Anas al-Sharif è stato assassinato perché era la voce di Gaza

Soumaya Ghannoushi

11 agosto 2025Middle East Eye

Uccidendo cinque giornalisti di Al Jazeera Israele spera di nascondere il suo genocidio al mondo. Invece lo mette ancora più in luce

Lo hanno ucciso nel luogo in cui i feriti si aggrappano alla vita.

Fuori dall’ospedale al-Shifa di Gaza City, l’esercito israeliano ha assassinato i corrispondenti di Al Jazeera Anas al-Sharif e Mohammed Qreiqeh, insieme ai cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa, in un bombardamento diretto alla loro tenda di giornalisti.

Non si è trattato di un incidente di guerra. È stato un attacco di precisione: la deliberata cancellazione di giornalisti che non smettevano di dire la verità.

Sharif era un giovane palestinese di Jabalia, nel nord di Gaza. Aveva seguito la guerra per 22 mesi. Il suo unico “crimine” è stato quello di rifiutarsi di voltare le spalle, insistendo nel denunciare la realtà del genocidio: le uccisioni senza fine, la distruzione calcolata di ogni soffio di vita. Lavorava senza sosta.

Nato nel 1996, Sharif aveva tre anni quando iniziò la Seconda Intifada; ne aveva 10 quando Israele bloccò Gaza per la prima volta, 12 quando scoppiò la guerra di Gaza del 2008 [l’operazione militare israeliana Piombo Fuso, ndt.] e 18 durante l’attacco del 2014 [l’operazione Margine Protettivo, ndt.].

Ne aveva solo 28 quando domenica Israele infine lo ha ucciso. La sua vita è stata segnata da guerre, ognuna più mortale della precedente.

Per 22 mesi, i reportage di Sharif sono entrati in milioni di case in tutto il mondo arabo. Più che un giornalista, è diventato un testimone fidato. Il suo pubblico conosceva il suo dolore tanto quanto conosceva la sua voce: l’uccisione di suo padre da parte del fuoco israeliano e la separazione da sua madre, sua figlia Sham, suo figlio piccolo Salah – nato durante il genocidio – e sua moglie Bayan.

Lo abbiamo seguito sui fronti più feroci nel nord di Gaza, dove ha lavorato in mezzo ai bombardamenti e alla fame senza mai piegarsi, senza mai farsi zittire.

“Sei la nostra voce”

Sharif ha colmato il vuoto lasciato dai colleghi già assassinati, tra cui Ismail al-Ghoul di Al Jazeera, ucciso dal fuoco israeliano. Un altro collega, Wael Dahdouh, ha continuato a fare reportage dopo che sua moglie, i suoi figli e suo nipote erano stati massacrati, ma in seguito ha lasciato Gaza per curarsi dalle ferite di guerra.

Sharif ha ereditato la loro missione: raccontare la storia di Gaza mentre il mondo cerca di distogliere lo sguardo. Ora, con l’uccisione di Sharif e dei suoi quattro colleghi, Israele ha annientato l’intera troupe di Al Jazeera a Gaza City.

Ricordiamo il giorno in cui è scoppiato a piangere in diretta, con la voce tremante mentre guardava una donna crollare per la fame, e un passante gridare: “ Continua, Anas, sei la nostra voce”.

Ricordiamo il giorno di gennaio in cui in diretta si è tolto il gilet da giornalista per annunciare un cessate il fuoco, un breve respiro dopo un massacro senza sosta. Lo ricordiamo mentre a Gaza veniva sollevato sulle spalle dai palestinesi che gli erano grati, celebrato per il suo coraggio.

Per tutto questo è diventato il nemico giurato di uno Stato genocida. L’intelligence israeliana lo ha minacciato apertamente. Prima l’uccisione di suo padre, dopo che Sharif aveva dichiarato di aver ricevuto telefonate dall’esercito israeliano che lo avvertiva che sarebbe stato punito se non avesse interrotto la sua copertura mediatica. Era un avvertimento macchiato di sangue. Poi sono arrivate le uccisioni dei suoi colleghi.

Infine la minaccia è stata messa in atto: il suo corpo e quelli dei suoi quattro colleghi sono stati fatti a pezzi da un attacco di droni israeliani, come in migliaia di altri omicidi a Gaza, in Libano e in Siria.

Avichay Adraee, il portavoce più astioso di Israele, lo ha preso di mira per nome. Alla fine del mese scorso il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha avvertito: “Le ultime accuse infondate rappresentano il tentativo di creare consenso per l’uccisione di Al-Sharif”. Adraee è il nuovo Joseph Goebbels, armato di social media invece che di radio, che indica i bersagli da uccidere con un sorrisetto.

Sharif ha visto amici e colleghi uccisi a colpi d’arma da fuoco davanti ai suoi occhi. Ha trasportato le loro bare, poi è tornato al lavoro con la polvere della sepoltura ancora sulle mani. Ha tratto forza da Shireen Abu Akleh, uccisa da Israele a Jenin nel 2022. Lei era cristiana; lui era musulmano. Israele non fa distinzioni quando muove guerra alla verità.

Se Israele avesse voluto, avrebbe potuto arrestarlo. La posizione di Sharif era sempre nota. Non aveva armi. Lavorava spesso in vista dei posti di blocco israeliani. Ma non sono venuti per arrestarlo; sono venuti per ucciderlo.

C’è stata anche una preparazione. La guerra del Primo Ministro Benjamin Netanyahu contro Gaza si trascina da 22 mesi senza raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, se non l’uccisione di massa di civili e la distruzione delle fondamenta della vita. La sua coalizione si sta sfilacciando. Ora, con l’approvazione del governo, si sta mobilitando l’invasione finale di ciò che resta di Gaza: la fase culminante della pulizia etnica. Tale campagna sarà più facile se non ci saranno più giornalisti a testimoniare. Sharif e i suoi colleghi erano troppo pericolosi per la sua propaganda. La prossima fase, secondo le intenzioni del governo israeliano, si svolgerà nell’oscurità.

Massacri sotto gli occhi di tutti

A poche ore dall’uccisione di Sharif, l’esercito israeliano ha rilasciato una dichiarazione non di pentimento, ma di orgoglio, vantandosi dell’omicidio, diffamandolo come “terrorista” e producendo “prove” troppo comode da verificare.

È il trucco più antico dell’assassinio di Stato: uccidere il giornalista, poi assassinare il suo nome. E ancora ci viene chiesto di credere che un uomo che ha trascorso più di 670 giorni a fare il corrispondente in diretta per un’emittente internazionale di notizie stesse segretamente comandando una cellula militante, tra le riprese di ospedali bombardati e la sepoltura di bambini.

Alcuni media generalisti hanno ripetuto la diffamazione, proprio come avevano ripetuto le bugie di Netanyahu poche ore prima, negando la fame a Gaza e incolpando Hamas della distruzione fatta da Israele. Parole smentite dai reportage internazionali, eppure trasmesse senza vergogna.

Sharif sapeva che questo poteva essere il suo destino. Qualche mese fa ha scritto il suo addio: “Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce… Vi affido la Palestina, il gioiello della corona del mondo musulmano, il cuore pulsante di ogni persona libera in questo mondo. Vi affido il suo popolo, i suoi figli innocenti e oppressi che non hanno mai avuto il tempo di sognare o di vivere in sicurezza e pace. I loro corpi puri sono stati schiacciati sotto migliaia di tonnellate di bombe e missili israeliani, fatti a pezzi e scagliati sui muri”.

Uccidendo Sharif e i suoi colleghi l‘obiettivo di Israele non era solo quello di nascondere la verità sui massacri, ma di prenderlo di mira personalmente, di spezzare lo spirito dei palestinesi di Gaza, consapevole del loro attaccamento a lui, della loro fiducia in lui, del loro orgoglio per il suo coraggio.

Ma questo piano fallirà. La sua morte non spezzerà la volontà di Gaza. Renderà solo la sua gente più determinata a seguire la sua strada.

C’è un video di Sharif con la figlia Sham, seduti vicino, sorridenti mentre Anas le chiede: “[Il presidente degli Stati Uniti Donald] Trump vuole che lasciamo Gaza. Vuoi che ce ne andiamo? … In Qatar? In Giordania? In Egitto? In Turchia?”. Lei scuote la testa a ogni nome. “Perché?” chiede lui. La sua risposta è semplice: “Perché amo Gaza”. La stringe tra le braccia, con la tenerezza di un padre che sa che quella sua risposta è la stessa che batte nel suo cuore.

Lo hanno portato sulle spalle proprio come allora avevano portato Abu Akleh, mentre i soldati israeliani cercavano di buttare a terra la sua bara. Con quel gesto hanno giurato che sorgeranno migliaia di altri custodi di una verità che nessun proiettile può uccidere.

L’uccisione di Sharif non è la fine. È la cancellazione di un testimone prima che si alzi il sipario su ciò che verrà dopo: massacri pianificati sotto gli occhi di tutti, approvati da alleati stranieri, per cacciare gli ultimi sopravvissuti di Gaza dalla loro terra.

Il sangue di Sharif non è solo un fardello per Israele. Macchia le mani di ogni governo che ha distolto lo sguardo; di ogni redazione che ha fatto eco al copione dell’assassino; di ogni leader che ha armato la mano che ha mirato al suo cuore.

Scorre tra le dita di tutti coloro che hanno visto – più e più volte – Israele dare la caccia ai giornalisti di Gaza, e non hanno fatto altro che oscurare l’obiettivo.

Non si è trattato solo dell’uccisione di un uomo. È stata zittita una voce di cui il mondo aveva bisogno.

Ed è stato reso possibile da un coro di ciechi, da un mondo che ha permesso a Israele di massacrare un giornalista dopo l’altro e di cavarsela senza conseguenze.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice britannico-tunisina esperta di politica mediorientale. I suoi articoli giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Il Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti è disponibile su: soumayaghannoushi.com.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Le tre principali menzogne dell’ex-portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari

Romana Rubeo  

9 marzo 2025 – Palestine Chronicle

Romana Rubeo esamina il ruolo dell’ex-portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari nella diffusione di false informazioni e propaganda nella guerra in corso contro Gaza.

I media israeliani hanno informato che domenica l’esercito israeliano ha annunciato che il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha nominato Avi Dovrin come portavoce ufficiale.

Ciò è avvenuto dopo che venerdì Zamir ha deciso di licenziare il portavoce dell’esercito Daniel Hagari. Come megafono di uno degli eserciti più immorali al mondo il lascito di Hagari è stato segnato da costanti menzogne e propaganda intese a mascherare o giustificare i crimini di Israele.

Ciò è iniziato persino prima dell’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza il 7 ottobre 2023. Nel maggio 2022, per esempio, Hagari affermò falsamente che la giornalista palestinese Shireen Abu Akleh era stata uccisa da combattenti palestinesi a Jenin. Le sue affermazioni, fatte nonostante prove schiaccianti indicassero cecchini israeliani come responsabili, intendevano sviare la responsabilità per la tragica uccisione della stimata giornalista palestinese.

Abu Akleh, nota per anni di coraggiosi reportage dalla Palestina occupata, venne uccisa mentre informava su un’operazione militare israeliana nel campo profughi di Jenin. La sua morte suscitò una condanna unanime e sollevò preoccupazioni riguardo al fatto che le forze di occupazione israeliane prendevano di mira i giornalisti.

Durante il genocidio in corso le ripetute mistificazioni, illazioni e la diffusione di false informazioni sono state sistematicamente smentite, persino dai principali media occidentali.

Questo modello di disinformazione ha contribuito al crescente isolamento di Israele e alla perdita di fiducia nei suoi confronti sul piano internazionale.

Qui di seguito ci sono alcuni significativi esempi di affermazioni false diffuse da Hagari.

L’ospedale pediatrico Rantisi

Il 13 novembre 2023 Hagari ha sostenuto che l’esercito israeliano aveva scoperto un centro di comando “con un arsenale di armi che includeva granate, giubbotti esplosivi e altri ordigni conservati da combattenti di Hamas nel seminterrato dell’ospedale Rantisi, un nosocomio pediatrico specializzato nel trattamento di pazienti oncologici”, ha informato l’agenzia di notizie Reuter.

Questa affermazione intendeva giustificare gli attacchi contro gli ospedali e il sistema sanitario di Gaza iniziati molto presto nella guerra genocida.

In un aggiornamento televisivo Hagari ha detto che avevano “trovato anche indizi che indicano che Hamas vi ha tenuto degli ostaggi” e che la questione era “oggetto di indagine.”

La dichiarazione era stata fatta anche a un gruppo di giornalisti che accompagnavano l’esercito israeliano e avevano visitato l’ospedale. Nonostante le illazioni fossero state immediatamente smentite dalle autorità sanitarie del posto e da commentatori arabi, ci è voluto quasi un anno perché venissero smascherate dai principali media occidentali.

L’ottobre scorso, parlando al [programma] Posto di Ascolto di Al Jazeera un giornalista della CNN di nome ‘Adam’ ha descritto l’episodio come “un momento imbarazzante” per la CNN.

‘Adam’ ha raccontato che, quando il redattore per la politica internazionale della CNN Nic Robertson è stato accompagnato dall’esercito israeliano a visitare l’ospedale pediatrico Rantisi bombardato a Gaza, Hagari gli ha mostrato su un muro un documento scritto in arabo, sostenendo che fosse una lista dei turni di membri di Hamas che controllavano gli ostaggi.

Tuttavia è risultato che il documento era un calendario, “e in arabo erano scritti i giorni della settimana. Ma nel reportage diffuso Nic Robertson ha incluso le affermazioni israeliane,” ha affermato Adam.

L’ospedale Al-Shifa

Il 15 novembre 2023 l’esercito israeliano ha preso d’assalto per la prima volta l’ospedale Al-Shifa, la più grande struttura ospedaliera di Gaza.

L’attacco ha tenuto intrappolati all’interno del complesso migliaia di pazienti e sfollati, mentre centinaia di palestinesi sono stati uccisi e feriti dai soldati israeliani.

Settimane prima dell’attacco Hagari aveva iniziato a costruire un caso pubblico.

Il 17 ottobre 2023, durante una conferenza stampa, Hagari ha sostenuto che l’esercito aveva “prove concrete” che vari edifici ospedalieri a Gaza erano direttamente coinvolti nelle attività di Hamas.

Oltretutto, secondo il portavoce dell’esercito israeliano, gli edifici erano stati costruiti su una rete di tunnel sotterranei che sarebbero stati accessibili dall’interno degli ospedali.

Il 22 novembre 2023, una settimana dopo l’attacco, Hagari ha affermato in una dichiarazione filmata che “i terroristi sono venuti qui per dirigere le loro operazioni.”

Questa volta è stato il Washington Post a smentire le dichiarazioni israeliane, affermando in un articolo del 21 dicembre 2023 che “le prove presentate dal governo israeliano sono insufficienti per dimostrare che Hamas abbia utilizzato l’ospedale come centro di comando e di controllo.”

L’articolo era basato su un’analisi del Washington Post di riprese open-source, immagini satellitari e tutti i materiali resi pubblici dall’IDF [l’esercito israeliano, ndt.].”

L’analisi del Post ha concluso che “le stanze collegate alla rete di tunnel scoperte dai soldati dell’IDF non mostrano alcuna chiara prova dell’uso militare da parte di Hamas.” Oltretutto “nessuno dei cinque edifici ospedalieri identificati da Hagari sembra essere collegato alla rete di tunnel,” e non c’erano “prove che i tunnel potessero essere accessibili dai reparti ospedalieri.”

Notizie false sugli arresti

L’esercito israeliano ha preso d’assalto l’ospedale Al-Shifa una seconda volta il 18 marzo 2024. Dopo un assedio di due settimane terminato il primo di aprile l’ospedale è stato quasi totalmente distrutto e centinaia di palestinesi morti sono stati trovati nelle fosse comuni dentro e attorno all’ospedale.

Nel tentativo di giustificare l’ennesimo crimine di guerra, il 22 marzo Hagari ha sostenuto che durante l’irruzione nell’ospedale Al-Shifa l’esercito ha arrestato importanti ufficiali di Hamas.

L’esercito israeliano ha reso pubblico un collage di foto che mostravano che il capo delle Brigate Al-Qassam [il braccio armato di Hamas, ndt.] Raed Saad era tra gli arrestati.

Secondo il Times of Israel [giornale israeliano in lingua inglese, ndt.] in una conferenza stampa il portavoce dell’esercito israeliano ha vantato l’arresto di comandanti di Hamas “molto importanti”.

Tuttavia poche ore dopo in un’intervista ad Al Jazeera un ufficiale della sicurezza di Hamas ha detto che “la lista delle foto di arrestati all’ospedale Al-Shifa rilasciata dal portavoce dell’esercito di occupazione è imprecisa.”

“Alcune delle foto sulla lista sono di persone che attualmente si trovano fuori da Gaza e altre sono di martiri [palestinesi uccisi dagli israeliani, ndt.]” ha continuato l’ufficiale, notando che “tre delle foto sulla lista sono di medici rilasciati in precedenza dall’occupazione.”

Più tardi lo stesso giorno l’esercito israeliano e lo Shin Bet [il servizio di intelligence interna di Israele, ndt.] hanno ammesso la pubblicazione di rapporti ingannevoli, attribuendola a un “errore umano”.

Hagari non è l’unico militare israeliano il cui nome sarà macchiato per sempre dal fatto di aver fornito false giustificazioni al genocidio di Israele contro i palestinesi. Egli è solo uno dei sintomi di un problema molto più profondo.

La sua improvvisa scomparsa dalla scena in seguito al fallimento israeliano nel raggiungere i suoi obiettivi militari a Gaza evidenza i fallimenti più complessivi di Israele su tutti i fronti, compresa l’hasbara, la sua macchina propagandistica ufficialmente riconosciuta e fondata sulle menzogne.

Romana Rubeo è una giornalista italiana ed è caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Guerra Israele-Palestina: perché le affermazioni di Israele sono accolte con tanto scetticismo?

Alex MacDonald

18 ottobre 2023 – Middle East Eye

Israele ha accusato dell’attacco contro l’ospedale arabo al-Ahli di Gaza il Jihad Islamico palestinese. Ma ha una lunga storia di affermazioni false.

Martedì notte circa 500 palestinesi sono stati uccisi nell’ospedale arabo al-Ahli di Gaza City.

Subito dopo la distruzione è iniziato un gioco di accuse reciproche. Il ministero della Sanità palestinese ha detto che l’ospedale è stato preso di mira da un attacco aereo israeliano.

Hananya Naftali, un collaboratore informatico del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha twittato inizialmente che “le forze aeree israeliane hanno colpito una base terroristica di Hamas all’interno di un ospedale a Gaza. È morto un gran numero di terroristi.”

Poi Naftali ha cambiato versione, definendo l’esplosione “misteriosa” e affermando che si era trattato “di un razzo difettoso” o di “qualcosa che è stato fatto di proposito per ottenere appoggio internazionale.”

Quando Israele ha risposto ufficialmente, ha negato ogni responsabilità per l’attacco e ha cercato di attribuirne la responsabilità a un razzo mal lanciato dal gruppo palestinese Jihad Islamico (PIJ).

Le conseguenze del disastro sono subito state molto estese, con manifestanti che hanno incendiato l’ambasciata israeliana in Giordania, mentre altri hanno invaso la città palestinese di Ramallah chiedendo le dimissioni del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

Lo scetticismo con cui sono state accolte le dichiarazioni di innocenza da parte di Israele è il risultato di anni di disinformazione diramata dall’esercito israeliano a seguito di attacchi e uccisioni controversi.

Durante una conferenza stampa israeliana tenutasi dopo il massacro, un giornalista ha fatto riferimento alla lista “tutt’altro che impeccabile” dell’esercito quando si è trattato di fornire informazioni credibili, citando le false affermazioni secondo cui miliziani palestinesi avrebbero ucciso la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh nel 2022.

Un portavoce dell’esercito ha risposto: “In passato siamo stati molto frettolosi nell’arrivare a conclusioni. È per questa ragione che in questo caso ci siamo presi tempo, più di cinque ore. Volevamo fare un doppio controllo su tutto.”

Tuttavia da molti punti di vista la risposta iniziale di Israele all’attacco contro l’ospedale ha seguito le stesse caratteristiche di avvenimenti precedenti.

Cos’è successo?

L’attacco contro l’ospedale è la peggiore atrocità avvenuta a Gaza da quando Israele ha iniziato a bombardare l’enclave costiera assediata in seguito all’attacco guidato da Hamas contro Israele il 7 ottobre.

Foto e video da Gaza City hanno mostrato il fuoco che si diffondeva dagli ingressi della struttura, vetri e parti di corpi umani sparsi sul pavimento dell’ospedale.

Un medico ha descritto “scene orripilanti, surreali”, e ha detto a Middle East Eye che l’attacco ha messo “in ginocchio” il sistema sanitario di Gaza.

Al momento dell’incidente l’ospedale, gestito dalla chiesa anglicana, stava fornendo cure e rifugio a centinaia di palestinesi feriti e cacciati dalla guerra israeliana di 11 giorni contro l’enclave assediata.

Foto e video ottenuti da Middle East Eye mostrano paramedici e abitanti che corrono a soccorrere i feriti, con molti minori tra le vittime.

Attorno a loro sul prato ci sono lenzuola, zainetti per la scuola e altri oggetti.

Cos’è successo secondo Israele?

Il ministero della Sanità palestinese ha affermato sul suo canale Telegram che l’ospedale aveva ricevuto minacce da parte di Israele perché venisse evacuato altrimenti sarebbe stato bombardato, e in effetti sabato era stato colpito da un raid aereo come avvertimento per il personale e i pazienti di andarsene.

Mercoledì anche Hamas ha ripetuto la sua convinzione che l’attacco fosse un bombardamento aereo israeliano.

Tuttavia finora Israele ha rifiutato di prendersi la responsabilità della distruzione dell’ospedale.

Al contrario, sostiene che un razzo lanciato dal PIJ è caduto sull’ospedale, una cosa che il gruppo armato nega recisamente, affermando in un comunicato di “non utilizzare luoghi di culto o edifici pubblici, soprattutto ospedali, come centri militari o magazzini per le armi.”

L’account “israeliano” di X martedì notte ha twittato quella che sostiene essere una prova della responsabilità del PIJ nell’attacco, affermando che “dalle analisi dei sistemi operativi dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] una raffica di razzi nemici è stata lanciata verso Israele ed è passata nelle vicinanze dell’ospedale quando questo è stato colpito.”

Tuttavia la versione originale del post includeva un video dei razzi sparati dai dintorni di Gaza City.

In seguito il video è stato rimosso dall’account, mentre alcuni analisti hanno notato che la prima menzione pubblica del bombardamento è stata alle 19,20 ora locale, mentre il video condiviso da Israele come prova segnava un’ora tra le 19,59 e le 20 ora locale.

Mercoledì quello stesso account ha condiviso un audio dell’esercito israeliano presentata come una conversazione in cui combattenti di Hamas discutono della distruzione dell’ospedale e la attribuiscono al PIJ.

Ma Muhammad Shehada, un attivista per i diritti umani di Gaza che per un decennio ha scritto rapporti contro Hamas, ha postato che la citazione era stata mal tradotta da “loro dicono” in “noi diciamo”.

“Sta descrivendo una diceria, non una prova,” ha scritto Shehada, prima di proseguire elencando altre ragioni per credere che l’audio sia parte di una campagna di disinformazione.

Alex Thomson, un inviato di Channel 4 News [notiziario britannico, ndt.], ha affermato che “molti esperti” gli hanno detto che “la registrazione dei miliziani di Hamas che parlano del cattivo funzionamento del missile è un falso. Dicono che il tono, la sintassi, l’accento e la lingua sono inverosimili.”

Si può sentire uno di loro che dice: “Lo hanno sparato dal cimitero dietro l’ospedale.”

Francesco Sebregondi, architetto e ricercatore che attualmente lavora con l’ong investigativa Index [associazione francese esperta in analisi e ricerche su questioni di interesse pubblico, ndt.], ha detto a Middle East Eye che Israele si è affrettato a dare subito materiale perché gli analisti vi basassero le proprie conclusioni.

“Fornendo rapidamente un certo numero di ‘prove’ poco concrete, per esempio nella forma di riprese del luogo fatte da un drone, l’esercito israeliano può contare anche sull’impazienza di alcuni attori di Open Source Intelligence [informazioni liberamente disponibili al pubblico, ndt.] (OSINT) che usano qualunque immagine/materiale/dato per pubblicare rapidamente nuovi contenuti o ‘analisi’, e di conseguenza appoggiare più o meno direttamente la sua versione degli eventi,” ha detto.

Una reputazione “tutt’altro che impeccabile”

Una serie di episodi passati ha macchiato la reputazione dell’esercito israeliano riguardo alla disinformazione.

Forse l’esempio più noto negli ultimi anni è stata l’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh.

Abu Akleh, che era anche cittadina statunitense, è stata colpita a morte da forze israeliane l’11 maggio 2022 mentre stava informando su un’operazione militare israeliana a Jenin, nella Cisgiordania occupata. Anche il suo collega Ali al-Samoudi è stato colpito e ferito.

In un primo tempo Israele ha accusato uomini armati palestinesi di averle sparato, ma poi ha concluso che c’erano “molte probabilità che Abu Akleh sia stata accidentalmente colpita da fuoco dell’IDF (l’esercito israeliano) sparato verso sospetti identificati come palestinesi armati.”

L’ufficio della procura generale dell’esercito israeliano ha affermato che non avrebbe aperto un’inchiesta riguardo ai soldati coinvolti nell’incidente in quanto “non ci sono sospetti che sia stato commesso un reato penale.”

Un altro esempio fu la morte del dodicenne Mohammed al-Durah nel 2000, uno degli avvenimenti fondamentali della Seconda Intifada (2000-2005).

Il video del ragazzino rannicchiato con il padre in mezzo ad uno scambio di colpi e che poi si accascia morto scatenò l’indignazione internazionale e rimane un’immagine iconica della repressione israeliana contro i palestinesi.

Benché inizialmente abbiano accettato la responsabilità della sua morte, sostenendo che era stato usato come scudo umano, in seguito, nel 2005, gli israeliani ritrattarono.

Denunce e contro-denunce vennero lanciate avanti e indietro, e alcuni sostennero che France 2 [rete televisiva pubblica francese, ndt.], che inizialmente aveva diffuso il video, avesse inscenato l’incidente. La rete rispose con una serie di denunce per diffamazione che ebbero successo.

“Si parlò molto di questo video, affermazioni che si trattava di un falso. Ma la gente che lo diceva non conosceva neppure la zona,” disse nel 2020 ad Al Jazeera Talal Abu Rahma, il cameraman che aveva ripreso le immagini.

“Ci furono un sacco di chiamate e inchieste nei miei confronti riguardo a quanto fossero veritiere le immagini. Gli ho dato una sola risposta: la telecamera non mente.”

Infine, continueranno ad esserci una serie di narrazioni in conflitto anche riguardo a quanto è avvenuto all’ospedale arabo al-Ahli. Al momento un’inchiesta sul campo sembra assolutamente impossibile e la serie di immagini e riprese diffuse in rete continuerà probabilmente ad essere la principale fonte di informazione.

“Cerchiamo di non essere ingenui riguardo ai pregiudizi politici e analitici di un gran numero di attori nelle attuali comunità OSINT in rete,” afferma Sebregondi.

“Lo stesso termine OSINT viene dal mondo militare e dell’intelligence. Queste comunità in rete comprendono molti (ex) militari e personale dell’intelligence che, sotto le mentite spoglie di reporter totalmente indipendenti, possono anche essere propensi ad appoggiare la continua brutale azione militare israeliana in quella che è ancora definita da molti importanti mezzi di comunicazione come una ‘guerra al terrorismo.’”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il rapporto sui diritti umani dell’amministrazione Biden ignora l’uccisione di Shireen Abu Akleh

Redazione MEE

21 marzo 2023 – Middle East Eye

Amnesty International denuncia ‘doppi standard’ nel rapporto, afferma che gli USA non attribuiscono responsabilità ai loro principali alleati nella sicurezza

Il rapporto annuale sui diritti umani del Dipartimento di Stato USA fa propria la versione del governo israeliano sugli eventi relativi all’uccisione della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh e non fa menzione della morte di un cittadino statunitense in seguito al suo arresto da parte delle forze israeliane l’anno scorso.

Il rapporto, diffuso lunedì, non definisce la morte della giornalista come omicidio extragiudiziale o arbitrario, limitandosi a citarla nella sezione relativa alla libertà di espressione.

Lo scorso maggio le forze israeliane spararono e uccisero Abu Akleh nel corso di un raid israeliano nella città di Jenin nella Cisgiordania occupata. La sua morte suscitò l’indignazione palestinese ed una vasta condanna internazionale.

Un’inchiesta dell’esercito israeliano sull’uccisione di Abu Akleh concluse che probabilmente le fu sparato da un soldato israeliano, ma non era stata deliberatamente presa di mira. Invece diverse inchieste indipendenti conclusero che Abu Akleh e i suoi colleghi vennero esplicitamente presi di mira, nonostante fossero identificabili come membri della stampa.

Il rapporto del Dipartimento di Stato inoltre non fa menzione della morte dell’ottantenne palestinese-americano Omar Asaad, che morì dopo essere stato posto sotto custodia israeliana. Il New York Times riferì che ebbe un attacco cardiaco indotto da stress, molto probabilmente provocato dall’essere, stato imbavagliato al gelo in un cantiere, stando ad una relazione del medico legale.

Mentre l’uccisione di Abu Akleh non è stata inclusa nella sezione sulle uccisioni extragiudiziali, il rapporto del Dipartimento di Stato prende di mira le inchieste di Israele sulle sue forze di sicurezza e sui casi di violenza, uccisioni illegali e arbitrarie e restrizioni nei confronti dei palestinesi.

I sistemi giudiziari israeliani militare e civile hanno raramente riscontrato abusi commessi da membri delle forze di sicurezza”, afferma il rapporto del Dipartimento di Stato.

Ci sono diverse relazioni sul fatto che il governo o i suoi agenti hanno commesso uccisioni arbitrarie o illegali”, aggiunge il rapporto, sottolineando che “i cittadini con disabilità mentali sono sottoposti a maggior rischio di subire violenza quando hanno a che fare con la polizia.”

Doppi standard’

Presentando il rapporto lunedì in una conferenza stampa il Segretario di Stato Antony Blinken ha detto: “Non vogliamo entrare in conflitto con nessuno– definiamo le cose come le vediamo.”

Eppure, nonostante il rapporto, gli USA hanno continuato a fornire supporto diplomatico e militare a Israele, che i difensori dei diritti dei palestinesi affermano alimenti la violenza e le violazioni dei diritti contro i palestinesi.

All’inizio di questo mese, dopo che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha auspicato che la città palestinese di Huwwara “venga spazzata via”, gli USA gli hanno rilasciato un visto nonostante le richieste da parte di associazioni progressiste, organizzazioni per i diritti e associazioni ebraiche che a Smotrich fosse negato l’ingresso nel Paese.

Per anni le associazioni per i diritti hanno criticato l’amministrazione Biden per non aver mantenuto le promesse di porre i diritti umani al centro della sua politica estera.

Quando il Segretario di Stato Blinken ha annunciato la strategia di politica estera USA, ha detto che sarebbe stata incentrata sui diritti umani”, ha dichiarato lunedì Paul O’Brien, direttore esecutivo di Amnesty International USA.

Eppure il rapporto annuale sui diritti umani dimostra che l’amministrazione Biden prosegue in una politica di doppi standard quando si tratta di evitare di richiamare le violazioni dei diritti umani dei principali alleati nella sicurezza.”

O’Brien ha detto che il rapporto dell’amministrazione Biden “non include pienamente la situazione dei diritti umani in peggioramento” nella Cisgiordania occupata da Israele e “offre un riconoscimento de facto del controllo israeliano su Gerusalemme est occupata e le Alture del Golan (siriane, ndtr.).”

E’ ora che l’amministrazione Biden smetta di concedere ai suoi alleati un lasciapassare sui diritti umani.”

Gli alleati USA del Golfo

Il rapporto annuale cita molte violazioni dei diritti umani compiute dai suoi alleati in Medio Oriente, compresi Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.

Il Dipartimento di Stato cita un lungo elenco di violazioni di diritti in Arabia Saudita, comprese uccisioni extragiudiziali, sparizioni forzate, arresti arbitrari e condizioni di detenzione potenzialmente letali.

Il rapporto esce quando l’Arabia Saudita ha rilasciato dal carcere il 72enne cittadino USA Ibrahim Almadi, che era stato condannato a 19 anni per aver postato dei tweet critici verso la monarchia. Almadi resta sottoposto a divieto di viaggiare e non può lasciare il Paese.

Il rapporto di lunedì esce una settimana dopo che i senatori USA Chris Murphy e Mike Lee hanno introdotto una disposizione che richiede al Dipartimento di Stato di presentare un rapporto sulla situazione dei diritti umani in Arabia Saudita, in mancanza del quale tutta l’assistenza al regno per la sicurezza si interromperebbe.

Le armi USA non possono essere nelle mani di chi viola i diritti umani”, ha dichiarato Lee. “Il popolo americano e i suoi rappresentanti eletti hanno il diritto di conoscere i tipi di attività che stiamo tacitamente sostenendo.”

Nonostante l’amministrazione Biden chieda una revisione delle relazioni USA- Sauditi, esperti di diritti umani affermano che Biden deve ancora avviare un nuovo approccio alla propria alleanza con il regno. Il presidente USA quando è entrato in carica ha affermato che avrebbe trattato solo con Re Salman, ma nel rapporto di lunedì si definisce il Principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman “capo di Stato.”

Secondo l’organizzazione umanitaria di assistenza legale “Reprieve” e l’Organizzazione per i diritti umani europea-saudita l’utilizzo della pena di morte in Arabia Saudita è quasi raddoppiato dalla salita al trono del Principe ereditario Mohammed bin Salman nel 2015.

Tra il 2010 e il 2014 nel regno vi era una media di 70,8 esecuzioni all’anno. Poi, dal 2015 – l’anno in cui il principe ereditario divenne il capo de facto del regno – fino al 2022, vi è stata una media di 129,5 esecuzioni all’anno, con un aumento dell’82%.

Anche gli Emirati Arabi Uniti, un altro alleato degli USA, sono stati citati nel rapporto per una serie di abusi, dalla detenzione in isolamento alle restrizioni sui media e la libertà di espressione, come anche per “gravi e irragionevoli restrizioni alla partecipazione politica”. Il rapporto elenca anche violazioni dei diritti in altri Paesi del Medio Oriente, inclusi Egitto, Tunisia e Giordania.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Mondiali 2022: come i tifosi arabi dicono la verità a Israele sulla Palestina

Emile Badarin

2 dicembre 202-Middle East Eye

Rifiutando le interviste ai giornalisti israeliani, i tifosi arabi si rifiutano di conferire legittimità al sistema di apartheid dello Stato israeliano.

I giornalisti israeliani sono accorsi a Doha questo mese per coprire la Coppa del Mondo, alcuni trasformandola in una missione per far “parlare con Israele” l’opinione pubblica araba. Ma nelle frequenti interazioni catturate tramite i social media, i tifosi hanno cortesemente rifiutato l’offerta in modi diversi.

Alcuni si sono rifiutati di dialogare; altri hanno sottolineato il loro impegno per la causa palestinese; altri si sono semplicemente allontanati dopo aver capito che il giornalista proveniva da Israele.

La politica del riconoscimento ispira la “missione giornalistica” israeliana in Qatar e altrove. Questi giornalisti, come gran parte dell’opinione pubblica israeliana e dei media occidentali, sembrano essersi convinti che la Palestina e i palestinesi siano scomparsi dalla coscienza araba a causa dei mutamenti geopolitici in tutto il mondo arabo.

Per gli “esperti” israeliani e occidentali questi cambiamenti geopolitici hanno rappresentato una versione ridotta della fine della storia in Medio Oriente. Generalmente considerano la presunta “scomparsa” dei palestinesi come un fattore positivo che ha consentito nel 2020 i cosiddetti Accordi di Abramo e la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e quattro Stati arabi.

Forse non c’è occasione migliore per raccogliere i frutti della normalizzazione di una Coppa del Mondo ospitata da uno Stato arabo che ha temporaneamente permesso ai media israeliani di viaggiare liberamente e informare dal Qatar, anche se questo non ha legami ufficiali con Israele. Sembra che alcuni giornalisti israeliani si siano presi la briga di dimostrare che non sono stati solo i regimi arabi a riconciliarsi con – o meglio, a capitolare davanti al progetto coloniale sionista, ma anche la popolazione araba.

In questo senso l’atto di “parlare a Israele” è interpretato come una forma di riconoscimento, o almeno un potente indicatore di avvicinarsi sempre più verso l’evanescente punto finale del colonialismo di insediamento in Palestina. Punto finale che richiede la legittimazione della sovranità di Israele dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo [cioè su tutta la Palestina storica, ndt.] e la deportazione della popolazione indigena.

In Qatar hanno trovato l’opposto. Sebbene Israele abbia ottenuto il riconoscimento di alcuni regimi arabi, inclusa l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, non è riuscito assolutamente a ottenere il riconoscimento da parte dell’opinione pubblica araba.

Espropriazione dei palestinesi

Parlare con Israele” in questo contesto ha lo scopo di ottenere un riconoscimento popolare che legittimerebbe e normalizzerebbe la struttura del colonialismo d’insediamento israeliano che continua a espropriare i palestinesi. Pertanto, rifiutandosi di parlare, i cittadini arabi inviano un chiaro messaggio a coloro che sono al potere in Medio Oriente e in Occidente: sono contrari alla normalizzazione senza giustizia, indipendentemente da quanti accordi di “pace” firmi Israele con i regimi arabi.

Invece di “parlare” i tifosi arabi hanno mostrato uno specchio davanti alle telecamere israeliane, ricordando agli spettatori ciò che hanno ostinatamente tentato di dimenticare: la Palestina. Ciò ricorda ai giornalisti israeliani e al loro pubblico il colonialismo di insediamento, la pulizia etnica, l’occupazione, i rifugiati palestinesi e la Nakba (catastrofe) in corso dal 1948. I tifosi del Marocco alludevano a questo quando hanno dispiegato una bandiera della Palestina al 48° minuto della partita Marocco-Belgio.

Ciò che sorprende è lo shock israeliano nel vedere riflesso, nonostante il passare del tempo, l’indignazione per la violenza e la costruzione di Israele sulla terra rubata ai palestinesi che non è svanita.

Questa è la stessa realtà coloniale che la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh ha mostrato instancabilmente al mondo, fino a quando un cecchino israeliano le ha sparato uccidendola lo scorso maggio, un omicidio che è stato ripreso dalle telecamere. Inoltre non è un caso che un anno prima, nel maggio 2021, Israele abbia distrutto la torre dei media di Gaza che ospitava diverse agenzie di stampa internazionali che informavano dall’enclave assediata.

Come i tifosi di calcio in Qatar, Abu Akleh e i suoi colleghi giornalisti in Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme e altrove hanno alzato degli specchi che hanno riflesso la brutta immagine del colonialismo israeliano che i popoli arabi non hanno né dimenticato né perdonato. Mentre Abu Akleh è stata uccisa e il mondo non può più vedere il riflesso di Israele attraverso la sua macchina fotografica, non è stato possibile reprimere i messaggi dei tifosi in Qatar.

Coscienza distorta

Di conseguenza, alcuni giornalisti israeliani sembrano essersi rivolti alla narrativa del vittimismo per respingere l’immagine inquietante del colono, il che richiede creatività e autoinganno. È notevole la rapidità con cui alcuni sono ricorsi al “manuale” sionista, presentando il loro fallimento nell’ottenere una “buona parola” su Israele come una manifestazione di odio arabo e musulmano e un desiderio di “cancellare (gli israeliani) dalla faccia della terra”.

Non solo in Israele, ma in tutto il mondo del colonialismo d’insediamento europeo, il senso di vittimismo tra i coloni è un veicolo per rivendicare un’innocenza che galleggia in una coscienza distorta che rappresenta l’anormale e l’ingiusto come normale e giusto.

In questa prospettiva, Israele è solo un altro Stato “normale”- se non l’unico Stato civile e rispettoso dei diritti umani in Medio Oriente, indipendentemente dal fatto che secondo Human Rights Watch ha varcato la soglia dell’apartheid – che ha relazioni “normalizzate” con diversi Stati arabi: uno Stato che gli arabi dovrebbero ammirare, con cui fare amicizia e guardare come un esempio.

Affinché questa normalità immaginaria abbia un senso gli israeliani devono vivere il mito sionista della terra senza popolo per un popolo senza terra. Pertanto devono attivamente dimenticare che i palestinesi esistono davvero, anche dopo un secolo di espropriazione ed eliminazione da parte del colonialismo d’insediamento sionista. L’ironia di far dimenticare continuamente i palestinesi è che li rende più presenti.

Il movimento per i diritti civili dei neri negli Stati Uniti ha sostenuto la necessità di dire la verità al potere nella lotta contro la segregazione razziale e l’ingiustizia. Ma cosa succede se il parlare stesso può essere trasformato in un veicolo per togliere potere e spogliare?

Tentando di far parlare il popolo arabo con Israele i giornalisti hanno cercato un riconoscimento popolare che conferisse legittimità normativa all’apartheid e all’ingiustizia israeliane. Rifiutarsi di parlare è un atto di resistenza. Paradossalmente [il rifiuto di parlare, ndt.] sta dicendo la verità al potere dei regimi arabi, di Israele e del resto del mondo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Indebolire il ‘legame indissolubile’: ecco perché l’indagine dell’FBI su Israele è importante

Ramzy Baroud

23 novembre 2022 – Palestine Chronicle

La recente decisione del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di aprire un’inchiesta sull’omicidio, a maggio, della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh non è una svolta epocale, ma tuttavia è importante e degno di riflessione.

In base alla lunga storia del sostegno militare e politico a Israele da parte degli USA e del loro continuo scudo offerto a Tel Aviv a protezione contro le responsabilità dell’occupazione illegale della Palestina, si può con certezza concludere con sicurezza che non ci sarà nessuna vera inchiesta.

Una vera e propria inchiesta sull’uccisione di Abu Akleh potrebbe aprire il vaso di Pandora di ulteriori scoperte concernenti molte altre pratiche israeliane illegali e violazioni di leggi internazionali, e persino di quelle statunitensi. Per esempio, gli investigatori americani dovrebbero esaminare l’uso israeliano di armi e munizioni USA che sono utilizzate quotidianamente per soffocare le proteste palestinesi, confiscare terre palestinesi, imporre assedi militari contro aree civili e così via. Una legge USA, la Leahy Law, proibisce specificamente al “governo USA di usare fondi per assistere unità di forze di sicurezza ove ci siano informazioni attendibili che implichino quell’unità nella perpetrazione di gravi violazioni di diritti umani.”

Inoltre un’indagine comporterebbe anche l’assunzione di responsabilità se concludesse che Abu Akleh, una cittadina statunitense, fosse stata deliberatamente uccisa da un soldato israeliano, come parecchie organizzazioni per i diritti umani hanno già concluso.

Anche questo è irrealistico. Infatti uno dei principali pilastri su cui si poggiano le relazioni USA-Israele è che, sul palcoscenico internazionale, il primo gioca il ruolo del protettore del secondo. Ogni tentativo palestinese, arabo o internazionale di indagare sui crimini israeliani ha totalmente fallito semplicemente perché Washington ha sistematicamente bloccato ogni possibile inchiesta con la scusa che Israele è in grado di investigare sé stesso, sostenendo a volte che ogni tentativo di ritenere Israele responsabile sia una caccia alle streghe e equivale all’antisemitismo.

Secondo Axios, [sito web americano fondato nel 2016 da Jim VandeHei, Mike Allen e Roy Schwartz, per un pubblico sinistra moderata, N.d.T.] questo era il senso della risposta ufficiale israeliana alla decisione USA di aprire un’indagine sull’assassinio della giornalista palestinese. “I nostri soldati non saranno sottoposti a indagini da parte dell’FBI o di qualsiasi altro Paese o organismo stranieri,” ha detto il primo ministro israeliano uscente Yair Lapid, aggiungendo: “Noi non abbandoneremo i nostri soldati nelle mani di indagini straniere.”

Sebbene quella di Lapid sia la tipica reazione israeliana, è piuttosto interessante, se non scioccante, vederla usata nel contesto di un’indagine americana. Storicamente tale linguaggio era riservato alle indagini del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite e da giudici di diritto internazionale, come Richard Falk, Richard Goldstone e Michael Lynk. Ripetutamente tali indagini erano condotte o bloccate senza la cooperazione israeliana e sottoposte a intensa pressione americana.

Nel 2003, la portata dell’intransigenza israeliana e il cieco sostegno USA a Israele arrivarono fino al punto di far pressione sul governo belga perché riscrivesse le proprie leggi nazionali affinché archiviasse una causa per crimini di guerra contro Ariel Sharon, ex primo ministro israeliano.

Inoltre, nonostante i continui sforzi di molte organizzazioni per i diritti umani con sede negli USA perché venisse aperta un’indagine sull’omicidio di un’attivista americana, Rachel Corrie, gli USA rifiutarono persino di esaminare il caso, basandosi invece sui tribunali israeliani che scagionarono il soldato israeliano che nel 2003 era passato con un bulldozer sul corpo della ventitreenne Corrie che gli stava semplicemente chiedendo di non demolire una casa palestinese a Gaza.

Peggio ancora, nel 2020 il governo USA è arrivato al punto di sanzionare la procuratrice della Corte Penale Internazionale (ICC) Fatou Bensouda e altri funzionari senior della procura che erano impegnati nelle indagini su sospetti crimini di guerra USA e israeliani in Afghanistan e Palestina.

Tenendo presente tutto ciò ci si devono quindi porre domande sul tempismo e sui motivi delle inchieste degli USA.

Axios ha rivelato che la decisione di indagare sull’uccisione di Abu Akleh era “stata presa prima delle elezioni in Israele del primo novembre, ma il Dipartimento di Giustizia ha informato ufficialmente il governo israeliano tre giorni dopo le elezioni.” Infatti la notizia è stata rivelata ai media solo il 14 novembre, dopo le elezioni, sia in Israele che negli USA, rispettivamente il primo e il 7 novembre.

Funzionari a Washington erano desiderosi di sottolineare il fatto che la decisione non era politica, e che non era neppure legata a evitare di irritare la filoisraeliana lobby a Washington nei giorni precedenti le elezioni USA, né a influenzare i risultati di quelle israeliane. Se così fosse, allora perché gli USA hanno aspettato fino al 14 novembre per far trapelare la notizia? Il ritardo fa pensare a gravi retroscena politici e a una massiccia pressione israeliana per dissuadere gli USA dal renderla pubblica, rendendo quindi impossibile fare marcia indietro sulla decisione.

Sapendo che molto probabilmente non avrà luogo un’indagine seria, la decisione USA deve essere stata pensata in anticipo per essere meramente politica. Forse simbolica e in definitiva irrilevante, la decisione USA senza precedenti e calcolata si basa su solidi ragionamenti:

Primo, durante la sua vice-presidenza durante l’amministrazione Obama (2009-2017) il presidente USA Joe Biden ha avuto un’esperienza difficile nella gestione degli intrallazzi politici dell’allora primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ora che Netanyahu è destinato a ritornare al timone della politica israeliana, l’amministrazione Biden ha un bisogno urgente di far leva politica su Tel Aviv, nella speranza di controllare le tendenze estremiste del leader israeliano e del suo governo.

Secondo, il fallimento della cosiddetta ‘Ondata rossa’ Repubblicana nel marginalizzare i Democratici quale forza politica e legislativa nel Congresso USA ha ulteriormente imbaldanzito l’amministrazione Biden, che ha poi finito con rendere pubblica la notizia dell’investigazione, se vogliamo credere che la decisione fosse veramente stata presa in anticipo.

Terzo, la forte presenza di candidati palestinesi e filopalestinesi nelle elezioni di metà mandato statunitensi, sia a livello nazionale che statale, ha ulteriormente rafforzato il programma progressista del partito Democratico. Persino una decisione simbolica di investigare l’omicidio di un cittadino americano rappresenta uno spartiacque per le relazioni fra l’establishment del partito Democratico e il suo elettorato più progressista dei movimenti di base. Infatti la congressista palestinese Rashida Tlaib, rieletta, ha subito reagito alla notizia dell’inchiesta descrivendola come “il primo passo verso una vera presa di responsabilità”.

Anche se l’investigazione americana sull’uccisione di Abu Akleh difficilmente darà come risultato una vera giustizia, è un momento molto importante nelle relazioni USA-Israele e USA-palestinesi. Significa semplicemente che, nonostante il consolidato e cieco sostegno USA a Israele, ci sono margini nella politica americana che possono ancora essere utilizzati, se non per ribaltare il sostegno USA a Israele, almeno per indebolire l’apparente ‘legame indissolubile’ fra i due Paesi.

– Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle.  È autore di sei libri, l’ultimo curato con Ilan Pappé, è “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out” [La nostra visione per la liberazione: leader palestinesi e intellettuali impegnati fanno sentire la propria voce]. Baroud è ricercatore non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Amnesty sollecita un’inchiesta per possibili crimini di guerra a Gaza

Redazione di Al Jazeera

25 Ottobre 2022 – Al Jazeera

Solo in quest’anno almeno 160 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza

Amnesty International ha sollecitato la Corte Penale Internazionale (CPI) ad indagare su possibili crimini di guerra relativi agli “illegittimi attacchi” condotti nel corso della letale aggressione di Israele alla Striscia di Gaza in agosto.

Le forze israeliane “si sono vantate” della precisione dei loro attacchi su Gaza in agosto, ha affermato Amnesty International in un nuovo rapporto pubblicato martedì, che indaga le circostanze relative a tre specifici attacchi a civili.

Amnesty ha affermato che le vittime dei cosiddetti “attacchi mirati” includono un bambino di quattro anni, un adolescente in visita alla tomba della madre e una studentessa di belle arti uccisa dal fuoco israeliano mentre era in casa a bere un tè con sua madre.

L’organizzazione ha dichiarato che è stato posto sotto indagine anche un attacco che ha ucciso sette civili palestinesi, che sembra essere stato l’esito di un razzo senza guida probabilmente lanciato da gruppi armati palestinesi.

L’ultima offensiva di Israele contro Gaza è durata solo 3 giorni, ma è stato un tempo sufficiente per infliggere nuovi traumi e distruzioni alla popolazione assediata”, ha detto Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, in una dichiarazione allegata al rapporto.

I tre attacchi mortali che abbiamo esaminato devono essere indagati come crimini di guerra; tutte le vittime degli attacchi illegittimi e le loro famiglie meritano giustizia e risarcimenti”, ha detto.

Il violento attacco di agosto da parte delle forze israeliane è stato solo uno dei più recenti esempi di violenza indiscriminata contro la popolazione di Gaza “dominata, oppressa e segregata”, che ha subito anni di blocco illegale del territorio, ha aggiunto Callamard.

Oltre ad indagare sui crimini di guerra compiuti a Gaza, la CPI dovrebbe prendere in considerazione, all’interno della sua attuale inchiesta nei Territori Palestinesi Occupati, il crimine contro l’umanità di apartheid”, ha affermato.

Secondo il Ministero della Salute palestinese dall’inizio di quest’anno almeno 160 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, compresi 51 palestinesi uccisi durante l’attacco di tre giorni a Gaza in agosto.

31 civili figurano fra i 49 palestinesi che secondo le Nazioni Unite sono stati uccisi nella Striscia di Gaza durante il conflitto di tre giorni, ha dichiarato Amnesty nel nuovo rapporto.

Il conflitto è iniziato il 5 agosto, quando Israele ha scatenato attacchi aerei in ciò che a suo dire era un attacco preventivo mirato al gruppo della Jihad islamica.

Amnesty ha detto che, utilizzando fotografie di frammenti di armi, l’analisi di immagini satellitari e le testimonianze di decine di intervistati, ha ricostruito le circostanze relative ai tre attacchi specifici, due dei quali condotti dalle forze israeliane e uno probabilmente da gruppi armati palestinesi.

La CPI ha avviato un’indagine sul conflitto israelo-palestinese, che ci si attende focalizzata in parte su possibili crimini di guerra compiuti durante il conflitto del 2014 a Gaza. L’inchiesta è appoggiata dall’Autorità Nazionale Palestinese, ma Israele non è membro della CPI e contesta la sua giurisdizione.

Il mese scorso la famiglia della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh ha inoltrato una denuncia ufficiale alla CPI per chiedere giustizia per la sua morte.

Abu Akleh, che ha lavorato per Al Jazeera per 25 anni ed era conosciuta come “la voce della Palestina”, è stata colpita alla testa ed uccisa dalle forze israeliane l’11 maggio mentre stava documentando un’incursione dell’esercito nel campo profughi di Jenin nella Cisgiordania occupata.

Fonte: Al Jazeera e agenzie di stampa

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il governo degli Stati Uniti fa retromarcia riguardo alla richiesta di indagine sulla morte di un palestinese di 7 anni

Philip Weiss

7 ottobre 2022 – Mondoweiss

Ancora una volta il Dipartimento di Stato americano crede ad Israele quando esso spiega e giustifica la morte di un bambino palestinese durante un raid israeliano nei territori occupati.

La scorsa settimana un bambino palestinese di sette anni di nome Rayan Suleiman è morto in un villaggio della Cisgiordania occupata poco dopo l’incursione nella sua casa di soldati israeliani alla ricerca di chi aveva lanciato delle pietre. Fonti palestinesi hanno rivelato che il bambino è morto di paura. Il cugino di Rayan, Mohammed, ha riferito a Yumna Patel [giornalista freelance palestinese, ndr.] che i soldati hanno bussato violentemente alla porta e la famiglia ha cercato di impedire loro di portare via i due fratelli di Rayan, che era terrorizzato ed è crollato al suolo.

Quel giorno, il 29 settembre, Rashida Tlaib [statunitense di origine palestinese e deputata della Camera dei Rappresentanti statunitense, ndt.] ha chiesto la cessazione degli aiuti militari statunitensi a causa della morte di Rayan, ed pareva che il portavoce del Dipartimento di Stato Vedant Patel stesse chiedendo un’indagine, affermando che “siamo a favore di un’inchiesta approfondita e immediata sulle circostanze della morte del bambino, e credo che anche le stesse IDF [forze di difesa israeliane, ndt.] abbiano annunciato che indagheranno sull’accaduto”.

Così quel giorno l’Associated Press [agenzia di stampa USA, ndt.] e la popolare rubrica di Barak Ravid su Axios [quotidiano statunitense online, ndt.] hanno riferito che gli Stati Uniti avevano chiesto un’indagine sull’omicidio.

Il governo israeliano è rimasto sicuramente irritato dai titoli internazionali secondo cui “gli USA chiedono un’indagine a Israele”. Possiamo esserne certi, perché il governo centrista israeliano ha ripetutamente espresso rabbia per le molto blande richieste americane rivolte ad effettuare un’indagine dopo che il maggio scorso Israele ha ucciso la giornalista palestinese americana Shireen Abu Akleh, concludendo che l’omicidio sarebbe stata una disgrazia.

Quindi due giorni fa il Dipartimento di Stato ha fatto marcia indietro sull’appello. Patel Vedant [ha detto]:

Voglio fare un piccolo passo indietro e chiarire le mie dichiarazioni nel corso del briefing telefonico della scorsa settimana perché penso che lei [Said Arikat di Al Quds] e alcuni altri mi abbiate frainteso. Non abbiamo chiesto che venga eseguita un’indagine. Ciò che abbiamo detto è che abbiamo accolto con favore la comunicazione delle IDF che un’indagine era già in corso. Ho appreso dall’ultimo rapporto che il bambino è tragicamente morto di attacco cardiaco, il che ovviamente non rende la cosa – non la rende meno straziante. Ma le dichiarazioni delle IDF in merito hanno chiarito che un’indagine iniziale non ha mostrato alcun collegamento e che questa questione continua a essere oggetto di analisi. Quindi vi rimando a loro, ma volevo chiarire le mie dichiarazioni.

I giornalisti sono rimasti alquanto increduli, e hanno chiesto a Patel che differenza ci sia tra accogliere favorevolmente [la notizia su] un’indagine e il sostenerla. O che differenza faccia che il bambino sia a quanto pare morto di attacco cardiaco.

Ieri gli israeliani sono puntualmente giunti alla conclusione che il raid israeliano in casa di Rayan Suleiman non ha nulla a che fare con la morte del bambino.

Giovedì le IDF hanno pubblicato le conclusioni della loro indagine sulla morte di un bambino palestinese di 7 anni durante un raid dell’esercito, secondo cui non è stato trovato alcun collegamento con le azioni dei soldati… L’indagine ha rilevato che un ufficiale ha interrogato il padre di Suleiman sulla porta di casa in presenza di due dei suoi figli.

Gli Stati Uniti hanno chiaramente concertato le loro valutazioni su decesso in base alle risultanze israeliane.

Confrontiamo questo caso con [quello di] Mahsa Amini, la donna iraniana morta il mese scorso mentre si trovava sotto la custodia della polizia morale dopo essere stata arrestata con l’accusa di essere vestita in modo indecente. Gli iraniani hanno dichiarato (penosamente) che il caso sarebbe stato un tragico incidente e che Amini sarebbe morta per un infarto. Tuttavia gli Stati Uniti si sono adoperati per imporre sanzioni finanziarie come misura contro i poliziotti iraniani coinvolti.

In questo caso gli Stati Uniti hanno accettato la versione israeliana secondo cui si sarebbe trattato di un tragico incidente e non chiederanno un’indagine, per non parlare di un’inchiesta su se stessi, nonostante il fatto che noi [stunitensi] forniamo a Israele miliardi in aiuti militari che stanno finanziando gravi violazioni dei diritti umani.

Israele quest’anno ha ucciso a colpi di arma da fuoco 23 minori palestinesi nella Cisgiordania occupata nell’impunità totale, e ad agosto ha ucciso 17 minori a Gaza, il tutto in attacchi deliberati condotti per lo più con armi statunitensi.

I sedici minori uccisi a Gaza nell’attacco di questa estate

Il Dipartimento di Stato ovviamente non vuole fare nulla perché Israele risponda delle sue azioni. Proprio come è successo per l’omicidio di Shireen Abu Akleh. “Riteniamo che a palestinesi e israeliani spettino in egual misura sicurezza, prosperità e libertà”, ha detto l’altro giorno ripetendo la solita formula il suo portavoce Patel, e Said Arikat di Al Quds [quotidiano palestinese di Gerusalemme, ndt.] ha accusato il governo di ipocrisia.

Insomma, con tutto il dovuto rispetto, quando afferma questo e quello, come abbiamo visto la scorsa settimana gli israeliani dare la caccia ad un bambino di 7 anni che poi si accascia al suolo morto – beh, con tutto il dovuto rispetto, queste dichiarazioni suonano vuote, come d’altronde per tutto il resto – i palestinesi non tengono gli israeliani in condizioni di detenzione amministrativa. Non distruggono le loro case; non li fanno saltare in aria; non li eliminano e così via. Non c’è equità. Non c’è affatto equità. Quindi questa è la domanda che le pongo: gli Stati Uniti prenderanno posizione sulla detenzione amministrativa? Penso che se questo succedesse altrove probabilmente lo fareste. Insomma, questa è una domanda che nel corso degli anni ho probabilmente sollevato tante, tante volte in questa stanza.

Patel ha semplicemente risposto che gli Stati Uniti “auspicano il pieno rispetto dei diritti umani in Israele, in Cisgiordania e a Gaza”.

Post scriptum: in seguito alla morte di Rayyan, oggi la Federazione americana di Ramallah, Palestina [ong americana che si occupa di questioni relative alla Palestina, ndt.],ha reso pubblica una richiesta per un’indagine del governo degli Stati Uniti su come vengono utilizzati gli aiuti statunitensi:

La tragica morte di Rayyan dimostra le devastanti conseguenze del contesto iper- militarizzato in cui vivono i bambini palestinesi e le ripercussioni della presenza dei soldati israeliani nelle comunità palestinesi…

L’amministrazione Biden e i membri del Congresso devono garantire che gli aiuti a Israele aderiscano alla legge statunitense in vigore, che stabilisce che i Paesi che ricevono aiuti statunitensi debbano soddisfare gli standard sui diritti umani o altrimenti affrontare sanzioni o essere ritenuti non idonei a ricevere aiuti…

Inoltre, la Federazione chiede ai nostri membri del Congresso di intraprendere un’azione immediata per difendere la vita dei minori e delle famiglie palestinesi e perché venga approvata la HR2590: The Defending Human Rights of Palestine Children and Families Living Under Israeli Occupation Act [Legge per la difesa dei diritti umani dei minori e delle famiglie palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana], [proposta di legge] presentata dalla deputata Betty McCollum, che cerca di garantire che i fondi dei contribuenti statunitensi non vengano utilizzati dal governo israeliano per la detenzione militare di minori palestinesi, la demolizione di case e proprietà palestinesi o per annettere ulteriori territori palestinesi in violazione del diritto internazionale.

È ormai tempo che Israele sia ritenuto responsabile dei suoi crimini contro i palestinesi, compresi i minori…

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’ONU afferma che se la questione palestinese non viene affrontata, le prospettive della soluzione a due Stati si deterioreranno ulteriormente

 

Redazione di MEMO

Mercoledì 27 luglio 2022 – Middle East Monitor

Martedì un’importante funzionaria dell’ONU ha messo in guardia il Consiglio di Sicurezza che se la questione palestinese non viene affrontata, le prospettive per la soluzione a due Stati “peggioreranno ulteriormente”.

“Sono necessarie immediate azioni per invertire la tendenza negativa e supportare il popolo palestinese”, ha sottolineato Lynn Hastings, la vicepresidente dell’ufficio del coordinatore speciale ONU per il processo di pace in Medioriente. Parlando a nome del coordinatore speciale Tor Wennesland, Hastings ha aggiunto: “Non c’è un’alternativa per un legittimo processo politico che risolva le questioni alla base del conflitto. Dobbiamo focalizzarci sul raggiungimento dell’obiettivo definitivo: due Stati che convivano fianco a fianco in pace e sicurezza, in linea con le risoluzioni ONU, con gli accordi precedenti e con il diritto internazionale.”

Ha puntualizzato che “per anni le espansioni delle colonie illegali nella Cisgiordania occupata hanno progressivamente ridotto il territorio palestinese ed eroso le prospettive per uno Stato palestinese praticabile, dato che la violenza contro i civili inasprisce la sfiducia e provoca un crescente mancanza di speranza in quanto uno Stato, la sovranità e un futuro di pace stanno stanno svanendo.”

La funzionaria dell’ONU ha riportato il numero di palestinesi uccisi e feriti dall’occupazione israeliana durante il periodo del suo rapporto. Allo stesso tempo ha raccontato che le pallottole usate per uccidere la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh sono state sottoposte a test forsensi supervisionati da un ufficiale esperto di sicurezza USA. Tuttavia, sebbene nei test “non si sia raggiunta una conclusione definitiva” a causa del danneggiamento dei proiettili, “sembra probabile che gli spari siano provenuti dalle posizioni delle Israeli Defence Forces [l’esercito israeliano, ndt.] (IDF).”

Hastings ha anche citato la mancanza di permessi edilizi rilasciati dagli israeliani ai palestinesi, puntualizzando che le demolizioni israeliane hanno recentemente espulso 61 palestinesi, inclusi 31 minori. Infatti finora quest’anno ci sono stati “trecentonovantanove demolizioni e confische di strutture di proprietà palestinesi palestinesi e sgomberi … con più di 400 palestinesi deportati.”

Hastings ha affermato che i permessi di costruzione sono praticamente impossibili da ottenere da parte dei palestinesi. Ha anche segnalato che la recente sentenza dell’Alta Corte di Giustizia israeliana che permette di procedere con gli sgomberi nei villaggi di Masafer Yatta dimostra che le forze israeliane continuano ad adottare misure restrittive che influiscono sulle comunità palestinesi e sugli operatori umanitari. “Io rimango profondamente preoccupata dal costo umanitario sulle comunità in questione se gli ordini di sgombero dovessero essere portati avanti” ha affermato.

La violenza correlata ai coloni è un’altra questione ed è particolarmente preoccupante nella comunità della Cisgiordania di Ras Al-Tin. “Ripeto che i responsabili di tutti gli atti di violenza devono essere chiamati a risponderne e rapidamente assicurati alla giustizia.”

L’importante funzionaria ha concluso: “L’ONU rimane impegnata a supportare gli israeliani e i palestinesi perché si avviino verso una pace giusta e durevole e noi continueremo a lavorare con le parti e con i partner regionali ed internazionali per ottenere questo risultato.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La Corte israeliana sentenzia a favore di un’ampia impunità

Maureen Clare Murphy

11 luglio 2022 – The Electrèonic Intifada

La settimana scorsa l’Alta Corte di Israele ha emesso una sentenza in favore di un’ampia immunità per lo Stato per i crimini di guerra perpetrati a Gaza.

Le associazioni palestinesi per i diritti umani affermano che la sentenza sottolinea l’urgente necessità di un’immediata inchiesta della Corte Penale Internazionale.

Adalah, un’associazione palestinese per i diritti umani, ha dichiarato che “la sentenza significa che tutti gli abitanti di Gaza sono esclusi da qualunque risarcimento e ricorso in Israele, a prescindere dalle circostanze, nel corso di ‘azioni di guerra’ o di altro genere”.

La sentenza dell’Alta Corte è una risposta ad una richiesta di risarcimento da parte di Israele per le gravi ferite riportate da Attiya Nabaheen, che aveva appena compiuto 15 anni quando fu colpito dal fuoco delle forze israeliane nel cortile davanti a casa sua mentre rientrava da scuola a Gaza nel novembre 2014.

Nabaheen è rimasto paralizzato in seguito alle ferite.

Adalah e Al Mezan, un’altra associazione per i diritti umani, avevano fatto ricorso presso la Corte per contestare una legge entrata in vigore nel 2012, che prevede che gli abitanti della Striscia di Gaza non possano ricevere risarcimenti da parte di Israele in quanto nel 2007 essa è stata dichiarata ‘territorio nemico.’

Un tribunale di prima istanza ha utilizzato quella legge per respingere il tentativo di Nabaheen di ricevere un risarcimento da Israele per le sue ferite.

L’Alta Corte ha affermato che la legge è conforme al diritto internazionale e che in ogni caso il parlamento israeliano “ha il potere di scavalcare le norme del diritto internazionale.”

Adalah e Al Mezan hanno replicato che la sentenza dell’Alta Corte “giustifica l’avvio immediato di un’inchiesta [della Corte Penale Internazionale], in quanto essa nega alle vittime civili palestinesi di crimini di guerra compiuti da Israele la possibilità di ogni ricorso giuridico.”

Le associazioni aggiungono che “non c’è prova più evidente del fatto che il sistema giuridico israeliano è determinato a legittimare i crimini di guerra e a cooperare con l’esercito nei suoi sforzi di negare alle vittime ogni rimedio legale.”

Un’inchiesta indipendente dell’ONU sull’utilizzo da parte di Israele di forza letale contro i manifestanti della Grande Marcia del Ritorno nel 2018 ha preso in esame il caso di Nabaheen e le sue implicazioni per altri abitanti di Gaza.

La sentenza preclude “la via principale per far valere il loro diritto ad ‘un efficace risarcimento legale’ da parte di Israele, che è loro garantito dalla legislazione internazionale”, hanno dichiarato gli inquirenti dell’ONU.  “E’ quindi difficile sopravvalutare il peso di questa sentenza.”

Nel tentativo di giustificare l’uso della forza letale contro manifestanti disarmati, Israele ha inventato un nuovo infondato paradigma del diritto internazionale, che etichettava la Grande Marcia del Ritorno come parte del suo conflitto armato con Hamas, l’organizzazione politica e di resistenza palestinese che controlla gli affari interni di Gaza.

Le direttive dell’esercito israeliano stabiliscono che deve essere avviata un’inchiesta penale immediatamente dopo la morte di un palestinese al di fuori di attività di combattimento.

Classificando la Grande Marcia del Ritorno come parte del conflitto armato con Hamas, anche se i manifestanti erano disarmati, Israele ha creato un quadro giuridico separato per gestire le denunce relative alle proteste.

Una scappatoia legale

Questa importante scappatoia legale viene anche impiegata riguardo ai palestinesi uccisi dalle forze di occupazione israeliana in Cisgiordania.

Il procuratore generale dell’esercito israeliano ha dichiarato che l’uccisione della corrispondente di Al Jazeera Shireen Abu Akleh mentre documentava un’incursione dell’esercito a Jenin in maggio era “un evento bellico” e pertanto nessun soldato dovrebbe subire denunce penali.

Israele ha praticamente ammesso che uno dei suoi soldati ha ucciso Abu Akleh e la scorsa settimana il Dipartimento di Stato USA ha comunicato che la giornalista è stata “probabilmente” uccisa da un’arma da fuoco delle truppe israeliane.

Sia Israele che gli USA sembrano trattare l’uccisione di Abu Akleh come un errore operativo piuttosto che come una sospetta esecuzione extragiudiziale.

Diverse indagini indipendenti condotte da associazioni per i diritti umani e da organi di informazione internazionali hanno altresì concluso che Abu Akleh molto probabilmente è stata uccisa da fuoco israeliano.

L’indagine forense della CNN, citando l’esperto di armi esplosive Chris Cobb-Smith, nota che “Abu Akleh è stata uccisa da diversi spari”.

Cobb-Smith ha affermato che “il numero di tracce dei colpi sull’albero dove si trovava Abu Akleh prova che non si è trattato di uno sparo casuale, lei è stata presa di mira.”

Venerdì scorso la famiglia di Abu Akleh ha inviato una lettera al Presidente USA Joe Biden, di cui è prevista una visita in Israele e Cisgiordania la prossima settimana, ed ha accusato la sua amministrazione di “muoversi verso la cancellazione di qualunque misfatto delle forze israeliane.”

Gli USA non sembrano far pressione su Israele per un’inchiesta penale: il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha detto durante una conferenza stampa martedì scorso che “non stiamo cercando di essere prescrittivi riguardo a ciò.”

Sembra che per l’amministrazione Biden responsabilizzazione significhi incoraggiare “passi verso la protezione dei civili e dei non combattenti in una zona di conflitto.”

Price ha aggiunto che l’esercito israeliano “è nella condizione di prendere in considerazione dei passi perché non possa più accadere niente di simile.”

Venerdì la famiglia di Abu Akleh ha detto che “non possiamo credere che una tale aspettativa sia il massimo della risposta della vostra amministrazione.”

La famiglia ha sottolineato l’aiuto militare incondizionato degli USA a Israele e “il quasi assoluto appoggio diplomatico per evitare ai dirigenti israeliani di assumersi le responsabilità.”

I famigliari di Abu Akleh hanno fatto richiesta a Biden di incontrarli durante la sua imminente visita e di fornire loro le informazioni raccolte dalla sua amministrazione riguardo all’uccisione della giornalista.

La famiglia ha parlato al presidente del proprio “dolore, sdegno e sensazione di tradimento” di fronte ai suoi determinati tentativi di assicurare “la cancellazione di ogni misfatto compiuto dalle forze israeliane.”

“Ci aspettiamo che l’amministrazione Biden sostenga i nostri sforzi per ottenere responsabilizzazione e giustizia…dovunque ciò possa condurci”, ha affermato la famiglia.

Corte Penale Internazionale

Una di tali sedi processuali è la Corte Penale Internazionale, che è stata adita relativamente all’uccisione di Abu Akleh sia dall’Autorità Nazionale Palestinese che da Al Jazeera. Gli USA si sono affiancati a Israele nel cercare di boicottare l’inchiesta dell’Aja in Palestina.

La CPI privilegia le indagini interne ad un Paese, dove esse sussistano.

La recente sentenza della corte israeliana che ha rifiutato il risarcimento per Attiya Nabaheen e la copertura della responsabilità per l’uccisione di Shireen Abu Akleh dovrebbero dissolvere ogni restante dubbio su ciò a cui si prevede che serva il sistema giuridico di Israele.

Ma resta in dubbio se la CPI funzionerà come un tribunale di ultima istanza per i palestinesi con qualche carattere di urgenza.

Mentre raccoglie risorse per una tempestiva inchiesta in Ukraina, con il rischio per la presunta indipendenza della Corte proveniente dalle contribuzioni volontarie all’indagine, l’inchiesta sulla Palestina sembra essere lasciata morire sul nascere.

Il silenzio sulla Palestina e su altre inchieste che non hanno l’appoggio di potenti Stati “può aver indebolito l’effetto di deterrenza della Corte ed ha lasciato un vuoto che è stato riempito da attacchi politici all’operato della Corte, e anche da attacchi nei confronti di difensori dei diritti umani”, ha recentemente dichiarato Amnesty International.

Senza una risposta ugualmente forte alle crisi in Palestina e in Afghanistan, come in altri luoghi, l’ufficio del procuratore della CPI potrebbe essere considerato “semplicemente il braccio legale della NATO”, come ha detto recentemente l’avvocato per i diritti umani Reed Brody.

Mureen Clare Murphy è caporedattrice di The Electronic Intifada

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)