1

La diplomazia di Trump / Netanyahu: Orientalismo con un altro nome [intervista a Richard Falk]

Javad Heiran-Nia

1 febbraio 2020 – wordpress.com

Articolo basato sull’intervista di Javad Heiran-Nia a Richard Falk [professore emerito di diritto internazionale presso la Princeton University, ex relatore delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori occupati e autore di numerosi libri, tra cui Chaos e Counterrevolution: After the Arab Spring, ndtr.] sull’ “accordo del secolo”.

1-Trump l’ha dichiarato alla presentazione dell’ “accordo del secolo” e ha insistito sul fatto che queste proposte siano un equo piano per la pace. Pensa che il piano soddisfi gli interessi dei palestinesi?

Questo cosiddetto contributo alla “pace” richiede che la Palestina rinunci ai suoi diritti fondamentali e accetti una condizione permanente di sottomissione e vittimizzazione. È talmente a favore di Israele da far pensare che sia stato ideato per garantirne il rifiuto immediato e definitivo da parte dei rappresentanti del governo e dell’opinione pubblica palestinesi. Il piano non è altro che un gioco di potere geopolitico sotto mentite spoglie, orchestrato da Netanyahu e Trump per promuovere i propri programmi politici e salvaguardare le proprie posizioni di governo, attualmente sotto attacco sia in Israele che negli Stati Uniti.

Il piano di Trump perpetua, istituzionalizza, acuisce e cerca di legittimare l’attuale stato di apartheid israeliano, e pretende anche di estenderne la protezione legale conferendo la sovranità israeliana alle terre rubate, quei territori palestinesi che hanno languito sotto l’occupazione e una continua serie di usurpazioni israeliane dal 1967. Il piano riduce la legittima presenza palestinese dal 22% sotto occupazione dopo la guerra del 1967 a un residuo 15%, essenzialmente le comunità palestinesi nelle città della Cisgiordania e alcune terre inabitabili nel Negev occidentale. 

2-Uno degli obiettivi di Trump nel proporre il piano è di aiutare Netanyahu a risolvere i propri problemi interni. Può aiutare Netanyahu a mantenere il potere in Israele, visto che potrebbe essere processato?

Sembra esprimere l’opinione, probabilmente popolare presso alcuni elettori in Israele, che Netanyahu è stato in grado di forzare la mano a Trump come nessun altro politico israeliano avrebbe potuto fare, abbastanza da raggiungere quasi tutto ciò che il movimento sionista avrebbe mai sognato di realizzare: una soluzione di fatto con uno Stato unico che sottopone permanentemente tutta la Palestina al controllo diretto e indiretto di Israele, dichiarato dalla Legge Fondamentale israeliana del 2018 Stato-Nazione esclusivamente del popolo ebraico, cancellando i diritti e la parità per le minoranze non ebree. Quello che viene chiamato “uno Stato” nel testo del piano non è uno Stato come previsto dalla diplomazia, in quanto vi vengono negati i diritti elementari di uno Stato sovrano ai sensi del diritto internazionale, costringendo i palestinesi che vivono sotto l’occupazione a condizioni permanenti come quelle di Gaza ed escludendo cinque milioni di rifugiati palestinesi, negando loro il diritto al ritorno ovunque abitassero prima di diventare profughi. 

3-Cosa dovrebbero fare i palestinesi per opporsi a questo piano?

Alzare la voce alle Nazioni Unite e altrove per chiarire che il piano è una farsa e una frode e, peggio ancora, un crimine internazionale; manifestare con risolutezza e con slogan efficaci, anche sulla vergogna dei Paesi arabi che hanno mostrato sostegno all’accordo; incoraggiare la campagna BDS a esercitare la massima pressione; chiedere ai governi e alle Nazioni Unite di imporre sanzioni; chiedere la conferma legale dei diritti dei palestinesi presso la Corte Penale Internazionale dell’Aia; insistere su un nuovo quadro diplomatico per affrontare il conflitto israelo-palestinese senza la guida distorta e assurdamente di parte fornita dagli Stati Uniti per molti anni, compreso il periodo pre-Trump. È più che mai chiaro che i diritti dei palestinesi saranno ottenuti solo attraverso una lotta risoluta, isolando Israele, con le pressioni della solidarietà globale e accusando il governo israeliano e i suoi leader di avere imposto politiche criminali.

4-Perché Paesi arabi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrein, Egitto hanno accettato il piano? 

Per due ragioni principali: 1) quei governi arabi sono minacciati dai movimenti per la democrazia, in particolare tra gli arabi, e temono che il raggiungimento dell’autodeterminazione palestinese destabilizzi i loro oppressivi sistemi di governo; 2) per assicurarsi il sostegno continuo alle priorità regionali sunnite e anti-iraniane da parte della presidenza Trump.

Tale accordo tra le élite al governo non riflette affatto i sentimenti popolari in quei Paesi, i cui popoli continuano a sostenere fortemente la lotta palestinese, ma non sono in grado di influenzare i loro governi autocratici. 

5. Questo piano è in contraddizione con le risoluzioni delle Nazioni Unite e non vi è stata alcuna consultazione con la parte palestinese. In che modo gli Stati Uniti e Israele lo faranno accettare alla Palestina?

 Il piano Trump non solo ignora il diritto internazionale, ma contempla proposte che violano in modo flagrante e sprezzante disposizioni fondamentali come il divieto di acquisizione di territorio con la forza, ribadito nella risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza. Inoltre, istituzionalizzando un regime di governo oppressivo che si basa sulla discriminazione razziale, il piano istituzionalizza l’apartheid, definito come “un crimine contro l’umanità” nell’articolo 7 (j) dello Statuto di Roma che regola le attività della Corte Penale Internazionale.

Israele e gli Stati Uniti dovranno prima accettare di smantellare le caratteristiche di apartheid dello Stato israeliano come presupposto essenziale del processo diplomatico verso una pace sostenibile e giusta, che rifletta un impegno per la parità di ebrei e arabi, di israeliani ebrei e palestinesi. Senza soddisfare questa condizione preliminare ad un processo di pace, è illusorio aspettarsi la fine di un conflitto su terra e diritti che dura da più di un secolo. 

 6. Trump definisce giusto il piano, anche se viola i diritti del popolo palestinese. Questo piano è concretizzabile?

Il piano è così evidentemente ingiusto che si potrebbe pensare sia stato progettato per fallire, un risultato già prefigurato dal rifiuto quasi unanime dei palestinesi. Pertanto, l’approccio di Trump / Netanyahu si basa apparentemente sulla capacità di imporre una soluzione al popolo palestinese e di etichettarla come “pace”. Visto più realisticamente, il piano è un mero tentativo di dichiarare unilateralmente la vittoria israeliana e di far credere al mondo che la lotta palestinese sia una causa persa, sperando che una specie di provvedimento truffaldino faccia sì che se i palestinesi ammetteranno la sconfitta e faranno una dichiarazione formale di resa politica, la loro vita migliorerà se misurata in base alla situazione economica. Le misure offerte ai palestinesi nel loro complesso assomigliano a ciò che il popolo di Gaza ha sopportato dal 2007 e a ciò che è stato tentato dall’apartheid sudafricano nelle sue ultime fasi attraverso l’istituzione di bantustan assediati e impotenti in aree remote del Paese in cui alla popolazione africana era richiesto di vivere nella miseria e nell’umiliazione. Nel mondo post-coloniale un tale progetto è la ricetta per una lotta violenta e non deve essere confuso con autentici tentativi di passare di comune accordo dalla guerra alla pace o dall’oppressione alla democrazia costituzionale. L’” accordo del secolo” si rivela essere orientalismo coi muscoli!

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Perché di fronte al piano di Trump gli Stati arabi si sono “divisi”?

Farah Najjar

31 gennaio 2020 – Al Jazeera

Diversi Paesi che attraversano sconvolgimenti sociali ed economici e percepiscono l’Iran come minaccia non riescono a contestare il piano di Trump.

Le reazioni divergenti tra gli Stati arabi al cosiddetto piano per il Medio Oriente del presidente degli Stati Uniti Donald Trump non sono state una sorpresa, affermano gli analisti, osservando che il motivo principale del sostegno – forte o discreto che sia – è quello di garantire il sostegno a Washington contro un comune nemico nella regione, l’Iran.

Dicono che ciò è indicativo anche delle divergenze tra Paesi arabi e dell’impossibilità per alcuni, nelle loro relazioni con l’amministrazione Trump, di dare la priorità alla situazione del popolo palestinese rispetto alle agende economiche nazionali e ai calcoli politici.

Che non ci sia stato un ripudio compatto e deciso del piano di Trump presentato martedì segnala la volontà di alcuni Stati arabi di normalizzare i propri rapporti con Israele, per garantire un “fronte unito” contro le presunte minacce dell’Iran.

“Il breve conflitto militare USA-Iran a gennaio [a seguito dell’assassinio del generale Qassem Soleiman. ndtr.] ha convinto alcuni Paesi del Golfo che Washington è il loro unico protettore”, ha detto ad Al Jazeera Ramzy Baroud, scrittore e giornalista palestinese.

“Alcuni fra gli arabi hanno completamente abbandonato la Palestina e stanno abbracciando Israele per difendersi da una immaginaria minaccia iraniana”, ha detto Baroud.

Negli ultimi anni alcuni Paesi del Golfo come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, che tradizionalmente sostenevano la causa palestinese, hanno cercato di ingraziarsi Israele perché vedono l’Iran come la maggiore minaccia nella regione.

Penso che ciò che è successo sia che queste persone abbiano adottato l’approccio secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico”, ha detto ad Al Jazeera Diana Buttu, analista ed ex consulente legale dei negoziatori di pace palestinesi.

“E non dovrebbe essere necessario neutralizzare l’Iran, o occuparsi dell’Iran … finirebbe per essere a spese dei palestinesi”, ha detto.

Stato di decadenza morale”

Trump, insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha presentato la sua proposta alla Casa Bianca ad un pubblico filoisraeliano. Tra i presenti alla riunione inaugurale c’erano gli ambasciatori del Bahrain, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman.

Muscat [capitale dell’Oman, ndtr.], che ha tradizionalmente condotto una politica estera neutrale, nel 2018 con una mossa a sorpresa ha ricevuto Netanyahu, prima visita in Oman di un leader israeliano in oltre due decenni.

Mentre l’Arabia Saudita ha affermato di apprezzare gli sforzi di Trump e ha auspicato colloqui diretti israelo-palestinesi, l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, Yousef al-Otaiba, ha dichiarato che il piano “offre un importante punto di partenza per un ritorno ai negoziati all’interno di un quadro internazionale guidato dagli Stati Uniti.”

L’Egitto ha seguito l’esempio, sollecitando “un attento e approfondito esame del progetto statunitense”, mentre la Giordania ha messo in guardia contro “l’annessione delle terre palestinesi”. Amman custodisce il complesso della moschea Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata, considerato il terzo sito santo dell’Islam.

Nonostante alcuni di questi Paesi si siano sempre opposti alla crescente influenza dell’Iran nella regione, in passato avevano preso posizioni più forti contro la politica israeliana in Palestina.

Da quando ha assunto la carica il 20 gennaio 2017, Trump è apparso sostenitore dichiarato di Israele e Netanyahu e delle loro politiche anti-palestinesi, che includono una serie di misure criticate come “razziste” e “discriminatorie”.

In particolare, il controverso riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele e il trasferimento dell’ambasciata nel 2018 hanno suscitato una condanna unanime da parte dei leader arabi, mentre i leader palestinesi, che vedono Gerusalemme Est come capitale del loro futuro Stato, hanno affermato che gli Stati Uniti non sono più un mediatore onesto nei negoziati.

L’amministrazione Trump ha anche dichiarato che non considera più illegali gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est, invertendo decenni di politica americana – una mossa contrastata con forza da palestinesi e associazioni per i diritti.

Washington ha anche chiuso gli uffici della missione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a Washington per il rifiuto dell’autorità palestinese di avviare colloqui con Israele guidati dagli Stati Uniti.

A queste mosse contro il popolo palestinese e la sua leadership, le Nazioni arabe hanno reagito condannando apertamente le politiche USA-israeliane come violazioni del diritto internazionale, specialmente in merito allo status di Gerusalemme e al trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv.

“Penso che il valore simbolico di Gerusalemme renda più difficile per gli Stati legati agli USA andare contro l’opinione pubblica”, ha affermato Sam Husseini, direttore dell’Institute of Public Accuracy [Istituto per il contrasto alla falsa informazione, ndtr] con sede a Washington.

“È più facile abbandonare i palestinesi come popolo”, ha detto.

Analogamente, Baroud ha affermato che il sostegno al piano di Trump con il conseguente abbandono del popolo palestinese riflette lo “stato di decadenza morale e la disunione del mondo politico arabo”.

“Da un lato, cercano timidamente di mostrare il loro sostegno ai palestinesi, ma dall’altro non vogliono trovarsi in uno scontro politico con Washington e i suoi alleati”, ha detto.

Alaa Tartir, consulente politico di Al-Shabaka: Palestinian Policy Network [rete politica palestinese, ndtr.] afferma che i Paesi arabi non vogliono sfidare gli Stati Uniti.

“In assenza di una potente Lega di Stati arabi … i singoli Stati arabi danno priorità al proprio programma, ai propri bisogni e alle aspirazioni e ambizioni nella regione “, ha detto Tartir ad Al Jazeera.

“Dire un ‘no’ diretto all’amministrazione americana avrebbe conseguenze che molti Stati arabi non sono disposti a sostenere”, ha osservato.

Dipendenza dagli Stati Uniti”

La proposta di Trump ha tolto di mezzo i palestinesi e viola la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che invitava Israele a ritirare le sue forze dai territori occupati nella guerra dei Sei Giorni, e auspicava anche il ritorno dei rifugiati

Prevede l’annessione israeliana di vaste aree della Cisgiordania occupata, compresi gli insediamenti illegali e la Valle del Giordano, offrendo a Israele un confine orientale definitivo lungo il fiume Giordano.

Per contrastare il piano, gli Stati arabi dovrebbero elaborare un “piano e una visione operativa parallela e dettagliata”, ha affermato Tartir.

“Potrebbero iniziare un processo di riforma delle istituzioni di governance globale; e investire in procedure e norme internazionali per rafforzare quella governance di fronte alle continue violazioni americane-israeliane”.

Ma la maggior parte degli Stati arabi è intrappolata in una sequenza di “frammentazione, polarizzazione, debolezza” e, soprattutto, “dipendenza dall’amministrazione americana”, ha affermato Tartir, riferendosi agli sconvolgimenti sociali ed economici in diversi Paesi della regione.

Alcuni dipendono dagli Stati Uniti per mantenere il potere politico; altri, come la Giordania e l’Egitto, dipendono anche dai finanziamenti statunitensi – entrambi i Paesi sono tra i principali beneficiari degli aiuti statunitensi.

Dal 1979, l’Egitto ha ricevuto aiuti per una media di 1,6 miliardi di dollari l’anno, la maggior parte dei quali è stata destinata all’esercito. Il finanziamento statunitense è stato brevemente sospeso durante l’amministrazione del presidente Barack Obama in seguito al colpo di stato militare del 2012.

Amman e il Cairo, stretti alleati degli Stati Uniti e uniche Nazioni arabe ad avere legami diplomatici con Israele, sembrano essere economicamente troppo fragili per contrastare le politiche di USA e Israele nella regione.

“Parlare di potere politico arabo e di una eventuale unità a difesa dei diritti dei palestinesi sembra del tutto incompatibile con l’attuale natura della realtà politica”, ha osservato Baroud.

“I diritti del popolo palestinese e, diciamolo, i diritti dei popoli arabi al momento non incidono minimamente sull’agenda politica araba”, ha affermato.

(Traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)