1

In seguito ad informazioni fuorvianti, Fadwa Barghouthi conferma la fine dello sciopero della fame di massa

29 maggio 2017, Ma’an

Betlemme (Ma’an) – Dopo che lunedì mattina sono state divulgate informazioni secondo cui due giorni dopo la fine dello sciopero il leader dello sciopero della fame di massa Marwan Barghouthi stava ancora rifiutando i pasti nella prigione israeliana, il Comitato Palestinese per le Questioni dei Prigionieri e la moglie di Barghouthi, Fadwa, hanno smentito queste notizie ed hanno affermato che lo sciopero della fame è stato effettivamente interrotto totalmente.

Lunedì mattina l’agenzia di notizie Al Jazeera in arabo, citando una dichiarazione congiunta presumibilmente rilasciata dallo stesso Comitato gestito dall’ Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e dall’ong locale “Associazione dei Prigionieri Palestinesi” (PPS), ha informato che Marwan Barghouthi avrebbe rifiutato di sospendere il suo sciopero della fame finché non fosse stato rimandato alla prigione di Hadarim e potesse avere la conferma che tutti i prigionieri in sciopero della fame trasferiti dall’inizio dello sciopero fossero stati riportati anche loro nelle prigioni di provenienza. Il reportage faceva intendere che fino a lunedì mattina Barghouthi non aveva interrotto il suo sciopero.

Tuttavia la moglie di Marwan, Fadwa Barghouthi, ha spiegato che l’informazione di Al Jazeera era fuorviante, spiegando che “il leader dello sciopero della fame sarebbe stato l’ultimo a porre fine allo sciopero della fame dopo essersi assicurato che tutto fosse in regola riguardo agli altri scioperanti,” ed ha confermato che, dopo che è stato raggiunto un accordo, suo marito è stato riportato alla prigione di Hadarim.

Dal primo giorno dello sciopero della fame, Barghouthi è stato messo in isolamento nella prigione di Jalama, e poi in quella di Ashkelon per partecipare ai negoziati finali.

Commentando l’informazione del reportage di Al Jazeera, Fadwa ha detto: “E’ stata una questione di pragmatica e non si dovrebbe intendere nel senso che Marwan continua lo sciopero della fame.”

Fadwa ha aggiunto che “finora non mi è stato permesso di incontrare Marwan ed il Servizio Penitenziario Israeliano prevede che il suo avvocato, per poterlo visitare, debba ottenere un permesso dell’ufficio giudiziario del governo israeliano.”

Le sue dichiarazioni sono state confermate dal direttore dell’ufficio di Betlemme del Comitato per i Detenuti Munqith Abu Atwan, che ha detto a Ma’an che Barghouthi ha rifiutato di alimentarsi prima di essere certo che i prigionieri che hanno fatto lo sciopero della fame fossero stati riportati nelle carceri da cui erano stati spostati.

“Barghouthi ha guidato i negoziati che hanno portato alla decisione di porre fine allo sciopero della fame, ma ha informato il Comitato per le Questioni dei Prigionieri che non avrebbe mangiato finché tutti i prigionieri in sciopero della fame non fossero al sicuro e avessero iniziato a nutrirsi per primi, per essere sicuro che il Servizio Penitenziario Israeliano non infliggesse nessuna punizione ai detenuti,” ha detto.

In precedenza il Comitato aveva informato che la fine dello sciopero della fame era arrivata dopo 20 ore di negoziati con il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), che hanno visto l’IPS accettare l’80% delle richieste dello sciopero.

Lunedì, in una conferenza stampa a Ramallah, alla presenza del capo della PPS Qaddura Fares e del capo della Commissione di Controllo delle questioni dei detenuti Amin Shoman, il presidente del Comitato Issa Qaraqe ha annunciato formalmente il risultato dello sciopero della fame.

Tuttavia un portavoce dell’IPS ha negato quanto riferito dal Comitato a Ma’an, e ha affermato che l’unico risultato dello sciopero è stato il ripristino delle visite dei familiari due volte al mese per i prigionieri, in conseguenza di un accordo fatto tra l’ANP e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), in base al quale l’ANP finanzierà la seconda visita, che era stata in precedenza finanziata dall’ICRC, finché l’organizzazione internazionale non l’ha sospesa lo scorso anno.

Va osservato che nell’agosto 2016 il PPS ha affermato che il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva già approvato la decisione di coprire tutte le spese per la seconda visita. A quanto pare, dalla sospensione dello sciopero l’unica dichiarazione rilasciata dai dirigenti in prigione, a parte gli aggiornamenti di Barghouthi trasmessi dall’ANP e dalla sua famiglia, è arrivata dal segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) [storico gruppo palestinese della sinistra marxista, ndtr.] in prigione Ahmad Saadat, che si era unito allo sciopero a 17 giorni dal suo inizio.

Domenica Saadat, in assenza di una dichiarazione ufficiale della dirigenza dello sciopero, ha diffuso caute felicitazioni agli scioperanti per la loro apparente vittoria, in quanto informazioni relative al risultato dello sciopero finora sono state diffuse solo dal Comitato diretto dall’ANP e dall’IPS.

“Mentre è troppo presto per fornire una valutazione finale dei risultati dello sciopero prima delle dichiarazioni ufficiali dei dirigenti dello sciopero, possiamo dire chiaramente che l’incapacità dell’occupante di spezzare o di limitare lo sciopero è una vittoria per i prigionieri e per la loro volontà e determinazione di continuare la lotta,” ha scritto in una dichiarazione, pubblicata domenica dalla rete palestinese di solidarietà con i detenuti “Samidoun”, dal carcere di Ramon, in Israele.

Saadat ha evidenziato che “lo scontro non finisce con lo sciopero, al contrario deve continuare per rafforzare, ampliare e costruire sui risultati dello sciopero.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Dopo 40 giorni i palestinesi interrompono lo sciopero della fame di massa nelle prigioni israeliane

27 maggio 201, Ma’an

BETLEMME (Ma’an) – All’alba di sabato, centinaia di palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane hanno interrotto uno sciopero della fame di massa durato 40 giorni, dopo aver raggiunto un accordo con il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), che ha ripristinato le visite dei famigliari dei prigionieri due volte al mese. I leader palestinesi hanno plaudito alla “vittoria” dei prigionieri, dicendo che l’accordo rappresenta “un passo importante verso il pieno rispetto dei diritti dei prigionieri palestinesi.”

Il capo del Comitato palestinese per le questioni dei prigionieri Issa Qaraqe e il capo della Associazione palestinese per i prigionieri (PPS) Qaddura Fares hanno detto in un comunicato congiunto che i prigionieri hanno sospeso lo sciopero, denominato “Libertà e Dignità”, in seguito ad oltre 20 ore di trattative tra l’IPS e Marwan Barghouthi – il leader di Fatah incarcerato, che è stato il principale dirigente dello sciopero di massa, ed altri leader dei prigionieri nel carcere di Ashkelon.

Il comunicato ha aggiunto che gli ufficiali dell’IPS hanno annunciato la fine dello sciopero dopo aver negoziato con Barghouthi, con cui l’IPS aveva insistentemente rifiutato di parlare per tutta la durata dello sciopero, in quanto gli scioperanti avevano respinto le trattative senza la presenza di Barghouthi.

La dichiarazione congiunta non ha menzionato quali delle richieste degli scioperanti fossero realmente state accettate dalle autorità carcerarie israeliane.

Un portavoce dell’IPS ha detto a Ma’an che l’accordo, che garantisce ai prigionieri una seconda visita mensile dei familiari, da finanziarsi da parte dell’ANP, è stato concluso tra lo Stato di Israele, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP),

In effetti questa iniziativa ha reintrodotto il numero di visite di familiari che era tradizionalmente concesso ai prigionieri palestinesi, prima che l’anno scorso l’ICRC riducesse da due ad una al mese il numero delle visite consentite, provocando proteste in tutto il territorio palestinese.

Il portavoce dell’IPS ha confermato che Barghouthi ha partecipato agli accordi, ma ha detto che l’IPS non considerava i colloqui dei “negoziati”, in quanto ripristinavano semplicemente una precedente politica e non facevano alcuna nuova concessione ai prigionieri.

Il portavoce dell’IPS ha detto a Ma’an che 834 prigionieri che erano rimasti in sciopero fino al 40^ giorno avevano interrotto lo sciopero e i 18 prigionieri che si trovavano in ospedale sarebbero stati rimandati nelle carceri israeliane quando le loro condizioni di salute fossero migliorate.

Il portavoce non ha voluto dichiarare se altre richieste, tra le quali figuravano anche il diritto ad accedere all’istruzione superiore, ad adeguate cure e trattamenti medici e la fine dell’isolamento e della detenzione amministrativa – incarcerazione senza accuse o processo – oltre ad altre richieste di diritti fondamentali, fossero state esaudite.

L’accordo è arrivato nel primo giorno del mese sacro ai musulmani del Ramadan, quando alcuni scioperanti avevano promesso di digiunare e rinunciare alla bevanda di acqua e sale consumata dai prigionieri dall’alba al tramonto – la sola fonte di nutrimento assunta dagli scioperanti.

Moltissimi prigionieri palestinesi sono stati trasferiti in ospedali israeliani durante lo sciopero della fame, e si ha notizia che i prigionieri vomitassero sangue ed avessero svenimenti. I leader palestinesi temevano la possibile morte di scioperanti se le loro richieste non fossero state accolte.

Sabato Xavier Abu Eid, un portavoce dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha rilasciato una dichiarazione affermando che lo sciopero della fame aveva “ trionfato”.

Nella dichiarazione si legge: “Questo è un passo importante verso il pieno rispetto dei diritti dei prigionieri palestinesi in base al diritto internazionale. E’ anche un segno della realtà dell’occupazione israeliana che non ha lasciato altra scelta ai prigionieri palestinesi se non digiunare per ottenere i diritti fondamentali che spettano loro in base al diritto internazionale.”

Come si sottolinea nella dichiarazione, lo sciopero della fame è stato uno dei più lunghi scioperi nella storia della Palestina e ha visto un’ampia partecipazione di prigionieri palestinesi di tutte le fazioni politiche.

La dichiarazione rileva che le forze israeliane hanno tentato di spezzare lo sciopero della fame con diversi provvedimenti punitivi, compreso l’utilizzo dell’isolamento dei prigionieri in sciopero, “l’istigazione” contro gli scioperanti e i loro leader, in particolare Barghouthi, e la minaccia di alimentazione forzata degli scioperanti.

L’epica resilienza e la determinazione dei prigionieri in sciopero della fame ed il loro rifiuto di sospendere lo sciopero, nonostante la repressione e le durissime condizioni che hanno affrontato, hanno permesso che la loro volontà prevalesse su quella dei carcerieri.”

La dichiarazione prosegue poi ringraziando tutti coloro che hanno espresso solidarietà ai prigionieri palestinesi, in particolare agli ex detenuti politici in Sudafrica, Irlanda e Argentina.

Nella dichiarazione si legge: “Il popolo palestinese è una nazione imprigionata ed i prigionieri palestinesi sono lo specchio di questa dolorosa realtà.”

Il portavoce dell’ANP Youssef al-Mahmoud si è anche congratulato con gli scioperanti per “aver realizzato i loro obiettivi.”

I nostri eroici prigionieri hanno ottenuto una nuova vittoria nella loro leggendaria resistenza”, ha detto, aggiungendo che il governo proseguirà nei suoi sforzi per “garantire che tutti i prigionieri palestinesi vengano liberati senza eccezioni né condizioni.”

Ha anche invitato a porre termine alle divisioni politiche in Palestina ed a lavorare per riconquistare l’unità nazionale per sostenere i palestinesi nell’affrontare le loro sfide.

Al contempo, il membro del comitato centrale di Fatah Jamal Muheisin e Qaraqe hanno tenuto una conferenza stampa in piazza Yasser Arafat a Ramallah per annunciare la “vittoria” dello sciopero della fame. Il comitato nazionale a sostegno dello sciopero ha anche emesso una dichiarazione dicendo che gli scioperanti hanno conseguito un “leggendario trionfo, costringendo il governo di occupazione a negoziare con i leader dello sciopero e con Marwan Barghouthi, dopo aver rifiutato di trattare per 40 giorni.”

La dichiarazione ha sottolineato che “l’epico sciopero della fame” ha riportato l’unità tra i palestinesi nelle prigioni israeliane e ha rinverdito lo spirito di solidarietà nazionale, che è riuscito a “sconfiggere i disegni dell’occupante.”

La dichiarazione ha aggiunto che nella giornata di sabato sarebbero state diffuse ulteriori informazioni riguardo ai dettagli dell’accordo tra I dirigenti dell’IPS e gli scioperanti.

I palestinesi incarcerati da Israele hanno attuato diversi scioperi della fame, che hanno visto la morte di parecchi scioperanti durante gli scioperi, a causa della politica israeliana di alimentazione forzata dei prigionieri, da quando l’esercito israeliano ha occupato la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est e Gaza, nel 1967.

Le loro richieste andavano dal pretendere cibo di migliore qualità al porre fine alla tortura nelle prigioni israeliane.

Secondo l’associazione Addameer per i diritti dei prigionieri, fino ad aprile erano incarcerati nelle prigioni israeliane 6.300 palestinesi, che in maggioranza sono detenuti all’interno del territorio israeliano, in violazione del diritto internazionale che vieta di detenere palestinesi della Cisgiordania e di Gaza al di fuori dei territori occupati.

Mentre le autorità israeliane definiscono i palestinesi “prigionieri di sicurezza”, gli attivisti e le associazioni per i diritti hanno a lungo considerato i palestinesi detenuti da Israele come prigionieri politici ed hanno sistematicamente condannato l’uso israeliano delle carceri come mezzo per destabilizzare la vita politica e sociale palestinese nei territori occupati.

Addameer ha riferito che il 40% della popolazione maschile palestinese è stata detenuta dalle autorità israeliane in un certo momento della sua vita.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Lettera aperta al segretario generale dell’ONU António Guterres perché solleciti Israele a rispettare le norme minime standard dell’ONU per il trattamento dei prigionieri e le leggi internazionali sulla detenzione

https://ccrjustice.org/open-letter-un-secretary-general-urging-israel-respect-human-rights-palestinians-held-israeli-0

Vostra eccellenza,

Circa 1.500 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno iniziato il 37° giorno del loro sciopero della fame “Libertà e Dignità”. Le rivendicazioni degli scioperanti comprendono la richiesta ad Israele di porre fine all’uso della detenzione amministrativa; il permesso ad un maggior numero di visite dei familiari; la garanzia di servizi medici adeguati (compresi servizi specifici necessari alle donne); fine del regime di isolamento; installazione di telefoni pubblici per migliorare le comunicazioni telefoniche con le famiglie; migliore accesso all’ educazione e ad altri servizi. Lo sciopero della fame dei prigionieri nasce nel contesto dei 50 anni di occupazione israeliana del territorio palestinese e del trasferimento di migliaia di palestinesi dal territorio palestinese occupato alle prigioni all’interno di Israele, in violazione delle leggi umanitarie internazionali. [1]

La esortiamo a chiedere pubblicamente allo Stato di Israele di garantire che la sua politica di arresti e detenzioni sia pienamente conforme agli obblighi in base ai diritti umani internazionali e alle leggi umanitarie, comprese la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici e la Convenzione contro la Tortura ed altri Trattamenti o Punizioni Crudeli, Inumani o Degradanti, nonché i relativi standard internazionali, comprese le norme dell’ONU sugli standard minimi per il trattamento dei prigionieri.[2]

 Il 16 maggio, a un mese dall’inizio dello sciopero della fame “Libertà e Dignità”, Michael Lynk, il relatore speciale dell’Onu per la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha chiesto ad Israele di rispettare le leggi internazionali e gli standard internazionali di detenzione. [3]  Nella sua dichiarazione pubblica egli ha osservato di “essere particolarmente preoccupato per l’uso della detenzione amministrativa da parte di Israele, che riguarda incarcerazioni senza imputazione, giudizio, condanna o un processo realmente giusto, così come per la possibilità di un rinnovo illimitato della detenzione”, notando che “i detenuti amministrativi sono imprigionati in base a prove segrete che né loro né i loro avvocati possono esaminare o contestare.”[4]  Lynk ha segnalato che questo uso della detenzione amministrativa “non è compatibile con le circostanze estremamente limitate in cui questa è consentita in base alle leggi umanitarie internazionali e priva i detenuti della più elementare tutela legale garantita dalle leggi internazionali sui diritti umani.”[5]  Lynk ha anche manifestato preoccupazione riguardo al fatto che i prigionieri siano tenuti in isolamento;[6] il relatore speciale dell’ONU sulla tortura ha anche riscontrato che la detenzione in isolamento per periodi prolungati può costituire un trattamento crudele, inumano o degradante, o una forma di tortura.[7]

Benché sia inusuale farlo per il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), il 3 maggio il CICR ha rilasciato una dichiarazione riguardo allo sciopero della fame.[8]  Il CICR ha chiesto a Israele di “assumersi le proprie responsabilità in base alle leggi umanitarie internazionali”, con particolare riguardo a quanto concerne i contatti con le famiglie dei palestinesi detenuti in Israele.[9] La dichiarazione del CICR sottolinea che “i palestinesi sono imprigionati in Israele invece che nei territori occupati, come viene richiesto dalle leggi sull’occupazione. In conseguenza di ciò, i familiari hanno un minor accesso ai loro parenti incarcerati. Hanno bisogno di premessi speciali e devono intraprendere lunghi viaggi per vedere i propri cari, con perquisizioni e tempi di attesa quando attraversano posti di controllo o nella prigione”[10] Sono problemi che anche Lynk ha individuato come “importanti impedimenti” creati alle famiglie palestinesi che cercano di raggiungere i propri parenti.[11]

Alla luce dei recenti avvenimenti all’interno delle prigioni israeliane, la dichiarazione del CICR ha espresso preoccupazione riguardo alla “sistematica sospensione” da parte di Israele delle visite dei familiari dei detenuti in sciopero della fame ed ha affermato che, in base alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, “i palestinesi hanno diritto a queste visite, che possono essere limitate solo per ragioni di sicurezza, caso per caso, ma mai per ragioni strettamente punitive o disciplinari.” Il capo della delegazione del CICR in Israele e nei territori occupati, de Maio, ha affermato che “le famiglie stanno pagando il prezzo di questa situazione.” [12]

Migliori servizi per la salute sono centrali nelle richieste degli scioperanti. Attendibili fonti informative israeliane hanno recentemente segnalato che le autorità israeliane, invece di prendere misure per migliorare i servizi per la salute dei detenuti in sciopero della fame, stanno pensando di assumere medici non israeliani per l’alimentazione forzata degli scioperanti, in quanto l’Associazione dei Medici Israeliani (AMI) ha chiesto ai dottori israeliani di non cercare di alimentare a forza nessuno che partecipi allo sciopero della fame.[13]

La posizione dell’AMI è in linea con i consolidati standard medici internazionali relativi all’alimentazione forzata dei detenuti. Le autorevoli linee guida in proposito sono contenute nella dichiarazione di Tokyo dell’Associazione Mondiale dei Medici del 1975, in cui si stabilisce che “nel caso che un prigioniero rifiuti di alimentarsi e sia considerato dai medici in grado di farsi un esatto e razionale convincimento riguardante le conseguenze di un tale rifiuto volontario di nutrirsi, lui o lei non devono essere nutriti artificialmente.”[14] Come è stato rilevato da uno specialista degli aspetti medici della detenzione del Comitato Internazionale della Croce Rossa: “i medici non dovrebbero partecipare alla concreta alimentazione forzata… Simili azioni possono essere considerate una forma di tortura e in nessuna circostanza i medici dovrebbero parteciparvi con il pretesto di salvare la vita degli scioperanti.” [15] Questo approccio si adegua anche ai ‘Principi di etica medica dell’ONU riguardo al personale sanitario, in particolare medico, per la protezione di prigionieri e detenuti contro la tortura ed altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti’.[16]   Nel 2006 un gruppo di incaricati dell’ONU per le procedure speciali ha esaminato pratiche di alimentazione forzata ed altre, condotte dalle autorità degli USA contro detenuti a Guantanamo, ed ha stabilito che le summenzionate “norme etiche internazionalmente accettate sono implicite nel, e formano parte essenziale del, diritto alla salute. L’osservanza di questi standard etici da parte dei professionisti della salute è essenziale per concretizzare il diritto alla salute.”[17]

Le leggi e gli standard internazionali riguardanti il trattamento di persone detenute in qualunque carcere o luogo di detenzione sono gli stessi che sono richiesti nel trattamento dei palestinesi incarcerati dallo Stato di Israele – non ci sono eccezioni o deroghe concesse sulla base della nazionalità o dell’appartenenza politica – ed impegnarsi in uno sciopero della fame non violento nel tentativo di garantire che quelli che ne hanno l’autorità rispettino, proteggano e soddisfino i loro diritti umani finché sono in detenzione rappresenta un diritto inerente ad ogni persona detenuta in condizioni crudeli o illegali.

Benché queste legittime azioni non violente si concentrino specificamente sul trattamento deplorevole dei palestinesi all’interno del sistema carcerario israeliano, alle Nazioni Unite ed alla comunità internazionale nel suo complesso compete anche affrontare la collettiva e complessiva negazione dei diritti umani di ogni palestinese che vive sotto un’occupazione di 50 anni. Come l’associazione per l’appoggio ai prigionieri e per i diritti umani “Addameer” ha portato all’attenzione del mondo in una dichiarazione pubblica del 17 aprile, quando è iniziato lo sciopero della fame, “il problema dei prigionieri e dei detenuti palestinesi nelle prigioni e nei centri di detenzione israeliani trascende quello dei diritti umani individuali, riguarda anche i diritti collettivi di un intero popolo – il popolo palestinese, che continua ad essere privato del suo diritto all’autodeterminazione e alla sovranità – fondamenti basilari del diritto internazionale.” [18]

Esortiamo vivamente lei, in quanto segretario generale dell’ONU, a chiedere pubblicamente una tempestiva assicurazione da parte dello Stato di Israele che a) rispetterà ogni legge e standard internazionale pertinente riguardo al trattamento dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, compresa la proibizione di trasferimento dei prigionieri dai territori occupati, e in particolare, b) accetterà le ragionevoli richieste degli scioperanti, che si basano su quelle leggi e standard internazionali e c) si asterrà da qualunque tentativo di alimentazione forzata di qualunque palestinese coinvolto nello sciopero della fame.

Cordialmente,

Center for Constitutional Rights

[Centro per i Diritti Costituzionali- USA]

International Association of Democratic Lawyers

[Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici]

International Federation for Human Rights

[Federazione Internazionale per i Diritti Umani]

National Lawyers’ Guild

[Associazione Nazionale dei Giuristi -USA]

Palestine Legal [USA]


[1] Vedi, per es., Relatore speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Michael Lynk, 19 maggio 2017 “Nessuna fine in vista, afferma l’esperto in diritti umani dell’ONU dopo 50 anni di occupazione israeliana del territorio palestinese”. Vedi in: http://www.ohchr.org/EN/NewsEv ents/Pages/DisplayNews.aspx? NewsID=21639&LangID=E.

[2] Convenzione internazionale sui diritti civili e politici e Convenzione contro la Tortura ed altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Vedi in: http://www.ohchr.org/EN/Profes sionalInterest/Pages/CoreInstr uments.aspx. Vedi anche: Norme standard minime dell’ONU per il trattamento nelle prigioni (1957). Vedi in: http://www.ohchr.org/EN/Profes sionalInterest/Pages/Treatment OfPrisoners.aspx

[3] Relatore speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Michael Lynk, 16 maggio 2017 “Il relatore speciale dell’ONU sui TPO chiede ad Israele di rispettare le leggi internazionali sulla detenzione (La dichiarazione del relatore speciale dell’ONU nei TPO sulla detenzione”). Vedi in: http://www.ohchr.org/EN/NewsEv ents/Pages/DisplayNews.aspx? NewsID=21624&LangID=E

[4] Dichiarazione del relatore speciale dell’ONU nei TPO sulla detenzione

[5] Dichiarazione del relatore speciale dell’ONU nei TPO sulla detenzione

[6] Dichiarazione del relatore speciale dell’ONU nei TPO sulla detenzione

[7] Rapporto periodico del relatore speciale sulla tortura e su altri trattamenti e punizioni crudeli, inumani o degradanti, U.N. Doc. A/66/268 (5 Ag. 2011) (di Juan Méndez) al par. 58.

[8]  Comitato Internazionale della Croce Rossa, 3 maggio 2017, “Comunicato stampa: i contatti dei detenuti con le loro famiglie sono un obbligo di Israele in base alle leggi umanitarie internazionali” (“comunicato stampa del CICR). Vedi in: https://www.icrc.org/en/docume nt/detainees-contacts-families -are-israels-obligation-under- ihl  

[9] Comunicato stampa del CICR

[10] Comunicato stampa del CICR

[11] Dichiarazione del relatore speciale dell’ONU per i TPO sulla detenzione.

[12] Comunicato stampa del CICR

[13] Vedi: The Times of Israel, 4 maggio 2017 ‘Israel said considering bringing foreign doctors to force feed hunger strikers’ [Israele sta pensando di ingaggiare dottori stranieri per l’alimentazione forzata degli scioperanti]. Vedi in: http://www.timesofisrael.com/i srael-said-considering-bringin g-foreign-doctors-to-force- feed-hunger-strikers/; Haaretz, 5 maggio 2017 ‘Doctors refusing to force treatment on Palestinian hunger strikers must find their own replacement’. [I medici che rifiutano trattamenti forzati sui palestinesi in sciopero della fame devono essere rimpiazzati]. Vedi in: http://www.haaretz.com/israel- news/.premium-1.787483

[14] Associazione Medica Mondiale (1975), Dichiarazione di Tokyo: Linee guida per medici riguardo alla tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti riguardo alla detenzione ed all’incarceramento. Vedi in: : https://ama.com.au/sites/defau lt/files/documents/WMA_Declara tion_of_Tokyo.pdf

[15] Reyes, H. (1998), Comitato Internazionale della Croce Rossa, Maltrattamenti e tortura, Ricerca di medicina legale (vol. 19). Vedi in: https://www.icrc.org/eng/resou rces/documents/article/other/ health-article-010198.htm

[16] Assemblea Generale dell’ONU (1982), Principi di etica medica riguardo al ruolo del personale sanitario, in particolare medico, nella protezione dei prigionieri e detenuti contro la tortura ed altri trattamenti e punizioni crudeli, inumani o degradanti. Vedi in: http://www.ohchr.org/EN/Profes sionalInterest/Pages/MedicalEt hics.aspx

[17] Commissione ONU su Economia e Società [ECOSOC], Commissione su diritti umani, situazione dei detenuti a Guantanamo, P 82, U.N. Doc. E/CN.4/2006/120, p. 82. Vedi in: https://documents-dds-ny.un.or g/doc/UNDOC/GEN/G06/112/76/PDF /G0611276.pdf?OpenElement

[18] Addameer, 17 aprile 2017, “Prendere l’iniziativa: i prigionieri politici palestinesi lanciano uno sciopero della fame di massa.” Vedi in: http://www.addameer.org/news/t ake-action-palestinian-politic al-prisoners-launch-mass- hunger-strike. Addameer (‘Coscienza’ in arabo) è un’organizzazione della società civile palestinese che appoggia i prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane e palestinesi con sostegno legale gratuito, assistenza e difesa legale dal 1992.

 




Sullo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi

Dal Coordinamento Prigionieri

Oggi, 22 maggio, 36° giorno di sciopero in Palestina, sciopero generale di solidarietà dei palestinesi

 

Chiuse le istituzioni pubbliche e private, comprese scuole, università, esercizi commerciali, trasporti ed altre attività con l’esclusone dei servizi sanitari, della farmacie e delle panetterie.

La commissione dei prigionieri e la Associazione dei prigionieri palestinesi (PPS) hanno detto che le condizioni di salute dei prigionieri si stanno aggravando sempre di più e che molti prigionieri in sciopero sono stati traferiti nelle infermerie delle prigioni, negli ospedali da campo e in ospedali civili.

La commissione ha negato che esistano report israeliani circa negoziati tra la leadership dei prigionieri e l’amministrazione carceraria. (IPS)

Attivisti presidiano e bloccano le strade dei Territori occupati per impedire l’accesso dei pendolari a Ramallah e al Bireh, e nei dintorni di Gerusalemme. Anche i diplomatici esteri e i dipendenti delle organizzazioni internazionali che vivono nella periferia di Ramallah, compresi i Consoli, non hanno potuto raggiungere i loro posti di lavoro. Molte città appaiono deserte.

 

Il Comitato dei media per lo sciopero della fame ha detto che è “la prima volta dalla prima Intifada palestinese (1987-1993) che si fa uno sciopero generale in Cisgiordania, nei territori palestinesi occupati nel 1948 (attuale Israele) e nella diaspora”.

Il Comitato ha invitato inoltre tutti i palestinesi ad allestire sit-in e tende in tutti i territori, a svolgere dimostrazioni  e a partecipare ad uno “sciopero della fame”di 12  ore, dalle 10 dalle 22 di oggi (lunedì).

 

Lo sciopero generale coincide anche con l’arrivo di Donald Trump in Israele proprio oggi.

Per domani, giorno in cui Trump si incontrerà con il presidente palestinese Mahmoud Abbas a Betlemme in Cisgiordania, i palestinesi sono chiamati a partecipare ad una “giornata della collera”

 

Alcune fazioni palestrinesi hanno esortato la popolazione a scendere in piazza e nelle strade per esprimere il proprio dissenso sulla ripresa dei colloqui di pace tra l’autorità palestinese e Israele sotto il patrocinio di US.

 

Continuano raid e incursioni delle forze israeliane nelle città e nei villaggi della Cisgiordania.

 

Notizie anche da Gaza tramite Meri. La popolazione e tutte le fazioni partecipano compatte alle proteste e sit-in in appoggio ai prigionieri in sciopero della fame, nonostante Hamas non si sia associata pubblicamente.

Fonti: Ma’an News e Wafa

Al 35°giorno di sciopero altri 220 prigionieri palestinesi si uniscono agli oltre 1800 già in sciopero della fame

I leader palestinesi hanno di nuovo invitato i media a “restare prudenti” per quanto riguarda le notizie di presunte trattative tra funzionari israeliani e palestinesi per il raggiungimento di un accordo per porre fine a uno sciopero di massa prigione che, entrato nel suo 35 ° giorno, ha visto aderire altre centinaia di prigionieri.

Notizie su presunti negoziati tra funzionari della sicurezza palestinesi e funzionari dello Shin Bet erano emerse nell’ultima settimana http://www.maannews.com/Content.aspx?id=777072

Sulla veridicità di tali notizie, ha detto il Comitato per i media, formatosi a sostengo dello sciopero, bisogna essere cauti, soprattutto se le notizie provengono dai media israeliani.

Il comitato ha aggiunto che i palestinesi in sciopero della fame hanno sempre rifiutato di accettare negoziati senza la presenza della leadership dello sciopero, ed in particolare del leader di Fatah Marwan Barghouthi, che è in isolamento fin dall’inizio dello sciopero il 17 aprile. 

Ha inoltre riferito, citando Fadwa Barghouthi, moglie di Marwan Barghouthi, che altri 220 prigionieri palestinesi, appartenenti a diverse fazioni politiche, si sono uniti allo sciopero oggi.

Muhammad Dwikat, membro del Comitato centrale FDLP, ha detto che Samer Issawi, noto per aver condotto in precedenza uno degli scioperi della fame più lunghi nella storia, è stato trasferito nell’infermeria della prigione di Ramla, Israele, a causa del deteriorarsi della sua salute.

Anche le condizioni del più giovane prigioniero in sciopero della fame, il 19enne Saed Yihya Dwikat, si sono deteriorate secondo quanto comunicato alla sua famiglia dal Comitato Internazionale della Croce rossa (CICR), che lo ha visitato.

Nel frattempo, Issa Qaraque, responsabile OLP per i prigionieri, ha detto in una dichiarazione che il CICR deve “prendere posizione” circa lo stato della salute dei prigionieri in sciopero e “condurre ogni sforzo per proteggere i prigionieri e monitorare il trattamento degli stessi da parte degli israeliani.” 

Ciò è tanto più necessario, ha proseguito, dal momento che le autorità israeliane hanno imposto un blocco totale sull’informazione. In particolare mancano notizie sulle reali condizioni dei prigionieri, ed in particolare di quelli, come Marwan Barghouti, che hanno deciso di intraprendere anche lo sciopero della sete. Ha quindi attaccato Israele, per l’occultamento della realtà in corso e per gli abusi che continua a perpetrare nei confronti dei prigionieri per spezzarne la volontà.

Ad un giornalista che gli chiedeva se fossero in corso negoziati con la parte israeliana, ha confermato che vi erano degli incontri con la parte israeliana e che l’amministrazione carceraria aveva fatto filtrare alcune notizie su possibili negoziati; allo stesso tempo ha però espresso dubbi circa la reale volontà degli israeliani di voler trattare, e che tali voci, a suo parere, venivano fatte filtrare per impedire la crescita del sostegno popolare.

Proseguono gli arresti di leader palestinesi per il loro sostegno allo sciopero mentre la mobilitazione non si ferma.

Almeno 13 palestinesi sono stati arrestati in un raid all’alba del 21 maggio dalle forze israeliane nell’area di Gerusalemme. Tra questi, Nasser Abu Khdeir, leader di comunità a Gerusalemme e già prigioniero, Eteraf Rimawi, direttore del centro Bisan per la ricerca e lo sviluppo e Abdul Razeq Ferraj, direttore amministrativo e finanziario dell’Unione dei Comitati di lavoro per l’agricoltura

Sempre a Gerusalemme, scontri si sono verificati a Silwan ed in altre aree, tra manifestanti e forze israeliane, che hanno reagito con lancio di lacrimogeni e granate stordenti, che hanno causato numerosi casi di soffocamento

A Betlemme, nel corso di scontri, le forze israeliane hanno lanciato gas lacrimogeni, granate stordenti e usato proiettili di gomma contro studenti che tornavano da scuola, ferendo un bambino di 7 anni alla testa.

A Jericho nel corso di dimostrazioni sono state ferite almeno otto persone e altre hanno avuto problemi di soffocamento per i gas lacrimogeni.

Nelle colline a sud di Hebrron le forse israeliane hanno compiuto raid ed hanno distrutto un campo a presidio della popolazione minacciata di sgombero, che in quel momento ospitava quasi 200 tra attivisti israeliani e palestinesi.

Scontri e arresti si sono verificati anche in altre parti: Ramallah, Issawwiya, dintorni di Betlemme.

Continuazione della mobilitazione

Il Comitato dei prigionieri (OLP) ha dichiarato uno sciopero commerciale per la giornata odierna, in tutti Territori Occupati e in Israele, dalle 11 fino alle 14, con la partecipazione di tutti i settori, eccetto i settori dell’istruzione e della salute. 

A tal proposito, centinaia di commercianti hanno bloccato un checkpoint a Jenin e dichiarato uno sciopero commerciale, per le continue ispezioni umilianti e provocatorie che vengono condotte nei loro confronti

Nel frattempo, è stato programmato uno sciopero generale, nella giornata di lunedì, in concomitanza con l’arrivo in Israele del presidente USA Donald Trump, mentre la leadership palestinese ha chiamato ad  una “giornata della collera” martedì durante la sua prevista visita con Abbas a Betlemme.

A livello internazionale attivisti ed organizzazioni hanno lanciato una giornata di mobilitazione per il 25 maggio.

21 maggio 2017

Fonti: Sunday Daily Summary, Ma’an news, Wafa

*********************************************************

“Addameer” visita il leader politico in sciopero della fame Ahmad Sa’adat

Addameer

14 maggio 2017

Oggi, 14 maggio 2017, l’avvocato di “Addameer” Farah Bayadsi  ha visitato nella prigione di Ohli Kedar Ahmad Sa’adat, il dirigente politico e segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) in sciopero della fame. All’avvocato di “Addameer” era stata in precedenza negata la visita, ma ha ricevuto il permesso in seguito ad una richiesta all’Alta Corte [israeliana] presentata il 10 maggio 2017. Dall’inizio dello sciopero, il 17 aprile 2017, “Addameer” ha chiesto molti permessi al Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) per visitare prigionieri e detenuti in sciopero della fame, ma l’IPS o non ha risposto o ha rifiutato le richieste.

Il 3 maggio 2017 Sa’adat si è unito allo sciopero della fame, insieme a numerosi importanti dirigenti politici palestinesi, compresi Nael Barghouthi, Hassan Salameh, Ahed Abu Ghoulmeh, Abbas al-Sayed, Ziad Bseiso, Basem al-Khandakji, Mohammed al-Malah, Tamim Salem, Mahmoud Issa e Said al-Tubasi.

Giovedì 11 maggio 2017 Sa’adat, insieme a 38 carcerati e detenuti in sciopero della fame, è stato trasferito dall’isolamento nel carcere di Ashkelon alla prigione di Ohli Kedar, sempre in isolamento. Sa’adat ha informato l’avvocato di “Addameer” che i prigionieri sono stati sottoposti a due violente perquisizioni al giorno, durante le quali i carcerati sono stati obbligati a lasciare la loro stanza, cosa che è fisicamente estenuante per i prigionieri a causa dello sciopero della fame. Ha anche aggiunto che 10 prigionieri sono tenuti in una stretta cella con un solo lavandino, un solo bagno e senza ventilatore o aria condizionata ( con un clima molto caldo), e che a ogni prigioniero sono state date tre coperte.

Bayadsi ha notato che le condizioni di salute di Sa’adat stanno peggiorando e che sembra debole, cammina e parla molto lentamente e ha perso molto peso. Inoltre il suo volto appare pallido e sta bevendo solo acqua. Sa’adat ha aggiunto che i controlli medici realizzati dall’IPS non sono sufficienti, in quanto vengono verificati solo la pressione sanguigna e il peso degli scioperanti. Secondo Bayadsi, nonostante il peggioramento delle sue condizioni di salute, Sa’adat mantiene il morale alto e intende continuare lo sciopero della fame finché le richieste dei prigionieri verranno accolte.

Sa’adat ha inoltre aggiunto che l’IPS ha imposto limitazioni ai prigionieri in sciopero della fame, tra cui un’ammenda per indisciplina di 200 shekel [circa 50 €, ndtr.]; il divieto di visite di familiari per 2 mesi; il divieto di accesso alla “mensa” (lo spaccio della prigione); sequestro del sale [il sale viene aggiunto all’acqua durante lo sciopero della fame per alleviarne le conseguenze, ndtr.] e di tutti i vestiti tranne un capo di abbigliamento per prigioniero.

Cosa più preoccupante, l’IPS ha reso ulteriormente difficile a medici indipendenti visitare i detenuti in sciopero della fame ed ha fornito loro tazze di plastica per bere dal rubinetto invece dell’acqua potabile normalmente fornita.

“Addameer”condanna fermamente un simile trattamento, che viola le “Disposizioni Standard Minime dell’ONU per il Trattamento dei Prigionieri”, che evidenziano la necessità di cure mediche adeguate in caso di detenzione. Oltre a ciò, le “Disposizioni Standard Minime dell’ONU per il Trattamento dei Prigionieri” stabiliscono che “ai prigionieri deve essere concesso, sotto il controllo necessario, di comunicare con le famiglie e con amici affidabili a intervalli regolari, sia attraverso la corrispondenza che tramite visite.”

Mentre lo sciopero della fame è arrivato al suo 28° giorno, l’ “Assistenza ai Prigionieri di Addameer” invita chi sostiene la giustizia in tutto il mondo a prendere iniziative per appoggiare i prigionieri palestinesi i cui corpi e le cui vite sono messi in pericolo per la libertà e la dignità. “Addameer” invita tutti a organizzare eventi in solidarietà con la lotta dei prigionieri e detenuti in sciopero della fame. “Addameer” chiede inoltre alla diplomazia di fare pressione su Israele perché consenta immediatamente agli scioperanti di avere accesso alle cure mediche ed alla consulenza legale necessarie.

“Addameer” inoltre sollecita tutti i partiti politici, le istituzioni, le organizzazioni e i gruppi solidali che lavorano nel campo dei diritti umani nei territori palestinesi occupati e all’estero ad appoggiare i detenuti nel loro sciopero della fame e chiede che vengano garantite le loro legittime richieste. “Addameer” continuerà a seguire da vicino lo sciopero dei prigionieri e a fornire aggiornamenti regolari sugli sviluppi della situazione.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Il comitato [di appoggio ai prigionieri]: il servizio penitenziario israeliano sposta tutti i detenuti in sciopero della fame verso prigioni con ospedali da campo

17 maggio 2017,Ma’an News

Ramallah (Ma’an) – Mercoledì sera [17 maggio 2017] il capo del “Comitato Palestinese per le Questioni dei Prigionieri” Issa Qaraqe ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che tutti i prigionieri palestinesi in sciopero della fame, il cui numero è stimato attorno ai 1.300, sono stati trasferiti in tre prigioni israeliane “per il fatto che si trovano nei pressi di ospedali israeliani,”

Qaraqe ha detto che tutti i prigionieri che partecipano allo sciopero della fame di massa [denominato] “Libertà e Dignità”, che è entrato mercoledì nel 31° giorno, sono stati trasferiti da decine di prigioni israeliane e concentrati nelle prigioni israeliane di Beersheba a sud, di Shatta a nord e di Ramla al centro – ciascuna delle quali è dotata al proprio interno di un ospedale da campo predisposto all’inizio dello sciopero.

“Questo passo evidenzia la gravità delle condizioni di salute degli scioperanti,” ha affermato Qaraqe. Un portavoce del servizio penitenziario israeliano (ISP), tuttavia, ha detto a Ma’an che solo i prigionieri in sciopero della fame delle prigioni di Ketziot e Nafha, nella zona desertica del Negev, sono stati trasferiti nella prigione di Beersheba, “in modo che si trovino più vicini alla zona centrale di Israele, nel caso abbiano bisogno di un trattamento ospedaliero.”

Alla domanda se i prigionieri fossero curati in ospedali civili, il portavoce ha affermato che i detenuti sono in genere assistiti negli ospedali da campo delle carceri, ma che, su indicazione dei medici, se necessario verranno trasferiti in un ospedale civile.

Il ministero dell’Interno israeliano ha confermato che dall’inizio dello sciopero della fame le autorità israeliane hanno installato ospedali da campo per i prigionieri palestinesi.

L’iniziativa ha provocato la preoccupazione che gli scioperanti, che negli ultimi giorni hanno subito un grave deterioramento delle condizioni di salute, siano alimentati a forza in massa – violando gli standard internazionali di etica professionale dei medici e le leggi internazionali, che considerano questa pratica inumana o persino come una forma di tortura.

Una dichiarazione rilasciata martedì dal comitato informativo istituito per appoggiare lo sciopero ha avvertito che i detenuti in sciopero della fame sono “arrivati ad una condizione di salute critica”, segnata da vomito cronico, riduzione della vista, svenimenti e una perdita di peso in media di 20 chili.

Ai prigionieri in sciopero della fame è stato anche imposto il divieto assoluto di ricevere visite dai familiari e devono affrontare continui trasferimenti arbitrari nel tentativo dell’IPS di interrompere il loro sciopero.

Secondo il comitato informativo, lunedì l’IPS ha spostato 36 prigionieri in sciopero dalla prigione di Ofer a un cosiddetto ospedale da campo nella prigione di Hadarim.

Lunedì il comitato ha ribadito le preoccupazioni sugli ospedali da campo, affermando che “in quelle strutture il ruolo dei dottori ricorda quello dei carcerieri che offrono ogni genere di cibo ai detenuti malati e propongono di fornire trattamenti medici in cambio della fine dello sciopero,” sostiene la dichiarazione, denunciando che gli ospedali da campo sono inadeguati e non equipaggaiti per fornire cure mediche, e sono semplicemente solo un altro mezzo per portare e spingere i detenuti a interrompere il loro sciopero.

I partecipanti allo sciopero stanno rifiutando cibo e vitamine dall’inizio dello sciopero il 17 aprile, e per il loro sostentamento bevono solo una miscela di sale ed acqua.

Tra le altre rivendicazioni di diritti fondamentali, gli scioperanti stanno chiedendo la fine del divieto alle visite dei familiari, il diritto di continuare a studiare, cure e assistenza medica adeguate e la fine del regime in isolamento e della detenzione amministrativa – incarcerazione senza imputazione o processo.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il trattamento che Israele infligge ai prigionieri palestinesi “potrebbe costituire una forma di tortura”

17 maggio 2017,Middle East Monitor

I maltrattamenti ai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane sono stati condannati, con voci secondo cui i prigionieri palestinesi in sciopero della fame verrebbero alimentati a forza. Si tratta di una pratica che, come ha ripetuto il relatore speciale dell’ONU, “secondo gli esperti dei diritti umani potrebbe costituire una forma di tortura.”

Martedì sono state manifestate preoccupazioni da parte del relatore speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, il quale ha esortato Israele a rispettare le leggi e gli standard internazionali sulle condizioni di detenzione. Michael Lynk ha affermato di essere particolarmente preoccupato della detenzione amministrativa.

“L’uso della detenzione amministrativa da parte di Israele non rispetta le circostanze estremamente limitate in cui questa è consentita dalle legge internazionali, e priva i detenuti delle fondamentali garanzie giuridiche previste dalle leggi internazionali sui diritti umani,” ha spiegato. L’esperto dell’ONU ha sottolineato che si pensa che circa 500 detenuti palestinesi siano sottoposti al regime della carcerazione amministrativa.

Lynk ha anche notato che molti dei 6.000 prigionieri palestinesi incarcerati da Israele sono tenuti in prigioni all’interno di Israele e non nei Territori Occupati, in violazione delle leggi umanitarie internazionali. “Questi trasferimenti creano serie difficoltà alle famiglie dei prigionieri che vogliano fargli visita, a causa della difficoltà di ottenere permessi di ingresso in Israele, ” ha evidenziato,”così come a causa dei viaggi spesso faticosi che le famiglie devono intraprendere per raggiungere i propri familiari.”

Commentando i rapporti che ha ricevuto riguardo ai maltrattamenti dei prigionieri – che includono la detenzione in isolamento, la negazione della comunicazione con gli avvocati e il fatto di subire altre forme di deprivazione – Lynk è stato categorico nel dire che in qualunque Paese i detenuti hanno il diritto di impegnarsi in scioperi della fame per protestare contro le proprie condizioni di vita. “Non dovrebbero essere puniti in conseguenza di ciò,” ha aggiunto. “L’alimentazione forzata è una pratica che secondo gli esperti di diritti umani può costituire una forma di tortura.”

Il relatore speciale sta attualmente svolgendo la sua visita annuale nella regione. A causa della mancata cooperazione di Israele riguardo alla sua richiesta di viaggiare nei Territori Palestinesi Occupati, si prevede che sarà ad Amman, in Giordania, dal 15 al 19 maggio.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




I prigionieri palestinesi hanno difficoltà a stare in piedi nel 23° giorno di sciopero della fame di massa

MA’AN NEWS AGENCY

9 maggio 2017

GERUSALEMME (Ma’an) – Nel momento in cui circa 1600 prigionieri palestinesi martedì hanno raggiunto il 23°giorno di sciopero della fame, il “Comitato Palestinese per le Questioni dei Prigionieri” ha avvertito che gli scioperanti sono entrati in una fase pericolosa, riferendo che le loro condizioni di salute stanno considerevolmente peggiorando. I prigionieri politici chiedono che si interrompa il divieto delle visite dei familiari, il diritto di accedere a un’istruzione superiore, cure e trattamenti sanitari adeguati e la fine dell’isolamento e della detenzione amministrativa – carcerazione senza accuse né processo – oltre ad altre richieste di diritti fondamentali.

Secondo una dichiarazione rilasciata martedì dal Comitato, i prigionieri hanno cominciato a perdere l’equilibrio a causa di attacchi di capogiro, soffrono di acuti dolori e di perdita di peso.

La dichiarazione sottolinea che le autorità israeliane hanno predisposto delle ambulanze all’esterno di ogni carcere ed afferma che “il governo di occupazione tratta gli scioperanti con tale crudeltà e brutalità da arrivare a compromettere totalmente la loro salute e condurli alla morte.”

Il Comitato ha accusato il Servizio carcerario israeliano (IPS) di tormentare quotidianamente le persone in sciopero della fame. La dichiarazione aggiunge: “Il Servizio carcerario israeliano ogni giorno effettua ispezioni usando cani poliziotto e getta acqua sui prigionieri invece di dar loro da bere.”

Molti degli scioperanti sono anche finiti in isolamento o sono stati più volte trasferiti all’interno del sistema delle carceri israeliane, hanno subito aggressioni, incursioni notturne in cella, confisca di oggetti personali, condizioni di detenzione inumane ed hanno addirittura ricevuto una multa di centinaia di shekel come punizione per il rifiuto del cibo.

Tuttavia gli scioperanti sono ancora determinati, nonostante I maltrattamenti, la fame e il dolore e sono impegnati a costringere l’IPS a garantire I loro diritti, secondo una lettera fatta uscire di nascosto da una cella di isolamento nella prigione di Ashkelon dal giornalista palestinese Muhammad al-Qiq.

La lettera, pubblicata dall’ufficio stampa Asra di Gaza, dice che la determinazione dei prigionieri in sciopero della fame è “molto alta”.

Al-Qiq è diventato famoso per aver intrapreso un estenuante sciopero della fame di 94 giorni in un carcere israeliano nel 2016 ed ha iniziato un secondo sciopero della fame individuale che è terminato in marzo, dopo che ha ottenuto un accordo con Israele.

Nella lettera ha scritto di avere già perso seri chili da quando si è unito allo sciopero della fame di massa cinque giorni fa. “Una volta che si sono imposti di combattere l’occupante con lo stomaco vuoto, gli eroici prigionieri avranno l’ultima parola”, ha affermato.

Immediatamente dopo l’inizio dello sciopero, l’IPS ha vietato le visite di avvocati e familiari ai detenuti in sciopero e nei primi 20 giorni di sciopero gli avvocati hanno avuto accesso solo alle prigioni di Askelon e Ofer.

Domenica per la prima volta gli avvocati hanno potuto visitare i prigionieri in sciopero della fame nelle prigioni di Ktziot e Nitzan, dopo che l’IPS è stato costretto a concedere le visite degli avvocati in seguito ad una petizione all’Alta Corte israeliana presentata dall’Ong giuridica “Adalah” e dal “Comitato Palestinese per le Questioni dei Prigionieri.”

In seguito all’udienza della Corte, l’avvocato di “Adalah “Muna Haddad ha denunciato l’IPS per “aver aggiunto al danno la beffa “, imponendo il divieto incostituzionale: “I prigionieri palestinesi hanno intrapreso lo sciopero per protestare contro le condizioni inumane ed umilianti a cui sono sottoposti e, come risposta, l’IPS ha preso misure punitive che hanno violato ancor di più i diritti dei prigionieri.”

Lunedì l’avvocato dell’ “Associazione per i Prigionieri Palestinesi (PPS)” Khalid Mahajneh ha detto di essere stato il primo avvocato dall’inizio dello sciopero della fame a cui è stato consentito l’accesso ai prigionieri in sciopero nella prigione di Nafha.

Ha fatto visita al prigioniero Mujahed Hamed, della città di Silwad nella Cisgiordania centrale occupata, che è stato in sciopero della fame fin dall’inizio.

Hamed ha detto a Mahajneh di essere stato trasferito a Nafha dalla prigione di Ashkelon, insieme ai suoi compagni di sciopero Amin Abu Radaha, Mazen al-Qadi, Ayman Jiem, Muhammad al-Sabbah e Mustafa Arrar.

Quando si trovava ancora nella prigione di Ashkelon, le forze dell’IPS hanno fatto irruzione nelle celle, hanno cercato di perquisire fisicamente gli scioperanti e quando i prigionieri hanno fatto resistenza sono stati aggrediti. Hamed ha detto che stava ancora soffrendo di dolori al petto come conseguenza del pestaggio e che da allora gli sono state rifiutate cure mediche.

Ha aggiunto che l’IPS ha tentato di ricattarlo, offrendogli le cure se avesse posto fine al suo sciopero.

Dopo il trasferimento a Nafha gli scioperanti sono stati costretti a bere acqua dai gabinetti, dopo che gli è stata negata l’acqua potabile dalle autorità dell’IPS.

Nei giorni seguenti, Hamed ha detto di essere stato testimone di trasferimenti quotidiani di prigione di scioperanti debilitati, all’interno e all’esterno di Nafha, nel tentativo da parte dell’IPS di interrompere il loro sciopero.

Ha confermato che dal primo giorno di sciopero ai prigionieri in sciopero della fame a Nafha è anche stata comminata una multa per aver rifiutato il cibo, è stato negato l’accesso alla mensa, è stato vietato di ricevere visite e sono stati requisiti gli effetti personali.

Hamed ha segnalato che a Nafha i prigionieri in sciopero della fame sono divisi in cinque gruppi, compreso uno trasferito in un discusso ospedale da campo installato per chi è in sciopero della fame.

Hamed ha riferito che i prigionieri in condizioni di salute deteriorate o quelli che sono stati picchiati dagli agenti dell’IPS sono portati nell’ospedale da campo, dove vengono ricattati con la possibilità di ricevere cure mediche e pasti se interrompono il loro sciopero.

Ha anche detto che il personale della prigione e dell’ospedale da campo mette in giro false notizie, come parte di una guerra psicologica che si svolge in tutte le prigioni israeliane, per indurre i prigionieri a smettere lo sciopero della fame.

Nel frattempo, “Adalah” ha scritto lunedì in un comunicato stampa che le domande di Yousif Jabarin, un membro del parlamento israeliano, di far visita al leader dello sciopero Marwan Barghouthi – che è rinchiuso in isolamento da quando è iniziato lo sciopero – sono state respinte.

“Adalah” ha citato le parole di Jabarin: “Il rifiuto (dell’IPS) di tutte le mie richieste di visitare Barghouthi costituisce una grave offesa alla mia attività politica come membro della Knesset ed all’immunità parlamentare. Non vi è dubbio che lo sciopero dei prigionieri sia di enorme rilievo pubblico e che rientri nel mio ruolo di pubblico rappresentante eletto esaminare e valutare le politiche dell’IPS relative a questo tema. Questo può avvenire, oltre che con altri mezzi, facendo visita ai prigionieri.”

Secondo le organizzazioni palestinesi, le autorità israeliane hanno incarcerato circa un milione di palestinesi dalla nascita dello Stato di Israele nel 1948 e la successiva occupazione di Cisgiordania, Gerusalemme est e Striscia di Gaza nel 1967.

Secondo l’organizzazione per i diritti dei prigionieri “Addameer”, ad aprile risultavano detenuti nelle carceri israeliane circa 6300 palestinesi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il figlio di Marwan Barghouti: “Mio padre è un terrorista esattamente come Nelson Mandela”

Gideon Levy e Alex Levac – 6 maggio 2017, Haaretz

Aarab Barghouti, 26 anni, è il figlio di Marwan Barghouti, il militante di Fatah in carcere che sta guidando uno sciopero della fame nelle prigioni israeliane. E’ convinto che gli israeliani non avranno mai nessun altro partner per la pace come suo padre.

Aarab Barghouti era un bambino piccolo quando sono diventato amico di suo padre, Marwan Barghouti, ed era ancora un ragazzino quando suo padre è stato arrestato dalle forze israeliane ed in seguito processato e condannato a 5 ergastoli, più 40 anni, dopo essere stato ritenuto colpevole di cinque omicidi e successivamente di tentato omicidio. L’ultima volta che ho incontrato suo padre quando era ancora un uomo libero è stato nel novembre 2001: era ricercato ma non ancora arrestato.

Dopo che qualcuno ha spalmato una sostanza sconosciuta sulle finestre del nascondiglio in cui avevamo stabilito di incontrarci, l’incontro è stato spostato. La volta successiva l’ho visto nel tribunale distrettuale di Tel Aviv. Ed è stata anche l’ultima volta. Aarab, il suo figlio minore, aveva 11 anni quando suo padre è stato arrestato, ed è ora un bellissimo, brillante studente di 26 anni. Con una elegante kefiah attorno al collo, prende posto per una lunga conversazione su skype con me dalla sua residenza di San Francisco.

Il nostro colloquio ha avuto luogo all’inizio di questa settimana, alla vigilia del “Giorno dell’Indipendenza” [in cui si festeggia la creazione dello Stato di Israele, ndtr.]. I boati dei fuochi d’artificio nel cielo di Tel Aviv ogni tanto sovrastavano la sua voce, in quello che era una specie di avvenimento surreale: una conversazione con il figlio dell’ “arciterrorista”, come suo padre è chiamato in Israele, durante i festeggiamenti per l’indipendenza del Paese. Solo persone che conoscono suo padre sanno che era un vero uomo di pace, e probabilmente lo è ancora. Suo figlio dice che si identifica totalmente con tutto quello che suo padre rappresenta.

Aarab, che recentemente ha terminato il suo master in analisi finanziaria e gestione di investimenti al Saint Mary’s College della California, a Moraga (Ca), pensa di tornare presto a casa. Lo aspettano molte offerte di lavoro a Ramallah. Egli non ha intenzione di seguire le orme di suo padre, soprattutto per non provocare ancora più dolore a sua madre, Fadwa. “Per noi l’attività politica significa prigione, e lei ha già sofferto abbastanza,” dice. Dalla prigione suo padre lo ha incoraggiato a continuare i suoi studi all’estero. In precedenza, Aarab aveva conseguito una laurea in economia dell’università di Bir Zeit, nei pressi di Ramallah, dove suo padre si era specializzato in scienze politiche.

Il suo primo ricordo di suo padre gli viene da una vacanza con la famiglia in Tunisia nel 1998 o nel 1999. Non aveva mai visto prima, e sicuramente non dopo, suo padre così contento, dice da San Francisco. Nel mio incontro con Marwan, nel novembre 2001, quando i carri armati israeliani erano già a Ramallah, mi disse che era stato al Ramat Gan Safari [zoo di Tel Aviv, ndtr.] con i suoi figli circa un mese prima. Aarab non vide suo padre, che era latitante, per circa tre mesi prima dell’arresto, il 15 aprile 2002. Nel novembre 2001, passammo nei pressi della sua casa insieme – Marwan la indicò, le diede un’occhiata e non disse niente. I suoi figli – tre maschi e una femmina – erano probabilmente là in quel momento, ma lui non osava più entrare. Era convinto che il suo destino fosse quello di essere assassinato da Israele.

“Ho paura ma non sono un codardo,” mi disse nella piccola macchina in cui c’erano anche le sue due guardie del corpo disarmate. I passanti lo salutavano. Quattro anni prima, nel “Giorno della Terra” del 1997, mentre viaggiavamo in mezzo a pneumatici bruciati in giro per la Cisgiordania, mi aveva chiesto: “Quando capirete che niente spaventa i palestinesi come le colonie?” Citò un amico che aveva detto: “Voi israeliani avete un presente e non un futuro, e noi palestinesi abbiamo un futuro ma non un presente. Dateci il presente ed avrete un futuro.” Allora, vedendo dei carri armati che stavano in agguato alla fine della strada, aggiunse: “Nessuno al mondo riuscirà a spezzare la volontà di un popolo con la forza militare. Non siamo né commando né organizzazioni. Siamo un popolo.”

Pronunciava sempre la parola ebrea che significa occupazione, “kibush”, con una b dolce- “kivush”. E’ possibile che durante i suoi lunghi anni di prigione abbia imparato a pronunciarlo con una b dura.

Marwan Barghouti era un tifoso della squadra di calcio Hapoel di Tel Aviv. Disse di temere il momento in cui i palestinesi avrebbero perso la speranza. Ora sta digiunando per garantire condizioni più umane per le migliaia di prigionieri palestinesi. Non è il primo sciopero della fame che guida in prigione, ma è il più lungo.

La scorsa settimana suo figlio Aarab ha lanciato una campagna su Facebook – “la sfida dell’acqua salata” – in cui celebrità arabe ed altre sono riprese mentre bevono acqua salata in solidarietà con i palestinesi in sciopero della fame, per i quali l’acqua salata è l’unico alimento. La prossima domenica [7 maggio, ndtr.] segnerà la fine della terza settimana dello sciopero.

Aarab è preoccupato per la salute di suo padre. Nessuno, tranne le sue guardie carcerarie, lo ha visto per due settimane, da quando le autorità della prigione hanno impedito al suo avvocato di incontrarlo.

“Mio padre è forte, ma non è più giovane – quest’anno compirà 58 anni,” dice Aarab. “Lo sciopero inciderà sulla sua salute, e spero che le autorità carcerarie dimostrino umanità e pongano fine al loro atteggiamento arrogante di non negoziare con mio padre. I prigionieri non stanno chiedendo molto, solo condizioni minime.”

Al tempo dell’arresto di suo padre, Aarab era in casa di suo zio nel villaggio di Kobar, a nordovest di Ramallah, dove Marwan Barghouti è nato e cresciuto. Ricorda di aver visto l’arresto di suo padre in televisione, e di essere scoppiato a piangere. Fu il peggior momento della sua vita, che non dimenticherà mai. Né avrebbe mai pensato che quel momento sarebbe durato così tanto. Fu solo dopo otto mesi che incontrò suo padre per la prima volta in prigione insieme al fratello maggiore, Sharaf. “Ricordo di aver avuto paura, “rammenta. “Attraversammo circa 20 cancelli. Il babbo era in isolamento, e quando arrivammo due secondini lo controllavano dalla sua parte e dalla nostra, e c’erano un sacco di telecamere attorno a noi.”

“Mi piacque il modo in cui ci fece forza e ci confortò,” continua Aarab. “Non voleva mostrare alcun segno di debolezza davanti a noi. E’ sempre positivo. Sapevo già allora che tipo di interrogatorio e di torture aveva subito, ma come sempre non smetteva di sorridere. Tutto quello che voleva era che stessimo bene.”

In un’occasione Aarab fu portato a un’udienza in tribunale durante il processo di suo padre, e fu preso a schiaffi in faccia dal membro di una famiglia israeliana in cui qualcuno era stato ucciso. Fino al suo sedicesimo compleanno, Aarab vide suo padre due volte al mese – viaggi estenuanti di 20 ore fino alla prigione di Be’er Sheva per visite di 45 minuti con un vetro tra loro. Compiuti i 16 anni, gli venne concessa solo una visita all’anno. Durante gli ultimi cinque anni, Israele gli ha consentito solo tre visite, e non ha più visto suo padre negli ultimi due anni.

Sua sorella Ruba visita il padre due volte all’anno. Una volta ha portato la figlia di otto mesi, Talia, ma le guardie della prigione hanno rifiutato di consentire alla bambina di entrare anche solo per un momento, sulla base del fatto che non era una parente di primo grado. Talia ora ha 4 anni e ha una sorellina, Sarah. Nessuna delle due ha incontrato il nonno. Lo conoscono solo in foto.

La visita di Aarab di due anni fa alla prigione di “Hadarim”, nei pressi di Netanya, rimane impressa nella sua memoria. “Ricordo piccoli dettagli, “dice. “Ho visto i peli bianchi improvvisamente comparsi nella sua barba, ed aveva anche più capelli bianchi in testa. Ho visto occhi arrossati. Sinceramente l’ho visto invecchiato. Tutti pensano che quelle visite gli davano forza, ma lui dava forza a noi. Quell’uomo è incredibile. Può dare speranza e forza a tutto un popolo. Durante tutto il tragitto fino a lui, penso a come potrò dare forza al suo spirito – ma lui da forza a me. Mi parla del futuro. Mi incita a studiare. Mi cambia la vita, è il mio maestro di vita. Mi spinge a studiare, e ogni volta che sto studiando mi ricordo del suo sorriso.”

Suo padre è stato incarcerato da un tribunale israeliano per 5 omicidi, dico ad Aarab; è chiaro che per gli israeliani è un terrorista.

“E’ stato un processo politico che non era fondato su alcuna prova o fatto,” risponde Aarab. “Mio padre fu corretto e chiaro: negò tutto e sostenne che si trattava di un processo politico. E’ stato condannato a cinque ergastoli. Anche (Nelson) Mandela fu condannato all’ergastolo. Mio padre è un uomo di pace. Ha sempre cercato la pace. L’unica cosa che non dimenticherà mai sono i diritti del suo popolo. Chiedi a un palestinese qualunque – non solo in Palestina ma ovunque nel mondo – e più del 90% sarà d’accordo che la politica di mio padre e il suo pensiero su una soluzione sono la strada giusta. Non sta chiedendo molto, ma il governo israeliano non vuole persone che rivendichino i diritti del popolo palestinese.”

“Anche in prigione mio padre cerca la pace. Nessuno cambierà ciò. Solo la propaganda israeliana lo presenta come un terrorista. Anche Nelson Mandela venne dipinto come un terrorista. Passò 27 anni in prigione. E poi divenne un eroe e gli venne assegnato il premio Nobel per la Pace. Mio padre è un terrorista esattamente come Nelson Mandela. Agli israeliani voglio dire: se ammirate Mandela, dovreste sapere che mio padre sta ripercorrendo la storia di Mandela. E se non stimate Mandela, non mi importa quello che pensate. Sono sicuro che un giorno gli israeliani arriveranno alla conclusione che l’unica soluzione è la pace, e non avrete mai un partner come lui. Un giorno, gli israeliani vedranno chi è Marwan Barghouti.”

Che cosa proporrebbe che suo padre facesse in modo diverso? “Quando guardo lui e il suo percorso, penso che sia perfetto. Mio padre non è un pacifista e non è un terrorista. Mio padre è una persona normale che sta lottando per i diritti del suo popolo. Se solo non fosse in prigione. Ha sacrificato la sua vita in nome della giustizia. E’ una cosa nobile. Viviamo solo una volta, e lui ha scelto il modo migliore di vivere.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA 18 aprile – 1 Maggio 2017 (due settimane)

Alla data di chiusura del presente rapporto [1° maggio], la Centrale elettrica di Gaza non era ancora operativa; era ferma dal 17 aprile per esaurimento delle scorte di carburante.

Inoltre, dal 24 aprile, è stato sospeso l’approvvigionamento elettrico dall’Egitto, a causa di un guasto (ancora da riparare) alle linee. Con l’energia elettrica che arriva solo da Israele, i tagli di elettricità continuano ad essere di 20-22 ore al giorno; tali da sconvolgere gravemente le già precarie condizioni di vita della popolazione. Il 27 aprile, per evitare ulteriori peggioramenti, il Fondo Umanitario per i territori palestinesi occupati ha stanziato 500.000 dollari per l’acquisto di combustibile d’emergenza, in modo da garantire l’erogazione dei servizi essenziali negli ospedali ed in altri presìdi medici di emergenza.

Un aggressore palestinese è stato ucciso, mentre sei israeliani e tre sospetti aggressori palestinesi sono stati feriti durante uno speronamento con auto e quattro aggressioni e presunte aggressioni con coltello. Il 19 aprile, al raccordo stradale di Gush Etzion (Hebron), un palestinese di 21 anni ha guidato il suo veicolo contro un colono israeliano, ferendolo; è stato poi colpito ed ucciso dalle forze israeliane. Il 23 aprile, un giovane palestinese di Nablus, che aveva raggiunto la città di Tel Aviv con un regolare permesso di visita, ha pugnalato e ferito quattro israeliani; successivamente anch’egli è stato colpito e ferito con armi da fuoco. Secondo quanto riportato dai media israeliani, dopo l’episodio le autorità israeliane hanno bloccato un certo numero di permessi dello stesso tipo. Il 24 aprile, al checkpoint di Qalandia (Gerusalemme), una donna palestinese ha pugnalato e ferito una soldatessa israeliana ed è stata successivamente arrestata. In due episodi distinti, verificatisi il 25 e il 26 aprile nei pressi del checkpoint di Huwwara (Nablus), due cugini palestinesi, uno dei quali 17enne, hanno tentato di accoltellare soldati israeliani e sono stati colpiti e feriti; non sono stati segnalati feriti israeliani.

In Cisgiordania 191 palestinesi, di cui 45 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane; la stragrande maggioranza degli scontri si sono avuti durante le manifestazioni in solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame (vedi più avanti). Dall’inizio del 2017, questo è il numero più elevato di feriti registrati nell’arco di due settimane. Almeno il dieci per cento di questi feriti sono stati causati da armi da fuoco, mentre la maggior parte dei rimanenti sono da attribuire a proiettili di gomma o ad inalazione di gas lacrimogeno. Il maggior numero di feriti palestinesi è stato segnalato durante le manifestazioni a Sabastiya, Beita (entrambi a Nablus) e presso il checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah). Nel corso di nove operazioni di ricerca-arresto sono stati registrati venticinque feriti.

Il 17 aprile, più di 1.000 prigionieri palestinesi, detenuti nelle carceri israeliane, hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le loro condizioni di detenzione. Alla data di chiusura di questo rapporto lo sciopero era ancora in corso. Le loro richieste includono la fine delle pratiche di isolamento e di detenzione amministrativa (detenzione senza imputazione o processo), l’incremento della frequenza e della durata delle visite dei familiari, un miglioramento delle cure mediche.

Nella Striscia di Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, in almeno 23 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento; non sono stati segnalati feriti, ma, secondo quanto riferito, il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto. Nel contesto dell’applicazione delle restrizioni di accesso al mare imposte da Israele, due pescatori sono stati arrestati dalle forze navali israeliane e la loro barca è stata sequestrata.

È stato riferito che il 27 aprile, ad est di Deir al Balah, un gruppo armato palestinese ha aperto il fuoco contro forze israeliane in pattugliamento lungo la recinzione; non sono stati segnalati feriti. Dopo di ciò, le forze israeliane hanno lanciato una serie di granate verso un sito militare di Hamas; sono stati riferiti danni al sito, ma non feriti.

Nove palestinesi, tra cui una donna, sono stati feriti e oltre 100 alberi sono stati dati alle fiamme in separati episodi che coinvolgono coloni israeliani. Otto dei suddetti palestinesi sono stati feriti in quattro diversi episodi di lancio di pietre vicino ai villaggi di Huwwara e Urif (Nablus). Sempre a Nablus, un contadino palestinese è stato fisicamente aggredito e ferito da coloni israeliani nei pressi del villaggio di Deir Sharaf. Coloni israeliani hanno inoltre incendiato più di 100 alberi in Al Fureidis (Betlemme) e un ricovero per animali a Deir Dibwan (Ramallah).

Secondo i resoconti di media israeliani, nei pressi di Ramallah, Betlemme e Gerusalemme, tre coloni israeliani sono stati feriti e almeno otto veicoli sono stati danneggiati in diversi episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie ad opera di palestinesi.

In Cisgiordania, per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito nove strutture palestinesi. Otto di queste strutture, tra cui una abitazione, erano a Gerusalemme Est (Al Isawiya e Jabal al Mukabbir), la rimanente struttura si trovava presso la Comunità di Jabal al Baba, nell’Area C del governatorato di Gerusalemme; si trattava di un rifugio fornito come aiuto umanitario conseguente ad una precedente demolizione. Nel complesso, 14 palestinesi sono stati sfollati ed altri 19 hanno subito danni.

In due occasioni, per consentire esercitazioni militari, le forze israeliane hanno sfollato, per diverse ore ciascuna volta, 12 famiglie della Comunità pastorale di Khirbet ar Ras al Ahmar, nella Valle del Giordano settentrionale. Tuttavia, secondo i rappresentanti della Comunità, in realtà non si è tenuta alcuna esercitazione. Le autorità israeliane hanno inoltre sequestrato un trattore, con la motivazione che lo stesso era stato utilizzato per una costruzione non autorizzata. Negli ultimi anni, la Comunità ha dovuto far fronte a periodiche demolizioni e restrizioni negli spostamenti; fatti che hanno dato origine a preoccupazioni legate al rischio di trasferimento forzato.

Le autorità israeliane, contestando la violazione di norme ambientali, hanno sequestrato 45 tonnellate di legname presso due laboratori che producono carbone, localizzati in una zona dell’Area B di pertinenza del villaggio di Ya’bad (Jenin) [Area B è la parte della Cisgiordania (circa il 23%) nella quale, in base agli Accordi di Oslo (1993), la gestione degli affari civili spetta all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), mentre la gestione della sicurezza spetta ad Israele]. Di conseguenza, è stata colpita la fonte di sostentamento di tre famiglie e di sei lavoratori. Inoltre, accanto al villaggio di Bardala, nella valle del Giordano settentrionale, le autorità israeliane hanno chiuso e danneggiato otto distinti allacciamenti alla rete idrica, motivando il provvedimento con il fatto che gli stessi non erano stati autorizzati. Di conseguenza, è stata impedita l’irrigazione di oltre 250 ettari di terreno agricolo.

Dal 30 aprile al 2 maggio, durante le festività israeliane, le autorità israeliane hanno rafforzato la chiusura della Cisgiordania e di Gaza, impedendo anche ai possessori di permessi l’entrata in Israele ed in Gerusalemme Est; fanno eccezione i lavoratori umanitari, gli organismi internazionali e i titolari di permessi di ricongiungimenti familiari. È stato chiuso anche il valico per le merci di Kerem Shalom tra Israele e Gaza.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, durante le due settimane di riferimento è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, oltre 20.000 persone, tra cui casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah. Nel 2017 il valico di Rafah è stato aperto eccezionalmente solo per 12 giorni; l’ultima volta il 9 marzo.

¡

Ultimi sviluppi

Il 3 maggio Israele ha ampliato, da sei a nove miglia marine, la zona di pesca lungo la costa meridionale di Gaza; provvedimento valido fino al 7 giugno.

þ




La rivolta dei prigionieri: le vere ragioni che stanno dietro allo sciopero della fame dei palestinesi

2 maggio 2017 Ma’an News

 Ramzy Baroud

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: storia non raccontata di Gaza.’

Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Anche la Cisgiordania è una prigione, divisa in varie zone, note come area A, B e C. Di fatto tutti i palestinesi sono soggetti a restrizioni militari di diverso grado. In una certa misura sono tutti prigionieri.

Gerusalemme est è separata dalla Cisgiordania e coloro che vivono in Cisgiordania sono separati l’uno dall’altro.

I palestinesi in Israele sono trattati leggermente meglio dei loro fratelli nei territori occupati, ma versano in condizioni umilianti, se paragonate allo status di prima classe attribuito agli ebrei israeliani, solo in virtù della loro origine etnica.

I palestinesi abbastanza “fortunati” da evitare le manette e le catene, sono comunque imprigionati in altri modi. I rifugiati palestinesi del campo profughi libanese di Ain el-Hilweh, come milioni di rifugiati palestinesi nella “shattat” (diaspora), sono prigionieri nei campi profughi, con un riconoscimento precario e insignificante, non possono spostarsi e non possono accedere al lavoro. Languiscono nei campi, aspettando che la vita migliori, anche di poco – come hanno fatto prima di loro i loro padri e nonni per circa settant’anni.

Ecco perché la questione dei prigionieri è molto sentita tra i palestinesi. E’ una rappresentazione reale e metaforica di tutto ciò che essi hanno in comune.

Le proteste scoppiate in tutti i territori occupati a sostegno dei 1500 in sciopero della fame non sono solamente un gesto di ‘solidarietà’ con gli uomini e le donne incarcerati e maltrattati, che chiedono un miglioramento delle proprie condizioni.

Purtroppo il carcere è il fatto più normale nella vita dei palestinesi; è lo status quo; la realtà quotidiana. I prigionieri detenuti nelle carceri israeliane sono l’immagine della vita di ogni palestinese, imprigionato dietro muri e checkpoint, in campi profughi, a Gaza, nelle aree della Cisgiordania, nella Gerusalemme segregata, nelle attese per essere lasciati entrare o lasciati uscire. Semplicemente in attesa.

Ci sono 6.500 prigionieri nelle carceri israeliane. Questa cifra comprende centinaia di minori, donne, rappresentanti eletti, giornalisti e detenuti amministrativi, che sono imprigionati senza accuse e senza processo. Ma questi numeri esprimono a malapena la realtà trascorsa sotto l’occupazione israeliana fin dal 1967.

Secondo l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer, oltre 800.000 palestinesi sono stati incarcerati sotto il regime militare da quando Israele ha iniziato l’occupazione dei territori palestinesi nel giugno 1967.

Cioè il 40% dell’intera popolazione maschile dei territori occupati.

Le carceri israeliane sono prigioni all’interno di prigioni più grandi. Nei periodi delle proteste e delle sommosse, soprattutto durante le rivolte del 1987-1993 e 2000-2005, centinaia di migliaia di palestinesi sono stati soggetti a prolungati coprifuoco militari, che a volte duravano settimane, addirittura mesi.

Sotto il coprifuoco militare alle persone è vietato lasciare le proprie case, con brevi o nulle interruzioni persino per comprare il cibo.

Non un solo palestinese che abbia vissuto (o stia ancora vivendo) in simili condizioni è alieno all’esperienza dell’imprigionamento.

Ma ad alcuni palestinesi in quella grande prigione sono stati concessi dei privilegi. Sono considerati ‘palestinesi moderati’, quindi vengono loro concessi permessi speciali dall’esercito israeliano per lasciare la prigione palestinese e ritornarvi a loro piacimento.

Mentre il precedente leader palestinese Yasser Arafat è stato rinchiuso per anni nel suo ufficio a Ramallah, fino alla sua morte nel novembre 2004, l’attuale presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas è libero di viaggiare.

Anche se Israele può, di tanto in tanto, criticare Abbas, lui raramente si discosta dai limiti imposti dal governo israeliano.

Questa è la ragione per cui Abbas è libero ed il capo di Fatah Marwan Barghouti (insieme a migliaia di altri) è in prigione.

L’attuale sciopero della fame dei prigionieri è iniziato il 17 aprile, in commemorazione della ‘Giornata dei Prigionieri’ in Palestina

Nell’ottavo giorno di sciopero, mentre le condizioni di salute di Marwan Barghouthi peggioravano, Abbas si trovava in Kuwait per incontrare un gruppo di cantanti arabi in abiti di lusso.

I resoconti, pubblicati dall’agenzia di stampa Safa e altrove, hanno destato molta attenzione sui media. La tragedia della doppia realtà palestinese è un fatto inequivocabile.

Barghouthi è molto più popolare tra i sostenitori di Fatah, uno dei due maggiori movimenti politici palestinesi. Di fatto, è il più popolare leader tra i palestinesi, a prescindere dalle loro posizioni ideologiche o politiche.

Se l’ANP si preoccupasse davvero dei prigionieri e del benessere del più popolare leader di Fatah, Abbas avrebbe dovuto impegnarsi a concepire una strategia per galvanizzare l’energia dei prigionieri in sciopero della fame e dei milioni tra il suo popolo che hanno manifestato in loro appoggio.

Ma la mobilitazione di massa ha sempre spaventato Abbas e la sua Autorità. E’ troppo pericolosa per lui, perché l’azione popolare spesso minaccia lo status quo esistente e potrebbe intralciare il suo governo, autorizzato da Israele, sui palestinesi occupati.

Mentre i media palestinesi ignorano la spaccatura all’interno di Fatah, quelli israeliani la sfruttano, inserendola nel più ampio contesto politico.

E’ previsto un incontro tra Abbas e il presidente USA Donald Trump per il 3 maggio.

Abbas vuole fare buona impressione sull’impulsivo presidente, soprattutto poiché Trump sta riducendo gli aiuti esteri in tutto il mondo, mentre aumenta l’assistenza USA all’ANP. Basterebbe questo per capire l’opinione dell’Amministrazione USA su Abbas ed il suo apprezzamento del ruolo dell’ANP nel garantire la sicurezza di Israele e nel conservare lo status quo.

Ma non tutti i sostenitori di Fatah gradiscono il servilismo di Abbas. I giovani del movimento vogliono ribadire una forte posizione palestinese attraverso la mobilitazione del popolo; Abbas vuole mantenere la situazione tranquilla.

Amos Harel ha sostenuto su Haaretz che lo sciopero della fame, indetto dallo stesso Barghouthi, era l’ultimo tentativo di sfidare Abbas e “ rovinare il piano di pace di Trump”.

Ma Trump non ha un piano. Sta dando carta bianca al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu perché faccia quel che vuole. La sua soluzione è: uno Stato, due Stati, qualunque cosa “vogliano entrambe le parti”. Ma le due parti sono ben lungi dall’essere potenze uguali. Israele possiede ordigni nucleari ed un potente esercito, mentre Abbas ha bisogno di un permesso per uscire dalla Cisgiordania occupata.

In questo contesto di disuguaglianza, solo Israele decide il destino dei palestinesi.

Durante la sua recente visita negli Stati Uniti, Netanyahu ha delineato la sua visione del futuro.

“Israele deve mantenere il controllo prevalente della sicurezza sull’intera area ad ovest del fiume Giordano”, ha detto.

In un articolo su ‘The Nation’ [rivista politica statunitense di sinistra, ndt.], il professor Rashid Khalidi ha spiegato il vero significato dell’affermazione di Netanyahu. Ha scritto che con queste parole “Netanyahu ha proclamato un regime permanente di occupazione e colonizzazione, escludendo uno Stato palestinese sovrano e indipendente, qualunque sia la parvenza di ‘Stato’ o ‘autonomia’ escogitata per nascondere questa brutale realtà”.

“Il successivo silenzio di Trump equivale all’approvazione del governo USA di questa grottesca visione di permanente asservimento e spossessamento dei palestinesi.”

Perché dunque i palestinesi dovrebbero stare tranquilli?

Il loro silenzio può solo contribuire a questa grave realtà, alle dolorose circostanze attuali, in cui i palestinesi sono perpetuamente imprigionati sotto un’occupazione permanente, mentre la loro ‘leadership’ riceve sia un cenno d’approvazione da Israele che elogi ed ulteriori finanziamenti da Washington.

E’ in questo contesto che lo sciopero della fame diventa molto più pregnante del bisogno di migliorare le condizioni dei prigionieri palestinesi.

E’ una rivolta all’interno di Fatah contro la sua dirigenza indifferente e un disperato tentativo da parte di tutti i palestinesi di dimostrare la propria capacità di destabilizzare la matrice di controllo di Israele, America e ANP che è durata per tanti anni.

“I diritti non vengono regalati da un oppressore”, ha scritto Marwan Barghouthi dalla sua cella nel primo giorno dello sciopero della fame.

In realtà, il suo messaggio era diretto ad Abbas e ai suoi amici, tanto quanto era diretto ad Israele.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)