo un tribunale israeliano ha dichiarato colpevole Gabay di incendio e incitamento alla violenza razzista, vandalismo, possesso di armi e collaborazione con un gruppo terroristico. È stato condannato a tre anni e quattro mesi di carcere e rilasciato a febbraio.

La scorsa settimana Gabay era di nuovo in tribunale, per un altro caso di incendio. Questa volta non era presente come imputato, ma piuttosto come uomo libero, come sostenitore di altri presunti incendiari.

Un giudice si stava occupando del caso di altri due giovani israeliani imputati di essere entrati nel luglio 2015 di notte in un villaggio della Cisgiordania e di aver lanciato una bomba incendiaria nella casa di una famiglia palestinese, bruciando vivi il padre, la madre e un bambino di un anno. I media israeliani hanno fotografato Gabay tra i 20 giovani israeliani che sono andati in tribunale per deridere il nonno del bambino, gridandogli “Barbecue! Tuo nipote era sulla griglia!”

Chiaramente, per quanto Gabay abbia scontato una breve condanna in carcere, ciò non ha ridotto il suo odio per i palestinesi e per gli ebrei che vogliano vivere con loro come uguali e come amanti.

Purezza razziale

Per quanto deprimente, la macabra scena avrebbe potuto essere presa in considerazione e trasformata in un’occasione istruttiva. I dirigenti israeliani avrebbero potuto respingere pubblicamente l’insistenza di Gabay sulla purezza razziale ed esprimere solidarietà con le vittime – se non con i palestinesi sotto attacco solo per il fatto di esistere, almeno con gli ebrei e gli arabi che Gabay ha attaccato perché coesistono.

Invece quel giorno il ministro dell’Educazione israeliano si è comportato come un capo sensale di matrimoni e su twitter ha chiesto una “riunione mondiale in Israele degli ebrei non sposati.”

Memore del fatto che le famiglie miste sono vittime della violenza razzista, Naftali Bennett [il ministro dell’Educazione, ndtr.] ha cercato innanzitutto di impedire che ne esistano altre.

Indubbiamente sarebbe stato ingenuo aspettarsi una qualunque simpatia da parte del ministro dell’Educazione. Sotto la sua direzione, libri in cui si trovino relazioni sentimentali tra ebrei e palestinesi sono stati eliminati dalla lista di letture per la scuola.

“Casa Ebraica”, il partito politico guidato da Bennett, è stato all’avanguardia nei tentativi di eliminare quei pochi matrimoni misti esistenti in Israele. Gruppi di coloni di estrema destra affiliati al partito ricevono regolarmente finanziamenti pubblici per spostarsi dalla Cisgiordania occupata in Israele, nelle poche città in cui ebrei ed arabi vivono negli stessi quartieri, con l’obiettivo dichiarato di interrompere rapporti sentimentali tra ebrei e non ebrei.

Campagna globale

Ma Bennett non è solo intenzionato a sradicare l’amore interrazziale in Israele. Detiene anche la competenza sugli affari della diaspora, e utilizza i fondi di quel ministero per finanziare programmi intesi a convincere gli ebrei che vivono fuori da Israele a non frequentare non ebrei.

Nel 2015, assumendo questo incarico, ha chiesto che i finanziamenti governativi per questi programmi internazionali contro i matrimoni misti salissero da 4 a 50 milioni di dollari.

Ad essere onesti, non sono solo le fazioni d’estrema destra del governo ad odiare le famiglie multiculturali di Israele. Bentzi Gopstein, il leader di “Lehava”, che ha apertamente invocato l’incendio di chiese in tutto il Paese, è riuscito ad entrare alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] ed esporvi le sue opinioni suprematiste solo grazie al partito di governo del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Nel 2011 i deputati del Likud Tzipi Hotovely e Danny Danon hanno invitato Gopstein a un’audizione in una commissione della Knesset, quindi ha potuto senza alcun fondamento definire spregiativamente rapimenti i rapporti consensuali tra uomini palestinesi e donne ebree. Funzionari di polizia in servizio hanno affermato di non conoscere neanche un singolo caso di questo tipo. Tuttavia i sostenitori di Gopstein alla Knesset oggi sono le due figure più importanti del governo dal punto di vista diplomatico: Hotovely è ministra degli Esteri ad interim e Danon è ambasciatore alle Nazioni Unite.

Gli accoliti e le accolite di Gopstein vanno a protestare ai matrimoni tra arabi ed ebrei e pattugliano le città in Israele per molestare coppie interrazziali, sperando di evitare del tutto che avvenga anche uno solo di questi rari matrimoni.

Per anni queste attività contro i matrimoni misti sono state finanziate dallo stesso governo israeliano. Dopo che il giornalista d’inchiesta Uri Blau lo ha rivelato nel 2011, il flusso di denaro del governo si è interrotto.

Da allora, “Lehava” è stato finanziato dalla famiglia Falic [miliardari della Florida, ndtr.], che è anche il maggior donatore delle campagne elettorali di Benjamin Netanyahu.

La “piaga” di Herzog

Non dovrebbe sorprendere che in Israele il campo della dominazione (sostenitori di una soluzione di uno Stato unico dell’apartheid) e quello dell’eliminazione (quelli che vogliono uno Stato dell’apartheid con la pulizia etnica dei non ebrei) vorrebbero eliminare ogni possibilità che gli ebrei dormano con i loro cosiddetti nemici.

Ma cosa dire del campo israeliano della segregazione? Cosa fanno i sostenitori della soluzione dei due Stati – sionisti etichettati come progressisti –  per proteggere i diritti di ogni cittadino israeliano di innamorarsi, sposarsi e fare figli con chiunque il loro cuore voglia, indipendentemente dalla razza o dalla religione?

Domenica il deputato del partito Laburista Yitzhak Herzog ha annunciato che avrebbe dato le dimissioni dalla Knesset. Facendosi da parte dopo cinque anni come leader dell’opposizione, ha messo in chiaro che le sue simpatie non vanno alle assediate famiglie miste di Israele, ma semmai ai razzisti che passano notti in bianco cercando di escogitare il modo per contrastare i matrimoni misti tra ebrei e non ebrei.

Il giorno in cui è stato scelto per dirigere la parastatale “Agenzia Ebraica” – spesso definita come il governo della comunità ebraica internazionale –  Herzog ha indicato le sue principali priorità, facendo un elenco dei problemi che sentiva più importanti da affrontare. Come ha spiegato al sito di notizie israeliano Ynet:

“Le racconterò un’esperienza personale. La scorsa estate ho fatto un viaggio con (mia moglie) negli USA. Per le vacanze. Mi sono diplomato in una scuola ebraica di New York. E siamo andati a trovare degli amici. Ho molti amici negli USA.  Ed ho trovato qualcosa che ho definito una vera piaga. Ho visto i figli dei miei amici sposati o insieme a compagni non ebrei! E i genitori si battevano il petto e si facevano domande, e stavano soffrendo. Senta, si tratta di ogni famiglia (ebrea) negli USA! E stiamo parlando di milioni! E allora ho detto che ci deve essere una campagna, una soluzione. Dobbiamo spremerci il cervello per trovare il modo di risolvere questa grande sfida.”

Leggendo il reportage di Ynet sulle osservazioni di Herzog in ebraico, ho twittato che egli ha chiamato i rapporti sentimentali tra ebrei e non ebrei negli USA “una vera piaga” per cui sperava di trovare una “soluzione”.

Herzog ha subito risposto, twittando che Ynet lo aveva citato in modo errato. Così ho scaricato il file video dell’intervista e guarda un po’: la trascrizione di Ynet delle affermazioni di Herzog contro i matrimoni misti era stata assolutamente corretta. Quindi Herzog ha definito le famiglie interrazziali come un morbo, intendendo forse che la purezza razziale dovrebbe essere la cura adeguata per il popolo ebraico.

Se vi stupite del fatto che presunti progressisti come Herzog possano denigrare relazioni interrazziali, non dovreste farlo.

Altri politici israeliani che si definiscono di centro – compresi Yair Lapid ed Elazar Stern di “Yesh Atid”, così come, tra gli altri, il vice-ministro degli Affari Esteri Michael Oren [della lista centrista “Kulanu”, ndtr.], hanno anche loro parlato in termini denigratori dei matrimoni misti.

Separatisti progressisti

Ma abbracciare apertamente in ebraico una simile retorica razziale – e fare poi una debole retromarcia una volta che è stata svelata in inglese – lascia prevedere una fine ingloriosa per il lavoro ipocrita di Herzog come leader dell’opposizione.

Nell’ultimo decennio, Israele è stato guidato da governi Netanyahu sempre più razzisti, forse i più razzisti nella storia del Paese. Herzog ha passato un lungo periodo del suo mandato come dirigente di quell’opposizione parlamentare che cerca di diventare il socio di minoranza di Netanyahu.

Secondo informazioni giornalistiche, Herzog voleva entrare nel governo e guidare il ministero degli Esteri, dove avrebbe potuto presentare un aspetto più accettabile a livello internazionale delle politiche razziste di Netanyahu.

Con la sua visione rivolta alla purezza del popolo ebraico, Herzog sta tornando alle sue radici familiari. Settantacinque anni fa il nonno da cui ha preso il nome – Isaac HaLevi Herzog, l’allora rabbino capo della comunità ebraica in Palestina, –  fondò il “Comitato per la Difesa dell’Onore delle Figlie di Israele” per combattere i matrimoni misti.

In quel clima di odio e isteria, le donne ebree che frequentavano uomini non ebrei – sia cristiani che musulmani – erano vessate, picchiate, torturate sessualmente e a volte persino uccise. Nessuno è mai stato punito, arrestato, imputato, e nemmeno indagato per quei crimini efferati.

Patriarchi che vigilino sulla vita sessuale dei propri figli non sono un’invenzione del sionismo del XX^ secolo, né sono un’esclusiva della religione ebraica. Ma mentre Israele pretende di definirsi una democrazia, proibisce ai suoi cittadini di sposarsi tra loro se i rispettivi genitori sono registrati con religioni diverse.

Questa particolare caratteristica del Paese venne inserita nella legge da David Ben Gurion, il padre fondatore di Israele e suo primo capo del governo – del campo laburista. E ora, addirittura 70 anni dopo, i dirigenti progressisti di Israele vedono ancora le eccezioni alla regola, le poche famiglie che sopravvivono e si sviluppano sotto queste avverse condizioni, come vera e propria incarnazione di una malattia.

Benché il suo intervistatore di Ynet lo incoroni come neo-eletto “primo ministro del popolo ebraico”, è estremamente improbabile che Isaac Herzog abbia una maggiore influenza sulle abitudini in camera da letto degli ebrei fuori da Israele di quella che ha avuto sulle abitudini elettorali degli ebrei all’interno del Paese – vale a dire, veramente poca.

Sprofondato nell’odio

Ma la generalizzata opinione contro i matrimoni misti che Herzog ha intercettato rimane una forza potente. Sabato sera, mentre camminavo per la strada nel sud di Israele con la mia compagna non ebrea, a meno di cinquanta passi dal nostro appartamento un uomo che non avevamo mai visto prima ci ha fissati e ha sputato verso di noi mentre gli passavamo vicino. Non è stata la prima volta che ciò è accaduto, e probabilmente non sarà l’ultima.

Herzog non è, e non potrà mai essere, “il primo ministro del popolo ebraico”. Qualunque ebreo descriva le famiglie tra ebrei e gentili come una “piaga” – o qualcosa in meno che membri apprezzati delle nostre comunità – non è degno di servirci un piatto di hummus, figuriamoci di prestare servizio in un qualunque ruolo dirigente in Israele, America o altrove.

Se i politici veramente progressisti sperano di allontanare Israele dal baratro, allora dovranno opporsi a qualunque tipo di supremazia e difendere qualunque forma di uguaglianza. Qualunque altra cosa garantirebbe solo che la persona che alla fine sconfiggerà Netanyahu alle elezioni erediterà un Paese ancora più sprofondato nell’odio.

– David Sheen è un giornalista e regista indipendente nato in Canada, ora corrispondente da Israele-Palestina. Il suo lavoro si concentra principalmente sulle tensioni razziali e l’estremismo religioso. Nel 2017 Sheen è stato dichiarato da “Front Line Defenders” [Difensori in prima linea], con sede in Irlanda, difensore dei diritti umani per il suo lavoro di informazione.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Un affronto alla Storia: il Giro d’Italia usato per nascondere l’apartheid israeliana.

Ramzy Baroud

17 maggio 2018, Counterpunch.org

Per la prima volta dal suo debutto nel 1909, il 4 maggio [di quest’anno, n.d.t.] il Giro d’Italia, leggendaria gara ciclistica italiana, è iniziato fuori dall’Europa e, stranamente, dalla città di Gerusalemme.

Le contraddizioni che questa decisione porta con sé sono inevitabili. L’Italia è un Paese che sa bene cosa sia una crudele occupazione straniera e che è stato devastato dal fascismo e dalla guerra. È terrificante che oggi abbia un ruolo nei continui tentativi di Israele di “nascondere con un’imbiancata” o, in questo caso, di “nascondere con lo sport” l’occupazione militare e la violenza quotidiana contro il popolo palestinese.

Tutti i tentativi di convincere gli organizzatori della gara a non essere parte della propaganda politica israeliana sono falliti. A quanto pare, i milioni di dollari pagati agli organizzatori del Giro d’Italia, RCS Sport, sono stati molto più convincenti delle esperienze culturali condivise, della solidarietà, dei diritti umani e del diritto internazionale.

Il famoso scrittore italiano Dino Buzzati, negli anni ‘40, ha scritto sui giornali italiani diversi racconti in cui descriveva il simbolismo della gara nel contesto di una nazione malridotta che risorgeva dalle ceneri di una gigantesca distruzione.

Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, gli organizzatori del Giro d’Italia si trovarono di fronte al compito apparentemente impossibile di organizzare una gara con poche biciclette e ancor meno atleti. Le strade erano state completamente distrutte durante la guerra, ma era più forte la determinazione a farcela.

Il Giro d’Italia del 1946, e soprattutto la leggendaria rivalità tra Fausto Coppi e Gino Bartali, divennero la metafora di un Paese che si rialzava dopo gli orrori della guerra, ridando vita alla propria identità nazionale, rappresentata dallo scontro finale tra atleti eroici che pedalavano tra tortuose strade di montagna per raggiungere il traguardo.

Conoscendo questa storia, Israele l’ha sfruttata in ogni modo possibile. Il governo israeliano, infatti, ha recentemente concesso al compianto Gino Bartali la cittadinanza onoraria, come riconoscimento del retaggio anti-nazista dell’atleta. L’ironia, ovviamente, è che il trattamento che gli israeliani riservano ai palestinesi – occupazione militare, razzismo, apartheid e violenze aberranti – ricorda proprio quella realtà che Bartali e altri milioni di italiani hanno combattuto per anni.

Quando, lo scorso settembre, i dirigenti israeliani hanno annunciato che il Giro d’Italia sarebbe partito da Gerusalemme, si sono dati da fare per collegare l’evento alle celebrazioni israeliane per i 70 anni di indipendenza.

Sono passati 70 anni anche da quando i palestinesi vennero cacciati dalle loro terre da milizie sioniste, il che ha portato alla Nakba, distruzione catastrofica della Palestina, e alla nascita di Israele come Stato ebraico. È allora che Gerusalemme Ovest divenne parte di Israele, mentre il resto della Città Santa, Gerusalemme Est, venne conquistata con la guerra del 1967, prima dell’annessione, ufficiale ma illegale, del 1981, a dispetto del diritto internazionale.

RCS Sport non può dire di non sapere quando si parla di come la decisione di collaborare e avvalorare l’apartheid israeliana segnerà per sempre la storia della gara. Quando hanno annunciato sul sito che la competizione sarebbe partita da “Gerusalemme Ovest”, la risposta israeliana è stata immediata e furente. Il Ministro dello Sport israeliano, Miri Regev, e quello del Turismo, Yariv Levi, hanno minacciato di interrompere la collaborazione, lamentando che “a Gerusalemme, la capitale di Israele, non ci sono Est o Ovest. Esiste solo un’unica Gerusalemme”.

Purtroppo, gli organizzatori del Giro d’Italia hanno chiesto scusa pubblicamente e hanno rimosso la parola “Ovest” dal sito e dai comunicati stampa.

Secondo il diritto internazionale, Gerusalemme Est è una città palestinese occupata. Questo fatto è stato ripetutamente ribadito da risoluzioni ONU, tra cui la più recente, la Risoluzione 2334 del 23 dicembre 2016, che condanna la costruzione di insediamenti illegali israeliani nei Territori occupati, inclusa Gerusalemme Est.

La realtà dei fatti contraddice palesemente le argomentazioni degli organizzatori del Giro d’Italia, secondo cui la gara sarebbe una celebrazione della pace. In realtà, è un modo di avallare l’apartheid, la violenza e i crimini di guerra.

Il fatto che la gara si sia svolta secondo il programma, nonostante fosse in corso l’assassinio di manifestanti palestinesi a Gaza, dimostra anche il livello di corruzione morale di chi sta dietro tutto questo. Oltre 50 palestinesi disarmati sono stati uccisi dal 30 marzo, dall’inizio cioè delle manifestazioni pacifiche al confine di Gaza, note come ”Grande Marcia del Ritorno”. Secondo il Ministero palestinese per la Gioventù e lo Sport, sono oltre 7.000 i feriti, e tra loro 30 atleti.

Uno dei feriti è Alaa al-Dali, 21 anni, ciclista, a cui è stata amputata una gamba, colpita da un proiettile il primo giorno delle proteste.

Sylvan Adams, filantropo ebreo canadese e uno dei maggiori finanziatori della gara, ha sostenuto che il proprio contributo sia motivato dal desiderio di promuovere Israele e sostenere il ciclismo come ”ponte tra i popoli”.

I palestinesi come Alaa, la cui carriera ciclistica è finita, sono, ovviamente, esclusi da questa sublime e selettiva definizione. I 12 milioni di dollari che gli organizzatori hanno ricevuto da Israele e dai suoi sostenitori sono stati un prezzo sufficiente per ignorare la sofferenza dei palestinesi e per agevolare la normalizzazione dei crimini israeliani contro il popolo palestinese?

Purtroppo, nel caso di RCS Sport, la risposta è sì.

Molte persone in Italia e ancor più nel mondo, ovviamente, non sono d’accordo. Nonostante il ruolo dei media nello “sport-washing” israeliano, centinaia di italiani hanno protestato durante le varie tappe della gara.

La quarta tappa del Giro d’Italia, a Catania, in Sicilia, è stata ritardata dalla protesta contro una competizione ”sporca di sangue palestinese”, secondo le parole dell’attivista Alfonso Di Stefano.

Renzo Ulivieri, presidente dell’Associazione Italiana Allenatori, è stato una delle prime voci italiane importanti a contestare la decisione di tenere la gara in Israele. “Avrei potuto rimanere indifferente, ma temo che sarei stato disprezzato dalle persone che stimo. Viva il popolo palestinese, libero sulla sua terra”, ha scritto in un post su Facebook.

RCS Sport ha causato al Giro, al ciclismo e agli italiani un danno imperdonabile in cambio di pochi milioni di dollari. Accettando di far partire la gara da un Paese colpevole di pratiche di apartheid e prolungata occupazione militare, [gli organizzatori, ndt.] hanno marchiato a vita la competizione.

Comunque, la generale ondata di indignazione provocata da questa decisione irresponsabile pare indicare che gli sforzi israeliani per normalizzare i propri crimini contro i palestinesi non stiano riuscendo a cambiare l’opinione pubblica e la percezione di Israele come potenza occupante, che merita di essere boicottata, non accettata.

  • Romana Rubeo, scrittrice italiana, ha contribuito a questo articolo.


Il Dr. Ramzy Barud scrive di Medio Oriente da oltre vent’anni. Editorialista di livello internazionale, esperto in comunicazione, è autore di diversi libri e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ”My father was a freedom fighter: Gaza’s Untold Story (Pluto Press, Londra). Sito web: ramzybaroud.net

(Traduzione di Elena Bellini)

 

 




Corbyn e Israele: la disputa sull’antisemitismo ha zittito il leader del partito Laburista sul massacro di Gaza

Ilan Pappè

venerdì 6 aprile 2018, Middle East Eye

È terribile accusare il capo del Labour per coprire l’appoggio della Gran Bretagna alla spoliazione dei palestinesi

Recenti pubblicazioni sull’antisemitismo – come l’eccellente libro di Jewish Voices for Peace [Voce Ebraiche per la Pace, gruppo di ebrei contrari all’occupazione dei territori palestinesi, ndt.] “On Anti-Semitism” [Sull’antisemitismo] – affermano che, benché ogni persona per bene si opponga al fenomeno, non c’è una definizione unitaria.

Questa discussione filosofica, oserei dire ontologica, non è molto utile per occuparsi della recente disputa sul presunto antisemitismo nel partito Laburista. Nel contesto di questo specifico dibattito, c’è un’utile definizione che tutti noi possiamo utilizzare. È chiara, diffusa, sensata ed efficace.

Antisemitismo è odiare gli ebrei per quello che sono. Non è diverso dalla definizione del razzismo contemporaneo. Ogni odio basato sulla razza, sulla religione, sul colore della pelle o sul genere che porta ad atteggiamenti intolleranti dal basso, e a politiche discriminatorie, a volte genocidarie, dall’alto, è razzismo.

Ci sono sei milioni di ebrei che vivono oggi nella Palestina storica accanto a sei milioni di palestinesi. Ogni generalizzazione su ognuna delle due comunità è razzismo, e, poiché entrambe le popolazioni sono semitiche, questo razzismo è antisemitismo.

Il ruolo della lobby filo-israeliana

Tuttavia condannare le persone per le loro azioni, sia che si tratti di ebrei o di palestinesi, in quanto contrapposte alla loro identità, non è antisemitismo. È vero anche per le ideologie razziste.

Condannare il sionismo in quanto ideologia colonialista di insediamento che ha portato all’espropriazione di metà della popolazione palestinese dalla propria terra e per l’attuale politica discriminatoria e brutale di Israele contro quelli che sono rimasti non è antisemitismo. Di fatto è antirazzismo.

L’ultima disputa sull’antisemitismo, che è il culmine di una serie di accuse e controaccuse scatenate dall’elezione – per la prima volta dalla dichiarazione Balfour del 1917 [che impegnò l’impero britannico a favorire la nascita di un “focolare ebraico” in Palestina, ndt.]– di un leader del partito Laburista che simpatizza con la lotta palestinese per la giustizia e l’indipendenza, illustra bene la differenza tra condannare un’azione e condannare un’identità.

Come è stato messo in luce anche dall’eccellente documentario di Al Jazeera “The Lobby”, dall’elezione di Jeremy Corbyn il gruppo della lobby filoisraeliana ha instancabilmente esaminato ogni tweet, ogni post su Facebook e ogni discorso che ha fatto da quando ha iniziato la sua vita politica, per distruggerlo in quanto antisemita.

Non era facile trovare prove di ciò, in quanto Corbyn è assolutamente contrario ad ogni forma di razzismo, compreso l’antisemitismo. Tuttavia alla fine hanno scoperto che aveva appoggiato, in nome della libertà di espressione, un murale che avrebbe potuto essere interpretato come antisemita (e, secondo alcune informazioni, venne definito come tale dall’artista).

Come ammise all’epoca lo stesso Corbyn, avrebbe dovuto analizzare il murale con maggiore attenzione. Non lo fece. Chiese scusa. Caso chiuso.

È stato eletto dai giovani in tutta la Gran Bretagna grazie alla sua fallibilitàin quanto essere umano e non perché fosse un altro politico superman frivolo e smidollato che non ha mai ammesso di aver commesso un errore.

Un altro politico del partito Laburista, Christine Shawcroft, ha dato le dimissioni dopo aver appoggiato Alan Bull, un candidato a un consiglio comunale a causa di una presa di posizione a Peterborough [città a nord est di Londra, ndt.], che lei ha ritenuto fosse stato scorrettamente accusato di essere un negazionista. Il candidato ha sostenuto che l’accusa era basata su contenuti falsificati e decontestualizzati.

Come mettere a tacere una critica

L’insignificante passo falso e l’appoggio male informato di Corbyn, se di questo si è trattato, sono stati sufficienti per un’esibizione di forza e di unità da parte della comunità ebraica organizzata, i cui attivisti hanno manifestato davanti al parlamento. Insieme a striscioni che collegavano il partito Laburista ai nazisti, i manifestanti sventolavano bandiere israeliane.

Le bandiere sono il principale problema, non l’appoggio di Corbyn a un murale né il sostegno di Shawcroft a Martin Bull. È stata una manifestazione contro la posizione filopalestinese di Corbyn, non contro l’antisemitismo.

Corbyn non è un antisemita e il partito Laburista, fino alla sua elezione, è stato un bastione filoisraeliano. Quindi la tempistica e la risposta sproporzionata alla questione del murale sono, a dir poco, bizzarre – oppure no.

In realtà non è così strano, se si capiscono le macchinazioni della lobby sionista in GB. La manifestazione è stata inscenata all’inizio di una settimana in cui Israele ha utilizzato una forza letale contro una marcia pacifica dei palestinesi nella Striscia di Gaza, uccidendo 17 palestinesi e ferendone altre centinaia.

Le bandiere israeliane mostrano chiaramente il rapporto tra gli attacchi contro Corbyn e le sue posizioni oneste e umane sulla Palestina. Il dividendo per la lobby sionista in Gran Bretagna è stato che Corbyn sarebbe rimasto in silenzio di fronte al nuovo massacro a Gaza – e senza di lui, abbiamo ben pochi politici coraggiosi che osino dire una parola nella nuova atmosfera di intimidazione.

I politici che attualmente governano in Israele hanno ben pochi scrupoli, come abbiamo visto, riguardo ad uccidere ed arrestare sistematicamente minori palestinesi. I loro alleati nella comunità anglo-ebraica, da parte loro, sono in difficoltà a causa di ciò. Il loro lavoro in difesa di Israele è molto più difficile ora che i palestinesi hanno chiaramente optato per una resistenza popolare nonviolenta.

È solo una questione di tempo prima che la brutalità inumana che l’esercito israeliano ha usato venga sottolineata dall’opinione pubblica, persino in Gran Bretagna, dove la BBC e Sky News lavorano alacremente per escludere la questione della Palestina dai loro reportage e dalla discussione: entrambi i canali hanno dedicato più tempo al murale che al nuovo massacro di Gaza.

Terribili accuse

La lobby israeliana vorrebbe che tutti noi in Gran Bretagna discutessimo di murales e antisemitismo latente in una società in cui gli ebrei non sono mai stati più sicuri e prosperi. Sì, c’è antisemitismo in tutti i partiti britannici – e molto di più a destra che a sinistra, tra l’altro. Dovrebbe essere sradicato e condannato, come ogni altra forma di razzismo, che sia diretto contro musulmani o ebrei in una società prevalentemente cristiana e bianca.

Quello che è terribile è l’utilizzo dell’accusa di antisemitismo per nascondere la continua, tacita e al contempo diretta, assistenza britannica alla spoliazione dei palestinesi, che iniziò con la dichiarazione Balfour 100 anni fa e da allora non si è mai interrotta.

È deplorevole utilizzare tali accuse per soffocare il dibattito sulla Palestina o per demolire politici che non sono disponibili ad allinearsi con Israele.

Non è il partito Laburista ad essere infestato dall’antisemitismo; sono i media ed il sistema politico britannici che sono afflitti dall’ipocrisia, paralizzati dalle intimidazioni e percorsi da strati nascosti di islamofobia e di un nuovo sciovinismo sulla scia della Brexit.

Nel centenario della dichiarazione Balfour tutti i partiti inglesi dovrebbero mettere insieme una commissione pubblica d’inchiesta sulla sua eredità, piuttosto che dare un peso sproporzionato a qualche passo falso, sia attraverso l’ignoranza che una manipolazione riuscita.

– Ilan Pappe è professore di storia, direttore del “Centro europeo per gli Studi Palestinesi” e co-direttore del “Centro Exeter di Studi Etno- Politici” dell’università di Exeter.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Dalla destra israeliana un appello alla deportazione di centinaia di migliaia di persone. E poi? Una Nakba?

Bradley Burston

13 febbraio 2018,Haaretz

Che cosa dovremmo pensare? Che ci sono problemi che possiamo soltanto espellere? Bene, perché no? Per qualcuno, frustrato dalla mancanza di politiche chiare, è un pensiero accattivante. Ma ecco perché no.

All’inizio di questo mese un articolo su “Makor Rishon” [giornale israeliano vicino alla destra religiosa ed ai coloni, ndt.], portabandiera ideologico della destra israeliana, affermava: “E’ giunto il tempo per una campagna pubblica per la deportazione degli illegali.” L’autore, Tzachi Levy, citava dati governativi che mostrano che almeno 230.000 non cittadini risiedono in Israele senza permesso, compresi, ha detto, non meno di 100.000 palestinesi della Cisgiordania, alcuni nelle città arabe israeliane, altri a Gerusalemme est, altri ancora tra i beduini del Negev.

Levy ha detto che le persone senza documenti costituiscono sia una minaccia alla sicurezza, sia il pericolo di “un tentativo di mettere in atto un ‘diritto al ritorno’ (dei palestinesi) dalla porta di servizio, sfruttando lo stato sociale israeliano.”

Che cosa dovremmo pensare? Che ci sono dei problemi che possiamo solamente espellere? Bene, perché no? Per qualcuno in Israele, frustrato da un governo che ha poche politiche chiare su qualunque questione, compreso il futuro della Cisgiordania, della Palestina e della democrazia all’interno di Israele, questo è un pensiero accattivante.

Il mese scorso, quando Raziel Shevach, un rabbino della Cisgiordania, paramedico e padre di sei figli, è stato ucciso in un attacco armato terroristico, il ministro dell’Agricoltura Uri Ariel, di estrema destra, ha invitato immediatamente il governo “ad espellere la famiglia dell’assassino per creare un deterrente.” Non vi era nessuna indicazione che la famiglia dello sparatore fosse in alcun modo coinvolta.

Ma ecco perché no:

Nella psiche nazionale sia degli israeliani che dei palestinesi l’orrore trasmesso dallo spettro della deportazione e dell’esilio non ha eguali. In molti modi lo stesso ebraismo, le sue scritture, la sua liturgia, il suo fulcro sono uno sforzo di superare e affrontare il dolore di migliaia di anni di esilio. In molti modi la cultura, la nazionalità e l’essere popolo dei palestinesi sono inseparabili dalla memoria e dall’angoscia evocate dal termine Nakba, la catastrofe – l’esodo di oltre 700.000 palestinesi che fuggirono o vennero espulsi dalle loro case nel periodo della guerra del 1948.

Persino in quest’epoca apparentemente moderna vi sono molti, da entrambe le parti, che affermerebbero senza riserve che, se dovessero scegliere, preferirebbero sinceramente la morte rispetto all’espulsione dalla propria casa e dalla propria terra.

Questo è il motivo per cui, in momenti in cui si fanno appelli da parte della destra israeliana ad usare la deportazione come strumento per risolvere i problemi di Israele, l’appello stesso può avere effetti incendiari.

Questo è uno di quei momenti.

Per settimane attivisti e commentatori di sinistra hanno messo in guardia che le deportazioni di massa di richiedenti asilo africani potrebbero servire come una specie di prova da parte del governo condotta in vista di una futura “soluzione” su basi demografiche, senza compromessi e fuori dalle vie diplomatiche, alle questioni poste da una numerosa, popolazione palestinese priva di diritti in Cisgiordania – lo spettro del

trasferimento” di popolazione e, in questo processo, della dissoluzione degli ultimi legami rimasti tra Israele e la democrazia.

Ora, benché non sia chiaro se suonino come avvertimento o come auspicio, toni simili si sono sentiti provenire dalla destra.

Che cosa dovremmo pensare quando Eldad Beck [famoso giornalista israeliano di centro destra, ndt.], un sostenitore del piano del governo di deportare decine di migliaia di richiedenti asilo africani, richiama la nostra attenzione sull’articolo di opinione di “Makor Rishon”, commentando così in un post su Facebook di sabato:

Non escluderei la possibilità che la lotta per sventare la deportazione di infiltrati dall’Africa sia in realtà finalizzata a promuovere una lotta contro una più significativa deportazione di infiltrati arabi.”

Per di più, mentre l’amministrazione Netanyahu – sfidando gli appelli di esperti di diritto internazionale e l’indignazione espressa da ampi strati del mondo ebraico e del pubblico israeliano – proseguiva i preparativi per espellere molti dei 37.000 richiedenti asilo africani residenti in Israele, la ministra della Giustizia di estrema destra Ayelet Shaked lunedì ha esternato un semplice ma sconvolgente messaggio in difesa del governo: la pulizia etnica al servizio del sionismo. Per essere precisi, Shaked non ha usato né il termine sionismo né la forte espressione pulizia etnica. Non ne aveva bisogno.

Citando le leggi emanate per preservare demograficamente una maggioranza ebraica in Israele – Shaked ha affermato che “lo Stato dovrebbe dire che è giusto conservare la maggioranza ebraica anche al prezzo della violazione dei diritti.”

Difendendo la determinazione del governo a tenere il termine “eguaglianza” fuori dalla proposta di legge sullo Stato-Nazione ebraico, Shaked ha detto: “ci sono luoghi in cui il carattere dello Stato di Israele come Stato ebraico deve essere mantenuto, e questo a volte avviene a scapito dell’eguaglianza.”

E, per paura che il vero motivo della deportazione da parte del governo dei richiedenti asilo africani sia frainteso rispetto a ciò che è – una malaccorta, non necessaria retata razzista ed una persecuzione che fa di migranti rispettosi della legge dei capri espiatori, invece di occuparsi dei reali problemi sociali degli israeliani nel sud di Tel Aviv – Shaked ha rilanciato: parlando lunedì al Congresso su giudaismo e democrazia, ha detto che, se non fosse stato per il muro che Israele ha costruito sul confine egiziano col Sinai, che riduce efficacemente il flusso dei richiedenti asilo, “qui assisteremmo ad una specie di strisciante conquista da parte dell’Africa.”

Lasciamo da parte, per il momento, il fatto che il governo, procedendo con le deportazioni, agisce in modo opposto al parere di alcuni dei suoi più forti sostenitori, in particolare il procuratore e difensore di Israele Alan Dershowitz [famoso avvocato e docente di diritto internazionale statunitense, sostenitore incondizionato di Israele, ndt.], che all’inizio di quest’anno ha detto: “Non si può evitare l’odore di razzismo quando c’è una situazione in cui 40.000 persone di colore vengono deportate in massa, senza che siano prese in considerazione individualmente ed ogni caso analizzato nel merito.”

O la conclusione di Dershowitz che la “Legge sul Ritorno”, che concede automaticamente il diritto alla cittadinanza a chiunque venga riconosciuto come ebreo dai dirigenti di Israele, “non dovrebbe essere una legge che esclude altri dal venire valutati come cittadini.”

E lasciamo da parte anche i punti deboli che non vedono gli avamposti [insediamenti illegali dei coloni israeliani in Ciagiordania, ndt.] nell’argomentazione di Makor Rishon, che afferma:” In uno Stato di diritto, chiunque si trovi qui illegalmente dovrebbe essere gentilmente mandato via da Israele.”

E tralasciamo anche, per il momento, le menzogne che il governo ha detto e continua a diffondere, a sostegno di un piano che ha dimostrato sempre più di essere utilizzato dal Likud e dallo Shas [partito religioso di destra, ndt.] nelle campagne di incitamento contro la popolazione nera.

E’ ora di chiedere che cosa stia facendo al popolo di questo Paese il discorso – e le prove – di un Israele che cerca di deportare lontano i suoi problemi.

E’ ora di chiedere se ciò che si sta tradendo siano esattamente la compassione e la generosità del “cuore ebraico”, che i ministri del governo esaltano così spesso come un dato di fatto.

Per fare un esempio, Mr. Macho ringhia in difesa dell’espulsione di bambini. Ecco Levy di “Makor Rishon” che biasima il governo per aver deciso, almeno in questa fase, di esentare alcune famiglie dalla deportazione – compresi bambini che non hanno mai conosciuto una patria e una cultura oltre Israele:

Dovunque nel mondo le famiglie migrano e i bambini si adattano.

Chiaramente, non è piacevole tornare in un Paese del Terzo Mondo, ma smettiamola con il politicamente corretto – non stiamo mandando nessuno a morire e, anche se la situazione non è bella, Israele non può caricare sulle sue deboli spalle tutti i problemi del Terzo Mondo.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Mi rifiutavo di credere che Tel Aviv praticasse la segregazione nelle scuole materne – fino a quando ne ho visitata una

Orly Vilnay

21 gennaio 2018, Haaretz

Con il beneplacito del Comune, i bambini dei richiedenti asilo africani e i bambini del raffinato quartiere di Tzahala non giocano insieme.

Non volevamo credere alla donna del nord di Tel Aviv che ci ha parlato della segregazione. Pensavamo si stesse immaginando delle cose quando disse che ci sono scuole materne separate per bambini bianchi e neri nel quartiere Tzahala di Tel Aviv. Ma lei insisteva. Così siamo andati nel complesso della scuola materna di Tzahala e continuavamo ad andare avanti e indietro tra le aule assimilando l’incredibile vista: una scuola materna era piena di bambini bianchi; l’altra di bambini neri. In Israele, 2018.

Quando effettivamente si vede la segregazione in atto a nord di Tel Aviv, improvvisamente si capisce la lotta di Sheffi Paz – una delle leader più esplicite del movimento di protesta contro i richiedenti asilo che vivono a sud di Tel Aviv. Per anni ha urlato che nessuno sarebbe stato d’accordo nel far “invadere” il proprio quartiere dagli stranieri – e qui a nord di Tel Aviv gli abitanti stanno facendo esattamente ciò che lei rivendica.

All’inizio le intenzioni erano buone. Il Comune di Tel Aviv era nel giusto quando ha preso la decisione di “disperdere” i bambini dei richiedenti asilo e non concentrarli nel sud della città. Nell’attuale anno scolastico, il numero di bambini stranieri in età prescolare è raddoppiato e l’idea è stata che, se c’erano madri richiedenti asilo che lavoravano a nord di Tel Aviv, sarebbe stato opportuno che i loro figli andassero lì all’asilo. Il Comune fornisce anche il trasporto per i bambini da e per la scuola materna.

Bene, la sede sarà anche cambiata ma la segregazione è stata perfettamente mantenuta. Non vi è alcun contatto tra i figli degli stranieri e i bambini di questo quartiere di lusso. Non giocano insieme e non fanno attività insieme. Niente di niente. Bianco e nero.

La nostra coordinatrice di programma, Ayelet Arbel, ha contattato la scuola materna e il Comune, fornita di domande da porre come madre di un bambino in età da asilo.

Arbel: “I bambini del sud di Tel Aviv sono lì con loro?”

Insegnante dell’asilo: “No, hanno il loro personale apposta; sono in scuole secondarie separate. “

Arbel: “Non c’è mescolanza tra i bambini?”

Insegnante dell’asilo: “No, nessuna mescolanza. Ma stanno bene anche loro. Non c’è nulla di cui aver paura, sono bravi bambini. “

Arbel: “Non lo metto in dubbio, sto solo chiedendo”.

Insegnante dell’asilo: “No, no, no, loro sono nel loro cortile, hanno il loro personale. Non siamo insieme.”

L’Assessorato all’Istruzione del Comune ha fornito risposte più dettagliate, includendo anche una “analisi antropologica”.

Il rappresentante del servizio municipale di Tel Aviv: “È perché nel sud della città c’è una carenza di spazio e ci sono molti bambini e qui abbiamo spazio, quindi vengono trasportati ogni giorno, e queste sono le scuole dell’infanzia destinate agli stranieri”.

Arbel: “Perché non sono insieme agli altri bambini?”

Impiegato municipale: “Perché in linea di principio sono ospiti. Il Comune assegna i bambini in base alla loro zona di residenza, il che significa che i bambini che vivono in questo quartiere sono assegnati a una scuola in questo quartiere insieme a bambini che sono i loro vicini, che vivono vicino, così si faranno la loro cerchia di amici nella zona.”

Arbel: “È triste.”

Impiegato municipale: “Non è affatto triste, non si preoccupi. Ottengono la migliore istruzione possibile. Considerando quanto sia diversa la loro cultura e i loro standard e livelli di vita – sa, con quello a cui sono abituati – non c’è paragone “.

Arbel: “Sì, certo”.

Impiegato municipale: “Sono stato in Africa, posso dirlo per esperienza.”

Arbel: “L’hanno chiesto i genitori che non stiano insieme?”

Lavoratore municipale: “Non saprei dirlo. Sono dei politici da qualche parte che hanno deciso. Il dieci per cento dei bambini in città sono stranieri e si deve trovare un modo che vada bene. Se avessero detto ‘Dai, viviamo tutti insieme in armonia e mettiamo i bambini di Tzahala insieme ai figli degli stranieri’ penso che la maggior parte dei genitori sarebbe fuggita”.

Quindi, per il bene di quell’impiegato municipale, diciamo che qui non siamo in Africa. Che i richiedenti asilo vivono uno stile di vita completamente israeliano – o almeno ci provano. Che i loro figli sono altrettanto intelligenti, curiosi e innocenti come i nostri figli. E che se i pregiudizi fossero messi da parte e ai bambini fosse permesso “mescolarsi”, anche i bambini di Tzahala ne profitterebbero, forse anche di più.

Che vantaggio c’è per i bambini nel crescere in un ambiente totalmente omogeneo? Che l’unica persona di colore che vedono mai sia lo spazzino? E fino a quando questi bambini continueranno a essere allevati all’esclusione, all’odio e al razzismo?

Il Comune di Tel Aviv ha risposto: “Questi sono gli asili per i bambini della comunità straniera. Il loro rapido aumento numerico ha creato una penuria di spazio per le scuole vicino al loro luogo di residenza. Pertanto, i bambini vengono trasportati in scuole materne distanti e nel pomeriggio vengono trasportati nei doposcuola a sud della città”.

Per dirla tutta: chi ha scritto questo articolo è madre adottiva di un bambino eritreo. È l’unico bambino nero nella sua scuola materna, ma se chiedi ai suoi amici non vedono alcuna differenza tra lui e chiunque altro.

( Traduzione di Luciana Gagliano)




La polemica su Shaked e sul sionismo

Nota redazionale: le dichiarazioni della ministra della Giustizia Ayelet Shaked hanno innescato una dura polemica sul giornale israeliano di centro-sinistra “Haaretz” tra le posizioni espresse dallo storico israeliano Daniel Blatman, da Gideon Levy, una delle firme più note del quotidiano, e dalla sua collega Ravit Hecht.

Riteniamo interessante per il lettore riportare lo scambio di opinioni tra gli editorialisti non solo per la questione specifica del giudizio sulle esternazioni di Shaked, quanto soprattutto perché evidenziano una visione radicalmente diversa del sionismo e della sua natura, sintetizzata in questi articoli di fondo e rappresentativa della divisione all’interno della sinistra israeliana. Blatman ritiene che la visione di Shaked rappresenti una novità nel campo sionista, Levy che si tratti di una manifestazione esplicita di quello che il sionismo è sempre stato come ideologia razzista basata su criteri etnico-religiosi, Hecht invece ritiene che si tratti di una sua degenerazione ideologica e politica propugnata dall’estrema destra israeliana. Infine Levy ribadisce la sua opinione, sostenendo che tra le posizioni di Hecht e di Shaked c’è una differenza di forma ma non di sostanza.

  1. Il nuovo sionismo nazionalista

La visione del mondo della ministra della Giustizia Shaked ricorda la xenofobia razzista degli Stati del sud degli USA dagli anni ’30 in poi

 Daniel Blatman, 1 settembre 2017 , Haaretz

La ministra della Giustizia Ayelet Shaked si pone sempre più come leader del nuovo sionismo. Ciò non è solo la conseguenza della rivoluzione costituzionale che sta conducendo, cercando di cambiare l’immagine della Corte Suprema, o della serie di proposte di legge che sta promuovendo, compresa la legge sullo Stato-Nazione. Queste sono solo manifestazioni concrete di una coerente e consolidata visione del mondo, incentrata sull’attuazione di una trasformazione ad ampio raggio delle fondamenta ideologiche su cui è stato fondato lo Stato di Israele.

Il sionismo di Shaked non è solo un’ulteriore variazione ebraica dell’idea liberale nazionalista europea della seconda metà del XX secolo, della scuola di Theodor Herzl, Chaim Weizmann, Ze’ev Jabotinsky ed altri. Il nuovo sionismo di Shaked è una sintesi rivoluzionaria dell’etica colonialista del movimento laburista e delle componenti ebree etnocentriche-razziste, che insieme portarono ad un’importante revisione delle definizioni fondamentali dello Stato ebraico. Shaked sta essenzialmente cercando di sostituire l’idea sionista – la quale, al di là delle dispute che si sono create tra le sue varie componenti, era incentrata sulla sovranità ebraica come necessità esistenziale di un popolo perseguitato – con una basilare consapevolezza che definisce lo Stato di Israele come uno Stato uni-etnico, che attuerà la visione ebraica antiliberale del colonialismo. Le sue dichiarazioni di questa settimana alla conferenza dell’ordine degli avvocati israeliani [Israel Bar Association] a Tel Aviv sono state un’altra tappa della messa a punto di questa ideologia.

Shaked ha già pubblicato recentemente i principi della sua visione del mondo in un articolo della rivista “Hashiloach”, e questo è anche il concetto centrale della proposta di legge sullo Stato-Nazione che sta promuovendo.

Lo Stato ebraico perciò è lo Stato del popolo ebreo. E’ diritto naturale del popolo ebreo vivere come ogni altra nazione,” scrive. “Uno Stato ebraico è uno Stato la cui storia è intrecciata e intessuta nella storia del popolo ebreo, la cui lingua è l’ebraico e le cui principali festività rappresentano la sua rinascita nazionale. Uno Stato ebraico è uno Stato per il quale l’insediamento di ebrei nei suoi campi, città e villaggi è una preoccupazione di primaria importanza. Uno Stato ebraico è uno Stato che favorisce la cultura ebraica, l’educazione ebraica e l’amore per il popolo ebreo. Uno Stato ebraico è la realizzazione di generazioni di aspirazioni per il riscatto ebreo. Uno Stato ebraico è uno Stato i cui valori derivano dalla sua tradizione religiosa, in cui la bibbia è il libro fondamentale ed i profeti di Israele il fondamento morale. Uno Stato ebraico è uno Stato in cui la legge ebraica riveste un ruolo importante. Uno Stato ebraico è uno Stato per il quale i valori della Torah di Israele, i valori della tradizione ebraica ed i valori della legge ebraica sono tra i suoi valori fondamentali.”

Nonostante Shaked si sforzi di presentare la sua visione del mondo come fondata sui principi classici neoconservatori e tenda ad usare citazioni di Milton Friedman [economista e teorico ultraliberista, ndt.], la sua visione del mondo proviene da zone molto più oscure. Più che il conservatorismo americano della fine del XX secolo, la sua visione del mondo ricorda la xenofobia razzista del sud degli Stati Uniti dagli anni ’30 in poi, e la destra razzista ostile all’immigrazione, che prospera oggi nei Paesi creati dal colonialismo europeo. La sua dichiarazione secondo cui “il sionismo non deve continuare, e non continuerà, a chinare la testa di fronte ad un sistema di diritti individuali interpretati in termini universalistici”, lo testimonia chiaramente.

Negli anni ’30, quelli della grande depressione e della nascita dei regimi totalitari in Europa, l’idea universalistica di diritti individuali affrontò una grave crisi negli Stati Uniti. Il rischio di guerra e di tensioni interrazziali creò difficoltà per gli attivisti dei diritti umani, soprattutto visti gli appelli a ridefinire l’essenza dell’ “americanismo” e lo status delle minoranze del Paese, definito attraverso la razza, il colore della pelle, la religione o la provenienza etnica. L’attacco ai diritti di queste minoranze si intensificò anche a causa della crescente popolarità del fascismo europeo, che propugnava la definizione di Stato come una comunità selettiva e collettiva, che escludeva chiunque non appartenesse alla collettività. Questo valeva specialmente negli Stati del sud dell’America e si manifestava attraverso le leggi a favore della segregazione razziale della regione.

La visione di Shaked dello Stato ebraico è parallela a ciò che i sudisti negli anni ’30 chiamavano “preservare lo stile di vita americano”. Per preservare questo concetto, non solo si potevano emanare leggi che lo sostenessero e lo difendessero dal doversi inchinare ai diritti umani; si poteva anche difenderlo con la violenza. Centinaia di casi di linciaggi e violenze contro i neri sono la prova più lampante di quanto fossero profondamente radicate queste concezioni. Israele non è così distante da fenomeni simili di violenza aggressiva non statale, per esempio contro i richiedenti asilo o contro i palestinesi. Ma ciò che caratterizzava in ultima istanza il sud americano era il suo sistema legale di segregazione razziale unico. A questo punta Shaked.

Tuttavia bisogna ricordare che la separazione geografica non è mai stata il principale obiettivo dei bianchi nel sud americano. Certamente essi accettavano la realtà, forse anche la necessità, che i bianchi e i neri vivessero gli uni accanto agli altri, interagendo tra loro e mantenendo relazioni basate su interessi economici o esigenze occupazionali. Tutto era soggetto ai dettami della gerarchia razziale, o ciò che un ricercatore ha definito “l’era del capitalismo razzista.”

A questo conduce la visione sionista di Shaked. Invece della supremazia bianca, avremo la supremazia ebraica, insieme ad una visione etnocentrica-razzista che consentirà alcune prassi economiche vitali. Dopotutto, lo Stato ebraico di Shaked non intende separarsi dai palestinesi e certamente non vuole renderli cittadini. Proprio come nel sud americano la segregazione e la discriminazione politica contro i neri ha creato un ordine sociale e politico brutale e razzista, così sarà nel nuovo Stato nazional-sionista di Shaked, che non accetterà di inchinarsi alle definizioni universali dei diritti individuali e continuerà ad opprimere brutalmente le minoranze, la cui unica difesa contro la tirannia ideologica che lei propugna sono proprio quelle definizioni universali.

All’interno di questa visione dobbiamo inserire anche la paura dei rifugiati e il desiderio di espellerli dal Paese ad ogni costo. L’atteggiamento razzista nei loro confronti è un fenomeno familiare nelle società con un passato ed una tradizione coloniali, di cui Israele fa parte. Dietro all’approccio che considera i rifugiati una minaccia c’è la necessità di preservare la superiorità etnica della maggioranza coloniale, la cui presa sul territorio in cui vive non ha ancora superato l’esame della legittimazione storica a lungo termine. Ecco perché la necessità di controllare rigidamente le frontiere – quelle territoriali, ma soprattutto quelle etniche e razziali – è così cruciale. I migranti e i rifugiati spezzano questi confini; sono diversi per colore, per religione e stile di vita e quindi non solo recano danno all’egemonia etnica, ma potrebbero anche annacquare le caratteristiche umane della maggioranza della società e trasformarla in un’entità etnica e culturale differente da quella originaria.

Si tratta di un concetto nuovo dello Stato di Israele. Il concetto di Shaked di superiorità etnica ebrea poggia non solo su un’ideologia rigidamente chiusa, ma sulle politiche della paura. L’arena politica israeliana è oggi controllata da partiti che propugnano una politica della paura e Shaked vi ricopre un ruolo importante. Il messaggio principale di questa politica della paura è la necessità di mantenere l’identità ebraica dello Stato contro il mondo minaccioso che potrebbe sopraffarla ed eliminarla. Le componenti arabe, islamiche ed africane che circondano lo Stato ebraico da ogni lato potrebbero spazzarla via se essa non si rafforzerà per impedire una simile tremenda invasione.

Proprio come l’estrema destra in Australia o negli Stati Uniti cerca di erigere un muro di leggi, supportato da una potente flotta o da veri e propri muri lungo i confini a protezione della patria (quella coloniale, ricordiamoci) da ogni parte dalle infiltrazioni dal Messico o dall’Afghanistan, allo stesso modo Shaked ed i suoi colleghi stanno promuovendo una legislazione supportata da barriere, checkpoint e da un potente esercito che blinda i confini israeliani dalle orde minacciose delle masse nere. Questa combinazione di superiorità etnico-razziale, legislazione apposita e castrazione del sistema giudiziario in modo che non possa proteggere ciò che Shaked disprezza tanto – le definizioni universalistiche dei diritti universali – sta dando luogo al nuovo nazional-sionismo, il successore del sionismo storico.

Il professor Blatman è uno storico dell’università ebraica di Gerusalemme.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

  1. La ministra israeliana della verità

    La ministra israeliana della Giustizia ha detto chiara e forte la verità: il sionismo si contrappone ai diritti umani, e quindi è proprio un movimento ultranazionalista, colonialista e forse razzista

 Gideon Levy, 1 settembre 2017,Haaretz

Grazie, Ayelet Shaked, per aver detto la verità. Grazie per aver parlato onestamente. La ministra della Giustizia ha dimostrato ancora una volta che l’estrema destra israeliana è meglio degli impostori del centrosinistra: parla con sincerità.

Se nel 1975 Chaim Herzog [all’epoca ambasciatore israeliano all’ONU, ndt.] stracciò platealmente una copia della Risoluzione 3379 dell’Assemblea Generale dell’ONU che metteva sullo stesso piano sionismo e razzismo, la ministra della Giustizia ha ora ammesso la veridicità di quella risoluzione (che venne in seguito revocata). Shaked ha detto, forte e chiaro: il sionismo è in contrasto con i diritti umani e quindi è in realtà un movimento ultranazionalista, colonialista e forse anche razzista, come i fautori della giustizia sostengono in tutto il mondo.

Shaked predilige il sionismo rispetto ai diritti umani, la suprema giustizia universale. Crede che noi abbiamo un diverso tipo di giustizia, superiore a quella universale. Il sionismo al di sopra di tutto. E’ già stato detto prima, in altre lingue e da altri movimenti nazionalisti.

Se Shaked non avesse contrapposto tra loro questi due principi, avremmo continuato a credere ciò che ci è stato inculcato fin dall’infanzia: il sionismo è un movimento giusto e moralmente ineccepibile. Santifica l’uguaglianza e la giustizia: basta vedere la nostra dichiarazione d’indipendenza. Abbiamo imparato a memoria: “l’unica democrazia del Medio Oriente”, “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, “tutti sono uguali nello Stato ebraico”; abbiamo appreso della giustizia della Corte Suprema araba e del ministro del governo druso. Che cosa possiamo volere di più? E’ tutto così giusto, così equo, potremmo esclamare.

Se tutto ciò fosse vero, Shaked non avrebbe motivo di ergersi a difesa del sionismo nei confronti dei diritti umani. Per lei e per la destra, la discussione sui diritti umani e civili è antisionista, addirittura antisemita. Mira a indebolire e a distruggere lo Stato ebraico.

Quindi Shaked crede, come tanti in tutto il mondo, che Israele sia edificato su fondamenta di ingiustizia e che perciò debba essere difeso dal discorso ostile sulla giustizia. In quale altro modo si potrebbe spiegare il rifiuto di discutere sui diritti? I diritti individuali sono importanti, lei dice, ma non quando sono slegati dall’ “impresa sionista”. E nuovamente: l’impresa sionista è in realtà in contraddizione con i diritti umani.

Quali sono oggi le sfide sioniste? “Giudaizzare” il Negev e la Galilea, eliminare gli “infiltrati”, coltivare il carattere ebraico di Israele e preservare la sua maggioranza ebraica. L’occupazione, le colonie, il culto della sicurezza, l’esercito – che è essenzialmente un esercito d’occupazione – questo è il sionismo nel 2017 circa. Tutti i suoi elementi sono il contrario della giustizia. Dopo che ci è stato detto che sionismo e giustizia sono fratelli gemelli, che nessun movimento nazionale è più giusto del sionismo, arriva Shaked e dice: è proprio il contrario. Il sionismo non è giusto, è contrario alla giustizia, ma noi dobbiamo stringerci ad esso e preferirlo alla giustizia, perché è la nostra identità, la nostra storia e la nostra missione nazionale. Nessun militante del movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni potrebbe dirlo più nettamente. Ma nessuna Nazione ha il diritto di rifiutare i principi universali e di inventarsi i propri principi, che chiamano giorno la notte, definiscono l’occupazione giusta e la discriminazione uguaglianza.

Il sionismo è la religione fondamentalista di Israele e, come in ogni religione, è proibito negarla. In Israele, “non sionista” o “antisionista” non sono insulti, sono ordini sociali di espulsione. Non c’è niente del genere in nessuna società libera. Ma adesso che Shaked ha messo a nudo il sionismo, ha messo la mano sul fuoco ed ha ammesso la verità, possiamo finalmente pensare al sionismo in modo più libero. Possiamo ammettere che il diritto degli ebrei ad uno Stato è in contraddizione con il diritto dei palestinesi alla propria terra, e che il sionismo di destra ha dato origine ad un terribile errore nazionale che non è mai stato sanato; che ci sono modi per risolvere e riparare a questa contraddizione, ma gli israeliani sionisti non saranno d’accordo.

Adesso quindi è tempo per una nuova divisione, più coraggiosa e più onesta, tra gli israeliani che sono d’accordo con le affermazioni di Shaked e quelli che non lo sono. Tra i sostenitori del sionismo ed i sostenitori della giustizia. Tra i sionisti ed i giusti. Shaked non ha contemplato una terza opzione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

Quando Gideon Levy si è innamorato di Ayelet Shaked

Il mio collega Gideon Levy preferisce gli estremisti di destra alla sinistra perché dicono la verità; cioè, esprimono sinceramente opinioni pericolose ma popolari tra la gente

 Ravit Hecht – 1 settembre 2017, Haaretz

 

Nel suo pezzo di ieri [in realtà del 1 settembre, ndt.], Gideon Levy ha ringraziato la ministra della Giustizia Ayelet Shaked per aver detto la verità; Shaked ha detto che il sionismo non si inchinerà più alla Corte Suprema. La ministra sta quindi continuando con la sua campagna di provocazione contro la Corte, una campagna che sta prosperando in tutta la destra.

Dal testo di Levy emana un aroma di amore vero per la sua onesta ed audace principessa. Il suo editoriale trasmette un messaggio di ammirazione tra  radicali che dicono le cose come stanno nella loro corsa a fare danni.

E danni sono stati fatti. Che rivoluzione. Apocalypse now. La corte aggressivamente intimidita, e presto i media saranno finalmente addomesticati e messi a tacere. Il razzismo sta avendo un’impennata con l’incoraggiamento dei dirigenti e la corruzione dilaga, senza bisogno di travestirsi, per la semplice ragione che nessuno se ne vergogna più.

Tutto ciò si aggiunge alla calamità dell’occupazione – effettivamente una grande calamità –, che è l’unica cosa che Levy vede. Per quanto lo riguarda, senza risolvere questo disastro, ogni altra cosa potrebbe essere e sarà distrutta. Ciò include, per esempio, il suo diritto fondamentale di dire la sua opinione su Israele, o semplicemente di vivere qui senza essere spedito in un campo di rieducazione se rifiuta di giurare fedeltà al capo della coalizione David Bitan [della destra del Likud, ndt.].

Il danno dell’alleanza di Levy con gente come Shaked è la sua opinione secondo cui quello che Shaked, il ministro del Turismo Yariv Levin e quelli come loro stanno proponendo è il sionismo. Non lo è. E’ una sadica distorsione che interpreta la giustificata difesa degli ebrei attraverso la fondazione di una patria come una selvaggia aggressione verso l’esterno (contro i palestinesi) e verso l’interno (contro chi critica il governo). Chaim Herzog [all’epoca dell’episodio citato ambasciatore di Israele all’ONU, ndt.] aveva ragione a stracciare la risoluzione ONU che sosteneva che il sionismo era una forma di razzismo, perché il sionismo è stato una risposta al razzismo, alla persecuzione degli ebrei ovunque nel mondo e alla reale minaccia alla loro esistenza.

Senza sminuire la tragedia del popolo palestinese nel 1948, senza discolpare il partito Mapai, il predecessore del partito Laburista, per i suoi errori storici, e senza nulla togliere al ruolo del Likud nel fomentare le colonie e nell’accentuare la divisione tra israeliani, la disastrosa destra che è cresciuta negli ultimi anni è una questione completamente diversa. Non è un’evoluzione inevitabile del sionismo o una sua veritiera manifestazione, come sostiene Levy, ma un’espressione di pulsioni malefiche e pericolose – parte di un contesto globale avvelenato – che dirigenti normali ed accettabili hanno l’obbligo di frenare.

Levy preferisce la leadership di Shaked, di Miki Zohar [dirigente della destra del Likud, ndt.] e di Bezalel Smotrich [del partito di estrema destra “Casa ebraica”, ndt.] ai dirigenti del Likud liberali, sicuramente agli abominevoli dirigenti del Mapai, perché essi dicono la verità; cioè, esprimono sinceramente sentimenti popolari tra la gente. Non per fare un paragone diretto, ma anche Hitler diceva la verità, esprimendo i desideri segreti di molti, tedeschi e non solo. Né si faceva molti scrupoli nel metterli in pratica. Nei testi di storia era meglio lui dei dirigenti del suo tempo che dimostravano moderazione?

E’difficile ignorare il tango perfetto danzato da Shaked e Levy. Lei vuole un Israele più grande come parte della fantasia di una dominazione ebraica sancita dalla Bibbia, e lui vuole uno Stato binazionale come parte di un’esotica incursione nel campo del radicalismo selvaggio. Lei vede gli ebrei come una razza dominatrice con privilegi e gli arabi come una spina nel nostro fianco, mentre lui vede gli ebrei come i cattivi e gli arabi come carini Tamagogi senza responsabilità storiche per la loro difficile situazione.

Adesso quindi è tempo per una nuova divisione, più coraggiosa e più onesta, tra gli israeliani che concordano con le affermazioni di Shaked, e quelli che discordano. Tra i sostenitori del sionismo ed i sostenitori della giustizia. Tra i sionisti ed i giusti. Shaked non ha contemplato una terza opzione,” sintetizza Levy .

Ci sono ancora alcuni fautori della giustizia in Israele che credono nel principio fondamentale del sionismo del diritto degli ebrei ad avere una patria in Israele e al contempo aborrono nel profondo l’affermazione di Shaked. Né lei né Gideon Levy li faranno scomparire.

(traduzione di Amedeo Rossi)

Il tango sionista

Perché l’onesto razzismo del ministro della Giustizia Ayelet Shaked è preferibile alle false opinioni della sinistra israeliana.

 Gideon Levy – 3 settembre 2017, Haaretz

Ravit Hecht , nel suo editoriale “Quando Gideon Levy si è innamorato di Ayelet Shaked”, mi attribuisce un “aroma di amore vero” per la mia “onesta ed audace principessa”, la ministra della Giustizia Shaked. Hecht sa che i miei gusti in fatto di donne sono leggermente diversi, e che, nonostante quello che lei scrive, non so ballare il tango. Ma il mio apprezzamento per Shaked e per gente come lei è che non deludono: riconoscono apertamente il loro nazionalismo ed il loro razzismo. 

Non nascondono le loro opinioni secondo cui i palestinesi sono un popolo inferiore, abitanti indigeni che non si guadagneranno mai i diritti che gli ebrei hanno sulla terra di Israele-Palestina; che nessuno Stato palestinese vi sarà mai fondato; che Israele alla fine si annetterà tutti i territori occupati, come ha già fatto nella pratica; che gli ebrei sono il popolo eletto; che il sionismo è in contraddizione con i diritti umani ed è superiore a essi; che la spoliazione è redenzione; che i diritti biblici di proprietà sono eterni; che non esiste un popolo palestinese e non vi è un’occupazione; che l’attuale situazione durerà  per sempre.

Molte di queste opinioni sono diffuse anche tra la sinistra sionista, il campo ideologico di Hecht. L’unica differenza è che la sinistra sionista non le ha mai ammesse. Sviluppa le proprie opinioni nella luccicante carta da regalo dei colloqui di pace, della separazione e nel vuoto discorso dei due Stati, parole che non ha realmente inteso dire e che ha fatto ben poco per realizzare.

Questa è la ragione per cui preferisco Shaked. Con lei, quello che vedi è quello che hai – razzismo. Nelle sue azioni e nei suoi fatti, la sinistra sionista ha fatto di tutto per mettere in pratica le opinioni di Shaked, solo con parole ben educate e senza ammetterlo. La sinistra sionista è in imbarazzo per le cose di cui Shaked e i suoi colleghi non si vergognano. Ciò non rende la sinistra più morale o giusta. Nelle sue azioni è semplicemente stata quasi come Shaked.

L’occupazione non è stata meno crudele sotto i governi della sinistra israeliana, che è stata il padre fondatore dell’impresa di colonizzazione. Questi prìncipi della pace, Shimon Peres e Yitzhak Rabin, hanno fondato più colonie di Shaked e provocato la morte di più arabi. La sinistra ha entusiasticamente difeso ogni operazione militare che Israele ha condotto e ogni azione brutale commessa dall’esercito israeliano. Non è semplicemente rimasta in silenzio di fronte a queste azioni, le ha appoggiate. Sempre.

Le operazioni “Piombo fuso “ e “Margine protettivo” contro Gaza (nel 2008-09 e nel 2014, rispettivamente) hanno implicato migliaia di morti senza senso, e la maggioranza della sinistra sionista le ha appoggiate. La maggioranza di quelli di sinistra ha appoggiato l’assedio di Gaza, le esecuzioni ai posti di blocco, i rapimenti notturni, le detenzioni amministrative, gli abusi, la spoliazione e l’oppressione – durante questi fatti la sinistra è rimasta totalmente silenziosa.

Ma la verità è che non si tratta di Shaked e non si tratta della sinistra. E’ il sionismo. Danni sono stati fatti, come ha scritto la stessa Hecht. Ma invece di cercare di riparare le fondamenta instabili, tutto Israele – e non solo la destra – ha fatto il possibile per indebolirle ancor di più.

Sì, questo riguarda la guerra d’indipendenza del 1948 [definizione israeliana della guerra contro i palestinesi ed i Paesi arabi da cui è nato Israele, ndt.], di cui bisogna discutere anche se è imbarazzante. Lo spirito del 1948 non ha mai smesso di soffiare qui e, a questo proposito, Shaked e Hecht sono dalla stessa parte. Secondo il loro punto di vista c’è solo un popolo qui che deve essere preso in considerazione, solo una vittima, e ha il diritto di fare tutto il danno che vuole all’altro popolo. Questa è l’evoluzione sostanziale del sionismo.

Ciò avrebbe potuto e dovuto essere modificato, senza venir meno al diritto degli ebrei ad avere uno Stato. Ma la sinistra sionista non lo ha mai fatto. Non ha mai riconosciuto la Nakba [l’espulsione dei palestinesi nel 1947-48 dal territorio che sarebbe diventato Israele, ndt.] patita dai palestinesi, e non ha mai fatto niente per espiare i propri crimini. Ciò non è mai avvenuto perché la sinistra sionista crede esattamente in quello in cui crede Shaked.

E’ vero, ci sono molte altri problemi per cui la destra provoca disastri nazionali che la sinistra non avrebbe mai creato. Ma dall’altra parte della frontiera vive un popolo che negli ultimi 50 anni – in realtà negli ultimi 100 – ha sofferto ed è stato oppresso. Non passa un giorno senza che crimini orrendi vengano commessi contro di lui. Non possiamo dire: “Abbiate pazienza. Al momento siamo impegnati con lo status della Corte Suprema.”

E sul problema veramente fondamentale che oscura tutti gli altri, Shaked e Hecht stanno danzando un tango perfetto insieme, con un aroma di vero amore che emana da entrambe – un tango sionista.

(traduzione di Amedeo Rossi)