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Repressione proteste a Gaza

Berretti da baseball e abiti civili: anche Hamas ha i suoi soldati in borghese

 

Questa settimana membri di Hamas hanno disperso in modo violento una manifestazione a Gaza contro la divisione politica dei palestinesi ed hanno aggredito i manifestanti che cercavano di fotografarli mentre lo facevano

Haaretz

Amira Hass

29 giugno 2018

Lunedì decine di uomini con in testa kefiah e berretti bianchi da baseball hanno fatto irruzione in una manifestazione che si svolgeva nel centro della città. Sembra l’inizio di un articolo su un’altra protesta dispersa a Ramallah dalle forze di sicurezza in borghese dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Ma in realtà ciò che è successo lunedì è avvenuto a Gaza City. Era una manifestazione di poche centinaia di persone che chiedevano la fine della divisione politica tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania e la revoca delle misure punitive che il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha imposto a Gaza.

I manifestanti, come anche giornalisti e associazioni per i diritti umani, sono convinti che dietro alle violenze per interrompere la manifestazione vi fosse il governo de facto di Gaza; in altri termini, Hamas. Ma Hamas e il ministero dell’Interno di Gaza, controllato da Hamas, negano ogni coinvolgimento.

Siti di informazione riferiscono che l’iniziativa della manifestazione proveniva dalla commissione per i prigionieri di Fatah.

Ad uno sguardo superficiale, sembra che questi manifestanti intendessero “rispondere” alle manifestazioni in Cisgiordania contrapponendosi alla divisione politica – la situazione di due governi palestinesi paralleli. A Gaza la richiesta di porre fine alla divisione è uno slogan che viene attribuito soprattutto ai sostenitori di Fatah e agli oppositori di Hamas, in quanto implica il ripristino del controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese su Gaza.

Ma gli ex prigionieri in Israele di tutti i movimenti palestinesi hanno contribuito ad organizzare la protesta a Gaza. Inoltre, uno dei partecipanti alla manifestazione non era altri che Tawfiq Abu Naim, il capo delle forze di sicurezza nella Striscia.

Abu Naim è sopravvissuto ad un attentato alla sua vita in ottobre, attribuito sia allo Stato Islamico che ad Israele. Nel 1989 è stato incriminato in Israele per aver partecipato alla fondazione dell’ala militare di Hamas e per l’uccisione di palestinesi sospettati di collaborare con Israele. È stato condannato all’ergastolo e poi rilasciato nell’ambito dello scambio di prigionieri con Gilad Shalit nel 2011.

Secondo un comunicato stampa di Hamas, alcuni prigionieri di Hamas rilasciati hanno aiutato ad organizzare la manifestazione e Abu Naim avrebbe dovuto parlare durante la protesta, ma il suo discorso è stato annullato a causa dell’opposizione di alcuni manifestanti. Comunque il messaggio era chiaro. Dopotutto, non ha senso che ex detenuti di Hamas, che hanno contribuito ad organizzare la manifestazione, siano responsabili della sua violenta repressione. Loro, ed in particolare quelli rilasciati in cambio di Shalit, sono stati tra i primi danneggiati dalle misure punitive a Gaza da parte di Abbas.

Circa un anno fa Abbas ha sospeso i loro sussidi mensili e – nonostante le proteste e le promesse – questi pagamenti devono ancora essere ripristinati. Nella società palestinese i sussidi mensili sono considerati un adeguato compenso per il sacrificio dei militanti [che lottano] contro l’occupazione e delle loro famiglie; in special modo quando questi militanti dopo il loro rilascio non hanno ottenuto un lavoro ufficiale con un salario.

Violenta parodia

Secondo il Centro Palestinese per i Diritti Umani, con sede a Gaza City, gli individui con i berretti bianchi da baseball sono comparsi subito dopo l’inizio della protesta. Alcuni sono usciti da una moschea lì vicino. Portavano cartelli e gridavano: “Il popolo vuole che Abbas se ne vada” – un’eco degli slogan del Cairo nel gennaio 2011, quando era presidente Hosni Mubarak [si riferisce alle proteste di piazza Tahrir e alla cacciata di Mubarak, ndtr.].

Sembra una parodia della repressione della manifestazione a Ramallah del mercoledì precedente, in cui dei giovani che indossavano berretti da baseball di Fatah hanno attaccato i manifestanti.

Una parodia molto violenta.  I manifestanti hanno rifiutato la richiesta degli organizzatori di “di gridare slogan unitari.” Sono scoppiati scontri e poi, come scritto nel rapporto del Centro Palestinese per i Diritti Umani, agenti di sicurezza in borghese ed alcuni degli uomini coi berretti bianchi da baseball hanno distrutto il palco ed aggredito alcuni partecipanti.

Chiunque cercasse di fotografare o filmare ciò che stava succedendo veniva aggredito dagli agenti in borghese e costretto a cancellare le fotografie. “Quando ho filmato gli attacchi, circa quattro uomini in abiti civili mi si sono avvicinati e mi hanno ordinato di dargli il mio telefonino”, ha detto un attivista di un gruppo per i diritti umani.

“Mi sono rifiutato e allora altri due tipi sono venuti verso di me con dei bastoni in mano. Li ho seminati e sono andato verso un gruppo di civili che poi si sono rivelati essere membri delle forze di sicurezza; si sono qualificati come tali”, ha aggiunto.

“Io mi sono presentato a loro come membro di un gruppo per i diritti umani che ha il diritto di filmare. Ma questo non gli ha impedito di minacciarmi che mi avrebbero arrestato, mi hanno spintonato, ammanettato e hanno preso il mio cellulare.”

Il telefonino è stato restituito dopo che sono state cancellate le fotografie.

Barbe e pistole

Anche un giornalista di una trasmittente radiofonica palestinese ha detto che agenti in borghese gli hanno strappato il telefonino mentre stava filmando gli avvenimenti. Ha detto ad un ricercatore sul campo del Centro Palestinese per i Diritti Umani che la maggior parte degli individui che sono intervenuti nella manifestazione aveva la barba; secondo lui erano chiaramente militanti di Hamas.

Ha identificato i membri delle forze di sicurezza tra i dimostranti dalle pistole che nascondevano e dalle loro radio. Alcuni manifestanti hanno risposto a quelli che intervenivano con grida di “Con l’anima e il sangue ti redimeremo, Abbas.”

Il giornalista ha detto che un alto comandante delle forze di sicurezza di Hamas – che dalle riprese che non sono state cancellate risulta essere Abu Naim – è andato sul palco ed ha dichiarato che nessun membro delle forze di sicurezza era tra gli aggressori. Ma i manifestanti gli hanno gridato che non era vero: la piazza era piena di uomini delle forze di sicurezza. Il comandante se ne è andato e poi sono scoppiati gli scontri, ha detto il giornalista.

Le condanne da parte delle organizzazioni palestinesi, dell’associazione della stampa e dei portavoce di Fatah e dell’ANP in Cisgiordania non si sono fatte attendere. Il ministero dell’Interno di Gaza ha ripetutamente asserito che non solo non era coinvolto negli eventi, ma che aveva dato la sua approvazione alla manifestazione. Come ha detto Hamas in una dichiarazione, gli scontri sono scoppiati tra i manifestanti a causa della forte tensione a Gaza e dell’oppressione patita dalla popolazione.

Forse il ministero dell’Interno e Hamas sono stati talmente sofisticati da irrompere nella manifestazione senza rivendicare di averla repressa? Se il ministero dell’Interno era così favorevole alla protesta, come mai non ha fermato le persone che l’hanno aggredita? Oppure era davvero un’iniziativa personale di teste calde che per caso erano membri di Hamas?

Secondo alcuni partecipanti, gli uomini con i berretti da baseball, mentre attaccavano i manifestanti, gridavano: “Abbasso la laicità”. Pesanti accuse contro la laicità (quasi un sinonimo di “eresia”) venivano lanciate contro l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in generale, e soprattutto contro i gruppi di sinistra, ma anche contro Fatah, anche se molti dei suoi più importanti dirigenti sono credenti.

I manifestanti di mercoledì a Betlemme erano per lo più di sinistra; una settimana dopo la famosa protesta a Ramallah hanno sfidato l’ANP e si sono uniti alla richiesta di togliere le sanzioni a Gaza.

Questa volta la polizia palestinese ha evitato di interrompere la manifestazione, si è limitata a mantenere l’ordine, ha offerto acqua fresca ai manifestanti e li ha lasciati gridare i loro slogan.

Secondo le notizie di siti di informazione palestinesi, i manifestanti hanno elogiato Mohammed Def, il capo dell’ala militare di Hamas, hanno chiesto la fine della cooperazione sulla sicurezza con Israele ed hanno gridato slogan sprezzanti verso la lotta nonviolenta e a favore della ripresa della lotta armata.

Simili slogan si sentono abitualmente nelle manifestazioni di piccoli gruppi di giovani che si identificano con la sinistra – “dei laici”, per usare le parole di quelli che hanno interrotto la manifestazione di Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Tra i ritardi dell’ANP e le minacce di Israele, Gaza sta andando verso l’ignoto

Motasem A Dalloul

4 gennaio 2018, Middle East Monitor

Le due principali fazioni palestinesi, Hamas e Fatah, sono responsabili delle divisioni interne ai palestinesi, ma il 12 ottobre dello scorso anno hanno firmato insieme un accordo di riconciliazione sponsorizzato dall’Egitto.

I palestinesi di Gaza hanno festeggiato l’accordo, che è stato presentato come la fine del decennale blocco da parte di Israele, dell’Autorità Palestinese e dell’Egitto.

Come gesto di buona volontà, Hamas ha sciolto il suo comitato amministrativo, che aveva sostituito il governo palestinese nella Striscia di Gaza guidato dal movimento. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) a Ramallah, dominata da Fatah, ha annunciato che avrebbe immediatamente assunto le proprie responsabilità a Gaza ed avrebbe tolto le misure punitive imposte contro l’enclave dal suo leader Mahmoud Abbas, che includevano tagli all’elettricità, congelamento dei salari nel settore pubblico e un’interruzione nell’invio di farmaci e nell’approvazione di richieste per cure mediche altrove.

Alcuni osservatori dubitavano che questo accordo avrebbe posto termine alla divisione tra palestinesi e all’assedio di Gaza; inoltre non si fidavano dell’Egitto come mediatore imparziale, in quanto la leadership del Cairo ha considerato per molto tempo Hamas come un nemico. Tuttavia, molti analisti politici hanno evitato di mettere in dubbio le intenzioni dell’ANP e dell’Egitto. Comunque, col passare del tempo quasi tutti gli esperti di questioni palestinesi si sono convinti che ciò che era avvenuto era parte di un gioco più grande. Alcuni si sono spinti ad affermare che ciò faceva parte dell’“accordo del secolo” di Trump.

Considerando la situazione nella Striscia di Gaza tre mesi dopo, l’unica cosa certa è che l’accordo è stato una bolla di sapone. Non è esagerato dire che il territorio è sull’orlo del collasso; anzi, ha iniziato a collassare. Il settore sanitario, quello del welfare, l’economia, l’educazione e gli altri ambiti del sistema di governo stanno per annunciare di non essere in grado di fornire quotidianamente i servizi alla popolazione di Gaza, mentre gli scioperi di protesta iniziano a farsi sentire.

Migliaia di dipendenti pubblici a Gaza non hanno ricevuto salari per mesi; migliaia di famiglie povere non hanno sussidi sociali a cui ricorrere; migliaia di famiglie di lavoratori non hanno denaro perché più dell’80% delle attività commerciali e del 90% delle fabbriche a Gaza hanno già bloccato la produzione. Secondo l’analista economico Mohamed Abu Jayyab, una causa della recessione economica è che l’ANP sta ancora riscuotendo le tasse, ma solo per trasferire il denaro fuori da Gaza.

Martedì il portavoce del ministero della salute palestinese a Gaza, Ashraf Al-Qiddra, ha comunicato il rinvio di migliaia di appuntamenti per interventi chirurgici, avvertendo che potrebbero essere cancellati se Israele non toglierà le sanzioni sui farmaci, le attrezzature mediche e i ricambi per macchinari indispensabili. L’ANP, ha aggiunto, deve inviare urgentemente materiale sanitario ed i farmaci necessari agli ospedali e ai centri sanitari di Gaza. “Nel magazzino centrale i livelli di scorte di molti articoli nell’elenco dei farmaci essenziali sono a zero”, ha avvertito.

Nel frattempo il dilazionamento da parte dell’ANP del pagamento dei salari dei dipendenti pubblici assunti da Hamas dopo la sua vittoria nelle elezioni del 2006, che in base all’accordo di riconciliazione avrebbero dovuto essere pagati da novembre, così come l’esitazione della stessa ANP nel togliere le sanzioni a Gaza, suggeriscono che Ramallah non pensa seriamente a porre fine alle sofferenze dei cittadini palestinesi nell’enclave. “Anche i dipendenti dell’ANP a Gaza, che sono pesantemente indebitati con le banche ed hanno perso un terzo dei loro salari, sono oggi classificati tra i poveri”, ha spiegato Abu Jayyab.

L’ANP ha deciso di aumentare il prezzo del carburante che entra nella Striscia di Gaza dall’Egitto, per incamerare più tasse per le sue casse in Cisgiordania. Intanto il primo ministro dell’ANP Rami Hamdallah ha sostenuto che l’Autorità ha pagato 16 miliardi di dollari a Gaza mentre, in realtà, ha pagato la metà di tale cifra ed ha riscosso 9,6 miliardi di dollari in tasse nel periodo dell’assedio. Non sembra essere un governo ansioso di adempiere alle proprie responsabilità ed impegni nei confronti degli abitanti di Gaza.

L’ANP dovrebbe aver assunto la piena responsabilità della guida di tutti i ministeri a Gaza, il cui controllo è stato ceduto da Hamas al momento della firma dell’accordo, ma non è accaduto nient’altro se non che i ministri ed i capi di dipartimento hanno visitato gli uffici per un servizio fotografico e poi se ne sono andati. Non sono state pagate da Ramallah neanche le spese di amministrazione. La scusa accampata da Fatah e dall’ANP è che loro hanno il controllo solo del 5% degli uffici a Gaza. La verità è che semplicemente non prendono sul serio la riconciliazione.

Ramallah può fare promesse davanti alle telecamere – in particolare riguardo alle forniture di elettricità a Gaza – ma non fa seguire delle azioni. Vede Gaza solo come una potenziale fonte di entrate, rastrellando milioni di shekel ai posti di confine, dei quali pure ha il controllo.

Il mediatore dell’accordo di riconciliazione, l’Egitto, ha promesso di denunciare qualunque delle parti non rispetti i propri impegni sottoscritti nell’accordo. Non lo ha fatto, soprattutto, si suppone, perché è la sua alleata ANP, guidata da Fatah, ad essere venuta meno all’accordo.

Ma soprattutto, si è abbondantemente omesso di riferire che, dalla decisione di Trump su Gerusalemme del 6 dicembre, Gaza è stata sottoposta a bombardamenti israeliani quasi ogni giorno. Tre persone sono state uccise e dozzine ferite ed i palestinesi ora vivono nel costante timore che stia per scatenarsi un’altra offensiva militare israeliana.

“Prima di andare a dormire i palestinesi della Striscia di Gaza sentono un ufficiale israeliano che minaccia di scatenare una guerra contro di loro e poi quando si svegliano sentono un altro che dice che non ci sarà nessuna guerra contro Gaza nel prossimo futuro”, ha spiegato la scienziata sociale Adel N’ima. “Ciò ha un effetto disastroso sulla psiche, in quanto provoca un grave stress negli anziani e un trauma nei giovani.”

Tale terrore psicologico è ovviamente ciò che i bombardamenti e la propaganda intendono provocare. Che cosa è questo se non terrorismo di stato?

“L’ANP è interessata solamente a raccogliere denaro a Gaza, non a facilitare la vita dei palestinesi di Gaza”, ha ribadito Abu Jayyab. Lui ritiene che l’autorità di Ramallah guidata da Mahmoud Abbas stia portando Gaza in un profondo e oscuro tunnel. Tra i rinvii dell’ANP e le minacce di Israele, l’enclave sta certamente andando verso l’ignoto, per cui è difficile non concordare con lui.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Nella Striscia di Gaza vi sono timide speranze

  • 29 novembre 2017, The Independent

    Robert Piper

    La popolazione civile di Gaza sarà in ultima analisi quella che garantirà qualunque transizione reale e che la proteggerà da chi la vuole boicottare, ma ha bisogno di qualcosa che valga la pena di essere protetta e si dispera per qualche [piccolo] sostegno.

Nelle settimane passate i primi segnali che l’isolamento di Gaza finalmente sarebbe giunto al termine ha prodotto una debole speranza in una popolazione civile diffidente ed esausta. Il primo dicembre sarà una data storica per i negoziati iniziati a metà ottobre tra i due maggiori partiti politici palestinesi, Fatah e Hamas, con lo scopo del ritorno a Gaza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), guidato da Mahmoud Abbas, dopo 10 anni di assenza.

L’accordo del 12 ottobre con la mediazione egiziana ha colto di sorpresa molti osservatori. Non tratta la questione di come Hamas verrà disarmata né molte altri difficili problemi. Ma il primo passo deve riguardare le pessime condizioni di vita di due milioni di civili gazawi che vivono con poca energia elettrica, acqua o scarse prospettive per il futuro.

È ora che gli interessi dei cittadini sfiniti di Gaza abbiano finalmente la priorità rispetto a molti altri programmi in gioco.

Solamente a poche centinaia di chilometri dai confini dell’Europa e a 50 km da Tel Aviv, nella Striscia di Gaza due milioni di palestinesi vivono una precaria esistenza. Dieci anni fa Gaza è stata condannata all’isolamento, dopo la violenta presa del potere della Striscia da parte di Hamas, l’espulsione dell’Autorità Nazionale Palestinese e l’imposizione da parte di Israele di severe restrizioni intorno a Gaza. Nel decennio successivo gli abitanti di Gaza sono stati più volte coinvolti in vari conflitti – tra i due maggiori partiti palestinesi, Hamas e Fatah, per il controllo della Striscia e tra Hamas e Israele, sfociati periodicamente in ostilità aperta. Sono anche stati coinvolti [dal conflitto] tra Hamas e l’Egitto, con le sue preoccupazioni per la sicurezza del Sinai e dalla grande cautela in merito ai 12 km di confine in comune, e tra Hamas e i donatori internazionali, la cui legislazione anti terrorismo pone dei limiti al genere di aiuti che possono essere inviati a Gaza.

Ciascuno di questi conflitti ha, in un modo o in un altro, prodotto un’ulteriore sofferenza ai civili e una graduale “decrescita” dell’economia gazawi. In questo periodo la disoccupazione è salita dal 30 al 42% .IL delicato bacino acquifero di acqua sorgiva è stato eccessivamente sfruttato ed è divenuto non potabile al 96%. L’offerta di energia elettrica si è aggirata intorno alle 8-12 ore al giorno ed è crollata alle 2-3 ore all’inizio di quest’anno dopo che le tensioni tra Hamas e Fatah sono arrivate al loro apice. I giovani hanno perso ogni speranza dal momento che la disoccupazione giovanile è arrivata al 65%. Un’ infrastruttura sanitaria precaria ha visto in meno di 10 anni il tasso di sopravvivenza del cancro al seno cadere dal 59 al 46%.

Ma queste cifre non colgono l’impatto meno tangibile di dieci anni di isolamento. Israele permette ogni giorno solo a pochi, principalmente malati, imprenditori e volontari l’ingresso e l’uscita da Gaza attraverso i suoi valichi. Il valico egiziano di Rafah raramente viene aperto, fino a ora solo per 30 giorni quest’anno. La marina israeliana pattuglia rigidamente le acque al di fuori della costa di Gaza. Il governo palestinese non si vede da nessuna parte.

Il sentimento prevalente tra i gazawi è quello di essere completamente in trappola. Con la continua presenza visibile di un ricco Paese dell’OCSE [Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ndt.] pochi chilometri lungo la spiaggia, sotto forma di un impianto di desalinizzazione e di fornitura di energia nella città israeliana di Ashkelon che può produrre energia e acqua sufficienti da soddisfare ogni gazawi 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana e anche di più. I gazawi sognano di poter uscire per cure sanitarie, studio, funerali e per prendere una boccata di libertà.

In base agli accordi di ottobre i ministri dell’ANP con sede a Ramallah hanno cominciato a visitare regolarmente Gaza. Ai primi di novembre l’amministrazione dei valichi, dove si raccolgono le tasse, è stata trasferita da Hamas all’ANP. Da allora nelle [successive] settimane gli impiegati pubblici assunti prima del 2007 hanno cominciato a riprendere le loro precedenti mansioni. Azioni potenzialmente destabilizzanti da parte di sabotatori, quali il tentativo di assassinare il capo della sicurezza di Hamas oppure la scoperta di un altro tunnel costruito da militanti da Gaza per entrare in Israele, non sono stati in grado di ostacolare il processo [di riconciliazione].

Ma per l’uomo della strada gazawi da questo storico accordo non non è scaturito nessun cambiamento concreto. L’offerta di energia elettrica oggi si aggira tra le quattro e le sei ore al giorno. Gli ascensori ancora non funzionano in questa paesaggio urbano di grattacieli, eccetto quando qualcuno mette in funzione i generatori. Il valico di Rafah rimane praticamente chiuso, anche se è rimasto aperto l’altra settimana per pochi giorni. Centinaia di pazienti che hanno urgente bisogno di cure mediche fuori da Gaza, molti per una cura anti cancro, aspettano sia l’approvazione della sicurezza israeliana sia quella per il pagamento delle spese di Ramallah [cioè del governo dell’ANP, ndt.]. Una spedizione di medicinali mandata dall’ANP nella prima metà di novembre è stato il primo segnale concreto che l’aiuto potrebbe essere in arrivo.

Nelle prossime settimane verranno alcune fondamentali verifiche. Il prossimo problema urgente sarà chi pagherà i circa 40.000 impiegati di Gaza assunti fin dalla presa del potere del 2007 – migliaia di dottori, insegnanti, infermieri, ma anche tra loro poliziotti. Presumibilmente questioni sempre più complesse, quali l’integrazione nel lungo periodo degli impiegati pubblici pre e post 2007, le armi, le risorse militari di Hamas, i controlli della sicurezza, le elezioni, qualche forma di governo unitario, procederanno con difficoltà nei loro programmi. Nel frattempo le aspettative e le frustrazioni aumenteranno, con un maggior rischio [di fallimento] per il precario processo.

La popolazione civile di Gaza sarà in ultima analisi quella che garantirà qualunque cambiamento reale e che lo proteggerà da chi vi si oppone, ma ha bisogno di qualcosa che valga la pena di proteggere e si dispera per qualche [piccolo] sostegno. Primo, hanno bisogno della libertà di movimento per potere lasciare Gaza e ritornarci quando vogliono. Secondo, hanno bisogno di energia elettrica almeno 12 ore al giorno. Terzo, occorre ristabilire le indennità dei dipendenti della pubblica amministrazione e rendere stabili i salari, almeno per quegli impiegati che prestano davvero servizi e da cui la gente dipende.

Tutti questi provvedimenti richiedono una dirigenza palestinese, ma non può essere gestita solo dall’ ANP -Israele, Egitto e la comunità internazionale devono fare la loro parte. Infatti un alleggerimento delle restrizioni israeliane sulla movimentazione delle merci dentro e fuori Gaza è il prerequisito per rivitalizzare un’economia morta e darebbero un importante segnale alla gente di Gaza. In parole povere i colloqui al Cairo devono urgentemente tradursi in un miglioramento delle condizioni di Gaza.

Robert Piper is the UN Coordinator for Humanitarian Aid and Development Activities in the Occupied Palestinian Territory

Robert Piper è il Coordinatore degli Aiuti Umanitari e delle Attività di Sviluppo nei Territori Occupati Palestinesi delle Nazioni Unite. (UN Coordinator for Humanitarian Aid and Development Activities in the Occupied Palestinian Territory)

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)

 

 

 

 




Hamas: il coordinamento per la sicurezza con Israele è la principale minaccia all’unità

Middle East Monitor

10 novembre 2017

Ieri Hamas ha detto che il coordinamento per la sicurezza tra l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ed Israele danneggerà gli interessi nazionali palestinesi ed influenzerà negativamente le possibilità di promuovere una riconciliazione nazionale.

In una dichiarazione ufficiale il portavoce di Hamas, Fawzi Barhoum, ha sottolineato che “Hamas è sorpreso dalla ripresa, da parte dell’ANP in Cisgiordania, del coordinamento e della cooperazione per la sicurezza con il nemico sionista, fatto che rappresenta il maggior pericolo per il popolo palestinese, la sua unità ed i suoi legittimi diritti, compreso il diritto a resistere all’occupazione.”

“Il coordinamento per la sicurezza dell’ANP pregiudica la reputazione del popolo palestinese, delle sue lotte e della sua storia”, ha aggiunto.

Barhoum ha chiamato il popolo palestinese a far pressione sull’ANP perché interrompa quelle che ha descritto come azioni “che danneggiano l’interesse nazionale”.

Ha sottolineato che l’ANP deve lavorare per assicurare che i colloqui per la riconciliazione abbiano successo e per promuovere il progetto nazionale palestinese.

Le osservazioni di Hamas sono giunte il giorno dopo che il capo della polizia dell’ANP Hazem Atallah ha comunicato che due settimane fa tutte le forze di sicurezza dell’ANP hanno completamente ristabilito la cooperazione per la sicurezza con Tel Aviv. “E’ per il nostro popolo, per la sicurezza del nostro popolo e per i diritti del nostro popolo”, ha detto.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva interrotto il coordinamento con Israele il 21 luglio, chiedendo che (Israele) rimuovesse i metal detector che aveva installato fuori dal complesso della moschea di Al-Aqsa. Secondo un sondaggio effettuato a settembre dal Centro palestinese di ricerca politica e statistica, circa il 73% dei palestinesi appoggiava la decisione di Abbas.

Di fronte a proteste di massa in tutto il mondo ed al rifiuto dei palestinesi di passare attraverso i metal detector, due settimane dopo Israele ha smantellato le barriere ed ha comunicato che avrebbe installato misure di sicurezza meno invasive. L’agenzia di informazioni Safa [che secondo Israele è legata ad Hamas, ndt.] ha riferito che all’inizio di questa settimana la polizia israeliana ha iniziato a sistemare telecamere ai cancelli della moschea di Al-Aqsa per controllare l’ingresso e l’uscita dei palestinesi dal luogo sacro.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Hamas e Fatah devono cambiare per parlare a nome dei palestinesi

Ramzy Baroud

24 ottobre 2017, Ma’an News

L’accordo di riconciliazione siglato al Cairo il 12 ottobre tra i partiti palestinesi rivali, Hamas e Fatah non è stato un accordo di unità nazionale, almeno non ora. Perché quest’ultima si possa realizzare, il patto avrebbe dovuto rendere prioritari gli interessi del popolo palestinese al di sopra dei programmi di ogni fazione.

La crisi di leadership non è nuova in Palestina. Precede di decenni Fatah e Hamas.

Dalla distruzione della Palestina e dalla creazione di Israele nel 1948, e persino ancora più indietro nel tempo, i palestinesi si sono trovati vincolati al gioco delle potenze internazionali e regionali, senza essere in grado di controllare o persino di esercitare un’influenza [su di esse].

Il più grande risultato di Yasser Arafat, il defunto ed emblematico dirigente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), è stato sapere promuovere un’identità politica palestinese indipendente e un movimento nazionale di cui, sebbene ricevesse il sostegno degli arabi, non si è appropriato nessun particolare Paese arabo.

Gli accordi di Oslo, tuttavia, sono stati la fine di quel movimento. Gli storici potranno discutere se Arafat, l’OLP e Fatah il suo principale partito politico, non avessero nessun altra opzione se non impegnarsi nel cosiddetto “processo di pace”. Tuttavia, a posteriori, possiamo sicuramente sostenere che Oslo è stata la drastica cancellazione di ogni successo politico dei palestinesi, almeno dalla guerra del 1967.

Nonostante la sonora sconfitta dei Paesi arabi da parte di Israele e dei suoi potenti alleati occidentali in quella guerra, è nata la speranza di un nuovo inizio. Israele rivendicò Gerusalemme est, la Cisgiordania e Gaza ma, involontariamente, unificò i palestinesi come nazione, per quanto oppressa ed occupata.

Inoltre le profonde ferite sofferte dai Paesi arabi in conseguenza della disastrosa guerra, diedero ad Arafat e a Fatah l’opportunità di utilizzare i nuovi spazi che si erano aperti in conseguenza del ritiro arabo.

L’OLP, che in origine era gestita dal defunto presidente egiziano, Jamal Abdul Nasser, divenne un organismo esclusivamente palestinese. Fatah, che si era formato pochi anni prima della guerra, divenne il partito che ne prese il comando.

Quando Israele occupò il Libano nel 1982, il suo obiettivo era l’annientamento del movimento nazionale palestinese, specialmente da quando Arafat stava aprendo nuovi canali di dialogo, non soltanto con i Paesi musulmani e arabi, ma anche a livello internazionale. Le Nazioni Unite, insieme ad altre istituzioni internazionali, cominciarono a riconoscere i palestinesi non come rifugiati sfortunati bisognosi di assistenza, ma come un serio movimento nazionale che doveva essere ascoltato e rispettato.

A quel tempo, Israele era ossessionato dall’idea di impedire ad Arafat di trasformare l’OLP in un potenziale governo. Nel breve periodo Israele ottenne il suo principale obiettivo. Arafat fu mandato in Tunisia con la dirigenza del suo partito e gli altri combattenti dell’OLP vennero dispersi nel Medio Oriente, ancora una volta cadendo ostaggi dei capricci e delle priorità arabe.

Tra il 1982 e gli accordi di Oslo del 1993, Arafat combattè per mantenere una certa importanza. L’esilio dell’OLP divenne particolarmente evidente quando i palestinesi scatenarono la Prima Intifada (la rivolta del 1987). Una generazione totalmente rinnovata di dirigenti palestinesi cominciò a profilarsi; fu plasmata un’identità diversa, che venne concepita nelle prigioni israeliane e alimentata nelle strade di Gaza e Nablus. Più aumentavano i sacrifici e il numero di morti, più cresceva quel senso [di appartenenza] a un’identità collettiva.

Il tentativo dell’OLP di appropriarsi dell’Intifada fu una delle principali cause del perché la sollevazione alla fine si spense. La conferenza di Madrid nel 1991 fu la prima volta in cui i veri rappresentanti de popolo palestinese dei Territori Occupati avrebbero occupato una tribuna internazionale per parlare a nome dei palestinesi in patria.

Quel sostegno ebbe breve vita. Alla fine Arafat e Mahmoud Abbas (oggi il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese – ANP) negoziarono in segreto un accordo alternativo a Oslo. L’accordo mise ampiamente da parte l’ONU e permise agli Stati Uniti di reclamare la sua posizione di autoproclamato “ mediatore imparziale” in un “processo di pace” sponsorizzato dagli USA.

Mentre ad Arafat e alla fazione tunisina venne permesso di ritornare per governare i palestinesi sotto occupazione con un mandato limitato concesso dal governo e dall’esercito israeliani, la società palestinese cadde in uno dei suoi più dolorosi dilemmi dopo molti anni.

Mentre l’OLP , che rappresentava tutti i palestinesi, veniva messa da parte per fare spazio all’ANP, che rappresentava gli interessi solo di una fazione all’interno di Fatah in una ridotta zona autonoma, i palestinesi vennero divisi in gruppi.

Infatti, il 1994, che vide la nascita ufficiale dell’ANP, fu l’anno nel quale è realmente iniziato l’attuale conflitto palestinese. L’ANP, sotto la pressione di Israele e degli USA, represse i palestinesi oppositori di Oslo e che legittimamente respingevano il “processo di pace”.

La repressione coinvolse molti palestinesi che avevano avuto un ruolo di primo piano durante la Prima Intifada. La mossa di Israele funzionò alla perfezione. La dirigenza palestinese in esilio fu fatta ritornare per reprimere la dirigenza dell’Intifada, mentre Israele stava in disparte e assisteva al triste spettacolo.

Hamas, che era lui stesso un prodotto della Prima Intifada, si trovò a scontrarsi frontalmente con Arafat e la sua autorità. Per anni Hamas si è posizionato come maggior gruppo dell’opposizione che respingeva la normalizzazione con l’occupazione israeliana. Ciò conquistò ad Hamas un’ ampia popolarità tra i palestinesi, specialmente quando divenne chiaro che Oslo era stato un inganno e che il “processo di pace” stava andando verso un punto morto.

Quando Arafat morì, dopo avere passato anni a Ramallah sotto l’assedio dell’esercito israeliano, salì al potere Abbas. Tenendo presente che Abbas era la mente che stava dietro Oslo e della sua mancanza di carisma e di capacità dirigenziali, Hamas prese l’iniziativa con una manovra politica che si è dimostrata onerosa: partecipò alle elezioni legislative per l’ANP nel 2006. Peggio ancora, le vinse.

Emergendo come il principale partito politico in un’elezione che era in sé il risultato di un processo politico che Hamas aveva vigorosamente respinto per anni, Hamas divenne una vittima del proprio successo.

Come c’era da aspettarsi, Israele si mosse per punire i palestinesi. In seguito alle richieste ed alle pressioni degli USA, l’Europa fece lo stesso. Il governo di Hamas venne boicottato, Gaza venne sottoposta a un continuo bombardamento da parte di Israele e le casse palestinesi iniziarono a prosciugarsi.

Nell’estate del 2007 ne seguì una breve guerra civile tra Hamas e Fatah , con centinaia di morti e la separazione politica e amministrativa di Gaza dalla Cisgiordania.

Ufficialmente, i palestinesi hanno avuto due governi, ma nessun Stato. Che un promettente progetto di liberazione nazionale abbia abbandonato la liberazione e si sia concentrato principalmente a regolare i conti in sospeso [fra] le fazioni mentre milioni di palestinesi soffrivano l’assedio e l’occupazione militare e milioni ancor più soffrivano l’angoscia e l’umiliazione dello “shattat” – l’esilio dei rifugiati all’estero, è stata una beffa.

Molti tentativi sono stati fatti e sono falliti per riconciliare i due partiti negli ultimi 10 anni. Sono falliti principalmente perché, ancora una volta, i dirigenti palestinesi hanno affidato il processo decisionale alle potenze regionali e internazionali. L’epoca d’oro dell’OLP è stata sostituita dagli anni bui delle divisioni di fazione.

Tuttavia, il recente accordo di riconciliazione al Cairo non è il risultato di un nuovo impegno nei confronti del progetto nazionale palestinese. Sia Hamas che Fatah sono a corto di alternative. La loro politica regionale è stata un fallimento, e il loro programma politico ha smesso di essere convincente per i palestinesi, che si sentono orfani e abbandonati.

Perché l’unità Hamas -Fatah possa diventare una reale unità nazionale vanno cambiate completamente le priorità, in modo che gli interessi dei palestinesi, tutti, ovunque siano, divengano ancora una volta di primaria importanza, al di sopra degli interessi di una fazione o due, alla ricerca di una limitata legittimità, di una falsa sovranità e di sussidi americani.

Ramzy Baroud is an internationally syndicated columnist, author, and the founder of PalestineChronicle.com. His latest book is My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story.

Ramzy Baroud è un editorialista, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com stimato a livello internazionale. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza.”

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Hamas ribadisce: il braccio armato non è oggetto di discussione nei colloqui di riconciliazione

Ma’an News

7 ottobre 2017

GAZA (Ma’an) – Un portavoce del movimento Hamas ha ribadito sabato che il futuro del braccio armato del gruppo non è oggetto di discussione nei colloqui di riconciliazione che stanno per iniziare con il movimento Fatah, previsti per martedì al Cairo.

Hazem Qassem ha detto a Ma’an che “le armi della resistenza sono legali. Servono a proteggere i palestinesi e liberare le loro terre (dall’occupazione israeliana) – perciò questo non dovrebbe essere un argomento di discussione.”

Il portavoce di Hamas ha detto che in realtà ciò che dovrebbe essere discusso è il “rafforzamento” del potere di Hamas in quanto movimento di resistenza armata.

Comunque Qassem ha affermato che tutti gli argomenti che “ostacolano la riconciliazione” dovrebbero essere discussi martedì, compresa l’assunzione del controllo della Striscia di Gaza da parte del Governo di Consenso Nazionale; poi lo spostamento dell’attenzione della riconciliazione da Gaza alla Cisgiordania; ed infine lo svolgimento di elezioni presidenziali, legislative e del Consiglio Nazionale per governare entrambe le parti dei territori occupati.

Giovedì Hamas ha detto che il governo palestinese di consenso nazionale era subentrato ufficialmente al movimento come autorità amministrativa nella Striscia di Gaza sotto assedio, che è stata governata de facto da Hamas dal 2007.

Fatah, il partito principale del governo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) nella Cisgiordania occupata, ed Hamas sono stati coinvolti in un conflitto fin dalla vittoria di Hamas nelle elezioni legislative del 2006, scatenando una lotta violenta tra I due movimenti, con il consolidamento da parte di Hamas, un anno dopo, del suo controllo sul territorio.

Il primo ministro palestinese Rami Hamdallah ha detto al consiglio dei ministri, che si è riunito per la prima volta in tre anni a Gaza martedì, che il suo governo assumerà la piena responsabilità di tutti i settori della vita a Gaza “in totale coordinamento e partnership con tutte le fazioni e le forze palestinesi.”

Tuttavia, il controllo sulla sicurezza da parte di Hamas e la sua natura di movimento di resistenza armata ha costituito un ostacolo per l’ANP, che coopera con Israele sulle questioni connesse alla sicurezza, come stabilito negli accordi di Oslo – una politica ripetutamente condannata da Hamas, che accusa l’ANP di prendere di mira i suoi aderenti in Cisgiordania arrestandoli per ragioni politiche ed in coordinamento con Israele.

Poiché Hamas ha invitato il governo di consenso a prendere il controllo di Gaza, il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha detto di non essere disponibile ad accettare che Hamas mantenga il suo braccio armato, le Brigate Izz al-Din al-Qassam. “Non accetterò che si riproduca l’esperienza di Hezbollah in Libano” a Gaza, ha detto Abbas in un’intervista con i media egiziani. Hezbollah fa parte del governo libanese, ma conserva il proprio esercito.

Abbas ha detto che, nonostante il suo “forte desiderio di vedere andare in porto questa riconciliazione”, questo non avverrà a meno che l’ANP non “governi la Striscia di Gaza esattamente come governa la Cisgiordania.”

I passaggi sul confine, la sicurezza e tutti i ministeri devono essere sotto il nostro controllo”, pare abbia detto. Hamas tuttavia ha detto più volte che consegnare le armi non è oggetto di discussione nel processo di riconciliazione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Nonostante l’opposizione di Netanyahu, la riconciliazione dei palestinesi è nell’interesse di Israele

Amira Hass

4 ottobre 2017,Haaretz

Israele ha molte ragioni per opporsi ai colloqui tra Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese, ma il disastro umanitario ed ambientale di Gaza gli fornisce ragioni per appoggiarli.

Martedì Israele non ha cercato di impedire che importanti funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese entrassero nella Striscia di Gaza, viaggiando su auto che portavano targhe palestinesi. Se fossimo stati cinici avremmo detto che Israele ha deciso di non impedire questa mossa – che compromette la sua strategia a lungo termine, che risale al 1991, di isolare la popolazione di Gaza da quella della Cisgiordania – perché è un film già visto.

In altre parole, il profondo disaccordo tra i due partiti rivali al potere, Fatah e Hamas – soprattutto sulle armi e sui servizi di sicurezza – farà il lavoro per lui, e in fin dei conti impedisce che la frattura interna palestinese venga sanata. Quindi, perché Israele dovrebbe recitare la parte del cattivo?

In realtà il primo ministro Benjamin Netanyahu ha espresso pubblicamente opposizione alla riconciliazione solo dopo che il posto di controllo di Erez era stato aperto alla numerosa delegazione proveniente dalla Cisgiordania. Allo stesso modo il ministro della Difesa Avigdor Lieberman [del partito di estrema destra “Israele è casa nostra”, ndt.] ha evitato di ordinare all’amministrazione di contatto [tra Israele e l’ANP, ndt.] dell’esercito di fare quello che fa così bene – rimandare il rilascio dei permessi di uscita dalla Cisgiordania.

Ma si può sempre sperare che qualcuno in Israele comunque capisca che la priorità assoluta ora sia evitare che Gaza precipiti in un disastro ambientale ed umanitario ancora peggiore di quello in cui già si trova. E ciò è possibile solo alle seguenti condizioni: Israele deve porre fine alle restrizioni sull’importazione di materiali da costruzione e di materie prime; il meccanismo per la ricostruzione delle infrastrutture, che richiede un complesso coordinamento con le forze di sicurezza israeliane e con gli Stati donatori, deve essere semplificato e snellito; le lotte interne palestinesi sulla riscossione delle imposte e sulle fatture dell’elettricità devono finire.

Tutto ciò è possibile solo se i palestinesi hanno un governo unico, e solo se questo governo è accettato – e non solo in parte o nel solito modo riluttante – da Israele, dagli Stati donatori e dalle organizzazioni dell’aiuto internazionale, innanzitutto dalle Nazioni Unite. E questo governo può essere solo l’Autorità Nazionale Palestinese.

Nonostante lo neghi, su Israele ricade la principale responsabilità per la disastrosa situazione di Gaza. Ma adesso non importa. Adesso è necessario andare oltre i soliti cliché sul “finanziamento del terrorismo” e sul presidente palestinese Mahmoud Abbas che “si unisce a un’organizzazione terroristica assassina,” come ha detto martedì il ministro dell’Educazione Naftali Bennet [del partito di estrema destra dei coloni “Casa Ebraica”, ndt.]. Adesso è necessario agire.

Non c’è più tempo, la fornitura di energia a Gaza deve essere immediatamente aumentata, e in misura superiore a quella che era prima dei tagli della fornitura da parte di Israele su richiesta di Abbas. Israele deve fornire a Gaza altre decine di milioni di metri cubi d’acqua.

Non è solo nell’interesse dei palestinesi. Anche Israele ha interesse che le acque reflue di Gaza vengano trattate invece di essere scaricate in mare, che l’acquifero di Gaza non collassi e che i suoi residenti abbiano cure mediche adeguate. Anche Israele ha interesse nella prevenzione di epidemie a Gaza.

Per Hamas, come movimento politico che vede se stesso come il vero rappresentante di tutti i palestinesi (a Gaza, in Cisgiordania e nella diaspora), cedere il controllo di Gaza è nei suoi stessi interessi, anche se perdesse i centri di potere e il controllo che si era abituato ad avere nell’ultimo decennio. I dirigenti di Hamas Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh sono entrambi nati a Gaza e ci vivono ancora, per cui hanno fatto esperienza diretta del suo disastro umano ed ambientale. Sanno che la loro organizzazione non può continuare a condurre i propri esperimenti di gestione a spese del benessere del suo popolo.

Le iniziative punitive che Israele ed i Paesi occidentali hanno preso contro il governo eletto di Hamas immediatamente dopo la sua costituzione 11 anni fa consentono all’organizzazione di cedere le chiavi del potere senza ammettere pubblicamente la sconfitta. In Cisgiordania e nella diaspora – anche se, per ovvie ragioni, non a Gaza – in effetti i palestinesi ammirano la sua scelta di armarsi e di affrontare militarmente Israele. Questo potrebbe essere sufficiente perché Israele si opponga alla riconciliazione, se la minacciosa previsione dell’ONU secondo cui Gaza entro il 2020 sarà inabitabile non incombesse sulle nostre teste.

Perché l’ANP e il suo partito di governo Fatah vogliono prendersi l’ingrato compito di governare la crisi di Gaza? Finora sembra abbiano dei problemi a dimostrare che lo stiano facendo per senso di responsabilità nazionale piuttosto che per ragioni personali o di fazione. Alcuni abitanti di Gaza hanno detto che la delegazione di Ramallah [sede del governo dell’ANP, ndt.] è entrata come se si trattasse di vittoriosi conquistatori.

Abbas ha già cercato di rovinare l’atmosfera con i suoi modi riluttanti e le precondizioni che ha posto ad Hamas in un’intervista televisiva lunedì, compreso il disarmo e la fine del coinvolgimento del Qatar a Gaza. I gazawi credono che avrebbe potuto fare le cose in modo diverso, lasciando le condizioni a dopo l’inizio dei negoziati. Abbas sta facendo dubitare la gente che Fatah, o almeno lui stesso, voglia veramente consentire la riconciliazione e togliere le sanzioni che ha imposto a Gaza.

Evitare che Gaza precipiti in un disastro peggiore è una ragione per cui l’ANP ha intenzione di riconciliarsi. Un’altra possibile spiegazione è un rinnovato tentativo diplomatico di ottenere che lo “Stato di Palestina” venga accolto come membro a pieno titolo dell’ONU.

Facendo richieste alla comunità internazionale, comprese richieste di fare pressione su Israele, Abbas e i suoi successori devono dimostrare di rappresentare tutto il popolo dei territori occupati nel 1967. Rinunciare a Gaza, anche se è più conveniente dal punto di vista finanziario, indebolisce la sua posizione di apertura diplomatica.

Il palese coinvolgimento dell’Egitto nel processo di riconciliazione fornisce il vento in poppa all’ANP e invia un segnale ad Israele: come in passato, e a dispetto dei desideri di Israele, l’Egitto non ha intenzione di lasciare che Gaza venga annessa ad esso o staccata dal resto della popolazione palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)